DEDICATO A FLAVIA

Oggi siamo tutti più soli.

Si dice così,

si dice sempre così anche nelle migliori famiglie,

anche nelle migliori parrocchie.

Flavia è partita per il chissàdove

lasciandoci imbambolati e di stucco

con il ricordo del miglior sorriso

aperto sul suo davanzale fiorito,

un sorriso lasciato in eredità come un dono dei nonni,

rivolto agli altri come la quotidiana offerta araba,

a quelli che l’elemosina di un piatto di lenticchie

la gustano con un cucchiaio dell’olio di un buon ulivo,

un sorriso dedicato a tutti quelli che non l’hanno conosciuta

e hanno potuto soltanto immaginarla.

Flavia non dilaterà le pupille dei nostri occhi

con la meraviglia del suo splendido splendente,

non rifletterà sui nostri visi il suo femminile ovale,

non ci regalerà le onorate parole

che protendeva con i suoi gesti

su un pubblico attonito al messaggio di mirabili virtù.

I suoi lineamenti di donna zampillano

dai valori della madre e della maestra,

come le verità tracciate

e nobilmente smerciate ai quattro cantoni

della vita che scorre,

sale,

s’inarca,

procede,

s’abbassa,

si compiace,

si bea,

si contorce,

finisce.

C’è qualcosa di stanco oggi nel sole,

nulla d’antico.

Tutto è come prima,

tutto è come la gioia e il dolore,

tutto è come il pane quotidiano del buon fornaio,

tutto è come i versi sgangherati del buon poeta,

tutto è come il padre e la madre

et in saecula saeculorum, amen.

In quest’oggi oscuro di un tempo inferiore e infame,

in cui la morte trionfa sui miseri trofei dell’uomo sapiente

annerendo la felicità di membra esauste

dal color della miniera e dal sorriso volgare di rame,

oggi,

in quest’oggi escono tentennando le poche risorse

che la Necessità ci lascia in forma di testamento

dopo che Ella fu per una vita al servizio della gente,

oggi,

in quest’oggi di elogio memore e duraturo

si celebra più che mai la lingua di un popolo infelice

che la sensibilità di Flavia nobilitava

con amorosi accenti e senza portenti.

Oggi la mia compagna è morta,

il Socialismo ringrazia la sua devota figlia,

la sua perspicace allieva,

mentre i soviet di Varese intonano l’Internazionale

alla diletta del cuore e alla prediletta della mente:

“Noi siamo dei lavoratori

e un rosso fiore è sfiorito nel nostro petto,

il fiore scarlatto di una donna onesta e giusta

allegra e impenitente,

gustosa e sapiente.”

L’aspro stendardo della libertà

ricopra con falce e martello le membra

di colei che tanto amò se stessa e il suo valore

per poter essere generosa con chi la conobbe

e gustò il nettare deposto sul suo vorace labbro.

Cura ut valeas, ignota compagna mia!

Salvatore

Pieve di Soligo (TV), mercoledì 25 del mese di Marzo dell’anno 2020

ALL’AMICA MIA

Vano e vario è il mondo,

esso è un’inutile corsa dietro il vento.

Oggi va così,

ho una lama che si fa spazio dentro il petto,

la mia Flavia è giunta alle porte dell’Ade

e attende di entrare.

Scrivere è il mio modo di andarla a trovare,

devo fermare il tempo per accettare il suo silenzio.

Ora che il tempo è abbondanza,

non posso partire alla volta del tuo tumulto,

amica cara di una vita,

amica mia.

Che beffa,

se ci pensi,

che maschera di scherno ha indossato il destino

sfidando la quaresima.

E così non posso venire a salutarti,

a trattenere la disperazione

che mi assale davanti ai tuoi occhi verdi da fata degli elfi.

Non posso tributarti il comportamento dignitoso

di chi non antepone il suo strazio alla tua morte.

Amica mia,

amica di una vita,

muori in una città che non è tua,

in una stanza ordinata dove l’emergenza,

che non ti ha sfiorata,

obbliga l’amore dei tuoi figli e di tuo marito ai turni.

Non ci sarà nemmeno il funerale,

non è tempo di riti e di asfodeli.

Hai chiesto di ricordarti con un rinfresco,

quando tutto sarà finito e tutto,

ora,

è anche questo tutto,

non solo la tua vita.

Mischiano il grande tutto,

ma io sono piegata dalla differenza

tra il tuo tutto e tutto il resto

e sono diventata brutta a forza di piangere.

Se mi vedessi!

Sembro un rospo.

Tu sei una principessa, come sempre.

Nessuna tempesta abbruttisce una rosa.

Oggi sono da te,

la mia mente è una stanza grande

dove parliamo fumando di nascosto.

Sei venuta a trovarmi nei miei sogni,

questa notte.

Lo so che lo sai.

Resta ancora un po’,

fammi compagnia.

Simona

Varese, sabato 21 del mese di Marzo dell’anno 2020

LE OTTO BECCACCE DI MIO FRATELLO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato mio fratello, che è mancato a fine agosto, che mi faceva vedere con soddisfazione il suo bottino di caccia: 8 beccacce e sorridendo mi ha detto “dai, vieni anche tu!”
Stefano

