AKTHER MABIA 5

San Biagio di Callalta, 24 maggio 200…

Carissimi ma e ba,

finalmente trovo il coraggio di scrivervi.

Avevo bisogno di tanto coraggio per dirvi le cose brutte che mi sono successe in questi ultimi otto mesi.

Mi sono chiesta se era giusto dirle ai genitori e dare loro inevitabilmente un forte dolore, ma alla fine, dopo le vostre insistenze e le tante preoccupazioni, mi sono decisa di comunicarvi le mie disgrazie.

Voi volevate una mia lettera per stare bene e io invece vi scrivo una lettera per farvi star male ancora di più di quello che già patite per la mia lontananza.

Caro ba, la fede in Allah è tanta e le mie preghiere non mancano ogni giorno al nostro Dio Misericordioso, ma purtroppo il dolore resta perché questo è il mio destino e questa è la volontà dell’Onnipotente.

Del resto noi non apparteniamo a noi stessi o al nostro sangue, ma soltanto e solamente al nostro Buon Allah, l’Unico e il Giusto, l’Inizio e la Fine.

Sapeste quante volte al giorno, recitando le preghiere, mi ripeto amin e ancora amin e ancora una volta amin per trovare la forza di sopportare le violenze e per continuare a vivere.

Cara ma, sono d’accordo con te quando mi scrivi che purtroppo la vita non è poi tanta bella anche se si vive in Italia con tanti taka in tasca e quando manca l’amore e il rispetto verso la moglie da parte del marito.

Ma anche i taka alla fine non sono tanti e tanto meno quelli giusti, quelli che servono per vivere decorosamente, perché i taka della nostra felicità sono andati in malora o sono finiti dentro le tasche bucate degli altri.

Joshim ormai da tanto tempo non è più quell’uomo gentile e onesto che si era presentato a casa nostra con i suoi genitori per chiedermi in moglie; nel tempo è diventato quell’uomo strano che tu, caro ba, non mi volevi dare perché non ti convinceva.

E adesso non posso riconoscere che avevi ragione, una sacrosanta ragione.

Joshim mi maltratta in ogni modo e sicuramente non sta bene, ma io soffro più di lui perché sono trattata come una bestia e tutto questo nonostante il fatto che gli abbia dato un figlio maschio come era nei suoi desideri e come è nei desideri di ogni uomo della nostra terra, nonostante il fatto che l’abbia seguito all’estero e l’abbia sempre servito con devozione e riconoscenza.

Pervez è un bambino buono e adorabile, ma ha un padre cattivo che si comporta molto male e non si prende minimamente cura di lui.

Con le lamentele e le disgrazie mi fermo qui e spero che voi capirete leggendo tra le righe anche quello che non vi ho scritto.

Voglio dirvi ancora che le legnate sono come il riso che mangiamo ogni giorno, non mi mancano né al mattino e neanche alla sera.

Quanto prima manderò le scarpe per le mie sorelle e tante altre cose che vi fanno comodo in Bangladesh e che in Italia costano poco e sono di buona qualità.

Appena qualcuno ritorna nel nostro paese vi manderò un bel pacco e così sarete tutti contenti e io potrò dire a me stessa di aver fatto qualcosa per voi che meritate tanto bene, ma tanto di quel bene che non mi basterebbe una vita per ricompensarvi.

Per quanto riguarda me e Pervez non ci sono possibilità di tornare in Bangladesh durante le ferie perché il viaggio costa moltissimo e non è colpa mia se il nostro Buon Dio ha voluto che la mia terra fosse così lontana dall’Italia e mio marito tanto stupido.

Come vedete la minestra è ben condita e le sorprese non mancheranno per migliorarne il gusto, ma voi state tranquilli perché io me la so cavare da sola in queste brutte situazioni e di questa capacità devo ringraziare baba che mi ha insegnato a essere forte come un maschio e intelligente più di un maschio, proprio lui che voleva da sempre un figlio maschio e ha infilato la mentalità giusta nel mio corpo di donna.

Grazie ba, anche di questo ti sono grata.

Vi scriverò ancora, di più e al più presto.

La medicina amara è meglio prenderla a piccole dosi.

Per il momento vi bacia con affetto, devozione e riconoscenza la vostra figlia Mabia.

Credetemi !

Credetemi perché non sono bugie e perché io non sono bugiarda.

AKHTER MABIA 3

Savar, boishac mash, 200…

Allah, l’Unico e il Vero Dio, ti benedica e sia Generoso e Consolatore con te, così come tu sarai fedele e devota a Lui per tutta quella vita che il Suo grande amore ti ha donato.

Alla mia cara figlia Mabia mando tanti auguri e tanti baci.

E’ un baba addolorato nel cuore che scrive questa lettera e spera che voi tutti almeno stiate bene perché la stessa cosa non posso dire di me e di ma.

Il tempo passa e il cibo non manca, ma questa non è la ragione della nostra vita e tanto meno della nostra felicità.

Il mio pensiero è sempre rivolto a coloro che non vedo ormai da tanto tempo e soprattutto al piccolo Pervez, il nipote maschio che il Provvidente ha voluto dare alla mia famiglia attraverso il sangue di mia figlia e che bacio con tutto il calore del mio cuore.

Mia cara Mabia, figlia rara del tuo infelice baba, da mesi ormai purtroppo io non ricevo una tua lettera e sono preoccupato per questo tuo silenzio, perché non avere notizie delle persone che tu vuoi bene é sempre motivo di grande sofferenza.

Il tuo baba è addolorato anche se come capo della famiglia dovrebbe essere forte in ogni momento e non dovrebbe dimostrare i sentimenti fragili delle donne, ma io non ci riesco e non me ne vergogno e comunque non sono come tua ma che piange sempre e per niente.

Non so se ho sbagliato in qualche cosa con te; se é così, allora tu mi devi subito perdonare e mi devi mandare al più presto una lunga lettera perché io non riesco a stare bene senza avere tue notizie.

