GLI ALIENI E LA GUERRIERA

TRAMA DEL SOGNO

“E’ estate. Sono vicina a casa mia e sto visitando una grande chiesa su una altura insieme a qualcuno che non vedo. Ne sento solo la voce quando fa commenti sulla bellezza della chiesa.

A tratti è il mio fidanzato n°due, (ho due relazioni), a tratti mia madre e a tratti qualcun altro. Ma non sono tutte e tre le persone presenti. E’ come se si alternassero nel sogno.

Dopo aver percorso all’esterno tutto il perimetro della chiesa (in sogno mi capita sempre di restare solo all’esterno delle chiese) mi soffermo a guardare la vista dall’alto sul lago Maggiore.

Riscendo, (? riscendiamo), a piedi fino all’altezza del lago e io e mia madre questa volta saliamo su una canoa, (secondo sogno con canoa), e prendiamo il lago e poi un fiume che porta alla Svizzera. Io guido la canoa.

Ad un certo punto tiro fuori dal mio zaino un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma, (nel sogno c’è anche una parentesi in cui mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio) e glielo do da mangiare.

Dopo un po’ mi accorgo, guardando dalla canoa, che i paesi sulle sponde del lago sono allagati. Lo percepisco come un problema, quindi prendo in mano l’azione, lascio mia madre a continuare la gita da sola e scendo nelle strade allagate, ma l’atmosfera è tranquilla con la luce del sole sulle case.

In giro non c’è nessuno. Entro in una casa e salgo al secondo piano come se fossi in autoplay di un video gioco e lì dentro, in un ambiente fresco e oscuro, ci sono delle persone che non riconosco ma so essere mie amiche.

C’è anche una camera con un letto mio e oggetti miei. In particolare ci sono moltissime pietre preziose che appartengono tutte a me, molte incise con disegni di scorpioni e di nasi.

Vado al bagno della mia camera in cui non c’è la porta ma solo una tenda di perline e, mentre mi sto sistemando, intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica, l’unica del sogno, a parte mia madre, che vedo bene in faccia, che sta in piedi ferma nella mia stanza a guardarmi attraverso la tenda. Le dico “Samantha che fai?”, poi muovo un passo per uscire dal bagno e lei mi si butta addosso per aggredirmi.

Sopraggiunge un ragazzo dalla cucina per salvarmi e non so bene che fine faccia Samantha. Mi metto a parlare con questo ragazzo che però è un’ombra, non lo distinguo bene e stiamo un po’ in un abbraccio intimo e io percepisco la presenza del mio fidanzato n°uno che però nel sogno non c’è.

A questo punto salta fuori che c’è un’invasione di Alieni in atto (sogno molto speso gli Alieni ma non mi spaventano, nei miei sogni sono sempre una guerriera) e che essi sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono.

Io mi metto a cercare una pietra in particolare che non salta fuori. E’ una pietra nera con dei puntini azzurri che ha la capacità di curarmi e farmi cogliere l’origine dei problemi.

La cerco invano ovunque dentro la casa insieme a questo mio salvatore, finché non appare un alieno nella stanza ed io lo sconfiggo in uno scontro corpo a corpo.”

Questo è quanto ha sognato Giglio.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

E’ estate. Sono vicina a casa mia e sto visitando una grande chiesa su una altura insieme a qualcuno che non vedo. Ne sento solo la voce quando fa commenti sulla bellezza della chiesa.”

Giglio è nei pressi di se stessa, della “parte psichica” adibita alla “sublimazione della libido”. E’ tempo di nobilitare le proprie pulsioni e di dar loro un fine generoso al fine di non avvertire gli eventuali sensi di colpa destati dal pensiero di essere egoisti e bisognosi. La “chiesa su un’altura” è un rafforzamento simbolico di quanto affermato. “L’estate” aiuta a sentire il calore delle pulsioni e la consapevolezza di una donna che si accompagna al padre: “qualcuno che non vedo”. Questa figura è simbolicamente e universalmente sempre il padre “edipico”, quello con cui non sono stati sciolti i legami ambigui e ambivalenti, le pulsioni seduttive ed erotiche di una bambina che cerca la sua dimensione psichica femminile. Giustamente Giglio ha sublimato a suo tempo la “libido edipica” e si porta a spasso per il sogno il padre in versione di abile commentatore della Bellezza. La figlia riconosce al padre una sensibilità estetica, fatta di tanta ammirazione e di consapevole stupore. Giglio sublima l’attrazione verso il padre per non colpevolizzarsi, ma riconosce nello stesso tempo al padre quella propensione alla Bellezza, “della chiesa” nel caso specifico. Sintetizzo e chiarisco: Giglio riesuma e rievoca la figura paterna e assolve i sensi di colpa legati all’attrazione psicofisica e approfitta della circostanza per mettere in luce la sensibilità al Bello e all’Arte dell’augusto genitore.

A tratti è il mio fidanzato n°due, (ho due relazioni), a tratti mia madre e a tratti qualcun altro. Ma non sono tutte e tre le persone presenti. E’ come se si alternassero nel sogno.”

