DI MADRE IN FIGLIA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato una mia cara zia. Era sorridente. Si trovava nella casa dove prima abitavo con la mia famiglia. Era di sera e nella casa c’era la luce accesa.

La casa era pulita e in ordine. Si vedeva che la zia stava bene, come quando veniva a trovarci e sorrideva contenta.

Passavo da lì con i miei figli piccoli e, come se la casa fosse a pianterreno, guardavo attraverso i vetri della finestra.

Allora raccontavo ai miei figli che io in quella casa ci abitavo da piccola.

La zia mi vedeva e apriva e io facevo notare ai miei figli come allora vivevamo in una casa così piccola.

Poi su un tavolo vedevo in una cesta tanti sacchetti da sposa con dei nastrini e fiorellini, alcuni erano un po’ aperti e altri chiusi, e pensavo che fossero quelli del matrimonio di mia figlia.

Il pavimento della stanzetta era lucido e pulito, non vedevo il letto e c’erano delle piante ben curate e messe vicino a questo tavolo.”

Sofia

P.S.

Ricordo che qualche giorno prima io e i miei cugini abbiamo pagato al Comune la tassa per evitare al feretro della zia lo sfratto dal loculo in cui riposa da più di venticinque anni.

CONSIDERAZIONE

L’ultima notizia di Sofia necessita di una severa riflessione.

La “Pietas” è morta.

Il sentimento di appartenenza alla famiglia umana è stato ucciso dalla trista e fredda amministrazione comunale. Il culto dei morti è vivo nei cuori dei sopravvissuti, ma non è contemplato negli aridi verbali delle istituzioni. Per fare cassa il sindaco e il consiglio comunale hanno imposto una sostanziosa tassa per prolungare la permanenza dei resti del defunto agli occhi e alla memoria dei posteri, pena lo smaltimento delle ossa e delle ceneri in un anonimo ossario. E così, i nipoti hanno versato il freddo denaro per consentire alla zia di essere ancora ricordata tramite il luogo e lo spazio occupato in cimitero e regolarmente pagato. Questo generoso e nobile riscatto dei familiari è ispirato a quella “Pietas” di cui dicevo in precedenza, quel sentimento che nella mitologia greca spingeva il giovane Enea a caricarsi sulle spalle il vecchio padre Anchise e a salvarlo dalle ceneri di Troia e dall’ira veemente dei Greci. Enea non salvava soltanto il corpo di Anchise dalla sicura morte, Enea riconosceva e onorava le sue radici ancora vive e visibili e le portava in salvo per onorarle a favore della sua identità psicofisica, culturale e civile. Il sentimento della “Pietas” e il culto della memoria tramite i defunti si attestano nel rafforzamento della nostra identità e della nostra storia: noi siamo i nipoti della zia e apparteniamo a quella famiglia da cui traiamo i connotati organici, psichici e culturali.

Questo discorso non fa una grinza, ma non si conclude con la tristezza e la rabbia di un Comune inumanamente balordo che per sanare il bilancio impone le tasse sulle tombe, semplicemente si allarga nell’interiorità di ogni nipote che ha avuto modo tramite questo stimolo di riesumare i propri contenuti psichici in riguardo alla famiglia e nello specifico alle figure genitoriali. Il fatto storico e concreto di sanare un freddo debito con il potere politico e amministrativo scatena la tematica dell’identità psichica di ogni nipote e i meccanismi dell’identificazione messi in atto per la propria formazione evolutiva e per la propria “organizzazione psichica reattiva” o struttura. Sofia ha sognato di sé e della sua formazione in netto riferimento alla figura materna e alla maternità. Il sogno è interessato fortunatamente non alle beghe politiche, ma alle psicodinamiche umane anche belle e piacevoli e non sempre travagliate.

INTERPRETAZIONE

Ho sognato una mia cara zia. Era sorridente. Si trovava nella casa dove prima abitavo con la mia famiglia. Era di sera e nella casa c’era la luce accesa.”

Sofia ha “spostato” o “traslato” nella “cara zia” la figura materna con tutto il carico di vissuti che ha contraddistinto la sua formazione e la sua evoluzione durante l’infanzia e l’adolescenza. L’essere “sorridente” conferma la bontà del vissuto e la bellezza della relazione “madre-figlia”, nonché l’assenza di sensi di colpa. La “casa” è il simbolo della nostra “casa psichica”, della nostra “organizzazione psichica”, della nostra struttura formativa ed evolutiva. Sofia sognando precisa che il materiale prodotto la riguarda in prima persona, la sua “famiglia”. In quella casa e con quella famiglia sono cresciuta e mi sono formata. “Abitavo” dà proprio il senso della consistenza psicofisica e della pienezza della vita vissuta in quel contesto spaziale e temporale. “Era di sera” suggerisce uno stato crepuscolare della coscienza, ma questo obnubilamento viene ridimensionato dalla “luce accesa” ossia dalla presenza dell’Io e delle sue funzioni razionali. Sofia “sa di sé” e della sua storia, ha ben razionalizzato la sua infanzia e adolescenza e le psicodinamiche familiari.

Riepilogando: Sofia sogna la madre e il proficuo periodo dell’infanzia senza traumi e sensi di colpa. In sogno ha operato uno “spostamento” difensivo della figura materna nella “zia” per continuare a dormire e a sognare. La causa scatenante del sogno è stato l’evento storico del pagamento del canone cimiteriale a favore della salma della cara zia, familiare con cui condivideva la permanenza in un tempo diverso nella stessa casa.

La casa era pulita e in ordine. Si vedeva che la zia stava bene, come quando veniva a trovarci e sorrideva contenta.”

Come dicevo in precedenza, la relazione con la zia era di buona qualità e di buon spessore nella memoria storica di Sofia, ma il capoverso si traduce nel modo seguente: la relazione con mia madre è stata chiara e non presenta sensi di colpa, ”pulita e in ordine”. Inoltre, la vivevo bene e senza traumi e rancori, con pienezza di sensazioni e di sentimenti. Anche la sua morte non ha compromesso e alterato questo vissuto nei riguardi di mia madre. “Contenta” dà il senso della pienezza del vissuto amoroso e “sorrideva” attesta della bontà e della bellezza dell’esperienza di figlia. Sofia esterna un buon vissuto nei riguardi della madre, dimostra di rievocarla senza particolari angosce e di non avere resistenze psichiche nel far emergere i ricordi.

Passavo da lì con i miei figli piccoli e, come se la casa fosse a pianterreno, guardavo attraverso i vetri della finestra.”

Sofia rievoca in sogno la sua infanzia e si porta dietro l’infanzia dei suoi figli. Questo elemento è significativo perché, annullando la dimensione temporale, Sofia ha la possibilità di viversi in sogno simultaneamente come figlia e come madre. La “casa a pianterreno” conferma la realistica concretezza del vissuto nei riguardi della madre e della loro massiccia solidarietà in vita e in morte. La separazione tra figlia e madre consiste nei “vetri della finestra”, le due dimensioni sono descritte in maniera che la vicinanza non venga turbata, così come la distanza non venga annullata. Si tratta di un convivere figurato della vita e della morte, della relazione e della separazione, della presenza e dell’assenza. Sofia porta i figli dalla nonna e li informa sulla sua infanzia. L’amore materno coinvolge Sofia e i suoi figli, la prima con la madre defunta, i secondi con la madre viva. Il sogno di Sofia oscilla tra questi due piani, il fisico e il metafisico, il reale e il surreale a riprova che la funzione onirica viaggia in maniera autonoma dalla Ragione e dalla Realtà e grazie alla Fantasia riesce a creare quadretti estetici e fortemente suggestivi.

Allora raccontavo ai miei figli che io in quella casa ci abitavo da piccola.”

“Di madre in figlia”, Sofia figlia si racconta come madre ai figli, mostrando a se stessa il cammino esistenziale che si è snodato sotto i suoi passi e la formazione che si è data tramite quelle esperienze vissute “da piccola”. Sofia forma anche i figli comunicando la sua formazione e precisa loro che nella semplicità abitano i vissuti di una vita di bambina fortunatamente serena. Rivisitando i luoghi della sua infanzia, Sofia incontra la madre e mostra i suoi figli senza perdere l’occasione di essere “magistra” oltre che “mater”, proprio “raccontando” una metodologia psicoterapeutica che porta colei che parla, Sofia, alla presa di coscienza dei suoi vissuti e coloro che ascoltano, i figli, all’identificazione nella madre e nella famiglia. Sofia è una madre che ha dato ai figli anche il suo esempio, oltre che il suo insegnamento. Sofia in sogno gestisce la madre e i figli parlando di sé. Questa opportunità è legata alla figura della zia e alla disposizione fiscale del Comune in materia cimiteriale.

La zia mi vedeva e apriva e io facevo notare ai miei figli come allora vivevamo in una casa così piccola.”

Ritorna il concetto della semplicità formativa ed educativa, la modalità di vita e l’insegnamento dei genitori che dal poco hanno eretto un monumento più duraturo del bronzo: “io facevo notare ai miei figli”. Sofia mostra la sua empatia con la madre in “la zia mi vedeva e apriva”, evidenzia una relazione a filo doppio nel dare e nell’avere, del reciproco scambio e della reciproca comprensione: empatia e simpatia, ti sento dentro e sentiamo insieme. Sofia sottolinea ancora le virtù della modestia e della semplicità, nonché i valori della solidarietà e della vicinanza affettiva. Il detto popolare vuole che in una botte piccola ci sia sempre e soltanto del buon vino e che le cose piccole sono piene di sentimento; Sofia è una strenua seguace di questa filosofia collettiva. Sottolineo “mi vedeva e apriva” come i simboli portanti di un’esistenza equilibrata e solidale. Questo capoverso è pregno di affettività, senso e sentimento.

Poi su un tavolo vedevo in una cesta tanti sacchetti da sposa con dei nastrini e fiorellini, alcuni erano un po’ aperti e altri chiusi, e pensavo che fossero quelli del matrimonio di mia figlia.”

A questo punto il sogno di Sofia prende il volo e passa all’approfondimento della relazione con la figlia a confermare ancora una volta, qualora ce ne fosse bisogno, il titolo del sogno “di madre in figlia”. Dopo aver sviluppato la preziosa e semplice dialettica relazionale con la madre, Sofia svolge il suo vissuto verso la figlia adducendo una simbologia classicamente materna, come se consegnasse il testimone della maternità alla figlia dopo averlo ricevuto dalla madre in questa staffetta ontogenetica e filogenetica: origine di ciò che è e amore della specie o di ciò che è, entrambe le origini attribuite alla dea Madre e all’universo psicofisico femminile. Riepilogo e snodo il discorso simbolico del capoverso preso in considerazione. Sofia introduce due simboli classicamente femminili e materni, la “cesta” e i “sacchetti”, nonché la “sposa” e gli annessi e connessi estetici “dei nastrini e fiorellini”. L’esaltazione del grembo e della fecondazione si riscontra nell’evidenza della cesta che contiene i sacchetti, le uova pronte per essere fecondate e le uova ancora in via di maturazione e simbolo dell’abbondanza e della fertilità, la cornucopia della donna matura e pronta per essere fecondata, un discorso semplice e naturale che esclude fronzoli e ideologie. Il richiamo finale al matrimonio della figlia taglia la testa al povero toro per far pendere la bilancia sul tema archetipale della dea Madre, sulla condizione naturale della donna feconda, sullo schema culturale della verginità e dell’illibatezza, sul valore della fertilità nella coppia. “Di madre in figlia e di madre in figlia” è il titolo corretto e completo del sogno di Sofia. Sottolineo la delicatezza e la semplicità descrittiva dei quadretti che Sofia sognando riesce a elaborare, adducendo figure retoriche di massima divulgazione come le metafore della “cesta e dei sacchetti da sposa”.

