LA “COSA” PARLA 3

SALVATORE VALLONE

LA COSA PARLA”

IL LINGUAGGIO DELL’INCONSCIO

dimensionesogno.com

Le ca parle.”

L’Inconscio è strutturato come un Linguaggio.”

Jacques Lacan

LE PAROLE DI UNA STORIA

Non capisco perché mi salti addosso

appena senti il mio odore nella disadorna stazione di Vicenza.

Ma tu,

tu, se non sbaglio, avevi promesso a te stessa

di non essere più espansiva nei miei confronti.

Da questo punto di vista sei una donna da stimare

anche se gli amici dicono che somigli tanto a mia sorella

e che sei lesbica.

Io ho un’immagine bella di te,

una sola immagine,

uno schizzo che fa parte di me,

di quella parte che ero io

quando frequentavo la gente

e uscivo ogni sera dai miei inesauribili perché

per rientrarvi immancabilmente la mattina successiva sul luogo di lavoro

davanti a quella infida pressa

che aveva appiattito le lucide e bicolori dita di James,

il mio compagno negro.

Tu,

invece,

tu frequentavi già l’avventura

come se fossero i grandi magazzini di Mestre.

Tu andavi da Coin con il tuo solito qualunquismo

e alla Standa ormai eri di casa.

Usi le strutture urbane e i luoghi pubblici

come i tanti uomini che t’inebriano di volta in volta.

L’amore, l’euforia e la trasgressione,

cara la mia tontolona,

sono momenti di poca conoscenza di sé,

di poca profondità di sé,

di poco spessore sempre di sé,

ossia sempre di te.

Io, come sempre, faccio quel che posso

e di osteria in osteria mi trascino un cuore spento

alla ricerca di quella forza antica

che ho smarrito tra le facili donne della Pontebbana.

E tu, adesso, mi vuoi lasciare come un pezzo di merda

in mezzo alle verdi colline di Treviso,

belle quanto vogliamo,

ma sempre e soltanto colline con il valore aggiunto dell’avvelenamento.

Lasciami almeno bere un altro bicchiere di prosecco di Valdobbiadene

senza rompermi le palle,

senza accanirti sui soliti discorsi mancati.

Lasciami bere un litro di quel Cartizze,

buono quanto vogliamo,

ma che é e resta sempre e soltanto un vino velenoso

e non tra i più buoni della Marca gioiosa e inquinata.

Lasciami in questa contraddittoria campagna

a tirare di giorno le bocce e di sera le carte.

Ti senti importante se qualcuno viene in cerca esclusivamente di te?

Questa è civetteria bella e buona.

Tu ribatti che tutte le donne sono civette

e nobili portatrici di faretra per il maschio cacciatore.

Tu,

tu ti rendi vanitosa

solo inventando uno strano spacco sulla gonna.

Ma tutto torna, sai?

Tutto poi ritorna

e io devo fartela pagare.

E allora,

tanto per gradire,

tornami indietro tutto quello che per caso ti ho dato in tanti anni di sofferenza:

la biro a punta fine della Bic,

l’astuccio fouxia,

il piron spuntato,

lo slip di seta nera da nove settimane e mezzo che non ti è mai servito,

il relativo reggipetto a coppe inossidabili

e anche il cornetto d’oro,

il talismano di un’inutile felicità.

Ma tutto questo era già stato detto realmente com’era

e non é più una parte non chiarita di noi due,

un peso talmente sostenibile

da non vedere l’ora che tutto diventi di ieri e di superficie.

Ci sono periodi in cui chiedi di sapere,

sapere di giorno,

sapere di notte.

Ma di quale gusto sei priva?

Non hai capito

che ciò che non è stato vissuto non ritorna

e che non può ritornare?

E, se tu lo chiami, niente dentro di te risponde.

Sono solo affari tuoi.

Io sono la libertà,

non una statua,

ma una persona senza maschera

e non devo rendere conto a nessuno,

neanche a mio padre

che viaggia appollaiato su un robusto camion Iveco

e ha le braccia lunghe come quelle di una ruspa.

Io alzo la voce

se tu osi chiedere ancora spiegazioni.

Cosa vuoi sapere?

Lasciami in pace!

Omnia munda mundis”!

Io sono un puro.

Non capisci?

E allora fai un corso accelerato di lingua inglese

presso la Oxford School di Conegliano.

E dopo sarai “a la page”,

pronta per l’Europa unita e per la moneta unica.

Ma come puoi sentirti cambiata dopo il sapore di un uomo diverso?

Quale subcosciente vai invocando?

La tua è una logica da mignotta

e non una nobile pulsione sessuale.

Tu avresti deciso tutto per tutti,

al posto mio,

al posto tuo,

al posto suo,

al posto nostro,

al posto vostro,

al posto loro.

Amen e così sia!

Non ho vissuto più di tanto,

ma posso risponderti per le rime.

Mi viene in mente

quando suonavi il pianoforte tutte le domeniche

dalle sette e mezza alle dieci del mattino,

proprio quando arrivavano puntuali i testimoni di Geova

a divulgare la mala novella della fine del sistema delle cose

e del sospirato ritorno al Padre.

Non è civile il tuo comportamento,

per cui io batterò i pugni sul muro

e,

se continui a suonare,

li batterò sino a farmi male,

sino alle stimmate.

Mi sentiranno fino in piazza

e quando il maresciallo dei carabinieri mi chiederà

di giustificare tanto rumore,

risponderò che io non so,

io non so chi fa più rumore tra me e te.

Forse è tutta colpa della mia tromba di Eustachio,

ma tu resti sempre un esemplare di donna da appiccicare al muro

perché tu senti tutto quello che succede dalla tua parte e a tuo favore.

Io non esisto per te

e allora il sangue mi va al cervello

e poi mi scende fino ai peli del pube.

Ma così mi piaci.

E se un giorno mi dichiarerai immorale in pubblico,

beh,

ricordati che per la nostra coppia

sei stata tu a scegliere la lotta come unico schema di vita.

E io oggi sono stanco

e voglio solo sopravvivere,

voglio soltanto andare sopra la vita.

Onnipotenza?

Non lo so.

So che domani ci sarà un altro incontro d’amore tra me e te,

ma non tra noi due.

LA “COSA” PARLA 2

SALVATORE VALLONE

LA COSA PARLA”

IL LINGUAGGIO DELL’INCONSCIO

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Le ca parle.”

L’Inconscio è strutturato come un Linguaggio.”

Jacques Lacan

UN SOGNO IN PAROLE

Povero riccio schiacciato sull’asfalto della strada

che da Conegliano porta a Pieve di Soligo,

negligentemente intravisto pedalando un’austera “Stella veneta” da corsa,

tu permetti di tirare il fiato

e di riflettere sulla morte per oppressione.

Quanti bambini sono stati annientati dentro una grande stanza illuminata,

fatta a losanghe metalliche

come la repellente ragnatela di un enorme ragno,

come l’ambigua rete di un fanatico pescatore di uomini.

Quante donne sedute in estremo silenzio

stanno insieme a uomini seduti in estremo silenzio

tra le mura chiuse di una gabbia

dove la mano ricerca un buco da riempire o una maniglia da forzare.

Soltanto poche dita si possono offrire

a questa categoria di uomini inutili

e di donne affette dagli stessi lutti.

Qualcuno vuole anche innamorarsi

tra le sedie sparpagliate sullo sfondo uguale

di un’invisibile rete di losanghe

infilate dentro un odioso Centro di salute mentale a forma di manicomio.

Nessun si muova!

Una ragazza temeraria si avvicina al nulla e a nessuno senza parlare,

l’unica persona che curiosità muove e che apprezza gli exploits.

Comincia il rituale della visita psichiatrica

con il solito motto di merda sopra la testa.

Estote parati!”

A cosa?

Si può sapere, di grazia, a cosa si deve essere preparati prima di annegare

dal momento che l’acqua è arrivata soltanto al culo?

Tutti siamo pronti con il nostro bambino e con lo zaino sulle spalle

a visitare l’uguale e il monotono

senza pretendere che il capire insegni sempre qualcosa da evitare.

Niente.

Non ci si capisce.

Parliamo lingue diverse

ed allora è meglio prendere le distanze dagli uomini inetti

e dalle donne chiuse in gabbia

per avere una prospettiva migliore e più solenne.

Si corre sempre il rischio d’incasinarsi con false istruzioni

pur di fuggire dalle gabbie che noi stessi abbiamo costruito

per criticare quella categoria di persone

attratte dalla massa della luna nel cielo

durante le calde sere di mezza estate.

La conoscenza non è acquisire distanza!

Per veder meglio dentro di te

è preferibile regredire,

dal momento che progredire corrisponde a un’altra ottica,

l’ottica capitalistica

e tu non hai bisogno di accumulare,

l’ottica fascista

e tu non hai bisogno di dominare,

l´ottica comunista

e tu non hai bisogno di servire.

Meglio chiudere con un saggio “cave hominem”.

Cave hominem!”

Guardati dall’uomo o dall’animale inquinante!

Questi moniti non aiutano di certo a capire.

E allora bisogna essere conservatori o progressisti?

Io resto ancora fermo con il culo sopra un secchio

a chiedermi chi custodirà le tradizioni.

Se questa è la vita che attrae il tuo essere,

chi butterà via il passato,

quello che purtroppo o meno male non ritorna,

per abbracciare tutte le novità

e andare avanti

tagliando i ponti con tutto ciò che è stato?

No, grazie!

Sa,

caro signore,

io ho ricevuto un’educazione tradizionale

presso le intraprendenti suore orsoline

in un collegio dell’Immacolata concezione,

un luogo a metà tra una fredda chiesa e una calda officina.

Bisogna,

necesse est” stare al passo con i tempi e con il mondo.

Mondo, non correre”

gridò un bambino trafelato dalla prima fila di un cinema di periferia.

Mondo cane”

gridò un vecchio angosciato dall’ultima fila di un anonimo ospedale.

Nonostante l’affanno,

tu sei sempre costretto a comunicare con il fratello

che sta al posto del padre

o con la sorella che ti fa da madre.

I genitori?

I genitori sono soltanto figure,

come quelle geometriche,

che ti fanno sentire

tutta la solitudine di un senso di colpa

e tutta la stupidità di un piccolo idiota.

Come sarebbe facile chiudere il teorema dei tuoi conflitti edipici

con il salvifico “come volevasi dimostrare” del divino Pitagora.

CLELIA

Clelia,

appari all’improvviso tra un mazzo di algoritmi

offerti all’ingordigia di occhi invisibili,

resa umana dall’incarnazione astratta di un vizio.

Nello spazio vuoto dell’azione

ti fai maschera magnifica in minuscoli fotogrammi

per conquistare la scelta di gentiluomini decenti

che pagheranno il tuo pane

col suono di un piacere solitario e vano.

Dove si posa lo sguardo,

termina l’immaginazione

e la poesia si sgretola ai piedi del feticcio.

Ma questo tu lo sai,

eserciti il dominio in un mondo di appetiti elementari

e incassi i proventi dell’illusione seduta su un divano,

dove poggi le tue lunghe gambe

che terminano in sandali di corda.

Ripensi alla tua fuga,

al fiume che accoglie le bracciate ampie della tua ribellione

e la tua promessa non illumina il tempo libero

degli eroi eccessivi di questo nuovo tempo,

illumina la tua libertà,

illumina il tuo tempo,

che oggi mi appare come mi appari tu:

con un’attitudine all’eterno.

Sabina

L’ANIMA CHE VOLA DI ELISA

E’ una canzone importante e premiata per il valore letterario del testo, fascinosa nella musicalità e suadente nel messaggio. Elisa l’ha dedicata al suo uomo e al padre dei suoi figli: una canzone d’amore composta dopo la seconda maternità. “L’anima vola” segna il primo lavoro discografico in lingua italiana della cantante friulana.

Ma cosa contiene di “Psichico profondo” questo testo di scuola ermetica?

La metodologia psicoanalitica trova pane per i suoi denti.

L’anima vola”

Il simbolo “anima” è antichissimo, risale ai primordi dell’umanità. L’antropologia culturale lo attribuisce alla magia, alla religione, alla mitologia, alla filosofia, alla psicologia, alla psicoanalisi, per cui al simbolo si associa anche il concetto. L’anima è il più diffuso ed efficace esorcismo all’angoscia di morte con il suo attributo dell’immortalità. Jung volle che “l’anima” fosse la componente inconscia femminile del maschio, così come “l’animus” era l’equivalente maschile nella femmina. Ci piace pensare che “l’anima” di Elisa sia il suo tratto psichico femminile, la “parte femminile” della sua psiche che si integra con la “parte maschile” per comporre la sua “androginia psichica”. Quest’ultima si attesta nel coniugare attributi psichici maschili e femminili simbolicamente e culturalmente ascritti all’universo maschile e femminile, al di là del loro essere biologico maschile o femminile. Questo per quanto riguarda l’anima. In riferimento alla sua immaterialità è possibile che che l’anima “vola”. Il “volo” richiama il meccanismo di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” e si attesta simbolicamente nell’evoluzione della materia verso la spiritualità con il conseguente benessere psicofisico. L’emancipazione dalle dipendenze materiali riguarda “l’anima” e il “volare”. La liberazione dalla pesantezza del corpo e dalla dimensione materiale porta alla sfera eterea del mistero e del mistico. Nel prosieguo dell’analisi del testo si definirà “femminilità” l’anima e nello specifico la “femmina biologica” e la “femmina psichica”.

le basta solo un po’ d’aria nuova”

L’”aria” è simbolo della vita e della vitalità. Rievoca il soffio di Dio nel “Genesi” per animare il pupazzo “AdamEva” composto dal fango e chiamato uomo nel senso di maschile e femminile. L’”aria” è il principio cosmogonico, “arké”, secondo Anassimandro e secondo le teorie filosofiche dei Sumeri e dei popoli dell’area mesopotamica. Se l’”aria” rappresenta simbolicamente la vita, l’aria “nuova” condensa il dare la vita, la verità biologica della procreazione e dell’amore della Specie. La femminilità è vita e dà la vita.

se mi guardi negli occhi”

Gli “occhi” contengono la luce della ragione e della realtà, la verità di sé e la coscienza di sé, la relazione vigile con se stessi e con gli altri. Negli “occhi” si attesta una vena di consapevole “simpatia” nella partecipazione emotiva e nella condivisione emotiva. Il “guardare” condensa un’ispezione interiore dell’altro e può degenerare in un’istanza paranoica. Il “se mi guardi negli occhi” si traduce in “se indaghi nella mia vigilanza razionale”, “se mi vuoi conoscere nella realtà”, “se aspiri a una conoscenza formale e visibile”. E’ richiamata la funzione razionale dell’”Io” con l’esercizio del “principio di realtà”.

cercami il cuore”

