PSICODINAMICHE SESSUALI FEMMINILI

I disturbi sessuali femminili sono la “caduta della libido”, il “vaginismo”, la “dispareunia”, la “anorgasmia”, la “ninfomania” o “desiderio compulsivo”, la “fobia della sessualità”.

Il quadro clinico è sommario e schematico, come tutte le sintesi chiarificatrici, perché ogni donna immette nel suo sintomo la personale e irripetibile formazione psichica.

Una premessa è necessaria.

Le cause delle disarmonie sessuali possono essere organiche, psicologiche e miste. Bisogna, inoltre, distinguere il disturbo principale da quello secondario o acquisito. Il primo appartiene al soggetto, il secondo è legato alle circostanze e al partner.

L’evoluzione della sessualità femminile passa attraverso le seguenti fasi: il desiderio, l’eccitazione, il potenziale evolutivo della coalizione dei sensi o “plateau”, l’orgasmo e la risoluzione.

Il “desiderio” è la rappresentazione mentale dell’istinto, “fantasma”: la pulsione avvertita dall’Es ed elaborata dall’Io. Ha sede nel corpo, “libido”, e viene esaltata dalla fantasia e dalle libere associazioni: operazioni dell’Io. Contrariamente all’etimologia, il latino “de sideribus” traduce l’italiano “dalle stelle”, il “desiderio” sale dal corpo, in esso risiede e da esso si espande, per cui si può definire la prima consapevolezza della “libido” senza le interferenze censorie e morali, nonché limitanti, del “Super-Io”. La Mente considera le sensazioni del Corpo e si appresta a fornire una risposta tramite la catena dei neuroni e la comunicazione delle sinapsi. Il sistema neurovegetativo o autonomo o involontario è in sintonia con il sistema nervoso centrale o volontario. Da questa essenziale cooperazione il desiderio sessuale acquista una sua precisa identità: la disposizione ad attivare ed evolvere la “libido”.

La “eccitazione” è il risultato dell’interazione “Corpo-Mente”, libido-fantasma: il prosieguo psicofisico del desiderio erotico e sessuale. Si attesta nel Corpo e si manifesta con una serie di modificazioni chimiche e fisiologiche: vaso-congestione e inturgidimento degli organi genitali e delle zone erogene, lubrificazione vaginale, aumento del battito cardiaco e del ritmo respiratorio. La Mente riduce la vigilanza dell’Io e percepisce le stimolazioni sensoriali e gli effetti erotici. Cresce in tal modo la benefica tensione seguendo immagini e fantasie personali e legate a modalità di eccitazione sperimentate nel corso dell’evoluzione della “libido”. Lo stato di eccitazione è in atto e passibile di essere intensificato.

Il “potenziale evolutivo della coalizione dei sensi” o “plateau”consiste in un crescendo psicofisico dell’eccitazione contraddistinto dalla forte carica pulsionale e dalla percezione del senso diffuso del piacere dalle zone genitali a tutto il corpo e soprattutto al cervello. La “Mente” è disposta a vivere i movimenti spontanei e naturali del corpo e a non esercitare alcun controllo sullo stato psicofisico in atto e che tende ad accrescersi e a raggiungere un apice, un corto circuito nervoso definito “orgasmo”. La “Mente” tende a percepire e registrare le variazioni del “Corpo”. Quest’ultimo vive i segnali dell’accrescimento del piacere accentuando le sensazioni e le vibrazioni erotiche con conseguente lubrificazione vaginale, irrorazione sanguigna degli organi genitali e della pelle, inturgidimento dei seni ed erezione dei capezzoli e del clitoride, allargamento e sollevamento dell’utero dalla posizione di riposo sul fondo del bacino, la dilatazione e la colorazione delle piccole labbra, la congestione della zona inferiore della vagina, “piattaforma orgasmica”, l’appiattimento del clitoride. Questo stato del “Corpo-Mente” è propedeutico all’orgasmo ed è passibile di controllo nell’andare e nel venire dall’orgasmo fino alla caduta della sensibilità, anestesia. Il “plateau” è una situazione psicofisica gestibile al fine di vivere e rivivere il picco erotico dell’orgasmo.

L’orgasmo è il picco erotico di cui si diceva in precedenza, è un complesso di sensazioni piacevoli e intense che partendo dalla zona sessuale si estendono a tutto il corpo. L’etimologia greca dice di una miscela di ardore e desiderio. Il “Corpo” esprime una serie di contrazioni ritmiche riflesse che coinvolgono i muscoli intorno alla vagina e al perineo e i tessuti inturgiditi della “piattaforma orgasmica”. Il clitoride è la zona da cui si irradiano le sensazioni che innescano le contrazioni vaginali. La “Mente” esige il massimo del disimpegno dell’Io vigilante e l’affidamento ai movimenti neurofisiologici dell’Es, nonché l’assenza totale della funzione inibitrice del “Super-Io”. La donna è stata chiamata in questa escalation del piacere ad affidarsi al suo Corpo e ai suoi processi involontari per “venire”, metafora popolare che si traduce in “partire e arrivare” o disposizione a una forma di “sapere di sé” tramite l’unità “Corpo-Mente”. Accettazione e fascino del proprio “Corpo” sono le condizioni psicologiche per arrivare e ripetere la miscela di ardore e desiderio, “orgasmo”, l’esaltazione dei sensi e l’affidamento della coscienza, “venire”.

La “risoluzione” si attesta nel progressivo e lento sciogliersi delle tensioni e delle contrazioni vissute durante l’apice orgasmico e provocate dall’eccitazione sessuale durante le fasi precedenti. Il “Corpo” è in uno stato di abbandono psicofisico, quasi di piacevole spossatezza, e vive la progressiva cessazione delle reazioni fisiologiche locali, specificamente sessuali. Il “Corpo”, dopo questo naturale turbamento dell’omeostasi, ritorna nello stato di tensione psicofisica necessario per riprendere le attività della propria vita. La “Mente” si riappropria della vigilanza dell’Io e del “principio di realtà” dopo l’intensa esperienza del “principio del piacere”. L’istanza censoria del “Super-Io” riprende la funzione di limite psicosociale in ottemperanza al “principio del dovere”.

In sintesi si rileva che la “libido” femminile ubbidisce al “principio del piacere” attraverso la fantasia, la stimolazione, la vaso-congestione e la lubrificazione, effetti psicosomatici di “conversione” e procede evolutivamente nei turbamenti e nel ripristino dell’equilibrio psicofisico.

Escluse le cause organiche, quelle psicologiche, che possono procurare e motivare un disturbo psicosomatico della sessualità femminile, sono evidenziate in questo quadro clinico e psicodinamico. Degne di considerazione saranno i seguenti fattori: la variazione dello stato di coscienza, l’organizzazione psichica reattiva, la posizione psichica, i meccanismi di difesa, i processi primari o funzione della fantasia, i processi secondari o funzione razionale, i tipi di conversione psicosomatica.

LA CADUTA DELLA LIBIDO

La “caduta della libido” è il disturbo più diffuso, si attesta nella progressiva riduzione del desiderio sessuale e nella indisposizione al coito e a tutte le pratiche erotiche. Si tratta di un’istanza depressiva che coinvolge espressamente la fase dell’eccitazione con una mancata o parziale risposta a uno stimolo erotico adeguato. La donna possibilmente sente il desiderio sessuale, ma inibisce l’eccitazione. La lubrificazione non avviene o si riduce con il procedere del coito insieme all’inturgidimento e alla vaso-congestione vaginale. Manca il coinvolgimento erotico anche in presenza di eccitazione. Quest’ultima è vissuta in maniera meccanica e non attraente perché viene inibita la percezione del piacere: anestesia isterica.

Le cause della “caduta della libido” si attestano in “traumi reali” che evocano i “fantasmi” collegati alle varie “posizioni psichiche”, nello specifico e in prevalenza quelle “genitale” ed “edipica”: investimento e coinvolgimento affettivo, conflittualità con i genitori. Essendo inibita anche la masturbazione, si conferma una forma di autolesionismo legata alla “posizione anale” e all’esercizio della “libido sadomasochistica”.

Sono, inoltre, chiamati in causa i seguenti “meccanismi” e “processi” psichici di difesa dall’angoscia: il ritiro primitivo, il diniego, il controllo onnipotente, il disinvestimento e il controinvestimento, la formazione di sintomi, la conversione isterica, la traslazione, l’isolamento, l’annullamento, lo spostamento, l’intellettualizzazione, la moralizzazione, il volgersi contro il sé, l’acting out, la sublimazione.

Le istanze psichiche chiamate in causa sono l’Es, l’Io e il Super-Io. Le pulsioni erotiche e sessuali dell’Es non sono ammesse e riconosciute, il controllo e la vigilanza razionale dell’Io sono coinvolte ed esaltate, la censura morale e l’imposizione del limite da parte del Super-Io sono massicciamente presenti e determinanti.

I “processi primari” sono esclusi a vantaggio dei “processi secondari”: le fantasie erotiche e sessuali lasciano il posto ai ragionamenti e alle giustificazioni sulla “caduta della libido”.

La variazione dello stato di coscienza è ferma all’autocontrollo vigilante. La donna non si abbandona alle sensazioni e si tiene ferma alle istanze dell’Io vigilante.

Le cause si attestano in traumi dell’infanzia e dell’adolescenza, sentimento di avversione verso il maschile, pulsione omosessuale, travaglio e parto, menopausa, violenza sessuale, trauma d’organo, fantasie d’incesto, tratto depressivo, conflitto di coppia, avversione e pregiudizio verso la sessualità. La “caduta della libido” e dell’eccitazione ha un significato psicodinamico che va individuato e razionalizzato con una psicoterapia analitica.

Le “organizzazioni psichiche reattive” privilegiate e coinvolte sono la “narcisistica”, la “schizoide”, la “paranoide”, la “masochistica”, la “ossessiva”.

