I RADICCHI ROSSI E VERDI

TRAMA DEL SOGNO

Anastasia ha fatto questo lungo e variegato sogno.

“Mi trovo a casa mia e ho voglia di andare a prendere del radicchio nel campo. Guardando fuori dalla finestra vedo la casa di fronte con il campo annesso e so che là ci sono dei bellissimi radicchi.

Allora parto e vado sul campo camminando lungo dei solchi lasciati dalle ruote di un trattore, pieni di acqua e fango. Devo star attenta a non sporcarmi le scarpe.

Poi mi inoltro verso dei filari di viti per raggiungere l’orto dei vicini e ci devo andare di nascosto per non farmi scoprire.

Mentre guardo l’orto, mi accorgo che dalla parte opposta, in pieno campo, ci sono due uomini che stanno discutendo e io cerco di nascondermi anche da loro, ma mi accorgo di avere sulle spalle un asciugamano bianco e sicuramente, se non lo tolgo, mi vedranno.

Però non lo tolgo e continuo a camminare veloce e passo sotto un filare di viti per raggiungere l’orto e prendere i radicchi. Sono proprio belli, rigogliosi, verdi e rossi.

Quando mi avvicino all’orto incontro la padrona di casa con la figlia. A quel punto non posso più andare a prendere il radicchio e mi metto a chiacchierare dicendo che facevo una passeggiata.

Mi invitano in casa. Entro e trovo dentro tante persone, la stanza è molto buia. E la figlia mi dice che è triste perché la mamma soffre di Alzheimer ed inoltre ogni volta che vanno al supermercato questa signora si mette a ballare e mette in imbarazzo la figlia.

Allora io prendo la signora fra le braccia e la invito al ballo, lei prima tentenna, ma poi comincia a girare e siamo come dei veri ballerini e lei è molto felice. Intanto la figlia mi dice che sia lei che il marito hanno perso il lavoro per accudire la madre e che si sono messi a fare dei lavoretti da vendere per sbarcare il lunario.

Mi porta nell’altra stanza. Ci sono tanti tavoli con sopra dei lavori fatti a uncinetto. Nei primi ci sono delle donne sedute, con la testa china e tristi, che guardano dei centrini bianchi non inamidati e non stirati che stanno proprio male, allora le invito a sistemarli se li vogliono vendere.

Negli altri tavoli ci sono invece dei bouquet di fiori fatti in lana o gialli o rosa. Molto belli. Ma forse sono costosi e non voglio spendere troppo. Vorrei prenderli per i regali di pasqua, ma li voglio rossi e non ci sono.

Allora vado a vedere nella stanza accanto. Trovo un bel ragazzo, un maestro di musica che sta insegnando a degli alunni cosa sono le “note dure”, io non so di cosa stia parlando. Mi invita a sedermi e a prendere appunti sul quaderno. Il quaderno è bello, illustrato, solo che al momento di scrivere mi accorgo che nella maggior parte della pagina ci sono delle illustrazioni di colore nero e perciò non si vede cosa scrivo.

Penne bianche non ce ne sono, perciò scrivo a tratti qua e là sapendo che comunque farò fatica poi a studiare. Gli chiedo se ha altri quaderni e lui mi risponde che sarà meglio che ci faccia degli esempi per memorizzare la lezione.

Usciamo dall’aula e lo abbraccio e poi invito tutti a casa mia e ci prendiamo un caffè. Quando spreparano e col vassoio vanno al lavandino, fanno per rovesciare le tazze con ancora del caffè giù per lo scarico, allora li fermo per paura che rompano le belle tazze rosse ed oro che sono del servizio di mia mamma e li porto in bagno sulla vasca che è molto più capiente.

Qui apro gli scuri e la finestra per far entrare la luce e mi sveglio.”

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mi trovo a casa mia e ho voglia di andare a prendere del radicchio nel campo. Guardando fuori dalla finestra vedo la casa di fronte con il campo annesso e so che là ci sono dei bellissimi radicchi.”

Anastasia non ama la solitudine anche se sta bene a “casa” sua e con se stessa. E’ una donna irrequieta e dalla mille voglie e soprattutto non sa fare a meno della vita e della vitalità affettive al punto che è disposta a relazionarsi con facilità, pur di portare nella sua “casa” psichica i benefici privilegiati dalla sua persona. Il “radicchio bellissimo” è un attraente cibo affettivo di cui Anastasia è particolarmente ghiotta. L’esordio del sogno di Anastasia parla di “voglia” e di conquista, di un bisogno di socializzare affermativo e positivo. La decisionalità non è un difetto di Anastasia, così come la titubanza non si manifesta nell’aggressione alla “casa di fronte” e al “campo annesso” dove trionfano in pompa magna dei “bellissimi radicchi”. Anastasia inizia il sogno tessendo l’inno all’amor proprio, agli affetti e alla gente che la circonda.

Allora parto e vado sul campo camminando lungo dei solchi lasciati dalle ruote di un trattore, pieni di acqua e fango. Devo star attenta a non sporcarmi le scarpe.”

Anastasia rievoca il tempo in cui ha cominciato a relazionarsi e a scambiare la merce psichica con gli altri. Il “campo” rappresenta la società e le modalità che segnano la rete delle relazioni. Il senso del “camminando lungo dei solchi” descrive la tradizione e quanto detto prima in riferimento agli insegnamenti impartiti e imposti dai maestri e dalle maestre, nozioni intrise di sensi di colpa e in specie alle bambine in odore di procace adolescenza. Il “trattore” ha un suo peso reale e simbolico e con le sue ruote ci va giù di brutto nell’imprimere gli schemi culturali nelle coscienze delle giovani leve. Le “scarpe” sporche rappresentano le colpe metafisiche e psichiche in riguardo alla sessualità femminile e il senso del peccato in riferimento specifico alla vagina, come nel tempo delle streghe medioevali e dei monaci del “nome della rosa”. Stai “attenta”, Anastasia, al fango dei maschi e alle cattiverie delle madri che spesso e volentieri sono più bigotte delle suore dell’asilo. Anastasia dice a se stessa: “devo stare attenta a non colpevolizzare la mia sessualità in questo contesto di mondo così arcaico e tradizionalista.” Degna di nota è l’allegoria della forza della tradizione in “camminando lungo dei solchi lasciati dalle ruote di un trattore, pieni di acqua e fango.”

Poi mi inoltro verso dei filari di viti per raggiungere l’orto dei vicini e ci devo andare di nascosto per non farmi scoprire.”

Anastasia ricorre ai sotterfugi e si occulta per non essere smascherata nelle sue furtive intenzioni. “L’orto del vicino è sempre più bello” recita un antico adagio per attestare che si preferiscono e si privilegiano le cose degli altri rispetto alle proprie. Anastasia si è sentita emarginata in famiglia se pensa di trovare più attenzione e miglior fortuna presso i vicini e soprattutto nel loro “orto”, là dove simbolicamente si consuma il rituale affettivo. L’orto produce quel cibo che è simbolo di amore e di investimenti affettivi. I “filari di viti” rientrano nel paesaggio veneto e non hanno rilievo simbolico. Chiaramente Anastasia sa che i suoi genitori non approverebbero questo suo ripudio nei loro confronti e soprattutto in materia di affetti. Oltretutto, lei stessa avverte un senso di colpa nella preferenza accordata ai vicini e ai loro radicchi verdi e rossi. L’esigenza di esplorare il mondo circostante è più forte dei timori di essere punita.

Mentre guardo l’orto, mi accorgo che dalla parte opposta, in pieno campo, ci sono due uomini che stanno discutendo e io cerco di nascondermi anche da loro, ma mi accorgo di avere sulle spalle un asciugamano bianco e sicuramente, se non lo tolgo, mi vedranno.”

Il sogno di Anastasia è iniziato portando avanti una valenza affettiva e su questo bisogno moderato di un amore diverso prosegue senza tentennamenti. Anche l’universo maschile attrae Anastasia, “ci sono due uomini” che non sono censori, come temeva, ma persone normalissime che discutono. Anastasia ha un atteggiamento ambivalente, perché da un lato vuole nascondersi per non essere scoperta nella sua magagna e dall’altro lato ci tiene a essere notata grazie all’asciugamano bianco che porta sulle spalle. La donna è attratta e teme il rimprovero per essere sfacciata e in specie con gli uomini di una certa età. Ma perché Anastasia si deve nascondere? Perché i genitori non sono stati provvidi nelle manovre di affidamento quand’era bambina. Una madre severa ed arcigna e un padre lontano ed egoista completano l’opera in questo leggero psicodramma familiare.

Però non lo tolgo e continuo a camminare veloce e passo sotto un filare di viti per raggiungere l’orto e prendere i radicchi. Sono proprio belli, rigogliosi, verdi e rossi.”

Anastasia ha bisogno di relazioni significative e di affetti nuovi e diversi, per cui procede con la sua intraprendenza ad accaparrarsi i “radichi” più “belli” e “rigogliosi”, quelli “verdi e rossi”. La disinibizione si sposa con il timore del rifiuto e della censura, ma Anastasia ha le idee molto chiare su quello che vuole: stabilire relazioni affettive con persone diverse dal suo ambito familiare, allargare la cerchia delle sue conoscenze e delle sue amicizie. Anastasia rievoca la ragazzina che ha trovato difficoltà ad emergere in famiglia per la presenza ingombrante di fratelli e sorelle, per cui va a cercare e a mangiare i “radicchi” da un altra parte, là dove non ci sono rivalità e censure. L’orto del vicino è veramente vitale, oltre che bello, ricco di linfa ed anche eccitante. Così sogna la sfera affettiva la protagonista di questo sogno rurale. Relazionarsi e conoscere la gente è veramente coinvolgente e fascinoso.

Quando mi avvicino all’orto incontro la padrona di casa con la figlia. A quel punto non posso più andare a prendere il radicchio e mi metto a chiacchierare dicendo che facevo una passeggiata.”

Ecco realizzato il progetto affettivo di Anastasia. Doveva costruire un sogno dove poter rubare i radicchi era possibile ed, invece, s’imbatte proprio nella persona interessata, la padrona dei radicchi e oltretutto con la figlia. Anche in questa famiglia ci sono ostacoli, per cui è necessario cambiare strategia senza cambiare il progetto di fondo che resta quello di relazionarsi con persone estranee all’ambito familiare e di cercare miglior fortuna affettiva esibendo le migliori doti. Anastasia passeggia e nel passeggiare sperimenta le sue capacità sociali e la sua intelligenza operativa. La vita, del resto, impone di sapersi arrangiare e di far buon viso a cattivo gioco. Anastasia è un camaleonte e non è, di certo, seconda a nessuno nell’esibire la sua sfacciataggine. Il radicchio, che voleva rubare, si può anche ottenere in maniera suadente e diplomatica. Questa è una buona trovata e una proficua presa di coscienza che consente ad Anastasia di togliersi d’imbarazzo proprio esibendo una invidiabile faccia di bronzo.

Mi invitano in casa. Entro e trovo dentro tante persone, la stanza è molto buia. E la figlia mi dice che è triste perché la mamma soffre di Alzheimer ed inoltre ogni volta che vanno al supermercato questa signora si mette a ballare e mette in imbarazzo la figlia.”

Anastasia si è intrufolata nelle dinamiche relazionali e ha appagato il suo bisogno di stare con la gente essendo consapevole delle difficoltà che comporta conciliare le diversità caratteriali e le traversie umane. Non tutte le storie tra le persone sono rose e fiori, oltretutto la disabilità spesso è motivo di esclusione e non di arricchimento. La presenza di tanta gente significa la possibilità d’imbattersi in tanti modi di essere e in tante modalità di relazionarsi e questa è una ricchezza se non diventa imbarazzo e rifiuto. Anastasia si è mossa proprio per conoscere gente nuova e per stare con persone diverse. E’ partita da casa sua per le avventure sociali rischiando di trovarsi in imbarazzo e di non saper che pesci pigliare nelle situazioni più strane in cui si può trovare. Ma la donna dei “radicchi verdi e rossi” è intraprendente e non demorde di fronte a un conclamato morbo di Alzheimer, anzi pensa che può essere foriero di creatività e di sana follia.

Allora io prendo la signora fra le braccia e la invito al ballo, lei prima tentenna, ma poi comincia a girare e siamo come dei veri ballerini e lei è molto felice. Intanto la figlia mi dice che sia lei che il marito hanno perso il lavoro per accudire la madre e che si sono messi a fare dei lavoretti da vendere per sbarcare il lunario.”

La follia e la solidarietà ballano con i corpi di Anastasia e della signora che “soffre di Alzheimer”. La disinibizione non è soltanto sociale, ma si estende alla felicità dei ballerini anomali che non hanno bisogno di terapia, ma soltanto della felicità di liberare i corpi alle armonie e senza l’imbarazzo di trovarsi a ballare in un supermercato tra scaffali ripieni di cianfrusaglie buone per i veri dementi. Anastasia e la signora madre si sono riconciliate nei giri del walzer e nella concessione reciproca di un ballo ad ampie volute, come quelli dei bambini prima di sentire la testa girare e di stramazzare a terra. I ballerini sono felici di essere leggeri come l’aria che respirano senza affanno e godono delle espressioni che di giro in giro il loro corpo esprime. Ma la vita, purtroppo, scorre senza l’Alzheimer e coloro che vivono sono costretti a sopravvivere, ad andare sopra la vita, per cui non sanno ballare e non sono malati, sono sani mentalmente ma non fanno ampie volute con le gambe inesperte e intirizzite. La cicala canta e la formica lavora, l’Alzheimer balla e la normalità sbarca il lunario. Anastasia si sta proprio divertendo in questo surreale e così umano bordello di ballerini zoppi e di “radicchi rossi e verdi”, di disoccupati e di badanti in odore di eredità. I veri ballerini tentennano, ma poi cominciano a girare, ballano da soli e si lanciano senza paracadute nel vuoto delle aspettative sociali. E’ commovente questa solidarietà di Anastasia verso la follia creatrice e disinibita di una madre prossima alla dipartita.

Mi porta nell’altra stanza. Ci sono tanti tavoli con sopra dei lavori fatti a uncinetto. Nei primi ci sono delle donne sedute, con la testa china e tristi, che guardano dei centrini bianchi non inamidati e non stirati che stanno proprio male, allora le invito a sistemarli se li vogliono vendere.”

Anastasia sta visitando le sue stanze relazionali, attraversa le sue modalità d’approccio e i suoi bisogni di stare con la gente, nonché i desideri di potere e di primato. Anastasia sa e sa guardare, valutare, invitare, consigliare queste donne tristi e sedute con la testa china sopra abbozzi di ordinaria follia e di quotidiana amministrazione. Anastasia è un caporione, un arruffapopolo, un capobanda che chiama le donne al risveglio e alla rivoluzione, la ribellione dell’uncinetto e del ricamo. La bambina ha sofferto tanto nella sua famiglia, aveva poco spazio e ha tanto immaginato il suo Ronzinante e i suoi mulini a vento. Di Sancho Panza non sapeva che farsene, perché non era affetto dal morbo di quel signore chiamato Alzheimer e che ha dato il nome alla mente dei vecchi quando diventa bambina sotto le frustate dell’angoscia di morte.

Negli altri tavoli ci sono invece dei bouquet di fiori fatti in lana o gialli o rosa. Molto belli. Ma forse sono costosi e non voglio spendere troppo. Vorrei prenderli per i regali di pasqua, ma li voglio rossi e non ci sono.”

Il mercato rionale del sabato continua con le sue esposizioni floreali nelle stanze sociali di Anastasia. Si contratta e si vende al miglior acquirente. Ma Anastasia è moderata nelle spese e negli investimenti quando richiedono un suo intervento diretto. E’ generosa nel sociale, ma non trascura i suoi interessi. Fa regali a Pasqua, nel giorno della rinascita, ed è esigente nella qualità e nella forma. Il capoverso è contraddistinto da una vivace allegria e da una “verve” relazionale che mostra chiaramente le varie dialettiche che si possono instaurare tra la gente. Il giallo, il rosa e il rosso sono i colori giusti per descrivere lo stato d’animo brillante di Anastasia quando si trova con le varie persone. Pochi simboli e tante dinamiche sono presenti in questo sogno narrativo e accuratamente descrittivo.

Allora vado a vedere nella stanza accanto. Trovo un bel ragazzo, un maestro di musica che sta insegnando a degli alunni cosa sono le “note dure”, io non so di cosa stia parlando. Mi invita a sedermi e a prendere appunti sul quaderno. Il quaderno è bello, illustrato, solo che al momento di scrivere mi accorgo che nella maggior parte della pagina ci sono delle illustrazioni di colore nero e perciò non si vede cosa scrivo.”

Di stanza in stanza Anastasia procede curiosa e trova anche “un bel ragazzo”, addirittura “un maestro di musica” che insegna l’essenza delle “note dure”.

Ma cosa saranno mai queste “note dure”?

E chi sarà mai questo “bel ragazzo”?

La simbologia esige che le prime siano le disarmonie psichiche dell’esistenza e i traumi inevitabili nei quali incorre chi vive e esperisce le normali evenienze della vita. Anastasia sta rivivendo e sta tirando fuori in sogno qualcosa di intimo e privato che appartiene al corredo delle sue esperienze traumatiche: un uomo che insegna “a degli alunni” la parte dolente dell’esistenza umana. Il “bel ragazzo” maestro di vita appartiene alla cerchia delle persone significative e importanti di Anastasia. Si tratta di un uomo giovane e positivo che viene inizialmente rifiutato: “io non so di cosa stia parlando”. Anastasia si difende dai vissuti collegati a questa persona proprio perché la “nota dura” lo riguarda e la riguarda. Anastasia ha vissuto una storia con questa persona o meglio ha condensato e spostato in questa persona le dure esperienze affettive vissute a suo tempo. Anastasia è invitata da questo maestro di musica vitale, da questo “bel ragazzo”, “a prendere appunti sul quaderno”, a scrivere una storia fatta di tanti pezzi per dare forma alla relazione. La storia può essere bella e ricca di umanissimi temi, ma, nel momento in cui Anastasia deve viverla, qualcosa non va nel giusto verso: il quaderno è coperto da “illustrazioni di colore nero” che non consentono di scrivere alcunché e soprattutto di averne consapevolezza. Anastasia non ha potuto scrivere e vivere la storia con quest’uomo perché il colore nero, simbolo del lutto e della perdita, ha reso impossibile l’operazione e l’esperienza. La storia si è conclusa traumaticamente o con la rottura o con il lutto, la morte del “bel ragazzo” e del “maestro di musica” esperto nelle “note dure”, nella parte negativa dell’esistenza. Pur tuttavia, Anastasia non si rassegna e tenta di scrivere la sua storia anche se la consapevolezza è drastica e drammatica. La funzione onirica stempera la descrizione di questa trauma e riduce la carica d’angoscia, consentendo al sogno di procedere nella sua trama e ad Anastasia di continuare a dormire. Questo è il nucleo del sogno, il trauma della perdita. Anastasia nell’andare in mezzo alla gente si imbatte nell’uomo della sua vita e lo perde senza avere la possibilità di scrivere una storia insieme a lui.

Penne bianche non ce ne sono, perciò scrivo a tratti qua e là sapendo che comunque farò fatica poi a studiare. Gli chiedo se ha altri quaderni e lui mi risponde che sarà meglio che ci faccia degli esempi per memorizzare la lezione.”

Ci voleva una penna con l’inchiostro bianco per scrivere su una pagina nera e listata a lutto, per cui Anastasia si adegua alla situazione in atto pur sapendo che farà fatica a razionalizzare la perdita: “scrivo a tratti qua e là sapendo che farò fatica poi a studiare”. Anastasia continua a dormire e a sognare e si chiede se avrà altre storie da scrivere in “altri quaderni” e si risponde che dovrà procedere con la “razionalizzazione del lutto”, con la presa progressiva di coscienza del trauma che l’ha colpita. “Memorizzare la lezione” si traduce proprio nel far tesoro di quello che è successo.

Come reagirà Anastasia a tanta disgrazia e come sopporterà tanto dolore?

Diventa interessante procedere con l’interpretazione del sogno per rispondere a questa giusta domanda.

Usciamo dall’aula e lo abbraccio e poi invito tutti a casa mia e ci prendiamo un caffè. Quando spreparano e col vassoio vanno al lavandino, fanno per rovesciare le tazze con ancora del caffè giù per lo scarico, allora li fermo per paura che rompano le belle tazze rosse ed oro che sono del servizio di mia mamma e li porto in bagno sulla vasca che è molto più capiente.”

La solidarietà e la condivisione sono i valori culturali e i sentimenti che accompagnano l’odissea sociale di Anastasia. Un abbraccio per saluto al maestro di musica dalle note dure e una festa sociale per tirasi su il morale sono gli antidoti al dolore della perdita. Quando la festa è finita e si ritorna alla altrettanto dura realtà di tutti i giorni, Anastasia ha il problema delle “tazze”, si imbatte nel prezioso tema della sua femminilità: cosa farò del mio essere donna, della mia sessualità, delle “belle tazze rosse ed oro, quelle che mi ha dato mia mamma quando mi ha partorito e quando mi sono identificata psicologicamente in lei?” La “vasca da bagno capiente” è la soluzione all’eventuale rottura del servizio di porcellana. La simbologia si traduce in un figlio, quest’ultimo sarà la riparazione al trauma della perdita. Il grembo “capiente” di Anastasia è pronto per il parto. Le “note dure” sono proprio queste: Anastasia sogna il trauma della perdita del suo uomo e la compensazione della maternità. Dopo tanto girovagare tra la gente alla ricerca dei “radicchi rossi e verdi” da prendere furtivamente nell’orto della vicina, Anastasia si imbatte nel tema portante del sogno, la perdita e l’acquisto affettivi. Il buon radicchio trevigiano conferma la sua bontà psichica e simbolica nell’ordine degli affetti familiari e sociali.

Qui apro gli scuri e la finestra per far entrare la luce e mi sveglio.”

Il sogno si è concluso e si può andare in pace. Anastasia ha rielaborato con pacatezza e con i meccanismi di difesa del sogno la sua buona “razionalizzazione del lutto” e la buona compensazione dell’esperienza della maternità. Apre “gli scuri e la finestra” per risvegliarsi e dare il buongiorno al suo “Io” vigilante e razionale. Inizia la giornata nella realtà dopo il sonno e dopo il sogno.

La lunga interpretazione del lungo sogno di Anastasia trova qui la sua fine.

AMARCORD

State tutti a casa.

Stiamo tutti a casa.

Casa?

Cos’è?

La famiglia,

la cucina,

il desco,

il letto grande dell’abitudine,

l’immensità dell’affetto,

tutto il detto e non detto,

la fuga sognata,

il riscatto.

E fuori?

Fuori c’è la cornice,

le figure ai bordi,

il buongiorno al barista,

il commento al calendario del gommista,

lo sguardo alle gambe di femmine in fiore,

la battuta sagace alle signore,

la politica all’edicola,

la diatriba decennale col prete sul senso del divino,

il ristorante coi tavoli all’aperto,

l’oste col vino.

Questa non è la casa,

ma è pur sempre una casa,

una palafitta,

una barca dondolante sul mare di un’immagine di sé

offerta senza pudore al miglior passante,

una fantasia da rotocalco,

un espediente,

la proiezione della miglior parte.

L’umanità, alla fine, tocca sempre da lontano e molto dentro,

ma mica lo sai quanto ce l’hai,

mica ti manca una stretta di mano molle e stanca.

Finzione,

necessità comune al mondo,

sorriso e tempra col giornale sotto braccio,

come l’amante a cui non mostri l’unghia incarnita,

la smagliatura,

la piega della pancia

o quella che ha preso da tempo la tua vita.