Il “cuore” è simbolo della “vita neurovegetativa”, delle emozioni, dei sentimenti, degli affetti, delle pulsioni, dell’empatia e della simpatia. “Cercami” è un invito seduttivo alla fusione sentimentale, una “traslazione sublimata” di un amplesso erotico e sessuale, la ricerca d’intimità e d’interiorità mista alla ricerca dei corpi.

non perderti nei suoi riflessi”

Perderti” equivale all’abbandono psicofisico, all’affidamento acritico e fiducioso. Niente di depressivo, tutt’altro! Condensa la grande capacità di lasciarsi andare e la disposizione all’orgasmo insieme a una benefica caduta nell’indifferenziato senza squilibrio. I “riflessi” del cuore sono tutte le dimensioni sopra citate che vanno da Eros a Pathos, dal corpo che vive al sentimento che si vive.

non mi comprare niente”

La femminilità è aliena dalla materialità, si esalta nel senso mistico e si appaga delle atmosfere rarefatte. La femminilità si volge alla spiritualità. Il “comprare” equivale a un’acquisizione possessiva, a un potere di investire la “libido” per avere. La femminilità non chiede niente, è aliena dalla materia e dal potere.

sorriderò se ti accorgi di me fra la gente”

La femminilità esige attenzione e premura, la consapevolezza dell’importanza della complicità, del sorriso, dell’apertura, del piacere, della gioia che traspare nel riconoscimento e nella bellezza. Il “sorriderò” accattivante e ruffiano segna la seduzione e l’intesa. La “gente” sono gli altri, i senza nome, i senza individualità che fanno contorno e cornice a una relazione speciale, quella della femminilità con il suo interlocutore. Il “ti accorgi” attesta dell’afflusso del “rimosso” e della conseguente presa di coscienza.

sì che è importante”

Le cose che contano, quelle che hanno valore per la femminilità, sono la complicità seduttiva e il sorriso consenziente. “Importante” equivale all’amor proprio e all’autocoscienza, allo spirito affermativo e alla valorizzazione di sé, all’autostima dell’Io e del suo vissuto.

che io sia per te in ogni posto”

Onnipotenza e ubiquità dell’amore materno! Per il bambino la mamma è una dea. La femminilità esaltata nella maternità induce l’augurio che il pensiero possa annullare lo spazio. Il ruolo psichico assimilato è imprittato di sacro e lo schema culturale parla della femminilità come di un soggetto di maggior diritto.

in ogni caso quella di sempre.”

La sostanza della femminilità è “sempre” la stessa, quella” che non varia al variare delle apparenze. Dopo il superamento dei limiti della dimensione spaziale, l’essere femminile presenta l’immutabilità del tempo e sceglie per sé il tempo che non scorre perché è fermo, perché è un presente continuo, un “breve eterno”. L’essere della femminilità resta identico secondo le tracce di una onnipotenza psichica e secondo i bisogni affettivi.

Un bacio è come il vento”

La fusione orale, un bacio”, l’affettività trasporta, inebria, emoziona, è una pulsione incontrollabile, “come il vento”, è il simbolo della passione e la metafora della volitività, della vitalità, della “libido”, delle energie da investire, dell’umore. Tutto questo è contenuto in un ingenuo e tenero “bacio”.

quando arriva piano però muove tutto quanto”

La dolcezza si sposa con la passione che muove la femminilità e commuove la maternità. “Eros” e “pathos” si coniugano ed esaltano in trasporto sensuale e sentimento. La donna perde la testa in progressione con il cuore.

è un anima forte che sa stare sola”

L’essere femminile è autonomo e si appaga di sé. La forza significa che sa di sé e non ha bisogno di altro fuori di sé. La madre è autosufficiente e consapevole. Il sapere della propria solitudine è affermazione di potere, difesa dal coinvolgimento e rasenta l’onnipotenza narcisistica

quando ti cerca è soltanto perché lì ti vuole ancora”

La seduzione femminile è finalizzata al desiderio che cerca il maschio per appagare se stessa e il Genio della Specie. Istinto è pulsione a cercare, è aver bisogno di sé e dell’altro affermando un potere. Volere è desiderio passionale e coscienza di godimento.

e se ti cerca è soltanto perché l’anima osa”

“Memento audere semper” recita un motto latino invitando a vivere intensamente la vita e la vitalità. La femminilità ci prova sempre e si basa sui fatti e non sulle astrazioni. La femminilità osa nel senso di fare e con coraggio e nel senso di realizzarsi come una pulsione e di dare concretezza all’idea, ai pensieri, ai desideri, ai bisogni. L’osare simbolico è un investire con ardimento. La donna è ardita e va all’assalto della vita senza il coltello tra i denti.

è lei che si perde e poi si ritrova”

Passare dall’emozione alla ragione, dall’orgasmo alla vigilanza, dal crepuscolo della coscienza alla limpidezza della mente, è questo il passaggio della femminilità dall’Inconscio al Conscio, dal buio alla luce per ricomporsi e ricompattarsi dopo essersi smontata psico-analiticamente. Viva il principio femminile!

E come balla quando si accorge che sei tu a guardarla”

La femminilità si esalta con la consapevolezza di essere per te e di essere piaciuta a te. Tu la esalti con interesse affettivo e sessuale. “Guardare” equivale ad apprezzare la bellezza e la ragione, a metà tra il movimento sensuale di appagamento e il sentimento d’amore verso la femminilità.

non mi portare niente”

Non voglio materia, la femminilità e la maternità esigono movenze psicologiche, danze affettive, presenze amorose, perché la donna e la madre si appagano di sé e nulla chiedono.

mi basta fermare insieme a te un istante”

“Fermati, sei bello” dice all’attimo Schiller. Vivere fuori dal tempo insieme a te comporta una creatività che fa a meno della Storia, un’eternità che va contro la miseria del Tempo. La Bellezza della femminilità e della maternità si coglie nell’attimo e non nello scorrere dei secondi, dei minuti, delle ore.

e se mi riesce”

Se sono capace di fermare la mia femminilità, se è nei miei mezzi fermare il tempo e vivere l’attimo insieme a te con tutta la bellezza della dimensione eterna della maternità, io sarò pienamente appagata di questo traguardo.

poi ti saprò riconoscere anche nelle tempeste”.

L’imprinting è avvenuto, adesso puoi andare, se vuoi, perché io ormai so di te, ho il tuo sapore e saprò di te quando il mio corpo navigherà nel trambusto dei sensi, nei tempi meteorologici che cambiano in tempeste.

l’anima vola, mica si perde”

La femminilità e la maternità non condividono i processi d perdita, tutt’altro! Il bilancio è sempre attivo e prospero. La partita doppia vede sempre il rialzo nella voce “attivo”. La donna e la madre non conoscono la depressione e la caduta delle energie da investire, semplicemente perché sono fatte di “libido genitale”, quella che si dona e appaga nella cornice magica del sentimento d’amore.

l’anima vola, non si nasconde”

La femminilità e la maternità non si rimuovono, non si dimenticano, non si lasciano archiviare facilmente come una pratica burocratica o un vizio assurdo. La femminilità e la maternità vivono nel presente e nel breve eterno. Esigono la costante memoria e l’imperitura manifestazione dettate dalla consapevolezza di essere i veicoli della vita e della vitalità: filogenesi.

l’anima vola, cosa le serve”

La femminilità e la maternità bastano a se stesse, non hanno bisogno di alcunché, vivono di se stesse e si appagano della loro autonomia. Hanno solo bisogno di amare perché sono anima, essenza vitale che aleggia e nutre.

l’anima vola, mica si spegne.”

La femminilità e la maternità sono eterne, almeno quanto l’eternità della vita che ha coscienza di sé, che sa di sé e aspira a perpetuarsi grazie all’anima che vola e non si imbatte nella fine e tanto meno nella morte. C’è sempre un’anima che sorge come il sole giocondo e libero in sul primo albeggiare.

Questo è quanto e scusate se è una canzone di musica leggera.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), giovedì 14 del mese di maggio dell’anno 2020

AMARCORD

State tutti a casa.

Stiamo tutti a casa.

Casa?

Cos’è?

La famiglia,

la cucina,

il desco,

il letto grande dell’abitudine,

l’immensità dell’affetto,

tutto il detto e non detto,

la fuga sognata,

il riscatto.

E fuori?

Fuori c’è la cornice,

le figure ai bordi,

il buongiorno al barista,

il commento al calendario del gommista,

lo sguardo alle gambe di femmine in fiore,

la battuta sagace alle signore,

la politica all’edicola,

la diatriba decennale col prete sul senso del divino,

il ristorante coi tavoli all’aperto,

l’oste col vino.

Questa non è la casa,

ma è pur sempre una casa,

una palafitta,

una barca dondolante sul mare di un’immagine di sé

offerta senza pudore al miglior passante,

una fantasia da rotocalco,

un espediente,

la proiezione della miglior parte.

L’umanità, alla fine, tocca sempre da lontano e molto dentro,

ma mica lo sai quanto ce l’hai,

mica ti manca una stretta di mano molle e stanca.

Finzione,

necessità comune al mondo,

sorriso e tempra col giornale sotto braccio,

come l’amante a cui non mostri l’unghia incarnita,

la smagliatura,

la piega della pancia

o quella che ha preso da tempo la tua vita.

Il pubblico ora se n’è andato

e sono sola davanti alla ginestra che sta fiorendo

e che non posso condividere

vantandomi di esserne l’autore.

Questa recita mi serve,

mi appartiene,

è una parte di me,

forse non la più vera ma certo la migliore,

perché così assaporo

ciò che avrei voluto essere e non sono.

Aspetto,

torneremo al fragore degli applausi al circo

rivolti ai trapezisti che si tengono per mano

per non cadere giù,

nel buio del tendone.

Consuelo

Rimini, sabato 21 del mese di marzo dell’anno 2020

LA CANDIDA

LA TRAMA DEL SOGNO

“Ero insieme a una mia ex collega, la prima persona con cui avevo legato anni fa sul mio primo posto di lavoro per il quale mi sono trasferita all’estero.

Ero sua ospite in una casa accogliente ma un po’ buia, ma c’era molta timidezza da parte mia e un po’ di disagio perché non ci vedevamo da tempo. Eravamo un po’ sconosciute.

Ero seduta per terra e parlavo con lei.

Mi giravo e vedevo dietro di me parte del mio corpo nudo: gambe e pube scoperto e con delle tracce di sporco, di bianco sulla vagina (candida).

Non era un bel vedere perché non mi piace la forma che ha anche nella realtà e nel sogno ero mortificata di quella svista. (non avere fatto attenzione ed espormi ed essere nuda).

Ma è come se la mia anima fosse una cosa a parte, un metro più in avanti mentre le mie gambe e parte del busto erano a me visibili dietro di me come un corpo morto.

La mia amica vedeva il corpo, ma sorvolava per non imbarazzarmi.

Dopo andavo in un bel bagno lussuoso con doccia e una grande vasca idromassaggio piena e funzionante.

Non avevo sapone per lavarmi e, sentendomi sporca e infetta dalla candida, decisi di non immergermi per rispetto.

La mia amica mi aveva fatto un regalo che dopo essere andata via ricordo di aver dimenticato sul tavolo da lei vivendo ciò con un sentimento di vergogna per la mia ingratitudine.

Era un capo d’abbigliamento nero in due parti che non avevo nemmeno dispiegato per vederlo perché confusa e presa dai pensieri e dall’imbarazzo.”

Reve

INTERPRETAZIONE

Ero insieme a una mia ex collega, la prima persona con cui avevo legato anni fa sul mio primo posto di lavoro per il quale mi sono trasferita all’estero.”

Reve non perde tempo e si mette in sogno subito in contatto con se stessa: la sua “ex collega” è una “traslazione” della sua persona e un’alleata importante e significativa per portare avanti le sue problematiche e i suoi conflitti nel sogno. Non si tratta di sdoppiamento, ma di “spostamento” e “traslazione”, è come portarsi un’amica a spasso o al bar per sentirsi più sicura, una complicità e una solidarietà, un’alleanza per l’appunto. La “ex collega” è l’immagine che Reve ha di se stessa nel recente passato. La nostra protagonista comincia subito a esporre i suoi vissuti e i suoi “fantasmi” e in particolare il tema depressivo del distacco affettivo, “mi sono trasferita all’estero”. Vuoi il primo lavoro, vuoi il trasferimento, insomma Reve è coraggiosa, ma la sua sensibilità segue a fatica gli eventi che apporta alla sua esistenza.

Questo è il primo bozzetto che Reve traccia di sé nel sogno.

Ero sua ospite in una casa accogliente ma un po’ buia, ma c’era molta timidezza da parte mia e un po’ di disagio perché non ci vedevamo da tempo. Eravamo un po’ sconosciute.”

Mi ripeto e coordino per essere preciso. La “ex collega” è la stessa Reve in versione adolescenza e prima giovinezza, una stagione in cui la richiesta di affetti, “accogliente”, è dominante. Reve ha incontrato particolari difficoltà a essere consapevole di quello che le mancava, “un po’ buia”, pur tuttavia sapeva di essere timida e contrastata proprio perché la presa di coscienza non era limpida. Del resto, cosa si può pretendere dall’infanzia e dall’adolescenza? Le cose vanno così come Reve le ha vissute. Insomma, Reve era “un po’ sconosciuta” a se stessa. Preciso: Reve non ha problemi di relazione con gli altri per il momento, ma ha zone d’ombra in se stessa e proprio nella consapevolezza di sé. La bambina e l’adolescente non si sono ben evolute nella donna e qualche parte psicofisica non è stata gradita e ben assimilata, per cui Reve è costretta a viversi in maniera critica e conflittuale.

Questo è il secondo bozzetto.

Ero seduta per terra e parlavo con lei.”

Questo è l’incipit di quel dialogo con se stessa che porta buoni frutti anche se avviene con un certo ritardo. Reve parla con la sua bambina-adolescente alla pari e proprio in una situazione di disagio esistenziale come l’essere in terra straniera per motivi di lavoro, lontana da casa e dagli affetti primari e costituiti nel tempo. Questo isolamento introspettivo è oltremodo benefico e conferma che il distacco dagli affetti favorisce l’evoluzione psichica in quanto porta a un processo di crescita proprio attraverso la sofferenza della perdita apparente delle conquiste fatte nel passato. L’autonomia psichica abbisogna di pagare questo prezzo.

Brava Reve!

Mi giravo e vedevo dietro di me parte del mio corpo nudo: gambe e pube scoperto e con delle tracce di sporco, di bianco sulla vagina (candida).”

