SCRIVE LA MAESTRA ALESSANDRA

In relazione a I COMPITI SCOLASTICI IN TEMPO DI CORONAVIRUS

Caro dottor Vallone, non potevo non inoltrarle questo mio scritto, dopo aver letto l’articolo in oggetto.

Non voglio, tuttavia, commentare la sua puntuale analisi del caso effettuata da una prospettiva psicologica, ma voglio soffermarmi sulla frase ” SONO SEMPRE ANNOIATI E NON FANNO I COMPITI CHE TRAMITE WHATSAPP.”

Come Lei sa, sono un’ insegnante di Scuola Primaria cui stanno a cuore i bambini e, prima del loro apprendimento, il loro benessere psicofisico.

Sempre molto attenta, quindi, a creare ambienti di apprendimento motivanti in classe, cerco di essere altrettanto attenta a farlo anche a distanza. Con le mie colleghe e, senz’altro,anche grazie alla tecnologia cui non ho disdegnato di approcciarmi pur di rendere più bello ciò che andiamo a presentare, stiamo avendo un feedbak più che positivo: i bambini si dicono curiosi di vedere cosa presenteremo ancora, e i genitori, pur con le loro difficoltà, apprezzano il nostro lavoro.

In cosa consiste questo lavoro?

Certamente inviamo schede di rinforzo e approfondimento, ma confezioniamo anche dei video o degli audio per spiegare cose nuove e ripassare cose vecchie, video per cantare insieme, video per dare spunti creativi, padlet perché i bambini mettano in mostra i loro elaborati creativi in modo che li possano vedere i compagni e avere i loro commenti… allacciamo conversazioni via chat, tramite la piattaforma didattica o con whatsapp per chi è disagiato… Cerchiamo, in pratica, di mantenere, anche a distanza, una dimensione di gruppo.

Non un lamento… anzi grande partecipazione attiva dei bambini… e dei genitori che ci dicono grazie per il lavoro a distanza e per l’impegno produttivo e piacevole che diamo ai loro figli.

Tutto questo per dire che anche la scuola può essere il riempitivo giusto, senza far cader nella noia questi nostri preziosi bambini.

Un caloroso saluto da una sempre “motivata” maestra Alessandra anche in tempo di coronavirus.

I COMPITI SCOLASTICI NEL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Gentile dottore,

la ringrazio per questa opportunità e le pongo subito il problema dei compiti da fare in casa. Ho due figli di dieci e di otto anni. Sono sempre annoiati e non fanno i compiti che tramite warzapp vengono comunicati. Come mi devo comportare e cosa devo pensare di questo loro comportamento? Mi risponda presto, perché per me è un grosso problema. Mio marito dice che poi passa. Viviamo in una casa di ottanta metri quadrati e stare insieme è diventato pesante.

Grazie ancora da Maria della provincia di Udine.

Cara Maria,

il problema principale è la salute psicofisica di tutti voi, genitori e figli, collaborativi e appartati, preoccupati e fatalisti. Siete chiamati a inventare di volta in volta come si può stare insieme in uno spazio ridotto e per un giorno intero e poi anche per quello che verrà, fino alla liberazione dalla costrizione fisica e dall’incubo dell’infezione. Bisogna stimolare la creatività e mettere in moto l’intelligenza operativa collettiva, la furbizia della famiglia, la somma delle vostre intuizioni valide per una buona convivenza.

Come si fa?

Tu hai visto che ognuno di voi ha trovato il suo posto e il suo ruolo, che insieme svolgete con piacere i riti quotidiani come la colazione, il pranzo e la cena, (lo scambio simbolico degli affetti tramite la condivisione del cibo), come la fruizione di un programma televisivo o la partitella a scopa o a tressette, a ramino o a burraco, o addirittura la lunga avventura del monopoli. Anche andare a dormire è un rito naturale e gradevole. L’andamento logistico della giornata sembra essere lo stesso di prima e di sempre, ma nel tempo del coronavirus acquista note diverse proprio perché la Vita è chiamata in causa in prima persona e il corpo rischia il contagio. Si vive con la spada invisibile di Damocle sulla testa. Tutti sappiamo che si è in pericolo e tutti reagiamo secondo la nostra formazione e organizzazione psichiche. In questo si è tutti originali e per questo motivo è necessario comprendersi e tollerarsi, amalgamarsi ed essere duttili. La tolleranza è la virtù sociale per eccellenza, è necessaria per la convivenza e per la civiltà ed è la condizione della libertà possibile. La duttilità è la virtù psichica necessaria in questi frangenti clinici di sofferenza. Il sentimento d’amore si veicola e si manifesta con queste virtù, la tolleranza e la duttilità. Sapere cosa succede a livello psichico in queste dinamiche individuali e sociali aiuta notevolmente a superare le difficoltà, le incomprensioni e le fatiche.

Cosa si scatena in questa convivenza forzata a livello di Psiche in tutti noi?

Soprattutto, cosa si scatena nei ragazzi, sempre in questo famigerato livello?

La clausura e la costrizione rientrano nella gestione del nostro “Super-Io”, l’istanza psichica che regola i divieti, le proibizioni, le imposizioni, le norme, tutto quel materiale psichico e sociale che sa di legge e di dovere, di limite alla potenza e all’onnipotenza. La dimensione psichica del “Super-Io” viene messa a dura prova in questa emergenza individuale e collettiva. Ognuno di noi, cara Maria, reagisce con la personale sensibilità al divieto, la propria tolleranza o intolleranza alle limitazioni e alle imposizioni. L’istanza “Super-Io” è coordinata dalla vigilanza razionale e realistica dell’Io e deve essere sempre tenuta sotto controllo dalle funzioni logiche, pena la soccombenza al peso del dovere o al bisogno del rifiuto della norma. In ogni caso non deve andare mai in crisi la funzione dell’Io che mette in equilibrio le spinte delle pulsioni e dei bisogni e le controspinte delle limitazioni e delle repressioni. Tutti indistintamente abbiamo a che fare con il nostro “Super-Io” e con la sua elasticità: quanto più duttile e diplomatico è, meglio si sopportano le congiunture limitanti e impositive. In questo drammatico presente storico e culturale la Psiche individuale e collettiva si deve attenere alle prescrizioni legislative semplicemente perché il fine della sopravvivenza supera qualitativamente qualsiasi ribellione alle imposizioni del “Super-Io” collettivo condensato nella Legge.

In questo drammatico contesto psicosociale la scuola può attendere dal momento che non è la priorità individuale e collettiva. Non bisogna sminuire il suo ruolo formativo, ma non bisogna amplificare la negligenza dei ragazzi nel fare i compiti assegnati per via telematica. Non si può fare buona scuola in questo modo anche perché manca il giusto rodaggio per questo cambiamento repentino della metodologia didattica. In questo assedio del coronavirus si può tappare un buco, ma quando la nave affonda servono i salvagenti e le scialuppe di salvataggio. L’essere chiusi in casa viene anche vissuto come una costrizione logorante per il blocco delle energie psicofisiche che comporta. Ognuno di noi si trascina dietro un peso e non sempre è confortato dalla necessità di reagire alla minaccia del nemico esterno. Non sempre le persone che trasgrediscono ai divieti delle leggi sono dei delinquenti o dei menefreghisti, spesso accusano i sintomi della claustrofobia, spesso reagiscono all’angoscia dell’inanimazione e dell’indeterminato psichico. Il Governo deve tener conto che il Popolo deve essere sempre motivato all’obbedienza per un fine superiore, ma deve calcolare che non lo si può trattenere per lungo tempo in angusti confini. L’iter psicosociale della tolleranza attraversa delle fasi ben precise e sul cui svolgimento ritornerò in un prossimo articolo.

