ISLAM

ISLAM

LE RAGIONI STORICHE E LE RAGIONI CULTURALI

§ 1

Sura I – Al-Fâtiha – L’Aprente

1 In Nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.

2 La lode appartiene ad Allah, Signore dei mondi,

3 il Compassionevole, il Misericordioso,

4 Re del Giorno del Giudizio.

5 Te noi adoriamo e a Te chiediamo aiuto.

6 Guidaci sulla retta via,

7 la via di coloro che hai colmato di grazia, non di coloro che sono incorsi nella Tua ira, né degli sviati.

Amin.

La prima sura del Corano appartiene al periodo “pre-hegira”, precedente alla fuga di Muhammad dalla Mecca, e fu rivelata al Profeta in questa città, la capitale politica ed economica da sempre riconosciuta della cultura araba.

La sura è nota come “as-sab’u-l-mathâni”, “i sette ripetuti”, in quanto è composta da questi sette versi che sono obbligatoriamente recitati da ogni credente nell’assolvimento delle preghiere quotidiane e nell’adorazione rituale di Allah.

Il testo può essere equiparato al “Pater noster” cristiano e comprende l’invocazione e la devozione al Padre, il riconoscimento dei suoi attributi essenziali come l’unità e l’unicità, la professione e la testimonianza della fede, il potere assoluto di Allah sul visibile e sull’invisibile, la gloria e l’amore verso i figli deboli e la conferma passiva della fede da parte del credente con la totale accettazione della Verità e dell’ordine costituito.

In questa sura è implicita la condanna dei miscredenti e degli “sviati”, coloro che hanno interpretato in maniera erronea la sacra Scrittura e gli insegnamenti di Allah, gli ebrei e i cristiani, “quelli del Libro” che hanno elaborato in maniera imperfetta la volontà di Dio comunicata attraverso la lunga serie dei profeti che da Noè arriva a Gesù Cristo.

La Rivelazione e la predicazione di Muhammad (La Mecca 570 – Medina 632) hanno inizio nei primi decenni del settimo secolo dopo Cristo e in particolare tra il 613 e il 632; in questo periodo il profeta di Allah annuncia alle tribù arabe, stanziate nelle oasi e nelle città, e alle tribù nomadi, i beduini e i predoni del deserto, una nuova religione, l’Islam, una fede monoteista che mette in crisi il tradizionale politeismo pagano di questi gruppi etnici e induce una progressiva evoluzione culturale che imporrà secondo le esigenze storiche i suoi diritti di interpretazione anche nei versanti politico e giuridico, sociale ed economico, filosofico ed artistico.

L’Islam e il suo monoteismo sono un originale rinnovamento di tutte le tradizioni culturali arabe storicamente presenti all’alba del settimo secolo secondo il calendario occidentale.

Sura III – Al-‘Imrân – La famiglia di Imran

18 Allah testimonia, e con Lui gli Angeli e i sapienti, che non c’è dio all’infuori di Lui, Colui che realizza la giustizia. Non c’è dio all’infuori di Lui, l’Eccelso, il Saggio.

19 Invero, la religione presso Allah è l’Islam. Quelli che ricevettero la Scrittura caddero nella discordia, nemici gli uni degli altri, solo dopo aver avuto la scienza.

Ma chi rifiuta i segni di Allah, sappia che Allah è rapido al conto.

L’unicità di Allah e la verità dell’Islam sono contrapposte all’insipienza degli Ebrei e dei Cristiani, coloro che “ricevettero la Scrittura” e “caddero nella discordia” in una forma storicamente sempre più maligna di ostilità, oltretutto estesa fino ai decenni del XX° secolo, per il mancato riconoscimento dei veri attributi divini e per la tragica miscredenza.

L’unicità di Allah, “non c’è dio all’infuori di Lui”, rievoca in maniera pedissequa la prima delle dieci Leggi date dal Dio ebraico a Mosé sul monte Sinai e scolpite in due tavole di pietra, quel “Decalogo” fatto proprio anche dai cristiani, ma è degno di interesse l’attributo giuridico di Allah, “Colui che realizza la giustizia”, possibilmente derivato dall’attributo morale di essere l’unico depositario del Bene e del Male.

Di conseguenza, Allah propone ai suoi figli arabi la via della salvezza eterna tramite l’obbedienza passiva alle sue Leggi; l’ordine religioso e teologico è il necessario assunto di base dell’ordine sociale e giuridico, strutture e schemi che hanno un condiviso senso e un riconosciuto significato all’interno di una struttura culturale, la cultura araba per l’appunto.

I segni di Allah devono essere interpretati in maniera corretta per non incorrere nella sua punizione; la Semiologia affonda le sue radici anche nel Corano.

Sura II – Al-Baqara – La Giovenca

121 Coloro che hanno ricevuto il Libro e lo seguono correttamente, quelli sono i credenti. Coloro che lo rinnegano sono quelli che si perderanno.

122 O figli di Israele, ricordate i favori di cui vi ho colmati e di come vi ho favorito rispetto ad altri popoli del mondo.

123 E temete il Giorno in cui nessuna anima potrà alcunché per un’altra, e non sarà accolta nessuna intercessione e nulla potrà essere compensato. Ed essi non saranno soccorsi.

Gli Ebrei hanno ricevuto da parte di Dio il privilegio etnico e il Libro della Verità, ma non hanno manifestato la giusta fede e hanno in tante occasioni rinnegato lo stesso Dio che li aveva eletti, per cui essi meritano il castigo eterno, nonostante l’affinità religiosa e la priorità temporale nei confronti dell’Islam.

Consegue correttamente il giudizio di imperfezione da parte di Muhammad: l’Ebraismo e il Cristianesimo sono religioni monoteistiche imperfette.

Oltremodo degno di riflessione per le successive implicazioni sociali e culturali è il collegamento di Allah con la Giustizia del verso 18 della sura III: Allah è Colui che realizza inequivocabilmente la Giustizia semplicemente perché la crea e la possiede.

La Legge di Dio assume una chiara valenza celeste e trascendente, ma non esclude la dimensione terrestre e temporale, in quanto essa è riservata agli uomini arabi e alla società musulmana.

All’uopo nasceranno dopo la morte di Muhammad le scuole giuridiche islamiche, gli interpreti della Volontà legale di Allah o delle norme desunte dal Corano e atte a regolare la vita individuale, sociale e politica dei musulmani con la giusta devozione.

E’ necessario ancora una volta rilevare che l’unicità di Allah, “non c’è dio all’infuori di Lui”, è tratto direttamente dalle “Tavole della Legge” che Dio diede a Mosè presso il monte Sinai per il popolo ebraico; in questo caso specifico l’unicità di Allah è desunta dal primo comandamento di ogni buon ebreo e di ogni buon cristiano.

I segni di Allah sono talmente evidenti con l’ultima Rivelazione fatta all’ultimo dei profeti, Muhammad per l’appunto, che è impossibile rifiutarli, per cui la miscredenza è sciocca insipienza e maligna ostinazione.

Gli Ebrei, i figli d’Israele, erano stati colmati da Dio di immensi ed estremi benefici, ma essi non hanno capito e hanno rinnegato il Libro, per cui saranno condannati nel Giorno del Giudizio senza alcuna possibilità di riscatto, d’intercessione e di compensazione.

I nuovi figli di Dio sono i musulmani, i figli dell’Islam, coloro che hanno ricevuto e capito il Libro e si sono sottomessi alla volontà di Allah.

Il termine Islam è presente nel Corano, “Qur’an”, la Lettura o la recitazione salmodiata di brani della Rivelazione, un atto quotidiano che attesta la fede in Allah e nella sua religione.

Il termine “muslim”, il cui plurale e “muslimun”, deriva dal verbo “aslama” che significa interiore sottomissione a Dio e visibile professione di fede.

Il termine “Islam” significa nel Corano la fede, “iman”, il totale abbandono a Dio, l’atto di conversione, il ritorno a Dio per sua grazia, la religione perfetta rivelata da Allah a Muhammad.

Il Corano è la fonte di conoscenza della verità per eccellenza, la verità dell’Islam, ed è il Libro sacro che contiene la Rivelazione che Allah ha trasmesso a Muhammad tramite l’angelo Gabriele, Yabril, di ebraica e cristiana memoria, un mediatore celeste che oltretutto in terra d’Israele godeva del rango di arcangelo.

Sura LXIV – At-Taghâbun – Il Reciproco Inganno

12 Obbedite dunque ad Allah e obbedite al Suo Messaggero. Se poi volgerete le spalle, sappiate che al Nostro Messaggero incombe solo la trasmissione esplicita.

13 Allah, non v’è dio all’infuori di Lui ! Confidino dunque in Allah i credenti.

Il ruolo di Muhammad è espresso in maniera inequivocabile: egli è il Messaggero di Allah, il Profeta, colui che parla in sua vece e a vantaggio degli uomini, il tramite, scelto da Dio, che trasmette in maniera esplicita la volontà dell’Onnipotente, l’uno e l’unico Ente a cui la fede del credente necessariamente esige un totale abbandono e un acritico affidamento.

L’obbedienza è la virtù teologale per eccellenza conseguente alla fede in Allah, una virtù che concilia esigenze logiche ed emotive, nonché un valore a forte valenza sociale e politica in quanto inevitabilmente costituisce una “città di Dio” sulla terra e uno Stato gestito da uomini di Dio.

Il Corano è il Libro sacro per eccellenza nella sua complessità e nella sua polisemia, la recitazione di quanto Muhammad ha appreso da Allah tramite la Rivelazione e con la santa mediazione dell’angelo Yabril.

Il verso tredicesimo definisce la “shahāda”, la professione di fede del buon musulmano.

Sura II – Al-Baqara – La Giovenca

97 Dì: “Chi è nemico di Gabriele, che con il permesso di Allah lo ha fatto scendere nel tuo cuore, a conferma di quello che era venuto in precedenza, come Guida e Buona Novella per i credenti;

98 chi è nemico di Allah e dei Suoi Angeli e dei Suoi Messaggeri e di Gabriele e di Michele, ebbene sappia che Allah è il nemico dei miscredenti.

L’arcangelo Gabriele, il mediatore della Volontà di Dio e il nunzio dell’immacolata concezione di Maria nell’Evangelo cristiano, è recuperato con la stessa funzione e con il nome di Yabril a conferma dei nessi che l’Islam ha con le due precedenti religioni monoteiste sorte e sviluppate nel vasto bacino culturale ed economico del Mediterraneo.

A fianco del Corano, il Libro sacro per eccellenza, si colloca con autorevolezza la tradizione autentica, trasmessa per via orale e successivamente trascritta, la “Sunna”, una raccolta di detti e di fatti del Profeta espressa sotto forma di insegnamenti, “hadith”.

La catena di testimoni e di testimonianze è stata nel tempo adeguatamente vagliata, per cui l’attendibilità filologica e filosofica della Sunna è notevole, così come è fuori discussione, almeno per una netta maggioranza dei musulmani, la sua importanza teologica e morale.

Del resto, la religione cristiana aveva già sperimentato storicamente l’atto umano, ispirato o laico, di riferire per via orale gli insegnamenti e le opere della figura carismatica di Cristo da parte di coloro che a vario titolo convissero e parteciparono all’esperienza straordinaria del Figlio di Dio e alla trasmissione e diffusione dell’universalismo cristiano.

Nel tempo successivo e dopo la trasmissione orale subentra la traduzione scritta, i Vangeli in versione ispirata dallo Spirito santo e riconosciuti dalla Chiesa o in versione spuria e accentuatamente materialistica e di conseguenza non riconosciuti dalla Chiesa, testi che pur tuttavia restano un degno e valido documento storico ispirato da fattori squisitamente umani.

Varie sono le compilazioni della tradizione islamica e in particolare della vita e degli insegnamenti del suo Profeta Muhammad; la più importante, in linea temporale più vicina all’esperienza mistica di Muhammad, è quella di al-Bukhari, un uomo di fede islamica morto nell’anno 870.

L’Islam è, dunque, il coronamento della Rivelazione di Dio agli uomini e la sua vera epifania nella storia.

Allah ha parlato dalla sua trascendenza attraverso il profeta Muhammad ai vari popoli, calando il suo messaggio di verità e di salvezza nel tempo e nello spazio, ma restando nella sua dimensione eterna.

Allah ha testimoniato la sua unicità e la sua unità, ha avvertito gli uomini sul giorno del Giudizio finale, ha parlato, prima di Muhammad, per mezzo dei profeti di biblica memoria, figure respinte, perseguitate e uccise.

Il richiamo ad Adamo, ad Abramo, a Mosè, alla Torah, al Vecchio Testamento, a Gesù, al Nuovo Testamento è metodicamente costante e in linea evolutiva nel sacro Corano; esso è, inoltre, finalizzato a costruire i precedenti storici e teologici della Vera Scrittura, la Rivelazione compiuta e perfetta in riferimento alle Rivelazioni parziali e imperfette del passato, il “sigillo della Profezia”, la Rivelazione di Allah a Muhammad, l’Islam.

Sura XXXIII – Al-Ahzab – I Coalizzati

40 Muhammad non è padre di nessuno dei vostri uomini, egli è l’Inviato di Allah e il sigillo dei profeti. Allah conosce ogni cosa.

La scelta di Allah su Muhammad come profeta è inscritta nel suo imperscrutabile arbitrio e nel suo assoluto giudizio; anche la fede del suo Inviato è un dono prescelto da Dio per un uomo che Egli distingue dai miscredenti e che non ha con questi ultimi alcuna relazione di sangue e di cultura.

Muhammad, infatti, non è un ebreo o un cristiano, un politeista o un pagano, tanto meno un ateo; Muhammad è un arabo e chiude il ciclo delle Rivelazioni divine, quei salvifici messaggi che l’onniscienza di Allah ha voluto imporre al corso della creazione e al destino dell’umanità.

L’Islam rivelato da Muhammad si pone in continuità storica e culturale con le religioni e le tradizioni precedenti e ancora presenti nel bacino mediorientale del Mediterraneo, quella terra e quella nazione israeliana in particolare che aveva partorito da millenni Yahwèh e da secoli Cristo.

Allah è il Dio dei popoli di quell’Arabia “felix”, una regione che i geografi antichi individuavano nella Siria e nello Yemen, terre rigogliose irrorate dalle piogge monsoniche, all’incontrario degli altri territori della penisola araba particolarmente desolati, ricoperti di sabbia, bruciati dai raggi di un sole ardente e percorse dal popolo dei beduini insieme ai preziosi cammelli, ai valorosi cavalli, alle generose pecore.

Il Corano comprende ed elabora le precedenti Rivelazioni religiose e le supera introducendo il senso del completamento profetico: Muhammad è il Profeta di Allah, l’uomo eletto che non mostra mai la tentazione di andare al di là delle sue connotazioni umane neanche nelle circostanze più drammatiche della sua privilegiata e straordinaria esistenza.

All’incontrario di Cristo, Muhammad non si porrà mai ai suoi connazionali come il Figlio di Dio e sarà particolarmente attento a non ridestare la fantasia e la superstizione del suo popolo, un gruppo etnico costituito da uomini particolarmente propensi agli effetti prodigiosi del miracolo e alle visioni straordinarie della fantasia.

