LA TUA MANO TRA LE MIE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi sono svegliata agitata e piangendo.
L’unica immagine era quella di tenere stretta la mano di un uomo sconosciuto tra le mie mani.”

Questo sogno è firmato da Martina Sharapova.

DECODOFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno è lapidario, intenso, poetico, mistico.
I tratti psichici si mescolano con gli attributi estetici per condensarsi con la provocazione “cenestetica”. Il cospirare dei sensi e delle emozioni: agitazione e pianto.
Ci si chiede necessariamente: tutto questo corredo di pregi in una semplice e “unica immagine”, quella di “tenere stretta la mano di un uomo sconosciuto tra le mie mani”?
Certamente sì!
Questo sogno ha una forte valenza estetica, è un quadro d’arte senza tempo, è un condensato psichico di naturale creatività, attesta che l’arte siamo noi e che i nostri capolavori li elaboriamo mentre dormiamo.
Il sogno di Martina conferma che le modalità di pensiero usate dal “processo primario” sono quelle che storicamente si sono anche affermate nelle teorie sull’Arte a partire dalla filosofia del sommo Aristotele, la “Poetica” per l’appunto con la teoria della “catarsi”, purificazione dell’angoscia e sublimazione dell’aggressività.

“Mi sono svegliata agitata e piangendo.”

Domanda legittima: un sogno, oltretutto così breve, può scatenare una reazione nervosa ed emotiva così intensa?
Certamente sì!
E non soltanto a Martina Sharapova, ma anche a Tizio, a Caia, a Sempronia e anche e ancora a Bortolo, a tutti, in universale e al di là delle razze, a tutti quelli che sono nati, nascono e nasceranno da madre e da padre o che hanno avuto, hanno e avranno madre e padre.
A livello neurofisiologico la tensione nervosa prodotta dal sogno è stata tecnicamente “abreata”, volgarmente scaricata, nello stato di agitazione e nel pianto: la ”abreazione” è un meccanismo psicofisico di difesa in base al quale il sistema neurologico turbato ritorna in equilibrio scaricando le tensioni prodotte dal “significato latente” producendo un sintomo o un sogno.
Vogliamo anche parlare di “conversione isterica”?
Si tratta di un meccanismo psichico di difesa dalle tensioni in eccesso molto usato e che consiste sempre nella loro somatizzazione, ”conversione” in sintomo e in turbamento delle funzioni organiche.
A livello psichico il meccanismo della “rimozione” non ha funzionato e si è avuto il “ritorno del rimosso” nel sogno con la caduta della vigilanza durante il sonno.
Il quadro estetico di Martina è “cenestetico” ed è in linea con l’emozione artistica dell’autore che crea da sveglio e dal profondo, del fruitore che ammira l’opera e rievoca il suo vissuto in proposito, di chi compone esprimendo il suo “Sé” e di chi guarda e commuove il suo “Sé” tramite la provocazione del “Sé” altrui: umana e non “celeste è questa comunione d’amorosi sensi”.
Il sogno di Martina scatena la bellezza che è dentro di noi, come voleva Kant?
O esprime l’Assoluto, Idea e Natura, dal punto di vista dell’Io, come voleva Shelling?
O è un dosaggio armonico di forma e contenuto, come voleva don Benedetto Croce?
Quanti filosofi e quali filosofie per analizzare un povero e semplice sogno!
Ci stanno tutti e tutte.
Questo richiamo serve per capire che il “processo primario” è stato elaborato “in primis” nelle filosofie dei filosofi e “in secundis” che il sogno è un prodotto artistico perché elaborato dal “processo primario”. L’artista opera di giorno e da sveglio ubbidendo allo stesso registro che tutti indistintamente usiamo quando dormiamo e sogniamo.
I filosofi del Romanticismo affermavano che “l’uomo è un mendicante quando pensa e un dio quando sogna.”
Ritorniamo al sogno di Martina.
Il tema è universale?
Assolutamente!
Trattasi del rapporto “padre e figlia”, quello che tecnicamente si definisce “posizione edipica”.
La trama del sogno è lineare e logicamente comprensibile, non ha alcuna incongruenza e non è paradossale, ma nella sua semplicità e chiarezza è ricca di simbolismo con le sue “condensazioni” e i suoi “spostamenti”: un sogno semplice semplice ma molto complesso.
Il tutto è condito dal processo psichico di difesa della “sublimazione”, per cui il sogno di Martina si esalta nell’opera d’arte.
La “sublimazione” del contenuto psichico insito nella “mano tra le mani” si attesta nella dimensione mistica, oltre che estetica: l’erotismo si esalta nella bellezza e nel sacro.
Inoltre: il sogno di Martina insegna che anche le opere d’arte, essendo prodotti del “processo primario”, si possono decodificare come i sogni rafforzandosi di umanità e di comprensione.
Dopo tanto preambolo passo alla decodificazione psicodinamica del prodotto onirico di Martina Sharapova, una donna che ha il cognome della mia tennista preferita.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Tenere stretta la mano di un uomo sconosciuto tra le mie mani.” Questa frase logicamente significa un contatto fisico e una relazione sociale. “Un uomo sconosciuto” condensa la figura paterna.
“La mano tra le mie mani” è la “traslazione” simbolica dell’intimità sessuale, l’avvolgimento amoroso degli organi sessuali.
Il brevissimo sogno attesta ed elabora il desiderio edipico che Martina ha vissuto nella sua infanzia nei riguardi del padre. Il sogno verte sulla “posizione edipica”.
L’agitazione e il pianto si spiegano in questo modo: non era una semplice stretta di mano, ma un vissuto intenso di desiderio e di possesso.
Perché l’uomo era sconosciuto?
Perché altrimenti il “contenuto latente” sarebbe coinciso con il “contenuto manifesto” facendo scattare l’incubo e il risveglio immediato. Già non conoscendolo Martina si è agitata fuor di maniera, figuriamoci se si fosse presentato l’immagine dell’augusto e desiderato genitore e figuriamoci se si fosse presentato nell’intimità simbolica di un gesto amoroso.
Quello di Martina è un sogno ricorrente proprio nei termini in cui è stato elaborato: “la tua mano tra le mie”.
La “mano” è un simbolo preciso, relazione di pelle e contatto polivalente; l’intensità emotiva stabilisce il tipo di contatto, formale o sostanzioso.
Le “mani” che contengono e traslano il calore di un rapporto sessuale: le mani si accomodano a modo di vagina secondo la figura retorica della “metafora”.
Il fantasma del padre edipico è presente e altrettanto diffuso nell’”uomo sconosciuto”.
Come si è detto in precedenza la “psicodinamica” riguarda la “posizione edipica” e nello specifico il desiderio intimo nei riguardi del padre. La madre non compare in alcun modo.
I “meccanismi e i processi psichici” di difesa sono la “condensazione” in “mano” e “mani”, lo “spostamento” in “uomo sconosciuto”, il “ritorno del rimosso e la conversione isterica” in “agitata”, “l’abreazione e la formazione di sintomo” in “piangendo”. Il processo psichico di difesa presente è la “sublimazione della libido” in “tenere stretta la mano di un uomo sconosciuto tra le mie mani.”
La “figura retorica” presente è la “metafora” o rapporto di somiglianza in “la mano… tra le mie mani.”
La “diagnosi” vuole la rievocazione della “posizione edipica” di Martina nella assoluta normalità anche nello struggimento finale.
La “prognosi” esige che tutto si mantenga così come si manifesta nel sogno.
Martina può conservare il buon vissuto verso il padre come forma di attrazione nei confronti del maschio in esaltazione della sua femminilità.
Il “rischio psicopatologico” si attesta nell’accentuarsi di una psiconevrosi isterica, nella conversione delle tensioni in disturbi psicosomatici.
Il tratto evidenziato della “formazione psichica reattiva” è isterico alla luce delle forti emozioni del risveglio e del contesto affettivo del contatto epiteliale.
Il “grado di purezza onirica” è molto alto per l’apparente logica e per il ricco contenuto emotivo.
In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Martina Sharapova è “5” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Nel sogno di Martina le modalità di pensiero dell’Io autocosciente in riguardo al “processo primario” si attestano nella “condensazione” e nello “spostamento”.
Definiamo in termini precisi.
La “condensazione” è una modalità del funzionamento dei processi onirici in base alla quale un’unica rappresentazione costituisce l’intersecazione di catene associative formate da altre rappresentazioni; su questa unica rappresentazione vengono investite e conglobate le energie psichiche relative a ciascuna rappresentazione.
Un’unica rappresentazione, quindi, condensa tutte le altre rappresentazioni per via associativa.
La “condensazione” ha per conseguenza la sovradeterminazione del sogno o di alcuni suoi elementi, i quali possono assumere interpretazioni diverse e parimenti valide a livelli differenti.
Per “spostamento” s’intende l’atto magnetico di attrazione, scivolamento e dirottamento di un investimento energetico da una precisa rappresentazione originaria lungo una via associativa che collega rappresentazioni diverse e porta alla formazione di un’altra rappresentazione.
La carica psichica e la verità oggettiva di una rappresentazione, a suo tempo rimosse, vengono spostate in sogno su un’altra rappresentazione o su una serie di rappresentazioni che si possono associare in maniera congrua e funzionale alla prima.
Lo “spostamento” comporta anche il trasferimento e il raffreddamento della carica psichica di una rappresentazione in altre rappresentazioni di per se tesse emotivamente meno forti e intense, ma sempre collegate alla prima da una catena associativa.
Questo trasferimento e questo raffreddamento di energie ha una funzione difensiva, in quanto l’Io permette nel sogno, proprio attraverso l’azione della “censura”, soltanto l’accesso e la rielaborazione di rappresentazioni emotivamente meno intense e adeguatamente camuffate per quanto riguarda il contenuto e il significato.
Il sogno si serve dei meccanismi della “condensazione” e dello “spostamento” per tutelare il “contenuto latente” dal rischio di coincidere con il “contenuto manifesto” ossia da un’evidente e precisa manifestazione del materiale psichico rimosso.
Questi meccanismi segnano il passaggio da una rappresentazione astratta a una rappresentazione concreta, ad esempio dall’idea della morte all’immagine di un cimitero o di un distacco affettivo; tale operazione ha sempre una funzione difensiva dall’angoscia.
Un esempio psicopatologico di “condensazione” e di “spostamento” nella veglia è il sintomo fobico e ossessivo, il quale contiene ma nasconde la vera paura e consente all’angoscia sottesa di scaricarsi in parte attraverso il canale traslato del sintomo stesso senza la coscienza della vera causa del conflitto psichico.

PILLOLE DI SOGNI

 

 Mi sono arrivati sogni semplici con richieste di chiarimento.

Le metto insieme e rispondo al meglio agli arditi marinai.

Anche se non li decodificherò secondo lo schema completo per mancanza di elementi, sono convinto che la richiesta sarà pienamente soddisfatta.

Nelle “Riflessioni metodologiche” troverete risposte a domande teoriche specifiche.

 

LE RISATE LIBERATORIE DI MARILENA

“Marilena sogna il suo ex che ironizza su tutto e sdrammatizza, com’era solito fare al tempo della loro storia. Cominciano a ridere di vero gusto e in maniera veramente liberatoria.”

 

Il presente non è allettante nel versante sessuale? E allora Marilena torna indietro al tempo dell’appagamento gratificante della sua “libido genitale”. La memoria recupera il meglio del meglio tra gli ex partner e sceglie un uomo libero da resistenze e pregiudizi, un maschio che quando fa le cose si coinvolge, una persona destrutturata e per niente seriosa:” il suo ex che ironizza su tutto. “L’ironia” di Socrate consisteva proprio nella liberazione dalle false verità su se stessi; di poi, poteva nascere il vero “Io”. “Sdrammatizzare” nella veglia può essere un segno di superficialità o una fuga dal problema, ma in sogno si traduce nella “catarsi” del senso di colpa, nel saper disinvestire e controinvestire le migliori energie psicofisiche in progetti gratificanti: un uomo libero, libertario e liberatore, un uomo che ti fa tanto “ridere” e di gusto.

“Ridere” attesta simbolicamente di una sessualità eccitante e appagante: l’orgasmo in due. La breve nota onirica di Marilena insegna che la vita sessuale esige il disimpegno dalle resistenze e dalle paure, la disposizione a lasciarsi andare al moto organico e funzionale del corpo e nello specifico lasciare che il sistema neurovegetativo faccia degnamente il suo lavoro.

Ecco come si spiega “Cominciano a ridere di vero gusto e in maniera veramente liberatoria.”

“Ridere” rievoca il film “Ombre bianche” e la cultura esquimese che vuole nei valori dell’ospitalità concedere la propria donna all’ospite.

Marilena prende atto in sogno della sua situazione psicofisica, la frustrazione sessuale.

Il sogno evidenzia l’uso della “condensazione” e della “metafora” in “ridere”. “L’ironia” è frutto del meccanismo dello “spostamento” e della “metonimia”.

La nostalgia è una brutta bestia da domare, così come il presente è degno di considerazione e di manovre adeguate per essere migliorato.

 

 

LA DEFLORAZIONE MANCATA

“Mi guardo allo specchio e vedo che ho pochi denti separati e tremolanti.

Meno male che la bocca non sanguina.”

 

Questa nota onirica porta la firma di Marietto.

 

Parto dalla fine. La “bocca” è simbolo dell’organo sessuale femminile, oltre che l’organo della “libido orale” e la sede della funzione affettiva. La “bocca” è formata dalle labbra e possiede i suoi umori. Una “bocca che sanguina” equivale pari pari alla deflorazione secondo natura per una donna. Una “bocca che non sanguina” si traduce nella mancata deflorazione della donna secondo la paura di Marietto. Quest’ultimo deve rafforzare l’identità sessuale, “mi guardo allo specchio”, dal momento che i denti, simboli dell’aggressività, sono pochi, sparuti e tremolanti. Marietto vive un conflitto in riguardo alla sua aggressività sessuale, è inibito e ha paura di non riuscire nella naturale impresa.