IL VAGINISMO

Il “vaginismo” si attesta nella contrazione involontaria dei muscoli pelvici e vaginali con impedimento alla penetrazione e a qualsiasi manipolazione, tra cui anche gli interventi ginecologici e chirurgici. E’ una difesa automatica dalla violenza immaginata, più che subita. Il “vaginismo” non esclude le pratiche sessuali orali o anali, dal momento che il conflitto è legato a filo doppio con la vagina. Quest’ultima, essendo l’organo sensibile e debole, esclude la masturbazione. Il “vaginismo” può essere permanente o acquisito o situazionale: da sempre, con un partner, in determinate circostanze. Le cause sono prevalentemente legate ai “fantasmi” elaborati nella “posizione anale” e “fallico-narcisistica”. Queste donne sono molto seduttive e tendono a supplire alle loro problematica sessuale, vissuta come inferiorità, con l’azione, meccanismo di difesa primario della “messa in atto”, “acting out”. In tal modo rafforzano il conflitto con l’insuccesso. Nell’adolescenza hanno immaginato il coito come violento, ridestando le fantasie sulla “libido sadomasochistica”, e lo hanno associato a un “fantasma di morte” con la conseguente angoscia che intercorre puntualmente nel momento della penetrazione o della manipolazione della vagina. Queste donne hanno, inoltre, operato una “identificazione” nel padre in alleanza difensiva con il nemico durante la “posizione edipica”. Questo meccanismo di difesa porta alla sindrome di Afrodite, la dea fallica e oltremodo fascinosa che attendeva nel mondo greco antico alla seduzione erotica del maschio. Il “vaginismo” non comporta la “caduta del desiderio” e la “eccitazione”, nonché lo stato evolutivo della coalizione dei sensi. Le donne affette da “vaginismo” vivono l’attrazione erotica verso il maschio e le conseguenti secrezioni vaginali in maniera anche intensa e direttamente proporzionale al loro senso di inferiorità, ma non riescono a concepire la penetrazione, perché scatta la caduta del “plateau” erotico. La masturbazione clitoridea è possibile e, di conseguenza, conoscono la fase della “risoluzione” progressiva con il ritorno alla normalità. Possono avere orgasmi ripetuti con la masturbazione. Le donne affette da “vaginismo” hanno facilità a variare lo stato di coscienza nella vita normale perché hanno una propensione isterica, parlano con il corpo. Soltanto la pratica sessuale le trova vigilanti sul fatto che non avvenga la penetrazione. L’Io vigilante si schiera contro le pulsioni dell’Es e il Super-Io rafforza l’inibizione con i sensi di colpa.

La “organizzazione psichica reattiva” è prevalentemente “orale” e “anale” e manifesta la notevole propensione a parlare con il corpo: isteria di conversione.

I meccanismi psichici di difesa dall’angoscia usati sono prevalentemente la “rimozione”, la “formazione di sintomi”, lo “sdoppiamento dell’imago”, la “sublimazione”, la “regressione”, la “razionalizzazione”, la “legittimazione”, la “assoluzione”, la compartimentalizzazione”, la “moralizzazione”, “l’annullamento”.

Le donne affette da questo disturbo hanno fantasie sessuali che provvedono opportunamente a “razionalizzare” di fronte alla possibilità del coito.

LA DISPAREUNIA

La “dispareunia” è collegata al “vaginismo” e consiste nella dolorosità per contrazione involontaria dei muscoli che la donna avverte nell’area vaginale all’atto della penetrazione e soprattutto durante il rapporto sessuale.

Le cause sono legate a “traumi reali” e ai “fantasmi” elaborati durante la “posizione anale”, “fallico-narcisistica”, “edipica” durante il periodo critico dell’adolescenza. Elenchiamo le cause: rifiuto della madre anaffettiva e dipendenza, educazione religiosa rigida, assenza di educazione sessuale, trauma da gioco erotico durante l’infanzia e l’adolescenza, violenza sessuale, trauma da pedofilia, trauma da visita ginecologica e da intervento chirurgico, somatizzazione d’ostilità repressa verso il maschio e verso il partner, trauma da travaglio e da parto. Pur tuttavia, queste donne non vogliono assolutamente esser da meno delle altre, con cui oltretutto sono in competizione, e si prestano alla penetrazione nonostante l’insorgenza e la persistenza del dolore. In tal modo sono orgogliose di essere ricercate anche se il prezzo da pagare è la sofferenza: “posizione anale” e “libido sadomasochistica”, nonché “posizione fallico-narcisistica” con relativa “libido” auto-gratificante”.

Le donne affette da “dispareunia” vivono il desiderio sessuale e raggiungono uno stato di eccitazione, anche in grazie all’esaltazione della “libido sadomasochistica”, che provvedono a ridurre attraverso la convinzione consapevole della dolorosità e della sofferenza. Il “plateau”, l’evoluzione progressiva dei sensi che porta all’orgasmo, viene bloccato dal dolore in caso di penetrazione e di coito. L’orgasmo non viene raggiunto, così come la risoluzione progressiva dell’eccitazione psicofisica.

La variazione dello stato di coscienza è riservata allo stato iniziale dell’eccitazione sessuale. Di poi subentra la paura della sofferenza e il ripristino dell’autocontrollo. In caso di coito la donna è psicologicamente intenta a sopportare e ridurre possibilmente il dolore attraverso autoinduzione naturale di anestesia.

Le “organizzazioni psichiche reattive” coinvolte nella “dispareunia” sono “orale” e “anale”: forti bisogni affettivi e disposizione al sadomasochismo.

Le “posizioni psichiche” richiamate dalla “dispareunia” sono la “orale”, la “anale” e la “fallico-narcisistica” e la “edipica”. La “posizione “genitale” è subordinata alle altre: affettività, sadomasochismo, orgoglio da percezione d’inferiorità, conflittualità con il padre e la madre.

I meccanismi psichici di difesa dall’angoscia usati sono prevalentemente la “rimozione”, la “formazione di sintomi”, lo “sdoppiamento dell’imago”, la “sublimazione”, la “regressione”, la “razionalizzazione”, la “legittimazione”, la “assoluzione”, la compartimentalizzazione”, la “moralizzazione”, “l’annullamento”.

Le donne affette da questo disturbo hanno fantasie sessuali che provvedono opportunamente a “razionalizzare” di fronte alla possibilità del coito.

IL DESIDERIO COMPULSIVO

La “ninfomania” o “desiderio compulsivo” si attesta in un bisogno irrefrenabile di avere rapporti sessuali funzionali esclusivamente all’eccitazione e all’orgasmo: nessun tipo di “libido genitale” o donativa. Il partner viene vissuto come strumento del proprio piacere. Si può definire la “ninfomania” una forma di dipendenza psicofisica. Il “desiderio compulsivo” comporta il bisogno di frequenti rapporti sessuali e la ricerca ossessiva di fantasie e di orgasmi. Queste donne sono sensibili a stimoli interni ed esterni, autoeccitazione tramite fantasie ed etero-eccitazione tramite manipolazione. La “ninfomania” esorbita dal normale appetito sessuale perché amplifica la “libido” fino alla compulsione, alla perdita dell’autocontrollo e alla necessità dell’appagamento anche tramite ricorso a prostituzione e a rapporti occasionali. La compulsione inappagata traligna e si converte in angoscia depressiva. Gli attributi psichici di queste donne sono il “sadomasochismo” della “posizione anale”, l’esibizionismo della “posizione fallico-narcisistica”, la minimalità della “posizione genitale”, la riduzione dell’autocontrollo con la crisi della istanza razionale “Io” a favore dell’istanza pulsionale “Es”, nonché l’assenza della funzione inibitoria del “Super-Io”. La “ninfomania” comporta un deficit dei normali meccanismi di regolazione degli impulsi sessuali a causa di una errata modulazione collegata al vissuto del corpo e delle relazioni. Il desiderio sessuale compulsivo si origina in gruppi familiari qualità opposte: gruppo rigido e anaffettivo o gruppo immorale e intrusivo. La “ninfomania” si valuta come una forma di dipendenza dall’attività sessuale e speso si forma all’interno di famiglie che hanno pendenze irrisolte con l’alcool, il gioco, il cibo e altro. La radice della ninfomania è depressiva e il fantasma collegato è di “perdita”. La “ninfomania” eccede nel desiderio, nell’eccitazione, mantiene un “plateau” elevato, richiede orgasmi vari e ripetuti, ha una soglia di risoluzione dell’eccitazione alta per cui può rivivere un altro orgasmo con facilità durante lo stesso rapporto.

La “ninfomania” è dotata di una estrema facilità e repentinità a variare lo stato di coscienza. La “organizzazione psichica reattiva” richiamata è “fallico-narcisistica” e si accompagna a una disposizione all’esercizio della “libido sadomasochistica”. La “posizione psichica” esaltata è la “fallico-narcisistica”: autocompiacimento e potere del corpo. La fantasia prevale nettamente sulla ragione. L’autocontrollo è precario. I “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia usati sono la il “ritiro primitivo”, il “diniego”, il “controllo onnipotente”, la “scissione delle imago”, la “rimozione”, la regressione”, “l’isolamento”, “l’annullamento”, “l’acting out”, la “sessualizzazione”. La “ninfomania”, con l’esaltare la “libido fallico-narcisistica” in esorcismo del “fantasma di morte” collegato alla perdita depressiva delle sensazioni del corpo, incorre nella depressione più spietata quando viene frustrata e vanificata per varie ragioni, per cui la compensazione difensiva dell’angoscia è importante e salvifica dalle spire maligne della depressione.

