IL VUOTO DAVANTI DI CARMELO

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“Caro dottor Vallone,
ho sognato di salire in montagna e d’incontrare una ragazza.
Improvvisamente mi si presenta il vuoto davanti.
Mi sveglio con tanta paura che mi succeda qualcosa di brutto.
Cosa vuol dire?
La ringrazio anticipatamente e la saluto,
Carmelo T.”

Carmelo è un tipo di poche parole, sogna in sintesi e con forte intensità emotiva. Potevo congedare Carmelo dicendogli che avevo pochi elementi per decodificare il suo brevissimo “resto notturno”, veramente un “resto”. E invece approfitto della richiesta di Carmelo per spiegare come i sogni sintetici sono i più vicini alla nostra verità psichica perché non sono viziati dalla difesa della retorica. E poi, il sogno “spaziale” di Carmelo appartiene a tutta l’umanità ed è fuori dal tempo, almeno nella versione “salire, il vuoto, la caduta.” Questo “resto notturno” appartiene all’uomo primitivo nella versione predatore e raccoglitore, all’uomo evoluto nella versione agricoltore e operaio, all’uomo intellettuale e tecnologico e sicuramente anche a un cane, mio amico, chiamato Ringo.
Ma perché?
Perché questo sogno tratta il tema della perdita, dell’abbandono, della solitudine, del distacco, della morte: il “fantasma della depressione”.
Procediamo con l’analisi dei simboli.
“Salire in montagna” attesta del processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione”. La “libido” è desessualizzata e viene investita su fini nobili e su obiettivi sociali o spirituali. La “montagna” contiene il senso del sacro e del mistero, va verso l’alto ed è vicina al divino. In quanto si scala comporta fatica e sofferenza, ma alla fine è gratificante questo distacco dal basso e dalla materia. Quest’ultima contiene il corpo e i suoi diritti, la “libido”, l’energia vitale che è il fondamento della Psiche. Carmelo ha qualche conflitto con il suo corpo e con la sua “libido” nello specifico e usa il processo di difesa della “sublimazione” per disimpegnarsi dalle sue difficoltà materiali e dai suoi conflitti psichici.
Si profila immediatamente l’oggetto del conflitto: “una ragazza”. Carmelo si porta in montagna l’universo femminile, il fior fiore della giovinezza, una ragazza non una donna, la primavera della bellezza e della procacità, in ogni caso un simbolo femminile che richiama la “libido genitale”, la sessualità.
“Improvvisamente mi si presenta il vuoto davanti.” Parole semplici e intensamente vissute! Incontra la ragazza e invece di godere al meglio di quest’incontro, Carmelo e il suo sogno non trovano di più opportuno che imbattersi nel “vuoto”, non il “vuoto” e basta, il “vuoto davanti”. Simbolicamente “davanti” condensa l’immediatezza psichica, il problema o il fantasma che occupa la dimensione psichica in quel preciso momento della vita. Carmelo sta vivendo il suo tratto depressivo incamerato nel primo anno di vita, ridestato ed esaltato da qualche evento nefasto della vita. Carmelo sta elaborando il “fantasma della perdita” e del distacco affettivo, il famigerato “fantasma di morte”. Carmelo è in piena crisi perché di fronte al femminile e alla femminilità reagisce con l’angoscia della perdita e della fine, con la caduta della vitalità e degli investimenti della “libido”.
“Mi sveglio con tanta paura che mi succeda qualcosa di brutto.”
Ecco che Carmelo richiama la superstizione per continuare il suo sogno nella veglia passando da un conflitto psichico a una disgrazia reale. Il sogno è stato sempre investito ed è tuttora ammantato di superstizione, ma quest’ultima è una difesa dal “sapere di sé” che ti può dare un prodotto psichico così personale come il sogno. Il “qualcosa di brutto”, caro Carmelo, si è già profilato: la caduta della libido genitale e l’angoscia della perdita.
“Cosa vuol dire?”
Carmelo teme, “mi sveglio con tanta paura”, d’invecchiare e di perdere la sua virilità, almeno quella potente, dal momento che il sogno non prospetta quella prepotente.
La prognosi impone a Carmelo di prendere coscienza della sua componente depressiva e di vivere al meglio la sua attualità psicofisica. Il sogno invita con le sue paure a vivere meglio il tempo presente e le sue possibilità. Carmelo deve ben calibrare la sua “libido genitale” e non farla tralignare nella “libido narcisistica” ossia deve vivere meglio l’universo femminile e affidarsi in maniera generosa alle donne.
Il rischio psicopatologico si attesta nel fomentare il maligno nucleo psichico emerso e nell’evoluzione infausta nella sindrome depressiva con la caduta della qualità della vita e della vitalità, oltre che delle relazioni.
Riflessioni metodologiche: che cos’è la depressione e come si manifesta in sogno. Il sogno di Carmelo è classico e universale. Cambia razza, cambia cultura, cambia latitudine, cambia prospettiva, cambia tutto quello che vuoi, ma la “caduta nel vuoto” o il “vuoto davanti” resta il classico simbolo della depressione o del tratto depressivo o della dimensione depressiva. Rientra nell’assoluta cosiddetta “normalità” avere incamerato un “fantasma di perdita”, un rudimento sensoriale e percettivo nei primi mersi di vita e durante il primo anno di vita: la “posizione depressiva” di Melania Klein, conseguente alla “posizione schizoparanoide”. Di poi, nel corso evolutivo della vita l’economia e la dinamica psichiche ridestano il nucleo depressivo per cui si è costretti a rielaborarlo e a razionalizzarlo. L’età matura impone la presa di coscienza dell’istanza depressiva e del fantasma collegato.
Ringrazio Carmelo per la sua meravigliosa sintesi di una sindrome pesante e pericolosa e non mi resta che ricambiare i saluti con immenso piacere.
Alla prossima e “ad maiora”!

