LA “COSA” PARLA 6

LE PAROLE DI UN SOLILOQUIO

Io sono un superficiale.

Finalmente ho una nuova visione di me:

un uomo presente dappertutto e a macchia d’olio,

privo di una minima fonte di dubbio anche negli esecrabili disguidi

che quotidianamente si presentano tra me e te.

La gente soffre le relazioni: questa è la verità!

Entusiasmo e superficie,

pacatezza e profondità

portano sicuramente a situazioni limite,

quegli stati borderlines da lune stravolte

a causa della collocazione infausta dei miei cieli e dei miei pianeti.

Mi inviti ad avere fiducia in me stesso.

Io non sono un formaggino!

Io sono un uomo,

un povero uomo pieno di problemi.

E questo tu lo sai.

Il telefono in America serve solo per attraversare l’Atlantico

e gli scatti si pagano in dollari,

per cui ti manderò a dire delle mie storie

e ti farò sapere dei miei sbalzi d´umore

in questi quindici giorni transoceanici

consumati a rivendicare al tuo cospetto la mia normalità.

Cosa mi manca?

Pago il vitto e pago l’alloggio,

ma sono eternamente in fuga da te e dai miei problemi.

Se mi fermo, sicuramente miglioro.

Se corro, immancabilmente mi frastorno.

Sono immerso in una confusa dialettica del tipo “aut-aut”.

O te o me, o lei o lui.

Si tratta di gelosie antiche

che ritornano dipinte anche sul cielo brullo di New York,

un cielo brullo e senza torri ormai.

Io sono un cretino,

un tipo che parla bene soltanto per telefono;

per il resto sono sempre ostile a me stesso e agli altri.

Pronto, chi parla?”

Io, nessuno e centomila dall’altra parte del filo!

Troppa gente e tante confuse immagini.

Tu con “non chalance” lasciati andare verso “A” o verso “B”

con un pensiero rivolto al nostro passato

e con una finestra aperta sul cortile della mia vita.

Abbiamo vissuto soltanto una breve relazione a Milano,

un rapporto meneghino

che mi ha trovato ancora una volta secondo,

un gregario che conosco bene ed ho già visto.

Altro che essere o non essere!

Non é questo il problema.

La verita` é che io vengo sempre dopo un anonimo qualcun altro.

Quante storie d’amore sono finite

per lo spettro dell’uomo che c’era

e per il desiderio dell’uomo che verrà.

La nostra è una relazione fastidiosa,

consumata tra gelosia e trasgressione,

condiscendenza e complicità,

comprensione e indifferenza.

Dentro di me avrei spaccato tutto il mondo,

ma non sono riuscito neanche a muovere un dito

per chiedere il permesso di parlare.

Io sono un testardo consolatore

di donne deluse e offese da altri uomini.

In maniera ottusa peroro una visione immatura di me stesso,

nonostante quella trentina di anni che mi trascino dentro

e che stendo ogni notte sul cuscino

prima di afferrare al volo il sonno che passa

per dimenticare i tuoi inquietanti seni,

i miei pensieri oscuri,

i fatti già vissuti e le scene già viste.

Da persona precaria viaggio da solo e mi dico:

io sono la partenza e l’arrivo,

la provenienza e la destinazione.

Si tratta di una sindrome cristologica?

Non credo proprio.

Io sono una stazione polivalente al servizio di un treno

che prima o poi imbarcherà ancora una volta una donna fragile

e in fuga da se stessa: un’ennesima femmina da consolare.

Lei immancabilmente mi troverà,

mi riconoscerà

e mi prenderà al volo,

come fanno i passeri nella stagione dell’amore.

Noi due?

Noi due non abbiamo niente in comune,

siamo due perfetti emeriti sconosciuti

e io sono un maschio che non condivide la virilità con il padre

a causa del suo difficile carattere.

Se casualmente io arrivo per primo,

con eufemismo tu mi dici che va tutto bene,

nonostante l’inflazione psichica galoppante

nella mia famiglia e nel mio seme.

Ricordo,

del resto come potrei dimenticare,

che un profondo sospetto mi fu insinuato da mia madre

mentre ero accovacciato sul camion di mio padre,

un bambino ancora incredulo di fatti e ingenuo di malattie.

Impaurito mi accingevo a inseguire le fantasie,

normali e contorte,

di un´omosessualità latente da anni.

Altro che liquidazione del complesso edipico!

Ero rimasto sotto le rovine del triangolo e della Sfinge

senza conoscere del primo la base, l’altezza, i cateti e l´ipotenusa,

senza aver risposto del secondo a uno straccio di enigma,

senza averne palpato almeno le tette di pietra.

Cosa hai fatto dei tuoi genitori?

Non ho amato il padre e la madre,

non ho odiato il padre e la madre,

non ho onorato il padre e la madre,

non ho riconosciuto il padre e la madre.

E tutto quello che ho fatto o è niente o non è abbastanza.

Sono rimasto a pensare,

fermo sul guado e con lo sguardo fisso all’orizzonte

come il degno prodotto dei tanti misfatti dei miei genitori.

Per non vivere il senso di colpa della trasgressione,

mi sono detto soltanto due piccole verità:

io non somiglio a lui,

io non somiglio a lei.

A chi mi rivolgo allora?

Ho deciso.