Dopo i virologi saranno di turno gli psicologi, dopo che la paura di contagio e di morte sarà debellata nella realtà, toccherà alla Psicologia e alla Psicoterapia. A quel punto si spera che le angosce collegate a questa tragica esperienza siano di poco spessore, altrimenti la Psicoterapia sarà necessaria per il benessere della gente, per il ripristino degli equilibri psicofisici fortemente turbati. Dopo l’emergenza logistica si profilerà una emergenza più sottile e delicata, quella psichica. Finché la minaccia di contagio e di morte sarà forte e viva, la Psiche controllerà l’emersione dalla dimensione profonda dei nuclei delicati che tutti abbiamo elaborato e che ci hanno formato. Quando si allenteranno i cordoni della vigilanza, perché subentrerà la tanto auspicata normalità, la Psiche individuale e collettiva reagirà nel bene e nel male e allora sarà importante curare l’anima.

Mai paura, perché i disagi psichici non sono ignoti, come le azioni nefaste del coronavirus, e sono risolvibili.

In tanta disgrazia almeno questo ci consola.

LA CLAUSURA

Mi dica,

quanto si può resistere chiusi in casa?

Mario

“Ubi maior, minor cessat.”

I padri latini in quattro parole risolvevano le questioni più delicate e applicavano questa formula anche alle situazioni più disparate, da quelle altamente spirituali, come l’Olimpo degli dei importati senza sforzo dalla Grecia, a quelle bassamente ferine, come la lotta tra i gladiatori nello stadio del Colosseo.

La scarna domanda di Mario è sacrosanta, ardua nella sua sintesi, drastica nella sua limpidezza, estesa nei suoi contenuti. A tanta semplice richiesta è possibile dare una complessa risposta. Di poi, si potrà scrivere un trattato sulla “clausura” coatta e volontaria, sui carcerati e sulle suore, sui fobici e sui mistici.

Comincio dal semplice per indicare la complessità dei temi.

“Ubi maior, minor cessat” è un principio evidente di qualità Logica ed Etica che travalica nella Sociologia e nella Politica. Applichiamolo alla situazione psico-socio-culturale e politica in atto.

C’è una “causa” di forza maggiore che costringe ad accettare gli “effetti”. Questi ultimi sono di gran lunga inferiori all’effetto letale della causa: la costrizione in casa è qualitativamente inferiore al rischio di contagio e di morte ed è etica perché nessuno vuol morire. Questo amore di se stesso e della Specie è da privilegiare al cento per mille senza alcuna ricerca di eroismi innaturali e narcisistici.

L’amor proprio è una pulsione organica prima di evolversi in un dato psicologico, etico, politico e giuridico. Il Corpo è fatto per vivere e per morire, il Corpo ha inscritta la morte, ma la Mente non vuole far morire il Corpo, esclusion fatta per alcune gravi psicopatologie. La consapevolezza della morte, sintetizzata crudamente nel motto dei frati trappisti “memento mori”, distingue l’Uomo. L’homo sapiens è al vertice di codesta cruda consapevolezza. Questo pregio lo rende elevato e infelice in vita natural durante.

Tornando alla domanda di Mario, si può tranquillamente affermare che la conservazione della Vita è un bene maggiore rispetto allo scorrazzare per le piazze o per i parchi o per i boschi o per i centri commerciali. Ergo, stiamo chiusi in casa, se vogliamo ancora campare.

Ma quanto si può durare chiusi in casa senza impazzire?

Questa formulazione della domanda di Mario è volgare, ma rende benissimo la sostanza della richiesta.

Rispondo in sintesi.

Dipende dalla motivazione individuale e sociale, dipende dalla “organizzazione psichica reattiva” individuale, dipende dalla “organizzazione psichica collettiva”, dipende dalla forma politica.

Analizziamole tutte e quattro.

LA MOTIVAZIONE INDIVIDUALE E SOCIALE

La motivazione “individuale” è varia perché ogni persona ha una sua irripetibile conformazione psichica. Di conseguenza, la diversità è anche mentale, per cui ognuno ha la sua ragione per giustificarsi la clausura.

La motivazione “sociale” è unica e si attesta nel sentimento della solidarietà e della condivisione dello stato di emergenza, nonché sui valori civili ed etici.

LA MOTIVAZIONE PSICHICA INDIVIDUALE

La “organizzazione psichica reattiva” individuale può essere “orale”, “anale”, “fallico-narcisistica”, “edipica”, “genitale”. Vediamo le reazioni psicologiche alla clausura secondo sintesi e con la chiarezza massima, dopo aver precisato che la classificazione è un ausilio interpretativo, ma, come tutti gli schematismi, è da prendere con le pinze: aiuta a capire, ma non è esaustivo e non è verità evangelica.

La persona a tratti prevalentemente “orali” privilegia gli affetti e ne teme la perdita, per cui risponde alla clausura con una pulsione depressiva e con paura. Quest’ultima è controllata tramite la motivazione costante della costrizione logistica, per cui ha una buona durata perché la “razionalizzazione” è in opera e i sentimenti sono facilmente appagati se le persone che si amano sono presenti o comunque in vita. Il rischio psicopatologico si attesta, dopo aver vissuto lo psicodramma, nella cura del tratto depressivo qualora si fosse allargato dietro tanto stimolo continuo. La persona “orale” si esalta e si deprime, è ottimista e pessimista, varia l’umore in base al vissuto che ha in circolazione da stimolo interno o esterno. Il rischio alimentare è a portata di mano, perché la persona “orale” scarica la tensione nervosa proprio mangiando di tutto e di più, appagando non la fame, ma una fame nervosa, non compulsiva. Bisogna stare attenti anche al respiro e alla conversione dell’angoscia nell’apparato respiratorio con le crisi della mancanza del fiato o dell’asma. La persona “orale”, pur tuttavia, dà una buona risposta alla clausura proprio perché dinamica, elastica e non rigida.