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Appena ho ricevuto questo breve sogno, mi son detto: “troppo poco, non si può tirare fuori un granché anche se la psicodinamica è abbastanza chiara”. Avevo deciso, allora, di rispondere in privato a Stefano tramite mail, ma poi mi sono ancora detto: “se provo ad andare a ruota libera sul tema, può venir fuori qualcosa di interessante”.
Ed eccomi qua, ma prima chiedo venia delle tante digressioni.
Il fratello di Stefano “è mancato a fine agosto”. Dopo tre mesi Stefano è in pieno cordoglio: “cuore dolente”. La sua Psiche ha appena percepito la perdita e si sta difendendo dall’angoscia di morte, quella collegata al “fantasma” personale, quello che Stefano ha elaborato da bambino in riguardo all’abbandono, quel vissuto depressivo di perdita in riguardo a coloro che lo accudivano e lo proteggevano in quel momento della sua vita, i suoi genitori, quelli che in seguito sono stati oggetto di conflitto durante la lunga “posizione edipica”. L’evento della morte del fratello è stato elaborato dall’Io razionale, depositario e gestore del “principio di realtà”, ma non è ancora efficacemente pervenuto nelle sfere profonde della Psiche a causa dell’azione dei “meccanismi” e dei “processi” di difesa dall’angoscia. Mi spiego: Stefano sa della morte di suo fratello, ma non ha ancora sistemato il “fantasma della perdita” e ha appena iniziato a “razionalizzare il lutto”. Stefano è tutto preso dalla reazione emotiva al fenomeno psicofisico della morte, piuttosto che dalla reazione emotiva alla perdita del fratello. E’ stato colpito dal fatto che la Morte ha bussato alla sua porta e si è difeso mettendo una barriera tra l’evento reale e l’emozione, in attesa di organizzare al meglio la perdita del fratello e il dolore collegato. Possibilmente ha usato il meccanismo di difesa dall’angoscia dello “isolamento” scindendo il sentimento dalla conoscenza e dimostrando una certa freddezza di fronte al lutto. Oppure ha rimosso l’evento, ha intellettualizzato la perdita ricorrendo alla filosofia sulla morte degli Esistenzialisti, ha esorcizzato l’angoscia in mille rituali e in altrettanti riti, ha scelto di volgersi contro se stesso ossia di colpevolizzarsi e di espiare la colpa con un disturbo psicosomatico, ha spostato l’angoscia di morte in un oggetto da adorare o feticcio, si è dato da fare in maniera isterica nell’attività lavorativa o del volontariato, ha sublimato l’angoscia in attività socialmente utili. Questi “meccanismi” e questi “processi” di difesa sono “psiconevrotici”, inducono un conflitto più o meno pesante che non porta alla perdita del contatto con la realtà. Ma esistono e si possono istruire meccanismi di difesa dall’angoscia più pericolosi, “psicotici”, perché inducono la perdita temporanea del “principio di realtà” e la formazione del delirio. Esemplificando, nella risoluzione dell’angoscia del lutto si può usare la “negazione” che la persona è morta, la “fuga dalla realtà” che non si può accettare, il “controllo onnipotente”, la “dissociazione dell’Io”. Una perdita di autocontrollo e un’evasione dalla verità oggettiva di fronte a un evento luttuoso e a un impatto tragico con la morte rientrano nella cosiddetta “normalità”. Importante è il progressivo rientro e ripristino delle funzioni dell’Io e del “principio di realtà”, magari istruendo un “meccanismo di difesa” psiconevrotico e procedendo verso la salvifica “razionalizzazione” del lutto. Il “processo secondario”, l’uso della ragione e dei principi logici di aristotelica memoria, deve fare la sua parte e avere il sopravvento per la riconquista dell’equilibrio psicofisico migliore possibile nelle condizioni esistenziali date.
Questo è un breve riepilogo di quali “meccanismi” e “processi” psichici ci difendono dall’angoscia. Resta aperta la ricerca di quali modalità di difesa ha istruito Stefano in reazione al lutto del fratello, un evento tragico che ha scatenato emozioni e vissuti pregressi maturati nei suoi riguardi. Fermo restando che Stefano è in cammino verso la “razionalizzazione” del lutto, verso la presa di coscienza della morte effettiva del fratello e che sta stemperando l’angoscia nel dolore, è opportuno rispiegare meglio come avviene questo naturale decorso. La persona colpita da un grave lutto e da una significativa perdita elabora immediatamente il suo “fantasma” depressivo di morte e vive le sensazioni d’angoscia in riguardo alla sua morte. Ma siccome non è la sua morte e la propria morte è l’unica esperienza umana che non può essere vissuta, inizia il decorso di un trambusto psicofisico che nello spazio temporale di circa due anni viene portato a piena consapevolezza. L’angoscia lascia il posto al dolore per opera progressiva dell’azione dell’Io attraverso il “processo secondario” e la “razionalizzazione”. Si evolve la consapevolezza della perdita proprio superando la sfera personale, la mia morte, e passando alla sfera reale, la sua morte. Si è proceduto dalla sfera del “fantasma” alla sfera della conoscenza logica, emotivamente dall’angoscia al dolore. Quindi, va da sé che l’angoscia è la reazione emotiva e nervosa del “fantasma”, mentre il dolore è la reazione emotiva e nervosa della conoscenza di un evento e della presa d’atto di un dato reale.
Ancora: ma che cos’è il dolore nell’esperienza del lutto, come si risolve e cosa ci insegna?
Il sentimento e il senso del dolore si attestano non soltanto nella consapevolezza della perdita, ma soprattutto nella consapevolezza di quello che non è stato vissuto e che poteva essere vissuto con la persona defunta. Il dolore si risolve con la progressiva “razionalizzazione” e insegna a godere al massimo possibile le nostre relazioni e i nostri affetti durante il naturale decorso della vita. In tal modo si attutiscono e si risolvono anche i sensi di colpa che immancabilmente ci lascia in eredità la persona che muore e non per suo volere, ma per nostro automatico processo. L’esercizio quotidiano degli affetti lascia poco spazio e poco tempo all’angoscia e favorisce il decorso del dolore. Nelle esperienze ineluttabili della morte, una malattia incurabile, è terapeutico per chi sopravvive godere e gustare la persona che attende la dipartita. Risolti i rimpianti, i rancori e le nostalgie, il vissuto verso la persona defunta è umanamente corretto e psicologicamente sano. I sensi di colpa non avranno motivo di circolare nei circuito psichico e di non essere espiati con le crisi di panico e le somatizzazioni delle energie nervose scappate al controllo dell’Io.
Ancora una domanda è lecita e opportuna, propriamente indicata al nostro caso: “i processi primari che elaborano il sogno come compongono e manifestano l’esperienza del lutto? Cade proprio a fagiolo questa domanda proprio perché Stefano ha sognato il fratello defunto da pochi mesi e ha elaborato una trama particolarmente eccentrico e originale: ”mi faceva vedere con soddisfazione il suo bottino di caccia: 8 beccacce e sorridendo mi ha detto “dai, vieni anche tu!”.
Di poi verrà l’interpretazione, ma è ancora opportuno dire che il sogno è terapeutico perché organizza e indirizza l’angoscia verso la presa di coscienza attenuandone notevolmente la carica nervosa. Quest’operazione di purificazione e di stemperamento avviene nel sonno e durante il sogno proprio perché quest’ultimo è camuffato dai “processi primari” e l’autore non capisce il vero significato e può continuare a dormire e a scaricare le tensioni. Il sogno pone il problema, rievoca il trauma, riesuma il dolore e induce a riflettere. Il sogno dice anche del progressivo grado di “razionalizzazione del lutto” e dei vissuti che hanno contraddistinto la conoscenza e la frequenza del caro estinto. Il sogno non si esime dal dire anche i vissuti intimi e privati, quelli che opportunamente decodificati servono a portare avanti la presa di coscienza.
Questa benefica opera di “pulizia del camino” mi accingo a fare nell’interpretare il breve sogno di Stefano.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ho sognato mio fratello, che è mancato a fine agosto, che mi faceva vedere con soddisfazione il suo bottino di caccia:

Stefano ha subito un grave lutto e sogna dopo alcuni mesi il fratello in versione vivente e attiva, in piena lena e nel pieno delle sue conquiste, pienamente appagato e orgoglioso. Lo sogna in una “posizione psichica narcisistica”, in una decisa esibizione delle sue capacità e del suo potere. Stefano rivive in sogno il suo vissuto, l’immagine psichica introiettata e dominante del fratello: l’uomo capace, volitivo, ottimista, esibizionista, pieno di sé, aggressivo e affermativo. Usa il “meccanismo psichico di difesa” della “proiezione” per comunicare il suo desiderio e il suo bisogno di padroneggiare meglio l’amor proprio e l’autostima, per migliorare il suo naturale narcisismo e per essere aggressivo nel modo giusto verso il mondo esterno e nelle relazioni intriganti.
Vediamo i simboli: “mi faceva vedere” condensa l’esibizionismo narcisistico, la “soddisfazione” contiene la capacità di pienezza psicofisica, “bottino” significa pragmatismo e utilitarismo, “caccia” rappresenta l’aggressività e la pulsione sadomasochistica nonché gli investimenti di libido di qualità seduttiva.
I simboli confermano l’immagine descritta in precedenza e, nello specifico, la capacità affermativa e il primato riconosciuti da Stefano al fratello defunto, un vero leader e non certo un gregario, un uomo che insegna e in cui si può identificare. Il “sentimento della rivalità fraterna” si è sublimato nel sentimento benefico dell’invidia, del “vedo in te” quello che mi piacerebbe avere.