Io non voglio somigliare a mio padre!

In tal modo ho riseminato un trauma antico.

Un bambino avvisato è mezzo salvato

e mezzo distrutto dall’indifferenza paterna e dall´interesse materno.

Non resta altro che un ultimo tango a Parigi,

un ballo disegnato da un’incerta identità sessuale.

Chi sono io?

Dove vado?

A chi mi rivolgo?

A destra e a sinistra, in alto e in basso

io ritrovo sempre i confini incerti del maschile e del femminile,

i simboli di due vite diverse e con esigenze opposte,

una bigotta e l’altra platonica.

Ma tu, mia cara amica, ti ritrovi sempre lo stesso amante

che sessualmente non funziona e non ti soddisfa,

nonostante il suo benemerito giro del mondo in ottanta giorni.

Mi sposerai a scatola chiusa,

senza addurre sospetti e reati,

ma con tutte le prove di un feeling mancato

tra un uomo e una donna,

tra me e te.

E cosi sia!

Un uomo ha dei bisogni, una donna no!

Una donna può essere soltanto un’ottima amante

e in questo si esaurisce la sua essenza.

Del resto, i rapporti sessuali non servono soltanto per avere figli

e lo sperma non migliora, come il vino nelle botti,

invecchiando nei testicoli.

Mio padre ha formato una famiglia senza senso,

ma con tre paghe in più

per tre figli in eccesso.

Io, ormai, vivo solo per me stesso

e senza priorità generiche.

Ho idee vaghe sulla famiglia

e sono disabituato a dire “bravo” a un bambino furbetto.

Io,

con ritmo marziale da caserma,

vedo di fronte a me “o sole mio”

e un orso bruno al posto di mio padre.

Di volta in volta mi viene a mancare tutto

nella speranza di non avere niente di lui.

Niente mi va bene e niente mi piace,

non mi apro e non ricevo.

Non accetto alcunché.

Sono diventato impassibile.

Creatività e bontà,

dubbio e stupidità,

drasticità e menzogna:

tante volte mi ci vedo

e tante volte mi ci specchio in questo mare di premeditazione.

Ma di chi sono le idee?

Tra i tanti difetti evitati e i tanti comprati

l’errore non esiste:

faccio sempre e solo qualcosa per punirmi.

Le donne alla fine sono in gran parte positive

e non sono tutte troie.

Queste basse considerazioni mi ricacciano nella convenienza

di avere un padre amico:

e` meglio avere un padre amico,

piuttosto che un padre nemico.

E’ solo una questione di rispetto,

anche se si esige una vittima nel gioco subdolo dei ruoli.

Io non ho un’idea.

Non so distinguere tra invidia e vanità

e non conosco l’amicizia tra un uomo e una donna.

Un rapporto senza rispetto in una casa piena di figli

non e` preferibile alle pulsioni di una relazione d’amore

che oscilla tra debito e possesso.

Cosa sarà domani di me insieme a lei?

Io,

sintesi di desiderate fonti migliori,

resto ancora a me stesso un fascinoso e miserabile punto interrogativo.

L’IO COME STRUTTURA DIFENSIVA

La “difesa” è un’attività dell’Io destinata a proteggere l’uomo da una intensa esigenza pulsionale di tipo espansivo e repressivo.

Il “sistema delle difese” non coincide con la reazione psichica giustificata dalla presenza di un conflitto tra le varie istanze psichiche Io, Es e Super-Io o tra queste e la realtà. La Psicopatologia è esclusa dai comportamenti dettati dalle difese nel loro naturale esercizio.

Il “sistema delle difese” si attesta nella formazione dei tratti originali della “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”: naturali modi di inquadrare i vissuti e le esperienze di vita.

I “processi e i meccanismi di difesa” sono gestiti dall’Io e servono alla formazione psichica e all’adattamento nella realtà di ogni uomo.

Il disagio psichico si attesterà nell’uso inefficace o rigido delle “difese”, nel loro dannoso adattamento alla realtà esterna. La Psiche non funziona in maniera armonica e flessibile quando il “sistema delle difese” è stereotipato, quando si istruiscono pochi “meccanismi e processi” nonostante la loro varietà.

Le “difese” non si devono confondere con le “resistenze”. Queste ultime sono forze che impediscono la coscienza del rimosso fomentando una falsa immagine di sé, difendendo dall’angoscia di acquisire una “coscienza di sé” libera dagli inganni e dalle errate convinzioni.

Si possono distinguere i “processi e i meccanismi” di difesa in “primari” e “secondari”, primitivi e di ordine superiore.

I primi hanno lo scopo filogenetico di ridurre i livelli d’ansia e d’angoscia e sono il “ritiro primitivo”, il “diniego”, il “controllo onnipotente”, la idealizzazione”, la “proiezione”, la “introiezione”, la “identificazione proiettiva”, la “scissione dell’imago”, la “scissione dell’Io”.

I secondi sono regolati dai “processi secondari” e dal “principio di realtà” e fungono all’equilibrio della “organizzazione psichica” interna nell’adattamento alla realtà esterna. Essi sono la “rimozione”, la “regressione”, “l’isolamento”, la “intellettualizzazione”, la “razionalizzazione”, la “moralizzazione”, la “compartimentalizzazione”, “l’annullamento”, il “volgersi contro il sé”, lo “spostamento”, la “formazione reattiva”, il “capovolgimento”, la “identificazione”, l’acting out”, la “istintualizzazione”, la “sublimazione”, la “legittimazione”, la “assoluzione”.