La persona a tratti prevalentemente “anali” reagisce alla clausura con la sua aggressività e la riversa sugli altri e su se stessa. Sono frequenti le esplosioni di rabbia. La persona si danneggia attraverso il logorio della rabbia espressa e inespressa. La costrizione fisica si riverbera sulla psiche attraverso le pulsioni aggressive e l’autolesionismo, le manie e i rituali, i dubbi e gli scrupoli, l’ossessione e la compulsione, la sensazione e il sentimento di persecuzione. Il rischio si attesta nell’esaltazione del nucleo fobico, ossessivo e paranoico. La persona “anale” si sente perseguitata dallo spazio ristretto e ha bisogno di uscire e di prendere aria: la claustrofobia. Si può sentire anche braccata e ha bisogno di scappare: timore panico. Questo caso è frequente nelle persone particolarmente sensibili alla colpa. L’irrequietezza e la fuga sono le soluzioni di difesa dall’angoscia messe in atto dalle persone “anali”. La rabbia non sfogata si può somatizzare nel sistema cardiocircolatorio e gastrointestinale. La clausura non s’addice per niente alla persona a prevalenza “anale”. La vulnerabilità psicofisica si manifesta nella qualità e nella quantità delle reazioni.

La persona a prevalenza “fallico-narcisistica” reagisce alla clausura in maniera del tutto individualistica, da protagonista unico perché gli altri non esistono. Il narcisista non ha bisogno di aiuto, è onnipotente ed eroico, è ambizioso e civettuolo. La clausura attizza il suo senso del potere e il suo protagonismo proprio perché reagisce alla situazione restrittiva negandola ed esaltando la sua boria individualistica e la sua onnipotenza. Il rischio si attesta nell’ansietà e nelle scariche isteriche causate dal senso di frustrazione provocato dalla costrizione. L’esplosione isterica lascia il posto alla depressione per l’intervento del senso di colpa e per l’attesa della punizione. La persona “fallico-narcisistica” è di danno a se stesso, autolesionismo, e soprattutto agli altri perché rende difficilissima la convivenza. I tic nervosi e i rituali nevrotici, tipo tormentare i capelli, scaricano le tensioni e sono indizio di un conflitto psichico con se stesso. L’isolamento del narcisista è costante anche se si trova in gruppo. La dipendenza da sostanze di varia qualità e tendenti a variare lo stato di vigilanza della coscienza è un rischio da evitare a causa della sua gravità e pesantezza.

La persona a prevalenza “edipica” reagisce alla clausura con la conflittualità interna ed esterna. Oscilla tra l’affermazione e la svalutazione di sé, tra l’isteria e la depressione. Si relaziona secondo gli opposti: relazioni troppo buone o troppo cattive. Non ha vie di mezzo con se stesso e con gli altri e per questo motivo risulta inaffidabile. Se si fida, diffida, se si affida, si ritira. La psiconevrosi e l’ambivalenza affettiva e umorale contraddistinguono la persona “edipica”. Vive la chiusura con ambiguità: l’intimità del carcere e la rivolta contro la costrizione. La persona “edipica” tende a ubbidire e trasgredire con la facilità vissuta in maniera ambivalente nella relazione con il padre e la madre. Il rischio si attesta nella costante conflittualità e insoddisfazione che disturbano le relazioni e la convivenza. La somatizzazione dell’ansia privilegia gli apparati gestiti dal sistema neurovegetativo in base al vissuto individuale sull’organo debole. La clausura è vissuta dalla persona “edipica” in maniera turbolenta e questa reazione crea problemi di tolleranza da parte dei conviventi.

La persona a prevalenza “genitale” reagisce alla clausura con disposizione e generosità verso se stessa e verso gli altri, Accetta e apprezza la realtà in atto con “amor fati”, l’amore per il proprio destino e per gli eventi. Usa la testa senza inficiare le emozioni e i sentimenti, anzi esaltandone il gusto. Tende a capire quello che vive dentro e quello che vive fuori, quel se stesso e quello degli altri in maniera equilibrata, senza rimuovere le emozioni e il dolore e facendo di necessità virtù. Le persone “genitali” sono disponibili e aiutano proprio perché hanno in abbondanza maturato i doni dell’auto-consapevolezza, per cui possono dispensare quello che, di volta in volta, è possibile e giusto investire delle loro energie. Un esempio di “genitalità” si condensa nell’azione benefica dei medici, degli infermieri, delle commesse, dei fornai e di tutte le persone che si stanno prodigando per la nostra sopravvivenza. E sono tante e sopratutto umili. La persona a prevalenza “genitale” ha evoluto la sua formazione psicofisica, in grazie alla presa di coscienza e alla “razionalizzazione”, fino alla “coscienza di sé”, la migliore e la possibile alle condizioni date. La persona “genitale” non rappresenta la perfezione che non esiste, ha soltanto completato un processo evolutivo che si migliora come il vino nelle botti della saggezza. Il rischio psicopatologico si attesta nella “regressione” e nel ripristino di modalità psichiche superate ma non tramontate. La persona “genitale”, avendo una buona “coscienza dei sè”, presenta un rischio inferiore all’insorgenza di nuclei conflittuali e psicopatologici.

LA MOTIVAZIONE PSICHICA COLLETTIVA

Passiamo all’azione della “organizzazione psichica collettiva” nella clausura. Il popolo è massa, la nazione è cultura, il popolo diventa nazione quando è Etico, quando condivide, non soltanto gli schemi culturali, ma anche e soprattutto la storia, la geografia e i valori. In questa operazione psichica il “popolo-nazione” acquista gli attributi della divinità. La costrizione viene vissuta come un dato etico proprio perché riguarda la collettività, il “popolo-nazione”. Questo processo di identificazione sociale fu elaborato dai Greci con il concetto di “koinè” o comunità, dai Romani con il concetto giuridico del “civis romanus sum”, da Agostino con la “città di Dio”, da Rousseau con il concetto etico della “volontà generale”, da Hegel con il concetto dell’”Ethos”, da Mazzini con il concetto di “Dio e popolo” e da tutti i teorici dei sistemi autoritari del Novecento, il Socialismo, il Fascismo, il Nazismo. Democrazia e autoritarismo si snodano nella storia con le diverse gradazioni. La clausura si può imporre d’autorità poliziesca o si può imporre da autorità democratica, perché tutti la sentiamo come il nostro dovere e la realizziamo con sacrificio ma naturalmente come un dovere civile. Ecco che allora ci affacciamo sul balcone e cantiamo l’inno di Mameli o le canzoni della nostra storia civile e musicale, le canzoni che ci rappresentano maggiormente e che si avvicinano al comune modo di vivere concretamente e di sentire nobilmente la nostra italianità.

LA FORMA POLITICA

La forma politica autoritaria o democratica è importante nell’accettazione delle restrizioni della libertà di movimento. La prima è imposta e sortisce i risultati grazie alla minaccia e alla punizione, la seconda sortisce il suo buon fine grazie all’introiezione etica dei valori civili. Meglio la nostra rispetto a quella dei Cinesi, meglio la nostra rispetto all’indifferenza degli anglosassoni.

Alla semplice domanda di Mario ho dato una risposta ampia, ma il tema si può ancora approfondire.

Grazie e alla prossima.

LA REAZIONE PARANOICA

Gentile dottor Vallone,

la mia vicina di casa mi guarda con diffidenza e non mi parla neanche da due metri. E dire che eravamo amiche e che spesso prendevamo il caffè. Capisco che siamo in quarantena, ma questo comportamento mi sembra esagerato. Mi dica qualcosa, per favore.

