MIO FIGLIO E MIA MADRE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovavo in un parco naturalistico con mio figlio.

C’erano tanti animali liberi che correvano, cervi e rinoceronti.

C’era anche un torrente di acqua limpida e ho sollecitato mio figlio a tuffarsi.

Lui si è tuffato e il torrente si è ridotto a una pozza d’acqua che piano piano l’ha inghiottito. Solo la mano era fuori.

Ho cercato di dargli la mia mano per tirarlo fuori.

Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.

Mi sono svegliato angosciato.”

Simone è il sognatore in questione.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Annuncio subito che questo sogno si decodifica secondo le coordinate simboliche di un doppio registro: “Simone e sua madre”, “il figlio di Simone e la madre”, ossia la moglie di Simone e sempre secondo i vissuti di Simone. Entrambe le interpretazione sono presenti e possibili. La prima è profonda, la seconda meno, ma funge da causa scatenante, “resto diurno”, del sogno. La prima risale all’infanzia, la seconda all’età matura.

Parto per questa ardua impresa.

Mi trovavo in un parco naturalistico con mio figlio.”

Il quadretto onirico presenta il padre e il figlio in una cornice di vera Natura. E’ veramente degno di menzione per l’eccezionalità qualitativa e comporta nell’immediato una riflessione. L’agiografia, la pittura dei santi e non soltanto, mostra sempre la Madonna con il bambino e quasi mai Giuseppe con Gesù infante. Anche la pittura laica ha scelto e preso questo orientamento culturale.

Avete mai visto un quadro o un affresco sul tema della paternità?

Un figlio e tanto meno una figlia in braccio al padre?

Io ignoro, almeno per il momento. La spiegazione antropologica culturale esige che la madre con il figlio condensi simbolicamente l’Origine e il primato occulto del “principio femminile”, mito greco di Gea. Il padre con il figlio contiene la simbologia del potere culturale e politico, nonché la trasmissione di questo potere.

La spiegazione psicoanalitica, sempre su “padre-madre-figlio-figlia”, richiama la “posizione psichica edipica”, la conflittualità tra padre e figlio e la “castrazione” psichica di quest’ultimo a opera del primo e sempre nei vissuti del figlio. La spiegazione psicoanalitica rievoca la primordiale ostilità verso il padre da parte dei figli e l’imposizione dei tabù per la convivenza sociale dopo il parricidio da parte di quei figli terribili. Mentre, per quanto riguarda la madre con il figlio, la Psicoanalisi ha un occhio di riguardo perché la relazione ha un contenuto etico e filogenetico di Amore della Specie che oscura il desiderio incestuoso del figlio: il primato femminile e la dipendenza dell’universo maschile. Se poi, per par condicio, consideriamo la diade “padre-figlia”, la dialettica psico-culturale s’imbatte nel tema dell’incesto e della violenza paterna almeno durante la giovinezza del padre, mentre nella vecchiaia la dialettica acquista i toni della devozione e dell’amore filiale, “pietas” verso il padre: il tema psico-culturale della figlia Antigone e del padre Edipo. Una figlia in braccio al padre in una tela pittorica, sacra e profana, risulta assente nella mia debole memoria e nella mia tanta ignoranza.

Questi accenni antropologici come inizio dell’interpretazione di un sogno non vanno proprio male. Del resto, ho sempre sostenuto che un sogno non è un semplice sogno, è tanto di più, è un prodotto psichico che contiene veramente tanto di altro. Evoca tanta Cultura, per esempio. Nulla di nuovo sotto il sole e la luna.

Convergo sul tema onirico di Simone.

La rara e preziosa diade “padre-figlio” si trova in un ambito di intimità affettiva e protettiva dove dominano, per l’appunto, i bisogni naturali e sono estromessi le artificialità formali, oltretutto destituite di carica emotiva e sentimentale. Simone si sta dicendo in sogno che sta bene con suo figlio e che vive bene il ruolo di padre anche nella veste familiare, quando le manifestazioni psichiche vertono sull’intimo e sul privato. Non si tratta della classica gita al parco del Gran Sasso o di Vindicari o di Pantalica, si tratta della simbolica solidarietà che si stabilisce tra padre e figlio quando si convive e, possibilmente nei casi di divorzio, quando il figlio soggiorna con il padre per obblighi di legge e soprattutto per bisogni formativi psichici. Insomma Simone ama suo figlio e sicuramente è molto attaccato alla sua creatura a tutti i livelli. Questo è il significato psichico di “mi trovavo con mio figlio in un parco naturalistico”: il senso intimo e vitalistico della paternità.

