UN SIRTAKI

Un sirtaki,

lo balliamo un sirtaki?

Ho cento vestiti d’organza nell’armadio

che attendono un ballo,

non dirmi di no,

non ora.

Ho camminato a lungo per le stesse strade,

ho pensato a noi due

mentre le percorrevo passo dopo passo,

salite e discese,

fiato che si spegne e ritorna,

ritmo,

vita immediata,

morte infinita.

Cosa ci facciamo così lontani?

Voglio stare seduta su un tronco secco di un albero

a guardarti mentre inventi intrecci disarmanti,

voglio crescere dal fuori al dentro come gli amanti.

Coltivami,

abbi pazienza.

Rinasco come l’erba selvatica,

come le rose che buttano i fiori

senza sapere che ci vorranno cinquant’anni

per capire che un fiore è un fiore,

un fiore,

un fiore.



Sabina



Trento 10, 02, 2024







NEL MIO SOGNO

Eri nel mio sogno.

C’era il solito bellissimo giardino su un pendio,

pieno di alberi e un prato folto d’erba verde.

Che meraviglia!

Non sai (ma sì, lo sai) quante volte avrei voluto scriverti,

chiederti come stai,

come vivi

e a cosa pensi.

Passo molto del mio tempo mentale,

l’unico tempo che vale,

in tua compagnia.

Ti parlo di stupori

che mi salvano da giornate altrimenti sempre uguali,

passate a lavorare nello studio bello bello

con ragazze belle e fatue che mi chiedono

se lasciare il moroso o comprarsi una borsa.

Sabi, mi dicono, fatti una pausa caffè con noi,

e io mi alzo

e parlo

e rido

e vabbè,

non è il mio mondo,

ma quale mondo è mai stato il mio?

Mi sono fermata a casa con i miei fratelli e mia madre.

Facevamo il gioco del vocabolario

ed era tutto là,

c’era un senso.

C’era anche tanta altra gente,

tutti leggermente fuori fase.

Amore, calore, malinconia e parole.

Sono stata felice e fortunata,

chissà se lo sono ancora.

Le persone se ne vanno,

resta la memoria

che vira in immaginazione,

la parte migliore di noi,

il dono prezioso che valica le barriere dello spazio-tempo.

Vale sempre la pena,

direi,

esserci

e compiere questo viaggio.
Vedi,

cose così,

pensieri che cadono come foglie,

niente di più.

Forse è per questo che non ti scrivo spesso.

E tu come stai?

Come vivi?

Cosa pensi?

A spasso con te, sempre.

Sabina

L’ERBA DEL VICINO

Adorabile è il gioco degli specchi

in cui l’adorata si pone da sola

e al centro di se stessa.

Il Cantico lo dice a chiare note:

come mite gazzella porta le labbra procaci e i seni intonsi

nel verde pascolo dove nulla è mancante

se tu sei con me.

Anche se non ci sei,

nulla è mancante

perché io ti penso.

Il narcisismo è una caratteristica maschile.

Nessuna donna va alla conquista di se stessa,

tanto meno si annega alla fonte risorgente di Ciane o di Aretusa

o si trafigge di acuminato pugnale nel prospero petto.

Narciso fa a meno di Eco,

la bellissima tra le belle,

colei che ancora vibrando risuona per valli e per monti.

Anche Orfeo piange l’amato bene perduto,

mentre la morbida Euridice scende nel regno degli Inferi

abbracciata all’ispido e irsuto Ades.

Questo è l’amore,

l’amore del possesso:

un capitalismo di guerra,

uno Smith che si marita in un soviet con Keynes.

Tu e io definiamo identità in opposizione

ciascuno pescando nel mondo dell’altro:

tu femmina, io maschio,

tu maschio, io femmina.

Il sillogismo è bello e servito.

Concludi tu,

tu che mi arricchisci con la tua visione balzana dell’universo,

una weltanschauung alla carlona e degna di un visionario,

un manicomio fascista e democristo prima dell’amico Franco,

un timballo di melanzane carnose e polpettine con salsa di pomodoro.

Ma la paternità di ciò che tu muti è mia,

la maternità di ciò che tu muti è tua.

Alla fin fine la Vita è Poesia.

La grande consolazione è la grande Bellezza.

Tutto questo mi sembra di gran lunga sufficiente

per accorgersi del miracolo,

per gridare inseguendo un goal e con tanto di mortaretti notturni:

evviva,

evviva,

abbiamo fatto ancora una volta la festa al Santo”.

Sava

Carancino di Belvedere, 21, 05, 2021

LA CABINA TELEFERICA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di trovarmi all’interno di una villa con un gruppo di persone di cui ricordo chiaramente soltanto il mio vicino di casa.

Qualcuno voleva ucciderci tutti.

A un certo punto entriamo in una cabina mobile sospesa in aria che dal palazzo porta al giardino e, mentre siamo tutti all’interno, la teleferica si spezza e cadiamo nell’erba senza alcuna conseguenza.

Il mio vicino di casa non vuole mollare la presa della cabina, ma, dopo avergli assicurato che non si sarebbe fatto male, si lascia andare senza conseguenze.