LA FOBIA DELLA SESSUALITA’

La “fobia della sessualità” si attesta in un’avversione immotivata e innaturale nei riguardi dell’attività sessuale di qualsiasi tipo. Si tratta di una difesa dall’angoscia di vivere e di svolgere qualsiasi esperienza riguardante le pulsioni erotiche e sessuali espresse dall’Es. Del resto, trattandosi di fobia, viene operata una “traslazione” difensiva del vero oggetto d’angoscia nella sensibilità del corpo. Il rifiuto della “libido” va dal bacio, “orale”, alla penetrazione, “genitale” e comprende tutta la gamma dell’attività erotica, epiteliale, sadomasochistica, narcisistica con surrogati vari ed eventuali. Il meccanismo principale di difesa dall’angoscia della sessualità è la “negazione”. Queste donne non sono asessuate, tutt’altro, ma entrano in panico nel momento in cui si imbattono in situazioni che possono avere un risvolto erotico e sessuale, situazioni in cui la sensibilità e la sensualità del corpo possono essere protagoniste. Queste ultime fungono da causa scatenante di una crisi psicofisica, timor panico con conversioni isteriche, come se rievocassero traumi subiti e fantasmi elaborati sul tema violenza sessuale. Questa inibizione è rivolta al maschio e si risolve in un’avversione verso qualsiasi uomo che può diventare causa di dolore e non di piacere, può scatenare una crisi isterica d’angoscia e di timor panico. Un ulteriore problema si attesta sul fatto che in prevalenza queste donne sono particolarmente belle e attraenti, la sindrome della modella, e quindi particolarmente ricercate e fatte oggetto di seduzione da parte del maschio. La psicodinamica della donna bella e attraente si spiega con la convinzione erronea e difensiva che il maschio cerca il suo corpo e non la sua mente. Si ritengono poco intelligenti e valutate soltanto per la bellezza di un corpo che fondamentalmente non accettano. Hanno alle spalle famiglie molto rigide a livello morale e affettivo. Nell’infanzia e nell’adolescenza non sono state educate a vivere il corpo e i suoi diritti in maniera naturale e gratificante, ma sono state costrette a reprimere impulsi e desideri. Hanno formato in tal modo un “Super-Io” molto rigido con censure morali sconsiderate e un “Io” oltremodo vigilante per non cadere nelle tentazioni delle pulsioni dell’”Es”. Hanno, di conseguenza, strutturato un nucleo paranoico con la paura di essere oggetto di minaccia e di aggressione. Il desiderio sessuale è stato inibito nell’infanzia da madri improvvide e frustrate con la prescrizione di evitare i maschi in quanto pericolosi.

Nella “fobia della sessualità” sono richiamate a vario modo e a vario titolo tutte le “organizzazioni psichiche reattive” e le “posizioni psichiche” corrispondenti..

La “orale” è chiamata in causa per la sfera affettiva e per l’incapacità ad affidarsi al proprio corpo e a un uomo.

La “anale” è implicata per la pulsione fobica. Ogni fobia comporta una sensibilità alla colpa e la conseguente espiazione richiede l’inibizione dell’esercizio della “libido sadomasochistica”. A tanto trambusto psicofisico consegue la crisi di panico con l’avvento dell’azione devastante del “fantasma di morte” e dell’angoscia collegata.

La “fallico-narcisistica” è nettamente capovolta con il rifiuto del corpo e l’assenza del bisogno di potere e di autocompiacimento. La ragione annulla qualsiasi intervento della fantasia.

La “genitale” è chiamata in causa per il mancato riconoscimento dell’altro e dell’investimento di “libido”, per il non concedere a se stesse e il non concedersi agli altri.

I “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia usati sono la il “ritiro primitivo”, il “diniego”, il “controllo onnipotente”, la “scissione delle imago”, la “rimozione”, la regressione”, “l’isolamento”, “l’annullamento”, “l’acting out”, la “sessualizzazione”.

Essendo l’Io oltremodo vigilante, la variazione dello stato di coscienza è ben controllata sin dal nascere, così come sono ridotte al minimo le fantasie sessuali a favore dell’esercizio spietato della ragione.

La “fobia della sessualità” incorre in maniera privilegiata nella conversione isterica della “libido” con crisi di timor panico. Il corpo e le sue funzioni diventano il teatro della rappresentazione dello psicodramma in atto.

L’ANORGASMIA

La “anorgasmia” si traduce “assenza di orgasmo” e si attesta fisiologicamente nell’inibizione delle vibrazioni intrauterine ed extrauterine dopo un’adeguata eccitazione sessuale. L’anorgasmia si manifesta nella masturbazione e nel coito.

La definizione e la descrizione dell’orgasmo è d’obbligo per una migliore comprensione del disturbo. L’orgasmo si traduce nella massima sensazione del piacere. Questo apice psicofisico si traduce in una serie di intensi spasmi e di contrazione dei muscoli della zona anale e vaginale interna ed esterna. Particolare importanza assume la stimolazione del clitoride e della zona interna corrispondente definita punto “g” dove si concentrano tantissime innervazioni che sintetizzano il piacere in una scarica isterica. Al massimo dell’eccitazione, orgasmo, subentra il progressivo rilassamento psicofisico, mentale e corporeo. Si distinguono due orgasmi: il clitorideo e il vaginale. Nel coito spesso e in maniera ottimale avvengono entrambi con il massimo del piacere attraverso la stimolazione e lo sfregamento delle terminazioni nervose.

Le cause, eziologia, dell’anorgasmia sono molteplici e si attestano nel versante personale dei “fantasmi” e delle relazioni. Tra le prime si rileva immediatamente un “fantasma di morte” nel vivere il rapporto sessuale come una progressiva caduta della vigilanza dell’Io che porta all’incapacità di controllare le reazioni involontarie del corpo. L’orgasmo viene vissuto come uno svenimento e un lasciarsi andare alla mercé dell’altro. Di conseguenza, la donna si ossessiona durante il rapporto sessuale nella auto-osservazione dei movimenti spontanei del suo corpo e si atterrisce nel vivere il progressivo piacere che aumenta in maniera direttamente proporzionale al suo lasciarsi andare. La donna è spettatrice di se stessa fino all’astensione difensiva dal partecipare, meccanismo psichico di difesa dello “evitamento”. Il blocco psicofisico intercorre a metà rapporto e produce la progressiva secchezza vaginale e anestesia delle zone erogene.

La donna non si piace e non si sente normale, non si masturba perché è convinta di non arrivare all’orgasmo, ma è ossessionata da questo traguardo. Coltiva un “fantasma di menomazione d’organo” che poi si allarga a un generale complesso d’inferiorità e d’inadeguatezza.

Un conflitto psichico relazionale è quello “edipico”, il vissuto in riguardo al padre e alla madre. Le donne anorgasmiche hanno pendenze psichiche verso la figura paterna vissuta come fredda e anaffetiva e di conseguenza rifiutata, nonché hanno maturato una disistima nei confronti della madre su cui si sono parzialmente identificate per non incorrere in disturbi psichici gravi. La “posizione psichica edipica” è stata risolta in maniera precaria e porta la donna a ridestare un tratto “fallico”, potere e competizione, contro il maschio, oggetto del suo desiderio sessuale ma pericolo per la sua sopravvivenza. La donna anorgasmica soffre di invidia del pene, seduce come Afrodite, vuole ma si blocca, è competitiva con il maschio e facile alla rassegnazione e al compianto della sua anormalità, ha difficoltà e ambivalenze affettive, sa chiedere in riguardo al sesso ma poi si rifiuta di partecipare. Qualora si dispone al rapporto sessuale, nega a se stessa che in qualche modo può essere andato anche bene, rafforzando la sindrome d’indegnità.

L’aggressività verso il maschio è profonda e porta spesso la donna a essere compiacente alle richieste più o meno perverse per nascondere la sua inferiorità e per dimostrare all’incontrario la sua superiorità rispetto alle altre donne. La donna anorgasmica è narcisistica nella versione autolesionistica ed è carente di amor proprio. La sua attenzione ossessiva e i suoi sforzi d’investimento della “libido” sono diretti a non subire frustrazioni, castrazioni e perdite, a non ridestare il “fantasma depressivo” e i tratti psichici collegati.

La donna anorgasmica ha difficoltà a variare lo stato di coscienza dal momento che la vigilanza è imprescindibile nella sua azione fino a diventare ossessione all’autocontrollo e al controllo della situazione in cui si viene a trovare nella vita di tutti i giorni. Ha difficoltà a lasciarsi andare e a vivere i bisogni del corpo, pur avvertendo le pulsioni erotiche e sessuali specialmente in sul primo insorgere. La lubrificazione vaginale è quasi immediata in quanto la Psiche non ha il tempo di inibirla perché la sua risposta è più lenta rispetto all’immediatezza dell’istinto. Le donne anorgasmiche sono monotone nell’umore e nell’esibizione. Si mostrano spesso agli altri con spavalderia e supponenza per nascondere il loro punto debole.

Le “organizzazioni psichiche reattive” coinvolte in questo disturbo sessuale sono la “edipica” e in subordine la “fallico-narcisistica”, la “orale” e la “anale”.

La “posizione psichica edipica” è dominante nel formarsi e nell’insorgere della anorgasmia. La conflittualità nei riguardi della figura paterna e la conseguente disistima della madre sono la base profonda del disturbo.

I “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia coinvolti nell’anorgasmia sono il “ritiro primitivo”, il “controllo onnipotente”, la “rimozione”, “l’isolamento”, la “razionalizzazione”, la “compartimentalizzazione”, “l’annullamento”, la “legittimazione”, la “assoluzione”, “l’acting out”, la “sessualizzazione”, la “sublimazione”.

L’attività della Fantasia è ridotta rispetto all’esercizio della Ragione. La donna anorgasmica rischia di portare a degenerazione la facoltà razionale fino al limite paranoico: far pensare agli altri ciò che pensa lei.

Le istanze psichiche istruite nella anorgasmia sono “l’Io” e la consapevolezza della vigilanza e del controllo di se stessa e della situazione, il “Super-Io” e la censura moralistica della sessualità con possibilità di deroga finalizzata a nascondere la difficoltà, l’Es e il sistema delle pulsioni bloccato all’insorgere del “fantasma” di perdere il controllo.

Il disturbo dell’anorgasmia si attesta nella conversione isterica delle tensioni accumulate a causa della menomazione e dell’inferiorità.

L’anorgasmia necessita di psicoterapia a orientamento psicoanalitico dal momento che la sua radice è “edipica” e l’indagine verte su livelli psichici profondi e di particolare delicatezza. La prognosi è fausta grazie alla “razionalizzazione del fantasma” che intercorre durante il rapporto sessuale.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

I disturbi sessuali femminili non si riducono a queste utili classificazioni. Ogni donna ha una “organizzazione psichica reattiva” che integra e compensa con il minor danno possibile le caratteristiche specifiche della sua vita sessuale.