Molti elementi del Corano, quindi, sono mutuati dalla tradizione biblica non solo sotto il profilo dottrinale, ma anche sotto quello narrativo con riferimenti diretti e precisi a personaggi e a fatti, ad esempio la figura di Abramo come fondatore del monoteismo ed epigono della fede.

Pur tuttavia l’ortodossia islamica non ammette alcuna filiazione da alcunché di storicamente costituito e sostiene che la Rivelazione è discesa tutta e completa su Muhammad e direttamente da Allah, il quale nella sua imperscrutabile Sapienza e nella sua somma Provvidenza detiene e gestisce i nessi della consequenzialità storica e dispensa i doni della Grazia.

Nonostante la manifesta condivisione dell’Islamismo con i temi essenziali delle religioni mediterranee, l’ebraica e la cristiana, come ad esempio la linea di sviluppo storico che si snoda dalla “Creazione” alla “Rivelazione” per arrivare al “Giorno del Giudizio”, l’Islam si attesta e si conferma come il superamento e il perfetto compimento di tutte le religioni progressivamente manifestate nella storia dell’uomo e come lo sbocco necessario e conclusivo delle precedenti fedi monoteiste.

Il musulmano non ha bisogno di riferirsi alle Scritture sacre preesistenti, perché il Corano le incorpora tutte, il Vecchio e il Nuovo Testamento e la Thora nel caso specifico, e le dichiara superflue, inattendibili e inficiate da errori e falsificazioni con la diretta e ovvia responsabilità di ebrei e cristiani.

Esistono convergenze e divergenze tra Bibbia e Corano, ma l’Islam si colloca come la religione monoteista autentica e definitiva, il completamento dell’opera di salvezza dell’umanità iniziato da Abramo, Noè, Mosè e Gesù Cristo e finalmente compiuto nella Profezia di Muhammad, l’Islam per l’appunto.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, (SR), giorno 30 del mese di Luglio nell’anno 2020

TAGLIANDO PSICOFISICO 4

L’ANGOSCIA

La benemerita signora “Angoscia” ha una lunga e variegata storia: linguistica, antropologica, culturale, filosofica, religiosa, psicologica, psichiatrica, psicoanalitica. Nasce con l’uomo e lo segue nel suo percorso evolutivo con le sue prerogative di base e le sue sfaccettature di capriccio.

Per avere una semplice idea della “angoscia”, è opportuno dare una sommaria definizione e poi analizzare gli attributi di fondo dei vari settori scientifici.

DEFINIZIONE SOMMARIA

La “angoscia” è uno stato di sofferenza psicofisica caratterizzato dall’azione nefasta di un “fantasma di morte” con un pesante timore legato a vissuti depressivi di perdita e di fine imminente, con caduta delle energie vitali. Le sensazioni fisiche di costrizione toracica e le altre manifestazioni neurovegetative si traducono in una accelerazione della frequenza cardiaca, in disturbi vasomotori, in disturbi respiratori, in modifiche del tono muscolare e altro ancora.

Vediamo la “angoscia” nei vari livelli della ricerca.

A livello “linguistico” la parola “angoscia” è presente nella lingua latina: “anxietas”, “sollicitudo”, “cura”, “angor”. La traduzione è la seguente: ansia”,“paura”, “inquietudine”, affanno, “ossessione”, “costrizione”, “struggimento”, “pena”. Il greco antico “anko” significa “stringo” e richiama l’oppressione respiratoria. Anche il tedesco “angst” si traduce “mi soffoco, mi stringe la gola”, uno dei sintomi elettivi e fisiologici dell’angoscia.

A livello “antropologico” la “angoscia” designa l’emozione legata al distacco del bambino dalla madre e dal gruppo familiare, nonché la rottura della simbiosi dovuta a un atto di ira che rompe l’equilibrio psicosociale.

A livello “culturale” la “angoscia” è un “segno” o schema che interpreta il dolore della solitudine, la perdita dell’identità psichica e la caduta nell’anonimato, in una con l’isolamento e la dispersione degli investimenti.

A livello “filosofico” Epicuro parlò della “angoscia” per indicare la “felicità”: l’uomo senza divinità, senza valori politici, senza bisogni innaturali, senza immortalità. Era questo il suo “tetrafarmaco”, le sue quattro pillole di saggezza per incarnare la “atarassia”, l’assenza di “angoscia”. Nell’Ottocento Kierkegaard la collocò nella malattia umana acquisita a suo tempo con il distacco da Dio e la caduta nella spirale della categoria esistenziale della “possibilità”. Heidegger la collocò nella caduta nell’indeterminato e nel Niente di cui è intrisa l’esistenza umana. Jaspers la depose nella morte e nella vana ricerca di un senso da dare all’esistenza. Sartre la qualificò come la reazione infausta al Niente che caratterizza l’uomo e la sua vita. E avanti con altri… pessimi o buoni pessimisti.

A livello “religioso” la “angoscia” si attesta nel distacco da Dio causato dai progenitori, nel peccato originale e nella conseguente perdita della salvezza e della vita eterna. L’uomo è condannato a morire senza alcuna possibilità di riscatto: “angoscia” del monoteismo trascendente ebraico, cristiano, arabo.

A livello “psicologico” la “angoscia” è la degenerazione patologica dell’ansia.

A livello “psichiatrico” la “angoscia” è una malattia del sistema neurovegetativo e si inquadra in una serie di disturbi funzionali che vanno dalla respirazione all’attività cardiaca e altro, come si è detto in precedenza nella definizione sommaria.

A livello “psicoanalitico” la “angoscia” è legata all’afflusso traumatico di eccitazioni non controllabili dall’Io perché troppo intense. Questa qualità giustifica la caduta depressiva nell’indeterminato e lo stato psicofisico: l’angoscia è senza oggetto specifico. Mentre nella “fobia” l’oggetto è spostato, nella “angoscia” l’oggetto è apparentemente assente perché è costituito da tanti fattori legati all’evoluzione psicofisica della persona e alla modalità di affrontare e risolvere i conflitti intrapsichici ed esterni. Freud distinse la “angoscia” come segnale e meccanismo di allarme che avverte l’Io di una minaccia per il suo equilibrio e la “angoscia” primaria dell’infanzia che sviluppa la disintegrazione dell’Io. La “nevrosi d’angoscia” è legata a conflitti attuali come le frustrazioni della “libido”. La “isteria d’angoscia” scatena sintomi respiratori, cardiaci e vertigini: una “angoscia fobica” che viene elaborata e tradotta in oggetti e situazioni che provocano la crisi. In tutti i casi la “angoscia” presenta vissuti depressivi di perdita, crisi dell’autostima e dell’amor proprio, caduta dell’umore: il corredo psichico del “fantasma di morte”.

L’ANGOSCIA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Analizziamo dopo tanta sintesi la nostra “angoscia” nel tempo del “coronavirus”, riflettiamo su quello che ci è successo in questi tempi drammatici e di difficile decifrazione psichica, individuale e collettiva, a causa del lungo tempo richiesto dal sistema psichico, rispetto a quello fisico, per essere assimilato.

Sappiamo che il segnale fisiologico di base della “angoscia” è l’affanno respiratorio, il fiato che non viene, il fatto che non si riesce a fare il giro con il respiro.

Sappiamo che il segnale psicologico è l’azione nefasta del “fantasma di morte” e la perdita depressiva.

In questo tempo in quale angoscia ci siamo imbattuti e quale perdita abbiamo elaborato?

Di poi, se troviamo qualcosa, analizziamo se è una nuova angoscia o è l’evoluzione di una vecchia angoscia. Vediamo come si è sviluppato il nucleo depressivo precedente.

Riflettiamo a quale pensiero la “angoscia” si associa e scatta all’improvviso.

A questo punto scartabelliamo e tiriamo fuori dal cilindro la salvifica RAZIONALIZZAZIONE. Operiamo una presa di coscienza di cosa in questo periodo si è mosso dentro di noi dietro uno stimolo così potente come quello del pericolo di contagiarsi, di ammalarsi, di lasciarci le penne.

Non basta.

Razionalizziamo anche la “angoscia” legata alla costrizione spaziale e all’inanimazione, al blocco delle energie libidiche d’investimento, nonché alla caduta nell’indeterminato e nell’indistinto psichici.

Le riflessioni vanno registrate accuratamente sul LIBRETTO, affinché l’opera di presa di coscienza sia rafforzata dall’atto dello scrivere: “verba volant, scripta manent”.

Buona fortuna e alla prossima.

Domani pubblicherò una poesia da “coronavirus” e così abbiamo il tempo di riflettere meglio e di rassodare il materiale psichico rievocato e messo in equilibrio in questi quattro giorni e dietro lo stimolo del “tagliando”.

Raccomando l’Io e la Razionalizzazione, la cura senza affanno delle nostre funzioni razionali per gustare meglio la nostra persona e l’altrui, per ridurre la tensione nervosa, per compattarci nel corpo e nella mente. Se saremo bravi, ridurremo le “angosce” in “paure” ben precise chiamandole per nome e cognome. Completiamo l’opera con l’aiuto dello “amor fati”, l’amorosa accettazione del nostro destino di uomini e di viventi, e con il sentimento della “pietas” che ci vuole insieme, intelligenti e compartecipi. Per raggiungere questo traguardo di saggezza senza essere anziani, consiglio di astenersi dalla visione di programmi televisivi altamente irosi e demenziali che oscillano “cotidie” dopo cena tra il quattro e il cinque. Evitiamo anche la monotonia del numero sette. La Cabala napoletana “docet” e stimola una fuga dai tanti e soliti dissennatori che popolano l’etere della sera italiana ormai da alcuni decenni.

Cura ut valeas!

LA CLAUSURA

Mi dica,

quanto si può resistere chiusi in casa?

Mario

“Ubi maior, minor cessat.”

I padri latini in quattro parole risolvevano le questioni più delicate e applicavano questa formula anche alle situazioni più disparate, da quelle altamente spirituali, come l’Olimpo degli dei importati senza sforzo dalla Grecia, a quelle bassamente ferine, come la lotta tra i gladiatori nello stadio del Colosseo.

La scarna domanda di Mario è sacrosanta, ardua nella sua sintesi, drastica nella sua limpidezza, estesa nei suoi contenuti. A tanta semplice richiesta è possibile dare una complessa risposta. Di poi, si potrà scrivere un trattato sulla “clausura” coatta e volontaria, sui carcerati e sulle suore, sui fobici e sui mistici.

Comincio dal semplice per indicare la complessità dei temi.

“Ubi maior, minor cessat” è un principio evidente di qualità Logica ed Etica che travalica nella Sociologia e nella Politica. Applichiamolo alla situazione psico-socio-culturale e politica in atto.

C’è una “causa” di forza maggiore che costringe ad accettare gli “effetti”. Questi ultimi sono di gran lunga inferiori all’effetto letale della causa: la costrizione in casa è qualitativamente inferiore al rischio di contagio e di morte ed è etica perché nessuno vuol morire. Questo amore di se stesso e della Specie è da privilegiare al cento per mille senza alcuna ricerca di eroismi innaturali e narcisistici.

L’amor proprio è una pulsione organica prima di evolversi in un dato psicologico, etico, politico e giuridico. Il Corpo è fatto per vivere e per morire, il Corpo ha inscritta la morte, ma la Mente non vuole far morire il Corpo, esclusion fatta per alcune gravi psicopatologie. La consapevolezza della morte, sintetizzata crudamente nel motto dei frati trappisti “memento mori”, distingue l’Uomo. L’homo sapiens è al vertice di codesta cruda consapevolezza. Questo pregio lo rende elevato e infelice in vita natural durante.

Tornando alla domanda di Mario, si può tranquillamente affermare che la conservazione della Vita è un bene maggiore rispetto allo scorrazzare per le piazze o per i parchi o per i boschi o per i centri commerciali. Ergo, stiamo chiusi in casa, se vogliamo ancora campare.

Ma quanto si può durare chiusi in casa senza impazzire?

Questa formulazione della domanda di Mario è volgare, ma rende benissimo la sostanza della richiesta.

Rispondo in sintesi.

Dipende dalla motivazione individuale e sociale, dipende dalla “organizzazione psichica reattiva” individuale, dipende dalla “organizzazione psichica collettiva”, dipende dalla forma politica.

Analizziamole tutte e quattro.

LA MOTIVAZIONE INDIVIDUALE E SOCIALE

La motivazione “individuale” è varia perché ogni persona ha una sua irripetibile conformazione psichica. Di conseguenza, la diversità è anche mentale, per cui ognuno ha la sua ragione per giustificarsi la clausura.

La motivazione “sociale” è unica e si attesta nel sentimento della solidarietà e della condivisione dello stato di emergenza, nonché sui valori civili ed etici.

LA MOTIVAZIONE PSICHICA INDIVIDUALE

La “organizzazione psichica reattiva” individuale può essere “orale”, “anale”, “fallico-narcisistica”, “edipica”, “genitale”. Vediamo le reazioni psicologiche alla clausura secondo sintesi e con la chiarezza massima, dopo aver precisato che la classificazione è un ausilio interpretativo, ma, come tutti gli schematismi, è da prendere con le pinze: aiuta a capire, ma non è esaustivo e non è verità evangelica.

La persona a tratti prevalentemente “orali” privilegia gli affetti e ne teme la perdita, per cui risponde alla clausura con una pulsione depressiva e con paura. Quest’ultima è controllata tramite la motivazione costante della costrizione logistica, per cui ha una buona durata perché la “razionalizzazione” è in opera e i sentimenti sono facilmente appagati se le persone che si amano sono presenti o comunque in vita. Il rischio psicopatologico si attesta, dopo aver vissuto lo psicodramma, nella cura del tratto depressivo qualora si fosse allargato dietro tanto stimolo continuo. La persona “orale” si esalta e si deprime, è ottimista e pessimista, varia l’umore in base al vissuto che ha in circolazione da stimolo interno o esterno. Il rischio alimentare è a portata di mano, perché la persona “orale” scarica la tensione nervosa proprio mangiando di tutto e di più, appagando non la fame, ma una fame nervosa, non compulsiva. Bisogna stare attenti anche al respiro e alla conversione dell’angoscia nell’apparato respiratorio con le crisi della mancanza del fiato o dell’asma. La persona “orale”, pur tuttavia, dà una buona risposta alla clausura proprio perché dinamica, elastica e non rigida.

La persona a tratti prevalentemente “anali” reagisce alla clausura con la sua aggressività e la riversa sugli altri e su se stessa. Sono frequenti le esplosioni di rabbia. La persona si danneggia attraverso il logorio della rabbia espressa e inespressa. La costrizione fisica si riverbera sulla psiche attraverso le pulsioni aggressive e l’autolesionismo, le manie e i rituali, i dubbi e gli scrupoli, l’ossessione e la compulsione, la sensazione e il sentimento di persecuzione. Il rischio si attesta nell’esaltazione del nucleo fobico, ossessivo e paranoico. La persona “anale” si sente perseguitata dallo spazio ristretto e ha bisogno di uscire e di prendere aria: la claustrofobia. Si può sentire anche braccata e ha bisogno di scappare: timore panico. Questo caso è frequente nelle persone particolarmente sensibili alla colpa. L’irrequietezza e la fuga sono le soluzioni di difesa dall’angoscia messe in atto dalle persone “anali”. La rabbia non sfogata si può somatizzare nel sistema cardiocircolatorio e gastrointestinale. La clausura non s’addice per niente alla persona a prevalenza “anale”. La vulnerabilità psicofisica si manifesta nella qualità e nella quantità delle reazioni.