Del resto, nella vita sessuale maschile la giusta aggressività è necessaria per l’erezione, a sua volta più che mai necessaria per la naturale deflorazione. Se l’erezione è “tremolante” e l’aggressività è insufficiente, non si può far “sanguinare la bocca” e la pulsione sessuale resta un pio desiderio.

L’aggressività sessuale maschile non deve essere fraintesa con la violenza. Trattasi di sicurezza impositiva e di orgoglio virile, una piccola dose di “libido fallico-narcisistica” sposata con la “libido genitale”, l’attrazione erotica e il riconoscimento amoroso della donna.

In bocca al lupo, Marietto!

Hai tanto da vivere con i giusti ritocchi psicofisici di rassicurazione e di rafforzamento.

I meccanismi usati per comporre il breve sogno sono la “condensazione” e la “metafora” nella “bocca”, relazione di somiglianza. Lo “specchio” rappresenta la “proiezione” di sé, lo “specchio” restituisce una consapevolezza migliore. Il “dente” condensa un simbolo fallico di forza e di potere e ha un nesso logico con l’aggressività per cui s’inquadra in una “metonimia”. Il “tremolante” rappresenta una perdita di potere e una crisi della sicurezza.

 

IL NESSO GIUSTO

“Ho sognato che non passavo con il mio corpo da una porta per accedere alla stanza attigua, mentre il mio amico, che è tanto più grasso di me, ci passava tranquillamente e senza alcuna fatica.”

 

Peter ha qualche problema intellettivo, magari una scarsa fiducia nelle sue capacità mentali o una boria intellettiva che non sa dove far poggiare. Peter non sa fare i giusti collegamenti tra i concetti, ha qualche “deficit” intuitivo e non possiede una buona logica consequenziale. Forse Peter non sa fare grandi discorsi e non è un gran parolaio. Forse a Peter la scuola ha negato gli strumenti giusti per interpretare se stesso e la realtà che lo circonda. E così sin da bambino ha maturato un complesso d’inferiorità intellettiva che poi magari ha compensato con una buona pratica e un valido pragmatismo. Magari Peter è un capitano d’industria, un vecchio padrone che si porta dietro come un vizio assurdo la licenza di terza media e il dialetto al posto della lingua italiana. Il mancato passaggio da una stanza all’altra condensa l’incapacità di connettere e di mettere nessi logici nei discorsi, oltre che l’invidia nei confronti di chiunque sa mettere insieme parole e concetti.

“Da una porta per accedere alla stanza attigua” è una “metafora” frutto di “traslazione”.

E’ molto importante per Peter che non compensi questa sua inferiorità mentale con l’arroganza affettiva e il potere sul prossimo.

 

LA PARTE NEGATIVA DEL FANTASMA DELLA MADRE

“Mia figlia Immacolatella mi ha detto che ha fatto un brutto sogno, ha sognato la strega.”

 

La mamma di Immacolatella è napoletana e si chiama Marianella. Il vezzeggiativo nei nomi è un meraviglioso uso linguistico dei napoletani, oltre che un candore affettivo, una protezione e una cura dei bambini che si manifestano già dal nome.

Immacolatella sogna la “parte negativa del fantasma della madre”. La “parte positiva” è la fatina o la regina o qualsiasi altra figura nobile e altolocata. I bambini cominciano a usare il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia dello “splitting” o scissione sin dai primi mesi di vita. Ha inizio l’organizzazione del pensiero e dell’Io, una modalità primaria fortemente emotiva che l’infante, “ senza parole”, vive esorcizzando l’angoscia legata alla possibilità che la mamma non ci sia più ad accudirlo, a nutrirlo, ad amarlo, a proteggerlo e a chiamarla Immacolatella, un nome meraviglioso.

La “strega” condensa la parte anaffettiva della madre dal momento che nessuno garantisce al bambino che la mamma ci sarà sempre e che sarà premurosa come sempre. Il meccanismo dello “splitting” lo manteniamo e lo usiamo per tutta la vita, ma bisogna esserne consapevoli per non regredire a fasi di sviluppo incompatibili con la realtà in atto.

Immacolatella può ancora emozionarsi con i naturali fantasmi. Da grande li vivrà come una ricchezza della sua fantasia e della sua persona.

 

I MIEI FIGLI SOGNANO

“Dado sogna di trovarsi dentro una piscina grande come una stanza e dove c’è poca acqua. Si tuffa e chiaramente non riesce a nuotare.”

“Ninny sogna di avere la sensazione di cadere nel vuoto.”

 

Dado e Ninny sono i figli di Fiorella.

 

Partiamo dall’ultimo, da Ninny. “Cadere nel vuoto” condensa un normalissimo “fantasma depressivo di perdita” che si formula nel modo seguente: “ah, se la mamma non ci fosse!”

Ecco come si spiega il sogno del piccolo Ninny.

Avere tanta madre, una donna bella, buona e saggia, comporta per il bambino anche la possibilità, il timore e l’angoscia della perdita di cotanto regalo di madre natura. La connotazione affettiva è direttamente proporzionale all’intensità dell’angoscia e alla dipendenza psichica. Per questo motivo bisogna sempre favorire l’autonomia dei figli, per consentire loro di razionalizzare le angosce quanto prima possibile. Bisogna svezzarli non soltanto dai pannolini Pampers o dagli omogeneizzati Plasmon, ma soprattutto liberarli progressivamente dalla dipendenza dai genitori, madre “in primis” dal momento che il padre di suo gode dell’immunità ingiustificabile e ingiustificata di colui che procaccia il cibo e che a casa c’è poco.

E Dado?

Cosa possiamo dire a Dado in riguardo al suo sogno?

La “piscina grande” rappresenta la figura materna, “l’acqua” è un classico simbolo dell’universo femminile, il “tuffarsi” attesta di un bisogno di affidamento e di una ricerca fiduciosa della madre, il “non riuscire a nuotare” equivale simbolicamente a godere di poca madre a causa del problema della rivalità fraterna. C’è poca madre per il primo figlio che si è sentito defenestrato dal suo ruolo di unico fruitore del bene materno, mentre  il secondo trova già l’ingombro e non può non contemplarlo, deve accettarlo e non si pone per lui il problema dell’intruso, ma la necessità di adattarsi alla situazione e di acchiappare più che può in qualsiasi modo: intelligenza pragmatica e utilitarismo, non astrazione e filosofismi per il secondo, sensibilità affettiva e pudore sentimentale per il primo.

Tanta madre deve distribuirsi equamente secondo i bisogni della prole e deve essere brava a capire le sensibilità dei figli e darsi “toto corde” e “tota mente”.

Auguri Fiorella!

E’ tutto normale e sotto controllo.

 

CONSIDERAZIONI

 

Queste pillole di sogni non sono per niente amare e mi son piaciute perché ho dismesso il ruolo tecnico del ricercatore senza cadere nella banalità.

Alla prossima!

 

 

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

 

Esistono due caratteri uguali?

Spesso mi si rivolge questa domanda.

La risposta è negativa.

I gemelli monozigoti, eterozigoti, fratelli e sorelle di qualsiasi collocazione non hanno caratteri simili. Non è possibile trovare caratteri identici.

Preciso che i termini “carattere” e tanto meno “personalità” sono approssimativi, per cui è appropriato parlare di “organizzazione psichica reattiva”.

E allora, esistono “formazioni psichiche reattive” identiche?

La risposta è ancora una volta negativa.

E nei gemelli siamesi?

Ancora negativa.

I gemelli siamesi hanno due cervelli e due menti. Di conseguenza, i vissuti psichici si differenziano in base alla modalità mentale di approccio dell’uno o dell’altro.

Esistono tratti identici nelle “formazioni psichiche reattive” degli uomini?

La risposta è negativa, ma è necessario precisare che esistono tratti similari ma non simili.

Ma, se tutti nasciamo da padre e da madre e condividiamo in universale o in gruppo la stessa educazione, gli stessi valori, gli stessi schemi culturali, come è possibile che non esistano due “organizzazioni” o due tratti simili?

Adduco l’esempio del codice a barre: basta una lineetta diversa per differenziarsi, basta una sfumatura di vissuto e si differenzia “l’organizzazione”.

Almeno in questo settore vige l’originalità e l’unicità. La Psiche si differenzia dal Soma. Mentre possono esistere due corpi uguali, quasi clonati, ma non è detto che sia così, di sicuro non esistono due “formazioni reattive” simili anche se cresciuti nello stesso ambiente e con le stesse persone.

Altra domanda: perché si definisce “organizzazione psichica reattiva” e che cosa vuol dire “reattiva”?

Parto dall’ultima domanda. “Reattiva” attesta della modalità psichica di reagire con i vari “meccanismi e processi di difesa” all’angoscia che è la malattia di base dell’uomo, l’angoscia depressiva di morte, la “malattia mortale” come la chiamava Soren Kierkegaard, il filosofo antihegeliano e antesignano dell’Esistenzialismo con il suo pessimismo individuale a base religiosa.

“Organizzazione” è il risultato momentaneo di un insieme di tratti psichici legati all’evoluzione e attesta del lavoro mentale e del lavorio psico-culturale investiti nel corso progressivo della formazione.

La base di tutto è un organo non adeguatamente conosciuto, il Cervello.

Ma di questo si parlerà nella decodificazione dei prossimi sogni.

 

IO E MIO PADRE

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero a casa dei nonni con mio padre.

Sentiamo confusione: il telefono squilla e il campanello di casa suona.

Vado a sentire e nessuno risponde, vado a vedere e non c’è nessuno al cancello.

Torno in salotto dove si sta cenando e sentiamo altro rumore.

Vado a vedere e, quando apro la porta, vedo una figura maschile nell’ombra che scappa.

L’angoscia del ladro mi sveglia.

Questo è il primo sogno di Marcinkus.

“Io e mio padre apriamo la porta della cantina e troviamo tanti ladri che dormono.

Chiudiamo piano piano la porta e scappiamo in canoa sul fiume.”

Questo è il secondo sogno di Marcinkus.

 

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

I due sogni di Marcinkus sono stati elaborati a distanza di pochi giorni. Il giovane adolescente mi chiede, dal momento che riguardano lo stesso tema, se sviluppano la stessa psicodinamica. La risposta è positiva, ma ha bisogno di alcune precisazioni. I due sogni riguardano la “posizione edipica”, i vissuti e i fantasmi relativi alla relazione con i genitori e, nel caso specifico, approfondiscono l’identificazione del figlio nella figura paterna a risoluzione del precedente conflitto causato dalla relazione privilegiata e interessata con la figura materna. I due sogni di Macinkus, quindi, mostrano chiaramente la fausta evoluzione della psicodinamica edipica. I tempi di risoluzione sono giusti, l’adolescenza, e altrettanto giusto è l’inizio delle conquiste in terra straniera da parte di Marcinkus, le giovani e procaci adolescenti della sua età dopo la conflittuale e mancata conquista materna. Il sogno conferma ancora una volta, qualora ce ne fosse bisogno, la sua funzione d’integrazione psichica dei fantasmi legati all’evoluzione e di riparazione del trauma attraverso l’elaborazione risolutoria dei vissuti in riguardo al padre e alla madre tramite i meccanismi o le modalità di pensiero del “processo primario”.

SIMBOLI ARCHETIPI FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero a casa dei nonni con mio padre.”

Il sogno esordisce con il riconoscimento del valore psico-culturale dell’unità familiare esibendo ben tre generazioni: i nonni, il padre e Marcinkus. La sfera affettiva è ben presente e ben presentata. Marcinkus può contare su una compagine affettiva allargata e di notevole valore.

 “Sentiamo confusione: il telefono squilla e il campanello di casa suona.”

 La funzione onirica si muove e complica le carte in tavola come in un thriller. Il senso evocato e coinvolto è l’udito e la simultaneità del telefono e del campanello crea agitazione in attesa che si chiarisca la situazione e l’emergenza. Simbolicamente “l’udito” attesta della sapienza nel valutare e dell’abilità nel riflettere. Evoca il collegamento tra la realtà esterna e il mondo interiore. “Sentire” è un assorbire e un reagire: uno stato d’all’erta. Il “sentire” attesta simbolicamente dell’evocazione e della risonanza emotiva di vissuti psichici, di fantasmi elaborati a suo tempo e ben sistemati nel “Profondo” psichico. L’essere in tre generazioni presenti allo strano evento è un rafforzamento psichico che crea sicurezza nel giovane Marcinkus.

“Vado a sentire e nessuno risponde, vado a vedere e non c’è nessuno al cancello.” 

Si profila una leggera angoscia in quest’atmosfera soffusa di mistero.

Chi chiama? Chi suona?

La risposta è “nessuno”.

Si tratta di un’allucinazione uditiva? O dal “Profondo” psichico sta emergendo qualche fantasma?

Buona la seconda!

Il “nessuno” è un qualcuno che si fa attendere nella sua manifestazione per dare al sonno la possibilità di continuare nel suo benefico effetto di ricostituzione psicofisica. Il “nessuno” simbolico attesta di una caduta depressiva degli investimenti della “libido” e di una crisi dell’identità psichica, ma in questo caso è un veicolo emotivo che in progressione trasporta il fantasma di un “qualcuno” che per il momento si è presentato come “nessuno”.

“Torno in salotto dove si sta cenando e sentiamo altro rumore.”

Marcinkus ha bisogno di rafforzarsi e di avere dalla sua parte l’ausilio affettivo di due generazioni. La “cena” condensa la comunione e lo scambio degli affetti nel luogo “salotto” classicamente deputato alle relazioni sociali e alle buone immagini di sé da offrire agli altri. Ma il fantasma urge e può presentarsi nella sua veste simbolica più convenzionale e diffusa.

 “Vado a vedere e, quando apro la porta, vedo una figura maschile nell’ombra che scappa.”