Resta assodato che i “processi e i meccanismi di difesa” sono operazioni di protezione messe in atto dall’Io per garantire la sicurezza psichica e che esse agiscono contro le emergenze proibite e pericolose prodotte dalle rappresentazioni pulsionali provenienti dall’Es e dal Super-Io.

I “meccanismi di difesa”, visti in prospettiva dinamica ed economica, costituiscono un costante e sincronico articolarsi di molte difese, oltre che un gerarchizzarsi delle stesse a vari gradi.

La vitalità, la varietà e la ricchezza delle “difese” sono la migliore garanzia di un proficuo equilibrio psichico per ogni uomo. Viene a cadere la tradizionale tesi sulla Patologia del sistema delle difese. Quest’ultima consisterà nella mancanza di diversità, di elasticità e di efficacia dei “processi e dei meccanismi di difesa”.

Il soggetto “normale” deve possedere buone “difese”, diversificate e duttili, che permettono un sufficiente gioco pulsionale che non opprime l’Es, una giusta considerazione della realtà che non inquieta e disturba il Super-Io, un arricchimento costante dell’Io in ambito di relazioni mature e di scambi soddisfacenti.

Le “difese” non devono essere energeticamente dispendiose, bensì efficaci a ripristinare lo stato di equilibrio psicofisico nel minor tempo possibile. Inoltre, le “difese” devono essere realistiche e utili.

L’Io deve oscillare attorno a un asse medio che lo arricchisce e previene i rischi nel suo affascinante e avventuroso cammino.

QUALCHE CONSIDERAZIONE

La “rimozione” è la difesa principale e la più elaborata. Essa ricopre nell’economia psichica un posto quantitativo primordiale, possiede una rete di difese accessorie e satelliti come “l’isolamento”, lo “spostamento”, la “condensazione” e “l’evitamento”.

Un altro gruppo di “meccanismi di difesa” è più arcaico della “rimozione” e si attesta in misure più radicali che esulano dall’orbita nevrotica per situarsi in quella psicotica. Esse sono lo “sdoppiamento dell’Io”, lo sdoppiamento dell’imago”, “l’annullamento”, il “diniego”, la “negazione”, “l’identificazione proiettiva” e “l’identificazione con l’aggressore”.

La “proiezione” e la “introiezione” hanno un posto a parte nel sistema delle difese a causa della loro relazione dialettica nell’identificazione con l’Io e il non Io, l’oggetto esterno.

La “sublimazione” si può classificare a parte, alla luce delle sue specificità, come “processo” di difesa.

La “regressione” e la “fissazione” sono “processi” di difesa sintonici e sincronici.

COME SI STA MUOVENDO LA FUNZIONE ONIRICA

Sono trascorsi due mesi dal forte impatto che la nostra Psiche ha subito a causa della pandemia da “coronavirus”.

Si è ridestato il “fantasma di morte” legato alla nostra formazione psichica e, nello specifico, ai vissuti riguardanti la perdita depressiva.

La Psiche ha elaborato il “nucleo” in maniera traumatica anche perché sollecitata dalle restrizioni e dai messaggi sanitari e politici.

La Psiche ha un’attività, presa di coscienza, molto più lenta rispetto agli eventi, per cui nell’immediato usa i “processi e i meccanismi di difesa” dall’angoscia per ripristinare il miglior equilibrio psicofisico possibile alle condizioni date.

In questa evenienza traumatica la “razionalizzazione” interviene a dare alla “angoscia” la connotazione di una forte “paura”, dal momento che si conosce la causa del trauma. La “angoscia” depressiva di morte, legata al riemergere del “fantasma”, si commuta e si stempera nella “paura” di morire.

Il meccanismo psichico di difesa che naturalmente e frequentemente viene usato è “l’isolamento”: la freddezza psichica ottenuta dalla scissione dell’emozione e della tensione dall’idea della morte e dalla rappresentazione mentale.

Consegue che la funzione onirica, l’attività psicofisiologica del sognare, acquista forza nello scaricare la “paura” di morire. Andiamo a dormire con questa “paura” e ci addormentiamo entrando nella fase REM massimamente agitati anche per la qualità del sonno stesso.

Nelle fasi successive del sonno, REM E NON REM, persistono le tensioni fomentate all’inizio del sonno dalla paura di morire. Progressivamente smarriscono la motivazione consapevole e degenerano in angoscia, sia perché non hanno l’oggetto e sia perché la tensione è massima e deve scaricarsi.

La tensione psicofisica in sonno non trova sempre nel sogno la salvaguardia per continuare a dormire e, allora, si scarica nell’incubo e nel risveglio immediato o si somatizza nella funzione respiratoria, in pieno rispetto al dato clinico che il virus colpisce i polmoni.

La funzione onirica si sta muovendo in questi ultimi due mesi in questa maniera: si ricorda poco del sogno e viene a mancare la “catarsi” delle tensioni, andiamo a letto con la “paura” che nel corso della notte si trasforma in “angoscia” e si somatizza scaricandosi nel respiro.

