SOLO PER FAR SESSO

TRAMA DEL SOGNO

“Non ricordo dove sono, incontro il mio ex , è bruttissimo, capelli lunghi un po’ rossicci, barba lunga e bianca con un elastico nel mezzo che forma come un codino, gli occhi stanchi ed un po’ lucidi.

Ci mettiamo a parlare e dopo un po’ lui mi propone di venire a casa mia, capisco che questa offerta è una proposta di far sesso, ma mi dico “tanto che ho da perdere? Ci vado e poi ognuno per la sua strada”

Mentre andiamo verso casa, io davanti e lui di dietro, mi viene il dubbio che se facciamo sesso poi non riesco più a sganciarmi da lui, perché magari si farà insistente. Mi chiedo se sia stata una buona idea accettare la proposta e ci rimugino fino a casa.

Arrivati a casa non mi ricordo da che parte salire al mio piano. Ed invece di andare dietro alla casa, vado sul davanti. Mentre passo davanti alla porta di mia madre, sento che si apre ed io in quel momento non voglio che mi veda con il mio ex. Vedo sgattaiolare fuori qualcosa di nero, ma non capisco cosa e poi la porta si richiude.

Io continuo a camminare verso una scala e ci salgo, mentre faccio gli scalini continuo a pensare se sto facendo la cosa giusta.

Arrivata sopra non riesco a salire sul terrazzo se non arrampicandomi su una struttura in legno traballante e mi siedo in cima, ha un fondo in compensato che sembra stia cedendo e continua ad oscillare, procedo da seduta spingendomi con fatica.

Penso: guarda che lavoro fatto male che ho fatto senza di lui e da quando lui non c’è, mi dirà che non so fare niente.

Ma non importa, continuo ad avanzare con la paura di cadere, finché non salto sul terrazzo. Mi giro per avvisarlo di stare attento, ma lui è già sceso ed è al mio fianco.

A quel punto dobbiamo entrare in casa, ma io sono ancora assalita dal dubbio di fare la cosa giusta, anche perché lui è brutto, io ho paura … ma non mi viene di dirgli di no.

Una volta entrati, lui mi chiede se può andare in bagno. Io gli dico di si, e lui mi risponde “sai, io devo andare anche a far la cacca.”

Intanto io vado a preparare la camera. Ma mentre sono là penso a come fare per mandarlo via, allora prendo il cellulare per mandare un messaggio all’amico con cui mi vedo ora per avvisarlo di dove e con chi sono (una forma di sicurezza se dovessi aver bisogno).

Però quando apro il cellulare c’è un gioco che gira e non mi permette di accedere ai messaggi ed io provo e riprovo ma non riesco ad uscire da quella modalità gioco e non potendo fare il messaggio mi prende la paura.

Sento che la porta del bagno si apre e nascondo il telefonino sopra all’armadio in modo che il mio ex non vada a controllare se ho mandato messaggi a qualcuno.

A quel punto aspetto che arrivi in camera … e là finisce il sogno.”

Questo lungo sogno appartiene a Merigiò.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Non ricordo dove sono, incontro il mio ex , è bruttissimo, capelli lunghi un po’ rossicci, barba lunga e bianca con un elastico nel mezzo che forma come un codino, gli occhi stanchi ed un po’ lucidi.”

Merigiò esordisce con la descrizione del suo “ex”, un uomo “ex” e fuori di lei, fisicamente, ma sicuramente “in” e dentro di lei, psichicamente, per quello che ha rappresentato e per tutto quello che ha vissuto con lui. I connotati fisici attestano di una precisa diffusione nello spazio psichico di questa figura di uomo, una presenza caratteristica che Merigiò si è portata dietro nel corso della sua vita non senza tentennamenti e rimpianti. Magari non riusciva a trovare di meglio o magari non aveva la giusta consapevolezza del suo valore e per questa carenza si è accontentata di un uomo che, all’emergere della sicurezza in se stessa, ha giustamente e figurativamente abbandonato per strada con tutti i suoi connotati fisici e psichici. Infatti, la descrizione dell’ex è proprio originale, ricca di elementi specifici e simbolici. Traduco: l’ex di Merigiò non è una bella persona, ha idee tutte sue di stampo persecutorio, è un attaccabrighe che pone tra sé e gli altri soltanto barriere, ha una visione della realtà coatta e una filosofia di vita ristretta a poche idee anche se chiare. Ma si sa che “ogni scarafone è bello a mamma soia” e, se questo soggetto critico è piaciuto a Merigiò, si prende atto che l’originalità estetica e caratteriale l’ha colpita a suo tempo. Di poi, quando si è riconciliata con se stessa, Merigiò ha preteso per sé una relazione migliore e più rassicurante, rispetto a una storia d’amore con un diavolo ambulante.

Ci mettiamo a parlare e dopo un po’ lui mi propone di venire a casa mia, capisco che questa offerta è una proposta di far sesso, ma mi dico “tanto che ho da perdere? Ci vado e poi ognuno per la sua strada”

Merigiò sognando si sta dicendo che l’attrazione vissuta nei riguardi del mostro descritto in precedenza si giustifica con la sessualità, con il “far sesso”, con l’istinto e la pulsione che non hanno bisogno della ragione e dei ragionamenti, con la forza dell’Es che non ha bisogno del divieto del Super-Io per essere messa in atto. Merigiò aveva una buona intesa sessuale con il suo ex e su questo trasporto dei sensi basava l’essenza del rapporto. E fin qui va bene, semplicemente perché una buona relazione di coppia deve avere come base un buon esercizio della “libido”; altrimenti che coppia è, di che coppia stiamo parlando? Di una coppia sublimata o di una coppia eterea che sta in cielo e non in terra. Merigiò in sogno riesuma il suo ex per l’attrazione sessuale e per la vita erotica che ha vissuto con un uomo che somiglia tanto al buon selvaggio allo stato di natura di rousseauiana memoria. La possibile contingente unione si sposa con la successiva separazione, l’incontro è possibile se basato sugli opposti del prendersi e del lasciarsi, sulla finalità esclusivamente godereccia e casereccia come il pane buono degli uomini primitivi. Una scopata alla grande “e poi ognuno per la sua strada” è un programma soddisfacente e un progetto di grande valore e di massima libertà anche se resta da chiedere il perché Merigiò sta sognando questa soluzione primitiva di sesso per la sua preziosa e bella persona. La risposta può attestarsi nella nostalgia di avere un maschio che sappia far bene l’amore come il suo “ex e sulla crisi di maschi di questo tipo nella panoramica esistenziale di Merigiò. Magari è in una situazione di crisi relazionale e di astinenza sessuale, per cui il corpo di notte chiede in sogno l’appagamento erotico e magari un orgasmo per culminare nel cielo delle stelle cadenti. Comunque, Merigiò è una donna libera e disinibita che dispone del suo corpo e della sua sessualità come le aggrada e le conviene. Questo è un dato notevole di autonomia psicofisica, ma non sempre tutte le ciambelle vengono con il buco. Vediamo come procede questo sogno descrittivo e con pochi connotati simbolici: una “fantasia a occhi chiusi” in forma narrativa come un fotoromanzo degli anni sessanta nel giornale del popolo che si titolava “Grand hotel”.

Mentre andiamo verso casa, io davanti e lui di dietro, mi viene il dubbio che se facciamo sesso poi non riesco più a sganciarmi da lui, perché magari si farà insistente. Mi chiedo se sia stata una buona idea accettare la proposta e ci rimugino fino a casa.”

Come dicevo, quello di Merigiò è un sogno quasi a occhi aperti dal momento che si serve di una vena narrativa e di una verve descrittiva che aggiungono chiarezza alla tensione che via via la protagonista costruisce su questo meraviglioso incontro del suo tipo: un rapporto sessuale, una storia di sesso, punto e basta. L’andare “verso casa” attesta della familiarità e della condivisione vissute in precedenza e “l’io davanti e lui dietro” conferma la direttività consapevole e volitiva di Merigiò durante il precedente menage di coppia, proprio quel menage sessuale che era il fiore all’occhiello e che la protagonista teme perché può rievocare una forma di dipendenza e un desiderio di ritorno al passato. Merigiò teme di riattaccarsi al suo ex proprio per quello che rappresentava nella coppia, un uomo che fa bene il sesso e che sa ben percorrere le località limitrofe. Non è messa bene a questo riguardo la donna e rimugina se aderire alla pulsione che la vuole eccitata o aderire al divieto che la vuole a rischio dipendenza. Riepilogando: un uomo e una donna si sono incontrati a suo tempo e hanno vissuto una buona intesa sessuale che è stata la parte costitutiva del loro rapporto. Dopo la separazione la donna vive una frustrazione sessuale e in sogno rievoca il suo partner con la gioia di rivivere l’eccitazione sessuale del passato e con il timore di ricadere nella storia a causa delle frustrazioni del tempo presente.

