L’ANIMA CHE VOLA DI ELISA

E’ una canzone importante e premiata per il valore letterario del testo, fascinosa nella musicalità e suadente nel messaggio. Elisa l’ha dedicata al suo uomo e al padre dei suoi figli: una canzone d’amore composta dopo la seconda maternità. “L’anima vola” segna il primo lavoro discografico in lingua italiana della cantante friulana.

Ma cosa contiene di “Psichico profondo” questo testo di scuola ermetica?

La metodologia psicoanalitica trova pane per i suoi denti.

L’anima vola”

Il simbolo “anima” è antichissimo, risale ai primordi dell’umanità. L’antropologia culturale lo attribuisce alla magia, alla religione, alla mitologia, alla filosofia, alla psicologia, alla psicoanalisi, per cui al simbolo si associa anche il concetto. L’anima è il più diffuso ed efficace esorcismo all’angoscia di morte con il suo attributo dell’immortalità. Jung volle che “l’anima” fosse la componente inconscia femminile del maschio, così come “l’animus” era l’equivalente maschile nella femmina. Ci piace pensare che “l’anima” di Elisa sia il suo tratto psichico femminile, la “parte femminile” della sua psiche che si integra con la “parte maschile” per comporre la sua “androginia psichica”. Quest’ultima si attesta nel coniugare attributi psichici maschili e femminili simbolicamente e culturalmente ascritti all’universo maschile e femminile, al di là del loro essere biologico maschile o femminile. Questo per quanto riguarda l’anima. In riferimento alla sua immaterialità è possibile che che l’anima “vola”. Il “volo” richiama il meccanismo di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” e si attesta simbolicamente nell’evoluzione della materia verso la spiritualità con il conseguente benessere psicofisico. L’emancipazione dalle dipendenze materiali riguarda “l’anima” e il “volare”. La liberazione dalla pesantezza del corpo e dalla dimensione materiale porta alla sfera eterea del mistero e del mistico. Nel prosieguo dell’analisi del testo si definirà “femminilità” l’anima e nello specifico la “femmina biologica” e la “femmina psichica”.

le basta solo un po’ d’aria nuova”

L’”aria” è simbolo della vita e della vitalità. Rievoca il soffio di Dio nel “Genesi” per animare il pupazzo “AdamEva” composto dal fango e chiamato uomo nel senso di maschile e femminile. L’”aria” è il principio cosmogonico, “arké”, secondo Anassimandro e secondo le teorie filosofiche dei Sumeri e dei popoli dell’area mesopotamica. Se l’”aria” rappresenta simbolicamente la vita, l’aria “nuova” condensa il dare la vita, la verità biologica della procreazione e dell’amore della Specie. La femminilità è vita e dà la vita.

se mi guardi negli occhi”

Gli “occhi” contengono la luce della ragione e della realtà, la verità di sé e la coscienza di sé, la relazione vigile con se stessi e con gli altri. Negli “occhi” si attesta una vena di consapevole “simpatia” nella partecipazione emotiva e nella condivisione emotiva. Il “guardare” condensa un’ispezione interiore dell’altro e può degenerare in un’istanza paranoica. Il “se mi guardi negli occhi” si traduce in “se indaghi nella mia vigilanza razionale”, “se mi vuoi conoscere nella realtà”, “se aspiri a una conoscenza formale e visibile”. E’ richiamata la funzione razionale dell’”Io” con l’esercizio del “principio di realtà”.

cercami il cuore”

Il “cuore” è simbolo della “vita neurovegetativa”, delle emozioni, dei sentimenti, degli affetti, delle pulsioni, dell’empatia e della simpatia. “Cercami” è un invito seduttivo alla fusione sentimentale, una “traslazione sublimata” di un amplesso erotico e sessuale, la ricerca d’intimità e d’interiorità mista alla ricerca dei corpi.

non perderti nei suoi riflessi”

Perderti” equivale all’abbandono psicofisico, all’affidamento acritico e fiducioso. Niente di depressivo, tutt’altro! Condensa la grande capacità di lasciarsi andare e la disposizione all’orgasmo insieme a una benefica caduta nell’indifferenziato senza squilibrio. I “riflessi” del cuore sono tutte le dimensioni sopra citate che vanno da Eros a Pathos, dal corpo che vive al sentimento che si vive.

non mi comprare niente”

La femminilità è aliena dalla materialità, si esalta nel senso mistico e si appaga delle atmosfere rarefatte. La femminilità si volge alla spiritualità. Il “comprare” equivale a un’acquisizione possessiva, a un potere di investire la “libido” per avere. La femminilità non chiede niente, è aliena dalla materia e dal potere.

sorriderò se ti accorgi di me fra la gente”

La femminilità esige attenzione e premura, la consapevolezza dell’importanza della complicità, del sorriso, dell’apertura, del piacere, della gioia che traspare nel riconoscimento e nella bellezza. Il “sorriderò” accattivante e ruffiano segna la seduzione e l’intesa. La “gente” sono gli altri, i senza nome, i senza individualità che fanno contorno e cornice a una relazione speciale, quella della femminilità con il suo interlocutore. Il “ti accorgi” attesta dell’afflusso del “rimosso” e della conseguente presa di coscienza.

sì che è importante”

Le cose che contano, quelle che hanno valore per la femminilità, sono la complicità seduttiva e il sorriso consenziente. “Importante” equivale all’amor proprio e all’autocoscienza, allo spirito affermativo e alla valorizzazione di sé, all’autostima dell’Io e del suo vissuto.

che io sia per te in ogni posto”

Onnipotenza e ubiquità dell’amore materno! Per il bambino la mamma è una dea. La femminilità esaltata nella maternità induce l’augurio che il pensiero possa annullare lo spazio. Il ruolo psichico assimilato è imprittato di sacro e lo schema culturale parla della femminilità come di un soggetto di maggior diritto.

in ogni caso quella di sempre.”

La sostanza della femminilità è “sempre” la stessa, quella” che non varia al variare delle apparenze. Dopo il superamento dei limiti della dimensione spaziale, l’essere femminile presenta l’immutabilità del tempo e sceglie per sé il tempo che non scorre perché è fermo, perché è un presente continuo, un “breve eterno”. L’essere della femminilità resta identico secondo le tracce di una onnipotenza psichica e secondo i bisogni affettivi.

Un bacio è come il vento”

La fusione orale, un bacio”, l’affettività trasporta, inebria, emoziona, è una pulsione incontrollabile, “come il vento”, è il simbolo della passione e la metafora della volitività, della vitalità, della “libido”, delle energie da investire, dell’umore. Tutto questo è contenuto in un ingenuo e tenero “bacio”.

quando arriva piano però muove tutto quanto”

La dolcezza si sposa con la passione che muove la femminilità e commuove la maternità. “Eros” e “pathos” si coniugano ed esaltano in trasporto sensuale e sentimento. La donna perde la testa in progressione con il cuore.