La persona a prevalenza “fallico-narcisistica” reagisce alla clausura in maniera del tutto individualistica, da protagonista unico perché gli altri non esistono. Il narcisista non ha bisogno di aiuto, è onnipotente ed eroico, è ambizioso e civettuolo. La clausura attizza il suo senso del potere e il suo protagonismo proprio perché reagisce alla situazione restrittiva negandola ed esaltando la sua boria individualistica e la sua onnipotenza. Il rischio si attesta nell’ansietà e nelle scariche isteriche causate dal senso di frustrazione provocato dalla costrizione. L’esplosione isterica lascia il posto alla depressione per l’intervento del senso di colpa e per l’attesa della punizione. La persona “fallico-narcisistica” è di danno a se stesso, autolesionismo, e soprattutto agli altri perché rende difficilissima la convivenza. I tic nervosi e i rituali nevrotici, tipo tormentare i capelli, scaricano le tensioni e sono indizio di un conflitto psichico con se stesso. L’isolamento del narcisista è costante anche se si trova in gruppo. La dipendenza da sostanze di varia qualità e tendenti a variare lo stato di vigilanza della coscienza è un rischio da evitare a causa della sua gravità e pesantezza.

La persona a prevalenza “edipica” reagisce alla clausura con la conflittualità interna ed esterna. Oscilla tra l’affermazione e la svalutazione di sé, tra l’isteria e la depressione. Si relaziona secondo gli opposti: relazioni troppo buone o troppo cattive. Non ha vie di mezzo con se stesso e con gli altri e per questo motivo risulta inaffidabile. Se si fida, diffida, se si affida, si ritira. La psiconevrosi e l’ambivalenza affettiva e umorale contraddistinguono la persona “edipica”. Vive la chiusura con ambiguità: l’intimità del carcere e la rivolta contro la costrizione. La persona “edipica” tende a ubbidire e trasgredire con la facilità vissuta in maniera ambivalente nella relazione con il padre e la madre. Il rischio si attesta nella costante conflittualità e insoddisfazione che disturbano le relazioni e la convivenza. La somatizzazione dell’ansia privilegia gli apparati gestiti dal sistema neurovegetativo in base al vissuto individuale sull’organo debole. La clausura è vissuta dalla persona “edipica” in maniera turbolenta e questa reazione crea problemi di tolleranza da parte dei conviventi.

La persona a prevalenza “genitale” reagisce alla clausura con disposizione e generosità verso se stessa e verso gli altri, Accetta e apprezza la realtà in atto con “amor fati”, l’amore per il proprio destino e per gli eventi. Usa la testa senza inficiare le emozioni e i sentimenti, anzi esaltandone il gusto. Tende a capire quello che vive dentro e quello che vive fuori, quel se stesso e quello degli altri in maniera equilibrata, senza rimuovere le emozioni e il dolore e facendo di necessità virtù. Le persone “genitali” sono disponibili e aiutano proprio perché hanno in abbondanza maturato i doni dell’auto-consapevolezza, per cui possono dispensare quello che, di volta in volta, è possibile e giusto investire delle loro energie. Un esempio di “genitalità” si condensa nell’azione benefica dei medici, degli infermieri, delle commesse, dei fornai e di tutte le persone che si stanno prodigando per la nostra sopravvivenza. E sono tante e sopratutto umili. La persona a prevalenza “genitale” ha evoluto la sua formazione psicofisica, in grazie alla presa di coscienza e alla “razionalizzazione”, fino alla “coscienza di sé”, la migliore e la possibile alle condizioni date. La persona “genitale” non rappresenta la perfezione che non esiste, ha soltanto completato un processo evolutivo che si migliora come il vino nelle botti della saggezza. Il rischio psicopatologico si attesta nella “regressione” e nel ripristino di modalità psichiche superate ma non tramontate. La persona “genitale”, avendo una buona “coscienza dei sè”, presenta un rischio inferiore all’insorgenza di nuclei conflittuali e psicopatologici.

LA MOTIVAZIONE PSICHICA COLLETTIVA

Passiamo all’azione della “organizzazione psichica collettiva” nella clausura. Il popolo è massa, la nazione è cultura, il popolo diventa nazione quando è Etico, quando condivide, non soltanto gli schemi culturali, ma anche e soprattutto la storia, la geografia e i valori. In questa operazione psichica il “popolo-nazione” acquista gli attributi della divinità. La costrizione viene vissuta come un dato etico proprio perché riguarda la collettività, il “popolo-nazione”. Questo processo di identificazione sociale fu elaborato dai Greci con il concetto di “koinè” o comunità, dai Romani con il concetto giuridico del “civis romanus sum”, da Agostino con la “città di Dio”, da Rousseau con il concetto etico della “volontà generale”, da Hegel con il concetto dell’”Ethos”, da Mazzini con il concetto di “Dio e popolo” e da tutti i teorici dei sistemi autoritari del Novecento, il Socialismo, il Fascismo, il Nazismo. Democrazia e autoritarismo si snodano nella storia con le diverse gradazioni. La clausura si può imporre d’autorità poliziesca o si può imporre da autorità democratica, perché tutti la sentiamo come il nostro dovere e la realizziamo con sacrificio ma naturalmente come un dovere civile. Ecco che allora ci affacciamo sul balcone e cantiamo l’inno di Mameli o le canzoni della nostra storia civile e musicale, le canzoni che ci rappresentano maggiormente e che si avvicinano al comune modo di vivere concretamente e di sentire nobilmente la nostra italianità.

LA FORMA POLITICA

La forma politica autoritaria o democratica è importante nell’accettazione delle restrizioni della libertà di movimento. La prima è imposta e sortisce i risultati grazie alla minaccia e alla punizione, la seconda sortisce il suo buon fine grazie all’introiezione etica dei valori civili. Meglio la nostra rispetto a quella dei Cinesi, meglio la nostra rispetto all’indifferenza degli anglosassoni.

Alla semplice domanda di Mario ho dato una risposta ampia, ma il tema si può ancora approfondire.

Grazie e alla prossima.

“CAMINAMU !”

VIVERE

NON SOPRAVVIVERE

Egregi marinai,

il “blog dei sogni” si cala nella Realtà in atto e viene in soccorso di chi vorrà usare il suo supporto psicologico per navigare al meglio nel mare tempestoso che ci agita.

Viviamo un momento storico e culturale impensabile e destabilizzante e siamo chiamati a reagire con la riflessione dopo la naturale reazione emotiva di fronte alla minaccia clinica del “coronavirus”.

Bisogna elaborare l’emozione e filtrarla con la Ragione, è necessario “razionalizzare” il materiale psichico profondo che si è mosso in ognuno di noi nell’impatto con la possibilità di infettarsi e di morire.

E’ proprio un “fantasma di morte”, individuale e collettivo, quello che sottende alle nostre reazioni di fronte alla tragica possibilità. E’ come se all’improvviso si sia prospettata nella nostra panoramica mentale la possibilità di morire.

Il “fantasma” è una rappresentazione mentale primaria che tutti abbiamo elaborato nei primi anni di vita e prima di formulare nella successiva evoluzione mentale il “concetto” della morte. Ebbene questa rappresentazione emotiva, il “fantasma”, deve essere razionalizzata e assorbita dalla consapevolezza dell’Io per affrontare al meglio la dura realtà senza acerbe sofferenze.

Non basta. Al “fantasma” individuale si affianca il “fantasma” collettivo della morte, la rappresentazione sempre emotiva elaborata dalla cultura di massa. Anche in questo caso bisognerà ricondurre il “fantasma” alla Ragione e acquisire la consapevolezza delle modalità in cui viene trasmesso il doloroso tema della morte da parte delle istituzioni e dei sistemi di comunicazione.

Riepilogando: allo schema psichico individuale della morte si associa lo schema culturale della morte, l’insieme delle caratteristiche, schemi e segni, con cui viene propagata la rappresentazione della morte.

Se restiamo ancorati al “fantasma di morte” individuale, destato dall’evenienza “coronavirus”, matureremo una “tanatofobia” e vivremo le angosce collegate a questo nucleo primario della nostra formazione psichica. E’ necessario, quindi, evolvere benignamente la “tanatofobia” nella “tanatologia”, un discorso razionale sul fenomeno psicofisico della morte, una poderosa presa di coscienza del significato di quel materiale psichico che il virus ha destato in tutti noi.

Lo stesso processo di “razionalizzazione” si metterà in atto sul “fantasma” collettivo di morte attraverso il passaggio dalla rappresentazione emotiva della morte alla rappresentazione concettuale veicolata dalla gente. Anche in questo caso sarà necessaria la “tanatologia” di massa, una rappresentazione culturale razionale e condivisa.

E’ tempo di usare più che mai la Ragione individuale e collettiva.

E’ tempo di continuare a vivere e non di sopravvivere in attesa degli eventi.

E’ tempo di abbandonare l’onnipotenza o il fatalismo e di sostenersi con le capacità razionali al fine di reagire in maniera costruttiva al contesto storico in atto e che quotidianamente assorbe gran parte delle nostre energie.

“Dimensionesogno.com” si mette a disposizione di chi vuole porre domande e quesiti.

“Dimensionesogno.com” interagisce con la gente, come da sua vocazione popolare, in maniera chiara e assolutamente gratuita e secondo l’ottica del servizio sociale.

Di giorno in giorno verrà postato il materiale pervenuto ed elaborato sotto il significativo titolo “caminamu”, “camminiamo”.

Al fianco della Virologia è giusto che la Psicologia assuma la funzione di aiutare coloro che soffrono per una mancata “razionalizzazione” del materiale psichico scatenato dall’evento infettivo.

La mail è psicosoma_vallone@libero.it

Potete warzappare la richiesta, la riflessione, la questione al numero 349 5201079

La divulgazione del servizio è auspicabile e secondo la sensibilità dei tanti marinai che hanno già navigato e navigano ancora nel “blog dei sogni”.

Pieve di Soligo (TV), “zona rossa”, giorno 9 del mese di marzo dell’anno 2020

Salvatore Vallone

“CREOLA”

Presento agli audaci marinai un “riattraversamento” e una “contaminazione” di Creola”, una canzone a ritmo di tango scritta nel 1926 da Luigi Liaglia su testo di Anacleto Francini, due uomini del tempo storico che celebrava l’affermazione del fascio italiano.

La prima lettura del testo colpisce per la lirica decadente e per la chiara sensualità che esterna nel descrivere le arti seduttive di una donna meticcia, figlia di un colono europeo e di una donna dell’America latina, la Creola per l’appunto. Chiaramente la donna è culturalmente considerata per le sue proprietà erotiche e per l’effetto sessuale che suscita nel maschio. Altro non si poteva pretendere anche perché si era appena usciti con un bagno di sangue dalla “bella epoque” e si stava approdando alla “brutta epoque”, il tempo degli autoritarismi e delle dittature.

In Italia il Fascismo gradì molto questa canzone e soprattutto il suo contenuto, nonché la musica fortemente carezzevole nella forma ritmata del tango. Tutto era in linea con la filosofia culturale del tempo. Gentile e D’Annunzio insegnavano modi di pensare e maniere di agire e tutto il resto non faceva una piega. Il dissidente Croce elaborava l’Estetica e la Storia come pensiero e azione.

Il riferimento alla “coca” è del tutto legittimo perché la sostanza non era fuorilegge ed era normalmente usata in Medicina e nella pratica quotidiana. Vedi il testo breve di Freud sulla “Cocaina” e anche i consigli che l’egregio doctor dava alla fidanzata per colorare le guance e per gettare alle ortiche la tristezza. La labilità delle umane convinzioni sconcerta ancora oggi chi dal tempo passato non trae giovamento.

La “bruna aureola” riguarda il seno e l’ampia aria del capezzolo nello specifico: un tratto somatico caratteristico delle “creole” e particolarmente gradito al voyeurismo dei maschi per l’esoticità scopofiliaca del dato epiteliale. Una curiosità importante, quasi un “lapsus mentis”, è il seguente: il testo usa la parola “aureola” e non “areola” e l’autore tradisce la sacralità che investe nel seno femminile di quelle more fattezze. Infatti “aureola” è la luce che investe l’effigie dei santi e nello specifico il cerchio luminoso sopra la testa dei suddetti. Altro che tette, a meno che non sia stata usata la metafora della “aureola” dei santi per elogiare il carisma del seno meticcio, come dicevo in precedenza.

Il testo induce a diffidare dell’apparente collocazione di soccombenza da parte del maschio alle virtù estetiche e sessualmente miracolose delle Creole. E’ soltanto una sottomissione interessata e contingente.

Mi piace pensare il nome di Yuneisy per questa Creola.

La canzone si snoda riportando due voci: le ragioni erotiche e culturali delle Creole, le ragioni mistiche e sessuali dei maschi frequentatori di profani bordelli. Eppure il testo appartiene al suo tempo e non dispiace la chiara ispirazione maschilista. Meglio sapere e vedere in faccia il nemico, piuttosto che ipotizzarlo nelle conventicole politiche e religiose.

Signore e signori, dopo questo variopinto preambolo ecco a voi il libero “riattraversamento” e la libera “contaminazione” di “Creola”.

CREOLA

Che bei fiori carnosi son le donne dell’Avana:”

Siamo a Cuba, nella capitale per la precisione. Le donne dell’Avana sono prosperose in carne e sono signore della sensualità e del corredo sessuale implicito. Il simbolo del “fiore carnoso” è più che mai facile da tradurre nella sua evidenza metaforica. La donna è il suo corpo e nello specifico il suo organo sessuale, la sua rosa che si allarga nei petali sotto i raggi interessati del sole di maggio. La sua intelligenza è la seduzione legata a filo doppio al suo erotismo. Le donne dell’Avana sono veramente “in” e vanno alla grande in un mondo esotico di laiche virtù e di nobili pruriti.

hanno il sangue torrido come l’Ecuador.”

La geografia sessuale aiuta e non è di ostacolo alla diffusione culturale. L’Ecuador è un paese climaticamente caldo e assolato in maniera abnorme. Il sangue delle donne cubane è torrido, intriso di un calore tutto fisiologico e poco psicologico: tutto sesso e poca testa. La terra, l’Ecuador per l’appunto, è un simbolo femminile, rappresenta la grande Madre. La Gea greca abita anche in Ecuador. Miracolo dell’aviazione o della umana Psiche? La seconda, per favore!

Fiori voluttuosi come coca boliviana…”

Ma qui si parla di coca e non di coca cola, qui di gasato c’è soltanto il maschio arrapato, qui si sente il profumo dei fiori e si respira la voluttà della rosa che si apre e si spande per il piacere maschile quando il maschio la coglie, la prende, la circuisce e la blandisce, così come fa la cocaina della Bolivia nel cervello degli uomini improvvidi che preferiscono l’estasi artificiale al naturale orgasmo di un corpo che vibra all’unisono con il rumore di fondo dell’universo. Voluptas è un micidiale mix di desiderio e di scelta che si traduce in “voglio il fiore e la coca femminile per il mio piacere”. Alla stoltezza non c’è mai fine, come alla saggezza dei vecchi.

