EROS E TANATHOS

TRAMA DEL SOGNO

“Sono in una macchina insieme ad altre due persone: una è la mia fidanzata, che siede nel sedile passeggero anteriore e l’altra persona è l’autista: uno sconosciuto, calvo, dallo sguardo di ghiaccio.

Io siedo nel sedile posteriore.

Io e la mia fidanzata iniziamo a discutere e alziamo i toni della voce. L’autista caccia una pistola e le spara tre colpi al corpo.

Lei non muore, ma resta ferita e ci ritroviamo in una casa lussuosa, in una Sicilia gattopardiana e io mi scuso con lei continuamente per aver provocato questa situazione.

Lei è ferita e sanguina molto, ma è capace a stare in piedi e parlare. È un po’ offesa e un po’ arrabbiata, ma in fondo sembra che possa perdonarmi.

Io intanto sono nudo e mi vergogno.

Ad un certo punto in stanza entrano sua sorella (mia cognata) e un’amica di sua sorella ed io mi nascondo dietro il tavolo perché sono completamente nudo.

A questo punto mi sveglio, molto turbato, e non prendo sonno prima di un’oretta.”

Questo sogno è di Oneiro.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Sono in una macchina insieme ad altre due persone: una è la mia fidanzata, che siede nel sedile passeggero anteriore e l’altra persona è l’autista: uno sconosciuto, calvo, dallo sguardo di ghiaccio.”

Oneiro è il nome scelto dal protagonista di questo apparentemente languido psicodramma e si traduce “onirico”, “sognante”, “subliminale”, “crepuscolare”, “fantasioso”, “inconsapevole”, “trasognato”, “felliniano”. L’interpretazione del sogno dirà anche se la scelta del nome è del tutto casuale o è attinente ad alcuni tratti della struttura psichica di Oneiro, alla sua “organizzazione psichica reattiva”, alla sua formazione psichica evolutiva. Dopo questa iniziale scommessa diventa interessante l’immersione nel mondo profondo di Oneiro.

La “macchina”, è ormai risaputo, simboleggia la sessualità con i suoi meccanismi neurovegetativi, spontanei e naturali, quasi meccanici, dal momento che l’azione dell’Io è notevolmente ridotta a causa della pulsionalità istintiva che governa e contraddistingue l’umana funzione sessuale.

Oneiro è in piena tresca erotica e sessuale con “altre due persone”. Meglio: Oneiro sogna di vivere la sua sessualità portandosi dietro due “immagini” elaborate nel tempo e per la precisione si tratta della “immagine della donna” rappresentata nella figura della sua “fidanzata” e la “immagine dell’uomo”, “l’autista” automatico, aggressivo, senza idee, freddo, glaciale, il maschio che guida la macchina e che si accompagna alla sua fidanzata. Insomma, Oneiro sta rivisitando in sogno le “immagini di sé” come parte della coppia e durante l’amplesso erotico e sessuale, nei preliminari del coito, nella dimensione intima e privata, la vita a modo suo “amorosa”. Oneiro sta osservando se stesso e nello specifico i modi di relazionarsi eroticamente e sessualmente con la sua “fidanzata”. In questa naturale e primaria operazione difensiva di “sdoppiamento dell’imago”, meglio “proiezione”, Oneiro scopre quella “parte psichica di sé” caratterizzata dalla calvizie o carenza depressiva di idee e di progetti, dallo “sguardo di ghiaccio” o freddezza affettiva e ridotto coinvolgimento sessuale, nonché poche prospettive progettuali. Insomma Oneiro è “sconosciuto” a se stesso, “uno sconosciuto”, uno strano “sconosciuto” perché teme di essere “l’autista” e sa di essere “l’autista”, un uomo che guida i meccanismi della sua macchina sessuale senza il naturale coinvolgimento e la dovuta partecipazione: “l’homme que regarde”. Oneiro vive male se stesso e la sua donna, “fidanzata”, a causa dello “autista”, quell’uomo “sconosciuto”, “calvo e dallo sguardo di ghiaccio”. Oneiro non si accetta e, allora, in sogno si sdoppia e di “proietta” in questa “immagine negativa di sé” per continuare a dormire e non cadere nel risveglio con l’incubo. Ricordo che quest’ultimo si attesta nella coincidenza del “significato latente” con il “significato manifesto” del sogno.

Per adesso e fin qui la decodificazione può già bastare al fine di operare le giuste riflessioni, ma andare avanti è necessario, oltre che degno di curiosità e interesse.

Io siedo nel sedile posteriore.”

Oneiro è sornione, psichicamente difeso, “siede nel sedile posteriore”, si guarda quando fa sesso o fa l’amore che dir si voglia, si osserva per bisogno di essere formalmente a posto e secondo i suoi bisogni soggettivi e le sue necessità personali, si defila nelle retroguardie per potersela svignare al momento opportuno e dire a se stesso “quello non sei tu”. In effetti, l’uomo seduto “nel sedile posteriore” è “l’immagine positiva di sé”, la “parte positiva del fantasma” della sua persona, la “rappresentazione di sé” vissuta ed elaborata nel corso della sua formazione ed evoluzione psichiche: un uomo che teme di essere come “l’autista” della macchina, sessualmente freddo ed affettivamente gelido, e che si scinde e si osserva al fine di evitare di essere quello che teme. Ricordo che il “fantasma” è la rappresentazione primaria legata alla modalità del pensiero infantile e che la “scissione delle imago” è un “meccanismo primitivo di difesa dall’angoscia”. Oneiro, quindi, in riguardo alla sua vita sessuale, usa queste modalità e questo meccanismo, entrambi risalenti all’infanzia. Niente di negativo, tutto normale e possibile, ma di certo l’evoluzione è stata bloccata in questo settore delicato della vitalità umana come la sessualità e soprattutto è stato compromesso il coinvolgimento erotico e sessuale con una donna. In specie, se è la “fidanzata”, la questione relazionale e umana si complica per entrambi i soggetti in questione, il fidanzato e la fidanzata. Quest’ultima, in particolare, deve stare in questo gioco dinamico difficile da comprendere e far proprio.

Io e la mia fidanzata iniziamo a discutere e alziamo i toni della voce. L’autista caccia una pistola e le spara tre colpi al corpo.”

Come non detto!

Ecco la suddetta questione papale papale, precisa precisa!

Neanche un indovino avrebbe potuto prevedere tutto questo, ma la Psicoanalisi del sogno certamente è di casa in questi intrighi relazionali di cui non si parla con nessuno e spesso neanche con il partner.

Traduco il capoverso così significativo ed esplicativo.

Oneiro discute con se stesso e si pone il suo problema traslandolo per difesa dall’angoscia nella fidanzata al punto che la fa arrabbiare e gridare: “alziamo i toni della voce”, perché il problema personale e, di poi, relazionale non è da poco, è grande, anzi è colossale, dal momento che la “parte psichica negativa” di Oneiro, la rappresentazione fredda e anaffettiva, istruisce un coito violento: “caccia una pistola e le spara tre colpi al corpo”. Insomma, non siamo mica combinati bene, se, quando si fa l’amore o il sesso o si penetra la vagina o si è in intimità con la propria fidanzata, ci si spoglia di qualsiasi calore affettivo e dolcezza relazionale e si diventa un freddo frequentatore del bordello di Malta, un uomo asettico, freddo, glaciale, senza le qualità umane e sessuali che la circostanza e il ruolo richiedono. Non si può andare a letto con la propria ragazza e trattarla come un pezzo di legno su cui intagliare le tacche dei propri trofei. La donna non è il calcio della tua pistola. Tutto questo non si può fare in primo luogo per se stessi, perché è la chiara prova che non ci si rispetta e non si rispetta. Insomma, Oneiro, per dirla con Freud e la sua dottrina, è in piena “fase narcisistica” e fa sesso con se stesso andando a letto non soltanto con la sua fidanzata, ma anche con l’autista. “Queste son situazioni di contrabbando”, canta ancora dal cielo stellato Enzo Iannacci in “Messico e nuvole” a proposito del divorzio. Si va a letto in tre e chissà quanti altri “fantasmi” innominati e non riconosciuti si intrufolano tra le lenzuola di un motel o sui sedili della mitica “cinquecento”. Insomma, non si può trattare di merda la fidanzata facendola sentire nell’intimità sessuale e affettiva una parte poco importante del corredo e dell’arredamento.

Dal faceto, non tanto faceto, andiamo sul serio, non tanto serio come tutte le umane cose.

Il problema di Oneiro è in primo luogo l’angoscia del coinvolgimento affettivo con una donna, erotico e sessuale di conseguenza. Oneiro non opera investimenti di “libido genitale”, ma è fermo e conosce molto bene gli investimenti di “libido narcisistica”, quella che alla coppia fa solamente danno e arreca detrimento all’equilibrio psicofisico e relazionale. Oneiro deve maturare per poter stare in coppia da uomo, con il suo ruolo maschile, con la sua storia e la sua formazione evolutiva. Proprio quest’ultima abbisogna di essere portata avanti nella “posizione psichica genitale”, la dimensione donativa e generosa verso di sé e verso il partner, la relazione matura e completa che non ha bisogno di altro, se non del piacere reciproco di avere un piacere completo di ordine sessuale e soprattutto affettivo. In sintesi: Oneiro fa sesso con la fidanzata e non è soddisfatto della sua persona e della sua prestazione, nonostante la pistola, chiaro simbolo fallico, e “i tre colpi sparati al corpo” e non all’interezza della persona che risponde formalmente al ruolo di sua “fidanzata”. Oneiro fortunatamente non è contento di sé e del suo virile operato che sa tanto di immaturità affettiva e di angoscia dell’investimento e del coinvolgimento. “En passant”, capita di solito tutto questo “bailamme” ai figli di mamme possessive che hanno impedito e bloccato l’evoluzione dei figli per i loro bisogni e le loro angosce depressive e abbandoniche. Naturalmente devono essere i figli a liberarsi anche se le mamme sono resistenti e restie a lasciarli volare fuori del nido e, tanto meno, ad affidarli ad altre donne. Tutto questo viene detto sempre “en passant”.

Lei non muore, ma resta ferita e ci ritroviamo in una casa lussuosa, in una Sicilia gattopardiana e io mi scuso con lei continuamente per aver provocato questa situazione.”

Oneiro è un uomo sensibile e colto. Oneiro ha fatto delle sue conoscenze e delle sue letture anche materia psicologica di identificazione e di identità psichiche. Oneiro si è parzialmente identificato nel corso della sua tormentata formazione in don Fabrizio Corbera, principe di Salina, duca di Querceta, marchese di Donnafugata, il Gattopardo. Oneiro ha letto o visto a suo tempo il capolavoro di Giuseppe Tomasi, a sua volta duca di Palma e principe di Lampedusa , “Il Gattopardo” per l’appunto, ed ha assimilato la figura burbera e severa, nonché sessualmente a suo modo attiva di don Fabrizio, quello che andava regolarmente dalle “benefattrici” in quel di Palermo e che faceva tirare giù tutti i santi del Paradiso alla moglie Maria Stella quando le toccava sottostare, nel senso concreto della parola, al corpo monumentale del marito principe e in crisi per astinenza sessuale, più che erotica e affettiva. Del resto, don Fabrizio Corbera è la classica espressione del Narcisismo decadente e sornione che si arrende soltanto alla Morte e non al Mondo, è un uomo che non concepisce gli altri come persone su cui investire sensi e affetti, “libido”, gente da amare insomma. Don Fabrizio non ama neanche i suoi figli, è attratto soltanto dalla sua immagine giovanile “proiettata” nel giovane nipote Tancredi. Con i propri figli don Fabrizio è di una freddezza glaciale, con la moglie esercita il diritto sessuale più bieco e atavico, lo scarico animale della “libido narcisistica”. Oneiro si scusa con la sua fidanzata e la illude compensandola con una “casa lussuosa” e con i beni di consumo venale, ma non è contento in primo luogo di se stesso con se stesso, per come tratta se stesso in questa circostanza affettiva e sessuale, non è contento di come vive e gestisce la sua vita e la sua vitalità. Oneiro ha la consapevolezza che “questa situazione”, questa “modalità psichica narcisistica” di porsi con le donne non va per niente bene e che va evoluta e portata a giusta maturazione. Decisamente e volentieri in coscienza mi ripeto e dico che Oneiro non è contento di se stesso. Ergo, si pone l’esigenza ineludibile di muoversi e di cambiare registro e spartito.

Meno male e viva l’Italia tutta intera, dalla Sicilia al Friuli!

Lei è ferita e sanguina molto, ma è capace a stare in piedi e parlare. È un po’ offesa e un po’ arrabbiata, ma in fondo sembra che possa perdonarmi.”

Oneiro si rende conto che la sua fidanzata o la sua “lei”, come la definisce da due capoversi, è offesa nella dignità di persona e soffre molto non soltanto a livello psicologico, ma anche a livello di equilibrio psicofisico, energetico o libidico. Oneiro si rende anche conto o si illude che la sua “lei ce la fa e ce la potrà fare, perché “è capace” di mantenere la schiena dritta e di comunicare la sua insofferenza e sofferenza “in primis”, perché ha una personale e originale vitalità di persona “ferita” e che “sanguina molto”. A tutti gli effetti si tratta di “proiezioni” di Oneiro nella sua “fidanzata lei”, è tutto materiale psichico dell’uomo che se la racconta a suo uso e consumo soltanto per non modificarsi e adeguarsi dignitosamente alla situazione di coppia. E’ proprio Oneiro che è offeso con se stesso da se stesso, è arrabbiato con se stesso, ma soltanto e sempre “un po’ e mai abbastanza per prendere consapevolezza e adire al cambiamento psichico e relazionale. “In fondo” si può sempre perdonare, assolvere in queste insolvenze e incongruenze. Oneiro sente che non va bene la sua “posizione psichica narcisistica” quando si trova con la sua “lei”, sente che ci vuole la “posizione psichica genitale” per amarsi e per amare, sa che la sua situazione psicofisica non è matura al punto di donarsi e donare, al punto di concepire il “dono” come la novità psichica della sua evoluzione: il riconoscimento dell’altro. Questo è il “dono” e non i soliti baci perugina o le caramelle di Annamaria Mazzini in “Parole, parole, parole”. Il “dono” è il riconoscimento dell’altro ed è il segno della maturazione psichica effettuata e assimilata. Adesso puoi essere anche padre, mio caro don Fabrizio Corbera, principe di Salina, duca di Querceta, marchese di Donnafugata, mio caro Gattopardo. Adesso non solo puoi amare Maria Stella, ma la puoi anche onorare della tua bella persona senza vanagloria e prevaricazione, senza raccontarsi la storia dell’uomo fatale e originale che girava per il mondo alla ricerca della sua “metà mela”. Quante stronzate sono state elaborate al fine dell’immobilità e sacrificate sull’altare della demenza televisiva e giornalistica.

Io intanto sono nudo e mi vergogno.”

Hai capito il perché, mio caro Oneiro, uomo del tempo andato e sognatore di un cielo stellato tutto tuo?

Finalmente “nudo”, finalmente Oneiro è innocente e senza difese, finalmente è privo degli inutili “meccanismi psichici di difesa dall’angoscia”, quelli che non servono e sono pericolosi per l’equilibrio psicofisico individuale e relazionale, dal momento che nessuno al mondo è un’isola bagnata o un asteroide ghiacciato. La nudità attesta della prima atavica consapevolezza dell’uomo chiamato Adamo e della donna chiamata Eva, la primaria “coscienza di sé”, il primo “sensus sui” possibile soltanto nel momento in cui si deroga dalla Legge del Padre e della Madre per diventare “auto-nomi”: “legge a se stessi”. Finché si è in minorità psicofisica, la nudità è possibile e praticabile. Puoi sempre dire a te stesso e agli altri che “non sapevi”, non eri consapevole, non avevi il gusto e l’olfatto di te, non avevi sentito la voce del potere, ma, quando ti accorgi di essere “nudo”, vuol dire che sei cresciuto e il voler stazionare nella posizione ingenua e innocente ti rende ridicolo ai tuoi occhi “in primis” e agli occhi degli altri “in secundis”. La vergogna è la vertigine della libertà. Mai sensazione e sentimento sono stati positivi e fattivi. Pudet, Oneiro pudet. Dopo aver istruito la competizione tra Eros e Tanathos, Oneiro si vergogna per tutto quello che non ha ancora scoperto di sé e non ha messo in atto, si vergogna del “non nato di sé, di tutto quello che poteva far nascere di sé e di cui ha impedito il venire alla luce. La “vergogna” è la latina “verecundia”, la molla che scatta nel momento in cui tu assumi sulle tue spalle il carico della tua natura di esistente e aspiri alla liberazione dalle dipendenze e in primo luogo le tue, quelle che ti sei costruito per difesa dal coinvolgimento con te stesso e con gli altri, quelle sovrastrutture ideologiche che ti bloccano in un ruolo gratificante e in un modo, tutto sommato, accettabile per continuare a vivere da solo insieme agli altri: una vita da Narciso in attesa di arrivare alla ingannevole fonte ed estrarre il pugnale o annegarsi della propria limpida acqua.

Ad un certo punto in stanza entrano sua sorella (mia cognata) e un’amica di sua sorella ed io mi nascondo dietro il tavolo perché sono completamente nudo.”