Consideriamo anche la tesi che Simone rievoca la sua infanzia e il suo bambino dentro. Quel figlio è quel se stesso proteso nel desiderio di un padre ideale. Simone si “sposta” in suo figlio e si attesta come quel padre che è e come un buon modello di padre che cura il figlio nel versante psicofisico e che avrebbe desiderato.

C’erano tanti animali liberi che correvano, cervi e rinoceronti.”

Questa è la classica descrizione simbolica dell’universo degli affetti, delle pulsioni e dei bisogni allo stato puro, quando gli istinti sono liberi di esprimersi nel migliore teatro e nelle forme diverse. Tutta la fenomenologia dell’amore parte dal basso e, di poi, include l’alto, parte dal sistema neurovegetativo e arriva alla consapevolezza dell’Io e alla razionalizzazione. La base dell’amore paterno è l’istinto di investire nel figlio liberamente la “libido”, quell’energia vitale del padre che occupa i suoi spazi pulsionali e sentimentali. Il padre provvede alla sopravvivenza e al benessere del corpo del figlio e in questo compito filogenetico non è da meno della madre. Queste sono situazioni che richiedono un intervento sanguigno e ancestrale. Simone ama suo figlio con quel trasporto sensoriale ed emotivo che rievoca le frustrazioni della paternità e i sensi di colpa legati all’assenza. Il padre sta compensando ampiamente con il figlio tutta una serie di istinti e di pulsioni che si traducono nei bisogni consapevoli di un uomo devoto al suo ruolo e al suo compito per profonda convinzione. Gli “animali” rappresentano simbolicamente gli istinti e sono tutti maschi e “liberi” come in una prateria naturale e ricca di vita. Niente è addomesticato dalla Cultura o dall’abitudine, tutto il sistema neurovegetativo è allo stato puro o quasi. Simone è orgoglioso del suo essere maschile e del figlio maschio. Si tratta di corrispondenza di amorosi sensi, di empatia e di simpatia, si tratta di “filia” e di “pathos”.

Quello che Simone ha descritto per il figlio, vale anche per se stesso nell’infanzia.

C’era anche un torrente di acqua limpida e ho sollecitato mio figlio a tuffarsi.”

Dopo l’elogio della paternità Simone sposta, trasla, proietta sul figlio i suoi bisogni di assolvere eventuali sensi di colpa. E’ questo il senso del “torrente” e il significato della “acqua”. Quest’ultima, oltretutto, è “limpida”, è quasi pura, è esente da qualsiasi colpa e travaglio psicologico sulla colpevolezza. Simone non si sente in colpa nei confronti del figlio e si tuffa tramite il figlio in questo bagno che non può essere catartico per il motivo suddetto. Il sollecitare a “tuffarsi” indica la ricerca di un eventuale residuo di colpa, ma in ogni caso l’azione del “torrente” è forte e liberatoria da eventuali scorie psichiche non pienamente ripulite dalla consapevolezza e dalla razionalizzazione. Simone ha una buona e limpida “coscienza di sé”, almeno fino a questo punto. Il padre si sta gestendo con il figlio in maniera egregia e costruttiva, analizzando le sue pulsioni e le sue colpe. Le prime sono ottime e le seconde altrettanto. Meglio di così c’è il paradiso delle “uri”, le fanciulle dagli occhi neri di cui parla il Corano. Non dimentichiamo, comunque, che la simbologia del “torrente” e della “acqua limpida” indica l’energia vitale, la “libido” disinibita.

Lui si è tuffato e il torrente si è ridotto a una pozza d’acqua che piano piano l’ha inghiottito. Solo la mano era fuori.”

Da pieno e poderoso il sogno di Simone si colora all’improvviso di un drammatico evento: la fagocitazione materna. Mostra la “parte psichica negativa” del “fantasma della madre” elaborato nella primissima infanzia, la madre che annienta e divora il figlio, la madre che crea forti dipendenze e non libera, la madre che ama e ricatta, la madre che disconosce e uccide l’autonomia psicofisica del figlio. Si conferma la doppia lettura del sogno, una di superficie e l’altra profonda, una che riguarda il figlio di Simone e l’altra che riguarda lo stesso Simone.

Meglio: Simone sta rievocando la sua storia psichica o è preoccupato per la relazione del figlio con la madre?