ONNIPOTENZA E DEPRESSIONE

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“Michel sogna di trovarsi in piazza con gli amici.
All’improvviso si scatena un terremoto.
Michel non è in panico come tutti gli altri e si sente sicuro sotto una pensilina di plastica in attesa della corriera.”

Un buontempone è questo Michel. Non gli mancano le arti della socializzazione e non sa fare a meno delle relazioni. Si offre e si vende bene, molto bene. Anche la seduzione non deve difettare. Un uomo di mondo che si esibisce, un leader nel suo essere speciale.
La collocazione della “piazza” richiama simbolicamente la greca “agorà”, il luogo della politica e delle relazioni sociali di poco spessore, della truffa e dell’inganno, dello scambio e della comunicazione, della parola e dei discorsi, dei millantatori e dei narcisisti. La “piazza” non è la dimora e tanto meno l’alcova. In “agorà” si trovava bene Socrate nell’ascolto dei Sofisti, si trovavano bene i sudditi nell’ascolto dei dittatori, si trova bene Michel con la gente che lo conosce e gli vuol bene.
“Michel sogna di trovarsi in piazza con gli amici.” Assolto il punto primo.
Punto secondo: ” All’improvviso si scatena un terremoto.”
Cosa sarà mai un terremoto per un uomo come Michel che ha tanti amici e che si trova in piazza? Leggo direttamente dal mio “dizionario psicoanalitico dei simboli onirici” e riporto la voce “terremoto”: “grave disagio psichico, crisi del principio di realtà e della funzione di mediazione dell’istanza dell’Io combattuto tra le inibizioni del Super-Io e le pulsioni dell’Es, conflitto psichico e contatto precario con la realtà in atto. Povero Michel! E’ proprio preso male. Questo terremoto non ci voleva in tanto godimento relazionale. Stava così bene in piazza con gli amici e all’improvviso arriva il terremoto. Ma cosa c’entrava il terremoto? Eppure nell’apparente benessere il sogno dice che Michel cova un forte malessere. Non ci resta che vedere la soluzione ingegnosa di Michel a tanto disagio.
L’onnipotenza! “Michel non è in panico come tutti gli altri…” Michel è diverso, è un vero uomo dai mille accorgimenti e dalle mille risorse. Michel ne sa una più del diavolo. Povero diavolo, quanti confronti è stato ed è costretto a subire senza essere interpellato! Il terremoto non impaurisce minimamente Michel. Quest’uomo è fatto di un’altra pasta. Michel non è come gli altri “cacasotto” che di fronte al terremoto si rifugiano in un riparo possibilmente più sicuro. Michel conosce le cose del mondo e ha una risposta per ogni evenienza. Michel può tutto, “omnia potest” come il Padreterno. Miche è un padreterno, si valuta e si ama tanto da entrare in concorrenza con Narciso. “Panico” traduce “tutto compreso”, il timor panico abbraccia tutto, il corpo e la mente. Di fronte a una manifestazione mastodontica della Natura, un “sublime” l’ha definito Kant, Michel si schernisce e non si lascia minimamente emozionare. Che lenza! Che uomo, anzi che superuomo!
“…si sente sicuro sotto la pensilina di plastica in attesa della corriera.”