Il pavimento della stanzetta era lucido e pulito, non vedevo il letto e c’erano delle piante ben curate e messe vicino a questo tavolo.”

Sofia ritorna alla “zia” ossia alla “madre” spostata nella “zia”, quella figura materna a cui ha donato con il pagamento del tributo la possibilità di memoria e di convivenza nel cuore e fuori dal cuore, in un cimitero amministrato da personaggi crudeli e senza sentimenti, dal mondo arido della politica e delle amministrazioni comunali. Sofia ripropone il suo vissuto sulla madre molto lindo ed esente da conflitti e sensi di colpa, la sua buona “razionalizzazione” della figura materna e del lutto legato immancabilmente alla perdita: “vedevo”. La dovizie di particolari simbolici come “le piante ben curate” e “il pavimento lucido e pulito della stanzetta” dimostrano quella vena realistica e concreta che ha fatto della semplicità psichica un modo di vivere e di affrontare la vita.

Il sogno di Sofia è un’esaltazione del sentimento universale della “Pietas”. Sofia nella sua individualità riconosce e onora la sua radice materna e a lei porta riconoscenza e devozione all’interno di una cornice didattica dell’amore materno rivolto alla figlia che va in matrimonio, quell’unione a cui la nonna non ha potuto assistere e partecipare. Anche questo non è un dolore di Sofia, ma una pacata riflessione. Degna di nota è la modalità di sognare nel suo essere positiva, lineare, semplice e modesta. Gli orpelli retorici e tronfi non rientrano nella psiche di Sofia e in special modo nella rievocazione della madre, così come, quando la madre era viva, le difese psichiche sono state ampiamente ridotte all’essenziale e hanno permesso a Sofia di essere autonoma e di eliminare il rischio di dipendere dalla figura materna.

Un ultimo ringraziamento va alle autorità comunali che hanno favorito con una tassa “impietosa” un così bel sogno e una altrettanto bella psicodinamica nella forma più naturale possibile.

E’ oltremodo doveroso un promemoria profetico per gli altri nipoti che hanno contribuito al pagamento del tributo. Anche voi avete sognato immancabilmente vostra madre nelle sfumature simboliche che hanno contraddistinto la personale relazione psichica con lei. Se non ve ne siete accorti, vuol dire che funzione simbolica del sogno ha ben coperto la figura materna e magari avete sognato una mucca al posto della mamma.

Bonne chance!

LA SECONDA CASA

TRAMA DEL SOGNO

“Sono arrivata a casa mia, una sorta di seconda casa.

Apro una porta interna e rimango choccata perché alla mia destra la porta è aperta e c’è la luce accesa.

Trovo un mio amico con la sua nuova compagna che ridevamo e facevano l’amore.

Lui si accorge che io sono entrata e allora io sono uscita.

Mi chiedo se anche lei si è accorta di me e se mi conosce.

Poco dopo fuori di questa casa e davanti a me vedo il mio uomo con lei.

Lui è inciampato ed è caduto goffamente.

Io sono dietro di lui di qualche passo.

Provo un grande sconforto e mi chiedo come ha potuto venire a casa mia portando lei.

Ai miei occhi appare sfacciato soprattutto dopo quello che c’è stato tra di noi.”

Questo sogno appartiene a Megan.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Sono arrivata a casa mia, una sorta di seconda casa.”

Megan è una donna cresciuta ed evoluta che ha ancora qualche pendenza “edipica”, non ha ben calibrato e razionalizzato il suo “fantasma” e il suo vissuto nei confronti del padre e, di conseguenza si porta a spasso nel sogno la madre sotto forma di una donna intrigante e subdola che attenta al suo uomo e ai suoi amici in situazioni decisamente seduttive e intime. Ma, come dicevo, Megan è una donna cresciuta ed emancipata al punto di avere due case, una sicuramente è casa sua, “mia”, l’altra è la “seconda casa”, anzi “una sorta di seconda casa”, una decisa e coraggiosa asportazione della sua dimensione edipica dalla “organizzazione psichica reattiva”, dalla sua struttura psichica evolutiva. Megan può e sa trattare la relazione vissuta sin dall’infanzia con il padre e con la madre isolandola senza alcun rischio e pericolo di destabilizzarsi e opera in tal senso, rivive in sogno e descrive la sua “posizione edipica” anche perché è stimolata nella vita di tutti i giorni da qualche incidente o da qualcosa che non gira bene nella sua sfera affettiva e sessuale. Quindi, riepilogando, il “resto diurno” o la causa scatenante del sogno di Megan si attesta in uno stato affettivo e sessuale in cerca di migliore sistemazione, visto che parliamo di “case”.

Apro una porta interna e rimango choccata perché alla mia destra la porta è aperta e c’è la luce accesa.”

L’atmosfera è classica e di “suspence”, come nelle sceneggiature dei migliori film del filone mitologico di Edipo, come nelle più sofisticate rappresentazioni della cosiddetta “scena primaria”, il figlio o la figlia che coglie i genitori in flagrante e nell’inequivocabile atteggiamento intimo del coito. Dentro la sua “casa” psichica personale, quella emancipata dai genitori, Megan s’imbatte nella sua autonomia, sulla “destra in una “porta aperta” e in una “luce accesa”. Traduco i simboli e la psicodinamica. Megan è una donna libera, ma in una casuale e naturale introspezione, “apro una porta interna”, rimane colpita dalla consapevolezza che nel suo futuro prossimo c’è ancora in ballo la situazione relazionale con il padre e la madre, la sua “posizione edipica”. Megan pensava di aver liquidato le pendenze con il padre e la madre, ma si trova a prendere atto di quanto ben chiara sia la sua presa di coscienza e di quanto in ballo dentro di lei sia ancora questa mitica triangolazione. Questo è il senso teatrale del termine “choccata”, stupefatta e interdetta, sorpresa e alienata. Ripeto che Megan sta facendo questo sogno perché nella sua vita quotidiana qualcosa non gira bene in quanto ad affetti, erotismo e sesso.

Trovo un mio amico con la sua nuova compagna che ridevamo e facevano l’amore.”

Questa è la “scena primaria” nella classica versione psicoanalitica freudiana. La bambina s’imbatte realmente, o immagina altrettanto realmente, nel coito dei genitori, un’unione sessuale paventata e ricca di effetti speciali per l’intervento tremendo del sentimento della gelosia e del possesso, nonché del tradimento e dell’infingardaggine. Megan trasla il padre e la madre in atteggiamento oltremodo intimo “nell’amico” e nella “sua nuova compagna”. Il meccanismo onirico e primario dello “spostamento” consente a Megan di continuare a dormire e a sognare senza cadere nell’incubo e nel risveglio, portando così avanti la sua psicodinamica in atto, la travagliata ma abbastanza risolta relazione profonda con il padre e la madre. Ecco che li rappresenta nella loro intesa erotica e nella loro dinamica sessuale. “Ridevano” è più inquietante per Megan bambina del “facevano l’amore” semplicemente perché l’atto materiale si tollera e si digerisce, ma l’atto psichico si trasporta nel tempo e nelle sfere psichiche dell’empatia e della simpatia, della complicità e della solidarietà, Essere o sentirsi esclusa da questa modalità di vissuto relazionale è struggente e produce in Megan cento anni di solitudine.

Lui si accorge che io sono entrata e allora io sono uscita.”

Megan approfitta del sonno per sognare la sua reazione psicologica alla complicità a trecentosessanta gradi tra il padre e la madre, vissuti incamerati e organizzati nel corso della sua formazione evolutiva e denominati “posizione edipica”. Megan ha ben razionalizzato questo conflitto dell’infanzia e dell’adolescenza al punto che può entrare e uscire dalla sua stanza edipica, perché è di questa che sta parlando, è questa che sta riesumando e rievocando. Nota anche che tra lei e suo padre c’era e c’è una buona empatia e simpatia, complicità insomma, per cui si può permettere questa dispettosa scaramuccia con l’augusto genitore, ma in effetti la psicodinamica è tutta sua e solamente personale. Megan “sa di sé” e può visitare, entrando e uscendo, la sua relazione pregressa e attuale con la figura paterna.

Mi chiedo se anche lei si è accorta di me e se mi conosce.”

Questo è un capoverso ricco dei sentimenti della rivalità e della competizione nei riguardi della madre, la “lei” in senso di distacco e di superiorità. Megan attribuisce alla madre una certa qual consapevolezza del suo trasporto globale verso il padre e si dice “penso che anche mia madre sapeva che amavo mio padre o suo marito”. In ogni caso la donna rivale, che possiede il maschio in questione, è degna di un vissuto superficiale e andante. La competizione con la madre è improntata a metà tra orgoglio e risentimento, della serie “io non sono indifferente e non passo inosservata, mia madre si sarà accorta di quello che vivevo e provavo”. In effetti e concludo, si tratta di un dialogo di Megan con se stessa in riedizione della sua “posizione edipica” al completo, visto che non trascura di elaborare i suoi sentimenti e le sue sensazioni verso la madre e il padre senza assolutizzare la prima o il secondo.

Poco dopo fuori di questa casa e davanti a me vedo il mio uomo con lei.”

Ma guarda caso, non l’avrei mai pensato e tanto meno detto. Megan si relaziona con la gente e si porta dietro la modalità affettiva, erotica e sessuale che aveva elaborato e sperimentato quando era innamorata del padre e in competizione con la madre. Del resto, questo siamo e quello che abbiamo immaginato, vissuto e imparato lo trasportiamo pari pari nella realtà sociale di tutti i giorni. “Lei”, la madre, la segue e la perseguita, è un’ape regina che si prende tutti i maschi e adesso si intriga anche con l’uomo di Megan che questa volta non è apparentemente il padre, ma è sempre la figura paterna nella sostanza psicologica e profonda. Megan si è innamorata e ha scelto il suo uomo secondo il codice “edipico”, come si diceva, e sempre secondo queste coordinate si relaziona con il suo maschio. Resta sempre la diffidenza verso l’universo maschile, reo di non essere affidabile e di essere traditore.

Lui è inciampato ed è caduto goffamente.”

La rivincita di Megan a tanto alto tradimento è la derisione del “lui” amante e padre, secondo la dinamica più comica del teatro antico e moderno, l’inciampo e la caduta. Oltretutto la caduta è stata goffa, come la reazione di chi viene preso con le mani nella marmellata o con la lingua spiaccicata sulla “nutella”.

“Ben ti sta, brutto traditore, così impari!

Ma sai cosa ti dico?

Noi donne vi ridicolizziamo come e quando vogliamo.”

Megan spende una lancia interessata a favore dell’universo femminile, dando proprio potere alla donna che sceglie e prende il maschio imbecille che cede e si lascia avvincere senza consapevolezza, così, tanto per andare a scaricare in qualche anfratto il patrimonio dei coglioni.

Io sono dietro di lui di qualche passo.”

Megan in tanta psicodinamica è stata al suo posto e ha saputo controllare le evenienze fisiche e psicologiche della psicodinamica “edipica”. Lei ha ben capito tutto e ha ben controllato il tutto. A Megan non la si fa sotto i baffi, almeno su questi binari che portano alla formazione della coppia e alla vita in due, nonché alla necessaria limitazione della libertà d’azione, ma non di pensiero e d’immaginazione. Megan è sorniona nel collocarsi in sogno appena “dietro di qualche passo” agli uomini significativi della sua vita, il padre e il compagno in atto.

Provo un grande sconforto e mi chiedo come ha potuto venire a casa mia portando lei.”

