CAREZZA DEL VENTO

19 / 10 / 2.000

E’ bello ricordare il tempo passato.

Rovistare nei cassetti della memoria ha un fascino particolare; il bene e il male, la gioia e il dolore, il dritto e il rovescio, il nord e il sud, tutti gli opposti e tutte le contraddizioni assumono la giusta collocazione e il degno rilievo.

I ricordi riempiono il sacco dell’esistenza e sostengono ogni persona con i mille dettagli che li contraddistinguono.

Si potrebbe quasi affermare che noi siamo i nostri ricordi o ancora meglio il cumulo organizzato dei nostri ricordi, altrimenti subentrano gli psichiatri e puniscono il tuo disordine mentale con dieci scatole di “serenase” da ingurgitare in un sol colpo.

E’ anche vero che non si può vivere soltanto di ricordi e che bisogna agire, fare, disfare, brigare, costruire i ricordi di domani con i fatti di oggi, ma la cosa più importante è avere sempre qualcosa da ricordare.

Si può ricordare o dimenticare se si è tanto vissuto e in questo caso si è anche più tolleranti: chi ha più vissuto, più sa e più comprende.

Se dimenticare è doloroso, perché significa perdere qualcosa di tuo, è tragico non aver niente da ricordare, perché vuol dire che hai vissuto poco e senza alcun coinvolgimento emotivo; forse anche la tua fantasia è ammalata.

I ricordi, pur tuttavia, possono degenerare in nostalgia se sono tanti e troppi: la virtù, come al solito, sta nel mezzo e la dose giusta fa sempre una buona torta.

Durante questa settimana ho pensato a Marion e dopo tutta l’aggressività scaricata contro di lei nella seduta precedente il mio odio si è progressivamente trasformato da desiderio di vendetta in bisogno di comprensione.

Ho ricordato, ho proprio ricordato senza rancore quel cordone di idee e di fatti che ha legato nel bene e nel male le nostre giovani vite in quel momento per me così importante, un momento che ha cambiato drasticamente il mio modo di essere e di esistere.

E così ho pensato a Marion e mi sono abbandonata ai ricordi lasciandoli affiorare dalla memoria senza forzature, senza trucco e senza inganno.

L’ho rivista nerissima nella sua pelle africana, vestita all’occidentale con pantaloni e camicia color cachi aperta al punto giusto, cappello bianco a larghe falde, mocassini in cuoio e soprattutto avvolta di tante parole.

Marion parlava tanto e parlava sempre; ascoltarla era un grande piacere.

Le sue non erano semplici parole, ma morbide sferzate sulle spalle degli schiavi.

Le parole uscivano dalla sua carnosa bocca e si muovevano come una nuvola sopra la sua testa quasi a formare l’aureola di una santa cristiana; il fascino era tanto e, se non ti lasciavi prendere, avresti sicuramente perso un’occasione importante per vivere sognando.

Marion arrivava come una consolazione durante la stagione delle piogge e la sua presenza era sempre gratificante; il nostro incontro avveniva dentro una capanna e l’eccitazione cresceva con l’incalzare dei suoi racconti.

Mentre il fango delle pareti si scioglieva e dal tetto di canne l’acqua sporca scivolava sui nostri capelli crespi, Marion riusciva a far sognare gli occhi spenti, magari appena usciti da qualche infezione o dalla febbre malarica, delle povere adolescenti, proprio noi che attendevamo soltanto di poter sognare e sognavamo immancabilmente di fuggire.

Marion conosceva bene l’arte di far vivere agli altri i suoi fantasmi e la fuga era il sottofondo musicale del suo desiderio di evadere da una triste e avara realtà; noi la seguivamo volentieri e a ruota libera.

Ed era tanto più convincente, quanto più era falsa.

Marion era una bella donna negra del Senegal; l’accento francese imbastardiva la sua lingua e rendeva più fascinoso il personaggio.

Aveva tanti modi di essere e di atteggiarsi, di tacere e di parlare, di camminare e di sedere, di masticare e di toccare; tra questi tanti modi c’erano anche quelli della diversa, della trasgressiva, dell’eroina.

Marion raccontava, raccontava sempre e immancabilmente ti catturava nel midollo.

Raccontava che si era ribellata alla legge religiosa del Corano e alla legge civile del suo popolo, quella legge religiosa e quella legge civile che sin da bambina la volevano schiava, come al solito, di un maschio.

Ma lei cercava un uomo, un uomo da amare e da cui essere amata, il grande amore.

Per non restare vittima di questo fanatismo religioso e di questo opportunismo culturale, Marion, dopo che era stata venduta dalla sua gente per una pipa di tabacco al maschio che la voleva, era riuscita a fuggire dalla casa in cui era stata rinchiusa sotto il controllo spietato delle vecchie e nella speranza che riacquistasse l’uso della ragione, la ragione del maschio naturalmente.

Marion aveva sconfitto anche il nemico più infido, l’invidia delle femmine vecchie.

Con l’aiuto interessato di Jean-Claude, un uomo occidentale e un mercante di donne, il suo vero uomo e il solo uomo da lei amato, Marion si era liberata dalla schiavitù di una povera famiglia in Senegal per realizzare il desiderio di una famiglia tutta sua in Provenza.

Ignorava che il suo bel Jean-Claude era un bugiardo e aveva destinato il suo corpo a un rinomato bordello di Marsiglia situato in rue de la Concordie sul lungo boulevard che dal quartiere De Gaulle porta al porto, il porto delle meraviglie in ogni senso.

Di famiglia, di bimbi, d’amore, di fiori in tavola e di libertà nel perfido cuore del mercante francese non si trovava traccia neanche nell’elettrocardiogramma.

Jean-Claude, in effetti, aveva soltanto bisogno di Marion per la tratta delle negre; lei aveva il giusto fascino, era una dea nera, conosceva le lingue parlate negli angoli più remoti dell’Africa, era un’ottima civetta.

Per una nuova misteriosa forza del destino o della natura Marion, una donna negra, si era inserita nella parte giusta e si era ritrovata senza accorgersene nella parte sbagliata per amore di un maledetto uomo bianco.

Fu così che Marion era ritornata nel suo ruolo naturale di vittima predestinata; era, infatti, scampata all’abbrutimento del maschio negro che l’aveva comprata ed era caduta nello sfruttamento di un maschio bianco che l’aveva conquistata.

Di conseguenza aveva fatto di necessità virtù e aveva accantonato i suoi desideri di donna e di madre in un paese ricco e senza tanti scrupoli si era trasformata in un carnefice proprio alleandosi con il nemico che amava; era in tal modo diventata un ambiguo e sottile negriero che sapeva parlare in simultanea da sovversivo e da criminale, una donna negra dalle forti passioni, una donna negra dolce e amara come le foglie di “macai” dopo la prima pioggia.

Marion si era illusa di non essere una vittima e si illudeva ancora di diventare una donna libera; per questo motivo sapeva illudere anche le povere bambine a cui le vecchie della tribù avevano già scavato la “puta” per tutelare il potere del maschio, quelle adolescenti che sognavano di fuggire dalla servitù e di conquistare la libertà, di non vegetare ma di vivere.