Pensate un po’! Una traballante pensilina di plastica è il giusto antidoto alla furia distruttrice di un terremoto, al “sublime” della Natura. Michel è veramente un genio onnipotente. Vive in un altro mondo, una neorealtà tutta sua dove non c’è il terremoto o quanto meno non fa paura, anzi fa sorridere, una personale realtà diversa da quella degli altri comuni e poveri mortali. Basta una pensilina di plastica per ripararlo dal terremoto, una difesa apparentemente irrisoria per sopravvivere ai più terribili disastri.
La vita continua soltanto per Michel: aspetta l’arrivo della corriera. Mentre tutti cercano di conservare la vita, Michel sopravvive, va “sopra la vita” con la sua onnipotenza, può magicamente far tutto a suo favore e tutto in sua esaltazione. La corriera, trattandosi di automatismo meccanico, condensa simbolicamente le pulsioni sessuali gestite dal sistema neurovegetativo involontario. Di fronte ai disastri del suo “Io” Michel reagisce con l’antidoto sessuale: la sua autoterapia antidepressiva.
Questa è la versione ilare del sogno di Michel, a riprova di come il sogno sa usare anche l’ironia nel formularsi. Il termine “ironia” ha un significato filosofico, Socrate, e psicologico, Freud: destrutturazione dell’Io e delle sue resistenze nella presa di coscienza del materiale psichico rimosso e per una migliore autoconsapevolezza.
Il sogno paradossale di Michel evidenzia una grossa componente depressiva dietro una facciata ironica; quest’ultima serve da copertura al vero problema e funge da resistenza alla presa di coscienza, ma è un forte stimolo a disoccultare i conflitti rimossi e la mancata maturazione umana, oltre che psichica.
La prognosi impone la giusta valutazione del disagio psichico e la terapia adeguata all’angoscia di perdita, dal momento che l’onnipotenza non può reggere sempre il peso dei conflitti irrisolti.
Il rischio psicopatologico si attesta nella sindrome depressiva.
Riflessioni metodologiche: il sogno ha una sua ilarità. “Si ride per non piangere”, dice un motto popolare per sottolineare la “conversione nell’opposto”, un meccanismo di difesa dall’angoscia e di formazione del sogno. Freud scrisse un’opera titolata “Il motto di spirito e la sua relazione con l’Inconscio” nell’anno 1905, dove coglieva i collegamenti tra la dimensione interiore e l’espressione esteriore, tra il materiale psichico rimosso e l’espressione verbale o mimica. In sostanza il riso nasce dal richiamo subdolo di pensieri rimossi e di notizie indicibili: ad esempio ammiccare alla sessualità in maniera indiretta. Il sogno usa il paradosso per dire profonde verità e l’ironia come invito alla presa di coscienza del materiale psichico rimosso. Queste verità bisogna saper leggere e adeguatamente considerare, questo invito bisogna accettare inevitabilmente prima o poi.

IL TERREMOTO E LA SOLITUDINE

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“Silvia sogna di dormire rannicchiata sul fianco sinistro.

Si sveglia nel sonno per una fortissima scossa di terremoto ondulatorio che dura a lungo.

Silvia non si muove perché è terrorizzata.

Focalizza che può crollare il tetto o aprirsi il pavimento.

Ha paura di alzarsi e pensa che, se non reagisce, può restare sotto le macerie.