Ho saputo di voi da altre persone che sono tornate in Bangladesh e da quello che mi hanno detto io sono convinto che voi non state molto bene.

Di notte faccio brutti sogni e questa è la conferma che voi non siete felici.

Cara Mabia sono tanto preoccupato e soltanto una tua lettera farà di nuovo sorridere il mio povero e vecchio cuore.

Immagino che lasciare il proprio paese deve essere tanto duro; io posso solo pensarlo perché non mi sono mai mosso da Savar se non quando ho combattuto sulla Via di Allah e quelle volte che sono andato a Dakka per pregare nella grande Moschea o per comprare qualche inutile cianfrusaglia.

Credo che vivere in un altro paese sia una cosa brutta e così io sto male per voi che siete lontani.

La tua ma sta male e piange sempre perché vi vuole vedere, ma io le dico che non si può perché siete troppo lontani, ma lei non capisce niente perché è testarda e continua a insistere su cose impossibili e dice cose senza senso che non stanno né in cielo e né in terra.

Ti prego di farmi sapere se hai bisogno di qualcosa: profumi, vestiti, dolci e forse un pacco pieno di misti, seloarkamis, shari, holud, goromosla ti farà sentire meno la lontananza e io potrò finalmente essere perdonato del fatto che ti ho lasciato partire senza poter fare niente, anche se questa debolezza non me la perdonerò fino a quando avrò la memoria per ricordarla.

Avrei dovuto impedirtelo e così saremmo rimasti tutti insieme, ma sono stato uno stupido e adesso non posso fare più nulla per farti tornare indietro.

La tua ma vi pensa sempre e ha comprato un paio di orecchini d’oro per te, un anello d’argento per tuo marito, shart e pent per il piccolo Pervez.

Sono sicuro che sarete contenti di ricevere le cose del vostro paese e i doni dei vostri genitori e quanto prima ve li spedirò.

Io ho sempre voglia di mandarvi tante cose e anche quella frutta che da tanto tempo non mangiate come il mango, la papaia, il kadal, quei frutti che io ancora coltivo nel mio campo e che a te piacevano tanto quando da bambina rallegravi la mia casa con la tua presenza e la tua felicità.

Cara Mabia, com’è potuto succedere questa separazione tra me e te e che senso ha questa nostra lontananza ?

Certo che quella volta che ho deciso di farti sposare Joshim ero malato e non ragionavo bene perché altrimenti non lo avrei permesso e soprattutto non ti avrei fatto andare via dalla tua casa.

Anche la tua ma pensa sempre a te e a Pervez e chiede quando ritornate a casa; la poverina non riesce a capire perché siete andati via dal vostro paese dove si mangiava dignitosamente e si viveva con gioia.

Vi mando tanti saluti, vi auguro di stare bene e per questo prego ogni giorno Allah, il Misericordioso, che dappertutto vede e sempre provvede.

Mabia cara, ho saputo che non stai tanto bene, ma ricordati di pregare ogni giorno perché pregare fa soltanto e sempre bene al cuore, per cui nella felicità e nella disgrazia prega e così ti sentirai più tranquilla.

Allah aiuta sempre chi a Lui si affida con il cuore puro.

Ancora tanti saluti e tanti baci per te e per Pervez.

Il tuo inquieto baba.

Credimi !

E credimi sempre !

LO STRUGGIMENTO DELLA RIVALITA’ FRATERNA

foggy-545838__180

“Nelida sogna che è notte, gli interni della casa sono bui o con una luce fioca. Fa parte di un clan che con ogni arma lotta contro un altro clan. E’ un clan familiare, il capo è il padre e Nelida esegue gli ordini.  

Sa che ci sono stati degli assassinii.

Poi si trova in una stanza buia, in un casolare abbandonato con una ragazzina magrolina e bionda, moribonda sul pavimento sporco di sangue che guardandola negli occhi tra gli spasimi la implora di ucciderla. Nelida deve darle il colpo di grazia, ma proprio non ce la fa e allora prova a rassicurarla o la tratta freddamente.

Nelida fa avanti e indietro da quel casolare a quello dove sta suo padre con gli altri del clan. Sta preparando la cena per tanti invitati, tra cui gente dell’altro clan. Sono tutti là a fare chiasso e a bere vino aspettando la cena.

Nelida corre nella notte e controlla mentalmente lo spazio accorciandolo per  fare più in fretta e ogni volta che arriva davanti alla bambina non riesce a ucciderla e ogni volta che va da suo padre, lui le ripete l’ordine.

Infine torna dalla bambina e lei non c’è più, c’è una tipa che ha visto nell’altro casolare e questa prova a ucciderla, ma Nelida è più veloce e con un colpo la lascia tramortita al suolo.”

Ma che bella famiglia, ma che bella società!

Il sogno può elaborare qualunque psicodinamica e quello di Nelida offre un quadro ottimale del “sentimento della rivalità fraterna” e dello struggimento a esso collegato. Il “resto notturno” di Nelida usa la simbologia cruenta in maniera idonea per attestare dei conflitti con i fratelli, oltre che con i genitori.  Nella parte finale del quadro, infatti, si presenta la “posizione edipica”, la conflittualità con la madre, così come in tutto il sogno è presente la maschia figura del padre e la soccombenza suggestiva di Nelida ai suoi ordini. Il conflitto tra fratelli ricorre frequente nei miti, nelle leggende e nei racconti popolari. Uno per tutti: la trilogia tragica del ciclo di Edipo, scritta da Sofocle, e in particolare “Antigone” e la sorella Ismene e i fratelli Eteocle e Polinice. E Romolo e Remo dove li mettiamo? E perché non ricordare Caino e Abele? Non sfigura in questa psicodinamica la sorella di Nelida.

Certamente in questo sogno non si può ricorrere al concetto di Rousseau in riguardo al bambino “buono allo stato di natura” e neanche al concetto di Freud di “perverso polimorfo”, sempre in riguardo al bambino. La concezione presente nel sogno di Nelida è semplicemente realistica: un fratello o una sorella “rompono” equilibri psichici e giustificano l’aggressività conseguente  nel tormento struggente di conflitti senza fine.