E’ inequivocabile, Megan chiede a se stessa come ha potuto introiettare la psicodinamica edipica nel corso degli anni della sua formazione psichica e come si è potuta portata dentro la figura paterna con gli annessi e i connessi manifesti del tradimento e dell’intesa con la madre, dopo quello che c’era stato e per lungo tempo tra loro due. L’equivoco è sano e funge da motore di crescita per Megan bambina e adolescente. Lo “sconforto” è proprio un “non essere insieme a lui” e un “non ti porto dentro”, un senso di solitudine che si deve evolvere al meglio nell’emancipazione dalle dipendenze e nell’autonomia. E questo è avvenuto nella realtà e si sta riepilogando in sogno. Il perché di questo sogno deve trovarsi in una situazione relazionale e sessuale in atto o in una problematizzazione delle modalità di relazione con i maschi e con le donne da parte di Megan.

Ai miei occhi appare sfacciato soprattutto dopo quello che c’è stato tra di noi.”

Ancora una volta appare Pitagora con il suo “c.v.d.”, come volevasi dimostrare”. Megan si è sentita sfacciata con il suo comportamento nei riguardi dei suoi genitori e soprattutto non ha digerito di essere stata tradita e abbandonata, nonostante il suo atteggiamento provocatorio di cui conserva un residuo di vergogna. Proietta sul suo uomo in atto, il padre pregresso, quello che lei vive, il senso di essere stata eccessiva con la faccia deformata, “sfacciata” per l’appunto e per la precisione. Quello che c’è stato tra di noi non è proporzionale in alcun caso al deludente esito finale, per cui Megan mette un punto e avanti con il liscio e con la processione senza soffermarsi in inutili conflitti psichici e blocchi esistenziali.

Megan ha ben calibrato e risolto la sua “posizione edipica” e in sogno rafforza la sua autonomia psicofisica proprio riepilogando quello che ha vissuto intensamente e con il giusto equilibrio consentito a una bambina, a una adolescente e a una donna.

Questo è significato profondo e il monito reale del sogno di Megan.

Resta da chiedersi quale immagine ha Megan di se stessa, dal momento che è particolarmente remissiva e oltremodo civile con quella “donnaccia” che con non chalance gli ruba prima il padre e poi l’uomo. La risposta è la seguente: Megan ha dovuto a suo tempo mollare l’osso alla madre e ne è uscita da questa disputa rafforzata sulla liceità delle sue pretese verso un altro uomo, ma non credo che si lasci fregare l’uomo con quella remissività esibita nel sogno. E’ un residuo psichico del passato, della “posizione edipica” dove e quando è stata costretta a lasciare identificandosi nella madre e alla ricerca di un maschio che somigli al padre in qualche tratto. Megan ha sognato in toto la sua triangolazione dialettica “padre-madre-figlia” anche se si è spostata in avanti con il tempo per attestare quanto sia stata beneficamente segnata nella sua formazione psichica da questa primaria esperienza a sfondo erotico e sessuale.

Del sogno di Megan è stato abbondantemente detto, per cui il discorrere si può fermare qui.

GUERRA

Prima era prezzo del sale,

adesso del sacrificio.

Abbia pietà di noi, Signore.

Abbi pietà.

La tua casa,

la mia casa,

la mia spesa,

l’ombrello per la pioggia

e la cura nell’ospedale della resurrezione,

il bene e il male,

la mia vecchiaia

e la tua forza.

Cade tutto,

muri e pane,

la linea della nostra relazione,

il corpo a corpo degli amanti

e tutta la polvere che copre il sangue sul selciato.

Fango sui tuoi stivali col tacco dodici,

cessa la musica nel luogo del ballo,

cessa lo sballo di notti invase dalla noia.

Tutto torna all’essenza

che non vale un cazzo di niente.

Vorrei essere al mare con Dio

in volo dentro cieli azzurri.

Sabina

Trento, 05, 03, 2021


“IL BIAVER”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Sono nella casa di mia nonna.

Dietro c’è il biaver e sotto la cantina.

Dall’altra parte c’è una rimessa per le macchine.

Faccio per andare nel biaver, dove da bambina andavo a fantasticare, e trovo la porta murata.

Ci rimango male.”

Questo è il sogno di Mariannina.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

Sono nella casa di mia nonna.

Mariannina ha decisamente un buon rapporto con la nonna, si è anche identificata in alcuni tratti psichici della sua figura, visto che si trova “nella casa” della nonna, anzi “nella casa di mia nonna”. “Sono” si traduce in “mi attesto”, in “consisto”, in “ho il mio fondamento”, in un’affermazione positiva di tipo strutturale fatta di sicurezza affettiva e di note psichiche consone all’infanzia. La “casa” condensa la struttura psichica evolutiva o la “organizzazione psichica reattiva”, insomma quella che tradizionalmente si definisce la “personalità” o il “carattere”. “Mia” indica magistralmente il senso del possesso e della sicurezza implicita all’affermazione decisa di appartenenza. La “nonna” rappresenta simbolicamente la “madre” saggia e positiva, la “parte buona” del “fantasma della madre”. La “nonna” è una madre vicina all’archetipo Madre anche perché la vecchiaia l’avvicina alla sacralità della morte: il valore etico della senescenza. Mariannina è cresciuta con la nonna, ha trascorso la sua infanzia con tanta figura. Magari è figlia di gelatai veneti emigrati in Germania che hanno appoggiato, non lasciato, la figlia alla madre di uno dei due, come spesso avveniva nel contesto rurale del laborioso e tenace Veneto degli anni sessanta. Tra un cantiere edile della boriosa e fredda Svizzera e la gelateria di una tollerante e accogliente Germania era di gran lunga preferibile il dio “Marco” rispetto al dio “Franco”. E così una generazione di bambini e di bambine è cresciuta senza la presenza dei genitori e con le solerti figure del nonno e della nonna in trepida attesa che i genitori facessero i soldini per costruire una bella villa nel paese d’origine. Questi genitori mercanti hanno coltivato la ricchezza e hanno mietuto traumi psichici per se stessi e per i figli.

Fine del papocchio morale e del pistolotto etico.

In sintesi, allora, risulta che Mariannina si è identificata al femminile nella nonna e sta rievocando in sogno questa figura per lei così importante, direi determinante per la sua formazione psichica.

Dietro c’è il biaver e sotto la cantina.”

Questo di Mariannina è un sogno spaziale, parla di luoghi e di punti cardinali, di “dietro” e di “sotto”, di una “casa” che si trova in un luogo e occupa uno spazio. La protagonista proietta i suoi vissuti negli spazi reali che automaticamente acquistano un significato simbolico. Poche parole tagliate con l’accetta e tanti significati simbolici tirati fuori anche con compiacenza.

Allora vediamo cosa dice Mariannina.

La nonna mi ha fato da madre, la nonna mi ha amata, protetta e cresciuta. Dalla nonna ho imparato a rimuovere le mie angosce di abbandono e di solitudine, il mio bel “fantasmino di morte”. La mia psicologia profonda è ricca e piena di idee e di vissuti che da bambina non potevo gestire. Il “biaver” è il posto dove si mettono le pannocchie di granoturco, la biada, l’oggetto simbolico dell’amore materno, la polenta, quel pane antico e giallo dei contadini veneti che, strofinato su una benedetta aringa affumicata, si poteva buttare giù nello stomaco con una incerta soddisfazione. Per la bambina abbandonata dalla madre e dal padre il “biaver” è consolazione e sopravvivenza, così come la “cantina” è quella vitalità immaginativa che temprava l’animo alle angosce presenti e future. Niente di inconscio in Mariannina, soltanto materiale profondo da approfondire magari quando diventa grande.

Dall’altra parte c’è una rimessa per le macchine.”

Il tempo passa e la bambina cresce sotto gli occhi attenti e vigili della nonna fino a diventare signorina. Non bastano gli affetti, servono anche le pulsioni e i desideri. La vita procede e la “libido” la sostiene nella leggerezza del suo essere che da adolescente si ritrova donna a pieno titolo. Quest’evoluzione psicofisica avviene sotto l’egida della nonna, nella casa della nonna. L’identificazione di Mariannina verte sulla figura femminile della nonna dal momento che della mamma non si vede l’ombra. La nonna è sempre una donna anche se in età matura. La simbologia delle “macchine” verte sul sistema neurovegetativo che governa la sessualità e la “rimessa” attesta di una particolare difesa e protezione della propria identità femminile. Mariannina distribuisce nello spazio le sue parti psichiche in via di evoluzione e opera quella gelosa tutela di se stessa dal momento che è stata toccata realmente dall’abbandono dei genitori.

Faccio per andare nel biaver, dove da bambina andavo a fantasticare, e trovo la porta murata.”

Mariannina ha bisogno di essere amata e cerca il cibo simbolico proprio in quel “biaver” che tanto ha scatenato in lei di bisogni, di pulsioni, di fantasie, di desideri, tanto ha stimolato l’immaginazione. Ma ormai è cresciuta ed è cresciuta in fretta, troppo in fretta per non trovare la porta ancora aperta. La porta è addirittura “murata”, il “biaver” si è trasformato in una tomba, gli affetti sono andati e possibilmente anche la nonna è morta. La fantasia di Mariannina in quell’angolo elaborava mondi e persone che compensavano la magrezza affettiva di quel periodo in cui sapeva della mamma e del papà senza poterli gustare. Quell’infanzia è perduta definitivamente anche perché Mariannina l’ha completamente rimossa e la nonna non abita più in quella casa. Chissà che nel tempo arrivi qualche stimolo e qualche grimaldello per riaprire il “biaver”, per demolire quel muro che ancora divide un triste passato e un triste presente. Mariannina è condannata alla tristezza, a essere triste nel suo fondo psichico per l’ingiustizia subita quand’era bambina anche se con la nonna nel “biaver” non mancava nulla.

Ci rimango male.”

Un eufemismo, “ci rimango male” è un semplice e facile eufemismo che serve a indicare il danno subito senza far sentire in colpa la mamma e il papà, quei genitori maldestri che adesso sono tornati dall’Eden per sbarcare il lunario nell’ingrata terra natia. La consapevolezza di Mariannina adulta associa il “male” sentimento e sensazione con il “male” essenza e apparenza. Un nostalgico “si poteva vivere meglio” chiude le scelte del tempo andato e del tempo presente dentro le ciglia chiuse di Mariannina che dorme e ancora sogna quel “biaver” della nonna pieno di pannocchie di granturco e di topi che razzolavano e rosicchiavano anche loro una razione d’amore o una manciata d’affetto.

Il breve sogno di Mariannina trova qui il suo giusto riposo.

TUTTO BRUCIA

LA TRAMA DEL SOGNO

“Il sogno si svolge a casa mia.

Tutto brucia al piano di sotto e all’esterno nel prato, sulle scale.

So che al piano di sopra c’è la mia compagna con i bambini, ma non riesco a muovermi e a non fare nulla per salvarli.

Mi sono svegliato con un’ansia assurda ed è da una settimana che penso e ripenso e sto male.”

Questo sogno appartiene a Claudio.

LA MIA MAIL

Caro Claudio,

per tranquillizzarti ti mando una sintesi dell’interpretazione del sogno. Si tratta di una normale evoluzione della tua sfera affettiva alle prese con i vissuti dei tuoi ruoli di compagno e di padre. La Psiche arriva sempre dopo la realtà dei fatti e ci vogliono anche anni per razionalizzare la tua nuova condizione avvenuta nello spazio di pochi anni. Gli investimenti affettivi procedono in maniera realistica, ma, essendo in eccesso, non vengono assimilati dalla consapevolezza dell’Io. La tua reazione a tanto trambusto avviene in maniera disordinata e si converte nella paura generica e nell’angoscia di non essere in grado di sostenere la situazione e di perdere le conquiste fatte con la tua evoluzione di compagno e di padre. Certo questi fantasmi onirici appartengono alla tua evoluzione psicologica. Cerca di non ripetere in tutto e per tutto le modalità affettive di tuo padre e di tua madre. Cerca di goderti nel vero senso della parola le persone care proprio materialmente nei corpi in primo luogo e, di poi, nella personalità. Dopo questa interpretazione l’ansia si risolverà. Ricordati che il sogno ti chiede una progressiva modificazione dei tuoi comportamenti psichici.