I conti “edipici” tornano tutti: il fidanzato numero due, la madre o una figura anonima e indifferenziata, sempre un “qualcun altro” dentro, una figura “introiettata” e nel sogno tirata fuori, “proiettata”. Il “fidanzato numero uno” è sempre il padre per tutte le bambine, il “fidanzato numero due” è quello che segue e consegue alla complessità dei vissuti in riguardo alla figura paterna. Poi, arrivano anche gli altri fidanzati, i numero enne, nella speranza che siano tanti per depurare i vissuti “edipici” e scegliere il proprio uomo senza i condizionamenti subdoli dell’infanzia e dell’adolescenza, senza sposare la “traslazione” del padre insomma. Giglio non mette in scena la “triade edipica”, si limita a visitare i singoli protagonisti e li alterna sul palco a simboli dei suoi vissuti e della sua evoluzione psicofisica, dall’infanzia all’età adulta. Degna di nota è la poligamia di Giglio, “(ho due relazioni)”, la sua naturalezza a vivere il maschio senza i limiti imposti dalla Morale pubblica, il “Super-Io” collettivo, e dal suo “Super-Io”, la sua istanza psichica censoria. Giglio manifesta una disinibizione nella gestione delle relazioni amorose, affettive e sessuali, a testimonianza della sua capacità di alternare nella vita, non soltanto nel sogno, situazioni di coppia varie e variopinte. La caratteristica si spiega con una riduzione dell’investimento di “libido” nei suoi uomini e del coinvolgimento amoroso. Insomma, Giglio non s’innamora abbastanza o teme di legarsi troppo e per questa paura si difende da quello che lei vive come un coinvolgimento minaccioso della sua autonomia. Il prosieguo del sogno darà le ragioni di questa nota caratteristica della protagonista. Possibilmente c’è ancora un ristagno “edipico”, per cui Giglio non si è evoluta degnamente nella “posizione psichica genitale” e non investe appieno le sue energie e i suoi sentimenti secondo le naturali norme della disposizione donativa e della generosità altruistica, della “comprensione” e dell’abbraccio psichico dell’altro.

Dopo aver percorso all’esterno tutto il perimetro della chiesa (in sogno mi capita sempre di restare solo all’esterno delle chiese) mi soffermo a guardare la vista dall’alto sul lago Maggiore.”

Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” non trova Giglio disponibile al cento per cento dal momento che percorre “tutto il perimetro esterno della chiesa”, non entra nel tempio sacro per depositare le sue cariche istintive e le sue pulsioni in attesa di essere purificate dalla grazia della Psiche. Giglio è una donna che non si coinvolge del tutto nelle operazioni di recupero e di rimessa in atto del vietato e dei tabù. Giglio salta di palo in frasca e travalica dalla “sublimazione” alla contemplazione estetica, anzi predilige tranquillamente quest’ultima e trova nella Bellezza la risoluzione idonea e congrua. Giglio sente il bisogno di “catarsi” dell’illecito e della colpa, ma fa tutto a metà e si ricovera sempre in “alto”, nel culto della madre che ristagna, il “lago Maggiore”. Dal sacro passa con disinvoltura all’umano, dal carisma alla concretezza estetica. Giglio le sta provando tutte le operazioni di ripulitura di eventuali traumi o fantasie, di pulsioni e desideri. Predilige non investire totalmente su azioni che nella Borsa del sacro hanno un valore, mentre nella Borsa dell’umano presentano una vitale consistenza. Vediamo dove procede dopo questo preambolo introduttivo.

Riscendo, (? riscendiamo), a piedi fino all’altezza del lago e io e mia madre questa volta saliamo su una canoa, (secondo sogno con canoa), e prendiamo il lago e poi un fiume che porta alla Svizzera. Io guido la canoa.”

Dopo il “qualcuno che non vedo” del primo capoverso, decisamente decodificato come la figura paterna, ecco che si presenta in tutta evidenza e in pompa magna la figura molto importante nella formazione psichica di Giglio, la madre. A quest’ultima la figlia associa il processo psichico di difesa della “materializzazione” e il principio annesso della “realtà”. Giglio ama la concretezza e si è tenuta a fianco della “chiesa”, non è entrata nel luogo del sacro e della censura morale, ha preso atto e ha apprezzato l’aspetto culturale, filosofico ed estetico, La compagnia era la figura del padre. Adesso arriva la madre e la materia vivente, il “lago”, e Giglio si sente alla sua “altezza”, si è ben identificata nella madre durante la sua formazione ed evoluzione psicofisiche, per cui va da sé che ci sia la “canoa”, il grembo, la culla anatomica adibita alla sessualità e alla maternità. “Saliamo sulla canoa” attesta “l’identificazione” nella madre che ha portato Giglio a maturare nel tempo la sua “identità” femminile. Il padre non si è evidenziato abbastanza semplicemente perché è la figura conflittuale della “triade edipica” ed allora Giglio per difendersi non gli ha dato un volto e l’ha lasciato nell’anonimato. Guardate che bel quadretto al femminile: madre e figlia in canoa sul lago. Questa è una buona e originale allegoria con il rafforzamento dei simboli femminili, “lago” e “canoa”, ma Giglio non dimentica il padre e allora se lo porta dietro sotto forma classica del “fiume”. Non dimentica nemmeno di essere lei la protagonista della sua femminilità e si mette alla guida della sua “canoa” in buona e completa compagnia “edipica”. Ritorna la figura paterna in veste simbolica a testimonianza di una delicatezza e paura verso la figura maschile. E allora andiamo in “Svizzera”, il luogo simbolico delle libertà e dell’autonomia.

