L’ANIMA CHE VOLA DI ELISA

E’ una canzone importante e premiata per il valore letterario del testo, fascinosa nella musicalità e suadente nel messaggio. Elisa l’ha dedicata al suo uomo e al padre dei suoi figli: una canzone d’amore composta dopo la seconda maternità. “L’anima vola” segna il primo lavoro discografico in lingua italiana della cantante friulana.

Ma cosa contiene di “Psichico profondo” questo testo di scuola ermetica?

La metodologia psicoanalitica trova pane per i suoi denti.

L’anima vola”

Il simbolo “anima” è antichissimo, risale ai primordi dell’umanità. L’antropologia culturale lo attribuisce alla magia, alla religione, alla mitologia, alla filosofia, alla psicologia, alla psicoanalisi, per cui al simbolo si associa anche il concetto. L’anima è il più diffuso ed efficace esorcismo all’angoscia di morte con il suo attributo dell’immortalità. Jung volle che “l’anima” fosse la componente inconscia femminile del maschio, così come “l’animus” era l’equivalente maschile nella femmina. Ci piace pensare che “l’anima” di Elisa sia il suo tratto psichico femminile, la “parte femminile” della sua psiche che si integra con la “parte maschile” per comporre la sua “androginia psichica”. Quest’ultima si attesta nel coniugare attributi psichici maschili e femminili simbolicamente e culturalmente ascritti all’universo maschile e femminile, al di là del loro essere biologico maschile o femminile. Questo per quanto riguarda l’anima. In riferimento alla sua immaterialità è possibile che che l’anima “vola”. Il “volo” richiama il meccanismo di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” e si attesta simbolicamente nell’evoluzione della materia verso la spiritualità con il conseguente benessere psicofisico. L’emancipazione dalle dipendenze materiali riguarda “l’anima” e il “volare”. La liberazione dalla pesantezza del corpo e dalla dimensione materiale porta alla sfera eterea del mistero e del mistico. Nel prosieguo dell’analisi del testo si definirà “femminilità” l’anima e nello specifico la “femmina biologica” e la “femmina psichica”.

le basta solo un po’ d’aria nuova”

L’”aria” è simbolo della vita e della vitalità. Rievoca il soffio di Dio nel “Genesi” per animare il pupazzo “AdamEva” composto dal fango e chiamato uomo nel senso di maschile e femminile. L’”aria” è il principio cosmogonico, “arké”, secondo Anassimandro e secondo le teorie filosofiche dei Sumeri e dei popoli dell’area mesopotamica. Se l’”aria” rappresenta simbolicamente la vita, l’aria “nuova” condensa il dare la vita, la verità biologica della procreazione e dell’amore della Specie. La femminilità è vita e dà la vita.

se mi guardi negli occhi”

Gli “occhi” contengono la luce della ragione e della realtà, la verità di sé e la coscienza di sé, la relazione vigile con se stessi e con gli altri. Negli “occhi” si attesta una vena di consapevole “simpatia” nella partecipazione emotiva e nella condivisione emotiva. Il “guardare” condensa un’ispezione interiore dell’altro e può degenerare in un’istanza paranoica. Il “se mi guardi negli occhi” si traduce in “se indaghi nella mia vigilanza razionale”, “se mi vuoi conoscere nella realtà”, “se aspiri a una conoscenza formale e visibile”. E’ richiamata la funzione razionale dell’”Io” con l’esercizio del “principio di realtà”.

cercami il cuore”

Il “cuore” è simbolo della “vita neurovegetativa”, delle emozioni, dei sentimenti, degli affetti, delle pulsioni, dell’empatia e della simpatia. “Cercami” è un invito seduttivo alla fusione sentimentale, una “traslazione sublimata” di un amplesso erotico e sessuale, la ricerca d’intimità e d’interiorità mista alla ricerca dei corpi.

non perderti nei suoi riflessi”

Perderti” equivale all’abbandono psicofisico, all’affidamento acritico e fiducioso. Niente di depressivo, tutt’altro! Condensa la grande capacità di lasciarsi andare e la disposizione all’orgasmo insieme a una benefica caduta nell’indifferenziato senza squilibrio. I “riflessi” del cuore sono tutte le dimensioni sopra citate che vanno da Eros a Pathos, dal corpo che vive al sentimento che si vive.

non mi comprare niente”

La femminilità è aliena dalla materialità, si esalta nel senso mistico e si appaga delle atmosfere rarefatte. La femminilità si volge alla spiritualità. Il “comprare” equivale a un’acquisizione possessiva, a un potere di investire la “libido” per avere. La femminilità non chiede niente, è aliena dalla materia e dal potere.

sorriderò se ti accorgi di me fra la gente”

La femminilità esige attenzione e premura, la consapevolezza dell’importanza della complicità, del sorriso, dell’apertura, del piacere, della gioia che traspare nel riconoscimento e nella bellezza. Il “sorriderò” accattivante e ruffiano segna la seduzione e l’intesa. La “gente” sono gli altri, i senza nome, i senza individualità che fanno contorno e cornice a una relazione speciale, quella della femminilità con il suo interlocutore. Il “ti accorgi” attesta dell’afflusso del “rimosso” e della conseguente presa di coscienza.

sì che è importante”

Le cose che contano, quelle che hanno valore per la femminilità, sono la complicità seduttiva e il sorriso consenziente. “Importante” equivale all’amor proprio e all’autocoscienza, allo spirito affermativo e alla valorizzazione di sé, all’autostima dell’Io e del suo vissuto.

che io sia per te in ogni posto”

Onnipotenza e ubiquità dell’amore materno! Per il bambino la mamma è una dea. La femminilità esaltata nella maternità induce l’augurio che il pensiero possa annullare lo spazio. Il ruolo psichico assimilato è imprittato di sacro e lo schema culturale parla della femminilità come di un soggetto di maggior diritto.

in ogni caso quella di sempre.”

La sostanza della femminilità è “sempre” la stessa, quella” che non varia al variare delle apparenze. Dopo il superamento dei limiti della dimensione spaziale, l’essere femminile presenta l’immutabilità del tempo e sceglie per sé il tempo che non scorre perché è fermo, perché è un presente continuo, un “breve eterno”. L’essere della femminilità resta identico secondo le tracce di una onnipotenza psichica e secondo i bisogni affettivi.