Poi la scossa termina e Silvia si alza velocemente e pensa che è ancora in tempo per scappare. Cerca i telefonini, due sul comodino alla destra e quello del marito sul cuscino alla sinistra, ma non li trova.”

Il sogno di Silvia è intensamente poetico, un breve “canovaccio” da sviluppare in teatro da parte di un attore esperto: i tratti dominanti di una struttura psichica e le note caratteristiche di un’esistenza sofferta. Bisogna  rilevare la poderosa capacità di sintesi e di elaborazione creativa del sogno anche in riguardo ai temi più drammatici. Ricordo, a tal proposito, che spesso prima sogniamo e poi agiamo, prima immaginiamo e dopo operiamo nella concreta realtà. Sviluppiamo il sogno di Silvia per avvalorare soprattutto la valenza estetica e la carica di bellezza del suo sogno.

“Silvia sogna di dormire rannicchiata sul fianco sinistro.”

Silvia vuole obnubilare la coscienza, vuole “dormire“ e non vuole vigilare, ama lo stato crepuscolare, ha bisogno di disimpegnarsi dalle mille e altre mille attività della sua quotidianità, vuole temporaneamente “rimuovere” le sue ansie e le sue angosce: questo è il simbolo del “dormire”. Quest’ultimo non tratta di un sonno maligno, tipo il sonno eterno e un fantasma di morte, bensì di una ricostituzione benefica del sistema nervoso e di un rafforzamento della struttura psichica. La postura è fetale. Silvia è nostalgica del grembo materno, ha tanto bisogno di protezione e di accudimento, è contratta nella difesa di sé e dei suoi vissuti dalle minacce del mondo esterno: questo significa simbolicamente l’essere “rannicchiata”. Silvia è rivolta verso il passato, propende alla nostalgia, indulge alle emozioni e ai ricordi, regredisce di buon grado alla rassicurazione delle esperienze vissute, piuttosto che guardare in faccia il futuro e vivere il nuovo che si profila e avanza: questo è il significato del “fianco sinistro”, un rafforzamento dell’essere “rannicchiata”.

“Si sveglia nel sonno per una fortissima scossa di terremoto ondulatorio che dura a lungo.”

La “scossa di terremoto” arriva “fortissima” e improvvisa a turbare la dolce e apparente quiete psichica, la benefica e ambigua stasi regressiva di Silvia: un trauma “ondulatorio”, una violenza sottile che riguarda gli affetti importanti e le relazioni significative. Silvia “si sveglia nel sonno”, è riportata alla coscienza del presente psichico in atto, un presente “che dura” da lungo tempo e dal cui coinvolgimento non può disimpegnarsi. Silvia è costretta alla vigilanza, a pensare ai suoi conflitti e a rimuginare sui suoi traumi, quelli affettivi nel caso specifico. Il moto ondulatorio del terremoto psichico di Silvia evoca gli affetti della culla e il rilassamento legato all’esercizio della “libido”. Sull’ambivalenza simbolica del “terremoto” dirò in seguito nelle “riflessioni metodologiche”.

“Silvia non si muove perché è terrorizzata.”

Ecco il trauma dell’inanimazione! Silvia è bloccata dall’angoscia abbandonica. Silvia è inerte di fronte alla perdita affettiva. Silvia ha nostalgia della rassicurante premura materna. Silvia è sola, esiste, è gettata nel mondo, è regredita al grembo materno e le manca la madre e le sue carezze vitalizzanti per il suo corpo bambino: la madre, in versione maschile o femminile, poco importa. La figura simbolica è evocata, per cui basterebbe anche un padre presente e affettuoso con le funzioni psichiche materne. Silvia è cresciuta sola e da sola.

“Focalizza che può crollare il tetto o aprirsi il pavimento.”