Che Giglio stia risolvendo la sua “posizione psichica edipica”, la sua relazione conflittuale con i genitori, e stia maturando la sua autonomia psichica riconoscendo il padre e la madre e risolvendo le pendenze maturate nel corso della vita?

Chi vivrà vedrà.

Ad un certo punto tiro fuori dal mio zaino un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma, (nel sogno c’è anche una parentesi in cui mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio) e glielo do da mangiare.”

La figlia dispensa amore per la madre. Dal suo grembo, lo “zaino”, il luogo della femminilità e della “genitalità”, Giglio partorisce da sola e senza aiuto dell’ostetrica, “tiro fuori”, tutti gli affetti possibili nei riguardi della figura materna, “un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma”, tutto l’amore verso la madre. Questa operazione di riconoscimento e di riconoscenza avviene con una preziosa nota narcisistica, “mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio”, una pietanza non da morti di fame o da profani, oltretutto condita con tutto il trasporto affettivo di una figlia che si prende cura della madre dopo averla riconosciuta come la sua origine e la sua identità femminile: “glielo do da mangiare” e “io guido la canoa”. Degna di nota è l’assenza della stessa premura nei riguardi del padre, che, pur tuttavia, è presente in forma traslata e anonima. Ricapitolando: Giglio sviluppa in sogno la sua “relazione edipica” e mostra di averla superata, soprattutto in riguardo alla madre. Il padre resta una mina vagante nel mare psichico della formazione evolutiva della protagonista. Con la madre Giglio ha assunto un atteggiamento di cura e premura che si può definire “adozione”, una forma concreta e massiccia di “libido genitale” sublimata. La figura sacra della madre viene investita di affetti e atti che attestano riconoscimento e gratitudine.

Dopo un po’ mi accorgo, guardando dalla canoa, che i paesi sulle sponde del lago sono allagati. Lo percepisco come un problema, quindi prendo in mano l’azione, lascio mia madre a continuare la gita da sola e scendo nelle strade allagate, ma l’atmosfera è tranquilla con la luce del sole sulle case.”

Giglio rievoca il momento della sua evoluzione psicofisica in cui ha operato il distacco dalla madre e ha risolto la sua dipendenza psichica dal momento che aveva ampiamente accettato e razionalizzato la sua identità femminile. Trascorso il periodo dell’identificazione e superato il bisogno di adottarla accudendo i bisogni di lei e prendendosi una cura speciale della sua persona, risolta questa benefica e matura operazione umana, Giglio riacquista la sua autonomia e indipendenza dal momento che “i paesi sulle sponde del lago” erano “allagati”. Giglio percepisce “come un problema questo trasporto e “prende “in mano l’azione”, le redini della sua vita “per continuare la gita” della sua vita “da sola”. In questa presa di coscienza dei vissuti complessi nei riguardi della madre Giglio razionalizza che non ha subito alcun danno e che la “razionalizzazione” di questo rapporto speciale con la madre è stato positivo e costruttivo al massimo, dal momento che ha apportato la tranquillità dell’animo, una forma di “atarassia” individuale da completamento d’opera e da scelta di se stessa dopo il periodo di dipendenza a vario titolo, o perché bambina o perché moralmente portata al sollievo dell’augusta figura materna. Traduco meglio e pari pari: Giglio, del tutto consapevole della sua femminilità e della sua persona, “guardando dalla canoa”, dopo aver temuto di aver corso il rischio di dipendere dalla madre, riacquista la sua autonomia psichica e vive la sua vita di donna e di femmina senza alcun turbamento e con tanta consapevolezza. Meglio di così non poteva andare.

In giro non c’è nessuno. Entro in una casa e salgo al secondo piano come se fossi in autoplay di un video gioco e lì dentro, in un ambiente fresco e oscuro, ci sono delle persone che non riconosco ma so essere mie amiche.”

Giglio è con se stessa, in dolce compagnia di se stessa e della sua autonomia psicofisica. Giglio ha risolto i legami di figlia nei riguardi della madre e ha provveduto al suo accudimento: “in giro non c’è nessuno”. La figlia ha riconosciuto la madre dopo averla onorata e odiata e non è rimasta schiava e sola in questa improba controversia sull’identità e sul possesso dei beni affettivi. Sul padre il discorso è sospeso e la figura del genitore vaga come le mine nei mari durante il tempo di guerra in cerca della nave su cui esplodere. Giglio rientra in se stessa e per la precisione nella “sublimazione narcisistica del suo Io”, nel luogo riservato all’auto-gratificazione e all’auto-compiacimento, per rivivere i momenti di questa sua crescita personale. Giglio si ripensa come persona compiuta, ma non riconosce nella sua dimensione relazionale alcune figure o “parti psichiche di sé” che ancora aspettano una risoluzione congrua. Ritorna questa tendenza di Giglio all’incompiuta con alcune “persone” e con alcune esperienze della sua vita dove avrebbe voluto essere più decisa e incisiva. Si accontenta di un “autoplay” che si riduce a un “autoreplay”, a un rivedersi e a un riconsiderarsi narcisistici che lasciano l’amaro dell’incompiuta in bocca. Purtuttavia, ha il buon senso di ritenere “amiche” queste persone e manifesta quell’ottimismo non esagerato che non guasta, se confrontato con il pessimismo bieco della disperazione e del rancore di chi avrebbe voluto cambiare le carte in tavola. Tra le persone ci mettiamo d’ufficio il padre. Vediamo dove si dirige Giglio nel suo sogno. Adesso è ferma in una Svizzera calvinista e protestante, isolata e libera, ligia al dovere e alle leggi morali, ricca di buona cioccolata e di emmental, di orologiai e di orologi, di cucù e di mucche viola.