Il sogno, dopo un esordio civile di cordiale presentazione, va dentro il vissuto conflittuale e presenta un nucleo fantasmico apprezzabile. Nella sostanza Reve vive male il suo corpo e nello specifico gli organi genitali, oltretutto dicendo pudicamente, (tra parentesi), di soffrire dell’infezione vaginale denominata “candida”, un disturbo universale dell’universo maschile e femminile. Allora, coordino: Reve ha evoluto dall’infanzia e dall’adolescenza una sensibilità conflittuale e un pudore esagerato della nudità, non soltanto del suo corpo nudo, ma anche degli organi genitali con l’aggravante della ricorrente infezione fungina. Nel passato psicofisico di Reve sono presenti il valore del pudore in eccesso e legato anche al disagio personale e relazionale della “candidosi”. Questa patologia fastidiosa è vissuta da Reve in maniera decisamente negativa, sia dal punto di vista estetico e sia dal punto di vista relazionale. Aggiungerei che lo “sporco” dice nettamente di un organo sessuale, la vagina, particolarmente contrastato e colpevolizzato.

Il sogno di Reve denota una virtuosa “figurabilità” perché rappresenta in termini realistici e crudi il simbolismo psichico sotteso.

Non era un bel vedere perché non mi piace la forma che ha anche nella realtà e nel sogno ero mortificata di quella svista. (non avere fatto attenzione ed espormi ed essere nuda).”

Andiamo al dunque e poi arzigogoliamo. Reve conferma nel sogno di non vivere bene la sua vagina sia per la forma e sia per la ricorrente infezione fungina. Negli effetti psicologici Reve è cresciuta con la difficoltà di accettare la sua sessualità e il suo corpo. Reve ha vissuto un contrasto, degenerato in conflitto intrapsichico, sul suo essere femminile e sulla sua vita sessuale, non si è ben vissuta come bambina e di poi come donna, possibilmente ha incontrato difficoltà nell’identificazione al femminile nella figura materna, per cui l’identità psichica di donna è stata acquisita in maniera forzata e conflittuale. Non si tratta di complessi d’inferiorità e di inadeguatezza, bensì di travaglio nell’identificazione nella madre e nell’amare il corpo. La mancata educazione sessuale o la criminalizzata vita sessuale da parte dell’ambiente ha contribuito in questo risultato psiconevrotico. Reve adulta si vergogna a farsi vedere nuda e fa fatica a mostrarsi come “mammeta l’ha fatta”. La mancata accettazione della vagina per un inestetismo è soltanto uno “spostamento” nel corpo di un conflitto più ampio di ordine psicologico.

Tra realismo e riflessione si snodano i simboli della psicodinamica.

Ma è come se la mia anima fosse una cosa a parte, un metro più in avanti mentre le mie gambe e parte del busto erano a me visibili dietro di me come un corpo morto.”

Il sogno comincia a essere delicato in riguardo al conflitto psiconevrotico di una donna che si divide in due e rifiuta una parte psicofisica di sé, il corpo dal busto in giù con la sessualità, il corpo dalla cintola in su con le funzioni razionali dell’Io che Reve definisce “anima”, usando un termine squisitamente religioso o psicologico di scuola junghiana. Io traduco semplicemente in questo modo: “è come se la consapevolezza di essere donna fosse scissa dalla mia sessualità. Reve si scinde in una parte razionale, l’Io e le sue funzioni, e in una parte materiale pulsionale rifiutata, posposta e uccisa, gli organi sessuale e la vita sessuale. Di questa scissione e di questo delitto mostra consapevolezza. Si conferma che questa benedetta ragazza non ha saputo del tutto accettarsi come femmina e come donna.

La “figurabilità” onirica si esalta in questo capoverso con tinte horror e surreali: l’anima isolata e il mezzo busto inferiore morto.

La mia amica vedeva il corpo, ma sorvolava per non imbarazzarmi.”

Ossia: io sapevo benissimo del mio conflitto in riguardo alla vagina e alla sessualità, ma ho tentato in parte di rimuovere, di non pensarci per non soffrire. “La mia amica” è Reve, la sua parte alleata su cui può scaricare le angosce e gli affanni, il corpo è il teatro del trauma e del conflitto, “sorvolava” è un meccanismo psichico di difesa dall’angoscia, “imbarazzarmi” è un disagio psichico relazionale. In tanta scissione psicofisica Reve istruisce i meccanismi del ridimensionamento del conflitto e tira a campare, fermo restando che quanto prima il suo “psicosoma” chiederà ragione della situazione in cui si trova. Va all’estero ed emerge il problema degli affetti, incontra un uomo da amare e deve rendere conto della sua sessualità e della sua “candida”. Insomma, la vita di Reve diventa tormentata e affannata per questi pesi psicosomatici che si porta addosso dalla sua infanzia e adolescenza e che la donna non ha saputo ben calibrare e razionalizzare con una poderosa presa di coscienza. Oltretutto la “candida” ha una componente psichica notevole e non si riduce soltanto a una volgare competizione politica tra batteri e funghi di opposte fazioni. La “candidosi” viene usata per astenersi dall’attività sessuale e dal coito nello specifico, per effettuare un’auto-castrazione e per evitare la relazione con i maschi. Il danno psicofisico è superiore di gran lunga rispetto al vantaggio e alla sindrome di momentanea convenienza.

Il bozzetto è di ordinaria amministrazione nei termini, ma forte nella simbologia sottesa.

Dopo andavo in un bel bagno lussuoso con doccia e una grande vasca idromassaggio piena e funzionante.”

Reve ha presentato in sogno a se stessa i sintomi e i conflitti, gran parte della causa del suo malessere psico-esistenziale. Ma ancora non basta, perché il “lavoro onirico” ha avviato dei processi psichici di riparazione del trauma e della conflittualità, della psiconevrosi di cui è portatrice Reve. Dalle stalle si viaggia vero le stelle, dalla miseria delle umane cose e dei conflitti più materiali Reve passa al “bel bagno lussuoso”, a una “parte psichica di sé” altolocata e ben sublimata dove, di certo, l’angoscia non è di casa semplicemente perché si è evoluta nel modo in cui Reve se l’è raccontato questo conflitto con il corpo e con la sessualità. Il “bel bagno lussuoso”, per l’appunto, rappresenta simbolicamente la sfera intima e privata della protagonista, pulsioni erotiche e sessuali comprese. Reve recupera e ripara il suo vestito, habitus o modus psichico, come la buona sarta del tempo andato e si libera anche dei sensi di colpa tramite la “doccia” e si riappropria della sua femminilità con “una grande vasca piena” che le restituisce anche l’erotismo delle carezze e della pelle, “idromassaggio funzionante”. Il processo di riparazione del “fantasma” e del trauma si manifesta nei meccanismo di difesa dall’angoscia della “formazione reattiva” e della “intellettualizzazione”: nobilita razionalmente un carico emotivo e converte un vissuto negativo in positivo. Fino a quando funzionano questi meccanismi conditi con la necessaria “rimozione” e qualche altro accessorio sempre difensivo, tutto va bene e l’equilibrio psicofisico si ripristina. La domanda che si pone a questo punto è la seguente: quanto dura?

La rappresentazione della psicodinamica trova gli oggetti giusti per attestare le capacità taumaturgiche della psiche mentre dorme e anche quando veglia. Una scena di pratica quotidiana è intessuta di una simbologia dinamica ampia e in poche parole si nascondono i vissuti e i “fantasmi” elaborati in tanto tempo.

Non avevo sapone per lavarmi e, sentendomi sporca e infetta dalla candida, decisi di non immergermi per rispetto.”

In circolazione ci sono nella psicodinamica in atto dei famigerati sensi di colpa che non si capisce bene da dove spuntano e a cosa si collegano, almeno fino a questo momento di svolgimento del sogno. “Lavarsi” è simbolicamente l’atto o il rito espiatorio dei sensi di colpa, il “sapone” è lo strumento terapeutico o il farmaco giusto per pulire e per lenire i morsi del sentirsi in colpa e l’angoscia dell’attesa della punizione. Quest’ultima è la psicodinamica generale della “crisi di panico”, ma nel caso di Reve non si trovano avvalli per questo tremendo disagio. La nostra eroina si sente in colpa, “sporca”, e addirittura “infetta” ossia si è già punita con la sua malattia, la simpatica e bonaria “candida”, molto antipatica e cattivella per la donna che la porta e per il maschio che se la prende. Non solo, ma Reve si crea anche il problema di comunicare i funghi dalla sua vagina al pene del partner, ma oltretutto si sente a disagio con questo carico d’infezione addosso. A livello reale la donna che ha la “candida”, la cura e si astiene dai rapporti sessuali, ci mette rimedio realistico, mentre a livello psichico la donna che ha la “candida” ci costruisce sopra tutto un pistolotto psichico sulla sua igiene personale e sul giudizio che può dare la gente: il tutto seguendo una vena persecutoria, un tratto paranoico che tutti elaboriamo nella nostra formazione psichica evolutiva sin dai primi anni di vita e che nel tempo rischia di essere ripreso ed esaltato. “Decisi di non immergermi più per rispetto”: rinuncio alla mia sessualità e femminilità per non infettare il mio partner, frustro le mie pulsioni erotiche per non coinvolgermi con i maschi. L’educazione bigotta dei genitori e l’educazione religiosa terroristica delle suore e dei preti contribuiscono a fomentare il senso di colpa e a renderlo fortemente nevrotico o conflittuale. Si aggiunga, di poi, la formazione dei “fantasmi” personali costruiti dalla stessa Reve e il gioco si complica o diventa più interessante. Ripeto: la “candida” è un pretesto per non coinvolgersi e le problematiche sono ben altre, ma di queste il sogno ancora non dice espressamente come ha fatto per le altre.

In una scena di banale realtà il “lavoro onirico” immette una psicodinamica complessa e umanissima. Semplici parole per dire tutt’altro che un rituale quotidiano e una precauzione igienica.

La mia amica mi aveva fatto un regalo che dopo essere andata via ricordo di aver dimenticato sul tavolo da lei, vivendo ciò con un sentimento di vergogna per la mia ingratitudine.”

Traduco in termini veri e semplici.

A volte mi sono anche voluta bene e non mi sono fatta tante paturnie per questi problemi reali di ordine infettivo, classici di tutte le donne e con sede elettiva nella vagina. Mi ero regalata la soluzione della questione attraverso una buona “razionalizzazione” dell’evento occasionale e una realistica reazione ai disagi delle relazioni erotiche e sessuali con i maschi, ma spesso rimuovo le cause di questi miei disagi psicofisici e ripiombo nei sintomi e nelle difficoltà di relazione e mi astengo dal coinvolgimento erotico e sessuale e forse perché non mi piace la forma della mia vagina o della grandi labbra o delle piccole labbra.

Che non dipenda questo conflitto nevrotico dall’inestetismo addotto all’inizio del sogno?

E perché no, ma non è così. La partita si rigioca sul “sentimento di vergogna per la mia ingratitudine”.

Cosa vuol dire?

Reve deve volersi bene molto di più di quanto fa adesso, deve crescere nell’autostima e nell’orgoglio sano di chi si stima come essere unico e irripetibile. Reve è ingrata a se stessa e con se stessa e deve recuperare e dare voce a quella parte di sé, “l’amica”, che le dice le cose giuste e le regala la sua femminilità, ma lei non la deve dimenticare sul tavolo con spocchia boriosa di persona che va avanti lo stesso anche se accusa dei disagi. Ritorni paradossalmente umile e commuti l’intensità degli inutili sensi di colpa in forza attiva volta agli investimenti psichici di ordine affettivo, erotico e sessuale, la commuti in amor proprio e in “amor fati”, amore del proprio destino di donna, con “candida” e senza “candida”. Ma ancora la psicodinamica non si è conclusa e la curiosità spinge a disoccultare quel materiale che il sogno vuole disvelare, quello che Reve dormiente sa e che vuole comunicare alla Reve sveglia al fine di acquisire la salvifica auto-consapevolezza, la “coscienza di sé” che fornisce il “sapore di sé” e della propria storia psichica formativa ed evolutiva, della propria “organizzazione psichica reattiva”.

Questo è il massimo dell’amor proprio, cara Reve.

Era un capo d’abbigliamento nero in due parti che non avevo nemmeno dispiegato per vederlo perché confusa e presa dai pensieri e dall’imbarazzo.”

E ti pareva?

Era un bel capo di biancheria intima, oltretutto sexy nel suo colore nero. Reve si regala in sogno un completino da notte di capodanno, colore escluso ma effetto erotico incluso nel colore nero, ma non lo usa, non lo dispiega a se stessa, non se lo giustifica, lo lascia nel cassetto. In ogni caso lo desidera anche se non se lo compra. Insomma, Reve è concentrata mentalmente sulla sua vagina, ossessionata sull’inestetismo del suo organo sessuale, angosciata dalla sua vita sessuale, preoccupata dalla candidosi e di trasmetterla al suo partner, Reve è “confusa e presa dai pensieri e dall’imbarazzo”. Tutto torna e la conclusione del sogno offre il quadro completo della psicodinamica conflittuale di questa donna sull’orlo di una crisi di nervi. Il quadro psichico è completo e la soluzione in atto è appena accennata in questo ultimo capoverso: prendere coscienza “del capo di abbigliamento nero in due parti” e di quello che copre, specialmente la parte che copre dalla cintola in giù, razionalizzare, “dispiegarlo” e “vederlo”, al fine di superare la confusione e l’imbarazzo, accettare quella che per lei è un’imperfezione delle grandi labbra e caricarsi di tutto “l’amor fati” possibile e immaginabile. Una pasticca di amor proprio al mattino e una alla sera non guastano per niente.

La biancheria intima contiene l’essenza del desiderio di Reve di essere una donna gradevole ed erotica, di relazionarsi con il maschio in maniera seduttiva, di abbandonarsi alla vitalità sessuale. Importante è riconoscere la biancheria intima e la marca preferita, la sola e l’unica firmata “Reve”.

L’inestetismo?

Piacerà al suo uomo, è un dato oggettivo di distinzione dalla massa e dalla massificazione che impone a modificare il detto popolare che “la patata è sempre la stessa”.

Aggiungo qualcosa sulla candidosi. L’incidenza psichica esiste, ma l’infezione fungina dipende soprattutto da una caduta delle difese immunitarie e da una alimentazione insufficiente e inadeguata. Il resto lo fa la psiche. Degno di nota è il rilievo clinico che vuole la candidosi nelle donne che hanno maturato nel corso della loro formazione evolutiva conflitti di un certo spessore nella costellazione sessuale, “in primis” la contrastata accettazione della loro sessualità per la mancata identificazione nella figura materna e con una lacuna critica nell’identità femminile. Sono tratti caratteristici che l’universo femminile deve cavalcare come fiori all’occhiello e individuazioni specifiche: “io sono Reve” e non sono tutte le altre.

Di poi, la consapevolezza farà il resto.

Un ultimo rilievo sul meccanismo onirico usato in prevalenza da Reve, la “figurabilità”. Siamo poeti in sogno e non ne siamo coscienti perché agiamo in sonno quando la soglia di vigilanza è assente o molto bassa. Eppure le migliori liriche le scriviamo ogni notte nel nostro intimo e siamo “criatori” come sosteneva Vico quando usiamo la Fantasia da svegli, di notte quando usiamo i “processi primari”.