La tematica antica del “Genesi” ritorna a vivere nella fattispecie di un uomo nudo che cerca la sua identità migliore e di evolversi verso il “dono”, un uomo chiamato Adamo, pardon Oneiro, un uomo strutturato e difeso che prova disagio nel sentirsi nuovo e nella condizione buona per evolversi e migliorarsi: la perdita delle difese inutili da effettuare non soltanto nei riguardi della sua “fidanzata” o della sua “lei” a seconda della vostra bontà, ma nei riguardi dell’universo femminile, di tutte le donne del mondo, quelle che Oneiro ha introiettato sotto forma di sorella o cognata e di amica della sorella o cognata. Oneiro si porta dentro, “entrano in stanza”, un “fantasma della donna” che deve essere riconsiderato nella sua “parte positiva e negativa”, meglio che deve essere evoluto nella rappresentazione della donna e senza le distinzioni oppositive che da bambino, come tutti i bambini umani, ha elaborato sulle ali del suo “pensiero primario”, Fantasia, e sotto le sferzate dei “processi primari” che chiedono a qualsiasi infante di rappresentarsi quello che vive dentro, a dare forma alle sue sensazioni semplicemente per difesa dall’angoscia dell’indefinito e dell’indeterminato, l’angoscia di morte di cui tutti i bambini soffrono insieme all’abbandono. Oneiro è ancora fermo al “fantasma della donna” e si è arenato per difesa dalla donna nel suo “narcisismo”, “posizione psichica narcisistica” classica dei cinque anni di vita. Oneiro non è andato avanti con la rappresentazione concettuale della figura femminile e con la “posizione psichica genitale”, quella “donativa” di cui ho detto abbondantemente in precedenza, quella in cui farsi un “dono” significa far contento anche l’altro, quella che impone felicemente il riconoscimento dell’altro come persona a se stante nonché unica e irripetibile, quella che investe “libido genitale” ossia quella che gode in sintonia del godimento dell’altro, quella che impone empatia e simpatia nell’unisono dell’orgasmo. Insomma Oneiro ha tanta strada da fare nel suo cammino esistenziale. E poi il sogno non dice alcunché delle figure genitoriali.

Che genitori ha avuto e ha vissuto Oneiro?

Come ha elaborato la “posizione psichica edipica”?

Sono domande sostanziali e non peregrine o da programma televisivo di Bonolis o Scotti. Certo lo psicoanalista esperto e smagato ha già capito tutto, ma non si può interpretare quello che non compare nel sogno e che si subodora. Mi limito a dire che se Oneiro è fermo alla “posizione narcisistica” ha risolto la “posizione edipica” conflittuale con i suoi genitori in maniera narcisistica, è andato avanti nei vissuti verso i genitori privilegiando il suo Io e gli investimenti su se stesso anche in questo caso. E’ anche vero che i suoi genitori non l’hanno aiutato a superare lo stallo dello splendido isolamento e a lanciare il cuore oltre l’ostacolo. All’incontrario hanno goduto per i loro fantasmi depressivi di questa permanenza del figlio in ambito di splendido isolamento.

E allora, signori miei, cosa volete e cosa andate cercando?

Non vi resta che una donna capace di accettare la vostra arroganza narcisistica per le sue paure di abbandono e di solitudine e per le sue inferiorità e non certo perché è innamorata di voi.

E allora, caro Oneiro, cosa vai a nasconderti “dietro il tavolo”?

La tua nudità dice che è ora di mostrare il vero cazzo e il vero potere di non aver bisogno di esercitare il potere e in special modo sugli altri. Anche perché la psicodinamica non riguarda soltanto la relazione con la “fidanzata” o la “lei” e chicchessia di femminile, il discorso vale per tutte le relazioni. La modalità psichica è quella della relazione di Narciso mitico: io e me stesso. Speriamo che Oneiro resti completamente nudo come con le altre ragazze, che esca da “dietro il tavolo” e manifesti “urbi et orbi” dalla sua piazza barocca di che pasta è fatto un uomo chiamato Oneiro e che “in primis” lo mostri alla sua donna, una persona tenuta in poca considerazione e relegata agli umori e ai fantasmi del maschio narciso.

A questo punto mi sveglio, molto turbato, e non prendo sonno prima di un’oretta.”

Il sogno ha comunicato materiale importante e lo ha fatto in maniera abbastanza chiara, della serie chi vuol capire si accomodi e capisca pure, a conferma della psicoprofilassi propria della funzione onirica. Oneiro si rende conto che questo sogno non è stato invano come gli altri e che deve fare qualcosa per capire meglio se stesso senza difendersi ulteriormente e inutilmente. Questa presa di coscienza è dettata in primo luogo dalla qualità della sua vita e nello specifico della vita di coppia, sessualità inclusa, per cui nel sogno emergono quelle qualità dei “fantasmi” che Oneiro si porta dentro e che si riverberano su se stesso e sulla sua donna. Non trascuriamo il sacrificio psicofisico di sé, lo dicevo in precedenza, che una donna deve operare per tenere in vita una relazione con un uomo decisamente fermo alla “posizione psichica narcisistica”. Il turbamento di Oneiro è necessario alla luce dell’intensità e della qualità del sogno, ma è positivo soltanto se il protagonista non ci dorme sopra dopo un’oretta: “non prendo sonno prima di un’oretta”. La consapevolezza della psicodinamica è stata intuita, ma la “coazione a ripetere” e a perpetuare il solito rito con la fidanzata è in agguato, meglio, il rischio a perpetuarsi con le sue vecchie obsolete modalità fantasmiche e relazionali. Oneiro doveva svegliarsi del tutto e riflettere adeguatamente sulla comunicazione di servizio della sua psiche e ben valutare un processo psicoterapeutico di ristrutturazione e di ripartenza sulla strada della vita con una migliore qualità esistenziale e con una donna completa al suo fianco, con una relazione sana e non mutilata dalle mille attenzioni che il “narcisismo” costringe a riservare soltanto a se stessi.

Come si fa stare con gli altri, se dentro di te gli altri non esistono e fuori sono delle minacce per l’equilibrio del tuo Io ipertrofico?

Oneiro e tutti quelli che si sono arenati sulla “posizione narcisistica” daranno la giusta risposta al quesito non certo peregrino. Del resto, si tratta di andare avanti e di risolvere la relazione con il padre e la madre e di accorgersi dell’altro, dell’esistenza indispensabile dell’altro per il proprio benessere: “posizione edipica” e “posizione genitale”. Si tratta di imparare a riconoscere il padre e la madre come le proprie origini reali e simboliche, nonché di godere del dono da fare per provare il gusto di sé.

Cosa c’è di meglio di avere qualcosa da fare e da adempiere nella vita?

Non si morirà di noia, si penserà a stare bene e a non stare dietro alle mille vanità del grande fratello e dei glutei da esporre alle infezioni dell’infida sabbia nelle spiagge assolate e più che mai affollate dei nostri giorni.

Saranno gli effetti della clausura imposta e della repressione subita nel tempo del virus dei pipistrelli.

Bonne chance!

Un’ultima nota sul titolo val bene una Messa: Amore e Morte vanno a braccetto nel Mito, nel Rito e anche nel Sogno, a testimonianza della “coincidentia oppositorum” di cui ha detto sin dagli albori della Coscienza collettiva l’oscuro Eraclito.

Quale valenza accomuna qualità così diverse come Eros e Tanathos?

L’intensità psicofisica e null’altro, semplicemente perché tutto il resto è noia.

IL PADRE E IL BAMBINO

TRAMA DEL SOGNO

“Il sogno è il seguente: dapprima la visione parziale e notturna di un vecchio cimitero (pressoché monumentale, come in genere in altri miei sogni) consistente in una scala di pietra circondata da fittissimi arbusti. Alla base di essa, a destra, una cappelletta; in alto a sinistra un viottolo conduce ad un’altra cappelletta.

I miei genitori, specie mio padre che lavora al comune, mi raccontano un recente caso piuttosto strano, che molto rumore ha fatto nella nostra città: due morti, nello specifico quelli che riposano nelle due cappellette di cui sopra, hanno iniziato a decomporsi in modo abnorme.

Pare che abbiano essudato una placenta (?) la quale ha travalicato la cassa in cui sono racchiusi deteriorando orrendamente perfino le pareti interne delle rispettive cappellette, umide e scalcinate come per un lungo periodo di infiltrazioni.

I cadaveri stessi devono puzzare in maniera indicibile. Tutto ciò mi viene raccontato in Via Cavour, un viottolo del centro storico di ***. Da lì stesso, come nel pensiero, ho visione del cimitero. Provo addirittura a controllare sul mio cellulare come sia avvenuto un fatto del genere: leggo che è si raro, ma possibile.

Poi mi raccontano di un esperto chiamato da fuori per ovviare all’incidente dei cadaveri. Devono essere riesumati per potergli praticare l’asportazione degli organi interni, in particolare il cuore.

Mio padre immagina con commozione le esalazioni pestifere, di gran lunga superiori a quelle di un ordinario cadavere, che l’esperto dovrà affrontare.

Infine arriva quella che deve essere la rivelazione, ma che per la verità non mi scuote oltremodo, quasi ne fossi intrinsecamente a conoscenza: uno di quei morti, quello della cappelletta in alto è proprio mio figlio, mio figlio che è vivo, lo so, ma che ha pure un cadavere in quel cimitero.

Nutro ugualmente per lui gran pena. Penso infatti all’esperto, su come potrà mettere mano su quel corpicino decomposto, per strappargli il cuore, provando infine compassione anche per lui.

Vedo anche in scorcio l’interno della cappelletta. Quella che racchiude il corpo di mio figlio non è propriamente una cassa, ma una scatola quadrangolare piuttosto malridotta e rivestita da un foglio del genere pacchi regalo, di un azzurro a fiori sbiadito.

Come in una radiografia gialla riesco per giunta a vederne all’interno, pur se in maniera incerta, gli ossicini.

Rimprovero bonariamente i miei di non avermi detto subito la verità, anche se per il mio bene.

L’angoscia soffocante di questo sogno molto dettagliato, mi ha accompagnato per tutta la notte, in cui altri sogni, altrettanto chiari, mi riportavano alla mente il precedente, quasi ne fossero il proseguimento, ma in essi non sono più comparsi né cimiteri, né cadaveri.”

Valentino

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Il sogno è il seguente: dapprima la visione parziale e notturna di un vecchio cimitero (pressoché monumentale, come in genere in altri miei sogni) consistente in una scala di pietra circondata da fittissimi arbusti. Alla base di essa, a destra, una cappelletta; in alto a sinistra un viottolo conduce ad un’altra cappelletta.”

Valentino è una persona attenta e precisa, intellettivamente analitica e sensibile al particolare spaziale, sentimentalmente legato alla sua storia e alla sua formazione, affettivamente controllato nell’espressione della sua interiorità. Valentino sa anche essere formale, in linea con l’ambiente temperato delle tradizioni, con i valori annessi e connessi. La sua sensibilità si sposa senza stridore con l’autocontrollo e la freddezza, quando serve e quando non guasta, come lo zucchero nel caffè degli intenditori. Con questo bagaglio psico-culturale di fondo Valentino s’imbatte in sogno nella “visione parziale e notturna di un vecchio cimitero monumentale”. Traduco l’interazione dinamica dei simboli. Valentino ha una consapevolezza crepuscolare, razionalmente poco lucida e nei fatti incompleta, del suo materiale psichico “rimosso” e pervenuto, nel corso della sua esistenza, soltanto in parte alla coscienza dell’Io e all’opera di “razionalizzazione”, sempre dell’Io, semplicemente perché le sue “resistenze” psichiche lo hanno impedito al fine di mantenere un equilibrio psicofisico e la “omeostasi” tra pulsioni opposte. In questo modo si è stabilito, in certe congrue circostanze e sotto determinati stimoli, un conflitto nevrotico dovuto al “ritorno del rimosso” e alla necessità che quest’ultimo sia gestito dai vari “processi e meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia, sempre per garantire il miglior equilibrio psicofisico e per continuare a vivere. “La scala di pietra circondata da fittissimi arbusti” conforta l’interpretazione proprio con l’ambivalenza del salire e dello scendere, così come i “fittissimi arbusti” attestano del materiale psichico “rimosso” che non riesce a vedere la luce della coscienza e della consapevolezza. Valentino può “sublimare” la sua angoscia se sale questa “scala” e può “materializzare” la sua angoscia se scende questa “scala” che condensa la psicodinamica del suo cimitero interiore, il suo “fantasma di morte” e di inanimazione, di perdita e d’inerzia. Valentino sta sognando di sé, della sua “organizzazione psichica reattiva” e dei suoi conflitti psichici, al di là delle cause scatenanti che hanno portato all’elaborazione della trama del sogno. Ma ancora non è finita la “condensazione” del cimitero di Valentino. La sua attenta analisi precisa che “alla base a destra” c’è “una cappelletta”. Traduco: ho piena consapevolezza nei pensieri e nei fatti di un mio “fantasma di morte”, mentre dell’altro “fantasma di morte” che ho sublimato, la “altra cappelletta in alto a sinistra”, devo ancora avere consapevolezza perché in parte è rimosso e il processo di presa di coscienza non è spedito e agevole. Valentino ha bonificato la sua angoscia depressiva di morte con la “materializzazione” realistica e la “sublimazione”. Questi processi hanno funzionato nel contenere l’angoscia, ma non bastano perché dalle sue maglie sfuggono tensioni e conflitti che decisamente non dispongono a una buona salute psicofisica. Simbolicamente il “viottolo” non è la bella strada aperta della “razionalizzazione” di cui Valentino ha bisogno per risolvere il materiale “rimosso” ed evitare il “ritorno del rimosso”.

I miei genitori, specie mio padre che lavora al comune, mi raccontano un recente caso piuttosto strano, che molto rumore ha fatto nella nostra città: due morti, nello specifico quelli che riposano nelle due cappellette di cui sopra, hanno iniziato a decomporsi in modo abnorme.”

Il padre, autorità in proposito, accorre in aiuto a un figlio perplesso che ha vissuto traumaticamente le sue due perdite, “cappellette”, e ha usato “processi” di difesa dall’angoscia diversi. Valentino “proietta” sul padre la sua funzione razionale per capire i traumi che si stanno profilando in queste due perdite, in queste “due cappellette”. Il sogno si compiace di precisare che due lutti sono occorsi con due “fantasmi di morte” identici: l’inanimazione traligna nella decomposizione. Un lutto è stato “sublimato”, quello “sopra”, e l’altro lutto è stato concretamente vissuto, quello “sotto”. Un lutto è stato razionalizzato, quello a “destra”, l’altro lutto tende al dimenticatoio della rimozione, quello a “sinistra”. Le due “cappellette” sono ben servite. Pur tuttavia, Valentino non si accontenta dell’angoscia di morte come perdita della vitalità, ha bisogno di introdurre l’aggravante della decomposizione, un’angoscia che appartiene ai suoi vissuti dell’infanzia, che non è un’angoscia nevrotica di “castrazione” in superamento e risoluzione della “posizione psichica edipica”, conflitto con il padre, che non è un’angoscia borderline da “perdita d’oggetto”, solitudine interiore, ma è una pericolosa angoscia di “frammentazione”, disgregazione dell’Io, vissuta ed elaborata nei primi anni di vita. Decisamente Antonello si dice in sogno che nella sua prima infanzia sono intercorsi dei traumi che hanno favorito l’elaborazione di fantasie abnormi che avevano come tema un bambino morto e chiuso in una bara e dentro una “cappelletta”. In effetti non è “abnorme” la decomposizione naturale dei corpi, ma il racconto del padre e il “molto rumore” che ha fatto non nella città, ma dentro il piccolo Valentino, l’eco psichico che è risuonato durante l’evoluzione del bambino. Uno dei “due morti” è Valentino in persona, la rappresentazione fantasmica del suo corpo inanimato. Chiediamoci il perché di questo “fantasma di morte” così pericoloso. La risposta è duplice nella sua semplicità: o Valentino da piccolo ha assistito al funerale e alla tumulazione di un bambino e ha ricamato un bel trauma, o Valentino è stato sollecitato a elaborare progressivamente il trauma sullo stimolo dei racconti macabri dei genitori improvvidi, il padre “in primis”, che si trastullavano a terrorizzare il bambino e i suoi affini e simili. Il secondo è più pericoloso del primo perché ha innescato la Fantasia e l’amplificazione dei temi mortiferi, ha allargato a dismisura il “fantasma di morte”, che di per se stesso è assolutamente naturale nel primo anno di vita perché è il prodotto della modalità di pensiero dell’universo infantile. Eppure Valentino sogna il “modo abnorme” in cui un “trauma” di morte ha nutrito e nutre il “fantasma” di morte.

Pare che abbiano essudato una placenta (?) la quale ha travalicato la cassa in cui sono racchiusi deteriorando orrendamente perfino le pareti interne delle rispettive cappellette, umide e scalcinate come per un lungo periodo di infiltrazioni.”

La precisione semantica e la puntualità linguistica attestano del lavorio costante che la Fantasia di Valentino ha operato su questi temi della morte e dei corpi in orrenda metamorfosi. Crescendo, il bambino ha apportato le pezze giustificative al suo trauma e lo ha reso complesso e sofisticato con le normali e difensive esagerazioni del caso. Queste “cappellette” e queste “bare” sono dei contenitori e, di conseguenza, hanno una simbologia femminile e materna, appartengono al corredo psicofisico della Dea Madre, la Signora della Vita e della Morte. La “placenta” che essuda e che viene fuori dal grembo è la perfetta allegoria della Morte per parto, la metafora di un aborto che lascia conseguenze non soltanto psicologiche, ma anche fisiche nella persona che l’ha vissuto, la madre in primo luogo.