Ornella

Carissima Ornella,

ognuno reagisce alla drammatica evenienza in corso secondo la sua formazione e la sua organizzazione psichiche. Non potrebbe essere diversamente perché dal sacco si può tirare fuori soltanto quello che abbiamo messo dentro durante l’evoluzione. Ti puoi nascondere e camuffare fino a un certo punto, alla fine verrà fuori la tua natura psichica, il come hai fatto nascere e formato la tua struttura psichica. Niente di rigido, ma tutto in evoluzione. Niente di patologico, ma tutto da tenere sempre sotto controllo tramite una buona e costante “razionalizzazione”. La pulizia del camino si fa attraverso la cura della “parola” e quest’ultima deve sempre avere un “significato” logico per tutti e un “significante” per chi la traduce in energia, il personale vissuto. La tua amica al momento è in paranoia, non quella pesante di cui parlano i dizionari di Psichiatria, quella leggera e fastidiosa che affiora quando il nucleo psichico antico, che dormiva nel Profondo, viene risvegliato da uno stimolo occasionale.

E quale e quanto stimolo abbiamo in questo momento tutti quanti!

Siamo tutti in reazione ai nostri nuclei psichici pregressi, per cui devi capire che questa donna si sta difendendo vivendoti come una persona pericolosa, diffidando della tua integrità fisica, temendoti come una minaccia per la sua vita e per la sua sopravvivenza. Il suo “fantasma di morte” è stato disturbato e la sua “organizzazione psichica”, a prevalenza “anale”, ha tirato fuori la difesa paranoica dell’aggressività sia nella valenza attiva e sia nella valenza passiva: io ti perseguito, tu mi perseguiti. La tua vicina proietta su di te la sua tendenza a difendersi dall’angoscia del “coronavirus” attraverso l’aggressione da esternare o da subire, verso gli altri e verso se stessa: tu sei infetta e tu m’infetti. Se la stimolazione del nucleo paranoico ha scatenato l’angoscia del “fantasma di morte”, incamerato rozzamente sin dal primo anno di vita e successivamente elaborato in maniera fine e sottile, il meccanismo psichico di difesa, sempre dall’angoscia, che la tua vicina di casa sta usando è la “formazione reattiva”, la conversione di un affetto positivo in negativo: la solidarietà amicale in un sentimento persecutorio. Devi capire che la signora è in fase fortemente reattiva perché la normale paura è tralignata nell’angoscia e l’elaborazione mentale del quadro è stata la paranoia e le difese adatte a questa sua convinzione. Tu sei diventata l’untore da cui bisogna stare alla larga, almeno per il momento. Di poi si vedrà quale evoluzione darà a questo vissuto persecutorio e quale meccanismo psichico di difesa userà, per cui stai serena e cerca di capire la psicodinamica in cui ti sei trovata tuo malgrado e soprattutto cerca di capire che puoi aiutarla con la comprensione e l’attesa. La “razionalizzazione” è necessaria per mantenere integra e limpida la “coscienza di sé”. A questo obiettivo tutti dobbiamo tendere in primo luogo, di poi ci sarà tempo per recuperare il trauma e ricostituire le relazioni d’amicizia.

Intanto ci teniamo tutti alla larga, che è meglio.

E tutti in casa, che è ancora “più” meglio.

TROPPO RUMORE PER PAOLA

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovo nella casa di mia nonna, (morta e per me importantissima come il nonno), nel soggiorno insieme ad altre persone che urlano e fanno rumore.

Provo e riprovo ad accendere le luci del corridoio ma non funzionano.

Poi ritorno in soggiorno e le luci si accendono.

Sento la voce di mia nonna dalla cucina che mi chiama e poi entra nel soggiorno.

(Il cuore mi batte forte perché so che è morta), ma sono commossa. Lei invece non ha una bella faccia e mi dice che c’è troppo rumore.

Mi sveglio.”

Paola

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mi trovo nella casa di mia nonna, (morta e per me importantissima come il nonno), nel soggiorno insieme ad altre persone che urlano e fanno rumore.”

Paola ha operato una buona identificazione al femminile nella nonna visto che se la trova dentro, l’ha interiorizzata proprio andando lei in sogno “nella casa di mia nonna”. Paola proietta “nella casa” della nonna la sua “organizzazione psichica reattiva”, la sua struttura psichica evolutiva a testimonianza di quanto questa figura abbia contribuito beneficamente nella sua formazione o ancora meglio, a testimonianza di quanto Paola abbia operato identificazioni nella nonna nell’acquisizione della sua identità psichica. Più della mamma ha contribuito la nonna ad aiutarla a crescere e a diventare donna, tanto è vero che tra parentesi e da sveglia lei conferma l’importanza umana e psichica della nonna e anche del nonno. Paola si trova nel “soggiorno” della casa della nonna, meglio della sua casa, il luogo simbolico delle relazioni e degli scambi sociali. Paola sta sviluppando in sogno la sua dimensione relazionale, le modalità psichiche con cui si offre alla gente e con cui riceve la gente. E questa gente “urla e fa rumore”. La nonna “insieme ad altre persone” urlano e fanno rumore, scaricano aggressività, esternano le tensioni che dominano la realtà psichica in atto, sia individuale che relazionale. Paola si dice in sogno che sta vivendo in pieno una contingenza psicofisica in cui domina l’agitazione e il conflitto nelle sue relazioni e nei suoi vissuti in riguardo alla gente e ai suoi interlocutori. Non resta che attendere dove Paola vuole andare a parare con la sua psicodinamica onirica dopo aver rilevato l’importanza dei nonni nella formazione psichica dei i nipoti e in special modo quando i genitori sono assenti per impegni lavorativi, come la “famiglia borghese” degli anni settanta insegna ancora oggi. I nonni sono depositi e portatori della tradizione storica e culturale, nonché esempio vivente dei valori e della credibilità nelle operazioni di affidamento psichico e di trasmissione affettiva. Viva i nonni, riconosciuti dalla Repubblica italiana e dall’Unesco come patrimonio dell’Umanità.

Dopo questa diversione è opportuno convergere sul sogno di Paola.

Provo e riprovo ad accendere le luci del corridoio ma non funzionano.”

Paola prova e riprova a fare chiarezza su quello che le sta succedendo, ma non riesce ad avere la lucidità mentale necessaria. Paola è al buio nel “corridoio”, Paola non conosce i nessi logici dei suoi ragionamenti e dei ragionamenti degli altri. Si è portata in casa la nonna e altra gente che fa tanto bordello e adesso si lamenta che non capisce un cazzo. Che donna incontentabile! Non si individua ancora il ruolo specifico della nonna, di questa figura positiva e gratificante in cui si è identificata in gran parte, ma si spera nel prosieguo del sogno per capire meglio anche gli aspetti reconditi dello psicodramma di Paola. Intanto si può ribadire con tranquillità che è presente uno stato di agitazione ed è assente la “razionalizzazione”. Paola non capisce cosa le sta succedendo nel suo e nell’altrui, in quello che pensa e che vive, in quello che pensano e vivono gli altri. Prova e prova a capire per migliorare la “coscienza di sé” e risolvere l’ansia, ma i meccanismi psichici giusti “non funzionano”. Sarà colpa dell’Enel?