“8 beccacce e sorridendo mi ha detto “dai, vieni anche tu!”

Stefano ha maturato una proficua stima e un valido apprezzamento nei confronti del fratello nel corso della sua adolescenza e giovinezza. Ha anche istruito una buona “identificazione” in alcuni tratti psichici caratteristici del fratello e nello specifico l’abilità aggressiva e la capacità seduttiva. Le “beccacce” rappresentano simbolicamente nel contesto il frutto di un’opera di seduzione operata da un maschio narcisista. Stefano si fa dire in sogno dal fratello di associarsi a lui nell’esercizio della seduzione e nell’esibizione della virilità. La beccaccia ha una simbologia fallica “in primis”, ma “in secundis” coniuga l’aggressività sessuale con l’arte della seduzione. A Stefano, che sta sognando, si pone il dubbio di cosa il fratello defunto ha voluto comunicargli, ma, in effetti, la domanda corretta è la seguente: “cosa ho fatto dire a mio fratello e cosa ho proiettato di mio in lui?” La risposta è la seguente: “ho sognato le caratteristiche psichiche che ho sempre apprezzato in lui e che ho desiderato per me.” Un altro risvolto del sogno è legato alla superstizione e all’immediato pensiero sul “dai, vieni anche tu!” Si tratta di un sogno metafisico in cui mio fratello mi vuole con lui e mi esorta a morire per andarlo a trovare? Anche questo pensiero è legittimo nell’immediato risveglio, ma si sa che il sogno non ha proprietà metapsichiche e metafisiche, tanto meno magiche e stregonesche. Abbiamo detto che Stefano ha proiettato i suoi bisogni di assimilare le doti maschili del fratello. Si tratta di una “identificazione” desiderata e maturata in vita e, nello specifico, di somigliargli nell’arte della seduzione, nella virilità e nell’aggressività. Aggiungo che Stefano colora il fratello con tinte narcisistiche accese e direttamente proporzionali alla sua umana ambizione di emergere socialmente e di avere successo con le donne.
Vediamo i simboli: “otto beccacce” rappresentano un rafforzamento della virilità e dell’affermatività aggressiva maschile, “sorridendo” condensa la seduzione e l’ammiccamento finalizzati al coito, “detto” comporta il dono della parola e la libido genitale, “dai” è un rafforzamento psichico e un alleato, “vieni anche tu” esprime il desiderio di assimilazione e di identificazione.
Questo è abbondantemente quello che dovevo al breve ma succoso sogno di Stefano.

PSICODINAMICA

Il sogno di Stefano svolge la psicodinamica dell’apprezzamento e dell’identificazione nell’abilità seduttiva e nella virilità del fratello defunto. Si suppone che ci sia stato nell’infanzia il sentimento della “rivalità fraterna”, ma il sogno verte sul rilievo dei tratti narcisistici del fratello e sul desiderio di assimilarli.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

La simbologia è stata abbondantemente trattata in corso d’opera.

Il sogno di Stefano rievoca l’archetipo della sessualità maschile in versione narcisistica.

Il “fantasma” in circolazione riguarda il corpo e l’esercizio degli investimenti di “libido narcisistica” e in prospettiva anche “genitale”. Non dimentichiamo che le beccacce sono “otto” e che l’identificazione è fortemente sollecitata.

Il sogno di Stefano presenta in atto le seguenti istanze psichiche: “Es” pulsionale rappresentazione dell’istinto in “ il suo bottino di caccia: 8 beccacce” e in “e sorridendo mi ha detto “dai, vieni anche tu!”, “Io” razionale e vigilante in “Ho sognato mio fratello, che è mancato a fine agosto, che mi faceva vedere”. Il “Super-Io” censorio e gestore del limite non è pervenuto.

Il sogno di Stefano snocciola la “posizione psichica narcisistica” con un occhio ben proteso verso la “posizione psichica genitale” e con un richiamo alla “posizione anale” e alla “libido sadomasochistica”: “mi faceva vedere il suo bottino di caccia: otto beccacce”.

Stefano usa nel sogno i seguenti “meccanismi psichici di difesa”: la “condensazione” in “bottino” e in “caccia” e in “beccacce” e in “sorridendo”, lo “spostamento” in “mi faceva vedere” e in “dai, vieni anche tu”, la “proiezione” in “il suo bottino di caccia”, la “identificazione” in “vieni anche tu”.

Il processo psichico di difesa della “regressione” è presente nei termini previsti dalla funzione onirica: azioni al posto dei pensieri e allucinazioni. Non è dato di rilevare nessun tentativo di “sublimazione”.

Il sogno di Stefano presenta uno spiccato tratto “narcisistico” all’interno di una organizzazione psichica reattiva “genitale”: “otto beccacce” e “sorridendo”.

Le figure retoriche elaborate da Stefano nel suo sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “bottino di caccia” e in “beccacce”, la “metonimia” o nesso logico in “otto” e in “sorridendo”.

Il sogno di Stefano può essere stimato la “allegoria del narcisismo”: “mi faceva vedere con soddisfazione il suo bottino di caccia: 8 beccacce”.

La “diagnosi” dice di un processo di “identificazione” ancora in corso ed emerso nella contingenza drammatica del lutto: desiderio e bisogno di aggressività affermativa e di volitività seduttiva.

La “prognosi” impone a Stefano di portare avanti la “razionalizzazione del lutto” risolvendo progressivamente l’angoscia e lasciando emergere il dolore della perdita, ma soprattutto di gradire il dono attribuito al fratello defunto di raggiungere la consapevolezza della sua ammirazione verso le abilità seduttive e di portarle a buon fine per il miglioramento della qualità delle relazioni significative e importanti. L’apprezzamento nasconde il desiderio.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella frustrazione del desiderio e del bisogno e in una psiconevrosi isterica con conversione delle tensioni inappagate e non scaricate in sintomi fastidiosi che abbassano la qualità della vita corrente.

Il “grado di purezza onirica”, la contaminazione del sogno da parte della ragione vigilante appena Stefano si sveglia e immette la logica narrativa nel ricordare quello che ha sognato, é “buono” semplicemente perché il prodotto e breve e dal sapore metafisico: comunicazione inquietante dall’aldilà.

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Stefano, si attesta in una sofferenza in riguardo al lutto e in un ricordo spontaneo dei modi di essere e di esibirsi del fratello.

La “qualità onirica” si attesta nella tendenza metafisica che rende il sogno particolarmente “metapsichico”: al di là della scienza psicologica e delle teorie conclamate e sperimentate nella pratica clinica: “dai, vieni anche tu!”.

Stefano ha sognato nella “seconda fase del sonno REM” alla luce del contenuto tensivo, il lutto, e della stranezza della trama. Per inciso, ricordo che le teorie scientifiche contemporanee affermano che il sogno avviene anche nelle fasi del sonno NONREM nonostante la catatonia e la quasi assenza di memoria. Già la trama si ricorda male nelle fasi REM, figuriamoci nelle fasi catatoniche.