Quale psicodinamica e quale psicodramma si combinano in queste succose parole e in questi acrobatici concetti che descrivono e circoscrivono il sogno orrendo di Valentino?

Valentino ha subito un lutto e ha vissuto la frustrazione della sua paternità in maniera traumatica?

Valentino rievoca in maniera simbolica un episodio reale occorso nella sua infanzia alla madre o alla sua donna in età adulta?

Una “angoscia di frammentazione” è proiettata anche sulle “cappellette” con tutto il supporto della macabra decomposizione. Quest’ultima è una fantasia dominante di Valentino bambino sottoposto alle frustate del racconto degli adulti o a un fatto reale a cui ha assistito. E’ anche possibile nella ricchezza del sogno che Valentino abbia subito il trauma di una donna che faceva fatica a restare incinta e a darli un figlio, nonostante il lungo periodo di infiltrazioni, nonostante i tanti rapporti sessuali. E magari questa donna ha subito alcuni aborti che hanno reso l’attesa di un figlio tanto desiderata e contrastata. Il sogno dice chiaramente, senza precisare i particolari, la psicodinamica e il possibile svolgimento di questi fatti e di questi traumi. Resta assodata l’ambivalenza tra la realtà vissuta e l’elaborazione della Fantasia sul tema della maternità e della morte da parte di un contrastato e perplesso Valentino. Se consideriamo i “segni” linguistici, le parole e la semantica, i “significanti” e i “significati”, quello che vale per il solo Valentino secondo i suoi codici e quello che vale per tutti gli altri secondo la logica del vocabolario, si resta di stucco di fronte ad “abbiano essudato”, “ha travalicato la cassa”, “deteriorando orrendamente”, “cappellette umide e scalcinate” proprio per quei contenuti psicofisici a cui rimandano chi elabora e chi legge, Valentino e noi spettatori. E non si tratta soltanto di arte retorica in onore al “fantasma di morte”, di metafore, di metonimie, di sineddochi, di iperboli, di enfasi, è tutto anche secondo Natura, come Natura comanda Valentino ubbidisce e risponde.

A questo punto si spera in una migliore chiarezza della trama nel prosieguo del sogno per andare a bersaglio, almeno a un bersaglio grosso.

I cadaveri stessi devono puzzare in maniera indicibile. Tutto ciò mi viene raccontato in Via Cavour, un viottolo del centro storico di ***. Da lì stesso, come nel pensiero, ho visione del cimitero. Provo addirittura a controllare sul mio cellulare come sia avvenuto un fatto del genere: leggo che è si raro, ma possibile.”

Su queste due morti e su queste due “cappellette” Valentino ha maturato notevoli sensi di colpa che, purtroppo, non riescono a raggiungere la coscienza dell’Io per essere verbalizzati in maniera razionale e si fermano all’espressione simbolica: “i cadaveri devono puzzare in maniera indicibile”. Si conferma la tesi che Valentino da bambino ha sentito i racconti degli adulti su questi temi luttuosi e oltremodo impressionanti: “tutto ciò mi viene raccontato” in un luogo dove Valentino ha vissuto la sua infanzia. “via Cavour”. Il passaggio dal racconto all’allucinazione della Fantasia è immediato. Al racconto corrisponde in simultanea l’immagine del cimitero e l’elaborazione del tema tramite il controllo sul “cellulare”: passaggio dalla realtà alla sua allucinazione tramite la Fantasia e alla conferma tramite l’ausilio elettronico. La meraviglia di Valentino risiede sul fatto quasi magico che il pensiero e l’allucinazione vanno di pari passo. Al bambino raccontano un fatto tragico e il bambino ascolta, immagina, rappresenta dentro di sé, dà la luce alle scene e matura il suo personale “fantasma di morte”. E’ descritta in tal modo l’auto-confabulazione di Valentino infante sui temi traumatici raccontati dal padre e la ricerca di avvallo: “controllare sul mio cellulare”. Il ricorso ai tempi moderni e alla tecnologia dominante traduce il bisogno del bambino di capire e di razionalizzare. Ma Valentino non ha ancora gli strumenti logici perché è ancora un bambino. Valentino si è chiesto nel tempo come mai queste esperienze traumatiche siano capiate proprio a lui e si è reso conto dell’eccezionalità degli eventi e della verità dei fatti, siano essi racconti e siano essi allucinazioni. La Psiche è fatta così ed è anche ghiotta di narrazioni per riempirsi d’orgoglio e per pavoneggiarsi nel cortile di via Cavour.

Poi mi raccontano di un esperto chiamato da fuori per ovviare all’incidente dei cadaveri. Devono essere riesumati per potergli praticare l’asportazione degli organi interni, in particolare il cuore.”

Il bambino Valentino è stato affidato a uno psicologo, è stato portato da un “esperto” di traumi che possa curargli l’azione nefasta del “fantasma di morte” che tanto sconquasso ha procurato nel suo animo. Questi medici della psiche sono personaggi strani e non se ne vedono in giro specialmente nei tempi andati e in certi contesti refrattari alla Psicologia come l’Italia del recente passato. Questi esperti vengono “da fuori” e possibilmente dal Continente. Così diceva mia nonna Lucia negli anni sessanta in quella Sicilia fatta, come sempre, a modo suo in mezzo al Mediterraneo e con un piede in Africa e un piede in Italia. “L’incidente dei cadaveri” si può risolvere tramite la presa di coscienza del trauma subito: “devono essere riesumati”. Ma non basta, al trauma deve essere asportata la carica nervosa, l’intensità emotiva che lo tiene in vita. Ecco la psicoterapia analitica: la “razionalizzazione” del trauma o del lutto. Bisogna sviscerare i vissuti sul tema della morte e in particolare risolvere la paura e l’angoscia, i valori emotivi e neurovegetativi che tengono in vita il trauma subito e allucinato per naturale necessità difensiva. Bisogna raffreddare la carica allucinatoria e razionalizzare le esperienze che hanno portato il bambino a tanta sofferenza. A tal proposito ricordo che mia madre nel 1954 mi portò da una donna anziana per curarmi “u scantu”, la paura, e la pagò con mezzo chilo di pasta, ditalini rigati per la precisione del rinomato pastificio Conigliaro presso la borgata di Siracusa. Erano tempi eroici in cui l’infanzia era sottoposta a logorii psichici di varia natura e di una certa entità da una cultura rimasta fascista. Del resto non poteva essere diversamente perché la Cultura, come la Psiche, ha tempi evolutivi più lunghi di quelli politici. Eppure lo psichiatra e la maga erano presenti, sia pur nella loro stranezza e in concorrenza ai preti dalle nere tonache svolazzanti per le strade, a testimoniare le sponde opposte del mar Mediterraneo.

Mio padre immagina con commozione le esalazioni pestifere, di gran lunga superiori a quelle di un ordinario cadavere, che l’esperto dovrà affrontare.”

Il padre di Valentino è stato sensibile alla Psicologia e alla psicologia del figlio, dal momento che era consapevole dei danni che i traumi in riguardo ai morti procurano ai bambini e a suo figlio nello specifico. Le “esalazioni pestifere” sono proprio gli effetti dolorosi che dal Profondo psichico affiorano alla coscienza quando la “rimozione” non funziona: “ritorno del rimosso”. Di poi, bisognerà “razionalizzare” e comporre il materiale emerso destituendo la carica nervosa implicita. Questo breve capoverso è l’allegoria di un trattamento psicoterapeutico a orientamento psicoanalitico: dall’Inconscio al Conscio del primo sistema psichico freudiano, dall’Es all’Io del secondo sistema psichico sempre freudiano, dal Profondo rimosso all’Io. Il comandamento esige di riportare alla luce della coscienza il trauma dimenticato ma presente sotto forma di sintomi nel bambino e nell’adulto. Il padre di Valentino ha avuto la sensibilità di far curare il figlio ammalato di un male per quei tempi ambiguo e avvolto dal pudore e spesso dalla vergogna. Quello di Valentino non è stato del resto un semplice trauma che ha maturato un “fantasma di morte”, è stato più intenso e delicato: “le esalazioni erano di gran lunga superiori a quelle di un ordinario cadavere”. Sia dato ulteriore merito alla sensibilità del padre di Valentino. Degna di nota è l’espressione linguistica “ordinario cadavere” a cui si associa la necessità di una figura straordinaria, di un “esperto” con i controcoglioni.

Infine arriva quella che deve essere la rivelazione, ma che per la verità non mi scuote oltremodo, quasi ne fossi intrinsecamente a conoscenza: uno di quei morti, quello della cappelletta in alto è proprio mio figlio, mio figlio che è vivo, lo so, ma che ha pure un cadavere in quel cimitero.”

Valentino è padre e non si “scuote” di fronte al riconoscimento del figlio morto che è vivo e che si trova nella “cappelletta in alto”. E’, oltretutto, consapevole di questa assurdità logica da film di Totò e Peppino nel meraviglioso Neorealismo italiano degli anni cinquanta. Valentino esterna ed esibisce una consapevolezza sbalorditiva su quello che sta dicendo e affermando. E ha pienamente ragione, perché, mentre dorme, sogna secondo la Logica onirica e non secondo la Logica di Aristotele, quella che usiamo da svegli, quella che afferma che A è A e non è B. Cerco di coordinare e sintetizzo al meglio il quadro psichico ed esistenziale tempestoso. Valentino è padre, Valentino ha un figlio verso il quale nutre una profonda aggressività per motivi che per il momento non si evidenziano e questa carica nervosa la sublima, tant’è vero che il figlio si trova nella “cappelletta in alto”, di cui si è detto al momento opportuno e in precedenza. Per questo motivo non si scompone e non si adombra, perché in sogno sa che il figlio è simbolicamente morto in quanto aggredito dal padre e nella realtà è pienamente vivo e non è ben vissuto sempre dal padre. Più chiaro di così non si può, neanche con il Vetril. Però, una domanda sorge spontanea presso il popolo moralista ed è la seguente: come fa un padre a essere aggressivo con il figlio? Nelle buone parrocchie è lecita, ma nel consorzio psicoanalitico la domanda è sciocca semplicemente perché i sentimenti di amore e odio contraddistinguono la psicologia dei genitori, madre e padre senza esclusione di colpi. E come si spiega? I genitori hanno ripetuto o commutato nell’opposto il comportamento e l’atteggiamento che i genitori hanno avuto nei loro riguardi quando erano bambini. I genitori ripetono o convertono le loro matrici dimostrando di non essere autonomi dalle figure genitoriali e di non aver cercato la loro dimensione libertaria dai condizionamenti del passato e di queste figure oltremodo importanti e significative. Ancora: Valentino nutre un sentimento d’odio e di aggressività nei confronti del figlio anche per la sua “organizzazione psichica”, per la sua formazione. Sappiamo che Valentino aveva un buon rapporto con il padre anche se quest’ultimo poteva essere inquisito per avere terrorizzato il figlio in maniera maldestra raccontando di morti, di decomposizioni magiche, di placente fuori dalla bara e altro materiale tempestoso che sta bene nei film di Dario Argento e non in una normale famiglia di una città italiana. Notiamo il processo di difesa della “sublimazione” che rende nobile il sentimento negativo del padre verso il figlio, vissuto che resta incarcerato nel Profondo e quando Valentino dorme e sogna viene fuori senza colpo ferire e specialmente se è trainato da una causa scatenante, da un “resto diurno” come lo definiva Freud. Inoltre, la rivalità padre-figlio richiama la “posizione edipica”, uno stato psichico che vede il figlio insidiare il padre nel possesso della madre. E’ un conflitto per il possesso e per l’esercizio psicofisico della figura femminile, il conflitto “edipico” di Valentino si riproduce nel conflitto edipico del figlio, psicodinamica che il padre conosce bene e che possibilmente non ha ancora risolto, per cui Valentino proietta nel figlio la sua insofferenza nei riguardi del padre al tempo in cui ambiva alla conquista della madre. Può anche succedere che il padre nutri invidia verso il figlio a livello affettivo e viva il figlio come l’oggetto degli investimenti della moglie e come il rivale che gli porta via una congrua razione di affetto. In ogni modo Valentino manifesta nel sogno questa sua dimensione affettiva immatura e questa competizione innaturale nei riguardi del figlio. Questa aggressività si manifesta nella “cappelletta” sublimata che contiene la bara, che a sua volta contiene il corpo del figlio in eccezionale decomposizione.

Questa è la vera Rivelazione, quella che “non scuote oltremodo” per la sua naturale consistenza.

Nutro ugualmente per lui gran pena. Penso infatti all’esperto, su come potrà mettere mano su quel corpicino decomposto, per strappargli il cuore, provando infine compassione anche per lui.”

Il padre ha portato dallo psicologo il figlio in piena crisi psichica per l’emergere del trauma legato alla morte e prova un sentimento di “compassione”, una sofferenza che condivide con il figlio e con lo psicologo per il compito arduo che ha quest’ultimo di “strappargli il cuore”, di deprivare l’emozione affettiva dal mero fatto della morte. Lo psicoterapeuta ha il compito di aiutare il bambino a raffreddare il trauma per consentirgli di riprendere le normali attività della sua vita senza l’aggravio emotivo del trauma della morte, la famigerata angoscia. La sensazione e il sentimento della “pena” sono simbolicamente le “proiezioni” della “pietas” nei riguardi del figlio, del riconoscimento del dolore del figlio per quanto gli è occorso di altamente traumatico nell’infanzia, per questo “fantasma di morte” che gli è capitato tra capo e collo nel momento in cui non poteva e non sapeva gestirlo a causa della sua età. Il padre si è messo sulle spalle il figlio strappandolo alla sicura morte nell’incendio di Troia. Il figlio si è messo sulle spalle il padre strappandolo alla sicura morte nell’incendio di Troia. Cambiando l’ordine dei fattori il sentimento della “pietas” non cambia.

Una domanda, a questo punto, sorge ancora spontanea: Valentino sta parlando di suo figlio o di se stesso e della sua storia traumatica?

Buona la seconda. Dimenticavo: il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia che scinde l’affetto e l’emozione dal fatto e dalla rappresentazione si definisce “isolamento”. Lo psicologo esperto lo aiuterà a scindere il trauma nel fatto e nell’angoscia, meglio, aiuterà il bambino a rievocare e dare parola al trauma e a liberarsi delle sue emozioni dolorose: “catarsi” aristotelica di greca memoria. Procediamo in questo gioco onirico di rimpallo e di rimando tra padre e figlio, dialettica che ha sempre un unico attore protagonista, colui che sogna: Valentino.

Vedo anche in scorcio l’interno della cappelletta. Quella che racchiude il corpo di mio figlio non è propriamente una cassa, ma una scatola quadrangolare piuttosto malridotta e rivestita da un foglio del genere pacchi regalo, di un azzurro a fiori sbiadito.”

Valentino non è convinto della sua presa di coscienza e del processo di “sublimazione” che ha innescato sulla relazione con il figlio, che poi equivale alla sua relazione con il padre, psicodinamica che sta ripetendo in tutto e per tutto con suo figlio. Valentino vuole analizzare la qualità della relazione, chiaramente “edipica” a questo punto, e trova che la cassa del figlio morto per aggressione del padre è un oggetto sbiadito che si trova in casa e magari in uno sgabuzzino angusto e umido, una di quelle scatole dove si mettono le varie cianfrusaglie a metà tra ricordo e avarizia. L’azzurro sbiadito a fiori è il colore del maschile, un figlio maschio “rimosso” nello sgabuzzino e non adeguatamente immesso nella coscienza di padre. Valentino è un padre che ha rimosso in parte l’amore paterno perché non l’ha vissuto bene e conosciuto adeguatamente nella sua famiglia d’origine, con le sue figure genitoriali e nello specifico con la figura paterna. Valentino si è trovato ad avere un figlio e a viverlo come un rivale e un usurpatore degli affetti materni, lo stesso suo vissuto nella triangolazione edipica e riprodotto con la stampante “tridimensionale” laser. La presenza del figlio in famiglia è stimata ingombrante e il vissuto è di freddezza, gli affetti sono tralignati nell’ostilità e nell’avversione per esperienza vissuta. Questo è il figlio vivo ma morto e “sublimato” in una forma di rivalità compatibile con la politica familiare e tollerabile con le istanze sociali. Decisamente questo figlio non è stato per Valentino un buon e bel regalo da parte della moglie. Vedete cosa comportano la formazione e l’educazione psichiche dell’infanzia e come tutto il quadro appreso si tramanda e si trascina come la storia della Nutella? La nonna la dava alla mamma, la mamma alla figlia e andiamo avanti di questo passo senza cambiare gli ingredienti della saporita crema condita con l’olio di palma.

Come in una radiografia gialla riesco per giunta a vederne all’interno, pur se in maniera incerta, gli ossicini.”

