BEATO TRA LE MOGLI DEGLI AMICI

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Egregio dottore,
ho sognato di essere giovane e di trovarmi in compagnia di amici e io avevo un’intesa sessuale con le loro mogli.
Dopo mi trovo in treno e sempre in compagnia di belle donne giovani e provo una fortissima eccitazione sessuale e mi apparto nello scompartimento del treno con una mia amica, moglie di un mio amico.
Davanti a tutti gli altri consumiamo le nostre voglie in tutte le forme e io ricordo che avevo, scusi la volgarità, il cazzo durissimo.
A questo punto il treno arriva alla stazione e si ferma.
Io scendo tra la calca, ma dimentico lo zaino militare nello scompartimento.
Tento di prenderlo prima che il treno riparte, ma sono ostacolato dalla gente che m’impedisce di saltare sul treno.
Angosciato mi sveglio.”

Questo è il sogno di Pietro.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Pietro propone temi chiari che camuffano significati oscuri. Il “contenuto manifesto” tratta di erotismo e di sessualità, ma il “contenuto latente” tratta di angosce depressive, di forti bisogni affettivi e protettivi.
Esemplifico: un rapporto sessuale in sogno si manifesta simbolicamente in un semplice infilare un dito in un anello. Sognare senza mezzi termini un rapporto sessuale si traduce simbolicamente in una modulazione di investimenti squisitamente affettivi con richiamo regressivo alla figura materna. Se, di poi, si aggiunge un treno in questo contesto apparentemente godereccio, si evoca il “fantasma” di perdita maturato nella primissima infanzia con tutto il corredo delle angosce depressive, come si diceva in precedenza.
Potevo intitolare in maniera immediata e tecnica il sogno di Pietro “la depressione tra seduzione ed erotismo”, ma ho preferito la versione ironica “beato tra le mogli degli amici” per non appesantire il quadro e mettere in risalto le proprietà farsesche del sogno.
Inoltre, il sogno di Pietro esemplifica la capacità del “processo primario”, la modalità di pensiero responsabile dell’attività onirica, di proporre angosce in maniera gestibile dal sistema psichico e di consentire la razionalizzazione delle stesse al fine di emanciparsi dai residui del passato integrandole nella “organizzazione psichica reattiva” deprivate della carica dinamitarda che tanto fa star male e tanto ostacola la normalità relazionale e la gioia della vita corrente.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“ho sognato di essere giovane e di trovarmi in compagnia di amici e io avevo un’intesa sessuale con le loro mogli.”

Il sogno di Pietro esordisce con la nostalgia della giovinezza e con il pacato dolore del tempo andato e mai abbastanza vissuto, sempre secondo il solito “senno di poi”: “essere giovane”. Pietro esibisce immediatamente un “fantasma depressivo di perdita”, ma lo compensa con una serie di desideri di socializzazione, “in compagnia di amici”, di complicità e di fusione affettiva, più che sessuale, all’interno di una cornice di truffa sociale, “un’intesa con le loro mogli”. “Intesa” equivale simbolicamente a “mi dirigo”, “tendo”, “investo libido”. Pietro è particolarmente attratto dalla figura femminile, ma a livello affettivo e protettivo, a livello di “affinità elettiva” più che sessuale.
Gli amici possono stare tranquillissimi nell’affidare le loro mogli a Pietro.
“Affinità psichica elettiva” significa che Pietro ha una sensibilità spiccata verso l’universo femminile, ma non in valenza sessuale e “genitale”, ma per corrispondenza d’amorosi sensi. La sua “androginia” psichica ha la “parte femminile” particolarmente dilatata ed esercitata. Di conseguenza, Pietro si esalta facilmente a contatto con l’elemento prediletto, le donne e il loro mondo intimo e privato. La “parte psichica maschile” di Pietro resta nei limiti della normalità. Il tutto non dispone verso un’omosessualità di Pietro, ma significa che ha avuto un particolare rapporto con la madre nella primissima infanzia e su di lei ha investito specifici bisogni e precise paure che da adulto soddisfa ed esorcizza con le donne, le donne degli altri per la precisione.
La “moglie” rappresenta simbolicamente la donna navigata nel ruolo ed esperta nel compito, la donna matura e ricca di varia e variegata esperienza: latinamente “mulier”.

“Dopo mi trovo in treno e sempre in compagnia di belle donne giovani e provo una fortissima eccitazione sessuale e mi apparto nello scompartimento del treno con una mia amica, moglie di un mio amico.”

Ecco il rafforzamento del simbolo depressivo e del “fantasma di perdita”, il famigerato “treno”. Anche la “affinità psichica elettiva” si rafforza perché Pietro si trova “in compagnia di belle donne giovani” a conferma che “il lupo perde il pelo ma non il vizio” e a conferma di quanto si è detto in precedenza.
Ma ancora di più: “provo una forte eccitazione sessuale” dal momento che il coinvolgimento emotivo e l’investimento di “libido” è di forte spessore e di alta intensità. La “parte psichica femminile” di Pietro va in brodo di giuggiole, “fortissima eccitazione sessuale”, quando si trova in sintonia empatica con la bellezza e la giovinezza femminili. Pietro è “l’alter ego” maschile per le donne e le donne sono per lui altrettanto, “l’alter ego” femminile. Si tratta di una psicodinamica diffusa e istruita normalmente dalle donne bisognose di complicità e dagli uomini affascinati da se stessi, i narcisisti, quelli che si specchiano nella femminilità di una donna: “mi apparto nello scompartimento”.
Il tutto è bellissimo, però e purtroppo il vizio di base del sogno è il “treno”, il simbolo depressivo. Pietro esorcizza le sue angosce di perdita ricorrendo al suo “narcisismo” e specchiandosi nelle donne per dare forza e valore a se stesso. Si apparta nella truffa all’amico e a se stesso. La sua “parte psichica femminile” è la vitalità di un qualcosa che finisce e che si perde, la giovinezza. Pietro usa il possessivo “mio” e “mia” con facilità estrema, “mia amico” e “mio amico”, al di là di quello che sta combinando. Sembra un truffatore, un seduttore, un “dongiovanni” e, invece, è l’uomo più tormentato del quartiere.

“Davanti a tutti gli altri consumiamo le nostre voglie in tutte le forme e io ricordo che avevo, scusi la volgarità, il cazzo durissimo.”

Pietro è veramente scatenato in sogno e manifesta tutto il suo bisogno di consumare le voglie nel “potere” di quello di cui si scusa e che fondamentalmente significa bisogno di avere tanto “potere”,”la volgarità, il cazzo durissimo”.
“La lingua batte dove il dente duole” dice giustamente la saggezza popolare e il dentista.
E’ proprio il “davanti a tutti gli altri” a tradire il vero significato del suo “consumiamo le nostre voglie” e addirittura nell’esagerazione di “in tutte le forme”.
Una cosa è certa: Pietro e le sue donne, maritate e signorine, deflorate e illibate, non stanno facendo alcunché di sfacciatamente intimo e di spiccatamente erotico, ma hanno un’intesa che non ingelosisce nessuno, una sintonia d’amorosi sensi, un’empatia spiccata e, di conseguenza, una simpatia immediata. Pietro e le sue donne “soffrono insieme”, si trovano e servono l’uno all’altro nel gioco sociale della francese “confiance”. Decisamente Pietro è un grande amicone e un gran simpaticone, ma non è certo un gran puttaniere.

“A questo punto il treno arriva alla stazione e si ferma.”

Ah, “il treno”!
Oltre l’inganno del “tutte le donne in tutte le forme”, anche il danno di un “fantasma di perdita”, un tratto depressivo che è il vero perno del sogno di Pietro e della sua relazione con l’elemento naturale femminile.
La “stazione” è un’aggravante delle angosce depressive dal momento che segna anche la fine del percorso, una tappa che non significa la soluzione della pulsione fusionale di Pietro, ma un rafforzamento del “fantasma di perdita”.
La “stazione” è incorporata simbolicamente nel “treno”.
Il treno che “si ferma” non risolve, ma rafforza la sofferenza depressiva di Pietro.
A questo punto non resta che vedere l’evoluzione del sogno per trovare la conferma di essere nel giusto con la decodificazione dei simboli e del contesto onirico.

“Io scendo tra la calca, ma dimentico lo zaino militare nello scompartimento.”

Pietro era ben armato della sua “parte psichica femminile”, lo “zaino” giustamente reso virile da “militare” e grazie al quale aveva intrallazzato nello scompartimento in tutti i modi e in tutte le forme con le sue amiche, le mogli dei suoi amici.
Adesso Pietro è sceso e si trova “tra la calca”, nella volgarità della gente comune e convenzionale, tra le mille acrobazie della vita quotidiana, in mezzo ai dolori della convivenza e alle angosce della possibile solitudine. La “calca” può essere intesa anche a livello profondo come il corredo dei suoi tormenti e delle sue fobie, delle sue ansie e delle sue angosce. Pietro non ha le difese maschili, “militare”, quando si trova in mezzo alla folla e alla gente qualunque. Senza il rapporto privilegiato con l’universo femminile Pietro è smarrito e non sa che pesci pigliare.

“Tento di prenderlo prima che il treno riparte, ma sono ostacolato dalla gente che m’impedisce di saltare sul treno.”

Nonostante la sua natura depressiva, il rapporto di Pietro con le donne è nettamente vitale e vitalizzante, antidepressivo per l’appunto. Resta da rivedere la sua posizione con I’universo femminile e la sua incapacità a investire “libido genitale” superando quel fondo di paura di perdita e di solitudine: “tento di prenderlo prima che il treno parte”.
Pietro presenta un rapporto con la madre da evolvere e, nello specifico, da dipendenza affettiva in autonomia psichica. In tal modo Pietro può assimilarsi ai maschi senza vivere il bisogno di offenderli con la seduzione delle loro donne o delle loro mogli. E’ necessario che Pietro maturi quell’aggressività sana e quella competizione salutare vivendo in mezzo alla gente, senza il treno e senza la madre. In caso contrario si dovrà appagare di rapporti meramente platonici tra la sua “parte psichica femminile” e le donne degli altri: “sono ostacolato dalla gente”. Deve non cadere in depressione e deve vivere in un mondo difficile senza esaltazioni e differenziazioni inutili, come gli altri, quella “gente che m’impedisce di saltare sul treno”.
Pietro in sogno si è diagnosticato e si è dato la giusta psicoterapia in termini simbolici.

“Angosciato mi sveglio.”

