IL CONFLITTO EDIPICO AL MASCHILE

sassi-825793__180

Sam sogna un uomo che non conosce e che sta litigando con un altro uomo più giovane.

A un certo punto il primo uomo uccide l’altro colpendolo alla testa con un sasso per prendergli qualcosa di materiale.

Ma non sa perché litigano e che cosa devono ottenere.”

 

Il sogno di Sam è universale nella forma e nel contenuto, un quasi “archetipo” onirico, condensa il conflitto “padre- figlio” nella chiara cornice edipica e nella classica versione, conferma il modo di operare della Psiche con i vissuti  universali del Padre e della Madre. Questo sogno, descritto in questi termini, esula dalle culture e dalle razze e fa ricorso a simbologie naturali come la testa, il sasso, l’uomo sconosciuto, il litigio cruento, la vittoria dell’uomo adulto, l’ignoranza della causa del contendere e del profitto. Gli adolescenti di tutti i colori sognano gli stessi colori. La “multirazzialità” attesta di una psicologia comune e questa condivisione è bellissima, quasi meravigliosa, perché al cambiare dei paralleli e dei meridiani gli uomini esibiscono   un’essenza psicofisica comune.

Andiamo a decodificare il sogno di Sam.

“Sam sogna un uomo che non conosce e che sta litigando con un altro uomo più giovane.”

Un uomo più  grande e soprattutto “che non conosce” è chiaramente il padre o una figura similare. Sam non ricorre a una simbologia eccentrica e sofisticata, ma si limita alla versione più semplice e lineare, la versione naturale, “un uomo”. Sam non elabora simboli equivalenti come il “toro” o il “re” o il “cavallo”. Sam sogna la figura paterna nella sua concretezza vivente e manifesta una struttura psichica propensa alla chiarezza e alla semplicità: un “Io” e un “principio di realtà” dominanti. Sam in sogno non è un sofisticato intellettuale e tanto meno un eccentrico poeta, perché ha una linearità di elaborazione e di riflessione. Eppure nel suo sogno è presente la difesa per continuare a dormire: “un uomo che non conosce”. Non scatta l’incubo e il conseguente risveglio, perché il “contenuto latente” non è coinciso con il “contenuto manifesto”. Il sogno è truce nella sua semplicità, ma opportunamente coperto con un benefico “non conosce. Meraviglia del “processo primario” e della “condensazione”!

Proseguendo con l’interpretazione del sogno si evidenzia il conflitto del figlio con il padre: “litiga con un altro uomo più giovane”. La competizione inizia con un litigio che è il giusto segnale di un rapporto dialettico in un ambito di diversità e di riconoscimento dell’altro. Sam si sente uomo giovane e vive il padre alla pari. Questo esordio della “posizione edipica” dispone verso una conflittualità assolutamente normale e verso una risoluzione in atto, se non addirittura già risolta, per cui Sam sta soltanto rievocando nel suo sogno il rapporto dialettico con il padre.

Ma procediamo con calma e riflessione.

“A un certo punto il primo uomo uccide l’altro colpendolo con un sasso in testa  per prendergli qualcosa di materiale.”

Ecco che il conflitto si complica e viene agito fino alle estreme conseguenze: la “castrazione” completa e nella forma classica. Il padre spacca la testa al figlio con un sasso. Meglio: il figlio si fa spaccare la testa con un sasso dal padre. La “testa” è il simbolo delle funzioni nobili del cervello, il “processo secondario”. La “testa” trasla il senso del primato dell’Io” sull’Es e sul Super-Io,  sugli istinti e sulle pulsioni, sui limiti e sulle censure. La “testa” condensa il ruolo maschile del capo: il padre. Il “sasso” condensa il “fantasma dell’inanimazione” psichica e la freddezza affettiva, la crisi degli investimenti della “libido” e la caduta dei sentimenti. La dialettica violenta tra padre e figlio si scatena “per prendergli qualcosa di materiale”. Il padre esige “qualcosa di materiale” dall’uccisione onirica del figlio: Sam proietta sul padre la sua richiesta materiale degli affetti e delle premure della madre, qualcosa di concretamente vissuto e di reale. La “madre” è l’oggetto del truce contendere.

