I TRE DENTISTI DI MARIANNA

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovo dal dentista, ma la poltrona è di legno e il piano di lavoro è pieno di ragnatele e gli strumenti sono di legno.

Arriva un dentista che non conosco e, invece di occuparsi dei miei denti, mi taglia una ciocca di capelli neri che non sono miei.

Alcuni di questi capelli cadono sugli strumenti e la cosa mi fa schifo.

Entra un altro dentista che non conosco e da lontano con uno strumento a uncino attaccato a un bastone, mi tortura un dente.

Mi stufo e me ne vado.”

Marianna

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mi trovo dal dentista, ma la poltrona è di legno e il piano di lavoro è pieno di ragnatele e gli strumenti sono di legno.

Mi sa che Marianna non è andata dal dentista, forse è andata dal falegname o da qualche altro operatore del legno o forse chissà da chi è andata. Se la “poltrona di legno” non si può tollerare, figuriamoci “gli strumenti”, sempre “di legno”, che sono sopra “il piano di lavoro pieno di ragnatele”.

Che scena surreale ha dipinto Marianna nell’esordio del suo sogno!

Ragioniamo e procediamo con cautela e forti dell’evidenza che quello di Marianna è un sogno molto coperto perché è molto simbolico. Nella realtà non va assolutamente bene uno studio dentistico di quel genere, ma nella fantasia onirica il “dentista” ci sta tutto e si decodifica come colui che opera una “castrazione”, colui che asporta una abilità e una funzione, colui che toglie il potere, un violento che depriva dell’aggressività, un chirurgo che opera una lobotomia. Di solito questa è la figura del padre e questo ruolo di maligno operatore è più che mai ascritta al padre “edipico”, quello che opera nei figli la “castrazione” perché sono andati oltre il lecito con le ampie pretese sulla madre: tutto questo nelle fantasie dei bambini. Sulle figlie il padre “edipico” non opera una “castrazione”, bensì una frustrazione dei desideri che non porta a una perdita di potere e di funzione, ma a un ridimensionamento dell’onnipotenza e all’acquisizione del potere della femminilità anche attraverso l’identificazione nella figura materna.

Allora convergiamo nel sogno in questione dopo questo preambolo chiarificatore.

Marianna è in crisi e questo stato di disagio è dovuto alla possibilità di perdere il potere femminile di seduzione a causa di fattori non ancora evidenziati. Marianna si sente inadeguata e fuori dal tempo per quanto riguarda gli strumenti tradizionali di potere, le modalità della seduzione e della conquista. La figura paterna riemerge nell’aver dato vecchi strumenti educativi per quanto riguarda il corpo, la seduzione e la sessualità. Marianna si sente vecchia e inadeguata con quello che si ritrova addosso e a portata di mano. Da tempo Marianna non vive il suo corpo in maniera dignitosa e sciolta, non si sente libera di muoversi femminilmente e di agire eroticamente. Marianna si sente castrata.

La domanda legittima è chiedere il nome dell’autore di questo barbaro rito perpetrato sulla sua pelle e sulla sua psiche. Il tempo lo dirà o almeno si spera.

Arriva un dentista che non conosco e, invece di occuparsi dei miei denti, mi taglia una ciocca di capelli neri che non sono miei.”

Prima si era presentato un “dentista” con l’aspirazione a diventare falegname, adesso si presenta un “dentista” che aspira a diventare parrucchiere. Il sogno di Marianna è altamente simbolico e fa sorridere per questa strana contaminazione di figure e di mestieri. Oltretutto, la magia regna sovrana tra capelli di altri che vengono tagliati a Marianna e denti gaudenti perché nessuno li estrae. Decodificare urge in tanto “bailamme” per capire e proseguire nell’interpretazione del sogno di una fantasiosa Marianna. La “castrazione al femminile”, che doveva essere operata dal primo “dentista” estraendo un dente simbolo del potere e dell’aggressività, viene rimandata dal secondo strano “dentista” che mutila e coarta le idee di Marianna, idee che oltretutto non erano sue e aveva assimilato da altri. La “castrazione” e la perdita del potere avvengono per via mentale e non odontoiatrica. Un uomo, il padre o similare figura, ha impedito alla mente brillante di Marianna l’elaborazione ideologica e la formazione di un patrimonio di idee che storicamente si è sviluppato nel corso storico della cultura. Il “dentista” è sconosciuto perché il meccanismo di difesa dello “spostamento” trasla la figura paterna e il carico delle emozioni e dei sentimenti per consentire il prosieguo del sonno e del sogno.