Marcinkus ha coraggio da vendere. Dopo aver sentito e atteso, adesso vuol “vedere”, un altro senso in ballo, la “vista”. Vuole prendere coscienza del “fantasma” in movimento dentro di lui. Si tratta di una figura maschile, il padre, che si traveste simbolicamente da “ladro” e che produce angoscia.

“L’angoscia del ladro mi sveglia.” 

Il “ladro” condensa la figura dell’uomo che ruba, che porta via, che si appropria indebitamente dei beni altrui. Il “ladro” ha una duplice valenza, è il padre che castra ed è l’”angoscia di castrazione”.

Cosa vuol dire a livello psicodinamico “castrazione”?

Nella “posizione edipica” s’intende per “castrazione” la deprivazione di una funzione come espiazione della colpa di aver tanto desiderato la madre entrando in conflitto con il padre. Con la “castrazione” si accetta l’autorità del capo e si riconosce il padre nei limiti del “Super-Io” e l’ordine morale ed etico costituito nella società.

Marcinkus si è portato a spasso per i sentieri tortuosi del sogno il padre sotto forma di amico e di figura in cui identificarsi a risoluzione della “posizione edipica” e sotto forma di nemico nella figura del ladro, di colui che mi punisce deprivandomi delle mie facoltà virili, del mio potere maschile di seduzione e di appagamento sessuale. Marcinkus si è portato a spasso per il sogno il padre e il fantasma del padre nella versione scissa: “parte positiva o padre buono” e “parte negativa o padre cattivo”.

In questo primo sogno, essendoci angoscia, c’è ancora in atto il conflitto con il padre, vissuto come nemico, perché Marcinkus non si è identificato in lui.

Passiamo al secondo sogno, quello elaborato qualche giorno dopo.

“Io e mio padre apriamo la porta della cantina e troviamo tanti ladri che dormono.”

Si presenta ancora il sodalizio con il padre, ma la psicodinamica edipica è in fase risolutiva. “La porta della cantina” rappresenta l’ingresso della “dimensione profonda” dove il meccanismo di difesa della “rimozione” ha relegato tutte le immagini negative del padre, i “tanti ladri”, quelli che asportano le doti e i gioielli. Ma questi mariuoli sono inerti e passivi, dormono e non influiscono nell’equilibrio psichico di Marcinkus perché sono stati razionalizzati e non disturbano l’armonia in atto.

Ma perché ci sono tanti ladri, tante immagini del “padre negativo”, quasi una per ogni stagione, quelle che abbiamo cominciato a elaborare dai quattro mesi di vita in su fino ai quattordici anni in atto?

Cosa fare?

Di questi ladri non se ne può fare a meno perché rientrano di diritto nella nostra “organizzazione psichica reattiva”.

Guai a non averli messi dentro!

Ma bisogna tenerli calmi, bisogna farli dormire. Fanno parte del gioco psichico, ci sostengono, ci aiutano a non azzardare, a non rischiare troppo sapendo che si è sensibili alla perdita e non si è onnipotenti o impotenti. La formula psichica giusta recita in questo modo: ho accettato e ho riconosciuto il padre, mi sono identificato in lui. Avrei potuto ucciderlo e mi sarei sentito in colpa come un assassino, avrei potuto onorarlo e sarei rimasto bambino e succubo della sua autorità. Adesso il suo riconoscimento si coniuga con la mia riconoscenza nei suoi confronti. Questo è il vero senso dell’amore del figlio nei confronti del padre.

“Chiudiamo piano piano la porta e scappiamo in canoa sul fiume.”

Il materiale psichico rimosso è sotto controllo, per cui si può andare a donne,  si può investire nel vario e variopinto universo femminile con tutta la vitalità seduttiva possibile: “scappiamo in canoa sul fiume.” La canoa è un simbolo femminile e l’acqua è simbolo della “libido”, dell’energia vitale.

PSICODINAMICA

I sogni di Marcinkus sono in collegamento ed evolvono la psicodinamica legata alla “posizione edipica”. Marcinkus rielabora la risoluzione corretta e classica dei fantasmi collegati alla relazione con le figure genitoriali. Il secondo sogno mostra l’identificazione al maschile nel padre.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Marcinkus è elaborato dall’”Io” onirico e dall’”Es”: i ladri, la cantina. Si profila l’istanza del “Super-Io” nella figura del padre, ma senza invadenza. La posizione dominante è quella edipica.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Sono presenti e pienamente in funzione i meccanismi psichici del “processo primario” della “condensazione”, dello “spostamento” e della “drammatizzazione”: sentire, vedere, nessuno, ladro, cantina, dormire, canoa, fiume, aprire e chiudere la porta. E’ presente il meccanismo principe di difesa della “rimozione” e una lieve “sublimazione” nel “ladro che dorme”. E’ in atto il meccanismo di difesa della “identificazione” in “io e mio padre”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Marcinkus manifesta nel sogno un tratto psichico “genitale” in una “organizzazione psichica reattiva” prevalentemente “orale”: sensibilità agli affetti e all’affettività.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche evocate e applicate sono la “metafora”, ladro e cantina, e la “metonimia”, canoa e porta.

DIAGNOSI

I sogni di Marcinkus attestano della risoluzione della “posizione edipica” sul versante paterno con progressiva identificazione.

PROGNOSI

Marcinkus deve portare avanti questo processo di emancipazione dal padre e rafforzare la sua identità maschile investendo la conquistata “libido” genitale.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una “regressione” dinamica alla conflittualità con il padre e in una mancata autonomia psichica, nonché al ritorno delle angosce edipiche di “castrazione”.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Marcinkus è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo,

“processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante” del sogno di Marcinkus si attesta in una frequentazione del padre e nel rivivere il buon rapporto che ha con lui.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

La “posizione edipica” si risolve o non si risolve? La “posizione edipica” non si risolve mai del tutto come le umane cose, per cui può succedere che a ottant’anni si riproponga in sogno una tematica edipica a conferma che nel “Profondo psichico” restano le tracce risolte e irrisolte della nostra relazione con i genitori e con gli annessi e i connessi del caso. La vita o meglio  l’esercizio del vivere riserva la riesumazione delle conflittualità e delle dipendenze dai genitori in base agli stimoli e ai fantasmi che intercorrono e si ridestano, per cui la consapevolezza della “posizione edipica” non è mai abbastanza e la presa di coscienza non è mai esaustiva perché nella psicologia dinamica vige la legge del “nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma o si evolve”. Importante è che la riedizione dei conflitti edipici abbiano breve durata e lascino il posto al ripristino dell’equilibrio psicofisico e alle funzioni dell’”Io” vigilante e razionale. La vita ci riserva sempre provocazioni e stimoli per rimetterci in discussione senza poter dire che tutto sia ultimato e risolto. Finché c’è vitalità, c’è speranza di rivivere.

LE BRIOCHES SECCHE E L’UCCELLO STUPENDO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

Mi trovo con mia mamma e cerchiamo cibo all’interno di un magazzino.

Mia mamma mi dà delle brioches al cioccolato piene di zucchero, buone in apparenza ma un po’ secche.

Mi chiedo perché mi dà brioches poco biologiche.

Mia madre scompare, mi trovo in casa e sto guardando da una finestra il cortile.

Si avvicina e si attacca alla finestra un uccello stupendo coloratissimo.

Le piume sono piene di fiori rosa e azzurri. Il corpo è colorato come l’arcobaleno.

Poi arriva un altro animale più brutto.

L’uccello colorato era un gufo simpatico come il pupazzo che ho in casa.”

Questo è il sogno di Lexeiandra.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Lexeiandra verte sui temi dell’affettività e della maternità. L’esordio propone gli affetti pregressi, normalmente evoluti e utili alla situazione esistenziale in atto: l’affetto della madre.

Di poi, il sogno elabora la situazione psichica e affettiva che Lexeiandra sta vivendo, le aspettative, i desideri, le esigenze di dare: i classici temi della “libido genitale”.

Il sogno di Lexeiandra si può proprio definire un monumento in onore della “libido genitale”, dell’amore materno nella dolce attesa di essere vissuto ed esercitato.

Il sogno viene elaborato da un ”Io” mezzo vigile e mezzo addormentato che rievoca e racconta formulando, nonostante la veglia, una simbologia interessante.

SIMBOLI ARCHETIPI FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Mi trovo con mia mamma e cerchiamo cibo…”

Manifesta è la dimensione affettiva: “mia mamma” e il “cibo”. Lexeiandra non poteva fare un’associazione così potente e chiara. Ma riattraversando l’amore materno lo trova inadeguato al presente: “mi dà brioches poco biologiche”. Lexeiandra si è identificata a suo tempo nella madre e ha maturato la sua identità femminile e la sua femminilità. Adesso sta procedendo per la sua strada secondo i suoi progetti di vita e le sue emergenze esistenziali. Le brioches “un po’ secche” attestano del tempo trascorso e dell’amore materno evoluto, nonché della ricerca di nuovi amori e di nuovi affetti. Aggiungo che il “secche” e il successivo “poco biologiche” possono attestare anche dell’età matura della madre e della conseguente sterilità: “Mi chiedo perché mi dà brioches poco biologiche.”

Questa è la prima parte del sogno di Lexeiandra secondo una versione immediata e appariscente. Andiamo a cogliere i successivi simboli alla luce dell’evoluzione del sogno.

Mia madre scompare e… sto guardando da una finestra il cortile.”

Lexiandra è cresciuta, è autonoma e socializza, ha saldato le dipendenze psichiche dalla madre e guarda il suo avvenire prossimo, nonché cosa succede attorno a lei. Il “cortile” rappresenta la realtà relazionale e sociale in atto, così come la “finestra”, oltre a ricordare il titolo di un famoso film di Hitchcock, è una naturale apertura verso il mondo e le sue tentazioni.

Si avvicina e si attacca alla finestra un uccello stupendo coloratissimo”

Ecco il registro altamente simbolico! Arriva la prospettiva futura della maternità sotto forma di “un uccello stupendo coloratissimo”, un chiaro simbolo della capacità procreativa maschile. Si profila dalla finestra un uomo secondo la figura retorica della “sineddoche”, “la parte al posto del tutto”, l’organo sessuale al posto della persona. Ma si sa che il sogno, usando le modalità di pensiero del “processo primario”, elabora i contenuti psichici in maniera poetica. L’uomo maschio “si attacca alla finestra” secondo altra figura retorica, la “metafora”, per simboleggiare il rapporto sessuale. L’attributo “stupendo” condensa una caduta della vigilanza della coscienza e un abbandono psicofisico degno del migliore orgasmo, mentre “coloratissimo” attesta la multiforme vitalità e la variegata gioia di vivere. Il “colore” condensa la vivacità psichica nelle sue diverse espressioni, nonché la varietà e la variabilità dell’umore. In ultimo bisogna notare la delicatezza della simbologia sessuale del coito: “si avvicina e si attacca alla finestra”. Il sogno, oltre che poetico, non è assolutamente volgare. “Si attacca” condensa affetto e desiderio, sentimento e pulsione.

Le piume sono piene di fiori rosa e azzurri. Il corpo è colorato come l’arcobaleno.”

La maternità non poteva essere celebrata in maniera più colorata e brillante. I “fiori rosa e azzurri” contengono i sessi del nascituro: la femminuccia è rosa, il maschietto è azzurro. La cultura popolare va fiera dei suoi simboli e anche il sistema commerciale non è da meno. “Le piume” contengono il calore affettivo che prelude l’amplesso genitale, quei rapporti sessuali consapevolmente finalizzati alla gravidanza, amplessi senza ansia e ricchi di tanto poetico mistero. Passiamo a “Il corpo è colorato come l’arcobaleno.” Il corpo è quello dell’uccello: trasposizione del corpo di un bimbo che nasce secondo arcobaleno, la gioia della luce, l’acqua e i raggi del sole. Lexeiandra è consapevole della sua pulsione sessuale e del suo desiderio di figliolanza. Il livello psicofisico è saturo. Si aspetta adesso che la natura biologica faccia il suo corso prima del decorso gravidico. Fin qui tutto è bello e poetico. Per completezza si ricordi che “l’arcobaleno” abbraccia a livello collettivo il valore culturale della pace e della fusione dei sessi, la tolleranza sessuale e la libertà di amare.

Poi arriva un altro animale più brutto.”

Ecco che immancabilmente nel sogno di Lexeiandra “arriva” il rovescio della medaglia. Dopo l’uomo buono e degno di fecondare si presenta l’uomo brutto, la “parte negativa del fantasma del maschio”, quello indegno di essere amato e di essere ammesso alla propria vita sessuale. Lexeiandra usa il meccanismo primitivo di difesa dello “splitting” e scinde il “fantasma del maschio” in “buono” e “cattivo” secondo la sua linea di difesa dal maschio. Lexeiandra non si abbandona al maschio, ma da lui vuole un figlio: questa è la sua verità profonda del sogno, questo è il conflitto psichico che si attesta nel desiderio o bisogno di avere un figlio e nel mancato affidamento a un uomo per motivi non soltanto estetici. Per Lexeiandra non esiste al mondo un uomo degno di lei e che possa essere il padre dei suoi figli. Può esistere un uomo strumento procreativo e allora deve essere stupendo, altrimenti gli mancherà sempre qualcosa. Questo è il senso e il significato di “un altro animale più brutto.” Estetica e genitalità, bellezza e fertilità sono doti importanti nel corredo della maternità di Lexeiandra.

L’uccello colorato era un gufo simpatico come il pupazzo che ho in casa.”

Traduzione immediata: l’immagine dell’uomo e il senso della maternità, il fantasma del maschio e il fantasma della genitalità sono dentro Lexeiandra e non sono agite perché sono inanimate, “il pupazzo che ho in casa.” Il “pupazzo” è un feticcio che esorcizza l’angoscia della sterilità e il conflitto con l’universo maschile per eccesso di esigenze a carico dell’uomo che deve essere bello e deve saper procreare. Lexeiandra si difende dal coinvolgimento con il “gufo simpatico” che da un lato stimola il ricordo e dall’altro esorcizza l’angoscia. Il “gufo” è un oggetto su cui Lexeiandra trasferisce i suoi investimenti ideali e materiali, i suoi pensieri e le sue pulsioni, le sue paure e i suoi desideri, e non è certo il simbolo della iettatura o della iella.