Ci sono entrambe le possibilità e le problematiche. In ogni caso si privilegia Simone e la sua storia psichica e si afferma che il figlio e la sua relazione con la madre funge da “causa scatenante”, resto diurno”, del sogno di Simone. Mi spiego ancora meglio. Simone padre è preoccupato per la dipendenza eccessiva dal figlio dalla madre, sua moglie o ex moglie, e nel sogno elabora la sua storia psichica di dipendenza da sua madre. Chiarito ogni equivoco e dubbio, la simbologia dice che la “pozza d’acqua” rappresenta la “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella che crea dipendenze e non favorisce l’autonomia: “Piano piano l’ha inghiottito”. “La mano” che “era fuori” rappresenta la sola relazione salvifica possibile dalle grinfie nefaste della madre, simbologia, rafforzata e inequivocabile, della terra e dell’acqua. Questa “mano”, che Simone lascia fuori dal fango nello psicodramma onirico del figlio, è la sua. Si cerca disperatamente a questo punto il salvatore, il “deus ex machina” della tragedia greca che risolveva alla fine tutti gli enigmi e i conflitti che agli uomini mortali non era data possibilità di soluzione e di ripartenza per il prossimo travaglio delle umane sorti, per la prossima tragedia.

Ho cercato di dargli la mia mano per tirarlo fuori.”

Cosa può fare un padre di fronte al figlio che viene divorato dalla madre?

Cosa può fare un figlio di fronte alla madre possessiva che non lo riconosce come l’altro da sé, come l’oggetto esterno da amare e non da distruggere, come l’oggetto esterno su cui investire la sua “libido genitale” e non “orale”, insomma come il figlio?

Chi ha dato a suo tempo una mano a Simone?

Di certo, al figlio è il padre in persona, Simone, a tentare il salvataggio. Quel padre è mancato a Simone bambino. Gli è mancata quella figura che poteva salvarlo dalle insidie della madre immatura e ferma all’esercizio della “libido orale”, una madre ferma a contenere il rischio depressivo e per questo motivo indotta naturalmente a tenere i figli con sé vita natural durante. Simone realizza con suo figlio il desiderio di un padre presente che a suo tempo lo avrebbe tirato fuori dalle sabbie mobili della madre possessiva e in odore di depressione per la sua immaturità psichica. Gli ha “dato la mano”, non lo ha afferrato con la “mano”. Il salvataggio del figlio non è energeticamente consono e proporzionale al pericolo della madre fagocitatrice e del pericolo di annientamento che sono sul drammatico tappeto. La simbologia riporta in auge la “mano” e il “tirarlo fuori”, lo strumento relazionale e la soluzione del dramma senza ricorrere al “deus ex machina” di prima o all’imponderabile di sempre. Sulla scena sono presenti una madre possessiva, un padre preoccupato che ricalca in parte la figura di suo padre, un figlio in piena crisi di dipendenza e alla ricerca di una possibile autonomia. Tutti questi personaggi sono lo stesso Simone, sia nell’essere traslati nel figlio e sia nell’essere attribuiti al figlio. Lo psicodramma è del padre e il figlio è lo strumento per rivivere e riattraversare le esperienze vissute a suo tempo.

Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.”

Simone ha fato di tutto per salvarsi dalle spirali maligne della madre, ma non c’è riuscito anche perché l’azione salvifica del padre non è stata a suo tempo incisiva e determinante. Simone adesso, vedendo il tipo di relazione del figlio con la madre, rivive la stessa psicodinamica e lo stesso dramma. La scena biblica dell’essere “inghiottito dalla terra” si risolve nella semplice dipendenza psichica dalla figura materna per bisogno della madre di avere un ruolo, una funzione, un compito, una collocazione storica al fine di evitare la perdita di senso, di significato e di valore, la sua larvata “depressione” da “oralità” non risolta e non superata perché non evoluta nelle successive “posizioni psichiche”. E in quest’ultima minaccia psicopatologica incide anche la solitudine della madre e l’angoscia della perdita, favorita da altre perdite subite, tra cui ci può essere un marito assente o un uomo superficiale. Certo che la dipendenza del figlio dalla figura materna non evoca soltanto l’adolescenziale “posizione edipica”, il conflitto con il padre e il bisogno di possesso della madre, evoca soprattutto il forte legame affettivo della prima infanzia che ha rasentato la morbosità, la quasi malattia.

Il meccanismo psichico del “processo primario” che gestisce la scenografia del sogno, la “figurabilità”, ha trovato la sua eccellenza nel rappresentare allegoricamente lo psicodramma in questione: “Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.”

Nulla da aggiungere, perché tutto si è compiuto nel migliore dei modi psicologici, nonostante la crudele atrocità del quadro finale.

Altro che il figlio in braccio al padre!

I RADICCHI ROSSI E VERDI

TRAMA DEL SOGNO

Anastasia ha fatto questo lungo e variegato sogno.