è un anima forte che sa stare sola”

L’essere femminile è autonomo e si appaga di sé. La forza significa che sa di sé e non ha bisogno di altro fuori di sé. La madre è autosufficiente e consapevole. Il sapere della propria solitudine è affermazione di potere, difesa dal coinvolgimento e rasenta l’onnipotenza narcisistica

quando ti cerca è soltanto perché lì ti vuole ancora”

La seduzione femminile è finalizzata al desiderio che cerca il maschio per appagare se stessa e il Genio della Specie. Istinto è pulsione a cercare, è aver bisogno di sé e dell’altro affermando un potere. Volere è desiderio passionale e coscienza di godimento.

e se ti cerca è soltanto perché l’anima osa”

“Memento audere semper” recita un motto latino invitando a vivere intensamente la vita e la vitalità. La femminilità ci prova sempre e si basa sui fatti e non sulle astrazioni. La femminilità osa nel senso di fare e con coraggio e nel senso di realizzarsi come una pulsione e di dare concretezza all’idea, ai pensieri, ai desideri, ai bisogni. L’osare simbolico è un investire con ardimento. La donna è ardita e va all’assalto della vita senza il coltello tra i denti.

è lei che si perde e poi si ritrova”

Passare dall’emozione alla ragione, dall’orgasmo alla vigilanza, dal crepuscolo della coscienza alla limpidezza della mente, è questo il passaggio della femminilità dall’Inconscio al Conscio, dal buio alla luce per ricomporsi e ricompattarsi dopo essersi smontata psico-analiticamente. Viva il principio femminile!

E come balla quando si accorge che sei tu a guardarla”

La femminilità si esalta con la consapevolezza di essere per te e di essere piaciuta a te. Tu la esalti con interesse affettivo e sessuale. “Guardare” equivale ad apprezzare la bellezza e la ragione, a metà tra il movimento sensuale di appagamento e il sentimento d’amore verso la femminilità.

non mi portare niente”

Non voglio materia, la femminilità e la maternità esigono movenze psicologiche, danze affettive, presenze amorose, perché la donna e la madre si appagano di sé e nulla chiedono.

mi basta fermare insieme a te un istante”

“Fermati, sei bello” dice all’attimo Schiller. Vivere fuori dal tempo insieme a te comporta una creatività che fa a meno della Storia, un’eternità che va contro la miseria del Tempo. La Bellezza della femminilità e della maternità si coglie nell’attimo e non nello scorrere dei secondi, dei minuti, delle ore.

e se mi riesce”

Se sono capace di fermare la mia femminilità, se è nei miei mezzi fermare il tempo e vivere l’attimo insieme a te con tutta la bellezza della dimensione eterna della maternità, io sarò pienamente appagata di questo traguardo.

poi ti saprò riconoscere anche nelle tempeste”.

L’imprinting è avvenuto, adesso puoi andare, se vuoi, perché io ormai so di te, ho il tuo sapore e saprò di te quando il mio corpo navigherà nel trambusto dei sensi, nei tempi meteorologici che cambiano in tempeste.

l’anima vola, mica si perde”

La femminilità e la maternità non condividono i processi d perdita, tutt’altro! Il bilancio è sempre attivo e prospero. La partita doppia vede sempre il rialzo nella voce “attivo”. La donna e la madre non conoscono la depressione e la caduta delle energie da investire, semplicemente perché sono fatte di “libido genitale”, quella che si dona e appaga nella cornice magica del sentimento d’amore.

l’anima vola, non si nasconde”

La femminilità e la maternità non si rimuovono, non si dimenticano, non si lasciano archiviare facilmente come una pratica burocratica o un vizio assurdo. La femminilità e la maternità vivono nel presente e nel breve eterno. Esigono la costante memoria e l’imperitura manifestazione dettate dalla consapevolezza di essere i veicoli della vita e della vitalità: filogenesi.

l’anima vola, cosa le serve”

La femminilità e la maternità bastano a se stesse, non hanno bisogno di alcunché, vivono di se stesse e si appagano della loro autonomia. Hanno solo bisogno di amare perché sono anima, essenza vitale che aleggia e nutre.

l’anima vola, mica si spegne.”

La femminilità e la maternità sono eterne, almeno quanto l’eternità della vita che ha coscienza di sé, che sa di sé e aspira a perpetuarsi grazie all’anima che vola e non si imbatte nella fine e tanto meno nella morte. C’è sempre un’anima che sorge come il sole giocondo e libero in sul primo albeggiare.

Questo è quanto e scusate se è una canzone di musica leggera.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), giovedì 14 del mese di maggio dell’anno 2020

“LA COLPA DI ESSERE LA DONNA DI SALVINI”

 

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Entro in un lavasecco (mentre il mio compagno resta fuori ad aspettarmi) per portare dei panni a lavare.
La titolare sta facendo dei lavori di sartoria, le spiego di cosa ho bisogno e lei, poi, mi dice di aspettare perché mi vuole sistemare la frangia dei capelli come “va di moda ora”.
La lascio fare, ma sono preoccupata per il tempo che passa sapendo che fuori il mio compagno mi sta aspettando.
Succede non so bene cosa, ma scoppiano dei tumulti.
Scopro che la titolare del lavasecco è la fidanzata di Matteo Salvini….
Scappiamo.
Fuori è buio e ci nascondiamo all’interno di un furgone dove dietro ha degli scomparti grandi come casse da morto.
Riusciamo, tutte e due a nasconderci lì dentro.
Capiamo che stanno cercando proprio lei che avrebbe la colpa di essere la donna di Salvini.
Il furgone parte e noi riusciamo così a lasciare quella piazza pericolosa.
Arriviamo in un borgo ed entriamo in una vecchia casa dalle stanze piccole; esco da questa casa con la preoccupazione di non sapere come tornare a casa mia….

Questo è il sogno di Elisa.

 

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

 

CONSIDERAZIONI

 

Il sogno di Elisa elabora il tema della trasgressione e della colpa, presenta un uomo politico contemporaneo molto mediatico e per la precisione il leader della “Lega Nord” Matteo Salvini, sviluppa l’evangelo onirico di Elisa intriso di una ricerca conflittuale di parti di sé.

Interessante è la presenza dell’uomo politico per il semplice motivo che andrà decodificato e chiarito nella sua valenza simbolica.