Via con la decodificazione!

La “notte”, il “buio”, la “luce fioca” attestano lo stato crepuscolare della coscienza, i vissuti e i fantasmi che affiorano dalla dimensione psichica profonda, dalle “rimozioni” che Nelida ha operato in difesa dall’angoscia legata alla sua collocazione familiare di primogenita. Infatti Nelida appartiene a un “clan”, il suo “clan” composto dal padre, dalla madre e dalla sorella, un “clan” che vive insieme ad altri “clan” in una società gaudente e ricca di conflitti. Il simbolo del “clan” accentua in maniera sanguigna la relazione tribale tra i vari componenti: la famiglia “natura” più che la famiglia “cultura”, la famiglia “libido” più che la famiglia “valore”. Nelida riconosce la figura carismatica del padre e la sua dipendenza all’autorevole personaggio, attestando che in quanto a risoluzione del complesso di Edipo siamo ancora in fase di liquidazione. Nelida è eccessivamente affascinata da questa losca figura di assassino e totalmente dipendente da lui nel male, l’uomo che le dà  l’ordine di ammazzare sua sorella, nonché sua figlia, e che glielo ripete sempre. Nelida proietta nel padre la sua pulsione fratricida dettata dal naturale, quanto normale, “sentimento della rivalità fraterna”.

“Sa che ci sono stati degli assassinii.”

Dal generico Nelida passa al puntuale, al suo diretto coinvolgimento in questa psicodinamica che rischia di tralignare in un tragico psicodramma: “la  ragazzina magrolina e bionda, moribonda sul pavimento sporco di sangue che guardandola negli occhi tra gli spasimi la implora di ucciderla.” Potenza del sogno che riesce a trasfigurare un sentimento di profonda ostilità nella concretezza di un atto! Nelida si trova in un contesto logistico idoneo: “in una stanza buia e in un casolare abbandonato”, la sua aggressività mortifera e la “parte negativa” del fantasma fraterno. Degna di nota è la descrizione tenera della sorella, magrolina e bionda, come lo “spostamento” in lei del desiderio implorante di essere uccisa. In caso contrario Nelida si sarebbe svegliata e il sogno si sarebbe interrotto per manifesta coincidenza del “contenuto latente” con il “contenuto manifesto”. Ulteriore nota degna è l’ambivalenza affettiva verso la sorella: “prova a rassicurarla o la tratta freddamente” perché a ucciderla proprio non ce la fa. Ricapitolando: Nelida sposta sul padre la sua pulsione omicida nei confronti della sorella e all’uopo si sottomette alla figura paterna, dimostrando nei suoi confronti una mancata emancipazione e un’autonomia psichica in “fieri”.

Comunque è Nelida che “deve darle il colpo di grazia”.

Nelida è in piena isteria, “fa avanti e indietro”, è combattuta tra il desiderio e il privilegio di figlia unica, oltretutto preferita dal padre, in quel clan e la pulsione di sbarazzarsi in qualche modo della scomoda presenza di una sorella, oltretutto insanguinata e moribonda. L’intensità del conflitto affettivo è attestata dal suo andirivieni tra la casa ricca di cibo, simbolo degli affetti, e la casa, simbolo di morte, della sorella. “Erano tutti là a fare chiasso e a bere vino aspettando la cena.” La variazione dello stato di coscienza si attesta in questa situazione di grande ambivalenza affettiva nel “bere vino”. Nelida è in piena crisi ed esperisce un rimedio meraviglioso traendo dalla sua infanzia la “magia” come soluzione al suo drammatico momento.

“Nelida corre nella notte e controlla mentalmente lo spazio accorciandolo per  fare più in fretta”: trattasi di risolvere l’angoscia attraverso un procedimento magico di accelerazione del tempo e di riduzione dello spazio, un processo che il sogno offre come normalmente naturale e di cui la funzione onirica è maestra. La velocità di esecuzione è direttamente proporzionale alla carica d’angoscia che il sogno di Nelida sta acquistando. La “censura” onirica funziona bene e il sonno può continuare anche se disturbato. La psiche di Nelida sperimenta l’onnipotenza sotto le frustate psichiche della rivalità fraterna. Nelida deve uccidere la sorella facendo la volontà del padre, ma non è capace di un così atroce delitto. “Ogni volta che arriva davanti alla bambina, non riesce a ucciderla e ogni volta che va da suo padre, lui le ripete l’ordine.” Nelida ha spostato nel padre la sua aggressività mortifera verso la sorella e può continuare a dormire ponendosi come arbitro e mediatrice della situazione. E’ possibile cotanto travaglio e cotanto conflitto di fronte alla gelosia e alla competizione affettiva? Certamente che sì! Il sogno è confermato dalle psicoterapie psicoanalitiche che si operano su questi casi di “fratelli coltelli”. Necessita, a questo punto, un “deus ex machina” per risolvere il dilemma mortifero e il dramma affettivo tra un padre che vuole che la figlia uccida la sorella bambina e la figlia che non sa uccidere la sorella bambina eseguendo gli ordini del padre. Altro che Sofocle, altro che Eschilo, altro che Euripide! Questa tragediografa si chiama Nelida e compone i suoi drammi naturalmente sognando e naturalmente evolvendo i suoi fantasmi. Il dio ricercato in questo caso, quello che serve per risolvere la tragedia, è la madre di Nelida, “una tipa” tirata in ballo nel suo sogno in difesa della sorella-figlia e dalla cui violenza mortifera si difende prendendosi la giusta, ma non atroce, rivincita. Nelida si rifà sulla madre estendendo la sua aggressività edipica verso di lei.

“Infine torna dalla bambina e lei non c’è più, c’è una tipa che aveva visto nell’altro casolare e che prova a ucciderla, ma Nelida è più veloce e con un colpo la lascia tramortita al suolo.”