NOTA TEORICA

Dal momento che il “lavoro onirico” trasforma le rappresentazioni inconsapevoli e i desideri rimossi in allucinazioni sensoriali, prevalentemente visive e uditive, prendiamo in considerazione a questo punto il meccanismo della “figurabilità”, deputato proprio alla traduzione in immagine dei contenuti che formano la trama del sogno.

Risulta determinante mettere in rilievo due aspetti: in primo luogo la selezione operata tra le diverse immagini che traducono una rappresentazione inconsapevole e che meglio si prestano alla sua espressione visiva, in secondo luogo la tendenza a operare spostamenti da un concetto astratto a un’immagine concreta.

Freud afferma che nell’attività primaria della “figurabilità” viene richiamato un aspetto arcaico e filogenetico del pensiero e del linguaggio umani.

In origine il pensiero e le parole avevano un significato concreto: essi si traducevano in fatti reali e oggetti sperimentabili; soltanto in seguito all’evoluzione culturale hanno assunto un significato e un contenuto astratti.

AKHTER MABIA 1

Dì: “Egli Allah è Unico,

Allah è l’Assoluto.

Non ha generato, non è stato generato

E nessuno è uguale a Lui”.

Sura CXII Al-Ikhlâs – Il Puro Monoteismo

San Biagio di Callalta, 11 settembre 200…

Cara Jasmina e cara Rita,

amate sorelle che Allah ha voluto come gioia della nostra famiglia dopo il grande dolore della morte dei fratellini, sappiate che le mie preghiere sono rivolte ogni giorno all’Onnipotente in vostro favore e ricordate sempre che l’Onnisciente conosce l’inizio e la fine di tutto, possiede il destino delle nostre vite e che soltanto a Lui, il Misericordioso, noi apparteniamo; tutto il resto è sicuramente poco o niente.

Alla piccola Rita e alla bella Jasmina la sorella maggiore Mabia manda baci, tanti baci e auguri, tanti auguri.

Amate sorelle, sangue del mio stesso sangue, vi scrivo questa lettera perché voglio parlarvi di me e della mia vita in Italia e perché penso che possa esservi utile sapere come vanno le cose in un altro paese, un paese occidentale, affinché possiate fare le scelte giuste nella vostra vita, una vita che io auguro piena di gioie e di soddisfazioni.

Purtroppo in questo momento non posso dire la stessa cosa di me e della mia vita a conferma che non è mai tutto oro quello che brilla sotto il sole, anche se il sole è quello splendente dell’Italia.

Magari voi mi pensate felice con Joshim e ricca di tutto quello che voi non avete e che tanto desiderate, ma in effetti l’unica mia felicità e l’unica mia ricchezza è il bellissimo Pervez, un figlio d’oro che dà un senso e un significato alla mia vita terrena e sempre dopo la grande devozione che tutti dobbiamo portare al nostro vero padre Allah, perché noi siamo prima di Allah e soltanto dopo siamo del nostro sangue.

Voi ricordate che io avevo quindici anni quando baba e la sua famiglia prima mi hanno contrattata con la famiglia di Joshim e alla fine mi hanno sposata con Joshim. Voi dovete sapere che io avevo sedici anni quando ho partorito Pervez, un figlio maschio, rischiando di morire prima dissanguata e poi per infezione.

Voi ricorderete che io avevo diciannove anni quando sono salita sull’aereo a Dakka per sbarcare in Italia, portandomi addosso l’angoscia di un paese straniero tutto da scoprire e la speranza di una vita migliore tutta da vivere secondo i meravigliosi discorsi che nel nostro paese facevano i parenti di tutti quelli che erano già partiti per questa strana avventura o per questa stupida disgrazia.

Questi sono i momenti più importanti della mia vita e sono impressi nella mia memoria e nel mio cuore come immagini che non si possono cancellare e che non potranno mai sbiadire.

Oggi ho soltanto ventisette anni e mi sento vecchia e senza desideri.

A volte ho la sensazione che siano trascorsi tanti anni da quando sono partita dal Bangla e vi ho lasciato per seguire mio marito Joshim e venire in un paese ricco come l’Italia dove c’è la possibilità di avere un lavoro, di vivere bene in ogni senso, di trovare un antibiotico in farmacia, di avere tante comodità e di mantenere con la stessa paga non solo la tua famiglia, ma anche quella che hai lasciato in miseria nel tuo paese.

Quest’ultima è una cosa giusta perché onora i nostri precetti religiosi e rispetta le nostre tradizioni, ma non è una cosa giusta e non è motivo di orgoglio la necessità di lasciare il nostro paese per il bisogno di sopravvivere e non per la libera scelta di andare da un’altra parte del mondo.

Non è giusto essere costretti a lasciare il proprio paese per avere dagli altri e non per dare agli altri.

Il Corano, infatti, dice chiaramente che saranno i figli, che hanno fede in Allah, a provvedere alla sopravvivenza dei genitori e dei familiari, almeno fino a quando il Giusto li vorrà tenere in vita e non li vorrà riprendere con Sé nel Giardino delle Delizie.

Ma tutto questo vale soltanto per i maschi.

Voi sapete che la nostra Religione non permette alla donna di lavorare e di realizzarsi fuori dalla famiglia.

La nostra fede dice chiaramente che gli uomini sono preposti alle donne per causa della preferenza che Dio ha concesso loro quando ci ha creati e che essi devono onorarle spendendo generosamente i loro beni.

Nel nostro paese questi giusti precetti di Allah si praticano con la fede e senza alcuna difficoltà anche perché la povertà non permette una vita diversa e migliore.

In Italia, invece, le donne lavorano e non sono sottoposte all’uomo e le leggi dello stato sono uguali per tutti e anche per noi stranieri, specialmente se diventiamo con il tempo cittadini italiani.

La religione cristiana non impedisce alla donna di lavorare, ma noi sappiamo che questa religione è imperfetta e che i cristiani sono nel peccato e nell’ingiustizia perché non hanno i comandamenti dell’unico vero Dio, l’Onnipotente e il Misericordioso Allah.

Carissime Jasmina e Rita, voglio dirvi che l’Italia è tutto un altro mondo rispetto al Bangla e che ci sono cose buone e cose meno buone come in tutte le cose che ci sono al mondo e che capitano nella vita di ogni persona.

Non vi nego che tante volte ho pensato che mi piacerebbe lavorare e sentirmi più utile e ho pensato anche che, se io potessi lavorare, potrei avere un’altra paga e potrei mandare a tutti voi quello che basta per vivere meglio così come Joshim fa con i suoi genitori da quando siamo arrivati in Italia e immancabilmente ogni mese va nell’ufficio postale e manda i taka alla sua famiglia.

Del resto io ho tanto tempo durante la giornata e a volte mi annoio a non fare niente perché, dopo che ho portato Pervez a scuola, dopo che ho pregato e ho finito le faccende di casa, mi resta tanto tempo a disposizione, tutto tempo che potrei utilizzare lavorando e guadagnando tanti taka anche perché qui il lavoro non manca.

Ma queste sono tentazioni di Iblis e dei gin maligni, per cui sia sempre fatta la volontà di Allah, l’Onnipotente, l’Unico che tutto vede e che a tutto provvede.

Non vi nego che, nonostante i vantaggi dell’Italia, spesso sento la nostalgia della mia terra, delle persone, delle cose e degli odori che mi hanno circondato fino a quando ho dovuto lasciar tutto e partire per seguire mio marito Joshim lontano dal mio paese.

Sembra incredibile, ma ho tanta nostalgia del calore del nostro clima e dei profumi e degli aromi della nostra terra.

A volte, invece, ogni cosa mi sembra che sia come sempre e niente mi appare nuovo sotto il sole, a volte mi manca tutto e non ho neanche un desiderio da realizzare: la salute va e viene per colpa di qualcuno, il lavoro non mi è permesso dalla religione, la gente mi guarda con occhi freddi, il denaro alla fine è sempre poco e non basta mai per vivere con tranquillità, il riso è amaro e nero come mi diceva baba quando ero piccola, l’amore, che forse non c’è mai stato, non è neanche arrivato con l’Italia, con il tempo e con il figlio maschio.

Il dottore italiano mi ha detto che questa è un po’ di depressione e mi ha dato delle pillole; il fochir di Savar mi avrebbe scacciato i gin maligni e mi avrebbe dato delle erbe ricostituenti; il molovì di Dakka mi avrebbe accusato di non avere abbastanza fede in Allah e di non accettare la Sua volontà.

Come cambia la mentalità da un paese all’altro, ma la cosa più bella è che tu riesci a capire qual’è la verità e puoi scegliere la cosa più giusta.

Una cosa meravigliosa in questa brutta situazione è proprio Pervez, un figlio maschio e bello come il sole, un bambino dagli occhi neri come il carbone e dalla pelle scura.

Eppure tutto questo non mi basta e a volte mi sento male senza avere nessuna malattia.

Come vi dicevo, in Italia non c’è il fochir per curare le malattie del corpo e non c’è il molovì per curare le malattie del cuore; in Italia ci sono i dottori e per ogni malattia c’è un dottore speciale.

Il dottore giusto mi ha detto che soffro di malinconia e mi ha anche consigliato di ritornare nel mio paese e dalla mia famiglia.

Ma come faccio ?

E’ semplicemente impossibile perché non posso lasciare mio marito per ritornare in Bangla, il paese del mio cuore ma pur sempre un paese povero, un paese che mi sembra ancora più povero adesso che ho vissuto e vivo nella bella e ricca Italia.

Devo rassegnarmi a rimanere qui, devo vincere la malinconia e la nostalgia, magari scrivendo a voi tutto quello che mi viene in mente per non dimenticare la mia vita passata, la mia famiglia, la mia gente e la mia terra.

A cosa mi può servire star bene o star male ?

La mia vera e unica malattia si chiama Joshim ed è lui che mi fa star male.

Adesso mi sento sola e ho tanta voglia di piangere, ma non posso farlo perché Pervez è vicino a me e soffre sempre quando mi vede in lacrime.

E’ un bambino sensibile e intelligente e almeno nella mia vita c’è questo figlio maschio che adoro come la cosa più preziosa che il buon Allah mi ha dato dopo la fede.

Per il resto, tutto il mondo è paese; soltanto gli odori sono diversi e gli uomini si differenziano per gli aromi che si portano dentro il naso e dentro il cuore sin dalla nascita e, come vi dicevo prima, a me mancano tantissimo gli odori della mia terra e i sapori della mia casa.

La mia nostalgia è una semplice questione di calore e una stupida questione di clima e la colpa è soltanto di quel sole che è di tutti e che ci guarda stupito da lassù ridendo delle nostre debolezze.

Cara Rita e cara Jasmina, vi prego di non dire niente di quello che vi ho scritto a baba e a ma, perché si preoccuperebbero inutilmente e non potrebbero aiutarmi in nessun modo.

Vi prometto che sistemerò ogni cosa e che nella prossima lettera troverete tanta allegria e magari un bel paio di calze italiane di gran moda.

Dimenticavo di dirvi che Aniria ha avuto una bambina e che il marito Massud per un anno non l’ha proprio considerata, per cui io l’ho aiutata volentieri con il cuore e con le braccia in questo momento bello e difficile della sua vita.

Come vedete, care sorelle, anche all’estero ritorna il solito e triste ritornello del destino delle figlie femmine; dopo il disprezzo dei padri e la vergogna delle madri arriva immancabilmente anche la rabbia del marito.

Per fortuna il nostro baba non è stato cattivo con noi anche se ancora oggi dice che avrebbe tanto desiderato un figlio maschio.

Chiudo questa lunga lettera e a voi due mando gli auguri di una vita felice e senza speranze inutili, una vita dedicata in primo luogo al nostro Allah e rispettosa dei Suoi precetti; tutto il resto arriva da solo direttamente dal cielo e senza che voi apriate la bocca per chiedere.

La vostra sorella Mabia vi bacia con tanta dolcezza e vi saluta con tanta nostalgia.

Rita ricordati di imparare l’arabo per studiare bene il Corano e porta i miei cari saluti al vecchio molovì di Savar che quando ero piccola mi ha insegnato soprattutto la pazienza e l’umiltà, sempre nella speranza che la sua memoria sia ancora buona com’era grande la sua devozione ad Allah quando mi indicava la giusta via della nostra fede.

Credetemi !

L’AEREO TUTTO MATTO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Una settimana fa ho fatto questo sogno che mi è rimasto impresso e ho deciso di raccontarlo sperando di averne un’interpretazione che mi possa alleggerire l’inquietudine che mi ha lasciato.

Ero in una città straniera, forse sud America, con mia moglie e mio figlio, che nel sogno ha l’età della realtà, 24 anni.

Dobbiamo prendere l’aereo per il ritorno.

Questo sogno è pieno di tunnel e gallerie. Il primo tunnel è trasparente, mio figlio lo attraversa ballando, ma quando esce è visibilmente drogato (qui la droga sembra libera, a disposizione).

Saliamo sull’aereo, io solo a fianco del pilota, ma non c’è una cabina di pilotaggio, né il secondo pilota.

Mia moglie e mio figlio sono seduti dietro qualche posto, come in corriera.

L’aereo inizia un percorso pazzesco, infila una galleria dove passa a stento, poi uno scivolo con acqua ma non decolla, continua fino ad un hangar dove io, non so per quale motivo, scendo e quando faccio per risalire l’aereo è decollato.

Un uomo che mi sembra un ufficiale mi dice di aspettare l’aereo alla tabaccheria che si trova a 10 minuti in fondo al corridoio.

Una rivenditrice di giornali mi dice che in realtà sono 20 minuti.

Mi sveglio.”

Peter

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno è da sempre, più che inquieto, inquietante perché non si comanda e non si può giostrare a piacimento in riguardo ai contenuti. Lo subiamo e temiamo che sia foriero di chissà quali ambigui messaggi. Nel tempo matura una larvata idea che si possa trattare di materiale psichico personale e allora aumentano le “resistenze” a voler conoscerne il vero significato.

Tutti vogliono “sapere di sé” o tutti non vogliono “sapere di sé”?

In questi dubbi amletici ci sostiene la simbologia che ci consente di non capire il vero significato del sogno, per cui spesso lo liquidiamo con la famigerata frase “chissà cosa voleva dire”. E chiaro che ci siamo imbattuti nelle nostre “resistenze”.

Cos’è la “resistenza”?

