NOSTALGIA

E’ morta una stella lontano.

Si è spenta una luce lontano,

accesa in un tempo lontano.

Una luce arriva oggi dal passato,

una luce di polvere nella polvere,

pulvis in pulvere,

lumen ex lumine.

Un libro contiene la vita e la morte,

l’Ecclesiaste contiene l’esperienza traumatica della perdita.

Cosa mi succede,

adesso,

soltanto perché ti ho profondamente amato?

Si spalanca un vuoto

e attendo una fatica gradevole

per ritornare a vivere,

per perdermi insieme a chi ho perduto.

Lutto e nostalgia sono grimaldelli

per restare vicini senza dolore

mentre m’inghiotte il passato.

mentre si esalta il futuro,

il progetto,

l’intraprendenza.

Il lutto e la nostalgia hanno lo sguardo rivolto all’indietro,

sono le risorse per essere capaci

di non smettere mai di nascere.



Salvatore Vallone



Harah Lagin, 04, 03, 2024



ALLA CAPITANA

Capitana,

capitana di breve corso,

il corso degli eventi sotto la volta celeste,

il cielo di quella volta,

quella volta in cui ho sostenuto il canto delle cicale

durante la danza dei ciclamini in fiore.

Era il 2 novembre, ricordi?

Quante memorie traslate su quelle lapidi ignote,

i soliti militi di anglosassone memoria,

quante imprecazioni al buontempo e al maltempo

in quella valle di lacrime voluta dai preti e dalle mignotte!

Portami un buon caffè

dalla terra in cui soggiorni in attesa di partire.

Sia poi il Tutto,

altrimenti la Filosofia non può deambulare.



Salvatore Vallone



Harah Lagin, 31, maggio, 2024



SOLSTIZIO

Solstizio,

sol stat,

sto stas, steti, statum, stare.

Fermati, o frate sole,

ho gridato,

anch’io sto,

anch’io risto,

io mi fermo qui,

qui con te,

qui dove vivi tu,

dove c’è sempre il sole,

il sole,

il sole nel cielo,

in mezzo al mare,

il mare nel cielo,

il cielo azzurro nel sole arancione,

il mare verde nel sole giallo,

dove ci sei tu,

tu che cucini le lasagne al ragù

in ricordo della pasta con la salsa della mia adorata mamma,

una pasta fritta e rifritta la sera del dì di festa

e non solo per me e Silvia,

la pasta al forno con le melanzane e le polpette,

la mortadella e la provoletta a forma di caciocavallo.

Eh, cosa succede?

Ahi, ahi, ahi,

an’ammazzatu cumpari Turiddru!

Aveva fatto becco Alfio con donna Lola,

ma Alfio lo ha mandato in paradiso.

Erano amanti.

Ora Turiddru, il masculu, non vuole entrare senza la sua Lolita,

Lola,

pardon,

quella Lola

che sa ancora di latte nelle poppe

e porta la camicia bianca e rossa

come una ciliegia turgida dell’Etna focosa,

il Mongibello,

u Muncibbeddru,

quella Lola che si affaccia al balcone bombato di ferro barocco

e atteggia la bocca al sorriso malizioso della piana di Catania

e non al riso sguaiato della pianura padana.

O Lola,

sia beato

chi ti da il primo bacio

in sul mattino e sul far della sera,

anche nel dì di festa,

o Lola,

sulla tua soglia è sparso il sangue amaro di Salvatore,

il compare infido di Alfio il selvaggio,

u sarbaggiu.

Che me ne importa a me,

ah, ah,

ah, ah,

se muoio ucciso da un carrettiere cafone,

io speriamo sempre che me la cavo,

e se muoio

e vado in paradiso

e non La trovo quella madonna angelicata,

io manco ci entro

e torno giù,

giù da Lola,

donna Lola.