Poi ritorno in soggiorno e le luci si accendono.”

Paola deve stare in mezzo alla gente perché da sola non ce la fa. Insieme agli altri ha uno scambio chiarificatore delle idee e tranquillizzante dell’umore. “La verità non sta in me o in te, la verità sta tra me e te”: questo dicevano i filosofi bonari degli anni sessanta, in particolare quelli della scuola sociologica di Francoforte. Provate a leggere Fromm in questi tempi e possibilmente rileggete “l’Arte di amare” che vi fa solo bene. Tornando a Paola e al suo sogno, è chiaro che l’ansia le passa nel momento in cui sta e si confronta con gli altri. Le relazioni rassicurano e i confronti sono costruttivi anche per la tensione nervosa. Quello di Paola è il sogno di una persona disorientata e in attesa di capire le parole e i discorsi che sono dentro il “rumore”. Paola attende di “sapere di sé”, delle sue emozioni e delle sue convinzioni in un momento della vita in cui non si sente sicura e chiede l’aiuto della nonna, di quella figura che l’ha cresciuta, rassicurata e protetta nel passato e alla grande. La simbologia dice che le “luci si accendono” nel soggiorno, che “l’esercizio della razionalità migliora se condiviso”. Procedere nell’interpretazione del sogno è obbligo morale e curiosità pop.

Sento la voce di mia nonna dalla cucina che mi chiama e poi entra nel soggiorno.”

E’ bellissimo questo passaggio del sogno di Paola, pensate che manda la nonna in “cucina” nella zona degli affetti e dei sentimenti per dire a stessa che i discorsi della gente non hanno quella valenza affettiva e protettiva che lei si aspetta e di cui ha bisogno in questa circostanza psico-storica. La delusione trapela nel passaggio dalla “cucina”, un luogo protetto e intimo, al “soggiorno”, un luogo coperto e tiepido. La nonna entra nel “soggiorno” per fare notare la differenza che passa tra la persona estranea e il familiare, tra la formalità delle relazioni e la sostanza degli affetti. Paola si sta raccontando la storia della sua infanzia quando ha imparato la freddezza della dimensione sociale e il calore della vita affettiva con la nonna. Paola si è sentita tanto amata dalla sua nonna e la fa scorrazzare in tutta la sua casa psichica, dalla cucina al soggiorno, dagli affetti profondi alle relazioni formali, per evidenziare quello che le sta succedendo e che non riesce a capire, una gran confusione mentale e una grande agitazione nervosa. La simbologia è oltremodo evidente e collaudata, per cui non ci sono margini di errore e di approssimazione. E’ così, punto e basta!

(Il cuore mi batte forte perché so che è morta), ma sono commossa. Lei invece non ha una bella faccia e mi dice che c’è troppo rumore.”

Il cuore batte forte per il conflitto che sta vivendo e per l’incapacità di risolverlo al meglio o in parte. Paola è “commossa” significa che si sta prendendo amorosa cura di se stessa e sta cercando in tutti i modi di associare alle emozioni le giuste motivazioni, alle sensazioni le adeguate ragioni, all’agitazione la lucida comprensione. “Commossa” si traduce dal latino “sconquassata” emotivamente e agitata nelle sensazioni, scossa nei nervi e sentimentalmente contrastata. A questo punto Paola proietta nella nonna il suo viso e il suo umore: meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “proiezione”. La nonna “non ha una bella faccia” è la Paola che sta vivendo il suo momento critico e lo mostra nel viso. Paola è una donna che non sa fare buon viso a cattivo gioco, è una donna sensibile e sincera, non sa mentire a se stessa e agli altri. Paola è papale papale quella che si vede. Ma perché sta tanto male? Se lo fa dire in conclusione dalla nonna: “c’è troppo rumore”. Ritorna la difficoltà di capire se stessa e la realtà che la circonda, la resistenza nell’affidarsi a se stessa e agli altri, la titubanza nella visione e nella valutazione della situazione psichica in atto. Paola ha vissuto un trauma che abbisogna del suo tempo per essere capito e razionalizzato. La nonna diventa la profetessa del sogno: c’è troppo casino dentro, si fa tanto bordello fuori e la Psiche ha i suoi tempi, tempi lunghi, per mettere a posto tutte cose che si stanno muovendo.

Ribadisco un principio psichico in riguardo all’assimilazione dei messaggi che provengono dall’esterno e si condensano nei fatti: i tempi della Psiche non sono quelli degli eventi. La “razionalizzazione” ha bisogno di tempo per essere operante al cento per cento semplicemente e perché c’è sempre una carica di tensione nervosa in circolazione, si è caldi e non freddi. Esempio: servono due anni per “razionalizzare il lutto”. Il messaggio arriva subito al “sistema neurovegetativo” e scatena le sensazioni e le emozioni del caso per consentire al sistema psicofisico di non collassare sotto le sferzate delle sensazioni dolorose e dei sentimenti mutilati. Il “sistema nervoso centrale”, da cui dipendono le funzioni di vigilanza e i processi razionali, interviene, ma viene in un primo tempo annullato e di poi rallentato dall’afflusso del marasma sensoriale ed emotivo.

Domanda: da cosa è scossa la nostra benamata Paola?

Questo è il primo sogno che mi arriva “post coronaviri adventum”. Voglio fare un’ipotesi. Se questo sogno fosse scatenato dalla confusione psicofisica che stiamo tutti vivendo in questi giorni, non mi meraviglierei assolutamente. Ci sono tutti gli elementi per attestarne la possibilità di genesi. In ogni caso ricordo che l’evento traumatico “coronavirus” ancora la Psiche individuale non lo ha minimamente avvertito, ancora non sappiamo cosa ci sta succedendo dentro, abbiamo reagito tirando fuori tutti i meccanismi di difesa dall’angoscia. E’ proprio quest’ultima che decrescendo viene razionalizzata e consente alla Ragione di operare la sua funzione di comprensione dell’evento traumatico e degli sconquassi che ha fatto l’avvento repentino del “fantasma di morte”. Davanti a noi si profila un tempo lungo prima di rendersi conto effettivamente di cosa è successo dentro di noi. Per il momento è importantissimo avere consapevolezza di cosa sta succedendo fuori di noi e ubbidire come Garibaldi alle prescrizioni della Scienza medica: “Obbedisco!”. Sappiamo che la reazione psicofisica immediata all’evento impedisce al materiale psichico di affiorare e anche le reazioni emotive non raggiungono le somatizzazioni che possono avere in base alla loro carica. Quando molleremo la presa e saremo più tranquilli e sicuri, verranno fuori le tensioni incarcerate e i traumi pregressi che sono stati evocati e innescati dal fattaccio virologico. Mai paura, siamo fatti così e siamo fatti bene. In ogni caso ci vorrà tempo per la “razionalizzazione del trauma” e per mettere a posto le reazioni neurovegetative. Il “rumore” di cui parla Paola nel sogno è una salutare difesa dal trauma in atto che si chiama “isolamento” e che consiste nella scissione delle sensazioni e del sentimento dalla conoscenza del fatto, per cui adesso siamo alle prese con quello che dobbiamo fare per sopravvivere all’azione nefasta del virus e di poi penseremo all’auto-consapevolezza, al giusto “sapere di sé”.