Se mi autorizzi fra qualche mese posso fare uno studio accurato del tuo sogno, come potrai constatare se ti colleghi al mio blog dimensionesogno.com nel rispetto della privacy e assolutamente senza alcun onere da parte tua. Se hai dubbi, scrivimi.

Buona giornata

Salvatore

Claudio mi ha dato il nullaosta.

L’INTERPRETAZIONE

Il sogno si svolge a casa mia.”

Tutti i sogni si svolgono a casa nostra. Tutti i sogni abitano in noi perché sono prodotti della nostra psiche e rievocano nel loro linguaggio simbolico le psicodinamiche che hanno contraddistinto la nostra evoluzione e la nostra formazione. Claudio elabora in sogno un tema intimo e privato, oltremodo delicato, la relazione con la sua nuova famiglia in un momento di difficoltà.

Tutto brucia al piano di sotto e all’esterno nel prato, sulle scale.”

Claudio sta attraversando un momento di crescita psichica di notevole portata: la compagna e due figli piccoli da sostentare e proteggere. La sua giovane età si impatta con la mole del compito e con le modificazioni evolutive che ha apportato e vissuto uscendo dal solito tram tram della vita precedente nella famiglia d’origine. L’incendio si è esteso in tutta la struttura psichica e occupa lo spazio personale in riguardo alla tensione nervosa messa in circolazione dalle nuove emergenze psico-esistenziali. La simbologia del fuoco si traduce in un eccesso di vitalità, “libido”, che traligna nella paura e nell’angoscia, dal momento che Claudio in sogno non sa e non capisce cosa gli sta succedendo. Il fuoco ha una valenza minacciosa e distruttiva, una carica di morte più che di vita. La tensione nervosa in eccesso ha bisogno di essere scaricata in sogno e nella veglia, ma dormendo Claudio è costretto a seguire le coordinate simboliche della sua attività onirica. Vediamo dove va a parare in questa rielaborazione e messa in discussione di sé e della sua “organizzazione psichica”.

So che al piano di sopra c’è la mia compagna con i bambini,”

Claudio presenta la sua vita affettiva, la sua donna e i suoi figli che ha depositato in una sfera di “sublimazione”, “al piano di sopra”, a testimoniare della purezza e della sacralità del senso della coppia e della paternità, della famiglia per la precisione. Claudio è angosciato dal fatto che il fuoco possa essere di danno mortale alle persone care. Si tratta di un’angoscia di inadeguatezza a tanto compito da parte di un giovane uomo che ha evoluto in breve tempo la sua situazione di persona e i suoi ruoli. Esiste anche una componente aggressiva nel pensare le persone care in sommo pericolo. Tale dato si giustifica con la paura che i nuovi arrivati minacciano l’equilibrio psicofisico precedente e faticosamente raggiunto. La novità dell’amore coniugale e dell’amore paterno abbisognano di tempo per essere assimilati come nuove dimensioni psichiche e, nello specifico, di ordine affettivo e sentimentale.

ma non riesco a muovermi e a non fare nulla per salvarli.”

Il blocco fisico in sogno è veramente brutto da vivere, proprio perché si tratta della manifestazione di un’angoscia da cui non si riesce a emergere e a risolvere. L’incapacità di muoversi e di reagire è veramente drammatica e spesso porta all’incubo e al risveglio. A questo blocco delle energie e dei movimenti si aggiunge, come se non bastasse, la consapevolezza dell’impotenza a salvare la compagna e i figli dal fuoco, dall’incendio e dalla sicura morte. Non c’è cosa peggiore per un padre e per un marito di non poter proteggere adeguatamente la propria famiglia e soprattutto i figli piccoli. Claudio simbolicamente manifesta la sua difficoltà a sentirsi in grado di accudire ai suoi cari in tutto e per tutto anche perché le sue paure e le sue angosce del passato non sono state del tutto risolte e capite. Si può parlare tranquillamente di una forma d’immaturità emotiva e affettiva legata alla rapidità delle esperienze vissute. Claudio deve digerire a livello psichico l’essere marito e l’essere padre e deve mettere anche a posto l’essere stato figlio nella famiglia d’origine. Claudio abbisogna di essere amato e rassicurato e non trova nella sua bisaccia le risorse da offrire ai nuovi arrivati. Il suo sacrificio e il suo sforzo si manifestano chiaramente nel sogno.

Mi sono svegliato con un’ansia assurda ed è da una settimana che penso e ripenso e sto male.”

L’ansia è direttamente proporzionale alla tensione nervosa che il lavoro onirico ha maturato nello svolgimento della psicodinamica non indifferente e certamente significativa. Claudio ha veramente a cuore la protezione da accordare ai suoi figli e alla sua donna, ma si sente minato in questa capacità di essere all’altezza della situazione. Il tempo aiuterà la maturazione del sentimento paterno e dell’amore coniugale. Esperienze precoci e improvvise della sfera affettiva e sentimentale richiedono un’assimilazione lenta e costante, per cui Claudio deve razionalizzare la necessità di un processo che dentro di lui andrà avanti di giorno in giorno nell’esercizio della convivenza e dei sentimenti. Si nasce figli e si diventa padri, si imiterà il padre ma bisogna liberarsi dai condizionamenti del passato e tentare l’originalità senza arrecare danno a se stesso e agli altri. Bisogna ripetere i comportamenti giusti del valore paterno e innovare gli schemi e i comportamenti non condivisi e che hanno arrecato scompensi e guasti. L’originalità è sempre condizionata, come l’autonomia psicofisica. L’uomo è un “animale sociale” che matura nella convivenza e nell’esercizio del quotidiano vivere. Claudio avrà la remissione dei sintomi di agitazione e d’angoscia man mano che prenderà coscienza dei suoi nuovi ruoli e assumerà un atteggiamento di progressiva acquisizione e assimilazione.

LA STANZA CHIUSA E BUIA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di essere in una casa, non molto luminosa, come se fosse la mia, ma non somigliava a nessuna delle mie case.

C’erano con me mia figlia e i miei nipoti che erano venuti dall’America.

Io ero molto contenta, il piccolo Jake doveva andare nella stanza accanto, la porta era chiusa.

Io gli dicevo di accendere la luce ed entrare, ma lui, non so perché, aveva paura. Io l’ho accompagnato, ho acceso la luce e gli ho detto di stare tranquillo.

Appena entrati gli ho fatto guardare la stanza e ha potuto constatare che effettivamente non c’era nessuno.

Quindi si è tranquillizzato.”

Poi mi sono svegliata.

Bea

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di essere in una casa, non molto luminosa, come se fosse la mia, ma non somigliava a nessuna delle mie case.”

Potevo intitolare il sogno di Bea “Ava et magistra” o “Mater et magistra”, mettendo in rilievo la premura della nonna e l’amore della madre. Ho scelto “La stanza chiusa e buia” semplicemente perché la stanza di questa casa è di Bea e in sogno la “sposta” nel caro nipotino Jake “proiettando” anche il suo conflitto psicofisico.

Procedo con calma e devozione in onore alla donna, alla madre e alla nonna e senza far torto a nessuna rappresentazione reale e simbolica di Bea.

La “casa”, mi ripeto di sogno in sogno ormai da sei anni, rappresenta simbolicamente la “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, come è corretto definire la vecchia “struttura psichica”, la obsoleta “personalità”, l’antiquato “carattere”, sulla scia delle dottrine di Sigmund Freud e di Melanie Klein. Bea sta visitando se stessa, è in introspezione, si sta guardando dentro perché ha ricevuto uno stimolo a visitarsi interiormente. Ma la sua coscienza è obnubilata, non è limpida semplicemente perché è turbata da un pensiero, da una preoccupazione, da un affanno: “in una casa non molto luminosa”. In effetti, Bea ha un deficit di lucidità mentale, è sovrappensiero, è in libera associazione, è in sub-vigilanza, è in uno stato crepuscolare. Si riconosce ma non si capisce e tanto meno si giustifica, visto che il suo pensiero affannoso non si è ancora ben evidenziato o, meglio, illuminato. Le “sue case” fanno parte del suo complesso psichico organizzato, meglio le sue “stanze”. E’ questa una pulsione d’amor proprio e un moto d’orgoglio che stanno benissimo in una persona che ha vissuto ed è pervenuta al traguardo venerabile di nonna. Eppure, qualcosa di nuovo si profila ancora nell’orizzonte psichico e nella panoramica mentale di questa signora navigata e articolata. Un pensiero si muove con lo strascico emotivo annesso formando una latina “cura”, una preoccupazione e un affanno.

Vediamo di cosa si tratta e cosa ci riserva il Fato.

C’erano con me mia figlia e i miei nipoti che erano venuti dall’America.”

La dimensione psichica di madre e di nonna si mostra in tutta la sua bellezza e superbia: “questi sono i miei gioielli”. Bea è come Cornelia, la madre dei Gracchi. Bea ha accanto a sé la figlia e i nipoti, le sue propaggini, il suo futuro in progressione reale e affettiva. Il “con me”, latino “mecum”, denota il senso del possesso sentimentalmente mediato e giustificato dalla stazza psichica del personaggio che Bea incarna con nerbo e interpreta con gentilezza. Si noti l’uso dei possessivi “mia” e “miei”, quasi una forma di capitalismo psichico da matriarca, a testimonianza, qualora ce ne fosse bisogno, del legame nerboruto che avvince le tre generazioni: nonna, figlia, nipote. La “America” non è un simbolo, è un dato di fatto che si inquadra nella psicodinamica come rafforzamento degli affetti e dei turbamenti. La lontananza non fa dimenticare coloro che si amano, tutt’altro, cementa con il desiderio e allucina con il sentimento della nostalgia, dolore del ritorno, mettendo in crisi la coscienza di sé”. Ricapitolando: in una “stanza” di una “casa” di Bea si ritrovano in sogno madre, figlia e nipoti. L’emotività e l’appagamento affettivo turbano la Psiche di Bea, al punto che si ritrova in uno stato crepuscolare della coscienza e in una leggera caduta della vigilanza.

E’ lecita la domanda: ma perché?

Io ero molto contenta, il piccolo Jake doveva andare nella stanza accanto, la porta era chiusa.”

L’attenzione di nonna Bea è focalizzata sul “piccolo Jake”, il nipote elettivo per affinità psichiche e maggiormente indifeso, nel vissuto della nonna, a causa della sua giovane età. La psicodinamica si svolge attorno al tema di un nipotino tutto da scoprire e tutto da conoscere, a cui in sogno la nonna Bea chiude una “porta” d’accesso a una “stanza”: la stessa Bea si chiude una “porta” per entrare in un suo ambito psichico. E’ come se questo ragazzino fosse stato per Bea lo schermo su cui proiettare il suo film: un nipotino in fase evolutiva rappresenta la nonna in crisi di auto-consapevolezza. Jake è piccolo e per questo è indifeso e va protetto, ma è anche in crescita e tutto da vivere perché non ha niente di scontato. Nonna Bea si preoccupa proprio di Jake e gli attribuisce il suo conflitto psichico. Vuole proteggerlo perché vuole proteggersi.

Quale vissuto proietta in Jake?

Il prosieguo del sogno lo dirà.

Io gli dicevo di accendere la luce ed entrare, ma lui, non so perché, aveva paura. Io l’ho accompagnato, ho acceso la luce e gli ho detto di stare tranquillo.”