Arrivati a casa non mi ricordo da che parte salire al mio piano. Ed invece di andare dietro alla casa, vado sul davanti. Mentre passo davanti alla porta di mia madre, sento che si apre ed io in quel momento non voglio che mi veda con il mio ex. Vedo sgattaiolare fuori qualcosa di nero, ma non capisco cosa e poi la porta si richiude.”

Merigiò ragiona e valuta perdendo in attrazione e crescendo in riflessione. Merigiò aumenta le sue resistenze a lasciarsi andare alla trasgressione e al ritorno della fiamma erotica. Merigiò istruisce le sue difese dal coinvolgimento e tira fuori i tabù materni e familiari che hanno contrassegnato la sua formazione psichica e sessuale nel caso specifico. L’educazione di Merigò ha conosciuto l’intolleranza e la condanna della sessualità e della vitalità che a essa si ascrive, almeno prima del matrimonio. La figura materna è stranamente il “Super-Io” di Merigiò, perché di solito è il padre a investire questo ruolo di censore della mente e di torturatore del corpo delle figlie. Possibilmente l’ombra scura, “vedo sgattaiolare fuori qualcosa di nero”, è quel padre che non supera la prova repressiva perché l’istinto sessuale e la pulsione erotica della figlia sono decisamente più forti del divieto familiare e del tabù culturale dominanti. Il “salire” in questo caso non si traduce simbolicamente nel processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”, ma rientra nella costruzione della scena onirica e nel fomentare il quadro con l’effetto sorpresa, in maniera che l’eccitazione prenda il sopravvento con giusta causa e buon effetto di claque. Le porte che si aprono e si chiudono, la madre che c’è e non c’è, il davanti e il didietro, il vedere e il non vedere sono elementi costitutivi della sceneggiatura onirica e sono funzionali ad accrescere la tensione erotica della trasgressione e il rischio dell’avventura tra riedizione del “già vissuto” e dipendenza sempre dal “già vissuto”. Merigiò non riesce a liberarsi dalla morsa di eccitazione che sta elaborando in sogno e nello stesso tempo la fomenta attraverso il ricorso a tappe e a momenti di preparazione della scena finale con l’evento clou: fare sesso, vivere una contingenza di sesso. Il quadro costruito da Merigiò sa di ormoni in movimento, ha un sapore adolescenziale fatto di desiderio e repressione, di eccitazione e contenimento, di sblocco e di argine.

Io continuo a camminare verso una scala e ci salgo, mentre faccio gli scalini, continuo a pensare se sto facendo la cosa giusta.”

Merigiò a questo punto insiste sul “camminare” e sul salire la “scala” e sul fare “gli scalini”, per cui richiama il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” per aiutarsi a reprimere la voglia di sesso che si porta dietro sin dall’inizio del sogno e anche prima di andare a letto e dormire. Il ricorso alla valutazione del suo “Super-Io” attesta che la donna è anche disposta a sacrificare la sua “libido” pur di non sentirsi in colpa per il resto dei suoi giorni e per non avere l’amara sorpresa dell’ex che fraintende la finalità erotica dell’amplesso e magari la tarma a vita per tornare con lei. Merigiò sta giocando con il morto e lo sa, ma l’unico ostacolo allo sballo erotico può essere, almeno fin adesso, la censura morale del padre e della madre che poco prima sono sgaiattolati nell’ombra degli atavici tabù sessuali, quelli che rasentano la sessuofobia. Ma si sa che più reprimi e più ti ecciti, per cui Merigiò, per continuare a dormire e non svegliarsi in preda al desiderio inappagato, deve trovare l’espediente giusto e la forza di ascoltare i suoi bisogni erotici e le sue pulsioni sessuali senza ricorrere a frustrazioni inopportune e a dannose auto-castrazioni. Sta facendo la cosa giusta? A Merigiò prima il piacere e dopo l’ardua sentenza.

Arrivata sopra non riesco a salire sul terrazzo se non arrampicandomi su una struttura in legno traballante e mi siedo in cima, ha un fondo in compensato che sembra stia cedendo e continua ad oscillare, procedo da seduta spingendomi con fatica.”

La “sublimazione della libido” fortunatamente non funziona, dico fortunatamente perché la frustrazione di tanto desiderio sessuale avrebbe portato a una “conversione isterica”, a una somatizzazione delle tensioni inespresse con grave e contingente danno per l’equilibrio psicofisico di Merigiò. All’incontrario il fallimento della “sublimazione” scompensa meno il sistema economico e dinamico della psiche e apporta il vantaggio di usare la via diretta e non la via surrogata per espletare correttamente le funzioni sessuali. La “sublimazione della libido” traballa e si poggia su una base sottile che rischia di cedere e che oscilla. La fatica di Merigiò è tanta nel contenere il desiderio di fare sesso con il suo ex, per cui non le resta che abbandonarsi al moto degli organi vitali e al desiderio di avere un uomo adeguato al compito e collaudato nel tempo. Il quadro costruito da Merigiò è formidabile perché dà pienamente il senso dell’incertezza e del travaglio della scelta tra il prendere e il lasciare, una decisione tutta sua, un combattimento con se stessa e le istanze psichiche dell’Es che vuole, del Super-Io che impedisce e dell’Io che sta a guardare.

Penso: guarda che lavoro fatto male che ho fatto senza di lui e da quando lui non c’è, mi dirà che non so fare niente.”

Qualche senso di colpa Merigiò se l’è trascinato dopo la rottura con il suo ex e in particolare teme che lui la riprenda sul fatto che è rimasta una donna incompleta e non ha trovato un uomo equivalente a lui e tanto meno uno migliore. Merigiò ritiene che il suo ex le contesti la debolezza manifestata nel circuirlo e nell’accettare il suo invito a fare sesso, insomma non è tanto sicura della relazione che si può stabilire e dei discorsi che possono intercorrere in questo recidivo happening e soprattutto dopo. Merigiò teme anche la gelosia dell’uomo e la possibilità di sentirsi tradito in questo periodo in cui lei ha goduto della sua libertà e della sua autonomia. Merigiò non è tranquilla perché non è sicura della bontà della sua decisione di tornare sul luogo del delitto, si convince di non essere una buona assassina, ma la spinta pulsionale e gli ormoni indicano la direzione di una sana scopata.

Ma non importa, continuo ad avanzare con la paura di cadere, finché non salto sul terrazzo. Mi giro per avvisarlo di stare attento, ma lui è già sceso ed è al mio fianco.”

“Alea iacta est”, disse Cesare attraversando il Rubicone. “Il dado è tratto e la cosa si può fare”, dice Merigiò in sogno a se stessa e al suo ex: “non importa, continuo ad avanzare” anche con la sana paura di sbagliare. Merigiò riprende la seduzione e rilancia l’intesa anche se nei suoi desideri lui è già pronto al suo fianco per l’amplesso fatale. Marigiò non attribuisce al suo ex alcuna titubanza e segue la linea sperimentata di descrivere un maschio che riflette poco e che non ha paura di stare con una donna. La disinibizione, in effetti, appartiene a Merigiò, che la proietta su di lui per incentivare la sua spinta a sentirsi libera nella scelta e autonoma nella decisione. Decisamente si tratta di un invidiabile e auspicato traguardo. Il sogno continua e si compiace di accrescere la tensione come una forma di eccitazione preliminare.

A quel punto dobbiamo entrare in casa, ma io sono ancora assalita dal dubbio di fare la cosa giusta, anche perché lui è brutto, io ho paura … ma non mi viene di dirgli di no.”