Si profila una prima reazione e si tratta di una reazione mentale, un’idea. Ancora la paralisi isterica della “conversione d’angoscia” è operante. Il sogno di Silvia è quasi incubo, ma Silvia continua a dormire perché le figure legate alla sua angoscia sono adeguatamente camuffate dalla censura onirica. Certo che non è un bel dormire, ma la riflessione di Silvia verte su simboli importanti: il “tetto” o il “sopra”, il “pavimento” o il “basso”, il “crollare” o “l’aprirsi”. Si tratta di un movimento che va dall’alto verso il basso, quel “crollare” che attesta processi depressivi di perdita all’interno della struttura psichica di Silvia. Il “tetto” rappresenta simbolicamente la parte mentale, le idee della nostra “casa psichica”, le riflessioni profonde e i vissuti sublimati all’interno della nostra “formazione reattiva” o carattere. Il “tetto” attesta di una giusta difesa del nostro libero pensare. Nel mio “dizionario dei simboli onirici” trovo scritto alla voce tetto: “difesa ideologica e tendenza alla sublimazione della libido, paura di plagio e istanza psichica dell’Io”. Il “pavimento” condensa la concretezza materiale e il legame alla madre, il pragmatismo e il principio di realtà dell’”Io”. Il “pavimento” che si apre in una voragine attesta di un processo depressivo di perdita degli affetti materni e di un conflitto sempre della sfera affettiva. Non dimentichiamo che il “basso” è il luogo simbolico della colpa e della pena da espiare.

“Ha paura di alzarsi e pensa che, se non reagisce, può restare sotto le macerie.”

Il conflitto tra la passività e l’attività, tra il fare e il giacere, tra l’agire e il subire si profila in maniera drammatica ed è il nucleo profondo della sua dialettica profonda. Silvia oscilla tra la depressione e la reazione. Depressione non significa “morire in vita”, perché è associato al simbolo di “alzarsi” che attesta  un’azione vitale e pragmatica e una sofferta volitività: il tormento del giacere e del muoversi. Le “macerie” rappresentano ciò che resta degli “investimenti della libido” operati nel corso del vivere, un profondo pessimismo sul proprio valore e sul proprio operato. “Alzarsi” è la terapia giusta per “sublimare” l’angoscia in un vago benessere psicofisico.

“Poi la scossa termina e Silvia si alza velocemente e si dice che è in tempo per scappare.”

La crisi depressiva è passata e si prospetta la “fuga nella guarigione”. Silvia  reagisce al suo terremoto ondulatorio scappando, non affronta il conflitto in maniera consapevole e costruttiva, opera una temporanea quanto benefica fuga nella risoluzione del sintomo. Pur tuttavia, si dice che è in tempo. Silvia  sa di come si svolgono queste sue psicodinamiche e trova nella remissione del sintomo un temporaneo sollievo.

“Cerca i telefonini, due sul comodino alla destra e uno sulla sinistra sul cuscino del marito, ma non li trova.”

Silvia si muove alla ricerca dei suoi alleati psichici ed esistenziali, delle sue relazioni significative: “i telefonini”. Ma le relazioni sono conflittuali perché Silvia non trova i collegamenti con le persone importanti come il marito, una relazione intima che si trova “sulla sinistra sul cuscino” ossia appartiene al passato, mentre le altre relazioni del presente ”due sul comodino alla destra, sono contrastate perché Silvia non li trova. Silvia è destinata alla solitudine dopo il terremoto. Uscendo fuor di metafora, il sogno di Silvia attesta di un tratto depressivo esaltato e di un conflitto relazionale in atto che non portano a nessuna soluzione e consolazione. E’ più importante il fatto che non trova i telefonini rispetto alla “scossa di terremoto ondulatorio”.

La prognosi impone a Silvia di rivedere le sue modalità relazionali e le sue esigenze a carico degli altri. Bisognerà ridimensionare le aspettative e approcciarsi in maniera tollerante senza incorrere in sovraccarichi emotivi e nel rigore di attese difficili. Silvia deve acquisire maggiore sicurezza e non deve sentire il bisogno di mettere alla prova coloro a cui è legata nella ricerca di una conferma affettiva.

Il rischio psicopatologico si attesta nell’isolamento legato all’esaltazione del tratto depressivo e alla sofferenza affettiva: una nevrosi fobico- ossessiva con crisi di panico.