La “castrazione” è servita con un sasso in testa ed è possibile in un ambito di violenza anaffettiva: la vittima è proprio colui che fa il sogno, il figlio, e il vincitore è colui che subisce il sogno, il padre. La conclusione violenta del dramma edipico sembra attestare di una mancata risoluzione del rapporto con il padre da parte del povero Sam. Invece si tratta del classico epilogo simbolico, sia pur nella versione tragica, della risoluzione del conflitto psichico

padre-figlio e non certo di un nudo e crudo omicidio.

Sam “non sa perché litigano e che cosa devono ottenere.”

In effetti non compare l’autonomia dal padre, ma si vede soltanto la competizione funesta. Del resto, Sam godrà della sua conquista nel tempo futuro. Il sogno ha camuffato in termini semplici e naturali il “complesso di Edipo” nella versione maschile. Sam ha superato la prova e l’ha sognata a conferma dell’avvenuta emancipazione e della conquistata autonomia. Adesso non gli resta che attendere e vivere gli effetti benefici.

La prognosi impone a Sam di portare avanti il processo di emancipazione psichica dalla figura paterna e di spostare le sue mire espansionistiche dalla madre alle sue coetanee, superando dannosi blocchi e inutili competizioni e coltivando la sua concretezza realistica.

Il rischio psicopatologico si attesta nella “regressione” e nella “fissazione” a tappe già vissute negli investimenti della “libido”, difese eventualmente causate da un trauma nell’esercizio della sua autonomia psichica con improvvide cadute nella dipendenza dalle figure genitoriali.