Si diceva all’inizio della tendenza di Valentino alla meticolosità e alla precisione analitica, quasi una pedanteria della serie “tanto per farmi male”. Questo tratto psichico “anale” di qualità ossessivo si era evidenziato, questo ritornare sul tema per guardarlo da altra prospettiva e con compiacimento. Valentino ha tanto immaginato e tanto pensato i vissuti affettivi verso il figlio dietro la memoria del suo trauma e dietro le sferzate del suo “fantasma di morte”. Di conseguenza ha maturato questa tendenza all’ossessione, al pensiero ritornante, all’idea circolare, per cui anche in sogno si presenta questo tratto psichico di qualità “anale”. La “radiografia gialla” è un compiaciuto macerarsi in se stesso, nel bagagliaio della sua coscienza che per natura e per essenza si dirige verso il trauma per analizzare con sadismo il particolare macabro e mortifero. La curiosità morbosa di Valentino non tralascia di appagarsi con l’osservazione dei particolari, “gli ossicini”, che destano orrore prima che tenerezza. Valentino guarda dentro se stesso e analizza il residuo traumatico del suo primario “fantasma di morte”. Ricordo che non è importante quello che trova, “gli ossicini”, ma l’azione e la direzione della sua coscienza: la “intenzionalità”.

Rimprovero bonariamente i miei di non avermi detto subito la verità, anche se per il mio bene.”

La voce narrante del sogno è il padre, è quest’ultimo che racconta al figlio la sua verità sul lugubre e orrido fatto, ma in effetti è Valentino che “proietta” e “sposta” nel padre la progressiva consapevolezza del suo trauma antico. Valentino adesso sa, ha una migliore “coscienza di sé”, ha un migliore “sapere di sé” come padre e come figlio, come padre-figlio e come figlio-padre. La partita del sogno si è giocata in questo continuo rimpallo tra Valentino padre e Valentino figlio. Nella scena finale si ha nuovamente sentore della madre, “i miei genitori” dell’inizio del sogno, di una figura femminile, “i miei” di questo capoverso. Per il resto il sogno è coniugato al maschile sia tra i morti e sia tra i vivi. Valentino ritiene giusto aver “rimosso” in gran parte il trauma e il “fantasma di morte” per continuare a vivere al meglio consentito dalle tensioni emergenti di volta in volta, accetta di essersi tutelato con i “meccanismi” e i “processi psichici di difesa” dall’angoscia, ma si “rimprovera bonariamente” di non avere operato prima la presa di coscienza del materiale psichico rimosso. La “verità” è la sua “verità, non quella supposta “verità” oggettiva che non esiste, ma la “sua verità” sui “suoi vissuti” di quel fatto traumatico. E il sogno agisce da galantuomo e gli restituisce una profonda verità sempre personale, le ritornanti riflessioni che emergono in sogno dietro uno stimolo che porta alla memoria il padre e il figlio, sempre quelli di Valentino. Del resto, è Valentino l’attore unico e protagonista del suo teatro onirico e l’unico spettatore della sua platea altrettanto onirica.

L’angoscia soffocante di questo sogno molto dettagliato, mi ha accompagnato per tutta la notte, in cui altri sogni, altrettanto chiari, mi riportavano alla mente il precedente, quasi ne fossero il proseguimento, ma in essi non sono più comparsi né cimiteri, né cadaveri.”

La funzione onirica ha bonificato con il sogno il territorio psichico per mezzo della “catarsi” delle tensioni e della consapevolezza embrionale dei vissuti messi in circolazione. Valentino ha potuto visitare e accettare il suo essere figlio e il suo essere padre, ha maturato una migliore consapevolezza della paternità, ha rivisitato il valore delle figure femminili per affermarle e non rimuoverle, ha rivalutato il “fantasma di morte” e la sua “intenzionalità” verso la vita e il vivere, più che verso il rimescolamento dei fatti traumatici che fuori non esistono più e dentro si riducono a questa energia primordiale della coscienza che ha bisogno di dirigersi sempre verso un oggetto che può esistere soltanto dentro di lei. Del suo essere fuori nel mondo, chissà, nulla e tutto possiamo dire, come i giornalisti e i politici che ci fanno indegna corona.

Perché non sono più comparsi cimiteri e cadaveri?

Perché l’energia implicita nella simbologia è stata in gran parte esaurita, magari la Psiche di Valentino provvederà a offrirle altri surrogati e “spostamenti.” Resta determinante la “presa di coscienza del rimosso”, a cui l’interpretazione del sogno ha dato una valida mano.

Il resto lo farà Valentino.

LA CANDIDA

LA TRAMA DEL SOGNO

“Ero insieme a una mia ex collega, la prima persona con cui avevo legato anni fa sul mio primo posto di lavoro per il quale mi sono trasferita all’estero.

Ero sua ospite in una casa accogliente ma un po’ buia, ma c’era molta timidezza da parte mia e un po’ di disagio perché non ci vedevamo da tempo. Eravamo un po’ sconosciute.

Ero seduta per terra e parlavo con lei.

Mi giravo e vedevo dietro di me parte del mio corpo nudo: gambe e pube scoperto e con delle tracce di sporco, di bianco sulla vagina (candida).

Non era un bel vedere perché non mi piace la forma che ha anche nella realtà e nel sogno ero mortificata di quella svista. (non avere fatto attenzione ed espormi ed essere nuda).

Ma è come se la mia anima fosse una cosa a parte, un metro più in avanti mentre le mie gambe e parte del busto erano a me visibili dietro di me come un corpo morto.

La mia amica vedeva il corpo, ma sorvolava per non imbarazzarmi.

Dopo andavo in un bel bagno lussuoso con doccia e una grande vasca idromassaggio piena e funzionante.

Non avevo sapone per lavarmi e, sentendomi sporca e infetta dalla candida, decisi di non immergermi per rispetto.

La mia amica mi aveva fatto un regalo che dopo essere andata via ricordo di aver dimenticato sul tavolo da lei vivendo ciò con un sentimento di vergogna per la mia ingratitudine.

Era un capo d’abbigliamento nero in due parti che non avevo nemmeno dispiegato per vederlo perché confusa e presa dai pensieri e dall’imbarazzo.”

Reve

INTERPRETAZIONE

Ero insieme a una mia ex collega, la prima persona con cui avevo legato anni fa sul mio primo posto di lavoro per il quale mi sono trasferita all’estero.”

Reve non perde tempo e si mette in sogno subito in contatto con se stessa: la sua “ex collega” è una “traslazione” della sua persona e un’alleata importante e significativa per portare avanti le sue problematiche e i suoi conflitti nel sogno. Non si tratta di sdoppiamento, ma di “spostamento” e “traslazione”, è come portarsi un’amica a spasso o al bar per sentirsi più sicura, una complicità e una solidarietà, un’alleanza per l’appunto. La “ex collega” è l’immagine che Reve ha di se stessa nel recente passato. La nostra protagonista comincia subito a esporre i suoi vissuti e i suoi “fantasmi” e in particolare il tema depressivo del distacco affettivo, “mi sono trasferita all’estero”. Vuoi il primo lavoro, vuoi il trasferimento, insomma Reve è coraggiosa, ma la sua sensibilità segue a fatica gli eventi che apporta alla sua esistenza.

Questo è il primo bozzetto che Reve traccia di sé nel sogno.

Ero sua ospite in una casa accogliente ma un po’ buia, ma c’era molta timidezza da parte mia e un po’ di disagio perché non ci vedevamo da tempo. Eravamo un po’ sconosciute.”

Mi ripeto e coordino per essere preciso. La “ex collega” è la stessa Reve in versione adolescenza e prima giovinezza, una stagione in cui la richiesta di affetti, “accogliente”, è dominante. Reve ha incontrato particolari difficoltà a essere consapevole di quello che le mancava, “un po’ buia”, pur tuttavia sapeva di essere timida e contrastata proprio perché la presa di coscienza non era limpida. Del resto, cosa si può pretendere dall’infanzia e dall’adolescenza? Le cose vanno così come Reve le ha vissute. Insomma, Reve era “un po’ sconosciuta” a se stessa. Preciso: Reve non ha problemi di relazione con gli altri per il momento, ma ha zone d’ombra in se stessa e proprio nella consapevolezza di sé. La bambina e l’adolescente non si sono ben evolute nella donna e qualche parte psicofisica non è stata gradita e ben assimilata, per cui Reve è costretta a viversi in maniera critica e conflittuale.

Questo è il secondo bozzetto.

Ero seduta per terra e parlavo con lei.”

Questo è l’incipit di quel dialogo con se stessa che porta buoni frutti anche se avviene con un certo ritardo. Reve parla con la sua bambina-adolescente alla pari e proprio in una situazione di disagio esistenziale come l’essere in terra straniera per motivi di lavoro, lontana da casa e dagli affetti primari e costituiti nel tempo. Questo isolamento introspettivo è oltremodo benefico e conferma che il distacco dagli affetti favorisce l’evoluzione psichica in quanto porta a un processo di crescita proprio attraverso la sofferenza della perdita apparente delle conquiste fatte nel passato. L’autonomia psichica abbisogna di pagare questo prezzo.

Brava Reve!

Mi giravo e vedevo dietro di me parte del mio corpo nudo: gambe e pube scoperto e con delle tracce di sporco, di bianco sulla vagina (candida).”

Il sogno, dopo un esordio civile di cordiale presentazione, va dentro il vissuto conflittuale e presenta un nucleo fantasmico apprezzabile. Nella sostanza Reve vive male il suo corpo e nello specifico gli organi genitali, oltretutto dicendo pudicamente, (tra parentesi), di soffrire dell’infezione vaginale denominata “candida”, un disturbo universale dell’universo maschile e femminile. Allora, coordino: Reve ha evoluto dall’infanzia e dall’adolescenza una sensibilità conflittuale e un pudore esagerato della nudità, non soltanto del suo corpo nudo, ma anche degli organi genitali con l’aggravante della ricorrente infezione fungina. Nel passato psicofisico di Reve sono presenti il valore del pudore in eccesso e legato anche al disagio personale e relazionale della “candidosi”. Questa patologia fastidiosa è vissuta da Reve in maniera decisamente negativa, sia dal punto di vista estetico e sia dal punto di vista relazionale. Aggiungerei che lo “sporco” dice nettamente di un organo sessuale, la vagina, particolarmente contrastato e colpevolizzato.

Il sogno di Reve denota una virtuosa “figurabilità” perché rappresenta in termini realistici e crudi il simbolismo psichico sotteso.

Non era un bel vedere perché non mi piace la forma che ha anche nella realtà e nel sogno ero mortificata di quella svista. (non avere fatto attenzione ed espormi ed essere nuda).”

Andiamo al dunque e poi arzigogoliamo. Reve conferma nel sogno di non vivere bene la sua vagina sia per la forma e sia per la ricorrente infezione fungina. Negli effetti psicologici Reve è cresciuta con la difficoltà di accettare la sua sessualità e il suo corpo. Reve ha vissuto un contrasto, degenerato in conflitto intrapsichico, sul suo essere femminile e sulla sua vita sessuale, non si è ben vissuta come bambina e di poi come donna, possibilmente ha incontrato difficoltà nell’identificazione al femminile nella figura materna, per cui l’identità psichica di donna è stata acquisita in maniera forzata e conflittuale. Non si tratta di complessi d’inferiorità e di inadeguatezza, bensì di travaglio nell’identificazione nella madre e nell’amare il corpo. La mancata educazione sessuale o la criminalizzata vita sessuale da parte dell’ambiente ha contribuito in questo risultato psiconevrotico. Reve adulta si vergogna a farsi vedere nuda e fa fatica a mostrarsi come “mammeta l’ha fatta”. La mancata accettazione della vagina per un inestetismo è soltanto uno “spostamento” nel corpo di un conflitto più ampio di ordine psicologico.

Tra realismo e riflessione si snodano i simboli della psicodinamica.

Ma è come se la mia anima fosse una cosa a parte, un metro più in avanti mentre le mie gambe e parte del busto erano a me visibili dietro di me come un corpo morto.”

Il sogno comincia a essere delicato in riguardo al conflitto psiconevrotico di una donna che si divide in due e rifiuta una parte psicofisica di sé, il corpo dal busto in giù con la sessualità, il corpo dalla cintola in su con le funzioni razionali dell’Io che Reve definisce “anima”, usando un termine squisitamente religioso o psicologico di scuola junghiana. Io traduco semplicemente in questo modo: “è come se la consapevolezza di essere donna fosse scissa dalla mia sessualità. Reve si scinde in una parte razionale, l’Io e le sue funzioni, e in una parte materiale pulsionale rifiutata, posposta e uccisa, gli organi sessuale e la vita sessuale. Di questa scissione e di questo delitto mostra consapevolezza. Si conferma che questa benedetta ragazza non ha saputo del tutto accettarsi come femmina e come donna.

La “figurabilità” onirica si esalta in questo capoverso con tinte horror e surreali: l’anima isolata e il mezzo busto inferiore morto.

La mia amica vedeva il corpo, ma sorvolava per non imbarazzarmi.”

Ossia: io sapevo benissimo del mio conflitto in riguardo alla vagina e alla sessualità, ma ho tentato in parte di rimuovere, di non pensarci per non soffrire. “La mia amica” è Reve, la sua parte alleata su cui può scaricare le angosce e gli affanni, il corpo è il teatro del trauma e del conflitto, “sorvolava” è un meccanismo psichico di difesa dall’angoscia, “imbarazzarmi” è un disagio psichico relazionale. In tanta scissione psicofisica Reve istruisce i meccanismi del ridimensionamento del conflitto e tira a campare, fermo restando che quanto prima il suo “psicosoma” chiederà ragione della situazione in cui si trova. Va all’estero ed emerge il problema degli affetti, incontra un uomo da amare e deve rendere conto della sua sessualità e della sua “candida”. Insomma, la vita di Reve diventa tormentata e affannata per questi pesi psicosomatici che si porta addosso dalla sua infanzia e adolescenza e che la donna non ha saputo ben calibrare e razionalizzare con una poderosa presa di coscienza. Oltretutto la “candida” ha una componente psichica notevole e non si riduce soltanto a una volgare competizione politica tra batteri e funghi di opposte fazioni. La “candidosi” viene usata per astenersi dall’attività sessuale e dal coito nello specifico, per effettuare un’auto-castrazione e per evitare la relazione con i maschi. Il danno psicofisico è superiore di gran lunga rispetto al vantaggio e alla sindrome di momentanea convenienza.

Il bozzetto è di ordinaria amministrazione nei termini, ma forte nella simbologia sottesa.

Dopo andavo in un bel bagno lussuoso con doccia e una grande vasca idromassaggio piena e funzionante.”

Reve ha presentato in sogno a se stessa i sintomi e i conflitti, gran parte della causa del suo malessere psico-esistenziale. Ma ancora non basta, perché il “lavoro onirico” ha avviato dei processi psichici di riparazione del trauma e della conflittualità, della psiconevrosi di cui è portatrice Reve. Dalle stalle si viaggia vero le stelle, dalla miseria delle umane cose e dei conflitti più materiali Reve passa al “bel bagno lussuoso”, a una “parte psichica di sé” altolocata e ben sublimata dove, di certo, l’angoscia non è di casa semplicemente perché si è evoluta nel modo in cui Reve se l’è raccontato questo conflitto con il corpo e con la sessualità. Il “bel bagno lussuoso”, per l’appunto, rappresenta simbolicamente la sfera intima e privata della protagonista, pulsioni erotiche e sessuali comprese. Reve recupera e ripara il suo vestito, habitus o modus psichico, come la buona sarta del tempo andato e si libera anche dei sensi di colpa tramite la “doccia” e si riappropria della sua femminilità con “una grande vasca piena” che le restituisce anche l’erotismo delle carezze e della pelle, “idromassaggio funzionante”. Il processo di riparazione del “fantasma” e del trauma si manifesta nei meccanismo di difesa dall’angoscia della “formazione reattiva” e della “intellettualizzazione”: nobilita razionalmente un carico emotivo e converte un vissuto negativo in positivo. Fino a quando funzionano questi meccanismi conditi con la necessaria “rimozione” e qualche altro accessorio sempre difensivo, tutto va bene e l’equilibrio psicofisico si ripristina. La domanda che si pone a questo punto è la seguente: quanto dura?

La rappresentazione della psicodinamica trova gli oggetti giusti per attestare le capacità taumaturgiche della psiche mentre dorme e anche quando veglia. Una scena di pratica quotidiana è intessuta di una simbologia dinamica ampia e in poche parole si nascondono i vissuti e i “fantasmi” elaborati in tanto tempo.

Non avevo sapone per lavarmi e, sentendomi sporca e infetta dalla candida, decisi di non immergermi per rispetto.”