Di particolare rilievo sono i sensi d’inferiori in riguardo al corpo e di inadeguatezza in riguardo alla capacità di relazionarsi sessualmente, la difficoltà di abbandonarsi e la paura di prendere l’iniziativa, la repressione delle pulsioni e la scarsa consapevolezza dei desideri, la presenza di sensi di colpa inopportuni in riguardo alla sessualità, i disturbi della dimensione del piacere e non specificamente sessuali.

Molto importanti sono anche le problematiche seguenti: le difficoltà sessuali del partner che si riflettono sulla donna e nell’armonia della coppia, i problemi relazionali della coppia che si riflettono sulla vita sessuale di uno o di entrambi i membri.

UN TRAM CHIAMATO DESIDERIO

Questo è il gradito e prezioso contributo della dottoressa Tullia Cianchelli.

Il bollettino per tutti i naviganti, gente del mestiere e non, impone una serie di immersioni nelle profondità psichiche e culturali che Tullia con puntualità creativa ha visitato e ci propone. Ho letto e riletto la densa e ricca interpretazione del “tram chiamato desiderio” e ogni volta ho trovato qualcosa da capire e da ricordare, una lezione junghiana da ben assimilare e una capacità di condensazione da invidiare. Il tutto comprova l’enorme portata del sogno e attesta che la ricerca nel settore poggia anche su buone teste italiane. Fortunati marinai, di immersione in immersione anche voi troverete un pezzo della vostra storia psichica tra mito e realtà. Buona degustazione!

UN TRAM CHIAMATO DESIDERIO

 

“Sono nella città del mio primo lavoro, situazione che tuttora rimpiango, e devo raggiungere il mio attuale posto di lavoro in un’altra regione, ma le mie due sorelle mi sequestrano la macchina, perché una delle due ha bisogno della mia macchina per tornare a casa. L’altra mia sorella mi dice di non preoccuparmi perché ci sarebbe rimasta lei a casa per aspettare l’idraulico. Mi dicono che sarei dovuta andare al lavoro con l’autobus, ma io mi arrabbio e mi dispero perché non capisco il motivo di questa decisione, così per tutta la notte le tengo sveglie chiedendogli il perché e cercando di spiegargli che non sarei mai arrivata in tempo al lavoro prendendo l’autobus. Nonostante ciò la mattina mi reco alla fermata dell’autobus, che è un deserto e dove trovo una moltitudine di gente, venendo a scoprire che l’autobus passa sì per la città del mio posto di lavoro ma prosegue per Medjugorie, e mi chiedo che cosa abbia a che fare io con tutta quella gente. Salgo sull’autobus e vedo che alla guida c’è una mia ex compagna di liceo, con cui ho sempre avuto un rapporto altalenante a causa del suo carattere molto richiedente e lamentoso al tempo stesso. Con lei al volante, mi rassegno a far tardi e chiamo al lavoro per avvertire. A quel punto mi calmo, e la cosa mi sorprende perché in genere è dopo essermi svegliata che ciò accade, cioè realizzando che si trattasse di un sogno, mentre in questo caso accade già nel durante”.

Anna

INTERPRETAZIONE

Il sogno di Anna esordisce all’interno di una dimensione spazio-temporale precisa: si trova nella città del suo primo lavoro e deve raggiungere il contesto lavorativo attuale. La situazione d’apertura fotografa cioè Anna nel suo approccio alla sfera lavorativa, e più in generale nel suo atteggiamento verso la vita, in bilico tra passato e presente, tra il vecchio e il nuovo (anche culturalmente intesi), tra la scelta regressiva, satura di rimpianti e vissuti di perdita (“situazione che tutt’ora rimpiango”), e quella presente, permeata, potremmo dire, di istanze superegoiche che reclamano obbedienza senza compromessi (“devo raggiungere”).
Tuttavia siamo solo alle prime battute di un sogno lungo e complesso, che prevede sviluppi inaspettati e possibili soluzioni, e come ogni pièce teatrale che si rispetti la scena onirica apre il suo sipario su un tema centrale che è portato all’attenzione dello spettatore, visto dalla prospettiva del suo Sé più profondo, quella sorta di intelligenza superiore che ognuno di noi possiede, in grado di ritrarre la situazione psichica del sognatore in termini di potenzialità, tendenze, o debolezze, che sono però ancora sconosciute all’Io cosciente. Si trova dunque Anna alle prese con un blocco, una fissità ad uno stadio precedente di vita psichica, dove il procedere in avanti pare insostenibile come esito di una massiccia proiezione che fanno del presente e del futuro un precipitato di ordini e giudizi morali, in contrapposizione col piacere regressivo libero da condizionamenti? Anna non è ancora consapevole di ciò che si agita in lei e che cerca riconoscimento, la Anna cosciente vuole realmente tener fede ai suoi impegni e alle sue responsabilità, ma se fosse così semplice vedremmo semplicemente la nostra protagonista raggiungere il suo posto di lavoro senza ostacoli, o forse non la vedremmo affatto, non scomodandosi le nostre profondità su versanti a-conflittuali. Ed ecco allora dispiegarsi il casting dei personaggi, con un’accurata scelta degli antagonisti e degli altri ruoli necessari allo sviluppo della trama onirica: le sorelle di Anna le sequestrano la macchina. Il dramma è servito!
Se, come sosteneva Jung, ogni sogno può contenere potenzialmente motivi mitologici, ovvero modelli archetipici, collettivi, intorno ai quali si articolano i nuclei complessuali del singolo, potremmo vedere in questa ouverture onirica i temi esistenziali di una novella Cenerentola, alle prese con le cattive sorelle, o sorellastre, tutte intente ad impedirle di prendere parte al grande ballo della vita, tramite il sequestro della macchina-carrozza. Il meccanismo onirico cioè si avvale di un classico condensato simbolico, l’automobile come riferimento al corpo e al suo funzionamento, laddove, nell’ottica della psiche inconscia, il corpo è percepito come luogo o veicolo dell’incarnazione, abitabile cioè come contenitore di vita. Anna sente forse, come Cenerentola, l’abbandono materno, la deprivazione affettiva a genesi della condizione di esclusione e mancata realizzazione, laddove le sorelle “rubano” o “sequestrano” le attenzioni e l’amore dei genitori, e con essi la possibilità di separarsi per trovare la propria via. Ma separarsi non vuol dire soltanto realizzarsi esteriormente, ovvero socialmente e professionalmente, a scapito di una piena autonomia e libertà interiore, separarsi significa capacità di vivere il proprio desiderio godendo del proprio corpo in una felice integrazione tra sessualità e affettività. Anna-Cenerentola sente che, per staccarsi dalla madre, per diventare “donna” e onorare così una libido genitale scevra da colpevolizzazioni, deve mettersi alla prova ribellandosi ad una parte di sé tirannica ed invidiosa che la obbliga a restare disperatamente dipendente. Cenerentola è infatti povera, orfana di madre, vestita di stracci , eppure è invidiata dalle sorellastre che sono ricche e potenti. E’ invidiabile, nonostante la sua miseria, per la posizione che occupa all’interno del sistema familiare (come preferita del padre?), o per la sua avvenenza, simbolo di giovinezza e fecondità? Il seguito del sogno è illuminante: una sorella prenderà l’automobile di Anna, mentre l’altra occuperà la sua casa in attesa dell’idraulico! Il messaggio onirico è chiaro nel rappresentare la configurazione esistenziale di Anna come totalmente colonizzata da istanze intrusive che ne padroneggiano ogni possibile direzione, a pieno appannaggio cioè di imago concepite al tempo stesso come “fraterne”, simbolo di unità affettiva e senso d’appartenenza, e alienanti nella loro valenza di espropriazione sadica del sé. Trattasi cioè di tiranniche forze interne che se da un lato attaccano il corpo sessuato adulto, nella capacità di godere di un erotismo libero e consapevole, dall’altro ne impediscono la sublimazione nell’aspirazione alla maternità, nel compimento della coppia procreativa, con l’uomo nella posizione di chi, oltre al piacere, è in grado di occuparsi delle tubature da bravo idraulico!
Pare dispiegarsi in questi fotogrammi un dilemma adolescenziale (confermato poi dalla successiva comparsa sul palcoscenico onirico della compagna di liceo), di rimaneggiamento dell’immagine di sé, fondato sull’esigenza, a volte dolorosa, di sostenere il proprio desiderio mediante l’appropriazione simbolica di un corpo dotato di potenzialità sessuali e generative, acquisizione che si scontra talvolta con fantasie sulla dimensione corporea come contenitore di relazioni oggettuali primitive sentite come terribilmente minacciose nel loro potere usurpante. La soluzione che Anna sognante prospetta come conseguenza di un tale vissuto di disperata impotenza è l’adozione di un’identità mimetica, esito dell’adesione a quegli aspetti stereotipati dei canoni collettivi, come a dire che “lasciarsi trasportare” (accettare di prendere l’autobus anziché la propria macchina) è pur sempre preferibile allo sprofondare in uno stato di angoscia e disperazione senza requie (disperarsi e tener sveglie le sorelle per tutta la notte).
Ma c’è di più in questa immagine onirica, in cui sembrano prender forma due diverse direzioni vitali in conflitto fra loro, quelle della posizione femminile tra ruoli tradizionali ed emancipazione, tra la passiva Cenerentola, angelo del focolare in attesa dell’idraulico-principe, che vede nel matrimonio e nella procreazione il fulcro dell’esistenza, e la bellicosa Pentesilea, regina delle Amazzoni, donne guerriere che non tolleravano uomini nella loro comunità e che si recidevano la mammella destra per maneggiare più agevolmente l’arco (così come nel sogno la disponibilità della propria macchina per andare dove si vuole rimanda all’idea di padroneggiamento di sé e del proprio corpo in totale autonomia rispetto ai canoni prefissati).
Dimensioni stereotipiche dunque, da intendere come opposti polari non dialettizzabili e quindi non riducibili a sintesi. E se il mondo della letteratura e della cultura in genere, è gremita di immagini che condensano splendidamente le polarità del conflitto femminile in gioco, da Atena, la dea pratica, razionale, “maschile”, a Vesta, dea del matrimonio, moglie di Zeus il quale le era infedele, portando la dea a scagliarsi contro le amanti piuttosto che verso il marito, o Giunone, dea delle messi, nutrice e madre, o ancora come non pensare al binomio biblico tra la figura di Maria e quella della Maddalena, e così via, il sogno di Anna si pone come interrogativo irrisolto nell’esistenza di una donna che, alle soglie della mezza età, rivisita la propria vita tra bilanci e tentativi di pacificazione, tra negazione della perdita e accettazione di ciò che è, nella ricerca infine di una soggettivazione profonda alle proprie posizioni esistenziali. Tornando al sogno, infatti, e rimanendo sul filone mitologico, la scelta di Anna (sebbene non sia del tutto appropriato riferirsi a ciò col termine di “scelta”), consiste nell’adozione di una modalità dipendente e compiacente, nell’incarnazione della dea Persefone, l’eterna adolescente, inconsapevole di sé e incapace di agire, ma soltanto di “essere agita” dal desiderio altrui, al riparo da rischi e responsabilità, in una dimensione collettiva rassicurante ma al tempo stesso impersonale e alienante (la moltitudine di gente alla fermata dell’autobus come un deserto). Ma se Persefone è la dea bambina, iperprotetta ed ignara di sé, ella è, in realtà, anche la dea portatrice di due nomi, a simboleggiare i due aspetti contrastanti che la distinguevano, ossia Kore, giovane fanciulla obbediente, e Persefone appunto, regina degli inferi, donna matura che regnava sulle anime dei morti e da cui guidava i viventi ottenendo ciò che desiderava; la dea dunque come capacità di attingere ai piani profondi della psiche, in una mediazione fruttuosa fra la realtà egoica del mondo oggettivo e la realtà inconscia della psiche. È forse questo allora il messaggio profondo che Anna-Persefone, dal mondo onirico degli inferi, sta cercando di inviare all’Anna-Kore, superare cioè la dipendenza dal materno, integrando la propria femminilità adulta nella consapevolezza profonda di sé?
Anna avverte in sé la disperazione di chi ha accettato di lasciarsi trasportare, di “lasciarsi fare” dalle mani dell’Altro. Nella folla di reietti con cui una parte di lei si identifica, l’Anna sognante avverte il pericolo dello scivolare in una dimensione di regressivo vittimismo (“vedo che alla guida c’è una mia ex compagna di liceo, con cui ho sempre avuto un rapporto altalenante a causa del suo carattere molto richiedente e lamentoso al tempo stesso”), dove all’aspetto fragile e bisognoso, che impedisce il confronto paritario, guadagnandone però in affetto, indulgenza, senso di protezione, si accompagna quello rinnegato del vero tiranno che alberga in ogni “Calimero” che si rispetti, quello dell’aggressività che tiene sotto scacco l’Altro mediante la richiesta continua di cure ed attenzioni, esercitando così il proprio controllo indiretto sulla relazione.
Ma, ed è qui che il messaggio onirico si fa più profondo: Anna “sa”, custodisce dentro di sé anche il mistero profondo del femminile, come consapevolezza profonda che per realizzare pienamente ciò che è, deve riuscire ad andare oltre la posizione “amazzonica” dell’emancipazione tout court, del rifugio coatto nel lavoro come simbolo di autosufficienza e di inflazione sul piano psichico, di donna, cioè, completamente identificata con i suoi poteri, recuperando invece un principio femminile in tutta la sua dimensione di sacralità, nell’espressione più alta di ciò che abita il suo universo di donna (Medjugorie). Non senza turbamento (“mi chiedo che cosa abbia a che fare io con tutta quella gente”), e a seguito di un significativo percorso di psicoterapia, Anna avverte il depositarsi in lei di un elemento divino tutto da restaurare, un valore femminile fondato sul principio dell’Eros, come disposizione psichica ad accogliere la vita, il sentimento, l’altro, in altre parole la tensione dell’Amore. Consapevole di ciò, Anna si “rassegna a far tardi”, e la cosa la rassicura profondamente. Non c’è più tensione nell’animo, ora pacificato, di Anna, quasi come dicesse che c’è un tempo per il mondo fuori e un tempo per l’anima, un tempo per correre ed uno per fermarsi. Non c’è bisogno di svegliarsi per “trovar pace”, perché il sogno, parafrasando Freud, è stato un buon “guardiano”; si può continuare a dormire e a sognare nuovi modi di essere e di stare al mondo, perché una sapienza profonda abita ora in Anna, e se il pericolo di un’idealizzazione del materno, nella sua veste divina e onnipotente, fa capolino sulla scena onirica, lasciando qualche perplessità in merito, la risposta della sognatrice, di meraviglia di fronte alla sua stessa reazione, lascia presagire scenari positivi, nella sensazione, cioè, di essere in presenza di una fonte profonda di armonia ed equilibrio, qualcosa che ricompatta da dentro, nell’arrendersi, tutto femminile, all’amore. In un certo senso, quello di Anna, “Un tram chiamato Desiderio”…