Il “fattore allucinatorio” o l’esaltazione delle funzioni sensoriali si manifestano nel senso della “vista” in “mi faceva vedere” e dello “udito” in “mi ha detto”. Per il resto Stefano sogna in maniera composta le stranezze inquietanti della sua elaborazione psichica.

Il “grado di attendibilità” della decodificazione del sogno di Stefano è “buona” alla luce della chiarezza della simbologia e della psicodinamica, per cui il “grado di fallacia” é minimo.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Stefano è stata analizzata da un lettore anonimo che non si è voluto qualificare. Alla fine ha posto le seguenti domande.

Domanda
Certo che il sogno era breve e lei ci ha tirato fuori un casino di roba, tanta roba, troppa roba per essere vera.

Risposta
Eppure ti dirò che mi sono moderato e che tutto quello che ho scritto risponde a verità, nel senso che si poteva dire e scrivere. Non era un sogno difficile da interpretare, era un sogno ricco di agganci e di riferimenti. La tanta roba che ho tirato fuori attesta quanto siamo ricchi dentro e quanto siamo semplici e complessi nello stesso tempo.

Domanda
E’ sicuro che i sogni non hanno niente a che vedere con i morti? Io ho sentito dire che i nostri defunti vivono accanto a noi in una dimensione parallela e che ci guidano, ci aiutano e ci assistono mentre viviamo e quando moriamo. Sognandoli entriamo nella loro dimensione e comunichiamo con loro in maniera difficile da capire a volte.

Risposta
Ho sentito anch’io questa storiella che è frutto dei desideri dei vivi o dei superstiziosi, di chi ha tanti sensi di colpa o di chi è rimasto dipendente dai propri morti. Insomma posso considerarla una “fantasticheria” o un “sogno a occhi aperti” o un “delirio” e potrei interpretarla o decodificarla.

Domanda
Addirittura! E che cosa significa questa fantasticheria?

Risposta
In soldoni e in sintesi significa che il morto ce l’hai dentro e te lo porti dietro perché è tutta roba che ti riguarda, conflitti psichici che riguardano tutto quello che non riesci a far nascere di te, il “non nato di te”. Stai attento anche perché si usano meccanismi psichici di difesa pericolosi per l’equilibrio psichico come la “scissione”.

Domanda
Anche le fantasie si possono spiegare adesso come se fossero delle cose reali. Ma se sono fantasie? Lo dice la parola stessa che non esistono nella realtà.

Risposta
Le fantasie sono dei prodotti psichici più reali del re e della realtà messi insieme. Fantasia significa allucinazione, ciò che appare nella luce e la parola deriva dal greco antico. Le fantasie sono realissime e sono strumenti di diagnosi e di conoscenza psicologica proprio perché risalgono dal profondo psichico, dalla parte sommersa dell’icesberg, quella che non si vede e che sostiene la parte emersa. La fantasia sfugge al controllo dell’Io razionale perché quest’ultimo nell’immediato non la capisce e non la sa interpretare. La fantasia tradisce il materiale psichico indicibile e censurato, condensa quello che non si può dire e comunicare. La fantasia è come il sogno, un sogno a occhi aperti.

Domanda
Io sono una persona semplice e vado con il senso comune. Ma perché la beccaccia è simbolo del sesso maschile?

Risposta
Non si può sapere tutto, ma la domanda che fai non ha una risposta semplice perché la spiegazione affonda le sue radici nella notte dei tempi. Mi spiegherò al meglio possibile. La beccaccia è un condensato del fallo perché in un’unica rappresentazione si intersecano molte catene associative e le energie relative. I “processi psichici primari” elaborano la beccaccia riscontrando una similarità o una somiglianza con l’organo sessuale maschile e associano le emozioni collegate all’attività sessuale maschile. La cultura ufficiale popolare usa il termine “uccello” per intendere lo stesso oggetto genitale. Esistono varianti sul tema degli uccelli che volando cercano di posarsi nel posto giusto. La beccaccia becca e viene associata alla funzione penetrativa del pene. Anche a livello figurativo ha una certa somiglianza alla struttura del sesso. In ogni caso è difficile rispondere alla tua semplice domanda e spiegare bene il perché della simbologia della beccaccia.

Domanda
Io so che con il termine uccello si intende l’organo, ma capisco anche che la storia si tramanda ed è ricca. Comunque ho capito. Mi dica se Stefano può essere contento di quello che lei ha scritto.

Risposta
Contentissimo e semplicemente perché può sapere qualcosa di più di sé e dei vissuti e dei sentimenti verso il fratello. Può tranquillizzarsi. Stefano sa che i sogni non sono banali nella loro apparente assurdità e tanto meno superstiziosi. Sono sicuro che ne farà tesoro.

Domanda
Senta, io ho dei simboli che lei non potrebbe mai spiegare perché li ho inventati io quand’ero bambino. Come la mettiamo?

Risposta
Bella provocazione! E’ una questione che si dibatte anche tra gli specialisti. Ti dico e ti spiego cosa penso io. La funzione simbolica è umana e si usa abbondantemente nell’infanzia. E’ personale e io non potrei mai sapere che il tuo “ciuccino” è un tuo amuleto ed è simbolo di non so cosa. Siamo d’accordissimo. E allora, se tu vai in psicoterapia psicoanalitica spiegherai il tuo sogno e i tuoi simboli durante il trattamento e il tuo analista potrà capire e spiegarti meglio le psicodinamiche e i significati del tuo sogno. Ma tu hai formato questi simboli quando eri dentro una campana di vetro o mentre vivevi insieme agli altri? E non puoi essere stato condizionato o influenzato dalla cultura o dai genitori o dagli insegnanti? Certamente sì. E allora tu pensavi di essere originale, ma sei stato condizionato e hai seguito senza accorgertene e senza volerlo gli insegnamenti sociali. Resta però verissimo che tu hai una capacità creativa che io non potrò mai spiegare se tu non mi dici i significati dei tuoi simboli. Resta vero che durante i trattamenti analitici i sogni si spiegano in seduta e li spiega il paziente con l’aiuto dell’analista. Ma vuoi che in un sogno che tu fai ci sia tutta farina del tuo sacco e non ci sia un simbolo collettivo o un archetipo o simbolo universale? Io penso che un sogno è il risultato di un complesso lavoro simbolico dove l’individuale si sposa con il collettivo perché noi siamo animali sociali e culturali nel senso che formiamo e usiamo schemi e segni o significanti che hanno un significato individuale e collettivo. Esempio: il tuo “ciuccino” in ogni caso ti riporta alla figura materna e alla sfera affettiva, “posizione psichica orale”, anche se tu gli hai dato un altro significato simbolico.

Domanda
Ho capito quello che ha detto e sono d’accordo. A volte lei è difficile da capire, ma, se vuole, si sa spiegare anche bene. Non avrei altre domande. Anzi, le chiedo di chiarirmi la “posizione edipica” e di dirmi se bisogna andare d’accordo con i propri genitori sempre, anche quando ti hanno fatto del male.