Il pubblico ora se n’è andato

e sono sola davanti alla ginestra che sta fiorendo

e che non posso condividere

vantandomi di esserne l’autore.

Questa recita mi serve,

mi appartiene,

è una parte di me,

forse non la più vera ma certo la migliore,

perché così assaporo

ciò che avrei voluto essere e non sono.

Aspetto,

torneremo al fragore degli applausi al circo

rivolti ai trapezisti che si tengono per mano

per non cadere giù,

nel buio del tendone.

Consuelo

Rimini, sabato 21 del mese di marzo dell’anno 2020

LA LEZIONE DI CLAUDIO

Il video, doppiamente “virale” in tempo di “coronavirus”, presenta il bambino Claudio che si lamenta in maniera accorata e dolente con la mamma della sua condizione psicofisica. Questa reazione è da inserire tra le lezioni più belle e interessanti della Psicologia dell’età evolutiva e della Psicoanalisi dell’infanzia. Più che mai degna di nota è la fenomenologia di Claudio, come si mostra e cosa dice questo prodigioso bambino con le sue genuine rimostranze in questa drammatica contingenza epidemiologica. Claudio ha dato parola a milioni di bambini che in questo momento stanno vivendo la medesima esperienza psicofisica.

Il video è stato eseguito dalla madre e sicuramente non soltanto per mostrare la condizione psicologica del figlio, ma per dare un riscontro alla condizione dell’infanzia tutta, per essere un punto di riferimento per tutti quei bambini che da un giorno all’altro si sono trovati chiusi in casa con la famiglia e privati delle relazioni sociali e delle strutture educative e ludiche. La madre di Claudio ha voluto mostrare il figlio per denunciare il disagio psichico dei bambini e il suo atto coraggioso e malinconico ha avuto l’effetto di destare una buona sensibilità sociale verso l’universo infantile. Il video è benemerito perché denuncia e insegna, denuncia alle autorità costituite a vari livelli che i bambini esistono e non sono imbecilli, insegna concretamente ai genitori come valutare il disagio inevitabile dei figli e come comportarsi di conseguenza.

Vediamo cosa ci insegna Claudio con la sua reazione da bambino equilibrato e armonico.

Ho estrapolato le frasi salienti per analizzarle e per indicare un paradigma psichico ottimale di un bambino in salute e non certo sull’orlo di una crisi di nervi. Questo paradigma vale anche per il bambino che ogni adulto sente scalpitare dentro.

Io non posso vivere tutta la giornata chiuso in casa.”

E’ la coscienza vigilante di Claudio, il suo “Io”, a dare parola e senso alla costrizione della sua bella persona al chiuso della casa. La reazione avviene dopo un mese, per cui è assolutamente giusto che l’Io di Claudio esprima e denunci la sua incapacità di vivere tra le quattro mura domestiche, protettive quanto vuoi, ma ormai degenerate in prigione. E vero che ci sono stati i vantaggi iniziali, tutti “secondari”, di vivere la novità di non andare a scuola e di avere la mamma a portata di mano. E’ vero che sono stati accantonati i vantaggi “primari” di una vita attiva e costruttiva, piena di vitalità e di stimoli, di scambi e di novità. Adesso Claudio non riesce più a nobilitare la clausura in un sistema protettivo e affettivo, non riesce più a sublimare i suoi conflitti e i suoi tormenti in una logica necessità di sopravvivenza, non gli basta la mamma e i suoi modi di essere maestra di una innaturale e drammatica evenienza. La claustrofilia, l’amore coatto per lo spazio angusto, ha fatto il suo tempo e dopo un mese Claudio comunica alla madre e a tutto il mondo che il tempo è scaduto, non soltanto il suo tempo, ma anche quello di tutti i bambini. Ed è scaduto ampiamente. Adesso si corre il rischio di ammalarsi, ma non di “coronavirus”, di nevrosi fobica, di mettere a dura prova la propria “organizzazione psichica”, di mettere le basi dell’angoscia da panico, di ingrossare il nucleo psichico dell’aggressività e del senso di colpa.

Chiede Claudio: “frega a qualcuno tutto questo o mi devo arrangiare da solo?”

Tu mi accompagni dal nonno.”

Claudio ha pronta la soluzione umana e clinica: il nonno, la figura sacra e giusta, l’uomo veramente salvifico, colui che capisce e protegge con la sua veste austera e bambina. Claudio è perentorio, “tu mi accompagni dal nonno” e così ho e abbiamo risolto il problema. Claudio ha perso fiducia non nella mamma, ma nel suo costante richiamo al dovere. Stenta ad affidarsi alla sua figura dopo tanta sofferenza sublimata, non vuole regredire a stati precedenti del suo sviluppo psichico, non vuole ricorrere alla somatizzazione dei suoi blocchi. Claudio sa dare parola al suo disagio e sa proporre anche la soluzione: il nonno, il padre saggio e comprensivo, la tradizione e il valore culturale, colui che sa e sa insegnare. Questo è l’uomo giusto in tanto trambusto dei sensi e dei sentimenti. Claudio ha le idee molto chiare e si sa voler bene da solo. La mamma fa perno sul “Super-Io” del figlio, “bisogna” e “si deve” e “dobbiamo” e “devi”, e necessariamente si rivolge al suo “Io” con i suoi giusti ragionamenti perché trasmetta all’istanza del dovere quanto necessario per sopravvivere, prima che per legge. Ma Claudio non può allargare il suo “Super-Io” all’infinito, è innaturale, ci ha provato, è un bambino e la misura è colma. Claudio conosce bene il “principio del piacere” e il “principio di realtà”. Il “principio del dovere” ha cominciato a concepirlo e adesso si trova a subirlo. Il bambino sta dicendo alla madre: “o mi fai uscire o io mi ammalo.” Il dilemma non è esistenziale e filosofico, il dilemma è clinico. La reazione del bambino è sana, così come la sua auto-terapia.

Mi prepari la valigia e io vado dal nonno.”

Claudio ha le idee veramente chiare e ci tiene alla sua salute psicofisica. Il nonno è la via di fuga dal dolore e dalla malattia, la salvezza per un bambino che usa le parole come frecce acuminate per la drastica chiarezza e per il sodo contenuto. Claudio è pronto a partire e a lasciare la mamma senza rancore. Chissà quante volte è andato dal nonno e ha vissuto con lui. Del resto, si tratta di una notevole figura costruttiva di riferimento e oltretutto prospera per la sua evoluzione. Il nonno è una ricchezza, un patrimonio dell’umanità e un valore aggiunto. Claudio non sta chiedendo niente di eccezionale e di straordinario. La sua richiesta rientra nella normale politica della famiglia e non trasgredisce nessuna legge psichica e sociale. Adesso bisogna uscire da quello spazio chiuso che opprime e blocca le migliori energie. Claudio vive sensazioni bruttissime di inanimazione depressiva. La sua auto-terapia è andare dal nonno.

Non ce la faccio a stare dentro casa, voglio un pochino uscire.”

Claudio è stato deciso e perentorio. A questo punto si ricrede e si chiede se è proprio sicuro di poter fare a meno della mamma. Ragiona e riflette con il suo “Io” e capisce che i suoi bisogni affettivi risiedono in lei. Lui è soltanto allergico alle imposizioni del “Super-Io” sociale, ai drastici divieti e alle inumane costrizioni. Del resto, Claudio chiede di voler uscire “un pochino”, la dose giusta per ripartire verso i nuovi tormenti. Il passaggio dallo spazio chiuso della sua casa allo spazio aperto della strada gli consentirà di prendere aria psichica e di vivere un po’ di libertà. La claustrofilia non funziona più e sta tralignando nella claustrofobia. Tra rabbia e pianto viene fuori il “non ce la faccio a stare dentro casa”, la diagnosi giusta. Tra rabbia e pianto viene fuori “voglio un pochino uscire”, la terapia giusta. Il resto va da sé e si porta dietro tutto il carico dello slancio vitale e delle relazioni benefiche con le persone e con gli oggetti. Il culmine è raggiunto nel desiderio di andare a scuola.

Sono stanco, me ne voglio andare via da qua.”

Non è una fuga dal problema, non è un sotterfugio furbetto per esimersi dal suo dovere, è la soluzione al suo malessere. La stanchezza paradossalmente attesta della classica “psicoastenia”, la stanchezza appartiene al sistema psichico che non è più in grado di desiderare e di tollerare lo stato d’inerzia del corpo e del pensiero.

Non voglio, non ce la faccio più.”

Il “non voglio” non è un capriccio, è proprio la malattia del desiderio, non ho voglie, non riesco a volere nient’altro che la fine di queste drammatiche ristrettezze. Non ho più energie per tirare avanti, per trascinarmi in questo doloroso calvario.

Voglio andare in piscina.”

Voglio cimentarmi con me stesso e con gli altri, voglio mettermi alla prova, voglio ritornare alle mie rassicuranti abitudini e ai miei riti pomeridiani.

Voglio andare nel campo a giocare.”

Voglio relazionarmi nel gioco, voglio essere libero di esprimermi e di muovermi, voglio sprizzare energia da tutti i pori, voglio essere creativo e geniale.

Voglio andare a scuola.”

Voglio condividere con i miei compagni e le mie maestre i doni dell’educazione e dell’istruzione. La scuola è palestra di vita più che mai.

Voglio andare in giro e vedere gli altri.”

“Voglio”, “voglio”, “voglio”, la restrizione ha bloccato le energie genuine della volitività, un “voglio” che si traduce ho bisogno e collima con la necessità di vivere in maniera naturale. Dopo i tanti “voglio” Claudio avverte la pesante frustrazione del suo corredo psichico e si trova a vivere un “tratto depressivo” che emerge proprio quando prende coscienza dell’impossibilità di realizzare i suoi desideri e di appagare i suoi bisogni. A questo punto può scaricare l’aggressività collegata alla frustrazione magari rompendo un giocattolo, ma Claudio si rende contro che può aggredire soltanto se stesso e che può farsi male. Si congeda dalla madre e si ritira nella sua stanza dicendo:

Voglio stare un pochino da solo.”

Claudio non ha manifestato in maniera indiretta il suo “fantasma di morte”, non ha parlato della possibilità della morte, non ha seguito il discorso della madre sulla forza maggiore che costringe a stare chiusi in casa e a non incontrare nessuno, neanche il nonno, pena il pericolo del contagio e della malattia. Il bambino rimuove l’angoscia di morte e la sposta nella casa e nella costrizione al chiuso e all’inanimato. La casa è la tomba di chi vuol restare vivo.

LA LEZIONE DI CLAUDIO

Cosa ci ha insegnato Claudio, un bambino come altri milioni di bambini che sono stati e sono costretti, per non ammalarsi e per continuare a vivere, nelle pareti domestiche più o meno sicure, più o meno protettive, più o meno familiari. Claudio ci ha offerto il parametro ottimale della salute mentale in tanta disgrazia, una situazione psichica individuale e collettiva di cui ancora non possiamo essere del tutto consapevoli. Claudio è un bambino sano perché si emoziona, parla, sa, si conosce e reagisce, percorre tutte le tappe del suo psicodramma. La rabbia si interseca con le parole, mentre la consapevolezza del dovere si espia con la leggera depressione del “voglio stare un pochino solo”. Claudio deve essere assunto a modello delle nostre reazioni a siffatte reclusione e frustrazione. Se noi adulti abbiamo mantenuto il nostro Claudio dentro, possiamo essere sicuri che stiamo reagendo bene a tanta malora e con il minor danno futuro possibile. Dobbiamo vivere le emozioni, il dolore, il pianto, dobbiamo tradurli in parole con piena consapevolezza, dobbiamo riflettere sulla necessità di così grande perdita di vita da vivere e di relazioni da gustare. Dobbiamo arrabbiarci senza vergogna, dobbiamo avere una mamma da amare anche senza condividerla, dobbiamo avere un nonno come il nostro rifugio, dobbiamo conoscere i nostri desideri, dobbiamo riflettere su quale vita ci piace fare, dobbiamo accettare e assecondare l’isolamento depressivo per rafforzare le nostre riflessioni e tornare fuori dalla stanza più forti di prima e convinti che a tanto male stiamo reagendo senza farci tanto male.

GRAZIE CLAUDIO !

E A BUON RENDERE

I BAMBINI E LO SPAZIO E…ALTRO ANCORA

Salvatore,

dimmi se i miei bambini soffriranno a stare in casa per tanto tempo.

Francesca

Anche per loro vale il discorso della “claustrofilia”: convertire l’ansia e la paura per lo spazio chiuso nell’amore per la casa e per la famiglia. Per i bambini la casa di per se stessa è protettiva e rappresenta simbolicamente la loro interiorità e intimità. La casa è il luogo dell’esercizio degli affetti e della protezione dalle minacce esterne. I bambini hanno confidenza con il simbolismo e usano la fantasia perché è la loro modalità prevalente di pensare e la loro fortuna. La claustrofobia è un problema dell’adulto, quindi non bisogna avere nessuna paura che il bambino si possa ammalare di questo disturbo nevrotico anche perché è necessaria la maturazione della sensibilità alla colpa per la manifestazione della claustrofobia e delle crisi di panico. Per i bambini la casa sarà paradossalmente l’occasione di libertà dai doveri sociali e prevarrà la gioia di essere al sicuro e protetti, nonché di avere a portata di mano tutto il bene dei genitori e della famiglia. I fratelli possono essere motivo di agitazione per l’insorgere del “sentimento della rivalità fraterna” e allora bisognerà dirimere le controversie che sorgeranno tra di loro riportandoli realisticamente alle problematiche di fatto e non alle stupidaggini delle preferenze affettive di mamma e papà. In questo periodo bisognerà spiegare bene la situazione sanitaria senza terrorizzarli con il pericolo della morte e preferendo parlare di bronchite e di febbre, di quelle malattie che il bambino ha vissuto e di cui si è fatto una rappresentazione mentale. Non creare angosce di morte e non ridestare il fantasma depressivo di abbandono e di perdita. Bisogna evitare al massimo i doveri e le punizioni. Bisogna rassicurarli sulla paura dell’eventuale morte della mamma e del papà con l’ottimismo necessario, con l’ironia e con la rassicurazione che i genitori saranno responsabili quando escono di casa per andare a comprare il cibo. Lasciate liberi ai bambini i processi della fantasia e del pensiero creativo. La visione dei programmi televisivi e i videogiochi saranno tollerati sempre in base alle norme del buonsenso. E’ consigliabile la tolleranza rispetto alla predica del senso del dovere e alle imposizioni autoritarie. Questa forzata permanenza sarà l’occasione per il bambino di maturare passioni, di allargare le inclinazioni e le naturali disposizioni alle varie attività. I genitori devono fare di necessità virtù e devono adattare l’educazione dei figli alla contingenza della restrizione fisica ma non psichica.

Cara Francesca, ho allargato il discorso sul tema proposto e in sintesi ho dato altre indicazione psicologiche ai genitori per una buona convivenza e una giusta prognosi. Ritornerò su questi temi in maniera puntuale cammin facendo.

TROPPO RUMORE PER PAOLA

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovo nella casa di mia nonna, (morta e per me importantissima come il nonno), nel soggiorno insieme ad altre persone che urlano e fanno rumore.

Provo e riprovo ad accendere le luci del corridoio ma non funzionano.

Poi ritorno in soggiorno e le luci si accendono.

Sento la voce di mia nonna dalla cucina che mi chiama e poi entra nel soggiorno.

(Il cuore mi batte forte perché so che è morta), ma sono commossa. Lei invece non ha una bella faccia e mi dice che c’è troppo rumore.

Mi sveglio.”

Paola

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mi trovo nella casa di mia nonna, (morta e per me importantissima come il nonno), nel soggiorno insieme ad altre persone che urlano e fanno rumore.”

Paola ha operato una buona identificazione al femminile nella nonna visto che se la trova dentro, l’ha interiorizzata proprio andando lei in sogno “nella casa di mia nonna”. Paola proietta “nella casa” della nonna la sua “organizzazione psichica reattiva”, la sua struttura psichica evolutiva a testimonianza di quanto questa figura abbia contribuito beneficamente nella sua formazione o ancora meglio, a testimonianza di quanto Paola abbia operato identificazioni nella nonna nell’acquisizione della sua identità psichica. Più della mamma ha contribuito la nonna ad aiutarla a crescere e a diventare donna, tanto è vero che tra parentesi e da sveglia lei conferma l’importanza umana e psichica della nonna e anche del nonno. Paola si trova nel “soggiorno” della casa della nonna, meglio della sua casa, il luogo simbolico delle relazioni e degli scambi sociali. Paola sta sviluppando in sogno la sua dimensione relazionale, le modalità psichiche con cui si offre alla gente e con cui riceve la gente. E questa gente “urla e fa rumore”. La nonna “insieme ad altre persone” urlano e fanno rumore, scaricano aggressività, esternano le tensioni che dominano la realtà psichica in atto, sia individuale che relazionale. Paola si dice in sogno che sta vivendo in pieno una contingenza psicofisica in cui domina l’agitazione e il conflitto nelle sue relazioni e nei suoi vissuti in riguardo alla gente e ai suoi interlocutori. Non resta che attendere dove Paola vuole andare a parare con la sua psicodinamica onirica dopo aver rilevato l’importanza dei nonni nella formazione psichica dei i nipoti e in special modo quando i genitori sono assenti per impegni lavorativi, come la “famiglia borghese” degli anni settanta insegna ancora oggi. I nonni sono depositi e portatori della tradizione storica e culturale, nonché esempio vivente dei valori e della credibilità nelle operazioni di affidamento psichico e di trasmissione affettiva. Viva i nonni, riconosciuti dalla Repubblica italiana e dall’Unesco come patrimonio dell’Umanità.

Dopo questa diversione è opportuno convergere sul sogno di Paola.

Provo e riprovo ad accendere le luci del corridoio ma non funzionano.”

Paola prova e riprova a fare chiarezza su quello che le sta succedendo, ma non riesce ad avere la lucidità mentale necessaria. Paola è al buio nel “corridoio”, Paola non conosce i nessi logici dei suoi ragionamenti e dei ragionamenti degli altri. Si è portata in casa la nonna e altra gente che fa tanto bordello e adesso si lamenta che non capisce un cazzo. Che donna incontentabile! Non si individua ancora il ruolo specifico della nonna, di questa figura positiva e gratificante in cui si è identificata in gran parte, ma si spera nel prosieguo del sogno per capire meglio anche gli aspetti reconditi dello psicodramma di Paola. Intanto si può ribadire con tranquillità che è presente uno stato di agitazione ed è assente la “razionalizzazione”. Paola non capisce cosa le sta succedendo nel suo e nell’altrui, in quello che pensa e che vive, in quello che pensano e vivono gli altri. Prova e prova a capire per migliorare la “coscienza di sé” e risolvere l’ansia, ma i meccanismi psichici giusti “non funzionano”. Sarà colpa dell’Enel?

Poi ritorno in soggiorno e le luci si accendono.”

Paola deve stare in mezzo alla gente perché da sola non ce la fa. Insieme agli altri ha uno scambio chiarificatore delle idee e tranquillizzante dell’umore. “La verità non sta in me o in te, la verità sta tra me e te”: questo dicevano i filosofi bonari degli anni sessanta, in particolare quelli della scuola sociologica di Francoforte. Provate a leggere Fromm in questi tempi e possibilmente rileggete “l’Arte di amare” che vi fa solo bene. Tornando a Paola e al suo sogno, è chiaro che l’ansia le passa nel momento in cui sta e si confronta con gli altri. Le relazioni rassicurano e i confronti sono costruttivi anche per la tensione nervosa. Quello di Paola è il sogno di una persona disorientata e in attesa di capire le parole e i discorsi che sono dentro il “rumore”. Paola attende di “sapere di sé”, delle sue emozioni e delle sue convinzioni in un momento della vita in cui non si sente sicura e chiede l’aiuto della nonna, di quella figura che l’ha cresciuta, rassicurata e protetta nel passato e alla grande. La simbologia dice che le “luci si accendono” nel soggiorno, che “l’esercizio della razionalità migliora se condiviso”. Procedere nell’interpretazione del sogno è obbligo morale e curiosità pop.

Sento la voce di mia nonna dalla cucina che mi chiama e poi entra nel soggiorno.”

E’ bellissimo questo passaggio del sogno di Paola, pensate che manda la nonna in “cucina” nella zona degli affetti e dei sentimenti per dire a stessa che i discorsi della gente non hanno quella valenza affettiva e protettiva che lei si aspetta e di cui ha bisogno in questa circostanza psico-storica. La delusione trapela nel passaggio dalla “cucina”, un luogo protetto e intimo, al “soggiorno”, un luogo coperto e tiepido. La nonna entra nel “soggiorno” per fare notare la differenza che passa tra la persona estranea e il familiare, tra la formalità delle relazioni e la sostanza degli affetti. Paola si sta raccontando la storia della sua infanzia quando ha imparato la freddezza della dimensione sociale e il calore della vita affettiva con la nonna. Paola si è sentita tanto amata dalla sua nonna e la fa scorrazzare in tutta la sua casa psichica, dalla cucina al soggiorno, dagli affetti profondi alle relazioni formali, per evidenziare quello che le sta succedendo e che non riesce a capire, una gran confusione mentale e una grande agitazione nervosa. La simbologia è oltremodo evidente e collaudata, per cui non ci sono margini di errore e di approssimazione. E’ così, punto e basta!

(Il cuore mi batte forte perché so che è morta), ma sono commossa. Lei invece non ha una bella faccia e mi dice che c’è troppo rumore.”

Il cuore batte forte per il conflitto che sta vivendo e per l’incapacità di risolverlo al meglio o in parte. Paola è “commossa” significa che si sta prendendo amorosa cura di se stessa e sta cercando in tutti i modi di associare alle emozioni le giuste motivazioni, alle sensazioni le adeguate ragioni, all’agitazione la lucida comprensione. “Commossa” si traduce dal latino “sconquassata” emotivamente e agitata nelle sensazioni, scossa nei nervi e sentimentalmente contrastata. A questo punto Paola proietta nella nonna il suo viso e il suo umore: meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “proiezione”. La nonna “non ha una bella faccia” è la Paola che sta vivendo il suo momento critico e lo mostra nel viso. Paola è una donna che non sa fare buon viso a cattivo gioco, è una donna sensibile e sincera, non sa mentire a se stessa e agli altri. Paola è papale papale quella che si vede. Ma perché sta tanto male? Se lo fa dire in conclusione dalla nonna: “c’è troppo rumore”. Ritorna la difficoltà di capire se stessa e la realtà che la circonda, la resistenza nell’affidarsi a se stessa e agli altri, la titubanza nella visione e nella valutazione della situazione psichica in atto. Paola ha vissuto un trauma che abbisogna del suo tempo per essere capito e razionalizzato. La nonna diventa la profetessa del sogno: c’è troppo casino dentro, si fa tanto bordello fuori e la Psiche ha i suoi tempi, tempi lunghi, per mettere a posto tutte cose che si stanno muovendo.

Ribadisco un principio psichico in riguardo all’assimilazione dei messaggi che provengono dall’esterno e si condensano nei fatti: i tempi della Psiche non sono quelli degli eventi. La “razionalizzazione” ha bisogno di tempo per essere operante al cento per cento semplicemente e perché c’è sempre una carica di tensione nervosa in circolazione, si è caldi e non freddi. Esempio: servono due anni per “razionalizzare il lutto”. Il messaggio arriva subito al “sistema neurovegetativo” e scatena le sensazioni e le emozioni del caso per consentire al sistema psicofisico di non collassare sotto le sferzate delle sensazioni dolorose e dei sentimenti mutilati. Il “sistema nervoso centrale”, da cui dipendono le funzioni di vigilanza e i processi razionali, interviene, ma viene in un primo tempo annullato e di poi rallentato dall’afflusso del marasma sensoriale ed emotivo.