“COMUNQUE ANDARE” O “AMOR FATI”

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Alle ore 11.26 del giorno 17 luglio dell’anno 2016 la canzone “Comunque andare”, interpretata da Alessandra Amoroso e scritta insieme a Elisa, altra valente cantautrice, aveva registrato su “facebook” 33.893.599 visualizzazioni. Sono rimasto due volte colpito. Il primo scossone me l’ha dato l’ascolto di questa canzone magistralmente eseguita dalla fascinosa voce dell’Alessandra Amoroso, il secondo scossone è venuto dal numero elevato di fruitori. Mi sono chiesto da cosa potesse dipendere tanto ascolto e, tralasciando i tanti meccanismi di diffusione pubblicitaria, ho rivolto l’attenzione al testo, ai fantasmi che poteva contenere e scatenare negli ignari ascoltatori. Ho rilevato che il testo della canzone ha una sua logica consequenziale e discorsiva. Tratta della scelta esistenziale di riscattarsi dal dolore del passato e di vivere intensamente le varie esperienze del presente sotto l’egida dell’amore: una strategia di vita, un riscatto dal dolore, una visione ottimistica. Questo contenuto è espresso in una valenza gradevolmente “ermetica” e si snoda dinamicamente tra “significato” e “significante”, comunica una trama di grande interesse lasciando a chi ascolta la possibilità di riversare nel testo letterario e nel contesto musicale del materiale psichico personale, il “significante” per l’appunto. “Comunque andare” può essere, quindi, considerata una canzone poetica molto ricettiva perché consente all’ascoltatore di trovarsi dentro una situazione di vita conflittuale e segnata da un amore in atto e vissuto in una cornice ottimistica dell’uomo e dell’esistenza. Ho pensato, allora, di trattare il testo come un “sogno a occhi aperti”, una “fantasticheria” poetica molto prossima alla realtà, un prodotto psichico con i suoi “fantasmi” che provocano e riverberano fantasmi altrui facendo eco e creando fascino e tanto ascolto. Alla particolare struttura psico-poetica del testo bisogna aggiungere il veicolo fortemente emotivo della musica, dei personaggi Amoroso ed Elisa, della diffusione capillare e organizzata. A questo punto non resta che procedere nella decodificazione del “sogno a occhi aperti” che fa sognare, sempre “a occhi aperti”, milioni di persone che lo ascoltano in ritmo musicale e offerto da una bella presenza e da una poderosa voce. Procedo nel cogliere la psicodinamica e i “fantasmi”, i responsabili profondi del coinvolgimento emotivo, a riprova che a livello psichico esiste una buona democrazia e una giusta tirannia: ognuno viene pilotato dal testo e ci mette del suo materiale psichico. Del resto, l’uomo è un animale condizionato sin dal grembo e può aspirare soltanto a una libertà condizionata.

“Comunque andare”: “amor fati”, amore del proprio destino di uomini, accettazione consapevole dell’essenza umana e altrettanto consapevole esercizio del vivere in maniera attiva e fattiva, una vita non spericolata alla Vasco Rossi, ma sicuramente aliena da noia e da depressione: una vita da protagonista. “Homo faber suae fortunae”, l’uomo è artefice del proprio destino, secondo la lezione psico-culturale del Rinascimento italiano.

“Anche quando ti senti morire”: ecco l’istanza psichica depressiva, il “fantasma di perdita”, il morire in vita, l’impedimento a far nascere dalla propria interiorità i progetti pensati e le parti migliori di sé, l’angoscia di non sapere dare realtà a ciò che ancora di noi stessi non è nato e che aspira ardentemente a vedere la luce.

“Per non restare a fare niente aspettando la fine”: si precisa ulteriormente il “fantasma depressivo della perdita”, l’inerzia del nulla in attesa della morte, la fine temporale del vivere senza investire la naturale “libido”. E’ una meravigliosa sintesi clinica della depressione. Facciamo le cose che ci sono da fare in questa vita: questa è una buona psicoterapia.

“Andare perché ferma non sai stare”: contro la pulsione depressiva e contro l’angoscia di perdita si conferma la risoluzione del “fantasma” nell’agire e nel fare, nel trionfo risolutivo del vivere investendo le migliori energie.

“Ti ostinerai a cercare la luce sul fondo delle cose”: la “luce” condensa la razionalità, il senso logico della propria realtà, la visione ottimistica della vita: il “divino umano”. La “luce” scruta il “fondo” profondo e lo illumina, la “luce” rischiara il materiale psichico profondo e rimosso, la “luce” avvolge i vissuti caratteristici del vivere e dell’essere uomini. La “luce” è in alto, ma scende a illuminare l’essenza della realtà e l’importanza della materia. La “luce” è una tenace ricerca della “coscienza di sé” attraverso la reintegrazione delle parti psichiche profonde e non adeguatamente riconosciute.

“Comunque andare”: “amor fati”, amor proprio, amorosa cura di se stessi e del proprio destino, “la cura” di Franco Battiato, l’investimento gradevole e salutare della propria “libido”.