La “legge del taglione” esige che “chi di spada ferisce, di spada perisce”, chi vuole uccidere, deve essere ucciso, ma Nelida conclude il suo sogno nel modo migliore possibile e nel modo più proficuo a livello psicologico, componendo lo struggimento della rivalità fraterna nel giusto sentimento, meglio risentimento

La prognosi impone a Nelida di razionalizzare il fantasma accettando la sorella, ma soprattutto di risolvere i suoi conflitti con i genitori, con un padre alleato e complice e con una madre nettamente ostile. Il tempo e il ciclo di Edipo per Nelida è già trascorso. Adesso può soltanto osservarlo nella cavea del teatro greco di Siracusa quando capita la rappresentazione della trilogia di Sofocle.

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi edipica: “isterica” con somatizzazioni legate all’aggressività non scaricata che si ritorce contro o “fobico-ossessiva” con crisi di panico legate al bisogno di espiare i sensi di colpa.

Riflessioni metodologiche: ma cos’è il “deus ex machina”? Nella tragedia greca antica, dal quinto secolo ante Cristum natum, appariva alla fine della rappresentazione da un’impalcatura alle spalle degli spettatori, latinamente “machina”, un dio per porre fine al conflitto drammatico che gli uomini avevano esposto in versi nella cavea del teatro. Era un dio, perché soltanto un dio poteva assolvere la colpa, “ubris”, e impedire l’ereditarietà della colpa stessa. Cos’era la “ubris”? Il peccato originale dei Greci: l’ira e il turbamento dell’equilibrio costituito dagli dei, lo sconvolgimento dell’armonia sociopolitica che comportava la pena di morte, come nel caso di Socrate. I Greci proiettavano i loro valori culturali nell’Olimpo intelligente per favorirne l’introiezione e l’assimilazione. Un esempio di ereditarietà della colpa è il seguente: Agamennone, l’artefice principale della distruzione della città di Troia, viene ucciso dalla moglie Clitemnestra in complicità con il suo amante Egisto, il figlio Oreste uccide la madre e l’amante, le Erinni perseguitano Oreste, un dio lo assolve nella tragedia che conclude la trilogia di Eschilo. Il tempo segnava l’anno 458 ante Cristum natum.

IL  RISCATTO  AFFETTIVO  DI  GIULIANA

plane-1214415__180

“Giuliana sogna di dover partire in aereo con il figlio, la mamma e il suo compagno.

L’aereo ha problemi tecnici e lo sostituiscono. Di poi salgono e l’aereo parte.

Giuliana è seduta e ha sulla sinistra il suo uomo, la mamma è alla sua destra e alla destra della madre c’è il figlio, vicino al finestrino. Sono in prima fila e  vedono il panorama davanti.

A un certo punto il figlio e il compagno si accorgono che qualcosa non va.  Infatti l’aereo fa di nuovo rotta verso l’aeroporto. Tenta di atterrare, ma capiscono subito che non ce l’avrebbe fatta. L’aereo sbatte contro una struttura.

Si aspetta il colpo, ma non arriva. L’aereo riprende quota e si vedono delle fiamme nella parte anteriore. Poi l’aereo comincia a precipitare e Giuliana  prende le mani di tutti e tre e comincia a pregare con loro.

Non è disperata e sa che morirà, ma ha a fianco le persone più care. Il figlio è troppo lontano da lei, il figlio è vicino a sua madre e non a lei. Giuliana piange. Il figlio è più piccolo rispetto alla realtà e Giuliana vorrebbe abbracciarlo, ma non riesce e prova angoscia solo per questo motivo.

Poi non ricorda nulla, ma sa che non si è svegliata. Quando si sveglia non ha angoscia.”

 Giuliana ha condensato nel sogno la sua realtà affettiva, la madre, il figlio e il suo uomo. Tutti e quattro si trovano dentro un aereo che rappresenta simbolicamente la figura materna, il grembo protettivo, gli affetti primari e consolidati, la radice biologica e psichica, la figura più importante della vita, il fantasma più complesso e inquietante, un archetipo. Giuliana è madre e concepisce i suoi affetti all’interno della cornice materna, l’aereo, sua madre. Giuliana non è autonoma dalla figura materna, non ha liquidato la relazione edipica, si è evoluta senza risolvere la dipendenza affettiva dalla madre.

La decodificazione del sogno sottolinea in prima istanza il “dover partire”, la necessità di agire in un contesto conflittuale e con un disagio psichico di un certo spessore. Giuliana ha consapevolezza delle sue ambivalenze affettive in riguardo alla figura materna e dei suoi provvisori accomodamenti del conflitto. Infatti “l’aereo ha dei problemi e lo sostituiscono”: si presenta subito la qualità  del rapporto madre-figlia. La relazione è difficile e incorre in incongruenze, per cui occorre spostare la madre verso altre figure che possono compensare i bisogni affettivi di Giuliana, magari una nonna o un compagno o un figlio o un qualsiasi oggetto psichico similare che assolve il ruolo e la funzione della madre: “lo sostituiscono”.

“Di poi salgono e l’aereo parte”. Operazione compiuta! Nell’aereo ci sono tutti i suoi affetti, ma l’aereo sostituito contiene sempre la mamma, è sempre un aereo e soprattutto Giuliana sta dentro questo aereo: persiste la dipendenza affettiva e non s’intravede l’emancipazione e l’autonomia psichica.

Vediamo, a questo punto, quale terapia suggerisce il sogno sulla collocazione affettiva di Giuliana. Sulla sinistra c’è il suo uomo, a destra la madre e il figlio. L’uomo ha una collocazione regressiva che rimanda e riporta al passato. Si tratta della figura paterna, traslata nella figura del’uomo attuale di Giuliana. Questa traslazione attesta la buona relazione affettiva con il padre e la ricerca nel proprio uomo di connotati psichici paterni. Dal contesto si evince anche che quest’uomo non è il padre del figlio di Giuliana. Procediamo con la collocazione: la madre e il figlio si trovano a destra, nella realtà in atto e futuribile. Il figlio, in particolare, si trova vicino al finestrino con la possibilità simbolica di guardare il suo avvenire fuori dall’aereo materno. La madre è collocata sempre sulla destra ad attestare l’importanza psichica, oltre che affettiva, della sua figura per Giuliana, un bisogno contrastato e un conflitto inevitabile alla luce del fatto che Giuliana è cresciuta ed è a sua volta mamma. Giuliana è dentro l’aereo con la madre reale e con una  madre traslata, in ogni caso è sempre dentro l’aereo e non fuori ed è sempre alla ricerca di madre. Questo è il nucleo della questione, anche se Giuliana è “in prima fila e si vede il panorama davanti”: questa è la sua realtà psichica in atto.

