SCRIVE MAMMA LIMPIDA…

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“Caro Salvatore,

Geg ha sette anni e da settembre frequenta la prima elementare: compagni nuovi, tutti i giorni fino alle sedici e il sabato a casa. E’ sempre andato volentieri a scuola senza manifestare malesseri di alcun tipo. Si è integrato bene, le maestre sono contente di lui, è buono e bravo, è sempre gentile con gli altri bambini.”

Analizzo questa lettera di mamma Limpida passo dopo passo, vista l’universalità dei temi trattati e l’utilità per le quotidiane relazioni “padri-madri- figli”. Innanzitutto dico e affermo: averne di bambini, meglio ragazzini, come Geg!  E’ quasi perfetto nella sua normalità specifica e nell’esordio descrittivo della sua mamma. Soprattutto “è sempre andato volentieri a scuola senza manifestare malesseri di alcun tipo.” E’ un primogenito di buona razza e sa ben inserirsi nel gruppo; del resto, ha dovuto adattarsi sin dalla tenera età al fratellino e la famiglia non gli ha risparmiato giustamente le relazioni sociali. Bene, anzi benissimo! I bambini devono vivere in mezzo alla gente e non isolati in una gabbia d’oro o in una casa tecnologica: servono il popolo e la dimora. Geg non somatizza disagi psichici profondi, né tanto meno disturbi di poco spessore: questo è importantissimo! Ripeto: se un bambino regredisce e somatizza, è da considerare in maniera adeguata perché non sta bene e non sta crescendo bene, sta accusando una disarmonia evolutiva negli investimenti della sua energia vitale, tecnicamente detta “libido”, e sta formando il carattere in maniera fortemente conflittuale. In questo caso e soltanto in questo caso è doveroso preoccuparsi “clinicamente” della salute psichica dei figli. Per il resto bisogna sempre lasciarli liberi di vivere i loro giusti conflitti e di formare il loro necessario carattere. Quest’ultimo si forma e non si eredita. Di psicologico non ereditiamo alcunché! Quindi, affermazioni del tipo “mio figlio mi somiglia nel carattere o somiglia a …” sono del tutto generiche e soggettive, non hanno alcun riscontro scientifico perché la “psiche” non è inscritta nel DNA. Procediamo: “le maestre sono contente di lui”. Sulle nobili e mai adeguatamente valutate figure delle maestre bisogna dire che per i bambini rappresentano il prolungamento sociale della figura materna e della figura paterna, in quanto essi proiettano su di loro i tratti psichici che hanno già conosciuto e sperimentato nei genitori. E’ anche vero che, a volte, le maestre esagerano nelle valutazioni psicologiche dei bambini, ma non dimentichiamo che la scuola primaria italiana è altamente qualificata ed è sicuramente la migliore almeno in Europa. Concludendo questa prima parte, è giusto affermare che Geg “è buono e bravo, è sempre gentile con gli altri bambini.” La parola va ancora a mamma Limpida.

“Per me è stata duretta abituarmi ad aiutarlo a fare i compiti per casa durante il fine settimana, perché richiede tanta pazienza e tanto tempo e riconosco che a volte sono nervosa e poco carina con lui. Poi con calma recupero e sono più paziente e meno pressante. L’ho lasciato abbastanza libero di gestirsi nel limite del possibile e soprattutto non l’ho minacciato e tanto meno terrorizzato.

Sia lode alla mamma! Limpida è consapevole di non essere nata madre e di non essere stata educata a tale arduo compito. Ha soltanto sperimentato in primo luogo la sua mamma e si è fatta un’idea della figura materna in base al “criterio del meglio” e abbandonando in parte il “criterio della Nutella”. Limpida ha vendemmiato dalla sua esperienza di figlia le “parti migliori” di sua madre, le ha assimilate e le mette in atto con i suoi figli. Le “parti negative”, quelle che non ha gradito e condiviso, le ha lasciate alla sua augusta genitrice e alla sua cultura. Il “criterio della Nutella” si attesta nell’ereditarietà della crema da spalmare senza alcun cambiamento degli ingredienti e soltanto nel cambiamento delle generazioni: “la nonna la dava alla mamma, la mamma la dava a me e io la darò ai miei figli”. La libera e proficua evoluzione del costume genitoriale si attesta nel conservare il “meglio educativo” e nel sostituire il “peggio educativo” con il proprio “meglio”. Limpida ha ripreso a fare i compiti dalla parte opposta del suo essere stata scolara e senza essere maestra, ma essendo tanto di più e di più complicato, l’essere “mater et magistra”. Notevole la consapevolezza dei suoi limiti e la disponibilità a imparare per amore dei figli. E poi vogliamo trascurare l’educazione all’autonomia “nei limiti del possibile”? Ma, il capolavoro educativo di Limpida è costituito dall’assenza di minacce e tanto meno di terrore, di ricatti e di manovre colpevolizzanti. E’ importantissimo per il futuro equilibrio del bambino non indurre sensi di colpa. Già di suo il bambino non si esime dal colpevolizzarsi per le scelte d’investimento della sua “libido” durante il periodo critico della formazione del suo carattere, se poi ci mettiamo anche la mamma che gli grida “tu sei cattivo e mi farai morire”, il pasticciaccio è benfatto e quasi completo. Fin qui mamma Limpida è ineccepibile e ammirevole per la consapevolezza del suo ruolo nel presente e soprattutto nel futuro prossimo. Non ci resta che procedere nella speranza d’incontrare qualche problema e qualche conflitto in Geg. Scrive ancora mamma Limpida.