Il corpo è la prima coscienza politica; un corpo castrato non ha alcun diritto, è soltanto un oggetto tra i tanti che esistono in natura o nella civiltà dei consumi, un corpo castrato è già stato scartato, per cui finisce tra i rifiuti; può capitare che, se non hai la fortuna di essere castrato dagli altri, provvedi da solo a ridurti un oggetto degli altri.

Ripenso sempre con rabbia a quelle povere bambine ancora senza mestruo che le vecchie rendevano con un’orrenda mutilazione pronte per il “bilingo”, il solo dio della nostra sopravvivenza e il vero feticcio della nostra tribù.

E così, senza raccontare storie di nessun tipo che potessero giustificare questo martirio, ma soltanto per il gusto della pura violenza, le vecchie mutilavano le bambine non delle braccia o delle gambe, come si usa oggi, ma di quella parte del corpo che disponeva alla gioia di vivere.

Rivedo gli occhi sanguigni e avidi della vecchia che incideva i miei organi genitali con un coltellino di latta e sento ancora le braccia irsute dell’altra vecchia che mi immobilizzava in una morsa degna di un lottatore.

Il mio odio monta come la panna e trabocca fino a desiderare la morte di entrambe per lunga agonia.

Adesso le bambine erano pronte come le leonesse per il piacere del pigro leone.

In tanta disgrazia Marion si inseriva nelle pieghe del nostro cuore come una buona sorella e come una buona maestra; sapeva dire le parole giuste per consolarci e proporre l’unica soluzione per riscattarci, la fuga.

E noi eravamo affezionate sorelle e ottime allieve, bambine castrate e pronte a ricevere il coltello affilato che sarebbe servito a tagliare la gola delle vecchie e il grimaldello giusto che sarebbe servito a spezzare le catene della schiavitù.

Eravamo delle adolescenti promosse femmine e in attesa di essere ingravidate come capre dai maschi della tribù.

Il lavoro era stato ottimo e ben riuscito.

Eravamo femmine da fecondare, non donne o tanto meno madri, perché non avevamo alcun potere e l’istinto materno si era sciolto nella notte dei tempi sotto i raggi del sole africano.

Io ho avuto una madre e un padre; io non ho mai conosciuto mia madre e sul padre non è il caso di impostare alcuna discussione.

E allora sia benvenuta ancora una volta Marion !

Ho abbandonato i vecchi carnefici e sono fuggita con i nuovi aguzzini per avere anch’io il reggiseno di pizzo e gli slip trasparenti, i profumi e i foulard di Marion, ma soprattutto per essere Marion e avere la vita di Marion.

Io mi ero immedesimata a tal punto nella sua persona che avevo smarrito la mia già precaria identità dentro la sua immagine e avevo ritrovato dentro le sue premure quella madre mai avuta che consiglia, ispira e protegge.

Marion era una madre e una sorella; anche lei aveva la “puta” scavata da un coltellino di latta arrugginita, anche lei aveva rischiato di morire di tetano per la stupidità degli adulti.

L’Africa era stata ed era ancora una volta puttana con le sue figlie, ma le sue figlie Marion, Ascingha, Aggun, Kinda, Pingala, Takei e tutte le altre senza nome non erano state puttane con l’onesta Africa.

Quell’Africa chiedeva ancora alle sue figlie più belle e ingenue una ribellione inutile, una stupida rivolta destinata a un altro penoso fallimento e a un altro disastroso naufragio.

Chi fugge ha sempre torto.

La fuga è sempre una colpa.

Ascingha era una bella figlia dell’Africa nera, una bella bambina negra che aveva già fatto in tempo a essere seviziata ed era in attesa soltanto di essere riempita dai maschi del villaggio.

Questa non era la dura legge della natura o la dura legge della giungla, ma la legge della prevaricazione umana e della violenza culturale.

Io non sapevo da quanti anni ero in vita e non conoscevo chi mi potesse amare, avvertivo una vaga esigenza di essere di qualcuno e che qualcuno fosse per me, io ero di tutti, ma nessuno era per me.

Di due cose ero certa: il mio nome era Ascingha ed ero una bella femmina.

La prima convinzione derivava dal fatto di essere stata chiamata sempre in quel modo e la seconda l’avvertivo dal desiderio con cui mi palpavano gli uomini bianchi che costantemente capitavano nella nostra foresta, benefattori o mercanti era poco importante perché alla fine con tutti immancabilmente si recitava la stessa storia o la stessa farsa.

I maschi della tribù non destavano in me alcun interesse e alcun compiacimento perché erano indolenti come i leoni della savana e mi consideravano una loro preda in ogni senso.

La sensualità e la passione sono movimenti spontanei del cuore e reazioni naturali del corpo.

La sensualità e la passione non hanno niente da spartire con gli obblighi e tanto meno con i doveri, altrimenti sei ridotta a oggetto del piacere degli altri, una troia.

In entrambi i casi non sei coinvolta in alcun modo e devi soltanto riconoscere che sei legata a qualcuno e a qualcosa.

Io non ero puttana quando stavo con i negri della mia tribù e ho fatto la puttana, non certo per mia scelta, quando sono arrivata nel malefico Occidente, il solo luogo al mondo che usa il paradiso e l’inferno negli spot pubblicitari.

Lasciandomi fottere per natura e per cultura dai negri della mia tribù sono stata benemerita e giustificata in tutto e per tutto; lasciandomi fottere a pagamento dai bianchi non ho trovato alcuna storiella da raccontare a me stessa e in mia difesa.

Con i bianchi mi sono sentita sempre schifosamente inferiore nel profondo del mio cuore di negra, eccezion fatta per l’unico e vero amore della mia vita, Marcos.

In un modo o nell’altro ero destinata a essere un oggetto e a fare la volontà degli altri.

Ero preparata a sottomettere in ogni senso il mio corpo ai negri e mi sono trovata a venderlo ai bianchi con tutto il ribrezzo che quotidianamente vomitavo su me stessa per il senso di inautenticità che conosce e capisce soltanto una donna costretta a vivere nell’anonimato e a concedersi a tutti per arricchire i suoi assassini.

In ogni caso ho continuato a stimare poveri sia i negri di ogni età che ti cercavano per bucarti con indolenza a tutte le ore e in tutti i luoghi, sia i bianchi che ti cercavano per pagare la loro incapacità di amare una donna.

Con il tempo ho accettato di essere bella e pronta soltanto per l’uomo bianco: io negra dovevo essere sempre schiava, la schiava di un bianco e non di un negro.

Il senso della schiavitù era nel mio sangue; in ogni modo dovevo essere una vittima e non riuscivo a pensarmi diversamente, nonostante le tante fantasie che il tempo e il luogo offrivano a una bambina africana.

Marion conosceva bene il terreno da coltivare e si può sicuramente riconoscere che aveva seminato su zolle ben concimate.

Ascingha non valeva niente in Africa, ma era una miniera d’oro in Occidente.

In Africa Ascingha avrebbe partorito un figlio ogni dieci mesi e lo avrebbe abbandonato in mezzo agli altri bambini della sua tribù, in Africa Ascingha sarebbe sicuramente morta di parto nello spazio di dieci gravidanze e, se avesse avuto la fortuna di essere sterile e d’invecchiare, Ascingha avrebbe tagliato con un sol colpo di coltello l’imene e il clitoride alle bambine pronte per il maschio.