Quest’ultima tiritera è valida anche se il sogno di Paola non vertesse sulla situazione psicofisica in atto, quella causata dall’impazzare del “coronavirus”.

Andràtuttobene, si vede la luce in fondo al tunnel e in cielo, si vede la luce dappertutto. Nel weekend inizieremo a festeggiare la rinascita individuale e collettiva. Ma ricordate che è assolutamente vietato dimenticare e soprattutto dimenticare gli ultimi trentanni della nostra Storia. “Ammuttamu e caminamu!”

Avanti con l’inno di Mameli!

“CAMINAMU”

Abituata ad affrontare subito i problemi pensando, cercando soluzioni, agendo, facendo cose, oggi mi sento spiazzata… e adesso cosa faccio se non posso fare, non posso andare… Dovrei solo riuscire ad andare oltre me stessa e riuscire a vedere le cose in modo diverso, a non farmi sovrastare dall’ansia del non poter fare.”

Prima eravamo nevrotici. La nevrosi è stata di moda. Chi non l’aveva correva il rischio di essere ripudiato. Così cantava Adriano il grande. Adesso siamo normali. Mai stati così normali, neanche nel dopoguerra, quando mia madre cucinava le bucce delle patate e i baccelli dei piselli.

Che minestre, cara amica!

Lascia che sia. Let it be. Ascolta i Beatles.

Se vai oltre te stessa, cadi nella sopravvivenza. Non essere violenta. Non andare sopra la vita. Non sei una dea onnipotente e meno male. Vivi quello che non hai mai vissuto, la libertà di gestire il Tempo come una fisarmonica: allargalo e contrailo. “Rientra in te stessa”, dice il saggio Siddharta Gautama. “Conosci te stessa” suggerisce lo scansafatiche Socrate.

L’ansia è vita, è vitalità. La paura ci sta. L’angoscia è da evitare come la peste.

Che bello avere finalmente la consapevolezza e la potenza del “non poter fare”!

Oggi ho paura, ma non capisco se di quello che c’è fuori o di quello che sento dentro…”

La paura ci sta e ci sta bene perché fa solo bene. La paura è dentro di noi ed è legata a un oggetto specifico. Curiamola con amore, accarezziamola con devozione come se fosse una preghiera laica e civile, ringraziamola perché ci rende umani e non divini, fragili e liberi dall’onnipotenza.

Viva, viva la Paura!

Fuori c’è un virus birichino che fa le sue cose secondo Natura. Noi non vogliamo ammetterlo alla nostra amicizia e tanto meno alla nostra tavola. Che se stia a casa sua anche se gli abbiamo in qualche modo rotto i coglioni. Ma non lo faremo più e dopo attrezzeremo anche gli ospedali e spenderemo tanti bei soldini per la Ricerca, per la Scienza e non per andare al Centro commerciale a comprare l’inutilità mortale nelle buste di plastica.

Mi spaventa non avere soluzioni da dare ai miei anziani genitori che sono spaventati e ancor più fragili in questo frangente.”

Se li hai adottati e li curi, quali altre soluzioni vuoi dare. Dialoga e ascoltali, falli parlare in maniera che scaricano le tensioni e restano connessi alla realtà, cazzeggia con loro, l’ironia fa bene a tutti. Anche loro reagiscono a questo frangente storico secondo le loro coordinate psichiche.

Ma sai cosa ti dico?

Attenta ai sensi di colpa!

Non ti servono, più che mai adesso. Lo sai che i genitori scatenano sensi di colpa. E’ una prerogativa e una specialità che i figli hanno donato loro. La fragilità è un onore e un vantaggio nel contesto drammatico che stiamo vivendo. Il “fantasma di morte” agisce in maniera più incisiva nei giovani e nelle folle, piuttosto che negli anziani che hanno in qualche modo maggiore confidenza con la partenza e il distacco.

Mi spaventano anche le cose futili e inutili: il parrucchiere ha chiuso e dovrò fare i conti con i capelli bianchi e sarò costretta a pensare alla vecchiaia, la mia! non solo a quella dei genitori o a quella che ho visto portarsi via i miei nonni, i miei zii. Ora tocca a me e dovrò pensare anche a questo.”

Tutto ciò che ci appartiene è importante perché è nostro, anche i capelli bianchi e il pensiero della vecchiaia con la paura annessa.

A cosa ti serve il “fantasma di morte”?

Sicuramente a stare male e a non pensare nella maniera giusta che la vita è adesso e che ti offre nella sua drammaticità un’opportunità interessante di crescita e di maturazione.

Sai quante discussioni farai con gli amici dopo la tempesta?

Sai quante riflessioni si possono fare dopo trenta anni di pressapochismo e di ignoranza nel nostro Belpaese?

Sai quanti ospedali faremo costruire e attrezzare fra qualche mese?

Sai quante evoluzioni faremo dopo l’impatto con la possibilità della morte e la ferocia del microcosmo di un virus?

L’evoluzione psichica richiede il suo tempo, ma quella culturale e politica avverrà nel breve tempo. Anche la visione della vita e del vivere sarà rivista e adeguata a queste esperienze vissute. Se ti angosci, ti impedisci di riflettere, di capire e di cambiare. Razionalizza i tuoi “fantasmi” e poi rimettili nel posto dove li hai trovati, così come puoi fare per passare il tempo con quei cassetti ripieni di fotografie e ricolmi di cianfrusaglie.

… Già mi mancano le giornate che “avevano solo 24 ore”.

Il dì e la notte non sono cambiati, sono sempre là, sono ancora dentro la rotazione della Terra. Il Sole è sempre dentro il suo sistema e dentro la sua casa, quella via fatta del latte di Era appena munto e sprizzato dal vivace Eracle. La Natura e il Cosmo vanno avanti con i loro progetti e non si affidano al Fato o alle acrobazie del circo cinese e americano, procedono secondo la loro Ragione, sviluppano le loro Logiche meccaniche, realizzano le loro finalità. Siamo noi uomini dalle mille ambivalenze e dalle tante ignoranze che stiamo cambiando. Questa benefica evoluzione non deve essere bloccata, dobbiamo curare la presa di coscienza che l’eccezionalità del momento induce e instilla, dobbiamo usare più che mai la testa e non la pancia, dobbiamo ridimensionare quella concupiscenza del ventre che Platone assegnava agli ignoranti della Verità, i mercanti e i produttori, la folla dei bisognosi e la massa dei sudditi. Le paure sono “resistenze” all’auto-consapevolezza e “resistenze” all’afflusso dei nostri “fantasmi” rimossi. E’ il momento di tirare fuori tutto quello che emerge dalle nostre profondità psicofisiche con decisione e senza ritegno. Abbiamo davanti tante “24 ore” per migliorarci e per sentire il bisogno degli altri, più che mai adesso che siamo costretti a tenerli lontani.