Risposta
A suo tempo ho scritto e suggerito di adottare i genitori nell’età senile e di goderli al massimo per un nostro benessere psicologico. Ma esistono i genitori che fanno del male ai figli? Risposta affermativa. Esistono genitori che per loro scompenso psichico fanno tanto male ai figli. Pur tuttavia, bisogna riconoscerli sempre come le nostre origini e il nostro fondamento psichico, come i “segni” dei nostri “significanti” e dei nostri “significati”, come coloro che ci hanno istruito sin dalla tenera età. Rifiutarli è come rifiutare una parte psichica consistente e basilare di noi stessi. Bisogna essere migliori, se loro sono stati pessimi e aiutarli nella loro vecchiaia a morire bene. Bisogna che noi ci congediamo da galantuomini dai nostri genitori. Per quanto riguarda la “posizione edipica” dico che si attesta nella conflittualità che ogni figlio vive normalmente nei riguardi dei genitori. E’ un lungo periodo di turbolenza emotiva e sentimentale, ma è fondamentale per la formazione della “organizzazione psichica reattiva” ossia del carattere o della personalità o della struttura. Dalla risoluzione progressiva di questa dialettica emergono le modalità d’investimento della libido, di amare e di relazionarsi.

Domanda
Quale canzone ha scelto per il sogno di Stefano?

Risposta
Non potevo aver dubbi: “Mio fratello” cantata da Biagio Antonacci e scritta da un siciliano doc, Mario Incudine, uno che non compone canzoni e non scrive versi, ma “cunta i cunti”, “racconta i racconti”. L’argomento è pari pari quello del sogno: un fratello leader e innovativo, effervescente e creativo che desta sentimenti ambivalenti, interesse e repulsione proprio per la sua vena poetica.

Domanda
Cunta i cunti?

Risposta
Anche Camilleri racconta i racconti ascoltati dal nonno e dalla nonna o dalla gente che lo circondava nella sua infanzia. Scrivere non equivale a creare, ma a ripetere in maniera personale, una contaminazione di quello che è stato detto e che si può ripetere innovando soltanto la forma per essere capito. Ho tradotto il brano in dialetto siciliano per meglio afferrare il senso della poetica popolare di Mario Incudine, ma la musicalità del dialetto è già una poesia sonora che è messa dentro i significati del testo italiano, oltretutto esaltati dalla voce limpida di Biagio Antonacci.

“Tu che guardi me,
pensa a guardare te stesso.
Lasciami vivere,
nessuno mi può giudicare.
Tu che guardi me,
pensa a guardare te stesso.
Lasciami cantare,
questa è soltanto una canzone.
Abbassate tutti gli occhi,
se vi trovate davanti agli specchi,
perché tutto quello che non si può nascondere
brilla come la luce del sole.
Tira la pietra chi è senza peccato,
non c’è condanna,
non c’è condannato.
Ho visto il mondo rivoltato.
La pecora zoppa insegue il lupo.

 

“GLI ACULEI NEL PIEDE”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Gervasio sogna di essere in compagnia di una ragazza e di avere con lei delle effusioni amorose.
Lei gli tocca le mani e lui la guarda negli occhi.
Tra loro due c’è una forte tensione sessuale.
Sta per succedere qualcosa, ma tutto si conclude con un niente di fatto.
Cambia scena.
Gervasio è seduto e sente degli aculei nel piede.
Li tocca con la mano e li toglie uno per uno senza provare dolore.”

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno esprime lo stato psichico in atto, offre una diagnosi, contiene una prognosi, presenta un rischio psicopatologico. Queste nobili e proficue caratteristiche rientrano da sempre nella griglia dei sogni che da due anni decodifico in questo blog.
Nel sogno di Gervasio queste voci sono presenti e non hanno bisogno di essere desunte. Infatti, Gervasio comunica il suo desiderio erotico, le sue paure, la sua diagnosi, la sua terapia. Gervasio espone il suo prodotto psichico in maniera logica consequenziale e riserva i simboli al momento in cui si profila “l’angoscia di castrazione”, per cui è costretto a ricorrere ai meccanismi psichici di difesa della “condensazione” e dello “spostamento” per non scatenare l’incubo e il risveglio immediato.
Pochi elementi danno la possibilità di ricostruire il pregresso psichico che il sogno non dice ma suppone nel suo linguaggio simbolico.
Punto dopo punto si può procedere nella conferma analitica di quanto affermato.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Gervasio sogna di essere in compagnia di una ragazza e di avere con lei delle effusioni amorose.”

Gervasio è un tipo pratico e spedito e il sogno lo rappresenta molto bene. Questa “ragazza” non rappresenta la sua “parte psichica femminile” e tanto meno la platonica compagna di scuola, questa ragazza è il concreto oggetto del suo desiderio erotico e sessuale, una donna giovane in carne e ossa, in ormone e pulsione, in sensi e desiderio.
Le “effusioni amorose” sono reali schermaglie erotiche in espressione di una pulsione desiderativa e niente di simbolico del tipo “comunione di beni”. Gervasio è mezzo sveglio ed esprime in sogno quello che sente e che pensa senza bisogno di difendersi con “condensazioni” e “spostamenti” e altre cianfrusaglie dispersive, almeno per il momento.
Gervasio è nell’ultima fase REM e si trova nello stato psicofisico mattutino di eccitazione sessuale e di desiderio di una donna. Gervasio è mezzo sveglio e mezzo addormentato.

“Lei gli tocca le mani e lui la guarda negli occhi.”

L’approccio è timido e rispettoso anche se spesso sono i particolari, apparentemente deboli, a fare la differenza nell’eccitazione dei sensi.
Sacro e devoto, platonico del tipo stralunato è questo “guardare negli occhi”, una ricerca non dello spirito interiore ma della sicurezza. Gervasio non sa se affidarsi alla donna e la guarda negli occhi come un bambino guarda la mamma per carpirne le intenzioni.
Le “mani” sono simbolo di relazione e di rassicurazione, di rispetto e di riconoscimento, di ruolo e di funzione. Ai padri, ai gerarchi religiosi e ai “mammasantissima” si baciamo le mani e in segno di saluto si dice proprio “baciamo le mani a vossignoria”. Gervasio si apre e dice che ha bisogno di una donna che lo rassicura anche nei delicati frangenti sessuali. La donna è superiore a lui, questa donna che è oggetto ambivalente del suo desiderio sessuale.
Tutto questo secondo il vangelo psichico di Gervasio.

“Tra loro due c’è una forte tensione sessuale.”

Gervasio costruisce il sogno ed esprime “una forte tensione sessuale”, uno stato di alta eccitazione sessuale. Importante che non si tratti di un’ansia da prestazione, tanto meno di un’angoscia da “castrazione”, un malanno nevrotico che si profila in tutti i figli maschi in conflitto “edipico” con il padre. Gervasio indica la “libido genitale” come benefica molla di tanto eccitante faccia a faccia con la donna.
Il termine “tensione” è preferito all’oculato termine “eccitazione”, quasi come un “lapsus” che tradisce il “fantasma” ambivalente della donna, quella che può far bene e quella che può far male.
Gervasio adulto ha un conto psichico in sospeso che chiede gli interessi proprio nel momento in cui investe la sua “libido genitale”.

“Sta per succedere qualcosa, ma tutto si conclude con un niente di fatto.”