“Tutto è andato bene fino a due settimane fa. Geg è venuto a casa con una nota della maestra perché aveva dato un pugno a un bambino, che tra l’altro è un suo amichetto. Gli ho parlato senza fargli pesare troppo la cosa. Lunedì aveva verifica d’inglese e si è messo a copiare e la maestra si è accorta. Aveva anche una poesia da imparare e non l’ha studiata. Io non lo sapevo, ma l’ho scoperto stamattina da un’altra mamma, altrimenti non avrei saputo niente. Per il resto Geg ha buoni voti, anche se per lui non è mai il momento giusto per fare i compiti. Fino a questo punto il capitolo scuola.”

Geg mi piace tanto, ma veramente tanto. A sette anni comincia a realizzare la sua aggressività con un pugno di bambino dato a un altro bambino, oltretutto amichetto a conferma che l’aggressività non guarda in faccia nessuno e tanto meno i familiari e gli affini. Geg avrebbe voluto dare questo pugno al fratellino impiccione che gli ha tolto il primato affettivo in famiglia o al padre che gli è di ostacolo nella relazione e gestione della madre. L’aggressività nel bambino non deve raggiungere i livelli di guardia, limiti che si possono fissare nella pulsione sadica fine a se stessa. Ossia, se ci si accorge che il bambino ha un gusto della violenza fisica, allora s’interviene e si corregge. Ad esempio, se un bambino scortica una lucertola, ebbene sì, preoccupiamoci! Ma chi non ha dato un pugno a un compagno di scuola, specialmente se provocato? Mamma Limpida parla con Geg e non induce sensi di colpa. Ottimo! Ancora. Copiare una verifica è un capolavoro. Geg si sta addestrando alla vita futura e alla giusta difesa di sé, come ha imparato a casa anche a causa del fratellino. Bisogna favorire nel bambino l’intelligenza operativa, la “truffa sociale”, perché questa è la vera intelligenza, quella che serve nell’esercizio del vivere, e non quella astratta e teorica. Propongo un premio a Geg  perché ha copiato e alla mamma e alla maestra perché non l‘hanno colpevolizzato. Il bambino è “di sinistra”, tendenzialmente in ebollizione e rivoluzionario, e spesso gli adulti si sono dimenticati il loro essere stati bambini e sono diventati moralisti e bacchettoni. Geg è assolutamente normale nel suo essere se stesso e sta crescendo bene. Arriviamo alle poesie da imparare a memoria, quelle che fanno odiare a vita la letteratura. Geg non l’ha imparata e non l’ha detto alla mamma. Limpida deve imparare a rispettare la “privacy” del figlio. Ogni bambino deve avere un mondo di cose per sé e può anche non condividerle. I genitori devono avere la giusta discrezione e il doveroso rispetto e non devono fomentare sensi di colpa per l’esclusione della mamma o del papà. Bisogna sempre favorire l‘emancipazione anche perché in questo momento della sua vita Geg è alle prese con altri conflitti ben più importanti, quelli legati alla formazione del carattere e nello specifico il complesso di Edipo e il “sentimento della rivalità fraterna”. Geg è promosso a pieni voti, fino a questo punto, dal sottoscritto, che è stato anche insegnante per quarant’anni, soprattutto perché non vive di scuola e sa districarsi da solo nelle vicissitudini personali e relazionali. Procediamo sempre nella ricerca di un conflitto evidente e consistente nella psiche di Geg e sempre secondo la versione di mamma Limpida.

“Verso fine anno ha iniziato a essere insofferente in casa. Si annoia e non sa cosa fare, si stanca facilmente delle cose che fa. Il suo maggior desiderio è quello di andare dal nonno e stare a lavorare nei campi con lui. Il padre è un po’ geloso di questa cosa, perché la vive forse come se non volesse stare con lui.”