Si conferma la decodificazione precedente. Merigiò è combattuta come Amleto e si chiede se scopare o non scopare. L’intimità è pronta e bella e fatta, la recezione sessuale è al punto giusto, bisogna sconfiggere le ultime resistenze che vorrebbero illegale e pericoloso il fattaccio e il tramaccio. Merigiò è assalita più dal desiderio che dal dubbio. In questo capoverso opera una traslazione dei significati ed è come se dicesse “che lo vuole e che è eccitata”. Convertendo le tensioni negative della paura e dell’incapacità a negarsi in positive, viene fuori quanto si diceva prima, uno stato di eccitazione sessuale che aspira a realizzarsi. “Brutto” si traduce eccitante. Merigiò non sa dirsi di no, non sa negarsi il benessere. E allora si va avanti verso il meglio, come prescrive il principio filosofico dell’ottimismo evoluzionistico.

Una volta entrati, lui mi chiede se può andare in bagno. Io gli dico di si, e lui mi risponde “sai, io devo andare anche a far la cacca.”

E’ la descrizione del coito desiderato: “entrare in casa”, “sono assalita”, “lui è brutto”, “io ho paura”, “una volta entrati”, “devo andare anche a fare la cacca”. Ho ripreso parti del precedente capoverso e del presente ed è venuta fuori l’allegoria del coito. I condimenti sono quelli giusti: la penetrazione, l’eccitazione, la forza dell’istinto, l’aggressività sessuale. In poche parole Merigiò ha tradotto mirabilmente in parole il suo desiderio sessuale e nelle sequenze in cui lo ha immaginato. I simboli dicono che “andare in bagno” significa intimità e ricerca di fusione, “fare la cacca” equivale allo scarico dell’aggressività anale, alla componente sadomasochistica della “posizione psichica anale” e propria della “libido” che si realizza nell’aggressività e nella passività del subire. Merigiò è una donna che vuole il maschio deciso e aggressivo, incisivo e determinato nell’esternare carezze inequivocabilmente condite di tollerabile sadismo. Ecco perché in sogno manda il suo ex a fare la cacca. La castità per Merigiò è veramente una sofferenza, ma ancora il sogno continua e può riservare sorprese oppure si può acquietare nel dopo l’orgasmo.

Intanto io vado a preparare la camera. Ma mentre sono là penso a come fare per mandarlo via, allora prendo il cellulare per mandare un messaggio all’amico con cui mi vedo ora per avvisarlo di dove e con chi sono (una forma di sicurezza se dovessi aver bisogno).”

Merigiò sta facendo di tutto, anche l’impossibile, per tenere sotto controllo i suoi istinti, ma non ci riesce e tra un prepararsi nella sua “camera” psicofisica e un pensiero di fuga elabora anche un senso di colpa nei riguardi dell’uomo che sta frequentando. Certamente Merigiò sta dicendo a se stessa che andare a letto con l’ex significa tradire l’altro, non è tanto sciocca da dover comunicare all’interessato il tradimento e oltretutto in diretta. Merigiò non si sente sicura solamente perché interviene a intermittenza il “Super-Io” a dirle che queste cose non si fanno tra la agente per bene e a prescriverle l’astinenza sessuale in cambio della virulenza della “libido”. “Una forma di sicurezza se dovessi aver bisogno” ricalca l’eccitazione tormentosa che Merigiò vuole vivere e che rientra nelle sue modalità eccitative e sessuali. Non è una donna che fa punto e basta, Merigiò è una donna che usa tanto la fantasia e che le cose le gusta fino in fondo, dall’inizio alla fine e nel mezzo ci mette tutti i condimenti necessari a un thriller di sessuale ispirazione.

Però quando apro il cellulare c’è un gioco che gira e non mi permette di accedere ai messaggi ed io provo e riprovo, ma non riesco ad uscire da quella modalità gioco e non potendo fare il messaggio mi prende la paura.”

Ritorna in versione amplificata e diretta il bisogno di Merigiò di complicare i preliminari psicofisici in vista di un’eccitazione che non tralascia alcun particolare nel midollo spinale e nella vagina, si manifesta ancora questa tendenza a fare di un volgare coito un poetico coito, di un prosaico amplesso un poetico amplesso, di una semplice scopata una accurata scopata. Merigiò non è donna che si fa mancare qualcosa quando fa le sue cose e questo capoverso onirico lo testimonia proprio con il bisogno di cercare aiuto e l’incapacità a trovarlo proprio perché non lo vuole, proprio perché non ne ha bisogno. Merigiò è sorniona e sa il fatto suo e, di certo, non ha paura di un uomo che già conosce e sa come prendere o di un uomo che si presenta nella scena della sua vita. Tutto questo semplicemente perché Merigiò sa di sé, ha una buona autocoscienza, una limpida auto-consapevolezza. Il “gioco” che le impedisce “di accedere ai messaggi” conferma quanto prima affermato. Merigiò sta giocando e si eccita con questi preliminari della seduzione e della conquista e non pensa minimamente di ragionare e di riflettere in questo trambusto dei sensi che aspira in progressione all’appagamento orgasmico. Se Merigiò cambiasse “la modalità di gioco”, andrebbe decisamente in crisi erotica e sessuale.

Sento che la porta del bagno si apre e nascondo il telefonino sopra all’armadio in modo che il mio ex non vada a controllare se ho mandato messaggi a qualcuno.”

Anche l’effetto sorpresa non manca in questo lungo e tormentato sogno di Merigiò. Il thriller non manca, con tutta l’eccitazione che si porta addosso, di testimoniare che il sentimento della gelosia è per lei una fonte di godimento. Non è il suo ex a essere geloso, ma lei che è gelosa e possessiva e non gode a condividere un uomo. Merigiò si difende con il meccanismo della “proiezione” e attribuisce al suo ex quello che è un suo precipuo vissuto, il sentimento della gelosia. E’ una donna che non vive in condominio e non concepisce la condivisione di un uomo, è una donna che le pensa tutte e ne pensa troppe, è una donna dal palato delicato e non si confonde con la massa anonima e asettica. Tutto è pronto per l’amplesso fatale e le ultime resistenze sono state debellate. Finalmente Merigiò è sola con se stessa e in compagnia del suo ex. Adesso si possono adempiere le scritture profane e laiche. Ora o mai più.

A quel punto aspetto che arrivi in camera … e là finisce il sogno.”

Merigiò ha combinato o non ha combinato?

Il lettore di questo testo deve farsene una ragione e deve prendere una posizione sul possibile prosieguo del sogno erotico di Merigiò. La mia risposta è la seguente: Merigiò si è fatto il suo ex abbondantemente durante il sogno, per cui non era necessario vivere narrativamente la fase finale del coito. Era giusto e naturale che si svegliasse senza cadere nell’incubo, proprio perché aveva tanto speso in eccitazione durante il “lavoro onirico” di costruzione delle varie sequenze. Anche l’attesa di lui, “aspetto che arrivi in camera”, dice dell’atmosfera seduttiva che Merigiò ha voluto costruire nel suo sogno elaborando scene magiche e umanissime allo stesso tempo.

Il sogno di Merigiò si può definire un sogno di sesso e si può degnamente concludere con il trionfo dei sensi di una donna fantasiosa e pratica.

MAMMA DOVE SEI ? AIUTAMI !

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo in macchina e avevo il cellulare a terra e mia figlia gridava: “Mamma dove sei, dove sei, aiutami!”
Io le rispondevo dicendo: “dimmi dove sei, che arrivo”.
Lei mi diceva dov’era, ma io non riuscivo a sentire e a capire.
Allora ho girato la macchina e ho pensato di avere sbagliato e di avere perso tempo.
Mi sono sentita in colpa.”