Ricordiamo che il sogno di Lexeiandra ha detto in precedenza che fuori dalla finestra, nel cortile, c’è l’uomo bello e capace con cui concepire un figlio o una figlia, per cui si è obbligati a ben sperare.

PSICODINAMICA

Il sogno di Lexeiandra svolge il bisogno di diventare madre e il conflitto psichico e relazionale di trovare l’uomo giusto e degno di diventare il padre dei suoi figli. Questa psicodinamica è inserita in una cornice affettiva contrastata a causa di un’inopportuna pulsione narcisistica.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

L’istanza “Io” elabora il sogno tra il sonno e il dormiveglia oscillando tra la “posizione psichica fallico-narcisistica” e la “posizione psichica genitale”: la “libido” al servizio di se stessa e la “libido al servizio della maternità. L’istanza “Es” si presenta nella pulsione affettiva, “posizione psichica orale”, e nel profilarsi contenuto e difeso dell’istinto materno. L’istanza “Super-Io” non è in funzione dal momento che non si trovano nel sogno censure morali e limiti sociali.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa coinvolti nel sogno di Lexeiandra sono la “condensazione”, lo “spostamento”, la “drammatizzazione”, la “simbolizzazione”, la “traslazione”, lo “splitting” o scissione del fantasma: “pupazzo”, “gufo”, “animale”, “arcobaleno”, “piume”, “uccello stupendo”, “finestra”, “cortile”, “brioches”, “cibo”, “biologico”. Il sogno di Lexeiandra viaggia dal passato al presente psichico in atto senza “sublimazioni” e tanto meno “regressioni”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Lexeiandra presenta tratti psichici marcatamente orali, narcisistici e genitali: affettivi, autocompiacenti, donativi. La “organizzazione psichica reattiva”, “ex carattere”, richiamata e prossima alla qualità “narcisistica”.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte sono la “sineddoche”, la “metafora”, la “metonimia”: “l’uccello”, la “finestra”, il “gufo” e altri simboli.

DIAGNOSI

La diagnosi dice che Lexeiandra sta maturando la possibilità della maternità e all’uopo si difende attraverso l’idealizzazione del maschio.

PROGNOSI

La prognosi impone a Lexeiandra di evolvere la pulsione narcisistica in “libido genitale”, di risolvere le sue resistenze alla relazione di coppia e alla maternità, di adire a una vita affettiva matura, di disporsi alla realizzazione dell’istinto materno.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella permanenza e nel rafforzamento del “narcisismo”, nella frustrazione dell’affettività e nello splendido isolamento con le conseguenti psiconevrosi depressive.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Lexeiandra è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Lexeiandra, può attestarsi in un pensiero ricorrente legato a un progetto di gravidanza o alla visione concreta del suo desiderio in un’altra donna.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

Quanto incide la vita psichica nella dimensione biologica della maternità? La sterilità femminile può essere psicogena? La risposta immediata è negativa. Assodata e ribadita la concezione “olistica” per cui la psiche e il corpo, “psicosoma”, sono un “tutto” inscindibile, si può ritenere che un eccesso neurovegetativo, uno squilibrio tra le pulsioni organiche e i vissuti psichici, può influenzare negativamente le varie funzioni coinvolte: il respiro, l’appetito, la digestione, la sessualità, la deambulazione e altro ancora. La medicina psicosomatica e il meccanismo psichico di difesa della “conversione isterica” attestano della sensibilità del sistema neurovegetativo alle suggestioni psichiche e alle cariche nervose. La letteratura clinica ha riportato e riporta l’influenza dell’emozione patologica nella biologia della fecondazione. Si è detto e scritto che nella “sterilità psicogena” avviene la secrezione vaginale di sostanze spermicide, per cui l’ingravidamento risulta di difficile realizzazione. Nulla togliendo alla crisi della “omeostasi” e alle “conversioni isteriche” in base alle quali le cariche nervose in eccesso si scaricano nelle funzioni del corpo inibendole in parte e in qualche modo, la biologia della fecondazione e della gravidanza sono dei pilastri del “Genio della Specie” e difficilmente si possono contrastare o addirittura inibire. Oggi la scienza e la tecnologia mediche sono in grado non solo di accertare oggettivamente il quadro clinico di ogni donna, ma possono progettare e realizzare interventi finalizzati alla fecondazione e alla gravidanza. La scienza psicologica attesta giustamente la possibilità dei disturbi psicosomatici giustificati, come si diceva in precedenza, con lo squilibrio tra vissuto e organo, tra tensione nervosa e funzione, ma la “sterilità psicogena” non è da ammettere nel quadro della “medicina psicosomatica”. In sintesi: è sacrosanto essere equilibrati e non mandare in “tilt” il sistema neurovegetativo, ma non risulta che la sterilità di una donna sia causata dalla psiche o a essa deputata nonostante la gravidanza isterica, l’amenorrea, la dismenorrea e gli altri disturbi psicosomatici dell’endocrinologia femminile.

Vince sempre il “Genio della Specie”.

VOGLIO DIRVI “GRAZIE”

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Perché il mio blog è approdato all’interpretazione di cento  sogni. 

Voglio dire “grazie” a Wendy, a Sam, a Mabrukka, a Maurizio 

e ancora a Lalay, ad Assuntina, a Francesca, a Sabino, a Lucia, a…    

e anche a tutti quelli che hanno frequentato il mio blog e ancora non 

hanno spedito i loro sogni. 

A VOI TUTTI Salvatore Vallone dice GRAZIE di vero cuore per avermi dato la possibilità di approfondire la ricerca sul sogno.

Come avete notato l’interpretazione degli ultimi sogni si è evoluta rispetto ai primi, è diventata più complessa e organizzata grazie al vostro prezioso contributo.

E allora andiamo ancora avanti insieme e sempre in maniera costruttiva.  

Nell’abbracciarvi idealmente uno per uno, vi comunico l’ultima sintesi teorica sul sogno.   

 VERSO UNA SINTESI PSICODINAMICA  SUL SOGNO

Nel costante cammino ermeneutico intrapreso dall’uomo il “sogno” non è più nella sua purezza riducibile alla lineare teoria freudiana dell’appagamento di un desiderio rimosso.

Lo stesso destino vale per la “Fantasia” e per i suoi tanti e ricchi prodotti.

La Psico-Semiologia esige che il “lavoro onirico”, notturno e diurno, sia  indagato da altre discipline scientifiche e che tale ricerca sia estesa a tutte le produzioni creative dell’uomo.

Dalle mie esperienze teoriche e pratiche consegue, nella provvisorietà e nella fallacia delle umane elaborazioni, la seguente griglia interpretativa.

– Il sogno è l’attività psichica del sonno e si svolge nelle fasi R.E.M. quando la funzione della memoria è favorita dallo stato di eccitazione del corpo. Questa teoria si è affermata negli anni 80. Oggi è degna di considerazione anche la teoria della “Continual Activation” sostenuta dalle ricerche delle neuroscienze: l’attività onirica è presente nelle fasi R.E.M. e NON R.E.M. del sonno. Le scienze neurofisiologiche che studiano il cervello sono impegnate nella ricerca in questo settore.

– Il sogno è il prodotto della realtà psichica in atto e l’espressione parziale della “organizzazione psichica evolutiva” che la contiene, la vecchia struttura o l’obsoleto carattere o la tradizionale personalità.

– Il sogno svolge psicodinamiche legate alle fasi evolutive della “libido”, (orale, anale, fallico-narcisistica e genitale), alla “posizione edipica” e al sentimento della “rivalità fraterna”, in generale le psicodinamiche funzionali alla formazione dell’organizzazione psichica.

– Il sogno ha valenza di diagnosi psicologica.

– Il sogno ha valenza di prognosi psicologica.

– Il sogno ha inscritto il rischio psicopatologico.

– Il sogno si può definire “resto notturno” in quanto non è ricordato nella sua integrità e purezza, ma viene rielaborato al risveglio con pezze

logico-consequenziali. Il sogno può essere stimolato dal “resto diurno” di cui parlava Freud.

– Il sogno è rappresentazione di “simboli” e implica la specifica modalità mentale e il preciso concorso dei meccanismi del “processo primario”: la condensazione, lo spostamento, la simbolizzazione, la drammatizzazione, la rappresentazione per l’opposto, la figurabilità.

– Il “processo primario” e il sogno condividono i seguenti fattori: la relazione del soggetto con se stesso, l’autorielaborazione allucinatoria dei vissuti psichici, l’alterazione dello schema temporale, la distorsione della categoria spaziale, la coesistenza degli opposti, il gusto del paradosso, il declino etico e morale, il mancato riconoscimento della realtà, l’eccesso della fantasia, il principio del piacere, l’appagamento del desiderio, la soddisfazione del bisogno, la compensazione della frustrazione, la riparazione del trauma.

A livello neurofisiologico si richiamano le attività dell’emisfero cerebrale destro.

– Il “processo secondario”, richiamato all’atto del risveglio nella combinazione dei ricordi del sogno, si attesta nell’elaborazione razionale dei dati, nell’inquadramento logico degli elementi, nella lucidità mentale dell’autocoscienza, nel pensiero vigile, nella capacità d’attenzione, nel giudizio critico, nel controllo dell’Io e nel principio di realtà.

A livello neurofisiologico si richiamano le attività dell’emisfero cerebrale sinistro.

– Il sogno è “proiezione” di “archetipi” e di “fantasmi” “introiettati” a base filogenetica collettiva-culturale e individuale.

A livello neurofisiologico sono coinvolte le attività dell’emisfero cerebrale destro.

A livello psichico profondo sono implicati i meccanismi arcaici di difesa della “proiezione”, della “introiezione” e della “identificazione”.

A livello psico-economico è innescata e messa in atto la carica energetica della “libido”.

A livello psico-cognitivo sono istruiti i meccanismi del “processo primario”.

– Il sogno è espressione delle istanze psichiche dell’Es, dell’Io e del Super-Io, intenzionate dialetticamente al “principio del piacere”, al “principio della realtà” e al “principio della coazione a ripetere” ispirato da Eros e Thanatos.

A livello neurofisiologico sono coinvolte le attività dell’emisfero cerebrale destro e dell’emisfero cerebrale sinistro.

A livello psichico profondo sono richiamati i sistemi psichici secondo una valenza topica, dinamica ed economica con l’attivazione della “libido” finalizzata all’equilibrio psichico di natura risolutiva.

A livello psico-cognitivo sono usati i meccanismi del “processo primario” e del “processo secondario”.

– Il sogno implica la tipologia di “organizzazione psichica”, il cosiddetto carattere o personalità. Nello specifico il sogno evidenzia le seguenti organizzazioni: orale, anale, fallica, genitale, psicopatica, narcisistica, schizoide, paranoide, depressiva, maniacale, masochistica, ossessiva, compulsiva, isterica, dissociativa.

– Il sogno svolge una psicodinamica di natura descrittiva e prevalentemente conflittuale.

I contenuti del sogno sono “segni” semanticamente interattivi, degni di attenta considerazione e passibili di utile decodificazione sempre in funzione dei benefici effetti dell’autocoscienza: i sogni sono semiologicamente “segni significanti” dotati di “senso” e di “significato”.

A livello neurofisiologico sono richiamate in maniera determinante le attività dell’emisfero sinistro.

A livello psichico profondo sono evocati i sistemi psichici con valenza dinamica e dialettica in reazione a coordinate pulsionali di natura libidica.

A livello psico-cognitivo intercorrono i meccanismi del “processo secondario”.

– Il sogno implica i meccanismi e i processi psichici di difesa. I primi sono quelli primari o primitivi come il ritiro primitivo, il diniego, il controllo onnipotente, l’idealizzazione e la svalutazione primitive, la proiezione, l’introiezione, l’identificazione proiettiva, la scissione dell’Io, la scissione dell’imago; conseguono quelli secondari come la rimozione, la regressione, l’isolamento, l’intellettualizzazione, la razionalizzazione, la moralizzazione, la compartimentalizzazione, l’annullamento, il volgersi contro il sé, lo spostamento, la formazione reattiva, il capovolgimento, l’identificazione, l’acting out, la sessualizzazione, la sublimazione.

– Il significante e il significato onirici comportano l’equilibrio psichico, per cui la funzione difensiva è implicitamente evocata e attivata.

A livello neurofisiologico sono richiamate le attività dell’emisfero destro e dell’emisfero sinistro.

A livello psichico profondo è instruito il sistema delle difese nel suo aspetto arcaico ed evoluto, ma sempre nella funzione filogenetica dell’equilibrio.

A livello psico-cognitivo si evidenzia l’attività combinata e specifica del “processo primario” e del “processo secondario”.

– Il sogno struttura figure retoriche.

Tra il “contenuto manifesto” e il “contenuto latente”, il termine e il significato, è poeticamente inscritto un nesso reperibile nella gamma delle figure retoriche.

A livello neurofisiologico è richiamata l’attività dell’emisfero cerebrale destro.

A livello psichico profondo si rileva topicamente la presenza di materiale psichico preconscio o profondo funzionale all’elaborazione dei processi creativi.

A livello psico-cognitivo è istruita l’attività del “processo primario” e del “processo secondario”.

Le figure retoriche prevalentemente implicate sono la metafora, la metonimia, la sineddoche, l’antonomasia, l’iperbole e l’enfasi.

-Il sogno è collegato al “resto diurno”, a una causa scatenante, anche minima e non fatta oggetto di consapevolezza, avvenuta nella veglia più prossima. Il sogno è stimolato da esperienze e da vissuti del giorno precedente a cui si associa il materiale psichico in atto per essere rielaborato secondo il codice onirico.