Chi di noi s’inebria ci ripete ogn’or:”

Cantami, o diva, del tuo inebriarmi, del tuo frastornarmi, del tuo sbattermi, così come io ti canterò il mio sentirmi ebbro di te, il mio essere sazio di libido, il mio appoggiarmi a te nel fatale andare verso l’orgasmo, il mio ritorno a Itaca dopo essere stato con Circe e dopo aver ascoltato il canto armonioso delle tristi Sirene. Straziami, o donna, con il tuo fiore che non marcisce e anche la morte apparirà bella e degna di essere vissuta. Ripetimi la storia del cavaliere errante che cerca il suo perduto amore tra i fiori dell’Avana e tra le rose di un fatiscente bordello della periferia di Ravenna.

Creola, dalla bruna aureola,”

La sineddoche è servita, la parte per il tutto, l’areola mammaria per la donna, il seno esotico per la Creola. La figura retorica rende poetica la seduzione in corso e messa di verso in verso sulla bocca delle donne meticce e dei maschi affamati. L’areola bruna attorno al capezzolo turgido sembra un’aureola e ha una notevole carica di seduzione e di eccitazione secondo il vangelo estetico ed erotico dell’universo maschile. Le Creole seguono volentieri i dettami dell’evangelista a pagamento e di turno. Degna di nota è l’assenza di volgarità in questo richiamo a una parte del corpo solitamente avvolta dal pudore. I versi scorrono secondo una vena lirica oltremodo sostenuta dalla musicalità della musica, l’armonia per la precisione.

per pietà sorridimi, che l’amor m’assal…”

Non è, di certo, un versetto platonico. Non è, di certo, un versetto satanico. E’, di certo, un versetto erotico, del tipo Cantico dei cantici, con un suo carisma strano e una sua delicatezza amabile. L’uomo, devoto alla Creola e alla sua bruna areola, associa la pietà al sorriso, l’amore allo “sturm und drang”, all’impeto e all’assalto di stampo vagamente masochistico. La Creola ha un suo sadismo per le bellezze che si porta addosso in tutto il corpo e il pretendente si lascia volentieri fottere da cotanto assalto e da tanto trasporto dei sensi. La pietà non è di certo la “pietas” latina, il riconoscimento e il culto delle origini, la pietà della Creola, invocata dal maschio invasato, è quel sentimento di pena per la sofferenza da carenza erotica e da desiderio inappagato. Il sorriso è la richiesta di complicità e di generosità nel condividere i beni fisici sul tappeto della relazione tra un maschio prostrato e una femmina procace.

Straziami, ma di baci saziami;”

E qui si rasenta davvero il sadomasochismo di cui si diceva in precedenza. E qui si chiama in causa direttamente il dottor Freud con queste pulsioni della fase anale. Ma non basta l’analità, si richiama anche l’oralità, allo “straziami” si associa il “saziami” non soltanto per fare rima, ma soprattutto per riempire il vuoto procurato dalle ferite inferte alla carne da una Creola dalla bruna aureola che se la tira e ancora non concede le sue grazie psicofisiche alla fame aggressiva di un maschio in calore. Dal dolore dello strazio si passa alla sazietà, all’appagamento della pulsione e del desiderio sessuale da parte di una donna esotica particolarmente eccitante e potente. Il bacio orale è per il momento l’anticamera del vero bacio, quello genitale, quello che si adempie sempre con le labbra, ma con labbra diverse. La “traslazione” del tanto auspicato coito è avvenuta e ci si può ritenere soddisfatti dall’operazione psichica. Del resto, tutti i salmi devono finire in gloria, altrimenti che salmi sono.

mi tormenta l’anima uno strano mal.”

Dal profano al sacro, ogni scusa è buona per giustificare la strategia di conquista tra una Creola che si fa desiderare e un maschio che ricorre anche al sacro per appagare il profano. Non è “l’anima” di Platone o dei cristiani o di Jung quella che s’invoca in questo verso che mette insieme il tormento fisico di “uno strano mal” con “l’anima”, trascurando il diretto interessato, il corpo, quel corpo che sembra nulla chiedere e tutto vivere senza ombra e senza colpo ferire. C’è qualcosa di divino oggi nel cielo, anzi d’antico, stanno sbocciando le rose delle Creole sotto l’egida della sacralità del coito, una simbiosi del femminile con il maschile non al fine di procreare, ma al fine di esaltare la donna per grazia e concessione ricevute. A quale santa o santo porteremo gli ex voto? A santa Creola, sicuramente. Un’ultima domanda è lecita: cos’è questo “strano mal” a cui s’appella il focoso e represso aspirante? Non è, di certo, il male oscuro degli anni sessanta. E’ tutt’altro che la depressione, anzi l’opposto, è l’erezione che tra l’anima e il corpo cerca il posto giusto dove albergare senza falsi riti e fasulli miti.

La lussuria passa come un vento turbinante,”

La “libido” ha un altro nome, un “flatus vocis” degenerato nella colpa mortale e capitale, “la lussuria”, l’eccesso vizioso e debosciato contemplato nei sette peccati dell’universalismo cristiano e nei tabù delle culture bigotte. Il vento dei sensi produce un turbinio dei neuroni e degli ormoni al fine di vivere una sana e consapevole libidine, quella che scatta e coinvolge il maschio che a lei si abbandona come un seguace di Dioniso nelle feste piccole e grandi in onore del folle dio che regala i doni dell’ebbrezza e dell’estasi. Cosa non riesce a fare una Creola dalla bruna aureola con la sua beltà e la sua bontà! Il tramonto della ragione si celebra con il turbinio della passione, la testa lascia il posto al bassoventre e stende un rosso tappeto all’incedere elegante del fortunato vincitore di questa lotteria dell’Eros nudo e crudo. Sono le Creole che menano la danza in questi versi, sono le dionisiache che ballano discinte menando il fallo vorace del dio delle voluttà.

ché gli odor più perfidi recan ogn’or con sé”

Anche l’olfatto vuole la sua parte in questa fiera del sesso sfrenato e a pagamento. Gli odori più perfidi sono quelli dell’intimità e dell’alcova, ma prima del fattaccio si sente nell’aria il profumo della donna, l’acre odor della rosa in fiore e in macerante ebollizione. La scienza ammette questo stimolo olfattivo per l’ormone in crisi e acconsente a trovare un rapporto di causa ed effetto tra il naso e i fiori interessati dal femminile al maschile. Il richiamo di questo verso si spinge verso la neurofisiologia e l’endocrinologia, i neuroni e gli ormoni gongolano sulla scia di tanta importanza nell’amplesso e nel talamo. La Creola fa sempre odore di donna e anche il suo afrore è perfido nel suo infilarsi tra i ricettacoli dei corpi cavernosi e le pieghe delle labbra inferiori.

ed i cuori squassa quella raffica fragrante”

Non c’è cosa più bella di una donna in amore, così come non c’è cosa più eccitante di una donna in calore. La Creola possiede la “raffica di fragranza” come il buon pane dei contadini e con quell’arma micidiale scuote i sensi, più che i sentimenti. Mai un quadro erotico si colorò di tanto corpo anche se dipinge il cuore tra i desideri violenti della “libido” maschile che la Creola sa ben eccitare e ben gestire. “Squassa” sa di vento e di querce, di sub-liminalità della coscienza e di ghiande per i porci, di caduta delle ultime foglie e di ricarico delle nuove gemme. La Creola “squassa” colui che a lei si affida in un provvido delirio, come la Sirena consuma con il suo canto il marinaio in crisi da astinenza sessuale. “Squassami” con la tua fragranza e poi mi dirai quante primavere hanno visto i tuoi occhi neri e le tue aureole brune. Tra il canto del vento e gli odori del sesso si squaderna un palcoscenico puzzolente di seduzione.

e inginocchia gli uomini sempre ai nostri piè.”

Potere effimero, mia cara Creola, è questo che ti sta appiccicando addosso la penna dei maschi che hanno scritto questi versi e li hanno affidati a questa musica. Cosa puoi sapere tu, piccola donna dai tratti marcati di bruno che in Cuba attendi gli uomini che ti desiderano per una notte di sesso esotico. Tu, perla marrone, tu, mulatta, sai di giovinezza e non di potere. Sei esente dalle beghe politiche e delinquenziali di un mercato delle donne di colore da portare alla bramosia dei bianchi per la bramosia del dollaro e della sterlina. Tu sei una giovane donna che ai tuoi “piedi” non vuoi nessuno e tanto meno i ricchi bavosi in un nobile bordello dell’Avana. Dal mestiere più antico del mondo tu sei esclusa dalla tua innocenza di donna carnosa, odorosa e perfida. Avere uomini ai tuoi piedi per sempre, significa essere una bravissima prostituta, come avevano prescritto e come volevano dimostrare coloro che hanno scritto e musicato in quel tempo e in quella stagione questa lirica decadente a favore di quelli che vivevano in quel tempo e in quella stagione. Sarà cambiato qualcosa oggi? Di certo si è evoluto il quadro clinico e culturale dietro le effimere apparenze di emancipazione, se a tutt’oggi contiamo le tante e troppe donne sacrificate sull’altare di Demetra.

Cura ut valeas, mia adorata Creola!

IL MASCHILISMO

TRAMA DEL SOGNO

“Sono in montagna e sto camminando lungo un sentiero.

Intorno a me c’è gente che non conosco.

Sono legato nella cintola con una fune.

Mi giro e vedo che all’altro capo della fune c’è mia moglie che mi sorride.

Mi rendo conto che facevo fatica a tirarla dietro.”

Questo sogno appartiene ad Alex.

INTERPRETAZIONE

Sono in montagna e sto camminando lungo un sentiero.”

Alex è un uomo che sublima tanta “libido”, si trova “in montagna”, nei luoghi alti dove si respira l’aria pura e avulsa dalle competizioni e dalle risse, dove il sacro è a portata di mano e dove basta un salto per parlare con Zeus o con qualsiasi altro dio. Stazionare in montagna nobilita l’uomo e attenua la bestia e l’istinto, evolve i buoni sentimenti e riduce l’odio e il rancore, edulcora le sensazioni e abbassa la passione e il dolore. La “montagna” è veramente un buon “topos”, meglio luogo, psichico per il linguaggio dei simboli e consente di liberarsi dalle pastoie insane della materia e dalle menate infami della materialità.

Viva la montagna e chi la popola e la sostiene!

Viva i religiosi e i misogini!

Alex è un uomo che cammina, “sto camminando”, non è un sornione millantatore che vanta per sé gli allori del nulla politico e televisivo o del niente mentale degli onnipresenti serali e seriali. Alex è un uomo compatto e tutto di un pezzo che con la sua mole calpesta le strade della vita e che porta il suo peso nelle deliberazioni da fare e nelle decisioni da prendere. Alex è aldilà e avanti rispetto a tutti quelli che vivono la vita senza gusto e che camminano soltanto, Alex è consapevole di camminare, sa di quello che gli succede perché “sa di sé” e non subisce le pulsioni subconsce e tanto meno inconsce che gli saltano addosso dai meandri inestricabili di una psiche inferocita. Alex è quel cosiddetto matto che cammina e non si ferma nel film “Novecento” del grande Bernardo Bertolucci, quello che esce dalla scena portandosi dietro il fegato ancora caldo del povero maiale appena scannato.

Alex percorre un “sentiero”, si muove “lungo un sentiero”, agisce in una direzione in maniera pragmatica e ben precisa alla ricerca di un obiettivo che non è un traguardo. Alex è un uomo da “sentiero”, un uomo che risolve seguendo un percorso fisico e mentale, un certosino ricercatore di funghi o di tartufi che non conosce fallimento. Alex non è un uomo da “strada” che si affatica nella polvere e tra la gente qualunque, tanto meno è un uomo da “marciapiede” alla Dustin Hofmann e convinto di poter fare una vita da gigolò in una metropoli anonima e inquinata.

Qualunque sia la destinazione, buon viaggio Alex!

Intorno a me c’è gente che non conosco.”

Alex non è un capo e tanto meno un leader. Alex fa capo a se stesso e non ha bisogno di gregari fedeli e di soldatini di piombo. Non si relaziona facilmente con gli altri, preferisce se stesso come interlocutore privilegiato e da privilegiare, ma vive tra la gente e non si isola narcisisticamente per costruire realtà irreali e tutte personali. Alex predilige l’anonimato altrui, lui sa chi è e si circonda di gente qualunque, di avventori che vanno e vengono senza identità precisa e senza connotati degni d’interesse. Questa gente gli fa corona senza esagerare con i coinvolgimenti e gli gira attorno e intorno senza empatia e simpatia. Gli altri esistono, Alex lo sa e non ha bisogno di approfondire legami possibili e tanto meno “maieutici”, relazioni da parto di un qualcosa di sé, da presa di coscienza. Alex nulla si aspetta dall’altro anche se vive con gli altri. E’ uno strano animale sociale che concilia Narciso e Dioniso, lo stare con sé e lo stare con la gente anonima. Alex non è anonimo a se stesso e vuole essere anonimo agli altri.

Sono legato nella cintola con una fune.”

Alex è autonomo, basta a se stesso, conosce se stesso alla greca e secondo metodologia socratica, ma questo corredo soggettivo non risponde a verità oggettiva perché Alex è “legato nella cintola con una fune”. Il sogno esordisce con le qualità individuali e si approfondisce a conferma, qualora ce ne fosse bisogno, che Alex è un animale sociale, anzi più che sociale, è un uomo impegnato e degnamente coinvolto in un legame da cintola e non da gola, da traino e non da soffocamento. Alex sa delle sue scelte ponderate e delle sue decisioni calibrate, sa di avere un legame da “fune”. Quest’ultima rievoca simbolicamente il cordone ombelicale materno, il mitico fallo della Vita e della Morte di cui è depositaria la dea Madre e le sue degne eredi. Ci si chiede la collocazione di Alex in riguardo alla “fune”. Il sogno è puntuale e preciso nel chiarire anche questo ambizioso dilemma. Ricordo che la “cintola” ha una simbologia ambivalente ma non ambigua, in quanto divide lo spazio corporeo in due parti, l’insù e l’ingiù, la “sublimazione” e la materia, la ragione e la pulsione, l’Io e l’Es, il sistema nervoso centrale e il sistema neurovegetativo, la vigilanza realistica e l’obnubilamento della coscienza, Apollo e Dioniso per dirla in termini mitologici. La “cintola” è una zona di confine, una terra di mezzo, una zona franca dove si possono comprare libri e alcolici a buon prezzo e senza le imposte del Super-Io. Alex ha una realtà di coppia, è “legato nella cintola con una fune”.

Mi giro e vedo che all’altro capo della fune c’è mia moglie che mi sorride.”