“Il figlio e il compagno si accorgono che qualcosa non va.” L’aereo è inaffidabile e il rapporto madre-figlia è nuovamente in crisi e lo evidenziano il figlio e il compagno, gli uomini di Giuliana. La figura maschile del compagno oscilla nel sogno tra una connotazione paterna, a sinistra, e una connotazione protettiva, classica dell’uomo innamorato. Qualsiasi traslazione della madre in figure sostitutive non sortisce effetto positivo e non compensa i bisogni affettivi di Giuliana, per cui “tenta di atterrare, ma capiscono subito che non ce l’avrebbe fatta”. Il legame edipico con la madre è molto forte e strutturato nel tempo, per cui Giuliana non riesce ad atterrare per uscire fuori dall’aereo, non riesce a liberarsi di una madre massicciamente benefica e notevolmente ambigua. Anzi, “l’aereo sbatte contro una struttura”: Giuliana ha tentato di emanciparsi affettivamente dalla madre, ma si è imbattuta in forti resistenze al cambiamento e in notevoli difese dall’angoscia di abbandono, per cui è rimasta ancorata all’universo materno nel bene e nel male. I tentativi di emancipazione non hanno sortito l’effetto ricercato, ma non hanno destabilizzato la psiche di Giuliana in maniera traumatica: una madre ingombrante ha anche una sua utilità e offre tanti vantaggi secondari che sono sempre vantaggi. “Si aspetta il colpo, ma non arriva.”

Pur tuttavia, i conflitti con la mamma ci sono: “l’aereo riprende quota e si vedono delle fiamme nella parte anteriore”. Le fiamme, nello specifico, condensano l’impeto e la rabbia di Giuliana quando vive male la figura materna. “Poi l’aereo comincia a precipitare”: questa è una soluzione traumatica della parte affettiva del complesso di Edipo, la distruzione della madre. In questo modo si procede verso un concreto processo depressivo di perdita il precipitare. Ripeto per la precisione: il precipitare condensa simbolicamente la violenza traumatica di un “fantasma depressivo di morte”, non la morte biologica, ma la morte psichica, la classica perdita affettiva della madre e la conseguente angoscia di solitudine.  E adesso chi mi amerà?

“Giuliana prende le mani di tutti e tre e comincia a pregare con loro.” L’affettività è dominante e nell’aereo materno che precipita, per lasciare sola più che autonoma Giuliana, tutti si uniscono in un rito esorcistico dell’angoscia, la preghiera. E’ giusto notare come sono presenti tre generazioni nella sacralità della famiglia di Giuliana: la madre, lei e il compagno, il figlio. Il sogno ribadisce che il precipitare è una risoluzione traumatica della dipendenza psichica dalla madre. La maniera giusta di liberarsi dell’aereo non è ridurlo in pezzi, ma scendere comodamente dalla scaletta con tanto di tappetino color amaranto. La prima soluzione lascia in eredità l’angoscia di perdita, quella perdita che traligna nella solitudine depressiva.

“Giuliana non è disperata e sa che morirà, ma ha a fianco le persone più care.” Questa è la soluzione di Giuliana, quella possibile e compatibile con la sua economia psichica in atto. In effetti Giuliana si libera dell’aereo perché precipitando quest’ultimo si disintegrerà, ma ha vicino a sé la madre reale, quella di tutti i giorni, quella che occorre e soccorre sempre.

Adesso il problema si sposta sul figlio che “è troppo lontano da lei”: il sogno evidenzia che Giuliana ha sensi di colpa nei confronti del figlio. Ma questo è assolutamente normale. Guai a quelle mamme che non concepiscono sensi di colpa nei riguardi delle proprie creature! Guai alle madri che si ritengono onnipotenti e perfette! Grazie a questa consapevolezza Giuliana potrà migliorare se stessa in riguardo al figlio. Quest’ultimo è vicino alla nonna e piange. La nonna è ed è stata una presenza affettiva importante per il figlio. “Giuliana vorrebbe abbracciarlo”. Attenta Giuliana a non riprodurre il tuo conflitto con tuo figlio! Attenta a non diventare l’aereo di tuo figlio! Del resto, Giuliana ha vissuto questo tipo di madre e ne ha elaborato il fantasma, al di là di come effettivamente è stata sua madre. E’ sempre opportuno ricordare che “noi siamo i nostri sogni” e i personaggi che li popolano sono proiezioni di parti psichiche che ci appartengono. Il pianto di Giuliana contiene anche il sentimento della “pietas” materna, il senso della sacralità del suo essere madre, del suo aver vissuto l’esperienza di dare la vita. Giuliana si districa a livello psichico tra quel che ha vissuto e il provvidenziale riconoscimento del nuovo. Giuliana non è riuscita ad abbracciare suo figlio in sogno, come nella realtà non è riuscita ad abbracciare sua madre nella veglia. Tra madre e figlia non c’è stato rapporto corporeo che si è tradotto in calore affettivo e Giuliana lo manifesta in sogno, proiettandolo sul rapporto tra lei e il figlio dentro la cornice massiccia di un aereo. “Giuliana vorrebbe abbracciarlo, ma non ci riesce e prova angoscia solo per questo motivo”.

