IL CONFLITTO EDIPICO AL MASCHILE

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Sam sogna un uomo che non conosce e che sta litigando con un altro uomo più giovane.

A un certo punto il primo uomo uccide l’altro colpendolo alla testa con un sasso per prendergli qualcosa di materiale.

Ma non sa perché litigano e che cosa devono ottenere.”

 

Il sogno di Sam è universale nella forma e nel contenuto, un quasi “archetipo” onirico, condensa il conflitto “padre- figlio” nella chiara cornice edipica e nella classica versione, conferma il modo di operare della Psiche con i vissuti  universali del Padre e della Madre. Questo sogno, descritto in questi termini, esula dalle culture e dalle razze e fa ricorso a simbologie naturali come la testa, il sasso, l’uomo sconosciuto, il litigio cruento, la vittoria dell’uomo adulto, l’ignoranza della causa del contendere e del profitto. Gli adolescenti di tutti i colori sognano gli stessi colori. La “multirazzialità” attesta di una psicologia comune e questa condivisione è bellissima, quasi meravigliosa, perché al cambiare dei paralleli e dei meridiani gli uomini esibiscono   un’essenza psicofisica comune.

Andiamo a decodificare il sogno di Sam.

“Sam sogna un uomo che non conosce e che sta litigando con un altro uomo più giovane.”

Un uomo più  grande e soprattutto “che non conosce” è chiaramente il padre o una figura similare. Sam non ricorre a una simbologia eccentrica e sofisticata, ma si limita alla versione più semplice e lineare, la versione naturale, “un uomo”. Sam non elabora simboli equivalenti come il “toro” o il “re” o il “cavallo”. Sam sogna la figura paterna nella sua concretezza vivente e manifesta una struttura psichica propensa alla chiarezza e alla semplicità: un “Io” e un “principio di realtà” dominanti. Sam in sogno non è un sofisticato intellettuale e tanto meno un eccentrico poeta, perché ha una linearità di elaborazione e di riflessione. Eppure nel suo sogno è presente la difesa per continuare a dormire: “un uomo che non conosce”. Non scatta l’incubo e il conseguente risveglio, perché il “contenuto latente” non è coinciso con il “contenuto manifesto”. Il sogno è truce nella sua semplicità, ma opportunamente coperto con un benefico “non conosce. Meraviglia del “processo primario” e della “condensazione”!

Proseguendo con l’interpretazione del sogno si evidenzia il conflitto del figlio con il padre: “litiga con un altro uomo più giovane”. La competizione inizia con un litigio che è il giusto segnale di un rapporto dialettico in un ambito di diversità e di riconoscimento dell’altro. Sam si sente uomo giovane e vive il padre alla pari. Questo esordio della “posizione edipica” dispone verso una conflittualità assolutamente normale e verso una risoluzione in atto, se non addirittura già risolta, per cui Sam sta soltanto rievocando nel suo sogno il rapporto dialettico con il padre.

Ma procediamo con calma e riflessione.

“A un certo punto il primo uomo uccide l’altro colpendolo con un sasso in testa  per prendergli qualcosa di materiale.”

Ecco che il conflitto si complica e viene agito fino alle estreme conseguenze: la “castrazione” completa e nella forma classica. Il padre spacca la testa al figlio con un sasso. Meglio: il figlio si fa spaccare la testa con un sasso dal padre. La “testa” è il simbolo delle funzioni nobili del cervello, il “processo secondario”. La “testa” trasla il senso del primato dell’Io” sull’Es e sul Super-Io,  sugli istinti e sulle pulsioni, sui limiti e sulle censure. La “testa” condensa il ruolo maschile del capo: il padre. Il “sasso” condensa il “fantasma dell’inanimazione” psichica e la freddezza affettiva, la crisi degli investimenti della “libido” e la caduta dei sentimenti. La dialettica violenta tra padre e figlio si scatena “per prendergli qualcosa di materiale”. Il padre esige “qualcosa di materiale” dall’uccisione onirica del figlio: Sam proietta sul padre la sua richiesta materiale degli affetti e delle premure della madre, qualcosa di concretamente vissuto e di reale. La “madre” è l’oggetto del truce contendere.

La “castrazione” è servita con un sasso in testa ed è possibile in un ambito di violenza anaffettiva: la vittima è proprio colui che fa il sogno, il figlio, e il vincitore è colui che subisce il sogno, il padre. La conclusione violenta del dramma edipico sembra attestare di una mancata risoluzione del rapporto con il padre da parte del povero Sam. Invece si tratta del classico epilogo simbolico, sia pur nella versione tragica, della risoluzione del conflitto psichico

padre-figlio e non certo di un nudo e crudo omicidio.

Sam “non sa perché litigano e che cosa devono ottenere.”

In effetti non compare l’autonomia dal padre, ma si vede soltanto la competizione funesta. Del resto, Sam godrà della sua conquista nel tempo futuro. Il sogno ha camuffato in termini semplici e naturali il “complesso di Edipo” nella versione maschile. Sam ha superato la prova e l’ha sognata a conferma dell’avvenuta emancipazione e della conquistata autonomia. Adesso non gli resta che attendere e vivere gli effetti benefici.

La prognosi impone a Sam di portare avanti il processo di emancipazione psichica dalla figura paterna e di spostare le sue mire espansionistiche dalla madre alle sue coetanee, superando dannosi blocchi e inutili competizioni e coltivando la sua concretezza realistica.

Il rischio psicopatologico si attesta nella “regressione” e nella “fissazione” a tappe già vissute negli investimenti della “libido”, difese eventualmente causate da un trauma nell’esercizio della sua autonomia psichica con improvvide cadute nella dipendenza dalle figure genitoriali.

Riflessioni metodologiche: i sogni truci nel “contenuto manifesto”, diventano meno truci nel racconto del giorno dopo e non sono truci nel “contenuto latente” e per questo non ci svegliano. Quindi, i sogni brutti non sempre sono brutti e si possono portare avanti perché trattano magari dello  sviluppo di un problema risolto. Per quanto riguarda il sogno di Sam, volevo introdurre qualche nozione sul sentimento della “rivalità fraterna”. Di fronte alla nascita di un fratellino o di una sorellina il primogenito è costretto a riformularsi psicologicamente. Ha perso il ruolo di protagonista e attore unico nel teatro della famiglia e adesso si trova a riadattarsi al nuovo contesto e a instruire le strategie giuste per sopravvivere . Inizia il “sentimento della rivalità fraterna” e in aiuto al malcapitato subentrano i “meccanismi di difesa dell’Io” per sistemare l’aggressività legata alle inevitabili frustrazioni. I “meccanismi di difesa” sono lo “spostamento”, la “rimozione”, la “formazione reattiva”, il “rivolgimento delle pulsioni” contro il Sé, la “regressione”, la “identificazione con il rivale”, l’”isolamento”, la “relazione a distanza”, il “ripiegamento narcisistico”, le “difese mediante fantasie”. Consideriamoli concretamente con esemplificazioni. Lo “spostamento” si attesta nello scaricare l’aggressività su un altro bambino o su un oggetto associato al fratello. La “rimozione” si attesta nel diventare mite e buono e nel reprimere l’aggressività che può esplodere quando meno ci si aspetta. La “formazione reattiva” si attesta nella conversione degli istinti nell’opposto: il bambino troppo bravo e troppo serio per la sua età. L’aggressività viene inibita da una censura molto forte e si attesta nelle inibizioni che lo rendono docile, scrupoloso, remissivo, triste e silenzioso. Il “rivolgimento delle pulsioni” contro il Sé si attesta nell’infliggersi ciò che avrebbero voluto fare ai fratelli rivali. Sono i bambini melanconici, d’umore depresso, sensibili alla colpa, che non si sanno difendere, che si svalutano, che si sentono incapaci, brutti, stupidi e inferiori. La “regressione” si attesta nel tornare indietro e nel fissarsi psicologicamente  a tappe già superate dell’evoluzione degli investimenti della “libido” per l’angoscia di un conflitto ingestibile dall’”Io” del bambino. Si rievoca e si riproduce il desiderio di essere accudito come un neonato. Ecco che il bambino ritorna a fare la pipì a letto, a mangiare pappine, a balbettare, a voler dormire nel lettone con i genitori e altra sintomatologia regressiva. La “identificazione con il rivale” si attesta nell’imitazione del fratello per essere grande se il fratello è minore o per essere piccolo se il fratello è maggiore. Se si tratta di fratello e sorella può avvenire l’identificazione con l’altro sesso. L’”isolamento” rende possibile all’aggressività di non essere esternata proprio evitando il contatto con i corpi. Il fratello si isola entro un cerchio in cui il suo rivale non ha accesso e dove le sue pulsioni aggressive non possono toccarlo. Il “ripiegamento narcisistico” si attesta nella convinzione del bambino di non essere amato dai genitori, per cui, non essendo capace di risolvere il conflitto, si ripiega su se stesso e sospende le relazioni con i suoi familiari. Le “difese mediante fantasie” consistono nell’elaborazione da parte del bambino di un mondo tutto suo, sognando “a occhi aperti” una realtà gratificante per continuare a mantenere relazioni di poco spessore con l’ambito familiare. Il sogno dei bambini è pieno di sentimenti di rivalità fraterna e anche in questo caso il sogno funge da “diagnosi” e da “prognosi” e indica il “rischio psicopatologico” per orientare i genitori verso la tutela dei figli con un comportamento adeguato al fine di evitare reazioni eccessive e degenerazioni. E’ chiaro che il “sentimento della rivalità fraterna” incide moltissimo nella formazione del carattere. E allora è meglio avere soltanto un figlio? No, perché il figlio unico ha i suoi problemi e poi nulla gli vieta d’immaginare un fratello o di spostarlo su altre figure similari. E’ determinante la presenza umana e la sensibilità clinica dei genitori. All’uopo è auspicabile leggere “Ma cosa sognano i bambini?”.

EMPATIA E SIMPATIA “ANCH’IO SONO MADRE”

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“Miky sogna la proprietaria del suo bar, seduta sui gradini fuori che piangeva perché era stanca e perché non aveva tempo per sé.

Miky prova molto dolore nel vedere la sua sofferenza e piange con lei.

I gradini erano tre.”

“Miky sogna di parlare con la madre di una ragazza che conosce e che è vissuta con lei e di cui conosceva i problemi.

La madre è gentile con lei e le dà ragione.

Miky, allora, si chiede perché fino a quando la figlia era con lei, la odiava e, ora che si è rotto tutto, ragiona cordialmente. Si sveglia in lacrime.”

 

I sogni sono anche semplici descrizioni di quel che si vive e di quel che è successo nel giorno precedente e si sviluppano non necessariamente con colossali simbologie e non si raccontano con enfasi retorica. Quest’ultima caratteristica appartiene al sistema difensivo della persona che sogna e non al sogno. Quest’ultimo è di per se stesso complicato nei suoi meccanismi e nelle sue difese, ma spartano nel contenuto perché la gran parte non viene ricordata e quindi viene irrimediabilmente perduta. Ma perché il sogno a volte viene composto come una piccola “divina commedia” o come una breve  “odissea”? Si mettono in atto da svegli le difese dall’angoscia di essere dominati dal sogno durante il sonno e il bisogno di dominare il sogno: un problema di eccessiva vigilanza finalizzata a tenere sotto controllo il proprio materiale psichico traumatico che urge dal profondo e che vuole vedere la luce. La “logorrea” nel sistemare un sogno attesta di una struttura psichica particolarmente angosciata che si cura da sé con il tanto parlare senza chiedersi se l’altro lo segue o è interessato al suo dire.

Il sogno di Miky è il classico esempio di semplicità nella forma e di linearità nel contenuto, ha la sua bella psicodinamica madre-figlia e i suoi giusti meccanismi di difesa. Il sogno di Miky è profondo nel tema evocato e si può sintetizzare in questo modo: “empatia e simpatia”, “sono madre anch’io”, “identità al femminile completata e riconoscimento della madre portato a buon fine”.

Non è decisamente poco e allora avanti con la decodificazione!

Miky condensa nella proprietaria del bar la figura materna e la sua condizione di madre, collocandosi nello stesso tempo come figlia e come madre. Tratta il classico tema della madre stanca e addolorata perché si sente sacrificata  per il benessere dei figli e della famiglia, oltretutto senza essere riconosciuta nel suo ingrato e umile ruolo: il classico tema della donna che ha abdicato al suo benessere e al suo successo per i figli.

Chi non ricorda le lamentele della mamma e le litanie intese a colpevolizzare i figli? “Dopo tutto quello che fatto per te, tu mi ripaghi in questo modo” recita una diffusa lagna dell’augusta genitrice non riconosciuta e non abbastanza amata. Ma c’è di più! Spesso ricorre alla formula della sua frustrazione “tu mi farai morire”, una formula tremenda che lascia strascichi profondi nel tratto paranoico e depressivo dei figli. Le mamme tendono a colpevolizzare i figli e specialmente le figlie, perché con il maschio hanno un vissuto diverso e spesso stabiliscono una relazione edipica all’incontrario.

