IL VUOTO DAVANTI DI CARMELO

landscape-891597__180

“Caro dottor Vallone,
ho sognato di salire in montagna e d’incontrare una ragazza.
Improvvisamente mi si presenta il vuoto davanti.
Mi sveglio con tanta paura che mi succeda qualcosa di brutto.
Cosa vuol dire?
La ringrazio anticipatamente e la saluto,
Carmelo T.”

Carmelo è un tipo di poche parole, sogna in sintesi e con forte intensità emotiva. Potevo congedare Carmelo dicendogli che avevo pochi elementi per decodificare il suo brevissimo “resto notturno”, veramente un “resto”. E invece approfitto della richiesta di Carmelo per spiegare come i sogni sintetici sono i più vicini alla nostra verità psichica perché non sono viziati dalla difesa della retorica. E poi, il sogno “spaziale” di Carmelo appartiene a tutta l’umanità ed è fuori dal tempo, almeno nella versione “salire, il vuoto, la caduta.” Questo “resto notturno” appartiene all’uomo primitivo nella versione predatore e raccoglitore, all’uomo evoluto nella versione agricoltore e operaio, all’uomo intellettuale e tecnologico e sicuramente anche a un cane, mio amico, chiamato Ringo.
Ma perché?
Perché questo sogno tratta il tema della perdita, dell’abbandono, della solitudine, del distacco, della morte: il “fantasma della depressione”.
Procediamo con l’analisi dei simboli.
“Salire in montagna” attesta del processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione”. La “libido” è desessualizzata e viene investita su fini nobili e su obiettivi sociali o spirituali. La “montagna” contiene il senso del sacro e del mistero, va verso l’alto ed è vicina al divino. In quanto si scala comporta fatica e sofferenza, ma alla fine è gratificante questo distacco dal basso e dalla materia. Quest’ultima contiene il corpo e i suoi diritti, la “libido”, l’energia vitale che è il fondamento della Psiche. Carmelo ha qualche conflitto con il suo corpo e con la sua “libido” nello specifico e usa il processo di difesa della “sublimazione” per disimpegnarsi dalle sue difficoltà materiali e dai suoi conflitti psichici.
Si profila immediatamente l’oggetto del conflitto: “una ragazza”. Carmelo si porta in montagna l’universo femminile, il fior fiore della giovinezza, una ragazza non una donna, la primavera della bellezza e della procacità, in ogni caso un simbolo femminile che richiama la “libido genitale”, la sessualità.
“Improvvisamente mi si presenta il vuoto davanti.” Parole semplici e intensamente vissute! Incontra la ragazza e invece di godere al meglio di quest’incontro, Carmelo e il suo sogno non trovano di più opportuno che imbattersi nel “vuoto”, non il “vuoto” e basta, il “vuoto davanti”. Simbolicamente “davanti” condensa l’immediatezza psichica, il problema o il fantasma che occupa la dimensione psichica in quel preciso momento della vita. Carmelo sta vivendo il suo tratto depressivo incamerato nel primo anno di vita, ridestato ed esaltato da qualche evento nefasto della vita. Carmelo sta elaborando il “fantasma della perdita” e del distacco affettivo, il famigerato “fantasma di morte”. Carmelo è in piena crisi perché di fronte al femminile e alla femminilità reagisce con l’angoscia della perdita e della fine, con la caduta della vitalità e degli investimenti della “libido”.
“Mi sveglio con tanta paura che mi succeda qualcosa di brutto.”
Ecco che Carmelo richiama la superstizione per continuare il suo sogno nella veglia passando da un conflitto psichico a una disgrazia reale. Il sogno è stato sempre investito ed è tuttora ammantato di superstizione, ma quest’ultima è una difesa dal “sapere di sé” che ti può dare un prodotto psichico così personale come il sogno. Il “qualcosa di brutto”, caro Carmelo, si è già profilato: la caduta della libido genitale e l’angoscia della perdita.
“Cosa vuol dire?”
Carmelo teme, “mi sveglio con tanta paura”, d’invecchiare e di perdere la sua virilità, almeno quella potente, dal momento che il sogno non prospetta quella prepotente.
La prognosi impone a Carmelo di prendere coscienza della sua componente depressiva e di vivere al meglio la sua attualità psicofisica. Il sogno invita con le sue paure a vivere meglio il tempo presente e le sue possibilità. Carmelo deve ben calibrare la sua “libido genitale” e non farla tralignare nella “libido narcisistica” ossia deve vivere meglio l’universo femminile e affidarsi in maniera generosa alle donne.
Il rischio psicopatologico si attesta nel fomentare il maligno nucleo psichico emerso e nell’evoluzione infausta nella sindrome depressiva con la caduta della qualità della vita e della vitalità, oltre che delle relazioni.
Riflessioni metodologiche: che cos’è la depressione e come si manifesta in sogno. Il sogno di Carmelo è classico e universale. Cambia razza, cambia cultura, cambia latitudine, cambia prospettiva, cambia tutto quello che vuoi, ma la “caduta nel vuoto” o il “vuoto davanti” resta il classico simbolo della depressione o del tratto depressivo o della dimensione depressiva. Rientra nell’assoluta cosiddetta “normalità” avere incamerato un “fantasma di perdita”, un rudimento sensoriale e percettivo nei primi mersi di vita e durante il primo anno di vita: la “posizione depressiva” di Melania Klein, conseguente alla “posizione schizoparanoide”. Di poi, nel corso evolutivo della vita l’economia e la dinamica psichiche ridestano il nucleo depressivo per cui si è costretti a rielaborarlo e a razionalizzarlo. L’età matura impone la presa di coscienza dell’istanza depressiva e del fantasma collegato.
Ringrazio Carmelo per la sua meravigliosa sintesi di una sindrome pesante e pericolosa e non mi resta che ricambiare i saluti con immenso piacere.
Alla prossima e “ad maiora”!

L’AFFETTIVITA’ E LA NOSTALGIA

IMG-20160716-WA0000

IL SOGNO

“Luca sogna di trovarsi a Siracusa con Sissy, la sua donna, e con Gringo e Cucciola, i loro cani. Alle ore 17 dello stesso giorno deve andare a lavorare in una cittadina del Veneto. Arriva a casa di suo zio a Siracusa e incontra i suoi genitori che gli suggeriscono di suonare il campanello per entrare. Risponde il cugino che apre la porta e Luca porta Sissy a vedere il giardino con i sedili di pietra dove giocava da bambino con i cuginetti.

Vuole raccontare tante cose a Sissy, ma non riesce. Entra in casa dello zio e le fa vedere il piano terra della casa con le stanze enormi e la luce soffusa. Le dice che in Veneto non si potrebbero fare stanze di questo tipo e lei risponde che non è vero.

Sale con il suo cane Gringo al piano superiore e incrocia i cugini in accappatoio. Entra in salotto e vede la nonna, la zia, lo zio e il nonno seduti attorno a un tavolo. Il nonno ha una maglietta nera con le maniche corte. Luca saluta tutti e non sa se li deve baciare, perché non è la prima volta che li vede.

Il nonno lo saluta con indifferenza, mentre la nonna, che Luca era stupito di vedere, si alza in piedi e lo abbraccia e restano abbracciati per un po’ di tempo. Lei gli dice cose che non ricorda, ma del tipo di quelle che gli diceva sempre quand’era piccolo. Luca si sente in imbarazzo abbracciato alla nonna perché ci sono tante persone intorno. Nell’abbraccio non vede niente perché la nonna è imponente, alta e avvolgente.

Luca pensa anche che vuol far salire Sissy, poi pensa al cane Gringo e vede che è dietro di lui disteso per terra che gioca con un cuginetto. Si mette per terra con loro e pensa che deve andare a lavorare in Veneto, che poi sarebbe tornato a casa e che Sissy, Gringo e Cucciola l’avrebbero aspettato.”