Appena svegli la funzione respiratoria si ristabilisce nei suoi normali ritmi, a conferma che, mancando la sequenza delle immagini, meccanismo onirico della “figurabilità”, la tensione aumenta e ristagna per poi scemare.

Questo è quanto volevo comunicarvi anche per una maggiore tranquillità.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), mercoledì 29 del mese di Aprile dell’anno 2020

IL DINIEGO

I MECCANISMI DI DIFESA DALL’ANGOSCIA

Come ci si può difendere dall’angoscia di morte?

In progressione spiego e adatto i processi e i meccanismi psichici di difesa gestiti dall’Io in riferimento alla drammatica contingenza che stiamo vivendo.

IL DINIEGO

Il “diniego” è un meccanismo primario di difesa dall’angoscia di morte che si elabora e sperimenta nei primi anni di vita con la celebre espressione “oh no!” e che si porta avanti nel tempo e nell’età adulta quando uno stimolo forte innesca una carica d’angoscia che induce al rifiuto e alla negazione della realtà semplicemente perché risulta ingestibile dal sistema economico della Psiche. Il processo magico dell’egocentrismo del bambino è il seguente: “se non riconosco il fatto, non è successo”. Il mancato riconoscimento di una realtà di fatto si serve del “diniego” per non vivere l’angoscia collegata: il lutto negato, il trauma negato, l’episodio negato, la malattia negata e quant’altro di negativo capita nella vita ordinaria. Spesso in una situazione di grave crisi e di emergenza si reagisce emotivamente con la negazione che la propria sopravvivenza è a rischio. L’eroismo è un “diniego” volto al positivo, sublimato. Negare una malattia e non curarsi rappresenta la parte negativa di questo meccanismo primario di difesa. Negare la violenza subita, l’alcolismo in atto, il disagio psichico, le molestie sessuali in corso, la caduta della vitalità, la vecchiaia, la mancata accettazione di questi umani fenomeni subisce l’azione improvvida e pericolosa del meccanismo psichico di difesa del “diniego”. Nelle difese più mature è spesso presente una forma del “diniego”, come ad esempio nella giustificazione consolatoria del “nondum matura est” di cui diceva la volpe riferendosi all’uva troppo in alto per essere raccolta e mangiata. La persona respinta amorosamente si convince che il suo sentimento e il suo valore non erano meritati: una forma di “diniego” della realtà di fatto. In questi casi manca la “razionalizzazione” matura. Il meccanismo psichico di difesa della “formazione reattiva” fa uso del “diniego”, ad esempio, nel convertire il sentimento d’amore nel suo opposto, il sentimento dell’odio, proprio negando il sentimento da cui si dipende.

Nella Psicopatologia la “maniacalità” è legata al “diniego” proprio perché in uno stato di eccitazione smodata la persona nega la realtà sia essa fisica, morale, finanziaria, sanitaria e altro. La “maniacalità” rende insignificanti i limiti della realtà. Il “diniego” è la difesa principale che porta alla ciclotimia e alla sindrome bipolare: stati d’umore alternati che vanno dal depressivo al maniacale. Le persone che oscillano tra la depressione e l’eccitazione hanno capacità notevoli di intrattenere e divertire il pubblico, sono ottimi attori, hanno facilità di parola, destano simpatia, hanno quel fascino maniacale che preoccupa soltanto per l’uso eccessivo del meccanismo psichico di difesa del “diniego” della natura depressiva di base. Questo è il prezzo psicologico pagato per commutare un nucleo depressivo in un nucleo maniacale. Il re dei pagliacci si porta dentro un’angoscia di perdita che risolve con il “diniego”. Si conferma il difetto della “razionalizzazione”, il meccanismo di difesa che ripristina la lucidità della “coscienza di sé”.

Nella nostra attualità drammatica negare l’esistenza del “coronavirus” e degli effetti altamente nocivi della sua azione, significa usare il meccanismo del “diniego”, rappresenta un andare contro l’evidenza dei fatti e della realtà in atto. Negare la presenza e l’azione del “coronavirus” è una forma di demenza e di alienazione che comporta grossi guasti individuali e collettivi. Questa pazzia è spesso tollerata nel mondo civile e la gente non reagisce in maniera drastica a certe affermazioni ed espressioni di gruppi umani altamente suggestionabili che esibiscono le loro dissennate dottrine anche in pubbliche manifestazioni. Ad esempio, il “negazionismo”, il negare eventi storici reali ed evidenti come l’Olocausto, è un delirio schizofrenico molto pericoloso per chi lo elabora e soprattutto per chi lo ascolta a causa della sua suggestiva iperbolicità. Le masse e le folle spesso corrono dietro i messaggi deliranti dei dissennati di turno che negano la realtà dei fatti. Nella drammatica contingenza la corrente di pensiero che tende a ridurre l’azione patologica del “coronavirus” si serve del meccanismo del “diniego” per fini di manipolazione politica delle masse attraverso la “maniacalità”, la formazione di uno stato di eccitazione nella gente, o per fini di protagonismo narcisistico e socialmente pericoloso, la propaganda e la candidatura a leader. La “razionalizzazione” e il “principio di realtà”, su cui si basa l’Io vigilante, escludono qualsiasi intervento del meccanismo del “diniego”. Conviene esagerare l’azione della Ragione, piuttosto che mettere in minimo dubbio la verità di fatto, così come conviene rafforzare la paura del contagio, senza renderla iperbolica, per avere dalla massa la risposta giusta e auspicata: “restate a casa”. Ancora: il “diniego” parziale si attesta nella difesa dall’angoscia attraverso il “controllo onnipotente”, la sicumera esibita di fronte al rischio di contagio e l’improvvida affermazione della propria incolumità. Tante persone reagiscono all’angoscia di morte con il potere sulla realtà e la convinzione di poter gestire i fatti secondo il proprio intendimento. Anche questa è una forma frequente di delirio ben visibile nelle manifestazioni umane individuali e sociali. Esempio: alcuni gruppi religiosi professano l’elezione e la protezione del loro dio.