Salvatore Vallone

Hàrah Làgin, ( il Giardino degli aranci ), 21, 05, 2023

LE BALENE

TRAMA DEL SOGNO

Ho sognato di essere in riva al mare insieme a dei conoscenti che, ad un certo punto, decidono di tuffarsi in acqua senza alcun timore, per raggiungere la sponda opposta di quello che mi sembra la foce di un fiume.

Il mare è molto mosso e il vento è forte.

Io non mi fido a tuffarmi anche perché ci sono molte balene che saltano nell’acqua impetuosa e che mi fanno paura temendo di essere mangiata.

Ritengo possibile raggiungere l’altra sponda camminando lungo la spiaggia, ma arrivata ad una curva rocciosa, il vento mi spinge indietro con alti spruzzi d’acqua.

Desisto e dopo non molto, il tempo migliora, il cielo è blu, il sole splende e il mare calmissimo. A quel punto non sento più l’interesse di dover raggiungere l’altra sponda.”

Moby Dick

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di essere in riva al mare insieme a dei conoscenti che, ad un certo punto, decidono di tuffarsi in acqua senza alcun timore, per raggiungere la sponda opposta di quello che mi sembra la foce di un fiume.”

Siamo in famiglia e ci troviamo di fronte all’avvenire: “in riva al mare”. I “conoscenti” sono i familiari, per l’appunto. Si vive e si va avanti nella vita con la ricerca coraggiosa di mete agognate, con la forza della giovinezza e il sostegno della famiglia.

Tuffarsi in acqua” si traduce in un coinvolgimento esistenziale fatto di consapevolezza e non di pulsioni inconsce: esserci ed essere sul pezzo anche se questo “tuffarsi in acqua” evoca la figura materna.

La foce di un fiume” significa la parte finale di un percorso e di un cammino operativo, il traguardo di tanti sforzi, ma include anche l’ultima fase del parto e la nascita, l’emancipazione della figlia Moby dalla augusta genitrice.

TRADUZIONE ESTETICA

Mi tufferò in acqua senza alcun timore

insieme a voi,

fratelli e sorelle,

insieme a tutti i nati da madre.

Non avrò paura di annegare,

non sarò fagocitata da colei che mi ha liberata

e da cui mi sono staccata,

non sarò divorata dal nulla inconsapevole ed eterno,

questo mare che tutto bolle e ribolle

o che sta fermo sulla linea dell’orizzonte.

Torno indietro e rivivo mia madre.

Sono cresciuta e sono grande.

Conosco bene mia madre

e saprò anche liberarmi del suo abbraccio fatale,

dalle sue ansie e dalle sue angosce.

Mia madre è importante,

come tutte le madri per tutti i figli.

Il mare è molto mosso e il vento è forte.”

La vita e il vivere si traducono in forti emozioni e impetuosi sentimenti che rasentano lo stordimento e richiedono tanta forza per essere affrontati.

TRADUZIONE ESTETICA

Sul mare non luccica l’astro d’argento,

né placida è l’onda,

né prospero è il vento.

La donna sente dentro,

la donna sente fuori,

la donna si perde nel turbinio dei sensi

insieme alla vita che le scorre vitale

e non è mai appagata in questa ricerca

di una se stessa che è mare,

di una se stessa che è vento.

Portami via con te, o mare, o vento!

Datemi l’ebbrezza di una giornata felice

a bordo dei miei sensi e dei miei sentimenti.

Io non mi fido a tuffarmi anche perché ci sono molte balene che saltano nell’acqua impetuosa e che mi fanno paura temendo di essere mangiata.”

Moby non si lascia andare alle sue emozioni e non si affida alle sue tempeste emotive, perché Moby non si affida alle madri che nuotano nel mare della vita e delle gravidanze. Moby ha paura di essere fagocitata dalla madre, ha bisogno di essere protetta dalla madre, desidera essere nel grembo materno. Moby svela il possessivismo materno che l’ha connotata nella sua esistenza e il suo travaglio a liberarsi dalla madre e dal suo mondo incantato fatto di favole e di regressioni. Moby ha paura della madre e di essere madre. Troppo tormento, troppa tempesta, troppe competizioni e Moby ha timore, è timida, è gentile, è umile, è piccola, è all’erta con le novità repentine.