Dice lui stesso di cosa soffre e cosa il sogno gli ha procurato.
Altro che scopate alla grande in culo agli amici e in complicità con le loro donne!
L’angoscia è legata al vivere, al competere e alla mancata risoluzione dei rapporti gratificanti con la figura materna, la prima donna della sua vita, quella che lo ha accudito e sostenuto nella sua prima formazione.
Ora è tempo di saltare fuori dal nido e di volare.
Un sogno conflittuale si è concluso bene.

PSICODINAMICA

Il sogno di Pietro verte sulla psicodinamica di emancipazione affettiva dalla figura materna in riferimento alla relazione con le donne. Pietro si colloca in maniera solidale e complice, investimenti di “libido narcisistica” e in esaltazione della “parte psichica femminile” della sua “androginia”, verso le mogli degli amici dimostrando un conflitto con l’universo maschile. La psicodinamica si svolge secondo le trame oscure di un’istanza depressiva, un “fantasma di perdita ” legato all’angoscia infantile di perdere l’affetto e le premure della madre. Nella fase finale del sogno Pietro recupera e con sofferenza s’inserisce nel turbinio della vita moderna. Resta, purtuttavia, da maturare la “posizione genitale” negli investimenti di “libido”.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Le istanze psichiche richiamate in servizio dal sogno di Pietro sono l’Io, l’Es e il Super-Io.
L’istanza consapevole e razionale “Io” è presente in “io ricordo”.
L’istanza pulsionale “Es” è intrinseca in “provo una fortissima eccitazione sessuale” e in “avevo, scusi la volgarità, il cazzo durissimo” e in altro.
L’istanza censoria e limitante “Super-Io” è visibile in “sono ostacolato dalla gente”.
Le posizioni psichiche chiamate in causa sono la “orale” in “io avevo un’intesa sessuale con le loro mogli”, la “fallico-narcisistica” in “avevo, scusi la volgarità, il cazzo durissimo” e in “mi apparto nello scompartimento del treno con una mia amica, moglie di un mio amico”.
La “posizione psichica genitale” si lascia intravedere in “dimentico lo zaino militare nello scompartimento”.
La “posizione edipica” è richiamata dalla psicodinamica del sogno e si lascia supporre come sua condizione. Inoltre è chiamata in causa la figura materna per quanto riguarda l’empatia con le donne e la figura paterna per quanto riguarda la mancanza di forza e sicurezza nelle relazioni affettive.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa usati da Pietro nel sogno sono la “rappresentazione per l’opposto” ossia l’espressione del suo desiderio di solidarietà e complicità con le donne al posto della paura e della diffidenza nei riguardi dell’universo femminile, fattore psichico legato a un complesso d’inferiorità e d’inadeguatezza, a una mancata maturazione della “posizione e della libido genitali”.
La “condensazione” è presente in “mogli”, “compagnia” e in altro.
Lo “spostamento” è ben visibile in “treno”, “stazione” e in altro.
La “drammatizzazione” è evidente in “Tento di prenderlo prima che il treno riparte, ma sono ostacolato dalla gente che m’impedisce di saltare sul treno.”
La “figurabilità” è chiara in “avevo, scusi la volgarità, il cazzo durissimo.”
Il processo psichico di difesa della “regressione” si manifesta in “ho sognato di essere giovane”.
Non c’è traccia del processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Pietro mette in chiara evidenza un nucleo “narcisistico” in difesa e in compenso di una mancata maturazione “genitale”, di cui s’intravede un tratto in formazione. La “organizzazione psichica reattiva” è prevalentemente “orale”: bisogno d’affetto e di protezione. Pietro va incontro alle donne evolvendo la relazione affettiva ed empatica con la madre, meglio una parte della sua “posizione edipica”.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche presenti nel sogno di Pietro sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “cazzo durissimo” e “calca”, la “metonimia” o relazione di senso in “stazione” e “treno”, la “iperbole” o esagerazione “Davanti a tutti gli altri consumiamo le nostre voglie in tutte le forme”, la “enfasi o forza espressiva ed esaltazione in “provo una fortissima eccitazione sessuale e mi apparto nello scompartimento del treno con una mia amica, moglie di un mio amico.”

DIAGNOSI

La diagnosi dice di un’immaturità della “posizione psichica genitale” e della “libido” collegata, per cui Pietro non riesce a relazionarsi in maniera sentimentale e affettiva con l’oggetto del suo desiderio, le donne. Se si aggiungono le paure abbandoniche e le angosce depressive del “fantasma” elaborato nella prima infanzia in riferimento privilegiato alla figura materna e agli accudimenti della stessa nei riguardi del figlio, il quadro diagnostico è completo.

PROGNOSI

La prognosi impone a Pietro di maturare l’approccio e il vissuto nei riguardi delle donne, di fidarsi e di affidarsi per poter realizzare una relazione d’amore corretto e per costruire la sua vita sentimentale e sessuale. Bisogna superare la “posizione narcisistica” e adire alla “genitale”.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nello strutturarsi della “psiconevrosi depressiva” e nel suo degenerare in isolamento: caduta della qualità delle relazioni e della vita sessuale.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA
In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Pietro è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

La causa scatenante, “resto diurno”, del sogno, “resto notturno”, di Pietro è collegata a un’esperienza pomeridiana con una donna o con la madre.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Pietro è autoreferenziale con valenza depressiva. Pietro parla di sé con fare narcisistico ben occultando la sua angoscia di perdita.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Pietro richiama le teorie sulla depressione e sul narcisismo, teorie che si sprecano ma non spiegano adeguatamente i sentimenti d’amore e l’istinto sessuale. Meglio di tutto e di tutti io mi pregio di presentarvi un poeta popolare nella sua semplice canzone didattica intitolata “la regola dell’amico”. Ognuno ci tragga quello che vuole, perché tutto il resto non serve e non conta.
Pietro sappia che se vuole essere amico di una donna non ci combinerà mai niente, perché lei non potrebbe rovinare un così bel rapporto.
Vai Max!

 

“I FIGLI SO’ FIGLI”

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

Procedevo in macchina a una velocità moderata.

Nel percorso vedevo un paio di passaggi a livello aperti.

Poco prima del primo ho bruscamente frenato perché sulle strisce pedonali un gruppetto di donne e di bambini erano a lato della strada e attendevano di attraversare.

Mi sono fermata proprio a filo.”

Questo sogno porta la firma Marina.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Ho titolato il sogno di Marina “i figli so’ figli”, secondo il dialetto napoletano e secondo il vangelo drammatico di Eduardo De Filippo in “Filumena Marturano”, perché ritengo che non si è mai scritto abbastanza e degnamente sull’amore materno. La maternità viene spesso offerta come l’evoluzione psicobiologica naturale dell’universo femminile, un investimento di “libido” che non merita di essere approfondito, tanto meno esaltato, proprio per il suo naturale decorrere a favore del “Genio della Specie”, scientificamente la “filogenesi” o la pulsione sessuale alla procreazione. L’amore materno si ritiene, di conseguenza, la “sublimazione” dell’istinto procreativo e della “libido genitale”, una pulsione dell’Es che da un lato appaga la donna nella sua realizzazione personale e dall’altro ubbidisce al “Genio della “Specie” senza alcun concorso personale di vissuto e di finalità da parte delle protagoniste, le donne che diventano mamme. La procreazione è stimata in prima istanza nel suo versante biologico, di poi, è visitata nei suoi aspetti culturali, filosofici, religiosi ed estetici. Schopenhauer riteneva l’amore e l’innamoramento il trionfo traslato del Genio della Specie” privilegiando la valenza meccanicistica e legava la maternità alla metafisica “Volontà di vivere”, la “filogenesi” collegata alla pulsione sessuale come ultimo inganno della maligna Madre Natura. La Psicologia e la Psicoanalisi hanno dedicato alla maternità studi di grande interesse e profondità, ma, a mio giudizio, i migliori inni alla psicodinamica della Madre sono da attribuire alla letteratura e all’arte.

E allora come non ricordare Eduardo De Filippo e la sua “Filumena Marturano”?

Un uomo ha messo per iscritto in una pregiata, quanto drammatica, commedia l’amore di una madre per i suoi figli al di là della paternità.

Perché un uomo?

Forse perché non ha mai partorito e, di conseguenza, non ha potuto appagare un istinto che, purtuttavia, possiede e può realizzare soltanto per via traslata, l’arte e la sua carica di bellezza.

Ed ecco la preziosa commedia partorita dal grande Eduardo!

Anche il sogno di Marina è un piccolo sintetico capolavoro legato all’esaltazione semplice e non sofisticata dell’amore materno.

Il sogno, oltre che evidenziare la realtà psichica in atto, ha anche questa funzione poetica e creativa per tutti e al di là della formazione scolastica, dal momento che ci fa vivere e dire nel suo linguaggio e nei suoi termini quello che viviamo e il come lo viviamo.

Avanti Marina!

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Procedevo in macchina a una velocità moderata.”

La “macchina” è il classico simbolo della sessualità e della vita pulsionale intima: il mondo dell’istanza psichica “Es”. La “velocità moderata” attesta di una ricerca matura dell’orgasmo e del gusto di godere le potenzialità erotiche del corpo in maniera naturale e senza implicazioni culturali e blocchi psichici. Marina si gode il suo corpo e le sue valenze erotiche come una donna matura nell’esercizio e nella ricerca evolutiva del piacere. Il controllo esercitato dall’istanza “Io” non inficia lo scorrere delle pulsioni dell’istanza “Es”: “procedevo”, l’”Io” delibera e dispone di vivere il piacere come il dio Eros comanda. Tecnicamente si tratta dell’appagamento della “libido fallico-narcisistica”.

Nel percorso vedevo un paio di passaggi a livello aperti.”

Avviata nella sua erotica esperienza, “percorso”, adeguatamente controllata proprio per migliorarne il gusto, Marina s’imbatte nel suo “Super-Io” e nei suoi morali comandamenti, limiti e censure. Del resto, la sessualità e il suo esercizio con i vissuti annessi sono facilmente colpevolizzati in una cultura formalmente sessuofobica e religiosa. A questa inibizione sociale aggiungiamo le varie paranoie al riguardo e sul tema che individualmente intercorrono e che abilmente ogni persona costruisce sotto i dettami dell’istinto e delle pulsioni sessuali: sensi di colpa e paranoie, disagi vari e variopinti. Ed ecco che si profilano nel sogno di Marina i famigerati “passaggi a livello”, i simboli del “Super-Io” di cui si diceva in precedenza, e i vari divieti che Marina, sia pur adulta e navigata, conosce bene e proprio per questa “coscienza di sé” e per questa consapevolezza lascia in sogno “i passaggi a livello aperti”.