Domanda: da cosa è scossa la nostra benamata Paola?

Questo è il primo sogno che mi arriva “post coronaviri adventum”. Voglio fare un’ipotesi. Se questo sogno fosse scatenato dalla confusione psicofisica che stiamo tutti vivendo in questi giorni, non mi meraviglierei assolutamente. Ci sono tutti gli elementi per attestarne la possibilità di genesi. In ogni caso ricordo che l’evento traumatico “coronavirus” ancora la Psiche individuale non lo ha minimamente avvertito, ancora non sappiamo cosa ci sta succedendo dentro, abbiamo reagito tirando fuori tutti i meccanismi di difesa dall’angoscia. E’ proprio quest’ultima che decrescendo viene razionalizzata e consente alla Ragione di operare la sua funzione di comprensione dell’evento traumatico e degli sconquassi che ha fatto l’avvento repentino del “fantasma di morte”. Davanti a noi si profila un tempo lungo prima di rendersi conto effettivamente di cosa è successo dentro di noi. Per il momento è importantissimo avere consapevolezza di cosa sta succedendo fuori di noi e ubbidire come Garibaldi alle prescrizioni della Scienza medica: “Obbedisco!”. Sappiamo che la reazione psicofisica immediata all’evento impedisce al materiale psichico di affiorare e anche le reazioni emotive non raggiungono le somatizzazioni che possono avere in base alla loro carica. Quando molleremo la presa e saremo più tranquilli e sicuri, verranno fuori le tensioni incarcerate e i traumi pregressi che sono stati evocati e innescati dal fattaccio virologico. Mai paura, siamo fatti così e siamo fatti bene. In ogni caso ci vorrà tempo per la “razionalizzazione del trauma” e per mettere a posto le reazioni neurovegetative. Il “rumore” di cui parla Paola nel sogno è una salutare difesa dal trauma in atto che si chiama “isolamento” e che consiste nella scissione delle sensazioni e del sentimento dalla conoscenza del fatto, per cui adesso siamo alle prese con quello che dobbiamo fare per sopravvivere all’azione nefasta del virus e di poi penseremo all’auto-consapevolezza, al giusto “sapere di sé”.

Quest’ultima tiritera è valida anche se il sogno di Paola non vertesse sulla situazione psicofisica in atto, quella causata dall’impazzare del “coronavirus”.

Andràtuttobene, si vede la luce in fondo al tunnel e in cielo, si vede la luce dappertutto. Nel weekend inizieremo a festeggiare la rinascita individuale e collettiva. Ma ricordate che è assolutamente vietato dimenticare e soprattutto dimenticare gli ultimi trentanni della nostra Storia. “Ammuttamu e caminamu!”

Avanti con l’inno di Mameli!

SOLO PER FAR SESSO

TRAMA DEL SOGNO

“Non ricordo dove sono, incontro il mio ex , è bruttissimo, capelli lunghi un po’ rossicci, barba lunga e bianca con un elastico nel mezzo che forma come un codino, gli occhi stanchi ed un po’ lucidi.

Ci mettiamo a parlare e dopo un po’ lui mi propone di venire a casa mia, capisco che questa offerta è una proposta di far sesso, ma mi dico “tanto che ho da perdere? Ci vado e poi ognuno per la sua strada”

Mentre andiamo verso casa, io davanti e lui di dietro, mi viene il dubbio che se facciamo sesso poi non riesco più a sganciarmi da lui, perché magari si farà insistente. Mi chiedo se sia stata una buona idea accettare la proposta e ci rimugino fino a casa.

Arrivati a casa non mi ricordo da che parte salire al mio piano. Ed invece di andare dietro alla casa, vado sul davanti. Mentre passo davanti alla porta di mia madre, sento che si apre ed io in quel momento non voglio che mi veda con il mio ex. Vedo sgattaiolare fuori qualcosa di nero, ma non capisco cosa e poi la porta si richiude.

Io continuo a camminare verso una scala e ci salgo, mentre faccio gli scalini continuo a pensare se sto facendo la cosa giusta.

Arrivata sopra non riesco a salire sul terrazzo se non arrampicandomi su una struttura in legno traballante e mi siedo in cima, ha un fondo in compensato che sembra stia cedendo e continua ad oscillare, procedo da seduta spingendomi con fatica.

Penso: guarda che lavoro fatto male che ho fatto senza di lui e da quando lui non c’è, mi dirà che non so fare niente.

Ma non importa, continuo ad avanzare con la paura di cadere, finché non salto sul terrazzo. Mi giro per avvisarlo di stare attento, ma lui è già sceso ed è al mio fianco.

A quel punto dobbiamo entrare in casa, ma io sono ancora assalita dal dubbio di fare la cosa giusta, anche perché lui è brutto, io ho paura … ma non mi viene di dirgli di no.

Una volta entrati, lui mi chiede se può andare in bagno. Io gli dico di si, e lui mi risponde “sai, io devo andare anche a far la cacca.”

Intanto io vado a preparare la camera. Ma mentre sono là penso a come fare per mandarlo via, allora prendo il cellulare per mandare un messaggio all’amico con cui mi vedo ora per avvisarlo di dove e con chi sono (una forma di sicurezza se dovessi aver bisogno).

Però quando apro il cellulare c’è un gioco che gira e non mi permette di accedere ai messaggi ed io provo e riprovo ma non riesco ad uscire da quella modalità gioco e non potendo fare il messaggio mi prende la paura.

Sento che la porta del bagno si apre e nascondo il telefonino sopra all’armadio in modo che il mio ex non vada a controllare se ho mandato messaggi a qualcuno.

A quel punto aspetto che arrivi in camera … e là finisce il sogno.”

Questo lungo sogno appartiene a Merigiò.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Non ricordo dove sono, incontro il mio ex , è bruttissimo, capelli lunghi un po’ rossicci, barba lunga e bianca con un elastico nel mezzo che forma come un codino, gli occhi stanchi ed un po’ lucidi.”

Merigiò esordisce con la descrizione del suo “ex”, un uomo “ex” e fuori di lei, fisicamente, ma sicuramente “in” e dentro di lei, psichicamente, per quello che ha rappresentato e per tutto quello che ha vissuto con lui. I connotati fisici attestano di una precisa diffusione nello spazio psichico di questa figura di uomo, una presenza caratteristica che Merigiò si è portata dietro nel corso della sua vita non senza tentennamenti e rimpianti. Magari non riusciva a trovare di meglio o magari non aveva la giusta consapevolezza del suo valore e per questa carenza si è accontentata di un uomo che, all’emergere della sicurezza in se stessa, ha giustamente e figurativamente abbandonato per strada con tutti i suoi connotati fisici e psichici. Infatti, la descrizione dell’ex è proprio originale, ricca di elementi specifici e simbolici. Traduco: l’ex di Merigiò non è una bella persona, ha idee tutte sue di stampo persecutorio, è un attaccabrighe che pone tra sé e gli altri soltanto barriere, ha una visione della realtà coatta e una filosofia di vita ristretta a poche idee anche se chiare. Ma si sa che “ogni scarafone è bello a mamma soia” e, se questo soggetto critico è piaciuto a Merigiò, si prende atto che l’originalità estetica e caratteriale l’ha colpita a suo tempo. Di poi, quando si è riconciliata con se stessa, Merigiò ha preteso per sé una relazione migliore e più rassicurante, rispetto a una storia d’amore con un diavolo ambulante.

Ci mettiamo a parlare e dopo un po’ lui mi propone di venire a casa mia, capisco che questa offerta è una proposta di far sesso, ma mi dico “tanto che ho da perdere? Ci vado e poi ognuno per la sua strada”

Merigiò sognando si sta dicendo che l’attrazione vissuta nei riguardi del mostro descritto in precedenza si giustifica con la sessualità, con il “far sesso”, con l’istinto e la pulsione che non hanno bisogno della ragione e dei ragionamenti, con la forza dell’Es che non ha bisogno del divieto del Super-Io per essere messa in atto. Merigiò aveva una buona intesa sessuale con il suo ex e su questo trasporto dei sensi basava l’essenza del rapporto. E fin qui va bene, semplicemente perché una buona relazione di coppia deve avere come base un buon esercizio della “libido”; altrimenti che coppia è, di che coppia stiamo parlando? Di una coppia sublimata o di una coppia eterea che sta in cielo e non in terra. Merigiò in sogno riesuma il suo ex per l’attrazione sessuale e per la vita erotica che ha vissuto con un uomo che somiglia tanto al buon selvaggio allo stato di natura di rousseauiana memoria. La possibile contingente unione si sposa con la successiva separazione, l’incontro è possibile se basato sugli opposti del prendersi e del lasciarsi, sulla finalità esclusivamente godereccia e casereccia come il pane buono degli uomini primitivi. Una scopata alla grande “e poi ognuno per la sua strada” è un programma soddisfacente e un progetto di grande valore e di massima libertà anche se resta da chiedere il perché Merigiò sta sognando questa soluzione primitiva di sesso per la sua preziosa e bella persona. La risposta può attestarsi nella nostalgia di avere un maschio che sappia far bene l’amore come il suo “ex e sulla crisi di maschi di questo tipo nella panoramica esistenziale di Merigiò. Magari è in una situazione di crisi relazionale e di astinenza sessuale, per cui il corpo di notte chiede in sogno l’appagamento erotico e magari un orgasmo per culminare nel cielo delle stelle cadenti. Comunque, Merigiò è una donna libera e disinibita che dispone del suo corpo e della sua sessualità come le aggrada e le conviene. Questo è un dato notevole di autonomia psicofisica, ma non sempre tutte le ciambelle vengono con il buco. Vediamo come procede questo sogno descrittivo e con pochi connotati simbolici: una “fantasia a occhi chiusi” in forma narrativa come un fotoromanzo degli anni sessanta nel giornale del popolo che si titolava “Grand hotel”.

Mentre andiamo verso casa, io davanti e lui di dietro, mi viene il dubbio che se facciamo sesso poi non riesco più a sganciarmi da lui, perché magari si farà insistente. Mi chiedo se sia stata una buona idea accettare la proposta e ci rimugino fino a casa.”

Come dicevo, quello di Merigiò è un sogno quasi a occhi aperti dal momento che si serve di una vena narrativa e di una verve descrittiva che aggiungono chiarezza alla tensione che via via la protagonista costruisce su questo meraviglioso incontro del suo tipo: un rapporto sessuale, una storia di sesso, punto e basta. L’andare “verso casa” attesta della familiarità e della condivisione vissute in precedenza e “l’io davanti e lui dietro” conferma la direttività consapevole e volitiva di Merigiò durante il precedente menage di coppia, proprio quel menage sessuale che era il fiore all’occhiello e che la protagonista teme perché può rievocare una forma di dipendenza e un desiderio di ritorno al passato. Merigiò teme di riattaccarsi al suo ex proprio per quello che rappresentava nella coppia, un uomo che fa bene il sesso e che sa ben percorrere le località limitrofe. Non è messa bene a questo riguardo la donna e rimugina se aderire alla pulsione che la vuole eccitata o aderire al divieto che la vuole a rischio dipendenza. Riepilogando: un uomo e una donna si sono incontrati a suo tempo e hanno vissuto una buona intesa sessuale che è stata la parte costitutiva del loro rapporto. Dopo la separazione la donna vive una frustrazione sessuale e in sogno rievoca il suo partner con la gioia di rivivere l’eccitazione sessuale del passato e con il timore di ricadere nella storia a causa delle frustrazioni del tempo presente.

Arrivati a casa non mi ricordo da che parte salire al mio piano. Ed invece di andare dietro alla casa, vado sul davanti. Mentre passo davanti alla porta di mia madre, sento che si apre ed io in quel momento non voglio che mi veda con il mio ex. Vedo sgattaiolare fuori qualcosa di nero, ma non capisco cosa e poi la porta si richiude.”

Merigiò ragiona e valuta perdendo in attrazione e crescendo in riflessione. Merigiò aumenta le sue resistenze a lasciarsi andare alla trasgressione e al ritorno della fiamma erotica. Merigiò istruisce le sue difese dal coinvolgimento e tira fuori i tabù materni e familiari che hanno contrassegnato la sua formazione psichica e sessuale nel caso specifico. L’educazione di Merigò ha conosciuto l’intolleranza e la condanna della sessualità e della vitalità che a essa si ascrive, almeno prima del matrimonio. La figura materna è stranamente il “Super-Io” di Merigiò, perché di solito è il padre a investire questo ruolo di censore della mente e di torturatore del corpo delle figlie. Possibilmente l’ombra scura, “vedo sgattaiolare fuori qualcosa di nero”, è quel padre che non supera la prova repressiva perché l’istinto sessuale e la pulsione erotica della figlia sono decisamente più forti del divieto familiare e del tabù culturale dominanti. Il “salire” in questo caso non si traduce simbolicamente nel processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”, ma rientra nella costruzione della scena onirica e nel fomentare il quadro con l’effetto sorpresa, in maniera che l’eccitazione prenda il sopravvento con giusta causa e buon effetto di claque. Le porte che si aprono e si chiudono, la madre che c’è e non c’è, il davanti e il didietro, il vedere e il non vedere sono elementi costitutivi della sceneggiatura onirica e sono funzionali ad accrescere la tensione erotica della trasgressione e il rischio dell’avventura tra riedizione del “già vissuto” e dipendenza sempre dal “già vissuto”. Merigiò non riesce a liberarsi dalla morsa di eccitazione che sta elaborando in sogno e nello stesso tempo la fomenta attraverso il ricorso a tappe e a momenti di preparazione della scena finale con l’evento clou: fare sesso, vivere una contingenza di sesso. Il quadro costruito da Merigiò sa di ormoni in movimento, ha un sapore adolescenziale fatto di desiderio e repressione, di eccitazione e contenimento, di sblocco e di argine.

Io continuo a camminare verso una scala e ci salgo, mentre faccio gli scalini, continuo a pensare se sto facendo la cosa giusta.”

Merigiò a questo punto insiste sul “camminare” e sul salire la “scala” e sul fare “gli scalini”, per cui richiama il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” per aiutarsi a reprimere la voglia di sesso che si porta dietro sin dall’inizio del sogno e anche prima di andare a letto e dormire. Il ricorso alla valutazione del suo “Super-Io” attesta che la donna è anche disposta a sacrificare la sua “libido” pur di non sentirsi in colpa per il resto dei suoi giorni e per non avere l’amara sorpresa dell’ex che fraintende la finalità erotica dell’amplesso e magari la tarma a vita per tornare con lei. Merigiò sta giocando con il morto e lo sa, ma l’unico ostacolo allo sballo erotico può essere, almeno fin adesso, la censura morale del padre e della madre che poco prima sono sgaiattolati nell’ombra degli atavici tabù sessuali, quelli che rasentano la sessuofobia. Ma si sa che più reprimi e più ti ecciti, per cui Merigiò, per continuare a dormire e non svegliarsi in preda al desiderio inappagato, deve trovare l’espediente giusto e la forza di ascoltare i suoi bisogni erotici e le sue pulsioni sessuali senza ricorrere a frustrazioni inopportune e a dannose auto-castrazioni. Sta facendo la cosa giusta? A Merigiò prima il piacere e dopo l’ardua sentenza.

Arrivata sopra non riesco a salire sul terrazzo se non arrampicandomi su una struttura in legno traballante e mi siedo in cima, ha un fondo in compensato che sembra stia cedendo e continua ad oscillare, procedo da seduta spingendomi con fatica.”

La “sublimazione della libido” fortunatamente non funziona, dico fortunatamente perché la frustrazione di tanto desiderio sessuale avrebbe portato a una “conversione isterica”, a una somatizzazione delle tensioni inespresse con grave e contingente danno per l’equilibrio psicofisico di Merigiò. All’incontrario il fallimento della “sublimazione” scompensa meno il sistema economico e dinamico della psiche e apporta il vantaggio di usare la via diretta e non la via surrogata per espletare correttamente le funzioni sessuali. La “sublimazione della libido” traballa e si poggia su una base sottile che rischia di cedere e che oscilla. La fatica di Merigiò è tanta nel contenere il desiderio di fare sesso con il suo ex, per cui non le resta che abbandonarsi al moto degli organi vitali e al desiderio di avere un uomo adeguato al compito e collaudato nel tempo. Il quadro costruito da Merigiò è formidabile perché dà pienamente il senso dell’incertezza e del travaglio della scelta tra il prendere e il lasciare, una decisione tutta sua, un combattimento con se stessa e le istanze psichiche dell’Es che vuole, del Super-Io che impedisce e dell’Io che sta a guardare.

Penso: guarda che lavoro fatto male che ho fatto senza di lui e da quando lui non c’è, mi dirà che non so fare niente.”

Qualche senso di colpa Merigiò se l’è trascinato dopo la rottura con il suo ex e in particolare teme che lui la riprenda sul fatto che è rimasta una donna incompleta e non ha trovato un uomo equivalente a lui e tanto meno uno migliore. Merigiò ritiene che il suo ex le contesti la debolezza manifestata nel circuirlo e nell’accettare il suo invito a fare sesso, insomma non è tanto sicura della relazione che si può stabilire e dei discorsi che possono intercorrere in questo recidivo happening e soprattutto dopo. Merigiò teme anche la gelosia dell’uomo e la possibilità di sentirsi tradito in questo periodo in cui lei ha goduto della sua libertà e della sua autonomia. Merigiò non è tranquilla perché non è sicura della bontà della sua decisione di tornare sul luogo del delitto, si convince di non essere una buona assassina, ma la spinta pulsionale e gli ormoni indicano la direzione di una sana scopata.

Ma non importa, continuo ad avanzare con la paura di cadere, finché non salto sul terrazzo. Mi giro per avvisarlo di stare attento, ma lui è già sceso ed è al mio fianco.”

“Alea iacta est”, disse Cesare attraversando il Rubicone. “Il dado è tratto e la cosa si può fare”, dice Merigiò in sogno a se stessa e al suo ex: “non importa, continuo ad avanzare” anche con la sana paura di sbagliare. Merigiò riprende la seduzione e rilancia l’intesa anche se nei suoi desideri lui è già pronto al suo fianco per l’amplesso fatale. Marigiò non attribuisce al suo ex alcuna titubanza e segue la linea sperimentata di descrivere un maschio che riflette poco e che non ha paura di stare con una donna. La disinibizione, in effetti, appartiene a Merigiò, che la proietta su di lui per incentivare la sua spinta a sentirsi libera nella scelta e autonoma nella decisione. Decisamente si tratta di un invidiabile e auspicato traguardo. Il sogno continua e si compiace di accrescere la tensione come una forma di eccitazione preliminare.

A quel punto dobbiamo entrare in casa, ma io sono ancora assalita dal dubbio di fare la cosa giusta, anche perché lui è brutto, io ho paura … ma non mi viene di dirgli di no.”

Si conferma la decodificazione precedente. Merigiò è combattuta come Amleto e si chiede se scopare o non scopare. L’intimità è pronta e bella e fatta, la recezione sessuale è al punto giusto, bisogna sconfiggere le ultime resistenze che vorrebbero illegale e pericoloso il fattaccio e il tramaccio. Merigiò è assalita più dal desiderio che dal dubbio. In questo capoverso opera una traslazione dei significati ed è come se dicesse “che lo vuole e che è eccitata”. Convertendo le tensioni negative della paura e dell’incapacità a negarsi in positive, viene fuori quanto si diceva prima, uno stato di eccitazione sessuale che aspira a realizzarsi. “Brutto” si traduce eccitante. Merigiò non sa dirsi di no, non sa negarsi il benessere. E allora si va avanti verso il meglio, come prescrive il principio filosofico dell’ottimismo evoluzionistico.

Una volta entrati, lui mi chiede se può andare in bagno. Io gli dico di si, e lui mi risponde “sai, io devo andare anche a far la cacca.”

E’ la descrizione del coito desiderato: “entrare in casa”, “sono assalita”, “lui è brutto”, “io ho paura”, “una volta entrati”, “devo andare anche a fare la cacca”. Ho ripreso parti del precedente capoverso e del presente ed è venuta fuori l’allegoria del coito. I condimenti sono quelli giusti: la penetrazione, l’eccitazione, la forza dell’istinto, l’aggressività sessuale. In poche parole Merigiò ha tradotto mirabilmente in parole il suo desiderio sessuale e nelle sequenze in cui lo ha immaginato. I simboli dicono che “andare in bagno” significa intimità e ricerca di fusione, “fare la cacca” equivale allo scarico dell’aggressività anale, alla componente sadomasochistica della “posizione psichica anale” e propria della “libido” che si realizza nell’aggressività e nella passività del subire. Merigiò è una donna che vuole il maschio deciso e aggressivo, incisivo e determinato nell’esternare carezze inequivocabilmente condite di tollerabile sadismo. Ecco perché in sogno manda il suo ex a fare la cacca. La castità per Merigiò è veramente una sofferenza, ma ancora il sogno continua e può riservare sorprese oppure si può acquietare nel dopo l’orgasmo.

Intanto io vado a preparare la camera. Ma mentre sono là penso a come fare per mandarlo via, allora prendo il cellulare per mandare un messaggio all’amico con cui mi vedo ora per avvisarlo di dove e con chi sono (una forma di sicurezza se dovessi aver bisogno).”

Merigiò sta facendo di tutto, anche l’impossibile, per tenere sotto controllo i suoi istinti, ma non ci riesce e tra un prepararsi nella sua “camera” psicofisica e un pensiero di fuga elabora anche un senso di colpa nei riguardi dell’uomo che sta frequentando. Certamente Merigiò sta dicendo a se stessa che andare a letto con l’ex significa tradire l’altro, non è tanto sciocca da dover comunicare all’interessato il tradimento e oltretutto in diretta. Merigiò non si sente sicura solamente perché interviene a intermittenza il “Super-Io” a dirle che queste cose non si fanno tra la agente per bene e a prescriverle l’astinenza sessuale in cambio della virulenza della “libido”. “Una forma di sicurezza se dovessi aver bisogno” ricalca l’eccitazione tormentosa che Merigiò vuole vivere e che rientra nelle sue modalità eccitative e sessuali. Non è una donna che fa punto e basta, Merigiò è una donna che usa tanto la fantasia e che le cose le gusta fino in fondo, dall’inizio alla fine e nel mezzo ci mette tutti i condimenti necessari a un thriller di sessuale ispirazione.

Però quando apro il cellulare c’è un gioco che gira e non mi permette di accedere ai messaggi ed io provo e riprovo, ma non riesco ad uscire da quella modalità gioco e non potendo fare il messaggio mi prende la paura.”

Ritorna in versione amplificata e diretta il bisogno di Merigiò di complicare i preliminari psicofisici in vista di un’eccitazione che non tralascia alcun particolare nel midollo spinale e nella vagina, si manifesta ancora questa tendenza a fare di un volgare coito un poetico coito, di un prosaico amplesso un poetico amplesso, di una semplice scopata una accurata scopata. Merigiò non è donna che si fa mancare qualcosa quando fa le sue cose e questo capoverso onirico lo testimonia proprio con il bisogno di cercare aiuto e l’incapacità a trovarlo proprio perché non lo vuole, proprio perché non ne ha bisogno. Merigiò è sorniona e sa il fatto suo e, di certo, non ha paura di un uomo che già conosce e sa come prendere o di un uomo che si presenta nella scena della sua vita. Tutto questo semplicemente perché Merigiò sa di sé, ha una buona autocoscienza, una limpida auto-consapevolezza. Il “gioco” che le impedisce “di accedere ai messaggi” conferma quanto prima affermato. Merigiò sta giocando e si eccita con questi preliminari della seduzione e della conquista e non pensa minimamente di ragionare e di riflettere in questo trambusto dei sensi che aspira in progressione all’appagamento orgasmico. Se Merigiò cambiasse “la modalità di gioco”, andrebbe decisamente in crisi erotica e sessuale.