Riflessioni metodologiche: i sogni truci nel “contenuto manifesto”, diventano meno truci nel racconto del giorno dopo e non sono truci nel “contenuto latente” e per questo non ci svegliano. Quindi, i sogni brutti non sempre sono brutti e si possono portare avanti perché trattano magari dello  sviluppo di un problema risolto. Per quanto riguarda il sogno di Sam, volevo introdurre qualche nozione sul sentimento della “rivalità fraterna”. Di fronte alla nascita di un fratellino o di una sorellina il primogenito è costretto a riformularsi psicologicamente. Ha perso il ruolo di protagonista e attore unico nel teatro della famiglia e adesso si trova a riadattarsi al nuovo contesto e a instruire le strategie giuste per sopravvivere . Inizia il “sentimento della rivalità fraterna” e in aiuto al malcapitato subentrano i “meccanismi di difesa dell’Io” per sistemare l’aggressività legata alle inevitabili frustrazioni. I “meccanismi di difesa” sono lo “spostamento”, la “rimozione”, la “formazione reattiva”, il “rivolgimento delle pulsioni” contro il Sé, la “regressione”, la “identificazione con il rivale”, l’”isolamento”, la “relazione a distanza”, il “ripiegamento narcisistico”, le “difese mediante fantasie”. Consideriamoli concretamente con esemplificazioni. Lo “spostamento” si attesta nello scaricare l’aggressività su un altro bambino o su un oggetto associato al fratello. La “rimozione” si attesta nel diventare mite e buono e nel reprimere l’aggressività che può esplodere quando meno ci si aspetta. La “formazione reattiva” si attesta nella conversione degli istinti nell’opposto: il bambino troppo bravo e troppo serio per la sua età. L’aggressività viene inibita da una censura molto forte e si attesta nelle inibizioni che lo rendono docile, scrupoloso, remissivo, triste e silenzioso. Il “rivolgimento delle pulsioni” contro il Sé si attesta nell’infliggersi ciò che avrebbero voluto fare ai fratelli rivali. Sono i bambini melanconici, d’umore depresso, sensibili alla colpa, che non si sanno difendere, che si svalutano, che si sentono incapaci, brutti, stupidi e inferiori. La “regressione” si attesta nel tornare indietro e nel fissarsi psicologicamente  a tappe già superate dell’evoluzione degli investimenti della “libido” per l’angoscia di un conflitto ingestibile dall’”Io” del bambino. Si rievoca e si riproduce il desiderio di essere accudito come un neonato. Ecco che il bambino ritorna a fare la pipì a letto, a mangiare pappine, a balbettare, a voler dormire nel lettone con i genitori e altra sintomatologia regressiva. La “identificazione con il rivale” si attesta nell’imitazione del fratello per essere grande se il fratello è minore o per essere piccolo se il fratello è maggiore. Se si tratta di fratello e sorella può avvenire l’identificazione con l’altro sesso. L’”isolamento” rende possibile all’aggressività di non essere esternata proprio evitando il contatto con i corpi. Il fratello si isola entro un cerchio in cui il suo rivale non ha accesso e dove le sue pulsioni aggressive non possono toccarlo. Il “ripiegamento narcisistico” si attesta nella convinzione del bambino di non essere amato dai genitori, per cui, non essendo capace di risolvere il conflitto, si ripiega su se stesso e sospende le relazioni con i suoi familiari. Le “difese mediante fantasie” consistono nell’elaborazione da parte del bambino di un mondo tutto suo, sognando “a occhi aperti” una realtà gratificante per continuare a mantenere relazioni di poco spessore con l’ambito familiare. Il sogno dei bambini è pieno di sentimenti di rivalità fraterna e anche in questo caso il sogno funge da “diagnosi” e da “prognosi” e indica il “rischio psicopatologico” per orientare i genitori verso la tutela dei figli con un comportamento adeguato al fine di evitare reazioni eccessive e degenerazioni. E’ chiaro che il “sentimento della rivalità fraterna” incide moltissimo nella formazione del carattere. E allora è meglio avere soltanto un figlio? No, perché il figlio unico ha i suoi problemi e poi nulla gli vieta d’immaginare un fratello o di spostarlo su altre figure similari. E’ determinante la presenza umana e la sensibilità clinica dei genitori. All’uopo è auspicabile leggere “Ma cosa sognano i bambini?”.

IN  NOME  DEL  PADRE – RISOLUZIONE  DEL  COMPLESSO  DI  EDIPO

cote-des-neiges-cemetery-328571__180

“Giuseppina lavora per un’agenzia immobiliare, ma vuole cambiare e fa un colloquio con un’agenzia d’abbigliamento.

Viene subito assunta e le viene affidata una linea d’abbigliamento molto costosa e impegnativa.

Giuseppina accetta.

Il titolare gli mostra gli uffici che sono enormi e molto sporchi.

Giuseppina comincia a pulire, ma escono fuori un sacco di ragni e comincia a pentirsi della sua scelta.

Pur tuttavia comunica al capo dell’immobiliare la sua decisione di lasciare l’agenzia e si ritrova su un letto singolo insieme al capo e all’impiegata. Il capo l’abbraccia e le dice che non può lasciarlo.

A questo punto Giuseppina si trova in cimitero e guarda, sorridendo, la bella fotografia del nonno paterno.”

Il sogno di Giuseppina è molto articolato e si contraddistingue significativamente per la “drammatizzazione”, la variazione improvvisa di scena che si verifica per ben due volte: “si ritrova in un letto singolo”, “si trova in cimitero”, rappresentazioni legate da un nesso logico e da un rapporto di causa ed effetto. Il sogno viaggia secondo la sua logica simbolica, seguendo le regole del “processo primario” a cui rimando nella sezione ”lineamenti teorici” del blog, seguendo i salti di fantasia e le associazioni libere: questi punti sono sempre nodali per l’interpretazione del sogno. Quello che è illogico per la logica convenzionale resta incomprensibile,”contenuto manifesto”, ma quello che è illogico per la logica simbolica ha un nesso che consente di formulare l’interpretazione del sogno,”contenuto latente”.