C’è anche una camera con un letto mio e oggetti miei. In particolare ci sono moltissime pietre preziose che appartengono tutte a me, molte incise con disegni di scorpioni e di nasi.”

Giglio entra nell’intimità, nel personale, nel privato, nel proprio. La “camera da letto” condensa i vissuti interiori e indicibili, quelle “pietre preziose” che riguardano soltanto Giglio e nessun altro, la sua sfera anatomica e sessuale da non condividere e da stimare con grande perizia, i vissuti intimi e le esperienze erotiche che vertono sul versante sessuale maschile come i “disegni di scorpioni e di nasi”, una vasta gamma di simboli fallici, fecondanti al negativo i primi, penetranti con decisione i secondi. Lo “scorpione” rappresenta simbolicamente il pene che emette lo sperma temuto dalla donna che ha una tosta fobia della fecondazione e della gravidanza, mentre il “naso” condensa l’invadenza del pene e le sue ben note competenze erotiche e sessuali. Tra “pietre preziose” femminili e “scorpioni e nasi” maschili Giglio si compiace narcisisticamente delle sue doti erotiche e delle sue qualità sessuali, nonché delle sue paure e delle sue fobie, estendendo questi “oggetti” ai suoi ricordi sotto la forma di amuleti che esorcizzano l’angoscia di fecondazione e di gravidanza. Si conferma sempre con maggiore evidenza quel sano “narcisismo” che si snoda a metà tra l’amor proprio e il culto di sé. Non è da meno il senso del possesso e i due fidanzati con la loro umana gestione. Giglio è una donna che si compiace del suo potere erotico e sessuale, una femmina che sa gestire il maschio di turno. Il suo “narcisismo” prevale sulla “genitalità” di un sentimento d’amore donativo. L’evoluzione psichica di Giglio oscilla tra la “posizione edipica” e la “posizione narcisistica” e trascura la “posizione genitale”. Decisamente è una donna che non si innamora follemente di un uomo, è una donna che avanza con giudizio e temperanza verso gli investimenti sugli altri, è una donna che si compiace delle sue capacità, è una donna che ha due uomini e oltretutto generici e anonimi, uomini senza qualità.

Vado al bagno della mia camera in cui non c’è la porta ma solo una tenda di perline e, mentre mi sto sistemando, intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica, l’unica del sogno, a parte mia madre, che vedo bene in faccia, che sta in piedi ferma nella mia stanza a guardarmi attraverso la tenda. Le dico “Samantha che fai?”, poi muovo un passo per uscire dal bagno e lei mi si butta addosso per aggredirmi.”

Il passaggio dalla zona intima degli affetti speciali e dei segreti pensieri alla zona erotica e sessuale è breve, del resto come sempre e come giusto. Giglio si era imbattuta in precedenza nei suoi gioielli femminili e nei suoi trofei maschili, le “pietre preziose” e gli “scorpioni” e i “nasi”, adesso va proprio in “bagno” dove, oltretutto, “non c’è la porta, ma solo una tenda di perline”, si coinvolge direttamente con il suo corpo e i suoi bisogni, “mentre mi sto sistemando”. La disinibizione narcisistica della donna ritorna venata di esibizionismo e di competizione al femminile, “intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica”, una figura equiparabile alla madre in quanto oggetto di presa di coscienza. Giglio “sa di sé” attraverso la madre e l’amica, “sa di sé” come donna e come corpo perché si è identificata nella prima e ha assunto identità psicofisica tramite la seconda, l’altra da sé, una persona che esiste nella realtà esterna, ma che, a tutti gli effetti, è l’immagine di sé, il fantasma del suo corpo, la rappresentazione primaria dei suoi desideri e bisogni di bambina che si accinge a evolversi in donna. Questa “amica” la spia nella sua intimità, questa “parte psichica di sé” è in conflitto con l’immagine globale che Giglio ha maturato nel corso della sua evoluzione psicofisica. Samantha è la controfigura di Giglio, quella che si assume la parte aggressiva e che aggredisce, meglio si auto-aggredisce, quella che non si piace e che non si è mai piaciuta, quella “parte psichica di sé” che si schiera per il sacro e odia il profano o viceversa, la “parte psichica oppositiva” di Giglio rivolta contro se stessa, la parte “sadomasochistica”, quella che fa male e subisce il male. Giglio conosce molto bene se stessa “Samantha” e la madre. E’ proprio vero, perché sono i personaggi e le figure che la riguardano in prima persona, sono “l’introiezione” e la “proiezione” della madre e di se stessa nella versione non gradita e rifiutata, quella parte che non piace e che non si accetta. Qualcosa della sfera intima e privata del corpo e della mente non va proprio giù a Giglio e in questo modo ricorre a Samantha per evidenziare questa suo conflitto intrapsichico.