Alex guarda il passato, “mi giro”, e ha la consapevolezza di essere legato alla donna che ha scelto come compagna di vita e sollievo alla Specie e alle angosce dell’esistenza, mia moglie o latinamente “mea mulier”, la mia femmina con l’avvallo della donna, “domina” o padrona, e della madre, semplicemente “mater”. Degno di nota è il possessivo “mia” perché attesta di fronte al tribunale dei diritti dell’uomo della qualità del legame e del grado di bisogno presente nel coinvolgimento. E questa “mia moglie” “sorride” ad Alex da questa posizione di dipendenza e di inferiorità, “all’altro capo della fune” legata anche lei alla cintola in questo andare incontro all’autenticità della vita e nel desiderio di un superamento della vita banale. Alex è freddo e autonomo nell’apparenza fenomenica, ma non certo nella sostanza dal momento che in sogno si pensa legato a questa “moglie” che fa sorridere per attestare di sicuro del suo gradimento della donna che lo segue gioiosa e appagata di essere la sua compagna di cordata nella scalata di un sentiero che sale o che scende. Dalla cintola in su e dalla cintola in giù si vedrà, come Farinata degli Uberti nella divina commedia nella versione in su, la qualità del vissuto di Alex in questo rapporto di per se stesso buono da mangiare come i porcini delle Dolomiti nel mese di Luglio. Alex ha un buon vissuto verso la moglie proprio perché la fa sorridere, proietta su di lei il suo benessere e il suo fascino. Ricordo che simbolicamente il “sorridere” è un ammiccare pregno di intesa sessuale e di complicità erotica. Presso gli esquimesi significa avere un rapporto sessuale come gradimento e in segno d’ospitalità. Ricordo che nel film “Ombre bianche” il missionario che rifiutò di “ridere” con la donna del capo famiglia, fu ucciso proprio per l’offesa arrecata alla dignità delle persone coinvolte e alla qualità naturale del dono. Sintetizzando: Alex ha un buon vissuto verso la sua moglie e si colloca in una posizione di superiorità in quanto traino in questa simpatica metafora della cordata a due. In questo Alex esercita quello che viene chiamato nei tempi moderni “maschilismo”, la pulsione a dominare nella relazione maschio-femmina e a non viverla come simmetrica privilegiando la complementarietà. Proprio di questi tempi è la frase incauta di un presentatore televisivo che si è fatto scappare una frase di subalternità del femminile rispetto al maschile. E si è fatto un gran bordello con esagerazioni metodologiche da parte dei sostenitori della tesi che vuole la donna complementare al maschio e di quelli che predicano la simmetria come panacea di tutti i mali sociali. Non dimentichiamo il prezzo che le donne stanno pagando sulla loro pelle in questo periodo storico e culturale. La questione del ruolo sociale del maschile e del femminile merita un approfondimento saggistico e non una semplice affermazione di quel che è giusto e di quel che è sbagliato.

Mi rendo conto che facevo fatica a tirarla dietro.”

Alex è pienamente consapevole di quanto complessa sia la dialettica psico-culturale con se stesso e sia il vissuto relazionale con sua moglie. “Mi rendo conto” equivale alla presa di coscienza, come un “redde rationem” a se stesso sia della difficoltà e sia del vantaggio, sia dell’utile e sia del dilettevole. “Facevo fatica” si traduce in ero contrastato e in affanno psichico nel vivere la differenza e la diversità di mia moglie rispetto alla mia persona. Non è una intolleranza o una forma perversa di prevaricazione, perché Alex sa quello che vive e gli succede nella relazione significativa con la sua donna, meglio “moglie. Il “tirarla dietro” è sgamante del vissuto misogino di base psichica e socioculturale che Alex si porta dentro e dietro. Questo ultimo dato giustifica il titolo del sogno, “Il maschilismo”, questo ultimo dato qualifica la verità profonda di un uomo che è legato alla sua donna e moglie e che la vive come subalterna o complementare per la “introiezione” di un “fantasma” in riguardo alla madre nella prima infanzia e di uno schema culturale dominante in riguardo alla donna nella vita sociale.

Cosa ha messo in gioco psichico Alex di suo e d’importante in questo sogno?

La risposta è il “fantasma” materno e lo “schema” culturale, due elementi trattati dal meccanismo di difesa della “introiezione”, del mettere dentro per sostenere la struttura psichica e per formare la “organizzazione psichica reattiva”. Il primo, il “fantasma”, lo ha elaborato nel primo anno di vita in riferimento alla persona che lo accudiva e proteggeva, la madre, il secondo lo ha elaborato nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza vivendo nella famiglia e nella società. Alex ha introiettato un’immagine ambivalente della madre come di donna possessiva e tirannica, unica e indispensabile, importante e fagocitatrice, il “fantasma” per l’appunto nella sua versione “positiva” e “negativa”, il “seno buono” che nutre e dà la vita e il “seno cattivo” che coarta e soffoca. Questa era la modalità del suo pensiero nel primo anno di vita, quella dello “splitting” ossia di scindere un vissuto complesso, per motivi difensivi dall’angoscia di abbandono e di morte, in parti, la mamma buona e la mamma cattiva e non di concepirlo nella sua interezza concettuale, la mia mamma nel bene e nel male. A quest’ultimo traguardo lo porterà nel tempo la funzione razionale dell’Io. Per quanto riguarda lo “schema” culturale, è oltremodo semplice rilevare il prevalere della “concezione pessimistica della donna” da parte delle masse sin dai tempi atavici delle religioni bibliche e coraniche, nonché delle civiltà antiche. La cultura dominante nei tempi della formazione psichica di Alex collocava la donna nella sfera della complementarietà subalterna, piuttosto che nella giusta e dovuta simmetria. Ricordo che lo schema culturale si forma sempre in base ai “fantasmi” collettivi di un popolo, quelle concezioni suggestive che ancora oggi popolano la scena sociale. La donna inferiore e sottomessa al maschio è la concezione più infame nel suo essere pregna di deliranti pulsioni che chiedono spesso il loro appagamento omicida nelle persone fortemente compromesse a livello di equilibrio mentale. “Maschilismo” è il termine morbido che il vocabolario della lingua italiana fornisce per descrivere una psicodinamica individuale e relazionale veramente delicata e importantissima.

Il sogno di Alex si può congedare con soddisfazione.

AKHTER MABIA 20

Biagio di Callalta, 10 giugno 200…

Mio adorato ba,

ti ricordi che quando ero piccola mi prendevi per mano e mi portavi al mercato del nostro paese dove tutto era colorato di giallo e di bianco e immancabilmente mi dicevi: “ricordati, Mabia, che la farina di grano costa meno del riso e che con un chilo di riso compri due chili di farina bianca, ma ricordati anche che il riso può essere amaro o troppo nero.”

E io non capivo quello che dicevi e mi chiedevo in silenzio perché me lo ripetevi ogni volta che giravamo felici tra le bancarelle del mercato tra il giallo dell’holud e dei meloni e il bianco della farina e del riso.

Io non capivo perché ero tutta presa dalle tue mani che mi stringevano e dal passeggiare insieme a te in mezzo alla nostra gente: io ero la tua regina e tu eri il mio re.

Del riso e del grano, della farina bianca e del riso nero non capivo un bel niente e del resto non m’interessava un bel niente; io avevo soltanto bisogno di sognare il tuo amore per me e nella mia presunzione di bambina vanitosa io non ero la tua principessina ma ero la tua regina.

Nel tempo e con la lontananza ho capito cosa il mio baba voleva dirmi e con tanta insistenza e ogni volta che uscivamo.

Nel tempo e con la lontananza, mio dolcissimo baba, ho capito la parabola del tuo messaggio e ho recuperato nella mia memoria di bambina vanitosa le storie della tua vita, le storie della tua vita raccontate a volte con l’orgoglio dei poveri e forse con la negligenza dei delusi.

E allora ho rivisto appese alle pareti della nostra calda e modesta casa tutto il carico dei tuoi ricordi e delle tue idee.

Il mio baba da giovane era un nazionalista indipendentista, un aumilich, un autentico e sincero aumilich, un musulmano che amava il suo Dio e il suo paese, la sua fede e la sua libertà con lo stesso trasporto che il Corano suggerisce ancora oggi agli uomini di buona volontà e di pie intenzioni, i veri uomini di pace.

E in verità si legge nel Corano che Allah non cambia la realtà di un uomo e la realtà di un popolo fino a quando questo uomo e questo popolo non sono cambiati dentro di loro.

Bisogna ripulirsi dentro, bisogna essere puliti nel profondo del nostro cuore, mio caro baba, e non bisogna essere ipocriti come i sepolcri imbiancati, perché Allah ci guarda dentro e nel profondo del nostro cuore e non ci guarda in faccia o nella pancia.

Questo insegna il nostro Libro sacro, mio adorato baba, e a questi insegnamenti divini dobbiamo volgere sempre il nostro sguardo di poveri mortali, dobbiamo rivolgere le nostre domande di uomini ignoranti e dobbiamo affidare le nostre perplessità di figli del Provvidente.

Lui, il Grande e l’Onnipotente, ci ha voluti e ci vuole così, modesti e devoti.

Io so che il mio baba non è un ipocrita ed è sempre stato ed è ancora oggi un vero amante della libertà e un vero combattente della fede e della giustizia, un aumilich, un autentico aumilich e un pio musulmano che lascia maturare le sue idee con i suoi anni come i kadal che coltivava e coltiva ancora nel suo campo e che al momento giusto riempivano la nostra tavola e che ancora oggi riempiono la sua tavola anche senza la presenza della sua devota figlia.

Il mio baba non ha mai separato le fede dalla libertà, la fede dalla giustizia e per affermare questi valori religiosi ha anche combattuto contro i miscredenti.

Quanti infedeli ha ucciso il mio baba in battaglia ?

Tutti quelli che Allah ha voluto mettere sul suo cammino di credente e sulla Via della verità.

Quanti nemici ha ucciso il mio baba in battaglia ?

Tutti quelli che Allah ha voluto mettere sul suo cammino di credente e sulla Via della verità.

Il mio baba ha sempre amato e ama Allah e i Suoi doni, la giustizia e la libertà.

E io, la sua Mabia, sono come lui perché ho imparato da lui.

Il mio baba ogni quattro anni si reca a votare con il vestito nuovo e con tutto l’orgoglio di un musulmano che ha combattuto per la giustizia e per la libertà del suo paese e del suo popolo in nome di Allah.

Rivedo ancora al centro di una parete della nostra semplice casa il ritratto di Shekmogivor, la guida della nostra libertà e l’eroe della nostra indipendenza, l’uomo voluto da Allah per il nostro riscatto contro i nemici oppressori e contro i fratelli fuorviati, il generale di un fedele e prezioso combattente, il mio baba.

Rivedo il mio baba che prega per lui davanti alla sua fotografia e lo raccomanda alla pietà del Misericordioso perché entrambi hanno amato e amano Allah, la libertà e la giustizia e meritano il Giardino delle Delizie.

I nemici del mio baba sono stati da sempre gli Inglesi, miscredenti e crudeli, uomini senza Dio e senza pietà che adorano i falsi idoli e sottomettono i popoli senza avere alcun diritto.

I nemici del mio baba sono stati i Pakistani, i fratelli fuorviati che Iblis aveva accecato con l’illusione del potere e dello sfruttamento dei loro stessi fratelli, i musulmani infedeli che dovranno espiare le loro colpe perché Allah è Misericordioso, ma non dimentica neanche un dattero o un crine di cammello.

I nemici del mio baba sono stati l’Occidente e l’Oriente, gli uomini malvagi dell’Occidente e i fratelli cattivi del suo Oriente.

Il riso amaro e nero erano proprio i suoi fratelli pakistani e la farina bianca erano gli Inglesi, gli occidentali in genere e tutti quelli che mangiano il pane di grano.

Il mio baba pensa ancora che la gente dell’Islam è superiore per la fede che porta nel vero Dio e perché la gente dell’Islam ha sofferto la violenza degli stranieri e delle religioni imperfette.

L’amore in Allah ha ispirato il suo grande cuore e nel tempo la sua idea ha vinto.

“Ricordati, Mabia, che la farina di grano costa meno del riso e che con un chilo di riso compri due chili di farina bianca, ma ricordati anche che il riso può essere amaro o troppo nero.”

Allora, mio caro baba, dimmi perché oggi lasciamo il nostro paese e partiamo verso il lontano Occidente ?

Forse per sopravvivere, ma sicuramente per esserci e per vivere da musulmani anche in terra straniera.

In verità tutti gli uomini che hanno creduto in Allah e sono emigrati e hanno lottato con i loro beni e con le loro vite sulla Via del vero Dio saranno a suo tempo ammessi e premiati nel Giardino.

E tutti quelli che hanno dato loro asilo e soccorso, ebbene tutti questi sono alleati dei musulmani e Allah, da Buono e Premuroso Padre, vede e considera quello che essi hanno fatto e continuano a fare per i Suoi figli lontani.

La ricompensa del Misericordioso è per tutti e anche per quelli che aiutano nella bella e gioiosa Italia Mabia e Pervez.

Anche queste persone sono e saranno amiche del mio baba e soprattutto di Allah e per loro non mancheranno le preghiere nel cuore e nella bocca del mio baba, così come non mancano e non mancheranno nel mio cuore e nella mia bocca.

La mia preghiera è sempre provvida e il mio tappetino è sempre diretto verso Makka.

E’ anche vero che chi ama la sua terra, come il mio baba, non sente il bisogno di partire e non si lascia abbagliare dal denaro e dalla ricchezza, dal lusso e dalle comodità, dalle automobili e dai supermercati.

Chi ama la sua terra, come il mio baba, accetta la volontà di Allah e attende il Paradiso nel luogo dove il Misericordioso ha voluto che nascesse per onorarlo e per portargli testimonianza.

Il grano ti dà la farina bianca per fare il pane, ma il pane è sempre pane dappertutto e

anche se è condito con le olive o con i semi di papavero.

Il mio pane era quello dei musulmani, il rutì, quello schiacciato come una piadina, il pane senza lievito e senza sale che esaltava il gusto del pesce o della carne nei giorni della festa e dell’abbondanza.

Adesso che sembro a me stessa e agli altri di essere diventata ricca, il mio pane è sempre quello dei musulmani, il rutì, e non è quello dei miscredenti e degli infedeli, ma è sempre il pane della mia terra anche se fatto con quella farina bianca che mi permette di vivere con amore in un paese straniero e di lottare per un futuro migliore insieme a tutti gli uomini e a tutte le donne di buona volontà, quelle persone che non hanno pregiudizi da scaricare sul prossimo e frustrazioni da far pagare ai propri simili o tanto peggio ai propri fratelli.

E io, mio caro e dolce baba, ho iniziato la mia missione e la mia pacifica battaglia senza versare quel sangue umano che è sempre rosso sotto l’ingannevole colore della pelle di ognuno di noi, musulmani e cristiani, miscredenti e atei, politeisti e pagani.

L’odio non serve a nessuno, le guerre, ormai, sono inutili stragi e il fanatismo fa sventolare la propria bandiera soltanto sopra un cumulo di cadaveri.

Il vero scopo di qualsiasi religione è di unire gli uomini e non di dividerli.

La fede deve unire anche nella differenza delle religioni e deve redimere i senzadio almeno nell’amore verso il prossimo, nella partecipazione, nella collaborazione e nel servizio verso i più deboli per fare in modo che questi ultimi non esistano più sulla faccia della terra.

Muhammad ha insegnato proprio questo: amare il prossimo e soprattutto i più deboli.

So che questo progetto è ambizioso e che c’è ancora oggi tanta strada da fare e tanti ostacoli da superare, ma insieme agli altri il cammino sarà più spedito e più gioioso.

Per altri intendo non soltanto i fratelli musulmani, ma soprattutto quelli che non sono musulmani e che non potranno mai esserlo e che nonostante tutto non sono libertini e non sono debosciati.

Allah non vuole il disprezzo del tuo prossimo.

Ho conosciuto un senzadio, mio caro baba, e con lui ho parlato talmente tanto che mi sono legata e forse mi sono addirittura innamorata.