Il sogno di Giuseppina tratta il rapporto con il padre e la liquidazione del complesso di Edipo.

L’ “agenzia immobiliare” condensa la staticità degli investimenti della “libido”, i punti fermi della “casa psichica” di Giuseppina, la struttura psichica di base che include le figure dei genitori. La staticità, purtroppo, può degenerare e allora comporta lo “stallo”, il blocco degli investimenti della “libido”, la crisi  dell’innovazione e dell’iniziativa. Lo stato di “stallo” è comprensibile alla luce della rassicurazione implicita: non si cambia il vecchio per il nuovo con facilità e noncuranza. Il cambiamento e l’evoluzione sono impediti dal ristagno depressivo delle energie e dalla crisi della creatività. Bisogna, invece, seguire gli eventi  ed essere al passo con il tempo e i tempi, il proprio tempo interno e il proprio tempo esterno.

Ma come superare lo “stallo”? Ecco all’uopo l’agenzia di abbigliamento! Giuseppina si evolve con nuovi modi di apparire, l’abbigliamento, che suppongono nuovi modi di sentire, il vissuto. L’agenzia d’abbigliamento ricopre gli investimenti di Giuseppina, richiamando dalla sua formazione una buona dose di narcisismo con nuovi modi di essere e di apparire alla ricerca di una nuova formulazione della figura paterna dentro di lei. Questa novità evolutiva può essere stimolata e favorita da eventi che l’esercizio del vivere riserva immancabilmente.

Ma questi nuovi modi di essere e di apparire sono dispendiosi emotivamente, sono angoscianti. La nuova linea è “molto costosa e impegnativa”, comporta il cambiamento e l’abbandono delle vecchie certezze, nuove energie da investire e l’impegno che ci va dietro.

Giuseppina non può negarsi la liquidazione del complesso di Edipo, pena lo stallo depressivo delle energie che chiedono all’incontrario di essere investite e  di non ristagnare nel solito minestrone di angoscia e di perdita: Giuseppina “accetta”.

Si profila il padre: “il “titolare”. Ecco il capo, il responsabile del nuovo lavoro come surrogato simbolico della figura paterna con l’autorità e l’autorevolezza richieste a tale e tanta figura.

La nuova versione paterna comporta la difesa dall’angoscia della perdita del vecchio rassicurante fantasma del padre, per cui arriva il processo di difesa della “regressione”: “gli uffici sono enormi e molto sporchi”, il rapporto con il padre comporta il ridestarsi di vaste emozioni e di tanti sensi di colpa, tutto il materiale psichico elaborato sin dall’infanzia. Il complesso di Edipo è sostanzioso e bisogna cominciare “a pulire” e liberarsi dai “ragni”, da “un sacco di ragni” che “escono fuori”. Bisogna liberarsi da mille e mille bellissimi, quanto inutili, ragionamenti, le ragnatele. Giuseppina ha bisogno di una drastica e benefica “catarsi”, una purificazione delle colpe e una liberazione dalle ossessioni. E allora “comincia pentirsi della sua scelta”; Giuseppina non vuol cambiare, vuole impedire l’evoluzione e si difende dal “pulire gli uffici”; questi ultimi rappresentano l’ergoterapia, la cura antidepressiva legata all’azione e a quel  ”fare le cose” che consente di non ristagnare con le energie vitali più genuine.