. . . _ _ _ . . . S O S

INFANZIA E ADOLESCENZA

MECCANISMI E PROCESSI DI DIFESA

La costrizione psicofisica al chiuso, la restrizione dei contatti sociali e soprattutto l’angoscia di morte sono decisamente vissuti innaturali e traumatici per i bambini e per gli adolescenti, oltretutto perché prolungati e al momento indeterminati.

I “meccanismi e i processi psichici di difesa” dall’angoscia che innescano i bambini e gli adolescenti sono i seguenti:

“rimozione”, non ci pensano, dimenticano, trascurano, non ci filano dietro,

“onnipotenza”, ce la faranno, ne verranno fuori eroicamente,

“isolamento”, separano il pensiero della reclusione dalle sensazioni d’angoscia,

“annullamento”, convertono l’angoscia in un rituale elaborato o conosciuto,

“volgersi contro di sé”, si sentono in colpa e devono espiarla in qualche modo,

“spostamento”, riversano l’angoscia in un oggetto, il feticcio,

“messa in atto”, reagiscono alla vulnerabilità con l’azione, sono molto attivi,

“regressione”, tornano indietro a fasi superate dello sviluppo psicofisico,

“sublimazione”, pregano o fanno i buoni o chiedono perdono,

“altri meccanismi di difesa” dall’angoscia individuali e personali che non sono contemplati nei trattati di Medicina psicosomatica perché sono frutto della loro creatività e hanno il benefico risultato di alleviare il dolore e la sofferenza.

LA SOMATIZZAZIONE DELL’ANGOSCIA

La preoccupazione dei genitori deve subentrare quando l’angoscia dei figli si somatizza, quando il livello delle tensioni nervose accumulate non è più gestibile dal sistema nervoso centrale e periferico, per cui turba l’equilibrio omeostatico e disturba le funzioni psichiche e organiche. I bambini e gli adolescenti sono aperti alle novità proprio per la loro natura psicofisica. Hanno una buona duttilità mentale perché sentono che l’evoluzione organica è veloce e ben visibile, perché sanno che i processi psichici sono più lenti e richiedono tempo per essere assimilati. E’ questo il loro equilibrio: la consapevolezza incarnata nell’evoluzione e nella crescita, il vivere sulla pelle il divenire psicofisico, il pensiero ormonale.

Alla luce di questi fattori di gran pregio, consideriamo la crisi psicosomatica, il suo significato, la prognosi e l’intervento possibile da parte dei genitori. Preciso che tra i “processi e i meccanismi di difesa” dall’angoscia citati il più usato è la “regressione”, perché si presenta a portata di mano e risolve beneficamente un conflitto contingente. La “regressione” è dannosa se persiste e si struttura nell’adulto.

A questo punto elenco e spiego i disturbi psicosomatici, quelli che hanno una causa psichica e sono causati da uno scarico della tensione nervosa, angoscia, attraverso il corpo e in un disturbo degli organi e degli apparati che manda in tilt le funzioni psicofisiche. Bisogna considerare che trattandosi di uno scarico di tensione nervosa in sovraccarico, il disturbo è benefico perché riporta in equilibrio il sistema psicofisico di distribuzione delle energie.

I DISTURBI PSICOSOMATICI DEI BAMBINI E DEGLI ADOLESCENTI

La richiesta del “ciuccino”, oggetto transferale, esprime il bisogno di un appagamento sostitutivo in riguardo agli affetti e uno scarico della tensione nervosa. La madre e il padre intervengono e acconsentono nella difficile contingenza ai bisogni del figlio, provvedono a una loro maggiore e migliore presenza. La figura materna è importante per risolvere l’investimento affettivo del figlio nel ciuccino. L’oggetto transferale è considerato un prolungamento simbolico della figura materna.

Il “dito in bocca” e qualsiasi altro rituale personale del bambino non vanno censurati, vanno tollerati in silenzio e senza rimbrotti in quanto benefiche regressioni e compensazioni. Hanno la funzione di esorcizzare l’angoscia, per cui la madre e il padre devono provvedere a instillare nel bambino maggiore sicurezza e protezione con le parole e gli atti.

La “balbuzie”, un disturbo del linguaggio, indica la conversione dell’angoscia nella fluidità della loquela. Si tratta di angoscia, il bambino ha bisogno di essere tranquillizzato attraverso il dialogo per favorire la presa di coscienza della causa contingente. Chiama in causa il padre per ridurre la tensione, ma la madre serve per l’affettività.