Devo riconoscere che questa è una verità, una dura verità, ma è pur sempre la mia verità: l’Occidente mi ha salvato dalla morte precoce e dall’inedia, dalla morte del corpo e dalla morte del cuore.

Il prezzo è stato altissimo e altrettanta la convenienza.

Ascingha non valeva niente da povera donna africana, ma era una miniera d’oro in Occidente.

Ascingha era soprattutto molto bella, un vero affare per i mercanti che ben conoscevano i gusti perversi degli uomini bianchi e soprattutto il colore dei loro soldi.

Ascingha era alta, affusolata, elegante come una gazzella della savana.

Solo l’incavo della “puta” era decisamente brutto, ma non si vedeva e per gli uomini che abitavano al di là del mare non era uno sfregio sgradevole, visto l’uso che facevano di se stessi e delle donne.

Ho fatto tanta fatica all’inizio della mia strana attività a capire che gli uomini bianchi desideravano e pagavano profumatamente la parte deforme e insensibile del mio corpo.

La diversità è il sale della terra ed è un bene di tutti quelli che, al di là del colore della pelle, ancora ragionano; per gli altri, i tanti altri, ci sarà soltanto fanatismo, violenza, intolleranza e razzismo.

E così e da parte mia la bellezza e l’esigenza della libertà, da parte degli altri la brama e il gusto della ricchezza, mi hanno spinto lungo la pista che attraverso le foreste dei monti Loma porta ancora al mare della Guinea per approdare finalmente a Dakar.

Era il mio primo viaggio, un viaggio guidato da Marion e fatto insieme alla mia dolce Aggun, l’unica persona della tribù che vivevo come una sorella e che non potevo certamente abbandonare come Mutu in un mondo infame e senza luce.

Ah, se non fossi stata bella !

Ah, se non mi avessero castrato !

Ah, se non avessi sentito il bisogno della libertà !

E’ vero e di questo devo essere convinta: Ascingha sarebbe già morta di parto o di “aids”, di colera o di tifo, di malaria o di sifilide, se fosse rimasta in Africa a marcire dentro una capanna impastata di fango, canne, paglia e merda di elefante.

Ascingha era buona in Africa per essere fecondata come una gazzella ed era buona in Europa per essere distrutta dalla sete di ricchezza di alcuni poveri uomini e

dall’immaturità affettiva di tanti poveri uomini.

In ogni caso Marion era in malafede e non aveva alcun diritto di vendermi come schiava a una banda di trafficanti.

Marion deve morire, se non per riscattare la mia sorte, quanto meno per vendicare quella di Aggun.

Quest’odio e quest’attesa danno ancora oggi forza e senso alla mia vita.

Bonjour monsieur le docteur.

LA MOGLIE DEL SOLDATO

Ella aveva forti braccia e ampi spazi nel suo corpo,

ma al soldato innamorato non aveva, di certo, detto

che nel cuore avido e tra le gambe aveva il brokkoletto.

Nella verde terra di Armonia è sempre primavera

e i soldati guerreggiano insieme come fratelli,

tra una pinta di birra scura e lunghi coltelli affilati,

tra il terrore di un agguato e l’angoscia dell’ultimo attentato.

Quella donna diceva di avere marito e figli in Cecenia,

là dove tutto è freddo e il sole non batte poi tanto

per dare spazio al tempo dell’incanto.

Nella verde Armonia i prati sono pieni di pecore gravide

e i venti suonano lire d’amianto

finché il dolore non si tramuta in pianto.

Quella donna aveva un tulipano rosso tra i capelli neri,

portava gonne azzurre e mutandine arancione

e nel suo grembo nascondeva trepide scosse.

Ella aveva forti braccia e ampi spazi nel suo corpo,

ma al soldato innamorato non aveva, di certo, detto

che nel cuore avido e tra le gambe aveva il brokkoletto.

La guerra civile è sempre un amabile rendez vous,

tra scontri accesi e frecce acuminate

l’amor si gonfia con le carezze amate.

Ella avea un oceano di nuvole e di luce nel suo karma,

si tingeva di notte i capelli di verde e di blu

e calzava di giorno strane scarpe di caucciù.

A Dublino le chiese si aprono al mattino

al ritmo leggero della musica di un violino,

mentre il cielo è un gregge turchino.

Ella aveva un cappello a colori brillanti

sotto un cielo azzurro mare

che si muoveva come si fa per amare.

Bianco e nero e a colori è il paesaggio,

una donna gira nel sole e suona la fisarmonica

mentre un bambino dorme dentro di lei

e i capelli sono rivolti alla luna

come zingari di notte e regine di giorno

che si muovono in cielo al ritmo di una musica strana.

Ella aveva forti braccia e ampi spazi nel suo corpo,

ma al soldato innamorato non aveva, di certo, detto

che nel cuore avido e tra le gambe aveva il brokkoletto.

Salvatore Vallone

Karancino, 21, 09, 2023

A PROPOSITO DI MIA MADRE

TRAMA DEL SOGNO

“Salve!

Avrei bisogno di un aiuto per una interpretazione di sogni che ultimamente sto facendo.

Sogno molto spesso una mia vicina di casa che ho conosciuto per pochi mesi e il 2 febbraio 2019 e’ morta per malattia: aveva 74 anni.

Diciamo che da subito ho incominciato a sognarla. La prima volta che era arrabbiata con me però era nel corpo di un’altra persona, poi un’altra volta, che ora non ricordo, in fine martedì 20 agosto 2019 e giovedì 22 agosto 2019.

Il martedì l’ho sognata di pomeriggio. Eravamo in un hotel che gestiva lei, era in piedi e poi si è messa a sedere. Parlavamo con altre persone, me compresa. Eravamo tutti seduti e io dicevo a questo ragazzo: “mettiti la maglietta di Marcello burlon, visto che l’hai pagata 200 euro”. E la signora morta (la mia vicina) rispose: “vedi, tanti genitori fanno spendere dei gran soldi per cose di marca che potrebbero fare a meno”.

Questo è di martedì 20 agosto.

Poi l’ho sognata ieri giovedì 22 agosto. Era tornata a casa e io dissi vicino ad un’amica: “andiamo a trovare Carla, (la mia vicina morta), so che è tornata”. Entrammo a casa sua e la trovai in piedi vicino ad una persona seduta al tavolo. La mia amica le disse: “ma Carla ti vedo molto bene, sei stata una grande, hai sconfitto una malattia che è difficile guarire”.

Lei sorrise e a quel punto si è rivolta a noi dicendoci: “vi presento un amico, si chiama Simone Jori”. Io rimasi meravigliata e guardai la mia amica dicendole: “eppure questo cognome non mi è nuovo. Mia madre di cognome fa Jori”. Dopo ci disse la Carla:”volete qualcosa da bere?” Camminò fino ad arrivare alla vetrina per prendere dei bicchieri.

Poi mi sono svegliata.

Se può aiutarmi ad interpretare questo sogno, le sarei grato, grazie.