TRADUZIONE ESTETICA

Madre della terra,

o madre mia carnale,

che vai nuda e sicura con le altre madri

incontro alle tempeste della vita di donna,

vergine di umiltà,

ricca di possesso e potere,

o mamma mia di sempre,

prenditi cura di me

che non so ancora nuotare,

che non so ancora salire le cime tempestose

che portano nel fondo del mare,

di quel mare,

di questo mare,

gli oceani interiori che ribollono dentro fragili e forti membra,

fragili di affanni,

forti di tenacia.

Di sale brilli nell’altare,

di sale il tuo pane sapeva

quando eri stanca di essere madre.

Tienimi con te,

mettimi dentro di te,

nel tuo ventre ampio e calorosamente caldo

che un giorno mi ha visto con te.

Proteggimi dal bene infido

e dammi la forza

di non cedere alle lusinghe del destino infame.

Fa’ che io sia padrona

del mio incedere elegante

in questa sfilata della vita che scorre

anche sui marciapiedi della graziosa cittadina

che mi vide timorosa

e oggi mi scopre civetta.

Ritengo possibile raggiungere l’altra sponda camminando lungo la spiaggia, ma arrivata ad una curva rocciosa, il vento mi spinge indietro con alti spruzzi d’acqua.”

La dialettica psichica della diade “madre-figlia” è aspra e la libertà è lontana vista dalla spiaggia, non è lineare, il conflitto è acceso e il vento spinge a regredire con forti prepotenze materne. La figlia è entrata in conflitto con la madre: “posizione psichica edipica”. Tutto è normale e come da copione, ma la “curva rocciosa” attesta di forti ostacoli intercorsi e interposti nella liquidazione della conflittualità con la madre. Moby ha tanto sofferto per le irruenze emotive e sentimentali vissute durante la sua psicodinamica con la madre e di riferimento con il padre, per cui “l‘altra sponda” non è stata di facile approdo, in special modo per via agevole: “camminando lungo la spiaggia”.

TRADUZIONE ESTETICA

Vento,

ancora il vento mi porta l’odore acre della competizione,

ancora una spiaggia si allontana dai miei occhi ingenui

e ancora il mare mugugna e muggisce

in tanta tempesta dei sensi e degli umori.

Quanta necessità sofferta per far crescere la libertà dentro!

Mamma,

mormora la bambina,

mentre pieni di pianto gli occhi,

per la tua piccolina non compri mai balocchi,

mamma tu compri soltanto le ciprie per te.

Colonie aromatiche della compagnia delle Indie

per una donna d’alta classe,

una boccetta di chopard casmir

per la signorina che verrà,

una bambolina di pezza ruvida con diadema di perle marine

per il regno fantasioso

di una principessa minore e del suo re maggiore.

Desisto e dopo non molto, il tempo migliora, il cielo è blu, il sole splende e il mare calmissimo. A quel punto non sento più l’interesse di dover raggiungere l’altra sponda.”

L’altra sponda” è la libertà dopo la guerra, dopo il conflitto, dopo la sofferenza acuta di rinunciare a un pezzo di radice. La vera e veritiera “altra sponda” è l’autonomia psicofisica, il fare legge a se stessa nel corpo e nella mente, la soluzione delle pendenze edipiche, lo scioglimento dei nodi marinari che tenevano attraccata la barca al molo. Moby mostra a se stessa con il suo sogno la psico-dialettica che ha vissuto e le psicodinamiche che ha istruito per la risoluzione del suo “complesso di Edipo”, tappa che l’ha particolarmente attratta per la figura femminile della madre, fascinosa e misterica nel suo essere l’origine della sua esistenza.