In circolazione ci sono nella psicodinamica in atto dei famigerati sensi di colpa che non si capisce bene da dove spuntano e a cosa si collegano, almeno fino a questo momento di svolgimento del sogno. “Lavarsi” è simbolicamente l’atto o il rito espiatorio dei sensi di colpa, il “sapone” è lo strumento terapeutico o il farmaco giusto per pulire e per lenire i morsi del sentirsi in colpa e l’angoscia dell’attesa della punizione. Quest’ultima è la psicodinamica generale della “crisi di panico”, ma nel caso di Reve non si trovano avvalli per questo tremendo disagio. La nostra eroina si sente in colpa, “sporca”, e addirittura “infetta” ossia si è già punita con la sua malattia, la simpatica e bonaria “candida”, molto antipatica e cattivella per la donna che la porta e per il maschio che se la prende. Non solo, ma Reve si crea anche il problema di comunicare i funghi dalla sua vagina al pene del partner, ma oltretutto si sente a disagio con questo carico d’infezione addosso. A livello reale la donna che ha la “candida”, la cura e si astiene dai rapporti sessuali, ci mette rimedio realistico, mentre a livello psichico la donna che ha la “candida” ci costruisce sopra tutto un pistolotto psichico sulla sua igiene personale e sul giudizio che può dare la gente: il tutto seguendo una vena persecutoria, un tratto paranoico che tutti elaboriamo nella nostra formazione psichica evolutiva sin dai primi anni di vita e che nel tempo rischia di essere ripreso ed esaltato. “Decisi di non immergermi più per rispetto”: rinuncio alla mia sessualità e femminilità per non infettare il mio partner, frustro le mie pulsioni erotiche per non coinvolgermi con i maschi. L’educazione bigotta dei genitori e l’educazione religiosa terroristica delle suore e dei preti contribuiscono a fomentare il senso di colpa e a renderlo fortemente nevrotico o conflittuale. Si aggiunga, di poi, la formazione dei “fantasmi” personali costruiti dalla stessa Reve e il gioco si complica o diventa più interessante. Ripeto: la “candida” è un pretesto per non coinvolgersi e le problematiche sono ben altre, ma di queste il sogno ancora non dice espressamente come ha fatto per le altre.

In una scena di banale realtà il “lavoro onirico” immette una psicodinamica complessa e umanissima. Semplici parole per dire tutt’altro che un rituale quotidiano e una precauzione igienica.

La mia amica mi aveva fatto un regalo che dopo essere andata via ricordo di aver dimenticato sul tavolo da lei, vivendo ciò con un sentimento di vergogna per la mia ingratitudine.”

Traduco in termini veri e semplici.

A volte mi sono anche voluta bene e non mi sono fatta tante paturnie per questi problemi reali di ordine infettivo, classici di tutte le donne e con sede elettiva nella vagina. Mi ero regalata la soluzione della questione attraverso una buona “razionalizzazione” dell’evento occasionale e una realistica reazione ai disagi delle relazioni erotiche e sessuali con i maschi, ma spesso rimuovo le cause di questi miei disagi psicofisici e ripiombo nei sintomi e nelle difficoltà di relazione e mi astengo dal coinvolgimento erotico e sessuale e forse perché non mi piace la forma della mia vagina o della grandi labbra o delle piccole labbra.

Che non dipenda questo conflitto nevrotico dall’inestetismo addotto all’inizio del sogno?

E perché no, ma non è così. La partita si rigioca sul “sentimento di vergogna per la mia ingratitudine”.

Cosa vuol dire?

Reve deve volersi bene molto di più di quanto fa adesso, deve crescere nell’autostima e nell’orgoglio sano di chi si stima come essere unico e irripetibile. Reve è ingrata a se stessa e con se stessa e deve recuperare e dare voce a quella parte di sé, “l’amica”, che le dice le cose giuste e le regala la sua femminilità, ma lei non la deve dimenticare sul tavolo con spocchia boriosa di persona che va avanti lo stesso anche se accusa dei disagi. Ritorni paradossalmente umile e commuti l’intensità degli inutili sensi di colpa in forza attiva volta agli investimenti psichici di ordine affettivo, erotico e sessuale, la commuti in amor proprio e in “amor fati”, amore del proprio destino di donna, con “candida” e senza “candida”. Ma ancora la psicodinamica non si è conclusa e la curiosità spinge a disoccultare quel materiale che il sogno vuole disvelare, quello che Reve dormiente sa e che vuole comunicare alla Reve sveglia al fine di acquisire la salvifica auto-consapevolezza, la “coscienza di sé” che fornisce il “sapore di sé” e della propria storia psichica formativa ed evolutiva, della propria “organizzazione psichica reattiva”.

Questo è il massimo dell’amor proprio, cara Reve.

Era un capo d’abbigliamento nero in due parti che non avevo nemmeno dispiegato per vederlo perché confusa e presa dai pensieri e dall’imbarazzo.”

E ti pareva?

Era un bel capo di biancheria intima, oltretutto sexy nel suo colore nero. Reve si regala in sogno un completino da notte di capodanno, colore escluso ma effetto erotico incluso nel colore nero, ma non lo usa, non lo dispiega a se stessa, non se lo giustifica, lo lascia nel cassetto. In ogni caso lo desidera anche se non se lo compra. Insomma, Reve è concentrata mentalmente sulla sua vagina, ossessionata sull’inestetismo del suo organo sessuale, angosciata dalla sua vita sessuale, preoccupata dalla candidosi e di trasmetterla al suo partner, Reve è “confusa e presa dai pensieri e dall’imbarazzo”. Tutto torna e la conclusione del sogno offre il quadro completo della psicodinamica conflittuale di questa donna sull’orlo di una crisi di nervi. Il quadro psichico è completo e la soluzione in atto è appena accennata in questo ultimo capoverso: prendere coscienza “del capo di abbigliamento nero in due parti” e di quello che copre, specialmente la parte che copre dalla cintola in giù, razionalizzare, “dispiegarlo” e “vederlo”, al fine di superare la confusione e l’imbarazzo, accettare quella che per lei è un’imperfezione delle grandi labbra e caricarsi di tutto “l’amor fati” possibile e immaginabile. Una pasticca di amor proprio al mattino e una alla sera non guastano per niente.

La biancheria intima contiene l’essenza del desiderio di Reve di essere una donna gradevole ed erotica, di relazionarsi con il maschio in maniera seduttiva, di abbandonarsi alla vitalità sessuale. Importante è riconoscere la biancheria intima e la marca preferita, la sola e l’unica firmata “Reve”.

L’inestetismo?

Piacerà al suo uomo, è un dato oggettivo di distinzione dalla massa e dalla massificazione che impone a modificare il detto popolare che “la patata è sempre la stessa”.

Aggiungo qualcosa sulla candidosi. L’incidenza psichica esiste, ma l’infezione fungina dipende soprattutto da una caduta delle difese immunitarie e da una alimentazione insufficiente e inadeguata. Il resto lo fa la psiche. Degno di nota è il rilievo clinico che vuole la candidosi nelle donne che hanno maturato nel corso della loro formazione evolutiva conflitti di un certo spessore nella costellazione sessuale, “in primis” la contrastata accettazione della loro sessualità per la mancata identificazione nella figura materna e con una lacuna critica nell’identità femminile. Sono tratti caratteristici che l’universo femminile deve cavalcare come fiori all’occhiello e individuazioni specifiche: “io sono Reve” e non sono tutte le altre.

Di poi, la consapevolezza farà il resto.

Un ultimo rilievo sul meccanismo onirico usato in prevalenza da Reve, la “figurabilità”. Siamo poeti in sogno e non ne siamo coscienti perché agiamo in sonno quando la soglia di vigilanza è assente o molto bassa. Eppure le migliori liriche le scriviamo ogni notte nel nostro intimo e siamo “criatori” come sosteneva Vico quando usiamo la Fantasia da svegli, di notte quando usiamo i “processi primari”.

NOTA TEORICA

Dal momento che il “lavoro onirico” trasforma le rappresentazioni inconsapevoli e i desideri rimossi in allucinazioni sensoriali, prevalentemente visive e uditive, prendiamo in considerazione a questo punto il meccanismo della “figurabilità”, deputato proprio alla traduzione in immagine dei contenuti che formano la trama del sogno.

Risulta determinante mettere in rilievo due aspetti: in primo luogo la selezione operata tra le diverse immagini che traducono una rappresentazione inconsapevole e che meglio si prestano alla sua espressione visiva, in secondo luogo la tendenza a operare spostamenti da un concetto astratto a un’immagine concreta.

Freud afferma che nell’attività primaria della “figurabilità” viene richiamato un aspetto arcaico e filogenetico del pensiero e del linguaggio umani.

In origine il pensiero e le parole avevano un significato concreto: essi si traducevano in fatti reali e oggetti sperimentabili; soltanto in seguito all’evoluzione culturale hanno assunto un significato e un contenuto astratti.

I RITARDI DI MARISTELLA

Lavori In Corso, Sicurezza Lavoro

TARMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovo in una festa tra amici e c’è tanta gente.

A un certo punto sento che devo andare via.

Salgo in macchina e vado per una strada in discesa. Dopo una doppia curva vedo il cartello dei lavori in corso.

Rallento perché stavo andando forte.

Ci sono degli operai con un escavatore e a questo punto la strada frana e l’operaio ci cade dentro.

Mi sono girata con la macchina e mentre salivo vedo dei camion che vengono giù a forte velocità e con i fari segnalo il pericolo.

Non sono preoccupata per i pericoli. Il mio pensiero fisso è che sono in ritardo e che devo fare qualcosa.

Mi sono svegliata con questa sensazione.”

Questo sogno appartiene al corredo psicofisico notturno di Maristella.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

“Mi sento vulnerabile nell’orgasmo perché potrei fare o subire delle cose che non vanno bene.”

Ricorrente è questa versione nella Psicologia femminile e nei vissuti relativi alla formazione e alla pratica della vita sessuale. La donna fatica a lasciarsi andare alle funzioni naturali del suo “sistema neurovegetativo” e ad affidarsi al suo corpo, nonché e giustamente al suo uomo, per la paura, non soltanto della gravidanza nei rapporti a rischio, ma soprattutto di perdere la vigilanza e l’autocontrollo, le funzioni privilegiate dell’istanza psichica “Io”. E allora la donna timorosa richiama in servizio il “sistema nervoso centrale” destituendo d’autorità e di diritto i valori pulsionali dell’istanza psichica “Es”, degnamente definibile rappresentazione mentale dell’istinto nelle forme di “percezione” e di “fantasma”. L’Es viene burlato dall’Io o l’Io si burla dell’Es. Il conflitto è più che evidente e drammatico, è la classica “psiconevrosi isterica” e l’altrettanto classica “conversione psicosomatica”. Un sacrosanto benefico orgasmo è tralignato in un sintomo delicato da tenere in grande considerazione per il danno che arreca all’equilibrio psicofisico e al gusto del proprio corpo.

E il “Super-Io”?

Il “Super-Io” non sta a guardare come le stelle dello scozzese Kronin, tutt’altro!

L’istanza censoria e morale si inserisce con i suoi limiti e i suoi divieti in questo conflitto, cercando con abile maestria di non farsi riconoscere. Ma, a tutti gli effetti, il sistema educativo fa capolino con le sue repressioni e i suoi tabù, quelli di mamma e papà che hanno dimenticato a loro volta i danni subiti nell’infanzia dai genitori, e quelli della società che non ha di certo smarrito la sessuofobia tra le pieghe di un lenzuolo in un motel di periferia. E così la storia continua tra grandi inventori del nulla eterno e originali banditori di fumo.

Convergendo sul sogno di Maristella, è opportuno rilevare che l’universo psicofisico femminile è privilegiato in riguardo all’orgasmo per la complessità variegata che coinvolge tutto il corpo. La metafora dei “cerchi nell’acqua” può rappresentare cosa succede alla donna nel trionfo progressivo dei sensi e nel culmine dell’appagamento della “libido narcisistica”, masturbazione, e soprattutto “genitale”, coito. Il moto concentrico parte dal clitoride e dalla vagina per irradiarsi alle estremità del corpo a macchia d’olio e questi impulsi neurovegetativi sono talmente sottili e delicati che possono essere ridotti o addirittura bloccati dall’emergere di una paura o di un trauma. L’inibizione dell’orgasmo è un disturbo della sessualità e produce una caduta del gusto del proprio corpo e del proprio vivere.

Ma cos’è l’anorgasmia?

La “anorgasmia” si traduce “assenza di orgasmo” e si attesta fisiologicamente nell’inibizione delle vibrazioni intrauterine ed extrauterine dopo un’adeguata eccitazione sessuale. L’anorgasmia si manifesta nella masturbazione e nel coito.

La definizione e la descrizione dell’orgasmo è d’obbligo per una migliore comprensione del disturbo. L’orgasmo si traduce nella massima sensazione del piacere. Questo apice psicofisico si traduce in una serie di intensi spasmi e di contrazione dei muscoli della zona anale e vaginale interna ed esterna. Particolare importanza assume la stimolazione del clitoride e della zona interna corrispondente e definita punto “g” dove si concentrano tantissime innervazioni che sintetizzano il piacere in una scarica isterica. Al massimo dell’eccitazione, orgasmo, subentra il progressivo rilassamento psicofisico, mentale e corporeo. Si distinguono due orgasmi: il clitorideo e il vaginale. Nel coito spesso e in maniera ottimale avvengono entrambi con il massimo del piacere attraverso la stimolazione e lo sfregamento delle terminazioni nervose.

Le cause, eziologia, dell’anorgasmia sono molteplici e si attestano nel versante personale dei “fantasmi” e delle relazioni. Tra le prime si rileva immediatamente un “fantasma di morte” nel vivere il rapporto sessuale come una progressiva caduta della vigilanza dell’Io che porta all’incapacità di controllare le reazioni involontarie del corpo. L’orgasmo viene vissuto come uno svenimento e un lasciarsi andare alla mercé dell’altro. Di conseguenza, la donna si ossessiona durante il rapporto sessuale nella auto-osservazione dei movimenti spontanei del suo corpo e si atterrisce nel vivere il progressivo piacere che aumenta in maniera direttamente proporzionale al suo lasciarsi andare. La donna è spettatrice di se stessa fino all’astensione difensiva dal partecipare, meccanismo psichico di difesa dello “evitamento”. Il blocco psicofisico intercorre a metà rapporto e produce la progressiva secchezza vaginale e l’anestesia delle zone erogene.

La donna non si piace e non si sente normale, non si masturba perché è convinta di non arrivare all’orgasmo, ma è ossessionata da questo traguardo. Coltiva un “fantasma di menomazione d’organo” che poi si allarga a un generale complesso d’inferiorità e d’inadeguatezza.

Un conflitto psichico relazionale è quello “edipico”, il vissuto in riguardo al padre e alla madre. Le donne anorgasmiche hanno pendenze psichiche verso la figura paterna, vissuta come fredda e anaffetiva e di conseguenza rifiutata, nonché hanno maturato una disistima nei confronti della madre su cui si sono parzialmente identificate per non incorrere in disturbi psichici gravi. La “posizione psichica edipica” è stata risolta in maniera precaria e porta la donna a ridestare un tratto “fallico”, potere e competizione, contro il maschio, oggetto del suo desiderio sessuale ma pericolo per la sua sopravvivenza. La donna anorgasmica soffre di invidia del pene, seduce come Afrodite, vuole ma si blocca, è competitiva con il maschio e facile alla rassegnazione e al compianto della sua anormalità, ha difficoltà e ambivalenze affettive, sa chiedere in riguardo al sesso ma poi si rifiuta di partecipare. Qualora si dispone al rapporto sessuale, nega a se stessa che in qualche modo può essere andato anche bene, rafforzando la sindrome d’indegnità.

L’aggressività verso il maschio è profonda e porta spesso la donna a essere compiacente alle richieste più o meno perverse per nascondere la sua inferiorità e per dimostrare all’incontrario la sua superiorità rispetto alle altre donne. La donna anorgasmica è narcisistica nella versione autolesionistica ed è carente di amor proprio. La sua attenzione ossessiva e i suoi sforzi d’investimento della “libido” sono diretti a non subire frustrazioni, castrazioni e perdite, a non ridestare il “fantasma depressivo” e i tratti psichici collegati.

La donna anorgasmica ha difficoltà a variare lo stato di coscienza dal momento che la vigilanza è imprescindibile nella sua azione fino a diventare ossessione all’autocontrollo e al controllo della situazione in cui si viene a trovare nella vita di tutti i giorni. Ha difficoltà a lasciarsi andare e a vivere i bisogni del corpo, pur avvertendo le pulsioni erotiche e sessuali specialmente in sul primo insorgere. La lubrificazione vaginale è quasi immediata in quanto la Psiche non ha il tempo di inibirla perché la sua risposta è più lenta rispetto all’immediatezza dell’istinto. Le donne anorgasmiche sono monotone nell’umore e nell’esibizione. Si mostrano spesso agli altri con spavalderia e supponenza per nascondere il loro punto debole.

Le “organizzazioni psichiche reattive” coinvolte in questo disturbo sessuale sono la “edipica” e in subordine la “fallico-narcisistica”, la “orale” e la “anale”.

La “posizione psichica edipica” è dominante nel formarsi e nell’insorgere della anorgasmia. La conflittualità nei riguardi della figura paterna e la conseguente disistima della madre sono la base profonda del disturbo.

I “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia coinvolti nell’anorgasmia sono il “ritiro primitivo”, il “controllo onnipotente”, la “rimozione”, “l’isolamento”, la “razionalizzazione”, la “compartimentalizzazione”, “l’annullamento”, la “legittimazione”, la “assoluzione”, “l’acting out”, la “sessualizzazione”, la “sublimazione”.

L’attività della Fantasia è ridotta rispetto all’esercizio della Ragione. La donna anorgasmica rischia di portare a degenerazione la facoltà razionale fino al limite paranoico: far pensare agli altri ciò che pensa lei.

Le istanze psichiche istruite nella anorgasmia sono “l’Io” e la consapevolezza della vigilanza e del controllo di se stessa e della situazione, il “Super-Io” e la censura moralistica della sessualità con possibilità di deroga finalizzata a nascondere la difficoltà, l’Es e il sistema delle pulsioni bloccato all’insorgere del “fantasma” di perdere il controllo.