Bea “proietta” sul nipote la sua psicodinamica depressiva, dice a se stessa di far chiarezza sui suoi “fantasmi” usando la testa e migliorando la presa di coscienza per uscire dal tunnel dell’obnubilamento con la “razionalizzazione”. Ma Bea ha paura, istruisce le “resistenze” atte a impedire la riesumazione della sua verità psichica in atto e che in tempo di morte, coronavirus, è a due passi dal vedere la luce. Bea non conosce la causa della sua paura. E’ in buona compagnia di se stessa, ma non riesce a illuminare l’angoscia di morte, la “stanza buia” della sua “organizzazione psichica” che ospita il nucleo depressivo, quel nucleo che nel corso della vita ha rimosso agendo e frastornandosi alla grande. In sogno sta traslando il conflitto e acquietando le tensioni nervose emerse. Cerca di dare nome e cognome alla sua angoscia di morte.

Ma perché si è fiondata proprio nel nipotino più piccolo?

Lo stato d’animo ansioso e doloroso è stato assimilato alla persona indifesa e bisognosa di aiuto. Bea vive Jake in una condizione psichica simile alla sua. Bea è “regredita” all’infanzia quando ha elaborato l’angoscia depressiva della perdita e si è assimilata al nipote bambino. Lo stimolo a questa operazione difensiva dall’angoscia, processo della “regressione”, è l’azione psichica nefasta del coronavirus.

Appena entrati gli ho fatto guardare la stanza e ha potuto constatare che effettivamente non c’era nessuno.”

Bea prende per mano la sua bambina impaurita e la rassicura e la consola con la ragione. La classica paura dei bambini è quella del l’uomo nero o del ladro o dello zingaro, di quella figura angosciante che ti porta via dall’affetto dei tuoi cari genitori: una “traslazione” della morte per abbandono e per inedia. Bea non si rende conto che il suo “deficit” psichico contingente è legato a questo “fantasma” e lo vive in sogno “spostandolo” nel nipote e si pone in certosina attesa di capirlo. Intanto ha sognato l’intruso, quel “nessuno” che si teme sempre che s’intrufoli dentro di noi per violare la nostra intimità e la nostra sensibilità affettiva.

Come nasce dentro di noi bambini questo “nessuno” così forte e così presente?

Lo formuliamo da soli e non soltanto nella penuria degli affetti e delle coccole, ma soprattutto nel massimo dell’abbondanza al semplice pensiero “e se non fosse più così?”, commutando lo stato di benessere attuale nell’opposto. Lo formuliamo quando viviamo il sentimento di ostilità nei riguardi dei nostri genitori e quando si ridestano i sensi di colpa per aver tanto osato nei loro confronti per i nostri bisogni di possesso. Lo formuliamo per i nostri bisogni inappagati e per i nostri desideri infranti. Secondo questi parametri universali formuliamo la nostra “morte” psichica da abbandono e da inedia. Tutti abbiamo una “stanza” della morte nella nostra “casa” psichica. Tutti abbiamo una stanza atta all’accumulo disordinato delle nostre perdite immaginarie e reali, la stanza depressiva dove abbiamo messo dentro le nostre morti. Basta una causa scatenante adeguata per tirarle fuori alla rinfusa. Dobbiamo tenere in ordine questa strana e naturale “stanza” della nostra “casa”. Dobbiamo tenerla illuminata dalla razionalità che ci permette non solo la “razionalizzazione del lutto”, ma soprattutto la consapevolezza della fine naturale della nostra vita, quella morte che addolora e fa paura, ma che non è angosciante se sappiamo della nostra umana debolezza e della nostra sovrumana onnipotenza. Vivendo, bisogna imparare ad andare via alzandosi satolli dalla tavola, come l’ospite di Orazio dopo il banchetto nel comodo triclinio. Per far morire la Morte, impareremo a usare il pensiero simbolico, i “processi primari” che governano la funzione onirica, e a ridurre tutto a simbolo, noi stessi in primo luogo.

Quindi si è tranquillizzato.”

Bea si è tranquillizzata tramite il suo nipotino. Ricordati Bea che devi fargli un bel regalo, perché lui lo ha fatto a te e di gran valore: la moneta affettiva e simbolica. In effetti, Bea si è regalata la possibilità di capire e di capirsi sognando. E allora dovrà fare un bel regalo al suo sognare. Ma il sogno non l’aveva capito del tutto, l’aveva intuito e forse neanche, perché l’aveva confezionato con tutti i crismi del simbolismo mitico dei Greci. E allora dovrà fare un bel regalo al sottoscritto che glielo ha spiegato. Di sicuro Bea si tranquillizzerà adesso che sa razionalmente cosa ha sognato approfittando del nipote piccolo e indifeso come lei quand’era bambina. Il tempo del coronavirus, questo tempo di morte imperante dentro e fuori, ha disoccultato il Profondo psichico e ha aperto “la stanza chiusa e buia” che tutti abbiamo e custodiamo con accuratezza. Bisogna ringraziare anche il “coronavirus” se Bea ha trovato la sua verità depressiva e se si è disposta verso la “atarassia”, il “morire della morte” perché nulla in lei chiede di continuare a vivere pur vivendo.

Purtroppo questo virus ha portato più danni che benefici, specialmente per i tanti che non riescono a vedere il bicchiere mezzo pieno e tendono al “maximum” catastrofico.

Poi mi sono svegliata.”

Bea si è svegliata. Era ora. La sveglia l’ha riportata alla ragione e alla realtà, alla tutela di se stessa e all’amor proprio, al volersi bene senza onnipotenza e senza follia, senza le suggestioni sociali e culturali e in special modo quelle della politica e delle tv di stato, dei giornali maldicenti e dei plenipotenziari privati e dei loro servi. Abbiamo da svegliarci, più che mai in questo tempo del “coronavirus”, anche dal “sonno dogmatico” di cui scriveva Immanuel Kant in riguardo all’umano ottimismo logico sulle verità conoscitive. Asteniamoci dal coinvolgimento acritico e dai messaggi degli illusionisti con il viso rifatto e con il ghigno innato. Piuttosto affidiamoci e fidiamoci del nostro sognare e del sogno che, a suo modo, non ci può mentire e dice necessariamente la nostra verità, quella che ha il sapore dell’angoscia forgiata da noi e soltanto da noi risolvibile.

A ME STESSA

Rieccomi.

Emergo.

Emergo e penso.

Penso che la ricerca di sé è una necessità di sapere,

una difficoltà di accettare,

accettare il non conosciuto,

accettare ciò che sembra di non ricordare,

accettare ciò che sei

anche quando quello che vivi ti piace poco.

Accettare ed essere grati.

Queste sono le chiavi di volta della Vita,

con l’Amore padrone indiscusso.

Non solo l’amore verso gli altri,

obnubilazione del proprio essere,

ma anche quell’amore che,

amando l’altro,

non mi permette di dimenticare me stessa.

Quello che le Madri insegnano è l’inverso:

amare gli altri anche a discapito di se stessi,

soprattutto quando mettono i nostri fratelli

nelle mani del nostro accudimento

perché, a loro parere, sono più fragili di noi.

Ma la fragilità è nascosta nelle pieghe dell’anima,

dietro parole, sorrisi e allegria,

e ricorda a gran voce che è nei modi più disparati,

soprattutto in quel senso di inadeguatezza

e nella voglia di chiudersi in casa,

al sicuro,

o in quell’ansia che sbuca fuori come un ladro,

all’improvviso.

Le mie fragilità sommerse hanno deciso di bastare a se stesse

facendo credere al mondo,

quel mondo attento soltanto ai miei sorrisi,

che non ho bisogno di niente.

Per questo mio niente io chiedo

e chiedo ancora di sapere di me.

Cercare di sapere cosa nascondono le mie profondità

è forse l’unico modo che conosco di chiedere

all’unica persona dalla quale io pretendo di avere e di ricevere:

me stessa.



Carmen Cappuccio



Siracusa, 20, giugno, 2021



GIU’ DALLA RUPE

TRAMA DEL SOGNO

“Ero su un sentiero vicino a casa mia con mia mamma.

Ad un certo punto è iniziata la salita. Mia mamma si arrampicava senza problemi. Io ero titubante, non lo avevo mai fatto.

Inizio a fare presa sulla roccia e vedo che è morbida. Era molto scura. Inizio ad arrampicarmi seguendo mia mamma.

La rupe finiva nella sala che ho al piano di sopra. Non riuscivo a tenermi bene, mi aggrappavo a mia mamma.

Poi sono riuscita a salire. Mi ricordo che a casa c’erano mio papà e mio fratello maggiore.

Vedevo tutto nero guardando giù dalla rupe, era altissima. Ho pensato mi ammazzo, la faccio finita.

Mi sono svegliata con un’angoscia mentale”.

Rebecca

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

“Ero su un sentiero vicino a casa mia con mia mamma.”

Il sogno si apre con la diade “madre-figlia”. Niente di male, purché non sia una simbiosi. Il sogno si apre con “un sentiero”. Niente di male, purché non sia il sentiero della mamma. Il sogno si apre con “vicino a casa mia”. Niente di male, purché non sia la casa della mamma adattata dalla figlia, purché ci sia la giusta “identificazione” e non l’errata commistione che fomenta soccombenza e dipendenza dalla figura materna. Rebecca si sta dicendo in sogno di essere molto legata alla madre e di percorrere un tratto di vita al suo fianco e in sua compagnia. Rebecca esalta la voce latina “mater et magistra”.

Ad un certo punto è iniziata la salita. Mia mamma si arrampicava senza problemi. Io ero titubante, non lo avevo mai fatto.”

Il sogno precisa la psicodinamica “madre-figlia” e afferma che in questa situazione esistenziale è in atto il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”, della nobilitazione degli investimenti erotici e sessuali, delle energie psicofisiche in generale, da parte della figlia. Questa modalità viene “proiettata” da Rebecca nella madre, per rassicurare se stessa con la compagnia e con l’uso dello stesso processo psichico di difesa. Madre e figlia condividono il modo di procedere lungo il sentiero della vita e di risolvere le energie vitalistiche, le pulsioni erotiche e sessuali. La mamma si arrampicava meglio nei vissuti della figlia in grazie al suo essere una donna navigata e con le esperienze giuste alle spalle per poter contenere le spinte e le contro-spinte psicofisiche. Giustamente ancora Rebecca, giovane donna, ha qualche perplessità organica, più che mentale, a usare lo stesso processo di “sublimazione della libido”, semplicemente perché gli ormoni non sono acqua fresca alla sua età. Rebecca deve fare molta attenzione a non usare processi e meccanismi psichici di difesa incongrui. Meglio vivere quel che si deve vivere al momento giusto, meglio conoscersi, piuttosto che rimandare nel tempo le esperienze a forte carico formativo.

Inizio a fare presa sulla roccia e vedo che è morbida. Era molto scura. Inizio ad arrampicarmi seguendo mia mamma.”

Rebecca elabora in sogno attraverso i suoi simboli il lungo processo di “identificazione” al femminile nella figura materna, al fine di acquisire nei termini definiti ma non rigidi la sua “identità” psichica di donna con le dovute distinzioni dalla madre. La “sublimazione della libido” non trova la “roccia” dura come quella della madre, la sua roccia “è morbida” e Rebecca ne ha consapevolezza, “vedo”. La solidarietà con la madre non viene meno, così come la sua “identificazione”, Rebecca rileva la consistenza della “libido” nel corpo, un corpo “scuro” a testimonianza della sua sanguigna vitalità e della forza che circola. Il problema subentra nella scelta del processo psichico della “sublimazione della libido” che, alla sua età e per quanto detto dallo stesso sogno, non va bene. E’ preferibile vivere il corpo, piuttosto che mandarlo in bianco, stornare le energie ad altro uso e consumo, debellare la carica erotica e sessuale per destinarla a fini di solidarietà e di passioni socialmente consentite, come lo sport o il volontariato. Seguire la mamma è importante, ma è determinate lasciarla andare per maturare la propria autonomia psicofisica. La simbiosi c’è stata e in primo luogo era organica, di poi è stata psichica, adesso deve essere di riconoscimento non soltanto della madre, ma anche del padre per quel che riguarda l’eredità della “parte psichica maschile”. “Seguendo la mamma” va commutato in “riconoscendo la mamma”.