-Il sogno possiede una sua purezza secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”. Nel primo caso è presente e funzionale l’Io narrante e nel secondo caso è presente e funzionale l’Io onirico. Nel mezzo si alternano il narrante e l’onirico.

                                      Salvatore Vallone Pieve di Soligo – Dicembre  2016

 

BIBLIOGRAFIA

Morris-Lineamenti di una teoria dei segni-Editrice Paravia-1954

Eco-Trattato di semiotica generale-Edizioni Bompiani-Milano-1975

Freud-Interpretazione dei sogni-Opera omnia-Boringhieri-Torino-1978

Freud-Tre saggi sulla sessualità infantile-Opera omnia-Boringhieri-TO-1978

Freud-Al di là del principio del piacere-Opera omnia-Boringhieri-Torino-1978

Freud-Metapsicologia-Opera omnia-Boringhieri-Torino-1978

Jung e altri-L’uomo e i suoi simboli-Edizioni Longanesi-1980

Cassirer-Filosofia delle forme simboliche-La Nuova Italia-Firenze-1966

Klein-Il nostro mondo adulto e altri saggi-Martinelli Editore-Firenze-1972

Lacan-Scritti-due volumi a cura di Contri-Editrice Einaudi-Torino-1974

Fornari-Simbolo e codice-Edizioni Feltrinelli-Milano-1976

Nancy Mc Williams-La diagnosi psicoanalitica-Editrice Astrolabio-Roma-1999

Popper-Eccles- L’Io e il suo cervello-Armando Armando- Roma-1981

 

NOTE BIOBIBLIOGRAFICHE 

Salvatore Vallone è nato a Siracusa nel 1947.

Già ordinario di Scienze umane e Storia nei Licei, in atto è psicologo psicoterapeuta iscritto all’Ordine degli psicologi del Veneto.Gestisce il blog “dimensionesogno.com” e il blog “interpretazione del sogno” presso “psiconline.it”. Sempre con “psiconline.it” collabora con articoli su tematiche psicologiche, culturali e sociali.

Ha pubblicato “Lezioni di psicoanalisi” con Herbita editrice, “Quando il ciliegio fioriva” con edizioni Sapere, “La stanza rosa” e “Benetton dieci e lode” con edizioni Psicosoma, “Ma cosa sognano i bambini ?” e “Io e mia madre” con edizioni Psiconline. Su Tema, rivista di psicoanalisi clinica e forense, ha pubblicato “Il fantasma” e “Totem e tabù”, due approfondimenti specifici.

 

 

 

IO E UN ALTRO UOMO…( TADAN ! ! ! ) MIO PADRE

 

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 TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

 “Atmosfera di fine estate, località di mare; colore dominante il grigio, luce chiara e fioca, diffusa.E’ un posto in cui sono di passaggio, da viaggiatrice e lì ci sono tanti altri ragazzi nella mia condizione, tutti sotto i trent’anni.

Esprimo il desiderio di fare un bagno e alcuni di loro mi conducono verso un posto che, a parer loro, avrei apprezzato tanto. La spiaggia se l’era mangiata il mare che era in tempesta: impraticabile! Non ci si poteva entrare e allora mi portano verso una caletta lì accanto e dove il mare sembrava più calmo.

Lì si definiscono i personaggi: una coppia etero per me sconosciuta, una mia amica con un altro ragazzo accanto (un amico mio che però non riesco a definire), io e un altro uomo …mio padre, (tadàn!), che nel corso del sogno a volte prende le sembianze di un uomo che nella vita da sveglia è possibile che mi piaccia. Lui è più grande di me di età.

Io e quest’uomo facciamo il bagno e ricordo nettamente la sua schiena.

Gli altri rimangono su una pedana di legno. Poi la corrente comincia a portarmi via, ma rimango calma e così gli altri attorno a me. Poi comincio a sforzarmi per raggiungere lo scoglio e tutti mi incitano, sanno che ce l’avrei fatta e anch’io ne ero certa. Poi, per il grande sforzo di tornare alla riva mi sveglio.”

Questo è il sogno di Gaia.

 DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

 CONSIDERAZIONI

La “posizione edipica” si attesta nella triangolazione psicodinamica relazionale “padre, madre, figlio o figlia”, nella conflittualità iniziale e nell’identificazione successiva con il genitore dello stesso sesso, nell’attrazione libidica verso il genitore di sesso opposto. Queste tesi secondo un’accezione semplice e tradizionale. In effetti si tratta di un’evoluzione psichica prolungata e determinante per l’”organizzazione reattiva”, ex “carattere”, per la vita sessuale e affettiva, per l’autonomia psichica. La “posizione edipica” è una psicodinamica che inizia in maniera evidente dal terzo anno di vita. Se poi subentra anche il “sentimento della rivalità fraterna” per la presenza di un fratello o di una sorella, la ricchezza della virtuosa complicazione è assicurata. Bisogna precisare che, oggi come oggi, la teoria sull’identificazione psichica nel genitore dello steso sesso si è evoluta anche nell’identificazione nel genitore del sesso opposto in giustificazione dell’omosessualità e della scelta esistenziale consona. In sintesi la “posizione edipica” è determinante per l’identità psichica e per la libera espressione esistenziale della propria “organizzazione psichica reattiva”. Ancora proseguendo in questa introduzione, bisogna aggiungere che il sogno di Gaia pone la seguente domanda: è possibile che in una donna compiuta di trent’anni si presenti uno strascico consistente della “posizione edipica”? La risposta è affermativa. La “posizione edipica” non si supera mai del tutto, ma si conserva e si può realizzare in maniera traslata come ci suggerisce il sogno di Gaia.

SIMBOLI ARCHETIPI FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Il sogno di Gaia è composto fondamentalmente dall’”Io” narrante e accomodante, per cui contiene la domestichezza di un prodotto psichico logicamente quasi perfetto, eccezion fatta per la presenza di qualche simbolo. Meno male!

 “Atmosfera di fine estate, località di mare; colore dominante il grigio, luce chiara e fioca, diffusa. E’ un posto in cui sono di passaggio, da viaggiatrice e lì ci sono tanti altri ragazzi nella mia condizione, tutti sotto i trent’anni.”

Gaia esordisce con la sua vena estetica di grande valore e mostra in pochi tratti un bel paesaggio costellato di colori soffusi e intimi, di gioventù e di edonismo: “tanti altri ragazzi nella mia condizione”. Gaia è “di passaggio”, in chiara consapevolezza della sua evoluzione psichica, e da “viaggiatrice” seconda un’ottima visione dell’esistenza e del vivere. Gaia rievoca, ricorda, esprime in questa contingenza spazio-temporale quello che ha dentro. Il “colore dominante il grigio” e “la luce chiara e fioca, diffusa”, la pacatezza emotiva che fa da cornice al sogno. Del resto, Gaia ricorda e sviluppa in sogno una “dimensione psichica” che conosce molto bene e su cui ha operato le giuste riflessioni: il vissuto erotico e affettivo nei riguardi del padre, un benefico “fantasma” elaborato nella prima infanzia e ancora in atto “mutatis mutandum”, cambiando le cose che devono essere cambiate. Non è un sogno agitato, è un sogno degno di una donna sotto i trent’anni e alla ricerca di un uomo con cui intrattenersi o accompagnarsi nel cammino della vita. Non è un sogno che traligna nell’incubo e nel risveglio immediato alla luce della coincidenza del “contenuto manifesto” con il “contenuto latente”, “io e un altro uomo …mio padre, (tadàn!). La “censura onirica” non funziona perché il vissuto edipico è sotto controllo nella vita cosciente della veglia. Del resto, quello di Gaia è un sogno elaborato da quasi sveglia, una “fantasticheria” rilassante che nell’oscillare dell’intensità del sonno mostra anche i simboli giusti per la decodificazione del mondo psichico profondo.

“Esprimo il desiderio di fare un bagno e alcuni di loro mi conducono verso un posto che, a parer loro, avrei apprezzato tanto. La spiaggia se l’era mangiata il mare che era in tempesta: impraticabile! Non ci si poteva entrare e allora mi portano verso una caletta lì accanto e dove il mare sembrava più calmo.”

 Gaia procede in maniera narrativa secondo la metodologia estetica del miglior “neorealismo”. In questo caso bisogna stare attenti a non confondere i simboli con i concetti del racconto. Esempio: “fare un bagno” simbolicamente significa “catarsi” e purificazione dal senso di colpa, in questo caso è un semplice e logico fare un bagno in mare. Praticamente questo capoverso è un chiaro racconto che prepara l’avvento dei simboli e della psicodinamica edipica con i suoi annessi e connessi. Degna d’interesse è la modalità della funzione onirica di “drammatizzare” l’avvento del nucleo onirico: “la spiaggia se l’era mangiata il mare che era in tempesta: impraticabile!” Il termine inusuale “caletta” significa incavo o intaglio su metallo o legno. Nel nostro caso è usato metaforicamente come spiaggetta o piccola insenatura.

“Lì si definiscono i personaggi: una coppia…, una mia amica con un altro ragazzo…io e un altro uomo …mio padre, (tadàn!), che nel corso del sogno a volte prende le sembianze di un uomo che nella vita da sveglia è possibile che mi piaccia. Lui è più grande di me di età.”

Gaia scrive la breve ma succosa sceneggiatura del suo sogno, prepara i personaggi e annuncia lo psicodramma edipico. Si è già abbondantemente detto che il sogno di Gaia rievoca l’attrazione edipica nei confronti del padre. Quest’ultimo adesso è traslato nella figura di un altro uomo che “nella vita da sveglia è possibile che le piaccia” ma che “è più grande di lei per età”. Degna di nota è l’eleganza nell’ammettere il trasporto verso quest’uomo maturo o il blando senso di colpa. Gaia ha consapevolezza della sua “posizione edipica” per cui nel sogno non interviene la “censura”, come si diceva in precedenza. Gaia si tutela e trasla il padre nell’uomo che gli piace, un uomo più adulto di lei e che rievoca pari pari la figura paterna. Questa rievocazione spiega e definisce anche il cosiddetto “colpo di fulmine”, l’innamoramento folle o quasi folle che sorprende e colpisce tutti quelli che hanno avuto una madre o un padre degni del loro amore e di farsi pensare. L’uomo o la donna che ci fulminerà l’abbiamo ampiamente vissuta e immaginata da bambini attraverso le figure dei nostri genitori: “immaginazione creativa”.

 “Io e quest’uomo facciamo il bagno e ricordo nettamente la sua schiena.”

Non può mancare il risvolto erotico in un sogno che rispetta la sua natura edipica: “la sua schiena” condensa un feticcio intriso di virilità ed eccitazione per il complesso di maschilità. “Facciamo il bagno” contiene una simbolica intimità e seduzione, un preambolo erotico in una cornice estetica. Il “ricordo” è un rafforzamento nostalgico del senso e del sentimento.

“Gli altri rimangono su una pedana di legno. Poi la corrente comincia a portarmi via, ma rimango calma e così gli altri attorno a me. Poi comincio a sforzarmi per raggiungere lo scoglio e tutti mi incitano, sanno che ce l’avrei fatta e anch’io ne ero certa. Poi, per il grande sforzo di tornare alla riva mi sveglio.”

Ecco il lavorio mentale e il trasporto erotico! “La corrente comincia a portarmi via, ma io rimango calma..” conferma che i fantasmi legati alla  “posizione edipica” sono sotto controllo. Trattasi di una trasgressione neanche tanto pericolosa, una cosa che Gaia può permettersi. Viene fuori un tratto narcisistico marcato: “gli altri attorno a me”,tutti mi incitano, sanno che ce l’avrei fatta e anch’io ne ero certa”. Gaia non perde la testa, Gaia sa ed è sicura di sé, ha coscienza e autocontrollo. Lo sforzo è grande, ma l’amor proprio e l’autostima hanno il sopravvento sulla corrente maligna. Il sogno è finito secondo le linee di una sana riflessione e di un’altrettanta sana disposizione al gusto della vita.

PSICODINAMICA

Il sogno di Gaia evidenzia in maniera discorsiva la “posizione edipica” e nello specifico l’attrazione psicofisica nei confronti del padre. Gaia esibisce una buona autoconsapevolezza e conferma che la “posizione edipica” si controlla ma non si supera mai perché è incastonata come un diamante nella “formazione reattiva”, il cosiddetto carattere e perché a livello psichico vale la legge di Lavoisier, la legge della conservazione della massa secondo la quale in una reazione chimica nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Correva il secolo diciottesimo.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Nel sogno di Gaia domina la “posizione edipica” in associazione a un trionfo della funzione razionale dell’”Io”. Una pulsione dell’”Es” è presente nel fare il bagno e nella schiena. L’autocontrollo è opera dell’”Io”, dell’istanza censoria del “Super-Io” neanche l’ombra.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

La “razionalizzazione” è dominante nel versante di “presa di coscienza” della variegata relazione con il padre e di autocontrollo. Non si presentano all’appello la “sublimazione” e la “regressione”. La funzione onirica si svolge secondo i meccanismi della “condensazione”, dello “spostamento”, della “drammatizzazione”.

ORGANIZZAZIONE REATTIVA

Il sogno di Gaia esalta un tratto “fallico-narcisistico” nel potere seduttivo ed erotico. Un tratto di “libido genitale”, disposizione sessuale matura, è presente nell’autogestione e nell’autocontrollo.

FIGURE RETORICHE

“Tadan !”: chiara enfasi! La “schiena” include la “sineddoche” e la “metonimia”. La “caletta” è un’evidente metafora.

DIAGNOSI

Il sogno di Gaia esibisce l’attrazione psicofisica nei riguardi del padre e la consapevolezza della “posizione edipica”.