Il disturbo dell’anorgasmia si attesta nella conversione isterica delle tensioni accumulate a causa della menomazione e dell’inferiorità.

L’anorgasmia necessita di psicoterapia a orientamento psicoanalitico dal momento che la sua radice è “edipica” e l’indagine verte su livelli psichici profondi e di particolare delicatezza. La prognosi è fausta grazie alla “razionalizzazione del fantasma” che intercorre durante il rapporto sessuale.

Questo quadro teorico non esiste allo stato puro e coinvolge soltanto in parte la protagonista del sogno. Maristella ancora non ha trovato la sua giusta dimensione erotica e sessuale e soprattutto l’uomo giusto a cui affidarsi.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Mi trovo in una festa tra amici e c’è tanta gente.”

Maristella è una donna che socializza bene e volentieri, una donna che non si lascia mancare la voglia di far festa, una donna che non si tira indietro se il coinvolgimento è appetitoso. La “tanta gente” è salutare per una Maristella che cerca e trova la sua identità psichica proprio confrontandosi e che si individua e si distingue mischiandosi e confondendosi con gli altri. Maristella è una donna che induce al corteggiamento e si lascia corteggiare, una donna che sa pasturare per favorire una buona pesca.

I simboli dicono che “mi trovo” attesta la consistenza psichica in atto, la “festa” condensa la coalizione dei sensi e la tendenza al gusto della vita, gli “amici” sono l’oggetto dell’investimento di “libido”, “tanta gente” dice di una massa da cui emerge l’individualità di Maristella.

A un certo punto sento che devo andare via.”

Maristella ama la sua vita intima e privata in maniera direttamente proporzionale alla tendenza al coinvolgimento con la gente. Maristella ha la pulsione di appartarsi e di ritrovarsi nella sua singolarità, desidera lasciarsi andare alla vita dei sensi senza l’esercizio della vigilanza e della razionalità: “devo andare via”. Si presenta in sogno il bisogno di vivere i sensi e di sentire il corpo. Dopo l’autocontrollo necessario per stare con gli altri, subentra la pulsione della guerriera. La dinamica psicofisica di andata e ritorno con un solo biglietto è la seguente: andare via con la testa, vivere il corpo e rientrare nel corpo con la testa. Il viaggio è alla grande e merita la giusta mercede.

I simboli sono chiari nel dire che “sento” equivale alle pulsioni neurovegetative, “devo” manifesta la coazione pulsionale, “andare via” si traduce in lasciarsi andare.

Salgo in macchina e vado per una strada in discesa.”

Come si diceva, Maristella è alle prese con le sue voglie e i suoi bisogni di donna giovane e pimpante che alla foga erotica somma spontaneamente la spinta ormonale fondendole in un tutt’uno da “come Natura comanda”. E’ giunto il momento di lasciarsi andare e di raggiungere l’orgasmo in questo contatto privilegiato con il suo corpo. Possibilmente Maristella sta sognando le sensazioni che vive in progressione durante la masturbazione: “posizione fallico narcisistica”. Almeno per il momento è sola e non è apparso un compagno al suo fianco. Sintetizzando: Maristella ama stare con la gente e ama anche stare con se stessa e sentire il suo corpo che si abbandona all’orgasmo.

La simbologia conferma che “salgo in macchina” significa vivo la mia sessualità e mi masturbo, “vado per una strada” significa seguo un rito e una modalità psicofisica, “in discesa” significa” mi lascio andare al piacere dei sensi.

Dopo una doppia curva vedo il cartello dei lavori in corso.”

Ma qualcosa all’improvviso non funziona a dovere o come da copione. Un ostacolo si frappone nella discesa erotica e induce una riflessione. L’Es andava alla grande con l’appagamento della pulsione sessuale, quando all’improvviso è arrivato l’Io a richiedere una certa vigilanza e il momento magico, che portava alla vibrazione orgasmica del corpo, si è interrotto bloccando tutto il processo psicofisico in atto. Maristella è incorsa in un blocco psichico che ha leso il movimento fisico.

Ma di quale impedimento si tratta?

E’ arrivato il “Super-Io” con le sue censure morali a bloccare le pulsioni dell’Es o è intervenuto l’Io a rallentare e a moderare questo lasciarsi andare di una Maristella “tutta corpo”?

La “doppia curva” dispone per un ostacolo e un blocco che inducono a un consapevole controllo, “vedo” si traduce per l’appunto in sono consapevole, “il cartello” sintetizza la modalità razionale in azione o lo schema psicofisico sopravvenuto, i “lavori in corso” condensano mirabilmente le remore e gli impedimenti che impediscono al corpo di proseguire nell’andamento orgasmico.

Rallento perché stavo andando forte.”

Maristella ha preso paura della sua buona salute psicofisica e reagisce con un disturbo, blocca l’orgasmo per paura di svenire o di perdere il controllo del corpo e soprattutto l’autocontrollo, la capacità di gestire il corpo con il “sistema nervoso centrale” e di ridurre al minimo vitale l’azione benefica del “sistema neurovegetativo”, quello che dispone per le vibrazioni intrauterine e per gli spasmi muscolari, l’orgasmo per l’appunto.

Potenza della Psiche!

Maristella è riuscita a procurarsi un disturbo sessuale e a candidarsi all’anorgasmia semplicemente per l’angoscia di abbandonarsi al moto vitale dei sensi e di lasciare libero sfogo alla sua componente “dionisiaca”. Maristella è brava a prodursi un’inibizione sessuale, un disturbo psicosomatico proprio bloccando la sua “libido” e sottoponendola al controllo della Mente, inibendo le pulsioni dell’Es attraverso l’Io e possibilmente sotto la sollecitazione del Super-Io. E’ come se Maristella dicesse a se stessa a metà coito: “mi sento vulnerabile quando vivo l’orgasmo perché potrei fare o subire delle cose che non vanno bene”.

“Così parlò Maristella” sotto l’urgenza della “coscienza di sé” di giustificare il blocco delle benefiche energie intime e private. Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

I simboli dicono chiaramente che “rallento” significa blocco tutto con l’intervento dell’Io, “stavo andando forte” si traduce in mi stavo normalmente disponendo all’orgasmo.

Ci sono degli operai con un escavatore e a questo punto la strada frana e l’operaio ci cade dentro.”

Si supponeva una masturbazione in corso, ma invece si tratta di un vero e proprio rapporto sessuale tra un maschio e una femmina, un classico coito con penetrazione, abbandono ed eiaculazione. Questo capoverso è la puntuale e originale allegoria del coito. Quindi, Maristella non era immersa in un piacere solipsistico e in un gradevole narcisismo, ma era impegnata con un uomo e soprattutto a controllare che non eiaculasse in vagina per non correre il rischio di una gravidanza indesiderata e inopportuna.

La simbologia conferma che “gli operai” sono le arti erotiche del suo uomo, “con un escavatore” equivale alla funzione della penetrazione sessuale maschile, “a questo punto la strada frana” si traduce in si lascia andare al piacere dei sensi riducendo la vigilanza, “l’operaio ci cade dentro” ossia eiacula in vagina.

Mi sono girata con la macchina e mentre salivo vedo dei camion che vengono giù a forte velocità e con i fari segnalo il pericolo.”

Traduco dal vivo: mi sono girata per impedire l’eiaculazione del mio uomo in vagina. La forte eccitazione gli avrebbe impedito il controllo e io ho reagito al rischio angosciante della gravidanza con la riacquistata consapevolezza.

Quante volta la donna interrompe il coito per impedire l’eiaculazione in vagina!

“Coitus interruptus” si definisce, latinamente e per l’appunto, l’atto maschile o femminile del tirar o buttar fuori il membro dalla vagina prima dello spasmo eiaculatorio.

Traduco il capoverso in maniera papale papale: “mi sono girata con la macchina” si traduce in “ho cambiato posizione sessuale”, “mentre salivo” si traduce in mentre attenuavo l’eccitazione e riprendevo consapevolezza, “vedo dei camion” ossia mi accorgo che l’eccitazione del mio uomo è intensa, “che vengono giù a forte velocità” equivale all’irrefrenabilità dell’orgasmo del mio uomo, “con i fari” ossia con la consapevolezza razionale, “segnalo il pericolo” si traduce in capisco e comunico il rischio di una possibile gravidanza indesiderata.

Non sono preoccupata per i pericoli. Il mio pensiero fisso è che sono in ritardo e che devo fare qualcosa.”

Maristella si corregge e precisa la sua astensione dalla partecipazione alla fase finale del coito. Non è preoccupata per il rischio di restare incinta, ma è preoccupata dall’ossessione di attendere le mestruazioni per avere la conferma che il rapporto sessuale è andato a buon fine almeno per quanto riguarda la possibilità di gravidanza. Mettila come vuoi, ma la verità è sempre la stessa. Maristella teme la gravidanza e l’impossibilità di poter fare qualcosa in questa logorante attesa. Il pensiero va anche al di là e le domande non sono amletiche: se sono incinta, cosa faccio? Mi tengo il figlio o interrompo la gravidanza? Maristella ha problematiche sessuali riguardanti la sua funzione psicofisica o ha conflitti morali che le impediscono di abbandonarsi all’orgasmo e di andare contro natura inibendo la sua vitalità sessuale?

Traduco il capoverso e la simbologia. Maristella non è preoccupata per il rischio di gravidanza che comporta un rapporto, ma per l’ansia generata dall’attesa della mestruazione e dall’impotenza collegata al naturale evento biologico. Il “sistema neurovegetativo” non si può comandare a piacimento. Non posso dire al cuore “fermati” per farlo cessare di battere. Non posso dire alle ovaie “atrofizzatevi” per non avere più il ciclo lunare. Maristella è ossessionata dalla sua impotenza a gestire la sua biologia femminile, almeno in riguardo alla maternità. E allora Maristella ha paura di diventare madre perché non si sente pronta e perché ha qualche conto psicologico sospeso con la madre? Il sogno non lo dice. Il sogno non dice se si tratta di fattori morali, “Super-Io”, o se intercorrono controlli in eccesso dell’Io e vigilanze spietate anche quando decisamente sono controproducenti.

“Preoccupata” traduce l’affanno consapevole, “pericoli” tratta di ansie ed eccitazioni, “pensiero fisso” coniuga l’ossessione e la disposizione nevrotica a rinvangare le supposte e pretese colpe, “sono in ritardo” o esigenza surreale di autocontrollo biologico e mancata accettazione dei propri limiti, “devo far qualcosa” o rifiuto dell’impotenza e controllo infantile e magico dell’onnipotenza.

Si può, in conclusione, rilevare e affermare che Maristella opera una “traslazione” dell’orgasmo nelle angosce di gravidanza e nell’impossibilità di condizionare i viaggi biologici del suo corpo.

Si tratta di una sconfitta dell’Io sulle funzioni pulsionali dell’Es?

O forse ogni istanza deve stare al suo posto e senza invasioni maldestre e dannose?

Niente di eccezionale. E’ il “cammin di nostra vita” che si manifesta nella psicologia di una giovane donna che cerca di integrare “parti psichiche” di se stessa ancora vaganti, come gli animali nei cartelli stradali lungo le strade di montagna.

Questo è quanto dovuto all’eroico sogno di Maristella.

PSICODINAMICA

Il sogno di Maristella svolge l’interessante e diffusa psicodinamica dell’inibizione dell’orgasmo per l’angoscia dell’ossessione legata all’attesa della mestruazione e della conferma della mancata gravidanza. Maristella si lascia andare nei rapporti sessuali a rischio, ma non si fida giustamente del partner, per cui assume un atteggiamento di salvaguardia della sua persona e si astiene dal partecipare alla fase orgasmica conclusiva per controllare che non avvenga l’indesiderabile eiaculazione. Non intercorrono fattori morali in questa inibizione, ma soltanto angosce legate al mancato autocontrollo e alla mancata autonomia delle sue azioni. Maristella non vuole dipendere dal suo uomo durante il coito. Non si evincono traumi al riguardo, ma una tendenza a rimuginare ossessivamente in attesa dell’evento: psiconevrosi.

PUNTI CARDINE

Il sogno di Maristella si lascia interpretare con facilità grazie al seguente capoverso: “Mi sono girata con la macchina e mentre salivo vedo dei camion che vengono giù a forte velocità e con i fari segnalo il pericolo.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è ampiamente detto e argomentato.

Il sogno di Maristella richiama “l’archetipo” della Sessualità.

Il “fantasma” riguarda “la maternità” nella parte relativa alle fantasie sulla mestruazione che Maristella ha elaborato da bambina.

Nel sogno di Maristella agiscono le istanze “Io” ed “Es. La vigilanza della prima si esprime in “vedo dei camion che vengono giù a forte velocità e con i fari segnalo il pericolo.”, mentre le pulsioni dell’Es sono individuate in “A un certo punto sento che devo andare via.” e nei successivi capoversi. L’istanza censoria e morale del “Super-Io” ammicca in “devo andare via”, ma questo intervento è di poco rilievo.

La “posizione psichica genitale” domina il sogno di Maristella con la fenomenologia simbolica della vitalità sessuale. Non si presentano bisogni affettivi, aggressività spasmodiche, autocompiacimenti narcisistici, conflittualità inutili. Il quadro è composto e incentrato sulla sessualità.

I “meccanismi psichici di difesa” attivi nel sogno di Maristella sono i seguenti: la “condensazione”, lo “spostamento”, la “drammatizzazione”, la figurabilità”. Non si sono evidenziati i processi di difesa della “sublimazione” e della “compensazione”. La “regressione” è presente nei limiti consentiti dalla funzione onirica.

Il sogno di Maristella offre inequivocabilmente un tratto “sessuale” e dispone per una “organizzazione psichica genitale”: “Salgo in macchina e vado per una strada in discesa.”

Le “figure retoriche” formate da Maristella nel sogno sono le seguenti: la “metafora” o relazione di somiglianza in “festa” e in “macchina” e in “discesa” e in altro, la “metonimia” o relazione di senso logico in “salgo” e in “vado per una strada” e in “lavori in corso” e in altro, la “enfasi” o forza espressiva in “camion che vengono giù a forte velocità e con i fari segnalo il pericolo.”

La “allegoria” del coito è presente in “Ci sono degli operai con un escavatore e a questo punto la strada frana e l’operaio ci cade dentro.” Quella della masturbazione si evidenzia in “Salgo in macchina e vado per una strada in discesa.”

La “diagnosi” dice di una consapevole induzione di anorgasmia a causa della paura di una gravidanza indesiderata e del timore di ossessionarsi nell’attesa della mestruazione.

La “prognosi” impone a Maristella di ben calibrare la sua tendenza a ossessionarsi e a remare contro i processi biologici naturali. Inoltre, l’assunzione di un contraccettivo è risolutivo per lenire gli effetti ossessivi e rassicurare l’economia psichica, nonché il danno procurato alla funzione sessuale con l’inibizione dell’orgasmo.

Il “rischio psicopatologico” dice dell’acuirsi della psiconevrosi ossessiva e del rischio anorgasmia da inibizione della funzione sessuale.

Il “grado di purezza onirica” è “buono”. Tale giudizio si giustifica con la forte simbologia presente nel sogno.

La “causa scatenante” del sogni di Maristella può essere l’attesa della mestruazione o un rapporto a rischio.

La “qualità onirica” è decisamente basta sul movimento e sulla simbologia. Maristella è padrona del suo linguaggio onirico e lo espone con assoluta naturalezza.

Il sogno può ascriversi alla seconda fase del sonno REM alla luce del trambusto composto e della memoria accurata, una fase di agitazione che ha permesso di ricordare.

Il “fattore allucinatorio” si incentra nel movimento: “salgo”, “vado”, “rallento”, “andando forte”, “ci cade dentro”, “girata”, “salivo”, “vengono giù”.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Maristella è “alto” proprio per la chiara interazione dei simboli. Il “grado di fallacia” è di conseguenza “minimo”.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Maristella è stata letta da una donna che ha voluto mantenere l’anonimato e ha posto le seguenti domande.

Domanda

Maristella vive bene o male il suo corpo?