La rupe finiva nella sala che ho al piano di sopra. Non riuscivo a tenermi bene, mi aggrappavo a mia mamma.”

Rebecca non era andata tanto lontano se era arrivata appena al primo piano della sua casa, nella sala, nel luogo degli incontri e delle relazioni, nel reparto dei convegni familiari e delle solidarietà, nella piazza dove si celebra l’unità democratica della famiglia. Il luogo è relativamente alto, ma in ogni caso è un luogo sublimato, sacro per l’appunto. Rebecca ha una buona dipendenza psichica dalla figura materna, se ancora sente il bisogno di stare sul groppone della madre, di tornare nel grembo, di procedere in una simbiosi regressiva che annulla l’autonomia ed esalta la dipendenza psicofisica. Rebecca in crisi “non riusciva a tenersi bene” alla rupe e si aggrappava alla madre, non riusciva a vivere la sua autonomia e aveva bisogno dell’ausilio e dell’appoggio di questa figura così importante e determinante per tutti i figli. Per fortuna che la famiglia non è fatta di sola madre. La Provvidenza dispone per l’emancipazione psicofisica di Rebecca da cotanta madre.

Poi sono riuscita a salire. Mi ricordo che a casa c’erano mio papà e mio fratello maggiore.”

La famiglia classica è al completo: il padre, la madre, la figlia e il figlio. Meglio di così non si può. Ci sono tutte le combinazioni democratiche nella divisione del potere e nello scambio delle idee, nel confronto e nella dialettica. Ci sono tutti gli stimoli per socializzare e per essere anche dei buoni cittadini. Rebecca è in una botte di ferro, la sua evoluzione psichica ha tutte le componenti atte a una crescita omogenea ed equipollente. Eppure, rovesciando la medaglia, ci si imbatte nel “sentimento della rivalità fraterna” e nella conflittualità della “posizione edipica” che è critica quando non viene risolta e liquidata nei tempi giusti, quando il padre e la madre non vengono riconosciuti come i simboli concreti delle proprie origini appena chiusa l’adolescenza. E forse su questo punto Rebecca accusa una falla. La dipendenza dalla madre è uno strascico della “posizione edipica” e questo attaccamento si legge come un’alleanza con il nemico che le consente di non vivere apertamente la conflittualità e i sensi di colpa collegati al sentimento di avversione nei confronti della madre. Rebecca persiste nel suo processo di “sublimazione della libido”, “sono riuscita a salire”, e considera distrattamente la presenza di due persone che sono i poli di altri conflitti, la ragione di questo attaccamento morboso alla madre: il padre per la persistenza della conflittualità “edipica” e il fratello maggiore per lo struggimento del “sentimento della rivalità”. Così come per “par condicio” si deve ricordare il sentimento di quest’ultimo che si è visto capitare tra capo e collo una sorella con cui dividere, più che condividere, l’amore dei genitori. Rebecca in sogno ha ricomposto la famiglia e si attende uno sbocco chiarificatore, se non risolutivo.

Vedevo tutto nero guardando giù dalla rupe, era altissima. Ho pensato mi ammazzo, la faccio finita.”

La situazione psichica di Rebecca sembrava in via di risoluzione grazie alla definizione composta anche se affettivamente distaccata che aveva dato del resto della famiglia. L’averli riconosciuti lasciava sperare in una buona “presa di coscienza” e dava adito a una dialettica emotiva con la madre in via di raffreddamento. Invece, il quadro onirico finale diventa “nero”, non nel senso di luttuoso, ma “nero” nel senso della perdita affettiva, nel senso dell’angoscia della perdita affettiva. La rupe “altissima” comporta un drammatico distacco affettivo dalla madre, il “guardando giù” si traduce nella coscienza della perdita, il “vedevo tutto nero” condensa una consapevolezza del forte legame e della dipendenza. Rebecca può giustamente riflettere e pensare, non di suicidarsi buttandosi giù dalla rupe altissima, ma di cosa comporta il distacco dalla madre, la morte psichica, la depressione e la solitudine: ah, se non ci fosse la mamma, sarei una donna morta! “La faccio finita” è l’equivalente del concetto di “compimento delle sacre Scritture”, dalla massima consapevolezza si può procedere ad abbracciare la fede giusta del lungo cammino verso l’autonomia e la realizzazione del tanto temuto distacco. Rebecca può iniziare la sua crescita personale. Questo punto risolutivo comporta il rivivere l’angoscia depressiva di perdita, il nucleo psichico del primario “fantasma di morte” proprio legato alla figura materna. Rebecca conferma le teorie al proposito e la psicodinamica del suo sogno non fa una grinza alle teorie di Melanie Klein sul mondo psichico infantile.

Mi sono svegliata con un’angoscia mentale”.

Ed ecco la conferma all’interpretazione del sogno, un prodotto che nella formulazione è più drammatico rispetto al contenuto. Rebecca sembrava destinata al suicidio con questo suo volersi buttare giù dalla rupe e farla finita e invece il dottor Vallone dice che Rebecca non è candidata a niente di tragico semplicemente perché scrive lei stessa che si tratta di “un’angoscia mentale”. Quella che viveva al risveglio non era angoscia allo stato puro, ma un fortissimo dolore per l’eventuale perdita della madre e per la sua solitudine. L’angoscia non ha un oggetto di cui il soggetto è consapevole. Questo dato caratteristico è essenziale. Rebecca chiama la sua consapevole paura angoscia. Proprio perché la paura è un fatto mentale ed emotivo, proprio questa definizione di Rebecca conforta nell’asserire che la paura anche se fortissima è il punto di partenza per la strada della crescita e dell’emancipazione. Siamo in un ambito psiconevrotico con qualche punta borderline, ma siamo nel dominio della coscienza e delle attività dell’Io. La diatriba, eventualmente, bisogna buttarla dalla parte nevrotica e non dalla parte psicotica. Del resto, Rebecca ha evidenziato una “organizzazione psichica reattiva” nettamente “orale” e un “nucleo” collegato di stampo depressivo. Ma questo è un “nucleo” e non è la “depressione” maligna e severa. La prognosi è fausta, così come il lavoro di crescita personale al fine di incarnare la migliore possibile “coscienza di sé”.

Buona fortuna, Rebecca!

LA CASA RIARREDATA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di correre per strada scalza, in slip e canottiera con un odometro (quell’arnese con la ruota usato dai geometri per misurare le distanze).

Era buio e, correndo, dovevo entrare nella strada dove abitano i miei genitori, ma sono andata oltre e mi sono passati vicino su un motorino due uomini di colore dalle intenzioni malevoli nei miei confronti (o almeno è quello che io credevo).

Impaurita mi avvicino a dei poliziotti chiedendo aiuto, ma mi allontanano in malo modo dicendomi che se vado in giro svestita così, me li vado a cercare i guai.

Entro in una chiesa, non ho più l’odometro e sono normalmente vestita. Cerco un posto libero per me e il mio compagno (ma lì sono sola), non trovo nessun posto che mi soddisfi (ma posti liberi ce ne sono) e così me ne vado.

Mi ritrovo a camminare sulla strada della mia ex casa coniugale. Titubante, entro, sperando di non essere vista.

Stranamente le porte sono tutte aperte. Intravedo da una porta l’attuale moglie del mio ex con sua figlia (che però sembra un maschio) che sono fuori in giardino, lei ha dei capelli folti e molto ricci (non è così nella realtà); lei non mi vede.

Entro nella cucina, ma sembra essere diventato un salottino con tende rosse e arancioni svolazzanti dall’aspetto orientaleggiante. A guardare bene vedo qualche mobile da cucina e fornelli e penso che sia stata ri-arredata in modo strano e non consono.

Decido di andarmene, ma devo fare attenzione perché la casa è controllata da vigilanza armata e mi chiedo che senso abbia, considerato che le porte sono tutte aperte ed io sono riuscita ad entrare indisturbata.

Esco e, pur essendo a livello della strada, devo scendere delle scale di cemento scomode e impervie; quando sono sulla strada, mi compiaccio del fatto che nessuno si sia accorto della mia incursione nella casa.”

Sonia

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di correre per strada scalza, in slip e canottiera con un odometro (quell’arnese con la ruota usato dai geometri per misurare le distanze).”

Sonia si trova in quella fase dell’esistenza in cui la vita invita a una riflessione degna del miglior filosofo tedesco o di Thomas Mann. Sonia ama la libertà e soprattutto sentirsi libera, è insofferente ai divieti e ai tabù, alle preclusioni e alle inibizioni. Sta bene, sta veramente bene. Sta vivendo in libertà e sta riflettendo sul cammin di sua vita. E’ questa l’esigenza della donna, “correre per strada scalza”, tirare fuori la sua “parte psichica maschile” e prendere in mano le redini della sua vita, tirare fuori finalmente gli attributi e vivere alla grande riflettendo e con le giuste e naturali difese sessuali e affettive: “in slip e canottiera con un odometro”.

Buona corsa!

Era buio e, correndo, dovevo entrare nella strada dove abitano i miei genitori, ma sono andata oltre e mi sono passati vicino su un motorino due uomini di colore dalle intenzioni malevoli nei miei confronti (o almeno è quello che io credevo).”

Lo stato di coscienza è obnubilato, crepuscolare. La vigilanza vacilla, ma la vena riflessiva è a mille. Viene meglio pensarsi al “buio” anche perché l’interesse precipuo di Sonia è quello di fare un tagliando psichico, di revisionarsi nei pezzi e negli ingranaggi. “Correndo” rivisita la sua vita in famiglia senza dare la minima impressione di “regredire”, di tornare indietro a “posizioni” già vissute della sua evoluzione psichica per motivi difensivi dall’angoscia dell’oggi. E’ “andata oltre”, per il momento non ha recriminazioni da fare a se stessa e ai suoi augusti genitori, per cui la strada al “buio” si lascia correre bene e in maniera eccitante. Sonia è in uno stato proficuo di benessere psicofisico, si sente addosso una buona dose di “libido genitale” e una gran voglia di far sesso. Correndo si è eccitata e ha proprio bisogno di un uomo doppio e di colore, simbolicamente attestandone la virilità più che la pericolosità sociale. Le intenzioni di Sonia su se stessa sono decisamente benevoli, si vuol bene e ha voglia di appagare i suoi istinti e i suoi desideri sessuali in maniera accentuata e inequivocabile. Tecnicamente si può dire che emergono le pulsioni dell’Es e le reazioni si colorano di rosso. L’istanza sessuale dice la sua e vuole conto e ragione delle sue richieste. L’Io deve dare una risposta a tanta domanda. Soprattutto l’Io deve mettere d’accordo le pulsioni dell’Es e i divieti del Super-Io che si è profilato nelle figure dei “genitori”. Sonia è in pieno trambusto dei sensi e in altrettanto pieno conflitto con le sue cosucce psichiche.

Vediamo dove va a parare.

Impaurita mi avvicino a dei poliziotti chiedendo aiuto, ma mi allontanano in malo modo dicendomi che se vado in giro svestita così, me li vado a cercare i guai.”