Tutti usiamo i “processi primari”, se per fortuna non li abbiamo smarriti dietro l’incalzare della vita corrente, e, quindi, tutti possiamo formulare un vissuto personale su qualsiasi persona contemporanea e su qualsiasi tema attuale, al di là o a fianco dello schema culturale collettivo. Decisamente Matteo Salvini sortisce un giudizio popolare molto contrastato, perché nel suo essere innovativo ha evoluto il suo partito dal regionalismo separatista a una filosofia politica nazional populista. Il professor Miglio sussulta nella bara. Del resto, per lo zoccolo duro leghista Matteo Salvini è l’uomo politico che ha tradito i progetti e i valori originari e originali della Lega lombarda e veneta, di poi fuse nella Lega Nord. E’ anche vero che presso i militanti più elastici il leader ottiene un giudizio politico positivo. Si aggiunga che la Lega Nord contemporanea non è ideologicamente e politicamente diversa da altri partiti di “Destra”, ma Matteo Salvini resta un uomo esposto nel bene e nel male e mediaticamente gettonato per le sue realistiche e provocatorie sintesi, per cui consente alla gente di formulare una simbologia per quello che evoca e per l’idea politica che propone.

Il sogno dirà quale simbologia individuale e collettiva il leader politico della Lega Nord ha scatenato nella contrastata dimensione psichica di Elisa.

 

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

 

“Entro in un lavasecco (mentre il mio compagno resta fuori ad aspettarmi) per portare dei panni a lavare.”
“I panni sporchi si lavano in famiglia”: così recita un antico proverbio per testimoniare che le peggiori magagne vanno discusse e risolte in un ambito sociale protettivo e ristretto. A livello psicologico le magagne sono i sensi di colpa o le colpe reali. Elisa è in procinto di purificare, “lavare”, tecnicamente di “razionalizzare” e prendere coscienza, questi ingombri psichici e propone all’uopo la “lavasecco”. Tiene fuori da questo personale materiale psichico da purificare l’uomo a cui si accompagna, confermando la buona norma in base alla quale non tutto il nostro patrimonio psichico si può e si deve portare in coppia, ma soltanto e solamente quello che non è di danno all’equilibrio della coppia stessa. Pensieri osceni del nostro presente e fatti turbolenti del nostro passato si devono omettere, senza incorrere nella tremenda bugia, nel momento in cui sono di pregiudizio all’economia e alla psicodinamica della coppia. In ogni caso prendiamo atto della precisazione tra parentesi che ci dà Elisa “(mentre il mio compagno resta fuori ad aspettarmi)” e deduciamo che seguiranno nel sogno vissuti e fatti in cui l’uomo attuale non è coinvolto.

 

“La titolare sta facendo dei lavori di sartoria, le spiego di cosa ho bisogno e lei, poi, mi dice di aspettare perché mi vuole sistemare la frangia dei capelli come “va di moda ora”.
Colei che assolve i sensi di colpa e le colpe, i panni sporchi, è una donna, “La titolare”, una figura esperta e capace anche di proporre modi psichici di essere e di esistere nella relazione sociale e nel manifestarsi agli altri. Questa donna ha tutta l’aria di essere una figura materna, molto materna, una madre buona e provvidente, magari una nonna fascinosa. I “lavori di sartoria” attestano simbolicamente di modi e di atteggiamenti, di ruoli e di movenze, di fenomenologie sociali, di “come” ci esibiamo con il nostro prossimo. Questa donna “titolare” ha una forte duttilità psicologica, ma non possiede soltanto questa preziosa dote perché è anche una saggia filosofa, dal momento che sa sistemare i pensieri e le idee secondo i tempi moderni, “la frangia dei capelli come “va di moda ora”. Elisa ha tanto bisogno di questa figura polivalente e decisamente molto affascinante. Come “va di moda ora”: Elisa vuole essere al passo con i tempi. Questa figura può essere reale, ma è anche la “proiezione” dell’ideale femminile di Elisa, la parte di Elisa che si vuole bene.

 

“La lascio fare, ma sono preoccupata per il tempo che passa sapendo che fuori il mio compagno mi sta aspettando.”

 

E’ più importante un compagno che aspetta fuori o una maestra polivalente? Il “tempo” è un problema di Elisa, questo tempo che passa e lascia in attesa. Elisa sente forte il bisogno di ammodernarsi e di adeguarsi, ma vive con ansia il tempo che dedica a se stessa come se non fosse degna di tanta cura e attenzione. L’uomo di Elisa è importante, ma può attendere che la sua donna s’impreziosisca nei modi psichici e nei contenuti mentali. Degno di nota è il fatto che il compagno resta “fuori” dal travaglio tutto personale di Elisa, una sana estromissione.

 

“Succede non so bene cosa, ma scoppiano dei tumulti.” 

 

Si scatena il conflitto psichico e la nostra protagonista avverte indefiniti turbamenti dentro di lei e per necessità psichica li proietta nell’ambiente che la circonda. Il “tumulto” attesta simbolicamente di uno struggimento che ha una parte mentale e una parte pratica, la psicologa e la sarta, la filosofa e la parrucchiera, il tutto in una cornice sociale.

 

“Scopro che la titolare del lavasecco è la fidanzata di Matteo Salvini…”

 

A questo punto si pone l’arduo problema di decodificare il leader della Lega Nord, un partito separatista che si è evoluto in nazional populista. Come si diceva in precedenza, Matteo Salvini è una figura ricorrente nei “media”, un uomo a suo modo provocatore e popolano nelle idee, decisamente una persona che colpisce per i modi e per le parole. Elisa non fa eccezione, perché è attratta da questo personaggio discusso e trasgressivo nel bene e nel male. Il sogno sviluppa questa valenza dell’uomo politico, un uomo pericoloso.

 

“Scappiamo.
Fuori è buio e ci nascondiamo all’interno di un furgone dove dietro ha degli scomparti grandi come casse da morto.”

Elisa si è alleata con la sua maieutica psicologa e filosofa, oltre che donna coraggiosa e invidiabile in quanto fidanzata di Matteo Salvini. La fuga, “scappiamo”, è la soluzione a tanta scoperta: “scopro che…”. La luce della coscienza, “fuori è buio” viene a mancare a testimonianza del contesto fortemente emotivo che Elisa sta sviluppando in sogno. L’occultamento della verità e l’ambiente della trasgressione sono presentate nel “ci nascondiamo” e nel “furgone”, un simbolo sessuale drammatico dal momento che viene associato alle “casse da morto”, a una femminilità spenta dal senso di colpa. Elisa elabora un contesto seduttivo ed eccitante, ma pervaso dalla colpa di essere donna e soprattutto femmina.

 

“Riusciamo, tutte e due a nasconderci lì dentro.
Capiamo che stanno cercando proprio lei che avrebbe la colpa di essere la donna di Salvini.”

 

La titolare alleata e la complice Elisa operano una “rimozione” della colpa sessuale di stare con un uomo trasgressivo pubblico e non affidabile, un politico che deroga dalle norme costituite e addirittura un traditore, un politico che ha tradito i valori antichi, quanto meno un uomo non della tradizione. Il “Super-Io” di Elisa è severo e ligio, non tollera ciò che per altri versi desidera e cerca, la trasgressione, ma la vive come colpa e in riguardo specifico alla sessualità. Non dimentichiamo che le due donne alleate sono nascoste dentro un “furgone”, un simbolo della meccanica neurovegetativa sessuale. Elisa ha tanto desiderato “dentro” una diversità che non poteva permettersi “fuori” per la sua sensibilità alla colpa, per un maledetto “Super-Io” cresciuto a dismisura sotto le sferzate dell’ambiente sociale e dietro le inibizioni autoindotte.