L’apertura significa che i divieti e le norme morali sono di facile gestione da parte della protagonista, dal momento che sa dove andare e dove fermarsi. Marina conosce se stessa a livello sessuale e sa quello che vuole e quello che non vuole, quello che è lecito e quello che è da ritenere tabù e tabuico.

Poco prima del primo ho bruscamente frenato perché alle strisce pedonali un gruppetto di donne e di bambini erano a lato della strada e attendevano di attraversare.”

Meravigliosa nella sua semplicità estetica è l’espressione “un gruppetto di donne e di bambini”. Marina vede se stessa e i suoi figli nelle donne e nei bambini “a lato della strada” che “attendevano di attraversare”. Il meccanismo della “proiezione” è usato dal sogno in maniera ineccepibile. Ecco l’amore verso la madre e verso i figli, verso la donna e verso i bambini!

I figli so’ figli” gridava donna Filumena al povero malcapitato Domenico Soriano e vanno protetti tutti dalla madre al di là della paternità. Del resto, l’amore della madre è molto diverso da quello del padre, come si diceva in precedenza. “Bruscamente” frenare contrasta con la tranquillità di prima e le “strisce pedonali” sono i limiti del “Super-Io” per una maternità responsabile. La “libido genitale” è servita in un piatto d’oro e in evoluzione naturale dalla “libido fallico-narcisistica” senza nulla perdere ma tutto conservando e portando in fausta evoluzione.

Mi sono fermata proprio a filo.”

Dietro le mille tentazioni della vita e dell’amor proprio che può tralignare nell’egoismo, Marina si è “fermata” senza sacrificarsi e senza snaturarsi, “proprio a filo”, proprio in linea con la legge dell’archetipo “Madre”, quella “libido genitale” che supporta l’istinto procreativo e si sublima nell’amore materno. Questa è la preistoria psichica e culturale della “Madre” che sa cogliere e sa dare, sa prevedere e provvedere per sé e per i suoi figli. Degna di nota e a conferma di quanto affermato è l’assenza di qualsiasi figura maschile o paterna.

PSICODINAMICA

Il sogno di Marina esprime ed esalta degnamente il sentimento dell’amore materno fatto di donazione e di limiti amorevolmente accettati e introiettati. La psicodinamica segna il naturale trapasso dalla “libido fallico-narcisistica” alla “libido genitale”, “posizioni psichiche evolutive” universali.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Nel sogno di Marina sono presenti le istanze “Io”, “Es” e “Super-Io. L’Io si esprime in “procedevo”, “vedevo”. L’Es si condensa in “macchina” e “velocità moderata”. Il “Super-Io” si manifesta in “passaggi a livello” e “strisce pedonali”. Le posizioni psichiche implicite sono la “fallico-narcisistica” in “procedevo in macchina a una velocità moderata.” e la “genitale” in “mi sono fermata proprio a filo” e in “un gruppetto di donne e di bambini”.

MECCANSIMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa coinvolti sono la “proiezione” in “un gruppetto di donne e bambini”, la “condensazione” in “macchina” e altro, lo “spostamento” in “passaggi a livello” e altro, la “drammatizzazione” in “ho frenato bruscamente”. Il processo psichico di difesa della “sublimazione” è sottinteso in “ho bruscamente frenato” e in “un gruppetto di donne e di bambini”. La “regressione” si lascia indovinare nella possibilità di esercitare la “libido fallico-narcisistica”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Marina presenta un forte tratto psichico “genitale” all’interno di una cornice “fallico-narcisistica”, una buona autostima che si coniuga con il senso del dovere e dell’etica.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte nel sogno di Marina sono la “metonimia” in “macchina”, “passaggio a livello” e “strisce pedonali”, la “enfasi” in “bruscamente frenato”.

DIAGNOSI

Il sogno di Marina tratta l’evoluzione della “posizione fallico-narcisistica” nella “posizione genitale” sempre in riferimento all’energia vitale definita “libido”. Marina parte dalla sua dimensione sessuale narcisistica per approdare senza traumi alla sua dimensione di donna e di madre.

PROGNOSI

La prognosi impone a Marina di rafforzare questo equilibrio psicofisico e questa “coscienza di sé” per accrescere la sua sensibilità e il suo autocontrollo senza nulla perdere e tanto meno disperdere delle sue pulsioni e della sua “libido” “fallico-narcisistica” e “genitale”, sia come donna e sia come madre.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un conflitto nevrotico legato alla disfunzione tra l’essere donna e l’essere madre, tra la scissione oppositiva tra la “libido fallico-narcisistica” e la “libido genitale”.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Marina è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Marina si attesta in un’esperienza di donna o di madre vissuta nel pomeriggio antecedente il sogno. Del resto, esistono tantissimi stimoli di questo tipo nella giornata delle donne e delle madri.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Marina è discorsiva e maieutica: la protagonista procede oniricamente con lucidità e consapevolezza in grazie alla sua sensibilità acquisita nell’esercizio della “coscienza di sé” e del suo quotidiano pensare e fare.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Niente di meglio di un “Viaggio a Napoli” per onorare la “libido genitale” femminile, le donne, le madri e la dea Madre. Il testo tratta di vita vissuta, tutta natura e tutta cultura, senza niente di astratto e tanto meno di artefatto, la storia traumatica di una donna e di una madre offesa, la psicodinamica del suo corpo e della sua psiche che trova fortunatamente in determinate condizioni la benefica “coscienza di sé”.

Buona lettura a uomini e donne, a madri e padri!

VIAGGIO A NAPOLI

I figli sò figli!”

Sentivo questa semplice e profonda verità

perché era scritta a fuoco sulla mia carne di donna

come il marchio del ranch sulla pelle delle mucche argentine.

Questa semplice e profonda verità era cresciuta calda

nella prepotente femminilità del mio corpo.

Ma questa semplice e profonda verità non la conoscevo

e non l’avevo mai sentita dalla bocca di una passionale attrice napoletana,

verace come la pummarola di San Marzano,

la pummarola in coppa a pizza.

Che sia stata Titina De Filippo o Regina Bianchi,

Pupella Maggio o Lina Sastri,

poco importa.

Sono tutte brave

perché il loro malandrino recitare si sublima sempre in un doloroso partorire.

Napoli mi ha dato orecchie per sentire e coraggio per sapere,

il tutto condito dalla naturale cadenza di un dialetto

sciorinato tra arabo e spagnolo.

Napoli ha guarito l’insulto conficcato nella mia carne e nella mia persona

con la bonaria filosofia di una schietta verità.

I figli sò figli!”

E ancora, “I figli sò figli!”

Le parole sono pompate dalla cassa toracica di una brava attrice

dai grossi seni di madre

ed escono dalle sue carnose labbra

rimbalzando sulle vecchie tavole del rozzo palcoscenico.

Queste parole echeggiano nell’aria dell’anonimo teatro di periferia

per sconquassare il mio animo indifferente

e annichilito dalle trame della depressione,

il cosiddetto male oscuro,

che non è, di certo, un bene luminoso.

Lei é malata, cara signora.

Lei non è normale

e la sua guarigione comincerà dalla consapevolezza di essere malata.”

La diagnosi dei grandi professori della mente sentenziava unanimemente

da Milano a Trieste, da Roma a Bologna,

stato limite fobico depressivo”.

Di questo non ero sicura,

ma ero sicura che il dramma era stato scritto sotto forma di commedia

da un uomo, un grande uomo: Eduardo De Filippo.

Il titolo?

Filumena Maturano”!

L’altro titolo?

Ieri, oggi e domani”!

Risposta esatta”, ribadirebbe il sempre verde Mike Bongiorno

dal trespolo del solito programma televisivo a quiz,

distribuendo i soldi dei poveri italiani che pagano il canone.

Per i napoletani, da veneta verace, avevo tanti pregiudizi e poche simpatie.

Non capivo il dialetto e m’infastidiva la cadenza marcata.

Sono stata costretta a ricredermi,

a sposare la vena creativa e l’aria sorniona dei meridionali

che ti fanno sentire importante e affascinante nella gioia e nel dolore.

In quest’ultimo mi ero imbattuta e fortunatamente non arenata.

Quant’acqua è passata

e passa sotto i miei ponti sul Piave tra Vidor e Susegana.

Nelle stagioni piovose é tutta torbida e piena di anguille in calore

che inevitabilmente si intrecciano nelle reti dei pescatori di frodo.

La mia vita si ripulisce a Napoli

in mezzo alle strette viuzze ribollenti di colorati panni stesi al sole

da una finestra al balcone dirimpettaio

e in mezzo al clamore di cantilene esasperate dalla paura

di trovarsi in un mondo dilatato in fretta

e da un desiderio ricorrente di scendere

alla fermata successiva di un bus frequentato da portoghesi.

Ma tu perché mi hai portato a Posillipo, se non mi vuoi più bene?

Che m’hai purtato a ‘ffà ‘ncopp’a Pusillepe, si nun mme vò cchiù bene?”,

canta il vecchio posteggiatore abusivo

con la chitarra scordata in una voce mielata

e sempre solerte ad attrarre gli indifesi turisti

verso i diritti di un sentimento represso

e dimenticato nelle pieghe di un logoro passato.

Devo andare a Napoli per affari.

I terroni come al solito non pagano i debiti.

Vuoi venire con me?”

E tu, proprio tu, trovi il coraggio d’invitarmi a Napoli con la stessa flemma

con cui mi hai parcheggiata nell’ospedale di Montegrotto terme.

Ma io ti amo, ti ho sempre amato.

Tu sei la sola donna della mia vita.

Senza di te non riesco a pensarmi e non saprei vivere.”

Le parole sono interessanti e suggestive,

degne di un retore greco e dettate da un enorme senso di colpa

opportunamente rimosso negli scaffali più reconditi del tuo polveroso sgabuzzino.

Il lutto!

Il lutto lega più delle corde di nylon di Giovanni Soldini

attorno all’albero maestro di un catamarano.

Un lutto occulto e inconfessato.

Quale lutto?

Godiamo ottima salute

e la morte non bussa da decenni alla porta di casa nostra.

Un lutto bianco, anzi un lutto rosa,

consumato tra le ruvide lenzuola di un reparto ginecologico

in un anonimo ospedale del laborioso Veneto,

la regione che non trova più l’acume

e il tempo per concepire le gravidanze puttane,

quelle inaspettate e perpetrate tra un’eiaculazione precoce

e un coito malamente interrotto.

Mi sentivo venire e volevo che la mia donna godesse.”

Un attimo,

soltanto un attimo galeotto ha interferito malignamente

sulla sintonia dei nostri sensi.

Un atto d’amore, credimi!