Finalmente si profila un problema, un problema serio: la “noia”. Cari genitori, quando vostro figlio vi dice che si annoia, cominciate a preoccuparvi e non sottovalutate quello che vi sta dicendo, perché è l’accusa di un disagio e la precisa richiesta di aiuto. La parola “noia” deriva dal greco “nous” che significa “mente”. Consegue che “noia” è la degenerazione di una delle funzioni della “mente” e nello specifico della dimensione del “desiderio”. Un bambino che accusa la “noia”, non solo non ha desideri, ma soprattutto non desidera. Geg sta vivendo il conflitto edipico con i genitori e il conflitto affettivo con il fratello. Ben venga la scelta di andare dal nonno, avendo capito l’importanza psichica del nonno e della nonna e il bisogno di Geg di spostare l’angoscia edipica dal padre, vissuto come un nemico cattivo che punisce, al nonno, il padre buono che rassicura e insegna soprattutto l’amore verso la natura. Bisogna favorire la terapia che Geg ha scelto per sé: viversi con il nonno amando, giocando e imparando. La formazione del carattere sta avvenendo e la figura del nonno consente possibilità d’identificazione in una figura maschile che coltiva passioni e ha tanto da dire e tanto da dare. Il padre non ha nessun motivo di essere geloso, anzi deve favorire e non proibire la terapia scelta dal figlio e deve intervenire proponendosi come padre allettante e non contro il nonno. Ecco cosa dice Geg alla nonna a  conferma del problema edipico e della rivalità fraterna.

“Geg ha raccontato alla nonna che il padre fa preferenze verso Gig. La cosa è un po’ vera. Gig ha un altro carattere e non si lamenta mai. Il padre ama i suoi bambini e loro vengono prima di tutto, però nei confronti di Geg è più severo, lo rimprovera e vorrebbe che fosse più docile. Ma Geg non lo è! Geg cerca tanto la complicità del padre, lo istiga, lo fa arrabbiare e poi va a farsi coccolare, però quando il padre gli propone di stare insieme lui, preferisce andare dal nonno.”

Gig ha un carattere diverso semplicemente perché i vissuti sullo stesso oggetto non possono essere identici: due caratteri identici non esistono neanche nei gemelli monozigotici. Anche Gig si sta formando e ha i suoi conflitti con il padre, con la madre, con il fratello e anche con il gatto di casa, ma al momento non si evidenziano in maniera teatrale perché Gig li elabora e li contiene usando meccanismi di difesa diversi rispetto al fratello Geg. Il padre è bravo, ma è severo con il figlio che in questo momento è in aperto conflitto con lui. All’incontrario deve essere suadente con Geg, il quale a sua volta non può essere docile con il padre perché la competizione è l’unica arma che in questo momento della sua vita la sua psiche concepisce. Il padre non deve punire e tanto meno colpevolizzare il figlio. La provocazione di Geg nei confronti del padre ha la finalità di constatare il legame affettivo di quest’ultimo nei suoi confronti. Meno male che c’è il sostituto del padre, il nonno venerando. Si vede chiaramente la psicodinamica edipica di Geg. Padre e figlio vivono la stessa psicodinamica in maniera diversa, uno come rifiuto da parte del figlio e l’altro come cattiveria del padre nei suoi confronti.

“Il padre lo punisce a volte vietandogli di andare dal nonno. Gli ho detto che secondo me è sbagliato e non ottiene niente, anzi peggiora la situazione. Dovrà essere Geg a decidere la domenica di star con noi e non con il nonno.
Ho parlato con Geg e ha detto che io non faccio preferenze, ma il papà sì.
Non pensavo fosse così difficile il ruolo dei genitori. Mi devo impegnare a essere più paziente, ma a volte la sera mi snerva perché non vuole fare niente di quello che gli dico. Come faccio? Non posso lasciargli fare quello che vuole! Grazie di tutto, intanto e aspetto i tuoi buoni consigli. Cordialità da mamma Limpida”

Sbagliatissimo e dannosissimo impedire al figlio l’esercizio degli affetti per motivi di gelosia da parte del padre. All’incontrario bisogna favorire la vita affettiva per dare a Geg la sicurezza dei suoi investimenti di “libido”, se vogliamo evitare che da adulto sia bloccato nell’espressione dei suoi sentimenti e nell’offerta erotica del suo corpo. Le preferenze sono il tema della rivalità fraterna. Geg sta dicendo che suo fratello è più amato di lui da parte del padre e che deve identificarsi nel padre, ma viene respinto e Geg provoca e, invece di un alleato amico e complice, si trova un padre che lo punisce confermando il senso di colpa di Geg e istigando in lui la conseguente espiazione. Certo che non bisogna consentire ai figli di fare quello che vogliono e i figli stessi non chiedono questo e non sarebbero capaci di chiedere e di fare questo. Bisogna ascoltarli, individuare il problema e agire sul conflitto nella maniera migliore. In questo caso il padre deve fare alleanza con il figlio due volte, una per il complesso di Edipo e l’altra per la rivalità fraterna, dimostrando a Geg che ha esagerato, che tutti stiamo bene in famiglia al posto giusto e facendo vedere i vantaggi dell’esser tanti e solidali. L’ostinazione di Geg conferma che il padre, non ha assunto la strategia giusta, perché è entrato in conflitto con il figlio e non l’ha capito. Ma la lettera di mamma Limpida non è finita.