Alcuni di questi capelli cadono sugli strumenti e la cosa mi fa schifo.”

Le idee hanno inibito le funzioni organiche e questa degenerazione non è giustamente gradita a Marianna. Si è verificata una psicosomatizzazione. La psicodinamica descritta è proprio quella dell’investimento ossessivo sul corpo e della “conversione” che inibisce la funzionalità degli organi e degli apparati. Questo contagio delle idee nel corpo produce il disturbo psicosomatico in quanto la tensione nervosa innescata non può essere gestita dal sistema psichico perché va al di là dell’omeostasi e deve essere scaricata proprio innervandosi e andando a ledere la funzionalità organica. Marianna è oltremodo ossessionata da idee che vertono sul corpo e disturbano in tal modo l’equilibrio nervoso delle principali funzioni. Ma quale funzione?

Entra un altro dentista che non conosco e da lontano con uno strumento a uncino attaccato a un bastone, mi tortura un dente.”

Si tratta sempre della funzione fallica. Marianna si fa torturare “un dente”, il potere di donna, da un altro uomo che lei vive come castrante e che ha con lei un approccio sessuale con un fallo a uncino, come quello del diavolo all’epoca delle streghe, cautelativamente tenuto a debita distanza e senza coinvolgimento erotico, per intenderci. Con quest’ultimo quadretto il sogno di Marianna si precisa meglio e la simbologia trova la sua quadra. Marianna è ai ferri corti con se stessa e riverbera questa insoddisfazione nella relazione con i suoi uomini che vive come castranti, come limiti all’espansione del suo potere di donna, non li trova adeguati al suo narcisismo e all’esaltazione delle sue mirabili doti e capacità. Marianna ha un approccio superbo e altolocato verso il maschio, ma questa pretesa superiorità non sa dove poggiarla e come giustificarla, perché lei stessa ritiene che sia frutto di un’ideologia sbagliata e di schemi culturali che le sono stati imposti. Attraverso i tre dentisti presenta in sogno il suo “fantasma del maschio” nella parte esclusivamente “negativa”, il maschio che castra e che fa male, una versione non esclusivamente sessuale ma anche psichica. Il maschio è un limite perché impone e domina. Chiaramente questa è la figura paterna nella modalità che Marianna ha vissuto da bambina nell’ambito familiare. Da questa immagine negativa del maschio Marianna non si è spostata, per cui ha vissuto i suoi maschi sessualmente come degli stupratori e culturalmente come dei tiranni che impongono a lei e alle donne modalità di pensiero e ideologie non condivisibili. Per fare questa piccola personale rivoluzione Marianna ha fatto ricorso al suo narcisismo e si è isolata dagli altri per fare forza sulle sue idee in attesa di comunicarle alle donne e anche a quei maschi violenti che sono l’oggetto della sua avversione. Il sogno di Marianna oscilla tra la sessualità, evidente nei simboli maschili del “bastone” e dello “strumento a uncino”, e la cultura dominante di stampo maschilista: il maschio che stupra e il maschio che comanda. Si può anche cogliere in questa esagerazione difensiva dal coinvolgimento una forma di “invidia del pene”, visto che Marianna compete e resiste alle stranezze e alle violenze tutte maschili che stava per subire. Il sogno è vario e variopinto, individuale e collettivo, psicologico e ideologico. Marianna è partita dalla figura paterna e ha svolto i suoi vissuti in riguardo alla relazione sessuale e mentale con gli uomini. Il sogno parte dalla “posizione edipica” e tocca la “posizione genitale” in maniera incompleta per poi fuggire e rifugiarsi nell’isolamento della “posizione narcisistica” e in attesa di maturare un approccio dignitoso verso il maschio e rispettoso verso le idee e il corpo delle donne.

Mi stufo e me ne vado.”