Questo è il sogno di Antonia Soares.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Antonia è un dramma intrapsichico, non ha niente a che vedere con la maternità e con la “posizione psichica genitale”, riguarda la rievocazione di un trauma rimosso e risalente all’infanzia e all’adolescenza. Questa dura riesumazione avviene durante un rapporto sessuale anonimo in cui la protagonista è tutta presa non dalla sua “libido” in atto, ma dalla sua angoscia e tenta di risolvere “il ritorno e l’afflusso del rimosso” con una presa di coscienza e una “razionalizzazione” che in passato non sono state effettuate semplicemente perché non si sono rese necessarie a causa del buon funzionamento della “rimozione” e degli altri “meccanismi di difesa” dall’angoscia che avevano preso in carico il trauma con tutto il suo contenuto tensivo.
La prima considerazione dice della delicata sensibilità che contraddistingue il periodo dell’infanzia, la seconda considerazione induce a riflettere sulla bontà del meccanismo psichico di difesa della “rimozione”, lo strumento principe che portò il dottor Freud a ipotizzare, più che a scoprire, una dimensione psichica inconsapevole e attiva, “l’Inconscio” del primo sistema psichico, quello che richiedeva una subcoscienza, “Preconscio”, e una coscienza, “Conscio”.
L’infanzia e l’adolescenza sono contraddistinte da una costante turbolenza del Corpo a cui la Psiche non riesce a star dietro. Il congenito ritardo di quest’ultima a prendere coscienza delle progressive ed evolutive modificazioni organiche è la causa principale delle crisi psichiche che caratterizzano i primi dieci anni di vita. La Psiche arriva sempre dopo il Corpo e lavora nel lungo termine. Se poi si aggiungono interferenze improvvide e azioni traumatiche da parte dell’ambiente e degli adulti nello specifico, la tempesta ormonale lascia il posto alle deformazioni psichiche in riguardo a settori determinanti per la vita di una persona come le funzioni affettive e sessuali. La violenza adulta sul mondo infantile è un tema così variegato e ampio da somigliare a una costellazione.
Per quanto riguarda il meccanismo psichico di difesa della “rimozione”, bisogna dire che non è duraturo e inossidabile perché spesso non funziona nel modo giusto e globale. Per questa imperfezione si verifica il “ritorno del rimosso” nelle situazioni di vita più imprevedibili e specialmente negli stati psicofisici particolarmente eccitanti e ricchi di connotati emotivi ed affettivi. Anche il sogno è un “ritorno del rimosso” in quanto fuggono dal carcere della “rimozione” le rappresentazioni e le emozioni collegate che si dispiegano nella scena onirica. Quando queste ultime si manifestano nella vita corrente, vengono prese in considerazione e in trattamento dai meccanismi psichici di difesa più sofisticati come la “formazione reattiva” o la “formazione di sintomi” o la “formazione sostitutiva” o la “formazione di compromesso”. In ogni caso il ripristino dell’equilibrio psicofisico è il primo obiettivo psichico da raggiungere dopo il fallimento parziale del sistema delle difese. Questo lavoro è opera dell’Io che ridisegna le rappresentazioni e stempera le tensioni in maniera accettabile. Pur sviluppandosi l’Io sin dal primo anno di vita, non riesce a organizzare esperienze e conoscenze, vissuti e fantasmi, affetti ed emozioni in maniera idonea all’equilibrio psicofisico, “omeostasi”, ma riesce a smaltire al meglio il cumulo delle tensioni nervose. Se in quest’opera di riordino arriva un trauma causato da un’esperienza violenta, come ad esempio la pedofilia, ecco che l’Io incorre in una difficoltà ulteriore al normale minuto mantenimento e deve ricorrere all’uso di meccanismi di difesa adulti e più complessi come la “razionalizzazione” o la “sublimazione”.
Ulteriore rilievo va dato alla frattura psichica tra il trauma subito da Antonia bambina e la mancata o parziale consapevolezza di Antonia adulta: “Lei mi diceva dov’era, ma io non riuscivo a sentire e a capire”. Manca la continuità nel flusso psicofisico tra l’infanzia e la maturità a causa della difesa operata dal meccanismo della “rimozione”, il quale ha lavorato bene separando la scena del trauma dall’angoscia collegata, ma ha introdotto nel sistema un’entropia e un disordine che nel tempo e con l’uso continuato hanno indebolito la compattezza della struttura, “organizzazione psichica reattiva”. Più si rimuove e più ci si indebolisce, per cui la prognosi impone che il rimosso venga smaltito con la presa di coscienza e la razionalizzazione man mano che si presenta e abbandonando la politica conservativa dello struzzo che nasconde la testa sotto la terra ma viene beccato dall’avvoltoio nelle parti intime. Antonia stessa lo dice nella conclusione del suo breve e ricco sogno: “ho pensato di avere sbagliato e di avere perso tempo. Mi sono sentita in colpa.” Ha accantonato nel ripostiglio e nel dimenticatoio il trauma sessuale e la violenza collegata, ma è successo che la rappresentazione o la scena è stata dimenticata, ma l’angoscia è rimasta in circolo per essere ridestata dalle scene e dalle situazioni similari occorse inevitabilmente alla donna adulta. Non si insisterà mai abbastanza sulla necessità salvifica della presa di coscienza anche dei vissuti più truci e turbolenti. “Conosci te stesso” equivale a non rimuovere troppo e a un “sapere di sé” che consente un buon gusto della vita.
Si può procedere con la decodificazione.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mi trovavo in macchina e avevo il cellulare a terra e mia figlia gridava: “Mamma dove sei, dove sei, aiutami!”

I temi dell’angoscia di una figlia che invoca il soccorso della madre si presentano immediatamente in questo breve ma intenso sogno. Antonia si presenta come madre e figlia di se stessa e rivive all’improvviso una esperienza della sua infanzia mentre si trova nel contesto ben preciso della “macchina”, nel pieno esercizio della sua vita sessuale. Antonia sta vivendo un’esperienza amorosa e si sente bambina disperata e in cerca di aiuto, riesuma per via associativa un trauma subito nell’infanzia con tutte le emozioni che sono rimaste congelate dentro. E’ sfuggito alla “rimozione” e al controllo dell’Io l’episodio violento che Antonia ha subito da bambina sulla pelle e sul corpo, un trauma di qualità sessuale proprio perché si ridesta in un similare contesto.
Il “cellulare” è uno strumento di comunicazione e rappresenta simbolicamente il potere di comunicare, uno strumento che viene a mancare tra la donna che si sta per affidare alle sensazioni del corpo e la bambina che chiede aiuto sotto le sferzate del ricordo della violenza. Antonia non è compatta e chiede aiuto come una bambina terrorizzata che cerca una simbiosi protettiva con la madre. La figura maschile non compare in maniera evidente e questa assenza attesta della terrificante intensità emotiva che Antonia sta vivendo nella sua persona.
Vediamo i simboli: “trovavo” rappresenta la realtà psichica in atto, “macchina” condensa gli automatismi neurovegetativi della funzione sessuale, “cellulare” contiene il senso della relazione e della comunicazione oltre che il potere fallico, “a terra” attesta della caduta del potere relazionale, “figlia” rappresenta la dipendenza psicofisica e la parte psichica indifesa, “gridava” è una scarica isterica catartica delle tensioni, “mamma” condensa la libido genitale e il potere degli affetti, “dove sei” significa quale consistenza hai, “aiutami” condensa il bisogno di dipendenza psicofisica.

“Io le rispondevo dicendo: “dimmi dove sei che arrivo”.

Antonia mamma cerca se stessa figlia per aiutarla, la donna cerca la bambina sempre per alleviare l’angoscia. Antonia tenta questo incontro con quella “parte psichica di sé” che è in netta crisi durante un episodio di ordine sessuale che ha ridestato un antico trauma. E allora Antonia opera una “regressione” difensiva, si fissa nell’infanzia e si dice: “cerca di capire cosa si è mosso in te e in questo modo risolvi la situazione”. “Arrivo” ha proprio il senso della comprensione razionale della situazione traumatica emersa durante il rapporto sessuale, un trauma dell’infanzia che la donna adulta sente affiorare ma non riesce a capire e a controllare. E’ un conflitto intrapsichico tra la mamma che protegge la figlia bisognosa d’aiuto, tra la parte adulta e la parte bambina in un viaggio di andata e ritorno che non riesce a trovare il punto di partenza e di arrivo ossia la consapevolezza di cosa si è mosso e di cosa si sta consumando. Antonia non riesce a riabilitarsi psicologicamente e subisce le tensioni antiche che sono riemerse. Parafrasiamo lo psicodramma: “se capisco cosa si è mosso in me e in riguardo all’infanzia, se intuisco quale trauma si è ridestato, se mi raccapezzo sul passato emerso in questa situazione intima, certamente mi ricompatto e riprendo la consapevolezza del presente senza subire la tirannia del passato mal digerito.” Antonia non sa e Antonia non capisce semplicemente perché non c’è flusso comunicativo tra l’infanzia e la maturità in riguardo al trauma.
Vediamo i simboli: “rispondevo” equivale cerco un collegamento e una sintonia con me stessa, “dicendo” rappresenta l’energia genitale della parola e il dono di una parte di sé, “dimmi” o ingiunzione di aiuto, “dove sei” ossia dove ti attesti o cosa ti è venuto fuori, “arrivo” contiene il senso di una soluzione razionale e di una comprensione del materiale psichico emerso.