“Sa che non si è svegliata”: perché, visto che il sogno era così angosciante? Tecnicamente la risposta è che il livello di tensione non ha prodotto il risveglio perché il “contenuto manifesto” non coincideva con il “contenuto latente” e perché il conflitto di Giuliana è in via di risoluzione, dal momento che è presente nel sogno un grado di consapevolezza del conflitto, al di là della soluzione da rivedere. La tensione poteva essere gestita perché funzionava bene la “censura onirica”. “Quando si sveglia non ha angoscia”.

La prognosi impone a Giuliana di portare avanti senza drastiche soluzioni il riconoscimento della figura materna come simbolo della sua origine e di capovolgere il vissuto affettivo da bisogno di amore a esercizio di amore verso la madre. Intendo dire che Giuliana deve prendersi cura della madre, adottarla con il culto dell’accudire filiale e senza crearsi nuove dipendenze.

Il rischio psicopatologico si attesta nel’angoscia depressiva collegata al mancato riconoscimento globale della figura materna e al persistere di una relazione edipica con caduta della qualità della vita e pregiudizio verso le relazioni affettive di tutti i tipi, uomo e figlio “in primis”. Giuliana non deve collocarsi in maniera dipendente nelle relazioni affettive, ma in maniera attiva e autonoma.

Riflessioni metodologiche: dalle interpretazioni dei sogni si evince, qualora ce ne fosse bisogno, l’importanza determinante della figura materna nell’evoluzione psicofisica dei figli. Soprattutto il rapporto corporeo madre-figlio è prospero per la formazione dei fantasmi e del carattere, ma non solo. E’ determinate per sentire il corpo, per la consapevolezza cenestetica, la coscienza dei sensi e delle sensazioni. Le future relazioni libidiche saranno sempre basate su questa pregressa  e progressiva relazione con il proprio corpo instruita dalle carezze della madre e del padre.   Ma quante remore personali, culturali e moralistiche si presentano a ostacolare il rapporto corpo a corpo! Soprattutto i padri tendono a evadere questo bisogno dei figli, sia se sono maschi e soprattutto se sono femmine. Il padre non deve correre il rischio di proiettare i suoi fantasmi in riguardo alla sessualità nella relazione con i figli e la madre non deve correre il rischio di ripetere sul figlio la sua esperienza personale di freddezza ricevuta a suo tempo da i suoi genitori. Sul corpo senziente si basa la vita affettiva. Quest’ultima non è un’astrazione, ma un massiccio esercizio quotidiano che gratifica i genitori adulti e i figli infanti. Particolare attenzione va posta al complesso di Edipo, perché potrebbe essere rafforzato dai baci, dagli abbracci e dalle carezze soprattutto durante l’adolescenza. Il modo e la dose del contatto corporeo si evolvono con l’età. Una psiconevrosi edipica è assolutamente naturale e necessaria e fa bene alla formazione psichica; una frustrazione della “cenestesi” e dell’affettività nei primissimi anni di vita è particolarmente insidiosa e pericolosa. Il rischio psicopatologico grave è fortemente presente nei primi tre anni di vita, durante la “fase orale e anale” dell’evoluzione della libido. La cosiddetta “follia” s’incamera nella primissima infanzia, così come il morbo di Alzheimer si manifesta nell’età senile. Abbondare nelle carezze e procurare tante piacevoli sensazioni sono validi antidoti alle “psicosi” future, vaccini psicologici assolutamente naturali che la Cassa Mutua non passa.

MANCATO RICONOSCIMENTO DEL PADRE E CRISI DELL’AFFETTIVITA’

bicycle-932007__180

Maurizio sogna di correre in bicicletta nella città natale. Va molto veloce e per  due volte rischia di cadere, ma riesce a fermarsi in tempo frenando sia con i freni e sia strisciando i piedi per terra. Prova una sensazione di angoscia per il pericolo scampato.  

Sta andando a comprare dei vestiti per una gita in montagna, ma dopo un po’ pensa che il negozio è troppo lontano, che la gita forse non si farà e che comunque quei vestiti non gli servono perché ne possiede già molti altri.

Quindi Maurizio rinuncia e continua a correre in bicicletta. Si ferma a casa dei nonni paterni. Non riesce a vedere i volti dei nonni, ma soltanto le figure in controluce: il nonno è in piedi e la nonna è seduta che lavora a maglia.

Parla quasi solo lui e dice che è appena arrivato da Dubai, che è lì per un saluto veloce e che si sarebbero visti con calma nei giorni seguenti. I nonni dicono che va tutto bene e che, quando vuole, loro sono sempre lì che lo aspettano. Maurizio percepisce che stanno bene e ha una forte sensazione di serenità, quasi di gioia. Poi se ne va promettendo di tornare presto.

Quando scende in strada Maurizio si accorge che gli hanno rubato la bicicletta e prova una sensazione d’angoscia. Ci sono molte biciclette rotte attorno alla casa, ma non riesce a trovare la sua. Pensa che i tempi sono cambiati e la sua città è diventata più insicura. Si accorge di non avere la chiave del lucchetto e che quindi ha parcheggiato la bicicletta senza chiuderla.

Pensa che suo padre lo rimprovererà per questo motivo. Pensa di chiamare qualcuno perché lo venga a prendere, ma poi riflette sul fatto che la casa dei suoi genitori è vicina e quindi s’incammina verso casa.”

Il tema del sogno è semplice: l’immancabile e immarcescibile complesso di Edipo, elaborato nel tempo da un figlio con toni affettivi apparentemente blandi, ma tanto carichi di nostalgia. Maurizio è alla ricerca di una nuova verità da disvelare a se stesso e il sogno non solo evidenzia il suo “status” psichico in atto, ma gli suggerisce cosa fare, lo spinge a riparare, lo prepara a livello interiore, lo educa al cambiamento. Il tutto avviene in una cornice emotivamente composta, eccezion fatta per lo struggimento nostalgico sotteso. “Il sogno siamo noi”, noi con le nostre dimensioni temporali e con il complesso dei vissuti importanti che ci hanno formato e contraddistinto. Il sogno di Maurizio verte sulle radici e vola sui risvolti futuribili in riguardo ai temi affettivi e sessuali. Il sogno di Maurizio è la consapevolezza del presente in atto e l’atmosfera dominante è la nostalgia: “il dolore del ritorno”. La nostalgia è struggimento proprio perché oggettivamente non è possibile il ritorno del passato, ma a livello psichico è magicamente possibile e avviene tramite i meccanismi di difesa della “regressione” e della “fissazione” e avviene sempre al presente: Maurizio ricorda e si colloca nella fase psichica più gratificante, la “fase fallico-narcisistica”.