Sento che la porta del bagno si apre e nascondo il telefonino sopra all’armadio in modo che il mio ex non vada a controllare se ho mandato messaggi a qualcuno.”

Anche l’effetto sorpresa non manca in questo lungo e tormentato sogno di Merigiò. Il thriller non manca, con tutta l’eccitazione che si porta addosso, di testimoniare che il sentimento della gelosia è per lei una fonte di godimento. Non è il suo ex a essere geloso, ma lei che è gelosa e possessiva e non gode a condividere un uomo. Merigiò si difende con il meccanismo della “proiezione” e attribuisce al suo ex quello che è un suo precipuo vissuto, il sentimento della gelosia. E’ una donna che non vive in condominio e non concepisce la condivisione di un uomo, è una donna che le pensa tutte e ne pensa troppe, è una donna dal palato delicato e non si confonde con la massa anonima e asettica. Tutto è pronto per l’amplesso fatale e le ultime resistenze sono state debellate. Finalmente Merigiò è sola con se stessa e in compagnia del suo ex. Adesso si possono adempiere le scritture profane e laiche. Ora o mai più.

A quel punto aspetto che arrivi in camera … e là finisce il sogno.”

Merigiò ha combinato o non ha combinato?

Il lettore di questo testo deve farsene una ragione e deve prendere una posizione sul possibile prosieguo del sogno erotico di Merigiò. La mia risposta è la seguente: Merigiò si è fatto il suo ex abbondantemente durante il sogno, per cui non era necessario vivere narrativamente la fase finale del coito. Era giusto e naturale che si svegliasse senza cadere nell’incubo, proprio perché aveva tanto speso in eccitazione durante il “lavoro onirico” di costruzione delle varie sequenze. Anche l’attesa di lui, “aspetto che arrivi in camera”, dice dell’atmosfera seduttiva che Merigiò ha voluto costruire nel suo sogno elaborando scene magiche e umanissime allo stesso tempo.

Il sogno di Merigiò si può definire un sogno di sesso e si può degnamente concludere con il trionfo dei sensi di una donna fantasiosa e pratica.

IL CASOLARE DI CHINA

LA LETTERA E IL SOGNO

Buongiorno Dottore,

mi avvalgo ancora del Suo aiuto per cercare di comprendere ed avere qualche spunto in ordine ad un sogno fatto la scorsa notte, che ha scatenato in me emozioni e domande.

Nel sogno ho appena comprato una nuova casa, una sorta di casolare di campagna molto vecchio che voglio ristrutturare col mio compagno per spostare la nostra famigliola.

La casa mi soddisfa, ma il giardino è avvilente: una specie di campo spoglio ed arido, con qualche alberello striminzito, arbusti secchi ed erba bruciata dal sole ed adesso (il sogno è in autunno) mezza marcita dalla pioggia.

Al che, senza troppo pensarci su, inizio a girare attorno al giardino alzando le braccia, ed al mio passaggio, man mano che lo percorro, il giardino, il cui colore prevalente è il grigio-marrone, si illumina di luce e colori, si riempie di verde, di piante fiorite ed al centro trionfa un piccolo ma rigoglioso albero coi frutti rossi (potrebbero essere mele o pesche, perché i frutti sono grossi).

Ora nel sogno sono contenta, stupita e soddisfatta.

Ma mi sono svegliata domandandomi: perché non ho usato la mia “magia” anche per la casa da ristrutturare? Nel sogno sembrava scontato che per essa la mia magia non potesse essere applicata, e la cosa in ogni caso non mi arrecava disturbo alcuno. Ma da sveglia invece mi è sembrato di aver perso un’occasione!

Grazie molte se vorrà aiutarmi, intanto Le auguro un buon lavoro

La saluto cordialmente

China


Dottore buongiorno, sono sempre China.

Dimenticavo di dirle, e ci tengo molto, che l’interpretazione che ha dato del mio precedente sogno è stata incredibilmente aderente con le mie caratteristiche e la mia situazione; sono rimasta quasi stupita di quanto abbia colto nel segno in svariati aspetti del mio carattere e della mia personalità.
Ho quindi avuto modo di trarre beneficio dalla sua interpretazione perché mi ha fornito molti spunti per riflettere su di me e, se possibile, lavorare per stare meglio.
E di questo La ringrazio.
Un cordiale saluto da China

LA RISPOSTA E L’INTERPRETAZIONE

Nel sogno ho appena comprato una nuova casa, una sorta di casolare di campagna molto vecchio che voglio ristrutturare col mio compagno per spostare la nostra famigliola.”

China è la sua storia e la sua formazione. China si è organizzata a livello psichico nel corso della sua evoluzione organica e ha costruito “una sorta di casolare di campagna molto vecchio”, la sua “nuova casa” che equivale a una presa di coscienza della sua personalità e della sua persona, della sua unica e irripetibile unità “psiche-soma”. China si è accompagnata a un uomo e ha formato con lui “la nostra famigliola”, ha evoluto la sua organizzazione psichica di donna in moglie e in madre. China ha fatto tutte le cose giuste e non ha perso una tappa, si è migliorata, nonostante le crisi che immancabilmente occorrono e soccorrono nel tragitto dell’esistere e del vivere.

La casa mi soddisfa, ma il giardino è avvilente: una specie di campo spoglio ed arido, con qualche alberello striminzito, arbusti secchi ed erba bruciata dal sole ed adesso (il sogno è in autunno) mezza marcita dalla pioggia.”

China è contenta della sua formazione psichica, del suo modo di essere e di esistere, ma sa che qualcosa non gira bene nelle sue relazioni e, per la precisione, nelle sue propensioni sociali. Meglio: China è veramente preoccupata per la sua sfera affettiva e per le modalità di prendere contatto con la gente e di relazionarsi con le persone che sente affini. Non si lascia andare nelle relazioni e investe poca “libido”, quella necessaria a vivere in gruppo e a distribuire parole e discorsi. Questo è un dato psichico di un certo rilievo. China è consapevole che nella sua formazione psichica qualcosa è andato storto per quanto riguarda la tendenza e la spinta a esporsi. Complessi d’inferiorità e di inadeguatezza hanno bloccato la bambina e si sono riverberati nella donna. Tutto questo China lo sa.

Al che, senza troppo pensarci su, inizio a girare attorno al giardino alzando le braccia, ed al mio passaggio, man mano che lo percorro, il giardino, il cui colore prevalente è il grigio-marrone, si illumina di luce e colori, si riempie di verde, di piante fiorite ed al centro trionfa un piccolo ma rigoglioso albero coi frutti rossi (potrebbero essere mele o pesche, perché i frutti sono grossi).”

China sa che si deve dare da fare per superare questi scogli e per virare di gran carriera verso le relazioni più impegnative e significative. E allora converte il grigiore del suo modo di porsi nelle relazioni in disposizione gioiosa e coinvolgente con tutte le modalità cromatiche che sono implicite in un’apertura eccitante, ricca di emozioni e di sensazioni. Anche la dimensione affettiva si è sbloccata e China ha preso coscienza del suo valore come persona e soprattutto come donna. La luce dell’Io invade l’oscurità dei meandri profondi.

Ora nel sogno sono contenta, stupita e soddisfatta.”

Come volevasi dimostrare. Contenta si sposa con soddisfatta e simboleggiano la pienezza psicofisica di China. Stupita si traduce fortemente preda delle sue emozioni e sensazioni.

Ma mi sono svegliata domandandomi: perché non ho usato la mia “magia” anche per la casa da ristrutturare? Nel sogno sembrava scontato che per essa la mia magia non potesse essere applicata, e la cosa in ogni caso non mi arrecava disturbo alcuno. Ma da sveglia invece mi è sembrato di aver perso un’occasione!”

Ogni cosa a suo tempo e il suo tempo a ogni cosa. Era necessaria la maturazione di una presa di coscienza e, quando si è presentata, ha dato i suoi frutti. China si è aiutata da sola o si è fatta aiutare?

Dimenticavo di dirle, e ci tengo molto, che l’interpretazione che ha dato del mio precedente sogno è stata incredibilmente aderente con le mie caratteristiche e la mia situazione; sono rimasta quasi stupita di quanto abbia colto nel segno in svariati aspetti del mio carattere e della mia personalità.
Ho quindi avuto modo di trarre beneficio dalla sua interpretazione perché mi ha fornito molti spunti per riflettere su di me e, se possibile, lavorare per stare meglio.”

China ha tratto benefici dalle prese di coscienza salvifiche ed evolutive e si è disposta ad abbandonare le resistenze che impediscono l’afflusso delle rimozioni e, di conseguenza, la consapevolezza e il senso di sé. Non è facile e non è da tutti abbandonare il sicuro, anche se sofferto, per entrare nel mondo degli spiriti sepolti nel nostro dimenticatoio e dei fantasmi che ballano di notte nei nostri castelli in Scozia. China ha ottenuto quello che necessariamente doveva conseguire alla sua buona disposizione di modificarsi attraverso la conquista dell’autocoscienza socratica: “conosci te stesso”. Uno stimolo val bene un progresso, ma soltanto se le resistenze non resistono. E il tutto va fatto sempre con giudizio per non scompensarsi.

Ma mi sono svegliata domandandomi: perché non ho usato la mia “magia” anche per la casa da ristrutturare? Nel sogno sembrava scontato che per essa la mia magia non potesse essere applicata, e la cosa in ogni caso non mi arrecava disturbo alcuno. Ma da sveglia invece mi è sembrato di aver perso un’occasione!”

La magia non è altro che la nostra disposizione a seguire la Fantasia e a usare i “processi primari”, meglio i meccanismi psichici del sogno e della veglia. La magia è la caduta della Ragione e l’avvento coraggioso del Linguaggio dimenticato in una con l’emozione che accompagna il nostro mondo bambino e le nostre sensazioni arcaiche, quel materiale psicofisico che nell’infanzia ci ha nutrito e sostenuto. China non poteva usare la sua Magia perché le resistenze impedivano l’uso dei processi primari e l’afflusso dalla dimensione profonda del materiale psichico rimosso. La sua evoluzione ha approfittato degli stimoli in atto e si è diretta verso l’acquisizione del materiale psichico alienato nella dimensione subcosciente. Non bisogna essere mai violenti con se stessi in primo luogo, è necessario sempre rispettarsi e non buttarsi come i kamikaze verso l’ignoto e il pericolo.

Ultimo rilievo: China ha sognato com’era e com’è, ha saltato le tappe e le classificazioni del Tempo e ha potuto fare questa operazione senza traumi solamente perché ha preso confidenza con se stessa e perché si piace, oltre che si accetta.

NOTIZIE DA dimensionesogno.com

Inizia una nuova fase nell’interpretazione dei sogni e nella discussione dei quesiti, la fase descrittiva e narrativa. Dopo tanta teorizzazione sul fenomeno del sogno ho trovato la mia dimensione popolare e popolana, quella che mi mi sono sempre portato addosso come un marchio di fabbrica e d’infamia. La chiarezza è una virtù e la teoria la lasciamo a chi ha bisogno di emergere nel mondo delle vanità che ci assilla nelle comunicazioni. Questa sarà la nuova linea del blog, semplicemente perché altrimenti ho già fatto e non voglio continuare a fare.

Cordialmente

Salvatore Vallone

in Pieve di Soligo, nel mese di Gennaio dell’anno 2020

LE RELAZIONI DIFFICILI

Uomo, Donna, Faccia, Vista, Osservare

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo a casa del mio ex a prendere mio figlio.

A un certo punto il mio ex ha cominciato a dare in escandescenze perché voleva che gli lasciassi le sigarette.

Io non volevo dargliele, ma lui aveva già preparato un pugno da darmi all’altezza del cuore o della bocca dello stomaco.

Non so come sono riuscita ad andare via da quella casa, ma senza mio figlio.

Sono corsa a casa mia che è lontano da casa sua e cercavo la mia macchina che non riuscivo a trovare.

Gli altri mi dicevano “ma è lì, non la vedi?”, ma io talmente ero terrorizzata che non riuscivo a vederla.

Così sono salita a casa e mi sono chiusa in una stanzetta dove ho chiamato una mia amica che non riuscivo a sentire bene.

Vorrei precisare che sto da poco con una persona e che siamo molto presi, (ma io non lo chiamavo forse perché so che sta attraversando un periodo difficile)

Comunque, quando esco dalla stanza, trovo il mio ex e mio figlio seduti nelle scale.

Entro in casa (non ho scale a casa) e sto finendo di parlare al telefono, quando lui si alza e vuole vedere se parlo davvero con la mia amica o con il mio attuale compagno…

C’è una specie di colluttazione perché io non voglio dargli il telefono e lui cerca con la forza di togliermelo.

A quel punto mi sono svegliata.”

Questo è il sogno di Anna.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Anna apre un’ampia pagina sulla “Psicologia della coppia” e in particolare sulle difficoltà che un uomo e una donna o due persone dello stesso sesso incontrano nel momento in cui sono chiamate a collimare nelle pulsioni e nei bisogni, nelle fantasie e nei desideri, nelle deliberazioni e nelle decisioni. In questo nodo esistenziale e psichico ogni membro della coppia porta le sue esperienze vissute e la sua formazione, la sua “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva” fermata in quel momento storico della relazione. A questo punto la coppia è chiamata a evolversi nel binario in cui l’individuale e il comune non devono scindersi, ma devono marciare di pari passo.

Mi spiego: l’uomo e la donna portano avanti la loro psicologia individuale e maturano le possibilità di amalgama e di coinvolgimento senza alcun sacrificio della loro singolarità. Voglio significare che la coppia è fondamentalmente esercizio d’investimento di “libido” secondo le direttive della qualità “genitale”, donativa e godereccia verso sé e verso l’altro per l’appunto. La coppia comporta nel suo esercizio l’evoluzione completa della “organizzazione psichica reattiva” e la giusta consapevolezza dello “status” psichico e relazionale dei suoi membri. Questo quadro e quanto affermato rappresentano l’optimum teorico, ma si sa che la realtà è beffarda e imperfetta.

E meno male!

E allora?

Ricompattiamo e convergiamo verso la compatibilità di coppia. Tutte le coppie sono compatibili nel momento in cui ogni membro ha portato avanti la sua evoluzione fino alla “posizione psichica genitale”, ha completato il percorso formativo che viaggia dalla “oralità” alla “analità”, dalla “fallicità narcisistica” allo “edipico”, dall’affettività all’aggressività, dal protagonismo alla conflittualità, magari accentuando in questo cammino i tratti caratteristici di una “posizione”, ma la formazione deve essere completata e non deve avere sospesi o addirittura vuoti, iati o salti acrobatici. L’uniformità del processo evolutivo consente l’individualizzazione e la comunione, ma non equivale a una massificazione perché il privato si coniuga con il sociale e la ricchezza dei contributi è tanta. Ribadisco che i contenuti da immettere nelle varie “posizioni” sono personali e irripetibili: universalità di funzione e diversità di vissuti. Una coppia può avere delle prevalenze e delle affinità, delle identità e delle diversità formative, ma deve essere approdata beneficamente alla “posizione genitale”. In questo caso l’esercizio dell’investimento di “libido genitale” è proficuo e offre alla coppia maggiori garanzie di durata e di qualità esistenziale.

Ripeto: la coppia è investimento ed esercizio di “libido genitale” ed esige che le altre “posizioni psichiche evolutive” siano state portate a buon fine. La coppia, allora, acquisterà la caratteristica in base al prevalere contingente delle caratteristiche insite e connesse nelle diverse “posizioni psichiche evolutive”. Saprà essere “orale” o affettiva, “anale” o aggressiva, “fallico-narcisistica” o compiaciuta, “edipica” o conflittuale, ma il teatro in cui si recitano e agiscono di volta in volta dinamicamente questi attributi deve essere quello “genitale”. La disposizione a investire l’altro della propria “libido” è il basamento della coppia e ne garantisce una buona inossidabilità. Di certo, la coppia comincia a morire nel momento in cui cessa l’esercizio e si estingue quando subentra la più spietata indifferenza.

Mi ripeto e chiarisco.

La “coppia genitale” può essere a prevalenza “orale” quando l’affettività è il comune denominatore e ispira l’investimento, a prevalenza “anale” quando l’aggressività si manifesta nei pensieri e nei modi, a prevalenza “fallico-narcisistica” quando l’orgoglio sostiene l’esibizione sociale, a prevalenza “edipica” quando la conflittualità caratterizza la dialettica. Ogni coppia ha una sua epifania, la sua manifestazione sociale e gli altri possono cogliere quello che il sodalizio umano esprime come tratto caratteristico di volta in volta, di stagione in stagione, di tempo in tempo. La coppia non è mai rigida e monotona nelle sue manifestazioni semplicemente perché i contributi psichici reciproci si combinano e si alternano nel corso dell’esercizio umano e del sodalizio amoroso. La coppia non vive dell’eredità di un grande Amore e del vero Amore, non è oggetto d’insidia del folle dio bendato, il mitico Cupido. La coppia non ha un’etica capitalistica per cui deve consumare e investire le ricchezze ereditate. La coppia ha un’etica proletaria, lavora per vivere di giorno in giorno, di ora in ora, d’istante in istante. La coppia si alza al mattino e si sceglie e si conferma che ancora per oggi sarà oggetto d’investimento di “libido”. Questa coppia arriva alle nozze di diamante e oltre, semplicemente perché è un insieme psicofisico evolutivo che continuamente si origina e rinasce come l’araba fenice. Nel concreto, ogni donna e ogni uomo o ogni uomo e ogni uomo o ogni donna e ogni donna al mattino, svegliandosi e trovandosi in un contesto amoroso, sceglie la sua altra o il suo altro, il suo lui o la sua lei, e sceglie di prendersi cura per la giornata che si appropinqua del suo lui o del suo lei, sente l’umano bisogno di investire e di condividere, di esprimersi e di significare, di essere portatore di un segnale e di un’insegna, di essere “significante” per sé e “significato” per l’altro. In sostanza la “genitalità” condensa la necessità bio-psichica umana di trovare un senso e di dare un significato al proprio quotidiano vivere. A questo punto i filosofi e gli psicoanalisti del “Pessimismo” obietteranno che si tratta di una difesa dall’angoscia di morte, ma questo discorso si può rimandare al mittente almeno per oggi.

Il sermone può bastare, per cui passo senza alcun indugio all’analisi puntuale del sogno di Anna, ma ricordo che la lettura della “Arte di amare” di Fromm è da preferire ai tanti “capolavori” in circolazione sul mercato attuale.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Mi trovavo a casa del mio ex a prendere mio figlio.”

Anna esordisce con la situazione psicologica in atto: il “mio ex” e “mio figlio”, offre immediatamente la condivisione di una famiglia che ancora esiste nonostante l’ex. Anna ha dentro di sé lo schema familiare come proprio fondamento psichico e come personale punto critico. La coppia e la famiglia non sono andate a buon fine nella sua vita, ma sono ancora in atto. Nessuno e niente potranno sconfessare o eludere che Anna è stata moglie ed è madre.

I simboli dicono che la “casa” rappresenta la struttura psichica evolutiva di Anna in riferimento privilegiato alle relazioni significative e importanti, il “mio ex” condensa il “già vissuto” affettivo, “mio figlio” racchiude la “libido genitale” o la “posizione psichica genitale”.

Un rilievo merita il bisogno di possesso affettivo di Anna che si mostra nei due “mio”, “mio ex” e “mio figlio”. Si evince un buon segno e un giusto tratto di amor proprio.

A un certo punto il mio ex ha cominciato a dare in escandescenze perché voleva che gli lasciassi le sigarette.”

Emergono immediatamente problematiche affettive nella “libido orale” che si scarica e si consuma nelle famigerate “sigarette”. Anna mostra la sua “posizione psichica orale”, la sua dimensione affettiva, ma anche le modalità di relazione e di scambio degli affetti all’interno della coppia. Qualche conflitto è presente, se si dà credito alle reazioni dell’ex, le “escandescenze” che si traducono in un venir fuori del fuoco interiore fatto di rabbia e ira, di un moto d’impeto che sa di frustrazioni vissute e di compensazione aggressiva. Anna e il suo ex non si sono più amati e hanno smesso d’investire sane energie nella loro relazione, non hanno operato i giusti “investimenti di libido orale e genitale”. La prima consente all’affettività di defluire in base ai vissuti legati all’infanzia e la seconda permette di investire sull’altro secondo le modalità di una generosa dispensa. La crisi della coppia è avvenuta per una distonia affettiva che ha portato a una caduta degli investimenti.

I simboli dicono che le “escandescenze” condensano la psicodinamica frustrazione e aggressività, le “sigarette” condensano “libido orale” ossia bisogni affettivi da carenze pregresse.

Le “sigarette” sono la “traslazione” degli affetti e compensano le carenze subite sin dal primo anno di vita. Di poi, assumono significati sempre attinenti alle frustrazioni infantili e aggiungono una pulsione autodistruttiva, sadomasochismo della “posizione anale”.

Io non volevo dargliele, ma lui aveva già preparato un pugno da darmi all’altezza del cuore o della bocca dello stomaco.”

Il sogno prosegue imperterrito sul tema affettivo e Anna precisa di aver tentato un rifiuto dello scambio affettivo al prezzo della minaccia di violenza agli organi, guarda caso, che rappresentano simbolicamente la vita affettiva, la “bocca dello stomaco”, e la vita amorosa, la zona “all’altezza del cuore”. Anna sta ripercorrendo in sogno e chiarendo a se stessa i motivi che hanno portato la coppia alla rottura: caduta degli investimenti affettivi e conseguente cumulo di minacce. Anna si è trovata in coppia con un uomo che presentava carenze affettive pregresse di notevole spessore e ha dovuto colmare lacune, di cui non era responsabile, fino all’esaurimento delle sue scorte.

Ma chi amava Anna?

Come faceva questa donna a ricaricare le batterie per poi generosamente dispensarsi al suo uomo?

La crisi di coppia è oltremodo evidente ed è dovuta alle esigenze affettive in eccesso che l’uomo ha traslato nella persona sbagliata, la donna, per l’appagamento.

I simboli dicono che “dargliele” è una caduta della libido genitale, “aveva preparato” dispone per i bisogni congeniti e per gli schemi ripetitivi, “pugno” è la scarica aggressiva in reazione alla frustrazione, “altezza del cuore” è la zona del sentimento vitale dell’amore e del prendersi cura dell’altro, la “bocca dello stomaco” è la vita e la vitalità affettiva.

Non so come sono riuscita ad andare via da quella casa, ma senza mio figlio.”

Anna si libera del marito, ma non può fare altrettanto del figlio. Quest’ultimo viene distolto alla coppia e resta il figlio della madre. La famiglia è infranta, ma il bambino è il testimone vivente, dentro e fuori di Anna, che la famiglia c’è stata e che la “libido genitale” è stata investita e concretamente realizzata al di là dell’esito finale di rottura. Non si celebra un “fantasma di perdita”, ma si rievoca una difficile e tormentata modalità di separazione collegata all’immaturità affettiva dell’ex. Paradossalmente Anna afferma di essere andata via da quella casa senza il figlio per significare che il figlio se l’è portato via da quella famiglia, l’ha distolto da quel contesto.

I simboli dicono che “quella casa” è la famiglia, “andare via” è una rottura d’armonia, “senza mio figlio” è tutela da amore materno.

Sono corsa a casa mia che è lontano da casa sua e cercavo la mia macchina che non riuscivo a trovare.”

Le psicologie si dividono e riacquistano la loro identità originaria. Anna e il suo ex si sono separati dopo un pesante periodo di crisi relazionale: le “case” psichiche individuali non erano compatibili per la formazione di una coppia e per una vita insieme. La separazione è un trauma che esige un prezzo per pagare il fallimento e lascia immancabilmente un senso di colpa che esige un’espiazione.