“Mi trovo a casa mia e ho voglia di andare a prendere del radicchio nel campo. Guardando fuori dalla finestra vedo la casa di fronte con il campo annesso e so che là ci sono dei bellissimi radicchi.

Allora parto e vado sul campo camminando lungo dei solchi lasciati dalle ruote di un trattore, pieni di acqua e fango. Devo star attenta a non sporcarmi le scarpe.

Poi mi inoltro verso dei filari di viti per raggiungere l’orto dei vicini e ci devo andare di nascosto per non farmi scoprire.

Mentre guardo l’orto, mi accorgo che dalla parte opposta, in pieno campo, ci sono due uomini che stanno discutendo e io cerco di nascondermi anche da loro, ma mi accorgo di avere sulle spalle un asciugamano bianco e sicuramente, se non lo tolgo, mi vedranno.

Però non lo tolgo e continuo a camminare veloce e passo sotto un filare di viti per raggiungere l’orto e prendere i radicchi. Sono proprio belli, rigogliosi, verdi e rossi.

Quando mi avvicino all’orto incontro la padrona di casa con la figlia. A quel punto non posso più andare a prendere il radicchio e mi metto a chiacchierare dicendo che facevo una passeggiata.

Mi invitano in casa. Entro e trovo dentro tante persone, la stanza è molto buia. E la figlia mi dice che è triste perché la mamma soffre di Alzheimer ed inoltre ogni volta che vanno al supermercato questa signora si mette a ballare e mette in imbarazzo la figlia.

Allora io prendo la signora fra le braccia e la invito al ballo, lei prima tentenna, ma poi comincia a girare e siamo come dei veri ballerini e lei è molto felice. Intanto la figlia mi dice che sia lei che il marito hanno perso il lavoro per accudire la madre e che si sono messi a fare dei lavoretti da vendere per sbarcare il lunario.

Mi porta nell’altra stanza. Ci sono tanti tavoli con sopra dei lavori fatti a uncinetto. Nei primi ci sono delle donne sedute, con la testa china e tristi, che guardano dei centrini bianchi non inamidati e non stirati che stanno proprio male, allora le invito a sistemarli se li vogliono vendere.

Negli altri tavoli ci sono invece dei bouquet di fiori fatti in lana o gialli o rosa. Molto belli. Ma forse sono costosi e non voglio spendere troppo. Vorrei prenderli per i regali di pasqua, ma li voglio rossi e non ci sono.

Allora vado a vedere nella stanza accanto. Trovo un bel ragazzo, un maestro di musica che sta insegnando a degli alunni cosa sono le “note dure”, io non so di cosa stia parlando. Mi invita a sedermi e a prendere appunti sul quaderno. Il quaderno è bello, illustrato, solo che al momento di scrivere mi accorgo che nella maggior parte della pagina ci sono delle illustrazioni di colore nero e perciò non si vede cosa scrivo.

Penne bianche non ce ne sono, perciò scrivo a tratti qua e là sapendo che comunque farò fatica poi a studiare. Gli chiedo se ha altri quaderni e lui mi risponde che sarà meglio che ci faccia degli esempi per memorizzare la lezione.

Usciamo dall’aula e lo abbraccio e poi invito tutti a casa mia e ci prendiamo un caffè. Quando spreparano e col vassoio vanno al lavandino, fanno per rovesciare le tazze con ancora del caffè giù per lo scarico, allora li fermo per paura che rompano le belle tazze rosse ed oro che sono del servizio di mia mamma e li porto in bagno sulla vasca che è molto più capiente.

Qui apro gli scuri e la finestra per far entrare la luce e mi sveglio.”

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mi trovo a casa mia e ho voglia di andare a prendere del radicchio nel campo. Guardando fuori dalla finestra vedo la casa di fronte con il campo annesso e so che là ci sono dei bellissimi radicchi.”

Anastasia non ama la solitudine anche se sta bene a “casa” sua e con se stessa. E’ una donna irrequieta e dalla mille voglie e soprattutto non sa fare a meno della vita e della vitalità affettive al punto che è disposta a relazionarsi con facilità, pur di portare nella sua “casa” psichica i benefici privilegiati dalla sua persona. Il “radicchio bellissimo” è un attraente cibo affettivo di cui Anastasia è particolarmente ghiotta. L’esordio del sogno di Anastasia parla di “voglia” e di conquista, di un bisogno di socializzare affermativo e positivo. La decisionalità non è un difetto di Anastasia, così come la titubanza non si manifesta nell’aggressione alla “casa di fronte” e al “campo annesso” dove trionfano in pompa magna dei “bellissimi radicchi”. Anastasia inizia il sogno tessendo l’inno all’amor proprio, agli affetti e alla gente che la circonda.