La “inappetenza”, un disturbo dell’alimentazione, esprime un rifiuto affettivo e una forma di isolamento, ma è anche una richiesta d’aiuto. E’ una forma apparentemente autonoma di gestire l’angoscia attraverso una riduzione del cibo. L’abbraccio costante e premuroso è sempre la migliore medicina. Privilegiata è la madre, di valido concorso è il padre.

La “fame nervosa” è un disturbo alimentare che insorge per scaricare la tensione nervosa e per significare il bisogno affettivo inappagato. Chiamata in causa è la madre e in rafforzamento è richiesto il padre.

Il “vomito” è un disturbo digestivo ed è legato a un rifiuto della dipendenza affettiva e a una reazione aggressiva verso la mancanza di affetto che il bambino avverte in base ai suoi bisogni. La rassicurazione da parte della madre e del padre sulla sua richiesta ambigua si svolgerà con le parole e con i fatti.

La ”anoressia” contingente, il rifiuto del cibo, è un tratto psicofisico delicato che bisogna considerare ben bene. L‘angoscia è legata a un conflitto affettivo che include la madre e il padre, nonché il corpo. L’intervento di entrambi è finalizzato alla risoluzione della relazione con parole e azioni, affetti e riflessioni perché la scelta del disturbo è oltremodo significativa: un campanello d’allarme.

La “diarrea” si spiega con l’azione turbolenta dell’angoscia a livello gastrointestinale. Il sintomo descrive il rifiuto della contingenza drammatica e la paura accumulata e risolta con il rituale continuato dell’espulsione delle feci. Necessita l’intervento della madre e del padre in rassicurazione benefica e in spiegazione ottimistica dell’evento.

Il “mal di stomaco” si spiega con la richiesta di essere accudito e protetto, un momento di debolezza psicologica. E’ rivolto alla madre in primo luogo e al padre per quanto riguarda la sicurezza e la rassicurazione.

La “stitichezza” si attesta in una contrazione nervosa dell’apparato gastrointestinale e in una conversione dell’angoscia per significare lo stato di blocco psicofisico, la rabbia per l’inanimazione e la restrizione, la chiusura individualistica e il rifiuto dell’ambiente. Il padre è chiamato in causa per rassicurare e proteggere, mentre la madre interverrà per donare e per stimolare all’abbandono affettivo al posto di un inutile e dannoso isolamento.

La “encopresi”, farsi la cacca addosso, è un disturbo regressivo che attesta di un forte bisogno di dipendenza dalla figura materna e di un ricatto affettivo. È un mettere alla prova la quantità e la qualità dell’amore materno. Il bambino manipola i genitori per avere un tornaconto affettivo e per esercitare una forma di potere all’interno della relazione con i genitori. Bisogna capire le regole del gioco e far capire al bambino che il suo obiettivo si può raggiungere per via normale e senza ricorrere a stratagemmi non igienici. La madre sostenga e affermi la figura del padre. Quest’ultimo sia autorevole e non autoritario. Questo è un conflitto preesistente all’epoca del coronavirus e che si ripropone sulla scia dell’angoscia in atto.

La “enuresi”, fare la pipì di notte addosso, desta preoccupazione perché si tratta di un conversione d’angoscia importante, di una tensione nervosa forte al punto di aprire la vescica per scaricarla. L’angoscia di questi tempi non manca ed è angoscia depressiva di perdita. Entrambi i genitori sono chiamati a prendersi amorevole cura del bambino per la qualità del disturbo: affetto e parola per aiutare la consapevolezza dei contenuti dell’angoscia. Ovvio, niente rimproveri e derisioni.

La “asma” o le difficoltà respiratorie, del tipo “mi manca il fiato”, significano una richiesta d’aiuto per l’angoscia di essere abbandonato e lasciato solo, di perdere l’amore e la protezione dei genitori. Chiamata in causa in prima istanza la madre per la rassicurazione affettiva e di poi il padre per il rafforzamento psichico.

La “emicrania” è una richiesta di attenzione fatta indirettamente ai genitori e causata dal bisogno di considerazione e di affetto. Di solito il bambino ripete il disturbo che in famiglia ha visto nelle figure genitoriali e lo propone per i suoi bisogni contingenti. Madre e padre si mettono in allerta e vanno in sostegno.

La “insonnia”, difficoltà a prendere sonno, rievoca un disagio di abbandono e di solitudine, un’angoscia nell’affidarsi al sonno per paura di restare solo e perché il sonno viene equiparato a una forma di morte. L’insonnia contiene un bisogno di controllo dei genitori per paura che muoiano, per cui è necessario non perdere la vigilanza. Di solito basta il genitore del sesso opposto a risolvere il quadro. Se non funziona, tutti sul lettone!

“L’incubo” attesta di una turbolenza nell’elaborazione del sogno e la mancanza delle difese per continuare a dormire. E’ occasionale e si risolve accudendo e rassicurando senza grandi patemi d’animo.

La “pelle” parla attraverso l’eczema, il prurito, la dermatite, disturbi che attestano di una ricerca di contatto affettivo ed erotico da carenza, secondo il registro del fabbisogno infantile, Entrambi i genitori sono chiamati in causa e i padri devono essere meno renitenti a questa forma di relazione corporea con i figli.