E’ stato un atto d’amore

a mettere in moto uno spermatozoo nella tua vagina al posto dell’orgasmo.

Ma tutto questo non basta!

E’ sempre un’incompiuta,

ha tutti i crismi dell’incompiuta

e tu non sei Bach o Beethoven.

Improvvido nella funzione e perfetto nella natura

quel fottuto microbo ha fatto il suo dovere

e si è infiltrato fino a risalire alla sorgente della vita.

Ha fatto il suo dovere,

era stato chiamato in causa e si é fatto onore.

Adesso perché mi porti a Napoli,

al Politeama e nella pizzeria del solito Gennaro?

Questa sera non si recita a soggetto

e l’avanspettacolo è un triste retaggio della guerra.

Questa sera si recita il dramma di una donna,

Filumena Marturano,

scritto da un uomo, Eduardo De Filippo.

Perché un uomo deve essere attore e autore del dramma di una donna?

Virginia Woolf ha potuto scrivere la sua follia e Saffo la sua diversità.

Grazia Deledda?

Non la conosco e me ne dispiaccio.

In un panorama letterario così parco di donne

l’ignoranza diventa un baratro per aspiranti suicidi.

Perché l’universo femminile si è sempre appagato della sua maternità

e non ha sentito il bisogno profondo di partorire

in maniera traslata i suoi ineffabili abissi.

I figli so’ figli !

Queste parole apparentemente uscite dalla bocca di donna Filumena,

la puttana del casino riscattata dall’amore dei suoi figli,

sono volate dalle tavole del palcoscenico del Politeama

e si sono impresse nel mio ventre come un bisturi nella carne.

Il suono proveniva dall’utero e il senso vibrava nella pelle.

Quel semplice significato da scuola elementare io l’ho subito

e capito perché era fissata a fuoco nelle mie viscere

come il solito marchio sulla solita pelle

delle solite povere mucche del solito ranch argentino.

Sembrava tutto sepolto e dimenticato,

un lugubre fatto senza linguaggio,

un doloroso evento affidato a un “no comment”

e talmente grande da essere relegato nell’oblio dell’inferno dei sensi,

un lutto sconosciuto che il corpo aveva registrato nei suoi nervi,

un episodio casuale che, quando meno te l’aspetti, ti parla

con il suo semplice linguaggio,

chiaro soltanto a chi sa capire o vuole intendere.

La legge degli uomini si esprime in parole scritte,

la legge della natura si esprime nel corpo.

Si gode,

si soffre,

si sente,

si mangia,

si dorme,

ma non ci si dimentica mai di se stessi

e non esiste farmaco

che ti fa dimenticare un solo istante la tua identità,

chi sei e cosa hai fatto.

Il mio corpo aveva, di volta in volta e in “escalation”, conosciuto l’Ansiolin,

il Valium,

il Tegretol

e il Serenase

per guarire il male oscuro dell’angoscia

e da un ospedale pubblico a una clinica privata avevo trasportato un corpo,

il mio corpo affetto da un male ignoto anche a me stessa.

E i luminari?

I grandi professori pagavano con i miei soldi

le rate della lussuosa barca ancorata a Caorle o a Portofino,

sempre più sdegnati della mia resistenza a guarire

che offendeva la loro superba scienza e la loro potente chimica.

Non ero neanche un caso da letteratura o da congresso

perché irrisolto

e nessuno aveva il coraggio di portare in giro i suoi fallimenti professionali.

Di umanità non se ne parla.

Anche l’elettrochoc, da film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”,

ho subito sulle mie meningi e su tutto il mio corpo.

Sai che mossa!

Come nei peggiori cabaret della bassa Napoli.

Nessuno mi aveva chiesto la cosa giusta che io avevo dimenticato.

Dovevo andare a Napoli in un teatro di periferia

per iniziare a guarire,

per iniziare a conoscermi

e per andare finalmente in culo a quella scienza effimera

che ignora la persona e la sua storia.

Il resto l’ho portato a termine con il mio angelo custode

tra strani affanni e calde lacrime,

finalmente i miei e le mie.

       

Salvatore Vallone   

Pieve di Soligo, mese di maggio dell’anno 1992

 

PICCOLE DONNE CRESCONO “SALDI EDIPICI”

 

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“Mia va da un dottore, il quale le sente il cuore e le dice che da lì a una settimana si sarebbe fermato.

Mia si sveglia, va dalla madre, racconta il sogno e le dice che praticamente è come se le avesse detto che sarebbe dovuta morire.”

Ho titolato il sogno di Mia “piccole donne crescono – saldi edipici” semplicemente perché si tratta del classico inizio della maturazione  fisiologica e psichica di una bambina, il tempo dell’adolescenza. A livello organico il corpo si evolve acquisendo le caratteristiche biologiche femminili, a livello psichico la mente si avvia verso la liquidazione del complesso di Edipo o meglio, secondo la terminologia di Melania Klein, della “posizione” edipica.

Pochi sono gli elementi simbolici di questa sintesi onirica di Mia, ma la psicodinamica s’inquadra bene nel triangolo “madre”, “padre- dottore”,

“figlia- cuore”. E’ presente, inoltre, il “tempo-settimana” a delucidare la trama e il significato profondo del sogno di questa piccola donna che cresce.

Mia comunica alla madre che è in via di emancipazione e che si sta liberando del padre e della madre, che ha iniziato la liquidazione e che restano soltanto frammenti edipici. Mia sta svendendo quello che resta dei fantasmi della  mamma e del papà, sia nel senso che si libera da inutili zavorre infantili e sia nel senso che il processo non è poi tanto doloroso. Il cambio psicofisico di ruolo è fascinoso, tutto da vivere e tutto da scoprire senza alcuna fretta.

E la morte, “che sarebbe dovuta” arrivare nello spazio di una settimana, che fine ha fatto?

Non si tratta di un “fantasma depressivo di morte” nel senso di perdita totale e definitiva, perché Mia prende tempo, “una settimana”, quello che basta per attestare di un’evoluzione, un passaggio e non una fine drastica. Oltretutto, questo tempo se lo fa prescrivere dal “padre-dottore”.Trattasi di rinascita evolutiva, dall’infanzia all’adolescenza, e dell’attesa che gli ormoni portino a compimento nel corpo il processo biologico. Mia si dà tempo non per morire, ma per andare oltre anche con la sfera affettiva e per commutare il legame con i genitori da dipendenza psichica a riconoscimento del padre e della madre, da semplice possesso a relazione possibilmente simmetrica, fatti salvi i ruoli e i compiti di ognuno. Mia si dispone, dietro gli stimoli dei genitori e del tempo  biologico, a viversi nella sua autonomia psicofisica.

Analizziamo i simboli.

Il “dottore” rappresenta l’autorità paterna, il “Super- Io”, il senso del dovere e del limite, la censura morale e la vita nella realtà insieme agli altri, la crisi dell’onnipotenza infantile e del bisogno di possesso. Il padre rappresenta per le figlie “l’uomo che sa e che apprezza” il corpo che si trasforma, l’autorità che approva e il primo oggetto di attrazione; la figura paterna stimola nella figlia una sensibilità delicata e avvolta da pudore. Del resto, il padre subentra alla madre nella posizione edipica per indicare anche il modo di inserirsi con fascino nella realtà sociale e nell’universo maschile. Perché il dottore? La competenza sul corpo viene riconosciuta a questa figura. Come si diceva in precedenza, il padre riconosce Mia come cresciuta e lei si sente cresciuta e pronta a diventare donna e pronta ad affrontare il “dramma rosa” di un corpo di donna che alberga in una psiche di adolescente.

Il “cuore” condensa la vita e il sentimento, la “libido” e gli affetti, l’emozione

e la vitalità neurovegetativa pulsionale. “Il cuore che si ferma” condensa la conclusione di una fase e l’inizio di una nuova avventura degli investimenti della “libido” e in specie di quelli affettivi.

Sul tempo si è già detto che, essendo definito in una “settimana”, attesta della fase finale della “posizione edipica”. Mia si dà tempo per evolversi e non per morire. La morte in sogno ha tutt’altra simbologia.

In conclusione, Mia si sta disponendo all’adolescenza e si avvia verso l’età adulta evolvendo anche le modalità affettive e i comportamenti.

La prognosi impone a Mia il rafforzamento della risoluzione edipica in corso. I genitori devono favorire il processo di emancipazione della figlia non indulgendo a nostalgici ritorni al passato. Bisogna, all’incontrario, sostenere Mia nel giusto cammino intrapreso.

Il rischio psicopatologico si attesta nella “regressione” e nella “fissazione” a tappe precedenti dell’evoluzione della “libido” con il ritorno alla dipendenza psichica e ai timori relazionali e con l’aggravante di un corpo di donna.

Riflessioni metodologiche: il passaggio dall’infanzia all’adolescenza è per la bambina particolarmente traumatico. Come dicevo nel sogno di Mia, la bambina si trova nello spazio di pochi mesi con un corpo di donna e con la capacità genitale. Ancora gioca con le bambole e si trova a gestire un corpo  di potenziale madre. In questa tappa biologica e psichica si manifesta il modo in cui è avvenuta l’identificazione nella madre a conclusione del complesso di Edipo e quale identità psichica ha scelto e acquisito. Freud disse giustamente che si nasce femmine, ma si diventa femmine. In questo momento la bambina nata femmina diventa donna, ma a livello psichico la consapevolezza avviene in un tempo non breve, ossia lungo. La statistica parla di quattro anni, per cui l’adolescente sa di esser donna tra i sedici e i diciotto anni. La modificazione corporea viene esibita o nascosta e la giovane donna si trova di fronte al suo corpo che riconosce o non riconosce, che accetta o rifiuta, che gradisce o detesta. Da come reagisce, si evince come si è formata. Sia che occulta il suo essere femminile con larghi maglioni o sia che lo esibisce con compiacenza, è sempre necessario dare il tempo alla psiche per l’assimilazione dell’evoluzione avvenuta. L’adolescenza evidenza la modalità in cui è proceduta la formazione del carattere sotto la spinta dei fantasmi. L’identità psicofisica è un importante fattore che rende l’adolescenza un momento critico dell’esistenza. Ricordo a tutti, genitori e non, che nel periodo adolescenziale le gratificazioni gentili non sono tassate dal governo ladro, per cui si possono elargire in abbondanza e fanno solo e soltanto bene. Grazie!

 

EMPATIA E SIMPATIA “ANCH’IO SONO MADRE”

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“Miky sogna la proprietaria del suo bar, seduta sui gradini fuori che piangeva perché era stanca e perché non aveva tempo per sé.

Miky prova molto dolore nel vedere la sua sofferenza e piange con lei.