Allora parto e vado sul campo camminando lungo dei solchi lasciati dalle ruote di un trattore, pieni di acqua e fango. Devo star attenta a non sporcarmi le scarpe.”

Anastasia rievoca il tempo in cui ha cominciato a relazionarsi e a scambiare la merce psichica con gli altri. Il “campo” rappresenta la società e le modalità che segnano la rete delle relazioni. Il senso del “camminando lungo dei solchi” descrive la tradizione e quanto detto prima in riferimento agli insegnamenti impartiti e imposti dai maestri e dalle maestre, nozioni intrise di sensi di colpa e in specie alle bambine in odore di procace adolescenza. Il “trattore” ha un suo peso reale e simbolico e con le sue ruote ci va giù di brutto nell’imprimere gli schemi culturali nelle coscienze delle giovani leve. Le “scarpe” sporche rappresentano le colpe metafisiche e psichiche in riguardo alla sessualità femminile e il senso del peccato in riferimento specifico alla vagina, come nel tempo delle streghe medioevali e dei monaci del “nome della rosa”. Stai “attenta”, Anastasia, al fango dei maschi e alle cattiverie delle madri che spesso e volentieri sono più bigotte delle suore dell’asilo. Anastasia dice a se stessa: “devo stare attenta a non colpevolizzare la mia sessualità in questo contesto di mondo così arcaico e tradizionalista.” Degna di nota è l’allegoria della forza della tradizione in “camminando lungo dei solchi lasciati dalle ruote di un trattore, pieni di acqua e fango.”

Poi mi inoltro verso dei filari di viti per raggiungere l’orto dei vicini e ci devo andare di nascosto per non farmi scoprire.”

Anastasia ricorre ai sotterfugi e si occulta per non essere smascherata nelle sue furtive intenzioni. “L’orto del vicino è sempre più bello” recita un antico adagio per attestare che si preferiscono e si privilegiano le cose degli altri rispetto alle proprie. Anastasia si è sentita emarginata in famiglia se pensa di trovare più attenzione e miglior fortuna presso i vicini e soprattutto nel loro “orto”, là dove simbolicamente si consuma il rituale affettivo. L’orto produce quel cibo che è simbolo di amore e di investimenti affettivi. I “filari di viti” rientrano nel paesaggio veneto e non hanno rilievo simbolico. Chiaramente Anastasia sa che i suoi genitori non approverebbero questo suo ripudio nei loro confronti e soprattutto in materia di affetti. Oltretutto, lei stessa avverte un senso di colpa nella preferenza accordata ai vicini e ai loro radicchi verdi e rossi. L’esigenza di esplorare il mondo circostante è più forte dei timori di essere punita.

Mentre guardo l’orto, mi accorgo che dalla parte opposta, in pieno campo, ci sono due uomini che stanno discutendo e io cerco di nascondermi anche da loro, ma mi accorgo di avere sulle spalle un asciugamano bianco e sicuramente, se non lo tolgo, mi vedranno.”

Il sogno di Anastasia è iniziato portando avanti una valenza affettiva e su questo bisogno moderato di un amore diverso prosegue senza tentennamenti. Anche l’universo maschile attrae Anastasia, “ci sono due uomini” che non sono censori, come temeva, ma persone normalissime che discutono. Anastasia ha un atteggiamento ambivalente, perché da un lato vuole nascondersi per non essere scoperta nella sua magagna e dall’altro lato ci tiene a essere notata grazie all’asciugamano bianco che porta sulle spalle. La donna è attratta e teme il rimprovero per essere sfacciata e in specie con gli uomini di una certa età. Ma perché Anastasia si deve nascondere? Perché i genitori non sono stati provvidi nelle manovre di affidamento quand’era bambina. Una madre severa ed arcigna e un padre lontano ed egoista completano l’opera in questo leggero psicodramma familiare.

Però non lo tolgo e continuo a camminare veloce e passo sotto un filare di viti per raggiungere l’orto e prendere i radicchi. Sono proprio belli, rigogliosi, verdi e rossi.”