 

“Il furgone parte e noi riusciamo così a lasciare quella piazza pericolosa.”

 

Le relazioni pericolose sono quelle ambivalenti, quelle che sessualmente incutono attrazione e paura, quelle che suscitano le pulsioni e le resistenze personali e culturali, La “piazza” è simbolo delle relazioni sociali e dello scambio affaristico, il luogo classico delle truffe e delle comunicazioni  diverse. “Lasciare quella piazza pericolosa” significa relegarsi nel perbenismo e nell’isolamento, vuol dire non coinvolgersi nel nuovo e nel diverso. Il pericolo rappresenta simbolicamente l’orgasmo della conoscenza e del “sapere di sé”, al di là delle norme familiari e sociali costituite e trasmesse. Il pericolo condensa il fascino del sapere innovativo.

 

“Arriviamo in un borgo ed entriamo in una vecchia casa dalle stanze piccole;”

 

Dalla piazza al “borgo”, dall’eccitazione alla tradizione, dalla novità alla monotonia rassicurante, dall’apertura all’angustia: questo è il “ritorno al passato” di Elisa dopo la trasgressione di essere “la donna di Salvini”. Le “stanze” sono il simbolo delle varie componenti della “casa” psichica, l’organizzazione reattiva, la personalità, la formazione, la struttura di Elisa. Questa casa è vecchia e ha le “stanze piccole”. Elisa è tornata alle sue dimensioni dopo essersi allargata oltremodo secondo i suoi desideri e le sue pulsioni. E’ tornata a essere tutta “casa e chiesa” e, di certo, non “casa del popolo” e tanto meno “casino”. Elisa visita per opposizione il progetto desiderato che non è riuscita a realizzare e, adesso, è smarrita, si è smarrita dentro se stessa nel suo passato.

 

“esco da questa casa con la preoccupazione di non sapere come tornare a casa mia….”

 

Elisa ha paura del nuovo e desidera il ritorno al vecchio rassicurante, ma è preoccupata di aver tanto trasgredito e di non riuscire a tornare nella sua normalità, “tornare a casa mia”. La sua casa, “casa mia”, è il suo vecchio modo di essere e di esistere, la sua struttura psico-esistenziale costituita e codificata.

 

PSICODINAMICA

 

Il sogno di Elisa sviluppa la psicodinamica conflittuale delle due immagini di sé, una ideale e l’altra reale. La “titolare” è la “proiezione” della protagonista e Salvini è il tipo di uomo che Elisa ha desiderato: immagini ideali di donna e di uomo. Inoltre, è presente il conflitto tra la norma e la trasgressione, tra le pulsioni sessuali dell‘istanza “Es” e la censura morale del “Super-Io”, tra il lecito e il vietato, tra il permesso e l’illegale. In tale travaglio la funzione di mediazione dell’istanza “Io” entra in difficoltà e il conflitto si risolve nella quiete protettiva del “ritorno alla norma” con l’abbandono delle ambizioni e dei desideri.

 

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

 

L’istanza “Io” si destreggia tra le pulsioni dell’istanza “Es” a trasgredire, a innovare, a diversificarsi, e la censura repressiva e sacrificale delle stesse a causa delle norme imposte dal “Super Io”. Le “posizioni” psichiche richiamate sono quelle “orale” e “genitale”. La prima per quanto riguarda la componente affettiva e la seconda per quanto riguarda la “libido” conflittuale.

 

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

 

I meccanismi psichici di difesa coinvolti sono la “proiezione” nella “titolare” e nel “tumulto” e in altro, la “condensazione” in “lavasecco” e in “casa” e in altro, lo “spostamento” in “capelli” e in “borgo” e in altro, la “drammatizzazione” in “casse da morto” e in “fuori è buio” e in “piazza pericolosa” e in altro, la “figurabilità” in “casse da morto”. E’ accennato il processo psichico della “regressione” in “tornare a casa mia”.

 

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

 

Il sogno di Elisa evidenzia un tratto psichico isterico in un quadro generale di desiderio e paura, di pulsione e fobia. La “organizzazione psichica reattiva” tende alla “oralità”, bisogni e coinvolgimenti affettivi inappagati e tende alla “genitalità”, bisogno di donare e di donarsi.

 

FIGURE RETORICHE

 

Le figure retoriche richiamate dal sogno di Elisa sono la “metafora” ad esempio in “casse da morto”, la “metonimia” ad esempio in “piazza” e “borgo”, la “iperbole” ad esempio in “scappare”, la “enfasi” in “ci nascondiamo” e “fuori è buio”. Mi preme rilevare che il sogno di Elisa è ricco di simboli e di figure retoriche a riprova di una sua buona vena poetica.

 

DIAGNOSI

 

La diagnosi esige uno stato conflittuale, “psiconevrosi”, tra le pulsioni dell’istanza “Es” e le inibizioni del Super-Io”, tra l’universo desiderante e la censura morale. Questa è la classica “psiconevrosi istero-fobica”.

 

PROGNOSI

 

La prognosi impone a Elisa di ripristinare e rafforzare la funzionalità deliberativa e decisionale dell’istanza “Io”, di operare una giusta riflessione sull’inutilità delle censure morali e di coordinare l’irruenza delle pulsioni appagandole. Elisa deve godere dei diritti del suo corpo e della sua mente secondo le modalità di un “tutto unico” che le consente armonia psichica e gioia di vivere, autonomia e libertà.

 

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

 

Il rischio psicopatologico si attesta nell’irrobustirsi della psiconevrosi istero-fobica e, di conseguenza, in una caduta della qualità delle emozioni e in un aggravamento dei conflitti personali e relazionali. Il sacrificio della “libido” porterebbe inevitabilmente a somatizzazioni: ciò che non si scarica per via diretta, trova innervazioni traslate.

 

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

 

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Elisa è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

 

RESTO DIURNO

 

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Elisa si lega a una provocazione sensoriale, magari legata alla visione televisiva del leader politico in questione. E’ possibile anche che una semplice discussione abbia innescato il ritorno del passato.

 

QUALITA’ ONIRICA

 

La qualità del sogno di Elisa è drammatica, una drammaturgia che si snoda secondo le linee compatibili della farsa e dell’enfasi.