 

“P.S. Mi sono dimenticata di dirti del peso. Geg ha sempre fame, mangerebbe sempre, anche per noia secondo me. Gig mangia poco e devo stare attenta a stimolarlo perché altrimenti non ha appetito. Geg è la mia fotocopia caratterialmente, forse per questo riesco a capirlo meglio del padre.

Anche con il peso non vorrei stressarlo troppo. Il padre, a volte, l’offende e gli dice che a dieci anni peserà più di un quintale. Aiutooooo!”

 

Se Geg ha sempre fame, sta chiedendo qualcosa di altro attraverso il cibo, una dose psichica maggiore di mamma e papà, un’attenuazione della conflittualità familiare, una comprensione a modo di avvolgimento psichico e di abbraccio fisico. Per il momento non ha gli strumenti psichici per fare da sé, quindi, cari genitori muovetevi con l’ascolto, con l’accudimento, con il nonno e fate in modo che possa tanto desiderare. Come si fa per farlo tanto desiderare? Non assillatelo con problemi banali e perbenistici, lasciatelo libero di scegliere il suo divertimento, lasciatelo fantasticare, lasciate che sorgano i bisogni legati al suo progressivo conoscersi e non siate impiccioni; soprattutto! Cosa vi chiede vostro figlio per stare e per crescere bene? Vi chiede di comunicare attraverso i sensi e di esaltarli: guardami, ascoltami, baciami, toccami, abbracciami, accarezzami. Il mio testo “Ma cosa sognano i bambini” sarà un ausilio psicopedagogico ogni qualvolta dialogherete con vostro figlio sul tema “cosa hai sognato stanotte”?

L’UOMO  DELLA  BANCARELLA

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“Svetlana sogna di andare in bicicletta e di raggiungere un luogo, tipo un prato verde con attorno degli alberi. Ci sono delle bancarelle, sembra un mercato  anche se in realtà vede anche fabbriche.

Di colpo Svetlana lascia la bici a terra e corre verso uno spazio libero del prato. Lascia la sua borsetta a terra e ritorna indietro a prendere la bici e non la trova più perché gliel’hanno rubata. Corre di nuovo verso la borsa e le hanno rubato anche quella.

E’ disperata e allora il signore di una bancarella le restituisce la borsa dicendo di averla vista a terra e che aveva preferito raccoglierla. Della bici però nessuna traccia.

Le viene da piangere perché la bici è di sua madre, anche se dopo ricorda che la mamma per fortuna ha un’altra bicicletta a casa.”

 

La chiave interpretativa del sogno di Svetlana è “il signore di una bancarella”, quello che “le restituisce la borsa”, quello che l’aveva “vista a terra  e che aveva preferito raccoglierla”. Questa è la figura paterna, il padre di Svetlana vissuto al tempo in cui la figlia maturava la relazione con il padre all’interno della cornice edipica, il solito inossidabile triangolo: padre, madre e figlia. Il quadro è stato conservato intatto nella memoria e rielaborato nel sogno con la stessa infinita tenerezza con cui è stato vissuto: il padre riconosce e rassicura la figlia sulla sua femminilità psicofisica. Tutto questo è presente nei vissuti di Svetlana evidenziati in sogno. Si rievoca il momento in cui la bambina si è sentita accettata dal padre nel suo ruolo femminile: la tensione amorosa del padre nel “raccoglierla”. Il simbolo del “raccogliere” contiene la “pietas” del mettere insieme tratti psichici per formare un’identità, il culto del comporre i fantasmi legati alla relazione con i genitori per un equilibrio esistenziale, il rispetto di un ordine naturale costituito per avere le sicurezze necessarie a vivere. “Raccogliere” si traduce in culto e “pietas”, un vissuto sacrale e mistico. Svetlana si fa “raccogliere” la femminilità dal padre per essere sicura della sua identità appena smarrita, contrastata e conflittuale. Svetlana sente forte il bisogno di essere rassicurata sul suo corpo e sulla sua psiche dal padre.

Meraviglioso!

Il sogno dà la luce alla poesia dei nostri bisogni e sentimenti più umani. La ricerca del padre è importantissima nelle bambine per la futura vita affettiva e sessuale. Il padre è quel primo amore che non si scorda mai perché l’eccesso del desiderio l’ha reso sacro e incontaminato.

Andiamo al dunque in base alle sequenze simboliche del sogno.