Ma cosa scarica Giglio su Samantha?

Quale materiale psichico traumatico Giglio addossa alla povera Samantha?

Importante continuare a vivere per sapere anche questo.

Sopraggiunge un ragazzo dalla cucina per salvarmi e non so bene che fine faccia Samantha. Mi metto a parlare con questo ragazzo che però è un’ombra, non lo distinguo bene e stiamo un po’ in un abbraccio intimo e io percepisco la presenza del mio fidanzato n°uno che però nel sogno non c’è.”

Giglio scarica su Samantha tutta l’aggressività incamerata nell’evoluzione della sua “posizione psichica edipica”, della sua conflittualità ambivalente nei riguardi del padre e della madre, della sua psicodinamica evolutiva in riferimento ai genitori. Samantha condensa gli affetti legati alla “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella che censura e impedisce i vissuti affettivi nei riguardi del padre, la figura in cui si è in qualche modo costretta a identificarsi per acquisire la sua identità femminile, quella che limita e vieta, la madre che impone i tabù e istilla il “Super-Io” sostituendosi al padre. Ricapitolando, Giglio sta sviluppando in sogno l’iter e la risoluzione della sua “posizione psichica edipica”, sta riesumando una tappa altamente formativa della sua evoluzione e mostra chiaramente la conflittualità ambivalente nei confronti della madre e dispone in discrezione il padre come figura importante e in parte rimossa nel suo “fidanzato n°uno”, come si diceva ampiamente nei precedenti iniziali capoversi. Mostra, inoltre, il suo distacco risolutivo nei riguardi della madre lasciando che prosegua la gita in Svizzera e riaggancia il padre nella figura del fidanzato n°uno di cui percepisce la presenza mentre sta in intimità con il nuovo ragazzo che la salva dalle grinfie di una invadente e aggressiva Samantha di cui non sa bene la fine che fa. Ricapitolando ancora e meglio di prima: Giglio si stacca dalla madre attraverso l’affidamento a un uomo, “il ragazzo che sopraggiunge dalla cucina” ossia dalla zona degli affetti condivisi e da condividere. Purtroppo, questo “ragazzo” seduttivo è evanescente, è “un’ombra”, viene dal suo Profondo psichico, dall’aldilà subcosciente, emerge dai suoi desideri di bambina e di adolescente e si porta sempre dietro la figura del padre, la prima ombra del fidanzato n°uno, quello che ancora non sa riconoscere come figura formativa della sua femminilità e delle sue arti erotiche e seduttive. Giglio “percepisce una presenza” come nei migliori film gialli, un fidanzato che in qualche modo tradisce e di cui dispone le fila. Proprio vero che il primo amore non si scorda mai e non si sposa. Giglio sta in intimità con un ragazzo “ombra” che la salva dalle grinfie della madre: questo ragazzo è l’erede della prima ombra, il padre. Quest’ultimo ha contribuito nell’economia psichica di Giglio alla formazione della strategia di approccio all’universo psicofisico maschile.

A questo punto salta fuori che c’è un’invasione di Alieni in atto (sogno molto speso gli Alieni ma non mi spaventano, nei miei sogni sono sempre una guerriera) e che essi sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono.”

Ah, gli Alieni!

Ah, l’alienato, tutto quello che volevamo vivere di noi e non abbiamo fatto nascere in noi!

Ah, i mille personaggi in cerca d’autore che non siamo e che sappiamo ben interpretare per difesa dal coinvolgimento con gli altri!