 

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

 

Il sogno di Elisa elabora la figura di un leader politico contemporaneo a riprova che a livello psicologico le notizie e le visioni, i pensieri e le immagini si ripercuotono e si riformulano secondo i nostri bisogni del momento. Quante volte da bambini, e non soltanto, ci siamo innamorati del cantante preferito o dell’attore amato o del calciatore famoso: il tutto è avvenuto per motivi e gusti personali, soprattutto per evocazione del rimosso. Infatti il sogno di Elisa si svolge su due piani, il presente e il passato, un presente ordinato e un passato turbolento, un uomo da tenere fuori dalla lavasecco e un Salvini da sballo pericoloso secondo i desideri pregressi e rimasti in cielo per colpa di un rigido “Super-Io”.

“COMUNQUE ANDARE” O “AMOR FATI”

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Alle ore 11.26 del giorno 17 luglio dell’anno 2016 la canzone “Comunque andare”, interpretata da Alessandra Amoroso e scritta insieme a Elisa, altra valente cantautrice, aveva registrato su “facebook” 33.893.599 visualizzazioni. Sono rimasto due volte colpito. Il primo scossone me l’ha dato l’ascolto di questa canzone magistralmente eseguita dalla fascinosa voce dell’Alessandra Amoroso, il secondo scossone è venuto dal numero elevato di fruitori. Mi sono chiesto da cosa potesse dipendere tanto ascolto e, tralasciando i tanti meccanismi di diffusione pubblicitaria, ho rivolto l’attenzione al testo, ai fantasmi che poteva contenere e scatenare negli ignari ascoltatori. Ho rilevato che il testo della canzone ha una sua logica consequenziale e discorsiva. Tratta della scelta esistenziale di riscattarsi dal dolore del passato e di vivere intensamente le varie esperienze del presente sotto l’egida dell’amore: una strategia di vita, un riscatto dal dolore, una visione ottimistica. Questo contenuto è espresso in una valenza gradevolmente “ermetica” e si snoda dinamicamente tra “significato” e “significante”, comunica una trama di grande interesse lasciando a chi ascolta la possibilità di riversare nel testo letterario e nel contesto musicale del materiale psichico personale, il “significante” per l’appunto. “Comunque andare” può essere, quindi, considerata una canzone poetica molto ricettiva perché consente all’ascoltatore di trovarsi dentro una situazione di vita conflittuale e segnata da un amore in atto e vissuto in una cornice ottimistica dell’uomo e dell’esistenza. Ho pensato, allora, di trattare il testo come un “sogno a occhi aperti”, una “fantasticheria” poetica molto prossima alla realtà, un prodotto psichico con i suoi “fantasmi” che provocano e riverberano fantasmi altrui facendo eco e creando fascino e tanto ascolto. Alla particolare struttura psico-poetica del testo bisogna aggiungere il veicolo fortemente emotivo della musica, dei personaggi Amoroso ed Elisa, della diffusione capillare e organizzata. A questo punto non resta che procedere nella decodificazione del “sogno a occhi aperti” che fa sognare, sempre “a occhi aperti”, milioni di persone che lo ascoltano in ritmo musicale e offerto da una bella presenza e da una poderosa voce. Procedo nel cogliere la psicodinamica e i “fantasmi”, i responsabili profondi del coinvolgimento emotivo, a riprova che a livello psichico esiste una buona democrazia e una giusta tirannia: ognuno viene pilotato dal testo e ci mette del suo materiale psichico. Del resto, l’uomo è un animale condizionato sin dal grembo e può aspirare soltanto a una libertà condizionata.

“Comunque andare”: “amor fati”, amore del proprio destino di uomini, accettazione consapevole dell’essenza umana e altrettanto consapevole esercizio del vivere in maniera attiva e fattiva, una vita non spericolata alla Vasco Rossi, ma sicuramente aliena da noia e da depressione: una vita da protagonista. “Homo faber suae fortunae”, l’uomo è artefice del proprio destino, secondo la lezione psico-culturale del Rinascimento italiano.

“Anche quando ti senti morire”: ecco l’istanza psichica depressiva, il “fantasma di perdita”, il morire in vita, l’impedimento a far nascere dalla propria interiorità i progetti pensati e le parti migliori di sé, l’angoscia di non sapere dare realtà a ciò che ancora di noi stessi non è nato e che aspira ardentemente a vedere la luce.

“Per non restare a fare niente aspettando la fine”: si precisa ulteriormente il “fantasma depressivo della perdita”, l’inerzia del nulla in attesa della morte, la fine temporale del vivere senza investire la naturale “libido”. E’ una meravigliosa sintesi clinica della depressione. Facciamo le cose che ci sono da fare in questa vita: questa è una buona psicoterapia.

“Andare perché ferma non sai stare”: contro la pulsione depressiva e contro l’angoscia di perdita si conferma la risoluzione del “fantasma” nell’agire e nel fare, nel trionfo risolutivo del vivere investendo le migliori energie.

“Ti ostinerai a cercare la luce sul fondo delle cose”: la “luce” condensa la razionalità, il senso logico della propria realtà, la visione ottimistica della vita: il “divino umano”. La “luce” scruta il “fondo” profondo e lo illumina, la “luce” rischiara il materiale psichico profondo e rimosso, la “luce” avvolge i vissuti caratteristici del vivere e dell’essere uomini. La “luce” è in alto, ma scende a illuminare l’essenza della realtà e l’importanza della materia. La “luce” è una tenace ricerca della “coscienza di sé” attraverso la reintegrazione delle parti psichiche profonde e non adeguatamente riconosciute.

“Comunque andare”: “amor fati”, amor proprio, amorosa cura di se stessi e del proprio destino, “la cura” di Franco Battiato, l’investimento gradevole e salutare della propria “libido”.

“Anche solo per capire”: la vita vale la pena di essere vissuta anche per la consapevolezza di se stessi e per la comprensione della realtà. “Capire” condensa il senso e il significato, il metter dentro di noi e il prendere, un “capire carpire” con una valenza intellettiva. La ricerca della razionalizzazione e dell’integrazione del “fantasma di perdita” continua con l’incalzare del registro musicale e del gioco delle tonalità.

“O per non capirci niente”: una forma di comprensione, la coscienza dell’impossibilità di cogliere la verità, quella verità che si nasconde sempre e che si deve disoccultare, quella verità che può anche non venire alla luce. La consapevolezza di sé è risolutiva anche nell’ignorare. Il “saper di non sapere”, di socratica memoria e antitetico all’arroganza intellettuale dei Sofisti, è una consapevolezza propedeutica a una migliore “coscienza di sé”. La parola “verità” si collega etimologicamente al greco “aletheia” e si traduce “senza nascondimento”. La verità, quindi, si nasconde e spetta all’uomo toglierle il velo, quel “velo di Maia” che la copre e la confonde e di cui scrisse Schopenhauer. Quant’è faticosa la strada che porta all’autocoscienza!