Ma cosa ha lasciato questa impossibilità a convivere, a comunicare,

a condividere e a scambiare “libido orale e genitale”?

Lo stress accumulato da Anna si è somatizzato nell’apparato sessuale e adesso fa fatica a ritrovarsi a livello di vita intima e di vitalità sessuale. Il danno psichico subito da Anna verte sulla funzione neurovegetativa della sessualità. Anna non riesce a ritrovarsi come donna e come femmina.

I simboli dicono che “sono corsa” è un meccanismo psichico di difesa dall’angoscia, “a casa mia” tratta della sua organizzazione psichica, “lontano da casa sua” equivale alla salutare necessità del distacco, “cercavo la mia macchina” si traduce riprendevo la mia vita sessuale, “che non riuscivo a trovare” ossia accusavo delle difficoltà nella mia vita intima.

Gli altri mi dicevano “ma è lì, non la vedi?”, ma io talmente ero terrorizzata che non riuscivo a vederla.”

Eppure l’esibizione sociale di Anna era impeccabile dopo la crisi di coppia e dopo la separazione. La gente apprezzava ancora le bellezze femminili che immancabilmente esibiva. Anna era combattuta tra il riprendere una vita sociale senza accusare colpi e l’angoscia di qualcosa che si è rotto e che non funziona come prima: la perdita di una parte importante come la “libido genitale” e i suoi benefici investimenti. Anna ha paura di restare sola e di non incontrare un uomo degno di lei che la possa capire e accudire. Magari teme che tutti gli uomini siano infantili come il suo ex e che hanno bisogno di una mamma più che di una donna. Le problematiche e i timori insorgono senza fine e senza tregua in una persona che ha vissuto il trauma e la delusione di un fallimento matrimoniale e di uno smantellamento della propria famiglia. Anna non ha più la consapevolezza delle sue virtù e delle sue abilità anche se alla gente esibisce il meglio di sé falsificandosi in maniera egregia.

I simboli indicano in “gli altri” il riscontro sociale di Anna, “dicevano” si traduce in mi rinforzavo, “è lì” ossia occupo spazio e ho possesso, “non la vedi” si traduce in non ne ho consapevolezza, “terrorizzata” ossia dell’angoscia finalizzata al non coinvolgimento affettivo e sessuale, “non riuscivo a vederla” ossia non avevo consapevolezza.

Anna si difende dall’angoscia di ripiombare in futuro in una relazione priva di affetti e con un uomo immaturo.

Così sono salita a casa e mi sono chiusa in una stanzetta dove ho chiamato una mia amica che non riuscivo a sentire bene.”

Anna ripiega su se stessa e riflette sulla situazione psichica in atto senza riuscire ad avere una buona consapevolezza di quello che a livello affettivo e sessuale si è messo in moto in lei come segno e memoria di tanto strazio vissuto con il marito e con il padre di suo figlio. Nella sua introspezione Anna tenta di “sublimare la sua libido”, ma non ritrova la completezza di donna e di madre, perché la prima ha dovuto cedere qualcosa d’importante come la funzionalità della sua vita sessuale. Il trauma vissuto con il suo ex è ancora in circolazione e in azione.

I simboli ingiungono che la “mia amica” è la parte confidente di sé a cui affidarsi, “non riuscivo a sentire bene” equivale a una difficoltà di consapevolezza, “sono salita a casa” ossia tento la “sublimazione della mia libido”, “mi sono chiusa in una stanzetta” si traduce introspezione o mi guardo dentro.

Comunque, quando esco dalla stanza, trovo il mio ex e mio figlio seduti nelle scale.”

Quando Anna è costretta dalla vita a vivere insieme agli altri la sua realtà di ex moglie e di madre, dopo l’introspezione e l’avvolgimento in sé, quando Anna deve socializzare trova la sua realtà psichica ed esistenziale. Il processo psichico di “sublimazione” delle figure dell’ex e del figlio non è servito granché, visto che Anna è una giovane donna che ha da fare i conti con la sua carica erotica e sessuale, la vitalità della sua “libido” e l’impellenza degli investimenti nel cammin della sua vita. Girala come vuoi, Anna si riscopre madre e moglie.

I simboli dicono che “esco dalla stanza” significa socializzo e mi relaziono, “mio ex” ossia il fallimento e la vanificazione dell’investimento genitale, “mio figlio” ossia la realizzazione della mia libido genitale, “seduti nelle scale” ossia che sono stati fatti oggetto di sublimazione e di purificazione.

Entro in casa (non ho scale a casa) e sto finendo di parlare al telefono, quando lui si alza e vuole vedere se parlo davvero con la mia amica o con il mio attuale compagno…”

Anna non ha le scale nella logistica della sua casa reale, ma ha le scale nella logistica dei suoi “processi psichici di difesa” dall’angoscia, altrettanto reali. Nel relazionarsi con la gente ritorna il motivo per cui la relazione di coppia è andata in malora. Il suo ex era geloso e possessivo, oltre che bisognoso di tanta madre e di tanto affetto. La deficienza “orale” dell’uomo di Anna si associa in un mix tremendo e pericoloso con il sentimento della gelosia, con lo struggimento legato alla conflittualità edipica con il padre, sempre dell’uomo di Anna. La coppia si è rotta per l’immaturità affettiva e per la gelosia dell’uomo di Anna, per il bisogno di possesso di un uomo che non è riuscito a emanciparsi dalle grinfie della madre. L’ex la voleva tutta per lui. Questo è il significato del capoverso e la causa determinante della rottura della coppia. Questo uomo debole “si alza” e vuole vedere”, fa il forte e il despota senza avere una minima consapevolezza dei suoi bisogni primari di affidamento e di affetto.

C’è una specie di colluttazione perché io non voglio dargli il telefono e lui cerca con la forza di togliermelo.”

Chissà quante volte un uomo geloso ha provocato la lite per le relazioni della moglie o della madre di suo figlio!

Chissà quante volte una donna è stata picchiata dal suo ex in piena crisi di identità psichica e in carenza d’affetto!

La “colluttazione” è la degenerazione della fusione affettiva. Invece di ben collimare, i corpi derogano dal giusto e naturale incastro. La crisi di coppia si formula e si configura nelle difficoltà critiche della relazione e delle relazioni. Del resto, un uomo geloso non consente grandi aperture e notevoli disposizioni agli altri e al mondo esterno. La forza e la violenza psicofisiche completano l’opera di una storia che è iniziata con l’amore e si è conclusa con la rottura di un’armonia imperfetta. Per fortuna resta un figlio a ricordare ad Anna e al suo ex chi erano, chi sono e chi saranno nonostante tutto.

Questa è la storia umana e psicologica del sogno di Anna.

PSICODINAMICA

Il sogno di Anna sviluppa la psicodinamica delle cause che hanno portato alla separazione della coppia e alla rottura dell’unità familiare. La protagonista adduce in prima istanza le difficoltà affettive e relazionali dell’uomo a cui si è accompagnata e mostra di non aver saputo e potuto dare appagamento e soluzione alle suddette carenze. Il sentimento della gelosia e il bisogno di possesso sono i protagonisti di uno psicodramma diffuso e fortunatamente andato a buon fine. Resta per Anna la somatizzazione dell’angoscia, accumulata nel corso della relazione di coppia e della vita in famiglia, che si è riverberata sulla funzione neurovegetativa della sessualità.

PUNTI CARDINE

L’interpretazione del sogno di Anna si basa su “A un certo punto il mio ex ha cominciato a dare in escandescenze perché voleva che gli lasciassi le sigarette.” e su “Sono corsa a casa mia che è lontano da casa sua e cercavo la mia macchina che non riuscivo a trovare.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è ampiamente detto cammin facendo.

Non si evidenziano “archetipi” in maniera diretta.

I “fantasmi” sono composti e non si manifestano con eclatanza.

Sono presenti le istanze psichiche dell’Io vigilante e razionale e dell’Es pulsionale e rappresentazione mentale dell’istinto.

Il sogno di Anna manifesta la “posizione orale” e la “posizione genitale”: “mio figlio” e “le sigarette”.

Sono usati da Anna nel sogno i seguenti “meccanismi e processi psichici di difesa”: la “condensazione”, lo “spostamento”, la “figurabilità”, la “simbolizzazione” e la “sublimazione”.

Il sogno di Anna presenta un tratto “orale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”: affettività e relazione.

Le “figure retoriche” elaborate da Anna nel sogno sono la “metafora” e la “metonimia”: “casa” e in altro, “non riuscivo a vederla” e “non riuscivo a trovare” e in altro. L’allegoria della violenza è formata in “lui aveva già preparato un pugno da darmi all’altezza del cuore o della bocca dello stomaco.”

La “diagnosi” dice di una crisi della dialettica di coppia a causa dell’immaturità affettiva e della caduta degli investimenti di “libido” con la somatizzazione del conflitto nella funzione sessuale.

La “prognosi” impone ad Anna di ben valutare i suoi bisogni e i suoi investimenti affettivi, nonché di razionalizzare la sua formazione affettiva e di ben integrarla nella dimensione “genitale” di donna e di madre.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nel persistere della psiconevrosi isterica con lesione della funzione sessuale: conversione.

Il “grado di purezza onirica” è discreto in quanto il sogno è molto vicino alla realtà di un racconto.

La causa scatenante del sogno di Anna può essere stata un incontro o una discussione con l’ex.

La “qualità onirica” è narrativa.

Il sogno può essere stato fatto nella terza fase del sonno REM.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Anna è decisamente buono alla luce della linearità simbolica. Il “grado di fallacia” è basso.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione del movimento, dei sensi della vista e dell’udito.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Anna è stato letto da Maria Concetta, una donna che di mestiere fa l’avvocato, una professionista ricercata dalle donne che hanno bisogno di tutela legale e di amicizia, oltre che di comprensione psicologica. Il colloquio si è sciorinato in maniera varia e pacata.

Maria Concetta

Mi puoi spiegare ancora il rapporto di coppia?

Salvatore

Ogni persona ha una dialettica interna ed esterna, una modalità di relazionare i propri vissuti e di relazionarsi con gli altri. Ogni uomo e ogni donna, prima di vivere in coppia, hanno un patrimonio psichico formativo e in evoluzione. Lo stato di coppia e l’esercizio di coppia esaltano le caratteristiche individuali. Queste ultime si combinano e colorano la coppia. Tu vedi una coppia e la definisci simpatica o affermativa, sentimentale o ambigua o in mille altri modi, proiettando su questa coppia un tuo vissuto nella forma di un giudizio. In effetti tu hai visto un fenomeno della coppia, una modalità di essere e di manifestarsi, di combinarsi e di interagire, una forma dialettica e dinamica che è il frutto della prevalenza di un tratto psichico dell’uno sull’altro o di una armonica distribuzione. E’ importantissimo l’interscambio in questo prevalere del tratto psichico di un membro della coppia, l’alternarsi dei ruoli e dei modi, il riconoscimento dei compiti e delle abilità, la conoscenza individuale che travalica nella consapevolezza dell’agire in coppia. E’ come se nell’esercizio di coppia ora l’uno e ora l’altro assumessero il comando delle operazioni senza alcuna lesione dell’altro ma addirittura con un’adesione alla psicodinamica in atto, con una consapevolezza delle regole del gioco che stanno giocando. Questa interazione si chiama anche complicità di coppia e sintonia psicofisica. A ognuno il suo spazio e il suo copione e si recita a soggetto in maniera naturale e spontanea senza alcun sacrificio dell’uno o dell’altro. Paradossalmente la coppia migliore possibile è paritaria nei diritti e nei doveri, simmetria, ma non è sempre paritaria nelle sue manifestazioni perché ammette la complementarità: teoria del “sotto” e del “sopra”. Mi spiego. Il potere si esercita in base alla competenza e al ruolo. Ci sono situazioni in cui la donna ha una sua specifica collocazione e abilità. Ci sono situazioni in cui il maschio ha un suo ruolo definito e un compito elettivo. Tutto questo al di là della solita teoria che ci sono “cose da uomini e cose da donna”. Rimbalzandosi il potere nelle varie psicodinamiche della giornata e della vita in comune, la relazione di coppia è ricca e democratica, assente di prevaricazioni e di violenze, veramente interattiva. Lo “star sotto” e lo “star sopra” sono simboli che denotano una realtà varia e variegata in cui la coppia si viene a trovare e alla quale deve reagire al meglio e nel pieno rispetto dell’altro.

Maria Concetta

Quello che dici vale anche quando si deve decidere in quale trattoria andare a mangiare il pesce?

Salvatore

La tua provocatoria domanda è attinente e opportuna. Soprattutto quando si deve scegliere quale pesce mangiare e come farlo cucinare. Dalle piccole alle grandi scelte, tipo il rispetto e l’accudimento, la coppia deve sapere prendere e lasciare, affidarsi e abbandonarsi, reagire e inalberarsi, assorbire ed espellere, insomma deve agire al massimo della consapevolezza possibile.

Maria Concetta

Per quanto riguarda la scelta dell’osteria io preferisco che sia il mio “lui” a muoversi e a mettermi di fronte al fatto compiuto. E’ successo spesso con il fidanzato precedente di passare la serata a discutere dove andare e cosa fare. Uno strazio!

Salvatore

Confermi che la coppia è “simmetrica” nella base dei diritti e dei doveri, ma è anche “complementare” senza scandalo e senza inganno. Se poi la coppia si evolve nella famiglia, le relazioni diventano più complesse e delicate. Nella dialettica di coppia è ovvio che la condivisione solidale è sempre da preferire all’opposizione netta e cruda. Potere e dipendenza non equivalgono nella buona coppia a violenza e sottomissione. La coppia che sa distribuirsi nei ruoli e nei compiti è un buon sodalizio. Lo star sotto lo star sopra è realizzato democraticamente. Questa è la metafora sessuale che portò Lilith a “sfanculare” Adamo. Lei voleva star sopra nel coito e Adamo non gradiva, per cui chiese al responsabile creatore di cambiargli donna e moglie, di fargli una creatura dipendente che si lasciasse fare e lo lasciasse fare e che soprattutto riconoscesse il suo potere. E secondo il vangelo culturale maschile fu naturalmente accontentato. Eva era pronta a essere partorita dalle sue costole, a essere carne della sua carne.

Maria Concetta

Adesso ho pienamente capito. Non si può star sopra in due, ma si può star di fianco, sessualmente e culturalmente intendo.

Salvatore

Potenza delle metafore e dei miti! Quante difficoltà di comprensione risolvono alla razionalità dell’umano consorzio!

Maria Concetta

E del disturbo sessuale di Anna cosa mi dici? Può dipendere anche dal trauma del travaglio e del parto?

Salvatore

Hai detto bene, trauma è la parola giusta, un’angoscia che logora la funzione sessuale e riduce la “libido”. Nel rapporto di coppia il segnale di assenza d’investimento è la caduta provvisoria o definitiva della vita e dell’attività sessuali. Queste ultime sono le prime a essere colpite e sono segnali di profonda crisi personale e relazionale, ma sono anche le prime a risolversi e a ripristinarsi dopo aver razionalizzato il trauma e la eventuale separazione. Il corpo non mente sui disagi e li manifesta senza alcun pudore. Tecnicamente succede che la tesione nervosa in eccesso non può essere gestita dal sistema psicofisico e necessariamente e salvificamente si somatizza e lede la funzione interessata. Bisogna riconoscere che l’essere umano è fatto bene ed è fatto per continuare a vivere al meglio nelle condizioni psicofisiche date. Il travaglio e il parto hanno una forte componente traumatica, ma nel sogno di Anna questo dato non si evince.

Maria Concetta

E delle sigarette cosa mi dici? Non soltanto quelle metaforiche, ma soprattutto quelle reali, quelle del monopolio di stato, quelle che si comprano nelle tabaccherie insieme ai “gratta e vinci”, quelle che portano alla rovina e alla morte. Mi fai anche la distinzione tra tabagismo e vizio del fumo?

Salvatore

Il tabagismo è la dipendenza psicofisica dal fumo del tabacco. Il vizio del fumo è una forma ovattata del tabagismo. Si pensa che il “tabagista” fumi continuamente per malattia e il “vizioso” scandisca nel tempo il suo gusto nell’assunzione di nicotina. Non è così. Entrambi accusano una dipendenza psicofisica dal tabacco. Ripeto, dipendenza ossia il bisogno coatto di incorporare per bocca una sostanza tossica che funziona per rito e per funzione, per pulsione e per bisogno. Il tabagista ha sicuramente una “posizione psichica orale” ben marcata e possibilmente ha maturato una “organizzazione psichica a prevalenza orale”. Nell’assunzione di nicotina il tabagista risolve la sua angoscia di morte proprio sfidando la Morte o facendo alleanza con il nemico. Da un lato si cura da solo propinandosi una auto-terapia dell’angoscia depressiva di perdita e di abbandono, da un altro lato si ammazza a piccole dosi quotidiane sfidando se stesso o meglio la sua angoscia di morte e la sua pulsione di morte. Una “tanatofobia”, angoscia depressiva di perdita e di di morte, si risolve drammaticamente in una “tanatocrazia”, la pulsione di morte al potere o il Thanatos freudiano, non si risolve con una doverosa “tanatologia”, presa di coscienza e “razionalizzazione” dell’angoscia depressiva di perdita e di di morte. Mi spiego ancora e meglio. Il tabagista porta la morte al potere e la sfida continuamente per affermare se stesso di fronte alla sua fobia della morte, all’angoscia profonda di solitudine. Il tabagista è ai ferri corti con la vita perché non sa gestire quest’ultima con la “tanatologia”, il discorso sulla morte ossia la consapevolezza della necessita di morire e, ripeto, la “razionalizzazione” della sua angoscia di morte. Il tabagista usa il meccanismo psichico di difesa dell’alleanza con il nemico, quello che usa il lupo maschio con il capo branco dopo la dura lotta per il primato, e si allea con il tabacco per lenire la sua angoscia sfidando con la sua onnipotenza infantile se stesso come uomo e come malato. Ricordo che il “controllo onnipotente” è un meccanismo primario di difesa dall’angoscia usato dal bambino attraverso la sua capacità magica di elaborare la realtà più nefasta. L’altro meccanismo psichico di difesa è lo “spostamento” con la formazione del feticcio nell’oggetto sigaro, sigaretta, nicotina, tutte le sostanze che producono variazione dello stato coscienza e riducono senza risolverla l’angoscia di morte che la persona sente pulsare da dentro e non sa riconoscere nella causa.

Maria Concetta

In coppia cosa ci deve essere?

Salvatore

Gli ingredienti giusti sono l’empatia e la simpatia, ma non deve mancare la ragione e la dialettica, la retorica e l’eristica, la discussione e la convinzione, l’ironia e la complicità.

Maria Concetta

Anna ha carenze affettive?

Salvatore

Anna ha portato in coppia la sua formazione e la sua “organizzazione psichica reattiva” che ha maturato un figlio e, di conseguenza, è approdata alla “genitalità”. Anna è più evoluta del suo ex a livello affettivo, ma è stata coinvolta da lui nella fascia “orale” e ha rispolverato la sua posizione psichica omonima, i suoi bisogni affettivi per l’appunto, perdendo in parte il bandolo della matassa.

Maria Concetta

Quale canzone scegli per Anna?

Salvatore

Siamo in Sicilia e non poteva mancare la “Sintonia imperfetta” dell’originale Carmen Consoli, una canzone che mescola un vecchio testo al nuovo, la modalità d’amare e di stare in coppia della prima generazione del Novecento e l’attuale: “l’amore al tempo dei miei nonni era sognante”. Ma ti assicuro che è da preferire l’amore di oggi con tutti i suoi aspri conflitti rispetto all’amore di ieri con tutte le nobili prevaricazioni del marito sulla moglie.

Alla prossima e sempre attenti ai “selfie” con gli psicopatici!

LA COLONIA ESTIVA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Un sogno ricorrente che facevo da bambina era vedere la mia casa che andava a fuoco.

L’angoscia che ne derivava era tanta perché immaginavo che assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.

Il sogno si presentava d’estate quando ero in colonia, posto dove non mi piaceva stare e che mi provocava disagio e forte nostalgia di casa.

Anche quando tornavo a casa, alla fine delle tre settimane, il disagio si ripresentava con crisi di pianto che non riuscivo a trattenere all’ora di pranzo o cena, quando ci si trovava insieme a tavola e che mi provocava ansia perché non capivo cosa mi stava succedendo.”

Pulcino

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI PERSONALI

La “colonia estiva” era il toccasana per le famiglie numerose e per i genitori improvvidi che popolavano l’Italia fascista e post fascista, più che democratica e repubblicana. Eravamo tanto poveri in tutti i sensi, c’era poco da mangiare, eravamo tutti magri, la dieta era naturale e non prescritta da alcun medico, i morsi della fame ti braccavano di notte e nel mezzo del sonno ti svegliavi con la dolorosa contrazione dei muscoli dello stomaco. Il Regime aveva messo a dura prova l’italica Intelligenza e la crudele Guerra aveva distrutto il bel Paese. L’oro era stato regalato alla Patria in cambio del vile metallo. Conservo ancora le “fedi” di ferro che erano state date ai miei genitori in cambio degli anelli nuziali d’oro. Che brutto imbroglio!

E i bambini?

I bambini non stavano a guardare, erano sempre impegnati perché l’Italia fascista aveva un culto per l’infanzia e per l’educazione della nuova generazione agli inossidabili valori della Famiglia, della Patria, del Dovere, del Duce, del Libro e del Moschetto. I libri sussidiari delle scuole elementari avevano proprio l’intento di coniugare lo studio e le armi, la grammatica e la pratica, la forza e la vittoria. Tra padri fanatici e madri necessariamente compiacenti l’Italia andava verso i destini imperiali in Africa. Intanto le colonie estive al mare o in montagna prosperavano sotto l’egida della benemerita “Opera dei balilla e dei figli della lupa”, le organizzazioni per l’assistenza e l’educazione fisica e morale della gioventù. Tutti in divisa ed equamente divisi in maschi e femmine, come nelle scuole. E di bambini ce n’erano tanti e tanti, tutti quelli che sopravvivevano al parto e alle malattie epidemiche. Si calcolava che una donna diventava madre a diciotto anni e di anno in anno procreava con indiscutibile chirurgica precisione per dare i figli alla Patria e per compiere il suo Dovere di femmina e di italiana. Le politiche per l’incremento demografico colmavano la misura e premiavano con qualche lira la Vita che si affermava sulla Morte. Eros e Thanatos erano sempre insieme e sempre in conflitto. E d’estate si andava tutti al mare non per mostrare le chiappe chiare, ma per educarsi ai valori della Famiglia, della Patria e del Dovere. E se tu non facevi parte del coro, se facevi lo sberleffo al Duce, le manganellate e le purghe di olio di ricino erano belle e pronte per farti cambiare idea. Oppure il Regime ti mandava a sue spese in una “colonia penale”, una colonia non estiva ma punitiva, un carcere o un penitenziario a scelta tra queste bellissime isole italiane: Pianosa, Tremiti, Montecristo, Pantelleria, Capraia, Ventotene, Ponza. Favignana.

Che tempi erano quei tempi!