Desisto”, posizione psicologica buddista, non mi coinvolgo, mi lascio andare, cesso di combattere, apatia stoica di chi conosce il vero, latino “de-sisto”, mi colloco da una parte in un’altra parte. Questo verbo così chiaro è altrettanto profondo e ricco di implicazioni mistiche, culturali, religiose, filosofiche, semiologiche e tanto altro. In un semplice “desisto” sono condensati l’approdo e la ricerca ulteriore della verità personale, figlia di quella Verità collettiva e assoluta che non si nasconde più all’occhio smagato e all’intelletto libero di chi ha tanto cercato e finalmente trovato dopo tanto cammino, come Moby.

Il tempo migliora” si traduce sto crescendo e sto risolvendo le mie dipendenze e pendenze, edipiche nel nostro caso, sto maturando e anche l’umore si assesta in una dimensione psichica matura.

Il cielo è blu”, tutto è più tranquillo in me e fuori di me, “sublimo” l’angoscia con la migliore consapevolezza, ho collocato i miei valori in un luogo superiore e le mie verità al di là di ogni discussione logora e logorante, insomma mi sono liberata del “fantasma” materno e adesso mi sento compatta.

Il sole splende”, la luce della ragione illumina il camino della vita e dell’azione, la consapevolezza si è estesa al “senso di sé” ed è diventata autocoscienza, “sapere di sé. “Cogito ergo sum” e sono cartesianamente una persona pensante e fattiva, associo il pensiero all’azione come la Storia di Benedetto Croce, insomma, procedo nell’esistenza con lo strumento della Ragione e del Sapere.

Il mare calmissimo” contiene una forma di atarassia, di assenza di angoscia, di apatia stoica che, non è caduta della vitalità emotiva e sentimentale, bensì padronanza di sé tramite la “coscienza di sé”, ampliamento del “sensus sui”, maturazione della persona e della personalità, compattezza psichica. Il “mare” è simbolo dell’inconscio vitalistico e neurovegetativo, oltre che dell’esistenza.

E’ giusto e sacrosanto che, a questo punto, Moby non senta il bisogno e “l’interesse di dover raggiungere l’altra sponda”, la madre o un altro traguardo, il padre o un altro obiettivo.

Sembra rinuncia e rassegnazione e invece è la rappresentazione in sogno della SAGGEZZA, della “sapientia sui”. Moby non è approdata nell’altra sponda, ma è approdata nel suo porto. Adesso l’angoscia della perdita è appagata e automaticamente scomparsa. Nulla chiede in Moby di sopravvivere, tutto chiede di vivere.

TRADUZIONE ESTETICA

Desisto,

mi colloco altrove,

atarassia,

il senza angoscia,

la cura di Franco,

un disco,

un quarantacinque giri di allora,

di quando ero una ragazzina tutta madre e tutta chiesa,

niente casa del popolo,

così come voleva la mamma,

la mia balena,

la saggezza è sapore di sale,

non quello altrui,

è il mio sale,

il mio sale in zucca,

il mio mare salato,

mare immenso e salato,

mare e marosi,

io so di me,

io finalmente so di me,

tu, o mare, non mi agiti

perché non sei agitato,

sei ammarato nella marina,

mentre il tempo soffia sulle vetuste scene

dei teatri antichi e greci,

quando si recita il soggetto di Edipo,

l’uomo dai piedi ritorti,

figlio del mare e della luna,

figlio di Laio e Giocasta,

figlio delle stelle di Tebe,

solo in un quadrivio all’europea

con precedenza a destra e a sinistra,

comme vous voulez,

sotto questo cielo intirizzito dall’incesto,

stupito e stupefatto dalle donne dionisiache

che in corteo sbranano il capretto

secondo la sanguinolenta processione del fine settimana,

sempre sotto il sole

che di lassù dice

e afferma che è di tutti

e appartiene anche a te,

anche a noi,

come la strada che mi porta da te

e mi allontana dalla madre,

dalla balena,

dal mare.