“Però all’amore poter dire ho vissuto nel tuo nome”: un tema apparentemente obsoleto quello dell’amore, ma che s’inserisce molto bene nel contesto musical poetico. L’amore simbolicamente equivale alla fusione psicofisica, alla comprensione emotiva e non necessariamente logica, al senso di abbracciare, alla “libido genitale” del dare con piacere e trasporto, al coinvolgere e comprendere. “Eros” prevale su “Thanatos”, il piacere dell’aver un buon demone dentro, “eudaimonia”, supera il dolore e l’angoscia. Inoltre, il vivere nel suo “nome” appare simbolicamente inquietante, dal momento che viene battezzato il senso della vita. “Sia santificato il tuo nome”: il nome al posto di una filosofia di vita e di un riconoscimento dell’altro, il culto della “pietas” come valore di vita. In effetti, l’amore evocato è l’amore di se stessi e del proprio destino, “amor fati”. Quanti aspettavano un uomo in carne e ossa per Alessandra e per Elisa restano delusi, ma il testo non è banale, come banali non sono le donne che l’hanno concepito.

“E ballare”: la terapia del fare, l’investimento della “libido”, l’isteria del vivere. Il “ballo” è la condensazione simbolica dell’armonia psichica in riferimento all’unità “psiche-soma”, il nostro “tutto” quotidiano. Il “ballare” è una scarica purificatrice, una “catarsi” aristotelica delle angosce che contraddistinguono l’essere umano nella sua evoluzione psichica ed esistenziale. “Ballare” è sensazione di leggerezza e di armonia nei movimenti del corpo e nei voli della mente. “Ballare” evoca il culto di Dioniso nell’antica Grecia del sesto secolo “ante Cristum natum” e la variazione dello stato di coscienza legato al movimento ritmico.

“E sudare sotto il sole”: s’intensifica la valenza catartica dell’angoscia nella conversione isterica del sudore, della nobilitazione dell’ansia e della “sublimazione “della paura, un meccanismo psichico di difesa naturalmente disponibile nella sua immediatezza ed efficacia. “Sudare sotto il sole” ha un nesso logico consequenziale, dal momento che il calore del secondo favorisce l’effetto del primo, ma ha soprattutto ha un nesso simbolico nell’esprimere poeticamente l’atto faticoso del vivere nella consapevolezza di sé e della propria realtà. Il “sole” resta sempre il simbolo della luce razionale, della consapevolezza dell’”Io”, del principio di realtà e della realtà psichica in atto.

“Non m’importa se mi brucio la pelle”: un richiamo alla “libido epiteliale, “la pelle”, in funzione di un eccesso di vitalità e di lucidità. La “pelle” bruciata rievoca l’intensità del vivere in base al “comunque andare”, ma mentre quest’ultimo in precedenza era un naturale andare in onore all’amore del proprio destino di vivente, adesso il “comunque andare” si è esaltato in una vita intensamente vissuta. “Non importa” la conseguenza sulla pelle, “transeat”, passi pure, sia concessa in deroga ai divieti e ai dettami morali del “Super-Io”, perché la pelle bruciata sa di esperienza affettiva ed erotica, di un affidamento a se stessi e alla vita dei sensi.

“Se brucio i secondi, le ore”: s’introduce il tempo, il “fantasma del tempo” nella sua valenza positiva, il concetto particolare di tempo antidepressivo, quello che non incorre in processi di perdita, il tempo fatto di “secondi”, l’immediato del “carpe diem” e l’eternità psichica del “momentum”, e il tempo storico, “le ore”, quello della continuità, dell’esercizio della vita e dell’affettività. In precedenza ha bruciato la pelle e il suo erotismo, adesso è naturale vivere con la stessa intensità il tempo nel suo scorrere e nel suo fermarsi, nella storia e nell’attimo.

“M’importa se mi vedi e cosa vedi”: si presenta apparentemente “l’altro da sé”, la realtà esterna fatta di cose e soprattutto di persone. In effetti si tratta di una proiezione di se stessa, delle parti psichiche rimosse e conflittuali. La vista arriva come il senso giusto dopo il tatto esaltato dal sole che brucia. L’investimento libidico su se stessa è stato fatto e il riscontro è quasi necessario: “mi vedo e cosa vedo”. Cosa ho allucinato di me stessa? Come ho esaltato la mia consapevolezza? Mi sono accorta che esisto per me? E ancora… le domande fatidiche e gettonatissime: cosa mi sembra e cosa mi piace di me? Importante parlare di me, di come mi vedo e di cosa vedo, sempre di me. La relazione amorosa con se stessa è servita da Alessandra e da Elisa su un piatto simbolico d’argento: un investimento di “libido” maturativa più che narcisistica, una forma di “amor proprio” più che un egocentrismo, un amore gratificante e gaudente verso se stessa.

“Sono qui davanti a te”: l’offerta di sé a se stessa si completa, la “libido” si esalta nell’amor proprio, la seduzione erotica si allarga al corpo che si fa vedere e si dispone. “Redde rationem!” Adesso “rendimi conto” di quello che hai investito e seminato in riguardo a te stessa. Così avrebbero detto gli antichi Romani in un impeto di sicurezza. Dopo titubanze e conflitti la disposizione e l’offerta si esplicitano nella loro completezza. Il “sono qui davanti a te” evoca il fantasma dell’offerta sacrale, non certo sacrificale, del proprio “corpo-mente”, il senso della preziosità dell’oggetto e della sua delicatezza nello stesso tempo. Importante non fuggire da sé e dalla presa di coscienza delle parti psichiche emergenti dal profondo. “Sono qui davanti a te” non tratta dell’uomo giusto secondo natura e secondo cultura, ma di se stessa con se stessa e condensa anche l’ambivalenza dell’essere indifesa e dell’essere sicura, un “timore e tremore” insieme a un “eccomi tutta per me” per prendere coscienza del mio “fantasma di perdita” rimosso e per integrarlo nella mia persona.

“Coi miei bagagli ho radunato paure e desideri”: il quadro emotivo si esplicita nei simboli del “bagaglio”, della “paura” e del “desiderio”. Il “bagaglio” rappresenta la “resistenza”, il materiale psichico che impedisce l’autocoscienza, il peso della vita nella consapevolezza, l’impegnativo peso dell’autocoscienza, quel “sapere di sè” che coinvolge e responsabilizza specialmente nella vita relazionale. La “paura” condensa la giusta emozione legata sempre alla consapevolezza della propria irripetibile individualità che viene sondata, una tensione consapevole in riguardo a un oggetto preciso, un oggetto interiore. Il “desiderio” scende etimologicamente dalle stelle, de sideribus”, e rappresenta la concretizzazione materiale di vissuti e sensazioni sublimate in precedenza per senso d’indegnità o per una naturale insicurezza. Mettiamo simbolicamente in cielo e in attesa di viverlo tutto ciò a cui aspiriamo e che vogliamo vivere. La partita si gioca sempre tra i poli psichici dei naturali conflitti con se stessi, il valore e la dignità, la coscienza e la capacità.