Mi trovo all’interno della cabina e dopo all’esterno e sono al suolo e non ho una visuale dall’alto.

Sono minacciato dal tizio che voleva ucciderci, ma me la cavo con degli stratagemmi e con le parole.

Ricordo di essermi trovato anche dentro un ascensore.”

Così e questo ha sognato Mario.

INTERPRETAZIONE

Ho sognato di trovarmi all’interno di una villa con un gruppo di persone di cui ricordo chiaramente soltanto il mio vicino di casa.”

Mario all’inizio del suo sogno socializza bene e si trova bene nella massa anonima. Soltanto per il suo “vicino di casa” mostra una certa memoria, per il resto tende a rimuovere, a non pensare, a non concentrarsi, come se la precisione mentale e la vigilanza psichica fossero operazioni minacciose per la sua integrità mente-corpo. Questa tendenza alla smemoratezza e alla superficialità è indizio di tanto travaglio psichico incorporato e sempre in procinto di emergere e di esprimersi. Aggiungo che il “vicino di casa” è l’alter ego o l’alleato psichico o lo schermo su Mario cui può “proiettare” i suoi vissuti traumatici e le sue angosce profonde, i suoi film dell’orrore e le sue fantasie truffaldine. Meglio avere sempre un portacenere a portato di mano, piuttosto che buttare la cenere e la cicca in mezzo alla strada e tanto meno d’estate sulla spiaggia.

Qualcuno voleva ucciderci tutti.”

Quanta aggressività mortifera sin dall’esordio!

Mario esplode con la sua carica aggressiva nei confronti di quella gente massificata e anonima che lo circonda, come se avesse un conto in sospeso con gli altri, come se temesse la presenza delle persone anonime per quello che possono pensare, dire e fare. Mario vuole liberarsi di tutti quelli che vive come una seria minaccia alla sua sopravvivenza, alla sua persona e alla sua dignità. “Tutti volevano uccidere qualcuno”, questo è il corretto e giusto capovolgimento della frase di Mario. E questo “qualcuno” era proprio Mario. Pur di difendersi, cosa non si fa di legittimo e di illegittimo. Datemi una pistola e mi difenderò da solo e grazie alla legge, come gli americani e i soliti idioti.

Ma perché Mario ce l’ha tanto e a morte con la gente che lo circonda?

Perché questa paturnia paranoica?

A un certo punto entriamo in una cabina mobile sospesa in aria che dal palazzo porta al giardino e mentre siamo tutti all’interno, la teleferica si spezza e cadiamo nell’erba senza alcuna conseguenza.”

Mario in apparenza salta di palo in frasca, ma in effetti resta fermo a elaborare la sua carica aggressiva e la investe in ogni dove e in ogni quando, anche nell’aria dove ci si può librare come una libellula. E’ interessante la caduta dall’alto verso il basso, in quanto descrive il processo psichico difensivo di “materializzazione”, di ricorso alla realtà e ai suoi principi, di destituzione della tendenza, altrettanto difensiva, alla “sublimazione della libido”, di mettersi al servizio degli altri per essere accettato perché sono io il primo a non accettarmi, di ricevere una carta d’identità sociale da chi frequento e da chi mi frequenta e anche da coloro che non mi conoscono e però mi vedono. La catastrofe incombe nell’economia psichica di Mario e non si può stare con i piedi per terra e camminare regolarmente e magari correre su un verde prato o sulla realtà che promette benessere e prosperità. No, si deve sempre cadere e rompersi le ossa del collo, farsi male perché dagli altri m’aspetto soltanto male e perché non posso che meritare soltanto disprezzo. La “cabina mobile sospesa nell’aria” rappresenta una protezione, un involucro che tutela Mario come una placenta o un grembo che accoglie un feto. Per fortuna tutto bene è quel che finisce bene. Mario atterra insieme agli altri semplicemente perché ha ridotto la sua carica aggressiva e può sognare che tutti si salvano dopo la fantasiosa marachella della teleferica che si spezza. Mario può ripartire dal prato, dall’erba dove è caduto, può riprendere dalla vita di tutti i giorni. L’attacco di paranoia acuta è passato, ma non è del tutto superato. Prima o poi ritorna come le fasi della capricciosa luna.

Il mio vicino di casa non vuole mollare la presa della cabina, ma, dopo avergli assicurato che non si sarebbe fatto male, si lascia andare senza conseguenze.”

Ahi ahi ahi, una parte di Mario, il “vicino di casa”, l’alleato, “non vuole mollare la presa della cabina” ed è rimasto attaccato alla teleferica e completamente sospeso nel vuoto. Sarebbe stato troppo bello che Mario si fosse sbarazzato della sua carica persecutoria e si fosse allineato con gli altri e riconciliato con la società. Non è così, perché la tendenza paranoica persiste nel tratto che è stato esaltato dal vivere quotidiano, un tratto che esige una diffidenza degli altri, una minaccia negli altri, un’avversione al giudizio supposto degli altri sulla sua persona. Purtuttavia, Mario riesce a convincere se stesso a lasciarsi andare e a conciliarsi con la realtà anche se difficile e problematica. Ricordo che la “cabina” rappresenta quel grembo materno e protettivo da cui Mario deve staccarsi per acquistare la sua autonomia psicofisica. E questa operazione esegue l’onnipotente Mario e al completo e tutto intero: lui in persona e il suo “vicino di casa” altrettanto in persona.