 

I RIFERIMENTI

La parola “nostalgia” ha etimologia greca, si traduce “dolore del ritorno” e si associa a Ulisse, il classico eroe, sempre greco, che per ben dieci anni girovagò per il “mare nostrum”, il Mediterraneo, secondo la volontà degli dei e in espiazione della colpa di aver ordito l’inganno del cavallo di legno che aveva causato la distruzione della città di Troia e la morte dei suoi abitanti.  Ebbene, dopo tanti naufragi e lunghe traversie, dopo aver perso tutti i suoi compagni, Ulisse ritorna a Itaca dal padre Laerte, dal cane Argo, dal figlio Telemaco, dalla moglie Penelope e dal suo popolo. Questa è la versione di Omero nel mitico, nonché magnifico, poema “Odissea”.

Dante non farà ritornare Ulisse a Itaca e dai familiari, ma lo immetterà nel “folle volo” al di là delle Colonne d’Ercole  per “seguir virtute e canoscenza”, dopo averlo condannato all’Inferno e collocato nel girone dei fraudolenti. Nella visione morale di Dante “l’esistenza autentica” ambiva il sapere, “l’esistenza banale” esigeva il ritorno all’esercizio degli affetti; di conseguenza la “nostalgia” era assolutamente da risolvere in vista di un bene maggiore, la scienza.

Joyce farà smarrire Ulisse in un oceano di parole e forse Lacan, lo psicoanalista che individua la dimensione inconscia nella parola, lo avrebbe fatto naufragare nel “Profondo psichico”. Quest’ultima definizione mi appartiene.

 

LA TEORIA

Ma chi è Ulisse nel registro psichico e nella teoria dei fantasmi? Ulisse è il simbolo riconosciuto dell’astuzia o dell’intelligenza operativa, include il sentimento della “nostalgia” proprio perché il poema “Odissea” è incentrato sull’umano sentimento del ritorno dai familiari e nella terra natia. E il “dolore del ritorno” di Ulisse fu tanto e tanto forte nella versione omerica. La “nostalgia” comporta un “oggetto dentro”, un’esperienza vissuta, e un “oggetto fuori”, una persona o una terra reali su cui si vuol affettivamente reinvestire. A questi “oggetti” si può e si vuole ritornare e nell’attesa si soffre. La “nostalgia” è un sentimento che non verte su un oggetto che non esiste fuori, un parente morto, perché questo è dolore nudo e crudo. La “nostalgia” s’incentra sul vissuto in riguardo al passato e su un oggetto reale, per l’appunto.  A livello psichico la “nostalgia” è un sentimento struggente legato al “fantasma di perdita” e appartiene al ricco corredo dell’umana e naturale dimensione depressiva. L’appagamento della “nostalgia” è soltanto un fatto psichico e avviene con la “fantasia” e con i “processi primari” che, da svegli o da dormienti, allucinano il desiderio di rivivere quel passato riattualizzandolo. La “nostalgia”, quindi, resta sempre “dolore del ritorno”, ma a livello psichico si realizza all’interno della “breve eternità” del tempo presente che contraddistingue la funzione psichica. La “fantasia” è un’attività psichica vigile e finalizzata alla realizzazione di pulsioni, di desideri, di bisogni più o meno coscienti. La parola “fantasia” deriva dal greco arcaico “phas” o “phaos” e si traduce con “allucinazione”, quindi la “fantasia” illumina da svegli la “fantasticheria” e allucina da dormienti il “sogno” e nello specifico il materiale psichico profondo riportandolo alla luce della coscienza in maniera traslata secondo i meccanismi di difesa e componendolo secondo le modalità del “pensiero primario”.

Ritornando a Ulisse e alla simbologia inerente al sentimento della “nostalgia”, bisogna decodificare gli oggetti reali del suo struggimento: il padre Laerte, il figlio Telemaco, il cane Argo, la moglie Penelope, l’isola di Itaca e il popolo di Itaca, per meglio intuire l’intensità dell’emozione legata alla benefica o malefica “nostalgia”. Il padre Laerte condensa le origini e il senso del sacro, il figlio Telemaco rappresenta l’investimento della “libido genitale” e l’oggetto della “pietas” paterna, il cane Argo simboleggia la dipendenza dell’alleato affettivo, la moglie Penelope attesta l’universo femminile e i valori del nucleo familiare, l’isola di Itaca condensa la formazione psichica, il popolo di Itaca rappresenta l’oggetto culturale e politico del potere benevolo. Ulisse, quindi, soffriva per la frustrazione continua degli affetti in riguardo agli oggetti psichici suddetti. Ecco la sintesi più chiara! La “nostalgia” è il dolore causato da una frustrazione affettiva. Questo è anche un cardine esplicativo: lo struggimento è prodotto dalla vanificazione dell’esercizio degli investimenti della “libido” e, in particolare, in riguardo all’affettività. La “libido” ristagna e degenera nel dolore acerbo di una maligna spira depressiva.

 

LA DECODIFICAZIONE DEL SOGNO DI LUCA

Quest’ampio preambolo serve a introdurre degnamente la valenza “nostalgia” del sogno di Luca, un sentimento sotteso e mai del tutto esplicitato. La “nostalgia” si evince dalle forti emozioni vissute nello svolgimento della psicodinamica affettiva, il lungo e avvolgente abbraccio con la nonna, e dai due piani topici e temporali, i luoghi del Veneto e della Sicilia, il tempo oggi e il tempo ieri. L’attualità psichica e il passato psichico si presentano nella cornice di un “breve eterno” grazie alle mirabili proprietà del sogno di riattualizzare le esperienze vissute e di comporle in maniera compatibile secondo le modalità del “processo primario”. Ma il sogno e le sue virtù non sono da meno in riguardo allo spazio. Luca mette insieme Veneto e Sicilia e oscilla con naturalezza tra il nord e il sud della bella Italia. Il sogno unifica lo spazio e il tempo in un’unica dimensione, lo “spaziotempo”, categoria ipotizzata e ricercata attualmente dai fisici e dagli astrofisici per l’universo. Lo stesso Freud aveva detto, a tal proposito, che la Psiche non riconosce lo spazio e il tempo così come sono determinati nella realtà dalla scienza fisica.

 

GRAZIE SOGNO PER LE MERAVIGLIE CHE CI OFFRI !

In effetti, i vissuti di Luca s’intersecano senza confondersi: il lavoro nel Veneto e la realtà affettiva del cane e della sua donna, le esperienze vissute da piccolo nel contesto familiare allargato e il confronto tra la sua esperienza siciliana e quella veneta. Il suo “ritorno al passato” si evolve dalla sua realtà psichica in atto e si conclude con il “ritorno al presente” con un unico biglietto di andata e ritorno.

 

UN “BREVE ETERNO” ! UNO “SPAZIOTEMPO” !

Luca non può, di certo, rivivere le parti psichiche intriganti del suo passato con un semplice ritorno a Siracusa, il luogo, dai parenti prossimi e rimasti in vita, gli affetti, ma può veramente rivivere in sonno e in sogno, senza le ristrettezze della vigilanza dell’”Io” e del “principio di realtà”, una parte importante della sua formazione affettiva. Mirabile è il “principio del piacere” che contraddistingue il sogno. Da sveglio Luca può elaborare con la “fantasia” quei momenti, quei luoghi e quei personaggi che hanno riempito la sua infanzia. Da dormiente Luca in sogno può riattualizzare e rivivere gli stessi temi in maniera allucinatoria con l’autenticità dei risvolti emotivi e appagando il suo desiderio: “processo primario” e “principio del piacere”.

 

IL SOGNO E’ AUTENTICO !

Luca ha due realtà affettive in atto, la pregressa che ha formato parte del suo carattere, l’attuale che lo appaga e lo completa nel suo divenire. Il sogno, come si è detto ampiamente in precedenza, verte chiaramente sul rimando temporale tra passato e presente, sul rimando geografico tra Veneto e Sicilia e sviluppa in maniera lineare queste apparenti discrepanze nella cornice di un presente affettivo e di un’attualità psichica senza ombre regressive e tanto meno dolorose.