La “ipocondria” si manifesta con la paura di contrarre la malattia in atto ed è una paura giustificata, più che una fobia o un’angoscia. Tratti ipocondriaci sono le esagerazioni del contesto epidemico e la forte reattività emotiva. I genitori sono chiamati a rassicurare e a bloccare con mille ragionamenti e carezze questa traslazione dell’angoscia di morte.

Il “pianto isterico” si riduce a una scarica purificatrice delle tensioni nervose accumulate, “catarsi”, e fa solo bene perché libera il corpo da un sovraccarico nocivo. Non va censurato, ma va capito e si deve procedere alla rassicurazione emotiva da parte di entrambi i genitori, sempre tenendo in considerazione che spesso la madre opera a livello affettivo e il padre agisce a livello protettivo.

La “stanchezza” è una richiesta di aiuto e non una negligenza in questi tempi. Il disimpegno è una forma di noia, una caduta del desiderio, una forma depressiva. I genitori devono capire, far parlare i figli e stimolare con la giusta volitività e senza forzature e tanto meno costrizioni.

La “noia” è un pesante disturbo dell’universo desiderante del bambino, è una psicopatologia del desiderio e una crisi della tensione a pensare un traguardo e a raggiungerlo. Un bambino che non desidera è diventato vecchio perché i genitori non gli hanno concesso la possibilità di fantasticare e di appagare i suoi bisogni con la sua ricerca e le sue riflessioni. In questa drammatica situazione la “noia” è contingente e non patologica, ma è sempre un segnale da non trascurare e da considerare dopo la tempesta. Il padre e la madre sono chiamati a un intervento deciso e invitante di fronte a una chiusura depressiva e a un ristagno emotivo.

La “frequenza a far la pipì” attesta di un bisogno di scaricare la tensione nervosa, legata alla paura del contagio e della morte, attraverso un rilassamento piacevole. Non dimentichiamo mai che l’impatto di fondo della psiche dei bambini è con questo tremendo “fantasma” e con l’angoscia depressiva collegata.

“L’isolamento” dal contesto della famiglia è un segnale delicato e degno di grande considerazione da parte dei genitori, perché attesta di una chiusura in se stesso, di una manovra autistica intesa a preservarsi e a conservarsi chiudendo le relazioni con il mondo e tenendo soltanto quelle con se stesso. L’intervento dei genitori deve essere immediato e forte nel ripristinare i contatti con il figlio, nel rassicurarlo e nel farlo esprimere sul mondo interiore che sta vivendo, sull’angoscia di morte che ha preso una via pericolosa per essere risolta. Il bambino che si isola, non parla e non collabora non è un bambino tranquillo.

Il “mutismo” è un annesso dell’isolamento e vale quello che si è detto in precedenza. L’angoscia ha tolto la parola e il bambino non trova la possibilità di scaricarla. Non è un capriccio, è un’incapacità momentanea e reversibile. Il padre e la madre ridestino da questo isolamento il figlio attraverso la pazienza e la prudenza al fine di risentire la voce che ancora non sa articolare la qualità del messaggio. Lo stimolo costante delle loro parole e dei loro discorsi è auspicabile e risolutore.

“Sbattere la testa contro il muro” è un sintomo pesante e pericoloso perché attesta di un bisogno del bambino di liberarsi dai pensieri funesti e angoscianti e di una sua incapacità a risolvere da solo la brutta storia che gli gira dentro la testa. E’ necessario farlo parlare per dare corpo al pensiero, fargli dire i brutti pensieri che la sua testa elabora senza che lui possa fare qualcosa per impedirlo. Di poi, bisogna tenere sotto controllo il problema evidenziato e affidare il bambino allo specialista in psicoterapia. I genitori devono essere sensibili e non minimizzare il nucleo psichico che il “fantasma di morte” ha tirato fuori con le sue costanti provocazioni.

“Dondolare la testa” attesta di un rituale fobico e ossessivo che il bambino usa per manifestare la ripetitività dei suoi pensieri depressivi e per esorcizzare la ritornante emozione di perdita. E’ un segnale delicato e pericoloso come il precedente, per cui i genitori sono chiamati alla identica reazione.

In conclusione non dimentichiamo i “segnali individuali” che attestano di uno squilibrio o di un disturbo. I genitori conoscono i figli e sanno che qualche gesto o qualche atto, qualche postura o qualche movimento ha un significato particolare per il loro bambino. Questi sono i “segni soggettivi” che si ascrivono alla creatività di ognuno di noi. Tutti abbiamo elaborato ed elaboriamo segnali per indicare a noi stessi e agli altri uno stato d’animo o un conflitto. Tutti diamo un senso a questa nostra fenomenologia o modo di apparire agli altri. I genitori possono decodificare questi segni dei figli e possono intervenire con sollecitudine e premura. La parola e la razionalizzazione sono sempre buoni compagni di viaggio in questa relazione d’amore. Esempio: mio figlio quando ha paura mette le braccia conserte oppure mia figlia quando è arrabbiata muove la gamba o le sopracciglia: et cetera, et cetera, et cetera. Buona fortuna in questo approccio con i vostri figli e che sia foriero di nuovi sentimenti e di proficue scoperte per i grandi e per i piccoli. E quando tutto sarà passato, ricordatevi di non dimenticarli.

POSTILLA CONCLUSIVA

Il chiarimento del quadro clinico è motivato dall’attacco psichico che subiscono i bambini e gli adolescenti in questa drammatica contingenza e dalla messa in atto dei meccanismi di somatizzazione.