Adesso l’istanza censoria e limitante del Super-Io si è manifestata in carne e ossa nelle figure e nelle divise “dei poliziotti”. La richiesta d’aiuto si attesta nella paura morale, più che etica, nei divieti familiari e culturali, visto che ricorre a una simbologia istituzionale, i “poliziotti”, e con un “sos” dettato dal sentimento complesso della paura, “impaurita”. Sonia ha preso paura delle sue cariche erotiche e sessuali che sono emerse in sogno e si sono fomentate tra seduzione e dondolii in una cornice di rivisitazione della sua esistenza e del suo percorso di vita. Il “Super-Io” di Sonia è drastico e all’antica: del tipo “queste cose non si devono fare e tanto meno pensare. E poi, perché non usi bene la seduzione mettendoti addosso un vestito, usando delle modalità relazionali con esposizione ed esibizione, dei modi di essere da farsi desiderare?” Insomma il potere di una donna non è la nudità e l’offerta tacita e larvata di un corpo da portare in un amplesso molto mascolino, i “due uomini di colore dalle intenzioni malevole”. Il potere di una donna si colloca nel fascino che sa creare nell’altro e sicuramente in un maschio ben piantato. Svestita non vado bene, devo vestirmi per avere risultati migliori, devo farmi desiderare e non mostrare la mia disponibilità. I “guai” migliori sono quelli che si camuffano e che arrivano dietro una sottile e arguta regia: il fascino e la seduzione. Il Super-Io è giudizioso e l’Io non può che acconsentire. L’Es ne esce sacrificato, se qualcosa non cambia a livello di strategia psichica globale.

Sonia, pensaci tu!

Entro in una chiesa, non ho più l’odometro e sono normalmente vestita. Cerco un posto libero per me e il mio compagno (ma lì sono sola), non trovo nessun posto che mi soddisfi (ma posti liberi ce ne sono) e così me ne vado.”

Allora Sonia cambia la scena. In questi tempi di misura obbligata delle distanze viene a mancare l’odometro e il motorino dei due mori è scomparso per lasciare il posto alla “chiesa” e al desiderio di avere vicino il suo compagno. Sonia è irrequieta, prima era sessualmente eccitata, adesso ha “sublimato la libido genitale” e non si trova assolutamente bene in questa veste di suora novella, come il buon vino di febbraio. Adesso, in compenso, Sonia si è “normalmente vestita”, ha ripreso i suoi vecchi modi di essere, di esistere, di offrirsi, di relazionarsi e ha anche sentito il desiderio di avere vicino il suo compagno, l’uomo che non c’è quando si ha bisogno, l’uomo che Sonia non rende presente perché non sente il bisogno di averlo presente. I posti a sedere ci sono, ma Sonia non ha bisogno di ristagnare nella “sublimazione della libido” e specialmente dopo il promettente esordio nel sogno. E quest’uomo non fa al caso suo, non rientra nelle sue modalità innovative di essere e di esistere, non è il nuovo che avanza, è il vecchio e l’obsoleto che ritorna e che Sonia non gradisce assolutamente, tanto meno il suo Es con tutto il corredo di pulsioni erotiche e di desideri sessuali che si ritrova. Sonia non trova nessun posto che la soddisfi. Eppure i posti ci sono e sono tanti e sono liberi e sono in chiesa, ma Sonia è veramente attizzata dalla ricerca di cambiare e soprattutto dal non ricorrere alla “sublimazione” per risolvere la sua vitalità sessuale. Sonia è inappagata, non sta né in cielo, né in terra, né in nessun luogo, “nessun posto” la soddisfa. La “libido” aspira a una migliore soluzione.

Sonia, dove ci porti adesso con il tuo sogno?

Mi ritrovo a camminare sulla strada della mia ex casa coniugale. Titubante, entro, sperando di non essere vista.”

Nella strada della sua “ex casa coniugale” Sonia procede per associazione e alla “chiesa” dell’attuale stato psicofisico oppone la sua modalità di essere donna e di vivere la “libido” con il precedente uomo, l’ex marito. Sonia rivisita la sua dimensione di donna sposata e si scopre “titubante”, poco affermativa e poco sicura di sé, molto difesa e strutturata nella relazione coniugale, meglio, nella sua modalità psicofisica di essere e di esistere all’interno della relazione di coppia. Ecco, Sonia è attratta dalla questione femminile in riguardo allo stare in coppia. Qual’è il ruolo e la funzione della donna nel rapporto con l’uomo? Sonia accusa questa lacuna psicofisica, non ha imparato ed evoluto questi abiti e questi modi nella sua adolescenza e, di conseguenza, la sua evoluzione al femminile ha trovato una donna “scalza, in slip e in canottiera”, un ruolo precario e senza fascino, una parte poco seduttiva ed eccessivamente disinibita. Sonia non ha piena consapevolezza di questa “parte psichica di sé” che riguarda il potere della seduzione: “sperando di non essere vista”.

Il prosieguo del sogno deve essere illuminante.

Stranamente le porte sono tutte aperte. Intravedo da una porta l’attuale moglie del mio ex con sua figlia (che però sembra un maschio) che sono fuori in giardino, lei ha dei capelli folti e molto ricci (non è così nella realtà); lei non mi vede.”

Sonia sta visitando la sua dimensione maritale di donna. La speranza di non essere vista si evolve nella certezza che “lei non mi vede”. Lei è l’altra, quella attuale del suo ex, quella che ha preso il suo posto coniugale e che ha una figlia che sembra un maschio. Loro sono “fuori in giardino”, si espongono, si offrono, socializzano, hanno “stranamente le porte tutte aperte”. Lei ha tante idee e anche sofisticate. Questa donna è l’immagine ideale di Sonia, una donna disinibita e appagata nella maternità e molto capricciosa, seduttiva nel dire e nel fare, fascinosa e vaporosa come i suoi “capelli”, le sue idee innovative. Nella realtà quella donna dell’ex non è proprio così perché quella è Sonia, l’immagine ideale di Sonia, la donna che avrebbe voluto essere e che non è stata almeno fino a questo momento. Ma l’istinto è buono e la tensione a migliorarsi altrettanto. Non resta che provarci sotto la spinta della nuova condizione di donna che, rivisitando la sua vecchia storia, può attingere le novità desiderate e archiviare gli errori commessi dentro e fuori. Bisogna aprire le porte, bisogna farsi vedere, bisogna far crescere i capelli e fare possibilmente le “meches” sui tanti ricci spuntati come idee nuove, come pensieri prepotenti e positivi.

Quale parte della sua casa psichica Sonia andrà a visitare in sogno?

Entro nella cucina, ma sembra essere diventato un salottino con tende rosse e arancioni svolazzanti dall’aspetto orientaleggiante. A guardare bene vedo qualche mobile da cucina e fornelli e penso che sia stata ri-arredata in modo strano e non consono.”

La cucina è immancabile ed è immancabilmente la zona degli affetti, la parte psichica deputata all’esercizio delle relazioni significative e dei sentimenti di solidarietà e di partecipazione, la vita dei legami psichici ispirati alle buone intenzioni dell’amore, la zona dello scambio e del commercio psichici, l’area degli affetti e della comunicazione. Sonia nota subito che non è la cucina di una volta, rileva subito che è stata trasformata in “un salottino” esotico con una formalità estetica e relazionale. E gli affetti non sono più quelli di una volta e l’amore non si scambia in maniera “genitale”, senza nulla chiedere in contraccambio, ma si smercia secondo modalità di apparente vivacità e prive di sostanza. La vita affettiva è stata “ri-arredata”, è stata riadattata alle nuove persone e alle nuove evenienze con originalità, ma senza tradizione. Gli affetti si scambiano all’impronta e non hanno la sostanza delle radici e la continuità della famiglia. Il suo ex si è dato alle novità del tempo, magari si è risposato con una donna straniera e di cultura diversa, magari ha cambiato arredamento per dimenticare e dare spinta alla voglia di nuovo e di originale. Tutto questo è materiale psichico di Sonia “proiettato” per difesa sul suo ex e sul contorno affettivo e sociale. In effetti, è Sonia che ha tanta voglia di riformularsi nei diversi settori della sua area psicosociale, nonché affettiva ed erotica sessuale.

Quale altro rilievo, alla luce del suo monotono e superato passato, Sonia escogiterà per evolversi?

Decido di andarmene, ma devo fare attenzione perché la casa è controllata da vigilanza armata e mi chiedo che senso abbia, considerato che le porte sono tutte aperte ed io sono riuscita ad entrare indisturbata.

Sonia taglia la testa al toro, “decido” ossia taglio, meglio, Sonia taglia con il passato perché sente l’emergenza di un drastico cambiamento. Ma ancora le resistenze non mancano e immancabilmente affiorano dal “profondo psichico”, condizionato dai vissuti e dagli schemi del passato. La sua “casa” psichica ha un “Super-Io” molto rigido, ha una serie di divieti che tralignano nei sacri tabù, ha introiettato una morale rigida e puritana, è governata da un sistema di censure che ricorda l’Italia democristiana degli anni cinquanta. Per sua fortuna Sonia ha maturato un “Io” intelligente e critico, oltre che abilmente analitico, che riesce anche a ridicolizzare l’azione limitante del “Super-Io”, ha acquisito una forma di autoironia nel dirsi che non ha senso chiudersi dentro, se poi si sente il prepotente bisogno degli altri e delle relazioni del suo tipo, quelle che le si confanno e che rientrano nella sua formazione e nei suoi tratti caratteristici, nelle sue tendenze ed elezioni. Faccio finta di non voler nessuno e invece ho bisogno di tutti. “Far entrare” ha una valenza recettiva che viaggia dallo psichico al sessuale, dalla relazione libera alla disposizione al coito, dall’affabilità alla seduzione. Questa è la nuova consapevolezza di Sonia: un bel traguardo e una buona conquista nella crescita personale. Il fallimento di un matrimonio o di una relazione non viene per nuocere, anzi è uno strumento di maturazione per il bisogno di evolversi che ti lascia dentro.

Dove ci porta adesso Sonia dopo questo proficuo “sapere di sé”?

Esco e, pur essendo a livello della strada, devo scendere delle scale di cemento scomode e impervie; quando sono sulla strada, mi compiaccio del fatto che nessuno si sia accorto della mia incursione nella casa.”

Ci porta fuori dalla casa, nel suo ambito relazionale, nel suo quartiere e nella sua piazza. Nell’incamminarsi trova la chiave di ulteriore comprensione di sé e del suo patrimonio psichico da investire in nuove forme di relazione e in rinnovate modalità sociali di offerta di sé. Pur essendo tra la gente, Sonia sente il bisogno di “scendere delle scale di cemento scomode e impervie”. Traduco l’arcano e l’assurdo che soltanto nel sogno può convivere grazie ai meccanismi del “processo primario”, deputato alla formazione del sogno: “devo materializzarmi, devo rivalutare il mio corpo e i suoi bisogni nelle relazioni sociali, devo investire il mio essere corporeo femminile in attesa di essere conosciuta anche per le qualità del carattere, devo essere per niente platonica per commutarmi nell’Aristotelismo e nell’Epicureismo, nel dato di fatto del corpo e nell’esaltazione del piacere, “eu-daimonia”, avere un buon demone dentro, uno spirito vitale che coincide con lo psicosoma, il corpo-mente”. Non è finita la psicodinamica evolutiva. Sonia si compiace con se stessa per la sua liberazione e per la sua abilità nel non essere incorsa nelle “resistenze” e nei blocchi delle sue strade psichiche a opera dei poliziotti e dei carabinieri della sua Psiche, i dettami del “Super-Io”. Adesso vive meglio e si vive decisamente meglio, con amor proprio e con amore. La sua casa psichica è stata veramente “RI-ARREDATA”.

Brava Sonia!

Hai visto cosa combini dormendo e sognando?

LA DEPRESSIONE

TRAMA DEL SOGNO

“Cammino in una strada di montagna facendo un giro largo, l’unico per attraversare qualcosa.

Arrivo in cima e mi trovo in una casetta non finita con una cucina, due stanze e un bagno solo con water e senza finestra. Le stanze sono in calcinaccio.