“Lei mi diceva dov’era, ma io non riuscivo a sentire e a capire.”

La sua parte bambina, quella traumatizzata, comunicava, ma la donna adulta non riusciva “a sentire e a capire”. Antonia è disturbata dall’emergere di un trauma infantile durante un rapporto sessuale, ma non riesce a capire di cosa si tratta. Sente che è regredita all’infanzia, ma non ricorda e non ha consapevolezza. Percepisce il disagio psichico e il carico d’angoscia senza riuscire a collegarlo a una esperienza vissuta e a inserirlo nel contesto che sta vivendo. Esiste una distonia tra il presente e il passato che ritorna, una disarmonia tra il piacere e il dolore, una cesura tra il trauma e la memoria. Antonia vive soltanto le emozioni negative di un qualcosa di indefinito che la riporta all’infanzia e all’adolescenza e che non riesce a definire, a comprendere, ad afferrare e a razionalizzare.
Vediamo i simboli: “Lei” rappresenta la parte psichica dipendente e debole, “diceva” contiene l’energia della parola e della comunicazione, “dov’era” o della consistenza del trauma, “io” rappresenta la parte adulta della protagonista, “non riuscivo” condensa il senso dell’impotenza e la consistenza del blocco, “sentire” si collega alla percezione e alla partecipazione empatica, “capire” o contenere nella sfera razionale dell’Io.

“Allora ho girato la macchina e ho pensato di avere sbagliato e di avere perso tempo.”

Antonia reagisce a una forma d’intuizione sommaria e si ritira dall’amplesso sessuale e in questa modificazione dei dati ha la consapevolezza di avere vissuto la sua “libido” in maniera critica e conflittuale. Arriva la presa di coscienza dell’errore e della persistenza nel difetto per la mancata razionalizzazione del trauma. La mancanza di Antonia non ha permesso una giusta collocazione psichica nei riguardi del suo corpo e del maschio. Del resto, dopo aver subito una violenza sessuale, Antonia si è trovata a ricercare il suo potere e problematizza in sogno la sua collocazione nella relazione sessuale attraverso la simbologia della “macchina” che va in una certa direzione e della macchina che inverte la rotta. Antonia riesce a capirsi meglio per viversi meglio.
Vediamo i simboli: “girato la macchina” o cambiato consapevolezza sulla sessualità, “pensato” o funzione dell’Io e presa di coscienza, “sbagliato” condensa la fallacia e la difesa dal coinvolgimento, “perso tempo” o disarmonia psichica e sessuale.

“Mi sono sentita in colpa.”

Come si spiega il senso di colpa dopo l’inversione di rotta psichica?
Si spiega con il ritardo con cui è avvenuta la presa di coscienza e con il persistere del danno psichico che Antonia ha continuato a vivere dopo il trauma subito. Avrebbe dovuto raggiungere prima questa sua verità, ma i “meccanismi di difesa” hanno fatto il loro dovere funzionando al meglio possibile nelle condizioni date.
Alla luce di tutto questo è legittima la domanda: “ma quanto materiale psichico ci portiamo addosso mentre viviamo e quanto ci condiziona nelle quotidiane benefiche traversie?”
Comunque, tutto bene quel che finisce bene. Il sogno ha ancora una volta evidenziato il guasto del contatto tra madre e figlia, ma, non avendo capito il messaggio latente, Antonia ha subito il danno.

PSICODINAMICA

Il sogno di Antonia sviluppa la psicodinamica di un trauma sessuale subito nell’adolescenza che si ridesta nella vita adulta nell’esercizio della “libido genitale, a riprova che i “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia possono non funzionare in maniera ottimale e produrre un ritorno delle tensioni collegate al trauma. Le tensioni, a suo tempo, erano state separate dalla rappresentazione a opera dell’Io per continuare a vivere in equilibrio e nella semplificazione della vita corrente. Il sogno ha la capacità di presentare i traumi sotto forma simbolica proprio perché nel sonno l’azione mediatrice dell’Io è quasi assente e notevolmente ridotta, per cui si verifica il “ritorno del rimosso” o l’emersione del materiale psichico ingombrante e ingestibile dalla coscienza. Il senso di colpa per la mancata presa di coscienza subentra nel finale, ma senza quella chiarezza e certezza che Antonia abbia intuito di cosa si tratta. La lettura della decodificazione del sogno apporterà quel chiarimento che la protagonista non ha ancora a disposizione e che le consentirà di riformularsi dentro e nelle relazioni.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

La decodificazione dei “simboli” è stata effettuata cammin facendo e centrandola sul contesto vissuto da Antonia.

Evidenza di archetipi non pervenuta.

Il “fantasma di abbandono” sembra manifestarsi in “Mamma dove sei, dove sei, aiutami!”, ma si tratta di una frattura intrapsichica e di una mancata presa di coscienza.

L’istanza psichica vigilante “Io” è presente in “ho pensato”. L’istanza pulsionale “Es” si evidenzia in “Mi trovavo in macchina” e in “mia figlia gridava: “Mamma dove sei, dove sei, aiutami!”. L’istanza censoria e limitante “Super-Io” compare in “Mi sono sentita in colpa.”

Il sogno di Antonia non presenta una “posizione psichica” specifica perché si svolge in un presente che include una formazione psichica completa che va dalla bambina alla donna. L’amor proprio di una consapevolezza del trauma dispone per un tratto “narcisistico”.

Il sogno di Antonia si serve dei meccanismi psichici di difesa della “condensazione” in “macchina” e in “figlia” e in “mamma”, dello spostamento” in “cellulare” e in “sentire” e in “capire”, della “rimozione” in “mamma dove sei?”, della “drammatizzazione” in “Mamma dove sei, dove sei, aiutami?”. “Io le rispondevo dicendo: “dimmi dove sei, che arrivo”.

Il processo psichico di difesa della “regressione” rientra nei limiti della funzione onirica e si suppone in “mia figlia gridava” con la “fissazione” associata. Il processo psichico di difesa della “sublimazione” non è presente.

Il sogno di Antonia contiene un tratto “narcisistico” all’interno di una “organizzazione psichica genitale”: amor proprio nella ricerca di ricompattare la psiche.

Le “figure retoriche” formate da Antonia nel suo sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “figlia” e in “mamma”, la “metonimia” o nesso logico in “sentire” e in “capire”, la “enfasi” o forza espressiva in ““Mamma dove sei, dove sei, aiutami!”

La “diagnosi” dice di un trauma infantile emerso per il mancato funzionamento dei meccanismi di difesa durante il sonno.

La “prognosi” impone ad Antonia di portare a consapevolezza il trauma, al fine di evitare che incida nella quotidianità e nell’esercizio della vita sessuale.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in un ulteriore “ritorno del rimosso” con la sintomatologia d’angoscia e con la limitazione della “libido” a vissuti di gratificazione dell’altro e con la candidatura all’anorgasmia.

Il “grado di purezza onirica” del sogno di Antonia è “buono” alla luce della drammaticità incalzante che lo contraddistingue. La vena narrativa non inficia la simbologia e la psicodinamica. La sintesi aiuta il decorso interattivo dei simboli senza confusione.

La “causa scatenante” del sogno di Antonia, “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta in un ricordo del primo pomeriggio o in un rapporto sessuale antecedente al sonno.

La “qualità onirica” è la “frustrazione”vissuta in maniera direttamente proporzionale all’incalzare degli eventi.

Il sogno di Antonia si è svolto durante la seconda fase del sonno REM alla luce dell’intensità emotiva e della chiarezza logica.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nel senso dello “udito” in “gridava” e in “le rispondevo dicendo” e in “non riuscivo a sentire”.