Siamo in un ambito psicologico, ma non va assolutamente trascurato il dato medico.

I bambini non vedono i nonni e le figure affettive di riferimento: questo è un fattore traumatico e chissà quale vissuto stanno elaborando su questa assenza.

Parecchi bambini e adolescenti sono toccati intimamente da un lutto, la perdita del nonno o della nonna, per cui i genitori stiano attenti alla “razionalizzazione del lutto” e favoriscano le manifestazioni del dolore a garanzia di una minore “rimozione” e dell’uso di meccanismi psichici meno pericolosi in tale drammatico contesto di perdita.

Ricordo che stiamo vivendo sulla testa e sulla pelle un evento eccezionale che non possiamo assorbire a livello psicologico se non con tempi lunghi. Attualmente possiamo soltanto razionalizzare la realtà in atto e metterci il migliore riparo possibile, ma cosa del nostro pregresso psichico ha evocato il famigerato “fantasma di morte” lo sapremo, grandi e piccoli, cammin facendo. Di conseguenza preservare oggi i piccoli e indifesi bambini significa aiutarli a non accusare disturbi domani. Questa opera di prognosi va fatta dai genitori con la massima solerzia e sollecitudine, oltre che con il sentimento della “pietas”, condivisione e riconoscimento, che è il miglior alleato del sentimento d’amore.

“CAMINAMU !”

Mi sa spiegare perché i giovani non rinunciano all’aperitivo e alla movida? Perché la gente va al mare quando si predica di restare a casa?

Lucia

L’APERITIVO A MILANO

E’ successo anche questo. E’ il prezzo che si paga in attesa che gli individui formino un gruppo intelligente e responsabile.

I giovani sono trasgressivi per natura e hanno anche un conto ancora aperto con l’onnipotenza dell’infanzia e l’ebollizione dell’adolescenza. Hanno un’istanza psichica refrattaria alle imposizioni e ai tabù. Hanno un “Super-Io” incompleto e in formazione. La provocazione sociale è supportata dalla febbre del sabato sera e dalla “libido” in corpo. I giovani hanno un’Etica che risente beneficamente degli ormoni e del benessere psicofisico, per cui mal tollerano i divieti sociali e i blocchi dell’energia vitale. Hanno bisogno di capire bene l’entità clinica e il valore etico della questione, per cui reagiscono andando contro la morale comune e l’imposizione politica. Nel momento in cui introiettano il messaggio e fanno propria la disposizione, filtrano i limiti con i valori nobili di cui sono portatori e con la generosità che contraddistingue la loro prospera natura vivente. L’aperitivo in compagnia è decisamente una provocazione che sa di onnipotenza e di beffa verso il mondo degli adulti. E’ anche una reazione all’angoscia prospettata ed evocata da un virus che esiste ed è in circolazione. E’ un esorcismo alla minaccia di morte, è una difesa psichica da “formazione reattiva” che esige il divertimento al posto del dolore e della contrizione, è una difesa da “conversione nell’opposto” che afferma la vita sulla morte e la vitalità sull’inerzia. C’è anche una componente ironica, satirica e goliardica nella filosofia di vita della nostra migliore gioventù. Mi piace pensare all’Etica dei giovani come un sistema di principi e di comportamenti decisamente dinamico rispetto a quello statico del mondo maturo. In tale provocazione sociale incide anche il meccanismo di difesa della “istintualizzazione” che converte la carica nervosa negativa, angoscia, in un investimento di “libido”, il dolore nell’erotismo semplicemente perché i giovani in gruppo non sublimano, ma agiscono per convertire le energie psicofisiche a loro vantaggio.

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NELLA SPIAGGIA DI OSTIA

La questione della gente che affolla la spiaggia di Ostia è più inquietante dell’aperitivo dei giovani in quel di Milano, semplicemente perché in quella spiaggia c’erano tanti adulti e anche anziani, c’erano tanti genitori e tanti bambini. I giovani erano pochi. La gente era eterogenea e, più che trasgressiva, era semplicemente superficiale. La minimizzazione era la tendenza comune, mentre il meccanismo psichico di difesa messo in atto era il “diniego”, un meccanismo pericoloso dell’infanzia che si attesta nel rifiuto di vivere l’angoscia e nella negazione della realtà in atto. Della serie: ci hanno detto che non dobbiamo uscire perché c’è in giro il “coronavirus” che ci può uccidere, noi ce ne fottiamo e ci prendiamo regolarmente il sole in spiaggia in questa bellissima giornata di fine inverno. Il gruppo umano non solo nega la realtà dei fatti, ma si serve del delirio per giustificare le proprie azioni. Una massa delirante è tollerata e appare nella normalità rispetto a un individuo originale perché fuori di testa. La quantità è più vicina alla verità e alla giustizia rispetto all’individuo, il tutto va al di là della qualità logica ed etica del messaggio. Proprio in quel contesto di calore solare la gente ha raffreddato l’angoscia scindendola dalla consapevolezza della pericolosa azione infettiva del virus. Dalla gente adulta si aspetta l’uso del meccanismo di difesa della “razionalizzazione”, quello utile per stemperare l’angoscia proprio comprendendone la causa e disponendo l’azione adeguata.