E’ un italiano e non capisco la mia attrazione nei suoi confronti, ma sono sicura che oggi non saprei rinunciare alla sua gentile persona e alla sua preziosa presenza anche se non è musulmano ed è un senzadio.

La giustizia, la libertà e la tolleranza sono oggi i valori che un buon musulmano deve portarsi addosso come la pelle e deve realizzare in questa vita insieme agli altri uomini di buona volontà.

I nemici siamo noi stessi quando pretendiamo di essere figli di Dio e ci chiudiamo agli altri con cui viviamo e da cui in un certo senso materiale dipendiamo.

La mia triste esperienza con Joshim e la mia permanenza in Italia non mi ha cambiata come figlia di Allah e non mi ha trasformata da donna onesta in una puttana e tanto meno in una miscredente infedele.

La mia esperienza di vita mi ha dato soltanto la possibilità di allargare gli orizzonti del mio cuore e della mia mente e mi ha permesso di riflettere alla luce dei fatti e senza alcun pregiudizio; e credimi, mio caro baba, che tutto questo non è poco.

Allah guarda misericordioso le mie prove e le mie sofferenze, ma guarda soprattutto la sincerità del mio cuore in qualsiasi cosa faccio, anche quando mastico un dattero o prego nel mese di Ramadan con il tappetino rivolto verso Makka.

Mio caro baba, non devo chiedere il tuo perdono per tutto l’amore che ti porto e non devo chiederti scusa per tutte le offese della mia precedente lettera perché in entrambi i casi è il sentimento profondo che nutro per te che mi ha scatenato questa reazione.

Io sono come te, io sono il tuo ritratto e ricordati che non puoi accusarmi di nulla, perché sei stato proprio tu e senza accorgerti a infilarmi dentro e con amore l’immagine che io ho di te nel mio cuore sin da quando ero la tua bella bambina, quella figlia da portare a spasso per il paese senza pregiudizio e con tutto l’orgoglio di un uomo musulmano e di un padre libero nella mente e nel cuore.

E allora non devi lamentarti se anch’io nella mia vita voglio essere una persona politicamente impegnata e innamorata delle sue idee e dei suoi progetti, ma è anche vero che non dimenticherò mai di essere una donna musulmana e sincera con il suo Dio.

Io non voglio essere una schiava e neanche un’eroina condannata a morte da un tribunale musulmano fatto di uomini mezzi iman e mezzi assassini.

Io non voglio essere uccisa come una puttana dalle pietre di un qualsiasi maschio autorizzato dalla legge a spaccarmi il cranio sotto un lenzuolo bianco in un tragico tiro al bersaglio che ridesta gli istinti più bestiali di un essere umano.

E ricordati che queste non sono mie fantasie, ma questa è la realtà e speriamo che al più presto diventi una realtà del passato.

E così Amina e Safira sono ancora vive perché noi, donne islamiche che viviamo in paesi democratici, abbiamo protestato e chiesto il loro intervento in nome dei diritti umani.

Queste sono le nuove e le nostre battaglie e si vincono senza spargere sangue in nome della democrazia e della civiltà e non in nome di un dio che non esiste.

Basta che tu alzi appena la testa e sopra il tuo paese trovi gli integralisti islamici dell’Afghanistan e se ti sposti un po’ a sinistra trovi i paesi arabi e africani dove si confonde ad arte e sulla pelle della povera gente la politica con la religione e dove Allah viene contrabbandato con Sadam Husayn o con il mullah Omar, con qualsiasi altro sanguinario dittatore o con qualsiasi altro folle ayatollah, con gli sceicchi del terrore ubriachi dei dollari del petrolio o con i fanatici talebani che pretendono di essere i successori di Muhammad.

Mio caro baba non vedi cosa succede in Iraq, in Nigeria, in Algeria, in Iran, in Libia ?

Ormai anche in Bangladesh è arrivata la televisione e puoi essere informato su tutto quello che succede nel mondo non dimenticando mai di non lasciarti suggestionare da quello che senti e di tenere per te l’ultimo giudizio.

Non vedi, mio caro baba, tutte le inutili guerre e le continue stragi che avvengono in Palestina e in Israele, in Cecenia e in India, in Pakistan e negli Stati uniti, in tutto il resto del mondo ?

E dimmi, mio caro baba, in tutte queste tragedie cosa c’entra Allah ?

Sono queste le guerre sante di un tempo ?

E chi sono i nuovi martiri ?

I suicidi del terrorismo o la povera gente che per caso si trova nel posto sbagliato al momento giusto ?

E quanti buoni fratelli musulmani sono rimasti sepolti insieme ad altri uomini fratelli sotto le torri gemelle di New York senza sapere perché sono stati assassinati proprio loro che erano nella giusta via ?

Allah non ha mai voluto queste infamie e chi le impone è soltanto un dittatore e un miscredente e per lui ci sarà soltanto la Fiamma eterna.

La guerra santa e il martirio non hanno senso di esistere in un mondo che è la casa comune di tutti gli uomini di buona volontà.

Io voglio vivere finalmente la mia vita con la massima libertà e con la massima giustizia e con la massima democrazia.

E allora, se ancora non lo hai capito, devi sapere che Mabia insieme a Safira, a Zibiba, ad Assia, a Jasmina, a Orzala, a Rubia, a Camira, ad Amina, ad Aisha, a Kadigia, a Malika, a Fatima, ad Halima e a mille e mille altre donne italiane, arabe, africane, sudamericane e del resto del mondo e di tutte le razze, ecco noi tutte insieme abbiamo fondato in Italia un’associazione per i diritti della donna musulmana.

Noi siamo le nuove combattenti sulla via di Allah e questa è la nostra battaglia, quella che non uccide, ma che salva e riscatta dalla schiavitù migliaia e migliaia di donne umiliate e sfruttate dalla violenza dei prepotenti, uomini che in un modo religioso e in un modo politico esercitano un potere ingiusto.

Noi non siamo sole in questa battaglia civile, ma siamo in buona compagnia di altre associazioni di donne e tutte insieme lottiamo per la nostra dignità e per i diritti della famiglia, per i valori della diversità e della tolleranza.

Al di là del velo che portiamo e della religione che professiamo niente ci divide e niente ci può dividere perché siamo convinte di essere dalla parte della giustizia.

E questo non è un nuovo fanatismo, mio caro baba, questa è la nostra presenza nel mondo e tra la gente, questa è la nostra battaglia senza martiri e senza sangue.

Non vogliamo più donne che si mettono incinte di tritolo e che si fanno saltare in aria per uccidere i nemici convinte che Allah lo vuole e sicure che riapriranno gli occhi nel Giardino delle Delizie e magari ancora al servizio degli uomini che in vita le hanno ingannate.

Queste donne, mio caro baba, sono ancora vittime delle menzogne dei maschi e del loro violento potere politico che le ha voluto e le vuole sempre ignoranti e schiave.

Noi musulmane non vogliamo essere donne ignoranti, donne martiri e donne suicide, noi vogliamo essere donne ricche di sangue da regalare ai propri figli, capaci di amare noi stesse e i nostri simili, degne di partorire tanti bambini con amore e senza odio e felici di donarli al proprio uomo con riconoscenza, vogliamo gustare la vita e ci opponiamo a ogni ingiustizia e a ogni violenza perpetrate sul nostro cuore e sulla nostra mente.

In quale surat del Corano Allah ha detto ai suoi fedeli di morire per la Sua causa uccidendosi per uccidere ?

Dove si trova nel Corano la giustificazione del suicidio in nome di Allah ?

Caro baba ti invito a trovare i versi del Corano e a comunicarmeli, perché io, che ho veramente studiato direttamente in arabo il nostro libro sacro, non li ho ancora trovati.

O forse sono gli sceicchi del terrore ubriachi di petrodollari e gli ayatollah dell’ingiustizia ubriachi della loro vanità a spingere i propri fratelli verso la morte per realizzare i loro progetti di odio e di guerra.

Noi donne islamiche abbiamo salvato le vite di Amina e di Safira perché non vogliamo donne e uomini martiri, non vogliamo guerre, vogliamo il riconoscimento dei diritti delle donne e vogliamo fare la volontà di Allah.

Il Corano è la nostra religione e la vita civile internazionale ormai non vuole essere confusa con le leggi religiose.

Io sono una donna musulmana come il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi.

Lo sai, mio caro baba, a chi è stato dato dagli uomini giusti dell’Occidente il premio Nobel per la pace ?

Proprio a Shirin Ebadi, una donna musulmana dell’Iran, una donna che combatte per le riforme civili contro il potere ingiusto degli ayatollah, una donna che non vuole più che il Corano sia la difesa dei soprusi dei maschi.

Mio caro baba, ti ho detto tanto e ti ho detto troppo, ma non ti ho detto ancora tutto, ma stai tranquillo perché quello che ti devo ancora dire è sempre qualcosa di bello.

Se la tua figlia prediletta Mabia è diventata così, chiedilo a te stesso e nel profondo del tuo povero cuore troverai la risposta più vera e nella tua limpida mente troverai la giustificazione più logica e naturale.

Che Allah ti conservi ingenuo per i miei peccati più belli e inconfessabili, oltre che per la delizia del mio cuore e che il Misericordioso non abbia fretta di darti il premio che meriti, il premio degli uomini giusti e devoti nel nostro Giardino.

Per morire c’è sempre tempo per gli uomini di grande valore; adesso resto in attesa della tua rabbia di uomo testardo, ma sono convinta che dopo due giorni ritornerai ad essere soddisfatto di quella bambina che ti portavi a spasso per il mercato di Dakka e che un giorno ti sei lasciato sfuggire dalle mani per darle la possibilità di realizzare il suo sogno di libertà.

Credimi !

E non continuare a essere un brutto asino, perché altrimenti questa volta devo proprio e soltanto bastonarti !

E credi una volta per sempre alla tua devota Mabia.

Savar, mag mash, 200…

Dolce figlia Mabia,

“Mi rifugio nel Signore degli uomini,

Re degli uomini,

Dio degli uomini,

contro il male del sussurratore furtivo,

che soffia il male nei cuori degli uomini,

che venga dai demoni o dagli uomini.”

Con tanto amore e venerazione, credimi; il tuo baba.

AKHTER MABIA 19

San Biagio di Callalta, 30 aprile 200

Al mio caro baba arrivano tanti saluti e tanti baci da sua figlia Mabia.

Ho ricevuto la tua amara lettera e non so se essere dispiaciuta perché stai male o essere addolorata per le cose brutte che mi dici e per le minacce che mi fai.

Sicuramente sono molto confusa e quasi, mio caro baba, non ti riconosco più come quella bella persona che tu sei sempre stato per i miei occhi e per il mio cuore al tempo della nostra felicità.

Eppure nella mia confusione mi sento molto forte, sicura e decisa a fare le scelte giuste per difendermi dalla violenza degli altri, per rispettare le Leggi di Allah, per vivere con decoro la mia vita, per consentire a mio figlio Pervez di realizzarsi nel migliore dei modi e da buon musulmano, per concedere a me stessa la dignità di una persona che esiste in questo mondo e che è sicuramente passata da queste parti e che vuole lasciare una piccola traccia di questo suo essere esistita proprio in questo mondo e di essere passata proprio da queste parti.

E tutto questo lo voglio fare senza arrecare offesa a nessuno e in primo luogo al Misericordioso.

Però, prima di iniziare questa triste lettera, una lettera che non avrei mai voluto scrivere e soprattutto al mio baba, voglio pregare insieme a te per confermarti quanto sono devota a Colui che mi ha dato la possibilità della vita eterna e a Colui che mi ha dato la vita terrena, il mio Dio e il mio baba.

In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.

La lode appartiene al Allah, Signore dei mondi,

il Compassionevole, il Misericordioso,

Re del Giorno del Giudizio.

Te noi adoriamo e a Te chiediamo aiuto.

Guidaci sulla retta via,

la via di coloro che hai colmato di grazia, non di coloro che sono incorsi nella Tua ira, né degli sviati.

Amin.

Caro ba, adesso posso cominciare a scriverti con il rispetto dovuto e con tutta la devozione di una figlia che sa riconoscere le sue nobili radici senza distruggere l’albero millenario della fede e senza mancare di riverenza nei confronti di un padre confuso e deluso.

Mio caro ba, io ho paura.

Tu devi capire soltanto questo e devi infilartelo nella testa dura che hai e non devi dimenticarlo mai più anche perché io non te lo ripeterò mai più: io ho paura di stare con Joshim per il semplice motivo che è stato e continua a essere una minaccia per la mia vita e per quella di mio figlio.

Io non sono andata via da mio marito per capriccio o per mancanza di rispetto o per umiliarlo o per le mille altre stupidaggini che tu mi dici e che la gente ignorante dice soltanto perché ha la bocca per parlare e non ha il cervello per pensare.

Io sono scappata da mio marito semplicemente perché avevo e ho paura che possa ancora fare del male a me e a Pervez.

Hai capito, mio caro ba ?

Joshim è un violento, ha tentato di uccidermi e ha ucciso la mia bambina.

Joshim è un assassino e io non posso riconoscerlo come l’uomo che mi vuole bene e che non può stare senza di me come va dicendo in giro ai suoi amici.

Joshim è un miscredente e non ha mai rispettato le leggi di Allah anche perché è un ignorante ed è cresciuto in mezzo alla campagna come una bestia.

Joshim si ubriacava, mangiava la carne di maiale, giocava d’azzardo, bestemmiava il dio dei cristiani, non ha mai fatto l’elemosina, usava la droga e perdeva la testa con tanta facilità al punto che anche il dottore dell’ospedale di Treviso ha detto che era mezzo pazzo.

Adesso, caro ba, dimmi come io e il mio bambino potevamo e possiamo stare insieme a un pazzo assassino.

Se non mi sai rispondere, allora vieni tu a curare la mia paura.

E invece di capire e di avere fiducia nella figlia, cosa fa il mio baba ?

Il mio baba prima mi capisce, poi non mi capisce perché si lascia convincere dalla gente ignorante di Savar, quelli che non sanno quello che dicono e aprono la bocca soltanto per dire stupidaggini.

Oppure devo pensare che il mio baba finge di non capire e mi provoca ?

E allora cosa mi scrive ?

Il mio baba mi ricatta nella maniera più spietata maltrattando ma e minacciando di ripudiarla se io non ritorno con il pazzo furioso di mio marito Joshim.

Ma cosa c’entra tutto questo e cosa significa ?

Io credo, caro ba, che tu sei malato e non capisci più niente, perciò devi affrettarti a fare il pellegrinaggio a Makka, perché, se continui così, sei sulla strada giusta del peccato e della miscredenza, proprio tu che sei sempre stato un esempio di fede e di onestà morale per il tuo paese e proprio tu che hai consultato tutti i molovì di Dakka per sapere se rientrava nella legge di Allah la possibilità che la moglie si separasse dal marito perché lui la maltrattava e la picchiava.

E sono sicura che non hai detto ai molovì che Joshim mi ha anche ucciso la bambina che portavo nella pancia buttandomi giù dalle scale.

Ma vergognati di dire e di fare certe cose, devi soltanto vergognarti ai miei occhi e agli occhi del Giusto e del Provvidente perché le tue esagerazioni sono diventate ingiustizie belle e buone e grandi peccati nei confronti di Allah.

Fortuna che Lui è un Perdonatore, ma soprattutto è molto comprensivo nei confronti degli imbecilli e molto paziente nei confronti dei presuntuosi.