Spuntano le difese sociali di Giglio. Scendono dall’astronave alla moda gli Alieni, arrivano i modi di essere e di esistere che la protagonista voleva incarnare e che per l’angoscia dell’indeterminato ha lasciato andare nell’evanescenza del Nulla e del “non se ne fa niente”. Gli Alieni “sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono”, hanno capacità mimetiche e mistificatorie, sono dei grandissimi bugiardi e non dicono mai la verità del “chi sono” e del “cosa vogliono”, sono degli impostori e degli imbroglioni di vasta portata che inquinano la società. Questa è la versione negativa dell’umana capacità psichica di empatia e di simpatia, di partecipazione e condivisione. Questa è la “parte psichica negativa” del “fantasma dell’altro”, quella che mi inganna e mi porta via sempre qualcosa e a cui non bisogna rivolgere la parola e addirittura affidarsi, questo è lo Straniero di Camus, la parte straniera di noi stessi che abbiamo definitivamente debellato criminalizzandola per paura e su suggestione dei nostri incauti e superficiali genitori. E così Giglio è cresciuta “guerriera” per difendersi da se stessa, dalle sue giuste paure e dalle altrui ingiuste angosce. La mamma istilla, suggerisce, mette dentro il cuoricino della bambina a mo’ di insegnamento i suoi traumi di donna adulta e le sue esperienze andate a male come il latte fresco di giornata il giorno dopo. Il padre c’è e non c’è, il padre ha fatto meno danno, il padre è rimasto nel limbo delle figure da salvare per amore indicibile, mai detto, mai profferito. Una Giglio censurante e oltremodo “superegoica” mostra in questo siparietto finale i suoi tabù, i suoi divieti, i suoi “verboten”, le sue difese inutili verso il resto del mondo e proprio quando le aperture all’esterno sono costruttive e necessarie per una giusta evoluzione psicofisica. E’ come se Giglio andasse contro corrente e si rinchiudesse nel mondo di Narciso per non coinvolgersi con i fidanzati n°tre, n°quattro, n°cinque, n°enne. “Giglio nei sogni è sempre una guerriera”, ma sicuramente è arrivato il tempo di far riposare questa “guerriera” dopo tanto inutile stress. Ben vengano gli Alieni a portare la loro buona novella se serve a “sapere di sé”, a una migliore autocoscienza. Giglio non deve combattere contro se stessa e le sue produzioni psichiche innovative ed evolutive, contro i suoi “Alieni”, non deve alienare il suo prodotto psichico interno lordo per paura di coinvolgersi nelle stranezze di una vita alla grande e spericolata. Gli insegnamenti della mamma e i silenzi del padre devono lasciare il posto alla normalità dell’anormale, alla convivenza con gli Alieni dentro e fuori, alla condivisione delle esperienze e delle avventure.

Io mi metto a cercare una pietra in particolare che non salta fuori. E’ una pietra nera con dei puntini azzurri che ha la capacità di curarmi e farmi cogliere l’origine dei problemi.”

Giglio sa di non stare bene e di avere bisogno di una cura che verta sulla consapevolezza delle cause dei suoi mali, “l’origine dei problemi”, una psicoterapia psicoanalitica che, risalendo per libere associazioni alle esperienze significative della sua vita, le dia quell’equilibrio e quella sicurezza insieme a quella tranquillità dell’animo che non guasta mai come lo zucchero nel caffellatte dei bambini. E allora Giglio tira in ballo la sua bambina dentro e il suo pensiero magico, i “processi primari” che che usava nell’infanzia e che si chiamavano con una sola parola la “Fantasia”, il pensare per allucinazioni e per fantasmi, l’andare contro il “principio di realtà” a favore del “principio del piacere”, l’esaltare le pulsioni e abolire i divieti, tira fuori il suo Harry Potter e la sua “pietra” filosofale “nera con dei puntini azzurri”, quella che ha la capacità taumaturgica della presa di coscienza, della riflessione su se stessa e sugli eventi della propria formazione ed evoluzione: il possesso mentale delle cause. Giglio estrae dal suo cilindro di prestigiatrice la magia, per arrivare alla “interpretazione” e alla “razionalizzazione” delle cause insieme al suo analista, al suo “salvatore”, che, come Ermes, comunica la volontà degli dei ai mortali. La magia è una pratica antichissima che ha il sapore dell’eternità semplicemente perché è la prima forma mentale di tutti gli infanti, di tutti coloro che sono ancora senza parola ma pensano e pensano tanto e di tutto. La Magia si basa sul meccanismo di difesa dall’angoscia dello “annullamento”, che si attesta nella conversione accettabile e gestibile dell’angoscia attraverso il rito, attraverso l’esorcismo di un divieto. La Magia si basa sul meccanismo di difesa dall’angoscia dello “spostamento” attraverso la costruzione del “feticcio”, la “pietra nera con dei puntini azzurri”, quella “che non salta mai fuori” e che esiste da qualche parte del culo del mondo, quella che, semplicemente usando la Ragione” deterministica, arriva alla “atarassia” per la via preferita dalla Cultura occidentale, la “razionalizzazione”, il meccanismo principe di difesa dall’angoscia che non è mai abbastanza, a conferma dell’umana debolezza che connota la creatura privilegiata di Dio o di Madre Natura, l’uomo, il solo animale vivente che soffre della malattia mortale, che è malato della consapevolezza della fine, della coscienza della morte e dell’assurdità della vita che si conclude nel niente. Eppure Giglio ritorna bambina e rispolvera il suo pensiero magico per risolvere le sue angosce. Vediamo la conclusione di questa lunga cavalcata nelle praterie psichiche durante il sonno, nel pensiero del sonno, il sogno.

La cerco invano ovunque dentro la casa insieme a questo mio salvatore, finché non appare un alieno nella stanza ed io lo sconfiggo in uno scontro corpo a corpo.”

Giglio cerca “invano” la sua “kaba”, la pietra nera della sua religione psichica “dentro la sua casa” psichica insieme al suo “salvatore”, ed ecco che appare un “alieno”, un trauma, un non vissuto, un fantasma, un conflitto, una semplice fantasia o un semplice fatto, su cui Giglio insieme al suo salvatore analista può esercitare e far pesare la forza della Ragione e della “razionalizzazione”. Inizia lo scontro corpo a corpo con se stessa e in particolare con quelle “parti di sé” che si sono opposte alla sua integrità e armonia psichiche, gli Alieni per l’appunto, che aspirano a essere capite e riassorbite nel tessuto connettivo di un Corpo fatto di carne e ossa e di una Mente fatta di fantasmi e di ragionamenti. Alla fine del tragitto e dei tanti conflitti a Giglio resterà l’ultimo combattimento, la risoluzione del “transfert” esperito verso il suo analista, la liquidazione del vissuto emotivo e affettivo maturato nel corso del viaggio insieme al suo navigatore al fine di acquistare definitivamente la sua autonomia psicofisica.