Viva la libertà e viva la vita!

Mi trovo all’interno della cabina e dopo all’esterno e sono al suolo e non ho una visuale dall’alto.”

Mi sento protetto all’interno della madre, ma posso anche stare fuori dal grembo e vivere la realtà di tutti i giorni anche se non riesco del tutto a essere concreto e a materializzarmi abbandonando il processo di “sublimazione” della mia aggressività quando non mi sento importante e voluto bene dalla gente. Mario dice a se stesso di non essere un uomo concreto e pratico, fattivo e costruttivo per se stesso e di non poter continuare a “sublimare la sua libido” mettendosi al servizio degli altri, invece di realizzare il suo bene e di vivere il suo piacere. Mario è onnipotente e ha il dono dell’ubiquità, si trova dappertutto e in ogni luogo trova un problema, accusa una difficoltà, presenta un trauma da risolvere. Mario oscilla maledettamente tra il bisogno di dipendenza e la necessità dell’autonomia psicofisica. Mario deve liberarsi dalla tutela della figura materna e aspirare alla libera gestione della sua persona e delle sue risorse umanissime. Mario non vuole perdere nulla, vuol continuare a “sublimare”, a “materializzare”, a stare con gli altri e ad aggredire la gente da cui non si sente apprezzato e amato. Fa tutto lui in questo bailamme tutto napoletano, più che francese.

Sono minacciato dal tizio che voleva ucciderci, ma me la cavo con degli stratagemmi e con le parole.”

L’attacco di paranoia è ritornato in pieno e con tutte le sue cariche mortifere, ritorna il “qualcuno” dell’inizio del sogno che aveva minacciato di uccidere tutti e adesso si presenta come il “tizio”, quella parte psichica paranoica di Mario che si sentiva insidiato nella sua sopravvivenza dagli altri e dal loro giudizio. Ritorna quel Mario che tende ad aggredire per non essere aggredito e che immancabilmente si sente aggredito da tutti e da nessuno perché non può fare a meno di vivere in mezzo agli altri anche se ne teme la presenza mentale e visiva, la presenza e il giudizio. Ma le risorse del nostro attore protagonista sono quasi infinite, per cui Mario ricorre alla razionalizzazione del suo stato psicofisico con le parole e i ragionamenti, con le azioni e le arti retoriche, con i sotterfugi contingenti e le illusioni momentanee. E in questo modo può andare avanti con il suo conflitto intrapsichico, la paranoia, e il suo conflitto relazionale, la gente maligna. “Accettare se stesso tramite la razionalizzazione”: questo è il progetto psicoterapeutico principe in questa surreale diatriba di Mario con se stesso.

Ricordo di essermi trovato anche dentro un ascensore.”

Ritorna la protezione della madre e il bisogno di essere tutelato. “L’ascensore” ha il pregio di andare su e giù, di “sublimare la libido” e di “materializzare la libido”, di nobilitarla nel piacere altrui e di concretizzarla nel piacere personale. “L’ascensore” è veramente il simbolo giusto per attestare il simbolismo della condizione psichica altalenante e ballerina di Mario. Bisogna tendere all’autonomia psicofisica, qualunque sia lo psicodramma esistenziale di Mario. Bisogna liberarsi dalle dipendenze e rassicurarsi sulla presenza degli altri, al di là delle loro impressioni e convinzioni. Bisogna che Mario faccia perno su se stesso e non elabori pericolose fantasie persecutorie che gli fanno perdere il contatto logico e vigilante con la realtà, la vera e oggettiva realtà e non la neo-realtà che Mario tende a costruire per difendersi dal coinvolgimento e dal rischio sociale. Bisogna che Mario si comprometta con la gente e si mischi con gli altri rischiando di godere. E allora ben venga il detto antico del “chi non risica non rosica” e la memoria, altrettanto antica, del “cave dementiam”, “occhio alla paranoia”, che è una brutta bestia, aggiungo io.

L’interpretazione analitica del sogno bizzarro di Mario si può concludere con questa prognosi e con i detti popolari e non.

Alla prossima.

IN MEZZO ALL’ERBA … ALTA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero in auto con mia figlia e a una curva siamo precipitate in un burrone.
Siamo volate dall’alto e, appena mi sono ripresa dalla caduta, ho cercato le altre persone che erano con noi.
Fortunatamente anche loro si stavano alzando in mezzo all’erba dove erano cadute e io continuavo a chiedere se erano sicure di stare bene.
Loro mi tranquillizzavano e camminavano per uscire dall’erba alta.”
Questo breve ma intenso sogno porta la firma di Elettra.

INTERPRETAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Ancora a proposito di Evoluzione e di “scherzi” sociali che l’andare avanti nel cammino della vita comporta,… ecco il sogno di Elettra!
A un primo esame si evidenzia il prodotto psichico di una donna in crisi che cerca nella società in cui vive un’identificazione rassicurante in un momento difficile della sua vita. Alla sua identità psichica, acquisita con la risoluzione del conflitto con la madre, “posizione edipica”, e portata in evoluzione nel corso della sua giovinezza e maturità di donna, Elettra aggiunge l’identità psico-socio-culturale avendo bisogno di un rafforzamento per l’emergenza in atto. E il sogno dice questo nei suoi termini simbolici e logici-consequenziali. “Così capita a tutte e così fan tutte”: questa è una buona sintesi del sogno di Elettra. Oppure la sapienza popolare ci soccorre con l’antico adagio “mal comune, mezzo gaudio”. Insomma Elettra è in fase di superamento di una crisi esistenziale e psichica che la coinvolge come persona e come donna.
Ma di quale crisi si stratta?
Una crisi depressiva scatenata da un “fantasma di perdita” e una crisi d’identità legata all’immagine femminile: psiconevrosi ansioso depressiva con pulsione ossessiva.
Elettra si è evoluta come donna e come madre e si sta approcciando a un processo di perdita che l’evoluzione presenile comporta, forse la menopausa ma certamente una riduzione degli investimenti di “libido genitale” dal momento che sin dall’inizio del sogno è chiamata in causa la vitalità sessuale: “ero in auto”. Aggiungo che la causa scatenante di questa crisi depressiva può essere un trauma provocato da un agente esterno, un fattore che si riverbera nella “organizzazione psichica reattiva”, la mette in crisi, la scompensa in attesa del ripristino di un nuovo equilibrio evolutivo.
L’interpretazione del sogno preciserà meglio la questione e i suoi contorni.
Qualche accenno teorico sulla “depressione” non fa mai male. Ritenuta da sempre dalla Psichiatria una psicopatologia grave e pericolosa che coinvolge l’unità psicosomatica, la mente e il corpo, la depressione è anche stimata dalla Filosofia esistenzialista l’essenza dell’uomo, il male oscuro che porta al suicidio, il Nulla che contraddistingue l’andare verso la morte. Per tanta disgrazia teorica la malattia mortale dell’uomo è l’angoscia, il male oscuro inteso come distacco e perdita irreparabile che sfocia nell’autodistruzione. La Psicoanalisi rileva in primo luogo la caduta degli “investimenti di libido” e colloca la radice di questa sindrome nella prima formazione dell’infanzia: l’elaborazione del “fantasma” di abbandono e di perdita in riferimento alla persona significativa che nutre il bambino. Melania Klein individuò la “posizione psichica depressiva” nel bambino sin dai sei mesi di vita a seguito di un’intensa vitalità dei fantasmi elaborati in riferimento alla madre e alle angosce di morte per fame. La Psicologia infantile contiene meccanismi psichici di difesa dall’angoscia come la “scissione dell’imago”. Quest’ultima denota l’incapacità del bambino a concepire l’oggetto esterno nella sua interezza e il bisogno di dividerlo in due: “seno buono” o madre che nutre e “seno cattivo” o madre che non nutre in specifico riferimento al “fantasma della madre”. Dopo i sei mesi di vita la Mente del bambino riesce a concepire l’oggetto esterno nella sua interezza, la “madre”, e in questa posizione si sperimenta e si struttura un nucleo depressivo come “fantasma di perdita”. Nel teatro psichico primario esordiscono e recitano la loro degna parte l’affettività, il senso e il sentimento di attaccamento. La vita psichica inizia con la vita organica come rappresentazione delle pulsioni primarie e delle sensazioni collegate. Si è sperimentato e formato, quindi, un nucleo depressivo che nel tempo verrà contenuto dai “meccanismi di difesa” più sofisticati di quelli “primari” e che potrà ritornare ad esibirsi dietro stimoli esterni che lo esaltano e lo scatenano. Questo processo è comune. Tutti abbiamo incamerato un nucleo depressivo e tutti lo viviamo quotidianamente nei distacchi affettivi, “psiconevrosi depressiva”, ma è importante contenerlo e non ingigantirlo avendo una buona presa di coscienza dei propri fantasmi e della propria “organizzazione psichica”. Si può affermare che la “depressione siamo noi”, che si trova nella nostra storia psichica evolutiva e che contraddistingue la vita affettiva e gli investimenti di “libido”. La domanda, che sorge spontanea a questo punto, è la seguente: “cos’è la depressione grave, quella che non fa vivere degnamente e si conclude nel suicidio?” Rispondo sempre in termini più semplici possibili. In questo caso non abbiamo un nucleo depressivo che si esalta nelle esperienze della vita, ma troviamo una struttura evolutiva depressiva, “organizzazione psichica reattiva depressiva”. I “meccanismi di difesa” dall’angoscia di questa persona hanno operato, di fronte alle sensazioni ed esperienze di perdita che la vita comporta e le persone intorno non ti risparmiano di certo, in maniera di rafforzare questi fantasmi e queste modalità di pensiero. Ancora: esiste una depressione che viene scatenata da agenti esterni, esogena, ed esiste una depressione scatenata da agenti interni, endogena: La prima è una psiconevrosi, la seconda è una psicopatologia grave. Mi fermo a queste brevi linee di chiarimento.
L’interpretazione del sogno di Elettra chiarirà la psicodinamica depressiva con la sua fenomenologia onirica, come si è allucinata nel sogno, come è stata tradotta in immagini dal “processo primario”, dalla Fantasia insomma.
Il titolo “In mezzo all’erba” si traduce “in mezzo alle complicazioni della vita” e specialmente se l’erba è “alta”.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero in auto con mia figlia e a una curva siamo precipitate in un burrone.”