Un bacio è come il vento”

La fusione orale, un bacio”, l’affettività trasporta, inebria, emoziona, è una pulsione incontrollabile, “come il vento”, è il simbolo della passione e la metafora della volitività, della vitalità, della “libido”, delle energie da investire, dell’umore. Tutto questo è contenuto in un ingenuo e tenero “bacio”.

quando arriva piano però muove tutto quanto”

La dolcezza si sposa con la passione che muove la femminilità e commuove la maternità. “Eros” e “pathos” si coniugano ed esaltano in trasporto sensuale e sentimento. La donna perde la testa in progressione con il cuore.

è un anima forte che sa stare sola”

L’essere femminile è autonomo e si appaga di sé. La forza significa che sa di sé e non ha bisogno di altro fuori di sé. La madre è autosufficiente e consapevole. Il sapere della propria solitudine è affermazione di potere, difesa dal coinvolgimento e rasenta l’onnipotenza narcisistica

quando ti cerca è soltanto perché lì ti vuole ancora”

La seduzione femminile è finalizzata al desiderio che cerca il maschio per appagare se stessa e il Genio della Specie. Istinto è pulsione a cercare, è aver bisogno di sé e dell’altro affermando un potere. Volere è desiderio passionale e coscienza di godimento.

e se ti cerca è soltanto perché l’anima osa”

“Memento audere semper” recita un motto latino invitando a vivere intensamente la vita e la vitalità. La femminilità ci prova sempre e si basa sui fatti e non sulle astrazioni. La femminilità osa nel senso di fare e con coraggio e nel senso di realizzarsi come una pulsione e di dare concretezza all’idea, ai pensieri, ai desideri, ai bisogni. L’osare simbolico è un investire con ardimento. La donna è ardita e va all’assalto della vita senza il coltello tra i denti.

è lei che si perde e poi si ritrova”

Passare dall’emozione alla ragione, dall’orgasmo alla vigilanza, dal crepuscolo della coscienza alla limpidezza della mente, è questo il passaggio della femminilità dall’Inconscio al Conscio, dal buio alla luce per ricomporsi e ricompattarsi dopo essersi smontata psico-analiticamente. Viva il principio femminile!

E come balla quando si accorge che sei tu a guardarla”

La femminilità si esalta con la consapevolezza di essere per te e di essere piaciuta a te. Tu la esalti con interesse affettivo e sessuale. “Guardare” equivale ad apprezzare la bellezza e la ragione, a metà tra il movimento sensuale di appagamento e il sentimento d’amore verso la femminilità.

non mi portare niente”

Non voglio materia, la femminilità e la maternità esigono movenze psicologiche, danze affettive, presenze amorose, perché la donna e la madre si appagano di sé e nulla chiedono.

mi basta fermare insieme a te un istante”

“Fermati, sei bello” dice all’attimo Schiller. Vivere fuori dal tempo insieme a te comporta una creatività che fa a meno della Storia, un’eternità che va contro la miseria del Tempo. La Bellezza della femminilità e della maternità si coglie nell’attimo e non nello scorrere dei secondi, dei minuti, delle ore.

e se mi riesce”

Se sono capace di fermare la mia femminilità, se è nei miei mezzi fermare il tempo e vivere l’attimo insieme a te con tutta la bellezza della dimensione eterna della maternità, io sarò pienamente appagata di questo traguardo.

poi ti saprò riconoscere anche nelle tempeste”.

L’imprinting è avvenuto, adesso puoi andare, se vuoi, perché io ormai so di te, ho il tuo sapore e saprò di te quando il mio corpo navigherà nel trambusto dei sensi, nei tempi meteorologici che cambiano in tempeste.

l’anima vola, mica si perde”

La femminilità e la maternità non condividono i processi d perdita, tutt’altro! Il bilancio è sempre attivo e prospero. La partita doppia vede sempre il rialzo nella voce “attivo”. La donna e la madre non conoscono la depressione e la caduta delle energie da investire, semplicemente perché sono fatte di “libido genitale”, quella che si dona e appaga nella cornice magica del sentimento d’amore.

l’anima vola, non si nasconde”

La femminilità e la maternità non si rimuovono, non si dimenticano, non si lasciano archiviare facilmente come una pratica burocratica o un vizio assurdo. La femminilità e la maternità vivono nel presente e nel breve eterno. Esigono la costante memoria e l’imperitura manifestazione dettate dalla consapevolezza di essere i veicoli della vita e della vitalità: filogenesi.

l’anima vola, cosa le serve”

La femminilità e la maternità bastano a se stesse, non hanno bisogno di alcunché, vivono di se stesse e si appagano della loro autonomia. Hanno solo bisogno di amare perché sono anima, essenza vitale che aleggia e nutre.

l’anima vola, mica si spegne.”

La femminilità e la maternità sono eterne, almeno quanto l’eternità della vita che ha coscienza di sé, che sa di sé e aspira a perpetuarsi grazie all’anima che vola e non si imbatte nella fine e tanto meno nella morte. C’è sempre un’anima che sorge come il sole giocondo e libero in sul primo albeggiare.

Questo è quanto e scusate se è una canzone di musica leggera.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), giovedì 14 del mese di maggio dell’anno 2020

“CREOLA”

Presento agli audaci marinai un “riattraversamento” e una “contaminazione” di Creola”, una canzone a ritmo di tango scritta nel 1926 da Luigi Liaglia su testo di Anacleto Francini, due uomini del tempo storico che celebrava l’affermazione del fascio italiano.

La prima lettura del testo colpisce per la lirica decadente e per la chiara sensualità che esterna nel descrivere le arti seduttive di una donna meticcia, figlia di un colono europeo e di una donna dell’America latina, la Creola per l’appunto. Chiaramente la donna è culturalmente considerata per le sue proprietà erotiche e per l’effetto sessuale che suscita nel maschio. Altro non si poteva pretendere anche perché si era appena usciti con un bagno di sangue dalla “bella epoque” e si stava approdando alla “brutta epoque”, il tempo degli autoritarismi e delle dittature.

In Italia il Fascismo gradì molto questa canzone e soprattutto il suo contenuto, nonché la musica fortemente carezzevole nella forma ritmata del tango. Tutto era in linea con la filosofia culturale del tempo. Gentile e D’Annunzio insegnavano modi di pensare e maniere di agire e tutto il resto non faceva una piega. Il dissidente Croce elaborava l’Estetica e la Storia come pensiero e azione.