 

IL FANTASMA

Il sogno di Luca è discorsivo e psicodinamico, ma non si esime dal porre un “fantasma” in riguardo alla figura materna. Il sogno si difende dall’eventuale angoscia tramite il meccanismo dello “spostamento” e della “condensazione”, la nonna al posto della madre. Luca trasla nella nonna il suo attaccamento affettivo di qualità avvolgente nei riguardi della madre e nel sogno lo può sviluppare tutto fino al sopravvento del pudore. Eccolo!

 

“…la nonna, che Luca era stupito di vedere, si alza in piedi e lo abbraccia e restano abbracciati per un po’ di tempo. Lei gli dice cose che non ricorda, ma del tipo di quelle che gli diceva sempre quand’era piccolo. Luca si sente in imbarazzo abbracciato alla nonna perché ci sono tante persone intorno.”

 

Si evince chiaramente l’intensità affettiva e il volume del “fantasma” materno.

Si manifesta eclatante un bisogno fusionale con la madre all’interno di un contesto sacrale. I bambini vedono sempre, nel sogno e nella veglia, i genitori come figure maestose, sia per un fatto fisico, l’essere adulti, e sia per un fatto psichico, la dipendenza. Ritornando al sentimento del pudore, ”Luca si sente in imbarazzo abbracciato alla nonna perché ci sono tante persone intorno”, si evidenzia in maniera netta il sentimento della “rivalità fraterna” nelle “tante persone intorno”. E’ chiaro che Luca non è figlio unico, il solo e il singolo e il privilegiato, l’erede universale dei beni materni. Luca condivide la madre e questa condivisione è un fattore responsabile nella formazione del carattere e nello specifico del “fantasma della madre” con la qualità di “imponente, alta e avvolgente”. Il fatto che “nell’abbraccio non vede niente” attesta della purezza di questa emozione e dell’autenticità di questo bisogno di Luca “infante”, “senza parole”. Nel presente del sogno si condensano i bisogni affettivi di allora sotto la benefica forma traslata della nonna; quest’ultima, a suo tempo, ha colpito nel segno e ha lasciato un ottimo “imprinting”, se può tranquillamente presentarsi gratificante e non conflittuale nel sogno. La nonna è il tramite e l’alleato che consente alla psiche di confezionare un bel sogno  senza patemi e senza angosce, senza regressioni e senza sublimazioni. Tutto questo accade al di là di come la madre si è offerta nella realtà. Il sogno siamo noi e, quindi, i vissuti vanno ascritti al sognatore.

 

IL SOGNO SIAMO NOI !

Questa è la parte affettiva pregressa del sogno di Luca, una parte importante del suo carattere, tecnicamente detto “formazione reattiva”. Andiamo a disoccultare la parte in atto: la resistenza a liberare l’affettività negli investimenti della “libido. All’uopo il sogno ci offre un consistente assaggio:

 

“Vuole raccontare tante cose a Sissy, ma non riesce.”

 

La psicodinamica con Sissy presenta un blocco nella parola, “infante”, Luca non sa parlare del suo passato a Sissy che rappresenta in primo luogo se stesso, difesa della “traslazione”, e di poi, soltanto di poi, l’altro da sé, Sissy e tutti gli altri. Luca non sa parlare di sé a se stesso in riguardo al suo trascorso affettivo e in atto nel suo presente psichico. Il sogno suggerisce con dolcezza a Luca di integrare in maniera proficua nella sua casa psichica la dimensione affettiva per farne un tutto armonico e atto alla migliore possibile “coscienza di sé”. Quest’operazione serve per favorire “l’autonomia”, il “far legge a se stesso”.

 

IL SOGNO E’ TERAPIA

Il blocco della parola si snoda subito in una paura che sembra un pregiudizio, ma che in effetti è soltanto una paura allo stato puro e viene risolta successivamente con il ripensamento.

 

“Entra in casa dello zio e fa vedere a Sissy il piano terra della casa con le stanze enormi e la luce soffusa.”

 

Luca sta riconoscendo una parte della sua formazione psichica, quella legata alla sua reiterata esperienza siracusana durante l’infanzia e l’adolescenza, stagioni di grande trambusto psicofisico in cui avviene e si completa la formazione del carattere. Luca attribuisce a Sissy la conoscenza di una sua esperienza esistenziale legata alla Sicilia, vissuti oggetto del sogno insieme all’altra parte della sua esperienza di vita, il teatro del Veneto. “Piano terra”, “stanze enormi”, “luce soffusa”: ecco i fantasmi con cui Luca ha condensato nel sogno la sua esperienza psichica nella terra di Archimede. Decodifichiamo: Il “piano terra” della casa rappresenta a livello intellettivo la concretezza pragmatica, l’intelligenza operativa, la fattività legata all’azione, la funzione attiva e deliberante dell’”Io”. A livello sentimentale condensa un legame alla terra e all’universo femminile, alle madri e all’isteria, alle pulsioni e alle emozioni: un tratto caratteriale uterino. Le “stanze enormi” sono il simbolo di una buona recettività psichica e di una variegata duttilità sentimentale, di un’abnorme generosità e di un’acritica disposizione. Le “stanze enormi” accolgono ma contengono, ricevono ma adattano: l’ospitalità è un simbolo femminile e ha un suo prezzo. La “luce soffusa” rappresenta la parte crepuscolare della coscienza, l’emotività in eccesso e la riduzione della funzione moderatrice dell’”Io” rispetto alle pulsioni dell’”Es”, la caduta della vigilanza razionale e l’avvento del senso-sentimento. Luca vuole comunicare a Sissy la diversità della sua formazione psichica facendole vedere e visitare la casa, simbolo della psiche, e sostenendo che esiste una maniera diversa di vivere ed esternare l’affettività in Sicilia rispetto al Veneto.

 

“Le dice che in Veneto non si potrebbero fare stanze di questo tipo e lei risponde che non è vero.”

 

Lei è lui. Luca sa le cose giuste, ma si difende dal prendere coscienza dell’importanza d’integrare la sua sfera psichica affettiva nel versante siculo e nel versante veneto. Luca deve capire che la diversità culturale è stata vissuta come una frattura nella sua “formazione reattiva”, il carattere, come una ferita legata allo sbalzo psichico, come un “fantasma di perdita”, prevalentemente affettiva in questo caso. Luca deve accomodare questi tre punti e operare una panacea alle sue difficoltà trasformandole in virtù.

Questo per quanto riguarda la relazione con se stesso. Per quanto riguarda la relazione con l’altro da sé, Sissy in prima istanza, serve la parola: il dono di parti di sé, l’investimento di “libido”, la comunicazione e la condivisione, la sicurezza e la generosità. La “parola mitica” è energia vitale, creazione, evoluzione, espressione della dimensione psichica profonda. La “parola fantasma” è “libido genitale”, piacere del dare, presenza e cura. La “parola sociologica” è retorica o arte del persuadere, oratoria o arte del bel dire, eristica o arte del convincere. Ricordiamo che il vangelo di Giovanni esordisce con “In principio era il Verbo” e tesse le lodi creative della parola divina. Il “fantasma della parola” si traduce in dimensione inconscia e creatività, isteria e catarsi, affetto e relazione, identità psichica. Ritornando al portentoso abbraccio con la nonna, Luca “non vede niente” ossia si abbandona all’emozione e al sentimento sospendendo le funzioni dell’”Io”; inoltre, attribuisce alla nonna le parole che non ricorda, ma che pensa riguardino i sentimenti d’amore esplicitati dalla nonna al suo essere bambino.

Procediamo con le figure genitoriali. All’inizio del sogno si erano profilate, ma Luca le aveva congedate in maniera rapida e chiara.

 

“Arriva a casa di suo zio a Siracusa e incontra i suoi genitori che gli suggeriscono di suonare il campanello.”

 

Non ci sono particolari simboli e tanto meno conflitti, ma soltanto genitori semplici e didattici che aiutano a risolvere problemi pratici. Di poi, subentra il “fantasma materno” nella figura della nonna e il “fantasma paterno” nella figura del nonno. Della “nonna-madre” si è detto ampiamente, mentre del “nonno- padre” il sogno offre i seguenti dati.