Risposta

Maristella non vive bene il suo corpo perché non riesce ad affidarsi alla fisicità autonoma e alle funzioni del “sistema neurovegetativo”, ghiandole “in primis”. In particolare non si sente adeguata alle attività sessuali per il bisogno difensivo di non lasciarsi andare alle sensazioni e di controllare i movimenti naturali e spontanei del suo corpo. Maristella va controcorrente. Se ben rifletti, il suo sogno è impostato sul movimento. La psicodinamica è tutta in moto secondo un continuo “vado”, “salgo”, “scendo”, “cado” e avanti ancora con la “cenestesi”, sensibilità globale, dell’irrequietezza motoria. Il sogno di Maristella è “isterico” nella sua fenomenologia spaziale e tutto questo ambaradan è funzionale all’angoscia indotta dall’impossibilità di controllare l’incontrollabile. La destra e la sinistra, il sopra e il sotto interagiscono nel confermare la ricerca di Maristella di muoversi per non arrecare e per non subire alcunché di brutto e di cattivo, come se dovesse perdere i sensi e di conseguenza la responsabilità delle sue azioni. C’è una istanza morale minima in questa idea, ma è presente soprattutto una angoscia del “corpo birichino”, quello che fa le cose a tua insaputa e che non si lascia controllare. La crescita è in questo quadro. L’evoluzione biologica è in questo quadro. E allora è mancata a Maristella bambina una figura che la rassicurasse sulla dimensione biologica della crescita, quella che va dall’infanzia all’adolescenza nella lunga scorribanda di fondamentali tappe psicofisiche. E’ mancata la figura materna, la “mater magistra”, la madre alleata e la complice amica dei sedici anni. La madre di Maristella non è stata gratificante e non ha rassicurato la figlia nei processi di crescita. Non le ha mai detto “che bella che sei” o che signorinella che stai diventando. Non le ha mai insegnato a portare bene il culo e a esibire con orgoglio il seno. Pur restando fondamentalmente madre, non esula da questa figura e da questo ruolo la confidenza e la suadenza, la tenerezza e l’insegnamento, il garbo e la civetteria. Ripeto, l’età che scorre dalla “posizione fallico-narcisistica” alla “posizione edipica”, dai cinque ai dieci anni per intenderci, è un periodo fondamentale per l’evoluzione psicofisica a causa dell’accelerazione che la biologia impone al corpo. La psiche della bambina e dell’adolescente non fa in tempo ad assimilare i cambiamenti somatici. L’adolescente si trova addosso un corpo procace di donna. Maristella non ha avuto una madre adeguata a questo compito.

Domanda

E il padre?

Risposta

L’apprezzamento del padre nella crescita delle figlie deve essere costante e ben calibrato perché si inserisce nel travaglio della conflittualità “edipica”. L’adolescente gradisce un padre presente ma non ammiccante e oltremodo seduttivo, semplicemente perché il padre rappresenta la sicurezza e il potere, nonché il modello di maschio da afferrare al volo o da evitare come la peste. Il padre ha una funzione simbolicamente maschile e si innesta nel rafforzamento della “coscienza di sé” e del sistema delle relazioni. Il padre rappresenta il “principio di realtà” e l’insieme dei limiti e delle censure, istanza “Super-Io”. “Simile simili cognoscitur”, il simile è conosciuto e si associa al simile. Se la figlia deve identificarsi al femminile nella madre, ha bisogno di quest’ultima per la sua identità. Il padre è un buon alleato e compagno di viaggio nelle spedizioni seduttive e nella conoscenza della psicologia maschile.

Domanda

Allora esiste una psicologia maschile e una psicologia femminile?

Risposta

Esiste una “androginia psichica”, un insieme di tratti simbolicamente maschili e femminili, che si forma e si evolve coniugando i vissuti relativi al padre e alla madre e al proprio sesso. Teoricamente si parla e si discute sul maschile e sul femminile e prerogative associate. Nella pratica questo discorso è molto pericoloso perché rischia di diventare discriminante di ciò che compete al maschile e al femminile. Specialmente in Politica l’introduzione del concetto di “cose da maschi” e “cose da femmine” deve essere assolutamente evitato perché altamente reazionario.

Domanda

E allora cos’è rivoluzionario?

Risposta

Niente è rivoluzionario. L’Evoluzione è alla base dei fatti storici e degli eventi in attesa. Le grandi rivoluzioni nascono dalla realtà dei fatti e non dalle elucubrazioni farneticanti di un folle. E’ la Storia umana che produce gli eventi e le possibilità evolutive. Nella storia della Psicologia la Psicoanalisi freudiana ha tradotto in atto realtà compatibili con la comprensione e con i fatti e ha evoluto gli eventi in conoscenze e operazioni possibili attraverso il passaggio dall’ideologia alla prassi comune e quotidiana. Lo studio e l’approfondimento dell’isteria ha portato alla luce storica la Psicoanalisi. Le cosiddette rivoluzioni non nascono dal nulla, ma da una lettura dei fatti storici e dalla soluzione delle questioni attinenti.

Domanda

Marx, Darwin, Freud come li spieghi?

Risposta

Marx aveva sul tappeto gli esiti economici e sociali della Rivoluzione industriale. Darwin aveva visto con i suoi occhi le Specie animali nel viaggio naturalistico con il Beagle. Freud si era trovato di fronte alla vetusta fenomenologia isterica ed era tempo di dare una risposta scientifica a questi inquietanti sintomi. Le teorie che non si manifestano concretamente nella Storia restano castelli di idee o poemi. Forse i poeti sono anche anticipatori delle verità scientifiche, ma fondamentalmente restano operatori e funzionari del Linguaggio primario e delle varie forme in cui si può ridurre. In effetti non creano alcunché, ma elaborano modi di dire e di riflettere, le infinite combinazioni dei “processi primari” e della Fantasia, giocano con i “fantasmi” e comunicano verità compatibili con il tempo storico e culturale.

Domanda

Tornando all’interpretazione del sogno di Maristella, mi dici chi deve spiegare alla bambina la mestruazione che inevitabilmente verrà?

Risposta

A questo compito naturale sono deputati in progressione il padre e la madre all’interno di un’educazione sessuale adeguata e serena. Di poi anche il sistema educativo sociale deve adempiere un ruolo importante. La cultura sessuofobica e clericale non aiuta in questi compiti importanti per la formazione della persona e della società. La madre è idonea al compito, ma il padre è efficace. In ogni caso i genitori devono essere molto attenti a capire e seguire i bisogni della figlia e non le loro esigenze e velleità. Sarà quest’ultima a dettare i tempi e gli interventi delle figure genitoriali. Spesso il pudore e la vergogna sono cattivi compagni di viaggio per i genitori, ma l’educazione ai diritti del corpo va fatta in prima istanza da loro. Dipende sempre da cosa chiede di sapere la figlia e dall’abilità dei genitori di dispensare le pillole di conoscenza secondo naturalezza. Anche in questi casi l’ironia e la simpatia non guastano, ma attenzione a non sparare “minchiate” sulla sessualità perché vostra figlia potrebbe lasciarvi morire nell’ignoranza e non fidarsi più di voi.

Domanda

Il dramma dell’adolescente è che si trova un corpo di donna in una testa di bambina, come hai detto in precedenza. Ti ringrazio per l’opportunità che mi hai dato e per avermi scelta.

Risposta

Grazie a te per la concretezza e la linearità. Ci sarà ancora occasione di colloquio e di confronto. Tante belle cose a te e a chi ti vuol bene.

Per concludere mi serve un pezzo a metà tra l’ironico e il drammatico per testimoniare che finché c’è vita, c’è da ridere e da piangere, ma sempre con il giusto distacco da tutti e da nessuno, da tutto e da niente: ataraxia.

Alla prossima e occhio alle demenze televisive, quelle che informano il modo di usare i nostri “processi secondari”, la ragione. Tenete sempre in cantina una certa dose di spirito critico per accompagnare le vostre cene e astenetevi dalle solite tiritere serali che propinano gli imprenditori dei media e i loro degni compari. Prima viene la formazione e dopo l’informazione. Meglio il morbo di Alzheimer, che il morbo del commendatore e degli imbecilli al soldo di Tizio, Caio, Sempronio e anche Bortolo. Almeno il primo è psicologicamente naturale.

IL CORPO BIRICHINO

Il corpo è il teatro della psiche.

E’ il luogo pulsante dove l’inconsapevole autore, che è in te, e l’inesperto attore, che tu sei, rappresentano tra fascino e mistero le commedie, le tragedie, le farse e i drammi del personale quotidiano vivere.

Ognuno ha la sua storia con cento facce nella memoria.

Un tanto di tutto e un tanto di niente sono le storie della gente, una serie di vissuti costellata da tanto splendore e da tanto dolore; nel tempo esse diventano ritornelli che solo tu puoi cantare e sai ricantare, finché sei vivo, a tutti quelli che non ti hanno ascoltato, che ancora oggi non ti ascoltano e che purtroppo non ti ascolteranno mai.

In questo modo nessuno potrà ricordare il tuo nobile messaggio, il tuo gioioso ritmo, il tuo accorato appello, il tuo cadenzato ritornello.

Di giorno in giorno i copioni si accumulano sulla tua scrivania e non sempre sono originali, a volte si colorano e si stingono, si impennano e si abbattono, si ripuliscono e si impolverano, spesso si ripetono e continuano a ripresentarsi sul palcoscenico per la paura di essere esclusi dal palinsesto ufficiale della tua stagione teatrale.

Alcuni copioni sono talmente tuoi e talmente scritti sulla tua pelle da diventare ossessioni e tu sei costretto a ripeterli continuamente per la paura di dimenticarli.

A volte è bastato un semplice canovaccio, una bozza tutta tua, per recitare a braccio o a soggetto in una strana serata e a una platea quasi vuota una parte della tua preziosa e infinita storia.

Le tue migliori prestazioni sono state sempre riservate a pochi incauti spettatori, a qualche tossico in cerca di sballo, a qualche voglioso culattone.

E poi, per non farti dimenticare, sei ancora costretto a recitare la tua storia in versione classica e in versione giullaresca oppure da buon attore di strada devi improvvisare la tua identità presso il tragico trivio in cui Edipo uccise e continua a uccidere il padre Laio per una questione di precedenza sulla madre Giocasta.

E il corpo ?

Il corpo non sta a guardare il cielo come le stelle nella loro regione di perenne certezza, lontane dai torsoli e dal sangue; il corpo è il teatro in cui rappresenti in maniera oscura il tuo bene e il tuo male, il tuo paradiso e il tuo inferno, il tuo nirvana e il tuo raptus.

Quando le ripetizioni diventano ossessioni e la rappresentazione non basta a soddisfare il tuo attore, ecco che il corpo comincia a recitare per aiutarlo a esprimersi e partecipa commosso alla geniale sceneggiatura dell’autore e alle buone trovate del giullare.

E allora il corpo gioisce, soffre, si contorce, si esalta, fa salti, fa capriole, in una sola parola si esprime.

Il corpo birichino si esprime sempre e mai a caso, si esprime in perfetta sintonia con l’attore e con l’autore e secondo il suo linguaggio: il linguaggio del corpo birichino.

E allora la farsa e il dramma, la commedia e la tragedia sono più sofferte e più difficili da recitare; il linguaggio diventa simbolico e il tema del corpo birichino perde il suo spessore individuale e si dilata alla famiglia umana.

Io ho imparato necessariamente a conoscere il linguaggio del mio corpo birichino e a interpretare con dolore i miei principali psicodrammi: il prurito, l’asma, la bulimia, l’anoressia, il panico, la stitichezza, il vomito, il sudore, la diarrea, la frigidità.

Quanta fortuna ho accumulato in terra di Francia grazie ai miei baldi paladini !

Quanti castelli possiedo sulla Loira e sul Rodano grazie ai miei fedeli feudatari !

Grazie a tutti !

Fortuna che sono sempre in tanti.

Non finirò mai di ringraziare tutti in maniera adeguata, non finirò mai di essere comunque riconoscente nei confronti di chi, nel bene e nel male, mi ha sempre dato e mi ha sempre negato qualcosa.

I miei sofferti talenti li avevo affidati a un pessimo impresario che senza ritegno li aveva investiti in disgrazie e sperperati senza gioia.

Salvatore Vallone

IL SOGNO DI ANNAMARIA

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“Annamaria sogna di trovarsi in bagno e di utilizzare il water.

Appena finito, si accorge di non aver sollevato il coperchio perché è sporco di feci.

Annamaria era sicura di averlo sollevato.

La sensazione è di stupore e di sporcizia.”

INTRODUZIONE

Il sogno di Annamaria esalta in termini chiari e perentori la classica psicodinamica della “fase anale”, una delicata e importantissima evoluzione psichica nell’investimento della “libido”, un momento chiave per la “organizzazione reattiva”, il cosiddetto carattere, e per la formazione della “posizione sadomasochistica”, posizione secondo la terminologia clinica della grande Melanie Klein. Quello di Annamaria è un sogno universale, un prodotto onirico che scatta in tutti gli umani nel momento in cui si ha a che fare con l’aggressività propria e altrui. Al di là delle differenze razziali, etniche e culturali, il rapporto con il corpo e con i bisogni intimi, come la funzione della defecazione e l’esercizio erotico della “libido anale”, riguarda tutta l’umanità. Trattasi di un “archetipo” vitale e funzionale. A tal proposito ricordo che da bambino mi aveva colpito il piccolo water o “cessetto” in ceramica bianca, venduto nelle bancarelle della mia città ai turisti improvvidi, dove campeggiava la seguente scritta: “saran potenti i papi, saran potenti i re, ma quando qui si siedono son tutti come me”. Ecco servito il trionfo della democrazia biologica e dell’uguaglianza funzionale: una profonda verità popolare degna di una saggezza antica.

RIFERIMENTI FILOSOFICI

Nella storia del pensiero filosofico in riguardo al corpo e ai suoi bisogni si sono presentati pensatori di spessore: un certo Epicuro con il suo “edonismo” ha posto la necessaria valutazione del corpo come campo di piacere in opposizione all’angoscia di morte, un certo Arthur Schopenhauer è partito dalla scoperta del corpo per concludere il suo “pessimismo cosmico” nella metafisica della “Volontà di vivere”, un certo Ludwig Feuerbach ha denunciato alla borghesia che “l’uomo è ciò che mangia” e che se si vuole un uomo migliore bisogna dargli un’alimentazione migliore grazie a un salario più congruo, un certo Karl Marx ha indicato l’importanza del corpo e delle funzioni vitali per arrivare alla denuncia della borghesia e del sistema capitalistico, tanti altri benefattori dell’umanità hanno speculato sulla materia umana e divina “corpo”. In Filosofia e in Cultura si chiama “edonismo o materialismo” la scuola o la corrente di pensiero che privilegia i diritti del corpo e soprattutto i bisogni del corpo, mentre in Psicologia e in Psicoanalisi il merito di avere aperto una finestra teorica e clinica sull’importanza del corpo va ascritto a Wilhelm Reich. Freud era partito dal “corpo isterico” e aveva elaborato la teoria sulle cause, “eziologia”, della nevrosi isterica e la teoria della “libido” con le varie fasi di evoluzione della stessa, (orale, anale, fallico-narcisista e genitale), ma aveva sempre mantenuto da pessimo ebreo un certo pudore verso la cosiddetta “materialità corporea”, al punto che nel tempo elaborò una “metapsicologia”, la metafisica della psicologia.
La “sublimazione” culturale religiosa è volata dal corpo all’anima e ha ostacolato il progresso scientifico e culturale per millenni. Il corpo è campo d’amore, oggetto sacro e mistico. Già nel Seicento il “diritto naturale” lo aveva eletto a oggetto giuridico proclamando il “diritto alla vita” e alla “conservazione della vita”, la “Specie”. In Oriente il Buddismo aveva investito di sacro amore il “Tutto Vivente”. Nonostante notevoli progressi, ancora oggi abbiamo difficoltà a ritenere che noi siamo il nostro “psicosoma”. Le sferzate dell’angoscia di morte ci portano alla consolazione di una speranza d’eternità e di una promessa di rinascita. La vita psicofisica è un “olon”, un “Tutto intero” chiamato “corpo vivente”. Pensare che tutto si attesti in questo “olon” sembra assurdo, ma porterebbe a vivere meglio l’intensità della “libido” senza sovrastrutture culturali e ideologiche. Il filosofo Carlo Michelstaedter prima di uccidersi aveva suggerito nella sua tesi di laurea di “vivere pensando che nulla in noi chiede di continuare a vivere”: vivere il presente senza ambizioni psichiche e prepotenze culturali.

IL SOGNO DI ANNAMARIA

Torniamo al sogno di Annamaria dopo questa digressione attinente al tema centrale del “corpo” e soprattutto dell’aggressività, della sua gradazione e della sua modulazione. Un chiarimento semplice è il seguente: la carica-pulsione aggressiva se esternata in eccesso si definisce “sadismo” e colpisce l’oggetto su cui è investita, se contratta in eccesso si definisce “masochismo” e si ritorce contro il soggetto che la vive. Si tratta di un “fantasma” che si struttura nel secondo anno di vita nell’esercizio degli investimenti della “libido” ed è definito “fantasma anale”. Esso contiene il vissuto in riguardo all’espulsione o al contenimento delle feci, all’”introiezione” o alla “proiezione” dell’aggressività.
Decodifichiamo i simboli del sogno di Annamaria.

Il “bagno” condensa la parte psichica intima e privata, interna alla “casa” che rappresenta la struttura o meglio l’organizzazione caratteriale in atto. Il “bagno” condensa l’appagamento della “libido”, l’erotismo, la sessualità e l’aggressività, nonché la purificazione dei sensi di colpa a quest’ultima collegati quando il “bagno”, per l’appunto, è sporco. Fondamentalmente il “bagno” abbraccia la dimensione personale, quel piccolo o grande mondo dei nostri segreti e delle nostre manie che da piccoli ci siamo sempre ripromessi di non dire a nessuno per paura della punizione o per paura di non essere capiti, una sfera intima e privata che poi inevitabilmente abbiamo comunicato alla mamma per poi accorgerci di essere stati traditi anche da lei. Il “bagno” è sempre un piccolo dramma per le sue ambivalenze e per il nostro bigottismo, dal momento che viviamo in una cultura che, come si diceva in precedenza, non valuta adeguatamente i diritti del corpo e addirittura li svaluta a favore di chissà quale altra dimensione irreale.