Il riferimento alla “coca” è del tutto legittimo perché la sostanza non era fuorilegge ed era normalmente usata in Medicina e nella pratica quotidiana. Vedi il testo breve di Freud sulla “Cocaina” e anche i consigli che l’egregio doctor dava alla fidanzata per colorare le guance e per gettare alle ortiche la tristezza. La labilità delle umane convinzioni sconcerta ancora oggi chi dal tempo passato non trae giovamento.

La “bruna aureola” riguarda il seno e l’ampia aria del capezzolo nello specifico: un tratto somatico caratteristico delle “creole” e particolarmente gradito al voyeurismo dei maschi per l’esoticità scopofiliaca del dato epiteliale. Una curiosità importante, quasi un “lapsus mentis”, è il seguente: il testo usa la parola “aureola” e non “areola” e l’autore tradisce la sacralità che investe nel seno femminile di quelle more fattezze. Infatti “aureola” è la luce che investe l’effigie dei santi e nello specifico il cerchio luminoso sopra la testa dei suddetti. Altro che tette, a meno che non sia stata usata la metafora della “aureola” dei santi per elogiare il carisma del seno meticcio, come dicevo in precedenza.

Il testo induce a diffidare dell’apparente collocazione di soccombenza da parte del maschio alle virtù estetiche e sessualmente miracolose delle Creole. E’ soltanto una sottomissione interessata e contingente.

Mi piace pensare il nome di Yuneisy per questa Creola.

La canzone si snoda riportando due voci: le ragioni erotiche e culturali delle Creole, le ragioni mistiche e sessuali dei maschi frequentatori di profani bordelli. Eppure il testo appartiene al suo tempo e non dispiace la chiara ispirazione maschilista. Meglio sapere e vedere in faccia il nemico, piuttosto che ipotizzarlo nelle conventicole politiche e religiose.

Signore e signori, dopo questo variopinto preambolo ecco a voi il libero “riattraversamento” e la libera “contaminazione” di “Creola”.

CREOLA

Che bei fiori carnosi son le donne dell’Avana:”

Siamo a Cuba, nella capitale per la precisione. Le donne dell’Avana sono prosperose in carne e sono signore della sensualità e del corredo sessuale implicito. Il simbolo del “fiore carnoso” è più che mai facile da tradurre nella sua evidenza metaforica. La donna è il suo corpo e nello specifico il suo organo sessuale, la sua rosa che si allarga nei petali sotto i raggi interessati del sole di maggio. La sua intelligenza è la seduzione legata a filo doppio al suo erotismo. Le donne dell’Avana sono veramente “in” e vanno alla grande in un mondo esotico di laiche virtù e di nobili pruriti.

hanno il sangue torrido come l’Ecuador.”

La geografia sessuale aiuta e non è di ostacolo alla diffusione culturale. L’Ecuador è un paese climaticamente caldo e assolato in maniera abnorme. Il sangue delle donne cubane è torrido, intriso di un calore tutto fisiologico e poco psicologico: tutto sesso e poca testa. La terra, l’Ecuador per l’appunto, è un simbolo femminile, rappresenta la grande Madre. La Gea greca abita anche in Ecuador. Miracolo dell’aviazione o della umana Psiche? La seconda, per favore!

Fiori voluttuosi come coca boliviana…”

Ma qui si parla di coca e non di coca cola, qui di gasato c’è soltanto il maschio arrapato, qui si sente il profumo dei fiori e si respira la voluttà della rosa che si apre e si spande per il piacere maschile quando il maschio la coglie, la prende, la circuisce e la blandisce, così come fa la cocaina della Bolivia nel cervello degli uomini improvvidi che preferiscono l’estasi artificiale al naturale orgasmo di un corpo che vibra all’unisono con il rumore di fondo dell’universo. Voluptas è un micidiale mix di desiderio e di scelta che si traduce in “voglio il fiore e la coca femminile per il mio piacere”. Alla stoltezza non c’è mai fine, come alla saggezza dei vecchi.

Chi di noi s’inebria ci ripete ogn’or:”

Cantami, o diva, del tuo inebriarmi, del tuo frastornarmi, del tuo sbattermi, così come io ti canterò il mio sentirmi ebbro di te, il mio essere sazio di libido, il mio appoggiarmi a te nel fatale andare verso l’orgasmo, il mio ritorno a Itaca dopo essere stato con Circe e dopo aver ascoltato il canto armonioso delle tristi Sirene. Straziami, o donna, con il tuo fiore che non marcisce e anche la morte apparirà bella e degna di essere vissuta. Ripetimi la storia del cavaliere errante che cerca il suo perduto amore tra i fiori dell’Avana e tra le rose di un fatiscente bordello della periferia di Ravenna.

Creola, dalla bruna aureola,”

La sineddoche è servita, la parte per il tutto, l’areola mammaria per la donna, il seno esotico per la Creola. La figura retorica rende poetica la seduzione in corso e messa di verso in verso sulla bocca delle donne meticce e dei maschi affamati. L’areola bruna attorno al capezzolo turgido sembra un’aureola e ha una notevole carica di seduzione e di eccitazione secondo il vangelo estetico ed erotico dell’universo maschile. Le Creole seguono volentieri i dettami dell’evangelista a pagamento e di turno. Degna di nota è l’assenza di volgarità in questo richiamo a una parte del corpo solitamente avvolta dal pudore. I versi scorrono secondo una vena lirica oltremodo sostenuta dalla musicalità della musica, l’armonia per la precisione.

per pietà sorridimi, che l’amor m’assal…”

Non è, di certo, un versetto platonico. Non è, di certo, un versetto satanico. E’, di certo, un versetto erotico, del tipo Cantico dei cantici, con un suo carisma strano e una sua delicatezza amabile. L’uomo, devoto alla Creola e alla sua bruna areola, associa la pietà al sorriso, l’amore allo “sturm und drang”, all’impeto e all’assalto di stampo vagamente masochistico. La Creola ha un suo sadismo per le bellezze che si porta addosso in tutto il corpo e il pretendente si lascia volentieri fottere da cotanto assalto e da tanto trasporto dei sensi. La pietà non è di certo la “pietas” latina, il riconoscimento e il culto delle origini, la pietà della Creola, invocata dal maschio invasato, è quel sentimento di pena per la sofferenza da carenza erotica e da desiderio inappagato. Il sorriso è la richiesta di complicità e di generosità nel condividere i beni fisici sul tappeto della relazione tra un maschio prostrato e una femmina procace.