Per il momento Marianna non è in vena di concessioni e di gratificazioni, ha troppo subito dai suoi uomini e soprattutto dal padre da bambina e da adulta. La fuga dal problema e dal conflitto è per il momento la strada più breve e più spedita, la difesa psichica a portata di mano o di mente e si chiama “rimozione”: basta non pensarci più, almeno per il momento. Il meccanismo psichico di difesa “evitamento” bloccherà l’angoscia di “castrazione” contenendola in attesa di usare un altro meccanismo adatto allo scopo quando il precedente non servirà più. E così, di meccanismo in meccanismo e di difesa in difesa, la vita di Marianna scorre come un fiume che cerca la sua foce. Di certo, si può vivere e si vive bene senza torturatori e soprattutto senza padri castranti. Importante coltivare la propria autonomia psicofisica e liberarsi di queste figure che popolano il palcoscenico delle relazioni e delle comunicazioni.

Vade retro Satana!

Semper!

OR CHE LA ZAGARA

Or che la zagara spunta

fra i verdi germogli

e l’aere è più fine,

aspetto che i tuoi passi

senza rumore alcuno

e senza orma

vengano ancora una volta

ad allietare i miei giorni…

Solo il profumo dei tuoi capelli

gareggia con i fiori

dell’imminente primavera

ed io nel mirare il cielo

vedo tutta la luce

dei tuoi occhi.

Enzo

Augusta (SR), sabato 21 del mese di marzo dell’anno 2020

UN DEMONE IN ME

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato di guardarmi allo specchio e di vedermi con i tratti alterati come se da me uscisse una specie di figura demoniaca urlante con capelli neri, tanti, crespi e spettinati, (io sono bionda e liscia) con occhi scurissimi (che non ho).
Guardandomi ero stupita, ma non spaventata e dicevo tra me e me che quello che vedevo non era poi così demoniaco come mi aspettavo.”