Torniamo alla decodificazione del sogno. L’analisi sarà effettuata per scene, come se fosse un’opera artistica, un prodotto creativo che non nasce dal nulla, ma da un universo di vissuti da integrare nella propria struttura. Il nesso che unisce i diversi quadri si evidenzierà man mano che si procederà con l’analisi.

 Scena prima

Il primo quadro tratta dell’adolescenza di Maurizio e rievoca il tempo in cui andava in “bicicletta” da solo o con le ragazzine. La “bicicletta” è il classico simbolo del desiderio sessuale, il desiderio che prelude al coito, e  rappresenta l’ormone garibaldino e le pulsioni della vita sessuale. La bicicletta non a caso s’inforca, condensa la “libido pre-genitale”, quella che si appaga di se stessa e attende di evolversi nel sentimento amoroso. La naturale evoluzione della bicicletta è,quindi, la “libido genitale”, quella che si appaga con l’altro e ha bisogno dell’altro per essere completa nella sua psicodinamica. Però Maurizio non vuole legami affettivi e per ben due volte ha rischiato di essere coinvolto emotivamente in qualche storia di sesso che voleva diventare una storia d’amore. Ma per fortuna Maurizio ha frenato con i piedi, ossia sessualmente evitando il coinvolgimento o non lasciandosi emotivamente andare, e con i freni mentali, ossia con quelli meccanici della bicicletta. L’angoscia per il pericolo scampato è spropositata, per cui è lecita la domanda: da quale difesa è turbato Maurizio? Maurizio si appaga di sé e non riesce a legarsi affettivamente alle ragazze. Maurizio basta a se stesso,  non riesce a innamorarsi e fugge dalle ragazze come Narciso da Eco. Il primo quadro  fornisce elementi legati al desiderio erotico e all’anaffettività. Maurizio desidera sessualmente le ragazze, ma non riesce a legasi, a innamorarsi, a investire “libido genitale”. Maurizio si ferma all’investimento narcisistico, si attesta su se stesso e di se stesso si appaga. I termini che giustificano tali affermazioni sono i seguenti: “correre in bicicletta nella sua città natale”, “va molto veloce”, “rischia di cadere”, “riesce a fermarsi in tempo frenando”,“angoscia per il pericolo scampato”.

Scena seconda

Maurizio vuole “comprare vestiti per una gita in montagna”. Gli servono modi di essere evolutivi e in particolare gli serve la “sublimazione” della “libido

fallico-narcisistica” in un contesto più genitale o meglio affettivo. A Maurizio servono atteggiamenti nuovi e cambiamenti emotivi per comporre la sua carica erotica onde capirla meglio ed evolverla in affetto, evolvere il senso in sentimento, ma poi si convince che la “sublimazione” non è per lui e che userà, senza cambiare, gli stessi modi di essere che ha acquisito nel tempo. Maurizio perde una tappa evolutiva e continuerà ad amare se stesso fissandosi nella “fase fallico-narcisistica”. Qualcosa nella psicodinamica edipica deve essere andato storto.

Scena terza

“Rinuncia e continua a correre in bicicletta. Si ferma dai nonni paterni”. Ecco, si presenta l’affettività in “regressione” mentre si fissa negli affetti consolidati: le radici familiari, i nonni così importanti nella sua infanzia e nella sua prima  giovinezza quando Maurizio correva in bicicletta. La scena familiare è composta da figure evanescenti ma chiare nella loro funzione: i nonni hanno costituito la famiglia di Maurizio e gli hanno dato affetto e sicurezza nella quotidianità con i loro ruoli e con le loro consuete posizioni. Si capisce che i nonni sono ombre e che sono partiti per un viaggio da qualche parte in qualche parte, ma per Maurizio sono vivi e presenti dentro di lui in maniera indelebile, perché sono le uniche figure a cui si è affidato affettivamente senza resistenze e paure. I nonni sono i suoi genitori allo stato puro dell’affettività. “Non riesce a vedere i volti … ma soltanto le figure in controluce”: mi piace far notare come il sogno di Maurizio rappresenta la morte in maniera poetica come in un passo dell’Odissea di Omero o dell’Inferno di Dante Alighieri. Quante cose si possono dire sul rapporto tra poesia e sogno, ma non vado oltre e proseguo con la scena successiva.

Scena quarta

Maurizio racconta di sé al presente, di quello che fa, di come vive. Non c’è più la giovinezza di allora, ma ci sono gli affetti sicuri. Anche se Maurizio è anaffettivo, ai nonni vuole un gran bene e glielo dimostra con calma, tranquillizzandoli e tranquillizzandosi: gli affetti pregressi di Maurizio sono determinanti e sono gli unici vissuti nella giusta dimensione. Anche Maurizio sa amare ed ama i suoi nonni e di questo prova gioia. Non si scriverà mai abbastanza sulle figure dei nonni e sulla loro determinante importanza per l’evoluzione della sfera affettiva dei nipoti e della loro generosità nell’esternare affetti disinteressati che non chiedono nulla in cambio. Si potrà anche rilevare che i nonni riparano gli errori che hanno fatto coni figli, ma questo non vale nel nostro caso. Maurizio ha vissuto con i suoi nonni il vero sentimento e ha supplito con loro alle figure dei suoi genitori di cui il sogno non parla fino a questa scena quarta. Ma si sa che il sogno non mente e non te le manda a dire le cose giuste, ma si coinvolge in prima persona nel bene e nel male, categorie morali che, pur tuttavia, il sogno non conosce. “Percepisce che stanno bene e ha una forte sensazione di serenità, quasi di gioia.” I sentimenti sono esposti come la merce in fiera, senza trucco e senza inganno. “Poi se ne va …”: Maurizio deve vivere. Si sarebbe potuto fissare in questo gratificante contesto, ma sente il bisogno, quasi il dovere, di realizzarsi, di investire la sua “libido” nei sentimenti o nei fatti, nell’amore o nel lavoro, nell’ozio o nel negozio. Infatti ai nonni ha comunicato che ne ha fatto di strada, ma a livello di realizzazione lavorativa. Maurizio non ha comunicato ai nonni di avere una donna o dei figli perché ha amato se stesso nella versione del fare: ergoterapia.