Il “grado di attendibilità” della decodificazione del sogno di Antonia è “buono” alla luce della chiarezza dei simboli e della loro interazione. Di conseguenza, il “grado di fallacia” è minimo.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Antonia è stata considerata da una lettrice anonima che non si è voluta qualificare. Alle fine ha posto le seguenti domande.

Domanda

Possibile che il sogno dice a modo suo quello che ci portiamo dentro anche quando siamo a letto e mentre facciamo l’amore?

Risposta

Proprio quando si abbassano le difese della vigilanza, come nel sogno e nelle esperienze ad alta tensione emotiva, i “fantasmi” emergono sotto forma di energia nervosa, grossolanamente definita angoscia. Il “fantasma” è un’esperienza sensoriale che ha un’immagine, una rappresentazione simbolica. Diciamo meglio, ad Antonia in sogno emerge la tensione nervosa, l’agitazione a cui lei non sa dare l’immagine giusta perché non sa collegarla a quel preciso contesto traumatico della sua infanzia. Del resto, la “rimozione” è dell’immagine, della rappresentazione, della scena e non della tensione nervosa. Quest’ultima resta dentro congelata e può essere attivata da qualsiasi stimolo che nel corso della vita si può associare al trauma subito. Tutto questo l’ho spiegato prima. Quindi proprio quando le difese non funzionano, ritorna la magagna di quello di irrisolto che ci portiamo dentro.

Domanda
L’ho capito. Ma perché proprio nel sesso?

Risposta

Perché il sesso è ancora avvolto nei drappi dei tabù, dei divieti, dei peccati. E anche perché si tratta di tematiche molto intime e di vissuti estremamente personali.

Domanda

Quindi a letto ci portiamo il passato. Non siamo mai liberi anche nei momenti più nostri.

Risposta

Proprio così. Là dove c’è emozione e sentimento, piacere e libertà, disinibizione e trasgressione, le censure si attenuano e le difese progressivamente cadono, per cui si svelano gli altarini e si possono scatenare emozioni pregresse di qualsiasi tipo, tecnicamente si possono avere delle “scariche isteriche” da conversione di vissuti antichi come nel caso di Antonia, una donna adulta che durante l’intimità sessuale sente arrivare e subisce una crisi legata a un trauma che aveva subito da piccola.

Domanda

Parliamo di questi traumi sessuali, di queste violenze contro le donne che sono all’ordine del giorno. Ma le violenze contro le bambine non emergono e della pedofilia si parla per certi casi, come gli ecclesiastici, e poi basta.

Risposta

La pedofilia è molto diffusa soprattutto nelle famiglie, “intra moenia”, e queste violenze non vengono denunciate sia per le minacce e sia per un falso senso della dignità sociale. Quando i bambini parlano, spesso non vengono creduti e paradossalmente sono puniti per la loro perversa fantasia. A tal proposito ricordo che le madri negli anni cinquanta non lasciavano le figlie con i mariti e vigeva lo schema animalesco del padre che seduceva e violentava le figlie. La tesi degli antropologi che l’incesto è naturale anche nei primati superiori veniva confermata.

Domanda

Quindi spesso a scuola ci troviamo di fronte bambini traumatizzati e magari procuriamo loro altri traumi o li valutiamo come ignoranti e scansafatiche e invece soffrono e noi non lo sappiamo. Ma cosa si può fare?

Risposta

La scuola deve essere più sensibile e più “psicologica”. Per il resto, nei casi di pedofilia va bene la psicoterapia individuale. Anche la psicoterapia della famiglia ha i suoi pregi, perché consente a tutti di parlare, di porre i problemi e i disagi, di poterli correggere. Inoltre favorisce una modalità di comunicazione corretta e proficua per tutti i membri del gruppo. Comunque si è capito che lei è maestra.

Domanda

Ma perché Antonia non sentiva e non capiva?

Risposta

E’ la classica reazione di chi subisce una violenza. La psiche e il corpo si assentano e subentra una forma di anestesia e di inconsapevolezza in attesa che passi la tempesta. Le bambine e le donne che hanno subito violenza raccontano in questo modo il loro calvario. Questo è anche il senso di “non sentire” e di “non capire” di Antonia nel sogno.

Domanda

Mi pare di aver capito che una persona che rimuove i suoi traumi è più nervosa delle altre.

Risposta
L’uso eccessivo della “rimozione” produce una carica nervosa che traspare nella vita di tutti i giorni. Quando non funziona, si ha il “ritorno del rimosso” e la conversione delle tensioni nelle funzioni del corpo o nella ideazione, oppure si usa un alto meccanismo di difesa. Quando vedi una persona nervosa o meglio costantemente reattiva, è legittimo pensare che ha facilità a usare il meccanismo di difesa della “rimozione”.

Domanda

Ma siamo combinati bene a livello psicologico perché abbiamo tante risorse e possibilità.

Risposta

Madre Natura ci ha voluto bene. Dobbiamo usare e dosare bene con la “presa di coscienza” i nostri conflitti e i nostri disagi, così come le nostre gioie e le nostre positività. “In medio stat virtus.” La Psiche non ama gli eccessi. Esistono dei confini al di là e al di qua dei quali non si attesta la rettitudine. In ogni caso le funzioni dell’Io di razionalizzare e di scegliere i meccanismi e i processi di difesa giusti e non pericolosi sono determinanti.

Domanda

Quale canzone ha scelto per questo sogno, visto che lei ama associare la cultura popolare ai temi dei sogni e le dirò che la cosa mi piace un sacco. Io avrei pensato a una canzone che tratta della violenza su una ragazza come la canzone di Luca Barbarossa del 1988 intitolata “L’amore rubato”. Cosa ne pensa?

Risposta

Meglio di così non è possibile. Anzi…meglio di così…soltanto gli spaghetti alla carbonara con la pancetta della signora Rosa di Carbonera, ridente paesello in provincia di Treviso.

 

“MORTA, SEI FELICE?” O LA MORTE E LA FELICITA’

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Sono davanti ad un cancello di una villa e una ragazzina mi porge un vecchio telefono cellulare.
Lo prendo in mano e sul display si visualizza un “sms” che mi ha inviato standomi di fronte.
Il messaggio dice: “Morta, sei felice?”
Mi sento offesa per essere stata definita “morta”, ma le spiego che sono felice e lo faccio da un elicottero volando basso sopra di lei da poterla toccare sulla testa….”

Il sogno è firmato “Morta” e la protagonista lo titola “la morte e la felicità”, per l’appunto.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

La “presa di coscienza” del materiale psichico rimosso, un trauma o un fantasma, si attesta nel rivisitare e rivivere al presente parti formative della nostra storia, eventi che ci hanno psicologicamente segnato e contraddistinto. La vera e giusta “presa di coscienza” non è un gioco intellettuale fine a se stesso e istruito per divertimento dalla nostra facoltà razionale, ma è un processo travagliato che porta all’evoluzione psichica tramite l’accettazione e l’amorosa cura di sé. Questa è l’operazione psicoterapeutica insegnata ventiquattro secoli fa da Socrate e che Morta esegue egregiamente nel suo sogno: “l’ironia e la maieutica” per portare avanti il progetto psichico esistenziale del “conosci te stesso”. Morta è una donna che si definisce in questo modo truculento per attestare che ha razionalizzato e accettato la sua infanzia e adolescenza, la stagione della vita in cui si è formata e che nei suoi desideri avrebbe voluto più vivace e meno pacata, più ricca di “libido” trasgressiva e meno inibita da insulsi divieti e atavici tabù. Ma si sa che del “senno di poi son piene le fossa” e, allora, bisogna procedere verso la revisione e il superamento, la comprensione e il progresso, il recupero e la reintegrazione del materiale psichico estromesso e alienato. Ecco che all’uopo arriva la preziosa funzione dei sogni di gelosa custodia del passato e di preparazione del futuro nella dimensione del presente. I sogni sono i generosi tutori dei nostri desideri. Il “senno di poi” non serve perché è il patrimonio dei “se” e dei “ma” e appartiene al corredo difensivo delle persone inette e indolenti.
Morta ha posto pace al desiderio di riottosità contro le possibilità non attuate, ha operato la “razionalizzazione” dei suoi vissuti e dei suoi fantasmi in riguardo all’infanzia e alla prima adolescenza, ha capito che quello che poteva nascere non è nato semplicemente perché non era stato preparato e perché non era stato disposto e, di conseguenza, non poteva vedere la luce.
Eppure Morta avrebbe voluto essere la ragazzina impudente e schietta, truffaldina e provocatrice con cui nel sogno si mette in relazione con fare sornione e costruttivo.
Analizziamo le vezzose e accattivanti movenze oniriche.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Sono davanti ad un cancello di una villa e una ragazzina mi porge un vecchio telefono cellulare.”