Gorgona

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI E RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Questo inquietante sogno mi è stato inviato da una donna che è “bionda e liscia” di capelli, che non ha gli “occhi scurissimi” e che nel camuffarsi sceglie il nome originale di “Gorgona”, sintetizzando e personalizzando le tre “Gorgoni”, riassumendole e mettendosi addosso le loro mitiche proprietà.
Quanto complesso e spontaneo è l’umano sognare!
L’autrice del sogno è andata a scomodare tre semi-divinità mostruose della fertile mitologia greca per dare da se stessa una prima lettura e definizione al suo sogno.
E la sua intuizione non è andata lontano dalla verità, perché il nome originale che si è dato, “Gorgona” per l’appunto, concentra gran parte del “contenuto latente”, il significato profondo del sogno.
Necessita conoscere da vicino le Gorgoni.
Erano tre sorelle e si chiamavano Steno, Euriale e Medusa, tre divinità femminili che i Greci avevano sistemato nel loro Olimpo intelligente per rappresentare la “parte negativa” del “fantasma collettivo” in riguardo all’universo femminile, una serie di vissuti pessimistici codificati dal potere culturale e politico maschile nella Grecia del primo millennio “ante Cristum natum” in espresso riguardo alla “donna”.
Le Gorgoni avevano un aspetto mostruoso, avevano ali d’oro, mani con artigli di bronzo, zanne di cinghiale e serpenti al posto dei capelli. Avevano il potere di pietrificare chiunque le guardasse direttamente negli occhi: “chiunque” leggasi qualunque maschio.
Cosa significa questo magico effetto?
Pietrificare significa togliere le emozioni e l’affettività, destituire il corpo e la mente di energia vitale, la freudiana “libido”, il greco “daimon” di cui si dirà più avanti. E’ manifesto l’attribuire alla donna da parte del maschio la capacità di castrare, di svirilizzare, di rendere impotenti, di indurre la follia: tutte angosce maschili alienate e traslate, pari pari, nella donna in quanto alla causa. Il complesso psicoanalitico di “castrazione” e il “fantasma di morte” hanno radici
lontanissime.
Il potere culturale maschile vietava in tal modo, pena la morte, ai maschi di addentrarsi nei misteri bio-psichici del “principio femminile”, impediva di conoscere le verità ancestrali della donna e della madre in primo luogo, esprimendo un’atavica “angoscia collettiva maschile” nei riguardi delle misteriche e misteriose “signore della vita e della morte”, l’archetipo Madre e la Legge sacra del Sangue per l’appunto.
La Gorgone più tremenda e conosciuta era Medusa, unica mortale fra le tre sorelle e loro regina, che, per volere di Persefone, era la custode degli Inferi, il regno sotterraneo delle ombre. Medusa aveva serpenti per capelli e non a caso. Le Gorgoni erano divinità maligne ma bellissime, nonostante le fattezze mostruose, al punto di competere con Athena. Rappresentavano tre forme di perversione: Euriale era detta la “spaziosa” o colei che era del vasto mare e rappresentava la “perversione sessuale” anche per questa sua recettività. Steno era detta la “forte” e condensava la “perversione morale”. Medusa era detta la “sovrana” e conteneva la “perversione intellettuale” spiegando in tal modo i serpenti nei capelli come una forma di sapere interdetto e condannato.
Ecco evidenziati i fantasmi e le angosce maschili del popolo greco sin dalla metà del primo millennio prima di Cristo: la sessualità e la castrazione, l’empietà e il mancato riconoscimento delle divinità tradizionali, la filosofia priva di etica e la scienza fine a se stessa e senza valori.
Prima delle Gorgoni, la “Fantasia collettiva” dei Greci aveva elaborato le Moire, tre sorelle divinità della Vita e della Morte, Cloto, Lachesi e Atropo. Cloto filava lo stame della vita, Lachesi avvolgeva sul fuso il filo della vita e ne decideva la lunghezza, Atropo inflessibilmente recideva il filo con lucide cesoie.
Questo è accaduto nell’ambito culturale greco.
In quello ebraico la prima donna e la prima moglie di Adamo si chiamava Lilith ed era stata religiosamente e culturalmente criminalizzata perché al marito non piaceva assolutamente che nell’amplesso sessuale stesse sopra, andando, più che contro le leggi di gravità, contro le regole del conclamato primato maschile. Nella sostanza più netta e più cruda Lilith chiedeva la parità culturale e politica dei sessi, fatte salve le prerogative e le funzioni. Per questa arroganza e prepotenza il buon Padre eterno, maschio anche lui, fu costretto a dare alla creatura privilegiata Adamo una compagna degna di lui, una femmina che soccombesse al suo volere e al suo desiderio. All’uopo fu artefatta dalla sua costola, a testimoniare la dipendenza e l’inferiorità anche biologica, la progenitrice Eva, la seconda donna del Genesi.
Lilith o meglio la “parte negativa” del “fantasma della donna” fu criminalizzata e relegata a madre delle figure demoniache e sempre in funzione
antimaschile. I demoni erano gli angeli che si erano ribellati a Dio ed erano stati cacciati dalle sfere celesti per portare il “male” tra gli uomini e mettere alla prova la loro fede in Dio.
Da Lilith alla figura cristiana della strega il passo è breve. La strega è la “parte negativa” del “fantasma femminile”, la donna maligna che seduce, castra e uccide, la signora della vita e della morte, la depositaria perversa della Legge del sangue.
Ma ritorniamo alle Gorgoni e al male che condensavano, la perversione sessuale, morale e intellettuale.
Il potere culturale e politico greco, gestito dai maschi, aveva fissato che la donna poteva dare la morte con la sessualità, indurre all’immoralità infrangendo le norme costituite, comunicare un sapere contrario agli interessi della “polis” o città stato e della “koinè” o comunità greca.
Questo preambolo mitologico era necessario per una migliore comprensione del sogno di Gorgona, la quale ha tirato fuori inconsapevolmente nel firmarsi le sue angosce sessuali, morali e intellettive.
La decodificazione dirà meglio della qualità dei fantasmi della protagonista.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ho sognato di guardarmi allo specchio e di vedermi con i tratti alterati…”

Ha un qualcosa di narcisistico il “guardarmi allo specchio”, ma fondamentalmente attesta di un bisogno di maggiore e migliore consapevolezza a causa dell’emergere nella coscienza di materiale psichico rimosso o sedimentato o dimenticato. Il “guardarsi allo specchio” è decisamente una pulsione apprezzabile che denota un naturale amor proprio, quella dose giusta di narcisismo che quotidianamente non guasta, specialmente al mattino dopo il caffè. Gorgona si vuole bene, avverte l’esigenza di “sapere di sé”, si libera dalle “resistenze” che falsano l’immagine psichica che ha di sé e che impediscono l’afflusso nella coscienza del materiale psichico rimosso.
Ed ecco che non si vede allo specchio come si era sempre vista e come credeva di essere, Gorgona si vede “con i tratti alterati”.
Ricordo, di passaggio, la teoria dello “stadio dello specchio” di Jacques Lacan, l’enigmatico psicoanalista francese del secolo scorso, secondo la quale il bambino, dai sei mesi fino ai due anni, ha un senso rudimentale dell’Io proprio guardandosi allo specchio e riconoscendo progressivamente la sua immagine.
Gorgona ha scoperto qualcosa d’importante di sé, una deformazione del suo “Io”, la sua sfera istintiva ed emotiva, le sue pulsioni e i suoi affetti, la sua componente neurovegetativa incontrollabile. I “tratti alterati” condensano parti psicosensoriali non ammessi alla consapevolezza dell’Io perché vissuti male, non accettati, rimossi, alienati.
Ma vediamo con precisione di quale “fantasma” si tratta.