Scena quinta

Si profila il dramma e la verità: il conflitto edipico e la castrazione paterna. “Si accorge che gli hanno rubato la bicicletta”. Maurizio prende coscienza che il trauma della “castrazione” ha impedito alla sua sessualità di maturare, di  evolversi nella “genitalità” e di essere sentimentalmente donativa. Sperava di potersi innamorare, ma non ha risolto il complesso di Edipo, non ha riconosciuto il padre e quindi non sa innamorarsi e legarsi a una donna, non sente il bisogno di avere dei figli. La donna, in particolare, non sa viverla come oggetto completo. Maurizio sa vivere la donna come oggetto parziale, come portatrice di sessualità, ma non la vive come degna di un legame affettivo con lui. L’angoscia nevrotica della “castrazione” gli suggerisce che non si può recuperare questa incapacità rubando un’altra bicicletta, magari vecchia e rotta. Maurizio non riesce a trovare la sua bicicletta nel luogo dove un ladro specializzato rompe le biciclette vicino casa sua. Non sono più i tempi di una volta! Ma perché Maurizio non sa amare le donne? Non ha la chiave del lucchetto: simbolo del coito. Maurizio non concepisce il coito a livello affettivo: “si accorge di non avere la chiave del lucchetto e che quindi ha parcheggiato la bicicletta senza chiuderla”. Proprio quando si lasciava andare affettivamente con le donne è subentrata il trauma della castrazione paterna. La chiave è un simbolo fallico, come il lucchetto condensa la recettività sessuale femminile. Ripeto: Maurizio non concepisce il coito come legame affettivo ed è rimasto fermo alla “fase della libido

fallico-narcisistica” e non si è evoluto nella “fase genitale” a causa della  mancata accettazione della “castrazione” edipica, unica condizione per risolvere il conflitto con il padre e per evolvere la sua sfera affettiva. Maurizio si è fissato alla sessualità gratificante e solitaria dei suoi cinque anni. Andare con una donna equivale a una masturbazione in due, una compresenza sessuale fine a se stessa che non s’infutura in un progetto di vita dettato da un forte investimento affettivo.

Scena sesta

Ecco chi rompe le biciclette attorno casa sua! Trattasi del padre di Maurizio. Il vandalo è proprio il padre. S’immagina una persona severa e anaffettiva, un uomo tutto d’un pezzo e senza tanti fronzoli sentimentali, un uomo d’altri tempi e non di questi tempi. Maurizio ha litigato con il tempo, vive il presente tra passato e futuro. Eppure Maurizio fa “alleanza con il nemico”, una strategia severa e un meccanismo di difesa dall’angoscia di separazione. Maurizio sta in famiglia come un figlio e senza farsi aiutare da nessuno, rigido come il padre: “la casa dei suoi genitori è vicina e si dirige verso casa”. Il complesso di Edipo esiste e persiste nel non essere risolto tramite il superamento della necessaria “castrazione” per passare all’identificazione nel padre e nel riconoscimento della sua sacra persona. Maurizio ha rifiutato l’aiuto degli altri al prezzo di vivere la sua vita senza donne importanti e senza legami affettivi significativi. Maurizio non sa amare, non ha maturato la “libido genitale” e non è contento perché ha nostalgia degli affetti che non ci sono più ed è addolorato perché non sa rinnovarli investendo la sua libido nella coppia e nella famiglia. E allora si avvia verso la casa dei genitori e, in attesa di riparare il trauma, fa il figlio e sogna i nonni e la giovinezza, il tempo quando il problema si è formato dentro di lui. “La casa dei suoi genitori è vicina e quindi s’incammina verso casa.” Questo è il naturale epilogo di una mancata risoluzione del famigerato complesso edipico.

 

La prognosi induce Maurizio a ridimensionare l’istanza del Super-Io, il senso del dovere e del limite, la rigidità psichica e morale. Lo costringe, inoltre, a considerare i suoi bisogni affettivi e ad affidarsi agli investimenti della “libido genitale” che può maturare soltanto attraverso l’identificazione e il riconoscimento della figura paterna.

 

Il rischio psicopatologico si attesta in un Super-Io ipertrofico che induce a una visione paranoica della realtà e del prossimo, oltre alla caduta della qualità della vita a causa dell’isolamento, che, anche se splendido, è sempre portatore di solitudine.

 

Riflessione metodologica: la libido fallico-narcisistica contraddistingue  l’evoluzione psichica senza distinzione di sesso dai tre ai cinque anni di vita. Si attesta nell’organo genitale come zona erogena: il pene e il clitoride. Le fasi precedenti, orale e anale, si subordinano a quella fallica e tutte si conservano nella vita sessuale adulta. La ricerca generale del piacere si integra nella funzione sessuale. Nella fase fallico-narcisistica la “libido” trova soddisfazione nella manipolazione dell’organo sessuale, la masturbazione. Quest’ultima rientra, quindi, nella normale evoluzione psicofisica di ogni bambino e di ogni bambina. Trattasi della più naturale e gratificante relazione con il proprio corpo alla scoperta della sua funzionalità vitale. Qualsiasi intervento costrittivo dei genitori o degli educatori induce inibizioni e guasti nell’evoluzione della sessualità. Gli adulti moralisti e bacchettoni proiettano i loro tabù e le loro colpe sui bambini, mentre questi ultimi esplorano il corpo nella sua naturale funzione erotica.