Ma Giuseppina è “decisa”, ha “tagliato” con il suo passato e ha preso coscienza che il vissuto riguardante il padre deve essere evoluto, quel passato edipico che si presenta nella classica scena di “lui, lei, l’altra” con l’aggiunta aggravante del  “letto”. Giuseppina rivede quello che perde, per poi vedere nella scena successiva quello che acquista, l’autonomia psichica. Quanto struggimento e quanto travaglio nell’espressione “il capo l’abbraccia e le dice che non può lasciarlo”, chiara proiezione della sua dichiarazione d’amore nei riguardi del padre, elaborata e vissuta sin dal tempo antico della primissima infanzia nel suo cuoricino di bimba e di poi mantenuta intatta nel suo cuore di donna. Il letto è “singolo”, scomodissimo per tre persone, a conferma della personale vicenda psichica di Giuseppina, la figlia.

Ecco il secondo cambio repentino di scena di cui si diceva all’inizio: “si trova in cimitero”. Quest’ultimo rappresenta il suo passato psichico, la dimensione cosiddetta inconscia, un fantasma depressivo di perdita, ma l’angoscia implicita nel simbolo è temperata dall’ “ironia”, dall’atteggiamento del giusto distacco costruttivo ed evolutivo: “guarda, sorridendo, la bella fotografia del nonno paterno”. Il guardare rappresenta la presa di coscienza, il sorriso rappresenta la razionalizzazione della perdita, la bella fotografia rappresenta la benefica memoria, il nonno paterno rappresenta il padre introiettato.

Il sogno di Giuseppina rappresenta l’ortodossa risoluzione del complesso di Edipo con la messa in atto del comandamento psicoanalitico “riconosci il padre e la madre”.

Giuseppina si dispone in maniera evolutiva nel far nascere il “non nato di sé”, anche se questa operazione comporta il dolore della perdita: il “sapere di sé” comporta il “dolore”, il dolore non è angoscia perché se ne conosce il contenuto. Ogni presa di coscienza è dolorosa, perché cambia ottiche psichiche e strategie esistenziali.

La prognosi è fausta, nel senso che bisogna sempre procedere verso la risoluzione delle pendenze edipiche, anche se il rapporto con i genitori per la loro valenza carismatica non si risolvono mai del tutto.

Il rischio psicopatologico comporta la “regressione” e lo “stallo”, il tornare indietro a leccarsi le ferite e il blocco della “libido” con la conversione isterica in sintomi nevrotici depressivi.

Riflessione metodologica: il processo psichico definito “ironia” risale alla metodologia d’indagine antropologica del greco Socrate (469-399 a.C.). La ricerca consisteva nell’ “ironia” e nella “maieutica” e aveva come obiettivo il “conosci te stesso”, l’autocoscienza. L’ironia consiste nella destrutturazione psichica, nella perdita delle false verità su se stesso e nella consapevolezza delle difese psichiche che impediscono l’ emergere della verità di base del “valore sociale e morale uomo” condensato nel “conosci te stesso”. Questo è il compito della fase “maieutica”, il parto di sé, in onore all’influenza in lui esercitata dalla madre ostetrica. L’ “ironia” si snodava attraverso la funzione del maestro di chiedere al suo allievo il “perché” di ogni affermazione e di ogni comportamento, il semplice e imbarazzante eterno gioco del bambino con i genitori. Nulla di nuovo sotto il sole. Anche per la Psicoanalisi la “destrutturazione” è un moment o essenziale della psicoterapia, la razionalizzazione delle difese e delle resistenze che impediscono al materiale psichico rimosso di affluire alla coscienza: la presa di coscienza delle false verità.

COMPLESSO  DI  EDIPO  E  COSCIENZA  DI  SE’

beautiful-hair-2013-1a

“Vivienne sogna di dover sistemare i capelli, giusto una spuntatina.

 Vivienne ama molto portare i capelli lunghi.

Si rivolge al parrucchiere di sua madre e questi la rapa a zero.

Infuriata Vivienne accusa la madre di averla mandata da un incompetente.

Per fortuna nota che i capelli le ricrescono quasi subito.”