 

“Il nonno ha una maglietta nera con le maniche corte”, “Il nonno lo saluta con indifferenza”.

 

La figura paterna non è dominante anche perché simbolicamente la sfera psichica affettiva, di cui ampiamente il sogno di Luca tratta, si ascrive alla madre e all’universo femminile. Dominano nella figura paterna la dimensione spartana e giovanile nell’abbigliamento e l’assenza di conflitti nell’”indifferenza”, almeno per quanto riguarda la psicodinamica affettiva in questione. Il simbolo dell’indifferenza recita: difesa dal coinvolgimento emotivo e dagli “investimenti della libido”, ma nel sogno di Luca prevale la sfera affettiva e di conseguenza la madre. Il padre resta in questo caso una figura “a latere”.

 

Particolare attenzione merita il cane Gringo proprio per il tema dominante dell’affettività. Gringo è l’oggetto privilegiato su cui Luca investe al sicuro i suoi capitali affettivi, a cui si concede con naturalezza, a cui si affida e di cui si preoccupa e si prende cura.

 

“…e con i cani, Gringo e Cucciola”.

 

Gringo è l’”alter ego” affettivo di Luca, se stesso e l’altro da sé come oggetti d’amore, come campo d’amare. La “libido narcisistica”, a suo tempo non adeguatamente vissuta per la rivalità fraterna, viene recuperata e fusa con la “libido genitale”, quella donativa e a cui non mancano le parole, quella adulta e non infante, quella che si abbandona fiduciosa nel dare piacere e nel prendere godimento. Gringo è la condensazione di Luca, che non è il suo padrone, ma il suo equivalente o sostituto.

 

“Sale con il suo cane Gringo al piano superiore”.

 

Quest’ultimo rappresenta il processo di difesa della “sublimazione della libido”. Mai si potrà definire in maniera più appropriata l’amore verso il proprio cane: un investimento sublimato. Gringo lo segue come un’ombra, ma non è invadente ed esclusivo perché consente a Luca di distribuirsi nel sogno sicuro che lui c’è.

 

“…poi pensa al cane Gringo e vede che è dietro di lui disteso per terra che gioca con un cuginetto. Si mette per terra con loro…”

 

Il gioco crea fusionalità e complicità, le classiche e necessarie doti del sentimento d’amore e le parole veicolano questo sentimento. L’empatia è suggestiva, ma può essere un grosso equivoco, un fraintendimento magico, un’illusione conveniente. Luca fa con Gringo le cose giuste in attesa che di prendere coscienza e di attuarle con se stesso e, di poi, con gli altri. L’investimento e l’affidamento sono i sentimenti giusti della “libido donativa”.

 

LA CONCLUSIONE

Il sogno ha il suo epilogo nel “ritorno al presente” affettivo, ai legami e ai sentimenti in atto con il ritorno nel Veneto e con la vita di tutti i giorni, una quotidianità che può non essere brillante, ma che dà grande sicurezza.

 

“…pensa che deve andare a lavorare in Veneto, che poi sarebbe tornato a casa e che Gringo e Carmela l’avrebbero aspettato.”

 

“Aspettato” è la parola che denota l’interesse affettivo degli altri. Luca è  importante per Sissy, per Gringo e per la povera Cucciola che nel sogno è stata soltanto marginalmente coinvolta. Il sogno ha operato un bel servizio per dire e per prendere coscienza. Il sogno ha detto che, come Ulisse, la formazione affettiva si avvale di un ritorno al presente con Sissy, Gringo, Cucciola, i nonni genitori, i fratelli e altri personaggi non certo minori che vogliono, a diverso titolo e modo, bene a Luca. Per quanto riguarda la nostalgia, è auspicabile contenerla nelle giuste dimensioni emotive di un ritorno gratificante al passato, di una distensione dell’anima al passato, come voleva il grande Agostino di Tagaste in riguardo al tempo e all’eternità.

 

IL SOGNO E’ DIAGNOSI E PROGNOSI

La prognosi impone a Luca di comporre la formazione caratteriale integrando al meglio la componente affettiva, di non abdicare alla conoscenza di sé e degli altri, di fidarsi degli investimenti di “libido”, di conoscersi e di farsi conoscere, di usare il paradigma affettivo “Gringo” negli affetti in atto e in divenire. Inoltre, la prognosi sollecita la risoluzione del micidiale “sentimento della rivalità fraterna”, responsabile in gran parte della sfera affettiva e delle psicodinamiche conseguenti. Per quanto riguarda la “nostalgia”, il “dolore del ritorno”, bisogna comporla nell’eterno presente e viverla come la riattualizzazione della propria significativa esperienza formativa.

 

Il rischio psicopatologico si attesta nel tralignare della “nostalgia” e della “rivalità fraterna” nel “fantasma di perdita” con struggimenti legati alle frustrazioni della sfera affettiva e nel portare avanti psicodinamiche affettive insoddisfacenti che aspettano di essere completate.

 

Riflessioni metodologiche: mi preme precisare il simbolo del “cane”, al di là del trattamento riservato a Gringo da Luca nel sogno, un significato dettato dal contesto in cui il benedetto alleato era stato inserito, suo malgrado o suo bengrado. Il “cane” condensa l’affidamento acritico e la dipendenza psichica, l’alleato e l’oggetto su cui si possono trasferire i fantasmi, la traslazione di un investimento libidico di qualità prevalentemente affettiva. Altra precisazione teorica importante: la “nostalgia” non implica la “regressione” intesa clinicamente come “processo di difesa dall’angoscia”. La “nostalgia” sembra una regressione temporale in quanto riporta la psiche a svolgere psicodinamiche legate alle esperienze vissute, ma in effetti è un “ritorno al presente”, un rivivere e un rivisitare, un riattualizzare a conferma che la Psiche esula dalla categoria temporale in quanto gode di un “breve eterno”, breve perché dura soltanto una vita. Ancora: il sogno di Luca consente di formulare simbolicamente la “personalità mafiosa” a dispetto della benamata e benemerita Nancy McWillians e del suo formidabile libro “La diagnosi psicoanalitica. La struttura della personalità e processo clinico”. La “personalità mafiosa” si attesta simbolicamente nel “piano terra della casa con le stanze enormi e la luce soffusa.” oltre all’usanza del bacio: “…non sa se li deve baciare”. Chi mi sta leggendo penserà che sono un siciliano burlone, ma si sbaglia perché non mi sto riferendo all’organizzazione criminale, la mafia, ma alla cultura, a un dato culturale, a un’interpretazione di se stessi e della realtà, uno schema che alberga e impera. La riporto: il “piano terra” della casa rappresenta la concretezza pragmatica, l’intelligenza operativa, un legame all’universo femminile, alle madri, alle pulsioni isteriche, mammasantissima”, e alle emozioni forti. Le “stanze enormi” sono il simbolo di una buona recettività psichica e di una variegata duttilità sentimentale, di un’abnorme generosità e di un’acritica disposizione. Le “stanze enormi” accolgono ma contengono, ricevono ma adattano: l’ospitalità è un simbolo femminile e ha un suo prezzo. La “luce soffusa” rappresenta la parte crepuscolare della coscienza, l’emotività in eccesso e la riduzione della funzione moderatrice dell’”Io” rispetto alle pulsioni dell’”Es”, la caduta della vigilanza razionale e l’avvento del “senso-sentimento”. Questo è quanto.