“Miky prova molto dolore nel vedere la sua sofferenza e piange con lei.”

Il processo d’identificazione nella madre e d’identità al femminile, insieme alla soluzione della pendenza edipica, in Miky  è definito e compiuto. Guarda caso, i gradini erano tre: io, lui e lei. Il numero “tre” condensa la posizione edipica e la famiglia. La simbologia del “pianto” è catartica e rafforza il ruolo acquisito: le lacrime sono parole liquide che liberano il “non nato di sé” ossia quello che si sente dentro e non trova espressione. La prima realtà del “non nato di sé” è l’emozione, di poi la lacrima che si tradurrà in parola. Il “dolore per il “non nato di sé” attesta il meccanismo psichico della “empatia” e della “simpatia, vissuti complessi fatti di senso e sentimento che si possono definire processi.

E’ opportuno soffermarci su questi fenomeni psichici perché ci riguardano quotidianamente. La “empatia” significa letteralmente “dentro l’emozione o il sentimento”o meglio “dentro il senso e il sentimento”. Trattasi della capacità d’immedesimarsi in un’altra persona fino a coglierne, più che i pensieri, gli stati d’animo, i movimenti del senso e del sentimento. Si tratta di un processo d’immedesimazione e di “proiezione” in cui si conserva la coscienza della propria identità. Freud tratta l’”empatia” come una forma psichica che dall’identificazione giunge all’immedesimazione passando per l’imitazione, un meccanismo mediante il quale è possibile partecipare le sensazioni, i sentimenti e le emozioni, il “pathos” di un’altra vita psichica. Fin qui l’empatia!

La “simpatia” si traduce letteralmente “un sentimento e un senso vissuti insieme”, “una sensazione vissuta insieme”, “una partecipazione a uno stato affettivo” che denota un’affinità tra persone e una  comunicazione nel “sentire” sensazioni e sentimenti. In filosofia gli Stoici, (Grecia e quarto secolo “ante Cristum natum”) avevano bellamente esteso questo circuito psichico a tutte le parti dell’universo, un’attrazione magnetica che governava la realtà vivente, uomini compresi. Questo riferimento serve a capire come e quanto la sapienza di oggi è antica.

Tornando al sogno, possiamo affermare che Miky si è immedesimata nella madre perché si è identificata in lei, completando il tormentato viaggio edipico e rafforzando la sua identità femminile. Di poi, la maternità ha portato Miky alla parità dell’esperienza e del vissuto, anche se la madre deve restare una figura carismatica nel bene e nel male e non una semplice figura. Eppure Miky è vissuta con lei e ne ha conosciuto i disagi e le sofferenze, oltre che i pregi e le virtù, ma non l’ha mai colta in questa dimensione umanamente solidale: “Miky sogna di parlare con la madre di una ragazza che conosce e che è vissuta con lei e di cui conosceva i problemi.”

Nel secondo sogno esprime il suo conflitto con la madre legato alla sua visione della madre sofferente nell’accudire i figli e alla sua incapacità di poterla aiutare. La maternità si capisce con la maternità a tre livelli:  fisiologico, psichico e culturale. Il livello fisiologico si attesta nel travaglio, nel parto e nella fatica dello svezzamento e dell’educazione. Il livello psichico si attesta nello sforzo di capire e di alleviare e nella gioia di capire e di alleviare. Il livello culturale si attesta nel ruolo che alla madre viene riservato dalla società in cui vive.

Tornando al sogno di Miky si vede come il rapporto conflittuale con la madre si evolve nel rapporto di “empatia” e “simpatia”: anche Miky piange liberando il passato conflittuale. Le lacrime sono acqua che pulisce i sensi di colpa e libera nuovo benessere.

“La madre è gentile con lei e le dà ragione. Miky, allora, si chiede perché fino a quando la figlia era con lei, la odiava e, ora che si è rotto tutto, ragiona cordialmente. Si sveglia in lacrime.”

“La odiava” conferma un sentimento edipico universale o meglio costante in tutti quelli che hanno bisogno di vivere un padre e una madre: le radici.

“Ora che si è rotto tutto” offre il senso traumatico del distacco, il passaggio dalla dipendenza all’autonomia.  Che termini forti e veri, ragazzi!

La prognosi impone a Miky di allargare la “empatia” e la “simpatia” nei confronti della madre e di prendersi cura di lei quando il tempo sarà severo.

Il rischio psicopatologico si attesta nel senso di colpa in riguardo ai sentimenti negativi verso la figura materna con struggimento per la mancata comprensione di quel tempo in cui era figlia adolescente. Il logorio ossessivo consegue e contribuisce a far cadere la qualità della vita: una psiconevrosi.

Riflessioni metodologiche: la questione che si pone con il sogno di Miky è  come si deve giostrare una mamma nell’accudire se stessa e i figli. La prima condizione è non vivere i figli come limiti ma come variazioni evolutive. In questo modo si riduce la carica aggressiva già implicita nella gravidanza e nel parto. I figli variano la qualità della libertà. Di poi, la mamma non deve assolutamente smarrire l’amor proprio e l’autostima. Deve considerare adeguatamente la sua evoluzione psicofisica nella maternità e farne un fiore all’occhiello della sua natura femminile. La mamma non deve proiettare sui figli i propri vissuti in riguardo ai suoi genitori. Dei suoi vissuti deve mettere in atto quelli positivi e accantonare quelli negativi. La frustrazione materna nasconde altri disagi e quindi è opportuno rivolgersi alla loro soluzione.

Una buona mamma ha tempo per sé e per il servizio amoroso dei figli specialmente se è affiancata da un uomo degno di lei.

 

BETTINA … TRA MAMMA E PAPA’

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“Bettina sogna di trovarsi in macchina con suo padre, sua figlia e suo nipote, ma non li vede in viso. E’ seduta dietro, al volante c’è suo padre. La strada è lunghissima ed è un susseguirsi di dossi che a volte le impediscono di vedere la strada. Bettina segue con gli occhi la strada quando sale e quando scende.

Percorrono un bel po’ di strada, ma Bettina non sa dove stanno  andando.

A un certo punto si trova in una stanza con sua madre e guardano alla “tv”  quel percorso come fosse un “videogame”. Non vedono la macchina del  padre, ma soltanto ciò che accade davanti.

A questo punto la strada comincia a cedere e si formano dei buchi sull’asfalto. Bettina vede un uomo caduto dentro un buco, ma senza auto; un soccorritore lo aiuta e nel frattempo urla a sua madre che non riesce a capire se la macchina dietro a quell’uomo caduta nel buco è quella del padre :”ma non hai capito che la macchina che sta arrivando in quel posto è quella di papà con G. e M. a bordo?!!!!’

Bettina è agitata e si porta le mani alla bocca. E’ sconvolta, ma non ricorda quale espressione avesse sua madre.

A un certo punto si forma una voragine sulla strada. Prima di vedere chi fosse caduto dentro, ha preso il viso di sua madre e l’ha girato perché non voleva che vedesse la scena. Un istante dopo, girandosi a sinistra con il volto, guarda la “tv” e l’inquadratura fa vedere chi è caduto dentro. Bettina vede soltanto il volto di sua madre, praticamente già inghiottita dall’asfalto, con un po’ di rosso in viso e sembra impassibile mentre viene ricoperta dall’asfalto molto velocemente. Bettina urla mentre continua a tenere il viso della madre voltato verso la sua destra. Nel frattempo i soccorritori con le mani cercano di togliere a piena forza e velocemente l’asfalto che ormai l’ha interamente coperta. Bettina a questo punto si sveglia.”

Bettina visita in sogno la madre e il padre o meglio le sue “introiezioni” delle figure genitoriali, i fantasmi in riguardo alla mamma e al papà, i tratti psichici con cui ha incastonato i genitori dentro di lei.

Il sogno esordisce con tre generazioni dentro la “macchina”, il sistema procreativo: padre, Bettina, figlia e nipote. Indiscutibilmente si esibisce un  culto religioso della famiglia, un valore psichico e sociale veramente nobile.  Pur tuttavia Bettina “è seduta dietro” e“non li vede in viso”: Bettina non si è sentita particolarmente importante e valutata nella sua famiglia e non ha avuto piena consapevolezza della realtà psichica in atto man mano che la viveva: Bettina sa che c’è, ma non è particolarmente coinvolta. Riconosce il padre come figura importante della famiglia, “al volante”. La sua vita in famiglia è stata varia con alti e bassi psichici, con coinvolgimenti più o meno coscienti, con umori diversi e con una visione mentale non sempre lucida: “Bettina segue con gli occhi la strada quando sale e quando scende”,

“un susseguirsi di dossi che a volte le impediscono di vedere la strada”.

L’infanzia e l’adolescenza trascorrono insieme al padre che guida la famiglia, ma non dà quella sicurezza e quella chiarezza di cui Bettina ha bisogno:

“percorrono un bel po’ di strada, ma Bettina non sa dove stanno  andando.”

Bettina mostra un’introiezione ambivalente della figura paterna: riconosce il padre come guida, ma non lo ritiene autorevole e rassicurante.

Cambia la scena del sogno e Bettina visita la madre o meglio il modo in cui ha vissuto la madre e l’ha messa dentro: “si trova in una stanza con sua madre”.  La “televisione” e il “videogame” rappresentano una mediazione della tensione nervosa legata alla modalità psichica con cui ha vissuto la madre, così come il “non vedere la macchina del padre” rappresenta una difesa dal sentirsi coinvolta emotivamente nella dinamica familiare e anche  un mancato riconoscimento della funzione paterna rispetto alla figura della madre. Il sogno è particolarmente angosciante e la censura opera i giusti accorgimenti per far continuare a dormire Bettina.

A questo punto l’angoscia in riguardo alla figura paterna si manifesta nella sua interezza. Bettina teme che il padre possa cadere dentro la crepa aperta sull’asfalto della strada e che ci vadano dentro anche la figlia e il nipote. Si profila in Bettina tutta l’angoscia di perdita in riguardo al suo ruolo di figlia e in riguardo al suo ruolo di madre.

I “buchi nell’asfalto” della strada rappresentano i rischi nel cammino della vita, i momenti di crisi e di conflitto vissuti nell’ambito familiare nel corso della sua evoluzione psichica. Bettina rievoca nel sogno la conflittualità con cui ha vissuto i genitori e accusa l’angoscia della perdita del padre, oltre che della figlia.

Ci sono dei soccorritori, figure gratificanti e provvide, ma Bettina teme il peggio e invoca la madre ignara del pericolo incombente. Bettina è cresciuta con l’angoscia della perdita affettiva del padre e non ha trovato nella madre la consolazione che cercava e di cui aveva bisogno:” ma non hai capito che la macchina che sta arrivando”, “non ricorda quale espressione avesse sua madre”.

La simbologia di “cadere” in “una voragine” rievoca un fantasma di perdita affettiva e quindi il sogno di Bettina è dentro questa dimensione depressiva: angoscia legata alla possibile perdita del padre.

Ma, in effetti, la scena successiva dimostra che la madre è coinvolta nella proiezione aggressiva di Bettina: “Bettina vede soltanto il volto di sua madre, praticamente già inghiottita dall’asfalto, con un po’ di rosso in viso e sembra impassibile mentre viene ricoperta dall’asfalto molto velocemente.” Bettina manifesta tutta la sua aggressività nei confronti della madre seppellendola nell’asfalto. A nulla valgono i soccorsi, le giustificazioni per assolvere la figura materna nel suo ingrato e complicato ruolo, alla fine prevale l’aggressività: “velocemente l’asfalto che ormai l’ha interamente coperta.”

Il sogno di Bettina attesta i vissuti nei riguardi dei suoi genitori. Verso il padre vive l’angoscia di perdita, verso la madre vive l’aggressività. Questi sono i fantasmi dominanti del sogno di Bettina offerti in una cornice discorsiva con la presenza di alcuni simboli dominanti.

La prognosi impone a Bettina di mettere a posto le figure dei genitori dentro di lei e di portare a soluzione la posizione edipica riconoscendo i ruoli imposti dall’economia psichica della coppia e della famiglia. Se la madre è stata vissuta in maniera autoritaria e prepotente è anche perché il padre ha delegato e ha lasciato vuoto lo spazio che necessariamente la madre doveva beneficamente occupare nell’accudire i figli. Il solito discorso dei sociologi: dove c’è un vuoto di potere, qualcuno lo deve occupare. E’ necessario che Bettina si identifichi nelle parti migliori della madre per avere una sicurezza in se stessa e nella sua figura di madre. Il padre lo può anche lasciare nella tenerezza protettiva con cui lo ha avvolto. Ribadisco: curi la sua identità psichica, identificandosi nel meglio della madre.