E tu, caro baba, sei imbecille e presuntuoso perché hai pensato e pensi che tua figlia Mabia, quella donna che hai cresciuto con l’orgoglio di essere musulmana e che hai voluto che da piccola studiasse il Corano direttamente in lingua araba, da quando abita in Occidente, ha dimenticato tutti i tuoi buoni insegnamenti e che magari lascia il marito per un altro uomo o fa la puttana per gli italiani che hanno voglia di arare il campo di una donna esotica dalla pelle olivastra.

Ma cosa hai pensato e cosa pensi che io abbia dimenticato i tuoi insegnamenti e quelli di ma e che io non sia più credente perché mi sono lasciata abbagliare dall’oro dell’occidente.

Tu hai pensato per me quello che effettivamente è successo a Joshim.

E allora questi discorsi li devi fare a lui e non a me.

Adesso vengo al fochir e al molovì, ma più che altro vengo ai molovì di Savar e di Dakka perché sono stati fuorvianti come i miscredenti o non hanno capito come stava veramente la questione.

Il fochir è un pover’uomo costretto a combattere i gin maligni di Iblis e lasciamolo affaccendato in questo suo lavoro di purificazione dal male anche se a volte i gin maligni siamo noi stessi e non i demoni di Iblis.

E’ molto facile dare tutte le colpe a Iblis e ai suoi degni compari e non assumersi le proprie e giuste responsabilità, mio caro baba, dico che tante volte i figli di Allah dovrebbero essere più coscienti nei pensieri e coerenti nelle azioni senza scomodare il Provvidente e i suoi nemici nelle cose personali e quotidiane.

Allah è Misericordioso e Provvidente, ma nelle cose serie e importanti e non nelle sciocchezze degli uomini.

Joshim mi picchiava e i gin maligni non c’entrano niente, più che altro c’entrano e tanto l’alcool e la droga.

Di questo passo diremo che Allah è un Dio cattivo perché è responsabile dei gin maligni e perché non annienta Iblis e lo lascia andare in giro a fare del male ai suoi figli.

Ripeto, mio caro baba, Allah è un Dio serio e per bene, non può essere chiamato in causa nelle azioni che dipendono dalla tua volontà come l’avere fede in Lui o rispettare la propria moglie o amare i propri figli.

Adesso, caro baba, ti chiedo il permesso di prenderti per mano e di portarti a visitare il Corano sul nostro problema e, se mi segui con la necessaria umiltà, ti accorgerai che non c’è niente di scandaloso o peggio ancora di peccaminoso se marito e moglie si separano, perché Allah nella sua infinita preveggenza e nella sua immensa provvidenza ha previsto tutto e soprattutto senza alcuna condanna per la donna.

Se ben leggi e ben pensi, caro ba, nel mio caso è proprio Joshim che rischia di finire nella Fiamma eterna.

Io ho stretto il patto con Allah e ho giurato di non associargli altro dio, di non rubare, di non fornicare, di non uccidere i miei figli, di non commettere infamia con le mani e con i piedi, di non disobbedire, di non fare nulla che non sia conveniente, ho rispettato ciò che mi è stato affidato e gli impegni che ho preso, ho reso testimonianza sincera, ho curato le orazioni quotidiane, ho digiunato nel mese sacro di Ramadan, sono stata conforto per mio marito, mi sono sempre disposta sotto di lui per essere il campo da seminare quando non avevo il sangue e Allah ci ha dato in premio un figlio maschio che ho curato e curo come le pupille dei miei occhi.

Io non ho nessuna colpa e non ho commesso alcun peccato, io sono una buona donna musulmana, una donna che è stata umiliata e violentata da un uomo che si diceva musulmano e che in effetti si è dimostrato un miscredente, il peggiore dei miscredenti.

Cosa dice il Corano in questi casi ?

Cerco di spiegartelo con le stesse e semplici parole del nostro Libro sacro.

Se una donna teme di non essere amata da suo marito o addirittura di essere odiata, non ci sarà colpa alcuna se si accorderanno tra loro, perché l’accordo è la soluzione migliore in ogni caso di separazione e Allah nella sua generosità darà a entrambi i doni della sua abbondanza, perché Allah è immenso e saggio e la donna pura e casta non è per il miscredente.

Coloro che accusano le loro spose senza avere altri testimoni che se stessi, devono giurare in nome di Allah quattro volte e alla quinta volta devono invocare la maledizione su se stessi se hanno detto il falso.

Alla moglie deve essere risparmiata la punizione se lei attesta quattro volte in nome di Allah che non ha mentito e la quinta volta deve invocare l’ira e la punizione di Allah se non avrà detto la verità.

Ebbene, caro ba, io ho detto la verità, ho detto sempre e soltanto la verità, sono pronta ad attestare mille volte di fronte ad Allah la mia innocenza e sono pronta a invocare ancora mille volte l’ira e la punizione di Allah.

Io voglio restare quella che sono, una donna musulmana e quindi non voglio tirare in ballo contro Joshim i documenti dello stato italiano o le carte della polizia italiana.

Io seguo devotamente soltanto la Legge del Corano e per la mia Legge io sono in perfetta regola e non c’è molovì di Dakka o di Makka, tanto meno di Savar, che possa dimostrare il contrario, perché Allah è dalla mia parte e perché io sono sempre stata dalla parte di Allah.

E Allah tutto questo lo sa e non può punirmi in alcun modo, per cui qualsiasi giudizio di Dio io lo supererei senza alcun dubbio e con la massima certezza perché Allah è il Giusto e io sono nel giusto.

E, se qualche molovì mi condanna, io dico che questo avviene soltanto perché costui è un maschio e un ignorante, ma non certo perché costui conosce il Corano e applica la Legge di Allah.

Comunque, ricordati ba, che noi musulmani non abbiamo sacerdoti di nessun tipo a cui obbedire e che la nostra religione non concede poteri divini a uomini speciali, noi musulmani siamo tutti di Allah e soltanto di Allah e siamo direttamente di fronte a Lui e non abbiamo intermediari ed è giusto così perché questi possono essere ignoranti o interessati, pieni di pregiudizi e poco obiettivi, al servizio di Iblis e contro le Leggi di Allah.

La Legge di Allah è il Corano e allora io sono innocente e libera, io sono la parte offesa che deve essere difesa e il mio baba, che dice tanto di voler difendere sua figlia Mabia e suo nipote Pervez dalla violenza di Joshim, mi accusa di essere nel torto e mi invita a ritornare da mio marito perché la gente ignorante del suo paese fa tante chiacchiere e dice delle enormi stupidaggini e fa sentire a disagio proprio lui che era ed è un giusto e un uomo di giustizia.

Ma ancora non è finita, perché il mio ba addirittura passa alle minacce e mi dice che, se non ritorno da mio marito, ripudia la mia ma, si risposa con altre donne, si fa un’altra famiglia e possibilmente con tanti figli maschi, quelli che non gli ha saputo dare la povera ma perché lui ha ancora il seme, mentre ma è una donna vecchia che non ha più il sangue e quindi si può buttare in mezzo alla strada a chiedere l’elemosina visto che nessuno la vorrebbe come prostituta.

Una bella commedia o una bella tragedia, mio caro ba ?

Dobbiamo ridere o dobbiamo piangere, mio adorato ba ?

Io spero soltanto che Allah non abbia mai ascoltato queste tue malvagità e neanche letto nei tuoi pensieri crudeli, perché altrimenti la Geenna è pronta ad ingoiarti per l’eternità.

Altro che il Giardino delle Delizie !

Mio caro ba devi soltanto vergognarti e la vergogna non sarà mai abbastanza per assolvere il tuo peccato di violenza e di superbia.

Joshim non è il solo a essere violento, perché anche tu, mio caro ba, non sei da meno e allora devo pensare che questa malattia appartiene a tutti gli uomini musulmani e che ci deve essere una causa comune e che forse questa è l’interpretazione del Corano da parte dei maschi e dal loro punto di vista e a loro favore e contro le donne.

E’ vero che Allah conosce quello che ogni femmina nasconde, conosce la diminuizione degli uteri e il loro aumento e che ogni cosa ha la giusta misura presso di Lui, ma questo non significa che noi donne siamo delle botti da riempire e siamo soltanto uteri che servono per fare figli; anche noi femmine e donne siamo figlie di Allah.

Quindi, mio caro baba, non esiste scandalo se io mi separo da Joshim e ti prometto che non accuserò Joshim per tutto quello che ha fatto contro di me, contro mio figlio e contro la mia povera bambina.

Per la nostra Legge Joshim mi può anche ripudiare come se io fossi stata una moglie malvagia, può fare anche questo e lo faccia pure, purché mi lasci in pace una volta per tutte e perché le nostre strade si sono divise e non s’incontreranno mai più.

Io ho un figlio e devo lavorare per mantenerlo agli studi, devo stare bene e non posso stare male al pensiero di tutto quello che mi ha offeso e umiliato.

Mio caro baba, questa è la verità e non è la verità di una donna debosciata e infedele, questa è la verità di una moglie che ha sofferto mille volte per colpa di un marito ignorante e tutto il resto è menzogna e tu devi credere soltanto a tua figlia Mabia e a nessun altro, devi credere al tuo cuore perché il tuo sangue non mente e anche se noi apparteniamo soltanto al Misericordioso, i legami della famiglia sono importanti finché si è in vita.

Mi meraviglio, quindi, del tuo accanimento contro di me e contro ma, so che tu conosci bene il Corano e che pensavi con l’orgoglio del maschio ferito, ma io non ho nessuna intenzione di fare quello che tu mi chiedi e tanto meno di provare ancora una volta a stare con mio marito soltanto perché lui adesso dice di essersi pentito e di essere diventato un’altra persona.

Ma di cosa doveva pentirsi mio marito Joshim se non ha fatto alcun male ?

Come vedi, caro ba, qualcuno non ragiona e certamente non sono io, almeno in questo caso e questa volta non sono io.

Io non voglio tornare in Bangladesh per sistemare la questione e semplicemente perché per me la questione è stata risolta e quindi, ancora per me, la questione non esiste più.

Non ti nego che, ritornando in Bangladesh, ho tanta paura che mi succeda qualcosa di brutto e sono convinta che tu non sia più in grado di difendermi perché sei ormai vecchio e fuorviato e io non voglio essere sfregiata con il vetriolo da un delinquente che è stato pagato dai parenti di Joshim per punirmi ancora di quello che non ho mai fatto e per premiare ancora una volta l’ignoranza e la violenza di mio marito.

Nella mia vita adesso ci sono cose più importanti e devo portarle a termine come una brava madre e come una degna donna.

Nella mia vita ci sono degli appuntamenti importantissimi a cui non posso mancare.

Caro baba, prega !

Non ti resta che pregare !

Io ti chiedo di essere umile e di accettare il consiglio di tua figlia Mabia.

Prega, perché sei nell’errore e poi ricordati che i figli non sono tuoi, ma di Allah e che loro hanno il dovere di rendere conto delle loro opere soltanto all’Onnipotente nel Giorno del Giudizio quando ci sarà per i buoni il Giardino delle Delizie e per i malvagi la Fiamma ardente.

Ricordati che tutto appartiene ad Allah ed è Lui che concede figli maschi e femmine a chi vuole, è Lui che rende sterile chi vuole, è Lui che dispone la quantità e la qualità degli uteri da mettere a disposizione per i maschi, per cui ricordati sempre che i figli non sono dei genitori e allora io ho il diritto di fare quello che voglio e di rispondere soltanto a Lui di quello che ho fatto.

Io sono nel giusto e non sono tra i perdenti, mentre tu in questo momento sei tra gli ignoranti che confondono le cose sacre con le cose umane.

E allora vai a purificarti, prega e chiedi perdono per i tuoi errori.

Tu vuoi ripudiare ma, una donna che non ha più il sangue del mestruo, ma non puoi farlo perché lei non ha commesso alcuna indecenza e anche se tu non la vuoi più devi tenerla con te e non scacciarla e gettarla in mezzo alla strada a chiedere l’elemosina dopo tutto quello che ha fatto per te.

Anche questa è la Legge di Allah e tu l’hai dimenticata.

Comunque devi sapere che io non permetterò mai che la mia ma faccia questa brutta fine, perché io la porterò con me in Italia e finalmente la mia povera ma avrà una vita degna di una donna musulmana libera e capirà che ha inutilmente sofferto per un uomo ingiusto e per una brutta bestia come te.

Io so che tu mi vuoi ricattare e che le cattiverie che dici non escono dal profondo del tuo cuore, ma stai sbagliando anche in questo e ancora una volta perché io non posso, ti ripeto io non posso, non ti ho detto che non voglio, tornare indietro.

Io non posso tornare indietro.

La separazione da Joshim non è un mio capriccio, ma è una necessità per sopravvivere e per cominciare finalmente a vivere da musulmana e senza sofferenze inutili.

Io sono nel giusto e sono andata via da lui perché non era un musulmano e perché era un pazzo e un ignorante.

Adesso ho finito di scrivere tutto quello che pensavo e che volevo dirti.

Sappi che sono molto arrabbiata con te, ma non sono delusa semplicemente perché io so che sei stato e sarai sempre il primo grande amore della mia vita e quindi sono costretta dal mio cuore ad amare il mio asino con tutti i suoi difetti.

Che Allah illumini il mio caro baba e bastoni il mio testardo asino e che non si possa mai dimenticare del grande bisogno che io ho nella mia vita della Sua Clemenza e della Sua Provvidenza.

Ricevi tanti baci e tanto amore da tua figlia Mabia.

Credimi !

AKHTER MABIA 18

Savar, ashar mash, 200…

Cara Mabia,

le tue sorelle Jasmina e Rita ti scrivono con tanta preoccupazione per informarti di quello che sta succedendo nella nostra famiglia dopo che è scoppiata la prima bomba del fatto che tuo marito Joshim picchiava te e maltrattava il piccolo Pervez e dopo la seconda bomba che tu sei andata via da tuo marito e con tuo figlio a vivere nella casa della moglie del direttore.

Subito baba si è tanto arrabbiato con suo fratello maggiore Massud, quello che a suo tempo ha voluto il tuo matrimonio con Joshim e ha insistito tanto perché si facesse; poi baba è andato a Dakka dai genitori di Joshim per accusare il loro figlio di essere un debosciato che non ha timore di Allah e delle sue leggi e di essere un uomo ignorante di campagna e vissuto in mezzo alle scimmie e ai serpenti.

In quel periodo baba era tanto preoccupato per te e per Pervez e si chiudeva nella stanza a piangere per tutto il giorno e stava sempre zitto e non parlava mai con nessuno e non usciva più di casa.

Se qualcuno lo cercava per qualche affare, gli faceva dire da ma che stava male o che aveva i vermi nello stomaco e non poteva muoversi perché doveva andare sempre di corpo.

Poi ha parlato con il fochir e con il molovì di Savar e poi è anche andato dal molovì più importante di Dakka ed è tornato tanto arrabbiato con te dicendo che avevi fatto una cosa che la nostra Legge non permetteva e che Allah non ti avrebbe mai perdonato: tu, femmina e moglie, avevi lasciato Joshim, maschio e marito.

Questo è il grande reato che ti condanna alla lapidazione e questo è il grande peccato che ti condanna alla Fiamma ardente.