La “bici”, la “borsetta”, il furto: questi sono i simboli importanti del sogno di Svetlana. La “bici” condensa la “libido genitale” ossia l’esercizio della vita sessuale, la “borsetta” condensa la “recettività sessuale femminile” ossia la vagina, il “furto” condensa la “castrazione” della suddetta “libido genitale”e della “recettività sessuale femminile”: il furto della bici e della borsetta per l’appunto. La “castrazione” si traduce in una inibizione psicofisica, in un impedimento psichico e in un blocco fisico nel vivere la sessualità, un vissuto naturale e assolutamente normale nell’evoluzione degli investimenti della “libido”, ma da tenere sempre sotto controllo per impedire che si sposti nell’uomo che verrà dopo il padre. Se con la figura paterna la castrazione impedisce l’incesto, il rischio è proprio quello di operare la “castrazione” nelle relazioni future con grave danno per la vita sessuale personale e per quella di coppia.

Torniamo alla decodificazione. Svetlana sogna la sua vita sessuale e la sua dimensione femminile in un senso preciso e rafforzato. Il “prato verde con attorno degli alberi” è una bella condensazione della realtà psichica in atto della protagonista del sogno, la quale non ha difficoltà di relazione o di offerta e di disposizione verso il suo prossimo, dal momento che aggiunge le “bancarelle” di “un mercato” e anche l’operosità delle “fabbriche”. Non mancano a Svetlana bambina le speranze e le possibilità nella vita che l’aspetta: “corre verso uno spazio libero del prato”. In quanto a struttura psichica Svetlana si è evoluta nella sua completezza anche relazionale, per cui sembra che non debba mancarle alcunché.

Ma ecco che comincia il piccolo dramma della “castrazione” nella versione femminile. “Lascia la bici”,”lascia la sua borsetta”: Svetlana è pronta  e desidera affidarsi all’universo maschile, ma un trauma turba il suo equilibrio psicofisico dal momento che blocca la sua vita sessuale e opera un’inibizione della sfera erotica. Le hanno rubato “bici” e “borsetta” che aveva poggiato “a terra”; quest’ultima è un altro simbolo femminile a conferma che il sogno verte su una psicodinamica classica dell’essere femminile.

A questo punto la disperazione è il minimo che Svetlana possa vivere di fronte a tanta improvvisa disgrazia. Ma ecco che si profila una parziale soluzione: “il signore di una bancarella le restituisce la borsa dicendo di averla vista a terra e che aveva preferito raccoglierla”. La bici, pur tuttavia, sembra irrimediabilmente perduta:” della bici nessuna traccia”. Il benefico signore della bancarella, come si diceva in precedenza, è il padre, l’uomo che riconosce a Svetlana la “borsa”, la sessualità femminile, ma che per la “bici” non è provvidente, non può provvedere alla vita sessuale della figlia. Svetlana ha sentito la sua femminilità con il padre, ma ha dovuto bloccare il suo desiderio verso quest’uomo della “bancarella” e del “mercato”, un uomo fascinoso per la sua estroversione e di cui, magari, Svetlana bambina era tanto gelosa. Ecco che giustamente, a questo punto, il sogno deve offrire la figura materna, deve esibire la prima donna della vita affettiva di Svetlana, anche questo un primo amore che non si scorda mai.

“Le viene da piangere perché la bici è di sua madre.” Proprio la “bici” rubata era di sua madre e non era di Svetlana. Il richiamo alla madre attesta della contrastata e parziale identificazione al femminile nella figura materna e della incompiuta identità psichica di Svetlana. Il legame con la madre è molto forte e ha strutturato una forma di dipendenza da senso di colpa per essere stata affascinata, nel bene e nel male, dalla figura maschile del padre. La “bici” apparteneva alla madre, l’oggetto dell’attrazione sessuale di Svetlana riguardava la madre. Ecco che arriva la compensazione e l’assoluzione parziale del senso di colpa: “la mamma per fortuna ha un’altra bicicletta a casa”. La sessualità di Svetlana si è evoluta giustamente in riferimento alla madre per quanto riguarda l’identificazione al femminile, ma la madre ha conservato la sua sessualità e lei l’ha smarrita e per il momento non l’ha ritrovata.

La prognosi impone a Svetlana di riappropriarsi della sua vita sessuale nella sua interezza, superando le inibizioni legate alla risoluzione dei resti del complesso di Edipo riconoscendo la figura paterna nella sua reale consistenza e nella sua reale funzione. Svetlana deve liquidare il senso di colpa verso la madre e razionalizzare la dipendenza senza eliminare la solidarietà e la complicità elettiva.

Il rischio psicopatologico si attesta nel sacrificio della vita sessuale con conversioni isteriche della “libido” inibita nel suo naturale investimento e appagamento. Bisogna tenere sotto controllo la tendenza a limitare la vita sessuale con grave pregiudizio per la vita di coppia.