Elettra esordisce in sogno direttamente con il “fantasma di perdita”, con il conflitto depressivo tra l’avere e il perdere. Traduco: Elettra riflette sulla sua sessualità e si mette in relazione con un’immagine di sé giovanile e avvenente, un’alleata dei migliori tempi, una “parte di sé” ben vissuta e assimilata. La “figlia” ha il doppio significato di una “proiezione” dell’immagine di sé e di un “rafforzamento” per continuare a dormire e a sognare. Inoltre Elettra comunica di essere madre e di avere alle spalle una buona esperienza di “libido genitale”. La carta d’identità psichica dice, infatti, che si è accompagnata a un uomo, ha partorito dopo travaglio, ha accudito una creatura, una vita sessuale e affettiva di tutto rispetto. All’improvviso Elettra si è scoperta senza quel fascino e quell’avvenenza proiettate sulla “figlia”. La “curva” ha proprio il senso di una presa di coscienza improvvisa e dettata da un agente esterno: una delusione affettiva, un mancato apprezzamento, un rifiuto inaspettato, una malattia, una perdita. Elettra giovane ed Elettra matura vanno in una depressione “patocca” e dovuta al ridestarsi di un “fantasma di perdita”. Il “burrone” si somma al “siamo precipitate” a testimoniare l’intensità della caduta e del processo psichico simbolico di classico stampo depressivo: una “depressione reattiva” e indotta da stimoli esterni. Ricordo l’adagio popolare “mi è mancata all’improvviso la terra sotto i piedi” per attestare la caduta rovinosa nel triste e doloroso vissuto della “perdita”. Ricordo ancora che il “fantasma di perdita” è la versione sublimata e civilizzata del “fantasma di morte”. In sintesi: Elettra ha la consapevolezza di aver perso fascino ed eros a causa di un’improvvida e dolorosa esperienza relazionale ed entra in crisi depressiva. Oppure: Elettra vive traumaticamente la perdita della fertilità e si accorge di non essere più giovane e attraente. Fate voi, ma così fa il sogno.

“Siamo volate dall’alto e, appena mi sono ripresa dalla caduta, ho cercato le altre persone che erano con noi.”

Elettra insiste sull’evento traumatico e ne attesta l’entità e la dinamica. Era in una fase di appagamento della realtà in atto e possibilmente di “sublimazione della libido”, simbolo “volate dall’alto”, che la caduta l’ha sorpresa e tanto stupore ha richiesto una “ripresa”, una presa di coscienza di quello che le era appena successo e che le stava succedendo. Dopo aver avvertito la depressione, Elettra si è tirata su confrontandosi con le altre donne che erano nella sua condizione psicofisica, stessa età e stesso malessere. In precedenza il sogno non ha detto di una gita in montagna e di una comitiva, ha parlato di una strada, di una curva, di un’auto e di una figlia. Ma la stessa esperienza è stata fatta da “altre persone” a lei assimilabili e che condividevano tratti psicofisici e realtà esistenziali. Elettra cerca subito di rafforzare la sua consapevolezza attraverso la relazione sociale: “mal comune è mezzo gaudio”. Sembra che Elettra sia preoccupata della salute delle amiche e conoscenti, ma in effetti è tanto interessata a come loro hanno risolto lo stesso problema, il “fantasma depressivo di perdita” in riguardo al femminile e alla femminilità. Ipotizzo: come si sono comportate le altre donne dopo un tradimento del proprio uomo? Ipotizzo: come si sono comportate le altre donne dopo la progressiva riduzione ormonale e caduta dell’appetito sessuale?

“Fortunatamente anche loro si stavano alzando in mezzo all’erba dove erano cadute e io continuavo a chiedere se erano sicure di stare bene.”