Nel tempo “spensierato”, durante le serate con gli amici, quanti discorsi teorici sulla “decrescita felice” che facevamo dall’alto delle nostre certezze e sicurezze. Eccoci accontentati! Abbiamo l’occasione per sperimentarlo… ma sarà davvero “felice”!

La “decrescita felice” sarà meglio discussa dopo questa esperienza drammatica, imprevista più che imprevedibile. Gli amici non faranno più discorsi teorici di alta scuola dopo quello che stanno vivendo. Le certezze e le sicurezze hanno toccato il basso, ma un basso tanto basso che più basso non si può. L’Etica, possibilmente quella venata di un laico Calvinismo, applicata all’Economia e alla Sociologia, dopo la strizza al culo del “coronavirus” o dell’assassino invisibile, ci dirà che la Felicità è in primo luogo una dimensione interiore che deve sposarsi prima o poi con la Ragione. E’ necessario un nuovo Rinascimento che metta la Natura al centro dell’universo e l’Uomo come sua parte, un uomo consapevole di essere più che mai “faber et arbiter fortunae suae”, un Rinascimento che si sposi con un nuovo Illuminismo, un’età dei Lumi arredata dalla sua bella e buona Ragione che dirime e dirige tutti i processi umani. E allora potrà arrivare a noi tutti, dopo aver esercitato il sacrosanto diritto di voto, anche il premio Nobel per tanta rivoluzione culturale. Basterebbe leggere il Marx dei “Manoscritti economici e filosofici”, quello giovane e pieno di entusiasmi antimetafisici e nobilmente materialistici, per cominciare a meditare sull’autogestione dei bisogni e sulla dose etica della proprietà pubblica e privata. Se non rimuoveremo l’esperienza psichica in atto e se non cadremo nelle spire degli incantatori di serpenti che dai media circuiscono i tontoloni, la rivoluzione felice potrà iniziare sotto la buona stella del pericolo corso e mai tramontato.

Intanto ho iniziato il mio primo giorno di pandemia con qualche lacrima dettata dall’ansia e mi attacco, come ad una fede, al mantra “andrà tutto bene! andrà tutto bene! andrà tutto bene!”…. ma andrà davvero tutto bene?”

Il Virus ritornerà nei suoi ambiti microcosmici, la Scienza scoprirà come addomesticarlo, l’Umanità riscoprirà la sua giusta dimensione di fronte alla Natura offesa e umiliata, la Politica farà le scelte giuste per il cittadino. Purtroppo la Psicologia continuerà a essere subalterna a tutte le altre discipline e la Psicoanalisi si divertirà a cazzeggiare con i suoi castelli in aria. La Vita continuerà la sua evoluzione e Darwin sorriderà sornione dietro le nuvole del cielo di questo Marzo così originale e così cagone. Le lacrime vanno sempre bene perché sono salate e qualsiasi minestra ha bisogno di sale per essere gustosa. Attacchiamoci a tutti i mantra e a tutte le sacralità catartiche perché

TUTTO ANDRA’ BENE PERCHE’ ANDRA’ COME NATURA ESIGE CHE VADA.

E TUTTO ANDRA’ SECONDO LA NECESSITA’ LOGICA DELLA NATURA E NEL PIENO RISPETTO DELLE LEGGI CHE REGOLANO IL SUO MECCANICISMO E IL SUO FINALISMO.

Questa garanzia è l’unica consolazione che ci solleva: “natura non procedit per saltus”: il principio greco dell’uniformità della Natura che esige il possesso di un iter che l’uomo può conoscere e prevedere tramite la SCIENZA.

Attualmente siamo tutti in fuga dal virus o lo stiamo bastonando per renderlo innocuo. La sua materia e il suo progetto in parte ci sfuggono, sappiamo che può farci tanto male, ma indubbiamente ha una grande bellezza dentro e merita tanto di cappello. Quando i ricercatori lo conosceranno ben bene, sarà un buon convivente come tutti i suoi fratelli che si sono presentati e che abbiamo esorcizzato nella loro cattiveria sin dall’età del vaccino e della farmacologia.

Intanto buona lettura del Decameron del Boccaccio, della Peste di Camus, dei Promessi sposi di Manzoni, dei Buddenbrook di Mann. Anche un buon Topolino aiuta a vivere una giornata strana perché naturale. Se ami le ampie volute del tuo divano, le commedie di Eduardo De Filippo sono indicate per sorridere e sorriderci sopra.

Io sto rileggendo Epicuro.

Grazie, Stefania!

“CAMINAMU !”

Mi sa spiegare perché i giovani non rinunciano all’aperitivo e alla movida? Perché la gente va al mare quando si predica di restare a casa?

Lucia

L’APERITIVO A MILANO

E’ successo anche questo. E’ il prezzo che si paga in attesa che gli individui formino un gruppo intelligente e responsabile.

I giovani sono trasgressivi per natura e hanno anche un conto ancora aperto con l’onnipotenza dell’infanzia e l’ebollizione dell’adolescenza. Hanno un’istanza psichica refrattaria alle imposizioni e ai tabù. Hanno un “Super-Io” incompleto e in formazione. La provocazione sociale è supportata dalla febbre del sabato sera e dalla “libido” in corpo. I giovani hanno un’Etica che risente beneficamente degli ormoni e del benessere psicofisico, per cui mal tollerano i divieti sociali e i blocchi dell’energia vitale. Hanno bisogno di capire bene l’entità clinica e il valore etico della questione, per cui reagiscono andando contro la morale comune e l’imposizione politica. Nel momento in cui introiettano il messaggio e fanno propria la disposizione, filtrano i limiti con i valori nobili di cui sono portatori e con la generosità che contraddistingue la loro prospera natura vivente. L’aperitivo in compagnia è decisamente una provocazione che sa di onnipotenza e di beffa verso il mondo degli adulti. E’ anche una reazione all’angoscia prospettata ed evocata da un virus che esiste ed è in circolazione. E’ un esorcismo alla minaccia di morte, è una difesa psichica da “formazione reattiva” che esige il divertimento al posto del dolore e della contrizione, è una difesa da “conversione nell’opposto” che afferma la vita sulla morte e la vitalità sull’inerzia. C’è anche una componente ironica, satirica e goliardica nella filosofia di vita della nostra migliore gioventù. Mi piace pensare all’Etica dei giovani come un sistema di principi e di comportamenti decisamente dinamico rispetto a quello statico del mondo maturo. In tale provocazione sociale incide anche il meccanismo di difesa della “istintualizzazione” che converte la carica nervosa negativa, angoscia, in un investimento di “libido”, il dolore nell’erotismo semplicemente perché i giovani in gruppo non sublimano, ma agiscono per convertire le energie psicofisiche a loro vantaggio.