Riflessioni metodologiche: la figura materna è complessa nella sua struttura e nella sua funzione, per cui la relazione con i figli può contraddistinguersi anche di ambiguità e ambivalenza. La madre, ad esempio, può essere amica delle figlie e amante per i figli, solidale e seduttiva, competitiva e complice e tanto altro direttamente proporzionale ai bisogni della madre e dei figli. Bisogna, allora, che le mamme tengano sotto controllo la loro storia e la loro formazione specialmente quando i figli sono adolescenti e durante la prima giovinezza, sicuramente fino a quando i figli non sono diventati a loro volta padri e madri. I figli hanno bisogno soltanto della madre e non di altro. Non bisogna snaturare il ruolo e ridicolizzarlo

perché se la figlia inizialmente è contenta della solidarietà della madre perché le dà sicurezza sociale, di poi si sente sola quando ha bisogno di una presenza autorevole e di una stabilità affettiva. Inoltre non bisogna perdere potere nei confronti dei figli in nome di un falso mito della modernità. Inoltre,   comunicare i dissidi di coppia o esprimere giudizi pesanti sul coniuge è, oltre che disdicevole, dannoso a livello psichico per i figli. Denigrare la figura di un genitore ai figli da parte dell’altro genitore equivale a una bestemmia proprio per la sacralità del padre e della madre, un pesante discredito verso figure che devono essere rassicuranti e integre per i figli. I padri e le madri che sono insolventi a livello di rispetto dell’altro, magari per cercare un’alleanza contingente, seminano nei figli sensi di colpa che nel tempo fomentano legami conflittuali e sbagliati che possono avere ripercussioni nefaste nelle famiglie che costituiranno.

IL  RICONOSCIMENTO  DELLA  MADRE TRA  ANDROGINIA  E  SOPRAVVIVENZA

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“Anna sogna di trovarsi di notte in un luogo illuminato soltanto dal riflesso della luna.

Davanti a lei c’è un canale sommerso dall’acqua che straripa e allaga i campi.

Anna vede soltanto il riflesso dell’acqua, ma sa che ci sono le sponde sotto forma di muretti e che fungono da passerelle.

L’acqua scorre impetuosa e Anna cammina velocemente sopra il

muretto-passerella destro seguendo il flusso forte della corrente.

A un certo punto si rende conto che deve tornare indietro e per risalire il canale deve spostarsi a sinistra e poi saltare a destra: così di continuo. Comincia a saltare a sinistra e a destra e riesce a farlo bene. Per un tratto vede suo figlio che risale il canale insieme a lei, ma dopo non lo vede più.

Risale la corrente con l’angoscia di cadere dentro l’acqua e di annegare.

Ma vede che ce la fa facilmente e che è semplice e divertente saltare a  sinistra e a destra.

Anna è contenta e soddisfatta di se stessa.”

Si prospetta l’interpretazione di un sogno veramente funambolico, non solo a livello dinamico, ma anche a livello simbolico dal momento che le condensazioni sono precise e di vasta portata; alcune hanno una valenza di “archetipi”, sono simboli universali che vanno al di là dell’elaborazione  culturale e individuale, altre sono ad ampio spettro perché includono temi culturali e filosofici. Si tratta nello specifico dei simboli della “acqua”, della “destra”, della “sinistra”, della “luna”. E’, inoltre, sorprendente come il sogno di Anna riesca a camuffare la figura materna e la psicodinamica collegata all’universo femminile con una simbologia assolutamente naturale: “l’acqua” e la “luna”. I simboli sono attinenti per diversi aspetti e per alcuni attributi.

Il sogno di Anna si può definire “come riconoscere la madre” nella fase finale del complesso di Edipo e mostra la dialettica madre-figlia senza trascurare le paure e le angosce che si accompagnano all’emancipazione relazionale e all’autonomia psichica.

Il sogno contiene ancora una caratteristica importante che si può definire “come si risolve il complesso di Edipo in una dimensione di sopravvivenza”: una forma di onnipotenza nell’andare sopra la vita. ”L’acqua scorre impetuosa e Anna cammina velocemente sopra il muretto-passerella destro seguendo il flusso forte della corrente.” Il sogno di Anna è coniugato al femminile e, oltre al funambolismo, presenta i caratteri acrobatici della magia. “Anna vede soltanto il riflesso dell’acqua, ma sa che ci sono le sponde sotto forma di muretti e che fungono da passerelle.” Trattasi dell’illusione ottica di camminare sulle acque da parte di un eventuale ingenuo spettatore e della consapevolezza di Anna del sostegno determinante dei muretti. Inoltre, Anna,  per risalire il canale, “comincia a saltare a sinistra e a destra e riesce a farlo bene.” Questa è la potenza plastica della “figurabilità” del sogno che supera i limiti della fisica gravitazionale e fa gridare al miracolo. Quanto meno Anna in sogno si permette delle gesta ginniche che nella realtà sono molto improbabili.