Trattasi di una difesa dell’Io intenzionata a impedire la consapevolezza del materiale psichico rimosso. Così disse Freud dopo la cosiddetta scoperta dell’Inconscio, dopo il ritrovamento di questa dimensione psichica dove andavano a finire e si sedimentavano tutti i vissuti ingestibili dalla Coscienza a causa del loro carico di angoscia. Freud era partito dalla pratica occasionale e fortuita dello stato ipnotico e con la paziente di Breuer, Anna O. e al secolo Bertha Papphenaim. Si era accorto che Anna o Bertha andava in uno stato di “trance” e ricordava esperienze dell’infanzia che la vedevano al fianco e in accudimento del padre malato. E dopo queste “abreazioni”, scariche nervose associate alla verbalizzazione del ricordo, Bertha stava bene. Questa fenomenologia e questa psicodinamica si esplicano anche nella veglia, ma sono contenute da un meccanismo di difesa dell’Io vigilante e cosciente che Freud chiamò “rimozione”. Per continuare a vivere ogni uomo non può sostenere il materiale psichico con tutto il suo carico emotivo, per cui naturalmente accantona e dimentica formando la dimensione psichica “Inconscio” che tanto inconscia non è semplicemente perché può essere ricordata dietro a stimoli e a pressioni. Siamo alla fine dell’Ottocento.

Insisto: che cos’è la “resistenza”?

Sir Fancis Bacon, agli inizi del Seicento e nell’intento di fornire all’Occidente una metodologia alla ricerca scientifica, professò in primo luogo l’assoluto bisogno di sgombrare la “Mente” umana dagli errori, dalle abitudini, dai condizionamenti, dalle illusioni, da quelle che definì “eidola”. Nel “Novum organon” ingiunse all’uomo occidentale di liberarsi dagli “idola tribus”, dagli “idola specus”, dagli “idola fori” e dagli “idola teatri” al fine di procedere, dopo la pulizia psichica e mentale, al procedimento scientifico basato sul processo logico dell’aristotelica “induzione”, “passaggio dal particolare all’universale”, l’opposto della “deduzione”, “passaggio dall’universale al particolare” per l’appunto. Cominciamo dagli errori della “tribù umana”, gli idoli psicologici e metodologici, passiamo agli errori legati alla “spelonca” di Platone, gli idoli delle sensazioni e delle percezioni, procediamo con gli errori del “foro”, gli idoli prodotti dalle relazioni e dalle comunicazioni umane, concludiamo con gli errori del “teatro”, gli idoli insiti nei sistemi filosofici. Questo è il sistema delle “resistenze” che impedisce l’avvento della verità secondo Francesco Bacone, una vera “piazza pulita” dei condizionamenti psico-culturali e delle metodologie religiose e filosofiche sedimentate nel corso dei millenni. Bisogna far “tabula rasa” per cominciare a costruire le verità scientifiche, quelle veramente oggettive e sperimentabili. Non è poco, se ci pensate, quello che che propone un uomo del Seicento per cominciare a costruire un “Uomo Nuovo” come il suo “Organon”, lo strumento antropologico. L’esigenza alla “catarsi” dagli errori e dalle false immagini sull’Uomo e sulla Realtà è stata sempre viva e regolarmente uccisa dalle strutture imperanti, il famigerato Potere.

E cosa si può dire in conclusione di quell’uomo che non scrisse nulla e che tutto lasciò dire ai suoi discepoli?

Sul problema delle “resistenze” Socrate ebbe da dire e da proporre in contrapposizione ai suoi colleghi Sofisti. La teoria orale coincide con la metodologia praticata: la “ironia”, la perdita progressiva delle false verità e convinzioni su se stessi e sulle proprie conoscenze. L’obiettivo del “conosci te stesso” è possibile soltanto con la destrutturazione progressiva dell’uomo, con la messa in discussione degli schemi culturali e la critica dei valori imperanti per procedere alla costruzione di una base umana su cui impiantare l’uomo nuovo, quello che “sa di sé” dopo aver saputo di “non sapere di sé e dell’altro”. La metodologia antropologica socratica è un esempio antico sulla necessità evolutiva di procedere da parte dell’uomo verso la ricerca e la scoperta degli autentici valori etici e sociali nella vera “agorà” e nell’autentica “polis”, città stato. Le “resistenze” sono sempre in agguato per fissare e consolidare le conquiste fatte negando l’essenza evolutiva dei processi psico-bio-culturali.

In tanta compagnia sta bene anche Epicuro con il suo lapidario tetra-farmaco per raggiungere l’ataraxia: bisogna liberarsi dell’angoscia che nasce dal pensiero degli dei, dal pensiero della morte, dai desideri eccessivi, dagli ideali politici. La Religione, la Psicologia, l’Etica e la Politica di vecchio stampo lasciavano il posto alla costruzione dell’uomo a-tarattico, privo di inutili angosce semplicemente perché aveva razionalizzato il suo quadro esistenziale e la sua collocazione nella Realtà.

Adesso tutto quello che ho detto adattatelo ai tempi attuali e “occhio ai dissennatori e ai dissennati”, mediatici e non.

E dopo Carosello tutti a nanna, come una volta!

Arriviamo e serviamo il sogno di Peter: un uomo separato rievoca la moglie possessiva e il figlio in piena crisi nascondendo tra le pieghe della moglie la propria madre, la figura da cui non ha saputo emanciparsi, una madre fagocitante o assente, in ogni caso una madre critica nell’abbondanza e nella penuria. Quest’uomo, divorato dal problema con la madre e con la moglie, non ha saputo collocarsi in maniera adeguata ed efficace nei riguardi del figlio e lo ha abbandonato all’alleanza conflittuale con la madre. Resta nel quadro un uomo solo che non riesce a realizzare ciò che desidera e di cui ha bisogno, un legame affettivo corretto e utile. Il prosieguo sarà di aiuto e supporto a quanto drasticamente affermato. Si sa che i sogni non te le mandano a dire le loro verità e, allora, non resta che far tesoro di questi salvifici e diretti messaggi.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Ero in una città straniera, forse sud America, con mia moglie e mio figlio, che nel sogno ha l’età della realtà, 24 anni.”

Peter esordisce alla Camus, da “straniero” in casa sua e in special modo da estraneo nelle relazioni importanti e significative con la moglie e con il figlio ormai adulto. Peter ha qualche conto sospeso con queste due figure che, a giusto titolo, possiamo definire inquiete e inquietanti nei suoi vissuti. Il prosieguo del sogno darà il giusto conforto a questo disagio psichico ed esistenziale di Peter. Del resto, chissà quante volte un marito e un padre si è trovato in conflitto con la moglie e con il figlio. Importante è venirne fuori al meglio possibile nelle condizioni date e, come sempre, la “coscienza di sé”, non dico che aiuta, è indispensabile.

I simboli dicono che la “città straniera” rappresenta la parte psico-relazionale non condivisa e poco assimilata, il “sud America” nasconde la vitalità esotica e trasgressiva, “mia moglie” e “mio figlio” sono gli oggetti conflittuali d’investimento, “l’età della realtà” dimostra che il contrasto è ancora in atto.

Dobbiamo prendere l’aereo per il ritorno.”

La figura privilegiata e protagonista del conflitto di Peter è la figura femminile nella duplice versione di madre e di moglie. “L’aereo” è una chiara simbologia della figura materna nella valenza “fagocitatrice”, una donna oltremodo affermativa nel suo essere protettiva e nel destare sensi di colpa proprio per il fatto che, a modo suo, è di essenziale aiuto ai familiari. Questa è una madre di cui i figli hanno bisogno da piccoli perché risolve tanti problemi ed è anche una donna che spesso prende il posto del marito assente. Insomma, questo “aereo” è da prendere soltanto se necessario semplicemente perché condensa la “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella possessiva e colpevolizzante, quella che crea dipendenze psicofisiche senza fine e al solo fine di appagare il suo esasperato narcisismo. Eppure l’importanza della madre in questo contesto è fuori discussione, sia nel viaggio di andata e sia nel viaggio di “ritorno”, sia nel fare e sia nel riflettere sul fatto compiuto e anche con una vena di nostalgia. La madre possessiva fa sempre le cose a puntino e al completo, non lascia mai niente al caso e tutto prevede anche per controllare i suoi “fantasmi” persecutori. E’ come il Principe del Machiavelli che nel buon governo e nella tirannia deve sempre prevedere l’imprevedibile.

Questo sogno è pieno di tunnel e gallerie. Il primo tunnel è trasparente, mio figlio lo attraversa ballando, ma quando esce è visibilmente drogato (qui la droga sembra libera, a disposizione).”

Nella sua psicodinamica con la moglie e con il figlio Peter riflette e rievoca i suoi “tunnel” e le sue “gallerie”, le sue costrizioni profonde e i suoi obblighi sociali, i suoi vissuti intimi e le sue emozioni non adeguatamente riconosciute, il suo mondo interiore ricco di contrasti e di conflitti a cui non ha saputo dare piena consapevolezza. Eppure Peter sa dell’esperienza profonda e coatta del figlio, il bisogno impellente a variare lo stato di coscienza e a far uso di sostanze stupefacenti. In ogni caso, questo figlio, che padre e madre non a caso accompagnano in tanta malora sudamericana, accusa qualche trauma psichico e non sta per niente bene, almeno nel vissuto paterno. Nello specifico Peter ritiene che il figlio sia vittima consapevole della madre, “trasparente”, e che abbia riconosciuto la sua dipendenza da cotanta figura senza riuscire a venir fuori dal “tunnel” della droga: esce ballando dal tunnel, un chiaro simbolo del cordone ombelicale materno. La droga è la chiara “traslazione” della figura materna, uno “spostamento” della dipendenza dalla madre alla sostanza. Tutto questo trambusto psicofisico avviene sempre secondo la buona novella onirica di Peter.

La simbologia esige che “ballando” si traduca in una disinibizione psicomotoria e in una espressione linguistica del corpo, “trasparente” in lucida consapevolezza e sindrome di convenienza, il “tunnel” in legame materno, la “droga” in variazione dello stato di coscienza inteso alle sfere subliminali.

Saliamo sull’aereo, io solo a fianco del pilota, ma non c’è una cabina di pilotaggio, néil secondo pilota.”

Anche Peter ha bisogno di salire nell’aereo, anche Peter non ha risolto del tutto la dipendenza da sua madre, dalla figura materna oltremodo protettiva e colpevolizzante, il suo “aereo” di origine. Anche Peter non ha scelto a caso questo tipo di donna come moglie. Peter ha ripetuto lo schema familiare e da una “madre” possessiva è passato a una “donna” possessiva da prendere in “moglie” e da farci famiglia. La questione psicofisica del figlio nella sua criticità viene totalmente presa in carico dalla madre. Trattasi di un costume familiare molto diffuso: il marito e il padre godono di un potere effimero, nonostante le apparenze ufficiali e sociali. Il quadro dice che in questa famiglia, perché di questo si tratta quando è presente la triade “madre-padre-figlio”, vige un profondo matriarcato, vige la “legge del sangue”: la “donna-madre” è al potere al di là della sua invisibilità e della sua visibilità. Tutti sono sull’aereo e dipendono dalla “moglie-madre”. Peter, nonostante il tentativo di raddoppiarsi nel pilota, non ha la cabina di regia e, quindi, non può occuparla, e non ha neanche l’ausilio del secondo pilota. Peter è proprio in netta minoranza in questa gestione totale della “moglie-madre”. Si arguisce anche che l’Io di Peter esercita un potere effimero nelle deliberazioni e tanto meno nelle decisioni da prendere nell’ambito della politica familiare. Insomma il potere maschile del padre e del marito è stato completamente assorbito in questa psicodinamica familiare dalla “moglie-madre” e in riguardo a una questione clinica del figlio.

I simboli si traducono in questo modo: “pilota” o gestione razionale dell’istanza psichica Io, “cabina di pilotaggio” o rafforzamento della funzione Io, “secondo pilota” o idem.

Mia moglie e mio figlio sono seduti dietro qualche posto, come in corriera.”

Il meccanismo di difesa della “conversione nell’opposto” si evidenzia immediatamente, a conferma di quanto si diceva in precedenza. Moglie e figlio formano una diade all’interno della Madre e appaiono docili e remissivi: “sono seduti dietro”. Tutto il contrario, ma Peter non può in sogno dirsi la verità e, per continuare a dormire, la camuffa a suo apparente vantaggio: io sono il capo e loro dipendono da me. La corriera è una ulteriore simbologia del potere materno nel suo essere un grande grembo con annesso un apparato sessuale. La divisione e la sperequazione della “madre-figlio” e del “padre-marito” sono oltremodo segnate. Questa determinazione psichica è spesso la causa della rottura dell’unità familiare, così come queste alleanze psichiche, apparentemente naturali, sono motivo di conflitto tra i vari membri della famiglia. La suscettibilità della “legge del sangue” impone il dettame mafioso “o con me o contro di me” senza alcuna possibilità di mediazione come in tutte le dittature sociopolitiche.

L’aereo inizia un percorso pazzesco, infila una galleria dove passa a stento, poi uno scivolo con acqua ma non decolla,”

Ed ecco a voi, signore e signori, lo psicodramma tanto atteso!

Peter vive malissimo la figura della moglie. Questa santa donna ne combina di tutti i colori e ne sa una più del diavolo. A livello di logica concettuale e consequenziale è oltremodo fuori di testa. Si mette in situazioni anguste di sofferenza e si procura emozioni a dir poco negative. Quando si lascia andare non arriva mai al dunque. In ogni caso questa madre è sempre estremamente realista e oggettiva, concreta e pragmatica e non si lascia mai prendere da idee e da ideali, da sublimazioni e da spiritualismi. Questa donna è massiccia e materialista, coatta e azzardata, pratica e pragmatica. Peter non è per niente contento di sua moglie e del suo carattere così affermativo. Non sa che fare con una una donna “fallico-narcisistica”, una donna che concepisce ed esercita il potere nella versione prevaricatrice.

I simboli traducono “percorso” in schema logico, “pazzesco” in ardito e non condivisibile, “galleria” in profondità e oscurità psichiche femminili, “a stento” in costrizione, “scivolo con acqua” in abbandono e lubrificazione sessuale, “non decolla” in non sublima e non si abbandona.

continua fino ad un hangar dove io, non so per quale motivo, scendo e, quando faccio per risalire, l’aereo è decollato.

Peter è colpito dalle stranezze della moglie e sta tessendo l’elogio dei difetti e delle eccentricità di questa donna. Comunica anche che è stato scaricato dalla signora. Peter conclude in gloria, suo malgrado o suo bengrado, la storia matrimoniale e familiare lasciando che la moglie vada per le sue tangenti e rimanendo a piedi dentro un hangar che sembra essere il polo di discordia della coppia e della rottura della famiglia. L’aereo decollato senza il pilota, il copilota e l’assistente rappresentano proprio la simbolica libertà conquistata da Peter nei riguardi della moglie e della madre del figlio ventiquattrenne e con problemi di dipendenza da sostanze.

I simboli dicono che “l’hangar” è la casa dell’aereo, “scendo” è una dissociazione ideologica e un volontario e benefico processo di perdita, “risalire” è un ravvedimento e un ripristino di equilibri turbati, “l’aereo” è la parte negativa del fantasma della madre-donna, “decollato” è la fuga risolutiva più che una “sublimazione di libido”.

I due coniugi hanno attraversato un periodo critico e si sono separati inciampando, come sempre, anche su questioni di divisione di beni materiali. Resta un figlio con il problema psicofisico dell’assunzione di sostanze che non è da poco nella rottura della famiglia.