“come se da me uscisse una specie di figura demoniaca urlante,”

Un demone urlante!
Meglio: “una specie di figura demoniaca urlante”!
Mai paura!
Non è un perverso demone ebraico e cristiano, è un “daimon” greco, uno spirito vitale di cui dicevano i maghi, un’energia di cui Socrate parlava e che sentiva dentro prima di bere la cicuta, una “libido” a cui Freud applicava le sue fatiche scientifiche, uno “slancio vitale” di cui filosofava Bergson, una forma di follia che si scatenava nei riti dionisiaci. Se, poi, il “demone” è anche “urlante”, bisogna riflettere sulla sua forza e sulla repressione a cui è stato sottoposto. La “vital libido”, gestita dal “sistema neurovegetativo”, è venuta fuori da Gorgona appena le condizioni psicologiche lo hanno permesso, appena il sistema repressivo del “Super-Io” ha allentato le sue catene e ha lasciato libero spazio alle pulsioni dell’istanza “Es” con la gratificante possibilità di venire a galla e di vedere la luce della consapevolezza manifestandosi alla coscienza di Gorgona.
La “rimozione” delle pulsioni è fallita ed è emerso il “daimon” represso e gli istinti abbrutiti nelle oscure carceri della psiche.
Ripeto: l’intensità dell’urlo liberatorio è direttamente proporzionale all’intensità della repressione. L’urlo è catartico e libera angosce profonde. Si pensi all’urlo di Munch, un’opera di semplice fattura ma di grande simbolismo e di forte effetto cenestetico, filosofico e psicoanalitico.
La “figura” attesta di anonimato emotivo e di sagoma geometrica, della freddezza logica della morte senza identità, senza storia e senza vissuti.
Gorgona non ha riconosciuto a suo tempo i suoi istinti e le sue pulsioni, le ha respinte e rimosse relegandole a livello psichico profondo.
Ma vediamo i tratti caratteristici di questo “daimon” o meglio di queste pulsioni vietate e dimenticate.

“con capelli neri, tanti, crespi e spettinati, (io sono bionda e liscia) con occhi scurissimi (che non ho).”

Tutto all’incontrario di come è ed appare Gorgona, una donna bionda e liscia di capelli, un “Io” tranquillo e senza tanti fronzoli per la testa, mentre il suo “daimon”, la carica vitale degli istinti e delle pulsioni, ha “capelli neri, tanti e spettinati”, proprio quasi l’opposto.
Traduciamo i simboli: tanti pensieri pessimistici rimossi, tanta confusione mentale non avendo riconosciuto la vita pulsionale. Nella realtà e nella vigilanza razionale Gorgona non fa una piega, è senza slanci e senza movimenti, una donna molto controllata e “liscia”. Quest’ultimo attributo è la metafora di una persona senza emozioni forti e senza slanci istintivi. Anche in dialetto siculo “liscia” si traduce un’assenza di emozioni e e di investimenti affettivi nelle relazioni sociali.
E poi, gli “occhi scurissimi”, che Gorgona non ha nella realtà, sono sempre un simbolo della vigilanza razionale, ma in questo caso sono diversi più che opposti e mettono in evidenza le pulsioni dell’Es, che non ha vissuto adeguatamente e liberamente, e l’autocontrollo dell’Io secondo la normalità più educata e composta. Gorgona ha vissuto il suo corpo in maniera conflittuale con la sua mente, ha subito l’imposizione educativa di porre un’opposizione religiosa tra la carne e lo spirito.