Non tutti i mali vengono per nuocere e la fortuna non è cieca e spesso ci vede benissimo: “fortunatamente”. Tutto bene quel che finisce bene e, se poi è anche condiviso, anche i mali depressivi possono essere risolti e superati. “L’erba” è simbolo della realtà in generale e nello specifico della realtà psichica in atto, uno stato psicofisico critico e avaro di prestanza, ma sempre una realtà che si può arginare e superare: “si stavano alzando in mezzo all’erba dove erano cadute”. “Loro” rappresenta simbolicamente l’altro da sé , il termine sociale di confronto che stabilisce la cosiddetta e fortunata “normalità”. Ma Elettra, nonostante la rassicurazione che si offre in sogno a firma delle “altre persone”, non è del tutto convinta della sua condizione psicofisica e cerca di rassicurarsi attraverso le richieste e i confronti. Il “continuavo a chiedere” non è soltanto un indizio d’insicurezza, ma è soprattutto un segnale d’incipiente ossessione: psiconevrosi che si somma al tratto depressivo scatenato dal ridestarsi dell’infantile “fantasma di perdita”. Le risorse dell’Io non sono sufficienti per tagliare la testa al toro e per confermare la nuova realtà psicofisica o il trauma a lei occorso suo malgrado. La sicurezza è di competenza dell’Io, ma se s’infila nella questione la mala erba del “pensiero ritornante”, l’ossessione, allora la ripresa è più sofferta e problematica.

“Loro mi tranquillizzavano e camminavano per uscire dall’erba alta.”

Ecco la funzione terapeutica del sogno!
“L’erba” condensa simbolicamente la realtà psichica in atto, la vitalità e la vita, la situazione psico-esistenziale e relazionale che si sta vivendo. Se quest’erba è “alta” la realtà è sempre attraente nel suo essere complicata e nel suo bisogno di maggiore cura e attenzione. Elettra è insicura e cerca nel sociale e nelle relazioni quella compattezza psichica che da sola non riesce a darsi. Ma in effetti il sogno è suo e quello che elabora le appartiene, per cui merita un apprezzamento per quello che si fa dire dalle “altre persone” che, come lei, si sono imbattute nel cammino della vita e nell’esercizio della vitalità in difficoltà organiche e in crisi causate da intemperanze altrui. L’insegnamento si attesta nel “camminare e uscire per tranquillizzarsi”. La “depressione reattiva” e indotta da trauma, che si ascrive a situazioni e persone e a fatti malamente vissuti, si risolve con il fare, l’ergoterapia, per ripristinare l’equilibrio turbato dalla “perdita” e dalla riedizione del “fantasma” antico, quello del primo anno di vita per intenderci. Anche la realtà più cruda va vissuta e appartiene alla vita anche se annienta la vitalità.
Questo ha sognato una donna chiamata Elettra.

PSICODINAMICA

Il sogno di Elettra svolge la psicodinamica della perdita depressiva indotta da trauma e prospetta la soluzione attraverso l’identificazione nel sociale e la “razionalizzazione” dei vissuti in riguardo ai fatti. Elettra è chiamata a reagire a un episodio e a una contingenza da lei vissuto come dannosa e destabilizzante, per cui il sogno suggerisce che la condivisione aiuta a capire e a risolvere anche il trauma più crudo e vergognoso. La società ha un influsso positivo per gli animali sociali chiamati uomini: Aristotele.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