Un uomo che mi sembra un ufficiale mi dice di aspettare l’aereo alla tabaccheria che si trova a 10 minuti in fondo al corridoio.”

Ecco che interviene il “Super-Io”, l’istanza psichica censoria e limitante, nonché guardiana del “principio del dovere”, nella figura dell’ufficiale, un militare oltremodo preciso e che suggerisce un collegamento con la moglie in un luogo per loro significativo, la “tabaccheria”, là dove simbolicamente si acquista la possibilità di variare lo stato di coscienza, là dove si smercia la sostanza che sbalordisce. Il tempo fissato nei “10 minuti” è generico o è un riscontro personale di cui sa Peter, mentre “in fondo al corridoio” dispone per un’ultima istanza di ritrovamento e di conciliazione.

Il senso del dovere di Peter ha fatto qualcosa per appianare il conflitto delle diversità caratteriali con la moglie e delle strategie nella gestione del figlio e del suo problema. Peter tenta di stabilire degli accordi da cui non derogare. Questo capoverso ricorda quello che solitamente succede nei conflitti di coppia e nelle separazioni a opera del giudice.

Una rivenditrice di giornali mi dice che in realtà sono 20 minuti.”

Il senso del dovere, degnamente rappresentato dalla figura militare dell’ufficiale, ha i suoi tempi. L’Io mediatore e realistico, nonché sociale, ha bisogno di un tempo di attesa più lungo, a conferma che con il dovere ci si impone una soluzione e non si discute, mentre, parlando e deliberando in ambito sociale, i tempi di una possibile riconciliazione si allungano.

I simboli dicono che la “rivenditrice di giornali” è la pubblica opinione, “in realtà” attesta che si tratta del principio omonimo a cui ubbidisce l’istanza psichica razionale “Io”.

A questo punto Peter ha sviluppato in sogno la sua bella psicodinamica di divergenza e di separazione dalla moglie, per cui svegliarsi è anche opportuno.

Questo è quanto si è potuto desumere dal sogno di Peter.

PSICODINAMICA

Il sogno di Peter sviluppa in maniera oltremodo simbolica ed emotivamente pacata la psicodinamica del dissidio di coppia e della rottura dell’unità familiare. Introduce un figlio in crisi di dipendenza e comunque in forte disarmonia psichica come concausa del dissidio che porta alla separazione. Evidenzia nella moglie e nella madre una caratteristica fortemente negativa: la parte possessiva e manipolatrice del “fantasma della madre”, nonché un forte pragmatismo utilitaristico che è in conflitto con l’apparente bonarietà del protagonista.

PUNTI CARDINE

Il sogno di Peter si lascia ben capire e decodificare in “Mia moglie e mio figlio sono seduti dietro qualche posto, come in corriera. L’aereo inizia un percorso pazzesco, infila una galleria dove passa a stento, poi uno scivolo con acqua ma non decolla, continua fino ad un hangar dove io, non so per quale motivo, scendo e quando faccio per risalire l’aereo è decollato.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è già ampiamente detto e soprattutto dello “aereo” come “parte negativa” del “fantasma della madre”. Mi tocca rilevare che questo “fantasma” appartiene a Peter e ha le sue radici nel modo in cui ha vissuto sua madre. Di poi, lo stesso “fantasma” è stato ridestato dal modo di apparire e di comportarsi della moglie con lui e con i figli.

“L’archetipo della Madre” è presente.

Il “fantasma” presente riguarda la “madre” nella “parte negativa”.

Nel sogno di Peter sono presenti le istanze psichiche “Io”, “Es” e “Super-Io”. L’istanza vigilante e razionale “Io” si individua in “pilota” e in “cabina di pilotaggio” e in “secondo pilota”. L’istanza pulsionale “Es”, rappresentazione dell’istinto” si manifesta in “Dobbiamo prendere l’aereo per il ritorno.” e in “tunnel” e in “gallerie” e in “hangar” e in “mai decolla”. L’istanza limitate e censoria “Super-Io” si vede nella figura di “un ufficiale”.

La “posizione psichica genitale” è dominante nel sogno di Peter: “Ero in una città straniera, forse sud America, con mia moglie e mio figlio,” e in “Mia moglie e mio figlio sono seduti dietro qualche posto, come in corriera.”

Il sogno di Peter usa i seguenti “meccanismi psichici di difesa”: la “condensazione” in “aereo” e in “tunnel” e in “galleria” e in “hangar” e in “ufficiale”, lo “spostamento” in “città straniera” e in “ballando” e in “droga” e in “seduti dietro” e in “decollato”, la “conversione nell’opposto” in “sono seduti dietro”, la “figurabilità” in “aereo”, la “drammatizzazione” in “L’aereo inizia un percorso pazzesco, infila una galleria dove passa a stento, poi uno scivolo con acqua ma non decolla, continua fino ad un hangar dove io, non so per quale motivo, scendo e quando faccio per risalire l’aereo è decollato.”

Il “processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” non si evidenzia, mentre la “regressione” appare nei termini richiesti dalla funzione onirica. La “compensazione” non figura.

Il sogno mostra un tratto “orale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”: Peter manifesta problematiche affettive pregresse che ostacolano la sua collocazione in famiglia e i suoi “investimenti di libido”.

Il sogno di Peter forma del seguenti figure retoriche: la “metonimia” o relazione di somiglianza in “aereo” e in “tunnel” e in “galleria” e in “hangar”, la “metonimia” o relazione logica in “ufficiale” e in “decolla” e in “tabaccheria” e in “città straniera” e in “droga” e in “seduti dietro”.

La “diagnosi” dice che Peter presenta lacune conflittuali pregresse nella sua formazione affettiva e che ha ben maturato nella sua “organizzazione psichica reattiva”. Tale corredo e specifiche esigenze “orali” Peter ha portato in carico nella sua vita di coppia e familiare, candidandosi a una figura femminile similare alla figura materna o al suo contrario. La conflittualità affettiva con la madre si è riverberata nella moglie e nella madre di suo figlio, nonché in quest’ultimo in quanto figura in cui ha rivisto parti di sé.

La “prognosi” impone a Peter una proficua psicoterapia al fine di ben razionalizzare la sua formazione affettiva e i tratti caratteristici della sua “organizzazione psichica reattiva”. Nello specifico Peter deve capire quanti “fantasmi” ha proiettato nella donna, nella moglie, nella madre e nel figlio. Di poi, potrà cominciare a riappropriarsi dell’alienato e riprendere le fila della sua vita e delle sue relazioni significative e importanti, “in primis” il figlio e la moglie, “in secundis” le relazioni affettive e sociali. La madre di tutte le guerre psichiche si profila ancora una volta essere la relazione conflittuale con i genitori: “posizione psichica edipica”. Partire da lontano per arrivare vicino è più che mai fondamentale in questo caso.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella “sindrome depressiva” e nell’acuirsi dei “fantasmi di perdita affettiva”. E anche in questo caso sarà importante capire e diagnosticare il tipo di depressione. Il sogno lo individua in uno “stato limite”.

Il “grado di purezza onirica” è “buono” perché il sogno non ha subito contaminazioni logiche e si è mantenuto su piani narrativi comprensibili e altamente simbolici.

La causa scatenante del sogno di Peter, “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta nell’esacerbarsi di una questione familiare o di coppia.

La “qualità onirica” può essere stimata nell’ordine del “surreale”.

Il sogno di Peter può appartenere alla seconda fase del sonno REM alla luce della sua carica emotiva e della sua acrobatica descrizione simbolica.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione della globale “cenestesi”, stasi e movimento: “esce” e “saliamo” e “c’è” e “sono seduti” e “infila” e “scivolo dietro” e “non decolla” e “decollato”.

Il “grado di attendibilità” del sogno di Peter è “buono” alla luce della chiarezza dei simboli e della loro lineare interazione. Il “grado di fallacia” è “minimo”.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Peter è stata letta da un collega, nonché grande amico, di Siracusa. Sono conseguite le seguenti riflessioni.

Collega

Un sogno decisamente importante e delicato. Si presta a una lettura profonda che riguarda l’infanzia, il primo anno di vita direi, di Peter e si presta a una lettura relazionale successiva che riguarda la coppia e la famiglia. Sto sintetizzando a modo mio quello che tu hai scritto. Il bambino Peter ha trasportato i suoi vissuti affettivi e le sue modalità d’amare e d’investire “libido genitale” nella moglie e nel figlio. Dalla madre si è sentito poco o troppo amato, ignorato o divorato. In ogni caso la donna, la moglie e la madre le ha vissute allo stesso modo. Nel sogno la madre si mangia il figlio e il marito, sempre secondo i vissuti di Peter. Due piani e due letture si riconfermano, una antica e l’altra successiva nel tempo. I due piani sono presenti nella psiche di Peter e lo condizionano ancora oggi nella maniera di voler bene e di amare. Ha bisogno di essere affettivamente divorato o ignorato e di collocarsi come figlio, ma cerca anche di essere autonomo e adulto e non sempre ci riesce. Insomma è un sogno ricco di implicazioni e di riferimenti, ma il piano di lettura resta quello iniziale: un bambino e un adulto ai ferri corti con l’affettività. Lo definirei un sogno “orale” più che “genitale” e semplicemente perché riguarda l’infanzia di Peter.

Salvatore

I riferimenti al presente possono essere i problemi del figlio. Ma chi è il figlio di Peter? Peter stesso o suo figlio? Entrambi. Magari il figlio ha avuto problemi di dipendenza, oltretutto legati nella radice alla sfera affettiva e a disturbi della stessa, e da lì Peter è partito per rispolverare i suoi mobili antichi con la formula fenomenale del sogno. Dalla dipendenza affettiva alla dipendenza da sostanze o dal gioco la distanza è breve, molto breve, quasi collima. Non dimentichiamo anche che i problemi seri dei figli, tipo la tossicodipendenza o la disabilità, spesso separano i coniugi, piuttosto che avvicinarli e rafforzarli nel comune impegno di affrontare situazioni delicate e a volte angoscianti.

Collega

La tossicodipendenza è la traslazione di un forte disturbo della sfera affettiva, è un tentativo fai da te di cura, un’auto-terapia, come le soluzioni alcoliche delle depressioni, quando un uomo o una donna ricorrono all’alcool o al vino o ai farmaci per non sentire l’angoscia di morte bussare alla porta. La depressione è la malattia non soltanto filosoficamente mortale, ma è soprattutto il fantasma primario che somatizziamo come prima conoscenza associandolo alla funzione materna del nutrirci. Stiamo parlando di esordio nella vita e non di riflessioni senili o di speculazioni mature. Abbasso i filosofi e viva gli psicologi, anzi e meglio, spazio alle Psicologie filosofiche.

Salvatore

Quando il problema della tossicodipendenza da eroina si presentò negli anni settanta in maniera acerba nel Veneto, le neonate famiglie borghesi si trovarono impreparate a tanta disgrazia sociale e a tanto disagio psichico. Le strutture sociosanitarie erano impreparate all’evento traumatico e i vari preti d’assalto e di cosiddetta “sinistra” più o meno operaia si arruffarono per carpire i milioni messi a disposizione dai ricorrenti governi democristiani & “company”. La vecchia e protettiva famiglia patriarcale si era scrollata di dosso il parassita feudatario di turno e si era smembrata in piccoli gruppi neocapitalisti con tanto di campi da coltivare e di fabbrichette da accudire. I figli non erano più protetti dai nonni e dalla vecchie, dagli zii e dai compari, dal gruppo familiare allargato. Specialmente i disabili in ogni senso furono emarginati e non trovarono una collocazione e un ruolo. Ecco che la famiglia borghese, anteponendo il profitto all’economia psichica, di fronte alla tossicodipendenza dei figli si smembrava e non riusciva a trovare il bandolo della matassa per ricostituirsi in maniera efficace. In quel periodo tanti erano i casi di giovani abbandonati a se stessi e agli effetti letali delle droghe pesantissime perché tagliate in maniera rocambolesca e con tanta fantasia. Quanti morti non riconosciuti dai familiari e quanti funerali evasi anche dalle suore per vergogna! Il sogno di Peter mi ha ricordato quel periodo eroico per tanti aspetti del Veneto, il miracolo del nord-est, e tanto doloroso per le giovani vite perdute nel tunnel della coazione a variare lo stato di coscienza per non cadere nelle spire della depressione. Infatti i giovani coinvolti nella tossicodipendenza erano i più deboli, psicologicamente parlando, ed era facile individuare la famigerata sindrome depressiva nelle loro trame psichiche. Cadevano nell’assunzione di droga i giovani che avevano un tratto o una organizzazione psichica a risonanza depressiva. Se era nevrotica ne uscivano dopo la prima batosta se non incorrevano in una “overdose” per ignoranza. Se erano fondamentalmente depressi non ne venivano fuori perché usavano l’eroina come farmaco antidepressivo che li faceva star bene e così non avvertivano l’angoscia di base. E le famiglie non sapendo che pesci pigliare li lasciavano al loro destino o a qualche comunità di varia natura e di varia cultura. Il novanta per cento sono in cimitero.

Collega

Certamente le varie comunità erano benemerite nell’aiutare alla meglio i giovani dipendenti da sostanze stupefacenti, ma tante erano approssimative. Mancavano la Psicoterapia e la Psicologia. La Psichiatria aveva soltanto strumenti chimici e costrittivi. La Cultura condannava e non capiva. La Religione condannava e si divideva in due. Tornando al sogno di Peter si può affermare senza ombra di dubbio e di smentite che non era semplice e non era indolore. In ogni caso è servito quanto meno a responsabilizzare Peter e indurlo a una sana razionalizzazione per vedere meglio nella sua vita passata e presente per costruirsi un futuro degno di un sano benessere e di un prospero equilibrio.

Salvatore

Aggiungo che, se poi riesce anche a ricucire le relazioni troncate o distorte, avrà fatto, per se stesso in primo luogo, un bel lavoro e un buon cammino.

In conclusione della travagliata interpretazione del sogno di Peter e in sollievo alla delicata psicodinamica propongo l’ironia sorniona sul tema delle difficoltà relazionali e soprattutto delle dinamiche familiari. All’uopo ho scelto la canzone di Stefano Rosso “Una storia disonesta”. Correvano gli anni settanta.

LA POETICA DEL SOGNO

“Morire, dormire.

Dormire, forse sognare.

Poche immortali parole e sono lì,

sul palcoscenico che il sogno ogni notte mi offre,

a recitare lo spettacolo che ho scritto e che interpreto,

le mille vite parallele possibili,

il desiderio di non morire mai.

Fin da bambina è stato così,

andare a dormire significava andare a sognare,

vivere altre vite.

Amavo il buio,

nel buio scomparivano i confini

e lo spazio era a mia disposizione,

una infinita via di fuga.

Col buio arrivavano i sogni,

ma non ho fatto altro che sognare anche di giorno,

gran parte della vita l’ho vissuta nella mia mente.