“Guardandomi ero stupita, ma non spaventata…”

Gorgona è pronta alla presa di coscienza, per cui, adesso, non si meraviglia di un diavolo dentro di lei e di questo mondo interiore innervato e legato ai suoi sensi. Gorgona è consapevole di averlo improvvidamente a suo tempo rifiutato, per cui non c’è dolore o rammarico o sorpresa: lei sa e si dispone naturalmente alla riappropriazione dell’alienato.
Lo stupore di “stupita” conferma simbolicamente la caduta della vigilanza razionale. Gorgona non teme il “daimon” represso che adesso vuol vedere la luce. Gorgona non ha paura del “non nato di sé” e si appresta a viverlo e a guardarlo in faccia, viso a viso, corpo a corpo.

“e dicevo tra me e me che quello che vedevo non era poi così demoniaco come mi aspettavo.”

Confabulando tra sé e sé, Gorgona esprime la consapevolezza del suo “daimon” senza sorpresa e senza sbalordimento. Il suo “daimon” è naturale e non ha niente di metafisico o tanto meno di maligno. E’ una “parte di sé” disconosciuta e rimossa per opera nefasta di un rigido e tirannico “Super-Io” che aveva censurato la vitalità pulsionale, il “daimon” per l’appunto.
Brava Gorgona che non è diventata né un mostro, né una santa, ma una donna compatta e piena delle sue cose femminili.

PSICODINAMICA

Il sogno di Gorgona rielabora la psicodinamica della colpevolizzazione e della “rimozione” dello “spirito vitale” e degli istinti, nonché della progressiva presa di coscienza del materiale psichico rimosso e della riappropriazione dell’alienato. In questa psicodinamica sono particolarmente coinvolte le istanze psichiche “Io”, “Es” e “Super-Io”. Il primo non ha saputo e potuto mediare tra le spinte pulsionali dell’Es e le censure repressive del “Super-Io”, lasciando a quest’ultimo di spadroneggiare e di rafforzarsi improvvidamente nella “organizzazione psichica reattiva” di Gorgona.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

L’istanza psichica pulsionale “Es” è manifesta in “tratti alterati” e “una specie di figura demoniaca urlante”.
L’istanza psichica razionale “Io” è presente in “guardarmi allo specchio” e in “guardandomi” e in “dicevo tra me e me”.
L’istanza psichica censoria “Super-Io” si lascia cogliere come la causa della repressione della sfera pulsionale e istintiva, il “daimon” di Gorgona.
La “posizione psichica narcisistica” esordisce nel sogno per poi lasciare il posto alla “posizione psichica anale”: “ho sognato di guardarmi allo specchio” e “come se da me uscisse una specie di figura demoniaca urlante”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Sono usati da Gorgona i seguenti meccanismi psichici di difesa dall’angoscia:
la “rimozione” e il suo mancato funzionamento con il “ritorno del rimosso” in
“come se da me uscisse una specie di figura demoniaca urlante”, la “condensazione” in “tratti alterati” e “figura demoniaca”, lo “spostamento” in “capelli neri, crespi e spettinati e occhi scurissimi”, la “drammatizzazione” in
“come se da me uscisse una specie di figura demoniaca urlante”.
Non sono presenti i processi psichici di difesa dall’angoscia della “regressione” e della “sublimazione della libido”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Gorgona evidenzia un tratto psichico isterico, “ritorno del rimosso” sotto forma di sintomo, all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” “orale”: sensibilità agli affetti e tendenza alla dipendenza.

FIGURE RETORICHE

Sono presenti nel sogno di Gorgona le seguenti figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “specchio” e “figura demoniaca urlante” e “liscia” e in altro, la “metonimia” o relazione logica e concettuale in “tratti alterati” e in “capelli crespi spettinati”, la “enfasi” o forza espressiva in “urlante” e in “crespi” e in “occhi scurissimi”.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di una repressione della sfera pulsionale e di una “rimozione” progressiva fino al “ritorno del rimosso” sotto forma di sintomi per procedere successivamente a una salutare presa di coscienza.