I gradini erano tre.”

“Miky sogna di parlare con la madre di una ragazza che conosce e che è vissuta con lei e di cui conosceva i problemi.

La madre è gentile con lei e le dà ragione.

Miky, allora, si chiede perché fino a quando la figlia era con lei, la odiava e, ora che si è rotto tutto, ragiona cordialmente. Si sveglia in lacrime.”

 

I sogni sono anche semplici descrizioni di quel che si vive e di quel che è successo nel giorno precedente e si sviluppano non necessariamente con colossali simbologie e non si raccontano con enfasi retorica. Quest’ultima caratteristica appartiene al sistema difensivo della persona che sogna e non al sogno. Quest’ultimo è di per se stesso complicato nei suoi meccanismi e nelle sue difese, ma spartano nel contenuto perché la gran parte non viene ricordata e quindi viene irrimediabilmente perduta. Ma perché il sogno a volte viene composto come una piccola “divina commedia” o come una breve  “odissea”? Si mettono in atto da svegli le difese dall’angoscia di essere dominati dal sogno durante il sonno e il bisogno di dominare il sogno: un problema di eccessiva vigilanza finalizzata a tenere sotto controllo il proprio materiale psichico traumatico che urge dal profondo e che vuole vedere la luce. La “logorrea” nel sistemare un sogno attesta di una struttura psichica particolarmente angosciata che si cura da sé con il tanto parlare senza chiedersi se l’altro lo segue o è interessato al suo dire.

Il sogno di Miky è il classico esempio di semplicità nella forma e di linearità nel contenuto, ha la sua bella psicodinamica madre-figlia e i suoi giusti meccanismi di difesa. Il sogno di Miky è profondo nel tema evocato e si può sintetizzare in questo modo: “empatia e simpatia”, “sono madre anch’io”, “identità al femminile completata e riconoscimento della madre portato a buon fine”.

Non è decisamente poco e allora avanti con la decodificazione!

Miky condensa nella proprietaria del bar la figura materna e la sua condizione di madre, collocandosi nello stesso tempo come figlia e come madre. Tratta il classico tema della madre stanca e addolorata perché si sente sacrificata  per il benessere dei figli e della famiglia, oltretutto senza essere riconosciuta nel suo ingrato e umile ruolo: il classico tema della donna che ha abdicato al suo benessere e al suo successo per i figli.

Chi non ricorda le lamentele della mamma e le litanie intese a colpevolizzare i figli? “Dopo tutto quello che fatto per te, tu mi ripaghi in questo modo” recita una diffusa lagna dell’augusta genitrice non riconosciuta e non abbastanza amata. Ma c’è di più! Spesso ricorre alla formula della sua frustrazione “tu mi farai morire”, una formula tremenda che lascia strascichi profondi nel tratto paranoico e depressivo dei figli. Le mamme tendono a colpevolizzare i figli e specialmente le figlie, perché con il maschio hanno un vissuto diverso e spesso stabiliscono una relazione edipica all’incontrario.

“Miky prova molto dolore nel vedere la sua sofferenza e piange con lei.”

Il processo d’identificazione nella madre e d’identità al femminile, insieme alla soluzione della pendenza edipica, in Miky  è definito e compiuto. Guarda caso, i gradini erano tre: io, lui e lei. Il numero “tre” condensa la posizione edipica e la famiglia. La simbologia del “pianto” è catartica e rafforza il ruolo acquisito: le lacrime sono parole liquide che liberano il “non nato di sé” ossia quello che si sente dentro e non trova espressione. La prima realtà del “non nato di sé” è l’emozione, di poi la lacrima che si tradurrà in parola. Il “dolore per il “non nato di sé” attesta il meccanismo psichico della “empatia” e della “simpatia, vissuti complessi fatti di senso e sentimento che si possono definire processi.

E’ opportuno soffermarci su questi fenomeni psichici perché ci riguardano quotidianamente. La “empatia” significa letteralmente “dentro l’emozione o il sentimento”o meglio “dentro il senso e il sentimento”. Trattasi della capacità d’immedesimarsi in un’altra persona fino a coglierne, più che i pensieri, gli stati d’animo, i movimenti del senso e del sentimento. Si tratta di un processo d’immedesimazione e di “proiezione” in cui si conserva la coscienza della propria identità. Freud tratta l’”empatia” come una forma psichica che dall’identificazione giunge all’immedesimazione passando per l’imitazione, un meccanismo mediante il quale è possibile partecipare le sensazioni, i sentimenti e le emozioni, il “pathos” di un’altra vita psichica. Fin qui l’empatia!

La “simpatia” si traduce letteralmente “un sentimento e un senso vissuti insieme”, “una sensazione vissuta insieme”, “una partecipazione a uno stato affettivo” che denota un’affinità tra persone e una  comunicazione nel “sentire” sensazioni e sentimenti. In filosofia gli Stoici, (Grecia e quarto secolo “ante Cristum natum”) avevano bellamente esteso questo circuito psichico a tutte le parti dell’universo, un’attrazione magnetica che governava la realtà vivente, uomini compresi. Questo riferimento serve a capire come e quanto la sapienza di oggi è antica.

Tornando al sogno, possiamo affermare che Miky si è immedesimata nella madre perché si è identificata in lei, completando il tormentato viaggio edipico e rafforzando la sua identità femminile. Di poi, la maternità ha portato Miky alla parità dell’esperienza e del vissuto, anche se la madre deve restare una figura carismatica nel bene e nel male e non una semplice figura. Eppure Miky è vissuta con lei e ne ha conosciuto i disagi e le sofferenze, oltre che i pregi e le virtù, ma non l’ha mai colta in questa dimensione umanamente solidale: “Miky sogna di parlare con la madre di una ragazza che conosce e che è vissuta con lei e di cui conosceva i problemi.”

Nel secondo sogno esprime il suo conflitto con la madre legato alla sua visione della madre sofferente nell’accudire i figli e alla sua incapacità di poterla aiutare. La maternità si capisce con la maternità a tre livelli:  fisiologico, psichico e culturale. Il livello fisiologico si attesta nel travaglio, nel parto e nella fatica dello svezzamento e dell’educazione. Il livello psichico si attesta nello sforzo di capire e di alleviare e nella gioia di capire e di alleviare. Il livello culturale si attesta nel ruolo che alla madre viene riservato dalla società in cui vive.

Tornando al sogno di Miky si vede come il rapporto conflittuale con la madre si evolve nel rapporto di “empatia” e “simpatia”: anche Miky piange liberando il passato conflittuale. Le lacrime sono acqua che pulisce i sensi di colpa e libera nuovo benessere.

“La madre è gentile con lei e le dà ragione. Miky, allora, si chiede perché fino a quando la figlia era con lei, la odiava e, ora che si è rotto tutto, ragiona cordialmente. Si sveglia in lacrime.”

“La odiava” conferma un sentimento edipico universale o meglio costante in tutti quelli che hanno bisogno di vivere un padre e una madre: le radici.

“Ora che si è rotto tutto” offre il senso traumatico del distacco, il passaggio dalla dipendenza all’autonomia.  Che termini forti e veri, ragazzi!

La prognosi impone a Miky di allargare la “empatia” e la “simpatia” nei confronti della madre e di prendersi cura di lei quando il tempo sarà severo.

Il rischio psicopatologico si attesta nel senso di colpa in riguardo ai sentimenti negativi verso la figura materna con struggimento per la mancata comprensione di quel tempo in cui era figlia adolescente. Il logorio ossessivo consegue e contribuisce a far cadere la qualità della vita: una psiconevrosi.

Riflessioni metodologiche: la questione che si pone con il sogno di Miky è  come si deve giostrare una mamma nell’accudire se stessa e i figli. La prima condizione è non vivere i figli come limiti ma come variazioni evolutive. In questo modo si riduce la carica aggressiva già implicita nella gravidanza e nel parto. I figli variano la qualità della libertà. Di poi, la mamma non deve assolutamente smarrire l’amor proprio e l’autostima. Deve considerare adeguatamente la sua evoluzione psicofisica nella maternità e farne un fiore all’occhiello della sua natura femminile. La mamma non deve proiettare sui figli i propri vissuti in riguardo ai suoi genitori. Dei suoi vissuti deve mettere in atto quelli positivi e accantonare quelli negativi. La frustrazione materna nasconde altri disagi e quindi è opportuno rivolgersi alla loro soluzione.

Una buona mamma ha tempo per sé e per il servizio amoroso dei figli specialmente se è affiancata da un uomo degno di lei.

 

SIGNORI, IN CARROZZA ! I TRENI DI LUCIA

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“Lucia sogna spesso i treni, tanti treni e, come sempre, non riesce a prenderne neanche uno.

Le capita spesso di sognare mezzi di trasporto, soprattutto treni e navi o imbarcazioni in generale, ma in quest’ultime riesce a salire, sui treni quasi mai.

In alcuni periodi le capita di sognare spessissimo ascensori. Lucia si trova dentro e gli ascensori salgono, scendono, si muovono in orizzontale, spesso velocemente, e non si fermano mai provocandole una certa angoscia.”

Attendevo da tempo il sogno del “treno” e finalmente sono arrivati tanti treni nella stazione del mio “blog” e non da soli, ma in compagnia di navi e di ascensori e tutti in attesa di essere interpretati per ripartire. Una giornata fausta per la mia ricerca sull’essenza e sul significato dei sogni, perché il sogno di Lucia mi dà modo di approfondire le angosce collegate al “fantasma di morte” e di aprire, soltanto aprire, un tema complesso e ricco di implicazioni come quello della vita affettiva. Inoltre, il sogno di Lucia evidenzia come oggetti similari in quanto contenitori, il treno e la nave e l’ascensore, a livello simbolico sono diversi. Nella decodificazione procederò in maniera libertaria e senza costrizioni logiche e consequenziali, analizzerò i simboli singolarmente, operando le giuste riflessioni ed eventuali collegamenti psicoculturali man mano che si evidenzieranno. In conclusione, evincerò la psicodinamica in atto nel teatro onirico di Lucia.