E’ possibile tutto questo?

Decisamente “non potest” e “non possumus”, ma tentar non nuoce. Non è possibile liquidare relazioni e vivere da soli, a meno che non ci si trovi nel carcere della follia. E allora ben vengano le dipendenze e tutti i tentativi di liberazione che nel corso dell’esistenza intentiamo contro e a favore di noi stessi.

Il sogno di Giglio merita ulteriori riflessioni, ma si può concludere qui.

Buon viaggio!

LA CRISI DEL SACRO

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di passare vicino alla chiesa della mia città e di sentire una musica non adatta ad un luogo sacro.

Decido di entrare per vedere chi sta suonando l’organo con musiche “blasfeme” e capisco che hanno collegato una radio all’altoparlante che però si sente più fuori che dentro.

Resto attonita nel constatare che stanno svuotando la chiesa; fuori ci sono dei furgoni che stanno caricando con tutto ciò che c’era in chiesa.

Non c’è più l’altare, né i quadri, né i banchi… È quasi vuota! E la chiesa sembra molto più piccola.

Chiedo ad un sacerdote cosa stia succedendo; lui, sorridendo, mi risponde che hanno deciso di chiudere quella chiesa.

Esco sconvolta con l’intenzione di segnalare sui social quello che sta accadendo all’insaputa di tutti. Come possono chiudere un luogo sacro, simbolo di tanti momenti importanti della comunità?!”

Questo è il sogno di Rasia.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di passare vicino alla chiesa della mia città e di sentire una musica non adatta ad un luogo sacro.”

In tempo di “coronavirus” abbiamo assistito alla crisi della “sacralità” ufficiale. In particolare la Chiesa cattolica è stata oscurata nelle chiese e nelle funzioni. Le chiese sono state chiuse e le cerimonie sacre sono state sospese. I sacramenti non sono stati amministrati. I morti hanno ricevuto una benedizione sommaria quando era possibile. L’Eucaristia non ha nutrito bene i seguaci di Cristo. Questo è un dato psico-culturale che ha colpito la “Coscienza collettiva”, al di là delle fede convinta o tiepida nei riguardi dei misteri religiosi. Rasia avverte questa caduta del sacro, del culto, del rito e la rappresenta in sogno come un’anomalia musicale all’interno di una chiesa qualsiasi, una chiesa tra le tante che condensa il bisogno di sacro di tutti gli uomini, al di là dell’appagamento che ognuno di poi concede a se stesso. La “musica non adatta al luogo sacro” attesta del linguaggio e della comunicazione religiose che si sono trasformate all’improvviso. Rasia è sensibile alla “religione” e nota il cambiamento della “religiosità”. Non si può più pregare in chiesa, non si può rivolgere lo sguardo all’altare nella ricerca di una consolazione e di un conforto, non si può ricevere un sacramento. I tempi sono tristi e assurdi e la Chiesa ha dovuto seguire le ingiunzioni della Scienza in funzione della risoluzione della tragica pandemia. Ricordo che “la chiesa” e il “luogo sacro” sono simboli della “sublimazione della libido”, ma per il momento questo dato non è importante. Ci si può limitare al cambiamento sociale e alla nuova destinazione d’uso che si profila per i credenti in riguardo alla chiesa ufficiale. In ogni caso la preghiera individuale non abbisogna di luoghi sacri, perché, dove si esterna, porta il carisma della fede.

Decido di entrare per vedere chi sta suonando l’organo con musiche “blasfeme” e capisco che hanno collegato una radio all’altoparlante che però si sente più fuori che dentro.”

Rasia è stata colpita da questa metamorfosi del luogo e del costume, da questa blasfema commutazione di un luogo sacro e adibito al culto in un luogo irriverente e peccaminoso. Rasia si sente dentro cristiana anche se fuori la fede è stata destituita dei suoi fondamenti, la chiesa e i sacramenti. “L’altoparlante” dà il senso della fanfara e delle fanfaronate, del rumore fine a se stesso e per niente significativo. Rasia taglia la testa al toro, “decido”, ed esige spiegazioni in maniera direttamente proporzionale all’intensità del suo bisogno di fede. La distonia tra il “fuori” e il “dentro” la rasserena e la dispone a ulteriori riflessioni. Se “fuori” la fede è inappagata e blasfema, “dentro” vibra ancora con una buona e solita tonalità. Questa dialettica tra “interno-esterno” è sorprendente per la maniera figurata formulata in sogno da Rasia. L’organo”, il classico strumento musicale delle cerimonie sacre, è usato da Rasia nel suo significato greco “organon”: lo strumento che contiene il sacro, la summa teologica del Cristianesimo.

Resto attonita nel constatare che stanno svuotando la chiesa; fuori ci sono dei furgoni che stanno caricando con tutto ciò che c’era in chiesa.”