Il rischio psicopatologico si attesta in un conflitto d’identità nel suo essere  figlia e nel suo essere madre, una psiconevrosi isterica con somatizzazioni qualora la tensione nervosa accumulata non viene scaricata per i giusti  canali. Sono, inoltre, possibili difficoltà affettive e relazionali per eccesso di autonomia o di dipendenza. Una via di mezzo è auspicabile.

Riflessioni metodologiche: il mio metodo di decodificare i sogni. Alla luce del buon gradimento avuto dal mio “blog” in segno di ringraziamento spiego come opero sin dal momento in cui ricevo un sogno. Lo leggo e lo lascio ristagnare una notte nella memoria. Di solito intuisco di notte la profondità e i significati nascosti e le psicodinamiche sottili. Di poi vomito sulla tastiera la prima vendemmia dei dati ricorrendo alla memoria della mia pratica clinica. Lascio decantare quello che ho volgarmente depositato. Dopo due giorni passo alla pulizia dei dati buttati giù in modo isterico e li elaboro in maniera accurata controllando la correttezza dei simboli con il mio personale “dizionario dei simboli onirici” che conta quasi trentamila voci. Alla fine del quarto giorno passo alla limatura estetica dell’eloquio e alla duttilità del dire le peggiori verità. In tutto questo trambusto mi sento mentalmente vivo e affettivamente appagato. Prossimamente pubblicherò la mia teoria sul sogno, un discorso più tecnico e meno discorsivo delle interpretazioni, ma la spiegherò in maniera democratica ossia accessibile anche agli appassionati e ai cosiddetti non addetti ai lavori. Intanto grazie a tutti quelli, meglio quelle, che hanno dimostrato interesse e partecipazione.

 

LE TRE SCIMMIETTE E LO SCIMPANZE’

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“Betty sogna di trovarsi in collina su una strada sterrata che non vede. Ci sono molte persone che non conosce e che non vede. La colpisce il fatto che sia una bellissima e splendente giornata primaverile, l’erba è di un verde brillante riflessa dal sole e c’è qua e là qualche tarassaco giallo. C’è chi passeggia e chi è seduto lungo la strada. Betty non sa se sta camminando o è ferma, ma è in pace e serena.

C’è qualcuno che Betty non vede e non sente, ma sa che ha detto che ci si doveva spostare dalla strada per l’arrivo di un uomo. Così tutti quanti sorridenti e gioiosi si apprestano a sedersi lungo la parte destra della strada e sono tutti molto vicini.

Una bella signora sorridente e riccia che non conosce, la invita a prendere posto vicino a lei tra l’erba verde, abbastanza alta e sotto un filare di viti. Betty si siede, guarda di fronte a lei e da in fondo alla collina, ma non molto distante, sta salendo verso di loro uno scimpanzé eretto sulle due zampe posteriori e cammina come un uomo. Betty ha un primo piano del suo muso.

Inizialmente Betty pensa che deve aver paura e scappare, invece decide di non averne, di tranquillizzarsi, di aspettare osservandolo mentre avanza per capire se è buono o cattivo. A questo punto si sveglia.”

Il problema che il sogno di Betty offre immediatamente è il seguente: “non vede”, “non conosce”, “non so”. Le tre scimmiette di Betty sono il “non vedere”, il “non conoscere”, il “non sapere”. Chi meglio del siciliano sottoscritto poteva analizzare la sindrome mafiosa delle tre scimmiette? Parto subito con l’analisi delle simbologie al positivo e poi le volgerò al negativo.

Il “vedere” condensa la razionalità e l’esercizio logico-consequenziale, il principio di realtà e lo spirito critico, il collegamento tra interno ed esterno, la consapevolezza e le funzioni dell’Io. Il “vedere” è collegato strettamente al “sapere”.

Il “conoscere” condensa il processo di acquisizione e di sistemazione delle esperienze in un sistema organizzato di cui usufruire nel quotidiano vivere e soprattutto nel quotidiano relazionarsi. Il “conoscere” è collegato strettamente alla “cultura” intesa come apprendimento di schemi che permettono di capire la realtà e di agire in essa.

Il “sapere” condensa il gusto di sé, la soddisfazione di avere il sapore di se stessi e del patrimonio psichico acquisito, esprime la concretezza fisiologica del senso e del gusto, la consapevolezza dell’autostima e dell’amor proprio. Il “sapere” è collegato al “vedere” e al “conoscere” perché non esiste conoscenza che non si traduca correttamente nel gusto e nel senso di sé, piacevoli o dolorosi che siano.

Fin qui le interpretazioni al positivo. Convertiamole al negativo per il caso di Betty.

Betty non vive la consapevolezza di sé, non usa le sue conoscenze, non gusta se stessa. “Io non so se sto camminando o sono ferma, ma sono in pace e serena.” Eppure, la sua vita scorre in una realtà personale e sociale gratificante se guardiamo la coreografia in cui Betty è inserita e in cui la psicodinamica si svolge: “una bellissima e splendente giornata primaverile, l’erba è di un verde brillante riflessa dal sole e c’è qua e là qualche tarassaco giallo. C’è chi passeggia e chi è seduto lungo la strada.”

Betty ha detto all’inizio “di trovarsi in collina su una strada sterrata che non vede”.

La sua realtà psichica in atto è particolarmente difficile, ma è compensata da una forte sensibilità estetica, “tarassaco giallo”, e da una vita sociale gratificante,”chi passeggia e chi è seduto”.  Aggiunge anche: “Io non so se sto camminando o sono ferma, ma sono in pace e serena.” Betty si lascia vivere dalla vita e con una sapienza orientale preferisce la “atarassia”, assenza di affanni, all’ambizione e all’arroganza della consapevolezza di sé. Anche in questo caso non sa, non ha sapore di sé.

Le difese dal coinvolgimento emotivo e affettivo continuano a presentarsi ed ecco che il sogno si dirige verso il disvelamento della verità, quello che c’è sotto il velo difensivo dell’apparenza.

“C’è qualcuno che Betty non vede e non sente, ma sa che ha detto”: continua a non vedere e a non sentire, a sentirsi vivere e a non vivere, ma sa che  qualcuno ha detto. Chi è questo qualcuno? Si tratta di una persona direttiva e affidabile, una figura carismatica e importante nell’evoluzione psichica di Betty, una figura genitoriale. E tutti ubbidiscono volentieri: i figli che seguono i consigli della mamma o del papà. Sta per arrivare un uomo e “così tutti quanti sorridenti e gioiosi si apprestano a sedersi lungo la parte destra della strada e sono tutti molto vicini.” La parte destra della strada attesta di un qualcosa di razionale e progettuale, qualcosa di organizzato e comprensibile che s’innesta nel futuro, una presa di coscienza da fare perché quasi necessaria: “sorridenti e gioiosi”. La solidarietà non manca nell’essere “tutti molto vicini”: un quadro familiare.

Si tratta di una famiglia, la famiglia di Betty che aspetta un uomo che dovrebbe essere il padre.

Procediamo nel chiarimento dell’arcano.

“Una bella signora sorridente e riccia che non conosco” rappresenta l’alleato affettivo che consente il prosieguo del sogno e del sonno, ma anche una figura femminile gradevole e ideale, una figura solare e rassicurante per una Betty crepuscolare che non conosce, non sente e non sa: un surrogato della figura materna.

A questo punto tutti sono pronti a vedere l’uomo del mistero: “uno scimpanzé eretto sulle due zampe posteriori e cammina come un uomo”. Razionalmente è una delusione, emotivamente è un colpo gobbo, uno scherzo da prete, un inganno del potere. Si aspettava un piccolo dio e compare una scimmia.

Quest’ultima è la vergogna dell’uomo, “qualcosa che fa ridere oppure suscita un doloroso senso di vergogna”, secondo Nietzsche. La scimmia è l’antenato biologico dell’uomo, secondo le teorie evoluzionistiche di Darwin e, per la precisione, un “gradino inferiore rispetto all’uomo”. Simbolicamente la “scimmia” rappresenta il sistema neurovegetativo, la parte animale e istintiva, la pulsione e la caduta della ragione: un uomo inferiore, un uomo inteso come istinto e pulsione o come “forza lavoro”. Betty “ha un primo piano del suo muso”: muso, non viso, a testimoniare la valenza animale dell’olfatto e del gusto che Betty giustamente dà allo scimpanzé.

La scimmia, essendo ai limiti della parte razionale e della coscienza, sembra essere come Betty che “non sa”, “non conosce”, “non vede”, che si lascia vivere, ma può essere anche la figura paterna vissuta dalla bambina e in seguito offerta dalla madre come la figura di un uomo che lavora e che non è  valutato a livello psicoaffettivo. Della serie: “bambini fate i bravi, adesso arriva il papà che è stanco perché ha lavorato tanto” e non invece  “battiam battiam le mani che arriva il vostro caro papà”. Il sogno risolve decisamente il dubbio: non si tratta della parte neurovegetativa di Betty, ma della figura paterna semplicemente perché Betty dice” per capire se era buono o cattivo”. Betty inconsapevolmente usa il meccanismo di difesa dall’angoscia classico dei bambini, lo “splitting”, la scissione del “fantasma del padre” in buono e cattivo  che consegue al “fantasma della madre” elaborato e scisso sin dai primi mesi di vita in parte buona e parte cattiva. Il sogno rievoca la primissima infanzia, quando Betty si approcciava al padre e si apprestava a sentirlo come presenza affettiva e protettiva. E’ sorprendente e meraviglioso come nel nostro “profondo” tutto si conserva e il sogno lo tira fuori a modo suo e al momento opportuno dietro lo stimolo giusto.

Il sogno di Betty rievoca una bambina che si affida alla figura materna e che si accosta al padre con cautela vivendolo in primo luogo come una figura neurovegetativa e non affettiva, istintiva e non razionale, colui che con il suo lavoro ci dà da mangiare. La bimba non ha avuto confidenza con il padre e si è costretta a tenerlo ai margini della sua affettività legandosi in silenzio e temendolo sempre in silenzio, una bambina che non si è saputa districare tra una madre ingombrante e direttiva e un padre minimizzato e ridotto al suo essere vivente. E’ consequenziale che questa situazione psichica e relazionale ha impedito a Betty la corretta evoluzione della posizione edipica. Lascia ben sperare in una riappropriazione progressiva dell’alienato e in una ripresa psichica di Betty il “doveva aver paura” e il “decide di non averla”, la volitività del fare e la volontà di affermazione, al di là delle titubanze e delle attese.

La prognosi impone a Betty di recuperare la sua autoconsapevolezza e la sua sicurezza riconoscendo le figure genitoriali, non soltanto come si sono manifestate, ma anche come le emergenze di allora le hanno offerte. Betty si è evoluta con la figura incompleta del padre e con la figura “XXL” della madre. Lo spazio occupato dalla madre è indotto anche da circostanze storiche e culturali che hanno contraddistinto la famiglia borghese al suo primo formarsi. Di poi, quando anche la madre è andata al servizio del sistema produttivo emancipandosi, la famiglia ha conosciuto problematiche di grande spessore e conflitti di sottile qualità.

Il rischio psicopatologico si attesta nel persistere della disistima e  nell’evitare il coinvolgimento affettivo. Inoltre il rischio comporta la caduta della qualità della vita e delle relazioni affettive secondo una deleteria filosofia della modestia e dell’accontentarsi. E’ da dire che conseguirebbe un’infausta sindrome depressiva.

Riflessioni metodologiche: ancora a proposito della teoria sul sogno si può definire quest’ultimo “resto notturno”. In base a quanto ho affermato   nell’interpretazione del sogno di Gregorio, titolato “il travaglio della rinascita”, e nello specifico sul dato di fatto che i sogni al risveglio passano dal parrucchiere per essere acconciati e sul dato di fatto che è quasi impossibile avere il prodotto onirico nella sua integrità e purezza, aggiungo che il sogno si può definire “resto notturno”. In base a questa riflessione si possono anche  analizzare le fantasticherie e le fantasie da svegli elaborate. Freud aveva attribuito la causa del sogno ai “resti diurni”, agli stimoli del giorno precedente non adeguatamente indagati che agganciano materiale psichico rimosso ed elaborano di notte il sogno. Alla luce di quanto risulta su quello che ricordiamo nelle fasi R.E.M. del sonno, quando il sogno si elabora e prende consistenza perché nelle fasi NON R.E.M. non si sogna perché è labile la  memoria, si può definire il sogno “resto notturno” con due finalità importanti. La prima consente di analizzare i prodotti psichici elaborati nella veglia come le fantasticherie e le fantasie e le opere artistiche e culturali come la pubblicità e come altre espressioni del polivalente animale vivente chiamato uomo. La seconda consente d’interpretare i sintomi delle problematiche psichiche come le psiconevrosi e le psicosi e le fenomenologie dei disturbi psicosomatici e di tutto quell’altro che rientra nella fenomenologia dello strano animale chiamato uomo e che lo contraddistingue dalla scimmia, per restare in tema con il sogno di Betty. In sintesi: il sogno è un resto notturno e si possono decodificare i prodotti psichici e culturali.