 

“COMUNQUE ANDARE” O “AMOR FATI”

download

Alle ore 11.26 del giorno 17 luglio dell’anno 2016 la canzone “Comunque andare”, interpretata da Alessandra Amoroso e scritta insieme a Elisa, altra valente cantautrice, aveva registrato su “facebook” 33.893.599 visualizzazioni. Sono rimasto due volte colpito. Il primo scossone me l’ha dato l’ascolto di questa canzone magistralmente eseguita dalla fascinosa voce dell’Alessandra Amoroso, il secondo scossone è venuto dal numero elevato di fruitori. Mi sono chiesto da cosa potesse dipendere tanto ascolto e, tralasciando i tanti meccanismi di diffusione pubblicitaria, ho rivolto l’attenzione al testo, ai fantasmi che poteva contenere e scatenare negli ignari ascoltatori. Ho rilevato che il testo della canzone ha una sua logica consequenziale e discorsiva. Tratta della scelta esistenziale di riscattarsi dal dolore del passato e di vivere intensamente le varie esperienze del presente sotto l’egida dell’amore: una strategia di vita, un riscatto dal dolore, una visione ottimistica. Questo contenuto è espresso in una valenza gradevolmente “ermetica” e si snoda dinamicamente tra “significato” e “significante”, comunica una trama di grande interesse lasciando a chi ascolta la possibilità di riversare nel testo letterario e nel contesto musicale del materiale psichico personale, il “significante” per l’appunto. “Comunque andare” può essere, quindi, considerata una canzone poetica molto ricettiva perché consente all’ascoltatore di trovarsi dentro una situazione di vita conflittuale e segnata da un amore in atto e vissuto in una cornice ottimistica dell’uomo e dell’esistenza. Ho pensato, allora, di trattare il testo come un “sogno a occhi aperti”, una “fantasticheria” poetica molto prossima alla realtà, un prodotto psichico con i suoi “fantasmi” che provocano e riverberano fantasmi altrui facendo eco e creando fascino e tanto ascolto. Alla particolare struttura psico-poetica del testo bisogna aggiungere il veicolo fortemente emotivo della musica, dei personaggi Amoroso ed Elisa, della diffusione capillare e organizzata. A questo punto non resta che procedere nella decodificazione del “sogno a occhi aperti” che fa sognare, sempre “a occhi aperti”, milioni di persone che lo ascoltano in ritmo musicale e offerto da una bella presenza e da una poderosa voce. Procedo nel cogliere la psicodinamica e i “fantasmi”, i responsabili profondi del coinvolgimento emotivo, a riprova che a livello psichico esiste una buona democrazia e una giusta tirannia: ognuno viene pilotato dal testo e ci mette del suo materiale psichico. Del resto, l’uomo è un animale condizionato sin dal grembo e può aspirare soltanto a una libertà condizionata.

“Comunque andare”: “amor fati”, amore del proprio destino di uomini, accettazione consapevole dell’essenza umana e altrettanto consapevole esercizio del vivere in maniera attiva e fattiva, una vita non spericolata alla Vasco Rossi, ma sicuramente aliena da noia e da depressione: una vita da protagonista. “Homo faber suae fortunae”, l’uomo è artefice del proprio destino, secondo la lezione psico-culturale del Rinascimento italiano.

“Anche quando ti senti morire”: ecco l’istanza psichica depressiva, il “fantasma di perdita”, il morire in vita, l’impedimento a far nascere dalla propria interiorità i progetti pensati e le parti migliori di sé, l’angoscia di non sapere dare realtà a ciò che ancora di noi stessi non è nato e che aspira ardentemente a vedere la luce.

“Per non restare a fare niente aspettando la fine”: si precisa ulteriormente il “fantasma depressivo della perdita”, l’inerzia del nulla in attesa della morte, la fine temporale del vivere senza investire la naturale “libido”. E’ una meravigliosa sintesi clinica della depressione. Facciamo le cose che ci sono da fare in questa vita: questa è una buona psicoterapia.

“Andare perché ferma non sai stare”: contro la pulsione depressiva e contro l’angoscia di perdita si conferma la risoluzione del “fantasma” nell’agire e nel fare, nel trionfo risolutivo del vivere investendo le migliori energie.

“Ti ostinerai a cercare la luce sul fondo delle cose”: la “luce” condensa la razionalità, il senso logico della propria realtà, la visione ottimistica della vita: il “divino umano”. La “luce” scruta il “fondo” profondo e lo illumina, la “luce” rischiara il materiale psichico profondo e rimosso, la “luce” avvolge i vissuti caratteristici del vivere e dell’essere uomini. La “luce” è in alto, ma scende a illuminare l’essenza della realtà e l’importanza della materia. La “luce” è una tenace ricerca della “coscienza di sé” attraverso la reintegrazione delle parti psichiche profonde e non adeguatamente riconosciute.

“Comunque andare”: “amor fati”, amor proprio, amorosa cura di se stessi e del proprio destino, “la cura” di Franco Battiato, l’investimento gradevole e salutare della propria “libido”.

“Anche solo per capire”: la vita vale la pena di essere vissuta anche per la consapevolezza di se stessi e per la comprensione della realtà. “Capire” condensa il senso e il significato, il metter dentro di noi e il prendere, un “capire carpire” con una valenza intellettiva. La ricerca della razionalizzazione e dell’integrazione del “fantasma di perdita” continua con l’incalzare del registro musicale e del gioco delle tonalità.

“O per non capirci niente”: una forma di comprensione, la coscienza dell’impossibilità di cogliere la verità, quella verità che si nasconde sempre e che si deve disoccultare, quella verità che può anche non venire alla luce. La consapevolezza di sé è risolutiva anche nell’ignorare. Il “saper di non sapere”, di socratica memoria e antitetico all’arroganza intellettuale dei Sofisti, è una consapevolezza propedeutica a una migliore “coscienza di sé”. La parola “verità” si collega etimologicamente al greco “aletheia” e si traduce “senza nascondimento”. La verità, quindi, si nasconde e spetta all’uomo toglierle il velo, quel “velo di Maia” che la copre e la confonde e di cui scrisse Schopenhauer. Quant’è faticosa la strada che porta all’autocoscienza!

“Però all’amore poter dire ho vissuto nel tuo nome”: un tema apparentemente obsoleto quello dell’amore, ma che s’inserisce molto bene nel contesto musical poetico. L’amore simbolicamente equivale alla fusione psicofisica, alla comprensione emotiva e non necessariamente logica, al senso di abbracciare, alla “libido genitale” del dare con piacere e trasporto, al coinvolgere e comprendere. “Eros” prevale su “Thanatos”, il piacere dell’aver un buon demone dentro, “eudaimonia”, supera il dolore e l’angoscia. Inoltre, il vivere nel suo “nome” appare simbolicamente inquietante, dal momento che viene battezzato il senso della vita. “Sia santificato il tuo nome”: il nome al posto di una filosofia di vita e di un riconoscimento dell’altro, il culto della “pietas” come valore di vita. In effetti, l’amore evocato è l’amore di se stessi e del proprio destino, “amor fati”. Quanti aspettavano un uomo in carne e ossa per Alessandra e per Elisa restano delusi, ma il testo non è banale, come banali non sono le donne che l’hanno concepito.

“E ballare”: la terapia del fare, l’investimento della “libido”, l’isteria del vivere. Il “ballo” è la condensazione simbolica dell’armonia psichica in riferimento all’unità “psiche-soma”, il nostro “tutto” quotidiano. Il “ballare” è una scarica purificatrice, una “catarsi” aristotelica delle angosce che contraddistinguono l’essere umano nella sua evoluzione psichica ed esistenziale. “Ballare” è sensazione di leggerezza e di armonia nei movimenti del corpo e nei voli della mente. “Ballare” evoca il culto di Dioniso nell’antica Grecia del sesto secolo “ante Cristum natum” e la variazione dello stato di coscienza legato al movimento ritmico.

“E sudare sotto il sole”: s’intensifica la valenza catartica dell’angoscia nella conversione isterica del sudore, della nobilitazione dell’ansia e della “sublimazione “della paura, un meccanismo psichico di difesa naturalmente disponibile nella sua immediatezza ed efficacia. “Sudare sotto il sole” ha un nesso logico consequenziale, dal momento che il calore del secondo favorisce l’effetto del primo, ma ha soprattutto ha un nesso simbolico nell’esprimere poeticamente l’atto faticoso del vivere nella consapevolezza di sé e della propria realtà. Il “sole” resta sempre il simbolo della luce razionale, della consapevolezza dell’”Io”, del principio di realtà e della realtà psichica in atto.