PROGNOSI

La prognosi impone a Gaia di procedere in questa sua modalità di conciliare emozione e ragione, pulsione e coscienza. Importante non eccedere sulla scia di una pulsione fallico-narcisistica: “m’incitano”, “anch’io ne ero certa”.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nell’esaltazione del “narcisismo”, in un eccesso di sicurezza e nell’onnipotenza seduttiva con la conseguente caduta del sistema delle relazioni.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

  In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Gaia è “1” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

 La causa scatenante del sogno di Gaia si può attestare in un ricordo, in un incontro, in una libera associazione, in una visita.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

L’uomo della nostra vita o la donna della nostra vita esistono? Certamente sì!

Quello o quella che cercavamo da tempo e finalmente ritroviamo in un bar di periferia o alla fermata della metropolitana esistono? Ancora sì! Nessuna romanticheria! In effetti si tratta della nostra facoltà immaginativa, della nostra “fantasia” che da svegli allucina le figure del padre e della madre ed elabora la donna o l’uomo del nostro futuro affettivo. Ma non necessariamente queste figure devono coincidere con il padre o con la madre nella loro realtà, perché possono essere all’opposto. Trattasi sempre di condizionamento psichico da rifiuto e da conflitto irrisolto. Perché proprio quell’uomo o quella donna? La domanda è ricorrente. Perché dovevo innamorarmi proprio di un tipo come te? Anche questa è una domanda ricorrente nel bene e nel male, oltre che nelle amate canzoni di musica leggera. La risposta è la stessa: prima di conoscerti, ti avevo immaginato tramite le figure e i fantasmi dei miei genitori. Cautela e buona fortuna a tutti quelli che la cercano!

LA REGRESSIONE E IL TRAUMA

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TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Arrivo nella camera di quand’ero bambina.

Le persiane sono chiuse.

Devo recuperare gli abiti che sono rimasti nell’armadio appoggiato alla

parete e vicino alla finestra.

Questi abiti sono bagnati a causa di una grossa perdita d’acqua che sta rovinando armadio e muri.

Avvicinandomi alla parete della finestra sento freddo.

Due grosse crepe minacciano il crollo di quella parete.”

Questo è il sogno di Lexeia.

 

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

 CONSIDERAZIONI

 Il nocciolo onirico: Lexeia regredisce all’infanzia e s’imbatte in un trauma.

Un richiamo teorico al processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione” è d’obbligo.

Trattasi di un’inversione del naturale movimento evolutivo d’investimento della “libido”. A causa di una frustrazione o di un’angoscia ingestibili dall’”Io” cosciente e non passibili di “rimozione” o di altri meccanismi di difesa, si ripristinano forme mentali, comportamentali e relazionali del passato in opposizione alla normale direzione progressiva ed evolutiva della Psiche, forme non compatibili con la realtà psico-esistenziale in atto. La “regressione” è consolatoria e funge da rinforzo narcisistico in attesa di ripristinare gli investimenti giusti per riparare il trauma o per risolvere il conflitto nevrotico.

Dopo questa premessa teorica procedo con la decodificazione puntuale del sogno di Lexeia.

 SIMBOLI ARCHETIPI FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Arrivo nella camera di quand’ero bambina.”

La “regressione” è servita. Lexeia è tornata all’infanzia, alla modalità di pensiero e di azione di allora, ai vissuti di allora e al ricordo di quello che era successo allora: il tutto in forma “condensata” e “spostata”.

La “camera” rappresenta una parte della casa psichica di Lexeia e nello specifico la dimensione inquisita in riguardo al trauma che sta elaborando.

 “Le persiane sono chiuse.”

La chiusura relazionale si manifesta in questa immagine onirica. La bambina  è isolata e sola. “Le persiane” condensano la possibilità di difendersi o di esporsi, l’apertura o la chiusura verso gli altri.

 “Devo recuperare gli abiti che sono rimasti nell’armadio appoggiato alla parete e vicino alla finestra.”

Gli “abiti” sono simboli dei modi di apparire nell’ambito sociale, quello che si esibisce agli altri in difesa della nostra autenticità, il mondo interiore fatto di gioie e dolori, di paure e titubanze. “Recuperare” condensa la razionalizzazione e la riformulazione, la rivisitazione e l’assimilazione, la disposizione a rivedere e correggere “parti psichiche di sé”. Lexeia è pronta a rivivere e assimilare i suoi modi di apparire rimossi, “rimasti nell’armadio”, e che servivano a esibirsi nel sociale. Lexeia è disposta a capire la timidezza e l’isolamento della sua infanzia e adolescenza.

 “Questi abiti sono bagnati a causa di una grossa perdita d’acqua che sta rovinando armadio e muri.”

 Il sogno di Lexeia dice il perché del blocco di questi modi di apparire, suggerisce in simbolo la causa: un trauma. La “grossa perdita d’acqua” rappresenta un danno psicofisico all’essere e all’esibirsi femminili, un danno all’estetica e alle manifestazioni di sé, un danno al corpo e alle sue funzioni.

 “Avvicinandomi alla parete della finestra sento freddo.”

 Il “freddo” rappresenta la carenza affettiva, la mancanza di aiuto durante la crisi e il “fantasma di perdita”, oltre a una caduta della vitalità.

 “Due grosse crepe minacciano il crollo di quella parete.”

 Le “crepe” condensano la rottura, la lacerazione, la ferita, la deflorazione, il trauma fisico in primo luogo. Il numero “due” rievoca la struttura binaria del corpo: due orecchie, due occhi, due braccia, et cetera. Il trauma fisico minaccia l’estetica e la socializzazione della bambina.

 PSICODINAMICA

 Lexeia regredisce all’infanzia e rievoca il suo trauma psicofisico. La rivisitazione onirica è funzionale alla “razionalizzazione” dell’evento. La “presa di coscienza” stempera l’angoscia e il condizionamento psichico e relazionale e in primo luogo estetico. Il sogno svolge la positiva funzione catartica.

 ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Le istanze psichiche coinvolte sono l’”Io” e l’”Es”. Il primo opera la “regressione” e apporta il suo contributo di chiarezza nel ricordare e organizzare simbolicamente l’evento traumatico, il secondo nell’offrire in maniera compatibile con il sonno le emozioni e le angosce congelate dentro a livello profondo.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

L’azione del processo psichico della “regressione” è manifesto, così come il “ritorno del trauma rimosso”, ritorno dovuto alle tracce visibile e alle conseguenze del trauma.

ORGANIZZAZIONE REATTIVA

Lexeia evidenzia un tratto depressivo della sua “organizzazione reattiva”: sensibilità alla perdita.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte sono la “metafora”, somiglianza, e la “metonimia”, nesso logico e in particolare in camera, persiane, abiti, armadio, muri, perdita d’acqua.

DIAGNOSI

Il sogno di Lexeia manifesta una sensibilità depressiva alla perdita nel rievocare e rivisitare un trauma psicofisico dell’infanzia.

PROGNOSI

La prognosi impone a Lexeia di portare a migliore consapevolezza l’angoscia della perdita e di controllare le emozioni collegate al trauma, al fine di ridurre le limitazioni all’espansione vitale e la formazione d’inutili complessi d’inferiorità e d’inadeguatezza.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella degenerazione del “fantasma di perdita” e nell’esasperazione del tratto depressivo emerso con la “regressione” all’infanzia e con la rievocazione del trauma.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Lexeia è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno”, la causa scatenante del sogno, può legarsi a una riflessione sul trauma o a una visione del danno fisico.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

 L’infanzia è costellata di traumi: incidenti psichici e fisici. Quelli visibili sono più facilmente risolvibili di quelli invisibili. E’ più facile “razionalizzare” e accettare un danno fisico rispetto a una violenza psichica anche apparentemente banale come ad esempio “stai zitto scemo!”. Le tracce visibili e invisibili sono sempre motivo di ricordo e di rivisitazione, di rievocazione e di riedizione. Il bambino si difende dall’angoscia con il meccanismo della “rimozione”, il dimenticare e l’omettere, ma è sempre possibile il “ritorno del rimosso” quando l’operazione non funziona e questo si verifica soprattutto nei traumi che hanno una visibilità. Il trauma fisico specifico agisce da coagulo di varie idee e ossessioni, paure e fobie, complessi e conflitti portando a un decadimento della qualità della vita. Richiede una buona funzionalità dell’”Io” e dei meccanismi di difesa meno invasivi e dispendiosi, quelli giusti per l’equilibrio psichico, come per esempio la “razionalizzazione” e la “sublimazione”.

IL “MAR EDIPICO” IN PERSONA

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Protagonista indiscusso dei miei sogni è il mare.

Il mare da sempre inonda le mie notti e, in base ai periodi e ai miei stati d’animo, lo vedo tranquillo o agitato, scuro o limpido.

In linea di massima ho notato che, mentre in un passato recente era spesso scuro e minaccioso, ora è quasi sempre limpido e tranquillo.

Inoltre, mentre prima sognavo di esserci dentro (pur sentendo fisicamente la sensazione di essere in acqua ) o al massimo di guardarlo in barca o in nave (sempre ricorrenti nei miei sogni), ora sogno di guardarlo dall’alto come se io fossi un uccello, un gabbiano che vola sopra ed il mare è quasi sempre di un azzurro e di un verde bellissimi.

Sottolineo che ho un rapporto molto profondo con il mare. Non potrei vivere lontano dal mare. Sin da ragazzina è stato il mio rifugio, il complice dei miei momenti di sconforto, il confidente delle mie più amare delusioni, l’ascoltatore inconsapevole delle mie preghiere più sincere e profonde, dei miei segreti e delle mie disperazioni, l’amico fidato da cui correre e da cui farsi abbracciare con il suo profumo di sale e iodio e con le sue onde incessanti e rassicuranti.

Quando scrivevo, è stato l’ispiratore dei miei primi versi. Il mare m’incute calma ma anche passione, rispetto e ammirazione, oltre che un sacro timore. Mi fa paura tutta questa immensità e quello che si può nascondere nelle sue profondità. Lo amo e lo temo.”

Lucia offre un’ampia sintesi dei suoi sogni in riguardo al mare, un “sogno a occhi aperti”, una serie di riflessioni sul mare, una “fantasticheria”, una benefica combinazione di “fantasmi” personalissimi in riguardo al mare e in sostituzione di qualcos’altro. Meglio: Lucia trasla creativamente sul mare “parti di sé” sedimentate a livello profondo durante la formazione psichica e di qualità prevalentemente affettiva, “parti di sé” mai dome e mai fortunatamente domate. Ma quali personaggi e quale psicodinamica rappresentano simbolicamente il mare nel teatro psichico di Lucia? La decodificazione puntuale ci sarà di grande aiuto.

Il “mare” è un simbolo universale, non proprio un “archetipo”, ma comunque ha una valenza collettiva di notevole portata e un’influenza robusta nell’umano “Immaginario”. Rappresenta simbolicamente il “principio femminile”, un attributo psichico del corredo della “Grande Madre”, condensa la “dimensione psichica inconscia” e la ricerca dell’autocoscienza, associa l’esistere e il vivere, contiene “Eros” e “Thanatos”, la pulsione vitale e la pulsione distruttiva. Questi sono i recipienti universali che poi si riempiono di contenuti interiori e si colorano di tinte personali. Il “mare di Lucia” interessa proprio per la valenza individuale e intima: quel mare che si riempie dei bisogni e dei desideri della protagonista, dei suoi fantasmi. In ogni caso si rispetta sempre la regola: anche se si tratta di un simbolo universale e condiviso, di poi ci mettiamo del nostro, ma tanto del nostro come in questo caso.

Il “mare” occupa tanto spazio nei vissuti di Lucia, è “protagonista”, il primo motore all’azione e alla contesa, il primo attore della sua compagnia teatrale, il primo oggetto d’investimento della sua “libido”.

Il “mare” è il signore del suo umore, la “proiezione” benefica delle sue emozioni, il padrone privilegiato del crepuscolo della sua coscienza, l’alleato ambiguo e ambivalente del suo quadro psichico in atto. Al mare Lucia si affida e si abbandona come una bambina alla propria madre.

Il “mare” è la cartina di tornasole dell’evoluzione psichica di Lucia: evidenzia l’acido. Dopo il tormento e lo struggimento adolescenziali, Lucia approda alla serenità e alla pacatezza, alla migliore autoconsapevolezza e alla tranquillità dell’animo. E il mare attesta e conferma che siamo in presenza di una verità.

Ecco che il mare prende forma. Da indistinto si determina in un’entità precipua: la madre. Lucia è in uno stato fusionale e, di poi, nasce al mondo per diventare autonoma e adulta quando il mare è oggetto di contemplazione e di “sublimazione”. Vediamo quanto può essere plausibile questa affermazione.

Prima sognavo di esserci dentro (pur sentendo fisicamente la sensazione di essere in acqua) o al massimo di guardarlo in barca o in nave (sempre ricorrenti nei miei sogni), ora sogno di guardarlo dall’alto come se io fossi un uccello, un gabbiano che vola sopra e il mare è quasi sempre di un azzurro e di un verde bellissimi.”

La figura materna è servita dal sogno in maniera completa e fascinosa ad attestare la fusione, la nascita, l’autonomia, la libertà, il riconoscimento, la “sublimazione”. Ecco la prima persona incarnata dal mare in una cornice estetica e cromatica che si snoda tra il verde e l’azzurro, i colori della vita e della vitalità: Afrodite sorge dalla schiuma delle acque del mare, fecondate dallo sperma del membro castrato di Urano nel mito cosmogonico di Esiodo. L’identificazione nel “gabbiano” concilia la natura e la cultura, lo spirito libero e la necessaria socializzazione, ma consente soprattutto il distacco maturo della “sublimazione della libido”, come se fosse mancato a Lucia l’oggetto del suo investimento concreto e materiale, per cui è stata costretta a nobilitarlo e a renderlo non aggredibile, sacro di conseguenza.

Ecco che il mare di Lucia acquista nei suoi ricordi la valenza maschile di un amico, di una “madre-padre”, di un uomo a cui affidarsi nella propria evoluzione psichica, di un “androgino” al di sopra di ogni sospetto edipico.

Sottolineo che ho un rapporto molto profondo con il mare. Non potrei vivere lontano dal mare.”