L’UOMO  DELLA  BANCARELLA

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“Svetlana sogna di andare in bicicletta e di raggiungere un luogo, tipo un prato verde con attorno degli alberi. Ci sono delle bancarelle, sembra un mercato  anche se in realtà vede anche fabbriche.

Di colpo Svetlana lascia la bici a terra e corre verso uno spazio libero del prato. Lascia la sua borsetta a terra e ritorna indietro a prendere la bici e non la trova più perché gliel’hanno rubata. Corre di nuovo verso la borsa e le hanno rubato anche quella.

E’ disperata e allora il signore di una bancarella le restituisce la borsa dicendo di averla vista a terra e che aveva preferito raccoglierla. Della bici però nessuna traccia.

Le viene da piangere perché la bici è di sua madre, anche se dopo ricorda che la mamma per fortuna ha un’altra bicicletta a casa.”

 

La chiave interpretativa del sogno di Svetlana è “il signore di una bancarella”, quello che “le restituisce la borsa”, quello che l’aveva “vista a terra  e che aveva preferito raccoglierla”. Questa è la figura paterna, il padre di Svetlana vissuto al tempo in cui la figlia maturava la relazione con il padre all’interno della cornice edipica, il solito inossidabile triangolo: padre, madre e figlia. Il quadro è stato conservato intatto nella memoria e rielaborato nel sogno con la stessa infinita tenerezza con cui è stato vissuto: il padre riconosce e rassicura la figlia sulla sua femminilità psicofisica. Tutto questo è presente nei vissuti di Svetlana evidenziati in sogno. Si rievoca il momento in cui la bambina si è sentita accettata dal padre nel suo ruolo femminile: la tensione amorosa del padre nel “raccoglierla”. Il simbolo del “raccogliere” contiene la “pietas” del mettere insieme tratti psichici per formare un’identità, il culto del comporre i fantasmi legati alla relazione con i genitori per un equilibrio esistenziale, il rispetto di un ordine naturale costituito per avere le sicurezze necessarie a vivere. “Raccogliere” si traduce in culto e “pietas”, un vissuto sacrale e mistico. Svetlana si fa “raccogliere” la femminilità dal padre per essere sicura della sua identità appena smarrita, contrastata e conflittuale. Svetlana sente forte il bisogno di essere rassicurata sul suo corpo e sulla sua psiche dal padre.

Meraviglioso!

Il sogno dà la luce alla poesia dei nostri bisogni e sentimenti più umani. La ricerca del padre è importantissima nelle bambine per la futura vita affettiva e sessuale. Il padre è quel primo amore che non si scorda mai perché l’eccesso del desiderio l’ha reso sacro e incontaminato.

Andiamo al dunque in base alle sequenze simboliche del sogno.

La “bici”, la “borsetta”, il furto: questi sono i simboli importanti del sogno di Svetlana. La “bici” condensa la “libido genitale” ossia l’esercizio della vita sessuale, la “borsetta” condensa la “recettività sessuale femminile” ossia la vagina, il “furto” condensa la “castrazione” della suddetta “libido genitale”e della “recettività sessuale femminile”: il furto della bici e della borsetta per l’appunto. La “castrazione” si traduce in una inibizione psicofisica, in un impedimento psichico e in un blocco fisico nel vivere la sessualità, un vissuto naturale e assolutamente normale nell’evoluzione degli investimenti della “libido”, ma da tenere sempre sotto controllo per impedire che si sposti nell’uomo che verrà dopo il padre. Se con la figura paterna la castrazione impedisce l’incesto, il rischio è proprio quello di operare la “castrazione” nelle relazioni future con grave danno per la vita sessuale personale e per quella di coppia.

Torniamo alla decodificazione. Svetlana sogna la sua vita sessuale e la sua dimensione femminile in un senso preciso e rafforzato. Il “prato verde con attorno degli alberi” è una bella condensazione della realtà psichica in atto della protagonista del sogno, la quale non ha difficoltà di relazione o di offerta e di disposizione verso il suo prossimo, dal momento che aggiunge le “bancarelle” di “un mercato” e anche l’operosità delle “fabbriche”. Non mancano a Svetlana bambina le speranze e le possibilità nella vita che l’aspetta: “corre verso uno spazio libero del prato”. In quanto a struttura psichica Svetlana si è evoluta nella sua completezza anche relazionale, per cui sembra che non debba mancarle alcunché.

Ma ecco che comincia il piccolo dramma della “castrazione” nella versione femminile. “Lascia la bici”,”lascia la sua borsetta”: Svetlana è pronta  e desidera affidarsi all’universo maschile, ma un trauma turba il suo equilibrio psicofisico dal momento che blocca la sua vita sessuale e opera un’inibizione della sfera erotica. Le hanno rubato “bici” e “borsetta” che aveva poggiato “a terra”; quest’ultima è un altro simbolo femminile a conferma che il sogno verte su una psicodinamica classica dell’essere femminile.

A questo punto la disperazione è il minimo che Svetlana possa vivere di fronte a tanta improvvisa disgrazia. Ma ecco che si profila una parziale soluzione: “il signore di una bancarella le restituisce la borsa dicendo di averla vista a terra e che aveva preferito raccoglierla”. La bici, pur tuttavia, sembra irrimediabilmente perduta:” della bici nessuna traccia”. Il benefico signore della bancarella, come si diceva in precedenza, è il padre, l’uomo che riconosce a Svetlana la “borsa”, la sessualità femminile, ma che per la “bici” non è provvidente, non può provvedere alla vita sessuale della figlia. Svetlana ha sentito la sua femminilità con il padre, ma ha dovuto bloccare il suo desiderio verso quest’uomo della “bancarella” e del “mercato”, un uomo fascinoso per la sua estroversione e di cui, magari, Svetlana bambina era tanto gelosa. Ecco che giustamente, a questo punto, il sogno deve offrire la figura materna, deve esibire la prima donna della vita affettiva di Svetlana, anche questo un primo amore che non si scorda mai.

“Le viene da piangere perché la bici è di sua madre.” Proprio la “bici” rubata era di sua madre e non era di Svetlana. Il richiamo alla madre attesta della contrastata e parziale identificazione al femminile nella figura materna e della incompiuta identità psichica di Svetlana. Il legame con la madre è molto forte e ha strutturato una forma di dipendenza da senso di colpa per essere stata affascinata, nel bene e nel male, dalla figura maschile del padre. La “bici” apparteneva alla madre, l’oggetto dell’attrazione sessuale di Svetlana riguardava la madre. Ecco che arriva la compensazione e l’assoluzione parziale del senso di colpa: “la mamma per fortuna ha un’altra bicicletta a casa”. La sessualità di Svetlana si è evoluta giustamente in riferimento alla madre per quanto riguarda l’identificazione al femminile, ma la madre ha conservato la sua sessualità e lei l’ha smarrita e per il momento non l’ha ritrovata.

La prognosi impone a Svetlana di riappropriarsi della sua vita sessuale nella sua interezza, superando le inibizioni legate alla risoluzione dei resti del complesso di Edipo riconoscendo la figura paterna nella sua reale consistenza e nella sua reale funzione. Svetlana deve liquidare il senso di colpa verso la madre e razionalizzare la dipendenza senza eliminare la solidarietà e la complicità elettiva.

Il rischio psicopatologico si attesta nel sacrificio della vita sessuale con conversioni isteriche della “libido” inibita nel suo naturale investimento e appagamento. Bisogna tenere sotto controllo la tendenza a limitare la vita sessuale con grave pregiudizio per la vita di coppia.

Riflessioni metodologiche: la figura materna è complessa nella sua struttura e nella sua funzione, per cui la relazione con i figli può contraddistinguersi anche di ambiguità e ambivalenza. La madre, ad esempio, può essere amica delle figlie e amante per i figli, solidale e seduttiva, competitiva e complice e tanto altro direttamente proporzionale ai bisogni della madre e dei figli. Bisogna, allora, che le mamme tengano sotto controllo la loro storia e la loro formazione specialmente quando i figli sono adolescenti e durante la prima giovinezza, sicuramente fino a quando i figli non sono diventati a loro volta padri e madri. I figli hanno bisogno soltanto della madre e non di altro. Non bisogna snaturare il ruolo e ridicolizzarlo

perché se la figlia inizialmente è contenta della solidarietà della madre perché le dà sicurezza sociale, di poi si sente sola quando ha bisogno di una presenza autorevole e di una stabilità affettiva. Inoltre non bisogna perdere potere nei confronti dei figli in nome di un falso mito della modernità. Inoltre,   comunicare i dissidi di coppia o esprimere giudizi pesanti sul coniuge è, oltre che disdicevole, dannoso a livello psichico per i figli. Denigrare la figura di un genitore ai figli da parte dell’altro genitore equivale a una bestemmia proprio per la sacralità del padre e della madre, un pesante discredito verso figure che devono essere rassicuranti e integre per i figli. I padri e le madri che sono insolventi a livello di rispetto dell’altro, magari per cercare un’alleanza contingente, seminano nei figli sensi di colpa che nel tempo fomentano legami conflittuali e sbagliati che possono avere ripercussioni nefaste nelle famiglie che costituiranno.

IL  RICONOSCIMENTO  DELLA  MADRE TRA  ANDROGINIA  E  SOPRAVVIVENZA

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“Anna sogna di trovarsi di notte in un luogo illuminato soltanto dal riflesso della luna.

Davanti a lei c’è un canale sommerso dall’acqua che straripa e allaga i campi.

Anna vede soltanto il riflesso dell’acqua, ma sa che ci sono le sponde sotto forma di muretti e che fungono da passerelle.

L’acqua scorre impetuosa e Anna cammina velocemente sopra il

muretto-passerella destro seguendo il flusso forte della corrente.

A un certo punto si rende conto che deve tornare indietro e per risalire il canale deve spostarsi a sinistra e poi saltare a destra: così di continuo. Comincia a saltare a sinistra e a destra e riesce a farlo bene. Per un tratto vede suo figlio che risale il canale insieme a lei, ma dopo non lo vede più.

Risale la corrente con l’angoscia di cadere dentro l’acqua e di annegare.

Ma vede che ce la fa facilmente e che è semplice e divertente saltare a  sinistra e a destra.

Anna è contenta e soddisfatta di se stessa.”

Si prospetta l’interpretazione di un sogno veramente funambolico, non solo a livello dinamico, ma anche a livello simbolico dal momento che le condensazioni sono precise e di vasta portata; alcune hanno una valenza di “archetipi”, sono simboli universali che vanno al di là dell’elaborazione  culturale e individuale, altre sono ad ampio spettro perché includono temi culturali e filosofici. Si tratta nello specifico dei simboli della “acqua”, della “destra”, della “sinistra”, della “luna”. E’, inoltre, sorprendente come il sogno di Anna riesca a camuffare la figura materna e la psicodinamica collegata all’universo femminile con una simbologia assolutamente naturale: “l’acqua” e la “luna”. I simboli sono attinenti per diversi aspetti e per alcuni attributi.

Il sogno di Anna si può definire “come riconoscere la madre” nella fase finale del complesso di Edipo e mostra la dialettica madre-figlia senza trascurare le paure e le angosce che si accompagnano all’emancipazione relazionale e all’autonomia psichica.

Il sogno contiene ancora una caratteristica importante che si può definire “come si risolve il complesso di Edipo in una dimensione di sopravvivenza”: una forma di onnipotenza nell’andare sopra la vita. ”L’acqua scorre impetuosa e Anna cammina velocemente sopra il muretto-passerella destro seguendo il flusso forte della corrente.” Il sogno di Anna è coniugato al femminile e, oltre al funambolismo, presenta i caratteri acrobatici della magia. “Anna vede soltanto il riflesso dell’acqua, ma sa che ci sono le sponde sotto forma di muretti e che fungono da passerelle.” Trattasi dell’illusione ottica di camminare sulle acque da parte di un eventuale ingenuo spettatore e della consapevolezza di Anna del sostegno determinante dei muretti. Inoltre, Anna,  per risalire il canale, “comincia a saltare a sinistra e a destra e riesce a farlo bene.” Questa è la potenza plastica della “figurabilità” del sogno che supera i limiti della fisica gravitazionale e fa gridare al miracolo. Quanto meno Anna in sogno si permette delle gesta ginniche che nella realtà sono molto improbabili.