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NELLA SPIAGGIA DI OSTIA

La questione della gente che affolla la spiaggia di Ostia è più inquietante dell’aperitivo dei giovani in quel di Milano, semplicemente perché in quella spiaggia c’erano tanti adulti e anche anziani, c’erano tanti genitori e tanti bambini. I giovani erano pochi. La gente era eterogenea e, più che trasgressiva, era semplicemente superficiale. La minimizzazione era la tendenza comune, mentre il meccanismo psichico di difesa messo in atto era il “diniego”, un meccanismo pericoloso dell’infanzia che si attesta nel rifiuto di vivere l’angoscia e nella negazione della realtà in atto. Della serie: ci hanno detto che non dobbiamo uscire perché c’è in giro il “coronavirus” che ci può uccidere, noi ce ne fottiamo e ci prendiamo regolarmente il sole in spiaggia in questa bellissima giornata di fine inverno. Il gruppo umano non solo nega la realtà dei fatti, ma si serve del delirio per giustificare le proprie azioni. Una massa delirante è tollerata e appare nella normalità rispetto a un individuo originale perché fuori di testa. La quantità è più vicina alla verità e alla giustizia rispetto all’individuo, il tutto va al di là della qualità logica ed etica del messaggio. Proprio in quel contesto di calore solare la gente ha raffreddato l’angoscia scindendola dalla consapevolezza della pericolosa azione infettiva del virus. Dalla gente adulta si aspetta l’uso del meccanismo di difesa della “razionalizzazione”, quello utile per stemperare l’angoscia proprio comprendendone la causa e disponendo l’azione adeguata.

LA FUGA DA MILANO

Egregio dottor Vallone,

grazie per l’opportunità che mi dà. Voglio capire quali sono le ragioni psicologiche della gente che è fuggita da Milano appena ha saputo che ci sarebbero state le restrizioni.

La ringrazio anticipatamente,

Piero

LA FUGA DA MILANO

Al di là delle motivazioni individuali, le singole persone, prima di diventare folla, mettono in atto una difesa dall’angoscia del sentirsi bloccato e chiuso in uno spazio ristretto. Scatta una paura che può tralignare nella claustrofobia e in una crisi di panico. L’individuo usa in prevalenza il meccanismo di difesa, sempre dall’angoscia, “annullamento”, converte in maniera accettabile la tensione, scatenata all’improvviso da uno stimolo, nella pulsione alla fuga secondo un rituale che allenta l’angoscia dell’isolamento e della passività. Le singole persone formano la folla nella stazione, dimostrando che le scelte individuali erano le risoluzioni migliori ed erano condivise. Queste ultime sono dettate in prima istanza da fattori emotivi e, di poi, sono tradotte secondo schemi razionali, la “convenienza” in primo luogo. Il “fantasma di morte” da infezione è sotteso e non ha il tempo di scattare perché la persona ha reagito all’angoscia della stasi e del blocco anche con il meccanismo psichico di difesa “acting out”, “messa in azione”: agisco per non vivere l’angoscia, reagisco alla vulnerabilità con la forza di agire, dal non sapere cosa fare passo al potere dell’azione e ripristino l’equilibrio psicofisico turbato. E’ presente una forma del “fantasma di morte”, per la precisione l’inanimazione e la perdita della vitalità.

“CAMINAMU !”

VIVERE

NON SOPRAVVIVERE

Egregi marinai,

il “blog dei sogni” si cala nella Realtà in atto e viene in soccorso di chi vorrà usare il suo supporto psicologico per navigare al meglio nel mare tempestoso che ci agita.

Viviamo un momento storico e culturale impensabile e destabilizzante e siamo chiamati a reagire con la riflessione dopo la naturale reazione emotiva di fronte alla minaccia clinica del “coronavirus”.

Bisogna elaborare l’emozione e filtrarla con la Ragione, è necessario “razionalizzare” il materiale psichico profondo che si è mosso in ognuno di noi nell’impatto con la possibilità di infettarsi e di morire.

E’ proprio un “fantasma di morte”, individuale e collettivo, quello che sottende alle nostre reazioni di fronte alla tragica possibilità. E’ come se all’improvviso si sia prospettata nella nostra panoramica mentale la possibilità di morire.

Il “fantasma” è una rappresentazione mentale primaria che tutti abbiamo elaborato nei primi anni di vita e prima di formulare nella successiva evoluzione mentale il “concetto” della morte. Ebbene questa rappresentazione emotiva, il “fantasma”, deve essere razionalizzata e assorbita dalla consapevolezza dell’Io per affrontare al meglio la dura realtà senza acerbe sofferenze.

Non basta. Al “fantasma” individuale si affianca il “fantasma” collettivo della morte, la rappresentazione sempre emotiva elaborata dalla cultura di massa. Anche in questo caso bisognerà ricondurre il “fantasma” alla Ragione e acquisire la consapevolezza delle modalità in cui viene trasmesso il doloroso tema della morte da parte delle istituzioni e dei sistemi di comunicazione.

Riepilogando: allo schema psichico individuale della morte si associa lo schema culturale della morte, l’insieme delle caratteristiche, schemi e segni, con cui viene propagata la rappresentazione della morte.

Se restiamo ancorati al “fantasma di morte” individuale, destato dall’evenienza “coronavirus”, matureremo una “tanatofobia” e vivremo le angosce collegate a questo nucleo primario della nostra formazione psichica. E’ necessario, quindi, evolvere benignamente la “tanatofobia” nella “tanatologia”, un discorso razionale sul fenomeno psicofisico della morte, una poderosa presa di coscienza del significato di quel materiale psichico che il virus ha destato in tutti noi.

Lo stesso processo di “razionalizzazione” si metterà in atto sul “fantasma” collettivo di morte attraverso il passaggio dalla rappresentazione emotiva della morte alla rappresentazione concettuale veicolata dalla gente. Anche in questo caso sarà necessaria la “tanatologia” di massa, una rappresentazione culturale razionale e condivisa.

E’ tempo di usare più che mai la Ragione individuale e collettiva.

E’ tempo di continuare a vivere e non di sopravvivere in attesa degli eventi.

E’ tempo di abbandonare l’onnipotenza o il fatalismo e di sostenersi con le capacità razionali al fine di reagire in maniera costruttiva al contesto storico in atto e che quotidianamente assorbe gran parte delle nostre energie.

“Dimensionesogno.com” si mette a disposizione di chi vuole porre domande e quesiti.

“Dimensionesogno.com” interagisce con la gente, come da sua vocazione popolare, in maniera chiara e assolutamente gratuita e secondo l’ottica del servizio sociale.

Di giorno in giorno verrà postato il materiale pervenuto ed elaborato sotto il significativo titolo “caminamu”, “camminiamo”.

Al fianco della Virologia è giusto che la Psicologia assuma la funzione di aiutare coloro che soffrono per una mancata “razionalizzazione” del materiale psichico scatenato dall’evento infettivo.

La mail è psicosoma_vallone@libero.it

Potete warzappare la richiesta, la riflessione, la questione al numero 349 5201079

La divulgazione del servizio è auspicabile e secondo la sensibilità dei tanti marinai che hanno già navigato e navigano ancora nel “blog dei sogni”.

Pieve di Soligo (TV), “zona rossa”, giorno 9 del mese di marzo dell’anno 2020

Salvatore Vallone