Premetto che aveva altri vicini di casa e che conosceva da anni. Io da solo pochi mesi, ma viene solo da me. Loro non l’hanno mai sognata e le dirò di più. Io il mercoledì 21 andai a farle visita al cimitero e nel sogno ero consapevole che lei era morta perché volevo chiederle come mai stava lì e le volevo dire che io ero andata a trovarla al cimitero e le avevo portato dei fiori.”

Il sogno non è firmato. Chiamerò la protagonista Anonima.

INTERPRETAZIONE

CONSIDERAZIONI

La signora Carla è il risultato dell’operazione di difesa dall’angoscia del meccanismo psichico dello “spostamento”, a metà tra la “traslazione” e la “proiezione”. Anonima vive tramite la signora Carla i suoi vissuti e i suoi “fantasmi” nei riguardi della madre. “Mia madre di cognome fa Jori” è il chiaro indizio dello “spostamento” della figura materna operato dalla figlia nella signora Carla. Il sogno espone una serie di esperienze vissute e contrassegnate da un blando, quanto normale, senso di colpa.

Sogno molto spesso una mia vicina di casa che ho conosciuto per pochi mesi e il 2 febbraio 2019 e’ morta per malattia: aveva 74 anni.”

Si rileva la precisione delle date e degli eventi, ma soprattutto la “traslazione” della figura materna nella vicina di casa. Anonima sta sognando la madre e i suoi vissuti profondi nei confronti di questa figura significativa della sua formazione psichica: “sogno molto spesso”.

Diciamo che da subito ho incominciato a sognarla. La prima volta che era arrabbiata con me però era nel corpo di un’altra persona, poi un’altra volta, che ora non ricordo, in fine martedì 20 agosto 2019 e giovedì 22 agosto 2019.”

Degno di nota ancora la precisione maniacale dei tempi e delle date, a conferma di una difesa psicologica dall’emersione di contenuti traumatici nel sogno e nella veglia, classico meccanismo di difesa delle persone angosciate che nell’esercizio della memoria trovano la scorciatoia per non soffrire ricordando eventi ed emozioni più consistenti e ad alto tasso emotivo e sentimentale. “Che ora non mi ricordo” attesta di una “rimozione” difensiva, come si diceva in precedenza. “Arrabbiata” traduce sensi di colpa di Anonima nei riguardi della madre, vissuti che inevitabilmente ci stanno tutti. “Nel corpo di un’altra persona” attesta dell’uso dei meccanismi psichici di difesa dello “spostamento” e della “traslazione”: sogna la madre nel corpo di un’altra persona a lei similare e compatibile.

Il martedì l’ho sognata di pomeriggio. Eravamo in un hotel che gestiva lei, era in piedi e poi si è messa a sedere. Parlavamo con altre persone, me compresa. Eravamo tutti seduti e io dicevo a questo ragazzo: “mettiti la maglietta di Marcello burlon, visto che l’hai pagata 200 euro”. E la signora morta (la mia vicina) rispose: “vedi, tanti genitori fanno spendere dei gran soldi per cose di marca che potrebbero fare a meno”.

La madre di Anonima era una donna che dava il giusto valore ai soldi e sapeva come spenderli, era modica e modesta. La madre che gestisce un hotel attesta della socievolezza e delle abilità relazionali, della sua disposizione a esserci ma non a coinvolgersi. Si ribadisce la “traslazione” della madre in questa signora benefica Carla. Il sogno snoda dei ricordi e associa qualche caratteristica e qualche episodio riguardante la madre.

Poi l’ho sognata ieri giovedì 22 agosto. Era tornata a casa e io dissi vicino ad un’amica: “andiamo a trovare Carla, (la mia vicina morta), so che è tornata”. Entrammo a casa sua e la trovai in piedi vicino ad una persona seduta al tavolo. La mia amica le disse: “ma Carla ti vedo molto bene, sei stata una grande, hai sconfitto una malattia che è difficile guarire”.

Anonima offre in sogno un altro bozzetto e nello specifico la rievocazione di una brutta malattia superata dalla madre nel corso della sua vita. La figlia apprezza il coraggio e la capacità della madre di non lasciarsi andare agli eventi traumatici e tragici che possono accadere durante la vita. Trasla nell’amica quel complimento che avrebbe voluto possibilmente dire lei stessa a sua madre. Anonima ha una buona capacità di usare i meccanismi onirici dello “spostamento” e della “traslazione” in maniera di non coinvolgersi in prima persona per non agitarsi e svegliarsi.

Lei sorrise e a quel punto si è rivolta a noi dicendoci: “vi presento un amico, si chiama Simone Jori”. Io rimasi meravigliata e guardai la mia amica dicendole: “eppure questo cognome non mi è nuovo. Mia madre di cognome fa Jori”.

Ecco il disoccultamento di cui si diceva prima. Appare la figura materna, “mia madre di cognome fa Jori”. La signora Carla è pari pari la signora Jori, la madre di Anonima. La figlia ha rielaborato in sogno la figura materna e in maniera reiterata per razionalizzare la morte e per espiare i sensi di colpa che non ha potuto elaborare e saputo lenire quando la madre era in vita.

Dopo ci disse la Carla:”volete qualcosa da bere?” Camminò fino ad arrivare alla vetrina per prendere dei bicchieri.”

Non è ancora finita la psicodinamica perché la giusta conclusione è una cameratesca bevuta. Anonima sogna in maniera discorsiva e narrativa ed elabora pochi simboli in questo suo quotidiano sognare. Sogna come mangia, nel senso positivo della genuinità della persona che non è acculturata e che quindi descrive nel dormiveglia la trama che progressivamente costruisce.

Infatti questo sogno è stato fatto durante il risveglio e Anonima ha messo insieme le pezze di quella relazione importante che ha vissuto con sua madre.

Premetto che aveva altri vicini di casa e che conosceva da anni. Io da solo pochi mesi, ma viene solo da me. Loro non l’hanno mai sognata e le dirò di più. Io il mercoledì 21 andai a farle visita al cimitero e nel sogno ero consapevole che lei era morta perché volevo chiederle come mai stava lì e le volevo dire che io ero andata a trovarla al cimitero e le avevo portato dei fiori.”

Anonima ha aspirato a essere la figlia prediletta dalla mamma e segue un ragionamento ben preciso e lineare che tende a dimostrare che la “razionalizzazione del lutto” è anche avvenuta, “consapevole che lei era morta”, ma spesso associa altre figure materne con la precisa intenzione di esprimere il suo desiderio di avere la madre ancora viva. Il sogno si conclude con l’esaltazione del sentimento della pietas”: “ero andata a trovarla al cimitero e le avevo portato dei fiori.”

Di fronte al mistero della morte e al “fantasma” psichico la semplicità dei vissuti è veramente sorprendente nella sua bellezza. Sarai un potente altolocato o un misero senzatetto, la democrazia psichica esige il medesimo sentimento di rispetto e devozione.

Il sogno di Anonima è scritto in maniera chiara e scorrevole. La ripetitività di alcuni temi non toglie merito al dire e al narrare della protagonista. Anonima ha fornito elementi psico-culturali universali nello scorrere delle righe che la individuano con il nome ben preciso di figlia.