Il sogno di Anna si può, in ultima istanza, definire nel suo oscillare a destra e a sinistra come la dialettica psichica tra la “parte maschile” e la “parte femminile”, altrimenti detta “androginia psichica”, che per la sua prima formulazione ci riporta al “Convito”, un delizioso dialogo del grande Platone datato quarto secolo “ante Cristum natum”. Vi invito a leggerlo e nel caso specifico si tratta della parte VI, il discorso di Aristofane.

Partiamo con l’analisi del sogno estrapolando i simboli dominanti. Il sogno si svolge “di notte” a testimoniare che la coscienza è obnubilata. Anna è in uno stato crepuscolare, in una dimensione interiore e intima: al tema del sogno, che di per se stesso sviluppa l’interiorità, si associa anche l’atmosfera psichica di abbandono al sonno e al sogno, di disimpegno dalle mille attività della giornata, di riflessione su se stessa. Non basta la notte a connotare la scena onirica, ma si aggiunge come rafforzamento la fievole e bianca luce del “riflesso della luna”. La “luna” è il classico simbolo dell’universo femminile e nello specifico del ciclo mestruale, ma condensa anche il fascino e la seduzione nelle espressioni più crudeli. Si pensi alla “licantropia”, al tema favolistico del “lupo mannaro”, al delirio legato alla visione della luna piena e all’angoscia innescata dalla luna nuova. Quando è luminosa, la luna non contiene la “parte negativa” del fascino e della seduzione femminile, quella che, invece, contiene la “luna nera”, la luna nuova, quella minacciosa e infida che si sa che è in cielo ma non si vede, quella che guarda dall’alto e si nasconde agli occhi atterriti del povero maschio. Questa fase lunare condensa la “parte negativa della donna” in quanto minaccia il maschio nella sua virilità con la sua seduzione subdola, castrante e addirittura mortifera. Si richiamano a tal uopo i miti in riguardo a Lilith, alle sirene, alle maghe, alle streghe, tutte figure femminili improntate a tremendo danno per l’universo maschile soltanto perché portano il maschio alla perdizione con le lusinghe carnali, con le magie psichiche, con la decerebrazione, con la malattia mortale e con l’asportazione traumatica del membro. Ovvio che questa cultura è stata elaborata dai maschi sin dal tempo antico, a testimonianza del terrore che incuteva la femmina, più che la donna, con l’angoscia di castrazione collegata alla recettività sessuale del suo corpo e soprattutto con l‘angoscia collegata alla prorompente sessualità, così diversa da quella maschile e così impegnativa per il maschio. Nel sogno di Anna la luna è luminosa, quindi è femmina e seducente e fa da degno contorno coreografico al teatro femminile in cui si svolge la psicodinamica. La notte e il paesaggio oscuro, inoltre, condensano la femminilità neurovegetativa, l’intimità, la seduzione, la caduta della vigilanza e della razionalità, la creatività, la fantasia, i meccanismi del “processo primario”, proprio quelli che elaborano il sogno.

Procediamo con l’analisi.

Davanti ad Anna c’è “un canale sommerso dall’acqua che straripa e allaga i campi”. Il “canale” nella  sua funzione di regolamentare l’acqua ha una valenza maschile di natura logica e impositiva, mentre l’acqua è un attributo simbolico dell’archetipo “Madre”. Il simbolo femminile dell’acqua è dominante nel sogno di Anna in maniera direttamente proporzionale alla sua forza e alla sua potenza. L’acqua è regolata dal canale in cui impetuosa scorre, ma straripa e allaga il territorio circostante. L’acqua è l’elemento classicamente associato alla vita per la fertilità della madre terra e per il feto che naviga nel liquido amniotico durante la gravidanza. Va considerato che la donna forgia la vita nel suo grembo secondo il registro biologico del sistema neurovegetativo ed endocrino. L’acqua rappresenta, inoltre, l’energia vitale, lo slancio vitale, la forza irresistibile della natura, il sistema neurovegetativo, la “libido” di Freud depurata in parte dalla valenza sessuale e arricchita di una valenza energetica, il principio cosmogonico del primo filosofo greco, Talete.

Simboli maschili sono il canale con gli argini che non si vedono e la “destra”.

Rappresentano la direttività e la razionalità legate all’universo maschile. Ma la femminilità del sogno è anche direttiva e precisa. Anna coniuga la parte fallico-narcisistica introducendo nel sogno la sua parte maschile introiettata quando da bambina si viveva in attesa che si evidenziassero i caratteri sessuali. Anna “vede soltanto il riflesso dell’acqua”, è attratta dalla sua femminilità e dalla figura materna sopra cui cammina nella parte destra e seguendo il flusso della corrente. Anna domina la scena ed è padrona della sua psicodinamica, dal momento che va verso “destra” e procede sicura sopra il muretto dell’argine del canale: ”sa che ci sono le sponde sotto forma di muretti che fungono da passerelle”. Va giù di corsa con impeto e sicurezza nel giostrarsi con la sua femminilità e con la figura materna. L’identificazione ha avuto buon fine ed è arrivata all’identità psichica femminile con quel tratto maschile di impeto e di sicurezza. Fino a questo punto la parte progredente del sogno.

“A un certo punto si rende conto che deve tornare indietro”. Anna ha la consapevolezza di aver osato tanto e deve rivisitare, più che regredire, le sue conquiste saltando a sinistra e a destra, da una sponda all’altra del canale. Anna torna indietro a rafforzare la sua identità per l’insorgere di una normale paura di se stessa e della sua sicurezza. Del resto, il sogno di Anna ha visitato la madre e adesso deve rassodare le sue conquiste. Il figlio l’accompagna, ma Anna non ha un conflitto con la sua maternità, per cui può lasciarlo e non lo vede più. Si è soltanto ricordata che anche lei è mamma come la sua mamma. Il saltare a sinistra e a destra vuole attestare la completezza dell’ essere umano nella “androginia psichica”. Ogni persona, al di là del suo sesso biologico, a livello psichico possiede ed esprime quelle che simbolicamente si definiscono “parte maschile” e “parte femminile”, la parte razionale e la parte emotiva, la parte affermativa e la parte remissiva, la parte fallica e la parte recettiva: attributi del corredo psichico ascritto simbolicamente all’universo maschile e all’universo femminile. Nel rivisitare se stessa Anna mostra in sogno tutta la sua umana consistenza, l’angoscia di cadere nell’acqua. La femminilità ha un peso e un costo per essere portata in giro una volta libera dall’invadenza della figura materna. E’ questa la valenza edipica nell’ultima fase, il riconoscimento della figura materna per affermare se stessa come femmina. Si presenta l’angoscia di essere fagocitata dalla madre, di non riuscire a liberarsi dal possesso della figura materna. Anna ha fatto la sua ribellione alla madre per affermarsi come persona e ci è riuscita perché ha vissuto la madre come l’altro da sé e non necessariamente come una matrigna o una strega, la “parte negativa della madre”.

E’ semplice e divertente risalire e non regredire. E’ come se fosse il rafforzamento di una presa di coscienza. Anna sa di sé e della sua femminilità e si è riscattata dalla madre. Anna è appagata. Magari in sogno si è spaventata, ma dopo ha risolto anche la paura e ha rivisto la sua emancipazione e la sua autonomia psichica. Bisogna vivere la madre nella sua sacralità e nella giusta dimensione psichica e non come un ostacolo all’affermazione. L’identificazione si è risolta nell’identità, per cui ”Anna è contenta e soddisfatta di se stessa.”

La prognosi impone ad Anna di godere delle sue conquiste psichiche e di rafforzare il suo rapporto con la madre con una finalità generosa dopo aver tanto ricevuto. I genitori anziani vanno adottati dai figli e non depositati dolcemente in case di riposo, i nuovi “lager”. Anna deve portare avanti la sua autonomia con un intento donativo.

Il rischio psicopatologico si attesta nella “regressione” al conflitto con la madre per l’insorgere di un bisogno di dipendenza psichica a causa di una crisi affettiva. Consegue la caduta della qualità della vita con sintomi psicosomatici da psiconevrosi edipica.

Riflessioni metodologiche: il sogno di Anna induce a parlare sul destino del complesso di Edipo, in particolare sul tema se si risolve del tutto o se si trasforma. La risposta immediata è che il complesso di Edipo, meglio il paradigma edipico, non si risolve mai del tutto così come si prospetta nella teoria psicoanalitica e così come si propone ogni genitore e ogni figlio. La relazione edipica si può proiettare sui figli e capovolgere da parte dei genitori sotto l’incalzare dell’angoscia di morte legata all’evoluzione del tempo e all’involuzione organica della vecchiaia. Come si manifesta? Facilmente un padre e una madre non vogliono fare a meno del possesso del figlio o della figlia. Oltretutto nella senescenza i genitori hanno bisogno di essere serviti e mantenuti. Si generano in tal modo conflitti tra genitori e figli, tra famiglia d’origine e famiglia di nuova formazione. E’ famoso il mito della suocera cattiva. Non sono soltanto i figli che devono risolvere il complesso di Edipo, ma anche i genitori che si ritrovano a vivere quello che hanno già vissuto al loro tempo con i loro genitori. Si ripete la storia della “Nutella”: la nonna la dava alla mamma, la mamma la dà alla figlia, la figlia la darà a sua figlia e così nel tempo che sarà: una “coazione a ripetere” della squisita crema al cacao e alle nocciole da spalmare sugli affetti familiari. Ma, attenzione al diabete!

MANCATO RICONOSCIMENTO DEL PADRE E CRISI DELL’AFFETTIVITA’

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Maurizio sogna di correre in bicicletta nella città natale. Va molto veloce e per  due volte rischia di cadere, ma riesce a fermarsi in tempo frenando sia con i freni e sia strisciando i piedi per terra. Prova una sensazione di angoscia per il pericolo scampato.  

Sta andando a comprare dei vestiti per una gita in montagna, ma dopo un po’ pensa che il negozio è troppo lontano, che la gita forse non si farà e che comunque quei vestiti non gli servono perché ne possiede già molti altri.

Quindi Maurizio rinuncia e continua a correre in bicicletta. Si ferma a casa dei nonni paterni. Non riesce a vedere i volti dei nonni, ma soltanto le figure in controluce: il nonno è in piedi e la nonna è seduta che lavora a maglia.

Parla quasi solo lui e dice che è appena arrivato da Dubai, che è lì per un saluto veloce e che si sarebbero visti con calma nei giorni seguenti. I nonni dicono che va tutto bene e che, quando vuole, loro sono sempre lì che lo aspettano. Maurizio percepisce che stanno bene e ha una forte sensazione di serenità, quasi di gioia. Poi se ne va promettendo di tornare presto.

Quando scende in strada Maurizio si accorge che gli hanno rubato la bicicletta e prova una sensazione d’angoscia. Ci sono molte biciclette rotte attorno alla casa, ma non riesce a trovare la sua. Pensa che i tempi sono cambiati e la sua città è diventata più insicura. Si accorge di non avere la chiave del lucchetto e che quindi ha parcheggiato la bicicletta senza chiuderla.

Pensa che suo padre lo rimprovererà per questo motivo. Pensa di chiamare qualcuno perché lo venga a prendere, ma poi riflette sul fatto che la casa dei suoi genitori è vicina e quindi s’incammina verso casa.”

Il tema del sogno è semplice: l’immancabile e immarcescibile complesso di Edipo, elaborato nel tempo da un figlio con toni affettivi apparentemente blandi, ma tanto carichi di nostalgia. Maurizio è alla ricerca di una nuova verità da disvelare a se stesso e il sogno non solo evidenzia il suo “status” psichico in atto, ma gli suggerisce cosa fare, lo spinge a riparare, lo prepara a livello interiore, lo educa al cambiamento. Il tutto avviene in una cornice emotivamente composta, eccezion fatta per lo struggimento nostalgico sotteso. “Il sogno siamo noi”, noi con le nostre dimensioni temporali e con il complesso dei vissuti importanti che ci hanno formato e contraddistinto. Il sogno di Maurizio verte sulle radici e vola sui risvolti futuribili in riguardo ai temi affettivi e sessuali. Il sogno di Maurizio è la consapevolezza del presente in atto e l’atmosfera dominante è la nostalgia: “il dolore del ritorno”. La nostalgia è struggimento proprio perché oggettivamente non è possibile il ritorno del passato, ma a livello psichico è magicamente possibile e avviene tramite i meccanismi di difesa della “regressione” e della “fissazione” e avviene sempre al presente: Maurizio ricorda e si colloca nella fase psichica più gratificante, la “fase fallico-narcisistica”.