Il sogno di Elettra contiene i seguenti simboli: “auto” o automatismi pulsionali dell’apparato sessuale, “curva” o difficoltà dell’autocontrollo, “figlia” o parte giovanile di sé, “precipitate” o psicodinamica depressiva di perdita che va dall’alto verso il basso, “burrone” o fantasma di morte, “dall’alto” o luogo della sublimazione della libido, “caduta” o psicodinamica depressiva di perdita, “altre persone” o relazione d’aiuto e identificazione sociale, “ripresa” o razionalizzazione dello stato psichico da parte dell’Io, “”alzando” o ritorno alla realtà, “in mezzo all’erba” o tra le difficoltà della vita e della crisi della vitalità, “continuavo a chiedere” o psiconevrosi ossessiva, “tranquillizzavano” o ripristino auto-consapevolezza, “uscire” o risoluzione di un conflitto o di un trauma, “camminavano” o esercizio del vivere e investimenti di libido.
Il sogno di Elettra richiama l’archetipo della “Morte” per abbandono affettivo e per perdita depressiva.
Il fantasma dominante è quello di “perdita”.
Il sogno di Elettra vede agire l’istanza pulsionale “Es”, rappresentazione mentale dell’istinto, in “Ero in auto con mia figlia e a una curva siamo precipitate in un burrone. Siamo volate dall’alto…”. Contempla, inoltre, in maniera più consistente l’azione razionale dell’istanza “Io” in “mi sono ripresa” e in “continuavo a chiedere” e in “ho cercato” e in “se erano sicure” e in “tranquillizzavano” e in “camminavano”. L’azione limitante e repressiva del “Super-Io” non si evidenzia.
Il sogno di Elettra presenta la “posizione psichica genitale” in “con mia figlia”, ma è nettamente dominante la “posizione psichica orale” in quanto verte sulla dimensione affettiva e sulle complicazioni depressive del “fantasma di perdita”.
I meccanismi coinvolti nel sogno di Elettra sono i seguenti: la “condensazione” in “figlia” e in “burrone” e in “precipitate” e in “caduta”,lo “spostamento” in “auto” e in “alto” e in “erba” e in “camminavano”, la “proiezione” e identificazione” in “figlia”.
Il processo della “sublimazione” è richiamato e contenuto in “alto”. La “regressione” è presente nei termini del processo onirico: sognare comporta un regredire.
Il sogno di Elettra mostra un tratto depressivo, “fantasma di perdita”, all’interno di una “organizzazione psichica reattiva”, struttura in divenire, prevalentemente “orale”, affettiva e bisognosa di cura.
Il sogno di Elettra non ha sostanza poetica nonostante la presenza massiccia di simboli. Le figure retoriche presenti sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “figlia” e in “precipitate” e in “burrone”, la “metonimia” o relazione logica in “camminano” e “uscire dall’erba alta”.
La “diagnosi” dice di una “sindrome depressiva reattiva”, legata a un trauma e recuperata dall’Io con l’identificazione sociale.
La “prognosi” impone a Elettra di rafforzare l’azione dell’Io per evitare la possibilità di essere destabilizzata da fattori interni ed esterni. Pur continuando a vivere le sue emozioni, Elettra è chiamata a una conversione su se stessa senza ricorrere all’ausilio sociale e all’alleanza con le altre persone. E’ opportuno lavorare per raggiungere una maggiore sicurezza.
Il “rischio psicopatologico” si attesta nella recrudescenza della depressione per l’azione incisiva del “fantasma di perdita”. Inoltre è deleteria l’azione martellante e ritornante della tendenza all’ossessione.
Il “grado di purezza onirico” è “medio” perché la vena narrativa e la vena simbolica coabitano senza stridere: linearità espressiva. Il sogno non è stato accomodato al risveglio con pezze giustificative, ma si è svolto in maniera omogenea nella terza o quarta fase del sonno REM, verso il risveglio.
Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno è stata una riflessione sulla condizione affettiva e sul conflitto in atto.
La “qualità onirica” può essere stimata “cenestetica” con il suo proporre sensazioni di movimento: “siamo precipitate in un burrone. Siamo volate dall’alto”.
Il “fattore allucinatorio” esalta il senso della vista e propone il senso del movimento nella caduta e nella ripresa della vita quotidiana: “siamo precipitate in un burrone. Siamo volate dall’alto…” e in “camminavano per uscire dall’erba alta.”
Il “grado di attendibilità e di fallacia” dell’interpretazione del sogno di Elettra è “buono” a causa della semplicità e chiarezza dei simboli, nonché della loro interazione.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo avere attentamente letto la decodificazione del sogno di Elettra.
Domanda
Che tipo di donna è Elettra?
Risposta
Elettra può essere una donna di cinquant’anni che si appresta a vivere un ridimensionamento del proprio fascino femminile e della propria carica erotica, può essere una donna di sessantanni che s’imbatte rovinosamente sulla stupidità del compagno, può essere una donna di cinquantacinque anni che s’innamora maldestramente, può essere una donna di qualsiasi età che si vive inferiore a tutte le altre donne.
Domanda
Elettra è depressa?
Risposta
Il sogno di Elettra dice di una “depressione reattiva”, indotta da un evento traumatico che la psiche fatica a sistemare con i “meccanismi di difesa” giusti o che è ancora in via di essere organizzato e integrato nella “struttura psichica evolutiva”. Elettra soffre di una “psiconevrosi” e non di una “psicosi” e non si trova in uno “stato limite” o borderline.
Domanda
Che vuol dire?
Risposta
Vuol dire che Elettra sta vivendo un duro conflitto, ma non ha perso il contatto con la realtà, non è andata in delirio e non ha costruito neo-realtà personali di stampo paranoico.
Domanda
Dobbiamo preoccuparci della depressione?
Risposta