FRUTTI ROSSI RETATI

TRAMA DEL SOGNO

“Estraevamo con qualche difficoltà degli strani frutti rossi retati delle dimensioni di una mela dal nostro ombelico.

Mio padre ci aveva spiegato il modo di farlo. Per lo più bisognava insistere e soprattutto crederci.

A un certo punto sono seduto sul divano. Mio fratello nudo sale sul ventre di mia madre nuda a cavalcioni come a compiere una specie di copula che non era una propriamente una copula.

Trovo il corpo di mia madre assai giovane.

Giro gli occhi altrove. Poi mi sposto nell’altra stanza dove sulla mia scrivania vedo un cesto di quei frutti. Hanno al centro, nel punto in cui dovrebbe trovarsi il picciolo, una piccola chiazza bianca perlacea, simile ad una stomatite.

Mi avvicino goloso col pensiero di mangiarli, ma pensando all’improvviso al luogo da cui provengono provo un sottile disgusto.”

Gregorio

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

“Estraevamo con qualche difficoltà degli strani frutti rossi retati delle dimensioni di una mela dal nostro ombelico.”

Ecco il portentoso meccanismo onirico della “figurabilità” in azione!

Gregorio elabora una scena di parto, la trasla nell’ombelico al posto della vagina, rappresenta il feto con “strano frutto rosso retato delle dimensioni di una mela”. Il meccanismo funziona ed è creativo, poetico per la precisione, un’immagine che contiene un bel “fantasma” che risponde alla domanda universale: “come nascono i bambini?” Gregorio si fa assistere nel sogno, particolarmente scabroso nella sua semplicità, da altre persone, per mantenere un certo equilibrio nervoso e per non svegliarsi cadendo nell’incubo: la coincidenza del “significato latente” e del “significato manifesto”. Notare, ancora, come la figurabilità onirica rappresenta il feto: “frutto rosso retato” e la vagina nello “ombelico”, l’organo simbolico del potere della madre.

Mio padre ci aveva spiegato il modo di farlo. Per lo più bisognava insistere e soprattutto crederci.”

Ecco il padre, colui che insegna l’educazione sessuale ai figli, “ci aveva spiegato” come nascono i bambini e anche come si fanno i bambini, “il modo di farlo”. Insomma, il padre di Gregorio ha operato nel migliore dei modi una forma di educazione sessuale, ottemperando beneficamente al suo ruolo. L’elaborazione poetica appartiene al figlio, Gregorio per l’appunto. “Per lo più bisognava insistere e soprattutto crederci” apre lo scenario al coito e alla reiterazione dello stesso, al fine di avere un buon esito per tanta prestazione sessuale. “Crederci” lo decodifico dal latino come “affidarsi” a se stessi e alla donna con cui si è in relazione. Insomma: se vuoi un figlio, procedi con sicurezza e fiducia, sicut pater docet e come figura di riferimento privilegiata specialmente per un figlio maschio. Tutto bene fino a questo punto.

Che il sogno ce la mandi buona!

A un certo punto sono seduto sul divano. Mio fratello nudo sale sul ventre di mia madre nuda a cavalcioni come a compiere una specie di copula che non era una propriamente una copula.”

Dopo l’insegnamento paterno e l’autorizzazione a procedere arrivano i nostri a cavallo di un caval: la madre dal ventre nudo, il fratello nudo a cavalcioni.

Si copula o non si copula?

Gregorio guarda se stesso “seduto sul divano” perché si proietta nel fratello e realizza con la dovuta censura il desiderio libidico di avere dalla madre l’insegnamento sessuale opportuno e concreto. Il tutto dopo avere avuto la licenza didattica dal padre. E’ assolutamente normale e giusto che ogni figlio e ogni figlia si chieda il perché della censura concreta dei genitori in riguardo alla sessualità e all’erotismo, in riguardo alla vita del corpo neurovegetativo. Gregorio procede con cautela morale e si “sposta” sul fratello. Non poteva essere una “copula” vera e propria perché sarebbe stato un incesto e il “Super-Io”, individuale e culturale, non sarebbe stato davvero contento.

Vediamo dove va a parare il nostro eroe puritano.

Trovo il corpo di mia madre assai giovane.”

Che bella immagine!

Che bel vissuto!

La mamma bella e il desiderio bello del corpo vivente sono recuperati dall’età in cui il figlio aveva l’età giusta per desiderare sfacciatamente con pudore. Da bambino Gregorio ha desiderato il corpo della mamma. Freud lo chiamò “complesso di Edipo” e costruì un mare di teorie sopra tragedie antiche e moderne. Immarcescibile questa “posizione psichica” dell’infanzia in universale, al di là delle razze e del censo, al di là delle ipocrisie e delle verità filosofiche, al di là del gusto e del sapore.

Guai al bimbo e alla bimba che non hanno desiderato fisicamente il padre e la madre!

Quasi in un nuovo vetusto e attuale comandamento si coniuga questo “desidera e riconosci il padre e la madre” per avere anche una fausta vitalità sessuale all’interno di una armonica “organizzazione psichica”.

Giro gli occhi altrove. Poi mi sposto nell’altra stanza dove sulla mia scrivania vedo un cesto di quei frutti. Hanno al centro, nel punto in cui dovrebbe trovarsi il picciolo, una piccola chiazza bianca perlacea, simile ad una stomatite.”

Rimozione” e “spostamento” sono due ben precisi “meccanismi di difesa” dall’angoscia di aver tanto peccato nel pensiero e non nell’opera: giro gli occhi altrove” o non ci rifletto e dimentico e “poi mi sposto”, dopo il fratello, “sulla mia scrivania”, mi riapproprio dell’alienato in maniera delicata e compatibile al mio vissuto psichico e ai mie “fantasmi” edipici. Ricordo che il “fantasma” è una rappresentazione primaria della realtà psichica, il nostro modo infante e bambino di pensare che non si abbandona mai, neanche dopo il benefico avvento della razionalità, un pensiero fantasioso e caldo oltremodo ricco di allucinazioni e di emozioni, una modalità onirica di inquadrare i propri vissuti, un essere poeti e “criatori”, come diceva Giambattista Vico. Insomma il “fantasma” è una rappresentazione della realtà psichica sempre e in ogni caso. “L’altra stanza” in cui Gregorio si sposta, quella dove è posizionata la “scrivania”, rappresenta l’attività razionale adulta, quella con cui ha proprio razionalizzato i suoi “fantasmi edipici”, le rappresentazioni fortemente emotive e simboliche delle sue varie relazioni con i genitori e nello specifico la madre. “Quei frutti” sono le rappresentazioni simboliche del feto con tanto di cordone ombelicale: “Hanno al centro, nel punto in cui dovrebbe trovarsi il picciolo, una piccola chiazza bianca perlacea, simile ad una stomatite.” Sono in un “cesto” che rappresenta simbolicamente il grembo materno, l’apparato genitale femminile, il sistema ovarico riproduttivo. Ricordo che il cordone ombelicale è il tramite che lega il figlio alla madre e che dopo il parto si taglia ma non si scinde il rapporto simbiotico psichico con l’augusta genitrice. Io sono ancora affetto da un meraviglioso “complesso di Edipo” e ho un altrettanto meraviglioso rapporto con mia madre, ho un cordone ombelicale ancora ben funzionante e attivo. Di mia madre, fuori di me, conservo la reliquia nel cimitero di Siracusa. Ma questo è tutto un altro discorso e un altro discorrere.