Torniamo alla decodificazione del sogno. L’analisi sarà effettuata per scene, come se fosse un’opera artistica, un prodotto creativo che non nasce dal nulla, ma da un universo di vissuti da integrare nella propria struttura. Il nesso che unisce i diversi quadri si evidenzierà man mano che si procederà con l’analisi.

 Scena prima

Il primo quadro tratta dell’adolescenza di Maurizio e rievoca il tempo in cui andava in “bicicletta” da solo o con le ragazzine. La “bicicletta” è il classico simbolo del desiderio sessuale, il desiderio che prelude al coito, e  rappresenta l’ormone garibaldino e le pulsioni della vita sessuale. La bicicletta non a caso s’inforca, condensa la “libido pre-genitale”, quella che si appaga di se stessa e attende di evolversi nel sentimento amoroso. La naturale evoluzione della bicicletta è,quindi, la “libido genitale”, quella che si appaga con l’altro e ha bisogno dell’altro per essere completa nella sua psicodinamica. Però Maurizio non vuole legami affettivi e per ben due volte ha rischiato di essere coinvolto emotivamente in qualche storia di sesso che voleva diventare una storia d’amore. Ma per fortuna Maurizio ha frenato con i piedi, ossia sessualmente evitando il coinvolgimento o non lasciandosi emotivamente andare, e con i freni mentali, ossia con quelli meccanici della bicicletta. L’angoscia per il pericolo scampato è spropositata, per cui è lecita la domanda: da quale difesa è turbato Maurizio? Maurizio si appaga di sé e non riesce a legarsi affettivamente alle ragazze. Maurizio basta a se stesso,  non riesce a innamorarsi e fugge dalle ragazze come Narciso da Eco. Il primo quadro  fornisce elementi legati al desiderio erotico e all’anaffettività. Maurizio desidera sessualmente le ragazze, ma non riesce a legasi, a innamorarsi, a investire “libido genitale”. Maurizio si ferma all’investimento narcisistico, si attesta su se stesso e di se stesso si appaga. I termini che giustificano tali affermazioni sono i seguenti: “correre in bicicletta nella sua città natale”, “va molto veloce”, “rischia di cadere”, “riesce a fermarsi in tempo frenando”,“angoscia per il pericolo scampato”.

Scena seconda

Maurizio vuole “comprare vestiti per una gita in montagna”. Gli servono modi di essere evolutivi e in particolare gli serve la “sublimazione” della “libido

fallico-narcisistica” in un contesto più genitale o meglio affettivo. A Maurizio servono atteggiamenti nuovi e cambiamenti emotivi per comporre la sua carica erotica onde capirla meglio ed evolverla in affetto, evolvere il senso in sentimento, ma poi si convince che la “sublimazione” non è per lui e che userà, senza cambiare, gli stessi modi di essere che ha acquisito nel tempo. Maurizio perde una tappa evolutiva e continuerà ad amare se stesso fissandosi nella “fase fallico-narcisistica”. Qualcosa nella psicodinamica edipica deve essere andato storto.

Scena terza

“Rinuncia e continua a correre in bicicletta. Si ferma dai nonni paterni”. Ecco, si presenta l’affettività in “regressione” mentre si fissa negli affetti consolidati: le radici familiari, i nonni così importanti nella sua infanzia e nella sua prima  giovinezza quando Maurizio correva in bicicletta. La scena familiare è composta da figure evanescenti ma chiare nella loro funzione: i nonni hanno costituito la famiglia di Maurizio e gli hanno dato affetto e sicurezza nella quotidianità con i loro ruoli e con le loro consuete posizioni. Si capisce che i nonni sono ombre e che sono partiti per un viaggio da qualche parte in qualche parte, ma per Maurizio sono vivi e presenti dentro di lui in maniera indelebile, perché sono le uniche figure a cui si è affidato affettivamente senza resistenze e paure. I nonni sono i suoi genitori allo stato puro dell’affettività. “Non riesce a vedere i volti … ma soltanto le figure in controluce”: mi piace far notare come il sogno di Maurizio rappresenta la morte in maniera poetica come in un passo dell’Odissea di Omero o dell’Inferno di Dante Alighieri. Quante cose si possono dire sul rapporto tra poesia e sogno, ma non vado oltre e proseguo con la scena successiva.

Scena quarta

Maurizio racconta di sé al presente, di quello che fa, di come vive. Non c’è più la giovinezza di allora, ma ci sono gli affetti sicuri. Anche se Maurizio è anaffettivo, ai nonni vuole un gran bene e glielo dimostra con calma, tranquillizzandoli e tranquillizzandosi: gli affetti pregressi di Maurizio sono determinanti e sono gli unici vissuti nella giusta dimensione. Anche Maurizio sa amare ed ama i suoi nonni e di questo prova gioia. Non si scriverà mai abbastanza sulle figure dei nonni e sulla loro determinante importanza per l’evoluzione della sfera affettiva dei nipoti e della loro generosità nell’esternare affetti disinteressati che non chiedono nulla in cambio. Si potrà anche rilevare che i nonni riparano gli errori che hanno fatto coni figli, ma questo non vale nel nostro caso. Maurizio ha vissuto con i suoi nonni il vero sentimento e ha supplito con loro alle figure dei suoi genitori di cui il sogno non parla fino a questa scena quarta. Ma si sa che il sogno non mente e non te le manda a dire le cose giuste, ma si coinvolge in prima persona nel bene e nel male, categorie morali che, pur tuttavia, il sogno non conosce. “Percepisce che stanno bene e ha una forte sensazione di serenità, quasi di gioia.” I sentimenti sono esposti come la merce in fiera, senza trucco e senza inganno. “Poi se ne va …”: Maurizio deve vivere. Si sarebbe potuto fissare in questo gratificante contesto, ma sente il bisogno, quasi il dovere, di realizzarsi, di investire la sua “libido” nei sentimenti o nei fatti, nell’amore o nel lavoro, nell’ozio o nel negozio. Infatti ai nonni ha comunicato che ne ha fatto di strada, ma a livello di realizzazione lavorativa. Maurizio non ha comunicato ai nonni di avere una donna o dei figli perché ha amato se stesso nella versione del fare: ergoterapia.

Scena quinta

Si profila il dramma e la verità: il conflitto edipico e la castrazione paterna. “Si accorge che gli hanno rubato la bicicletta”. Maurizio prende coscienza che il trauma della “castrazione” ha impedito alla sua sessualità di maturare, di  evolversi nella “genitalità” e di essere sentimentalmente donativa. Sperava di potersi innamorare, ma non ha risolto il complesso di Edipo, non ha riconosciuto il padre e quindi non sa innamorarsi e legarsi a una donna, non sente il bisogno di avere dei figli. La donna, in particolare, non sa viverla come oggetto completo. Maurizio sa vivere la donna come oggetto parziale, come portatrice di sessualità, ma non la vive come degna di un legame affettivo con lui. L’angoscia nevrotica della “castrazione” gli suggerisce che non si può recuperare questa incapacità rubando un’altra bicicletta, magari vecchia e rotta. Maurizio non riesce a trovare la sua bicicletta nel luogo dove un ladro specializzato rompe le biciclette vicino casa sua. Non sono più i tempi di una volta! Ma perché Maurizio non sa amare le donne? Non ha la chiave del lucchetto: simbolo del coito. Maurizio non concepisce il coito a livello affettivo: “si accorge di non avere la chiave del lucchetto e che quindi ha parcheggiato la bicicletta senza chiuderla”. Proprio quando si lasciava andare affettivamente con le donne è subentrata il trauma della castrazione paterna. La chiave è un simbolo fallico, come il lucchetto condensa la recettività sessuale femminile. Ripeto: Maurizio non concepisce il coito come legame affettivo ed è rimasto fermo alla “fase della libido

fallico-narcisistica” e non si è evoluto nella “fase genitale” a causa della  mancata accettazione della “castrazione” edipica, unica condizione per risolvere il conflitto con il padre e per evolvere la sua sfera affettiva. Maurizio si è fissato alla sessualità gratificante e solitaria dei suoi cinque anni. Andare con una donna equivale a una masturbazione in due, una compresenza sessuale fine a se stessa che non s’infutura in un progetto di vita dettato da un forte investimento affettivo.

Scena sesta

Ecco chi rompe le biciclette attorno casa sua! Trattasi del padre di Maurizio. Il vandalo è proprio il padre. S’immagina una persona severa e anaffettiva, un uomo tutto d’un pezzo e senza tanti fronzoli sentimentali, un uomo d’altri tempi e non di questi tempi. Maurizio ha litigato con il tempo, vive il presente tra passato e futuro. Eppure Maurizio fa “alleanza con il nemico”, una strategia severa e un meccanismo di difesa dall’angoscia di separazione. Maurizio sta in famiglia come un figlio e senza farsi aiutare da nessuno, rigido come il padre: “la casa dei suoi genitori è vicina e si dirige verso casa”. Il complesso di Edipo esiste e persiste nel non essere risolto tramite il superamento della necessaria “castrazione” per passare all’identificazione nel padre e nel riconoscimento della sua sacra persona. Maurizio ha rifiutato l’aiuto degli altri al prezzo di vivere la sua vita senza donne importanti e senza legami affettivi significativi. Maurizio non sa amare, non ha maturato la “libido genitale” e non è contento perché ha nostalgia degli affetti che non ci sono più ed è addolorato perché non sa rinnovarli investendo la sua libido nella coppia e nella famiglia. E allora si avvia verso la casa dei genitori e, in attesa di riparare il trauma, fa il figlio e sogna i nonni e la giovinezza, il tempo quando il problema si è formato dentro di lui. “La casa dei suoi genitori è vicina e quindi s’incammina verso casa.” Questo è il naturale epilogo di una mancata risoluzione del famigerato complesso edipico.

 

La prognosi induce Maurizio a ridimensionare l’istanza del Super-Io, il senso del dovere e del limite, la rigidità psichica e morale. Lo costringe, inoltre, a considerare i suoi bisogni affettivi e ad affidarsi agli investimenti della “libido genitale” che può maturare soltanto attraverso l’identificazione e il riconoscimento della figura paterna.

 

Il rischio psicopatologico si attesta in un Super-Io ipertrofico che induce a una visione paranoica della realtà e del prossimo, oltre alla caduta della qualità della vita a causa dell’isolamento, che, anche se splendido, è sempre portatore di solitudine.

 

Riflessione metodologica: la libido fallico-narcisistica contraddistingue  l’evoluzione psichica senza distinzione di sesso dai tre ai cinque anni di vita. Si attesta nell’organo genitale come zona erogena: il pene e il clitoride. Le fasi precedenti, orale e anale, si subordinano a quella fallica e tutte si conservano nella vita sessuale adulta. La ricerca generale del piacere si integra nella funzione sessuale. Nella fase fallico-narcisistica la “libido” trova soddisfazione nella manipolazione dell’organo sessuale, la masturbazione. Quest’ultima rientra, quindi, nella normale evoluzione psicofisica di ogni bambino e di ogni bambina. Trattasi della più naturale e gratificante relazione con il proprio corpo alla scoperta della sua funzionalità vitale. Qualsiasi intervento costrittivo dei genitori o degli educatori induce inibizioni e guasti nell’evoluzione della sessualità. Gli adulti moralisti e bacchettoni proiettano i loro tabù e le loro colpe sui bambini, mentre questi ultimi esplorano il corpo nella sua naturale funzione erotica.

ASSUNTINA TRA FOBIA E LIBERTA’

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“Assuntina sogna di trovarsi al mare con alcune donne.

Un aereo si dirige verso di loro volando molto basso e quasi sfiora le loro teste.

Assuntina non ricorda l’aereo che fine ha fatto. Forse è precipitato

Prende tanta paura e una delle donne la guarda e le dice: “Assuntina lascia perdere, non è cosa per te.”

Un sogno semplice e lineare con un “contenuto manifesto” sensato che può supporre la paura di Assuntina di viaggiare in aereo, un’aerofobia così diffusa tra persone di varia età e così resistente ai trattamenti psicoterapeutici, quasi come le malattie psicosomatiche delle pelle per la scienza dermatologica. Nella sindrome fobica del volare o dell’aereo si pensa che il problema sia legato all’insorgere di un “fantasma di morte”: se cade l’aereo, non c’è scampo e di certo si muore. Sbagliatissimo! Distinguiamo subito tra la “paura” dell’aereo e la “fobia” dell’aereo. Giustamente e normalmente si vola con una certa “paura”. La “fobia”, invece, non consente di volare perché l’oggetto dell’angoscia non è l’aereo, ma quello che simbolicamente rappresenta, il materiale rimosso a cui si collega e che si scatena con la cosiddetta “crisi di panico”. Mi preme precisare che la “fobia” è una paura con l’oggetto traslato, qualcosa al posto di qualcos’altro, mentre la “paura” ha sempre un oggetto preciso e azzeccato. La “fobia”, in quanto ha l’oggetto traslato, può tralignare nell’angoscia ed ecco che si presentano i sintomi della “crisi di panico”: mancanza di respiro, sudorazione, tremolio, paura di morire e quante altre orribili sensazioni si possono soggettivamente aggiungere. Chi più ne ha, più ne metta.