Riflessioni metodologiche: la simbologia del “terremoto” ha una specifica ambivalenza nel suo oscillare tra la vita e la morte, tra gli affetti e i distacchi. Nel suo versante positivo il terremoto comporta una ristrutturazione psichica decisa  e una riformulazione mentale affermativa, una forte capacità di evoluzione e una carica volitiva di spessore. Nel suo versante negativo il terremoto richiama un “fantasma di morte”, la perdita depressiva in vita e la corrispondente caduta degli investimenti della “libido”, un’incapacità a reagire agli eventi più drammatici della vita. Il sogno conferma questa ambivalenza simbolica, ma offre nello stesso tempo altro materiale per capire la giusta decodificazione. Nel sogno di Silvia hanno più rilevanza i telefonini introvabili rispetto alla scossa di terremoto e al suo benefico significato ondulatorio-affettivo.

LE TRE SCIMMIETTE E LO SCIMPANZE’

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“Betty sogna di trovarsi in collina su una strada sterrata che non vede. Ci sono molte persone che non conosce e che non vede. La colpisce il fatto che sia una bellissima e splendente giornata primaverile, l’erba è di un verde brillante riflessa dal sole e c’è qua e là qualche tarassaco giallo. C’è chi passeggia e chi è seduto lungo la strada. Betty non sa se sta camminando o è ferma, ma è in pace e serena.

C’è qualcuno che Betty non vede e non sente, ma sa che ha detto che ci si doveva spostare dalla strada per l’arrivo di un uomo. Così tutti quanti sorridenti e gioiosi si apprestano a sedersi lungo la parte destra della strada e sono tutti molto vicini.

Una bella signora sorridente e riccia che non conosce, la invita a prendere posto vicino a lei tra l’erba verde, abbastanza alta e sotto un filare di viti. Betty si siede, guarda di fronte a lei e da in fondo alla collina, ma non molto distante, sta salendo verso di loro uno scimpanzé eretto sulle due zampe posteriori e cammina come un uomo. Betty ha un primo piano del suo muso.

Inizialmente Betty pensa che deve aver paura e scappare, invece decide di non averne, di tranquillizzarsi, di aspettare osservandolo mentre avanza per capire se è buono o cattivo. A questo punto si sveglia.”

Il problema che il sogno di Betty offre immediatamente è il seguente: “non vede”, “non conosce”, “non so”. Le tre scimmiette di Betty sono il “non vedere”, il “non conoscere”, il “non sapere”. Chi meglio del siciliano sottoscritto poteva analizzare la sindrome mafiosa delle tre scimmiette? Parto subito con l’analisi delle simbologie al positivo e poi le volgerò al negativo.

Il “vedere” condensa la razionalità e l’esercizio logico-consequenziale, il principio di realtà e lo spirito critico, il collegamento tra interno ed esterno, la consapevolezza e le funzioni dell’Io. Il “vedere” è collegato strettamente al “sapere”.

Il “conoscere” condensa il processo di acquisizione e di sistemazione delle esperienze in un sistema organizzato di cui usufruire nel quotidiano vivere e soprattutto nel quotidiano relazionarsi. Il “conoscere” è collegato strettamente alla “cultura” intesa come apprendimento di schemi che permettono di capire la realtà e di agire in essa.

Il “sapere” condensa il gusto di sé, la soddisfazione di avere il sapore di se stessi e del patrimonio psichico acquisito, esprime la concretezza fisiologica del senso e del gusto, la consapevolezza dell’autostima e dell’amor proprio. Il “sapere” è collegato al “vedere” e al “conoscere” perché non esiste conoscenza che non si traduca correttamente nel gusto e nel senso di sé, piacevoli o dolorosi che siano.

Fin qui le interpretazioni al positivo. Convertiamole al negativo per il caso di Betty.

Betty non vive la consapevolezza di sé, non usa le sue conoscenze, non gusta se stessa. “Io non so se sto camminando o sono ferma, ma sono in pace e serena.” Eppure, la sua vita scorre in una realtà personale e sociale gratificante se guardiamo la coreografia in cui Betty è inserita e in cui la psicodinamica si svolge: “una bellissima e splendente giornata primaverile, l’erba è di un verde brillante riflessa dal sole e c’è qua e là qualche tarassaco giallo. C’è chi passeggia e chi è seduto lungo la strada.”