“Anche solo per capire”: la vita vale la pena di essere vissuta anche per la consapevolezza di se stessi e per la comprensione della realtà. “Capire” condensa il senso e il significato, il metter dentro di noi e il prendere, un “capire carpire” con una valenza intellettiva. La ricerca della razionalizzazione e dell’integrazione del “fantasma di perdita” continua con l’incalzare del registro musicale e del gioco delle tonalità.

“O per non capirci niente”: una forma di comprensione, la coscienza dell’impossibilità di cogliere la verità, quella verità che si nasconde sempre e che si deve disoccultare, quella verità che può anche non venire alla luce. La consapevolezza di sé è risolutiva anche nell’ignorare. Il “saper di non sapere”, di socratica memoria e antitetico all’arroganza intellettuale dei Sofisti, è una consapevolezza propedeutica a una migliore “coscienza di sé”. La parola “verità” si collega etimologicamente al greco “aletheia” e si traduce “senza nascondimento”. La verità, quindi, si nasconde e spetta all’uomo toglierle il velo, quel “velo di Maia” che la copre e la confonde e di cui scrisse Schopenhauer. Quant’è faticosa la strada che porta all’autocoscienza!

“Però all’amore poter dire ho vissuto nel tuo nome”: un tema apparentemente obsoleto quello dell’amore, ma che s’inserisce molto bene nel contesto musical poetico. L’amore simbolicamente equivale alla fusione psicofisica, alla comprensione emotiva e non necessariamente logica, al senso di abbracciare, alla “libido genitale” del dare con piacere e trasporto, al coinvolgere e comprendere. “Eros” prevale su “Thanatos”, il piacere dell’aver un buon demone dentro, “eudaimonia”, supera il dolore e l’angoscia. Inoltre, il vivere nel suo “nome” appare simbolicamente inquietante, dal momento che viene battezzato il senso della vita. “Sia santificato il tuo nome”: il nome al posto di una filosofia di vita e di un riconoscimento dell’altro, il culto della “pietas” come valore di vita. In effetti, l’amore evocato è l’amore di se stessi e del proprio destino, “amor fati”. Quanti aspettavano un uomo in carne e ossa per Alessandra e per Elisa restano delusi, ma il testo non è banale, come banali non sono le donne che l’hanno concepito.

“E ballare”: la terapia del fare, l’investimento della “libido”, l’isteria del vivere. Il “ballo” è la condensazione simbolica dell’armonia psichica in riferimento all’unità “psiche-soma”, il nostro “tutto” quotidiano. Il “ballare” è una scarica purificatrice, una “catarsi” aristotelica delle angosce che contraddistinguono l’essere umano nella sua evoluzione psichica ed esistenziale. “Ballare” è sensazione di leggerezza e di armonia nei movimenti del corpo e nei voli della mente. “Ballare” evoca il culto di Dioniso nell’antica Grecia del sesto secolo “ante Cristum natum” e la variazione dello stato di coscienza legato al movimento ritmico.

“E sudare sotto il sole”: s’intensifica la valenza catartica dell’angoscia nella conversione isterica del sudore, della nobilitazione dell’ansia e della “sublimazione “della paura, un meccanismo psichico di difesa naturalmente disponibile nella sua immediatezza ed efficacia. “Sudare sotto il sole” ha un nesso logico consequenziale, dal momento che il calore del secondo favorisce l’effetto del primo, ma ha soprattutto ha un nesso simbolico nell’esprimere poeticamente l’atto faticoso del vivere nella consapevolezza di sé e della propria realtà. Il “sole” resta sempre il simbolo della luce razionale, della consapevolezza dell’”Io”, del principio di realtà e della realtà psichica in atto.

“Non m’importa se mi brucio la pelle”: un richiamo alla “libido epiteliale, “la pelle”, in funzione di un eccesso di vitalità e di lucidità. La “pelle” bruciata rievoca l’intensità del vivere in base al “comunque andare”, ma mentre quest’ultimo in precedenza era un naturale andare in onore all’amore del proprio destino di vivente, adesso il “comunque andare” si è esaltato in una vita intensamente vissuta. “Non importa” la conseguenza sulla pelle, “transeat”, passi pure, sia concessa in deroga ai divieti e ai dettami morali del “Super-Io”, perché la pelle bruciata sa di esperienza affettiva ed erotica, di un affidamento a se stessi e alla vita dei sensi.

“Se brucio i secondi, le ore”: s’introduce il tempo, il “fantasma del tempo” nella sua valenza positiva, il concetto particolare di tempo antidepressivo, quello che non incorre in processi di perdita, il tempo fatto di “secondi”, l’immediato del “carpe diem” e l’eternità psichica del “momentum”, e il tempo storico, “le ore”, quello della continuità, dell’esercizio della vita e dell’affettività. In precedenza ha bruciato la pelle e il suo erotismo, adesso è naturale vivere con la stessa intensità il tempo nel suo scorrere e nel suo fermarsi, nella storia e nell’attimo.

“M’importa se mi vedi e cosa vedi”: si presenta apparentemente “l’altro da sé”, la realtà esterna fatta di cose e soprattutto di persone. In effetti si tratta di una proiezione di se stessa, delle parti psichiche rimosse e conflittuali. La vista arriva come il senso giusto dopo il tatto esaltato dal sole che brucia. L’investimento libidico su se stessa è stato fatto e il riscontro è quasi necessario: “mi vedo e cosa vedo”. Cosa ho allucinato di me stessa? Come ho esaltato la mia consapevolezza? Mi sono accorta che esisto per me? E ancora… le domande fatidiche e gettonatissime: cosa mi sembra e cosa mi piace di me? Importante parlare di me, di come mi vedo e di cosa vedo, sempre di me. La relazione amorosa con se stessa è servita da Alessandra e da Elisa su un piatto simbolico d’argento: un investimento di “libido” maturativa più che narcisistica, una forma di “amor proprio” più che un egocentrismo, un amore gratificante e gaudente verso se stessa.

“Sono qui davanti a te”: l’offerta di sé a se stessa si completa, la “libido” si esalta nell’amor proprio, la seduzione erotica si allarga al corpo che si fa vedere e si dispone. “Redde rationem!” Adesso “rendimi conto” di quello che hai investito e seminato in riguardo a te stessa. Così avrebbero detto gli antichi Romani in un impeto di sicurezza. Dopo titubanze e conflitti la disposizione e l’offerta si esplicitano nella loro completezza. Il “sono qui davanti a te” evoca il fantasma dell’offerta sacrale, non certo sacrificale, del proprio “corpo-mente”, il senso della preziosità dell’oggetto e della sua delicatezza nello stesso tempo. Importante non fuggire da sé e dalla presa di coscienza delle parti psichiche emergenti dal profondo. “Sono qui davanti a te” non tratta dell’uomo giusto secondo natura e secondo cultura, ma di se stessa con se stessa e condensa anche l’ambivalenza dell’essere indifesa e dell’essere sicura, un “timore e tremore” insieme a un “eccomi tutta per me” per prendere coscienza del mio “fantasma di perdita” rimosso e per integrarlo nella mia persona.

“Coi miei bagagli ho radunato paure e desideri”: il quadro emotivo si esplicita nei simboli del “bagaglio”, della “paura” e del “desiderio”. Il “bagaglio” rappresenta la “resistenza”, il materiale psichico che impedisce l’autocoscienza, il peso della vita nella consapevolezza, l’impegnativo peso dell’autocoscienza, quel “sapere di sè” che coinvolge e responsabilizza specialmente nella vita relazionale. La “paura” condensa la giusta emozione legata sempre alla consapevolezza della propria irripetibile individualità che viene sondata, una tensione consapevole in riguardo a un oggetto preciso, un oggetto interiore. Il “desiderio” scende etimologicamente dalle stelle, de sideribus”, e rappresenta la concretizzazione materiale di vissuti e sensazioni sublimate in precedenza per senso d’indegnità o per una naturale insicurezza. Mettiamo simbolicamente in cielo e in attesa di viverlo tutto ciò a cui aspiriamo e che vogliamo vivere. La partita si gioca sempre tra i poli psichici dei naturali conflitti con se stessi, il valore e la dignità, la coscienza e la capacità.

“Comunque andare”: ritorna per esigenza dell’insieme “testo-musica” la cura amorosa di se stessi e del proprio equilibrio psicofisico, una sollecitazione terapeutica che impone di non incorrere in processi depressivi di perdita.

“Anche quando ti senti svanire”: nei precedenti versi era “morire”, adesso si è evoluto malignamente in “svanire” per attestare che il testo ha un sottofondo psichico pessimistico, un sottobosco crepuscolare. Decisamente si tratta di un peggiorativo a livello di fantasma, perché lo “svanire” si attesta in un consistente “fantasma di morte” associato a un profondo e filosofico “nichilismo”. “Svanire” condensa la “vanitas vanitatum”, la concezione della vita come “vanità delle vanità”, come vuoto, come nulla, come assenza di un progetto e, quindi, impossibilità d’investimenti dell’energia vitale, la “libido”. La depressione più bieca si presenta nel “quando ti senti svanire” sotto la forma di nullificazione della vitalità.

“Non saperti risparmiare”: ecco l’antidoto alla depressione che bussa alla porta. Ecco la soluzione alla “vanità delle vanità”: investire al massimo e vivere alla grande. Non si tratta di generosità nei riguardi del prossimo, bensì di una scelta di vita che vuole la realizzazione del proprio “sé” attraverso l’agire e il fare. Si tratta di amor proprio, quel buon “sentire di sé” che sta nel mezzo tra l’egoismo e il narcisismo. Il “non saperti risparmiare” arriva all’isteria del vivere? Certamente evoca un benefico coinvolgimento orgasmico che allieta la vita di chi sa coinvolgersi e non lesinarsi con il metro di un modesto ragioniere.