Mi sono dilungato per dare la possibilità a quelli che leggono l’interpretazione di questo sogno di usufruire di una conoscenza che può alleggerire emotivamente il problema di prendere l’aereo e che può aiutare coloro che soffrono di aerofobia conclamata a rimettersi in discussione e a cimentarsi con il malefico veicolo. La tesi di fondo è sempre la stessa: il “sapere di sé” è risolutivo e salvifico. Viva l’autocoscienza!

Riprendo in carico il sogno di Assuntina e ripeto che il “contenuto manifesto” istruisce una forma di paura dell’aereo, ma il “contenuto latente” è tutt’altro e lo voglio anticipare prima di dimostrarlo con la decodificazione. Questo è il classico sogno dell’ottimale risoluzione edipica in riguardo alla figura materna da parte delle figlie: l’accettazione della sconfitta e la consapevolezza dell’impari competizione, la sacralità della figura materna e l’opportuna identificazione nella madre per la conquista della propria autonomia.

Ebbene sì, cari lettori appassionati dei sogni come me, l’aereo di Assuntina non è quella volgare e colorata supposta volante tanto pericolosa per la mente e per il corpo, ma la figura materna, una madre potente e prepotente, una madre importante e consistente, una madre a misura dei bisogni dei figli e delle figlie che serve a formare il loro personale fantasma, “la parte positiva e la parte negativa della madre”. Mi preme ricordare a favore delle madri che si tratta sempre dei vissuti, evoluti in fantasmi, dei loro figli, senza alcuna affermazione e pretesa che nella realtà il loro operato sia stato di tale qualità e quantità.

Qualsiasi contenitore rievoca la figura materna per la sua recettività affettiva e genitale, qualsiasi recipiente è un grembo reale prima di nascere e un grembo traslato dopo essere nati. L’aereo condensa una madre possente a tutti i livelli, come la balena di Pinocchio o il lupo di Cappuccetto rosso e altri simboli similari e presenti a iosa nelle fiabe e nelle favole, materiale presente nell’ “Immaginario collettivo” come gli archetipi e come gli attributi, nel nostro caso, dell’archetipo “Madre”.

Assuntina sogna di trovarsi al mare con delle donne.” Queste ultime rappresentano l’alleanza e il “mal comune, mezzo gaudio” di toscana saggezza, la condivisione della stessa condizione psicofisica e la similarità di una psicodinamica: una questione al femminile e in questo ambito si colloca il problema e la soluzione nel finale del sogno. Il “mare”, come quello del mio “blog”, racchiude una simbologia vasta: la parte profonda e oscura della nostra psiche, l’Inconscio di Freud, il crepuscolo della ragione e il primato dell’emozione, l’universo psichico femminile e il mito dell’origine, il viaggio e il mistero da disvelare, il fascino dell’ancora fuso e confuso e che è in attesa d’individuarsi, l’evoluzione e il ritorno all’indistinto.

Ecco il dunque, ecco la chiave d’interpretazione del sogno di Assuntina e di tutte le aerofobie, delle psicodinamiche in riguardo alla figura materna: “un aereo si dirige verso di loro volando molto basso e quasi sfiora le loro teste”. Le madri “imprittano” non solo i pensieri, “le loro teste”, ma anche e soprattutto i cuori, formano la vita affettiva e la personalità, indirizzano la vita sessuale con l’identificazione. La madre che vola basso con il suo simbolico aereo condensa il bisogno di Assuntina di avere una madre presente ma non invadente, reale ma non immaginaria, effettiva ma non supplente delle sue debolezze. Assuntina è fuori dall’aereo e questo è altamente significativo a livello psicologico, perché vuol significare che non è fagocitata, non è dipendente, è autonoma, è libera, fa perno su se stessa, fa legge a se stessa. Pensate che iattura se Assuntina fosse stata dentro la madre come Pinocchio e come Cappuccetto rosso, pensate a quanta strada avrebbe dovuto ancora percorrere per la definitiva liberazione. Il riconoscimento del ruolo materno e l’identificazione al femminile hanno risolto la sua situazione edipica: Assuntina ha dato “a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, norma di evangelica memoria molto efficace per capire anche le fobie.

Assuntina non ricorda l’aereo che fine ha fatto. Forse è precipitato.” La liberazione dalla figura materna e l’averla messa al posto giusto dentro di lei non lascia sensi di colpa, ma riconoscimento dell’altro, della madre per l’appunto. Quest’ultima adesso può anche avere una sua collocazione, può anche cadere dal cielo dei desideri, può anche materializzarsi, può vivere una sua concreta dimensione, può essere l’altro da Assuntina, un “altro” molto importante e significativo, ma “l’altro” da Assuntina. Questo è il significato corretto del concetto di riconoscimento. Assuntina è paga della sua risoluzione proficua e della sua autonomia conquistata. Il precipitare dell’aereo non ha niente di drammatico, perché simboleggia la concretizzazione materiale, il meccanismo psichico di difesa opposto della “sublimazione”, la “materializzazione”. Assuntina è come la madre, vive la sua realtà di figlia nella piena autonomia esistenziale, psichica e materiale. Ha riconosciuto la madre e adesso può avere una coscienza di sé limpida e autonoma. Assuntina è stata figlia, adesso è donna, “domina”, padrona. Però ha preso “tanta paura” alla vista del ritorno minaccioso dell’aereo, del suo aereo, della madre introiettata nella fase edipica, ma è importante che si sia ripresa e abbia riaffermato la sua individualità. Questo vuol dire che il complesso di Edipo ce lo portiamo dentro e dietro perché non lo risolviamo mai del tutto, come le umane cose del resto. Non è dell’essere umano vivente la dimensione del “definitivo” e dell’“onnipotente”, al contrario di quella del “possibile” che lo contraddistingue, come Kierkegaard aveva indicato due secoli or sono per sue personalissime follie.

Ma il sogno di Assuntina non si è ancora fortunatamente concluso. “Una delle donne la guarda e le dice: Assuntina lascia perdere, non è cosa per te.” Le donne rappresentano l’universo femminile, la parte femminile conquistata con il riconoscimento e l’identificazione nella madre: la consolazione conseguente alla sconfitta della competizione funesta con la madre e la consapevolezza che le sconfitte servono per l’evoluzione psichica e per l’esistenza semplicemente perché ridimensionano i margini della folle onnipotenza. Non ti riguarda, “non è cosa per te”, per te che vuoi essere libera, per te che vuoi essere autonoma, per te che hai superato le dipendenze materne, per te che sei cresciuta e che hai un libero progetto di vita. Assuntina è pronta per una vita affettiva e sessuale ed è pronta a diventare madre a sua volta.

Chi ha lottato per conquistare la libertà, difficilmente la vuol perdere. Ma attenzione, perché si può presentare un campo di fobie minacciose per l’integrità dell’Io: “non si può morire dopo il successo”, “non si possono perdere le proprie cose conquistate con tanto sudor di fronte e stridor di denti”.

La prognosi impone ad Assuntina di essere sempre attenta e gelosa custode della propria autonomia e di non contrabbandarla con altre forme più sottili di dipendenza, di rafforzare la sua irripetibile individualità e di stabilire con la madre la relazione evoluta di “figlia della madre” e non di “madre-figlia”. Dalla superata prigionia materna dentro di lei, alla prigionia dell’aereo il passo non è breve, ma è sempre possibile. Se Assuntina soffre di aerofobia, il sogno ha preso due piccioni con una fava.

Il rischio psicopatologico si attesta nella “regressione” e nella “fissazione” a forme di gratificante dipendenza dalla madre o da figure similari o da limiti liberamente elaborati o da fobie di varia gamma con la conseguente caduta della qualità della vita e l’insorgere di una nevrosi ansiosa collegata alla crisi della propria autonomia psichica.

Riflessione metodologica: l’aerofobia non è la traslazione di un “fantasma di morte” nudo e crudo, ma è in prima istanza l’angoscia di tornare alla dipendenza materna, di una “regressione” e di una “fissazione” alla tappa gratificante della fusione madre-figlio. L’aereo riesuma la madre fagocitatrice, quella che divora i figli, la “parte negativa del fantasma della madre” che il bambino elabora si dal primo anno di vita, quando si chiede a suo modo: “e se la mamma mi abbandona?”. Le teorie della psichiatra infantile e psicoanalista Melanie Klein sono importantissime per far luce sulla psiche dei bambini proprio quando sono “infanti” e non hanno piena facoltà di parola e hanno una facoltà primaria di pensiero. Da madre si nasce e di madre si può morire. La morte più sottile non è quella dopo la vita, di cui nulla sappiamo, ma quella in vita, di cui tanto sappiamo e di cui tanto soffriamo. Risolta la dipendenza edipica, bisogna stare attenti all’attaccamento ai beni materiali, che è la traslazione delle conquiste fatte ed è direttamente proporzionale alla perdita della madre negativa e dei suoi tesori. Bisogna porre massima attenzione a non creare dipendenze di qualsiasi tipo, a meno che non siano pienamente consapevoli e accettate. Buona fortuna, Assuntina, da parte del tuo sogno! Buona fortuna a tutti quelli che non volano per un semplice “qui pro quo”, qualcosa al posto di un’altra cosa, da parte di “dimensione sogno.com”!

ANCORA  A  PROPOSITO  DI  MIA  MADRE …

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“Cinzia sta salendo le scale esterne di casa, ma sente che cigolano. C’è una fessura tra lo scalino e il muro.

Poi, quando entra in casa sua, la mamma le dice che ha sbattuto contro un’anta dell’armadio e che da quel momento la casa ha iniziato a cedere.

Cinzia ci resta male e prova angoscia.”

 

Il “meccanismo di difesa dall’angoscia della sublimazione” ricorre tantissimo nei sogni sicuramente perché viene tanto usato nella veglia all’interno della cultura in cui viviamo e di cui siamo portatori, la “cultura occidentale” per l’appunto, quella che ha le sue radici nella Grecia di venticinque secoli or sono. La “sublimazione” può anche essere considerata una modalità d’interpretare la realtà e di vivere la propria realtà. In ogni caso questo meccanismo di difesa serve moltissimo, quando non è indispensabile, per vivere all’interno di una società e di uno stato. Freud aveva individuato anzitempo questo processo e l’aveva definito una deflessione di cariche istintuali dagli originari fini sessuali verso altri propositi più nobili e socialmente utili. La cultura occidentale investe paesi ad alta organizzazione politica e sociale, industriale  e tecnologica con i suoi schemi a prevalenza razionali. Lo spazio per lo schema emotivo è riservato all’arte e alla religione. La “sublimazione” si attesta bene nel versante sociale del partecipare e del condividere, nello stemperare istinti ed emozioni, ma comporta un sacrificio trasformativo della “libido” per ogni individuo.

Il sogno di Cinzia ci dice che “sta salendo le scale esterne di casa”: ecco la doppia “sublimazione” del salire e delle scale. In ogni caso si tratta di tendenza e non di costrizione a sublimare. Le scale sono esterne e simboleggiano l’apertura verso l’ambito sociale, le relazioni e le amicizie, gli amori e gli odi. La “casa” è la struttura psichica che socialmente appare nella sua personalità, nei suoi modi di essere e di offrirsi agli altri. Cinzia “sente che cigolano”: le relazioni si sono fatte difficili e inaffidabili. Oltretutto sono scollate dal muro della casa: Cinzia si sta difendendo dalle relazioni e tende a non collegarle alla sua interiorità. Il sistema relazionale cigola, è artefatto e non autentico e Cinzia teme le intromissioni e tende a tenersi fuori, a non coinvolgersi, a distaccarsi: una difesa della sua interiorità e del suo mondo intimo dalle inopportune intromissioni e dalle malefiche invadenze. Capita anche questo nel normale esercizio della vita.

“C’è una fessura tra lo scalino e il muro”. Il sistema relazionale di Cinzia è proprio in crisi. Diventa lecita la richiesta del perché e il sogno immancabilmente risponde secondo il suo linguaggio simbolico.