Un discorso parzialmente sospeso con la “madre”, un maldestro parrucchiere come condensato del “padre”, l’abilità dell’autonomia psichica acquisita: queste sono le fila di una classica evoluzione della situazione edipica. L’autonomia  si può conquistare a qualsiasi età, dal momento che la psiche vive soltanto la dimensione del presente, il “breve eterno”: un’attualità psichica da vivere possibilmente inventandola da protagonisti, piuttosto che subendola da vittime. Ma fate attenzione, perché l’autonomia inizialmente si può presentare come la sorella minore della solitudine. “Riconosci il padre e la madre” grida dal deserto il comandamento psicoanalitico, ma soltanto per essere un po’ di più te stesso e un po’ di più padrone a casa tua. Alla fine chi vince in questa improba lotta tra genitori e figli? Il Genio della Specie!  E allora? Allora riserviamo la competizione con i genitori alle fasi giuste e ai tempi idonei e poi accettiamo furbescamente la mezza sconfitta per volare fuori dal nido. In tal modo avremo evitato a noi stessi i conflitti nevrotici che durano a vita e la caduta della qualità della nostra vita.

La benefica autocoscienza nel bene e nel male e sempre al servizio di un equilibrio psicofisico, l’importanza dei genitori,: questi sono i temi del sogno di Vivienne.

Vivienne deve sistemarsi le idee che ha in testa, ma non deve cambiarle. Vivienne deve soltanto aggiornarle, tenerle sotto controllo, lucidarle per migliorare la consapevolezza della sua storia psichica e delle sue relazioni.

I capelli rappresentano le idee, i pensieri, il parto della testa e nello specifico  del cervello; i capelli sono simboli della razionalità, della vigilanza e della realtà.

“Giusto una spuntatina”: una riformulazione, non un lavoro drastico di base!

Vivienne ama molto la sua sfera intellettiva, il suo patrimonio conoscitivo, la sua storia razionalizzata, anzi ci fila tanto e la esibisce narcisisticamente, se ne compiace e ne fa un fiore all’occhiello: “ama molto portare i capelli lunghi”.

Il “parrucchiere” va da sé; trattasi di un analista filosofo, un maestro buddista, uno che sistema le idee, un educatore, uno strizzacervelli, una persona significativa insomma, ma essendo il parrucchiere di sua madre attesta della figura paterna o di un surrogato del padre. Vivienne si rivolge al parrucchiere di sua madre, non al suo parrucchiere. La riedizione del complesso di Edipo è servita sul piatto del parrucchiere, chiara “traslazione” del padre.

Ecco che immancabilmente arriva la “castrazione” paterna come nelle migliori riedizioni della trilogia tragica di Sofocle: il parrucchiere “la rapa a zero”, non condivide i suoi pensieri, rende insignificanti le sue idee, vanifica le sue ideologie, frustra il suo patrimonio mentale faticosamente acquisito. La psicodinamica edipica resta nella sfera dei pensieri, più che delle emozioni e degli affetti. Vivienne corre il rischio di essere tanto affezionata alle sue idee al punto di ossessionarsi con i suoi prodotti mentali fino a farli diventare cerebrali. A tal uopo vedi la psiconevrosi ossessiva, quando l’idea si presenta nella panoramica mentale e ritorna a ricordare non quello che logicamente significa, ma qualcosa d’altro, quello che sottende a livello emotivo.

Dopo il padre, ecco la madre: Vivienne“accusa la madre”. Il complesso di Edipo ritorna e attacca le radici, coinvolge nel bene e nel male entrambi i genitori, presenti o assenti, reali o ideali.

Il padre è “incompetente”. L’incompetenza significa che il padre non attiene alla sua conoscenza, che ignora e non è nel suo ambito ideale, non avvolge la sua mente e non opprime la sua testa. La “traslazione” del padre avviene nell’ambito delle conoscenze e non degli affetti per difesa dall’angoscia di non essersi sentita a suo tempo abbastanza amata. Del resto, il conflitto edipico può essere ridimensionato, non dico risolto, anche con una poderosa presa di coscienza o con un altrettanto poderoso scatto d’orgoglio.