Partiamo subito dal simbolo dominante e inquietante, il “treno”. Trattasi di un inequivocabile “fantasma depressivo di morte”. Il treno nello “Immaginario collettivo” appare nero, fumoso, sporco, fatto di freddo ferro, lugubre nella sua dominante funzione di trasportare da un punto all’altro in maniera coatta e, soprattutto, non si può pensare un treno senza binari. Questi ultimi, oltre al senso della costrizione spaziale e direzionale, condensano l’ineluttabilità meccanica di un cammino che porta alla fine temporale senza un fine progettuale: la vita trova la sua fine nella morte, escludendo altre possibilità e tanto meno altre fantasie creative sul tema come quelle offerte dalle religioni o dalle superstizioni. Lungo i binari si consumano le energie e si percorrono le ambizioni di ogni uomo. Il “treno” include simbolicamente la concezione pessimistica della vita, classica dell’Ottocento e del Novecento nell’arte e nella filosofia, dal “pessimismo cosmico” di Leopardi alla filosofia di Schopenhaeur, dal “simbolismo” di Munch all’esistenzialismo di Heidegger e di Sartre. Il treno è un simbolo culturale forgiato nella cultura occidentale e nelle società cosiddette tecnologicamente avanzate, un simbolo che s’innesta nell’archetipo, simbolo universale, della “Vita” e della “Morte”. Quindi la “Morte” si collega necessariamente alla “Vita” ed entrambe si collegano all’archetipo della “Madre”, al punto che non si può non essere d’accordo con le “cosmogonie” che proclamano il “principio femminile” come origine del “Tutto”, per cui la “Madre” è responsabile simbolica della “Vita” e della “Morte”.

Fino a questo punto il mito e la cultura.

Ma di quale morte stiamo parlando? Di quale morte stiamo speculando?

Si profila chiaramente la “morte in vita” e non la “morte in se stessa” o tanto meno la “morte dopo la morte”. Per quanto riguarda la “morte in vita” porgiamo un ossequio alla lezione filosofica ed esistenziale del grande Epicuro, vissuto a cavallo del quarto e terzo secolo “ante Cristum natum”, con la sua sintetica teoria in esorcismo della sua angoscia di morte: “quando c’è la vita, non c’è la morte e quando c’è la morte, non c’è la vita”. Sembra la scoperta  di Bracalone per il suo essere una semplice tautologia; in effetti si basa sul principio logico di Aristotele del “terzo escluso”: “o è A, o è non A”, “o è la morte o è la non morte” ossia è la vita. Ma Epicuro va oltre con le sue intuizioni sintetiche, insegnandoci la “atarassia”, la risoluzione delle angosce, per incarnare la migliore vitalità possibile dentro il nostro corpo attraverso la “edonè” (piacere) e la “aponia” (assenza di dolore). Epicuro era tanto avanti, non solo rispetto al suo tempo, ma anche rispetto a noi cosiddetti animali evoluti. Il grande Epicuro voleva significare che la morte non è una “erlebnis”, un’esperienza vissuta che si può conoscere e raccontare: tutt’altro!  Non essendo “erlebnis”, la morte non può avere parole e non può esser detta: “di ciò di cui non si può parlare”, (la morte), “si deve tacere”, dirà il grande Wittgenstein. Ciò non impedisce che si possa supporre un’essenza e una consistenza del fenomeno organico della morte, essenza e consistenza sempre legate a un contesto di materia vivente. Fin qui Epicuro.

Esiste, purtroppo, la “morte in vita” ossia la “depressione”, la pesante sindrome depressiva, la più subdola e infausta malattia della Psiche.

Ma cos’è la morte in vita? La “morte in vita” è la caduta degli investimenti e lo stallo della “libido”, la caduta dello “slancio vitale” quando l’energia ristagna e non si trasforma in risultati e in traguardi. A livello psicologico si traduce in una questione affettiva essenzialmente collegata alla perdita dell’oggetto d’amore e l’oggetto primario d’amore è la figura materna nella primissima infanzia. A questa irrimediabile perdita si collega la “psicosi

maniaco- depressiva”. Al “fantasma di perdita d’oggetto” si collega la depressione. Alla paura della perdita dell’oggetto si collega il tratto depressivo della formazione caratteriale, tratto che tutti da bambini abbiamo incamerato pensando semplicemente “ e se la mamma non torna più?” ,“e se la mamma mi lascia?”, “e se la mamma non mi vuole più bene?”

Ma cosa vuol dire tutto questo?

Il padre si può perdere senza grave danno, la madre non si può perdere senza pericolosi trambusti psichici.

Concludendo la disamina psichica e filosofica si attesta che la “morte in vita” è la depressione nelle sue varie forme e nelle sue varie intensità: la depressione nevrotica e la depressione psicotica, la depressione come tratto del carattere e la depressione come perdita di contatto con la realtà e assenza totale di emozioni: quest’ultima si attesta, dopo un periodo di pesante angoscia, in una realtà psichica freddamente metallica, al punto che la morte diventa la soluzione conseguente al precedente “quasi nulla”.

Meno male, quindi, che Lucia non riesce a prendere nessun treno!

“Lucia sogna spesso i treni, tanti treni e, come sempre, non riesce a prenderne neanche uno”. Questo non vuol significare che è esente dal “fantasma di perdita”, ma che il suo sistema psichico lo tiene sotto controllo. In generale questo non vuol significare che chi sogna di prendere un treno è candidato alla depressione e al suicidio. Tutto dipende sempre dal grado di consapevolezza e di dimestichezza che noi abbiamo con i nostri fantasmi: la salvifica autocoscienza, l’ambito e mai abbastanza raggiunto “sapere di sé”.

Lucia sogna anche le “navi e le imbarcazioni in generale, ma in quest’ultime riesce a salire, sui treni quasi mai”. E allora andiamo a sondare la simbologia delle navi e delle imbarcazioni in generale. La nave condensa fondamentalmente la vita e il vivere, l’esistenza e l’esercizio dell’esistenza, l’unità psicosomatica e gli investimenti della “libido”. La nave è un simbolo complesso per le notevoli implicazioni che comporta e per le tante interazioni che include. Si pensi al mare, al vento, alla tempesta, al cielo, alla protezione, all’avventura, alla gioia, al naufragio, al sole, alla notte, alla luna e chi più ne ha più ne metta. Decisamente Lucia ama la simbologia in grande stile, visto che sogna il “treno” e la “nave”; di certo non si accontenta dei simboli caserecci. Lucia  ama viaggiare, ama la vita intensa, le nuove esperienze e in particolare quelle significative e non banali, le emozioni a nastro e le conoscenze originali: una sapiente curiosità e una fervida attività. Ricordiamo che Ulisse navigava nel mar mediterraneo alla ricerca di Itaca secondo Omero, “per seguir virtute e canoscenza” secondo Dante Alighieri, nel mare delle parole secondo James Joyce. Interessante è, a tal proposito, la visione del film di Federico Fellini “E la nave va”, per capire cosa si può fare simbolicamente con una nave.

Ricapitolando, Lucia controlla il suo tratto depressivo e vive la sua vita con notevole interesse.

Tutto va bene fino adesso.

Ma ecco che arrivano gli ascensori, oltretutto strani e impazziti.

“Lucia si trova dentro e gli ascensori salgono, scendono, si muovono in orizzontale, spesso velocemente, e non si fermano mai provocandole una certa angoscia.”

L’ascensore, in quanto contenitore o grembo meccanico e metallico, condensa la figura materna nella sua funzione protettiva e oppressiva, il “fantasma della parte negativa e della parte positiva della madre”, la madre vissuta in maniera ambivalente perché chiamata a soddisfare i bisogni di onnipresenza dei figli e a riconoscere anche i loro bisogni di autonomia: la mamma che blocca e la mamma che libera. L’ascensore implica nel sogno di Lucia lo spazio e il dinamismo dei punti cardinali. L’ascensore che “sale” rappresenta la “sublimazione” della figura materna, la madre gradevolmente sacra e accettabile, la madre nobilitata nella sua funzione e collocata al di sopra di ogni sospetto: questo quadro sempre nei vissuti di Lucia e aldilà di come la madre è nella sua realtà. Non dimentichiamo che il sogno appartiene a chi sogna e non a chi si sogna.

L’ascensore che “scende” rappresenta la madre concretamente e umanamente vissuta, materialmente concepita nel suo corpo e nella sua mente,nei suoi pregi e nei suoi difetti, la madre reale e non la madre ideale o tanto meno la madre idealizzata.

L’ascensore che “si muove in orizzontale” rappresenta i vissuti del sistema  relazionale di Lucia sempre nei riguardi della figura materna. L’ascensore che va a “sinistra” attesta che il vissuto della relazione è regressivo, verte sul passato, è nostalgico, è sognante e sognato, è senso e sentimento, è oscuro e struggente, è crepuscolare e con un filo di logica. L’ascensore che va a “destra” attesta che il vissuto della relazione è reale e razionale, attuale e prossimo, progressivo e logicamente chiaro, maschio e robusto. Il fatto che gli ascensori vanno “spesso velocemente e non si fermano mai” attesta di una relazione nevrotica o conflittuale con la madre. E’ anche vero che la relazione madre-figlia improntata a correttezza e perbenismo è soltanto un’utopia. Ogni relazione madre-figlia è a sé stante, è unica ed eccezionale come la formazione del carattere di ogni persona vivente. Quindi non è questo il problema. La cosa più delicata e problematica è che Lucia si trova dentro l’ascensore e si lascia sballottare a destra e a manca dal fantasma della figura materna. Lucia non è uscita dal grembo materno, è dipendente dalla madre e non ha una sua autonomia psichica e questo non è dovuto alla madre, ma ai suoi bisogni affettivi.

Anche degli ascensori si è detto in abbondanza.

La prognosi impone a Lucia di acquisire una migliore autocoscienza portando a risoluzione il complesso di Edipo con il riconoscimento della madre e la consapevolezza che bisogna tendere all’autonomia psichica e soprattutto all’autonomia affettiva. La madre non deve essere vissuta come un rifugio o una capanna e come un limite o una prigione da cui evadere. Lucia deve mettere al posto giusto la madre dentro di lei e, nel far questo, può essere aiutata dalla figura paterna che nel sogno non compare o da una figura sostitutiva che certamente esiste.

Il rischio psicopatologico si attesta in una relazione eccessiva e conflittuale con la figura materna ispirata a dipendenza. La psiconevrosi edipica sarà di natura isterica con la conversione dei bisogni affettivi in pulsioni della sfera orale. La questione affettiva può portare a difficoltà e a conflitti relazionali  con le persone significative per eccessiva esigenza a loro carico.

Riflessioni metodologiche: come si nota il tema della morte innescato dal simbolo del treno comporta non soltanto la psicopatologia più delicata della sindrome depressiva, ma anche tematiche filosofiche e culturali antiche e moderne. Mi piace rievocare, per quanto riguarda la “dialettica vita e morte” con l’angoscia implicita, il mito di Er di cui Platone ha scritto nel dialogo “Repubblica”.