La sponda fa da sponda,

poi non serve.

Grazie madre!

Io non gioco più al biliardo

nella solita sala del monte di Belluno.

LE RONDINI

Le rondini non sono ancora partite

in questo finale settembrino,

avaro di bacche e generoso di lacrime.

Le rondini sono rimaste sul ramo,

ferme per non cedere e non cadere,

sono rimaste al palo di una nave pirata

in attesa di sbarcare sul litorale cattivo.

Già fu il giorno di san Lorenzo

in quel dieci del mese di Augusto,

prima delle suae feriae,

prima del ferragosto,

quando tante stelle nell’aria tranquilla ardono e cadono.

Io so

perché sì gran pianto nel concavo cielo sfavilla.

Tante rondini sono rimaste sul filo della luce,

quello dell’alta tensione.

Ritornava una rondine al tetto,

ma gli uomini cattivi l’hanno uccisa.

Erano mafiosi,

erano insani,

erano dissennatori,

erano nullafacenti.

La rondine cadde tra gli spini di un rovo di more

e aveva nel becco un grillo,

il grillo parlante,

il poeta dicente,

la cena dei suoi rondinini.

La rondine è come in croce,

ha aperto le ali

e con il grillo guarda il cielo lontano.

Il suo nido è nell’ombra,

come la casa del Nespolo.

La Longa attende Bastianazzo,

ma la rondine pigola sempre più piano,

il grillo frinisce sempre più piano.

Anche un uomo tornava nella sua Africa,

ma l’uccisero con un decreto di merda

e restò con gli occhi aperti dentro un grido.

Portava due bambole in dono alle sue rondinine.

Ma ora là,

nella casa romita lo aspettano,

lo aspettano invano.

Egli, immobile e attonito, addita

le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi sereni,

o cielo infinito e immortale,

d’un pianto di stelle lo inondi

quest’atomo opaco del Male.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 31, 12, 2022

RATZY

Non a caso piovuto da un cielo plumbeo

nel pieno splendido splendente della veneta pianura,

Ratzy ha un mantello grigio perla

senza macula e senza inganno,

è un vivente di razza,

ha una personalità giuridica

con tutti gli effetti etici e morali,

è una persona per bene,

discreto quanto basta agli intelligenti

e furbo quanto serve agli idioti,

vive in un mondo di simili e consimili

tra gioie e dolori del quotidiano tendere a un fine.

Opitergium è a portata di mano dal suo mondo,

a un tiro di schioppo dal grembo di sua madre,

Oderzo sa di latino e di vino,

di campi a fieno e a biada,

di vigne e di formento,

di pannocchie e di bachi da seta.

In questo giorno del 2005 é arrivato

come un papa,

come un pope,

come un ras,

come un ayatollah,

con il suo mantello raso e color crema,

il musetto di quelli che la sanno lunga

e che a cacciar topi son di gran classe,

mentre cresce amato nel cortile di Ilaria,

nei campi a filari geometrici di Rosa,

rosicando i bocconi saporiti di Iuca,

degni di un levriero elegante nel cuore.

Solitario nella caccia,

bonario come un monaco cistercense di Tempio,

paziente in specie con l’amico Ringo,

Ratzy si é fatto grande,

é diventato Ratzum.

Vivi Ratzum,

vai Ratzum,

vola Ratzum,

abbaia Ratzum,

salta Ratzum,

balla Ratzum,

corri Ratzum,

ama Ratzum,

soffri Ratzum,

riposa Ratzum,

dormi Ratzum,

sogna Ratzum.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 20, 11, 2022

LA NUOVA NOVELLA

In principio era il Tutto,

l’armonia del Tutto,

la fusione dell’Olon zoon,

l’ordinato Kaos.

E venne Archimede.