Qualche grillo parlante ieri e oggi immancabilmente dice che sono passati, ma non c’è niente di più falso. Il Fascismo era apparentemente passato perché la sua nefasta Cultura era intatta nell’animo “imprittato” dei sopravvissuti alla barbarie politica e alla furia omicida degli invasori. La Scuola era autoritaria e per niente a misura di bambini, nonostante Maria Montessori e la scuola di Barbiana inventata da un prete di campagna, don Lorenzo Milani. Anche l’Italia repubblicana con finalità democratiche ha portato avanti negli anni cinquanta e sessanta il costume toccasana della “colonia” e del “collegio” laico o religioso, organi micidiali per l’infanzia e per l’economia psichica dei bambini. In famiglia e a turno i genitori seminavano il terrore per ottenere l’ordine con la famigerata frase “se non fai il bravo, ti mando in collegio”. La “colonia” sbarellava l’infanzia già precaria di suo e rafforzava i “fantasmi” già inquieti per natura. Se si era fortunati c’era qualche ente comunale o statale o di categoria che d’estate raccattava i poveri bimbi italiani e li collocava nelle località amene del paese per farli divertire e per nutrirli meglio, per educarli a essere forti e liberi, per essere migliori cittadini e provetti cristiani. I moderni e repubblicani ricoveri erano gestiti da suore e da educatori dello stampo ideologico e culturale postbellico. In tanta benefica disgrazia si esaltavano e si incrementavano i disturbi psicosomatici dell’infanzia e dell’adolescenza, del tipo le conversioni isteriche e le somatizzazioni dell’angoscia, i disturbi dell’appetito, del sonno, della respirazione, della vescica e altro a volontà e al vostro buon cuore. Ogni bambino aveva già il suo organo debole e la sua funzione precaria. Qualche bambino era già malato di tubercolosi o di enuresi, di asma o di anoressia. La lontananza dalla famiglia e dalla casa esasperava l’equilibrio psichico, strizzava la Psiche come un cencio e le scariche delle tensioni facevano il resto portando a compimento l’opera nefasta iniziata dai genitori e consumata dagli educatori.

E la mia famiglia?

I miei fratelli scapparono di notte dalla colonia di montagna e secondo le dinamiche delle favole dei fratelli Grimm alla ricerca della mamma e del papà, angosciati come se fossero stati strappati al grembo e al nido. Furono riacciuffati e adeguatamente puniti, ma non furono espulsi come avrebbero gradito. Le altre mie sorelle si facevano compagnia: di giorno si tenevano per mano e di notte si addormentavano abbracciate.

Ma si era stupidi o si era bambini?

Si era bambini.

Io ero un gran mascalzone e mi ero catapultato direttamente a casa dopo i primi giorni di noia e di insopportabile disciplina. Io non facevo la pipì a letto di notte, ma il bambino che dormiva nel letto a castello sopra di me, purtroppo per lui, era enuretico. E i maestri? Ci picchiavano con le bacchette di bambù nelle nocche delle dita se, per caso, eri normalmente vivace. Ricordo che sono scappato dalla colonia marina direttamente dal gabinetto e dopo essermi letteralmente cagato addosso perché non ero riuscito a liberarmi dai legacci a forma di bretelle che la suora aveva incrociato al mattino per darmi una mano a vestirmi. Riuscii a fare quei pochi chilometri in tanto travaglio, ma il ritorno a casa fu un nuovo dramma perché mio padre non condise la mia decisione e fece ballare la cinghia di cuoio di fronte all’indisciplina. Quella fu la mia prima vittoria sulla sopraffazione. Io soffrivo di broncospasmo dentro l’umido scirocco dell’isola di Ortigia e a causa del naturale “fantasma di abbandono”. La diagnosi della vecchia maga, a cui mia madre si era rivolta per un piatto di ceci, era stata la seguente: “stu picciriddru iavi u scantu” o “questo bambino soffre di spavento”. Una diagnosi in linea con la Psicoanalisi di Freud e con la Medicina psicosomatica di Georg Groddeck o di Franz Alexander. Mia madre, intanto e in attesa di farmaci migliori, mi curava con il benefico balsamo “vicks vaporub” e mi ungeva il petto con tutto il suo amore. Lei sapeva che questa era la cura migliore e che la “colonia” era un inferno per i bambini, ma il suo “sapere” era tenuto in poco conto.

Chiudo il serbatoio dei ricordi e delle riflessioni personali per passare al racconto e al sogno della bambina Pulcino.

Niente di nuovo sotto il sole!

Sono confermate le psicodinamiche di abbandono e i “fantasmi” associati secondo le coordinate dell’angoscia e della somatizzazione: “conversione isterica” e “formazione di sintomo” in attesa della benefica e salutare “razionalizzazione” del rimosso o della “presa di coscienza” del “ritorno del rimosso”, quel rigurgito psichico causato da pensieri incontrollabili o da eventi casuali.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Un sogno ricorrente che facevo da bambina era vedere la mia casa che andava a fuoco.”

Il “sogno ricorrente” attesta la tesi che vuole la Psiche occupata per un periodo di tempo dal materiale emerso e in corso di elaborazione al fine di poter operare un ordinato smaltimento dei “fantasmi” e dei vissuti, al di là della loro qualità. Esempio: la conflittualità traumatica è soltanto un parte di questo contenuto introiettato. La Psiche è intenzionata, è diretta e si dirige verso esperienze possibili di quel tipo e di quella qualità. Il sogno esprime sempre e soltanto il materiale psichico in atto. Il sogno “ricorrente” conferma la “teoria della persistenza” e ha la benefica funzione di smaltire le energie nervose in eccesso, quelle che disturbano l’equilibrio omeostatico e hanno necessariamente bisogno di essere trattate, ripulite ed espulse.

Da bambina” dimostra che l’infanzia e l’adolescenza sono tappe evolutive delicate e intense, proprio perché ricche di novità e di forti emozioni. Pulcino si trova addosso i vissuti e i “fantasmi” delle “posizioni orale, anale e fallico-narcisistica” ed è in procinto di partire per la conflittualità “edipica” con i genitori. Vedi che trambusto e che complicazione abitano nell’animo di una graziosa “putea”?

Vedere” equivale a una salutare forma di “presa di coscienza” compatibile con l’età e con la funzione “Io”. Purtroppo questa consapevolezza è simbolica e non si evolve in una “presa di coscienza”, ma se ci fosse stato lo psicologo a interpretare il sogno della bambina, la consapevolezza da simbolica sarebbe diventata razionale e avrebbe apportato una ventata di aria pura nella stantia atmosfera sub-liminare o subconscia. Spiegare a una bambina che si tratta di una psicodinamica e che significa quel che significa, è semplicemente salutare.

La mia casa” si riduce simbolicamente alla mia struttura psichica evolutiva, alla mia “organizzazione psichica reattiva”, alla “mia casa psichica” con annessi d’arredo e connessi abitativi. La “mia casa” attesta di un buon amor proprio e di un incipiente senso dell’Io. Pulcino ha i piedi per terra, ma non può evitare a se stessa i traumi inferti dal destino infame e dalla superficialità culturale dei suoi genitori.

Andava a fuoco” si traduce in un investimento eccessivo di “libido”, in un eccesso di tensione nervosa direttamente proporzionale al trauma subito e in corso di smaltimento. La Psiche è interessata da un afflusso improvviso di tensioni collegate alle paure e alle angosce che la bambina Pulcino sta vivendo e sperimentando sulla sua pelle. Questo vale per la bambina. Di per se stesso il “fuoco” simboleggia la purificazione estrema dai sensi di colpa e la metamorfosi dei contenuti psichici in gestione tramite i “meccanismi di difesa” atti a commutare i vissuti magari nell’opposto e a deprivarli della loro carica autolesionistica e distruttiva: “isolamento”, “intellettualizzazione”, “annullamento”, “volgersi contro il sé”, “formazione reattiva”, “sessualizzazione”, “sublimazione”, “formazione di sintomo”, “conversione isterica”.

L’angoscia che ne derivava era tanta perché immaginavo che assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.”

L’angoscia” è la tensione nervosa che consegue a una paura senza oggetto specifico, deriva dal tedesco antico “angst” che si traduce “mi stringe” e si caratterizza a livello somatico per un nodo alla gola che ostacola il corretto e naturale andamento del respiro: blocca la fisarmonica. Spiego meglio: “l’ansia” è la tensione nervosa necessaria per affrontare un pensiero o un’impresa, la “paura” è la giusta e naturale tensione verso il pensiero e l’impresa, la “fobia” si attesta nello “spostamento” inconsapevole dell’oggetto dell’ansia e della paura in un altro oggetto che lo rievoca, “l’angoscia” è una dolorosa reazione nervosa senza un manifesto oggetto esterno, è un accadimento psichico interno e apparentemente privo di causa. Pulcino reagisce al trauma dell’incendio della sua casa, all’angoscia della mancata consapevolezza della sua intensa rabbia distruttiva, all’impotenza di capire e di reagire, con l’angoscia di cui si è detto. Pulcino sta doppiamente male, per il trauma reale esterno e per la tensione, altrettanto reale, interna: “l’angoscia era tanta”.

Immaginavo” spiega la formazione del “fantasma”, l’allucinazione che condensa il trauma interno ed esterno: “assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.” Attenzione! La bambina Pulcino associa il suo tormento psicofisico, l’angoscia, all’autodistruzione, una pulsione sadomasochistica, che coinvolge i suoi “genitori”. Spiego meglio: la bambina scarica la sua aggressività contro se stessa e contro le persone responsabili della sua angoscia, i genitori. Lei si è sentita morire e loro erano stati insensibili, non l’avevano difesa da questo tormento struggente. Sembra che la bambina tema l’abbandono e la solitudine, ma in effetti sta reagendo simbolicamente all’abbandono da parte dei suoi genitori formulando la giusta allucinazione, il “fantasma depressivo di perdita”.

Il sogno si presentava d’estate quando ero in colonia, posto dove non mi piaceva stare e che mi provocava disagio e forte nostalgia di casa.”

Tutto il quadro si compone nelle forme giuste e consequenziali. La bambina Pulcino elaborava questo sogno in una precisa contingenza della sua infanzia e adolescenza, “d’estate quando ero in colonia”. La “colonia”, il soggiorno estivo che si dispensava ai bambini fortunatamente nei tempi andati o per divertimento o per cura ricostituente, incorreva in una dolorosa esperienza di perdita e ridestava il “fantasma” che i bambini avevano elaborato per conto loro e secondo natura nella “posizione psichica orale” e nel primo anno di vita in riguardo all’abbandono della mamma e all’inedia conseguente. E giustamente la bambina Pulcino conferma che era un “posto dove non mi piaceva stare e che mi provocava disagio e forte nostalgia di casa.” Ecco spiegata la “sindrome dell’abbandono” meglio di uno specialista e di un teorico. Essa consiste nel dolore depressivo legato alla perdita dell’agio e del ritorno, nel cambiamento del luogo e nella difficoltà all’adattamento. Questo quadro è apparentemente esterno, ma in effetti è tutto interiore. Non si tratta di un’incapacità dell’intelligenza operativa della bambina Pulcino, la capacità di adattamento nello specifico, ma emerge uno psicodramma struggente e sottile che si consuma in maniera traumatica e addirittura condizionando di brutto la formazione psichica in atto anche in base a quanto Pulcino aveva elaborato nel “fantasma di abbandono” durante il primo anno di vita e negli anni successivi. Mi spiego meglio. Se il bambino e l’adolescente hanno esaltato il nucleo psichico depressivo della perdita perché ci hanno troppo filato sopra, ampliamento del “fantasma”, e perché effettivamente hanno subito delle perdite significative, basta anche la morte di un animale e non necessariamente di un familiare, ecco che allora l’esperienza traumatica della “colonia” diventa veramente pericolosa perché cementa e struttura il nucleo depressivo che può a macchia d’olio allargarsi ed esplodere nel tempo in una sindrome depressiva. Se invece il bambino o l’adolescente non hanno elaborato e infiorettato il solito “fantasma depressivo di perdita”, allora l’esperienza della colonia resta sempre traumatica, ma viene assorbita e risolta come un tratto depressivo e una sensibilità alla perdita restando in un ambito clinico conflittuale, “psiconevrosi depressiva”. E la stessa bambina Pulcino insegna che il “rifiuto del posto”, il “disagio” e la “forte nostalgia di casa” sono conflitti interiori e si traducono nei seguenti tormenti.

Il “rifiuto” non è topico e logistico, del luogo e del posto, ma è la “traslazione” dell’aggressività diretta verso i responsabili adulti di questa infame trovata, gli artefici di tanto intrattabile dolore, i genitori, proprio loro. La bambina si trova di fronte alla costrizione di vivere un’esperienza che non riesce a capire e a giustificare. Si chiede: “ma perché i miei genitori mi mandano via di casa?”, “perché non mi vogliono più bene?”, “ma cosa avrò fatto di male per essere punita in questo modo?” La bambina Pulcino si ritrova dentro vissuti spropositati e deve affrontare emozioni intense rispetto al fatto in se stesso, tutto quel marasma psichico che va dall’odio verso i crudeli genitori al senso di colpa per averli odiati. I genitori dicono a loro volta: “vai a divertirti con gli altri bambini”,”ti fa bene alla salute l’aria del mare o della montagna”, “vedrai che impari questo e impari quello”. La bambina ribatte dentro di lei “ma io sto bene con voi e a casa mia”, ma è costretta dal bieco autoritarismo dei genitori a ubbidire e a soccombere.

Il “disagio” non si attesta nella mancanza dell’agio di cui gode in casa. Anche in questo caso il vissuto non è diretto verso l’esterno, ma verso l’interno e si traduce in un conflitto psichico e in una disarmonia psicofisica perché inevitabilmente le tensioni in eccesso vengono somatizzate e sono di lesione alle funzioni organiche. La prima a essere colpita è la respirazione. Prima di addormentarsi il bambino sente che il respiro non va in fondo, che fa fatica a respirare, che gli manca il fiato e che la fisarmonica non si apre tutta. Il respiro è collegato elettivamente alla figura materna essendo una funzione vitale ed essendo la madre la persona e la figura deputata alla vita. Anche l’enuresi, la pipì notturna, (il mancato controllo della funzionalità della vescica dovuta a un afflusso di tensione nervosa destato dall’emergere in sogno del “fantasma” che apre la valvola di scarico e risolve in parte l’angoscia), è in agguato insieme alla grande vergogna di aver bagnato il lenzuolo. Si ridestano tutti gli “organi deboli” e le funzioni delicate sotto lo stimolo incessante del “fantasma di abbandono”, la versione evoluta del “fantasma di morte in vita”. Di poi, l’eccesso emotivo durante il giorno si può convertire nell’umore o nell’appetito, nella tristezza e nella distorsione della percezione della fame. Il momento più brutto della giornata per il bambino abbandonato in colonia è la sera, quando va a dormire. Prima di prendere sonno affluiscono nella sua mente un mare di ricordi e di dolorose fantasie che aumentano a dismisura il tenore nervoso. Il pianto è il primo “meccanismo di difesa”, ma non tutti i bambini fanno ricorso alle lacrime per scaricare la tensione dell’angoscia di trovarsi soli in un mondo sconosciuto e infido. Ripeto, la mancanza di agio, “disagio”, è tutta interiore, una disarmonia tra le angosce e la realtà, un eccesso di tensione nervosa che disturba l’equilibrio psicosomatico.

La “forte nostalgia di casa” è sempre un’elaborazione interiore del trauma dell’abbandono e delle degne tensioni che si scatenano nel teatro psichico della bambina Pulcino. “Nostalgia” si traduce dal greco “dolore del ritorno” ed è la “sindrome di Ulisse”, almeno così come lo presenta Omero nella sua “Odissea”. Dopo aver peregrinato per volontà punitiva degli dei nel Mediterraneo e per ben dieci anni, Ulisse finalmente può rientrare a Itaca per ritrovare il padre Laerte, il figlio Telemaco e la moglie Penelope. La bambina si trova in colonia, lontano dai suoi genitori e dalla sua casa, e sente forte lo struggimento del ritorno.

Chi poteva garantire la bambina sul ritorno a casa e chi poteva rassicurarla sull’amore dei suoi genitori?

Questo è un punto molto delicato della “sindrome di abbandono”. L’angoscia domina qualsiasi rassicurazione sul ritorno in famiglia e sul ripristino della normalità. Di giorno si manifesta la paura, di notte quest’ultima traligna nell’angoscia perché emergono i “fantasmi” nella fase ipnoide del sonno, prima di addormentarsi e quando si è ancora abbastanza svegli e consapevoli.

Anche quando tornavo a casa, alla fine delle tre settimane, il disagio si ripresentava con crisi di pianto che non riuscivo a trattenere all’ora di pranzo o cena, quando ci si trovava insieme a tavola e che mi provocava ansia perché non capivo cosa mi stava succedendo.”

Il danno psichico non era da poco e aveva i classici strascichi del trauma di abbandono. Ripeto: già il bambino lo elabora da sé e tra sé e sé anche nelle migliori e protettive situazioni familiari, anzi più protetto e sicuro è e si sente e ancor di più e più facilmente pensa alla situazione opposta e scatena le sue fantasie di abbandono e di solitudine e di morte per inedia. Tre settimane di soggiorno in colonia sono micidiali per la sensibilità della bambina e hanno tutte le condizioni per inserirsi tra le pieghe profonde della sua Psiche. Quando il sistema psichico non riesce a contenere l’angoscia e la tensione nervosa, ecco che arriva immancabilmente il disturbo psicosomatico, la “conversione isterica” o la “formazione del sintomo” facendo perno sulla memoria dell’esperienza vissuta. Le crisi di pianto sono classiche ed elementari e sono la migliore scarica della tensione nervosa, la reazione naturale e universale. Se poi avvengono davanti alla tavola imbandita e al simbolo dell’unità familiare, ecco che il pianto si collega logicamente come una “metonimia”, figura retorica, a ricordare che il trauma e le lacrime sono l’eredità di quella mutilazione temporanea degli affetti familiari di cui il bambino ha sofferto. Pulcino, non sapendo a cosa collegare queste lacrime, si meraviglia e si addolora ancora di più sentendosi fuori posto o malata, comunque in crisi. La Psiche camuffa ma non dimentica e ripropone in altre forme il trauma e lo rappresenta con una logica associativa e simbolica nella veglia, come succede nei sogni. Anche i sintomi non avvengono a caso, ma sono rappresentativi della qualità del trauma e dell’angoscia, come ho detto in precedenza. Riguardano la sfera affettiva e gli apparati e le funzioni che simbolicamente sono investite di quel significato: il respiro e lo stomaco in rievocazione dell’amore materno, la vescica in liberazione dell’angoscia che si accumula nel sonno e in sogno. Niente avviene a caso e tutto ha una sua finalità, una sua teleologia.

Questo è quanto potevo dire sull’esperienza umana e onirica della bambina Pulcino.

PSICODINAMICA

Le note oniriche rilevano ed evidenziano in maniera sintetica ed efficace la psicodinamica collettiva e universale della “sindrome di abbandono” e del “fantasma di morte” nella versione “orale”, quello elaborato nella “posizione psichica orale” e intenzionato espressamente alla sfera affettiva. La bambina Pulcino rievoca nei suoi ricordi l’angoscia e il dolore del trauma, nonché la struggente nostalgia di un ritorno in famiglia e il desiderio di ripristinare la sua armonia psicofisica dopo il notevole turbamento. Lo strascico psicosomatico conferma la persistenza nel tempo immediato, nel futuro prossimo e nel futuro remoto, dell’universalità dei sintomi, della condivisa simbologia e del comune Linguaggio del Corpo. Questa tesi è stata elaborata da Franz Alexander nella sua miliare “Medicina psicosomatica” e da Georg Groddeck nel suo originale e prezioso “Il libro dell’Es”.

PUNTO CARDINE

Nel breve sogno di Pulcino il punto cardine dell’interpretazione è “assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.” Questa precisazione non contempla il conflitto edipico, ma si riferisce alla prima infanzia e al legame di dipendenza affettiva della bambina dal padre e dalla madre, relazione e intensità equamente distribuite.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Nel breve sogno di Pulcino sono presenti i “simboli” della “casa”, del fuoco”, della “colonia”.

Si evidenzia l’archetipo “Corpo” nell’essere portatore di angoscia e nel rappresentare la “sindrome dell’abbandono”.

Si manifesta il “fantasma di morte” nella versione “orale”, l’affettività e l’abbandono.

E’ presente l’istanza psichica deputata alla consapevolezza vigilante, l’Io, in “non capivo cosa mi stava succedendo” e in “vedere”, l’istanza pulsionale “Es” in “la mia casa che andava a fuoco.” e in “immaginavo che assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.”. L’istanza censurante e limitante “Super-Io” non si manifesta.

Nel breve sogno di Pulcino è rispolverata la “posizione psichica orale”, la dimensione affettiva elaborata e assimilata nel primo anno di vita e portata avanti nel corso dell’evoluzione psicofisica.

I “meccanismi psichici di difesa” usati da Pulcino nel sogno sono la “condensazione” in “casa” e in “fuoco”, lo “spostamento” in “colonia” e in “bruciati”, la “figurabilità” in “vedere la mia casa che andava a fuoco.” e in “assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.”. Il sogno di Pulcino mostra in maniera chiara il “meccanismo psichico di difesa” della “conversione isterica” ossia di come l’angoscia si somatizza nel sintomo o in una serie di sintomi: “il disagio si ripresentava con crisi di pianto”.

Il processo psichico di difesa della “regressione” è presente nei termini richiesti dalla funzione onirica. Non è presente l’azione purificatrice e benevola della “sublimazione della libido”.

Il sogno ricorrente di Pulcino evidenzia un tratto “orale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” a dominanza “orale”. Mi spiego meglio: si tratta di un sogno dell’infanzia a stretto dominio affettivo e non evidenzia la maturazione psichica di Pulcino. Si può affermare che la protagonista adulta è molto sensibile alla vita affettiva e al suo esercizio, tratti ereditati da quel periodo e rafforzati da quella triste esperienza.

Le “figure retoriche” elaborate dalla Fantasia creativa di Pulcino sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “fuoco” e in “casa”, la “metonimia” o relazione di senso logico in “colonia”. L’allegoria dell’abbandono si colloca in “ posto dove non mi piaceva stare e che mi provocava disagio e forte nostalgia di casa.”

La “diagnosi” dice di angoscia d’abbandono somatizzata in maniera elettiva e non a caso o alla carlona, ma in organi significativi come gli occhi.

La “prognosi” impone a Pulcino di considerare sempre la sua sensibilità alla perdita affettiva e di rincuorarla con l’esternazione della sua carica “orale”: giovialità e partecipazione emotiva.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in un “ritorno del rimosso” e nella somatizzazione d’angoscia in un sintomo elettivo degli affetti come lo stomaco e il respiro: “conversione isterica” o “formazione di sintomo”.

Il “grado di purezza onirica” si può stimare “buono” dal momento che il sogno è ricorrente e verte su esperienze vissute. Non esistono contaminazioni e accrescimenti da parte dei “processi secondari” al risveglio perché la trama è semplice e lineare.

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Pulcino è sempre l’associazione al trauma vissuto nella piena consapevolezza e reiterato, vissuto più volte. Magari nel pomeriggio Pulcino ha pensato ai suoi genitori o ha vista una bambina e di notte il sogno era pronto a manifestarsi.

La “qualità onirica” è la “semplicità” e l’umanità del tema.

Il sogno di Pulcino può vedere la luce nella seconda fase del sonno REM e nel passaggio alla fase nonREM. Questo non è un sogno da quasi risveglio perché ha un simbolismo forte ed efficace.

Il “fattore allucinatorio” si mostra nel senso della “vista” in “vedere la mia casa che andava a fuoco.”

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno ricorrente di Pulcino è “massimo” alla luce dell’evidenza supportata dalla protagonista. Il “grado di fallacia” è minino”.

DOMANDE & RISPOSTE

A grande richiesta è tornata la signora Maria, veneta a denominazione di origine controllata ma non fanatica da “Liga” o da “Repubblica serenissima di san Marco”, con la sua terza media e con l’esperienza collaudata di mamma, una donna massiccia e pratica che legge tanto e che ama essere informata, una donna tosta che non te le manda a dire.