Il mare è un oggetto d’amare con la consapevolezza dell’unicità e della costante presenza. Un amore inimitabile e ineliminabile: un padre nobile e austero. Ecco la dichiarazione d’amore!

Sin da ragazzina è stato il mio rifugio, il complice dei miei momenti di sconforto, il confidente delle mie più amare delusioni, l’ascoltatore inconsapevole delle mie preghiere più sincere e profonde, dei miei segreti e delle mie disperazioni, l’amico fidato da cui correre e da cui farsi abbracciare con il suo profumo di sale e iodio e con le sue onde incessanti e rassicuranti.”

La “traslazione” o lo “spostamento” operato da Lucia nel sogno riguarda chiaramente e inequivocabilmente la figura paterna, un “padre ideale” sia a livello affettivo e sia a livello protettivo. Lucia sogna il mare al posto del padre e descrive il suo “complesso di Edipo” nei termini di un coinvolgimento empatico: rifugio, complice, confidente, ascoltatore, amico, nonché il profumo di colonia o il dopobarba, anzi “il suo profumo di sale e iodio”. Quanta nostalgia e quanta pacatezza il sogno di Lucia contiene in riguardo al mare, gli stessi sentimenti che Lucia ha investito e composto sulla figura paterna secondo il suo evangelo.

La domanda lecita riguarda il perché di questa “traslazione” “padre-mare”, ma su questo tema il sogno di Lucia non offre elementi plausibili, se non quello di un padre ideale e desiderato, quasi perfetto e per questo non presente all’appello: un padre tutto suo!

Quando scrivevo, è stato l’ispiratore dei miei primi versi. Il mare m’incute calma ma anche passione, rispetto e ammirazione, oltre che un sacro timore. Mi fa paura tutta questa immensità e quello che si può nascondere nelle sue profondità. Lo amo e lo temo.”

L’ultima parte del sogno mostra l’investimento di Lucia sul mare come su una persona, un padre nello specifico, quella figura su cui ha usato il processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”. Un padre ispiratore di versi, un uomo che scuote l’emotività e la libera nella parola adatta e ricercata, nella parola creata con un suo “significante” e con un suo “significato”. Chi non ha scritto una poesia da adolescente per la mamma o per il primo amore? Certo la figura paterna è la meno gettonata in ambito lirico e quest’originalità traslata nel mare di Lucia attesta la “pietas” verso il padre, il culto del padre. Ricordo che la poesia è la via primaria di sblocco dell’emozione nella comunicazione. Secondo Aristotele era catartica, liberava emozioni e angosce profonde individuali e collettive, teoria estetica che il grande filosofo aveva argutamente individuato nelle tragedie greche di Eschilo, di Sofocle e di Euripide. Il “padre edipico” include nelle giovani figlie protezione e soprattutto fascino, attizza i sensi e i sentimenti: una figura intrigante che fa “patire” nel senso latino di “passione” e che rende possibile il vissuto sentimentale orgasmico dello “struggimento”, un’esperienza psichica che si conserverà e che ritornerà nella vita amorosa successiva e lecita con tutte le movenze sensoriali e sentimentali già sperimentate sul corpo e nella mente. Il “padre edipico”, inoltre, tende a strutturare l’istanza psichica del “Super-Io”, il rispetto verso l’autorità, il senso del limite, l’ammirazione verso l’autorevolezza, il senso del sacro e del mistico, il “timore e il tremore” di cui parlava Kierkegaard a proposito del rapporto uomo- Dio nell’opera omonima. Il “padre edipico” è una tappa fondamentale nella formazione del cosiddetto carattere, meglio “formazione reattiva”. In concorso con l’Io e l’”Es forma le caratteristiche e le sfumature della struttura psichica. Il “padre edipico” incide in maniera meno traumatica sulla figlia rispetto al figlio, dal momento che la femmina si è già identificata nella madre e ha superato la ferita narcisistica della mancata maschilità ed è stata costretta ad accettare la sua femminilità e ad esaltarla con le arti seduttive, mentre il maschio deve identificarsi nel nemico dello stesso sesso e deve subire un forte ridimensionamento traumatico del proprio narcisismo. La bambina, in sintesi, vive meno dolorosamente la “castrazione”. Questa sintesi teorica riporta l’esperienza clinica di Freud agli inizi del secolo scorso. Ritornando a Lucia e ai suoi fantasmi sul “mare edipico”, bisogna rilevare la paura, la sacralità, il mistero, l’immensità mistica, il timor panico, il fascino dell’ignoto di lui, il desiderio di sapere. Lucia ama e teme se stessa, quelle parti edipiche in riferimento al padre e alla madre anche se maggiore spessore è stato riservato alla figura maschile. “Lo amo e lo temo.” Non c’era modo estetico migliore per concludere questo sogno.

Il mare di Lucia non è un sogno, ma la sintesi “a occhi aperti” di una serie di sogni, a testimonianza che si possono interpretare prodotti psichici pienamente coscienti e che l’uomo è “animale creativamente simbolico”, definizione tanto gradita a Umberto Eco. Il mare di Lucia tratta del complesso di Edipo, meglio definita “posizione edipica” perché non si supera del tutto, ma si conserva in parte, ed è stato titolato all’uopo “il mar edipico in persona”. La sintesi onirica passa dalla fusione con la madre al riconoscimento del sacro paterno, dopo aver attraversato le fasi erotiche e passionali della conquista, della confidenza, della reverenza. L’itinerario preciso delle sequenze e la pacata turbolenza si giustificano con il fatto che si tratta di una riflessione molto consapevole sui sogni in riguardo al mare. Scrivendo, Lucia non ha immaginato che stava parlando del padre e della madre. I suoi conflitti pregressi e in atto si sono stemperati e placati nel mare meraviglioso, mai adeguatamente onorato, della sua inquietante Siracusa.

La prognosi impone a Lucia di mantenere questa immagine ideale del padre e di ben custodirla tra i suoi crucci più amari e i suoi desideri più puri. Del resto, si tratta clinicamente di un’ottimale risoluzione del “complesso di Edipo”, fatta di consapevolezza e riconoscimento.

Il rischio psicopatologico si attesta nell’intensificarsi dell’immagine intorno al “padre ideale” e non adeguatamente vissuto, nell’esigenza di dare vita concreta al fantasma e di agirlo: una psiconevrosi ansioso-depressiva che può essere di pregiudizio alle relazioni affettive.

Riflessioni metodologiche: il sogno ha sempre una forma “poetica” perché si traduce in realtà tramite i meccanismi poetici del “processo primario”. Il sogno è un insieme armonico di “forma e contenuto” sulla scia della “Estetica” di Benedetto Croce, una fusione di parole-immagini e sentimenti-emozioni, una combinazione adatta a esprimere le psicodinamiche di questa e di quella struttura sognante. Il sognare è la “forma” che giustifica con i suoi meccanismi le figure retoriche del “contenuto” psichico. Perché tutti abbiamo scritto una poesia nella nostra vita o abbiamo sentito l’esigenza di cimentarci in quest’impresa? Perché tutti sogniamo e di notte siamo poeti per natura e non per professione. Le scuole poetiche sono tante e si snodano nella storia delle varie letterature. La scuola poetica onirica è una, unica e universale. Tutti sognano allo stesso modo e tutti sognano gli stessi contenuti psichici, fatte salve le differenze personali e culturali. La “creatività” è sperimentata ogni notte in sogno da qualsiasi persona. Non essendo consapevoli di queste nostre capacità creative, lasciamo all’orgoglioso vate, all’aedo più o meno cieco, al poeta più o meno suggestivo, al cantastorie popolare e ad altri, a tanti altri che abusivamente si definiscono “artisti”, la professione intellettuale dell’esteta, del cultore della bellezza. Esemplificazione della “ars poetica” onirica: nella sintesi di Lucia c’è un richiamo preciso al poeta latino Gaio Valerio Catullo e al seguente squisito carme: “Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed sentio et excrucior.” Un solo distico elegiaco è bastato a tradurre il tormento d’amore tra senso e sentimento, più senso, se gradiamo. “Odio e amo. Perché faccio ciò, forse tu vuoi sapere. Non lo so, ma lo sento e mi struggo.” Correva il primo secolo ante Cristum natun. Anche Lucia parla del mare secondo la figura retorica “Lo amo e lo temo”, anche Lucia, se non avesse smesso di scrivere versi, oggi potrebbe scrivere esteticamente tanto sui suoi poetici sogni in riguardo al “mare”. Ah, queste incompiute!

I QUATTRO “NON RIESCE” DI MIRIAM

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“Miriam si trova all’estero per una riunione insieme a molti conoscenti e non riesce, poi, a trovare la strada per tornare in Italia.

L’ora è tarda e il cielo è buio, come spesso succede nei suoi sogni.

Miriam non riesce a impostare il navigatore. Se vede un cartello che indica la strada per l’Italia, non riesce a girare se non prima di aver fatto un lungo percorso.

L’auto è difficile da guidare e non ha il freno funzionante, tanto che si trova, uscendo dal parcheggio, in difficoltà a governare l’auto che scende pericolosamente in retromarcia in una strada in discesa.

In auto c’è anche un’amica, anzi due, pur se impossibile considerato che la sua auto ha soltanto due posti.

Il pericolo di uno scontro o di fracassarsi da qualche parte è sempre presente.

L’impossibilità d’impostare il navigatore è simile ad altri sogni, in cui non riesce mai a comporre il numero di telefono per chiamare delle persone care.”

Il sogno di Miriam induce a riflettere sul modo in cui s’inseriscono le scoperte  tecnologiche nei nostri sogni. La scienza e i suoi progressi non sconvolgono l’apparato psichico e la funzione simbolica. Si evolvano pure lo spazio e il tempo, si evolvano anche insieme alla tanto ricercata dimensione dello “spaziotempo”, ma la “fantasia” è sempre la stessa e allucina ugualmente i sogni del “pitecantropo” e dell’”homo sapiens”. E poi le scoperte scientifiche sono immaginate prima di essere realizzate. Icaro aveva sognato di volare e voleva volare anche con le ali di cera. Archimede aveva sognato sotto il sole cocente di Siracusa le sue idee in riguardo alla massa, allo specchio e alla leva. La parabola significa che i sogni contengono anche intuizioni scientifiche legate alla ricerca specifica di ogni uomo. Di per se stessi io li colloco in un “eterno presente psichico” fatto anche di spazio e di tempo, di storia e di cultura. In un sogno precedente si è decodificato il “telefonino” di Silvia, altrettanto si farà per il “navigatore” di Miriam.

Il sogno colpisce al primo approccio per quattro “non riesce” che andrò progressivamente sviluppando con dovizie di particolari: “non riesce poi a trovare la strada”, “non riesce a impostare il navigatore”, “non riesce a girare”, “non riesce mai a comporre il numero di telefono”. Nella cornice del “non riesce” s’inserisce, senza sfigurare, “l’auto è difficile da guidare e non ha il freno funzionante”.

Si dia il via alle danze oniriche!

“Miriam si trova all’estero per una riunione insieme a molti conoscenti e non riesce, poi, a trovare la strada per tornare in Italia.”

Miriam socializza molto bene all’estero sia con gli altri e sia con quella parte di sé che esterna e offre al gusto sociale: l’”estero” condensa anche il riconoscimento dell’altro e della sua diversità globale. Miriam è suggestionata dalla curiosità di sapere di sé e dell’altro, del nuovo e dell’eccentrico, del forestiero e dello straniero. Miriam esibisce una buona apertura sociale e una proficua duttilità psichica. Miriam non è, di certo, ottusa e misantropa. A furia di viaggiare e di esibirsi in terra straniera corre, pur tuttavia, il rischio di restare straniera in casa sua. A furia di conoscere l’altro corre il rischio di perdere di vista la sua parte interiore. E’ fuor di dubbio che la “coscienza di sé” passa attraverso il riconoscimento dell’altro, è fuor di dubbio che la “coscienza di sé” è osmotica nella sua dimensione interiore ed esteriore, ma perché, cara Miriam, ti trovi bene nel tuo “estero” con gli altri e con tutti i diversi e poi “non riesci a trovare la strada per tornare in Italia”? Perché questa difficoltà a rientrare in te stessa con la confidenza con cui ti affidi agli altri? Miriam si orienta bene nella sua vita sociale, ma non si orienta altrettanto bene nella sua vita interiore. Il suo “Io” presenta un “deficit” di consapevolezza in questo settore: Miriam ha paura di conoscersi dentro. La “strada” rappresenta simbolicamente il procedimento da seguire e la modalità a cui ottemperare per convergere su se stessa. Miriam si difende con la sua ideologia sociale ed è sbilanciata su questo versante a scapito di quello interiore. Il suo “psicosoma” accusa una contrastata armonia delle parti, la sua struttura caratteriale presenta uno squilibrio tra “l’esterno-estero” e “l’interno-Italia”. Miriam ha trovato se stessa più fuori di sé che dentro di sé. Tecnicamente si tratta di uno scompenso tra le istanze dell’”Io”, dell’”Es” e del “Super-Io”. L’’”Io” è andato in sofferenza nel tenere sotto controllo le pulsioni dell’”Es” e i limiti del “Super-Io”.

“L’ora è tarda e il cielo è buio, come spesso succede nei suoi sogni.”

Eppure Miriam ama lo stato crepuscolare della coscienza e la caduta della vigilanza dell’”Io”, ama la suggestione e il sogno, predilige la fantasia e la follia del desiderio. Questa è la propensione di Miriam, ma è riuscita a metterla in atto fuori di sé o l’ha soltanto concepita dentro. Si profila il conflitto tra la parte di Miriam che desidera e la parte di Miriam che realizza, la parte che vuole e la parte che esegue, la parte “estero” e la parte “Italia”, la parte sociale e la parte personale. Questa interpretazione trova ulteriore conferma nel prosieguo del sogno.

“Miriam non riesce a impostare il navigatore. Se vede un cartello che indica la strada per l’Italia, non riesce a girare, se non prima di aver fatto un lungo percorso.”