Via con il sogno di Gregorio!

Mi avvicino goloso col pensiero di mangiarli, ma pensando all’improvviso al luogo da cui provengono provo un sottile disgusto.”

Ecco la gola e i suoi peccati, ecco la vitalità sessuale, ecco l’erotismo, ecco il corpo campo d’amore, ecco la “libido” e l’energia vitale di Dioniso e di Sigmund, di Darwin e di Nietzsche e di Bergson. “Goloso col pensiero” ossia il sistema neurovegetativo e il sistema nervoso centrale, la vitalità e la razionalità, l’emozione e la ragione, Dioniso e Aristotele, Giordano Bruno ed Hegel, la poesia e la filosofia, l’essere umano, il vivente per quello che restrittivamente di esso conosciamo e possiamo dire. Dell’altro e di altro non so fin adesso, ma sto cercando con la lanterna di Diogene, sto ricercando con il metodo di Aristotele e di Renè Descartes.

Convergo sul sogno di Gregorio e analizzo “ma pensando al luogo da cui provengono”, l’ombelico secondo “Gregorio padre” e l’apparato genitale secondo la scienza, “provo un sottile disgusto”. Ancora un “pensando”, anzi un “ripensando” leopardiano, la ragione fredda in atto che stacca dalle emozioni e le abbandona pensando di tenerle sotto controllo e senza sapere che ciò che butti dalla porta ti rientra dalla finestra, come la tanta spazzatura che inonda la mia città greca. Ancora ritorna l’emozione del “sottile disgusto”, un gusto emotivo contrastato e contrapposto, una guerra di gusti, quello emotivo e sensoriale e quello razionale e morale, l’eterna diatriba occidentale e psicoanalitica tra Es e Io alleato del Super-Io in questo caso. E’ questo lo psicodramma onirico di Gregorio, l’essere in conflitto con se stesso e nello specifico tra le sue istanze psichiche della vita istintiva ed emotiva, “Es”, della vita censoria e morale,”Super-Io”, della vita razionale e discernitiva, “Io”.

Mi fermo e consegno quanto emerso dal prodotto psico-poetico di Gregorio.

OGNI TRENO MI PORTA DA TE

Croce sulle spalle.
Corona di spine.
Cadde una prima volta.
Parlò con la madre.
Cadde una seconda volta.
Simone lo soccorre.
Veronica lo asciuga.
E una terza.
Consola le pie donne.
Si affida al Padre.
In croce.
Golgota, chiodi, sete, aceto, invocazione, abbandono.
Elì, elì, lama sabactani!
Il cielo si fa plumbeo dall’ora sesta all’ora nona,
la terra trema.
Il Padre non ti ha abbandonato.
Ogni stazione è stata raggiunta e intensamente vissuta,
ogni treno mi porta da te.
Il sepolcro era aperto all’alba del terzo giorno.
Un angelo vi sedeva accanto.
La madre si avvicina
e chiede dove hanno portato il figlio.
Ha i profumi e le bende per onorare il corpo ferito.
“Colui che tu cerchi,
o donna,
è risorto,
ha sconfitto la Morte
e ora siede alla destra del Padre.”
E noi miseri mortali?
Che sarà di noi?
Ogni treno mi porta da te.
Il dolore avvicina,
l’amore è sempre tragedia.
Dolore, amore, amore, dolore.
Che ci hanno fatto?
Da soli deposti nel sepolcro.
Ultima stazione.
Vittime di un inganno,
siamo umani,
siamo in balia dell’attesa di un ritorno,
un venerdì santo granitico in mezzo a tutta questa precarietà.
Improvvisavano
e hanno ucciso diecimila anziani questi assassini di merda,
questi impostori del circo,
questi imbecilli di sempre.
Giocavano,
giocavano al rimbalzo da un canale all’altro dell’etere tossico.
Non hanno vaccinato subito i vecchi,
quelli che viaggiavano dai settanta ai settantacinque.
Erano tutti amici miei.
Li conoscevo tutti.
Li sentivo addosso.
Erano sessantottini.
Sfogliavo i loro petali uno per uno,
giorno dopo giorno.
Eran belli e forti,
ma sono morti.
Una strage di Stato,
un’altra strage di Stato.
Sul crinale del Golgota e di Bergamo
le ombre delle croci sono le insegne
per precipitare nel baratro della vergogna,
nel precipizio dell’ignominia,
nel grande peccato mortale.
Ogni treno mi porta da te.
Intanto,
intanto tutt’intorno sboccia la lussuria della primavera.
Eppur io amo.