Straziami, ma di baci saziami;”

E qui si rasenta davvero il sadomasochismo di cui si diceva in precedenza. E qui si chiama in causa direttamente il dottor Freud con queste pulsioni della fase anale. Ma non basta l’analità, si richiama anche l’oralità, allo “straziami” si associa il “saziami” non soltanto per fare rima, ma soprattutto per riempire il vuoto procurato dalle ferite inferte alla carne da una Creola dalla bruna aureola che se la tira e ancora non concede le sue grazie psicofisiche alla fame aggressiva di un maschio in calore. Dal dolore dello strazio si passa alla sazietà, all’appagamento della pulsione e del desiderio sessuale da parte di una donna esotica particolarmente eccitante e potente. Il bacio orale è per il momento l’anticamera del vero bacio, quello genitale, quello che si adempie sempre con le labbra, ma con labbra diverse. La “traslazione” del tanto auspicato coito è avvenuta e ci si può ritenere soddisfatti dall’operazione psichica. Del resto, tutti i salmi devono finire in gloria, altrimenti che salmi sono.

mi tormenta l’anima uno strano mal.”

Dal profano al sacro, ogni scusa è buona per giustificare la strategia di conquista tra una Creola che si fa desiderare e un maschio che ricorre anche al sacro per appagare il profano. Non è “l’anima” di Platone o dei cristiani o di Jung quella che s’invoca in questo verso che mette insieme il tormento fisico di “uno strano mal” con “l’anima”, trascurando il diretto interessato, il corpo, quel corpo che sembra nulla chiedere e tutto vivere senza ombra e senza colpo ferire. C’è qualcosa di divino oggi nel cielo, anzi d’antico, stanno sbocciando le rose delle Creole sotto l’egida della sacralità del coito, una simbiosi del femminile con il maschile non al fine di procreare, ma al fine di esaltare la donna per grazia e concessione ricevute. A quale santa o santo porteremo gli ex voto? A santa Creola, sicuramente. Un’ultima domanda è lecita: cos’è questo “strano mal” a cui s’appella il focoso e represso aspirante? Non è, di certo, il male oscuro degli anni sessanta. E’ tutt’altro che la depressione, anzi l’opposto, è l’erezione che tra l’anima e il corpo cerca il posto giusto dove albergare senza falsi riti e fasulli miti.

La lussuria passa come un vento turbinante,”

La “libido” ha un altro nome, un “flatus vocis” degenerato nella colpa mortale e capitale, “la lussuria”, l’eccesso vizioso e debosciato contemplato nei sette peccati dell’universalismo cristiano e nei tabù delle culture bigotte. Il vento dei sensi produce un turbinio dei neuroni e degli ormoni al fine di vivere una sana e consapevole libidine, quella che scatta e coinvolge il maschio che a lei si abbandona come un seguace di Dioniso nelle feste piccole e grandi in onore del folle dio che regala i doni dell’ebbrezza e dell’estasi. Cosa non riesce a fare una Creola dalla bruna aureola con la sua beltà e la sua bontà! Il tramonto della ragione si celebra con il turbinio della passione, la testa lascia il posto al bassoventre e stende un rosso tappeto all’incedere elegante del fortunato vincitore di questa lotteria dell’Eros nudo e crudo. Sono le Creole che menano la danza in questi versi, sono le dionisiache che ballano discinte menando il fallo vorace del dio delle voluttà.

ché gli odor più perfidi recan ogn’or con sé”

Anche l’olfatto vuole la sua parte in questa fiera del sesso sfrenato e a pagamento. Gli odori più perfidi sono quelli dell’intimità e dell’alcova, ma prima del fattaccio si sente nell’aria il profumo della donna, l’acre odor della rosa in fiore e in macerante ebollizione. La scienza ammette questo stimolo olfattivo per l’ormone in crisi e acconsente a trovare un rapporto di causa ed effetto tra il naso e i fiori interessati dal femminile al maschile. Il richiamo di questo verso si spinge verso la neurofisiologia e l’endocrinologia, i neuroni e gli ormoni gongolano sulla scia di tanta importanza nell’amplesso e nel talamo. La Creola fa sempre odore di donna e anche il suo afrore è perfido nel suo infilarsi tra i ricettacoli dei corpi cavernosi e le pieghe delle labbra inferiori.

ed i cuori squassa quella raffica fragrante”

Non c’è cosa più bella di una donna in amore, così come non c’è cosa più eccitante di una donna in calore. La Creola possiede la “raffica di fragranza” come il buon pane dei contadini e con quell’arma micidiale scuote i sensi, più che i sentimenti. Mai un quadro erotico si colorò di tanto corpo anche se dipinge il cuore tra i desideri violenti della “libido” maschile che la Creola sa ben eccitare e ben gestire. “Squassa” sa di vento e di querce, di sub-liminalità della coscienza e di ghiande per i porci, di caduta delle ultime foglie e di ricarico delle nuove gemme. La Creola “squassa” colui che a lei si affida in un provvido delirio, come la Sirena consuma con il suo canto il marinaio in crisi da astinenza sessuale. “Squassami” con la tua fragranza e poi mi dirai quante primavere hanno visto i tuoi occhi neri e le tue aureole brune. Tra il canto del vento e gli odori del sesso si squaderna un palcoscenico puzzolente di seduzione.

e inginocchia gli uomini sempre ai nostri piè.”

Potere effimero, mia cara Creola, è questo che ti sta appiccicando addosso la penna dei maschi che hanno scritto questi versi e li hanno affidati a questa musica. Cosa puoi sapere tu, piccola donna dai tratti marcati di bruno che in Cuba attendi gli uomini che ti desiderano per una notte di sesso esotico. Tu, perla marrone, tu, mulatta, sai di giovinezza e non di potere. Sei esente dalle beghe politiche e delinquenziali di un mercato delle donne di colore da portare alla bramosia dei bianchi per la bramosia del dollaro e della sterlina. Tu sei una giovane donna che ai tuoi “piedi” non vuoi nessuno e tanto meno i ricchi bavosi in un nobile bordello dell’Avana. Dal mestiere più antico del mondo tu sei esclusa dalla tua innocenza di donna carnosa, odorosa e perfida. Avere uomini ai tuoi piedi per sempre, significa essere una bravissima prostituta, come avevano prescritto e come volevano dimostrare coloro che hanno scritto e musicato in quel tempo e in quella stagione questa lirica decadente a favore di quelli che vivevano in quel tempo e in quella stagione. Sarà cambiato qualcosa oggi? Di certo si è evoluto il quadro clinico e culturale dietro le effimere apparenze di emancipazione, se a tutt’oggi contiamo le tante e troppe donne sacrificate sull’altare di Demetra.