Anastasia ha bisogno di relazioni significative e di affetti nuovi e diversi, per cui procede con la sua intraprendenza ad accaparrarsi i “radichi” più “belli” e “rigogliosi”, quelli “verdi e rossi”. La disinibizione si sposa con il timore del rifiuto e della censura, ma Anastasia ha le idee molto chiare su quello che vuole: stabilire relazioni affettive con persone diverse dal suo ambito familiare, allargare la cerchia delle sue conoscenze e delle sue amicizie. Anastasia rievoca la ragazzina che ha trovato difficoltà ad emergere in famiglia per la presenza ingombrante di fratelli e sorelle, per cui va a cercare e a mangiare i “radicchi” da un altra parte, là dove non ci sono rivalità e censure. L’orto del vicino è veramente vitale, oltre che bello, ricco di linfa ed anche eccitante. Così sogna la sfera affettiva la protagonista di questo sogno rurale. Relazionarsi e conoscere la gente è veramente coinvolgente e fascinoso.

Quando mi avvicino all’orto incontro la padrona di casa con la figlia. A quel punto non posso più andare a prendere il radicchio e mi metto a chiacchierare dicendo che facevo una passeggiata.”

Ecco realizzato il progetto affettivo di Anastasia. Doveva costruire un sogno dove poter rubare i radicchi era possibile ed, invece, s’imbatte proprio nella persona interessata, la padrona dei radicchi e oltretutto con la figlia. Anche in questa famiglia ci sono ostacoli, per cui è necessario cambiare strategia senza cambiare il progetto di fondo che resta quello di relazionarsi con persone estranee all’ambito familiare e di cercare miglior fortuna affettiva esibendo le migliori doti. Anastasia passeggia e nel passeggiare sperimenta le sue capacità sociali e la sua intelligenza operativa. La vita, del resto, impone di sapersi arrangiare e di far buon viso a cattivo gioco. Anastasia è un camaleonte e non è, di certo, seconda a nessuno nell’esibire la sua sfacciataggine. Il radicchio, che voleva rubare, si può anche ottenere in maniera suadente e diplomatica. Questa è una buona trovata e una proficua presa di coscienza che consente ad Anastasia di togliersi d’imbarazzo proprio esibendo una invidiabile faccia di bronzo.

Mi invitano in casa. Entro e trovo dentro tante persone, la stanza è molto buia. E la figlia mi dice che è triste perché la mamma soffre di Alzheimer ed inoltre ogni volta che vanno al supermercato questa signora si mette a ballare e mette in imbarazzo la figlia.”

Anastasia si è intrufolata nelle dinamiche relazionali e ha appagato il suo bisogno di stare con la gente essendo consapevole delle difficoltà che comporta conciliare le diversità caratteriali e le traversie umane. Non tutte le storie tra le persone sono rose e fiori, oltretutto la disabilità spesso è motivo di esclusione e non di arricchimento. La presenza di tanta gente significa la possibilità d’imbattersi in tanti modi di essere e in tante modalità di relazionarsi e questa è una ricchezza se non diventa imbarazzo e rifiuto. Anastasia si è mossa proprio per conoscere gente nuova e per stare con persone diverse. E’ partita da casa sua per le avventure sociali rischiando di trovarsi in imbarazzo e di non saper che pesci pigliare nelle situazioni più strane in cui si può trovare. Ma la donna dei “radicchi verdi e rossi” è intraprendente e non demorde di fronte a un conclamato morbo di Alzheimer, anzi pensa che può essere foriero di creatività e di sana follia.

Allora io prendo la signora fra le braccia e la invito al ballo, lei prima tentenna, ma poi comincia a girare e siamo come dei veri ballerini e lei è molto felice. Intanto la figlia mi dice che sia lei che il marito hanno perso il lavoro per accudire la madre e che si sono messi a fare dei lavoretti da vendere per sbarcare il lunario.”

La follia e la solidarietà ballano con i corpi di Anastasia e della signora che “soffre di Alzheimer”. La disinibizione non è soltanto sociale, ma si estende alla felicità dei ballerini anomali che non hanno bisogno di terapia, ma soltanto della felicità di liberare i corpi alle armonie e senza l’imbarazzo di trovarsi a ballare in un supermercato tra scaffali ripieni di cianfrusaglie buone per i veri dementi. Anastasia e la signora madre si sono riconciliate nei giri del walzer e nella concessione reciproca di un ballo ad ampie volute, come quelli dei bambini prima di sentire la testa girare e di stramazzare a terra. I ballerini sono felici di essere leggeri come l’aria che respirano senza affanno e godono delle espressioni che di giro in giro il loro corpo esprime. Ma la vita, purtroppo, scorre senza l’Alzheimer e coloro che vivono sono costretti a sopravvivere, ad andare sopra la vita, per cui non sanno ballare e non sono malati, sono sani mentalmente ma non fanno ampie volute con le gambe inesperte e intirizzite. La cicala canta e la formica lavora, l’Alzheimer balla e la normalità sbarca il lunario. Anastasia si sta proprio divertendo in questo surreale e così umano bordello di ballerini zoppi e di “radicchi rossi e verdi”, di disoccupati e di badanti in odore di eredità. I veri ballerini tentennano, ma poi cominciano a girare, ballano da soli e si lanciano senza paracadute nel vuoto delle aspettative sociali. E’ commovente questa solidarietà di Anastasia verso la follia creatrice e disinibita di una madre prossima alla dipartita.