“Non m’importa se mi brucio la pelle”: un richiamo alla “libido epiteliale, “la pelle”, in funzione di un eccesso di vitalità e di lucidità. La “pelle” bruciata rievoca l’intensità del vivere in base al “comunque andare”, ma mentre quest’ultimo in precedenza era un naturale andare in onore all’amore del proprio destino di vivente, adesso il “comunque andare” si è esaltato in una vita intensamente vissuta. “Non importa” la conseguenza sulla pelle, “transeat”, passi pure, sia concessa in deroga ai divieti e ai dettami morali del “Super-Io”, perché la pelle bruciata sa di esperienza affettiva ed erotica, di un affidamento a se stessi e alla vita dei sensi.

“Se brucio i secondi, le ore”: s’introduce il tempo, il “fantasma del tempo” nella sua valenza positiva, il concetto particolare di tempo antidepressivo, quello che non incorre in processi di perdita, il tempo fatto di “secondi”, l’immediato del “carpe diem” e l’eternità psichica del “momentum”, e il tempo storico, “le ore”, quello della continuità, dell’esercizio della vita e dell’affettività. In precedenza ha bruciato la pelle e il suo erotismo, adesso è naturale vivere con la stessa intensità il tempo nel suo scorrere e nel suo fermarsi, nella storia e nell’attimo.

“M’importa se mi vedi e cosa vedi”: si presenta apparentemente “l’altro da sé”, la realtà esterna fatta di cose e soprattutto di persone. In effetti si tratta di una proiezione di se stessa, delle parti psichiche rimosse e conflittuali. La vista arriva come il senso giusto dopo il tatto esaltato dal sole che brucia. L’investimento libidico su se stessa è stato fatto e il riscontro è quasi necessario: “mi vedo e cosa vedo”. Cosa ho allucinato di me stessa? Come ho esaltato la mia consapevolezza? Mi sono accorta che esisto per me? E ancora… le domande fatidiche e gettonatissime: cosa mi sembra e cosa mi piace di me? Importante parlare di me, di come mi vedo e di cosa vedo, sempre di me. La relazione amorosa con se stessa è servita da Alessandra e da Elisa su un piatto simbolico d’argento: un investimento di “libido” maturativa più che narcisistica, una forma di “amor proprio” più che un egocentrismo, un amore gratificante e gaudente verso se stessa.

“Sono qui davanti a te”: l’offerta di sé a se stessa si completa, la “libido” si esalta nell’amor proprio, la seduzione erotica si allarga al corpo che si fa vedere e si dispone. “Redde rationem!” Adesso “rendimi conto” di quello che hai investito e seminato in riguardo a te stessa. Così avrebbero detto gli antichi Romani in un impeto di sicurezza. Dopo titubanze e conflitti la disposizione e l’offerta si esplicitano nella loro completezza. Il “sono qui davanti a te” evoca il fantasma dell’offerta sacrale, non certo sacrificale, del proprio “corpo-mente”, il senso della preziosità dell’oggetto e della sua delicatezza nello stesso tempo. Importante non fuggire da sé e dalla presa di coscienza delle parti psichiche emergenti dal profondo. “Sono qui davanti a te” non tratta dell’uomo giusto secondo natura e secondo cultura, ma di se stessa con se stessa e condensa anche l’ambivalenza dell’essere indifesa e dell’essere sicura, un “timore e tremore” insieme a un “eccomi tutta per me” per prendere coscienza del mio “fantasma di perdita” rimosso e per integrarlo nella mia persona.

“Coi miei bagagli ho radunato paure e desideri”: il quadro emotivo si esplicita nei simboli del “bagaglio”, della “paura” e del “desiderio”. Il “bagaglio” rappresenta la “resistenza”, il materiale psichico che impedisce l’autocoscienza, il peso della vita nella consapevolezza, l’impegnativo peso dell’autocoscienza, quel “sapere di sè” che coinvolge e responsabilizza specialmente nella vita relazionale. La “paura” condensa la giusta emozione legata sempre alla consapevolezza della propria irripetibile individualità che viene sondata, una tensione consapevole in riguardo a un oggetto preciso, un oggetto interiore. Il “desiderio” scende etimologicamente dalle stelle, de sideribus”, e rappresenta la concretizzazione materiale di vissuti e sensazioni sublimate in precedenza per senso d’indegnità o per una naturale insicurezza. Mettiamo simbolicamente in cielo e in attesa di viverlo tutto ciò a cui aspiriamo e che vogliamo vivere. La partita si gioca sempre tra i poli psichici dei naturali conflitti con se stessi, il valore e la dignità, la coscienza e la capacità.

“Comunque andare”: ritorna per esigenza dell’insieme “testo-musica” la cura amorosa di se stessi e del proprio equilibrio psicofisico, una sollecitazione terapeutica che impone di non incorrere in processi depressivi di perdita.

“Anche quando ti senti svanire”: nei precedenti versi era “morire”, adesso si è evoluto malignamente in “svanire” per attestare che il testo ha un sottofondo psichico pessimistico, un sottobosco crepuscolare. Decisamente si tratta di un peggiorativo a livello di fantasma, perché lo “svanire” si attesta in un consistente “fantasma di morte” associato a un profondo e filosofico “nichilismo”. “Svanire” condensa la “vanitas vanitatum”, la concezione della vita come “vanità delle vanità”, come vuoto, come nulla, come assenza di un progetto e, quindi, impossibilità d’investimenti dell’energia vitale, la “libido”. La depressione più bieca si presenta nel “quando ti senti svanire” sotto la forma di nullificazione della vitalità.

“Non saperti risparmiare”: ecco l’antidoto alla depressione che bussa alla porta. Ecco la soluzione alla “vanità delle vanità”: investire al massimo e vivere alla grande. Non si tratta di generosità nei riguardi del prossimo, bensì di una scelta di vita che vuole la realizzazione del proprio “sé” attraverso l’agire e il fare. Si tratta di amor proprio, quel buon “sentire di sé” che sta nel mezzo tra l’egoismo e il narcisismo. Il “non saperti risparmiare” arriva all’isteria del vivere? Certamente evoca un benefico coinvolgimento orgasmico che allieta la vita di chi sa coinvolgersi e non lesinarsi con il metro di un modesto ragioniere.

“Ma giocartela fino alla fine”: ecco in gergo giovanile quanto detto prima in termini aulici. Il linguaggio popolare ha una formidabile capacità di sintesi e di resa psichica. La vita è un gioco e chi gioca rischia ma gode in ogni caso. Chi vive intensamente da qualche parte arriva sempre. La simbologia del “gioco” contiene anche le relazioni sociali di vario tipo e di vario genere, un gioco che può tralignare nella truffa, un gioco che può sublimarsi nel capolavoro. La tenacia del “fino alla fine” attesta di una volitività incredibile e classica delle persone che hanno maturato una buona autostima attraverso la sofferenza. La “fine” è intesa come il termine temporale di ogni singola azione e singolo progetto, ma anche come il processo naturale della fine della vita, la morte.

“E allora andare”: ritorna la formula dell’”amor fati” a confermare che la soluzione vincente per ogni uomo è vivere la vita intensamente giocando sempre e fino alla fine. Questa è la verità esistenziale!

“Che le spine si fanno sfilare”: una bellissima immagine e una buona metafora. Si tratta di una simbologia mista: da un lato fallica e dall’altro lato sensoriale, l’organo sessuale maschile e il sentimento sensuale del dolore. E’ ridotta la valenza erotica sessuale a vantaggio di quella sensoriale, emotiva e sentimentale. Il dolore passa e si risolve, il vivere e l’agire aiutano a non soffrire. I conflitti più acerbi si risolvono e senza grande danno. Si tratta della “sublimazione” di una simbologia sessuale verso sfere prevalentemente affettive, i dolori del cuore, le sofferenze dell’anima, le ferite psichiche da cicatrizzare.