Domanda

Proprio vero e comincio subito. La volta scorsa mi ha spiegato “Ultimo tango a Parigi”, questa volta mi deve spiegare “l’alienazione parentale”. Mi deve dire che cos’è e cosa ne pensa. Ne hanno parlato in televisione a “Presa diretta” insieme a un progetto di legge sull’affidamento dei figli.

Risposta

“Presa diretta” è un ottimo programma di inchiesta giornalistica. Riccardo Iacona e i suoi collaboratori sono professionalmente capaci e socialmente impegnati, all’incontrario di tanti giornalisti polemici e saccenti, fanatici e prevaricatori che occupano tanto spazio dentro il video di questo o di quell’editore. Provo a rispondere alla tua domanda, ma vado a salti. Il progetto di legge in discussione presso la commissione parlamentare prende il nome dal senatore leghista che lo ha proposto, l’avvocato Stefano Pillon, e tende a rivedere l’affidamento dei figli con particolare attenzione alla figura paterna, all’assegno mensile e con la convinzione di fondo che la madre sia privilegiata dalla Legge a livello economico e a livello affettivo e psicologico. Infatti, questa proposta di legge tende a eliminare nell’affidamento condiviso la quota finanziaria che il padre è tenuto a versare alla madre per il mantenimento dei figli e propone tempi uguali per il soggiorno e l’educazione. Per questi scopi la proposta Pillon fa riferimento alla “sindrome di alienazione parentale o genitoriale”, PAS, elaborata nel 1985 dal medico americano Gardner, da lui definita come una sindrome psichiatrica. Questa neonata malattia non è stata accettata dagli organismi internazionali sulla pubblica Salute e, nello specifico, sulla Salute mentale. Purtroppo, questa sindrome in tanti casi è stata fatta propria da qualche giudice americano e non. L’ideatore dell’alienazione parentale sostiene che uno dei genitori viene estromesso dalla famiglia dopo la rottura della coppia e viene distolto dall’esercizio psicologico ed educativo dei figli. Nello specifico storico e senza tanti fronzoli la madre, nel novantanove per cento dei casi, scredita costantemente la figura paterna al punto di suggestionare il figlio o la figlia nel rifiuto del padre fino a indurli a non frequentarlo più. Questo diabolico condizionamento materno consente di formulare la tesi che nelle separazioni c’è un genitore “alienante” e un genitore “alienato”. Gardner formula anche una griglia con precisi criteri per l’individuazione e la diagnosi della “sindrome di alienazione parentale”. Insisto nello spiegare che se un figlio di separati rifiuta uno dei genitori e non vuole più andare da lui per vivere nei giorni prescritti dalla Legge e dal giudice, c’è una madre o un padre “alienante” e una madre e un padre “alienato”. Quest’opera di alienazione avviene tramite messaggi costanti di discredito e suggestioni di rifiuto. Tanta roba viene inoculata ad arte dai genitori facendo perno sull’attaccamento affettivo e sulla dipendenza psichica del figlio o della figlia. Questi ultimi non vogliono vedere e frequentare il padre perché sono stati oggetto di smaccato plagio e di subdolo indottrinamento. In ogni caso non hanno scelto di loro arbitrio e volontà. Tutto questo casino psicodinamico è una ideologia che va concretamente contro la madre e la donna. E’ lei l’artefice del misfatto. Chiaro? Ma non finisce qui. Bisogna ricordare sempre che le conquiste fatte dalla donna in riguardo ai diritti civili oggi stanno subendo un duro attacco da parte di gruppi fondamentalisti cattolici medioevali e da parte della Lega che è al governo con tutto il suo scarno bagaglio di cultura storica e di idee portanti, con le sue fobie casalinghe e le sue paranoie piccolo-borgesi.

Domanda

Sì, ma lei, lei dottor Vallone, cosa dice a proposito?

Risposta

La terminologia “alienazione parentale” è confusa e il significato è ambiguo. Riguarda, infatti, i figli come soggetto e oggetto di alienazione, un genitore come oggetto alienato e l’altro genitore come soggetto alienante. La questione psichica è tremenda e complessa, specialmente se a essere l’artefice di tanto diabolico misfatto è la madre. I figli sono affetti da questa terrificante sindrome e sono oggetto in quanto sono stati condizionati da un genitore, l’alienante, e sono soggetto in quanto rifiutano l’altro genitore, l’alienato. Preciso che in Psicopatologia il termine “alienazione” richiama il “meccanismo psichico di difesa” della “scissione dell’Io”, il cui uso dispone a una sindrome pesante di perdita di contatto con la realtà e a quella che si definisce in gergo la “follia”. Il quadro dell’alienazione parentale è esagerato nei termini e nella realtà. Io ritengo che queste posizioni pseudo psichiatriche e giuridiche, progetto di legge Pillon compreso, hanno in primo luogo una base culturale di manifesta, più che occulta, “misoginia”, odio contro le donne. La donna madre viene discriminata e vilipesa nel suo essere stimata la causa attiva di una difficile e complicatissima questione, l’accettazione da parte dei figli della figura paterna. Non soltanto, ma la madre viene sminuita nel ruolo e nelle funzioni psicofisiche pregresse e in atto. La madre ha accudito i figli anche andando a lavorare e adesso viene accusata di approfittare della Legge per derubare in ogni senso l’ex marito e il padre dei suoi figli, riducendolo al lastrico e in certi casi all’accattonaggio, per l’obbligo di versare la quota mensile stabilita dal giudice all’atto della sentenza di separazione. E allora il padre dal profondo del suo amore verso i figli chiede di non versare più il becco di un quattrino e di avere lo stesso trattamento logistico dell’ex moglie: il figlio starà tre giorni con il padre e tre giorni con la madre e la domenica sarà distribuita equamente. Ogni genitore manterrà economicamente il figlio senza dover dare all’altro alcunché, dividendo soltanto le spese straordinarie. Se questo non viene accettato dalla madre, che si è ampiamente sacrificata nel crescere il figlio e se quest’ultimo rifiuta di andare dal padre, allora si tratta di “alienazione parentale”: la madre ha fatto il lavaggio al cervello al figlio e lo ha messo contro il padre. Fino a questo punto mi sono talmente ripetuto che è tutto necessariamente chiaro. Continuo. Parliamo anche dello psicodramma del sentimento dell’odio degli adulti genitori separati che coinvolge i figli. Le loro beghe psicofisiche irrisolte sono traslate sui figli con la diagnosi che questi ultimi sono stati manipolati e alienati. Della Psicologia del figlio, bambino o adolescente, di cosa effettivamente vive il diretto interessato nessuno dice niente e nessuno si pone il problema, se non in termini generici e falsamente protettivi. I due genitori persistono come famiglia anche da separati grazie al figlio e persistono alla grande nell’esercizio del sentimento dell’odio. Il loro psicodramma non è finito e viene ancora esteso al figlio. Quest’ultimo era stato già colpito dentro e fuori dalla dialettica e dalla separazione dei genitori, ma non è bastato, perché adesso deve odiare il padre ed è stimato incapace di intendere e di volere e malato di alienazione. Poveri figli!

Domanda

Allora? Mi dica dei figli, visto che prima ha difeso la madre e dopo ha condannato entrambi i genitori.

Risposta

La Psicologia dell’infanzia è complessa e non so da dove partire. Comunque ci provo a dire qualcosa d’incompleto. Intanto i figli coinvolti sono quelli che vanno dai due ai dodici anni. Gli adolescenti e i giovani sono toccati in parte dalla separazione dei genitori, sono più autonomi e strutturati a livello psicologico per cui non si prestano facilmente a operazioni di manipolazione e di plagio. Premessa vuole che i figli hanno bisogno del padre e della madre, ma se la coppia genitoriale si rompe, la famiglia resta anche se in spazi diversi. La logistica non elimina i circuiti affettivi e formativi. I bambini accettano la separazione dei genitori con minore difficoltà rispetto a quello che pensano i genitori stessi, i benpensanti e i moralisti. La comunicazione non avviene a caso e all’improvviso, ma dopo una dialettica litigiosa della coppia genitoriale, oltretutto molto dannosa per i bambini. “Ogni male non viene per nuocere”, recita in preghiera il bambino insieme a un “amen”. Il bambino è preso e impegnato dalla sua evoluzione psicofisica e dalle sue dinamiche relazionali, per cui affronta la separazione dei genitori come un miglioramento della sua condizione e non come una perdita. La “sindrome e l’angoscia dell’abbandono” non scattano se non in pochissimi casi. I bambini, le femmine in particolare, hanno una buona capacità di razionalizzare e di adattarsi, hanno una buona intelligenza operativa sin dai quattro anni, sono particolarmente giudiziose. L’evento storico della separazione dei genitori non si traduce in un dramma interiore semplicemente perché i genitori sono vivi e vegeti e la famiglia è intera e salva. Il bambino concepisce che si è rotta la coppia e i giochini della mamma e del papà, ma non si è rotta la famiglia ed è convinto che adesso ha degli agi in più, adesso ha due case e due persone da manipolare con i suoi argomenti e con le sue strategie. Paradossalmente sono i figli che operano la “alienazione genitoriale” nel senso che intuiscono che possono godere meglio le figure dei genitori e usarle a proprio uso e consumo facendo perno sui loro fasulli sensi di colpa. Adesso la bambina in piena “posizione edipica” ha il papà tutto per lei e ha eliminato la conflittualità con la mamma che le procurava un inutile stress. Adesso il bambino edipico ha la mamma tutta per sé e senza l’ostacolo del padre rompiscatole. I figli si adattano alla nuova situazione psicofisica e logistica meglio di quanto i genitori e gli adulti pensano. Per loro ci sono tutte le opportunità di ben “alienare” il padre o la madre a loro vantaggio. Attenzione a non oltrepassare la misura della decenza, altrimenti dopo sono guai seri.

Domanda
Lei sta dicendo delle cose sconcertanti, sta ribaltando la frittata, sta dicendo che sono i figli ad approfittare della separazione per vivere meglio e di più i genitori. Ma è sicuro?

Risposta

Non è il genitore che aliena l’altro genitore, ma è il figlio che ha tutta la convenienza di vivere liberamente e senza vincoli sia la madre e sia il padre. E i genitori, in preda ai sensi di colpa di aver rotto il giocattolo della famiglia, li amano di più rispetto a prima, mentre i figli trovano davanti a loro una prateria dove scorrazzare con le mille richieste e le mille voglie che immancabilmente elaborano. Ma i genitori persistono nella perfida dialettica di coppia che li ha portati alla soluzione effimera della separazione e traslano vicendevolmente la loro aggressività adducendo che il bambino o l’adolescente ha subito l’alienazione parentale e che è malato di questo strano e neonato morbo, quando invece il figlio non è mai stato così bene in vita sua come da quando i genitori hanno smesso di rompere le scatole con i loro teatrini domenicali e non. Ripeto. Alla luce delle “posizioni psichiche” affettive o “orali”, aggressive o “anali”, autocompiacimento e potere o “fallico-narcisistiche”, conflittuali o “edipiche”, il bambino riceve meno danno di quello che si pensa, si adatta alla nuova situazione psicofisica e relazionale, vive la rottura della coppia e non della famiglia, sente di avere più potere contrattuale con entrambi i genitori. Cosa resta in questo bailamme? Restano pari pari i conflitti di coppia, il risentimento e l’odio. E qui cominciano i guai seri. Dopo la separazione si cerca la rivincita in base al senso di sconfitta umana che ogni membro della coppia ha vissuto. L’alienazione parentale è un’ulteriore aggressione dell’uno verso l’altro coinvolgendo i figli che sono, di certo, più intelligenti e capaci dei genitori. Maria, se mi dici che ti basta e posso fermarmi qui, mi fai un grande piacere.

Domanda

Assolutamente no. Mi dica qualcos’altro.

Risposta

Vado avanti, ma ci penserò due volte prima di richiamarti. L’alienazione parentale non ha motivo di essere e di esistere. L’alienazione è un concetto filosofico, economico, sociologico, psichiatrico, psicologico, giuridico: Feuerbach e Marx, scuola di Francoforte e Marcuse, Kraepelin e altri, Freud e Max Weber, Basaglia e l’Antipsichiatria. L’alienazione psichiatrica significa che una persona è fuori di se stessa, è mentalmente inferma, non applica il “principio di realtà” e ha perso il contatto con la realtà, è di danno a se stessa e agli altri, e chi più ne ha, più ne metta. Ma cosa c’entra una madre, un padre e un figlio, una famiglia, in tanta disgrazia di parole, di scienze e di ordinamenti giuridici? Ripeto: una madre o un padre possono lavorare psicologicamente un figlio in maniera che non riconosca uno dei genitori? E’ semplicemente impossibile alle condizioni di normalità date e supposte, ripeto, alle condizioni date e supposte di andamento psico-esistenziale normale. Ma è possibile la “proiezione” dell’odio, oltre che sul partner, anche sul figlio ritenendolo un emerito ebete o imbecille. Ma il figlio è più intelligente di quanto gli adulti di ogni professione pensano.

Domanda

Passo al sogno di Pulcino. Quando leggo quello che scrive a volte mi emoziono perché lei le cose le fa sentire sulla pelle e nello stomaco, come se accarezzasse e scavasse dentro nello stesso tempo. Ma voleva fare l’archeologo da piccolo?

Risposta

Mi compiaccio di questo tuo trasporto. Pensa quanto sono potenti le parole e i discorsi. Non sei andata molto lontano dalla realtà dei fatti. Io sono nato a Siracusa, una città bellissima che pessimi amministratori, in sequela dagli anni cinquanta, hanno resa quella che è oggi, una città sporca, inquinata, disordinata e fatiscente, una città non vivibile. Negli anni cinquanta le sue bellezze naturali sono state svendute per un pugno di dollari alle industrie chimiche e petrolifere italiane e americane. Pensa che hanno impiantato nel meraviglioso litorale i macchinari dismessi nel Texas e fino al duemila hanno permesso ai petrolieri russi di costruire una pericolosissima raffineria a ridosso della città. Tutto per un pugno di miseri salari e per morire di tumore vario e variopinto a tutte le età. Ma non basta. Il ministro dell’ambiente è stato per tanti anni una donna di Siracusa, ma l’inquinamento e la “munnizza” hanno continuato a dominare e a prosperare insieme all’incuria e all’indolenza. Dicevo che sono nato e abitavo in Ortigia, lo scoglio o l’isoletta su cui era stato costruito il centro storico e ho vissuto quotidianamente tra rovine di templi greci su cui si era insediata la cultura romana, cristiana, araba, normanna, angioina, spagnola, savoiarda italica, un crogiolo di tratti culturali e di dominatori da cui il popolo di Ortigia non si è mai liberato in onore alla sua storica indolenza e accidia: vedi il Gattopardo. Mio padre era profugo dalla Libia ed era impiegato presso la Sovrintendenza alle antichità, il Museo per intenderci. Mi ha imposto di frequentare il Liceo classico, mentre io avrei preferito imparare il mestiere di macellaio dai miei zii o in ultima istanza sarei diventato anche prete pur di sfuggire al suo autoritarismo. Quindi l’Archeologia mi ha seguito ogni giorno e, quando mi affacciavo dal balcone, vedevo i resti del tempio di Apollo e, se andavo in cattedrale, mi trovavo dentro un tempio greco, un “peripteros” per la precisione dedicato ad Athena. Vengo alla tua domanda. L’interpretazione dei sogni è come uno scavo archeologico secondo Freud, perché si riportano alla luce non i resti, ma i vissuti din base della nostra formazione psichica. Poi, se io li descrivo bene, è merito di una buona sensibilità e di tanto esercizio. Comunque, l’allegoria dello scavo archeologico in riguardo al sogno è appropriatissima.

Domanda

Se mi spiega una volta per tutte che cos’è il “fantasma di morte”, giuro che non glielo chiederò più. Del resto fra poco partirà e allora non ci si vedrà.

Risposta

Il “fantasma di morte” si colora in base alla “posizione psichica” che si vive e che si sta elaborando. Nella “posizione orale” ha i colori dell’abbandono e della dipendenza affettiva e l’angoscia è di solitudine: primo anno di vita. Nella “posizione anale” l’angoscia è di frammentazione e il colore è dell’aggressività sadomasochistica all’interno della ricerca dell’autonomia: dal secondo al terzo anno di vita. Questa è una situazione molto delicata e pericolosa per il futuro e bisogna superarla bene perché si sperimenta e s’incamera la possibilità della violenza. Nella “posizione fallico-narcisistica” l’angoscia è di mutilazione e ha i colori dell’auto-gratificazione e dell’esaltazione, nonché dell’isolamento: quattro e cinque anni. Nella “posizione edipica” l’angoscia è di “castrazione” e i colori sono quelli della colpa e dell’espiazione: dal quinto al dodicesimo anno di vita. Nella “posizione genitale” l’angoscia è di perdita depressiva dell’oggetto d’investimento e d’amore con caduta nell’indeterminato psichico. Il colore è quello del riconoscimento dell’altro e si avanti dalla pubertà a vita natural durante. In questa posizione si matura il sentimento d’amore e di cura dell’altro e, se si forma una coppia, bisogna ricordarsi sempre che la “libido genitale” si esercita e si rimpinza sempre, non è una ricchezza che si consuma e finisce e specialmente se ci sono figli. Riflettete gente, riflettete!

Domanda

Quella della bambina era angoscia di perdita dell’affetto dei suoi genitori ed era causata dal fatto che l’avevano mandata in colonia. Invece di divertirsi ha rischiato di ammalarsi di depressione. Ma non le sembra esagerato?

Risposta

Assolutamente no. Hai un’altra spiegazione? La bambina Pulcino ha detto che piangeva senza sapere perché e che dopo lo ha collegato all’angoscia che provava nella colonia al pensiero della sua famiglia e della sua casa. La somatizzazione è stata il pianto e le è andata bene, perché poteva essere più pesante qualora avesse avuto delle lacune psichiche di altro tipo.

Domanda

Mi spieghi questa che non l’ho capita.

Risposta

Metti il caso che le altre “posizioni psichiche” fossero state vissute malamente e ci fossero stati altri traumi, allora la situazione psicofisica della colonia avrebbe scatenato un marasma più intenso.

Domanda

Lei è molto suscettibile e permaloso. Non le si può dire niente che subito si inalbera. O le dico quello che penso o altrimenti andiamo a prendere il cappuccino e la treccia all’uvetta da Ceschin.

Risposta

Ti chiedo scusa. Comunque dopo andiamo in pasticceria, ci mancherebbe altro. Dopo tutta questa scarpinata è il minimo che possa succedere tra me e te.

Domanda

Lei ha parlato di Medicina psicosomatica. Ne so qualcosa anch’io con i problemi che ho sulla pelle e che passano soltanto con il cortisone e soltanto per un giorno. Me la spiega.

Risposta

La pelle è il teatro preferito dai “fantasmi” e della angosce per esibirsi. La psiche trova la pelle a portata di mano e pronta alla necessità di parlare con i sintomi. Ti spiego. Quanto subiamo un trauma o viviamo un’esperienza dolorosa, non potendoci stare dietro con la riflessione, usiamo il “meccanismo psichico di difesa” della “rimozione” e ce ne dimentichiamo. L’energia nervosa che non abbiamo espresso e consumato e che era legata a quel fatto, viene ingoiata e, quando il sistema non ce la fa più a tenerla giù, si somatizza e si scarica su qualche organo e su qualche funzione. Questa scarica non avviene a caso, ma viene colpito l’organo debole o quello che ha una significato simbolico con la qualità del vissuto o del trauma. Tecnicamente: il “ritorno del rimosso” porta alla “formazione di sintomi”. Si passa da un fattore psicologico a un fattore corporeo. Tecnicamente: quando la tensione nervosa è forte, deve in qualche modo scaricarsi e allora abbiamo una “conversione isterica”. E’ tutta salute perché ti consente di continuare a vivere.

Domanda

Bene, ho capito. Ma quanti sono questi disturbi?

Risposta

Bisogna essere cauti nella diagnosi di disturbo psicosomatico, perché spesso concorrono altri fattori in via di scoperta, come i disturbi alimentari e altro, e può essere la punta dell’iceberg di una malattia seria. Del resto, a cosa serve sapere se è psicosomatico? Se passa con il trattamento psicoterapeutico ed è un disturbo che viene dopo tanto stress, vuol dire che era d’origine psichica. Importante che si conoscano le cause e si sappia gestire con il cervello e con la presa di coscienza. Comunque non è soltanto la “razionalizzazione” a risolvere un disturbo psicosomatico, possono essere utilissimi anche gli altri “meccanismi di difesa”. E aggiungo che le cosiddette malattie organiche hanno sempre un concorso psicologico.

Domanda

Lei sta complicando le carte. Si guarisce in tanti modi da un disturbo psicosomatico?

Risposta

Certo, dipende da quali meccanismi di difesa usi. Se usi la “sublimazione” e la tua aggressività la scarichi nello sport o nel volontariato e ti assolvi al meglio, le tensioni decrescono e non riescono a ferire l’organo bersaglio. Il disturbo decresce, ma l’organo resta sempre debole. Altri “meccanismi” ti daranno intanto una remissione del sintomo, ma il problema si evolve e non si risolve del tutto.

Domanda

Mi spiega l’organo debole?

Risposta

L’organo e la funzione che nel corso dell’evoluzione psicofisica sono stati interessati da traumi e hanno risentito di malattie si definiscono per comodità “organo debole” o “organo bersaglio”. Bisogna anche considerare la cultura della famiglia per quanto riguarda la malattia, cultura nel senso degli schemi di interpretazione in vigore nella realtà familiare. Se in casa la mamma ha sempre mal di testa e il papà accusa bronchite a nastro, anche il bambino sarà sensibile a questi disturbi anche se è perfettamente sano. L’organo debole è individuale, ma è anche familiare. Spesso i bambini per non andare a scuola accusano una serie di disturbi che non hanno ma che ben conoscono in famiglia. Per un vantaggio secondario si danno malati e non godono dei vantaggi primari di essere in buona salute. Succede spesso che l’organo debole familiare diventi organo debole individuale non per ereditarietà, ma per trasmissione culturale. Si è sensibili a certi tipi di malattie e non si conoscono altri tipi di disturbi. Si può anche stabilire in una famiglia la scala delle sensibilità d’organo o di funzione. Ripeto, la suggestione e l’immedesimazione, così come il vantaggio secondario, hanno importanza nell’economia psico-culturale del gruppo familiare. In sintesi e dopo questa tiritera ti dico che l’organo debole può essere malato ma può essere sano.

Domanda

Ma la colonia fa così tanto male? E il servizio militare faceva bene o male?

Risposta

Maria, tu sei tanto curiosa e poni domande che meritano un’ampia discussione, ma io mi limito alla sintesi. Il bambino non può essere mandato in colonia senza subire un danno psicologico, un trauma e senza rafforzare un disturbo che magari ha già in famiglia. E’ un’esperienza da non far vivere ai bambini. Dai dieci anni in poi si può favorire l’autonomia e il distacco dalla famiglia per un periodo breve. Anche in questo caso il piano e il progetto devono essere ponderati. Non si può mandare un ragazzino da solo a Londra per tre settimane affidandolo alla hostess di un college. La Psiche viene forzata e il danno si presenta in seguito. Meglio non conoscere la lingua inglese, piuttosto che portarsi dietro fobie e crisi di panico.

Domanda

Ma lei è troppo protettivo.

Risposta

Sicuramente, ma questo mi risulta dal lavoro clinico. Meglio rimandare certe esperienze di distacco e di separazione all’età giovanile. Per quanto riguarda il servizio militare il distacco avveniva all’età di diciotto-venti anni, un periodo della vita in cui si gradisce fare da sé. In Italia il servizio militare coincideva con il primo viaggio fuori regione ed era una opportunità di crescita umana, più che militare.