Mi porta nell’altra stanza. Ci sono tanti tavoli con sopra dei lavori fatti a uncinetto. Nei primi ci sono delle donne sedute, con la testa china e tristi, che guardano dei centrini bianchi non inamidati e non stirati che stanno proprio male, allora le invito a sistemarli se li vogliono vendere.”

Anastasia sta visitando le sue stanze relazionali, attraversa le sue modalità d’approccio e i suoi bisogni di stare con la gente, nonché i desideri di potere e di primato. Anastasia sa e sa guardare, valutare, invitare, consigliare queste donne tristi e sedute con la testa china sopra abbozzi di ordinaria follia e di quotidiana amministrazione. Anastasia è un caporione, un arruffapopolo, un capobanda che chiama le donne al risveglio e alla rivoluzione, la ribellione dell’uncinetto e del ricamo. La bambina ha sofferto tanto nella sua famiglia, aveva poco spazio e ha tanto immaginato il suo Ronzinante e i suoi mulini a vento. Di Sancho Panza non sapeva che farsene, perché non era affetto dal morbo di quel signore chiamato Alzheimer e che ha dato il nome alla mente dei vecchi quando diventa bambina sotto le frustate dell’angoscia di morte.

Negli altri tavoli ci sono invece dei bouquet di fiori fatti in lana o gialli o rosa. Molto belli. Ma forse sono costosi e non voglio spendere troppo. Vorrei prenderli per i regali di pasqua, ma li voglio rossi e non ci sono.”

Il mercato rionale del sabato continua con le sue esposizioni floreali nelle stanze sociali di Anastasia. Si contratta e si vende al miglior acquirente. Ma Anastasia è moderata nelle spese e negli investimenti quando richiedono un suo intervento diretto. E’ generosa nel sociale, ma non trascura i suoi interessi. Fa regali a Pasqua, nel giorno della rinascita, ed è esigente nella qualità e nella forma. Il capoverso è contraddistinto da una vivace allegria e da una “verve” relazionale che mostra chiaramente le varie dialettiche che si possono instaurare tra la gente. Il giallo, il rosa e il rosso sono i colori giusti per descrivere lo stato d’animo brillante di Anastasia quando si trova con le varie persone. Pochi simboli e tante dinamiche sono presenti in questo sogno narrativo e accuratamente descrittivo.

Allora vado a vedere nella stanza accanto. Trovo un bel ragazzo, un maestro di musica che sta insegnando a degli alunni cosa sono le “note dure”, io non so di cosa stia parlando. Mi invita a sedermi e a prendere appunti sul quaderno. Il quaderno è bello, illustrato, solo che al momento di scrivere mi accorgo che nella maggior parte della pagina ci sono delle illustrazioni di colore nero e perciò non si vede cosa scrivo.”

Di stanza in stanza Anastasia procede curiosa e trova anche “un bel ragazzo”, addirittura “un maestro di musica” che insegna l’essenza delle “note dure”.

Ma cosa saranno mai queste “note dure”?

E chi sarà mai questo “bel ragazzo”?