Il sogno di Anna si può, in ultima istanza, definire nel suo oscillare a destra e a sinistra come la dialettica psichica tra la “parte maschile” e la “parte femminile”, altrimenti detta “androginia psichica”, che per la sua prima formulazione ci riporta al “Convito”, un delizioso dialogo del grande Platone datato quarto secolo “ante Cristum natum”. Vi invito a leggerlo e nel caso specifico si tratta della parte VI, il discorso di Aristofane.

Partiamo con l’analisi del sogno estrapolando i simboli dominanti. Il sogno si svolge “di notte” a testimoniare che la coscienza è obnubilata. Anna è in uno stato crepuscolare, in una dimensione interiore e intima: al tema del sogno, che di per se stesso sviluppa l’interiorità, si associa anche l’atmosfera psichica di abbandono al sonno e al sogno, di disimpegno dalle mille attività della giornata, di riflessione su se stessa. Non basta la notte a connotare la scena onirica, ma si aggiunge come rafforzamento la fievole e bianca luce del “riflesso della luna”. La “luna” è il classico simbolo dell’universo femminile e nello specifico del ciclo mestruale, ma condensa anche il fascino e la seduzione nelle espressioni più crudeli. Si pensi alla “licantropia”, al tema favolistico del “lupo mannaro”, al delirio legato alla visione della luna piena e all’angoscia innescata dalla luna nuova. Quando è luminosa, la luna non contiene la “parte negativa” del fascino e della seduzione femminile, quella che, invece, contiene la “luna nera”, la luna nuova, quella minacciosa e infida che si sa che è in cielo ma non si vede, quella che guarda dall’alto e si nasconde agli occhi atterriti del povero maschio. Questa fase lunare condensa la “parte negativa della donna” in quanto minaccia il maschio nella sua virilità con la sua seduzione subdola, castrante e addirittura mortifera. Si richiamano a tal uopo i miti in riguardo a Lilith, alle sirene, alle maghe, alle streghe, tutte figure femminili improntate a tremendo danno per l’universo maschile soltanto perché portano il maschio alla perdizione con le lusinghe carnali, con le magie psichiche, con la decerebrazione, con la malattia mortale e con l’asportazione traumatica del membro. Ovvio che questa cultura è stata elaborata dai maschi sin dal tempo antico, a testimonianza del terrore che incuteva la femmina, più che la donna, con l’angoscia di castrazione collegata alla recettività sessuale del suo corpo e soprattutto con l‘angoscia collegata alla prorompente sessualità, così diversa da quella maschile e così impegnativa per il maschio. Nel sogno di Anna la luna è luminosa, quindi è femmina e seducente e fa da degno contorno coreografico al teatro femminile in cui si svolge la psicodinamica. La notte e il paesaggio oscuro, inoltre, condensano la femminilità neurovegetativa, l’intimità, la seduzione, la caduta della vigilanza e della razionalità, la creatività, la fantasia, i meccanismi del “processo primario”, proprio quelli che elaborano il sogno.

Procediamo con l’analisi.

Davanti ad Anna c’è “un canale sommerso dall’acqua che straripa e allaga i campi”. Il “canale” nella  sua funzione di regolamentare l’acqua ha una valenza maschile di natura logica e impositiva, mentre l’acqua è un attributo simbolico dell’archetipo “Madre”. Il simbolo femminile dell’acqua è dominante nel sogno di Anna in maniera direttamente proporzionale alla sua forza e alla sua potenza. L’acqua è regolata dal canale in cui impetuosa scorre, ma straripa e allaga il territorio circostante. L’acqua è l’elemento classicamente associato alla vita per la fertilità della madre terra e per il feto che naviga nel liquido amniotico durante la gravidanza. Va considerato che la donna forgia la vita nel suo grembo secondo il registro biologico del sistema neurovegetativo ed endocrino. L’acqua rappresenta, inoltre, l’energia vitale, lo slancio vitale, la forza irresistibile della natura, il sistema neurovegetativo, la “libido” di Freud depurata in parte dalla valenza sessuale e arricchita di una valenza energetica, il principio cosmogonico del primo filosofo greco, Talete.

Simboli maschili sono il canale con gli argini che non si vedono e la “destra”.

Rappresentano la direttività e la razionalità legate all’universo maschile. Ma la femminilità del sogno è anche direttiva e precisa. Anna coniuga la parte fallico-narcisistica introducendo nel sogno la sua parte maschile introiettata quando da bambina si viveva in attesa che si evidenziassero i caratteri sessuali. Anna “vede soltanto il riflesso dell’acqua”, è attratta dalla sua femminilità e dalla figura materna sopra cui cammina nella parte destra e seguendo il flusso della corrente. Anna domina la scena ed è padrona della sua psicodinamica, dal momento che va verso “destra” e procede sicura sopra il muretto dell’argine del canale: ”sa che ci sono le sponde sotto forma di muretti che fungono da passerelle”. Va giù di corsa con impeto e sicurezza nel giostrarsi con la sua femminilità e con la figura materna. L’identificazione ha avuto buon fine ed è arrivata all’identità psichica femminile con quel tratto maschile di impeto e di sicurezza. Fino a questo punto la parte progredente del sogno.