Tantissimo e ti spiego ancora meglio il perché. La “psiconevrosi depressiva” siamo noi, la elaboriamo noi e si lega al primo anno di vita, come ti ho spiegato, in base alle nostre sensazioni, ai nostri “fantasmi” e in riferimento a chi ci nutre e ci accudisce. Per non farla ingigantire questa naturale psiconevrosi, basta che la madre, o chi per lei, sia solerte con il figlio e non procuri traumi alimentari di difetto e di eccesso e non induca con il suo comportamento l’ulteriore elaborazione di “fantasmi” d’abbandono. Questa depressione la organizziamo, la incameriamo evolutivamente e da adulti la dobbiamo sempre tenere sotto controllo perché si ridesta e viene fuori ogni volta che viviamo sensi e sentimenti di perdita. E la vita, di questi ultimi, ce ne riserva in abbondanza. Un esempio apparentemente banale: la morte del cagnolino. Questa è una “depressione reattiva” che i “meccanismi di difesa” vanno a comporre nel migliore dei modi usando spontaneamente quelli a cui ci siamo educati in famiglia e in società. Ti lascia il fidanzato a vent’anni? Una delusione d’amore scatena il “fantasma di perdita” e succede la stessa cosa. Una partenza e un allontanamento? Idem! Bisogna “sapere di sé”, delle proprie sensibilità e di quali “meccanismi di difesa” mi servo in base alla mia formazione. Questa è la prognosi. Andiamo alla depressione pericolosa, quella che sfocia nel suicidio come risoluzione autoindotta, quella che perde il contatto con il “principio di realtà”, quella che viene curata da soli, quella che sta ai bordi tra la nevrosi conflittuale e la psicosi delirante. L’angoscia è talmente tanta che la persona decide di risolverla uscendo dalla vita. Cosa succede? Il nucleo depressivo del “fantasma di perdita”, incamerato nella prima infanzia, si è ridestato all’interno di una “organizzazione psichica reattiva depressiva”. Ossia, questo bambino ha elaborato il nucleo e, di poi, ha vissuto e subito esperienze e traumi depressivi che lo hanno portato evolutivamente a formarsi con una sensibilità estrema alla perdita. Inoltre, ha controllato l’angoscia attraverso “meccanismi e processi di difesa” particolarmente delicati e pericolosi, quelli che portano a fuggire dalla realtà, a fuorviarla, a negarla, a razionalizzarla in maniera estrema e altro. Questa depressione grave nasce e viene elaborata dentro e si può definire “endogena”. Si scatena anche su stimolo esterno, ma è soprattutto la persona che vive le sue esperienze di vita con vissuti di perdita che elabora e vive costantemente un’angoscia di questa qualità. Questa persona fa di tutto involontariamente per negare questa sua angoscia e spesso la sublima o la converte nell’opposto, tipo un’allegria conviviale. La persona che ha una “organizzazione psichica reattiva depressa” fa di tutto per risolvere la sua angoscia camuffandola e per non riconoscere il suo male oscuro. Quando questa persona istruisce il gesto estremo, ha messo in atto l’ultima drastica e personale psicoterapia dell’angoscia. E’ diventato metallico, affettivamente freddo ed emotivamente gelido e il suo Io ha il solo intento di uscire dall’insopportabile sofferenza. I sopravvissuti diranno al suo funerale “non pensavo che si potesse ammazzare, era una persona così solare e allegra”.
Domanda
E’ stato chiaro. La soluzione migliore qual’è?
Risposta
Bisogna diagnosticare la “organizzazione psichica reattiva depressa” sin dall’adolescenza e tenerla sotto controllo da adulti. Bisogna dare importanza a quei segnali di disagio psichico che si manifestano in certe circostanze e situazioni. Bisogna superare le resistenze e i pregiudizi in riguardo agli interventi psicologici. Ricordati che quelli che detestano gli psicologi sono proprio quelli che ne hanno più bisogno. E’ un sintomo di forte disagio narcisistico e paranoico. Voglio precisare, “dulcis in fundo”, che esiste anche la “psicosi maniaco-depressiva”, un’altra brutta bestia di cui capiterà di parlare cammin facendo.
Domanda
Da chi bisogna andare?
Risposta
Da uno psicoterapeuta possibilmente a orientamento psicoanalitico.
Domanda
Esistono test per diagnosticare la depressione?
Risposta
Certo e anche collaudati e affermati, ma io consiglio alcune sedute viso a viso con lo psicoterapeuta e parlando a ruota libera. E’ necessario che ogni famiglia abbia uno psicologo per consulenza e uno psicoterapeuta per le emergenze della vita. Questa prognosi impedisce tante disgrazie, perché non tutti quelli che si suicidano sono depressi allo stato puro, tanti sono normalmente depressi e vogliono chiedere aiuto. Allora mettono in atto un suicidio dimostrativo, ma spesso muoiono per eccesso d’impeto o per il mancato sperato soccorso.
Domanda
Mi sta dicendo che qualcuno con il tratto depressivo tenta di ammazzarsi per chiedere aiuto all’ambiente e magari gli va male e muore?
Risposta
Hai capito molto bene.
Domanda
Grazie. Stavolta quello che ha detto è stato veramente utile e chiaro.
Risposta
Meno male che stavolta mi è andata bene. Non aspettavo altro che questo apprezzamento da parte tua.
Domanda
Per questo sogno, quale canzone?
Risposta
Io insisto con la satira e l’ironia dei cabarettisti e scelgo un pezzo dell’eccelso autore, nonché dottore in medicina, Enzo Iannacci dal titolo “La vita l’è bela”, a conferma che l’esercizio del vivere comporta creatività, soprattutto per chi vive alla grande, non si risparmia le esperienze e non smarrisce il senso del limite. L’Io aiuta a vivere di gusto e a ridere a crepapelle: quando ci vuole, ci vuole. Inoltre, vi offro un itinerario per rievocare i prodotti lirici e musicali del buon Enzo, anzitempo dipartito: “el purtava i scarp del tennis” sul tema dell’emarginazione, “Mario” sul tema della vita alienante del proletariato, “Ho vistu un re” sul tema delle distinzioni sociali e sullo sfruttamento del lavoro proletario, “Messico e nuvole” sul tema delle unioni civili, “Vengo anch’io,…no, tu no!” sul tema dell’esclusione sociale e dell’isolamento, “Silvano” sul tema dell’unione omosessuale, “Armando” sul tema del sentimento della rivalità fraterna.
Buon ascolto e buona riflessione!