“Io ti riferirò il racconto d’un valoroso eroe, Er l’Armeno, nativo della Panfilia, che, caduto in battaglia, ritornò in vita e raccontò ciò che aveva visto. Le anime arrivano in un luogo alle estremità del cielo dove è sospeso il fuso della Necessità, che dà la spinta a tutte le rivoluzioni celesti … Attorno al fuso e a distanze uguali sedevano, ciascuna su di un trono,le tre Parche, figlie della Necessità, Lachesi, Cloto ed Atropo,vestite di bianco e con la testa coronata d’una benda: Lachesi canta il passato, Cloto il presente ed Atropo l’avvenire … Appena le anime furono arrivate, esse dovettero presentarsi a Lachesi. Un sacerdote assegnò a ciascuno il suo posto, quindi prese sulle ginocchia di Lachesi le sorti e le diverse condizioni umane..  Quando tutte le anime ebbero scelto, secondo l’ordine della sorte, la loro vita, passarono nello stesso ordine dinanzi a Lachesi che diede a ciascuna di esse lo spirito custode che si era scelto perché fosse guardiano durante la vita e aiutasse a compiere il suo destino. Questi condusse l’anima a Cloto, la quale con la sua mano che faceva girare il fuso confermò il destino che ciascuno si era dato. Dopo che l’anima ebbe toccato il fuso, il genio la condusse da Atropo per rendere irrevocabile ciò che era stato filato. Di qui andarono dritti verso il trono della Necessità  sotto il quale l’anima e il suo genio passarono insieme. Quando tutte le anime furono passate, esse si recarono per un calore insopportabile nel piano di Lete, l’oblio: questo è nudo di alberi e di tutto ciò che porta la terra. Qui, essendo venuta la sera, si accamparono sulle rive del fiume Ameles, senza affanni, la cui acqua non può essere contenuta da un vaso. Tutte dovettero bere una certa quantità di quest’acqua: quelli che ne prendono smoderatamente perdono ogni memoria del passato. Era la mezzanotte quando scoppiò un alto tuono, accompagnato da un terremoto: tutte le anime furono proiettate qua e là come stelle cadenti verso il luogo della loro nascita.”

Le riflessioni sono le seguenti: Platone ha fatto tornare Er per raccontarci quello che aveva visto dall’altra parte. La dea fondamentale è la “Necessità”, in greco “Anankè”, la madre di tutte le dee della “Vita” e della “Morte”, la necessità biologica. Lachesi, Atropo e Cloto sono femmine a conferma che il “Tutto”, nel bene e nel male, si origina da un “principio femminile”.

IL  RICONOSCIMENTO  DELLA  MADRE TRA  ANDROGINIA  E  SOPRAVVIVENZA

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“Anna sogna di trovarsi di notte in un luogo illuminato soltanto dal riflesso della luna.

Davanti a lei c’è un canale sommerso dall’acqua che straripa e allaga i campi.

Anna vede soltanto il riflesso dell’acqua, ma sa che ci sono le sponde sotto forma di muretti e che fungono da passerelle.

L’acqua scorre impetuosa e Anna cammina velocemente sopra il

muretto-passerella destro seguendo il flusso forte della corrente.

A un certo punto si rende conto che deve tornare indietro e per risalire il canale deve spostarsi a sinistra e poi saltare a destra: così di continuo. Comincia a saltare a sinistra e a destra e riesce a farlo bene. Per un tratto vede suo figlio che risale il canale insieme a lei, ma dopo non lo vede più.

Risale la corrente con l’angoscia di cadere dentro l’acqua e di annegare.

Ma vede che ce la fa facilmente e che è semplice e divertente saltare a  sinistra e a destra.

Anna è contenta e soddisfatta di se stessa.”

Si prospetta l’interpretazione di un sogno veramente funambolico, non solo a livello dinamico, ma anche a livello simbolico dal momento che le condensazioni sono precise e di vasta portata; alcune hanno una valenza di “archetipi”, sono simboli universali che vanno al di là dell’elaborazione  culturale e individuale, altre sono ad ampio spettro perché includono temi culturali e filosofici. Si tratta nello specifico dei simboli della “acqua”, della “destra”, della “sinistra”, della “luna”. E’, inoltre, sorprendente come il sogno di Anna riesca a camuffare la figura materna e la psicodinamica collegata all’universo femminile con una simbologia assolutamente naturale: “l’acqua” e la “luna”. I simboli sono attinenti per diversi aspetti e per alcuni attributi.

Il sogno di Anna si può definire “come riconoscere la madre” nella fase finale del complesso di Edipo e mostra la dialettica madre-figlia senza trascurare le paure e le angosce che si accompagnano all’emancipazione relazionale e all’autonomia psichica.

Il sogno contiene ancora una caratteristica importante che si può definire “come si risolve il complesso di Edipo in una dimensione di sopravvivenza”: una forma di onnipotenza nell’andare sopra la vita. ”L’acqua scorre impetuosa e Anna cammina velocemente sopra il muretto-passerella destro seguendo il flusso forte della corrente.” Il sogno di Anna è coniugato al femminile e, oltre al funambolismo, presenta i caratteri acrobatici della magia. “Anna vede soltanto il riflesso dell’acqua, ma sa che ci sono le sponde sotto forma di muretti e che fungono da passerelle.” Trattasi dell’illusione ottica di camminare sulle acque da parte di un eventuale ingenuo spettatore e della consapevolezza di Anna del sostegno determinante dei muretti. Inoltre, Anna,  per risalire il canale, “comincia a saltare a sinistra e a destra e riesce a farlo bene.” Questa è la potenza plastica della “figurabilità” del sogno che supera i limiti della fisica gravitazionale e fa gridare al miracolo. Quanto meno Anna in sogno si permette delle gesta ginniche che nella realtà sono molto improbabili.

Il sogno di Anna si può, in ultima istanza, definire nel suo oscillare a destra e a sinistra come la dialettica psichica tra la “parte maschile” e la “parte femminile”, altrimenti detta “androginia psichica”, che per la sua prima formulazione ci riporta al “Convito”, un delizioso dialogo del grande Platone datato quarto secolo “ante Cristum natum”. Vi invito a leggerlo e nel caso specifico si tratta della parte VI, il discorso di Aristofane.

Partiamo con l’analisi del sogno estrapolando i simboli dominanti. Il sogno si svolge “di notte” a testimoniare che la coscienza è obnubilata. Anna è in uno stato crepuscolare, in una dimensione interiore e intima: al tema del sogno, che di per se stesso sviluppa l’interiorità, si associa anche l’atmosfera psichica di abbandono al sonno e al sogno, di disimpegno dalle mille attività della giornata, di riflessione su se stessa. Non basta la notte a connotare la scena onirica, ma si aggiunge come rafforzamento la fievole e bianca luce del “riflesso della luna”. La “luna” è il classico simbolo dell’universo femminile e nello specifico del ciclo mestruale, ma condensa anche il fascino e la seduzione nelle espressioni più crudeli. Si pensi alla “licantropia”, al tema favolistico del “lupo mannaro”, al delirio legato alla visione della luna piena e all’angoscia innescata dalla luna nuova. Quando è luminosa, la luna non contiene la “parte negativa” del fascino e della seduzione femminile, quella che, invece, contiene la “luna nera”, la luna nuova, quella minacciosa e infida che si sa che è in cielo ma non si vede, quella che guarda dall’alto e si nasconde agli occhi atterriti del povero maschio. Questa fase lunare condensa la “parte negativa della donna” in quanto minaccia il maschio nella sua virilità con la sua seduzione subdola, castrante e addirittura mortifera. Si richiamano a tal uopo i miti in riguardo a Lilith, alle sirene, alle maghe, alle streghe, tutte figure femminili improntate a tremendo danno per l’universo maschile soltanto perché portano il maschio alla perdizione con le lusinghe carnali, con le magie psichiche, con la decerebrazione, con la malattia mortale e con l’asportazione traumatica del membro. Ovvio che questa cultura è stata elaborata dai maschi sin dal tempo antico, a testimonianza del terrore che incuteva la femmina, più che la donna, con l’angoscia di castrazione collegata alla recettività sessuale del suo corpo e soprattutto con l‘angoscia collegata alla prorompente sessualità, così diversa da quella maschile e così impegnativa per il maschio. Nel sogno di Anna la luna è luminosa, quindi è femmina e seducente e fa da degno contorno coreografico al teatro femminile in cui si svolge la psicodinamica. La notte e il paesaggio oscuro, inoltre, condensano la femminilità neurovegetativa, l’intimità, la seduzione, la caduta della vigilanza e della razionalità, la creatività, la fantasia, i meccanismi del “processo primario”, proprio quelli che elaborano il sogno.

Procediamo con l’analisi.

Davanti ad Anna c’è “un canale sommerso dall’acqua che straripa e allaga i campi”. Il “canale” nella  sua funzione di regolamentare l’acqua ha una valenza maschile di natura logica e impositiva, mentre l’acqua è un attributo simbolico dell’archetipo “Madre”. Il simbolo femminile dell’acqua è dominante nel sogno di Anna in maniera direttamente proporzionale alla sua forza e alla sua potenza. L’acqua è regolata dal canale in cui impetuosa scorre, ma straripa e allaga il territorio circostante. L’acqua è l’elemento classicamente associato alla vita per la fertilità della madre terra e per il feto che naviga nel liquido amniotico durante la gravidanza. Va considerato che la donna forgia la vita nel suo grembo secondo il registro biologico del sistema neurovegetativo ed endocrino. L’acqua rappresenta, inoltre, l’energia vitale, lo slancio vitale, la forza irresistibile della natura, il sistema neurovegetativo, la “libido” di Freud depurata in parte dalla valenza sessuale e arricchita di una valenza energetica, il principio cosmogonico del primo filosofo greco, Talete.

Simboli maschili sono il canale con gli argini che non si vedono e la “destra”.

Rappresentano la direttività e la razionalità legate all’universo maschile. Ma la femminilità del sogno è anche direttiva e precisa. Anna coniuga la parte fallico-narcisistica introducendo nel sogno la sua parte maschile introiettata quando da bambina si viveva in attesa che si evidenziassero i caratteri sessuali. Anna “vede soltanto il riflesso dell’acqua”, è attratta dalla sua femminilità e dalla figura materna sopra cui cammina nella parte destra e seguendo il flusso della corrente. Anna domina la scena ed è padrona della sua psicodinamica, dal momento che va verso “destra” e procede sicura sopra il muretto dell’argine del canale: ”sa che ci sono le sponde sotto forma di muretti che fungono da passerelle”. Va giù di corsa con impeto e sicurezza nel giostrarsi con la sua femminilità e con la figura materna. L’identificazione ha avuto buon fine ed è arrivata all’identità psichica femminile con quel tratto maschile di impeto e di sicurezza. Fino a questo punto la parte progredente del sogno.