“Ma giocartela fino alla fine”: ecco in gergo giovanile quanto detto prima in termini aulici. Il linguaggio popolare ha una formidabile capacità di sintesi e di resa psichica. La vita è un gioco e chi gioca rischia ma gode in ogni caso. Chi vive intensamente da qualche parte arriva sempre. La simbologia del “gioco” contiene anche le relazioni sociali di vario tipo e di vario genere, un gioco che può tralignare nella truffa, un gioco che può sublimarsi nel capolavoro. La tenacia del “fino alla fine” attesta di una volitività incredibile e classica delle persone che hanno maturato una buona autostima attraverso la sofferenza. La “fine” è intesa come il termine temporale di ogni singola azione e singolo progetto, ma anche come il processo naturale della fine della vita, la morte.

“E allora andare”: ritorna la formula dell’”amor fati” a confermare che la soluzione vincente per ogni uomo è vivere la vita intensamente giocando sempre e fino alla fine. Questa è la verità esistenziale!

“Che le spine si fanno sfilare”: una bellissima immagine e una buona metafora. Si tratta di una simbologia mista: da un lato fallica e dall’altro lato sensoriale, l’organo sessuale maschile e il sentimento sensuale del dolore. E’ ridotta la valenza erotica sessuale a vantaggio di quella sensoriale, emotiva e sentimentale. Il dolore passa e si risolve, il vivere e l’agire aiutano a non soffrire. I conflitti più acerbi si risolvono e senza grande danno. Si tratta della “sublimazione” di una simbologia sessuale verso sfere prevalentemente affettive, i dolori del cuore, le sofferenze dell’anima, le ferite psichiche da cicatrizzare.

“E se chiudo gli occhi sono rose”: per l’appunto, come si diceva in precedenza, al dolore subentra la consapevolezza e la crescita personale, all’oggetto parziale, la “spina”, subentra l’oggetto totale, la “rosa”, che resta a testimoniare dell’esperienza dolorosa vissuta ma con un senso compiuto. Ogni esperienza serve a farti crescere. La figura retorica della “sineddoche”, “spine-rosa”, è tanto opportuna quanto poetica. L’atto del “chiudere gli occhi” attesta simbolicamente di una volontaria sospensione della vigilanza razionale per adire a un abbandono alla vita crepuscolare della mente e all’esaltazione dei sensi.

“E il profumo che mi rimane”: non è ancora finita la compensazione psicofisica, perché le rose hanno anche un profumo, un buon profumo che resta a ricordare l’esperienza vissuta, sublimata e positivizzata. Il profumo è simbolicamente eccitazione sensoriale e traslazione di una presenza. Dalla “spina- dolore” alla “rosa- amore” e al “profumo- ricordo”: così si snoda la vita.

“Voglio ballare e sudare sotto il sole”: ritorna il vivere intensamente e l’isteria del vivere con la piena consapevolezza. Il “sole” fa sudare e illumina, un’apparente contraddizione, una buona convivenza simbolica che produce fascino nella combinazione delle figure retoriche e dei simboli, “ballare”, “sudare”, “sole”: vivere forte, vivere intenso, sapere di sé. Questa è una triade dialetticamente efficace.

“Non m’importa se mi brucio la pelle”: ritorna l’erotismo epiteliale, la “libido” vissuta e incentrata tra la consapevolezza e l’eccesso, l’abbandono e l’affidamento. La fallacia e l’errore, del resto, sono attributi umanissimi.

“Se brucio i secondi, le ore”: il tema del tempo, della vita che scorre e deve essere vissuta nell’attimo, i “secondi”, il “breve eterno” psichico, o nel trascorrere storico e istituzionalizzato delle “ore”. Una storia d’amore s’inanella tra l’uno e l’altro, mente una storia di sesso si svolge nell’attimo e non ha memoria, altrimenti richiama la sofferenza della nostalgia perché il presente è avaro di stimoli.

“M’importa se mi vedi e cosa vedi”: ehi, tu! Come mi vivi? Cosa t’interessa di me? Cosa ti fa impazzire di me? Io sono tanta e tante cose, ma tu quali parti di me prediligi? In che cosa ti colpisco, ti abbaglio, ti ammalio? Per me è molto importante sapere di me. Per me è essenziale non essere trasparente o tanto meno ignorata da me stessa. Tu dimmi, parlami, inondami di sguardi, regalami parole, tutte quelle parole e tutti quegli sguardi di cui io ho bisogno per fidarmi di me stessa e per affidarmi a me stessa. Questo sembra essere “l’altro da sé”, la realtà esterna fatta di cose e di persone, ma, in effetti, si tratta delle parti psichiche estromesse e conflittuali dell’Io, le parti psichiche alienate e che non hanno ancora visto la consapevolezza. La vista è il senso giusto per compattare la “coscienza di sé”. La storia psichica è completa e pronta per la complicità e la seduzione.

“Sono qui davanti a te”: un’offerta di sé a se stessa che sa di sacro e di profano. Sacro è il dono di sé, l’offerta totale e l’esposizione acritica per acquisire le parti conflittuali e rifiutate di se stessa; profano è il sotteso, quello che s’intende ma che ancora non si dice. La cultura occidentale e le religioni monoteistiche fanno fatica a concepire il sacro nella materia, ma questa immagine del “sono qui davanti a te” è altamente mistica, una teologia della materia, del corpo, del culto del corpo ossia l’erotismo. Il verso si corregge con “sono qui davanti a me” per superare le mie resistenze a incarnare l’autocoscienza.

“Coi miei bagagli ho radunato paure e desideri”: appunto,” sono qui davanti a me” con tutti i miei conflitti psichici, con tutte le zavorre culturali, con tutto quello che ha impedito la mia consapevolezza, con tutte le mie resistenze. Io mi offro le mie debolezze e le mie ambizioni, quello che ho temuto e temo, quello che ho voluto e voglio: la mia dimensione umana nei versanti più personali e interiori. Io mi offro tutto ciò che scende dalle stelle e che non ha trovato le parole giuste per dirlo per la maledetta paura di non essere capita e accolta.

“Comunque andare”: in ogni caso bisogna vivere e vivere al meglio possibile, vivere dentro e fuori il migliore dei mondi possibili.

“Perché ferma non so stare”: non amo l’indolenza e l’accidia, mi piace agire, fare e brigare. La depressione non fa per me. La sensibilità alla perdita rientra nella mia formazione psichica e per questo devo riconoscerla e tenerla sotto controllo come una parte naturale di me. Il “fantasma di perdita” va riconosciuto e controllato o meglio ancora sublimato nella sensibilità estetica, nella musica e nell’arte per esempio. Ma guarda caso!

“In piedi a notte fonda sai che mi farò trovare”: ecco che si disocculta ciò che si era intravisto, supposto e immaginato, l’uomo da amare, l’uomo che verrà a notte fonda e la troverà disponibile a essere per lui: un amplesso totale. Ma quest’uomo è la parte rimossa di lei che diventa consapevole. La notte rappresenta il crepuscolo della coscienza, l’assenza di ragione, il massimo di emozione, il trionfo neurovegetativo. In tutto questo tripudio lei sarà presente nel lasciarsi andare dopo il “sole”, dopo aver sudato e agito tanto, finalmente si rilasserà. C’è un contrasto tra “in piedi”, la vigilanza dell’Io, e la “notte fonda”, la dimensione psichica profonda e inconsapevole. La ricerca dell’autenticità e della completezza psicofisica passa attraverso un investimento d’amore su se stessa dopo essersi posta come oggetto di conquista. Amo il mio destino nella compattezza psichica, nella luce e nelle tenebre. La psiche si è integrata nelle parti rifiutate e rimosse, nelle parti conflittuali ed estromesse per difesa.

“E voglio ballare e sudare sotto il sole”: adesso è tempo di godere di sé. “Nunc bibendum est !” Il rito dionisiaco si può vivere in piena consapevolezza. Per il resto si tratta di una ripetizione funzionale al registro musicale, di un rafforzamento del vissuto e dell’induzione di un “significante” nel fruitore. Chi ascolta capisce, si commuove, rievoca, riempie il recipiente vuoto con i suoi vissuti.

“Non m’importa se mi brucio la pelle”: adesso si può anche azzardare, vivere le esperienze giuste con pienezza di presenza e di partecipazione, senza bagagli, senza paure e senza quei desideri che sono scesi dalle stelle e si sono realizzati.

“se brucio i secondi, le ore”: anche il tempo si può vivere pienamente e intensamente nelle sue sfaccettature storiche ed eterne, nelle sue dimensioni mediate e immediate, nelle “ore” e nei “secondi”.

“E voglio sperare quando non c’è più niente da fare”: “in extremis” si recupera e si manifesta ancora il “fantasma depressivo della perdita”, il “fantasma di morte” con cui il testo della canzone, il “sogno a occhi aperti”, la poesia, la “fantasticheria” è iniziata e con cui ha fatto l’amore entrando e uscendo da quel contesto psichico pessimistico, ponendo e risolvendo l’angoscia della perdita e della solitudine. Lo “sperare” è l’ultimo atto affermativo di fronte all’improvvida e infausta caduta nel “nulla eterno”, “quando non c’è più niente da fare”. Particolarmente intrigante ma altamente umana è questa dialettica tra la pulsione affermativa e la pulsione distruttiva, una psicodinamica che si sviluppa tra opposti e nella coincidenza degli opposti, rievocando umane debolezze e sicure virtù. Il simbolo “sperare” attesta la mortificazione degli investimenti della “libido”, l’affidamento acritico, la debolezza dell’Io, la dipendenza psicofisica, la crisi dell’autonomia psichica. Decisamente questo è il verso psicologicamente più critico del componimento di Elisa e Alessandra, ma resta sempre alta la proprietà del testo di dare a chi ascolta la possibilità di catapultarsi con l’emozione in una obsoleta dimensione di teatrale sofferenza. Si prova più gusto a soffrire che a godere.

“Voglio essere migliore finché ci sei tu”: ecco la giustificazione e la compensazione a tanto supposto disastro esistenziale. L’investimento affettivo e amoroso su se stessi rende migliori. La “libido” è nella fase matura dell’evoluzione psichica proprio dopo aver recuperato se stessi nella propria interiorità e completezza.

“E perché ci sei tu da amare”: sembra una caduta nel tema obsoleto delle canzoni e invece si tratta del recupero di sé e della giusta motivazione all’investimento della “libido” su se stessi in primo luogo. Di poi, si potrà amare “l’altro da sé”, la tanto attesa figura e la supposta persona.