“Comunque andare”: ritorna per esigenza dell’insieme “testo-musica” la cura amorosa di se stessi e del proprio equilibrio psicofisico, una sollecitazione terapeutica che impone di non incorrere in processi depressivi di perdita.

“Anche quando ti senti svanire”: nei precedenti versi era “morire”, adesso si è evoluto malignamente in “svanire” per attestare che il testo ha un sottofondo psichico pessimistico, un sottobosco crepuscolare. Decisamente si tratta di un peggiorativo a livello di fantasma, perché lo “svanire” si attesta in un consistente “fantasma di morte” associato a un profondo e filosofico “nichilismo”. “Svanire” condensa la “vanitas vanitatum”, la concezione della vita come “vanità delle vanità”, come vuoto, come nulla, come assenza di un progetto e, quindi, impossibilità d’investimenti dell’energia vitale, la “libido”. La depressione più bieca si presenta nel “quando ti senti svanire” sotto la forma di nullificazione della vitalità.

“Non saperti risparmiare”: ecco l’antidoto alla depressione che bussa alla porta. Ecco la soluzione alla “vanità delle vanità”: investire al massimo e vivere alla grande. Non si tratta di generosità nei riguardi del prossimo, bensì di una scelta di vita che vuole la realizzazione del proprio “sé” attraverso l’agire e il fare. Si tratta di amor proprio, quel buon “sentire di sé” che sta nel mezzo tra l’egoismo e il narcisismo. Il “non saperti risparmiare” arriva all’isteria del vivere? Certamente evoca un benefico coinvolgimento orgasmico che allieta la vita di chi sa coinvolgersi e non lesinarsi con il metro di un modesto ragioniere.

“Ma giocartela fino alla fine”: ecco in gergo giovanile quanto detto prima in termini aulici. Il linguaggio popolare ha una formidabile capacità di sintesi e di resa psichica. La vita è un gioco e chi gioca rischia ma gode in ogni caso. Chi vive intensamente da qualche parte arriva sempre. La simbologia del “gioco” contiene anche le relazioni sociali di vario tipo e di vario genere, un gioco che può tralignare nella truffa, un gioco che può sublimarsi nel capolavoro. La tenacia del “fino alla fine” attesta di una volitività incredibile e classica delle persone che hanno maturato una buona autostima attraverso la sofferenza. La “fine” è intesa come il termine temporale di ogni singola azione e singolo progetto, ma anche come il processo naturale della fine della vita, la morte.

“E allora andare”: ritorna la formula dell’”amor fati” a confermare che la soluzione vincente per ogni uomo è vivere la vita intensamente giocando sempre e fino alla fine. Questa è la verità esistenziale!

“Che le spine si fanno sfilare”: una bellissima immagine e una buona metafora. Si tratta di una simbologia mista: da un lato fallica e dall’altro lato sensoriale, l’organo sessuale maschile e il sentimento sensuale del dolore. E’ ridotta la valenza erotica sessuale a vantaggio di quella sensoriale, emotiva e sentimentale. Il dolore passa e si risolve, il vivere e l’agire aiutano a non soffrire. I conflitti più acerbi si risolvono e senza grande danno. Si tratta della “sublimazione” di una simbologia sessuale verso sfere prevalentemente affettive, i dolori del cuore, le sofferenze dell’anima, le ferite psichiche da cicatrizzare.

“E se chiudo gli occhi sono rose”: per l’appunto, come si diceva in precedenza, al dolore subentra la consapevolezza e la crescita personale, all’oggetto parziale, la “spina”, subentra l’oggetto totale, la “rosa”, che resta a testimoniare dell’esperienza dolorosa vissuta ma con un senso compiuto. Ogni esperienza serve a farti crescere. La figura retorica della “sineddoche”, “spine-rosa”, è tanto opportuna quanto poetica. L’atto del “chiudere gli occhi” attesta simbolicamente di una volontaria sospensione della vigilanza razionale per adire a un abbandono alla vita crepuscolare della mente e all’esaltazione dei sensi.

“E il profumo che mi rimane”: non è ancora finita la compensazione psicofisica, perché le rose hanno anche un profumo, un buon profumo che resta a ricordare l’esperienza vissuta, sublimata e positivizzata. Il profumo è simbolicamente eccitazione sensoriale e traslazione di una presenza. Dalla “spina- dolore” alla “rosa- amore” e al “profumo- ricordo”: così si snoda la vita.

“Voglio ballare e sudare sotto il sole”: ritorna il vivere intensamente e l’isteria del vivere con la piena consapevolezza. Il “sole” fa sudare e illumina, un’apparente contraddizione, una buona convivenza simbolica che produce fascino nella combinazione delle figure retoriche e dei simboli, “ballare”, “sudare”, “sole”: vivere forte, vivere intenso, sapere di sé. Questa è una triade dialetticamente efficace.

“Non m’importa se mi brucio la pelle”: ritorna l’erotismo epiteliale, la “libido” vissuta e incentrata tra la consapevolezza e l’eccesso, l’abbandono e l’affidamento. La fallacia e l’errore, del resto, sono attributi umanissimi.

“Se brucio i secondi, le ore”: il tema del tempo, della vita che scorre e deve essere vissuta nell’attimo, i “secondi”, il “breve eterno” psichico, o nel trascorrere storico e istituzionalizzato delle “ore”. Una storia d’amore s’inanella tra l’uno e l’altro, mente una storia di sesso si svolge nell’attimo e non ha memoria, altrimenti richiama la sofferenza della nostalgia perché il presente è avaro di stimoli.

“M’importa se mi vedi e cosa vedi”: ehi, tu! Come mi vivi? Cosa t’interessa di me? Cosa ti fa impazzire di me? Io sono tanta e tante cose, ma tu quali parti di me prediligi? In che cosa ti colpisco, ti abbaglio, ti ammalio? Per me è molto importante sapere di me. Per me è essenziale non essere trasparente o tanto meno ignorata da me stessa. Tu dimmi, parlami, inondami di sguardi, regalami parole, tutte quelle parole e tutti quegli sguardi di cui io ho bisogno per fidarmi di me stessa e per affidarmi a me stessa. Questo sembra essere “l’altro da sé”, la realtà esterna fatta di cose e di persone, ma, in effetti, si tratta delle parti psichiche estromesse e conflittuali dell’Io, le parti psichiche alienate e che non hanno ancora visto la consapevolezza. La vista è il senso giusto per compattare la “coscienza di sé”. La storia psichica è completa e pronta per la complicità e la seduzione.