“A un certo punto si rende conto che deve tornare indietro”. Anna ha la consapevolezza di aver osato tanto e deve rivisitare, più che regredire, le sue conquiste saltando a sinistra e a destra, da una sponda all’altra del canale. Anna torna indietro a rafforzare la sua identità per l’insorgere di una normale paura di se stessa e della sua sicurezza. Del resto, il sogno di Anna ha visitato la madre e adesso deve rassodare le sue conquiste. Il figlio l’accompagna, ma Anna non ha un conflitto con la sua maternità, per cui può lasciarlo e non lo vede più. Si è soltanto ricordata che anche lei è mamma come la sua mamma. Il saltare a sinistra e a destra vuole attestare la completezza dell’ essere umano nella “androginia psichica”. Ogni persona, al di là del suo sesso biologico, a livello psichico possiede ed esprime quelle che simbolicamente si definiscono “parte maschile” e “parte femminile”, la parte razionale e la parte emotiva, la parte affermativa e la parte remissiva, la parte fallica e la parte recettiva: attributi del corredo psichico ascritto simbolicamente all’universo maschile e all’universo femminile. Nel rivisitare se stessa Anna mostra in sogno tutta la sua umana consistenza, l’angoscia di cadere nell’acqua. La femminilità ha un peso e un costo per essere portata in giro una volta libera dall’invadenza della figura materna. E’ questa la valenza edipica nell’ultima fase, il riconoscimento della figura materna per affermare se stessa come femmina. Si presenta l’angoscia di essere fagocitata dalla madre, di non riuscire a liberarsi dal possesso della figura materna. Anna ha fatto la sua ribellione alla madre per affermarsi come persona e ci è riuscita perché ha vissuto la madre come l’altro da sé e non necessariamente come una matrigna o una strega, la “parte negativa della madre”.

E’ semplice e divertente risalire e non regredire. E’ come se fosse il rafforzamento di una presa di coscienza. Anna sa di sé e della sua femminilità e si è riscattata dalla madre. Anna è appagata. Magari in sogno si è spaventata, ma dopo ha risolto anche la paura e ha rivisto la sua emancipazione e la sua autonomia psichica. Bisogna vivere la madre nella sua sacralità e nella giusta dimensione psichica e non come un ostacolo all’affermazione. L’identificazione si è risolta nell’identità, per cui ”Anna è contenta e soddisfatta di se stessa.”

La prognosi impone ad Anna di godere delle sue conquiste psichiche e di rafforzare il suo rapporto con la madre con una finalità generosa dopo aver tanto ricevuto. I genitori anziani vanno adottati dai figli e non depositati dolcemente in case di riposo, i nuovi “lager”. Anna deve portare avanti la sua autonomia con un intento donativo.

Il rischio psicopatologico si attesta nella “regressione” al conflitto con la madre per l’insorgere di un bisogno di dipendenza psichica a causa di una crisi affettiva. Consegue la caduta della qualità della vita con sintomi psicosomatici da psiconevrosi edipica.

Riflessioni metodologiche: il sogno di Anna induce a parlare sul destino del complesso di Edipo, in particolare sul tema se si risolve del tutto o se si trasforma. La risposta immediata è che il complesso di Edipo, meglio il paradigma edipico, non si risolve mai del tutto così come si prospetta nella teoria psicoanalitica e così come si propone ogni genitore e ogni figlio. La relazione edipica si può proiettare sui figli e capovolgere da parte dei genitori sotto l’incalzare dell’angoscia di morte legata all’evoluzione del tempo e all’involuzione organica della vecchiaia. Come si manifesta? Facilmente un padre e una madre non vogliono fare a meno del possesso del figlio o della figlia. Oltretutto nella senescenza i genitori hanno bisogno di essere serviti e mantenuti. Si generano in tal modo conflitti tra genitori e figli, tra famiglia d’origine e famiglia di nuova formazione. E’ famoso il mito della suocera cattiva. Non sono soltanto i figli che devono risolvere il complesso di Edipo, ma anche i genitori che si ritrovano a vivere quello che hanno già vissuto al loro tempo con i loro genitori. Si ripete la storia della “Nutella”: la nonna la dava alla mamma, la mamma la dà alla figlia, la figlia la darà a sua figlia e così nel tempo che sarà: una “coazione a ripetere” della squisita crema al cacao e alle nocciole da spalmare sugli affetti familiari. Ma, attenzione al diabete!

ELOGIO  DELLA  FEMMINILITA’

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“Elsa sogna di correre con una macchina di grossa cilindrata, bianca e di tipo familiare, una macchina ammortizzata e con cerchi in lega e gomme larghe.

Non è in regola però.

Alla sua sinistra una pattuglia di carabinieri la ferma.

Elsa pensa che la fregheranno, ma subito cambia pensiero e si dice “sono donna e me la cavo invece”.

In quel posto c’è ferma una macchina quasi identica alla sua. C’è un ragazzo dentro e un carabiniere lo tartassa.

Elsa parla con i carabinieri e questi la lasciano andare senza chiedere nulla di lei e senza fare nulla alla sua macchina.  

Al ragazzo, invece, gli hanno sequestrato la macchina.

Elsa si sente superiore nel suo essere donna.”

Elsa sogna la sua femminilità filtrandola con le sue censure e con le sue inibizioni per concludere con l’affermazione di se stessa nella sua completezza di donna. Oppure: Elsa valuta criticamente la sua femminilità e conclude con l’autocoscienza sulle sue arti seduttive legate alla bellezza e alla bontà erotica degli attributi del suo corpo.

Procediamo con la simbologia: la “macchina di grossa cilindrata” rappresenta il suo corpo espressamente nella valenza sessuale.  Elsa ha un corpo ammortizzato “con cerchi in lega e gomme larghe”: chiari attributi sessuali ed  erotici da esibire esteticamente per la seduzione. Il “correre” condensa il vivere la sua vita con il suo corpo. Il sogno di Elsa dice: “io sono il mio corpo e lo esibisco in maniera seduttiva perché sono veramente bella e ben fatta. Elsa ha un culto della bellezza nell’esibirsi e tanto amor proprio nel curarsi. Si può apprezzare la consapevolezza estetica di offrire un belvedere al suo prossimo e l’orgoglio della sua femminilità.

“Non è in regola però.” Ahi, ahi, ahi! Qualcosa non funziona. Per arrivare a questo traguardo psicofisico Elsa ha dovuto superare un conflitto con se stessa dal momento che è consapevolmente fuori dalla norma. La macchina di Elsa è truccata e artefatta, non è autentica e naturale. Elsa ha dovuto superare certi limiti da lei vissuti come tali e da se stessa imposti a se stessa. E’ convinta di essere, a volte, volutamente eccessiva. La regola personale è superata, ma Elsa si ritiene anche compatibile con la regola sociale?

“Alla sua sinistra una pattuglia di carabinieri la ferma.” La traduzione simbolica è la seguente: dal suo passato e dalla sua parte oscura emerge la censura dell’istanza psichica del Super-Io. Quest’ultima si attesta nel senso  del dovere e del limite. Elsa si è chiesta il senso logico e il limite morale dell’offerta del suo corpo e della sua seduzione. Elsa ha avuto a che fare con la sua timidezza e il suo pudore, ha dovuto superare barriere personali e sociali per arrivare a essere consapevole della sua libertà di agire con le sue bellezze. La disinibizione in atto ha fatto i conti con le inibizioni accumulate e collegate all’evoluzione della sua formazione psichica e della sua “libido”.

Una giusta titubanza si presenta: “Elsa pensa che la fregheranno” i suoi carabinieri dentro. Elsa pensa di non riuscire a superare le sue inibizioni, ma subito si ricrede e inizia la sfida con se stessa e con il suo pubblico. “Sono donna e me la cavo invece”: la consapevolezza del suo “Io” è decisa quanto perentoria in riguardo alla sua dimensione estetica ed erotica.

Ecco la differenza tra maschio e femmina, ecco la competizione tra maschio e femmina, ecco la rivincita di Elsa sul maschio, sull’oggetto del suo desiderio ambiguo fatto di seduzione e di vendetta, di approvazione e di contestazione.

“Una macchina quasi identica alla sua” con “un ragazzo dentro e un carabiniere che lo tartassa”. Elsa è convinta che un uomo non è libero al pari di una donna in questo settore estetico e sessuale e che il Super-Io maschile è più crudele e rigido di quello femminile. E’ come dire che gli uomini sono più bacchettoni e meno elastici delle donne.

“Elsa parla con i carabinieri e questi la lasciano andare senza chiedere nulla di lei e senza fare nulla alla sua macchina”. Elsa ha superato e risolto il suo conflitto con il Super-Io, all’incontrario di quel ragazzo tormentato dai suoi assurdi tabù in riguardo al corpo e alla sessualità: “gli hanno sequestrato la macchina”.

La conclusione è “viva le donne” decisamente superiori all’universo maschile per la migliore composizione psicofisica che la buona madre natura ha voluto elargire nel pensare e nel fabbricare Eva. Due precisazioni, in conclusione, sono opportune: Elsa intende la femminilità al servizio della maternità per la conformazione della sua “macchina” e la predilezione ad avere un corpo originale e non massificato dal canone ufficiale della bellezza degli accessori.

La prognosi impone di mantenere il Super-Io nelle giuste dimensioni senza inutili sacrifici della propria immagine erotica e della sessualità.

Il rischio psicopatologico si attesta nell’eccesso e nel difetto ossia nell’esibizionismo e nell’inibizione.

 Considerazioni metodologiche: una questione si pone sulla misura etica dell’esibizionismo erotico e sessuale e sulla seduzione nella società contemporanea così ricca di stimoli e di provocazioni. La cultura evolve i suoi schemi interpretativi ed esecutivi in riguardo alla realtà e la gamma dei valori in riguardo alla società, per cui fortunatamente le remore bieche e i pregiudizi assurdi del passato sono stati in parte superati in riguardo alla sessualità e all’universo femminile. La misura etica è il buon gusto e il buon senso. Ognuno ha il diritto di esprimersi secondo le sue coordinate psichiche ed estetiche nei modi consoni ed elettivi. La seduzione è una norma naturale che non contrasta con la norma culturale. Qualsiasi deroga rientra nella volgarità e nella prevaricazione e va adeguatamente considerata. Una società culturalmente e umanamente avanzata è basata sulla tolleranza. All’uopo invito alla lettura del “Saggio sulla tolleranza” di John Locke.