Domanda

Lei ha fatto il servizio militare?

Risposta
Perbacco e ho girato l’Italia per colpa del “sessantotto” e della contestazione giovanile. Io avevo una laurea in filosofia ed ero ritenuto un rivoluzionario marxista-leninista-maoista già prima di aprir bocca e anche per il fatto che ero barbuto.

Domanda

Tanta carne sul fuoco, come sempre.

Risposta

Eh già.

La canzone adatta al tema della lontananza dagli affetti è una poesia di Paolo Conte, “Azzurro”, degnamente interpretata dall’autore.

I BOZZETTI DELICATI DI ALEXA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato di trovarmi nella grande casa dove ho vissuto quand’ero sposata, casa che ho lasciato nell’estate del 2001.
Nel sogno la casa era ancora più lussuosa di quanto non lo sia già nella realtà e aveva un design più moderno con grandi vetrate al posto delle pareti sia esterne che interne/divisorie.
Ero molto stupita del fatto che nel giardino non ci fossero i due cani a cui ero affezionata e che da quell’estate non ho più rivisto.
Improvvisamente i due cani si palesano con mia grande gioia e mi fanno le feste com’erano solito fare.
Dentro questa casa appare un amore di gioventù che nulla ha a che vedere con quella location.”

Alexa ha fatto questo sogno.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Introduco brevemente il processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione” dal momento che nel sogno di Alexa è istruito per ben due volte. La prima si attesta in “Ho sognato di trovarmi nella grande casa dove ho vissuto quand’ero sposata, casa che holasciato nell’estate del 2001.” La seconda si presenta alla fine del sogno in “Dentro questa casa appare un amore di gioventù che nulla ha a che vedere con quella location.”
La “regressione” inverte il movimento normale ed evolutivo, va indietro piuttosto che avanti a causa di una frustrazione o di una angoscia ingestibili dalla coscienza e che non si può risolvere con gli altri meccanismi di difesa. Si ripristinano forme mentali e comportamenti del passato che non sono compatibili con la realtà psico-esistenziale. La psicodinamica regressiva è tutta opera dell’Io e si svolge in tre modi: la “regressione topica”, la “regressione temporale”, la “regressione formale”.
La “regressione topica” si attesta in un percorso retrogrado dell’eccitazione nervosa, come avviene nel sogno. Essendo negato all’energia l’accesso alla motilità, essa ritorna indietro e attiva il sistema percettivo in una creazione di immagini sensoriali, di allucinazioni, di fantasmi: aspetto immaginifico del sogno. Il cammino invertito della “libido” è sincronico e spaziale, avviene simultaneamente all’interno dell’apparato psichico.
La “regressione temporale” riprende le tappe superate del modo di organizzazione della “libido”. Questo processo esige che lo sviluppo psichico avvenga per tempi diversi e per organizzazioni specifiche dei vissuti, (orale, anale, fallico-narcisistica, genitale), nonché con i meccanismi psichici di difesa dominanti.
La “regressione formale” si attesta in modi di espressione sperimentati nel passato che sostituiscono modalità espressive più evolute e in linea con la maturazione in atto.
La “regressione” di Alexa è “topica” e “formale” perché avviene in sogno all’interno dell’apparato psicofisico, nell’unità psicofisica o “corpo-mente”, un processo del tutto naturale, ed è “temporale” perché riporta alle modalità psichiche della “posizione fallico-narcisistica”.
Questa breve nota teorica è a vantaggio dei miei giovani colleghi che spesso mi chiedono delucidazione si meccanismi e processi psichici di difesa dall’angoscia.
Tornando al sogno di Alexa, bisogna subito dire che il prodotto si fa apprezzare per la sua bonaria compostezza e per la sua delicata fattura. La protagonista approfitta della “regressione” per formare dei “quadretti” mettendo insieme ricordi di esperienze vissute. Nessuna acrimonia e nessun trauma si manifestano dentro questa cornice di vita vissuta e fatta di ricordi e di candida ingenuità: Alexa non valuta, ripropone pezzi di se stessa perché sollecitata dalle necessità della vita. Il sogno è incentrato sulla parte migliore della “posizione fallico-narcisistica”, quell’amor proprio che non guasta mai nelle giuste dosi.
Non resta che procedere con la decodificazione del sogno per vedere con gli occhi i “bozzetti delicati” di Alexa.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ho sognato di trovarmi nella grande casa dove ho vissuto quand’ero sposata, casa che ho lasciato nell’estate del 2001.”

Alexa esordisce in sogno innescando il “processo della regressione”. Nel presente della sua vita qualcosa non gira bene, per cui sente il bisogno di tornare indietro nello spazio e nel tempo e di ancorarsi a una stazione psichica quanto meno gratificante, anche se triste come qualsiasi congedo e qualsiasi rottura coniugale. Lo spazio è occupato dalla “grande casa”, il tempo è fissato “nell’estate del 2001”. Il sogno dovrà dare spiegazione di questa marcia indietro e dovrà spiegarci qualcosa del presente della nostra protagonista. Alexa “era sposata”, era in piena “posizione psichica genitale”, aveva un uomo su cui investire la sua “libido”, aveva una composizione e un’integrazione psichiche, aveva una sua “organizzazione psichica reattiva”, un suo carattere, una sua personalità, una sua struttura. Insomma Alexa era una persona con la sua storia intima, privata e sociale, una donna che si era naturalmente maritata in realizzazione dei suoi desideri e dei suoi progetti. Alexa non è una donna di poco amor proprio e di poca autostima, è una donna altolocata perché si trova “nella grande casa dove” ha vissuto. Simbolicamente Alexa è arrivata al matrimonio con un buon senso dell’Io, una buona educazione e una buona posizione sociale: una figlia di buona donna e di buona famiglia. Alexa, la buona e la preziosa, sta sognando quella “se stessa” al tempo della convivenza solidale e legale con il suo uomo. Non si intravedono particolari drammi e angosce depressive nel “lasciare” quella casa sia nel senso logistico e sia nel senso psichico. Alexa è appagata di aver lasciato il marito e di aver evoluto quella sua “grande casa”, quei suoi modi di essere, di esistere e di relazionarsi, quella struttura psichica, per l’appunto, evolutiva. Alexa aspirava al meglio e voleva il meglio per sé. Si era accontentata di quello sposalizio e di quell’uomo, così come si era accontentata di “quella se stessa”, ma adesso Alexa si ravvede e, da donna ulteriormente cresciuta e oltremodo consapevole, guarda proprio oltre, là dove lancia anche il suo cuore. Dalla “libido genitale” della donna “sposata” è tornata indietro alla “libido fallico-narcisistica” dove si era ben vissuta e costruita, per cui la “fissazione” è naturale oltre che d’obbligo. Ritorniamo sempre dove ci siamo trovati bene e abbiamo ben meritato di noi stessi.

“Nel sogno la casa era ancora più lussuosa di quanto non lo sia già nella realtà e aveva un design più moderno con grandi vetrate al posto delle pareti sia esterne che interne/divisorie.”

Avete presente l’essenza del desiderio?
Adesso ve la dimostro.
Alexa è in piena “posizione fallico-narcisistica”, quella buona non quella cattiva, l’amor proprio e non la negazione dell’altro.
Chissà quante volte da bambina si è immaginata e si è desiderata bella e brava!
Alexa in sogno sta dicendo dei suoi desideri e sta tessendo le seguenti convinzioni: “io ero già una bella persona, ma mi sono immaginata ancora più valida e importante, una donna adeguata ai tempi e alle persone, sia dentro di me e sia fuori di me”. Ancora: “io avevo una buona consapevolezza del mio mondo interiore e mi relazionavo in maniera egregia, trasparivo, ero solare, ero in linea con i tempi ed ero esteticamente attraente.” Alexa sta oggi vivendo una situazione di disagio psichico e relazionale che le ricorda “l’estate del 2001”, la fine della sua relazione coniugale. Come allora, Alexa oggi riesce a trovare la giusta autostima e l’adeguata valutazione della sua figura interiore ed esteriore.
Vediamo i simboli: la “casa” o la struttura psichica evolutiva, “lussuosa” o lussata nel senso di al di là della giusta postura e in senso traslato ricca di luce e di consapevolezza, “design” o modi di apparire e formalità, “moderno” o in linea con la moda e i modi del tempo, “vetrate” o capacità di comunicazione interiore e sociale o quella che si chiama solarità con pregi e difetti, “pareti” o giuste difese tra interno ed esterno e tra “parti di sé” possibilmente in contrasto. Si prende atto che Alexa ha una buona corrispondenza e trasparenza tra quello che sente e quello che vive, quello che è e quello che appare, una bella abilità e una pericolosa virtù.

“Ero molto stupita del fatto che nel giardino non ci fossero i due cani a cui ero affezionata e che da quell’estate non ho più rivisto.”

In tanto benessere qualcosa non va al posto giusto o non funziona come dovrebbe. Il potere di donna è in crisi perché non ci sono “i due cani” nel giardino. Il “cane” simbolicamente rappresenta l’alleato psichico e l’oggetto dell’investimento della “libido” in condizione di inferiorità per l’animale e di superiorità per il cosiddetto padrone: “a cui ero affezionata”. Alexa accusa una timidezza, una titubanza, una resistenza a lasciarsi andare e ad affidarsi, per cui l’immagine affermativa di prima si rivela più un desiderio di oggi che quella realtà di quando si era sposata e stava con il suo uomo. “I due cani” rappresentano gli alleati psichici che consentono di investire energia e di esercitare potere. “I due cani” sono la “traslazione” della figura del marito, oggetti su cui esercitare il potere che non ha e non sa di avere. Alexa ha investito su quell’uomo che non si è rivelato degno della sua persona e delle sue energie, per cui la separazione è stata la giusta e naturale conclusione. Resta un dilemma: era il marito poco affermativo o era Alexa che non si sentiva riconosciuta come persona, oltretutto, di valore? Il prosieguo del sogno lo dirà. Il “giardino” è un simbolo erotico che induce a pensare che Alexa non andava d’accordo sessualmente con il suo uomo. Resta il dubbio di chi dei due era senza potere, ma certamente i cani sono simboli e fungono per delucidare una psicodinamica di coppia.

“Improvvisamente i due cani si palesano con mia grande gioia e mi fanno le feste com’erano solito fare.”

Non fa una grinza il rivedere “i due cani” semplicemente perché tutti i salmi finiscono in “gloria”. Il contesto simbolico ci dice che Alexa vede se stessa affermativa e migliora le sue prestazioni di donna come desiderava. Alexa è diventata come voleva. I “due cani” sono l’oggetto d’investimento della sua energia, “libido”, “si palesano” equivale a un atto di consapevolezza del materiale psichico risalito dal profondo, la “gioia” significa ebbrezza neurovegetativa mischiata a coscienza di sé, “mi fanno le feste” è segnale di passività e per converso di potere.

“Dentro questa casa appare un amore di gioventù che nulla ha a che vedere con quella location.”

Alexa opera un’ulteriore “regressione” a un altro investimento d’oggetto, un altro uomo e “un amore di gioventù”, ma lei non era quella di quella casa lussuosa, era una persona ancora non evoluta e matura al punto ottimale. La seconda “regressione” si fissa nell’adolescenza, “un amore di gioventù”, di quelli che non sono né carne e né pesce ma che sono tutto, di quelli che ti fanno sentire le farfalline nello stomaco, di quelli che fanno crescere entrambi tra un timore e una trasgressione, di quelli che non esigono la perfezione della maturità seriosa, di quelli che si compensano nella deficienza, di quelli che non esigono alcuna maturità e sanno immaginare l’impossibile. Quando Alexa era ragazzina si è innamorata e si è fatta le ossa in amore.
Quant’era bello quando si era poveri e ignoranti, quando c’era tutto da imparare!
Anche quella casa era bella e Alexa lo sa.
Questo è quanto dovevo al sogno di Alexa.

PSICODINAMICA

Il sogno di Alexa si presenta con dei quadretti delicati seguendo un processo regressivo che approda all’adolescenza. In questo andare a ritroso Alexa spolvera dei pezzi psichici molto colorati del suo “sé” e della sua persona, “maschera”, rievocando anche momenti critici di perdita che non hanno in lei alcun sapore depressivo. La psicodinamica rientra nella dimensione “fallico-narcisistica” dal momento che Alexa sa incensare molto bene la sua figura con assoluta e ingenua naturalezza e senza rasentare alcuna forma di superbia e di vanagloria. Anche la “libido genitale” della “posizione” omonima non presenta alcun risentimento e clamore. Un senso fatalistico fa respirare tutto il sogno senza che la protagonista si atteggi a donna fatale. Il ricordo e il ricordare di Alexa sono permeati di naturale e verginale candore.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

Il sogno di Alexa contiene i seguenti valorosi “simboli”: “casa” o struttura psichica evolutiva o organizzazione psichica reattiva, “sposata” o esercizio della libido genitale nell’omonima posizione psichica, “lussuosa” o fuor di norma e di postura ed eccesso nella modalità di vivere, “design” o formalità affettivamente fredda, “vetrate” o difese razionali, “pareti” o meccanismi psichici di difesa, “stupita” o caduta della vigilanza, “giardino” o vitalità erotica, “cani” o alleati psichici e potere, “fare le feste” o esercizio degli affetti e investimenti di libido, “amore di gioventù” o investimento di libido genitale e coscienza di sé.

“L’ archetipo” in azione nel sogno di Alexa è la Psiche o sistema psichico.

Il “fantasma” evocato e in circolazione è l’identità psichica e l’immagine di sé.

Il sogno di Alexa evidenzia le seguenti istanze psichiche: Io vigilante e razionale in “ero molto stupita”, “Es” pulsionale in “i due cani si palesano” e in “un amore di gioventù”. Il “Super-Io censorio e limitante risulta assente.

Le “posizioni psichiche” presenti sono la “fallico-narcisistica” e di riferimento la “genitale”: “la casa era ancora più lussuosa” e “quand’ero sposata”.

I “meccanismi psichici di difesa” usati da Alexa nel sogno sono la “condensazione” in “casa” e in altro, lo “spostamento” in “cani” e in “amore di gioventù e in altro.

I “processi di difesa” in atto prepotente sono la “regressione” e la “fissazione” in ““Ho sognato di trovarmi nella grande casa dove ho vissuto quand’ero sposata, casa che ho lasciato nell’estate del 2001.” e in “Dentro questa casa appare un amore di gioventù che nulla ha a che vedere con quella location.” La “sublimazione della libido” non è presente.

Il sogno di Alexa presenta un valido tratto “fallico-narcisista” in una “organizzazione psichica reattiva genitale”: amor proprio coniugato a disposizione all’investimento verso l’altro.

Le “figure retoriche” evidenziate nel sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “casa” e in “giardino” e in altro, la “metonimia” o nesso logico in “fare le feste” e “amore di gioventù” e in altro.

La “diagnosi” dice di una “regressione” rigenerante alla “posizione fallico- narcisistica” e di una gratificazione rievocativa della propria formazione psicofisica.

La “prognosi” impone ad Alexa di curare l’amor proprio e la sua storia psichica con diligenza e con quella vena di naturale ingenuità che la fa essere fuori dall’ordinario, extra-ordinario.

Il “rischio psicopatologico” si attesta soltanto in una caduta della componente dolcemente affermativa e in una psiconevrosi da perdita di potere, una psicoastenia, una nevrosi attuale, quelle senza cause rimosse.

Il “grado di purezza onirica” è stimato nell’ordine del “buono” alla luce delle poche manipolazioni a cui il sogno è stato sottoposto nella sua semplicità.

La “causa scatenante” del sogno di Alexa rientra in una riflessione sulla situazione psico-esistenziale in atto o in qualche incontro fortuito e significativo che ha evocato ricordi del tempo che è andato fuori ma è rimasto dentro.

La “qualità onirica” è sicuramente la delicatezza dei significati profondi che il sogno contiene in forma semplice e favolistica.

Il sogno di Alexa è avvenuto durante la terza fase del sonno REM in piena compostezza e con un compensato senso nostalgico.

Il “fattore allucinatorio”, i sensi specifici particolarmente sollecitati, si manifesta blando e dolce in “si palesano” e “appare”: senso della “vista” ovviamente.

Il “grado di attendibilità” della decodificazione del sogno di Alexa è “medio” perché altre interpretazioni sottili sono sottese alla trama, ma mancano gli elementi giusti per connettere i simboli. Di conseguenza, è possibile la fallacia di quanto affermato nei termini umanamente consentiti ma di ordine sempre “medio”.

DOMANDE & RISPOSTE

Alla luce della simpatia riscontrata presso i marinai, ho riproposto la lettura del sogno di Alexa alla lettrice anonima che ha soltanto la terza media. Ringalluzzita mi ha posto le seguenti domande.

Domanda
Innanzitutto ringrazio per gli apprezzamenti e torno a dire che io non capisco tutto quello che lei scrive, ma riesco a capirlo all’ingrosso anche perché lei si ripete spesso. Vengo alla prima domanda. Non ho capito che cosa ha sognato Alexa: che cosa sono i “bozzetti delicati?
Risposta
Alexa ha sognato parti di se stessa e della sua esperienza di vita e li ha scelti in maniera naturale e li ha trattati con gentilezza. Quello di Alexa non è un sogno traumatico e allucinante, è un prodotto psichico composto perché Alexa possiede sicuramente il bandolo della matassa anche delle cose spiacevoli e dolorose che le sono successe e che ha vissuto, come la separazione dal marito.
Domanda
Quando ha parlato di regressione ho capito ben poco o quasi niente e mi sono sentita ignorante.
Risposta
In effetti, sei ignorante di queste teorie. Servono ai miei colleghi giovani che lavorano nel difficile e affascinante settore della psicoterapia.
Domanda
Grazie per l’ignorante anche perché me lo ha detto da galantuomo.
Risposta
Stringi stringi, sapessi quanto sono ignorante anch’io. A furia di dedicarmi a studi settoriali, non ho potuto coltivare tante cose che magari mi piacevano. Comunque sono un bravo contadino.
Domanda
Ma perché Alexa si era sposata se non era sicura di fare questo passo, visto che dopo si è separata?
Risposta
Non saprei rispondere a una domanda così precisa, ma in generale ti posso dire che spesso ci si sposa per altri motivi e non perché si è pronti e maturi per questo passo importante della vita e della vita affettiva in particolare: ad esempio per una fuga dalla famiglia o per una maternità indesiderata. Tecnicamente posso usare il termine “immaturità psichica” per intendere l’incompletezza dell’evoluzione delle “posizioni psichiche”. Se non ci si è evoluti dalla “posizione fallico-narcisistica nella “posizione genitale”, senza nulla perdere ma tutto conservando, se non si è pronti a investire sugli altri la propria “libido”, se non ci accorgiamo che gli altri esistono e possono essere oggetto del nostro interesse e desiderio, ecco, allora si è immaturi per condividere e per scambiare sensi e sentimenti, idee e azioni, fantasie e fatti e soprattutto per avere figli.
Domanda
Ho capito. Ma mi sa dire quando siamo completi a livello psicologico?
Risposta
Dalla nascita all’adolescenza passano quindici anni. Ecco la “formazione psichica reattiva” è compiuta, il carattere si è formato, la personalità si manifesta, la struttura è completa. Dopo continua l’evoluzione di questi tratti psichici acquisiti a opera dei meccanismi di difesa dall’angoscia. Ricordo che le “posizioni psichiche reattive” in ordine di tempo sono la “orale” o affettiva, la “anale” o aggressiva, la “fallico-narcisistica” o fantasioso autocompiacimento, la “genitale” o investimento di libido nell’altro. Sono evolutive e sono soggette al principio del “nulla si perde ma tutto si conserva e si complica”, un’entropia da tenere consapevolmente ordinata. Ricordo ancora che nella formazione psichica è determinate per l’identità sessuale la “posizione edipica” o la conflittualità con i genitori con relativa risoluzione attraverso il riconoscimento del padre e della madre. Non è da dimenticare il sentimento della rivalità fraterna. Mi fermo. Ho detto tutto quello che ho imparato dal mio lavoro psicoterapeutico sul campo nello spazio temporale di quarant’anni.
Domanda
Comincio a non capire.
Risposta
Effettivamente il discorso si è fatto difficile per te, ma non per i miei colleghi.
Domanda
Cambio argomento. La psicoterapia funziona o hanno ragione le persone che dicono che non serve a un bel niente?
Risposta
La psicoterapia consiste nella presa di coscienza della propria “organizzazione psichica”, di cosa abbiamo vissuto nostro bengrado e nostro malgrado, di come abbiamo reagito agli eventi della vita e di come ci siamo difesi dall’angoscia ossia quali meccanismi abbiamo usato. La psicoterapia si attesta nel renderci padroni a casa nostra e disposti verso gli altri come completamento del nostro essere viventi. Qualsiasi psicoterapia si pone questo fine, ha buon esito. Esistono dei livelli della presa di coscienza e diverse metodologie. Comunque fondamentalmente la vera psicoterapia la fa il paziente e non l’operatore. Questi sono solo cenni di discorsi molto ampi e articolati, ma vedo che la tua terza media non t’impedisce di essere curiosa e di fare domande cazzute. In ogni caso, se un asino fa psicoterapia diventa un asino consapevole, ma non diventa un cavallo e tanto meno una scimmia.
Domanda
Lei sta dicendo cose che capisco. Se io vado in psicoterapia, decido io fin dove voglio arrivare per risolvere il problema e per stare meglio.
Risposta
Messaggio ricevuto. Decidi naturalmente quale equilibrio psicofisico è opportuno per te attraverso quello che hai voluto conoscere di te e della tua formazione e della tua organizzazione.
Domanda
Nell’interpretazione del sogno di Alexa lei ha detto che non sempre è buono essere trasparenti con gli altri. Io ho capito che non va bene sputtanarsi e dire tutto quello che si sente e si vive. Ho capito bene?
Risposta
Hai capito benissimo. Nella decodificazione del sogno di Alexa ho detto che la cosiddetta “solarità” è una pericolosa virtù. Far trasparire l’interiorità ed esibirla all’esterno porta a grossi incidenti personali e relazionali. Non si danno le perle ai porci. Non tutte le persone sono capaci di capire e di rispettare il nostro materiale psichico, la nostra sensibilità e i nostri gusti, le nostre idee e il nostro corpo, la nostra unità psicofisica insomma. Bisogna sempre mantenere un certo riserbo e rispetto del nostro mondo interiore e non “sputtanarlo”, come dicevi argutamente tu. L’ingenuità non crea fascino, il sapersi dispensare a dosi giuste e opportune attrae e crea interesse.
Domanda
Ho capito benissimo. Lo ha detto molto bene. Spero che mi chiamerà ancora a porre le domande. Grazie.
Risposta
Non aspetto altro che una persona che mi costringe a dire cose difficili in modo facile. Grazie a te e alla prossima.
Domanda
Dimenticavo di chiederle quale canzone ha scelto per questo sogno.
Risposta
Mi ha particolarmente colpito la bellezza della parte finale del sogno di Alexa. quando introduce una amore giovanile, “un amore di gioventù”, all’interno della donna elaborata e sofisticata, “quella location”, un’esperienza universale d’innamoramento che conclude la formazione psichica per dare inizio alle esperienze d’amore. E allora ho scelto la canzone degli anni settanta dal titolo significativo “Quindici anni”, cantata da certi “Vicini di casa”, un prodotto popolare e un complesso anonimo utili a dare senso al primo sentimento “genitale” dell’adolescenza. Notate quanto eravamo grigi e brutti in quegli anni. Avevamo veramente poco e, come dice Francesco Guccini, “a vent’anni si è stupidi davvero”. Ma questo è un altro discorso.