Il “water” è il simbolo elettivo del “sadomasochismo”, in quanto condensa la pulsione dello scarico benefico dell’aggressività nell’espulsione delle feci, “sado”, e del dolore collegato, “maso”, con senso finale di liberazione, pulsione importante anche per l’autonomia psichica, oltre che per l’autogestione dei bisogni e delle pulsioni, in primo luogo il controllo della propria aggressività. Il “water” condensa la “libido anale” con annessi e connessi sadomasochistici: l’espulsione liberatoria e la ritenzione dolorosa delle feci. Bisogna sempre considerare che la “libido anale”, dopo la “libido orale”, è una “posizione” preparatoria alla “libido genitale” ossia alla futura e matura vita erotica e vitalità sessuale.

Il “coperchio” è chiaramente una difesa dallo scarico dell’aggressività “sado” per imbrattarsi a privilegio dell’aggressività “maso”. Il “coperchio” è una difesa psichica dall’espletamento della “libido anale”. E il sogno ci dice anche il perché di questa posizione difensiva: “sporco di feci” ossia l’aggressività nelle sue varie forme, nello specifico “sado” e “maso”, è ammantata da senso di colpa. Le “feci” rappresentano simbolicamente lo strumento dell’aggressività.

“Sollevare il coperchio” attesta la caduta delle difese inutili e inopportune, oltre che la naturale esternazione della propria aggressività in una salutare liberazione della rabbia. Annamaria pensava di non avere difese nella gestione della propria aggressività e, invece, ha dovuto prendere atto della colpevolizzazione della sua carica aggressiva e del suo esercizio. Annamaria pensava di aver superato adeguatamente i blocchi legati all’esternazione della rabbia, ma invece è costretta a prendere atto che questa ristagna a causa dei sensi di colpa che inevitabilmente sopraggiungono ogni volta che si afferma e impone se stessa nei giusti e naturali modi.

“La sensazione è di stupore e di sporcizia.” Simbolicamente lo “stupore” condensa una caduta della vigilanza e della funzione razionale dell’”Io” a favore di uno stato emotivo crepuscolare, a favore del disimpegno delle pulsioni e dei vissuti dell’”Es”, l’istanza psichica profonda. Questa benefica alterazione della coscienza è anche una difesa dal cumulo delle esigenze che spesso si hanno a carico dell’”Io”. Ben venga lo “stupore” come un ritorno alla meraviglia in onore del nostro bambino dentro! Una continua vigilanza è di per se stessa una psiconevrosi da fobia di lasciarsi andare e comporta disturbi psicosomatici sia di natura sessuale e sia del sonno. La “sporcizia” è il senso di colpa che avvolge l’aggressività di Annamaria e la blocca nell’espressione delle sue più genuine energie e negli investimenti di “libido”.

Il sogno di Annamaria è una chiara prognosi a conferma di quanto il nostro sognare sia un’ancora di salvezza nei momenti più difficili della nostra vita perché ci dice la nostra verità psichica del momento. Annamaria, sognando, sta dicendo a se stessa di non colpevolizzare la sua aggressività, di esternarla liberamente senza ripensamenti e di non tirarsi indietro nelle prove della vita che le richiedono di essere “cazzuta” e incisiva, ma di cimentarsi con lena e sicurezza. Annamaria non deve trattenere le sue pulsioni organiche e psichiche per la maledetta colpa o per il benedetto pudore, ma deve vivere il suo corpo come il primo oggetto d’amore. Il sogno dice chiaramente che l’aggressività non sfogata si ritorce contro perché ristagna dentro e, dovendo uscire da qualche parte, si converte in disturbo psicosomatico e privilegia il sistema gastrointestinale. Questo è il rischio psicopatologico.

Riflessioni metodologiche: una disfunzione gravissima del “fantasma anale” è ben visibile, purtroppo, nei nostri giorni. Si tratta del fenomeno del “terrorismo” dove il “sadomasochismo” si esalta nel martirio e nell’omicidio, nella strage di se stessi e degli altri. Questo dramma individuale e sociale avviene, secondo la psicologia dinamica, quando un soggetto esalta il “fantasma anale” al punto di elaborare un delirio distruttivo. La “fase anale” degli investimenti della “libido”, cosi come i primi tre anni di vita, è determinante per lo sviluppo futuro delle “psicosi” e delle “sindromi deliranti”. Delicato è il progressivo passaggio dall’uso del “processo primario”, la “fantasia”, all’uso del “processo secondario”, la “logica”, un passaggio mai definitivo ed esaustivo. A seguito di quanto affermato, si evince che non può candidarsi all’esercito dei terroristi un soggetto che ha evoluto normalmente la sua “fase anale” e che ha maturato un’organizzazione psichica nella giusta modulazione. E’, purtroppo, vero che una predicazione e un monito suggestivo alla “guerra santa” possono trainare organizzazioni psichiche fortemente “anali” e con l’aggravante del “fantasma depressivo” a scatenare la strage di sé e degli altri. La “sublimazione” dell’angoscia depressiva di perdita si risolve nel martirio e nella strage. In sintesi, il fenomeno del “terrorismo” abbisogna di specifiche strutture psichiche che contengono la “posizione schizo-paranoide” e la “posizione depressiva” associate alla “posizione anale” con l’auge sadomasochistico. La “sublimazione” interviene sotto la spinta della suggestione religiosa a dare il via e la concretezza al mortifero delirio paranoico. Si è anche visto che le stragi possono essere indotte per istigazione visiva e verbale e possono attingere proseliti in tutto il mondo presso “organizzazioni psichiche borderline” del tipo in precedenza descritto.
La Psicologia della suggestione si dimostra molto pericolosa nell’indurre la ferocia e la morte, la guerra ferina di uno contro tanti. Sono dati di fatto, purtroppo, a cui bisogna dare maggiore importanza. A tal proposito è molto utile leggere o rileggere il testo di Freud “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”, una ricerca profetica pubblicata nel 1921 prima dell’avvento dei sistemi politici di massa, il Fascismo, il Nazismo, il Comunismo.

ANCORA A PROPOSITO DI FABIO… E DEI DIRITTI DEL CORPO

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“Fabio sogna di trovarsi al lato del guidatore della macchina in mezzo al buio, in una strada buia e a fari spenti.
Fabio è solo nell’oscurità e due figure animali attraversano la strada di corsa.
Fabio inchioda istintivamente la macchina nel mezzo della strada, apre la portiera dal lato del passeggero e fa di tutto per far salire quegli animali in macchina.
Mette le quattro frecce e cerca di farli salire perché teme per lo loro incolumità.”

Il sogno di Fabio propone un tema di delicata rilevanza e un dilemma del tutto inutile: il rapporto tra la mente e il corpo e il pericoloso, quanto diffuso in Occidente, schema culturale e religioso che privilegia i diritti della mente e dell’anima sul povero soggetto di vita e di vitalità, “libido”, che è il corpo.
Procediamo con cautela, soprattutto vista la portata degli argomenti e dei coinvolgimenti.
Ritorna nel sogno di Fabio la solita diffusissima “macchina”: il “sistema neurovegetativo” nella valenza sessuale, piuttosto che cardiorespiratoria. Ritorna la vita sessuale nei fantasmi di un maschio più che adolescente, ma la causa di questo tema non risiede soltanto nei contenuti immessi nel processo psichico di formulazione dei “fantasmi”, ma anche nella mancata educazione sessuale e nella sessuofobia culturale e religiosa, schemi e concetti che esigono di essere corretti ed evoluti in maniera fausta e “in primis” dai genitori.
Fabio si trova a lato del guidatore. Fabio, quindi, non è il pilota, ma è traportato in macchina da una figura maschile, almeno si suppone, che non vede, ma di cui sente la presenza e nella quale si è identificato, il “padre”, ma un padre che non vede e, proprio perché non vede, è il padre. Ricordo che il sogno ha bisogno di censurare per favorire il sonno e affinché il “contenuto latente” non coincida con il “contenuto manifesto”, pena l’incubo e il risveglio immediato. “Il sogno è il guardiano del sonno”, sosteneva a spada tratta il capostipite Sigmund Freud.
Ritorna il “buio”, il solito “buio”, ad attestare del crepuscolo della coscienza, della disposizione psicofisica alla pulsione e all’emozione, del bisogno di distrarsi dalla vigilanza razionale dell’”Io”, del desiderio di abbandonarsi alla “libido” e all’appagamento dei sensi.
Anche la “strada è buia e i fari sono spenti”, quasi a confermare, se ce ne fosse bisogno, che Fabio è proprio deciso a lasciarsi andare tra le braccia del suo “Eros” nel migliore dei modi. I “fari spenti” attestano di una sessualità che non ha bisogno di un ragioniere che calcoli l’ammontare delle tasse per la dichiarazione di redditi. Il rafforzamento del “buio” si attesta nelle reiterazioni della “strada buia” e dei “fari spenti”. Fabio si sta dicendo che, se vuole vivere bene la sua sessualità e il suo corpo, deve sospendere le attività dell’”Io”, almeno nei momenti pulsionali tanto naturali, quanto desiderati. Fabio è proprio convinto e deciso nell’assecondare questo naturale progetto.
“Fabio è solo nell’oscurità e due figure animali attraversano la strada di corsa.”
Ecco che gli vengono in aiuto “due figure animali”. Ma cosa rappresentano? E perché due e non quarantaquattro come i gatti di una famosa canzoncina? Le figure animali condensano gli istinti, le pulsioni, la vitalità ormonale, la forza della “libido”. Fabio incontra fuori dalla sua “macchina”, anche se guidata dal padre, la carica libidica rappresentata da “due figure animali” non meglio identificate. Il primo problema è il perché gli istinti sono fuori dalla macchina? Fabio deve riappropriarsene e farle sue. Freud sosteneva che si nasce maschi, ma si diventa maschi. Voleva significare che il processo evolutivo verso l’identità maschile deve passare attraverso l’identificazione nel padre a conclusione del travaglio edipico e nel pieno rispetto dell’acquisita autonomia. Fabio deve appropriarsi della sua macchina e incorporare gli istinti nel suo apparato sessuale, “la macchina”. Fabio deve avere meno scrupoli e meno censure nel vivere la sua carica di “libido”. Si nota una presenza invadente e censoria del “Super-Io” che ridimensiona l’”Es”, la sede delle pulsioni, per cui l’”Io” va in affanno, ma non in quello amoroso, in quello morale della colpa o del disagio in ogni senso. Siccome il “Super-Io” è definibile come l’“introiezione del padre”, Fabio ha qualche pendenza psichica con il padre. Ritornando al “due” in riguardo agli “animali-istinti”, bisogna ricordare che il numero condensa la coppia, la linea, il femminile, ma in questo caso riguarda il corpo che possiede in coppia le braccia, le gambe, i piedi, le orecchie, le mani, gli occhi, i reni, i testicoli, i seni e altro su cui non mi soffermo. Il numero “due” ha qualche riferimento simbolico personale, per cui si lascia a Fabio la giusta riflessione e non ci resta che procedere con la decodificazione del suo interessante e intrigante prodotto psichico.
“Fabio inchioda istintivamente la macchina nel mezzo della strada, apre la portiera dal lato del passeggero e fa di tutto per fare salire quegli animali in macchina.”
Fabio si è rassicurato e adesso guida la sua macchina visto che la può inchiodare nel mezzo del cammino che porta all’emancipazione dal padre e alla sua autonomia psicofisica. E meno male! Bisogna incorporare gli istinti estromessi, perché avevano subito l’improvvida “castrazione” come punizione del desiderio estremo di aver desiderato la donna d’altri, la madre e la moglie del padre, e come giusta espiazione alla colpa di non aver riconosciuto il padre. Fabio fa di tutto per appropriarsi senza inibizioni e nella sua naturalità biologica la sua vitalità sessuale, la “libido”, la “libido genitale”, quella donativa che esige la presenza del partner, nel passato freudiano si trattava della donna.
“Mette le quattro frecce e cerca di farli salire perché teme per lo loro incolumità.”
Le “quattro frecce” attestano di una richiesta d’aiuto, indicano un’emergenza psicofisica che esige la ricostituzione dell’unità psicosomatica di Fabio. Le “quattro frecce” richiedono la consapevolezza dello “status” critico, per procedere alla definitiva soluzione attraverso l’ottemperamento al comandamento psicoanalitico “riconosci il padre e la madre”.
Il sogno di Fabio si svolge secondo le seguenti coordinate dinamiche: dal rapporto di dipendenza dal padre e dall’alienazione degli istinti dall’apparato sessuale alla progressiva e decisa ripresa in carico della sua sessualità e del suo corpo. Le quattro frecce significano S.O.S. e non soltanto in sogno. Fabio ha esaltato il “processo secondario” e la razionalità, ha favorito la presa di coscienza dei suoi “fantasmi”, ma ha corso il rischio di usare malignamente il meccanismo di difesa, non certo fausto, della “razionalizzazione”. Quest’ultimo si attesta nel “nondum matura est”, “non è ancora matura”, della favola del greco Esopo titolata “la volpe e l’uva”: una giustificazione razionale dell’incapacità di raggiungere un grappolo d’uva per mangiarlo da parte di un animale furbo come la rinomata volpe. Se è doveroso aver coscienza di sé, è pericoloso costruire un castello di idee in fuga dal corpo per giustificare ciò che non si accetta e che si vive male, sempre in riguardo al proprio corpo. Il meccanismo di difesa della “razionalizzazione” consiste nella giustificazione e nell’organizzazione logica di idee aggressive e di atti illegittimi e il delirio paranoico ne è il classico esempio.
La prognosi impone a Fabio di concludere il tempo delle dipendenze e di rafforzare la consapevolezza della sua autonomia psichica attraverso il riconoscimento del padre e il ridimensionamento della funzione inibitrice del “Super-Io”. Questo obiettivo passa attraverso la risoluzione del complesso di Edipo. Inoltre e soprattutto Fabio non deve alienare i diritti del suo corpo a favore delle pretese della sua mente, come si diceva in precedenza.
Il rischio psicopatologico si attesta nella mancata risoluzione della posizione edipica con il conseguente irrigidimento del “Super-Io” nella sua tirannia inibitrice. A tale improvvida situazione conseguirebbe un mancato gusto della propria vita sessuale con frustrazioni della “libido”. Trascuro il rischio paranoico di un eccesso di “razionalizzazione”, qualora Fabio istruisse una fuga dal suo corpo.
Riflessioni metodologiche: il sogno di Fabio induce il tema del rapporto tra “mente e corpo”, tra “psiche e soma”, dal momento che gli istinti sessuali erano stati in un primo tempo estromessi dal corpo e alla fine fortunatamente recuperati. La domanda è semplice ed è la seguente: “noi siamo il nostro corpo e possibilmente la nostra mente”, “noi siamo la nostra unità psicosomatica”? Al di là di ogni legittima e rispettabile aspettativa per il “post vitam”, come dobbiamo vivere il nostro corpo e gli annessi e connessi istinti e pulsioni? Il grande Epicuro aveva ragione nel dire che la morte non è un’esperienza vissuta, per cui la vita e il corpo sono da amare in maniera sacra. A tal uopo riporto un brano del mio testo in attesa di pubblicazione (probabilmente da “Psiconline”) e titolato “Io e mia madre”, psicodramma dell’anoressia mentale, proprio sul tema del corpo e dei suoi diritti. Chi riflette è una ragazza di vent’anni affetta da anoressia, per l’appunto. Seguiamola in questo breve estratto.
“Alla monotonia della vita e alla gabbia del corpo si è pesantemente aggiunta la prigione del lavoro: io non riesco a immaginare per me una buona armonia dei tre elementi.
L’inerzia del vivere mi trascina e Luca, il traditore, non spinge più il mio sgangherato carro ed è anche sceso dal mio corpo.
La sessualità si è spenta e l’erotismo è un’arte antica trasmessa dai Romani in versione letteraria a volte nobile e a volte volgare.
Il mio orologio mestruale si è rotto e dell’esser femmina non vedo traccia da molto tempo.
Ogni mattina, appena sveglia, mi assale la paura di me stessa e della realtà che mi circonda: il soffitto sopra di me, le pareti bianche della stanza, il manifesto del “Che”, l’armadio laccato di rosa, i jeans di velluto, la sedia in vimini, il reggiseno nero, la foto di lui, i numeri luminosi della radiosveglia, le opprimenti coperte, il mio corpo in un sudario di cotone, le braccia conserte, le gambe rannicchiate, il mio odore, il mio sudore, il dolore allo stomaco, il respiro pesante, il cuore in corto circuito.
Per magia cerco e trovo la forza di staccarmi da tutto e di collocarmi al di là di una spessa vetrata.
Provo a sondare me stessa e la mia situazione, ma inevitabilmente la paura traligna nell’angoscia di non essere capace di rientrare nella realtà da cui sono appena fuggita, per cui tutti i miei sforzi si concentrano nell’attaccarmi nuovamente alle cose, quasi un arrampicarmi su di esse.
In tale trambusto di sensi e di ragione ho il coraggio di pormi il dilemma: il soffitto, le pareti, il manifesto, l’armadio, i jeans, la sedia, il reggiseno, la foto, i numeri, le coperte, il corpo, le braccia, le gambe, l’odore, il sudore, il dolore, il respiro, il cuore mi accetteranno di nuovo o mi rifiuteranno per sempre ?
Riprenderò possesso di me stessa e riavrò potere sulle mie cose o sarò punita per la mia prepotenza narcisistica ?”