Morta usa il meccanismo della “proiezione” e della “spostamento” per entrare in relazione con se stessa e, nello specifico, con la figura adolescente del suo essersi desiderata “una ragazzina” intraprendente e innovativa, ai ferri corti con l’ambiente e con il coltello tra i denti. Morta può uscire allo scoperto e relazionarsi con la sua adolescenza, una tappa della sua vita oltremodo significativa, la madre della sua formazione psichica e l’inizio di quello che non avrebbe voluto essere e che inevitabilmente è stata. Il “vecchio telefono cellulare” rappresenta il sistema delle relazioni, le modalità di rapportarsi con se stessa e con gli altri, con la realtà delle cose e con il mondo. La “ragazzina” rappresenta l’età della trasgressione della spudoratezza, della disinibizione sociale e della provocazione, una tappa esistenziale psichica a metà tra l’infanzia e la prima maturità, l’adolescenza con tutte le sue problematiche conflittuali. Da notare, inoltre, che Morta si trova “davanti al cancello di una villa” ossia davanti ai suoi limiti, ma in una convinzione altolocata del suo “Io” e della sua persona. Queste sono le sue difese psichiche, quelle che le hanno impedito di essere, di poi crescendo e confrontandosi con il prossimo, come avrebbe desiderato.

“Lo prendo in mano e sul display si visualizza un sms che mi ha inviato standomi di fronte.”

Morta è entrata in contatto con se stessa e con il suo passato adolescenziale e si prende amorosa cura di sé, “lo prendo in mano”. Ha piena e oggettiva consapevolezza, “visualizza un sms”, dell’altra sé stessa, la “ragazzina”. Ha razionalizzato e scritto un messaggio a mo’ di pacata “presa di coscienza” senza alcun equivoco e senza alcuna ambivalenza, nudo e schietto, “standomi di fronte”.

“Il messaggio dice: “Morta, sei felice?”

Morta ragazzina dice a se stessa adulta se ha ben capito e razionalizzato la sua adolescenza. Adesso che è una donna compatta e piena di sé, a differenza dell’inquietudine e del tormento del passato, può trovare appagamento e felicità. Quest’ultima è da intendere letteralmente dal greco “eudaimonia”, “buon demone” dentro, una buona e consapevole “libido” tutta da vivere e da godere. “Morta sei felice?” congloba una contraddizione semantica: come può essere felice una Morta? Ma Morta è il suo nome desunto dalla consapevolezza adulta che ha vissuto l’adolescenza in maniera pacata, senza vitalità e trasgressione per paura di essere rifiutata dal suo nucleo affettivo. Morta doveva essere brava e fare la brava.

“Mi sento offesa per essere stata definita “morta”, ma le spiego che sono felice…”

La felicità è l’assenza di affanni e di angosce, è la presenza di un “buon demone” nel corpo e nella mente. Morta spiega e si spiega, “razionalizza”, il suo passato di adolescente ligia al dovere e vissuta a metà, diversa dai suoi coetanei più “springhi” che investivano “libido” senza essere bigotti o bacchettoni. La percezione del “mi sento offesa” si attesta nell’essere colpita emotivamente da una verità tutta sua a cui è arrivata dopo lungo travaglio e onesta gestazione, “le spiego”.

“e lo faccio da un elicottero volando basso sopra di lei da poterla toccare sulla testa….”

Il riconoscimento e la riconoscenza verso il suo essere stata adolescente avvengono secondo un blando processo di “sublimazione della libido”, “un elicottero” che “volando basso” consente una prossimità alla realtà e una amorevole cura di se stessa: io sono questa, non posso essere un’altra. E, allora, Morta è orgogliosa delle sue ragioni, “toccare la testa”, e si può vantare del suo “comunque andare”, del suo coraggioso procedere nel cammino dell’esistenza.

PSICODINAMICA

Il sogno di Morta verte sulla “razionalizzazione” dei vissuti e dei “fantasmi” d’inadeguatezza legati alla sua adolescenza, propone l’amorosa cura di sé, recupera e integra nell’organizzazione psichica “parti di sé” conflittuali e traumatiche. Il sogno di Morta merita la definizione di “elogio della consapevolezza”. Degna di rilievo e ben visibile è la funzione del sogno di compattare la psiche recuperando il materiale alienato o estromesso.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Morta evidenzia la funzione dell’istanza psichica “Io” nell’essere attrice del meccanismo di difesa dall’angoscia della “razionalizzazione”: “il messaggio dice”, “mi sento offesa” e “le spiego”. E’ presente l’istanza “Es”
in “una ragazzina” e “sei felice”. L’istanza psichica “Super-Io” si lascia intravedere e supporre nella infelicità dell’adolescenza legata a pulsioni repressive e paure introiettate dall’ambiente familiare: “morta, sei felice?” E’ presente la “posizione psichica orale” in “sei felice?” e la “fallico-narcisistica” nella misura naturale: volersi bene e soddisfazione.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa presenti nel sogno di Morta sono i seguenti: la proiezione” in “una ragazzina”, lo “spostamento” in “una ragazzina”, la “condensazione” in “una ragazzina” e “cancello villa” e “telefono” e “elicottero” e altro. Domina il sogno di Morta il processo psichico di difesa dall’angoscia della “razionalizzazione”: “messaggio” e “le spiego”. E’ presente in forma blanda il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” in “elicottero volando basso”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Morta evidenzia un tratto “narcisistico” all’interno di un’ordinata “organizzazione psichica orale”: mi voglio bene e sono determinata da bisogni affettivi.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche richiamate nel sogno di Morta sono la “metafora” in “ragazzina”, la “metonimia” in “elicottero” e “volare basso”.

DIAGNOSI

La diagnosi dice della psicodinamica della razionalizzazione del materiale psichico rimosso ed emerso alla coscienza. Nello specifico, l’adolescenza travagliata e il “non nato e vissuto di sé” e lo stato adulto sono integrati e compattano la “organizzazione psichica reattiva”, il carattere o la personalità.

PROGNOSI

La prognosi impone a Morta di continuare nelle prese di coscienza e nell’accettazione di sé e dei vissuti adolescenziali. L’amorevole cura di sé e il gusto delle evenienze della sua esistenza consentono di costruire il meglio per sé. Bisogna coltivare “la ragazzina” per esaltare la donna.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella possibile “rimozione” difensiva del materiale psichico emergente a livello di coscienza e nella conseguente “psiconevrosi istero-fobica” che è in grado di produrre somatizzazioni eclatanti.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Morta è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Morta è legata a un’intuizione pacata di “parti di sé” e alla valutazione razionale del conseguente benessere.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità onirica del sogno di Morta è ironica e discorsiva con paradosso linguistico e semantico incorporato: Morta sei felice?

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

A coronamento del sogno di Morta e al di là di tutte le sterili teorizzazioni, mi pregio di proporre il travaglio psicofisico di una donna forte e coraggiosa, costretta alle “prese di coscienza” più acrobatiche e drammatiche, Antonia Suarez, l’innamorata e tenera amante del poeta mediterraneo Balduccio Lagrange Sinagra.
Il brano è da sentire e gustare a piccole dosi e con assoluta calma.