Naturalmente scherzo, ma tu devi sapere che non scherzo poi tanto perché in qualche paese islamico dell’Africa e dell’Asia si usa così e si fa così con le povere donne che tradiscono il marito, le donne adultere tanto per capirci.

Allora baba invece di stare zitto e di piangere, ha cominciato a gridare con tutti e a maltrattare ma e a farla soffrire minacciando di lasciarla e di ripudiarla e dicendogliene di tutti i colori e in particolare che non era stata una buona madre con te perché non ti aveva educato all’obbedienza verso il marito e che aveva fatto di te una persona piena di idee strane nella testa e poi, come al solito, l’ha accusata di non avergli saputo dare un figlio maschio, un figlio che l’avrebbe mantenuto nella vecchiaia e che anche in questa grave circostanza avrebbe potuto aiutarlo a risolvere il problema.

Si è lamentato ancora che ha altre due figlie femmine da sposare e che nessuno le chiederà in moglie perché la nostra famiglia non è ben vista in paese dopo quello che tu hai combinato con Joshim, ha detto che hai reso ridicolo tuo marito agli occhi della nostra gente e io aggiungo che tu hai dimostrato che una donna può essere più forte e più capace di un uomo.

Cara Mabia, una cosa ti diciamo subito io e Rita: noi siamo dalla tua parte e ti appoggiamo anche se non possiamo parlare in casa perché ba è diventato una bestia ed è irriconoscibile ed è tanto arrabbiato con te, con ma e con noi due per il fatto che siamo femmine e nessuno ci chiede in moglie.

Io e Rita ti diciamo anche che siamo contente che nessuno ci chiede in moglie perché questa è una fortuna e noi non vogliamo sposarci con un uomo che ti compra come una capra e che poi fa di te quello che vuole, mentre tu non puoi dire e fare nulla.

Tu ricordi quello che succede nel nostro paese alle donne che non si sottomettono alla volontà di chi le chiede in moglie o del marito ?

Ti ricordi che queste donne sono sfregiate nel viso e nel corpo con l’acido, in modo che per tutta la vita si portano dietro i segni di questa disobbedienza e di questo rifiuto ?

E non devi pensare che le cose oggi sono cambiate nel nostro paese, anche se al governo adesso sembra che vogliono fare le leggi a favore delle donne dopo tutto quello che si vede in televisione e che succede nel resto del mondo dove la donna gode gli stessi diritti degli uomini.

Ancora però nel nostro paese non è successo niente di tutto questo e siamo lontani dal traguardo e io dico che siamo lontani dalla civiltà degli altri popoli a causa di questa nostra religione che non è cambiata dai tempi di Muhammad.

I vecchi del villaggio dicono che noi siamo un popolo speciale perché abbiamo un Dio che ci ha scelto, un Profeta che ci ha detto quale era la volontà di Allah e perché abbiamo la religione perfetta, la migliore rispetto a tutte le altre.

Dicono ancora che soltanto per noi musulmani è preparato un bel Giardino delle Delizie nell’altra vita e per l’eternità.

Anche le donne vecchie e le donne sposate dicono la stessa cosa e dicono anche che le donne dell’occidente sono tutte prostitute e libertine, che non hanno la legge di Dio, ma soltanto la legge del denaro e della sozzura.

Per loro tutta la gente del mondo che non è musulmana è condannata al Fuoco eterno perché non ha la fede e segue altri dei che non sono veri e che sono delle invenzioni superstiziose.

Ma intanto noi donne musulmane siamo schiave e stiamo in questo mondo a soffrire la fame e a morire di parto, noi donne musulmane non abbiamo alcun diritto e siamo degli oggetti al servizio dei maschi e questi fanno di noi quello che vogliono perché la religione è tutta dalla loro parte e li difende in tutto e per tutto e gli permette anche di sfregiare la donna che li ha rifiutati con l’acido o addirittura di uccidere la propria moglie con le pietre se non è stata fedele e di farla colpire anche dagli altri maschi.

Questa è una religione tutta per loro e sembra che se la siano fatta su misura e del resto Muhammad era un uomo, ma la cosa più grave è il fatto che non c’è mai stato nessun progresso, non dico nella nostra religione ma almeno nella nostra Legge in base ai tempi che passano e alle nuove esigenze della gente; non c’è stata nessuna novità nella nostra società e tutto è rimasto così com’era stato fissato nella notte dei tempi.

Spero che Allah non mi abbia ascoltata e che conosca soltanto l’arabo e non sappia leggere il bengalese perché quello che ho detto è veramente un grande peccato, ma è anche quello che io penso e spero che sia Jasmina a pensarlo e che non sia Iblis a farmelo pensare.

Ritorniamo a baba, ai fatti di casa nostra e ai guai che già abbiamo e che sono tanti.

Adesso baba è convinto che tu sia in grande colpa e in grande peccato e scarica la sua rabbia contro ma, minaccia di ripudiarla e di metterla in mezzo alla strada, proprio adesso che è vecchia e non ha più il sangue per darlo a un altro marito, proprio adesso che non potrebbe neanche vivere facendo la prostituta e dovrebbe soltanto vivere chiedendo l’elemosina in mezzo alla strada.

Un’altra cosa ti diciamo subito io e Rita ed è quella che noi difendiamo ma e non la lasceremo mai sola e abbandonata e che siamo contro baba e che faremo di tutto perché le cose vadano bene, anche se è molto difficile perché con le bestie non si può ragionare ma si deve usare soltanto il bastone.

Ma noi purtroppo siamo femmine e il bastone non l’abbiamo neanche in casa per pulire il pavimento con lo straccio.

Una terza cosa ti diciamo io e Rita ed è quella che noi abbiamo pensato di venire in Italia da te portandoci dietro ma nel caso maledetto che baba la ripudia, perché non c’è nessuna ragione per noi di restare in questo paese che non ci piace più e che forse non ci è mai piaciuto e specialmente da quando è arrivata la televisione che ci ha aperto gli occhi facendoci vedere tutto il resto del mondo com’è e come vive e soprattutto come sono e come vivono le donne del resto del mondo, quelle che hanno un destino migliore rispetto a noi e hanno quei diritti che noi donne musulmane dobbiamo ancora avere anche se ci dicono che dobbiamo essere fiere di essere musulmane.

Ma io mi chiedo: di che cosa dobbiamo essere ancora fiere noi donne musulmane che viviamo nella miseria e nel pericolo di essere ammazzate ?

Noi donne musulmane non vogliamo più vivere come bestie selvagge e vogliamo contare qualcosa nella nostra società, quello che è giusto non quello che è in più.

Noi donne musulmane vogliamo fare la nostra vita senza essere offese, maltrattate, sfregiate o uccise dai maschi o dai mariti e non vogliamo più morire prima dei nostri giorni o di parto o di febbre.

Noi donne musulmane vogliamo il progresso in ogni senso, quello che fa soltanto bene a tutti e senza alcuna distinzione di sesso e di razza e di religione e di politica.

E allora, cara Mabia, io e Rita, se le cose vanno male nella nostra famiglia perché ba fa il pazzo, prendiamo ma e veniamo da te in Italia e tu ci sistemi piano piano con un lavoro e così rifacciamo la famiglia a San Biagio di Callalta e non a Savar, mentre il testardo di baba resterà qua e si potrà sposare tutte quelle donne stupide che lui vuole e speriamo che gli diano finalmente un figlio maschio e così la finisce di lamentarsi e di accusare ma di non averglielo saputo dare.

Ma due cose sono certe se succede tutto questo: baba è un povero pazzo e per noi questo suo eventuale figlio non sarà mai nostro fratello perché la nostra famiglia siamo e saremo sempre ma, Rita, Jasmina, Mabia e Pervez.

Cara Mabia cosa pensi di questo nostro bel progetto ?

Pensa saremo tutte nuovamente unite e felici e soprattutto faremo una bella vita senza sofferenze e minacce, senza fame e povertà, senza uomini malvagi di cui avere paura.

Finalmente saremo insieme in un paese come l’Italia dove gli uomini sono gentili e cortesi con le donne e le cercano per fare l’amore con tanta passione e le fanno sentire importanti e orgogliose nel cuore e nel corpo.

Finalmente saremo in un paese come l’Italia dove soprattutto ci sono gli stessi diritti per i maschi e per le femmine e dove c’è quel lavoro che ti rende libera e quei taka che ti permettono di non dipendere più da nessuno e di comprarti quello che vuoi senza chiedere l’elemosina ai tuoi genitori per sentirti ogni volta dire da ba che non lui non ha taka da buttare via per le sciocchezze delle donne.

Noi donne musulmane vogliamo vivere bene in questa vita e poi, dopo la morte, sarà quel che sarà, ma almeno saremo vissute bene in questa vita e avremo deciso da sole quello che vogliamo fare della nostra vita.

Cara Mabia, io e Rita siamo felici di questo progetto e ci sembra un sogno, ma uno di quei sogni che si può realizzare perché si fa di giorno e con gli occhi aperti.

Adesso tocca a te informarti per fare il richiamo e per farci venire in Italia insieme a ma.

Se ci vuoi veramente bene, non potrai fare diversamente al pensiero che noi siamo qui abbandonate anche da baba e siamo in pericolo di vita.

Ti salutano le tue graziose sorelle Rita e Jasmina, che dalla gioia ormai non stanno più dentro la pelle e che tanto sperano in te perché soltanto tu puoi realizzare i loro sogni e i loro desideri.

AKHTER MABIA 16

Savar, ashar mash, 200…

Alla mia cara figlia Mabia arriva un triste saluto dalla sua addolorata ma.

Cara Mabia, la tua situazione è molto difficile e io non pensavo che questa disgrazia cadesse sulla nostra famiglia come un fulmine nel cielo sereno, ma al male non c’è mai fine perché tuo baba adesso è molto nervoso perché la gente in paese ha saputo tutto e parla e dice che tu hai torto e che devi ritornare da tuo marito perché ha ragione lui e che se ti ha maltrattato vuol dire che sei stata una moglie infedele ed empia, ma in ogni caso la gente dice che una moglie non può lasciare il marito e che soltanto il marito può ripudiare la moglie e che tu non sei una buona musulmana e che anzi non sei proprio musulmana e che hai cambiato fede o non credi più in nessuna fede da quando sei arrivata in Italia.

Quante cose cattive dice di te la gente a Savar !

Io ho tanta paura e non esco più di casa e così evito di stare male.

I genitori di Joshim hanno parlato e hanno detto che tu lo hai prima tradito con un uomo italiano e poi lo hai abbandonato e sono contro di te insieme a tutti gli altri parenti.

Quante volte ti ho detto e ti ho insegnato di portare pazienza perché noi siamo donne e dobbiamo stare sotto il marito e tu da testarda hai insistito nella tua posizione e forse ti sei montata la testa in Italia, ma noi non siamo italiani, noi siamo bengalesi e musulmani e abbiamo una nostra religione e un nostro modo di vivere e di intendere la vita e tu non puoi lasciare tuo marito perché da noi non si usa così e allora tu devi ritornare con tuo marito perché così anche baba si mette tranquillo perché adesso è anche lui che mi tratta male e mi accusa che io non ti ho saputo educare come donna e come moglie e che sono una madre inutile più che mai e mi sputa addosso tutto il rancore del passato, il fatto che non gli ho saputo dare un figlio maschio e che adesso non ho più il sangue per fare altri figli e che io sono veramente inutile e ha detto che mi vuole ripudiare e abbandonare se tu non riprendi tuo marito e ti rimetti con lui.

Ma almeno tu e Pervez tornate nel nostro paese e vediamo di sistemare le cose perché Joshim ha detto che è tutta colpa tua e che tu sei nel torto e che non eri una buona moglie perché eri intrigante e volevi mettere il becco dappertutto e lui ha portato pazienza, ma alla fine non ce l’ha più fatta e ti ha dato qualche bastonata e di questo si è pentito sinceramente e promette che non lo farà mai più per tutto il resto della sua vita ed è anche disposto a giurarlo davanti al molovì e di fronte ad Allah.

Ma poi, mia cara Mabia, cerca di ragionare; come puoi chiedere il divorzio se per noi musulmani il divorzio non esiste ?

Non lo sai che per noi esiste soltanto il ripudio e non il divorzio ?

Tu sai che il potere è sempre del maschio e non della donna e adesso che sei in Italia hai capovolto le cose e nessuno qui ci capisce più niente, ma sono io che ci vado di mezzo perché tuo padre è impazzito e si vergogna e non esce più di casa perché ha paura della gente che lo critica e proprio lui che era quello che metteva la pace dove c’era la guerra e che era considerato bene anche dal molovì, adesso proprio lui è diventato uno stupido perché non riesce a risolvere il problema di sua figlia e a rimettere la pace nella sua famiglia.

Ba aveva consultato il molovì di Savar e in un primo tempo gli aveva detto che Joshim aveva sbagliato e che non ci si comporta così con la propria moglie, ma adesso il molovì ha detto che bisogna sistemare la questione o con il ripudio o con la riappacificazione e così tutto ritorna come era prima.

Quindi tu adesso devi rientrare a casa di Joshim e così si sistema tutto intanto in Italia e poi venite in Bangladesh e si sistema tutto davanti al molovì di Savar.

Mi sembra di aver capito che anche il molovì più importante di Dakka ha detto a baba la stessa cosa, ma non sono sicura e penso di avere sentito così da baba.

Io non so cosa dirti perché sono abituata a soffrire e in tutta la mia vita ho sofferto e a questo punto non desidero altro che morire perché cosa vuoi che sia la mia vita da ripudiata e da vecchia, cosa posso fare, devo solo morire di fame e di vergogna.

Baba può risposarsi con tutte le donne che vuole e lui può ancora fare figli perché ha il seme ancora buono, ma io ormai non ho più il sangue neanche nelle vene.

Non mi resta altro che restare sola come un cane e proprio nella vecchiaia quando ho più bisogno di qualcuno che mi cura e mi protegge io devo restare sola come un cane in mezzo alla strada senza padrone e senza cibo.

Qui di donne che vorrebbero sposare baba ce ne sono tante anche perché in paese c’è la miseria e la miseria spinge le donne a farsi sposare da qualunque uomo per mangiare qualcosa e così chissà che fine farò io.

Le tue sorelle sono dalla tua parte e dalla mia parte, ma non possono parlare perché sono donne e allora non resta altro da fare che mettersi nelle mani di Allah e quello che succede dopo si vedrà.

Ma, dimmi cara Mabia, tu non puoi proprio tornare da tuo marito Joshim ?

Se torni con lui salvi la vita a me, non dico che mi salvi la dignità perché quella non l’ho mai avuta, ma mi salvi proprio la vita perché da sola e da vecchia e inoltre in mezzo alla strada che cosa mi resta da fare se non morire come un cane bastonato ?

Non è proprio bello per una vecchia finire i suoi giorni in mezzo alla strada a chiedere l’elemosina dal momento che nessuno ti vuole come prostituta.

Rita e Jasmina mi difendono, ma loro non possono far niente per me, solo tu mi puoi difendere tornando da tuo marito Joshim perché questa è l’unica condizione che ha messo il tuo baba per tenermi ancora con lui, altrimenti mi ripudia subito.

La mia vita dipende da te e io sono disperata e ti supplico in ginocchio di tornare da tuo marito Joshim e di farlo per la tua povera ma.

Che Allah ti illumini e ti benedica qualunque sia la tua decisione.