Cura ut valeas, mia adorata Creola!

OGNI PROMESSA E’ UN DEBITO

Avevo promesso all’impertinente e simpatico Giovattino di decodificare una canzone famosa per dimostrargli che anche i prodotti della musica leggera sono psicologicamente interessanti, molto interessanti direi.

Accontentato!

GLI “UOMINI SOLI” SECONDO I “POOH”

 

E’ una canzone densamente significativa, elaborata da Facchinetti e Negrini con una sintesi profonda. Ha vinto il festival di Sanremo nel 1990. Il testo è di scuola “neorealista” in sintonia con una delicata musica che avvolge di gradevole tristezza l’impianto globale. I versi hanno una pensosità e fanno netto riferimento alla poesia più famosa di Salvatore Quasimodo, poeta siciliano e premio Nobel, intitolata “Ed è subito sera”, la seguente poesia di scuola simbolica ed ermetica.

Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera.”

L’approccio al brano dei Pooh merita la giusta riflessione perché di verso in verso si evidenziano pensieri e suggestioni pregne di umanità.

Uomini soli”

Il titolo condensa il programma: la solitudine dell’uomo. Sembra un tema obsoleto e scontato, strappalacrime e accorato, ma non è così perché il modo in cui viene elaborato è in sintonia con i dettami di un “neorealismo” comprensibile che consente di cogliere immediatamente il “significato”, ma non trascura la possibilità per il lettore di immettere i propri significati, il “significante” per l’appunto. Nel testo non c’è “ermetismo”, c’è realtà e chiarezza insieme al dolore soffuso e alle problematiche conflittuali. Il tutto è servito in una pregevole e delicata sintesi.

Una questione si pone: esistono uomini soli? La risposta è affermativa nel versante esistenziale e relazionale, nonostante l’assioma di Aristotele che vuole l’uomo “animale politico” e quindi necessariamente sociale, ma è negativa nel versante psichico perché l’uomo è sempre in collegamento con i suoi oggetti, pensieri e vissuti, prima che con i soggetti, i suoi consimili. Accettiamo l’accezione di solitudine evocata dagli abili autori Facchinetti e Negrini.

Li incontri dove la gente viaggia e va a telefonare”

Gli uomini girano e s’incontrano anonimamente in una stazione ferroviaria o tramviaria, alla fermata di un bus o dove erano ubicate le cabine telefoniche prima dell’era dei telefonini. La stazione, il tram, il treno conchiudono un “fantasma depressivo di perdita”, un simbolo di distacco affettivo e di profonda solitudine, mentre la cabina telefonica attesta di un bisogno di relazione e di comunicazione. L’esordio è soffusamente triste e lascia respirare l’aria pesante delle stazioni e l’anelito di un contatto gratificante.

col dopobarba che sa di pioggia e la ventiquattro ore”

Il dopobarba è un simbolo maschile e, del resto, sono uomini prima di essere soli. Il profumo individua il genere e il tipo di persona, il dopobarba obsoleto di una qualsiasi marca comprato in un supermercato di periferia. Non è di certo il profumo dell’”uomo che non deve chiedere mai”, l’uomo per antonomasia o per iperbole, come recitava la pubblicità di un dopobarba negli anni ottanta. Questi sono uomini senza nome e senza identità, sono uomini soli. Pur tuttavia, sono uomini che hanno la “ventiquattrore”, la valigetta dal poco contenuto e dal tanto significato. Ogni contenitore evoca una simbologia psichica femminile. Sono uomini che non hanno una donna e la desiderano o che hanno una loro vulnerabilità e delicatezza, una loro debolezza e tenerezza.

perduti nel Corriere della Sera”

Il termine “perduti” è una “metonimia”, una figura retorica che attesta mirabilmente una relazione concettuale, “perduti” al posto di “immersi”, ma acquista una valenza pessimistica d’isolamento. La lettura del giornale è una passione funzionale alla solitudine, a non comunicare. Ognuno è solo con il suo giornale più o meno intelligente e impegnato. Il giornale rappresenta la ricerca fittizia e traslata di un contatto con il mondo degli uomini e con i loro fatti.

nel va e vieni di una cameriera”

Sono uomini perduti veramente nella loro solitudine anche se si muovono in contesti affollati e dinamici. Il moto lavorativo della cameriera, “va e vieni”, viaggia per contrasto con la stasi interiore e lo stallo psichico dei nostri protagonisti. Il simbolismo del “va e vieni” è di qualità sessuale, così come la “cameriera” nell’Immaginario collettivo condensa l’oggetto di una seduzione e di una conquista facile: il “va e vieni” di una donna che è al servizio degli avventori e che si può conoscere con maggiore facilità.

Ma perché ogni giorno viene sera?”

Dietro una verità astronomica, la sera dopo il dì, il buio dopo la luce, si nasconde il simbolismo della vita e della morte: “ma perché arriva sempre la morte dopo la vita.” La solitudine, del resto, è una variante della “morte in vita”. Si recupera il senso della poesia di Quasimodo: una variante di “trafitto da un raggio di sole ed è subito sera”.

A volte un uomo è da solo”

Comincia la gamma delle solitudini esistenziali, la serie dei conflitti intrapsichici e relazionali che porta inevitabilmente ai mancati investimenti di “libido”, a non essere generosi con se stessi e con gli altri, a una forma di “misantropia” che immancabilmente viene proiettata sull’altro: “è l’altro che non mi vuole e non mi accetta, non io che non mi coinvolgo e non investo i miei talenti psichici.” La solitudine si attesta nella prima infanzia e nell’attesa di essere scoperto dall’altro, dal papà e dalla mamma che non si accorgono di me. Trattasi di questione affettiva. Il bambino non sa farsi avanti e afferrare al volo quello che passa il convento e, di conseguenza, attende che il mondo degli adulti si apra verso di lui. L’origine della solitudine è nell’interiorità e si annida durante la prima infanzia quando si attende quel “deus ex machina” che non arriva o che non sappiamo cogliere e riconoscere. Spesso questa solitudine odora di povertà psichica: il bambino non riceve gli strumenti relazionali per investire la sua “libido”.

perché ha in testa strani tarli”