In tanto stato neurovegetativo affiorano pulsioni e desideri, colpe e punizioni, il corredo angoscioso della “castrazione”.
“Qualcosa” si combina con “un niente di fatto”.
Che delusione!
“Si conclude” il travaglio in un andata in bianco, in un fallimento della prestazione, in un inganno del sesso, in una delusione dei sensi, in una frustrazione della “libido genitale”, quella che era partita bene e che poi è regredita all’isolamento narcisistico. Gervasio è troppo artefatto e poco spontaneo nel gioco naturale delle pulsioni, è molto ragionato e difeso. Gervasio è regredito, è pieno di paure in riguardo a se stesso e alle donne, ubbidisce al “fantasma” a suo tempo elaborato e introiettato.
Il “niente di fatto” è totalitario e senza sfumature, si può pensare a un incidente sessuale del tipo una mancata erezione o una eiaculazione precipitosa, piuttosto che a un diniego della ragazza e a un suo tirarsi indietro.

“Cambia scena.”

Illusione!
Apparentemente “cambia scena” onirica, perché in effetti è sempre la stessa: il prosieguo riflessivo di quanto accaduto, dell’incidente sessuale. Il discorso onirico adesso diventa simbolico perché l’angoscia del fallimento indurrebbe il risveglio. Invece, le mirabili capacità del sogno suggeriscono cosa fare e di cosa si tratta. Il sognatore Gervasio interpreta e sana le ferite continuando a dormire.

“Gervasio è seduto e sente degli aculei nel piede.”

Inizio con la decodificazione dei simboli che adesso sono comparsi per difendere il sonno.
“Seduto” condensa la sosta riflessiva, gli “aculei” rappresentano simbolicamente i fantasmi e i traumi in riguardo alla sessualità, il “piede” è il classico simbolo fallico.
Gervasio ha vissuti negativi in riguardo al suo organo sessuale e alla sua funzionalità. Il “piede” ferito dagli aculei attesta di dolorosi tormenti e di “angosce di castrazione”, di una disfunzione d’organo a causa di una conversione in sintomo delle tensioni legate ai fantasmi irrequieti e irrisolti.

“Li tocca con la mano e li toglie uno per uno senza provare dolore.”

Colpo di scena!
Gervasio sa di sé e dei suoi traumi.
Gervasio si è messo in discussione perché riesuma senza dolore la conflittualità legata alla sua formazione sessuale. Gervasio ha già sofferto in analisi e adesso deve soltanto riflettere per pochi secondi sulle idee e sulle emozioni che hanno accompagnato la sua evoluzione psicofisica. Di poi, la sua aggressività sessuale, quella sana e necessaria per l’erezione, farà il resto al meglio possibile nelle condizioni psicofisiche date.
Il sogno dice che bisogna giustamente riflettere sui propri “fantasmi” per impedirne l’effetto negativo. La consapevolezza di sé e dei propri traumi è ancora una volta vincente. Meglio: la “coscienza di sé” dispone positivamente verso le pulsioni naturali più delicate, quelle della “posizione genitale” quando la “libido” è relazionata e diretta dall’Io all’esterno.
Ribadisco, in conclusione, che è degno di rilievo il ricorso della funzione onirica ai “processi primari”, ai simboli, pochi ma buoni, per dire e servire, dire il conflitto e servire la terapia continuando a dormire, senza interrompere la benefica funzione rigeneratrice del sonno.

PSICODINAMICA

Il sogno di Gervasio elabora, in maniera inizialmente discorsiva e di poi simbolica, la psicodinamica della relazione con la donna e nello specifico quella sessuale, rievoca la “parte negativa” del “fantasma” della donna e l’angoscia di “castrazione” legata alla “posizione edipica”, alla relazione conflittuale con il padre. Il sogno mostra in conclusione una buona presa di coscienza al riguardo, suppone una psicoterapia andata a buon fine nella risoluzione del “fantasma della donna” e dell’angoscia edipica di “castrazione”, per cui non ci saranno in atto nell’amplesso sessuale i fantasmi di una madre seduttiva e di un padre punitivo.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Nel sogno di Gervaso sono in funzione le istanze psichiche “Io”, “Es” e “Super-Io”.
L’istanza vigilante e razionale “Io” è presente in “Cambia scena.”.
L’istanza pulsionale “Es” si manifesta in “avere con lei delle effusioni amorose. Lei gli tocca le mani e lui la guarda negli occhi.” e in “sente degli aculei nel piede. Li tocca con la mano e li toglie uno per uno senza provare dolore.”
L’istanza censoria “Super-Io” è implicita in “tutto si conclude con un niente di fatto.”
Il sogno di Gervasio esprime la “posizione psichica genitale” in “essere in compagnia di una ragazza e di avere con lei delle effusioni amorose.”, la “posizione psichica edipica” in “Gervasio è seduto e sente degli aculei nel piede.”

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa dall’angoscia usati da Gervasio nel sogno sono la “condensazione” in “aculei” e in “piede”, lo “spostamento” in “Li tocca con la mano e li toglie uno per uno”, la “figurabilità” in “aculei nel piede. Li tocca con la mano e li toglie uno per uno senza provare dolore.”, la “drammatizzazione” in “Lei gli tocca le mani e lui la guarda negli occhi.”
Il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” non è presente nel sogno di Gervasio.
Il processo psichico di difesa della “regressione” si manifesta normalmente nella psicodinamica neurofisiologica del sognare e si suppone in “Sta per succedere qualcosa, ma tutto si conclude con un niente di fatto.”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Ricordando che “organizzazione psichica reattiva” rievoca il vecchio e popolare “carattere” e la vaga e nobile “personalità”, bisogna rilevare che essa mette in risalto la formazione psicofisica in atto. La “organizzazione reattiva” si forma con l’esercizio vitale e in concorso con l’evoluzione delle varie “posizioni psichiche” in una sintesi organizzata e possibilmente ordinata.
Dal sogno si può desumere il tratto che emerge e la possibile “posizione” richiamata e che si impone rispetto alle altre. I sogni, quindi, non danno un quadro psichico completo ed esaustivo del soggetto, ma soltanto tratti o attributi.
Il sogno di Gervasio esprime decisamente un tratto “edipico” all’interno di una cornice “genitale”: conflitto con il padre e disposizione donativa della “libido”.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Gervasio costruisce e usa le seguenti figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “aculei” e “piede” e in “mani” e in “occhi”, la “metonimia” o nesso logico in “Li tocca con la mano e li toglie”, la “enfasi” o forza espressiva in “Sta per succedere qualcosa”.
Nel sogno di Gervasio prevale il discorso prosaico su quello poetico.

DIAGNOSI

Il sogno di Gervasio dice chiaramente di una conflittualità edipica e di una conseguente “angoscia di castrazione” risolte beneficamente con la psicoterapia. La crisi della “libido genitale” si supera e si ripara con la presa di coscienza.