 

Di poi fu il Segno,

l’Armonia del Segno,

la fusione dei Sema,

l’ordinato Cosmo.

E venne Pitagora.

 

Dopo fu il Verbo,

l’Armonia della Parola,

la fusione dei Logoi,

l’ordinata Terra.

E venne Esiodo.

 

Armonia è nel Tutto, nel Segno, nel Verbo.

La mitica figlia di Afrodite e di Ares,

dell’amore sensuale e della guerra,

segnava di dolcezza i suoi confini.

 

E vennero gli scienziati,

i pittori,

gli scultori,

i poeti

a battezzare i Cieli e le Terre.

E venne la Parola

a battezzare il Cielo e la Terra.

E vennero i sacerdoti a parlare di Dio.

E venne Egli.

Egli era in principio presso Dio:

tutto è stato fatto per mezzo di Lui,

e senza di Lui niente è stato fatto

di tutto ciò che esiste.

Giovanni gli rende testimonianza

e grida: «Ecco l’uomo di cui io dissi:

Colui che viene dopo di me mi è passato avanti,

perché era prima di me».

In Lui era la Vita

e la Vita era la Luce degli uomini;

la Luce splendette nelle Tenebre,

ma le tenebre non l’hanno accolta.

Giovanni battezza con l’acqua,

sciacqua le sue parole come lava i suoi panni.

Che grande che sei, o ultimo dei profeti!

Che bello che sei nella tua folle saggezza!

Viva i Giovanni!

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere 08, 06, 2022

 

IL CIELO

L’universo è selvaggio

come l’uomo rosso di latta,

altro che ordinato e perfetto

come l’uomo bianco di una volta.

Quello sì che era un uomo,

quello di Primo in Torino

e di Adolfo in nostra sora terra di Alemagna,

quello di Ecce homo o come si diventa ciò che si è,

quello del matto Friedrich Wilhelm

che abbraccia le cheval in Turin.

L’universo è entropico

come la città di Aretusa,

casino su casino in strade fatiscenti

e in cervelli post archimedici,

altro che armonico ed equilibrato

come l’uomo greco di una volta,

quello che non peccava di ubris

e non disturbava le proficue scopate di Zeus,

quello che non danzava nel bosco futurista

e non sbranava il povero capretto di Dioniso.

L’universo è fuori di testa e imbrogliato

come un matto savio sulla via di Damasco,

è cattivo

come l’homo homini lupus di Machiavelli e Hobbes,

è ferino

come i mangiatori dell’agnello pasquale

con le patate rosse novelle di Bologna

e le cipolle bianche antiche di Giarratana.

Ma quale universo?

Amore, amore, amore,

non c’è più pellet per scaldarti il cuore e il culo

in queste funeste e funeree giornate di ordinaria follia.

Fuori tutto è magnifico,

dice la dolce Francesca da Bassano,

quasi svarionato,

dice la meravigliosa Sofia da Bergamo,

non c’è un pallet di pellet in nessun mercato,

super o mega,

di questa striscia di terra

baciata dagli dei siculi e sicani,

greci e fenici,

romani e cristiani,

arabi e normanni,

svevi e spagnoli,

savoiardi e italiani,

beati Paoli e cose nostre,

minchioni a cinque punte,

leghisti a buon mercato.

Chi più ne ha,

più ne metta

in questo lurido albergo a cinque stelle,

in questo mondo dei puffi e dei buffoni.

E noi?

Cossa fene noialtri?

Non ci resta che andare alla Marina sul far della sera

a vedere il meraviglioso tramonto

della nostra povera stella ammalata,

questo sole

che si sta spegnendo in un bagno di lacrime incandescenti

insieme alla madonnina di gesso del santuario,

questo sole

che muore di covid 19 dentro un ricovero anticovid

che funziona alla siciliana,

come i cannoli di ricotta e cioccolata

nella psicoterapia dell’anoressia.