Betty ha detto all’inizio “di trovarsi in collina su una strada sterrata che non vede”.

La sua realtà psichica in atto è particolarmente difficile, ma è compensata da una forte sensibilità estetica, “tarassaco giallo”, e da una vita sociale gratificante,”chi passeggia e chi è seduto”.  Aggiunge anche: “Io non so se sto camminando o sono ferma, ma sono in pace e serena.” Betty si lascia vivere dalla vita e con una sapienza orientale preferisce la “atarassia”, assenza di affanni, all’ambizione e all’arroganza della consapevolezza di sé. Anche in questo caso non sa, non ha sapore di sé.

Le difese dal coinvolgimento emotivo e affettivo continuano a presentarsi ed ecco che il sogno si dirige verso il disvelamento della verità, quello che c’è sotto il velo difensivo dell’apparenza.

“C’è qualcuno che Betty non vede e non sente, ma sa che ha detto”: continua a non vedere e a non sentire, a sentirsi vivere e a non vivere, ma sa che  qualcuno ha detto. Chi è questo qualcuno? Si tratta di una persona direttiva e affidabile, una figura carismatica e importante nell’evoluzione psichica di Betty, una figura genitoriale. E tutti ubbidiscono volentieri: i figli che seguono i consigli della mamma o del papà. Sta per arrivare un uomo e “così tutti quanti sorridenti e gioiosi si apprestano a sedersi lungo la parte destra della strada e sono tutti molto vicini.” La parte destra della strada attesta di un qualcosa di razionale e progettuale, qualcosa di organizzato e comprensibile che s’innesta nel futuro, una presa di coscienza da fare perché quasi necessaria: “sorridenti e gioiosi”. La solidarietà non manca nell’essere “tutti molto vicini”: un quadro familiare.

Si tratta di una famiglia, la famiglia di Betty che aspetta un uomo che dovrebbe essere il padre.

Procediamo nel chiarimento dell’arcano.

“Una bella signora sorridente e riccia che non conosco” rappresenta l’alleato affettivo che consente il prosieguo del sogno e del sonno, ma anche una figura femminile gradevole e ideale, una figura solare e rassicurante per una Betty crepuscolare che non conosce, non sente e non sa: un surrogato della figura materna.

A questo punto tutti sono pronti a vedere l’uomo del mistero: “uno scimpanzé eretto sulle due zampe posteriori e cammina come un uomo”. Razionalmente è una delusione, emotivamente è un colpo gobbo, uno scherzo da prete, un inganno del potere. Si aspettava un piccolo dio e compare una scimmia.

Quest’ultima è la vergogna dell’uomo, “qualcosa che fa ridere oppure suscita un doloroso senso di vergogna”, secondo Nietzsche. La scimmia è l’antenato biologico dell’uomo, secondo le teorie evoluzionistiche di Darwin e, per la precisione, un “gradino inferiore rispetto all’uomo”. Simbolicamente la “scimmia” rappresenta il sistema neurovegetativo, la parte animale e istintiva, la pulsione e la caduta della ragione: un uomo inferiore, un uomo inteso come istinto e pulsione o come “forza lavoro”. Betty “ha un primo piano del suo muso”: muso, non viso, a testimoniare la valenza animale dell’olfatto e del gusto che Betty giustamente dà allo scimpanzé.

La scimmia, essendo ai limiti della parte razionale e della coscienza, sembra essere come Betty che “non sa”, “non conosce”, “non vede”, che si lascia vivere, ma può essere anche la figura paterna vissuta dalla bambina e in seguito offerta dalla madre come la figura di un uomo che lavora e che non è  valutato a livello psicoaffettivo. Della serie: “bambini fate i bravi, adesso arriva il papà che è stanco perché ha lavorato tanto” e non invece  “battiam battiam le mani che arriva il vostro caro papà”. Il sogno risolve decisamente il dubbio: non si tratta della parte neurovegetativa di Betty, ma della figura paterna semplicemente perché Betty dice” per capire se era buono o cattivo”. Betty inconsapevolmente usa il meccanismo di difesa dall’angoscia classico dei bambini, lo “splitting”, la scissione del “fantasma del padre” in buono e cattivo  che consegue al “fantasma della madre” elaborato e scisso sin dai primi mesi di vita in parte buona e parte cattiva. Il sogno rievoca la primissima infanzia, quando Betty si approcciava al padre e si apprestava a sentirlo come presenza affettiva e protettiva. E’ sorprendente e meraviglioso come nel nostro “profondo” tutto si conserva e il sogno lo tira fuori a modo suo e al momento opportuno dietro lo stimolo giusto.