PROGNOSI

Gervasio deve operare sempre con il “sapere di sé” acquisito e deve usarlo non soltanto nelle relazioni sessuali, ma anche in tutto quello che pensa e che opera. Questa operazione va eseguita senza fanatismo e con la massima naturalezza, lasciando spazio anche all’insuccesso iniziale per compensarsi ampiamente nel finale.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un “ritorno del sintomo” e in una difficoltà temporanea nel vissuto della figura femminile: disturbo erettile ed eiaculazione precoce.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Gervasio è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Il “simbolismo” della parte finale compensa ampiamente il realismo discorsivo della prima parte.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Nel prosieguo del mio studio sui sogni è necessario introdurre la voce in questione per sondare quanto possa essere soggettiva o oggettiva, approssimativa o verosimile la decodificazione del prodotto psichico pervenuto. E’ possibile che l’interpretazione risenta di forzature a causa di una mia arroganza o di mancanza di elementi atti a comprovare quanto affermato, per cui valuterò criticamente la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria.
All’uopo stabilisco una scala da “uno” a “cinque” in cui 1 equivale all’oggettività e 5 denuncia una forzatura interpretativa e una probabilità di verità. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate.
La decodificazione del sogno di Gervasio, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “2” a causa della sua ridotta simbologia e della chiara psicodinamica.
Voglio significare, ripetendomi, che l’interpretazione ha una buona oggettività scientifica e che non ha subito forzature interpretative.

RESTO DIURNO

Può bastare una semplice pulsione erotica e un altrettanto semplice desiderio sessuale per scatenare il sogno di Gervasio.
Il “resto diurno” o causa scatenante del “resto notturno” o sogno di Gervasio si attesta nella normalità della vita corrente e nelle mille occasioni quotidiane di vivere la propria sessualità e le relazioni eccitanti: ormone e pulsione, desiderio ed eccitazione.

QUALITA’ ONIRICA

Il sogno di Gervasio ha una qualità fortemente “cenestetica”, comunica sensazioni e suppone percezioni mettendo all’erta il sistema sensoriale di chi legge. Gli esempi seguenti confermano quanto affermato: “avere con lei delle effusioni amorose” e “Lei gli tocca le mani e lui la guarda negli occhi.” e “Tra loro due c’è una forte tensione sessuale.” e “sente degli aculei nel piede.” e “Li tocca con la mano e li toglie uno per uno senza provare dolore.”.

REM – NONREM

Il sogno di Gervasio presenta una consequenzialità logica e simbolica, per cui è stato elaborato in una fase REM mediana, la seconda o la terza, tra le ore tre e le quattro e possibilmente a traino di una naturale erezione notturna o mattutina.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La funzione della memoria e la vigilanza dell’Io sono, anche se in parte, presenti nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove sono quasi assenti.

FATTORE ALLUCINATORIO

I sensi chiamati in causa e in servizio dal sogno di Gervasio sono i seguenti: la “vista” in tutto il sogno e nello specifico in “lui la guarda negli occhi.” e in “Cambia scena.”, il “tatto” in “sente degli aculei nel piede.” e in “Li tocca con la mano e li toglie uno per uno senza provare dolore.” e in “Lei gli tocca le mani”. Il sogno di Gervasio allucina alla grande il “tatto” e nella norma la “vista”. Non sono in atto altri sensi.
Una complicazione allucinatoria sensoriale è espressa in “effusioni amorose” e in “Tra loro due c’è una forte tensione sessuale.”

DOMANDE & RISPOSTE

Il lettore anonimo ha letto la decodificazione del sogno di Gervasio e ha formulato le seguenti domande.

Domanda
Un sogno iniziato male e concluso bene?

Risposta
All’inizio si trattava di un problema sessuale classicamente maschile, la paura della donna e la castrazione, la disfunzione erettile e l’impotenza dell’eiaculazione precoce, ma di poi tutto si risolto positivamente nel ricordo di un conflitto con il padre e in un benessere acquisito grazie alla psicoterapia.

Domanda
Perché il sogno può essere stato provocato dall’erezione notturna e poi si è concluso senza consumare?

Risposta
Il sogno provoca sensazioni e allucinazioni e si articola anche in base alle reazioni neurovegetative. Mi spiego meglio. Gervasio poteva eccitarsi costruendo eroticamente il suo sogno o per un naturale fattore fisiologico, quell’erezione mattutina che è il classico segnale di un benessere corpo-mente. Alla fine del sogno ha prevalso il fattore psichico sul fattore organico, il fantasma e il conflitto edipici con erezione in atto o senza.

Domanda
I sogni del mattino sono più interessanti e intriganti?

Risposta
E’ proprio vero. La causa si attesta sul fatto che si è mezzi svegli, si ricorda di più e si può costruire meglio il sogno. Al mattino la fase REM è prolungata e la fase NONREM è di poco spessore catatonico.

Domanda
Perché?

Risposta
Perché siamo mezzi svegli e perché abbiamo dormito abbastanza e perché le “batterie” si sono ricaricate.

Domanda
Ma è proprio sicuro che Gervasio ha fatto psicoterapia?

Risposta
Determinante è la simbologia dinamica del togliersi gli aculei dal piede senza percepire dolore. Questo è possibile semplicemente perché la sofferenza l’ha vissuta man mano che razionalizzava in seduta i suoi fantasmi edipici.

Domanda
Ma non può essere una difesa?

Risposta
Non sentire dolore per non affrontare il problema? Si tratterebbe, quindi, di una “resistenza” alla presa di coscienza del rimosso, più che di una “difesa” psichica classica. Confermo che l’assenza di dolore suppone tanto dolore vissuto a suo tempo, quindi di un’esperienza analitica vissuta e risolta.

Domanda
Non è un sogno interessante o mi sbaglio?

Risposta
Il sintomo è talmente diffuso che potrebbe sembrare un sogno obsoleto, ma la formulazione e la risoluzione sono degne di grande interesse.

Domanda
Da cosa dipendono la mancanza di erezione e l’eiaculazione precoce?

Risposta
A livello di “fantasmi” insorgono le seduzioni vissute nei riguardi della figura materna e la severità affettiva della figura paterna. Il desiderio ambivalente di affidarsi e di fuggire dalla madre inficia la pulsione sessuale “genitale” o coito e produce come risoluzione a tanto disagio psicofisico la mancata erezione o l’eiaculazione “ante portas, davanti l’ingresso vaginale, o subito dopo la penetrazione. Trattasi di una grande agitazione psichica convertita maldestramente nel corpo e risolta in maniera sessualmente parziale.

Domanda
Sempre colpa del padre e della madre. Un’esagerazione!

Risposta
Si tratta del vissuto del figlio. Nulla contro le figure imprescindibili della nostra origine. Proprio per questa prerogativa sono tanto inquisite.

Domanda
Ci vuole proprio la psicoterapia per risolvere questi disturbi?

Risposta
Una psicoterapia anche breve è determinante. Trattandosi di disturbi clinicamente di lieve entità ma che fanno tanto soffrire il maschio che li vive e li subisce, è importante quanto meno consultare un urologo e soprattutto uno psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico. Migliorare la qualità della propria vita è il motto di chi si vuol bene e la vita sessuale incide al settanta per cento in tale benefico compito.

Domanda
Mi spiega la funzione rigeneratrice del sonno e del sogno?
Mi sembra di aver capito che sonno e sogno sono abbastanza turbolenti.

Risposta
Osservazione veritiera!
Il sonno nelle fasi REM e il sogno con le sue allucinazioni sensoriali producono fenomeni psicofisici veramente forti e crudi, fenomeni che nella veglia sono psicopatologici. Questo è anche il motivo che induce l’insonnia nel bambino e nell’adulto in associazione al “fantasma di abbandono” nel primo e del “fantasma di morte” nel secondo. La funzione rigeneratrice fisiologica si attesta nella ricarica dei neuroni e nella scarica o abreazione delle tensioni, la funzione onirica s’incentra nella formulazione del materiale psichico che occupa la psiche e nel suggerire la possibile risoluzione.