Inizia l’elenco della psicopatologia nella versione realistica e puntuale di una canzone, un prodotto culturale di grande valore alla luce della sua diffusione e del suo consenso. La solitudine nasce dalle ossessioni mentali, dai pensieri persecutori, dalle idee deliranti, dalle convinzioni fallaci e ricorrenti che impediscono il salto verso l’altro, gli investimenti sociali, la condivisione, l’estroversione.

perché ha paura del sesso”

La solitudine è collegata alla vita sessuale o meglio alla paura della propria dimensione vitalistica, pulsionale e affettiva. Le fobie sessuali maschili nascondono l’impotenza dell’uomo e la potenza della donna. La “paura del sesso” non consente d’investire “libido” e impedisce la maturazione psichica “genitale”, blocca la pulsione a relazionarsi con generosità. La “paura del sesso” blocca la “libido” alla “posizione fallico-narcisistica”, all’età solipsistica dello splendido isolamento. La mancata evoluzione psicofisica giustifica la misoginia, la misantropia e il conseguente isolamento.

o per la smania di successo”

Questa è la “posizione fallico-narcisistica” di cui si diceva prima. L’autoesaltazione non contempla la presenza dell’altro, si appaga di una tensione all’infinito verso un irraggiungibile ideale del proprio “Io”. Il “narcisismo” comporta l’amore verso se stesso a costo della vita. Si tratta di una pericolosa sindrome che traligna nell’angoscia depressiva di perdita. La ricerca del successo si attesta nell’individualismo e nella negazione di qualsiasi rete relazionale protettiva. La “smania” è un eccesso di “mania”, un tralignare di una pulsione “anale” in malattia, una delicata psicopatologia. Se la mania è un eccesso di vitalità, un vitalismo fine a se stesso, un movimento isterico dispersivo, la “smania” traligna nella prevaricazione e nella crudeltà.

per scrivere il romanzo che ha di dentro”

Tutti abbiamo una storia personale che ha formato la nostra “organizzazione reattiva”, il nostro carattere, la nostra personalità. Tutti abbiamo dentro una nostra storia sulla quale confabulare per allargarla in un romanzo, il capolavoro della nostra vita, ma un romanzo da non condividere almeno finché si è impegnati a scriverlo. Il romanzo dentro non viene fuori, resta dentro sotto forma d’introversione e di autocompiacimento. L’autogratificazione allevia la solitudine dello scrittore di se stesso. L’angoscia si sublima nell’attesa del riconoscimento e del trionfo.

perché la vita l’ha già messo al muro”

Il muro condensa un “fantasma di morte”, una fucilazione ingiusta ma risolutiva di uno stato d’angoscia che non trova sbocchi diversi dalla morte. La condanna è firmata dalla “Vita”, un’entità astratta ma massimamente concreta perché incarnata nel corpo e nella mente del nostro protagonista, “l’uomo solo”. Il verso richiama alcune tesi della “filosofia dell’esistenza” di Martin Heidegger: “l’esistenza banale e l’esistenza autentica”. Il rifiuto della prima e la vanificazione della ricerca della seconda spiegano la condanna a morte di quest’uomo che non è riuscito a risolvere le sue frustrazioni e le sue castrazioni. Il “fantasma di morte” è dominante in questo verso.

o perché in mondo falso è un uomo vero.”

La verità di se stesso in primo luogo, è costretto a contemplare la possibilità della falsità e dell’inganno. L’”uomo solo” s’imbatte nell’opposizione dialettica tra verità e falsità: “esistenza autentica” o “esistenza banale”. E’ facile difendersi dagli altri pensando di essere nel giusto, nel vero e nel bello. Ritorna il narcisismo e la convinzione che gli altri sono l‘ignoranza e l’ipocrisia.  

Dio delle città e dell’immensità”

Ecco l’invocazione laica! Viene chiamato in causa il Dio degli uomini e il Dio dell’universo, il “Figlio” che ama l’umanità e il “Padre” che crea. Le “città” sono il simbolo delle relazioni umane, così come “l’immensità” rievoca il sentimento del “Sublime” dinamico di Kant. La teologia biblica e la filosofia illuministica sono richiamate in un’efficace e ardita combinazione sintetica. Tre semplici parole per tre concetti di vasta portata interagiscono sulla questione dell’umana solitudine: Dio, la città, l’immensità.

se è vero che ci sei e hai viaggiato più di noi”

Si ricerca un Dio umano, Gesù Cristo, il Dio che si è fatto uomo per essere consapevole della condizione umana, per vivere sulla propria carne l’odissea dell’essere mortali, i vizi e le virtù del nascere in compagnia e del morir da soli. Si cerca un Dio reale che abbia una funzione per un uomo che anela la sua verità. Si cerca un Dio che sappia più dell’uomo, che abbia un bagaglio di conoscenze sulla natura e sull’evoluzione umane superiore alle esperienze vissute dagli uomini stessi. Quest’uomo è Gesù Cristo, un Dio che ha viaggiato come uomo e che conosce anche i misteri dell’universo. E’ impressionante come in una sintesi poderosa siano immessi note profonde di teologia cristiana secondo un laico sentire. Nulla di teologico e tanto meno clericale in questo verso così umano e in questo grido di aiuto! Seve un Dio a misura d’uomo per aiutare quest’ultimo a non cadere nelle spire malefiche della solitudine.

vediamo se si può imparare questa vita”

Non è la “vita” che insegna, è la “vita” che s’impara: l’educazione e la conoscenza sono salvifiche. Se la vita s’impara, ci vuole un padre e una madre, un maestro, la generosità del dare, la solidarietà del condividere. L’uomo è attivo nell’essere protagonista della sua vita, una vita tutta da imparare non certo da soli.

e magari un po’ cambiarla prima che ci cambi lei.”

Ecco il conflitto esistenziale: la vita siamo noi o la vita è altro da noi? La vita non è altro da noi e tanto meno s’identifica negli altri. L’uomo deve essere arbitro del proprio destino e deve amarsi amando quel destino che costruisce giorno dopo giorno: l’atavico “amor fati”. L’uomo deve essere protagonista del suo vivere e non deve alienarsi in niente che non sia se stesso, ma per far questo ha bisogno del suo simile. L’”altro da me” è condizione indispensabile per la “coscienza di sé”. La solitudine si lega alla mancata consapevolezza di questo umano “Credo”.