“E se chiudo gli occhi sono rose”: per l’appunto, come si diceva in precedenza, al dolore subentra la consapevolezza e la crescita personale, all’oggetto parziale, la “spina”, subentra l’oggetto totale, la “rosa”, che resta a testimoniare dell’esperienza dolorosa vissuta ma con un senso compiuto. Ogni esperienza serve a farti crescere. La figura retorica della “sineddoche”, “spine-rosa”, è tanto opportuna quanto poetica. L’atto del “chiudere gli occhi” attesta simbolicamente di una volontaria sospensione della vigilanza razionale per adire a un abbandono alla vita crepuscolare della mente e all’esaltazione dei sensi.

“E il profumo che mi rimane”: non è ancora finita la compensazione psicofisica, perché le rose hanno anche un profumo, un buon profumo che resta a ricordare l’esperienza vissuta, sublimata e positivizzata. Il profumo è simbolicamente eccitazione sensoriale e traslazione di una presenza. Dalla “spina- dolore” alla “rosa- amore” e al “profumo- ricordo”: così si snoda la vita.

“Voglio ballare e sudare sotto il sole”: ritorna il vivere intensamente e l’isteria del vivere con la piena consapevolezza. Il “sole” fa sudare e illumina, un’apparente contraddizione, una buona convivenza simbolica che produce fascino nella combinazione delle figure retoriche e dei simboli, “ballare”, “sudare”, “sole”: vivere forte, vivere intenso, sapere di sé. Questa è una triade dialetticamente efficace.

“Non m’importa se mi brucio la pelle”: ritorna l’erotismo epiteliale, la “libido” vissuta e incentrata tra la consapevolezza e l’eccesso, l’abbandono e l’affidamento. La fallacia e l’errore, del resto, sono attributi umanissimi.

“Se brucio i secondi, le ore”: il tema del tempo, della vita che scorre e deve essere vissuta nell’attimo, i “secondi”, il “breve eterno” psichico, o nel trascorrere storico e istituzionalizzato delle “ore”. Una storia d’amore s’inanella tra l’uno e l’altro, mente una storia di sesso si svolge nell’attimo e non ha memoria, altrimenti richiama la sofferenza della nostalgia perché il presente è avaro di stimoli.

“M’importa se mi vedi e cosa vedi”: ehi, tu! Come mi vivi? Cosa t’interessa di me? Cosa ti fa impazzire di me? Io sono tanta e tante cose, ma tu quali parti di me prediligi? In che cosa ti colpisco, ti abbaglio, ti ammalio? Per me è molto importante sapere di me. Per me è essenziale non essere trasparente o tanto meno ignorata da me stessa. Tu dimmi, parlami, inondami di sguardi, regalami parole, tutte quelle parole e tutti quegli sguardi di cui io ho bisogno per fidarmi di me stessa e per affidarmi a me stessa. Questo sembra essere “l’altro da sé”, la realtà esterna fatta di cose e di persone, ma, in effetti, si tratta delle parti psichiche estromesse e conflittuali dell’Io, le parti psichiche alienate e che non hanno ancora visto la consapevolezza. La vista è il senso giusto per compattare la “coscienza di sé”. La storia psichica è completa e pronta per la complicità e la seduzione.

“Sono qui davanti a te”: un’offerta di sé a se stessa che sa di sacro e di profano. Sacro è il dono di sé, l’offerta totale e l’esposizione acritica per acquisire le parti conflittuali e rifiutate di se stessa; profano è il sotteso, quello che s’intende ma che ancora non si dice. La cultura occidentale e le religioni monoteistiche fanno fatica a concepire il sacro nella materia, ma questa immagine del “sono qui davanti a te” è altamente mistica, una teologia della materia, del corpo, del culto del corpo ossia l’erotismo. Il verso si corregge con “sono qui davanti a me” per superare le mie resistenze a incarnare l’autocoscienza.

“Coi miei bagagli ho radunato paure e desideri”: appunto,” sono qui davanti a me” con tutti i miei conflitti psichici, con tutte le zavorre culturali, con tutto quello che ha impedito la mia consapevolezza, con tutte le mie resistenze. Io mi offro le mie debolezze e le mie ambizioni, quello che ho temuto e temo, quello che ho voluto e voglio: la mia dimensione umana nei versanti più personali e interiori. Io mi offro tutto ciò che scende dalle stelle e che non ha trovato le parole giuste per dirlo per la maledetta paura di non essere capita e accolta.

“Comunque andare”: in ogni caso bisogna vivere e vivere al meglio possibile, vivere dentro e fuori il migliore dei mondi possibili.

“Perché ferma non so stare”: non amo l’indolenza e l’accidia, mi piace agire, fare e brigare. La depressione non fa per me. La sensibilità alla perdita rientra nella mia formazione psichica e per questo devo riconoscerla e tenerla sotto controllo come una parte naturale di me. Il “fantasma di perdita” va riconosciuto e controllato o meglio ancora sublimato nella sensibilità estetica, nella musica e nell’arte per esempio. Ma guarda caso!

“In piedi a notte fonda sai che mi farò trovare”: ecco che si disocculta ciò che si era intravisto, supposto e immaginato, l’uomo da amare, l’uomo che verrà a notte fonda e la troverà disponibile a essere per lui: un amplesso totale. Ma quest’uomo è la parte rimossa di lei che diventa consapevole. La notte rappresenta il crepuscolo della coscienza, l’assenza di ragione, il massimo di emozione, il trionfo neurovegetativo. In tutto questo tripudio lei sarà presente nel lasciarsi andare dopo il “sole”, dopo aver sudato e agito tanto, finalmente si rilasserà. C’è un contrasto tra “in piedi”, la vigilanza dell’Io, e la “notte fonda”, la dimensione psichica profonda e inconsapevole. La ricerca dell’autenticità e della completezza psicofisica passa attraverso un investimento d’amore su se stessa dopo essersi posta come oggetto di conquista. Amo il mio destino nella compattezza psichica, nella luce e nelle tenebre. La psiche si è integrata nelle parti rifiutate e rimosse, nelle parti conflittuali ed estromesse per difesa.

“E voglio ballare e sudare sotto il sole”: adesso è tempo di godere di sé. “Nunc bibendum est !” Il rito dionisiaco si può vivere in piena consapevolezza. Per il resto si tratta di una ripetizione funzionale al registro musicale, di un rafforzamento del vissuto e dell’induzione di un “significante” nel fruitore. Chi ascolta capisce, si commuove, rievoca, riempie il recipiente vuoto con i suoi vissuti.

“Non m’importa se mi brucio la pelle”: adesso si può anche azzardare, vivere le esperienze giuste con pienezza di presenza e di partecipazione, senza bagagli, senza paure e senza quei desideri che sono scesi dalle stelle e si sono realizzati.

“se brucio i secondi, le ore”: anche il tempo si può vivere pienamente e intensamente nelle sue sfaccettature storiche ed eterne, nelle sue dimensioni mediate e immediate, nelle “ore” e nei “secondi”.

“E voglio sperare quando non c’è più niente da fare”: “in extremis” si recupera e si manifesta ancora il “fantasma depressivo della perdita”, il “fantasma di morte” con cui il testo della canzone, il “sogno a occhi aperti”, la poesia, la “fantasticheria” è iniziata e con cui ha fatto l’amore entrando e uscendo da quel contesto psichico pessimistico, ponendo e risolvendo l’angoscia della perdita e della solitudine. Lo “sperare” è l’ultimo atto affermativo di fronte all’improvvida e infausta caduta nel “nulla eterno”, “quando non c’è più niente da fare”. Particolarmente intrigante ma altamente umana è questa dialettica tra la pulsione affermativa e la pulsione distruttiva, una psicodinamica che si sviluppa tra opposti e nella coincidenza degli opposti, rievocando umane debolezze e sicure virtù. Il simbolo “sperare” attesta la mortificazione degli investimenti della “libido”, l’affidamento acritico, la debolezza dell’Io, la dipendenza psicofisica, la crisi dell’autonomia psichica. Decisamente questo è il verso psicologicamente più critico del componimento di Elisa e Alessandra, ma resta sempre alta la proprietà del testo di dare a chi ascolta la possibilità di catapultarsi con l’emozione in una obsoleta dimensione di teatrale sofferenza. Si prova più gusto a soffrire che a godere.