Al conflitto edipico appena profilato e relegato a livello ideale e mentale, subentra la soluzione immediata: “i capelli ricrescono quasi subito”. L’autocoscienza ritorna e l’equilibrio di ciò che era stato riesumato, il rapporto con il padre e la madre, ritorna sotto controllo.

L’importanza della situazione edipica nella formazione psichica in universale e la rilevanza dei fantasmi psichici dei genitori, le nostre origini e le radici indispensabili alla nostra evoluzione psicofisica, sono oggettive  e sperimentabili al punto che se siamo orfani inventiamo i genitori o li spostiamo su figure similari che si sono presi cura del nostro corpo alleviandone le sofferenze, secondo la formula di base del vivente “chi mi nutre, mi ama”. E se non li abbiamo conosciuti, li andremo a cercare dagli Appennini alla Ande. E se non ci sono perché sono partiti per un viaggio senza ritorno, li teniamo in vita con il ricordo benefico e l’elogio assolutorio. E se abbiamo bisogno di verità trascendenti, ci facciamo regalare anche la soluzione dell’angoscia di morte, pensando che ci aspettano da qualche parte nell’altra parte.

Questo è il sogno di Vivienne, ma è anche il sogno di tutti, di tutti quelli nati da maschio e femmina, di poi chiamati padre e madre.

La prognosi impone di tenere sempre sotto controllo il complesso edipico, una dimensione psichica che normalmente ritorna a conferma che siamo umani e non divinità onnipotenti. E’ importante capire che il conflitto edipico è sempre irrimediabilmente in perdita a causa della sacralità che i figli stessi investono e sperimentano nei genitori per fini di sopravvivenza e per bisogno d’identificazione d’identità psichiche.

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi isterica o fobico ossessiva o depressiva o d’angoscia, una psiconevrosi in ogni caso e sempre secondo la ricerca clinica di Sigmund Freud.

Riflessione metodologica: la dimensione psichica, definita da Sigmund Freud nel secolo scorso “edipica”, era presente nella mitologia greca ed era stata ampiamente elaborata in termini tragici dal greco Sofocle nel quinto secolo avanti Cristo. Freud aveva sperimentato su se stesso il vissuto struggente verso la madre e il padre, esperienza che poi rielaborò in una teoria psicologica di fondamentale importanza. Il complesso di Edipo è una tappa universale della formazione psichica che si vive dal quarto anno di vita e si snoda nel tempo fino alla liquidazione del travaglio, tappa che porta all’emancipazione dalle figure genitoriali, alla soluzione delle pendenze emotive e all’acquisto dell’autonomia psichica. La dialettica edipica si svolge secondo le linee metodologiche seguenti: “ho onorato il padre e la madre e sono rimasto schiavo”,” ho ucciso il padre e la madre e sono rimasto solo”, “ho riconosciuto il padre e la madre e sono rimasto libero”. In ogni caso “sono rimasto”, a conferma che l’esistenza di ogni uomo è affetta dalla malattia della morte e dall’angoscia legata all’essere gettato nel mondo senza essere stato a suo tempo consultato; questi concetti sono stati elaborati da Soren Kierkegaard nell’opera “Il concetto dell’angoscia e la malattia mortale”. In effetti, il complesso di Edipo non si risolve mai del tutto, perché i genitori sono per i figli, come si diceva in precedenza, figure sacre che incarnano le origini e le radici. I genitori sono figure carismatiche nel bene e nel male e il conflitto dei figli è destinato alla sconfitta proprio per questa qualità sacrale vissuta e riconosciuta dai figli stessi. Da bambini abbiamo elaborato queste figure care ed enigmatiche con travaglio e fantasia e non soltanto in termini sessuali, come si divulga in maniera psicoanalitica ortodossa secondo le linee tradizionali di un superato ”pansessualismo” freudiano: i genitori sono un tutto armonico e tanto di più di un maschio e di una femmina: i genitori sono archetipi.