“Sono qui davanti a te”: un’offerta di sé a se stessa che sa di sacro e di profano. Sacro è il dono di sé, l’offerta totale e l’esposizione acritica per acquisire le parti conflittuali e rifiutate di se stessa; profano è il sotteso, quello che s’intende ma che ancora non si dice. La cultura occidentale e le religioni monoteistiche fanno fatica a concepire il sacro nella materia, ma questa immagine del “sono qui davanti a te” è altamente mistica, una teologia della materia, del corpo, del culto del corpo ossia l’erotismo. Il verso si corregge con “sono qui davanti a me” per superare le mie resistenze a incarnare l’autocoscienza.

“Coi miei bagagli ho radunato paure e desideri”: appunto,” sono qui davanti a me” con tutti i miei conflitti psichici, con tutte le zavorre culturali, con tutto quello che ha impedito la mia consapevolezza, con tutte le mie resistenze. Io mi offro le mie debolezze e le mie ambizioni, quello che ho temuto e temo, quello che ho voluto e voglio: la mia dimensione umana nei versanti più personali e interiori. Io mi offro tutto ciò che scende dalle stelle e che non ha trovato le parole giuste per dirlo per la maledetta paura di non essere capita e accolta.

“Comunque andare”: in ogni caso bisogna vivere e vivere al meglio possibile, vivere dentro e fuori il migliore dei mondi possibili.

“Perché ferma non so stare”: non amo l’indolenza e l’accidia, mi piace agire, fare e brigare. La depressione non fa per me. La sensibilità alla perdita rientra nella mia formazione psichica e per questo devo riconoscerla e tenerla sotto controllo come una parte naturale di me. Il “fantasma di perdita” va riconosciuto e controllato o meglio ancora sublimato nella sensibilità estetica, nella musica e nell’arte per esempio. Ma guarda caso!

“In piedi a notte fonda sai che mi farò trovare”: ecco che si disocculta ciò che si era intravisto, supposto e immaginato, l’uomo da amare, l’uomo che verrà a notte fonda e la troverà disponibile a essere per lui: un amplesso totale. Ma quest’uomo è la parte rimossa di lei che diventa consapevole. La notte rappresenta il crepuscolo della coscienza, l’assenza di ragione, il massimo di emozione, il trionfo neurovegetativo. In tutto questo tripudio lei sarà presente nel lasciarsi andare dopo il “sole”, dopo aver sudato e agito tanto, finalmente si rilasserà. C’è un contrasto tra “in piedi”, la vigilanza dell’Io, e la “notte fonda”, la dimensione psichica profonda e inconsapevole. La ricerca dell’autenticità e della completezza psicofisica passa attraverso un investimento d’amore su se stessa dopo essersi posta come oggetto di conquista. Amo il mio destino nella compattezza psichica, nella luce e nelle tenebre. La psiche si è integrata nelle parti rifiutate e rimosse, nelle parti conflittuali ed estromesse per difesa.

“E voglio ballare e sudare sotto il sole”: adesso è tempo di godere di sé. “Nunc bibendum est !” Il rito dionisiaco si può vivere in piena consapevolezza. Per il resto si tratta di una ripetizione funzionale al registro musicale, di un rafforzamento del vissuto e dell’induzione di un “significante” nel fruitore. Chi ascolta capisce, si commuove, rievoca, riempie il recipiente vuoto con i suoi vissuti.

“Non m’importa se mi brucio la pelle”: adesso si può anche azzardare, vivere le esperienze giuste con pienezza di presenza e di partecipazione, senza bagagli, senza paure e senza quei desideri che sono scesi dalle stelle e si sono realizzati.

“se brucio i secondi, le ore”: anche il tempo si può vivere pienamente e intensamente nelle sue sfaccettature storiche ed eterne, nelle sue dimensioni mediate e immediate, nelle “ore” e nei “secondi”.

“E voglio sperare quando non c’è più niente da fare”: “in extremis” si recupera e si manifesta ancora il “fantasma depressivo della perdita”, il “fantasma di morte” con cui il testo della canzone, il “sogno a occhi aperti”, la poesia, la “fantasticheria” è iniziata e con cui ha fatto l’amore entrando e uscendo da quel contesto psichico pessimistico, ponendo e risolvendo l’angoscia della perdita e della solitudine. Lo “sperare” è l’ultimo atto affermativo di fronte all’improvvida e infausta caduta nel “nulla eterno”, “quando non c’è più niente da fare”. Particolarmente intrigante ma altamente umana è questa dialettica tra la pulsione affermativa e la pulsione distruttiva, una psicodinamica che si sviluppa tra opposti e nella coincidenza degli opposti, rievocando umane debolezze e sicure virtù. Il simbolo “sperare” attesta la mortificazione degli investimenti della “libido”, l’affidamento acritico, la debolezza dell’Io, la dipendenza psicofisica, la crisi dell’autonomia psichica. Decisamente questo è il verso psicologicamente più critico del componimento di Elisa e Alessandra, ma resta sempre alta la proprietà del testo di dare a chi ascolta la possibilità di catapultarsi con l’emozione in una obsoleta dimensione di teatrale sofferenza. Si prova più gusto a soffrire che a godere.

“Voglio essere migliore finché ci sei tu”: ecco la giustificazione e la compensazione a tanto supposto disastro esistenziale. L’investimento affettivo e amoroso su se stessi rende migliori. La “libido” è nella fase matura dell’evoluzione psichica proprio dopo aver recuperato se stessi nella propria interiorità e completezza.

“E perché ci sei tu da amare”: sembra una caduta nel tema obsoleto delle canzoni e invece si tratta del recupero di sé e della giusta motivazione all’investimento della “libido” su se stessi in primo luogo. Di poi, si potrà amare “l’altro da sé”, la tanto attesa figura e la supposta persona.

“Dimmi se mi vedi e cosa vedi”: ritorna l’introspezione e l’autoanalisi.

“Mentre ti sorrido io coi miei difetti”: l’autoironia non guasta mai, così come la comprensione dei propri limiti e delle inevitabili mancanze. Il sorridere equivale simbolicamente alla compiacenza di chi si conosce nei meandri più segreti e ha potuto sperimentare la precarietà e la debolezza per farne la propria forza.

“Ho radunato paure e desideri”: per conoscersi ha dovuto vincere le sue resistenze, quelle false idee e convinzioni su se stessa che occultano la verità.

Bravissime le nostre formidabili donne!

In conclusione si può affermare che la decodificazione del testo di una complessa e gradevole canzone di musica, detta leggera ma che tanto leggera non è, ha colto la psicodinamica della reintegrazione psichica da parte dell’”Io” di parti conflittuali rimosse e nello specifico del “fantasma di perdita”. Il successo è legato a tanti fattori, ma in primo luogo all’evocazione profonda di pulsioni attrattive legate al rimescolamento dei fantasmi che formano la struttura della nostra storia psicofisica. Nel congedare questa ricerca invito il mio affezionato e paziente lettore a riascoltare la canzone per sentire l’effetto che fa dopo aver saputo della profondità del testo.