Domanda
L’insonnia, quindi, è psicosomatica?

Risposta
Escluse le cause organiche, si trova immancabilmente nel corso delle psicoterapie psicoanalitiche una consistente “angoscia di morte” e, più precocemente si è formata, più pericolosa e malefica è. Il sonno viene vissuto come un abbandonarsi alle spire maligne dell’inanimazione irreversibile, la morte, e di conseguenza bisogna sempre vigilare: una tanatofobia.

Domanda
Ma si risolve?

Risposta
E’ resistente e si risolve in parte come tutte le fobie. Certo non è una psicoterapia breve quella che aiuta la remissione del sintomo “insonnia”. E’ un sintomo radicato in fantasmi precoci di abbandono, per cui richiede una certosina ricerca e una cauta analisi.

Domanda
Il sonnambulismo è una forma d’insonnia?

Risposta
Assolutamente no!
Il sonnambulismo è un disturbo del sonno. Il sonnambulo si sveglia senza averne coscienza, non riconosce e distingue il sonno dalla veglia. Il sintomo è pericoloso per l’incolumità della persona perché può buttarsi giù da una finestra o da un balcone o cadere dalle scale. Per questo motivo la prima precauzione è quella di eliminare i pericoli attorno al sonnambulo. Anche in questo caso la psicoterapia è necessaria e salvifica.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

I disturbi sessuali maschili di natura psichica sono legati alla “posizione edipica”, all’aspro conflitto con il padre e alla relazione ambivalente con la madre: l’eiaculazione precoce e ritardata e la caduta dell’erezione.
Quale psicodinamica e quali fantasmi?
Di fronte alla nudità femminile e all’imminenza della penetrazione il pene
o non si erige
o si erige e subito dopo perde l’erezione “ante portas” della vagina
o penetra e subito dopo si affloscia
o penetra e subito dopo eiacula
o penetra e non eiacula.
Queste sono le forme più comuni del disturbo psicosomatico della funzione erettile e della “impotentia coeundi”, ma esistono forme individuali e varianti sul tema degne di essere considerate in un trattamento psicoterapeutico.
La psicodinamica è “edipica”: fantasmi del padre e della madre nella versione “negativa”, padre castrante e madre seduttiva nell’eiaculazione precoce e madre manipolatrice nell’eiaculazione ritardata.
Come insegna il sogno di Gervasio, si tratta di una banale psiconevrosi isterica con conversione, un disturbo delicato risolvibile con le adeguate prese di coscienza e la conseguente riduzione della tensione nervosa in una con i vari e variopinti complessi d’inferiorità e d’inadeguatezza. E’ proprio quest’ultima a creare il corto circuito della mancata erezione e dell’eiaculazione precoce, mentre per l’eiaculazione ritardata la tensione subentra progressivamente in corso d’opera.
La prognosi esige l’amorosa cura del corpo e l’accettazione, altrettanto amorosa, delle fattezze e delle conformazioni anatomiche.
Determinante è, pur tuttavia, la risoluzione della relazione profonda con il padre e la madre e a tal uopo è necessaria la psicoterapia psicoanalitica.
In un periodo storico e culturale in cui vengono fuori quotidianamente violenze sessuali subite a vario modo e a vario titolo, degni di grande importanza sono i traumi prodotti dalla pedofilia e dal mondo adulto psicopatico.

Concludo il sogno di Gervasio con un cumulo di parole liberamente associate in possibile narrazione e tendenti a evocare nel lettore la “posizione edipica”. Si tratta di farina del mio sacco impastata a forma di “reverie”.
Lo spazio è Pieve di Soligo, il tempo è il mese di maggio dell’anno millenovecentoottantadue.

LE PAROLE DI UN RICORDO

Cresciuto attorno a un desco fiorito d’occhi di bambini
e tra gente intimorita dalla fame e dall’autorità paterna,
figure sempre pronte a districare gli enigmi e a sbarcare il lunario,
un bambino,
“ ‘nu criature niru niru”,
chiedeva a una madre indifferente:
“mamma, non lasciarmi solo!”
I suoi occhi erano strani,
un verde scagliato di bruno,
e non sapevano affidarsi
e non sapevano fuggire.
“Vuoi un bacio o una carezza?
Forse vuoi dirmi che ti senti tanto solo
tra gente distratta e senza fantasia?
Io posso offrirti uno sgabuzzino per nascondere le lacrime
o un dimenticatoio per conservare le emozioni.
Sei forse costretto a sentirti vivo?
Non darti in pasto alla nostalgia
e al ricordo di ciò che hai soltanto desiderato!”
Mamma!
Mamma, non regalare le tue belle parole
al filo del telefono con la tachicardia tra i seni
e per le tue belle labbra incerte
ci saranno sempre due occhi splendenti di un bimbo innamorato
che per un momento ha deciso di non sentirsi solo.
I patti sono sempre scellerati.
Lasciali ai mafiosi e alle suore frustrate
che puzzano di santità.
Non tentare la fortuna di un’orgogliosa solitudine
e a un caffè amaro preferirai la follia sincera
di chi ti frastorna e non odora di povertà.
Mamma!
Ti prego, non sentirti sola!
La tua libidine, dimenticala tra le pieghe dei cuscini, a cosa ti serve ormai?
Soltanto io sono la tua insidia.
Se mi parli,
ridono i nostri occhi belli.
Lasciati tentare da un bacio rubato
per averne ancora tantissimi da desiderare.
Non sei d’accordo?
Va bene lo stesso,
ma non essere sola,
ti prego,
e parlami con gli occhi.

“Mela melina,
dolce e carina,
rossa e rotonda,
mela gioconda,
come ti mordo
nel mio ricordo.”

Se ti muovi,
scarica eros il tuo corpo aspro di adolescente cresciuta in fretta
e mai diventata donna.
Come farai a essere madre di otto figli?
Va bene lo stesso,
ma non essere sola,
ti prego,
e parlami con gli occhi.

“Mele meline,
dolci e carine,
rosse e rotonde,
mele gioconde,
come vi mordo
nel mio ricordo.”

Quando cammini, sei tra maschio e femmina,
tra uno sculettare e un incedere imperioso da vanagloriosa qualunquista.
Regali ancora i tuoi seni al destino infame?
Non correre troppo,
altrimenti si vede che sei femmina,
una malafemmina
che della seduzione ha fatto un’arma dolce e micidiale,
come la sirena Lighea,
figlia di Calliope e di un delfino.
I tuoi occhi sono haschisc
o, se vuoi, due tazzulelle e cafè,
ch’i tant l’adda girà
e tant l’adda girà,
ch’o roce d’inta tazza
coppa a bbocca m’adda ‘rivà.
I poeti muoiono sempre
e poi rinascono come i ramarri.
Tu,
per quello che ti compete,
leggimi un po’ ogni sera
per tenermi ancora in vita.
Il poeta è stato oscurato dalla censura delle sue stesse rimozioni.
Che il dimenticare sia sempre lieve.
Hai vissuto soltanto pochi giorni di sole?
Assolvi la tua debolezza
e dolce ti sia ancora e sempre il ricordare.

Salvatore Vallone