Il “sacro” è svuotato del suo senso e del suo significato. Il sentimento acritico dell’affidamento e della fede non riceve appagamento dal luogo e dal contenuto. In assenza di “carisma” si rischia che si svuoti anche il bisogno prepotente di credere. I “furgoni” si caricano di morti. Sono i camion dell’Esercito italiano che trasportano le bare dei morti. I furgoni portano via il senso del sacro della Vita, la ragione per il cristiano di vivere e di soffrire. Lo Stato è intervenuto e ha svuotato la Chiesa e la Chiesa si è lasciata svuotare dallo Stato. “Attonita” si traduce simbolicamente “stordita dal tuono”. Rasia è stordita dall’eclatanza del fatto blasfemo e dalle sue conseguenze.

Come si può vivere senza la fede, “invisibilia”, e senza le tracce visibili, “visibilia”, del sentimento del divino?

Dio non è mai morto, se il Figlio è morto, è poi risorto. Tanto meno è morto da “coronavirus” anche se per tre mesi.

Non c’è più l’altare, né i quadri, né i banchi… È quasi vuota! E la chiesa sembra molto più piccola.”

Il luogo del “sacro” è stato ridimensionato e svuotato dei suoi simboli e dei suoi riti, del suo significato profondo e del suo collegamento con il mistero del divino. La memoria del sacrificio, la rappresentazione del trascendente, gli strumenti dei fedeli sono stati asportati e svuotati del loro senso e significato. Il “vuoto” domina in questa chiesa ulteriormente ridimensionata dalla vanità e dalla crudeltà dei tempi. Rasia è addolorata per la perdita del suo riferimento privilegiato, la fede e il sacro, ma è oltremodo arrabbiata contro questa spoliazione della religione da parte del potere temporale, lo Stato. Il Cristianesimo ha subito una violenza inaudita e terribile, peggiore della persecuzione, lo svuotamento dei suoi contenuti spirituali e mistici, più che teologici. Per questo motivo il sogno di Rasia abbraccia tutte le fedi presenti sul tappeto storico in questo tempo di pandemia. Rasia si chiede come è stato possibile abdicare alla Fede a favore della Scienza, meglio, come è stata subito esclusa la salvifica Fede dal concorso alla ripresa dal lutto e dal dolore. Proprio la Fede, che sconfigge la morte e muove le montagne, è stata accantonata a favore di strategie materiali, veramente corporee, tecniche e logistiche.

Chiedo ad un sacerdote cosa stia succedendo; lui, sorridendo, mi risponde che hanno deciso di chiudere quella chiesa.”

La crisi del sacro trova deboli difensori nei ministri del carisma, nei dispensatori della Grazia di Dio, a riprova che i tempi sono veramente eccezionali e che la Chiesa ufficiale si è subordinata a coloro che hanno deciso anche per lei, il potere temporale, lo Stato laico che dispone la chiusura delle chiese senza porsi il problema della Fede dei suoi cittadini e della consolazione all’angoscia di morte. Rasia è stata colpita dai morti senza funerale, più che dalla morte fisica. E’ rimasta “attonita” per il ridimensionamento della Chiesa e per la passività delle strutture ecclesiastiche nell’obbedire alla Legge dello Stato posponendo la Legge di Dio. Il “sorridendo” del chierico sa di intelligente accettazione e di sorniona fiducia sul primato dello spirito sulla materia. “Hanno deciso”, non i nemici della Chiesa, i legislatori per salvare il corpo dalla morte.

Esco sconvolta con l’intenzione di segnalare sui social quello che sta accadendo all’insaputa di tutti. Come possono chiudere un luogo sacro, simbolo di tanti momenti importanti della comunità?!”

La carenza di sacro e di carisma, il privilegio del laico e del profano hanno colpito la dimensione psichica di Rasia più a livello sociale, che a livello personale se sente il bisogno di alleanza e di comunicazione. La scoperta dell’inganno perpetrato dallo Stato ai danni della Chiesa, dal corpo ai danni dell’anima, dall’ospedale ai danni della chiesa, è una presa di coscienza da condividere e da regalare ai suoi simili, ai correligionari che si trovano all’improvviso mutilati dei luoghi sacri e dell’esercizio visibile della Fede religiosa. Il luogo è “sacro” perché è un simbolo della crescita individuale e collettiva. Uno spazio anonimo del Comune acquista carisma attraverso l’investimento sublimato dell’energia vitale che dal corpo che muore si riabilita nell’eternità dell’anima. Rasia è stata colpita da piazza San Pietro deserta e dal Papa che irradiava il divino ai fedeli del mondo e non soltanto, a tutti gli uomini che in quel momento hanno trovato nell’affidamento alla fede sollievo alle angosce della propria e altrui morte. Ed è proprio vero che la Chiesa impedita ha trovato nei “social” e nell’Elettronica un valido veicolo di compensazione per la trasmissione del suo messaggio di salvezza.

Nel tempo del virus dovevamo assistere anche a questo spettacolo desolante e depressivo e si fa anche questo sogno. Il “fantasma di morte” e la sua angoscia colpiscono le varie sensibilità e di sensibilità Rasia ne ha da vendere.