PROGNOSI

La prognosi impone a Gorgona di portare avanti il processo in atto di razionalizzazione del rimosso e di riappropriazione del non vissuto e di quello che aveva alienato per imposizione del “Super-Io” e per educazione. Gorgona deve mettere in atto il “rimosso” e il “non vissuto” sotto forma di vita affettiva sessuale e sociale con disinibizione morale e senza ipocrisie intellettive.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una repressione degli istinti e in un “ritorno del rimosso” dopo un nuovo fallimento della “rimozione” con sintomi psicosomatici pesanti e un danno relazionale con difficoltà di convivenza e di investimenti di “libido”.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Gorgona è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno”, causa scatenante del “resto notturno”, sogno, di Gorgona si attesta in una riflessione e considerazione della sua realtà psichica in atto.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Gorgona è introspettiva e discorsiva, alla luce della sua disposizione alla presa di coscienza del rimosso.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Gorgona rievoca la questione degli indemoniati e degli esorcisti, degli angeli e del demonio, dell’acqua santa e del patto con il diavolo, una vasta letteratura antropologica che affonda le radici nelle primissime tracce culturali dell’uomo quando da sveglio sognava e non ragionava o, meglio, quando ragionava per simboli e suggestioni.
La Bibbia e le religioni mesopotamiche identificano i demoni negli angeli che si sono ribellati a Dio e alla sua volontà per invidia e per arroganza: Lucifero, Satana e Belzebù.
Lucifero significa “portatore di luce” ed è simbolo della razionalità, del portare la luce sulle tenebre dell’ignoranza e si attesta nella perversione del sapere di sé e dell’altro, nell’assenza dell’acritica fede. Medusa è assimilabile a Lucifero in questo culto della scienza laica e profana.
Satana si traduce in colui che si oppone a Dio e rappresenta il male morale, la lussuria e la perversione sessuale. Euriale rievoca questa diffusa figura del male prevalentemente sessuofobico.
Belzebù condensa il principio metafisico del Male in opposizione a Dio, principio del Bene, e presenta i caratteri dell’immoralità e della trasgressione più spinta e in prevalenza di ordine neurovegetativo.
L’ipnositerapia ha dimostrato nel secolo scorso che si potevano indurre dei sintomi in persone ipnorecettive e la Psicoanalisi ha spiegato che i cosiddetti indemoniati erano persone fortemente nevrotiche, affette da conversioni isteriche, e che gli esorcisti erano dei maghi più o meno religiosi.
Il meccanismo psichico di difesa che usavano e usano in prevalenza è “l’annullamento d’angoscia” attraverso il rito o la conversione isterica più accettabile perché meno dannosa.
Non mi dilungo su questi tortuosi temi anche perché ho preferito la mitologia greca alla teologia cristiana nell’ampio paragrafo iniziale delle “Considerazioni”.
Passo al prodotto culturale equivalente al sogno di Gorgona.
Correva l’anno 1989 e secondo i generi musicali blues, funk e pop Zucchero Fornaciari intitolava “diavolo in me” la canzone in questione.
Il testo coglie bene la pulsione sessuale che ognuno ha dentro e che viene scatenata da un oggetto esterno, la donna in questo caso. L’investimento di “libido” è descritto in parole semplici perché la musica e il ritmo hanno il sopravvento. Il testo si condensa in “sei proprio un angelo tu che accendi un diavolo in me”, un’opposizione semantica o di significati molto efficace tra il sacro e il profano.
Alcune parole sono soltanto suoni e attestano la musicalità del brano, oltre a confermare che il linguaggio è anche espressione personale dei contenuti psichici profondi, i fantasmi.

DIAVOLO IN ME
di Zucchero Fornaciari detto Sugar

I’ve got the devil in me!
gloria nell’alto dei cieli
ma non c’è pace quaggiù
non ho bisogno di veli
se già un angelo tu
che accendi un diavolo in me
accendi un diavolo in me
perché c’è un diavolo in me, baby
forse c’è un diavolo in me …ah
le strade delle signore
sono infinite lo sai
anch’io ti sono nel cuore
e allora cosa mi fai
accendi un diavolo in me
accendi un diavolo in me
perché c’è un diavolo in me, baby
forse c’è un diavolo in me …ah

(coro)
t r saluta i tuoi
o u e bacia i miei
b l che sensazione! e
t r spengo cicche
o u tu accendi me
b l e che confusione

dai che non siamo dei santi
le tentazioni del suolo
sono cose piccanti
belle da prendere al volo
accendi un diavolo in me
accendi un diavolo in me
perché c’è un diavolo in me, baby
forse c’è un diavolo in me …ah

(coro)
t r saluta i tuoi
o u e bacia i miei
b l che sensazione! e
t r spengo cicche
o u tu accendi me
b l e che confusione

gloria nell’alto dei cieli
ma non c’è pace quaggiù
non ho bisogno di peli
sei proprio un angelo tu
che accendi un diavolo in me
accendi un diavolo in me
perché c’è un diavolo in me,
forse c’è un diavolo in me …