Il sogno di Betty rievoca una bambina che si affida alla figura materna e che si accosta al padre con cautela vivendolo in primo luogo come una figura neurovegetativa e non affettiva, istintiva e non razionale, colui che con il suo lavoro ci dà da mangiare. La bimba non ha avuto confidenza con il padre e si è costretta a tenerlo ai margini della sua affettività legandosi in silenzio e temendolo sempre in silenzio, una bambina che non si è saputa districare tra una madre ingombrante e direttiva e un padre minimizzato e ridotto al suo essere vivente. E’ consequenziale che questa situazione psichica e relazionale ha impedito a Betty la corretta evoluzione della posizione edipica. Lascia ben sperare in una riappropriazione progressiva dell’alienato e in una ripresa psichica di Betty il “doveva aver paura” e il “decide di non averla”, la volitività del fare e la volontà di affermazione, al di là delle titubanze e delle attese.

La prognosi impone a Betty di recuperare la sua autoconsapevolezza e la sua sicurezza riconoscendo le figure genitoriali, non soltanto come si sono manifestate, ma anche come le emergenze di allora le hanno offerte. Betty si è evoluta con la figura incompleta del padre e con la figura “XXL” della madre. Lo spazio occupato dalla madre è indotto anche da circostanze storiche e culturali che hanno contraddistinto la famiglia borghese al suo primo formarsi. Di poi, quando anche la madre è andata al servizio del sistema produttivo emancipandosi, la famiglia ha conosciuto problematiche di grande spessore e conflitti di sottile qualità.

Il rischio psicopatologico si attesta nel persistere della disistima e  nell’evitare il coinvolgimento affettivo. Inoltre il rischio comporta la caduta della qualità della vita e delle relazioni affettive secondo una deleteria filosofia della modestia e dell’accontentarsi. E’ da dire che conseguirebbe un’infausta sindrome depressiva.

Riflessioni metodologiche: ancora a proposito della teoria sul sogno si può definire quest’ultimo “resto notturno”. In base a quanto ho affermato   nell’interpretazione del sogno di Gregorio, titolato “il travaglio della rinascita”, e nello specifico sul dato di fatto che i sogni al risveglio passano dal parrucchiere per essere acconciati e sul dato di fatto che è quasi impossibile avere il prodotto onirico nella sua integrità e purezza, aggiungo che il sogno si può definire “resto notturno”. In base a questa riflessione si possono anche  analizzare le fantasticherie e le fantasie da svegli elaborate. Freud aveva attribuito la causa del sogno ai “resti diurni”, agli stimoli del giorno precedente non adeguatamente indagati che agganciano materiale psichico rimosso ed elaborano di notte il sogno. Alla luce di quanto risulta su quello che ricordiamo nelle fasi R.E.M. del sonno, quando il sogno si elabora e prende consistenza perché nelle fasi NON R.E.M. non si sogna perché è labile la  memoria, si può definire il sogno “resto notturno” con due finalità importanti. La prima consente di analizzare i prodotti psichici elaborati nella veglia come le fantasticherie e le fantasie e le opere artistiche e culturali come la pubblicità e come altre espressioni del polivalente animale vivente chiamato uomo. La seconda consente d’interpretare i sintomi delle problematiche psichiche come le psiconevrosi e le psicosi e le fenomenologie dei disturbi psicosomatici e di tutto quell’altro che rientra nella fenomenologia dello strano animale chiamato uomo e che lo contraddistingue dalla scimmia, per restare in tema con il sogno di Betty. In sintesi: il sogno è un resto notturno e si possono decodificare i prodotti psichici e culturali.