Non ci resta che Vladimiro,

l’oscuro come Eraclito,

per avere un po’ di umano calore,

per un pallet di pellet omologato

e al dolce sapore di faggio,

intriso dei dolciastri effluvi

nella sempre atomica centrale di Chernobyl,

già saltata in aria in illo tempore

come un ramoscello della pace all’olivo

durante le grandi e le piccole Dionisiache

dei soliti santoni nostrani in tuta mimetica

e delle solite baldracche vostrane in costume carnascialesco.

Guarda,

o damigella vestita in luminoso tailleur,

giallo come la paura e la gelosia,

la desolazione anfibia marinara

e la fatiscenza atavica di questo ricettacolo patriottico,

fulmina il quadro terrestre e celeste

come un’aquila dell’acuto Montecitorio

e trema con i visitatori incauti

come un parkinsoniano appena in fiore.

Un pianeta è solo,

è senza la sua stella,

è stato abbandonato nel cosmo

dalla madre ignuda e a gambe aperte,

dal solito padre ignoto

andato sul fronte a belligerare e a stuprare.

Un altro pianeta si è perso negli spazi interstellari

tra tante madri sogghignanti e senza cuore,

tra tanti padri fottuti dalla tubercolosi a furia di fottere

e ingravidare le pulzelle indifese e virginee di Orleans.

Che generazione malata nel corpo e nella mente!

Che stirpe indegna di celebri avi e di tante ave!

E tu dove sei?

Dove sei finita?

Tu sei alla deriva nella nostra galassia,

fluttui nella via Lattea senza una stella ospite,

senza una stella che ti accoglie,

ti abbraccia

e ti lascia riposare su un giaciglio di polvere,

la polvere delle stelle,

la polvere del cosmo che fa sempre un leggero rumore,

la polvere sul comò antico di mogano della mia nonna Lucia.

O nonna, o nonna,

nonna iuventina vestita di nero e di bianco,

cantami la nenia religiosa del peccatore e del peccato,

recitami ancora la santa messa sopra la tua toletta del 1881,

introibo ad altarem dei,

ad deum qui letificat iuventutem meam,

sollevami al cielo

come fece il padre di Kuntakinde,

dimmi che sono sceso su questa terra

soltanto per puro amore e non per sesso,

non per sgraffignare il companatico senza il pane,

non per far saltare gli ospedali di Mariupol.

Ogni universo ha bisogno di Mary Poppins,

un poco di zucchero e la pillola va giù,

di una madre

surrogata al cioccolato amaro delle Antille francesi

e affossata nello spazio vuoto di due braccia ormai sterili,

di un grembo da tempo andato in stramona.

Appena nato,

ho brillato anch’io di un calore residuo nel mio cielo

al calduccio astronomico di colori sorgenti di luce,

rogue planets,

io,

un oggetto sfuggente al suo passato e al suo destino,

sottratto alle Moire come il figlio di una dea puttana,

Afrodite nel mar Ionio intrisa dello sperma

di un Urano senza fallo,

io,

un soggetto esente dal grande Nulla,

presente e vivo in un universo vuoto

ed emergente dalle onde di questo greco mare

da cui vergine nacque quella Venere di dianzi

che fea quest’isole feconde con il suo primo sorriso,

io,

un uomo che abita la sferica regione del globo terracqueo

contaminata dal napalm americano e dal plutonio russo,

un uomo cullato in tante galassie

disposte come una ragnatela gigante,

un poeta benedetto che razzola gallinaceo

in questa enorme stalla di anime

dannate dal pope e dal papa.

Ognuno ha i suoi ragni.