“Dimmi se mi vedi e cosa vedi”: ritorna l’introspezione e l’autoanalisi.

“Mentre ti sorrido io coi miei difetti”: l’autoironia non guasta mai, così come la comprensione dei propri limiti e delle inevitabili mancanze. Il sorridere equivale simbolicamente alla compiacenza di chi si conosce nei meandri più segreti e ha potuto sperimentare la precarietà e la debolezza per farne la propria forza.

“Ho radunato paure e desideri”: per conoscersi ha dovuto vincere le sue resistenze, quelle false idee e convinzioni su se stessa che occultano la verità.

Bravissime le nostre formidabili donne!

In conclusione si può affermare che la decodificazione del testo di una complessa e gradevole canzone di musica, detta leggera ma che tanto leggera non è, ha colto la psicodinamica della reintegrazione psichica da parte dell’”Io” di parti conflittuali rimosse e nello specifico del “fantasma di perdita”. Il successo è legato a tanti fattori, ma in primo luogo all’evocazione profonda di pulsioni attrattive legate al rimescolamento dei fantasmi che formano la struttura della nostra storia psicofisica. Nel congedare questa ricerca invito il mio affezionato e paziente lettore a riascoltare la canzone per sentire l’effetto che fa dopo aver saputo della profondità del testo.

LUI E LEI … LE FIGLIE E L’ALTRA

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“Gemma sogna di trovarsi con sua figlia di fronte a uno strano sentiero che bisogna percorrere.

Lei va per prima e incoraggia la figlia di fronte all’acqua; la figlia devia trovando la via.

Gemma, invece, barcolla e sta per cadere da uno scalino; poi vede uno strano essere e sceglie un’altra strada.

Finalmente arriva alla cassa, come se il percorso di prima fosse stato un supermercato.

Dietro di lei c’è lui, alto, e le dice che è venuto da lei, ma si rammarica di aver lasciato a casa la moglie e la figlia piangenti.”

Il sogno di Gemma propone un tema importante: l’innamoramento e l’amore,

un dilemma da districare tra gli affetti storicamente consolidati e istituzionalizzati e gli affetti in deroga e sensibili alla colpa.

La trama è semplice e i simboli sono significativi.

Questo sogno è stato fatto anche in dormiveglia su un vissuto in atto e altamente considerato:l’innamoramento. La valenza narrativa si alterna e a volte prevale sulla valenza simbolica.

Vediamo subito la decodificazione dei simboli e poi componiamo la psicodinamica.

Il “sentiero strano che bisogna percorrere” condensa l’ineluttabilità dell’esercizio del vivere e la ricerca della soluzione di un conflitto o la risoluzione di un progetto.

La “figlia” è l’affetto consolidato e la proiezione dell’altra parte di sé, quella che vuol conoscere, quella che vuol sapere.

L’”acqua” condensa l’universo femminile, le pulsioni neurovegetative e le emozioni profonde, gli affetti e la recettività sessuale, la madre e la donna. Gemma è una buona educatrice e incoraggia la figlia e se stessa a crescere e a diventare autonoma. La figlia o l’altra parte di sé è una brava scolara perché devia subito trovando la via: tutto questo è nei desideri di Gemma.

Barcollare e stare per cadere rappresentano il dubbio e l’induzione alla colpa, la tentazione e la crisi della coscienza morale, il richiamo alla trasgressione e la censura.

“Vede uno strano essere e sceglie un’altra strada”. Si tratta della parte emergente e nuova di sé, la parte non agita ma latente, il “non nato” che vuole nascere ma che fa paura.

La “cassa” rappresenta il “Super-Io”, la censura morale e l’espiazione della colpa: “il redde rationem”, il rendimi conto di quello che fai.

Il “supermercato” condensa la socializzazione e lo scambio, la relazione e l’opinione, la trattativa e lo scambio, la seduzione e la truffa.

“Lui” condensa la trasgressione e il desiderio, la pulsione e la seduzione, l’investimento della “libido” e l’oggetto dell’attrazione, l’oscurità subdola e clandestina.

Lui è “dietro di lei” ad attestare la volitività di Gemma, la sua sicurezza e la sua determinazione nel prendere ciò che vuole: una buona consapevolezza del suo valore globale.

Lui è “alto”, un piccolo dio, qualcosa di sacro, un padre eterno, un fascinoso Marcantonio, una figura autorevole e inarrivabile. Questa caratteristica fisica e simbolica, “alto”, viene attribuita al padre dalle bambine in piena fase edipica. Gemma ha qualche pendenza verso il padre, deve liquidare ancora qualcosa verso l’augusto genitore.

Lui “dice che è venuto da lei”: ottimismo e potere di Gemma nell’esporre il suo desiderio.

Il “rammarico” etimologicamente contiene il termine “amaro” per rappresentare il travaglio della consapevolezza e della scelta, il dolore della deliberazione e della decisione da parte dell’”Io” di agire il desiderio.

Del resto, ha “lasciato a casa la moglie e la figlia piangenti”, per cui la scelta non è indolore e spavalda, è dettata dalla consapevolezza sadica di nuocere agli affetti costituiti e conclamati.

Ricostruiamo il quadro narrativo del sogno.

Gemma s’imbatte in un’esperienza nuova di vita che non aveva pensato di poter fare e la sua premura va alla figlia: l’amore materno in primo luogo. Pur tuttavia, Gemma è decisa a seguire i suoi nuovi vissuti e incoraggia la figlia all’emancipazione dalla sua figura, una soluzione ai suoi sensi di colpa più che una “maieutica” evolutiva.  Gemma segue la sua pulsione e la figlia devia trovando la via. La madre è libera e pronta alla trasgressione nel momento in cui si libera dell’amore materno e sceglie se stessa.

Pur tuttavia, Gemma non è convinta di quello che sta vivendo e che sta facendo anche se è più forte della sua volontà. S’imbatte nella “parte negativa di sé” e si censura correggendo il tiro con un’altra soluzione. Si rende conto di quello che sta facendo e teme il giudizio della gente.

Ecco il “casus belli”, il conflitto di Gemma:  lui ha scelto lei, ma ha lasciato la sua famiglia in lacrime.

Il sogno attesta di una tentazione trasgressiva e dei conti da fare con il “Super-Io”, l’istanza psichica morale, un conflitto che arriva quando meno te l’aspetti e quando pensavi di essere sopravvissuta a certe esperienze. Non bisogna mai pensare di essere al di sopra di ogni sospetto e di ogni possibilità, così come non bisogna mai rassegnarsi di fronte al gioco del caso. Bisogna tenerlo sempre in considerazione e averne una piena consapevolezza perché la “rimozione” può non funzionare e il rimosso può ritornare con la forte esigenza di tradursi in esperienza concreta.

La prognosi impone a Gemma di valutare attentamente le ingiunzioni del “Super-Io” fino al grado di accettabilità e di convenienza e di deliberare e di decidere con piena consapevolezza in riguardo alla possibilità pratica e pragmatica. In questo severo compito la funzione mediatrice dell’”Io” è particolarmente importante per equilibrare il desiderio e la frustrazione.

Il rischio psicopatologico s’incentra nel sacrificio della “libido” ridestata e immessa in circolo. La frustrazione dell’energia vitale porta immancabilmente a una conversione somatica con una serie di disturbi collegati. Inoltre, la vanificazione del progetto di agire il vissuto sentimentale ed erotico risveglia il tratto depressivo.

Considerazioni metodologiche: il sogno di Gemma induce a riflettere

sul fenomeno dell’innamoramento e sui risvolti psichici che comporta quando avviene nella piena maturità e con situazioni personali e istituzionali affermate. Perché il marito o la moglie, il padre o la madre, il compagno o la compagna si abbandonano alle sensazioni e ai sentimenti dell’adolescenza, il periodo in cui si era “ignoranti” e “infanti” ossia senza esperienza e senza parole? Perché? Perché un uomo di cinquant’anni lascia moglie e figli con la semplice giustificazione del suo innamoramento per una trentenne? Perché una donna si perde irrimediabilmente per un altro uomo con la giustificazione che verso il marito non provava più niente? E perché..? E perché..? La casistica è tanta. Poche idee ma chiare sono necessarie a questo punto. Ci si innamora a una certa età per “fuga dalla depressione”. Di fronte alle frustrazioni personali e alle delusioni esistenziali scatta il meccanismo di difesa dall’angoscia della “regressione” a tappe gratificanti in riguardo agli investimenti della “libido”. Di fronte alle minacce della senilità e alla progressiva perdita di potere libidico, scatta il tratto depressivo che abbiamo incamerato sin dal primo anno di vita e che immancabilmente di tanto in tanto abbiamo ridestato e nutrito con le esperienze traumatiche della vita. Ecco che operiamo una fuga salutare difensiva dal presente con la regressione a tappe evolutive gratificanti ma vissute nella convinzione che si tratta di qualcosa di nuovo e d’inaspettato. In effetti si tratta di una soluzione inconsapevole dell’istanza depressiva che urge e chiede di essere curata. E allora? Allora bisogna sempre stare all’erta con l’autocoscienza, curarla gelosamente e sapere dove mi trovo e cosa possiedo. L’amore era per Schopenhauer una illusione ingannevole della maligna essenza dell’universo chiamata “Volontà di vivere”. Leggete a tal proposito il testo intitolato “L’amore”. Ma, al di là dei filosofi e delle personali convinzioni, il benefico “sapere di sé” evita disastri individuali e sociali, evita di fare del male a se stessi e ai figli in questo caso. L’autonomia psichica dà ed è disposta anche a non ricevere, è essenzialmente “genitale” ossia donativa. Non è sempre opportuno  immettersi nel circuito delle dipendenze affettive con la fasulla convinzione che si tratta del vero e grande amore della vita. Il vero e grande amore della propria vita deve essere in primo luogo il proprio sé. Per quanto riguarda innamoramenti celestiali e infatuazioni uniche si tratta di assolute minchiate inventate dai preti in vena di sballo o dal “Genio della Specie”, come diceva il grande Arturo.