Sava

Carancino di Belvedere, 01, 04, 2021

DALL’EPISTOLARIO DI ANTONIA SOARES

ANTONIA, L’UNICA E LA DOPPIA

Ciao Fernando,
sono Antonia e ho deciso di scriverti
perché ho bisogno di fermarmi un attimo.
In questi giorni corro troppo con il cervello,
quasi il galoppo di uno stallone di razza.
Penso all’euro,
alla fesa di tacchino,
al telefonino da mettere in carica,
al culo a mandolino di mia sorella,
al teatro con i burattini e le marionette,
alla zucca gialla ricca di carotene,
alla cieca fortuna che ci vede da dio.
So pensare a tutte queste cose
e mi ricordo anche di spegnere la moka
prima che il caffè venga su come uno zunami
e inondi il piano della cucina.
Penso,
mi ricordo anche di portare dentro la legna per la stufa
e di svuotare la vaschetta della cenere.
Penso, ma non sono.
Mi ricordo, ma non sono.
Dentro di me sono confusa come una mentecatta
e di per me stessa mi sento sguazzata come una lattina di coca cola.
Non so pensare o capire come sto,
non riesco a mettere in ordine le mie idee.
Ma cosa voglio?
Non so pensare al lavoro,
alla comunità alloggio,
non so pensare a un programma,
se un programma io posso pensare.
A volte sento che il mio corpo funziona,
funziona anche bene se vogliamo,
ma c’è un nastro in testa
che mi frastorna e mi rimescola,
un nastro di pensieri come un film,
una pellicola di celluloide
che scorre girandomi e rigirandomi dentro.
Nessuna immagine si può fermare
perché il nastro deve scorrere e non si può fissare.
E così so
che di corsa sono finalmente andata in farmacia
a prendere lo Xanax per mia madre e l’Efferalgan per me,
che si sono tenuti cinquanta centesimi di resto
e che mi hanno fottuta con questo maledetto euro che non capirò mai
perché la morte della lira mi ha mandato in confusione.
E così so
che alle tre di notte mi sono bevuta una moka express,
che ieri ho fumato meno di un pacchetto e mezzo di sigarette,
che venticinque euro non corrispondono alle cinquanta mila lire
che mio padre mi dava per il lavoro in serra,
che la fesa di tacchino non equivale al petto di pollo
soltanto perché costa meno.
Ma io dove sono?
Dove sono?
Io sono dietro,
dietro i pensieri,
dietro il corpo,
dietro la faccia,
dietro questa facciata esterna di benessere,
dietro le faccende quotidiane,
dietro le attività del centro diurno,
ma sono così dietro che mi sono persa di vista.
Ho bisogno di sentire,
di sentirmi,
di fermare questo film,
questo nastro che scorre indipendentemente da ciò che faccio,
ma che è così confuso
che non riesco a proiettarlo in uno schermo grande
per poterlo focalizzare.
Ci sono due Antonie,
una fa e partecipa attivamente alla vita quotidiana
e in qualche modo funziona,
e una sta dietro la fronte
perché non le è possibile stare altrove.
Questa Antonia qualche volta scende da dietro la fronte
e va tra la pancia e il cuore.
E allora un senso di tristezza la invade
e tutto sa di tristezza,
ma questa Antonia non sa darle un nome,
non sa capire.
E tutto diventa così pesante,
così inumano da uscire fuori di testa e fuori dalla testa.
Le pareti della mia stanza sono tutte bianche e senza quadri,
ma c’è una minuscola macchiolina nera
che tempo fa ho fatto con i colori a olio
e io qualche volta sono lì,
sono in quella macchiolina
e sono quella macchiolina.
La cosa mi aiuta a sentire che non tutto funziona
perché c’è sempre qualcosa di nero.
Quella macchiolina è più nera di tutti i miei vestiti
che sono sicuramente più grandi
ma che ormai sono diventati parte di un esterno
e che quindi io non sento più come miei
perché tutto di me fa parte di un esterno forse ancora sconosciuto.
La mia posizione non è ancora definita in questo esterno
e parto sempre svantaggiata.
Leader o merda?
La leader non sono capace di farlo,
ma mi piacerebbe,
mi piacerebbe un casino.
La merda sono capace di farla,
ma non mi piace,
non mi piace per niente.
O forse si è comunque e sempre unici
senza correre il rischio di perdersi nell’omogeneità di tutti gli altri.
La partecipazione è comunque e sempre un rischio,
ci si può perdere come sta succedendo a me,
non ci si trova più,
non ci si sente più
perché importante è stare con gli altri,
sentire gli altri,
essere con gli altri nelle attività mie e degli altri.
Ma io,
io quella di sempre,
quella che conosco o credo di conoscere da anni,
quella che sente l’angoscia e che vive il nero come unico spazio,
quella che è tutto e quella che è niente,
quella che preferisce essere niente
perché il niente è l’unica cosa possibile,
un’assenza assoluta eppure una presenza,
un essere in tanti da tutte le parti senza esserlo,
un eppure niente,
insomma io dove sono?
Si, forse mi trovo in una posizione scomoda,
forse la mia è una posizione scomoda,
ma è meglio così sicuramente,
perché adesso la mia posizione è più funzionale
o comunque adesso ho più possibilità di arrivare da qualche parte.
Partecipare alla vita è sempre più funzionale,
perché la vita è fatta per essere vissuta e non per essere sfibrata,
ma credo che per vivere la vita
bisogna essere in equilibrio con se stessi e con gli altri
e io non sono in equilibrio con me stesa
e forse non lo sono nemmeno con gli altri.
Non lo sono con me stessa
perché comunque sento che c’è una parte di me che sta dietro a tutto
e che forse si fa avanti solo qualche volta quando scrivo,
quando mi sento triste o nervosa,
quando mi vengono le mie cose,
quando vado al supermercato per comprare la fesa di manzo.
Forse è così che devono andare le cose,
devo trovare a quella parte di me uno spazio adeguato e compatibile,
devo trovarle la misura giusta,
devo lasciarla vivere qualche volta e nella giusta misura
perché non vada a invadere tutto.
Questa invasione potrebbe essere distruttiva,
se non per me, per le relazioni che ho con gli altri.
Ma sai una cosa?
Qualche volta mi manca questa parte di me,
perché sono io comunque
e questa sua presenza in sordina dietro i pensieri,
dietro la pancia a botte,
dietro il sedere a cofano,
non mi fa stare bene
perché mi fa sentire nell’esigenza di sentire,
di sentire più me stessa,
di sentire dove sto andando e non di andare e basta,
perché io e lei siamo corpo e mente, materia e spirito
e non può funzionare il corpo mentre la mente si sente triste,
non può funzionare la materia mentre l’anima si sente in fallo.
La mia mente è divisa tra due correnti di pensiero,
una di tutti i giorni che nasce con l’euro e che sembrerebbe funzioni,
una che sta dietro e osserva
e che forse si sente anche trascurata.
La mia anima è malata di peccato
perché la mia materia ha tanto peccato in parole, omissioni e opere
e forse si sente inadeguata agli entusiasmi dell’unità europea
o della fesa di tacchino impanata alla milanese.
La mia materia ha peccato e la mia anima si è ammalata.
Questa è la verità,
la mia verità,
la mia elementare verità.
Infatti io sono fatta dei quattro elementi.
Il mio corpo è la terra,
il mio spirito è il fuoco,
la mia mente che funziona è l’acqua,
la mente che contempla è l’aria.
Tutto questo fa parte di un unico pianeta
e l’unico pianeta è l’essere umano
e io sono un essere umano.
Si,
siamo fatti così
e nello spazio c’è spazio per tutti.
Importante è vivere in armonia con tutte le nostre parti
e dare a ognuna lo spazio giusto.
Ma non è sempre facile.
So mettere tutto a far parte di un gioco armonioso,
ma a volte funziona a settori e uno esclude l’altro.
Ci si sente facilmente un tutto unico di notte,
quando tutto tace e il buio occulta le parti,
ma la luce del giorno porta con sé la disgregazione
ed ecco che allora si diventa un corpo che funziona,
uno spirito che dorme,
una mente che viaggia come l’euro in Europa,
un pensiero che è agli albori
e partecipa alle relazioni con tutti gli elementi.
Così inevitabilmente c’è un’altra me stessa
che si sente esclusa e che osserva tutto,
non una sola me stessa
ma tante me stesse che sentono e che osservano.
Lo psichiatra dice
che l’identità dell’essere umano non è assolutamente monolitica,
ma è costituita da tante parti,
da tanti modi,
da tanti modelli.
E allora va bene così,
sono nel giusto
e sono nel normale.
Ti ringrazio,
amore mio,
perché mi dai la possibilità di riflettere
e di stare bene nella mia confusione,
perché mi dai la possibilità,
scrivendoti,
di mettere ordine nel mio piccolo caos anche da sola e senza farmaci,
soltanto con la certezza che comunque tu ci sei.
Ciao, sempre tua Antonia & Antonia,
l’unica e la doppia.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, 30, aprile, 2002

IO SO

So che hai un amore per le mani,

le tue mani,

non solo le tue mani,

so che hai un amore per la testa,

la tua testa,

non solo la tua testa,

so che hai un amore per il collo,

il tuo collo,

non solo il tuo collo,

so che hai un amore per Modigliani,

Mody,

non solo Modigliani,

so che hai un amore per gli occhioni,

i tuoi occhioni,

non solo i tuoi occhioni,

so che hai la giovinezza per il corpo,

il tuo corpo,

non solo il tuo corpo,

so che hai per me la morte che verrà

e avrà i tuoi occhi.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere 11, 01, 2022