ANTONIA,
L’UNICA E LA DOPPIA

Ciao Fernando,
sono Antonia e ho deciso di scriverti
perché ho bisogno di fermarmi un attimo.
In questi giorni corro troppo con il cervello,
quasi il galoppo di uno stallone di razza.
Penso all’euro,
alla fesa di tacchino,
al telefonino da mettere in carica,
al culo a mandolino di mia sorella,
al teatro con i burattini e le marionette,
alla zucca gialla ricca di carotene,
alla cieca fortuna che ci vede da dio.
So pensare a tutte queste cose
e mi ricordo anche di spegnere la moka
prima che il caffè venga su come uno zunami
e inondi il piano della cucina.
Penso,
mi ricordo anche di portare dentro la legna per la stufa
e di svuotare la vaschetta della cenere.
Penso, ma non sono.
Mi ricordo, ma non sono.
Dentro di me sono confusa come una mentecatta
e di per me stessa mi sento sguazzata come una lattina di coca cola.
Non so pensare o capire come sto,
non riesco a mettere in ordine le mie idee.
Ma cosa voglio?
Non so pensare al lavoro,
alla comunità alloggio,
non so pensare a un programma,
se un programma io posso pensare.
A volte sento che il mio corpo funziona,
funziona anche bene se vogliamo,
ma c’è un nastro in testa
che mi frastorna e mi rimescola,
un nastro di pensieri come un film,
una pellicola di celluloide
che scorre girandomi e rigirandomi dentro.
Nessuna immagine si può fermare
perché il nastro deve scorrere e non si può fissare.
E così so
che di corsa sono finalmente andata in farmacia
a prendere lo Xanax per mia madre e l’Efferalgan per me,
che si sono tenuti cinquanta centesimi di resto
e che mi hanno fottuta con questo maledetto euro che non capirò mai
perché la morte della lira mi ha mandato in confusione.
E così so
che alle tre di notte mi sono bevuta una moka express,
che ieri ho fumato meno di un pacchetto e mezzo di sigarette,
che venticinque euro non corrispondono alle cinquanta mila lire
che mio padre mi dava per il lavoro in serra,
che la fesa di tacchino non equivale al petto di pollo
soltanto perché costa meno.
Ma io dove sono?
Dove sono?
Io sono dietro,
dietro i pensieri,
dietro il corpo,
dietro la faccia,
dietro questa facciata esterna di benessere,
dietro le faccende quotidiane,
dietro le attività del centro diurno,
ma sono così dietro che mi sono persa di vista.
Ho bisogno di sentire,
di sentirmi,
di fermare questo film,
questo nastro che scorre indipendentemente da ciò che faccio,
ma che è così confuso
che non riesco a proiettarlo in uno schermo grande
per poterlo focalizzare.
Ci sono due Antonie,
una fa e partecipa attivamente alla vita quotidiana
e in qualche modo funziona,
e una sta dietro la fronte
perché non le è possibile stare altrove.
Questa Antonia qualche volta scende da dietro la fronte
e va tra la pancia e il cuore.
E allora un senso di tristezza la invade
e tutto sa di tristezza,
ma questa Antonia non sa darle un nome,
non sa capire.
E tutto diventa così pesante,
così inumano da uscire fuori di testa e fuori dalla testa.
Le pareti della mia stanza sono tutte bianche e senza quadri,
ma c’è una minuscola macchiolina nera
che tempo fa ho fatto con i colori a olio
e io qualche volta sono lì,
sono in quella macchiolina
e sono quella macchiolina.
La cosa mi aiuta a sentire che non tutto funziona
perché c’è sempre qualcosa di nero.
Quella macchiolina è più nera di tutti i miei vestiti
che sono sicuramente più grandi
ma che ormai sono diventati parte di un esterno
e che quindi io non sento più come miei
perché tutto di me fa parte di un esterno forse ancora sconosciuto.
La mia posizione non è ancora definita in questo esterno
e parto sempre svantaggiata.
Leader o merda?
La leader non sono capace di farlo,
ma mi piacerebbe,
mi piacerebbe un casino.
La merda sono capace di farla,
ma non mi piace,
non mi piace per niente.
O forse si è comunque e sempre unici
senza correre il rischio di perdersi nell’omogeneità di tutti gli altri.
La partecipazione è comunque e sempre un rischio,
ci si può perdere come sta succedendo a me,
non ci si trova più,
non ci si sente più
perché importante è stare con gli altri,
sentire gli altri,
essere con gli altri nelle attività mie e degli altri.
Ma io,
io quella di sempre,
quella che conosco o credo di conoscere da anni,
quella che sente l’angoscia e che vive il nero come unico spazio,
quella che è tutto e quella che è niente,
quella che preferisce essere niente
perché il niente è l’unica cosa possibile,
un’assenza assoluta eppure una presenza,
un essere in tanti da tutte le parti senza esserlo,
un eppure niente,
insomma io dove sono?
Si, forse mi trovo in una posizione scomoda,
forse la mia è una posizione scomoda,
ma è meglio così sicuramente,
perché adesso la mia posizione è più funzionale
o comunque adesso ho più possibilità di arrivare da qualche parte.
Partecipare alla vita è sempre più funzionale,
perché la vita è fatta per essere vissuta e non per essere sfibrata,
ma credo che per vivere la vita
bisogna essere in equilibrio con se stessi e con gli altri
e io non sono in equilibrio con me stesa
e forse non lo sono nemmeno con gli altri.
Non lo sono con me stessa
perché comunque sento che c’è una parte di me che sta dietro a tutto
e che forse si fa avanti solo qualche volta quando scrivo,
quando mi sento triste o nervosa,
quando mi vengono le mie cose,
quando vado al supermercato per comprare la fesa di manzo.
Forse è così che devono andare le cose,
devo trovare a quella parte di me uno spazio adeguato e compatibile,
devo trovarle la misura giusta,
devo lasciarla vivere qualche volta e nella giusta misura
perché non vada a invadere tutto.
Questa invasione potrebbe essere distruttiva,
se non per me, per le relazioni che ho con gli altri.
Ma sai una cosa?
Qualche volta mi manca questa parte di me,
perché sono io comunque
e questa sua presenza in sordina dietro i pensieri,
dietro la pancia a botte,
dietro il sedere a cofano,
non mi fa stare bene
perché mi fa sentire nell’esigenza di sentire,
di sentire più me stessa,
di sentire dove sto andando e non di andare e basta,
perché io e lei siamo corpo e mente, materia e spirito
e non può funzionare il corpo mentre la mente si sente triste,
non può funzionare la materia mentre l’anima si sente in fallo.
La mia mente è divisa tra due correnti di pensiero,
una di tutti i giorni che nasce con l’euro e che sembrerebbe funzioni,
una che sta dietro e osserva
e che forse si sente anche trascurata.
La mia anima è malata di peccato
perché la mia materia ha tanto peccato in parole, omissioni e opere
e forse si sente inadeguata agli entusiasmi dell’unità europea
o della fesa di tacchino impanata alla milanese.
La mia materia ha peccato e la mia anima si è ammalata.
Questa è la verità,
la mia verità,
la mia elementare verità.
Infatti io sono fatta dei quattro elementi.
Il mio corpo è la terra,
il mio spirito è il fuoco,
la mia mente che funziona è l’acqua,
la mente che contempla è l’aria.
Tutto questo fa parte di un unico pianeta
e l’unico pianeta è l’essere umano
e io sono un essere umano.
Si,
siamo fatti così
e nello spazio c’è spazio per tutti.
Importante è vivere in armonia con tutte le nostre parti
e dare a ognuna lo spazio giusto.
Ma non è sempre facile.
So mettere tutto a far parte di un gioco armonioso,
ma a volte funziona a settori e uno esclude l’altro.
Ci si sente facilmente un tutto unico di notte,
quando tutto tace e il buio occulta le parti,
ma la luce del giorno porta con sé la disgregazione
ed ecco che allora si diventa un corpo che funziona,
uno spirito che dorme,
una mente che viaggia come l’euro in Europa,
un pensiero che è agli albori
e partecipa alle relazioni con tutti gli elementi.
Così inevitabilmente c’è un’altra me stessa
che si sente esclusa e che osserva tutto,
non una sola me stessa
ma tante me stesse che sentono e che osservano.
Lo psichiatra dice
che l’identità dell’essere umano non è assolutamente monolitica,
ma è costituita da tante parti,
da tanti modi,
da tanti modelli.
E allora va bene così,
sono nel giusto
e sono nel normale.
Ti ringrazio,
amore mio,
perché mi dai la possibilità di riflettere
e di stare bene nella mia confusione,
perché mi dai la possibilità,
scrivendoti,
di mettere ordine nel mio piccolo caos anche da sola e senza farmaci,
soltanto con la certezza che comunque tu ci sei.
Ciao,
sempre tua Antonia & Antonia,
l’unica e la doppia.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), mese di ottobre dell’anno 1989.