Sono stata una bambina docile e una ragazza esuberante,

due caratteristiche che convivono nella donna che sono diventata;

la sorte è stata clemente e ho amato esserci,

amo la vita,

lo stupore della fioritura della ginestra.

Ho nostalgia,

nostalgia della vita,

dell’amore,

di me bambina e di me ragazza,

di tutte le volte in cui ho stretto il mio corpo a quello di un uomo,

di tutti gli uomini,

di ciò che non ho avuto,

del desiderio,

che è sempre fame di vivere.

E adesso… ‘sto’ tale di cui sento in lontananza la voce,

lui che scandisce il conto alla rovescia

e avanza inesorabile.

Va a finire che dovrò offrirgli un caffè in segno di ospitalità,

e non è nemmeno il mio tipo.

Ho sognato che ero felice.

Questa è la “buona novella” di Sabina

Morire, dormire.

Dormire, forse sognare.

Il Sonno è da sempre equiparato alla Morte, una breve sospensione della Vita. Non è il Sonno eterno e tanto meno il Sonno dei giusti, è “il Sonno dei sogni”, quello che ti permette di essere un piccolo dio cavalcando superbamente la Fantasia e di non essere un misero mendicante raccattando a destra e a manca con la Ragione. Il Sogno è di tutti anche se tutti non ricordano la trama. Il Sogno è la democrazia universale che dispensa il pane quotidiano come il buon fornaio di Pablo Neruda e non è “La vida es sueno” di Pedro Calderon de La Barca. Il Sogno non è futile e illusorio anche se tocca le note filosofiche della fugacità e della vanità dell’esistenza. Il prezioso sillogismo di Sabina dice che “la Morte è Sonno”, “il Sonno è un Sogno”, “la Morte è un Sogno”. Aristotele ringrazia. Piace pensare con l’audace Sabina che il suo sillogismo sia non soltanto una verità logica, ma anche e soprattutto una verità massiccia come la lava dell’Etna, il vulcano di Ades e la dimora di Persefone, almeno per i sei mesi invernali.

Poche immortali parole e sono lì,

sul palcoscenico che il sogno ogni notte mi offre,

Giovanni non a caso insegna che “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. La Parola è l’energia primaria di quel Principio che tutto contiene e da cui il Tutto scaturisce. La Parola non muore. La Parola si evolve da energia a rumore, da rumore a suono, da suono a significato, da significato a significante “et in saecula saeculorum, amen”: dal Principio si arriva a Sabina passando attraverso le sonorità del Tempo astronomico e del Tempo storico. Questa formidabile donna si attesta nella sua roccaforte di parole “significanti”, i segni e i vessilli che sanno di lei, e si catapulta sul suo palcoscenico notturno seguendo i doni del crepuscolo della sua coscienza, quella sospensione che regala un appuntamento ineludibile a cui la generosità della notte non fa mancare l’intimità e la privatezza di un teatro e di un palcoscenico dove si recita veramente a soggetto nella periferia dei sensi e dei ricordi.

Sia benedetto colui che si vuol bene e non si fa mancare i suoi sogni.

a recitare lo spettacolo che ho scritto e che interpreto,

le mille vite parallele possibili,

il desiderio di non morire mai.”

Sabina è un’attrice vanagloriosa e vanitosa, esordisce come il “Miles gloriosus” di Plauto e recita il suo canovaccio con la sua soggettività emergente. Le rime traducono le esperienze vissute, i versi trasudano le allucinazioni, il poema contiene quel che “cade dalle stelle”, i suoi “de sideribus”. Sabina sa che i sogni sono suoi e di nessun altro, ma non si ferma a questa consapevolezza perché arriva a echi buddisti di Siddharta Gautama e metafisici di Platone: “le mille vite parallele possibili”.

Quante vite hai vissuto e quante ne vivrai!

Quante scelte farai nelle vite che verranno prima di acquistare quella consapevolezza che fa volare verso l’alto e ritornare nel grembo della Grande Luce!

O forse stai pensando a come puoi riempire questa vita e a quali scelte puoi fare cambiando di un grado la tua prospettiva?

Di certo, hai pensato e desiderato in tutte le tue vite “di non morire mai” e soprattutto di vincere quell’angoscia di morte e di convertirla nella vita eterna, nel tuo “breve eterno” che dura tutto il tempo di una vita e si realizza nello spazio di un Corpo che esige e di una Mente che vuole. Il Tempo non esiste, mia cara, il Tempo si dilata all’infinito e nel sogno si mischia con il passato e il futuro secondo le regole di una buona pietanza.

Fin da bambina è stato così,

andare a dormire significava andare a sognare,

vivere altre vite.

Se il sonno non fa paura, cosa non riesce a fare l’onnipotenza della bambina!

Sabina è infante, “senza la parola”, ma il suo pensiero vola alto verso le sfere incontaminate dell’autonomia, del far da sé intessendo un sogno nel sonno, un dono a sorpresa da ripetere tutte le notti e secondo i vari copioni da inventare. La realtà non è gratificante e merita una fuga notturna tra i progetti possibili e in attesa di essere realizzati. Sabina si butta in avanti e questo slancio può bastare in attesa di una degna ricompensa.

Ah se avessi avuto un’altra mamma e un altro papà!

Ah se non fossi nata bianca, rossa e verde!

La bambina anticipa giustamente la donna e le scelte possibili e inammissibili. Sabina studia il presente sognando quello che vuole vivere e si prepara al lieto evento di una “nuova sé”, ma una nuova sé “fuori serie”.

Amavo il buio,

nel buio scomparivano i confini

e lo spazio era a mia disposizione,

una infinita via di fuga.

Sabina segue le sue inclinazioni crepuscolari, le fantasie e le allucinazioni: una bambina dai contorni oscuri in onore a Demetra e a metà tra Athena la “virago” e Afrodite la seduttrice. Già si pensa vaga e vagante negli spazi evanescenti di un “apeiron”, di tanti indefiniti e indistinti spazi tutti da occupare con l’aiuto del buio amico. E le espropriazioni proletarie non finiscono mai.

Quelli erano i giorni, quelli erano i tempi!

Padrona della sua Fantasia Sabina illuminava gli spazi che regolarmente occupava. E l’Infinito non costava niente, era a portata di immagine e di fantasma, ma soprattutto era a gratis. E andava di fuga in fuga come il coniglio di Alice nella ricerca del paese delle meraviglie. Finalmente Sabina è padrona in casa sua. Il buio le ha dato il potere di plasmare il suo spazio vitale.

Col buio arrivavano i sogni,

ma non ho fatto altro che sognare anche di giorno,

gran parte della vita l’ho vissuta nella mia mente.”

La bambina non ha paura dei sogni, la bambina non ha paura di se stessa, la bambina cresce in bellezza e progredisce in immaginazione. Sabina vive il buio della Notte e la luce del Giorno. Fobetore, Fantaso e Morfeo escono per lei da una porta d’avorio e le portano in dono i sogni veritieri, il suo desiderio di creare e di crearsi. Nel contempo i sensi crescono, si raffinano e allucinano la Fantasia secondo i temi tragici delle fiabe antiche e secondo le trame sornione delle favole moderne.

E la Mente?

La Mente non sta a guardare e partorisce i “fantasmi” e i ragionamenti sul tema “vorrei” o “vorrei vivere”. Non è per niente vero che “l’erbavoglio cresce sempre nel campo del vicino”. Sabina ha il suo bel da fare nel dividere le fantasie e le immaginazioni dai fatti quotidiani dell’avara realtà. Sabina vive tra il Giorno e la Notte, tra le pieghe di una vita che stenta a farsi riconoscere alla Luce del sole.

Benedetto sia il Sogno e chi lo manda!

Sono stata una bambina docile e una ragazza esuberante,

due caratteristiche che convivono nella donna che sono diventata;

la sorte è stata clemente e ho amato esserci,

amo la vita,

lo stupore della fioritura della ginestra.”

I fiori gialli della ginestra mandano fuori di testa Sabina, una bambina docile, una ragazza esuberante, una donna complessa e dotata di yn e yang, della Notte e del Giorno, della “coincidentia oppositorum”. La ginestra non è quella eroica e triste del combattente Giacomo Leopardi in quel di Napoli e appena sotto il Vesuvio, non è quella del deserto che prospera anche tra le rupi calcaree di Siracusa, la Ginestra è Sabina con i suoi fiori gialli di rabbia e di gelosia, con i suoi slanci vitali e superbi, con le sue cose a posto e tutte da regalare al suo godimento. Sabina è stata anche ai ferri corti con la Vita, ma la Sorte è stata clemente e ha “amato esserci” in questa valle di stupore esuberante. La vena autodistruttiva ha toccato regolarmente le rive narcisistiche di un corpo ancora oggetto d’amore e in attesa di assorbire con gli odori del deserto di lava anche l’amore del proprio destino. Disposta a “sapere di sé” e a imparare, dotata di rotondità e fecondità, Sabina trasborda di ormoni e di sensualità nel suo incedere elegante e con gli occhi sognanti tra le strade della sua contrada natia e della sua straniera città. La ginestra è fiorita e non è ombrosa, tutt’altro, la ginestra è luminosa. Eros trionfa su Thanatos. La Sorte evoca il mito di Er di Platone, così come “l’Esserci” calza bene con il “Dasein” di Martin Heidegger.

Ho nostalgia,

nostalgia della vita,

dell’amore,

di me bambina e di me ragazza,

di tutte le volte in cui ho stretto il mio corpo a quello di un uomo,

di tutti gli uomini,

di ciò che non ho avuto,

del desiderio,

che è sempre fame di vivere.”

La nostalgia è il dolore del trasognato ritorno, è la “sindrome di Ulisse”, di ogni uomo e di ogni donna che cerca Itaca per ritrovare le sue radici e per definitivamente reciderle. Sabina desidera soffrire per tornare a vivere la sua bambina e la sua adolescente dentro, quelle che avevano sempre qualcosa in più da chiedere e da vivere. Sabina desidera soffrire per rivivere la “se stessa” adulta nel trionfo dei sensi e nel calore erotico di una fusione del suo tipo: l’androgino è ricostituito, andate in pace. Sabina è ormai intera, mille volte intera, tutte le volte che ha sentito il suo maschio e la sua femmina calzare a fagiolo com’era in principio e prima che l’invidia degli dei separasse la loro quasi perfetta unione, la loro quasi perfetta intesa.

Quanti sono gli uomini di Sabina?

Uno, nessuno, centomila grida il drammaturgo alla ricerca della vera identità di una donna che del vivere ha fatto un’arte di pienezza e di abbondanza. La fame del desiderio la sostiene e la tiene dritta con la schiena anche se il “non nato di sé” ancora addolora e copre di uggia le giornate dedicate alla paturnia.

E adesso… ‘sto’ tale di cui sento in lontananza la voce,

lui che scandisce il conto alla rovescia

e avanza inesorabile.”

La dialettica tra Kronos e Thanatos è da Titani e non s’addice a piccole donne che crescono in un cortile alle spalle di una collina e tanto meno sotto una montagna del Trentino. Il Tempo regala la consapevolezza della Morte non prima di aver concesso un qualche sentore del “chi sono io?” e una qualche avvisaglia del “conosci te stesso”. Fortunatamente la Morte sarà quella di un’altra vita scelta tra le tante vite possibili e di un’altra morte liberamente scelta per questa vita. Anche la fine aspira a diventare un desiderio di rinascita, una Pasqua. Pitagora e il grande Buddha ringraziano per la preferenza accordata, così come è scritto sulle carte oleate delle migliori pasticcerie siciliane.

Va a finire che dovrò offrirgli un caffè in segno di ospitalità,

e non è nemmeno il mio tipo.”

Sarà l’uomo del definitivo orgasmo questo Kronos maschio che si presenta con un Thanatos altrettanto maschio?

Sarà ancora quel maschio da accogliere per il definitivo congedo dagli inganni di un caffè sorbito a gocce nel bistrot del lungomare di Marina di Melilli?

Ma a quanti uomini Sabina ha detto di no?

Ho sognato che ero felice.”

La felicità è “eudaimonia”, è presenza di un buon demone dentro, è sentire la vitalità dei sensi e la forza dei sentimenti prima di bere la cicuta.

Sogno, oh sogno delle mie brame, dimmi, chi è la più bella del reame?

LA NOTTE DI ANTONIA SOARES

Io cercavo da tempo una stanza, ma la stanza non c’era.

Vorrei andarmene e passare la notte all’aperto, vorrei sparire e farmi inghiottire dal buio, vorrei andare in Portogallo a trovare Fernando Pessoa, vorrei dormire sulla sua tomba…, sento solo odio, rabbia, disprezzo, fuggire via, fuggire lontano.

Fuggire dove?

Vorrei sparire e farmi inghiottire dal buio.

E quell’ombra ritorna.

Si era nascosta dietro a una nuvola,

ma ora ritorna.

E tu continui a dare la colpa alla gente,

ma forse non ti accorgi

che sei tu a non valere niente.

Vattene gatto nero,

vattene all’inferno,

vattene ombra scura lontano dai pensieri,

ma quando tutto tace e tutto dorme,

ecco che allora si risvegliano i sospiri,

che come forte vento ti portano via la pace e la luce del sole.

La notte ti è amica,

la notte ti è vicina,

non ti lascia mai sola,

ma ti accompagna alla scoperta di una nuova vita.

Ma quell’ombra scura ti mette paura,

ti porta lontano,

ti toglie il respiro,

ti soffoca

e tu guardi fuori e c’è la notte.

Ma la notte è buona.

da “La stanza rosa” di Salvatore Vallone

LA GATTA ALIENATA…NEI PRESSI DI CASA MIA

LA GATTA ALIENATA … NEI PRESSI DI CASA MIA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

Avevo trovato una bellissima gatta bianca, dal pelo lungo e morbido.

L’avevo trovata nei pressi di casa mia, ma sapevo che aveva un padrone.

Lo chiamo al telefono ed è come se potessi vederlo. Era un uomo nordico, robusto, capello e barba rossi.

Gli dico che avevo trovato la sua gatta e lui non si mostra minimamente sorpreso.

Mi dice che era scampata a qualche catastrofe, non ricordo bene se fosse stato un incendio e che aveva fatto molta strada per arrivare fino alla mia città.

Non mi dice nulla sul fatto di venire a riprendersela e io spero che non lo faccia.

Era una gatta molto dolce e volevo tenerla con me.

Quasi mi pento di aver contattato il padrone, perché temevo che, prima o poi, mi avrebbe richiamata per riprendersela.”