La simbologia esige che le prime siano le disarmonie psichiche dell’esistenza e i traumi inevitabili nei quali incorre chi vive e esperisce le normali evenienze della vita. Anastasia sta rivivendo e sta tirando fuori in sogno qualcosa di intimo e privato che appartiene al corredo delle sue esperienze traumatiche: un uomo che insegna “a degli alunni” la parte dolente dell’esistenza umana. Il “bel ragazzo” maestro di vita appartiene alla cerchia delle persone significative e importanti di Anastasia. Si tratta di un uomo giovane e positivo che viene inizialmente rifiutato: “io non so di cosa stia parlando”. Anastasia si difende dai vissuti collegati a questa persona proprio perché la “nota dura” lo riguarda e la riguarda. Anastasia ha vissuto una storia con questa persona o meglio ha condensato e spostato in questa persona le dure esperienze affettive vissute a suo tempo. Anastasia è invitata da questo maestro di musica vitale, da questo “bel ragazzo”, “a prendere appunti sul quaderno”, a scrivere una storia fatta di tanti pezzi per dare forma alla relazione. La storia può essere bella e ricca di umanissimi temi, ma, nel momento in cui Anastasia deve viverla, qualcosa non va nel giusto verso: il quaderno è coperto da “illustrazioni di colore nero” che non consentono di scrivere alcunché e soprattutto di averne consapevolezza. Anastasia non ha potuto scrivere e vivere la storia con quest’uomo perché il colore nero, simbolo del lutto e della perdita, ha reso impossibile l’operazione e l’esperienza. La storia si è conclusa traumaticamente o con la rottura o con il lutto, la morte del “bel ragazzo” e del “maestro di musica” esperto nelle “note dure”, nella parte negativa dell’esistenza. Pur tuttavia, Anastasia non si rassegna e tenta di scrivere la sua storia anche se la consapevolezza è drastica e drammatica. La funzione onirica stempera la descrizione di questa trauma e riduce la carica d’angoscia, consentendo al sogno di procedere nella sua trama e ad Anastasia di continuare a dormire. Questo è il nucleo del sogno, il trauma della perdita. Anastasia nell’andare in mezzo alla gente si imbatte nell’uomo della sua vita e lo perde senza avere la possibilità di scrivere una storia insieme a lui.

Penne bianche non ce ne sono, perciò scrivo a tratti qua e là sapendo che comunque farò fatica poi a studiare. Gli chiedo se ha altri quaderni e lui mi risponde che sarà meglio che ci faccia degli esempi per memorizzare la lezione.”

Ci voleva una penna con l’inchiostro bianco per scrivere su una pagina nera e listata a lutto, per cui Anastasia si adegua alla situazione in atto pur sapendo che farà fatica a razionalizzare la perdita: “scrivo a tratti qua e là sapendo che farò fatica poi a studiare”. Anastasia continua a dormire e a sognare e si chiede se avrà altre storie da scrivere in “altri quaderni” e si risponde che dovrà procedere con la “razionalizzazione del lutto”, con la presa progressiva di coscienza del trauma che l’ha colpita. “Memorizzare la lezione” si traduce proprio nel far tesoro di quello che è successo.

Come reagirà Anastasia a tanta disgrazia e come sopporterà tanto dolore?

Diventa interessante procedere con l’interpretazione del sogno per rispondere a questa giusta domanda.

Usciamo dall’aula e lo abbraccio e poi invito tutti a casa mia e ci prendiamo un caffè. Quando spreparano e col vassoio vanno al lavandino, fanno per rovesciare le tazze con ancora del caffè giù per lo scarico, allora li fermo per paura che rompano le belle tazze rosse ed oro che sono del servizio di mia mamma e li porto in bagno sulla vasca che è molto più capiente.”

La solidarietà e la condivisione sono i valori culturali e i sentimenti che accompagnano l’odissea sociale di Anastasia. Un abbraccio per saluto al maestro di musica dalle note dure e una festa sociale per tirasi su il morale sono gli antidoti al dolore della perdita. Quando la festa è finita e si ritorna alla altrettanto dura realtà di tutti i giorni, Anastasia ha il problema delle “tazze”, si imbatte nel prezioso tema della sua femminilità: cosa farò del mio essere donna, della mia sessualità, delle “belle tazze rosse ed oro, quelle che mi ha dato mia mamma quando mi ha partorito e quando mi sono identificata psicologicamente in lei?” La “vasca da bagno capiente” è la soluzione all’eventuale rottura del servizio di porcellana. La simbologia si traduce in un figlio, quest’ultimo sarà la riparazione al trauma della perdita. Il grembo “capiente” di Anastasia è pronto per il parto. Le “note dure” sono proprio queste: Anastasia sogna il trauma della perdita del suo uomo e la compensazione della maternità. Dopo tanto girovagare tra la gente alla ricerca dei “radicchi rossi e verdi” da prendere furtivamente nell’orto della vicina, Anastasia si imbatte nel tema portante del sogno, la perdita e l’acquisto affettivi. Il buon radicchio trevigiano conferma la sua bontà psichica e simbolica nell’ordine degli affetti familiari e sociali.

Qui apro gli scuri e la finestra per far entrare la luce e mi sveglio.”

Il sogno si è concluso e si può andare in pace. Anastasia ha rielaborato con pacatezza e con i meccanismi di difesa del sogno la sua buona “razionalizzazione del lutto” e la buona compensazione dell’esperienza della maternità. Apre “gli scuri e la finestra” per risvegliarsi e dare il buongiorno al suo “Io” vigilante e razionale. Inizia la giornata nella realtà dopo il sonno e dopo il sogno.

La lunga interpretazione del lungo sogno di Anastasia trova qui la sua fine.