La causa è dentro di lei e si chiama “mamma”. “Entra in casa sua”: la casa è simbolo della struttura psichica, come si diceva in precedenza. Il sogno di Cinzia fa sbattere la madre contro un’anta dell’armadio e questo gesto maldestro mette in crisi la struttura psichica:”ha sbattuto contro l’anta dell’armadio e da quel momento la casa ha cominciato a cedere”. Decodifichiamo: l’armadio in quanto contenitore rappresenta la madre, ma ha una valenza in più, contiene i modi di essere e di apparire di Cinzia, in quanto gli abiti condensano l’offerta che lei quotidianamente fa nel suo sociale. Trattasi di abiti femminili che la figlia ha mutuato dalla madre, ma che alla figlia non stanno bene o meglio non stanno ancora bene. L’identificazione della figlia nella madre in risoluzione del complesso di Edipo è in corso e ancora non trova Cinzia del tutto consenziente ad allearsi in versione femminile con il nemico di ieri, la mamma per l’appunto.

Tanta madre ancora interiorizzata e non liberata, per cui la struttura psichica vacilla e Cinzia non si sente padrona in casa sua. La mamma viene vissuta come un’intrusa, una presenza ingombrante dentro di lei. Cinzia vive i suoi abiti femminili, i suoi atteggiamenti e i suoi modi di apparire come delle falsificazioni o delle forzature che la mettono in crisi di autenticità. Ma quale autenticità è possibile ai figli? Cosa si può inventare per affermare la propria originalità in ambito psichico e soprattutto in riferimento alle figure magiche dei genitori? Il riconoscimento del padre e della madre comporta l’autonomia psichica e la vertigine della libertà. Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma  e si evolve anche in ambito psicologico. L’identificazione consapevole e liberatoria si baserà sulla riedizione dei tratti psichici, dei valori, degli atteggiamenti e dei pensieri migliori e sull’abbandono degli schemi giudicati decisamente negativi e dannosi. Una libertà condizionata dal fatto che non ci si può formulare “ex novo” o “ex nihilo”, dal nuovo o dal nulla, ma ci si può evolvere da quel materiale psichico che si dai primi anni di vita, quando eravamo senza parola e innocenti, ci hanno infilato nel cuoricino e nel cervello di bambini. Accoglieremo il meglio che ci ha fatto bene e star bene, mentre abbandoneremo gli schemi psicologicamente deleteri e culturalmente  superati: anche la storia vuole la sua parte.

“Cinzia ci resta male e prova angoscia.” Angoscia è il dolore indefinito, il dolore senza oggetto, il dolore di non so che cosa, ma l’angoscia di Cinzia è collegata all’identificazione nella figura materna ancora in via di definizione. Cinzia è chiamata a migliorare i tratti già buoni della mamma e a reinventare una personale identità riformulando i suoi vissuti.

La prognosi impone a Cinzia di emanciparsi dalla madre e di risolvere la relazione edipica portando avanti un’identificazione ancora incompleta. “Riconosci il padre e la madre” grida dal deserto il comandamento psicoanalitico. Ascoltiamolo!

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi edipica e nello specifico una sindrome depressiva dovuta dal persistere della dipendenza dalla figura materna e dalla paura di perderla: conflitto nevrotico e sindrome d’angoscia.

Riflessione metodologica: quanta importanza psicoaffettiva, meglio globalmente umana, ha la figura della mamma. Lo si constata anche dalle decodificazioni dei sogni dove immancabilmente la mamma si presenta sotto svariate forme, a volte fata a volte strega, a volte positiva  a volte negativa, eppur sempre mamma. Dedico alla mamma di Cinzia e a tutte le mamme in atto o in attesa, alle mamme “in corpore” i versi scolastici e popolari di Edmondo de Amicis, una poesia che si può definire un sogno a occhi aperti, un desiderio dedicato a questa figura immarcescibile che ci segue fuori o dentro da quando nasciamo a quando partiamo.

 

A MIA MADRE

Non sempre il tempo la beltà cancella

o la sfioran le lacrime e gli affanni:

mia madre ha sessant’anni

e più la guardo e più mi sembra bella.

Non ha un accento, un guardo, un riso

che non mi tocchi dolcemente il core;

ah, se fossi pittore,

farei tutta la vita il suo ritratto!

Vorrei ritrarla quando inchina il viso

perch’io le baci la sua treccia bianca

o quando, inferma e stanca,

nasconde il suo dolor sotto un sorriso.

Pur, se fosse un mio prego in cielo accolto,

non chiederei del gran pittor d’Urbino

il pennello divino

per coronar di gloria il suo bel volto:

vorrei poter cambiar vita con vita,

darle tutto il vigor degli anni miei,

veder me vecchio

e lei, del sacrificio mio ringiovanita.

LA BELLA ADDORMENTATA NEL BOSCO … DI EDIPO

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“Patty sogna di dormire sul divano e di sentire quello che dicono le altre persone nella stanza.

Vuole rispondere , ma non riesce ad articolare le parole.

Vuole alzarsi, ma si sente bloccata e trema.

Sa che per svegliarsi subito una persona deve toccarla; ad esempio sua madre. Oppure deve sentire la sveglia, altrimenti ha bisogno di tanto tempo per svegliarsi.”

 

Il sogno di Patty è il classico prodotto di un momento evolutivo importante durante il complesso di Edipo e per la precisione l’identificazione della figlia nella madre dopo aver abbandonato le ultime mire espansionistiche sul padre. Patty procede a risolvere il senso di colpa verso la madre per aver tanto osato contro di lei e si allea doppiamente con il nemico di ieri assolvendosi e identificandosi al femminile in riparazione del “fantasma di castrazione”. E’ obbligo precisare che questo fantasma si manifesta in maniera diversa nelle bambine rispetto ai maschietti.

Passo per passo analizziamo il sogno.

E’ possibile “sognare di dormire”?  Certamente e sicuramente sì!  Ma cosa significa?  Esprime il bisogno psicofisico di ridurre la vigilanza della coscienza e di disimpegnarsi dalle mille attività e fatiche della vita quotidiana. Patty vuole ridurre le esigenze del “principio di realtà” e le funzioni dell’”Io” in una situazione particolarmente stressante e lasciarsi andare a un benefico rilassamento per la ricostituzione del suo sistema nervoso. Patty ricerca il crepuscolo della coscienza.

Il “divano” è un sostituto del bisogno di affidamento e rievoca l’universo femminile nel suo essere accogliente e intrigante.

“Sentire quello che dicono le altre persone nella stanza” attesta di un conflitto severo tra la funzione di vigilanza dell’Io che ascolta e il bisogno di disimpegnarsi dagli stimoli dell’ambiente che esigono, di cui si diceva in precedenza. I discorsi degli altri rappresentano le “proiezioni” di Patty: gli stimoli a tenersi sveglia per controllare la realtà che contrastano con il bisogno di affrancarsi dai conflitti e di lasciarsi andare.

A questo punto del sogno si presenta un “fantasma di castrazione” nella valenza dell’inanimazione: Patty “vuole rispondere, ma non riesce ad articolare le parole”, come se fosse scattato un segnale dentro di lei che le imponesse un blocco della parola e della comunicazione, un blocco che le ingiunge di non partecipare o meglio di partecipare a metà, ascoltando soltanto. L’incapacità ad articolare le parole è angosciante ed evoca l’immagine di una bambina bloccata nel contesto familiare e sociale, una bambina mortificata nelle sue genuine energie e nei suoi investimenti psichici. La “libido” è in netto stallo e Patty e in crisi. Una bruttissima sensazione quella vissuta da Patty, ma siccome non prevale l’incubo, ancora può dormire: l’angoscia è gestibile dal sistema economico e dinamico della psiche.

La “parola” è simbolo della Vita materiale e psichica, è entità divina e sacra dell’origine del Tutto, è Madre e Padre, è incarnazione dell’energia cosmica, è oggettivazione della “libido”, è comunicazione rassicurante, è un dono dei genitori e dei figli. “In principio era il Verbo, ed il Verbo era presso Dio ed il Verbo era Dio”: inizio del Vangelo di Giovanni. Si pensi al dramma di Patty nel non aver parole o peggio di aver parole e di non riuscire a partorirle, ad articolarle, a dar loro la luce.

Si arriva al punto più tormentato e tormentoso: Patty “vuole alzarsi, ma si sente bloccata e trema”. Ritorna il “fantasma di castrazione” in maniera aggravata. Dopo il blocco della parola, arriva il blocco motorio, un fantasma d’inanimazione  che impedisce il libero fluire delle energie vitali nel corpo e la loro libera espressione. Patty è consapevole che “per svegliarsi una persona deve toccarla”: serve uno stimolo esterno come autorizzazione a riprendere le normali funzioni della veglia. Si sveglia se la tocca la mamma o se suona la sveglia, stimoli che la conciliano con la realtà: due dimensioni diverse ma che hanno un nesso, una affettiva e una fantasmica. La “mamma” è un archetipo, un simbolo universale, rappresenta l’origine e l’amore della Specie, gli affetti, la protezione, le premure, l’emozione, la fantasia, gli stati crepuscolari della coscienza. La “sveglia” è un meccanismo freddo che misura il tempo spazializzandolo nel suo quadrante: un simbolo di evoluzione e di morte, quel tempo ingrato che imperterrito trascorre e ti porta alla fine. Nel sogno di Patty si evince un particolare momento evolutivo del conflitto edipico e nello specifico con la madre: la riconciliazione con la madre dopo il senso di colpa per averla discriminata e aver desiderato di sostituirla con il padre. Patty ha bisogno d’identificarsi nella madre per diventare donna e allora aspetta da lei la mossa di svegliarla a nuova vita e a nuova dimensione psichica, una definitiva crescita con la liquidazione del conflitto con i genitori e la possibilità di socializzare e ascoltare da sveglia, partecipando ai discorsi della gente che le vive attorno. La sveglia è l’altra soluzione, la meno auspicabile nel suo essere implicita: il tempo evolve e Patty matura psicologicamente in maniera innaturale. E’ preferibile la carezza della mamma che sveglia la sua femminilità e introduce la sua autonomia psichica alla coazione del tempo. Adesso Patty è emancipata dalle pendenze edipiche e si può dedicare alle relazioni sociali.

Questo è quanto.

La prognosi impone di accettare il bacio della mamma per l’ultima e definitiva volta, onde razionalizzare il “fantasma di castrazione” nella sua doppia valenza e liquidare la psiconevrosi edipica. Bisogna porre particolare attenzione alle energie bloccate che vanno investite negli affetti e che comunque non devono ristagnare.

Il rischio psicopatologico si attesta nella conversione isterica delle energie bloccate e nei disturbi psicosomatici. In particolare una psiconevrosi legata alla mancata risoluzione del conflitto con il padre e con la madre.

Riflessione metodologica: il sogno di Patty mi è stato trasmesso con il dubbio di essere un vissuto doloroso da sveglia o il ricordo effettivo di un sogno, un vissuto nella dimensione reale o nella dimensione onirica. La questione è stata risolta con le seguenti motivazioni. L’interpretazione del sogno verte sempre su un prodotto rammendato logicamente e comunicato da svegli, quindi, il sogno di Patty, classico sogno o blocco psicofisico più o meno cosciente, è sempre un prodotto psichico e può essere analizzato come tale. Del sogno nella sua integralità, del resto, noi perdiamo gran parte e allora, se consideriamo il sogno anche come una “fantasticheria” dietro lo stimolo del ricordo, è sempre possibile interpretare il “contenuto manifesto”. Il sogno di Patty fa pensare allo stato ipnotico, la normale dimensione del “pre-sonno” che tutti attraversiamo ogni volta che ci rilassiamo e ci accingiamo a dormire. Succede, infatti, nelle situazioni ipnotiche indotte per motivi terapeutici che si dia il comando di non muoversi e questa strategia funziona con i soggetti ipnorecettivi ossia con le persone che hanno una soglia di suggestione molto bassa e quindi sono sensibili alle ipnosuggestioni. Essere ipnorecettivo non significa avere una malattia psichica, ma in ogni caso è sempre meglio verificare l’esistenza di un disturbo della vigilanza e del sonno. Sull’ipnositerapia esistono molti limiti e perplessità e l’uso spettacolare della tecnica, fatto da ciarlatani anche in spettacoli televisivi, è deprecabile, per dirla con un eufemismo. Nel sogno di Patty si rileva, ancora, che gli stimoli reali, se fosse stata sveglia, non l’hanno destata e hanno consentito lo stato ipnotico. Altrettanto si può dire degli stimoli sognati da Patty, la gente che parlava nella stanza; non scatta l’incubo e il risveglio immediato perché il “contenuto latente” non coincide con il “contenuto manifesto”: la situazione onirica è rassicurante e prevale il bisogno di continuare a dormire. Da sognante o da desta l’interpretazione del sogno di Patty non cambia ed è anche bella perché rievoca le fiabe della “bella addormentata nel bosco” e di “Biancaneve”, tranne che in quei casi era il principe a risvegliare la donna alla vita sessuale adulta con un bacio, alla consapevolezza della “libido genitale”, per dirla con termini  freudiani.