Vediamo se si può farci amare come siamo”

E’ possibile farsi amare come siamo? Farsi amare in base al nostro essere uomini è possibile perché significa riconoscere di condividere la stessa natura e lo stesso progetto: il destino di uomini d’amare e che amano. Questo è il vissuto psicofisico della “simpatia”: “soffrire insieme”. Ma la natura dell’uomo è in perenne divenire. Lo stallo psichico è la malattia del vivere. L’amore non è un dono del cielo o dell’”altro da me”, l’amore è un “investimento di libido” evoluta in “genitale”, una “libido” che riconosce l’altro come condizione della sua evoluzione psichica e umana. “Come siamo” è una sintesi momentanea che cambia nel momento in cui la fermo in un’immagine, in una “coscienza di sé”. Il “come siamo” è un’utopia, una difesa dal cambiamento, la ratifica di un’impossibile immodificabilità e di una pretesa immobilità che tralignano immancabilmente nella solitudine.

senza violentarsi più con nevrosi e gelosie”

Bisogna volersi bene! E’ questa la prima verità. Le “nevrosi” sono conflitti psichici che contraddistinguono l’uomo nella sua evoluzione, contrasti interiori che comportano dolore e struggimento oltre che conversione in sintomi psicosomatici. Le “gelosie” sono proiezioni sugli altri di pulsioni inappagate e di bisogni affettivi che si traducono in invidie e frustrazioni. La “violenza” è una prevaricazione su se stesso e sull’altro, un mancato riconoscimento dei diritti nostri e altrui, una negazione che trionfa nella solitudine. I mali dell’”uomo solo” sono competizioni con quell’altro uomo che non si riconosce e si nega per difesa, ma che si afferma con il proprio malessere e che degenera nel male di vivere.

perché questa vita stende”

Si profila una verità di base: la “vita stende”, una concezione pessimistica dell’uomo degna dell’”Esistenzialismo” più amaro degli anni cinquanta del secolo scorso. La vita non è degna di essere vissuta perché la vita è dolore e angoscia e perché assurdamente si conclude con la morte. Sembra di sentire Schopenhauer e Leopardi con le loro convinzioni pessimistiche sull’essenza del vivere e dell’uomo o addirittura sull’universo. Tanta filosofia si apre verso un ridimensionamento dell’angoscia e una risoluzione del dolore. “Stendere” significa colpire irrimediabilmente e senza possibilità di riscatto. Bisogna difendersi da questa “natura matrigna”. Tanto pessimismo sembra sfuggito dalla penna degli autori perché risulta esagerato rispetto alle tesi moderate precedenti.

e chi è steso dorme o muore oppure fa l’amore.”

 E infatti abbiamo il recupero del tono e del significato. L’uomo “steso” ha diverse interpretazioni: “dorme”, “muore” o “fa l’amore”. L’uomo “steso” è inattivo o non è vivo o gode perché si vuole tanto bene. La varietà delle umane cose e la diversità delle umane convinzioni oscillano tra la solitudine e la comunione. “Stendere” è una parola con diversi significati che vanno dalla vita alla morte, da Eros a Thanatos. La soluzione migliore esige la vitalità e l’attività, l’investimento della “libido genitale” per non esser “uomini soli”, per esorcizzare e sublimare l’angoscia del vivere che contraddistingue l’uomo.

Ci sono uomini soli per la sete d’avventura”

Ritorna il catalogo delle patologie depressive, quelle che contemplano la solitudine come necessaria compagna di viaggio. La sete d’avventura o la “sindrome di Ulisse”, secondo Dante, consuma questi uomini arditi che non hanno posto e tempo per un’eventuale Penelope o per un eventuale Euriloco o Perimede. Ma è proprio vero che gli uomini che non vogliono “viver come bruti” ma vogliono seguir “virtute e canoscenza” sono soli e amano la solitudine? Assolutamente no! La curiosità si sposa con l’avventura e con il viaggio in compagnia. Pur tuttavia, ritorna il “narcisismo” del primo attore che si compiace in primo luogo del suo valore, della sua esigenza di novità e della sua fobia della monotonia. E’ importante che non subentri la “nostalgia” della sindrome di Ulisse, altrimenti sono guai.

perché han studiato da prete”

La vocazione sacerdotale e la permanenza in seminario sono ostacoli alla socializzazione per la vergogna che avvolge questa esperienza formativa, stimata come un disvalore culturale o una debolezza psichica nell’Imaginario collettivo. Abbracciare un progetto religioso di vita, che poi si conclude nella delusione del fallimento, porta a espiare la colpa dell’incompiuta e la vergogna della scelta con l’isolamento e la solitudine. Formidabile è la sintesi popolare “han studiato da prete” e l’accezione negativa con cui il popolo la intende e la sottintende. In ogni caso questi “preti mancati” si isolano o forse si sono già isolati per la paura di coinvolgersi.

o per vent’anni di galera”

Vent’anni di galera ti segnano nel cuore e nella mente, t’induriscono, ti abbrutiscono, ti umiliano fino al punto di portarti all’isolamento per rabbia e alla solitudine per vergogna. Ma soprattutto vent’anni di galera s’iscrivono in un corpo costretto al blocco delle proprie energie e al chiuso di un ambiente squallido. Chi ha sortito vent’anni di galera sul groppone, fatica a reinserirsi nella società e stenta a riadattarsi a schemi culturali di vita abbandonati per tanto tempo e caduti in disuso.

per madri che non li hanno mai svezzati”

Immancabilmente viene rimorchiato dalla Psicoanalisi di Freud il “complesso di Edipo”, una profonda verità psichica incarnata e vissuta da tutti quelli che nascono da padre e da madre, oltremodo aggravata nelle “culture matriarcali”. Le madri non liberano i figli e inducono dipendenza a vita con la loro seduzione ricattatrice e incestuosa. Questi uomini rimasti figli avvertono una costrizione interiore che li porta a non affidarsi a un’altra donna semplicemente perché non sono cresciuti a livello affettivo e relazionale e non hanno autonomia psichica, non hanno messo la loro mamma al posto giusto riconoscendola come “la madre”. Questi uomini sono “soli” e restano realmente “soli” dopo la morte della madre. Immancabilmente arriva la depressione a completare l’opera dal momento che non hanno concepito il senso della loro vita e non si sono ribellati alle spire seduttive degli affetti primari.

per donne che li han rivoltati e persi”

Non poteva mancare in questo drammatico elenco di solitudini la donna manipolatrice e profittatrice, quella che li ha fatti innamorare e poi li ha abbandonati al loro destino di solitudine: la “parte negativa” del “fantasma della donna” per dirla secondo i dettami della “Psicoanalisi”. Si tratta di uomini che si sono lasciati “rivoltare” a causa della loro debolezza psichica e dei loro spasmodici bisogni affettivi non adeguatamente riconosciuti. Si tratta di donne perverse e affette della “sindrome delle Sirene”, degne eredi delle Streghe in versione erotica. In prima istanza questi uomini si sono smarriti dentro se stessi a traino di una madre possessiva, prima di perdersi tra le spire malefiche di una donna. Si sono fatti ammaliare per debolezza e hanno perso l’amore della donna per mancanza di personalità e di capacità affermativa. Sono uomini che hanno una soglia di frustrazione affettiva molto bassa e sono capaci anche di gesti estremi per risolvere definitivamente l’acerbo dolore che si portano dentro.

o solo perché sono dei diversi.”