La tegenaria domestica e il pholcus ballerino sputano nel cosmo

i loro escrementi sacri al filo di seta antica,

quella cinese di Marco Polo da Venezia,

avvolgono strutture barocche di rara perfezione

e con i filamenti rococò di un ossobuco

ancora umido di cipolle e di carote,

adornano ammassi di galassie in concentrazione spersa

condite al pomodoro ciliegino rigorosamente di Pachino,

si ritrovano tra grandi affetti familiari

e illegalmente costituiti

attorno a un desco fiorito di rosse lingue di fuoco

ed enormi vuoti ripieni di menzogne lapalissiane,

quasi un Supervuoto di mini vuoti cerebrali

indignato del suo essere quel Tutto

che turba la Scienza

o quel Nulla

che è sempre un Qualcosa.

La Guerra non c’è,

non c’è la Pace,

la Guerra e la Pace non ci sono.

Ti prego,

cara Jean Rhies,

di non raccontarmi balle,

specialmente adesso che la Moskva è colata a picco

nel tuo vasto mare dei Sargassi.

Ti prego, animula blandula!

Dal dolore ne morirei.

Morirei di dolore.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere 15, 04, 2022

OGNI TRENO MI PORTA DA TE

Croce sulle spalle.
Corona di spine.
Cadde una prima volta.
Parlò con la madre.
Cadde una seconda volta.
Simone lo soccorre.
Veronica lo asciuga.
E una terza.
Consola le pie donne.
Si affida al Padre.
In croce.
Golgota, chiodi, sete, aceto, invocazione, abbandono.
Elì, elì, lama sabactani!
Il cielo si fa plumbeo dall’ora sesta all’ora nona,
la terra trema.
Il Padre non ti ha abbandonato.
Ogni stazione è stata raggiunta e intensamente vissuta,
ogni treno mi porta da te.
Il sepolcro era aperto all’alba del terzo giorno.
Un angelo vi sedeva accanto.
La madre si avvicina
e chiede dove hanno portato il figlio.
Ha i profumi e le bende per onorare il corpo ferito.
“Colui che tu cerchi,
o donna,
è risorto,
ha sconfitto la Morte
e ora siede alla destra del Padre.”
E noi miseri mortali?
Che sarà di noi?
Ogni treno mi porta da te.
Il dolore avvicina,
l’amore è sempre tragedia.
Dolore, amore, amore, dolore.
Che ci hanno fatto?
Da soli deposti nel sepolcro.
Ultima stazione.
Vittime di un inganno,
siamo umani,
siamo in balia dell’attesa di un ritorno,
un venerdì santo granitico in mezzo a tutta questa precarietà.
Improvvisavano
e hanno ucciso diecimila anziani questi assassini di merda,
questi impostori del circo,
questi imbecilli di sempre.
Giocavano,
giocavano al rimbalzo da un canale all’altro dell’etere tossico.
Non hanno vaccinato subito i vecchi,
quelli che viaggiavano dai settanta ai settantacinque.
Erano tutti amici miei.
Li conoscevo tutti.
Li sentivo addosso.
Erano sessantottini.
Sfogliavo i loro petali uno per uno,
giorno dopo giorno.
Eran belli e forti,
ma sono morti.
Una strage di Stato,
un’altra strage di Stato.
Sul crinale del Golgota e di Bergamo
le ombre delle croci sono le insegne
per precipitare nel baratro della vergogna,
nel precipizio dell’ignominia,
nel grande peccato mortale.
Ogni treno mi porta da te.
Intanto,
intanto tutt’intorno sboccia la lussuria della primavera.
Eppur io amo.

Sava

Carancino di Belvedere, 01, 04, 2021

L’ALBA

Il cielo della notte

si sta aprendo

e le tenebre stanno sparendo.

Intravedo un fascio di luce.

Forse è il sole,

forse è la luna,

ma so che non è la paura.

Si sta alzando qualcosa…

cos’è…? una palla infuocata,

un cerchio rosso.

Ma no… E’ il sole,

quello che porta il buon umore durante il giorno,

quello che ci fa compagnia per tutte le ore,

quello che gira intorno.

 

Gregorio

 

San Donà di Piave, 05, 11, 2021