 

DIALOGO DI UN CONTASTORIE E DI UN TERZO PASSEGGERE

Anankè,
mio caro Democrito?
Dimmi orsù,
o brutto cagnaccio materialista di Abdera,
di questa eterna naturale Necessità
che tende i rigogliosi atomi verso la vita del nostro Tutto
e li combina in colossali e variate fusioni
come uno chef vanaglorioso e volgare
che insulta dagli schermi televisivi
la memoria delle nostre gloriose madri
con l’inciuciare il superfluo e il banale
in un piatto di oscure tendenze e di incerte disposizioni.
Dimmi orsù,
o rude composto di morbida carne,
di quest’anima materiale coesa,
di questa materia animata intrippata
e sempre in odore di universale santità.
Dimmi, orsù e suvvia,
di questo umano travagliato peregrinare
che ottunde e disgrega il composto degli atomi
con il peso degli anni e la malasorte dei borghesi politicanti
e lo destina a quella Morte da cambiamento d’insieme
come in un nuovo arredamento d’ambiente
nel migliore showroom di Nervesa della Battaglia,
quello propinquo al cimitero monumentale della vittoriosa guerra 15-18,
la Guerra Granda,
dove Pasquale Squillaci da Siracusa riposa
con le sue ossa rotte e il baricentro sfondato da una crucca granata.
Dimmi orsù,
caro il mio filosofo materialista del cazzo,
dell’angoscia del tempo che verrà
in questa breve stagione di vita mortale
che tarda a veder l’oblio del risveglio,
che s’inarca nel cielo stellato delle tre sorelle,
Cloto, Lachesi e Atropo,
colei che fila,
colei che intreccia,
colei che taglia,
le ineffabili Moire che abitano quel Cielo
dove Orione pose li suoi riguardi
e i suoi intrighi erotici luminosi:
tre stelle in fila e sempre disposte.
Dimmi orsù,
o generoso benefattore della tua angoscia,
dimmi dell’attesa del Nulla eterno
e della malattia mortale di Epicuro e di Soeren,
di Martin e di Jean Paul,
della follia da fantasma di morte di Friedrich
quando abbraccia in piazza Savoia
il cavallo frustato dal nerboruto infame cocchiere,
dimmi di coloro che hanno fatto senza viltà il gran rifiuto,
come Cesare e Cesarina,
come Michele e Michelina,
come Luigi e Gabriella,
come tutti quelli che l’animo schiudono alla buona novella
al pensiero che gli atomi sono ciambelle con il buco.
Dimmi soltanto
se si tratta di nobili unità senza parti,
uniche ed eccezionali,
diverse per forma, posizione e ordine,
come spiegò l’insigne Stagirita
prima di essere eletto nell’agorà di Roma
nella lista dei fancazzisti e dei crumiri,
nella lista degli sposi e dei firmati,
nella lista dei chirurgi estetici
e degli esteti castrati dalle madri.
Dimmi,
o gran figlio di una mignotta,
se il tuo Tutto inizia da una spruzzata
di sangue mestruale e di merda infantile
nell’ampio lenzuolo bianco
che la Carmela da Calascibbetta ha steso sul suo letto verginale
per dimostrare domani al mondo la sua verginità
e la sua capacità di concepire bambini felici.
Ma tu insisti e persisti
nel dire che è tutta una questione di atomi
e io non reggo più le prediche dei preti
in quest’Italia garibaldina e a misura di talent scout.
Io,
intanto e per gradire,
ascolto Quinto Orazio Flacco,
l’epicureo romano de Venosa,
il basilisco de Roma
che fa il tifo per la società sportiva Lazio,
il football club della via Prenestina,
là dove i bambini e le bambine giocano
con palle di ruvida pezza,
con palle di gomma bianca e puzzolente.
All’uopo e alla bisogna dice il suddetto:
“aequa lege Necessitas
sortitur insignis et imos,
omne capax movet urna nomen.
La Necessità con giusta Legge
trae a sorte i grandi uomini e gli umili;
l’urna capace agita ogni nome.”
La Necessità è l’Anankè
e l’Anankè non è il Fato,
non è la Parola che è stata detta,
profferita,
sigillata,
l’inequivocabile Verbo incarnato e imposto
semplicemente perché è la sola e l’unica Verità.
La Necessità è nei corpi
che anelano quel divenire
che conduce alla Morte:
punto e basta!
Dimmi allora dell’Uomo,
del suo Verbo.
Dimmi anche del gatto Coraggiosetti
e del suo Verbo miagolato in moduli ironici
o in caselle contrassegnate degnamente da Arcaplanet.
Quali Parole e quale Anankè
in noi miserabili umani che uccidiamo un povero rapinatore,
anche due alla bisogna e all’americana,
senza colpo ferire
e inneggiando alla sacralità della proprietà privata?
Quali Parole e quale Anankè
nel gatto Pietro sempre in cerca di potta
negli anfratti del suo podere di tre tummini
e negli scaffali di Amazon & compagnia cantante?
Ma tu non parli
e sei sordo alla mia gioia,
tu non parli
e sei muto al mio cantare
di uomo che sogna
e sognando trascolora
in attesa del sogno ultimo e dell’ultimo sogno,
il Bardo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 30, aprile, 2021

LA VOLTA CELESTE

Mi viene voglia di vivere,

vivere per sempre,

in eterno,

non vivere così e così,

tanto meno al meglio delle condizioni date,

come dice il mio dottore,

vivere,

vivere bene,

vivere alla grande,

vivere sul pezzo e sul mazzo,

vivere senza malinconia e senza gelosia,

vivere finché c’è gioventù nella vecchiezza.

C’è questa Cosa immantinente,

questo Ca immanente e trascendente che è la Vita,

un alito eterno che attraversa i corpi

e vola verso il cielo stellato,

verso l’ultimo degli ultimi orizzonti infuocati della Gigante rosa

in odore di Nana bianca.

Il nostro corpo è in prestito.

Lo dicono tutte le Chiese.

Lo dicono le pensioni da fame dell’ENPAP.

Ci pensi?

Come racconti tu questa storia,

nessuno al mondo.

Come te non c’è nessuno,

così unico e solo.

La presto volentieri questa carcassa,

o amato cuore in un disio d’amante.

Eppure,

vorrei tanto guardare dentro i tuoi occhi

e chiudere i miei tra le tue braccia.

Grazie per la grazia degli intrecci,

grazie per l’assenza dell’asprezza,

grazie per la terra grassa e morbida,

grazie per le parole che mi fanno pensare

a quanto senso ha un fuoco acceso

e qualcuno accanto che racconta,

mentre ai bordi del perimetro del mondo

i lupi attendono il loro pasto con pazienza.

Grazie.

Io sono quella là,

quella della provincia dell’impero

in un mondo di stelle senza fine:

la volta celeste,

la stella del nord,

la stella del sud.

Il Sole ha ingoiato Mercurio e Venere.

La Terra ha chiesto asilo a un altro sistema.

Speriamo,

speriamo che gli idioti non sparino sui poveri gommoni alla deriva.

Sava

Carancino di Belvedere, 20, 06, 2021