“A un certo punto si rende conto che deve tornare indietro”. Anna ha la consapevolezza di aver osato tanto e deve rivisitare, più che regredire, le sue conquiste saltando a sinistra e a destra, da una sponda all’altra del canale. Anna torna indietro a rafforzare la sua identità per l’insorgere di una normale paura di se stessa e della sua sicurezza. Del resto, il sogno di Anna ha visitato la madre e adesso deve rassodare le sue conquiste. Il figlio l’accompagna, ma Anna non ha un conflitto con la sua maternità, per cui può lasciarlo e non lo vede più. Si è soltanto ricordata che anche lei è mamma come la sua mamma. Il saltare a sinistra e a destra vuole attestare la completezza dell’ essere umano nella “androginia psichica”. Ogni persona, al di là del suo sesso biologico, a livello psichico possiede ed esprime quelle che simbolicamente si definiscono “parte maschile” e “parte femminile”, la parte razionale e la parte emotiva, la parte affermativa e la parte remissiva, la parte fallica e la parte recettiva: attributi del corredo psichico ascritto simbolicamente all’universo maschile e all’universo femminile. Nel rivisitare se stessa Anna mostra in sogno tutta la sua umana consistenza, l’angoscia di cadere nell’acqua. La femminilità ha un peso e un costo per essere portata in giro una volta libera dall’invadenza della figura materna. E’ questa la valenza edipica nell’ultima fase, il riconoscimento della figura materna per affermare se stessa come femmina. Si presenta l’angoscia di essere fagocitata dalla madre, di non riuscire a liberarsi dal possesso della figura materna. Anna ha fatto la sua ribellione alla madre per affermarsi come persona e ci è riuscita perché ha vissuto la madre come l’altro da sé e non necessariamente come una matrigna o una strega, la “parte negativa della madre”.

E’ semplice e divertente risalire e non regredire. E’ come se fosse il rafforzamento di una presa di coscienza. Anna sa di sé e della sua femminilità e si è riscattata dalla madre. Anna è appagata. Magari in sogno si è spaventata, ma dopo ha risolto anche la paura e ha rivisto la sua emancipazione e la sua autonomia psichica. Bisogna vivere la madre nella sua sacralità e nella giusta dimensione psichica e non come un ostacolo all’affermazione. L’identificazione si è risolta nell’identità, per cui ”Anna è contenta e soddisfatta di se stessa.”

La prognosi impone ad Anna di godere delle sue conquiste psichiche e di rafforzare il suo rapporto con la madre con una finalità generosa dopo aver tanto ricevuto. I genitori anziani vanno adottati dai figli e non depositati dolcemente in case di riposo, i nuovi “lager”. Anna deve portare avanti la sua autonomia con un intento donativo.

Il rischio psicopatologico si attesta nella “regressione” al conflitto con la madre per l’insorgere di un bisogno di dipendenza psichica a causa di una crisi affettiva. Consegue la caduta della qualità della vita con sintomi psicosomatici da psiconevrosi edipica.

Riflessioni metodologiche: il sogno di Anna induce a parlare sul destino del complesso di Edipo, in particolare sul tema se si risolve del tutto o se si trasforma. La risposta immediata è che il complesso di Edipo, meglio il paradigma edipico, non si risolve mai del tutto così come si prospetta nella teoria psicoanalitica e così come si propone ogni genitore e ogni figlio. La relazione edipica si può proiettare sui figli e capovolgere da parte dei genitori sotto l’incalzare dell’angoscia di morte legata all’evoluzione del tempo e all’involuzione organica della vecchiaia. Come si manifesta? Facilmente un padre e una madre non vogliono fare a meno del possesso del figlio o della figlia. Oltretutto nella senescenza i genitori hanno bisogno di essere serviti e mantenuti. Si generano in tal modo conflitti tra genitori e figli, tra famiglia d’origine e famiglia di nuova formazione. E’ famoso il mito della suocera cattiva. Non sono soltanto i figli che devono risolvere il complesso di Edipo, ma anche i genitori che si ritrovano a vivere quello che hanno già vissuto al loro tempo con i loro genitori. Si ripete la storia della “Nutella”: la nonna la dava alla mamma, la mamma la dà alla figlia, la figlia la darà a sua figlia e così nel tempo che sarà: una “coazione a ripetere” della squisita crema al cacao e alle nocciole da spalmare sugli affetti familiari. Ma, attenzione al diabete!