Dentro una delle camere c’è un giovane disteso su un letto tipo ospedale, probabilmente un malato che non poteva camminare.

Io esco per non guardare e per non sapere.

Torno indietro, c’è un pezzo a strapiombo e io soffro di vertigini.

C’è mia sorella e qualcun altro.

C’è una parete di montagna dove sgorga acqua e alcuni cercano di bloccare, ma in realtà non si blocca perché cade fuori.”

Questo è il sogno di Fede.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Cammino in una strada di montagna facendo un giro largo, l’unico per attraversare qualcosa.”

L’esordio del sogno è critico e non positivo, nonostante il paesaggio alpino. Fede è una donna che sublima la sua “libido” e in maniera oltretutto non appagante. La sua vita scorre in maniera incerta e le sue relazioni risentono di un’approssimazione che non contempla il coinvolgimento affettivo e umano. Fede è una donna apatica che vaga nel cammino di sua vita facendo giri larghi, senza sapere il perché delle sue esperienze e senza conoscere l’intensità emotiva delle sue azioni. Fede sublima la sua “libido” negli investimenti sociali, non approfondisce e non si lega, resta sul generico a livello mentale e sul labile a livello affettivo, difetta nell’individuazione dei suoi obiettivi e dei suoi progetti. Fede è veramente apatica e demotivata, è una donna che nelle sue esperienze non va al dunque e al perché. La domanda che sorge legittima è la seguente: da cosa si sta difendendo Fede con questo suo atteggiamento di vaghezza subliminale?

Arrivo in cima e mi trovo in una casetta non finita con una cucina, due stanze e un bagno solo con water e senza finestra. Le stanze sono in calcinaccio.”

Il “processo di difesa della “sublimazione della libido” non funziona tanto bene anche se arriva a giusto compimento. Il beneficio non è proficuo. Fede si ritrova, infatti, con una casa psichica “sgarrupata”, come diceva il bambino di “Io speriamo che me la cavo”, il libro del formidabile maestro napoletano Marcello D’Orta: la “casetta” non è una casa e oltretutto non è “finita”, l’affettività non si spreca, l’intimità e la sessualità sono ridotte e senza tante prospettive. “Le stanze sono in calcinaccio” si traduce nella precarietà psichica di cui si diceva in precedenza. Fede rievoca in sogno un momento non certo felice e armonioso della sua vita, un periodo in cui accusa una caduta della vitalità e dell’affettività, un deficit d’amor proprio in primo luogo. Fede è veramente in crisi e non trova gli strumenti giusti per reagire a tanto indefinito sconquasso. In primo luogo difettano il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “razionalizzazione” e la funzione vigilante dell’Io. La fatiscenza domina questo quadretto da geometra alle prime armi.

Dentro una delle camere c’è un giovane disteso su un letto tipo ospedale, probabilmente un malato che non poteva camminare.”

Il sogno manifesta i simboli della psicodinamica in corso e in maniera spietata. Fede si è innamorata di un uomo “malato” e se lo porta dentro. Fede è legata a “un giovane disteso su un letto d’ospedale”, un uomo incapace di vivere con i piedi per terra e non legato al “principio di realtà”. Questo giovane accusa una precarietà della funzione vigilante e razionale dell’Io, è depresso e non sa vivere nella concretezza di tutti i giorni e nella condivisione sociale. Fede si ritrova legata dentro a un uomo che la stuzzica come madre e non come donna. Questo “giovane malato” non è traducibile nella parte psichica maschile di Fede e semplicemente perché il tono narrativo e descrittivo fa propendere la decodificazione verso una presenza interiore di ordine affettivo. Fede è innamorata di quest’uomo. Fede è una donna che tende a legarsi a uomini precari in opposizione alla sua affermatività o in sintonia alla sua debolezza psichica. Nel primo capoverso del sogno si è celebrata la “sublimazione” che non funziona e la struttura che non è compatta ed elegante, quindi il cerchio si può chiudere dicendo che Fede non sta bene e non riesce più a “sublimare la libido” nei confronti di un uomo che la blocca e la coarta con la sua inettitudine depressiva.

Io esco per non guardare e per non sapere.”

Ritorna in scena la Fede asettica e svogliata che non vuole assolutamente coinvolgersi maggiormente in una situazione di coppia che la vede vittima di un uomo di per se stesso depresso e ai ferri corti con la vitalità e la concretezza pragmatica. “Io esco” significa “io mi alieno, non prendo coscienza” e non oggettivo i miei stati d’animo e i miei vissuti al riguardo di questo signore malato di cui sono innamorata o penso di essere legata. “Per non guardare” equivale a una auto-consapevolezza impedita. Fede non vuole prendere atto di stare con un uomo che sta male ed è combattuta tra l’aiutarlo e l’abbandonarlo ai suoi pesanti disagi scegliendo se stessa e il suo benessere. Bisogna anche aggiungere che il conflitto di Fede si giustifica con il fatto che questa lampante depressione del giovane evoca il suo tratto depressivo e solletica in lei l’esplorazione di un nucleo profondo e adeguatamente rimosso a suo tempo, dopo il primo anno di vita per l’esattezza. “Per non sapere” si decodifica in “per non avere il gusto di me”, per non rivivere quel tratto depressivo che mi porto dentro e per non destare il nucleo dormiente di abbandono e di perdita. Fede è affascinata dalla malattia psichica ed esistenziale dell’uomo che si porta dentro e dietro. Fede non sa decidere se reagire affermando la consapevolezza della situazione in cui si trova o se lasciarsi andare alla sua depressione tramite quella del suo uomo per sondare questo tratto qualitativo della sua formazione psichica infantile. Riepilogando: Fede si trova ad assistere il suo uomo caduto in depressione e non sa scegliere la sua autonomia anche perché affascinata da questa sindrome psicopatologica che tutti indistintamente abbiamo sperimentato e accantonato nel corso della nostra formazione evolutiva.

Torno indietro, c’è un pezzo a strapiombo e io soffro di vertigini.”

Dopo la “sublimazione della libido”, dopo essersi prestata e prodigata verso l’uomo di cui è innamorata con un notevole spirito di sacrificio, Fede reagisce con il processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione”, torno indietro”, andando direttamente a visitare e a rivivere quel nucleo depressivo che ha incamerato nel primo anno di vita in riferimento alla figura materna e che consisteva nell’angoscia di abbandono e di perdita di cotanta figura protettiva e vitale. Nel regredire s’imbatte subito nel suo “fantasma di morte”, per dirla in termini tecnici, elaborato nella prima infanzia e che è rimasto dentro senza la necessità di essere razionalizzato. Ecco che la giovane donna si innamora di una persona affetta da sindrome depressiva ed ecco che reagisce mettendo in gioco e rievocando la sua potenziale depressione. Adesso si vedrà la qualità della “razionalizzazione” che Fede ha operato a riguardo del suo “fantasma di morte”. Se quest’operazione salvifica non è stata adeguata, Fede farà fatica a separarsi e a stare bene ripristinando un equilibrio che in atto non c’è e che richiede una profonda comprensione dei “fantasmi” della prima infanzia. Il “pezzo a strapiombo” significa la caduta depressiva e la perdita affettiva della figura materna da parte di Fede. “Io soffro di vertigini” equivale all’incapacità di maturare il senso della libertà e dell’autonomia psicofisica, al mantenimento di una dipendenza da una figura oltremodo rassicurante. Fede sa di non essere autonoma e di avere bisogno di dipendere. Ma una cosa è la dipendenza dalla madre, un’altra cosa è la “traslazione” dalla figura materna in un uomo che oltretutto ha bisogno di dipendere da lei. La dipendenza, in effetti, si attesta nella “regressione” al suo passato infantile e alla mancata “razionalizzazione” dei “fantasmi” elaborati da piccola.

C’è mia sorella e qualcun altro.”

Ecco il ritorno all’infanzia, alla famiglia e al sentimento della rivalità fraterna: “mia sorella e qualcun altro”. Fede rievoca tramite la depressione del suo uomo la sua vita in famiglia, la sua relazione con la madre, le sue paure primarie di non essere amata e di essere abbandonata, il “fantasma di morte” elaborato dalla sua psiche infante, il sentimento della rivalità fraterna, la rabbia maturata per la paura che la sorella le portasse via una quota dell’amore materno, il suo senso di precarietà e d’incompletezza psicofisiche e di necessaria dipendenza da figure significative. Questi stimoli sono fascinosi perché inducono a una presa di coscienza del nucleo depressivo, del come la depressione del mio uomo stimola la mia depressione latente. Ma certi viaggi non vanno fatti da soli perché sono pericolosi e ci vuole il compagno giusto per poter guardare il paesaggio e per ritornare alla vita quotidiana senza trasportare vissuti antichi al presente e subire danni da se stessi per operazioni “fai da te”.

C’è una parete di montagna dove sgorga acqua e alcuni cercano di bloccare, ma in realtà non si blocca perché cade fuori.”

Ecco la madre nella “acqua che sgorga da una parete di montagna”!

Fede s’imbatte nella logica consequenziale del suo sogno dopo aver sublimato la sua energia nel servizio al suo uomo, dopo essere regredita all’infanzia e al periodo in cui aveva elaborato e introiettato il nucleo depressivo secondo norma psichica evolutiva, dopo essere regredita al sentimento della rivalità fraterna e alla rabbia collegata. Fede, attratta dal fascino di questi suoi vissuti scatenati dalla caduta depressiva del suo uomo, si collega alla madre di tutti i vissuti, alla figura protagonista dei suoi “fantasmi”, la madre per l’appunto, e la santifica simbolicamente in una zona sacra e sublimata come la “parete di montagna” e la simboleggia nella classica e universale “acqua che sgorga”, madre che accorre in sostegno e in aiuto della figlia piccola e senza parola, “infante”. A questo punto, dopo la opportuna e buona “regressione” difensiva dall’angoscia di abbandono e di solitudine, Fede tenta di razionalizzare il suo stato di coscienza di donna adulta in crisi a causa della depressione del suo uomo, “alcuni cercano di bloccare” il ricorso alla madre e la “regressione” all’infanzia. Purtroppo Fede amaramente prende atto del fatto che la sua evoluzione psicofisica non contempla la “razionalizzazione” della figura materna e del nucleo depressivo infantile, del suo primario “fantasma di morte”, per cui si candida alla sofferenza di non saper decidere cosa fare con la sua depressione, più che con quella del suo uomo. Quel periodo formativo della sua vita è rimasto grezzo e senza le rifiniture di una buona comprensione della sua bambina dentro l’attuale donna. Spesso la vita non porta alla necessità di elaborare il nucleo depressivo maturato nella prima infanzia, per cui in seguito basta la convivenza con una persona che il suddetto nucleo lo ha fortemente esaltato senza razionalizzarlo e senza esserne padrone, per buttarci in una crisi patocca e delicata. Se ne può venire fuori con un’adeguata psicoterapia analitica, dal momento che si tratta di materiale profondo che va riattraversato e ricomposto dall’Io razionale. In particolare la figura materna va rivisitata e messa al posto giusto senza tanti tentennamenti e paure di irreparabile perdita.

E del suo uomo depresso?

Che vinca sempre l’amor proprio prima della generosa abdicazione. Se non razionalizza il suo nucleo depressivo, Fede non può essere d’aiuto al suo amato bene in crisi. “Parabola significat” che nella nostra vita corrente ci imbattiamo sempre in stimoli che mettono a dura prova la nostra formazione psichica e siamo costretti a rispondere in prima istanza con i nostri vissuti incamerati a suo tempo. E fu così che una donna di nome Fede incontrò l’amore in un uomo che soffriva di depressione e che tanto la scombussolò come il sogno attesta e testimonia.

Questo è quanto e in abbondanza si poteva dire del complesso e delicato sogno di Fede.