Il “navigatore”? Carneade, chi era costui? Così avrebbe ruminato don Abbondio nei “Promessi sposi”. Rumino anch’io di fronte al “navigatore” nel sogno di Miriam. Il “navigatore” è un surrogato dell’”Io” e delle sue funzioni, in particolare la vigilanza, la deliberazione e la decisione. Miriam abdica alle sue funzioni razionali, al suo “Io” e accusa difficoltà nell’autoconsapevolezza. Il “cartello” indica la strada per l’Italia e Miriam dopo lunghi ragionamenti affronta il problema. Non è del tutto padrona a casa sua, ha una soglia alta di suggestionabilità, si lascia condizionare nel pensiero e nel materiale. “Non riesce a girare”, non riesce a fare delle scelte concrete e personali, fatica a realizzare idee pensate e agite da lei. A questo punto del sogno si profila la dimensione sessuale del lasciarsi andare e dell’affidamento a se stessa.

“L’auto è difficile da guidare e non ha il freno funzionante, tanto che si trova, uscendo dal parcheggio, in difficoltà a governare l’auto che scende pericolosamente in retromarcia in una strada in discesa.”

L’auto rappresenta il sistema neurovegetativo nella sua valenza sessuale. La difficoltà di guida è dovuta a un blocco razionale o a una inibizione morale. In  effetti, la sessualità di Miriam funziona se il freno non funziona: il freno non serve. Ma il “Super-Io” interviene censurando la “libido” e non consentendo a Miriam di lasciarsi andare e l’”Io” provvede a sublimarla e a investirla in un ambito sociale. Uscire dal parcheggio significa mettersi in moto sessualmente dopo i preamboli erotici. Miriam incontra “difficoltà a governare” la sua “libido” perché sente come pericolo il lasciarsi andare “in retromarcia in una strada oltretutto in discesa”. Miriam è sessualmente bloccata dalla sua assoluta normalità. Il “Super-Io” ha immesso fattori culturali che hanno portato a trascurare i sacrosanti diritti del corpo a favore dello spirito o del sociale: ideologia politica o religiosa. Si può constatare che la cosiddetta “normalità” può essere vissuta come disturbo o addirittura come malattia per paura o per educazione, per difesa o per morale, tecnicamente per la “parte negativa” di un fantasma che induce un’inibizione sessuale. Ripeto: Miriam vive male la sua giusta sessualità. Ma ancora il sogno non è finito.

 

“In auto c’è anche un’amica, anzi due, pur se impossibile considerato che la sua auto ha soltanto due posti.”

Miriam si è identificata sessualmente al femminile nella madre, liquidando a suo tempo la “posizione edipica”. Si porta in macchina due amiche, due figure importanti che hanno contribuito alla sua femminilità rafforzando quella dimensione erotica di cui successivamente ha avuto paura proprio per un eccesso di carica: due donne in una macchina che ne contiene una.

“Il pericolo di uno scontro o di fracassarsi da qualche parte è sempre presente.”

Questa è ancora la normalità sessuale di Miriam, correggendo il “fracassarsi” con un benefico “abbandonarsi”. Ma il lasciarsi andare s’imbatte nella paura di farsi male. Miriam ha difficoltà di affidarsi al moto del suo corpo e diffida del suo corpo, vive il piacere addiveniente dell’orgasmo come una perdita di sensi. Il disporsi all’orgasmo è confuso con uno svenimento e blocca il piacere di realizzare la “libido genitale”.

“L’impossibilità d’impostare il navigatore è simile ad altri sogni, in cui non riesce mai a comporre il numero di telefono per chiamare delle persone care.”

Il navigatore, come dicevo in precedenza, condensa le funzioni dell’”Io” e ritornano le difficoltà di deliberare e di decidere. Ma come mai si presentano difficoltà relazionali, “comporre il numero di telefono”, visto che queste doti non mancavano a Miriam? Il sogno elabora e offre la prognosi. Miriam stessa si dice che il suo “estero” è stato eccessivo rispetto alla sua “Italia” e che il suo “Io” deve essere adeguatamente rivisitato e rivalutato.

Questi sono i quattro “non riesce” di Miriam.

Il rischio psicopatologico si attesta nelle difficoltà a vivere la sessualità come un processo naturale con le conseguenti inibizioni psiconevrotiche.

Riflessioni metodologiche: siamo il nostro corpo o la nostra mente? Siamo il frutto di una scissione ontologica o culturale? Ma è poi tanto necessario scindersi? Perché non ci si può pensare come entità mente-corpo, psiche-soma? La “scissione” è una modalità psichica primaria e ci serve nei primi mesi di vita per difenderci dall’angoscia di morte che è legata, a sua volta, all’istinto di vita. Ma poi cresciamo e ci evolviamo. A voi l’ardua sentenza!

IL TERREMOTO E LA SOLITUDINE

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“Silvia sogna di dormire rannicchiata sul fianco sinistro.

Si sveglia nel sonno per una fortissima scossa di terremoto ondulatorio che dura a lungo.

Silvia non si muove perché è terrorizzata.

Focalizza che può crollare il tetto o aprirsi il pavimento.

Ha paura di alzarsi e pensa che, se non reagisce, può restare sotto le macerie.

Poi la scossa termina e Silvia si alza velocemente e pensa che è ancora in tempo per scappare. Cerca i telefonini, due sul comodino alla destra e quello del marito sul cuscino alla sinistra, ma non li trova.”

Il sogno di Silvia è intensamente poetico, un breve “canovaccio” da sviluppare in teatro da parte di un attore esperto: i tratti dominanti di una struttura psichica e le note caratteristiche di un’esistenza sofferta. Bisogna  rilevare la poderosa capacità di sintesi e di elaborazione creativa del sogno anche in riguardo ai temi più drammatici. Ricordo, a tal proposito, che spesso prima sogniamo e poi agiamo, prima immaginiamo e dopo operiamo nella concreta realtà. Sviluppiamo il sogno di Silvia per avvalorare soprattutto la valenza estetica e la carica di bellezza del suo sogno.

“Silvia sogna di dormire rannicchiata sul fianco sinistro.”

Silvia vuole obnubilare la coscienza, vuole “dormire“ e non vuole vigilare, ama lo stato crepuscolare, ha bisogno di disimpegnarsi dalle mille e altre mille attività della sua quotidianità, vuole temporaneamente “rimuovere” le sue ansie e le sue angosce: questo è il simbolo del “dormire”. Quest’ultimo non tratta di un sonno maligno, tipo il sonno eterno e un fantasma di morte, bensì di una ricostituzione benefica del sistema nervoso e di un rafforzamento della struttura psichica. La postura è fetale. Silvia è nostalgica del grembo materno, ha tanto bisogno di protezione e di accudimento, è contratta nella difesa di sé e dei suoi vissuti dalle minacce del mondo esterno: questo significa simbolicamente l’essere “rannicchiata”. Silvia è rivolta verso il passato, propende alla nostalgia, indulge alle emozioni e ai ricordi, regredisce di buon grado alla rassicurazione delle esperienze vissute, piuttosto che guardare in faccia il futuro e vivere il nuovo che si profila e avanza: questo è il significato del “fianco sinistro”, un rafforzamento dell’essere “rannicchiata”.

“Si sveglia nel sonno per una fortissima scossa di terremoto ondulatorio che dura a lungo.”

La “scossa di terremoto” arriva “fortissima” e improvvisa a turbare la dolce e apparente quiete psichica, la benefica e ambigua stasi regressiva di Silvia: un trauma “ondulatorio”, una violenza sottile che riguarda gli affetti importanti e le relazioni significative. Silvia “si sveglia nel sonno”, è riportata alla coscienza del presente psichico in atto, un presente “che dura” da lungo tempo e dal cui coinvolgimento non può disimpegnarsi. Silvia è costretta alla vigilanza, a pensare ai suoi conflitti e a rimuginare sui suoi traumi, quelli affettivi nel caso specifico. Il moto ondulatorio del terremoto psichico di Silvia evoca gli affetti della culla e il rilassamento legato all’esercizio della “libido”. Sull’ambivalenza simbolica del “terremoto” dirò in seguito nelle “riflessioni metodologiche”.

“Silvia non si muove perché è terrorizzata.”

Ecco il trauma dell’inanimazione! Silvia è bloccata dall’angoscia abbandonica. Silvia è inerte di fronte alla perdita affettiva. Silvia ha nostalgia della rassicurante premura materna. Silvia è sola, esiste, è gettata nel mondo, è regredita al grembo materno e le manca la madre e le sue carezze vitalizzanti per il suo corpo bambino: la madre, in versione maschile o femminile, poco importa. La figura simbolica è evocata, per cui basterebbe anche un padre presente e affettuoso con le funzioni psichiche materne. Silvia è cresciuta sola e da sola.

“Focalizza che può crollare il tetto o aprirsi il pavimento.”

Si profila una prima reazione e si tratta di una reazione mentale, un’idea. Ancora la paralisi isterica della “conversione d’angoscia” è operante. Il sogno di Silvia è quasi incubo, ma Silvia continua a dormire perché le figure legate alla sua angoscia sono adeguatamente camuffate dalla censura onirica. Certo che non è un bel dormire, ma la riflessione di Silvia verte su simboli importanti: il “tetto” o il “sopra”, il “pavimento” o il “basso”, il “crollare” o “l’aprirsi”. Si tratta di un movimento che va dall’alto verso il basso, quel “crollare” che attesta processi depressivi di perdita all’interno della struttura psichica di Silvia. Il “tetto” rappresenta simbolicamente la parte mentale, le idee della nostra “casa psichica”, le riflessioni profonde e i vissuti sublimati all’interno della nostra “formazione reattiva” o carattere. Il “tetto” attesta di una giusta difesa del nostro libero pensare. Nel mio “dizionario dei simboli onirici” trovo scritto alla voce tetto: “difesa ideologica e tendenza alla sublimazione della libido, paura di plagio e istanza psichica dell’Io”. Il “pavimento” condensa la concretezza materiale e il legame alla madre, il pragmatismo e il principio di realtà dell’”Io”. Il “pavimento” che si apre in una voragine attesta di un processo depressivo di perdita degli affetti materni e di un conflitto sempre della sfera affettiva. Non dimentichiamo che il “basso” è il luogo simbolico della colpa e della pena da espiare.

“Ha paura di alzarsi e pensa che, se non reagisce, può restare sotto le macerie.”

Il conflitto tra la passività e l’attività, tra il fare e il giacere, tra l’agire e il subire si profila in maniera drammatica ed è il nucleo profondo della sua dialettica profonda. Silvia oscilla tra la depressione e la reazione. Depressione non significa “morire in vita”, perché è associato al simbolo di “alzarsi” che attesta  un’azione vitale e pragmatica e una sofferta volitività: il tormento del giacere e del muoversi. Le “macerie” rappresentano ciò che resta degli “investimenti della libido” operati nel corso del vivere, un profondo pessimismo sul proprio valore e sul proprio operato. “Alzarsi” è la terapia giusta per “sublimare” l’angoscia in un vago benessere psicofisico.

“Poi la scossa termina e Silvia si alza velocemente e si dice che è in tempo per scappare.”

La crisi depressiva è passata e si prospetta la “fuga nella guarigione”. Silvia  reagisce al suo terremoto ondulatorio scappando, non affronta il conflitto in maniera consapevole e costruttiva, opera una temporanea quanto benefica fuga nella risoluzione del sintomo. Pur tuttavia, si dice che è in tempo. Silvia  sa di come si svolgono queste sue psicodinamiche e trova nella remissione del sintomo un temporaneo sollievo.

“Cerca i telefonini, due sul comodino alla destra e uno sulla sinistra sul cuscino del marito, ma non li trova.”

Silvia si muove alla ricerca dei suoi alleati psichici ed esistenziali, delle sue relazioni significative: “i telefonini”. Ma le relazioni sono conflittuali perché Silvia non trova i collegamenti con le persone importanti come il marito, una relazione intima che si trova “sulla sinistra sul cuscino” ossia appartiene al passato, mentre le altre relazioni del presente ”due sul comodino alla destra, sono contrastate perché Silvia non li trova. Silvia è destinata alla solitudine dopo il terremoto. Uscendo fuor di metafora, il sogno di Silvia attesta di un tratto depressivo esaltato e di un conflitto relazionale in atto che non portano a nessuna soluzione e consolazione. E’ più importante il fatto che non trova i telefonini rispetto alla “scossa di terremoto ondulatorio”.

La prognosi impone a Silvia di rivedere le sue modalità relazionali e le sue esigenze a carico degli altri. Bisognerà ridimensionare le aspettative e approcciarsi in maniera tollerante senza incorrere in sovraccarichi emotivi e nel rigore di attese difficili. Silvia deve acquisire maggiore sicurezza e non deve sentire il bisogno di mettere alla prova coloro a cui è legata nella ricerca di una conferma affettiva.

Il rischio psicopatologico si attesta nell’isolamento legato all’esaltazione del tratto depressivo e alla sofferenza affettiva: una nevrosi fobico- ossessiva con crisi di panico.

Riflessioni metodologiche: la simbologia del “terremoto” ha una specifica ambivalenza nel suo oscillare tra la vita e la morte, tra gli affetti e i distacchi. Nel suo versante positivo il terremoto comporta una ristrutturazione psichica decisa  e una riformulazione mentale affermativa, una forte capacità di evoluzione e una carica volitiva di spessore. Nel suo versante negativo il terremoto richiama un “fantasma di morte”, la perdita depressiva in vita e la corrispondente caduta degli investimenti della “libido”, un’incapacità a reagire agli eventi più drammatici della vita. Il sogno conferma questa ambivalenza simbolica, ma offre nello stesso tempo altro materiale per capire la giusta decodificazione. Nel sogno di Silvia hanno più rilevanza i telefonini introvabili rispetto alla scossa di terremoto e al suo benefico significato ondulatorio-affettivo.