“Voglio essere migliore finché ci sei tu”: ecco la giustificazione e la compensazione a tanto supposto disastro esistenziale. L’investimento affettivo e amoroso su se stessi rende migliori. La “libido” è nella fase matura dell’evoluzione psichica proprio dopo aver recuperato se stessi nella propria interiorità e completezza.

“E perché ci sei tu da amare”: sembra una caduta nel tema obsoleto delle canzoni e invece si tratta del recupero di sé e della giusta motivazione all’investimento della “libido” su se stessi in primo luogo. Di poi, si potrà amare “l’altro da sé”, la tanto attesa figura e la supposta persona.

“Dimmi se mi vedi e cosa vedi”: ritorna l’introspezione e l’autoanalisi.

“Mentre ti sorrido io coi miei difetti”: l’autoironia non guasta mai, così come la comprensione dei propri limiti e delle inevitabili mancanze. Il sorridere equivale simbolicamente alla compiacenza di chi si conosce nei meandri più segreti e ha potuto sperimentare la precarietà e la debolezza per farne la propria forza.

“Ho radunato paure e desideri”: per conoscersi ha dovuto vincere le sue resistenze, quelle false idee e convinzioni su se stessa che occultano la verità.

Bravissime le nostre formidabili donne!

In conclusione si può affermare che la decodificazione del testo di una complessa e gradevole canzone di musica, detta leggera ma che tanto leggera non è, ha colto la psicodinamica della reintegrazione psichica da parte dell’”Io” di parti conflittuali rimosse e nello specifico del “fantasma di perdita”. Il successo è legato a tanti fattori, ma in primo luogo all’evocazione profonda di pulsioni attrattive legate al rimescolamento dei fantasmi che formano la struttura della nostra storia psicofisica. Nel congedare questa ricerca invito il mio affezionato e paziente lettore a riascoltare la canzone per sentire l’effetto che fa dopo aver saputo della profondità del testo.

IL BRODO DI POLLO NEL FRIGO

refrigerator-70580__180

“Carmela apre il frigo e in un contenitore di plastica morbido c’è del brodo.
Il contenitore perde e insieme al liquido escono anche pezzi di carne di pollo.
Carmela si arrabbia perché lei aveva lasciato il contenitore sopra il tavolo e non sa chi è stato il cretino che l’ha messo in frigo.”

Cambio registro: sarò sintetico, chiaro, esauriente per quel che è possibile.
Carmela “apre”. Carmela si dispone alla presa di coscienza di un trauma o di un fantasma, in ogni caso di un vissuto rimosso estremamente personale e intimo. “Aprire” equivale simbolicamente a una riduzione delle “resistenze”, a una caduta del materiale psichico che si oppone all’autocoscienza in difesa dell’equilibrio psicofisico corrispondente e in atto, un equilibrio, pur tuttavia, non stabile e non autentico. “Aprire” attesta simbolicamente di un uso moderato del meccanismo principe di difesa della “rimozione”.
Il “frigo” rappresenta un “fantasma di morte” in relazione specifica al grembo materno: la “parte negativa dell’utero”, il potere mortifero dell’archetipo “Madre”, la “parte negativa dell’universo femminile” degnamente rappresentata nei miti e nelle leggende dalle Moire, da Lilith, dalle Furie, dalle Sirene, dalle Streghe e compagnia similar cantante.
Il “contenitore” condensa gli organi genitali femminili e nello specifico la vagina. Gli attributi di “plastica” e di “morbido” accentuano le caratteristiche carnali, mentre il “brodo” attesta la lubrificazione collegata all’eccitazione erotica e gestita dal sistema neurovegetativo. Il sogno di Carmela esordisce proponendo intimità femminili: la mestruazione? Un fantasma sessuale? Un’inibizione erotica? Un trauma abortivo? Procediamo.
“Il contenitore perde”, ha delle perdite e insieme al liquido escono anche pezzi di carne di pollo”. Ecco il “contenuto latente” del sogno: il “liquido” può essere il sangue mestruale, l’”uscire” è un parto liberatorio e una catarsi dell’angoscia, “pezzi di carne” si collegano a fantasie sul tema e sviluppate nell’infanzia o nell’adolescenza in chiara assenza di un’adeguata educazione sessuale, il “pollo” è la traslazione di un contenuto concreto come un grumo di sangue o un feto o qualsiasi parte organica come un fibroma o altro di simil natura. Il “pollo” è un cadavere familiare presente e gradito nelle mense di ogni famiglia: tutta colpa dei golosi! Carmela lo usa in sogno per questa valenza culinaria collettiva.
“Carmela si arrabbia”. La “rabbia” di Carmela attesta della sua contrarietà al vissuto traumatico che sta sviluppando in sogno: una “conversione nell’opposto” dell’angoscia per qualcosa di brutto che non ha accettato e per un fantasma che non ha adeguatamente razionalizzato. Il “tavolo” dove stava il contenitore rievoca una sala operatoria con un letto chirurgico prima dell’intervento. Il sogno offre i mezzi idonei per non andare sul traumatico, ma non si esime dal dire la verità anche se in maniera camuffata. Carmela deve aver subito un intervento chirurgico di un certo rilievo, quanto meno conosce i travagli del parto. Il suo corpo e il suo apparato sessuale erano intatti all’inizio dell’intervento, ma qualcuno a sua insaputa l’ha manomesso e ha danneggiato il contenitore. Anestesia chimica o rimozione psichica? Trauma realmente vissuto o fantasma di morte? Trattasi sempre di realtà psichiche “realissime” e profondamente vissute.
“Carmela si arrabbia perché lei aveva lasciato il contenitore sopra il tavolo e non sa chi è stato il cretino che l’ha messo in frigo.”
A proposito di “cretino” si rileva lo “spostamento” della parte psichica indifesa di Carmela che non ha saputo o potuto difendersi dall’aggressività dello stato fisico o della situazione psicologica in cui si trovava.
Questo sogno può essere utilmente elaborato da un’adolescente che si avvia alla pubertà e che riceve rudimenti di educazione sessuale, sempre da un’adolescente che subisce una visita specialistica ginecologica, da una donna che ha vissuto un intervento chirurgico o comunque una manipolazione agli organi genitali, da una donna che ha subito o immaginato un’interruzione di gravidanza naturale o volontaria, da una donna in menopausa e alle prese con la terza fase della sua vita sessuale. Il tema può anche essere elaborato da un maschio di qualsiasi età o per trauma indiretto o per fantasie sull’universo femminile o per attestare simbolicamente di un suo specifico fantasma.
La prognosi impone a Carmela di portare a compimento la presa di coscienza del fantasma o del trauma e di considerarlo in maniera adeguata come una necessità biologica e non come una manipolazione o tanto peggio una mutilazione del suo corpo. Si esclude il pericoloso “fantasma di frammentazione”.
Il rischio psicopatologico si attesta in una “psiconevrosi d’angoscia” di stampo “fobico-ossessivo” con le classiche somatizzazioni del timor panico.
Riflessioni metodologiche: non si rifletterà mai abbastanza sui traumi che il corpo delle donne subisce beneficamente o malignamente nel corso della vita. Si passa dalla meraviglia biologica che costruisce la vita, la gravidanza, alla realizzazione dolorosa dell’istinto materno, il parto. Si tratta di un corpo che incarna Eros e Thanatos, l’origine e l’amore della Specie, il distacco e la necessità dell’autonomia vitale, la fine e l’ineluttabilità del “nulla eterno”. Altro non so aggiungere, ma il sogno di Carmela dice tanto di più e merita la nobile arte di un poeta popolare per ricevere soltanto un’introduzione al tema “il corpo di una donna”. Nel frattempo si può ascoltare attentamente come approccio all’universo psicofisico femminile la canzone, in apparenza leggera, “la borsa di una donna” nella suggestiva interpretazione della cantante e autrice Noemi. E non è poco.