Questo sogno porta la firma di Adalgisa.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Scriveva Freud: “si nasce maschi e femmine, ma si diventa maschi e femmine”. Parabola significa che la “identificazione” nel padre o nella madre porta alla “identità” psichica maschile o femminile. Prima di questo traguardo i bambini e gli adolescenti si pensano, nel maturare la “libido genitale”, non autonomi ma “destinati” ad altri, a figure maschili o femminili in omaggio al desiderio “edipico” di appartenere al padre o alla madre. L’assimilazione ddel sesso e l’appropriazione del ruolo sono tappe importanti e segnalano il passaggio evolutivo dalla “posizione psichica fallico-narcisistica”, con i relativi investimenti autogratificanti di “libido”, alla “posizione genitale”con i relativi investimenti donativi di “libido”. Questo travaglio evolutivo avviene all’interno della “posizione edipica”, il conflitto con i genitori, nella ricerca della propria identità psichica e sessuale.

Il sogno di Adalgisa affronta ed elabora questa psicodinamica, indugiando nella fase precedente alla definitiva acquisizione di identità e di ruolo, quando ancora persiste una dipendenza edipica dal padre o dalla madre sotto forma di “intenzionalità”, direzione verso l’oggetto fascinoso e privilegiato.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Avevo trovato una bellissima gatta bianca, dal pelo lungo e morbido.”

Adalgisa esordisce con una buona pulsione narcisistica:“una bellissima gatta bianca”. La “gatta” rappresenta l’universo femminile con tutto il suo corredo di caratteristiche psicofisiche, dall’intelligenza all’affettività, dalla seduzione all’autocompiacimento, dall’erotismo alla sessualità. Adalgisa precisa che si vive con il “pelo lungo e morbido”: degna di carezze, viva nella “libido” epiteliale, sensibile all’erotismo. Insomma Adalgisa si vive come una bella e sensuale femmina e con tutte le carte in regola per accostarsi all’universo psicofisico maschile.

L’avevo trovata nei pressi di casa mia, ma sapevo che aveva un padrone.”

Infatti è roba sua. Adalgisa ha ben “introiettato” la sua identità psicofisica femminile e la sua sensualità erotica: ”nei pressi di casa mia”. Si sa che la “casa” rappresenta simbolicamente la “organizzazione psichica reattiva”, la struttura, il carattere, la personalità, la formazione psichica evolutiva.

Adalgisa ha una consapevolezza e un gusto in più, sapevo”: la disposizione verso il maschio. Adalgisa sa di essersi identificata nella madre e di avere un’identità femminile perché ha portato a buona fine la sua “posizione edipica”, il conflitto con i genitori, e sa di esserne uscita senza lacerazioni o frammentazioni, non con le ossa rotte ma bella integra. “Avere un padrone” equivale a disposizione alla “libido genitale” e al suo esercizio con privilegio accordato all’universo maschile. Adalgisa non ha pulsioni omosessuali perché ha ben congedato la figura materna e del padre ha mantenuto il desiderio del maschio al punto che ancora non si è appropriata del suo patrimonio psicofisico, ma si vive in riferimento e in dipendenza dall’altro, il “padrone” della “gatta bianca, dal pelo lungo e morbido”.

Lo chiamo al telefono ed è come se potessi vederlo. Era un uomo nordico, robusto, capello e barba rossi.”

La relazione con il maschio ideale è empatica e magica, supera le distanze e le leggi della Fisica. Quest’uomo è come Adalgisa l’aveva immaginato e corrisponde all’immagine che aveva formato dentro di lei nell’evoluzione che dall’infanzia l’aveva portata alla “posizione edipica”: il “fantasma del padre”.

Il pensiero “padre” e la realtà “padre” collimano, è come se potessi vederlo”, a conferma che l’innamoramento scatta quando l’immagine interiorizzata, quella del padre, coincide con l’immagine esterna, quella dell’uomo. Questo è il cosiddetto “primo e grande amore”, quello che si aspettava e che non tutti trovano perché non hanno abbastanza fantasticato e fantasmizzato. I tratti caratteristici sono somatici e culturali: “nordico, robusto, capello e barba rossi.” “Nordico” condensa la diversità culturale e si traduce in rudemente maschile nel bene e nel male, “robusto” condensa la virilità che si rafforza nel possesso di una peluria dal colore non comune, nonché un uomo inteligente. Adalgisa ha visto nel padre un uomo speciale e lo ha, di conseguenza, fantasmizzato con tratti originali.

Gli dico che avevo trovato la sua gatta e lui non si mostra minimamente sorpreso.”

Adalgisa si propone all’uomo eccezionale che coincide con il modello elaborato e introiettato: avevo trovato la sua gatta”. Adalgisa proietta la realizzazione della sua femminilità sull’uomo nordico e rustico, il quale può essere soltanto contento e appagato e quindi “minimamente sorpreso” di questa benefica scelta piovutagli dal cielo. Adalgisa ha trovato il suo uomo e gli regala “la sua gatta”, la sua femminilità.

Mi dice che era scampata a qualche catastrofe, non ricordo bene se fosse stato un incendio e che aveva fatto molta strada per arrivare fino alla mia città.”

Adalgisa dice a se stessa che ha attraversato turbolenze emotive di grosso spessore e di alta intensità, quelle legate alla sua “posizione edipica”, per raggiungere la sua identità femminile, addirittura “qualche catastrofe” alla quale è fortunatamente sopravvissuta, forse un incendio”, una forte crisi di nervi e una guerra dei sensi. Aggiunge che ha “fatto molta strada” per arrivare alla consapevolezza della sua identità femminile dopo essersi identificata nella madre, il tragitto edipico classico di cui si diceva anche in precedenza. “La mia città” è un ampliamento della “casa” psichica, uno spazio allargato al sociale prima di esibirsi nella sua identità femminile in mezzo agli altri. Si nasce femmine, ma si diventa femmine, come diceva il padre della Psicoanalisi.

Non mi dice nulla sul fatto di venire a riprendersela e io spero che non lo faccia.”

L’uomo ideale gode della “gatta”, ma non la possiede, non è roba sua e non l’ha conquistata con travaglio, per cui Adalgisa si riappropria con titubanza in sogno di ciò che le appartiene, ma di cui ancora non è convinta: “spero che non lo faccia” L’identità conquistata e messa al servizio del maschio, è questo il problema che Adalgisa deve affrontare. E’ necessario che si appropri della sua identità psicofisica senza metterla al servizio di nessuno, ma soltanto di se stessa.

Era una gatta molto dolce e volevo tenerla con me.”

Per l’appunto!

Come si diceva in precedenza, Adalgisa dà a se stessa quello che le appartiene, la consapevolezza, rispetto alla prima frase, della sua identità femminile e la assorbe, la tiene con sé, la fa sua, l’assimila per la qualità della dolcezza ossia della duttilità affettiva e abilità seduttiva, quella femminilità suadente e attraente che i simboli attestano.

Quasi mi pento di aver contattato il padrone, perché temevo che, prima o poi, mi avrebbe richiamata per riprendersela.”

Adalgisa capisce di essere “il padrone”, la padrona di se stessa e che non deve sottomettersi ai maschi, come a suo tempo è avvenuto con il padre. La situazione “edipica” si è evoluta e, adesso, non ci sono padroni in ogni senso fuori di lei. La femminilità è stata acquisita tramite la soluzione della pretesa paterna di essere il padrone e tramite l’identificazione nella nemica madre. Adesso l’identità psicofisica coincide con il suo modo di essere femmina. Il prossimo passo sarà la sicurezza e l’affidamento al maschio senza sottomissioni e servizi.

PSICODINAMICA

La psicodinamica del sogno di Adalgisa svolge il passaggio evolutivo dalla “libido fallico-narcisistica alla “libido genitale” con la progressiva assimilazione della propria identità femminile e la presa di coscienza dello stato di maturità e di completezza psicofisiologiche. Particolare rilievo è rivolta alla rischiosa “genitalità” del donare se stessa al maschio e all’attribuire il merito maieutico della femminilità a quest’ultimo. In effetti è tutto merito di Adalgisa e del suo processo evolutivo. Il sogno oscilla tra la dipendenza dal maschio e l’autonomia psicofisica. La “libido genitale” è anche donazione, ma esige in primo luogo la “coscienza di sé” ed esclude l’abnegazione acritica e passiva.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Adalgisa è articolato a livello di sapere psicoanalitico e comporta parecchio materiale da inquadrare.

L’istanza pulsionale profonda “Es” è presente in “gatta bianca, dal pelo lungo e morbido” e “catastrofe” e “incendio” e altro. L’istanza censoria “Super-Io” si manifesta in “padrone” e “uomo nordico, robusto”. L’istanza vigilante e razionale “Io” è esibita in “io spero” e “mi pento” e “aveva fatto molta strada”. Il sogno di Adalgisa elabora la “posizione fallico-narcisistica” in “Avevo trovato una bellissima gatta bianca, dal pelo lungo e morbido”. La “posizione genitale” è presente in “Gli dico che avevo trovato la sua gatta”

la “posizione edipica” in “Lo chiamo al telefono ed è come se potessi vederlo. Era un uomo nordico, robusto, capello e barba rossi.”

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Nel sogno di Adalgisa sono inclusi i meccanismi psichici di difesa della “introiezione” in “L’avevo trovata nei pressi di casa mia. La “proiezione” in “minimamente sorpreso” La “condensazione” in “gatta” e casa e altro. Lo “spostamento” in “avere un padrone” e “aver contattato il padrone”. La “figurabilità” è evidente in “Era un uomo nordico, robusto, capello e barba rossi.” e “una bellissima gatta bianca, dal pelo lungo e morbido”. La “drammatizzazione” si presenta in “scampata a qualche catastrofe, non ricordo bene se fosse stato un incendio”. I processi psichici di difesa della “sublimazione” e della “regressione” non sono presenti. Quest’ultimo rientra nella normale necessità del sogno di rielaborare l’esperienza vissuta nel corso della formazione psichica.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Adalgisa manifesta un tratto psichico “narcisistico” in progressione e avvicinamento alla “genitalità”: autostima da rafforzare come propria dimensione psichica, da esercitare in maniera libera e autonoma e da vivere come proprietà acquisita.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche presenti nel sogno di Adalgisa sono la “metafora” in “gatta” e “incendio” e altro, la “metonimia” in “pelo morbido” e altro, la “enfasi” in “catastrofe” e “incendio”. Nel sogno di Adalgisa la creatività estetica rientra nella normalità onirica.

DIAGNOSI

La diagnosi parla chiaramente di un esercizio della “libido narcisistica” in avvicinamento alla “libido genitale”. Adalgisa mostra una dipendenza dalla figura maschile in riferimento alla sua identità femminile. Aliena in tal modo quello che le appartiene in struttura e le compete in esercizio.

PROGNOSI

Adalgisa deve rafforzare la consapevolezza delle sue conquiste psicofisiche e rassicurarsi sulla sua potenziale carica erotica e sessuale, risolvendo definitivamente la “posizione edipica” e di conseguenza la sua relazione con il maschio.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un persistere dell’alienazione della sua femminilità e in una dipendenza dalla figura maschile: una psiconevrosi da mancata risoluzione della “posizione edipica” di qualità isterica ansiosa ossessiva depressiva d’angoscia, quelle che sono le classiche psiconevrosi che ci perseguitano quando non abbiamo ben risolto i rapporti e i vissuti con i genitori.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Adalgisa è 3 secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

La causa scatenante,”resto diurno”, del sogno,”resto notturno”, di Adalgisa si attesta in una riflessione sull’affettività o in una pulsione sessuale, in un ricordo o in un desiderio. Il tutto avviene nel pomeriggio antecedente il sogno.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Adalgisa è marcatamente autoreferenziale con “suspense” finale.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Adalgisa richiama una legge fondamentale della Psicologia, “l’intenzionalità della coscienza”, scoperta ed elaborata da Brentano.

Durante gli studi universitari Freud ebbe la possibilità di seguire un corso di Psicologia tenuto da Franz Brentano, professore di filosofia all’Università di Vienna. Nel 1874 egli aveva pubblicato la sua famosa opera “Psicologia dal punto di vista empirico” dove affermava il “carattere intenzionale della coscienza” ossia la sua naturale attività di riferirsi e di dirigersi verso un oggetto esterno. Da questo concetto di Brentano si originò la filosofia fenomenologica di Husserl e gli studi sulla funzione della coscienza. Dal principio della ”intenzionalità della coscienza” consegue che i fenomeni psichici si riferiscono sempre ad altro e non a se stessi; Brentano li distinse in tre classi fondamentali: la “rappresentazione”, il “giudizio” e il “sentimento”. La “rappresentazione” è una semplice e pura immagine dell’oggetto, il “giudizio” nega o afferma la realtà di quest’ultimo, nel “sentimento” l’oggetto viene investito d’amore e di odio.

Il principio brentaniano della “intenzionalità della coscienza” introdusse il giovane Freud alla futura concezione dinamica e oggettuale dei processi d’investimento della coscienza e ad accordare a essa una caratteristica dinamica funzionale piuttosto che statica sostanziale ed esclusivamente razionale.

Brentano era definito da Freud un tipo maledettamente intelligente, un ex prete geniale che coniugava senza drammi esistenziali e contrasti psichici la teologia e le teorie evoluzionistiche di Darwin.

Oltre alle sue teorie psicologiche empiriche di scuola aristotelica, Brentano mise in crisi l’ateismo del giovane Freud studente di medicina non più materialista ma non ancora teista, di poi Freud navigò nelle tormentate acque dell’agnosticismo.

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Il sogno di Adalgisa mostra chiaramente nella sua parte iniziale l’intenzionalità della coscienza onirica verso l’oggetto maschile, la figura paterna in riferimento alla “gatta”: “L’avevo trovata nei pressi di casa mia, ma sapevo che aveva un padrone.” Alienazione manifesta e dipendenza dall’apprezzamento del padre, come avviene universalmente in tutte le “posizioni edipiche” di tutte le bambine e ragazzine del mondo in attesa di rassicurazione dentro e fuori. Ecco perché è importante che il padre apprezzi la bellezza della figlia senza essere seduttivo e che non manifesti ironia quando la bambina si fa “signorina”. Il padre deve favorire il distacco della figlia rafforzandone l’autostima. Quante ragazzine non si capiscono e si vergognano della loro crescita! Il padre deve intervenire, più che la madre, perché la richiesta non è rivolta soltanto all’universo femminile, ma soprattutto a quello maschile.

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Il sogno di Adalgisa merita un’altra riflessione. La dipendenza dal maschio riporta culturalmente al “femminismo” o meglio al “movimento di liberazione della donna” e al famoso slogan “l’utero è mio e lo gestisco io”, una sintesi crudamente realistica e direttamente proporzionale alla repressione culturale, politica e religiosa operata dal potere maschile sulla donna fino agli anni settanta. Il movimento femminista viaggiò sull’onda della “contestazione giovanile” del ‘68 per ottenere i suoi riconoscimenti politici e giuridici: divorzio, aborto, pari opportunità, uguaglianza retributiva e altro. Tante conquiste sono state fatte, ma il cammino è ancora lungo e arduo a causa delle sottigliezze metodologiche con cui il maschilismo si insinua e si occulta. Questo il livello culturale.