Siamo negli anni novanta e l’omosessualità, dopo la tolleranza, muove i primi passi verso il riconoscimento civile e giuridico. L’omofobia non è del tutto sconfitta e la società civile si apre verso la libera scelta dell’identità sessuale di ogni persona e verso l’accettazione dell’altro. “Diverso” è un termine brutto e negativo, sa di emarginazione e di condanna, ma si giustifica con il fatto che in quel periodo storico e culturale, gli anni ’90, l’omosessualità non era assimilata anche a livello politico. La “diversità” porta alla solitudine perché non si può comunicare ed esibire la propria identità sessuale o perché si vive male o perché porta a emarginazione. La solitudine depressiva resta la via regia per un’omosessualità nascosta e colpevolizzata. In effetti l’omosessualità anche a livello clinico psichiatrico è passata dal grado di perversione a quello di malattia, per poi approdare alla più umana definizione di formazione psichica e di libera scelta di vita.  

Dio delle città e dell’immensità

se è vero che ci sei e hai viaggiato più di noi

vediamo se si può imparare questi dogmi”

Ritorna il grido di rabbia o l’invocazione gridata verso il Padre e verso il Figlio, il creatore dell’universo e dell’uomo e il redentore dell’uomo dal peccato originale. Il dubbio sulla loro esistenza è funzionale al bisogno di un loro intervento a favore di una soluzione della solitudine dell’uomo e del destino drammatico della vita umana. L’esperienza è sapienza del viaggio umano, ma non basta perché è necessaria l’attenuazione della drasticità dei “dogmi” religiosi. Bisogna ridurre alla conoscenza e all’azione dell’uomo il rigore e la colpa. Il dogma è una verità di fede e non di ragione, impone una legge e un comportamento non passibile di spiegazione logica. Il dogma è una verità di fede che condiziona i modi di pensare e di vivere di ogni credente. “Imparare” significa, per l’appunto, acquistare, assimilare, far propri, introiettare i dettami della Fede senza alcuna mediazione logica. Si tratta d’imperativi categorici non giustificati alla Kant con l’essenza razionale dell’uomo, ma con l’essere figli di Dio. La drasticità del dogma aiuta il conflitto psichico che porta alla solitudine.

e cambiare un po’ per loro e cambiarne un po’ per noi”.

La soluzione del conflitto sta nella via di mezzo come la virtù umana e non si attesta nell’eccesso o nel difetto: “in medio stat virtus”, l’uomo va verso il dogma e il dogma va verso l’uomo. Il primo è consapevole dell’importanza dei valori religiosi e il secondo si adatta alle esigenze dell’uomo in modo speciale alla sua umanità. “Cambiare” ha un’etimologia commerciale, indica lo scambio di una merce tra un compratore e un acquirente ed è esatto nel nostro caso perché attesta del dare e dell’avere, impone di trovare un equilibrio logico e un’osmosi psicofisica. L’uomo ha bisogno di “Dio” e della sua “Legge”, ma di un “Padre” e di una “Norma” a misura d’uomo, una “Legge” per gli uomini e per i tempi degli uomini. La storia indica i superamenti da fare per rendere la vita umana amabile e l’uomo non “solo”.

Ma Dio delle città e dell’immensità

magari tu ci sei e problemi non ne hai”

Alla solita invocazione alta e nobile, gridata in armonia da Roby Facchinetti, segue il dubbio giusto e giustificato verso un “Dio” invisibile e onnipotente, un “Dio” che non si manifesta e che può tutto, un “Dio” che “problemi non ne” ha, problemi umani logicamente perché al concetto di divino non si associano le miserie umane. “Dio” è misericordia, “cuore compassionevole” come giustamente sostiene il Pontefice romano. Eppure la teologia tramanda il problema fondamentale di “Dio Padre”: salvare il seme di Adamo mandando il “Figlio”. Dovunque ci giriamo, troviamo sempre tanto, quasi un “troppo tanto”, di umano. Al di là delle teologie elaborate da un uomo mistico, l’uomo concreto resta solo.

ma quaggiù non siamo in cielo”

Quaggiù” è simbolo della terra, della materia, del Male, della colpa, della punizione, dell’inferiorità, della dimensione psichica crepuscolare. Il “cielo” è simbolo di Dio padre, del Bene, della “sublimazione della libido”, dell’assoluzione della colpa, dello spirito, della bellezza. L’opposizione tra il “quaggiù e il “cielo” aggrava il compito esistenziale dell’uomo manifestando in maniera inequivocabile la fallacia dell’umana natura. L’uomo è materia vivente intrisa di Male e tendente al Bene.

e se un uomo perde il filo”

Il “filo” è quello logico esistenziale, la ragione del suo vivere. E se un uomo cade in depressione e si uccide? E se non trova il bandolo della matassa della sua vita, cosa succede? “Perdere il filo” equivale a smarrirsi dentro se stesso nelle mille emozioni e nelle mille angosce collegate all’assenza di senso e di significato, un tragico “nulla” umano.

è soltanto un uomo solo.”

La conclusione è in linea perfetta con il titolo del testo, “uomini soli”. La solitudine si associa alla perdita del “filo” logico dell’esistenza e non collima con l’amorosa cura del proprio destino e con le giuste motivazioni per continuare a vivere. Un “uomo solo” è metallico, senza emozioni e senza radici. Un “uomo solo” ha staccato la spina affettiva ed è pronto a staccare la spina biologica.

 

Questa è la decodificazione di un prodotto psico-culturale d’ispirazione neorealistica, una canzone che non è una semplice canzone.

Adesso non resta che riascoltarla.

Salvatore Vallone