NON MI FIDO E NON MI AFFIDO. MI CASTRO!

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Questo è il sogno di Consuelo.

“Vivevo in una casa di campagna e condividevo il giardino con i miei vicini.
Lì tenevamo molti animali.

Io ero preoccupata per le condizioni di un cane che mi pareva molto triste.
Così spesso stavo con lui a coccolarlo e a dargli attenzioni, tuttavia pareva non migliorare.

Chiedo consiglio a una delle vicine di casa che era veterinaria. Mi dice di fare attenzione e che era rischioso avvicinarmi troppo al cane perché da un momento all’altro poteva diventare aggressivo.

Io ero stupita, dal momento che mi sembrava alquanto mansueto. Poi, mi dice che, per risolvere i problemi di quella bestiola, sarebbe stato opportuno sterilizzarla …”

Il sogno di Consuelo è logico e discorsivo, contiene pochi ma precisi simboli, profila nettamente il conflitto intrapsichico in atto e i difficili risvolti relazionali e affettivi, evidenzia una disposizione strutturale fobica e pragmatica. Il titolo è preciso e chiaro al punto di sembrare aggressivo, ma sintetizza molto bene la diagnosi e la prognosi: ”non mi fido, non mi affido, mi castro.” Consuelo non vive bene il suo corpo, non si affida al suo corpo, inibisce il suo corpo, di conseguenza ha rapporti affettivi e sentimentali contrastati. Il termine “corpo” include essenzialmente la dimensione psicofisica sessuale, la “libido”, gestita dal sistema nervoso neurovegetativo. Questo è il quadro clinico del “resto notturno” di Consuelo, un sogno di pochi simboli e nello stesso tempo molto coperto. Il cardine onirico si attesta sulla simbologia poco prevedibile degli “animali”: la “libido”, gli istinti sessuali e le pulsioni erotiche. Il nucleo più drammatico si condensa nella sterilizzazione. Per il resto si tratta di normale amministrazione onirica.

Sintetizzo discorsivamente il sogno di Consuelo. L’esordio evidenzia la realtà giovanile e sociale in atto: gli amici, la libertà, la diversità, la condivisione e anche e soprattutto la “libido”, ”molti animali”. Consuelo è una donna giovane che ama essere libera con la gente e con se stessa. La vita delle sue pulsioni è ricca e varia e non difetta nel corredo neurovegetativo. Consuelo è attratta da un giovane uomo e si sente sicura se esercita su di lui le sue tendenze direttive: un cane fedele e ubbidiente. Si difende dal maschio proiettando i suoi bisogni di affermazione e di forza, si colloca nei suoi confronti come una salvezza, un aiuto, un’infermiera, una crocerossina, una buona madre. Consuelo esibisce la “parte negativa del fantasma del maschio” e si difende vivendolo come un “cane”, oltretutto resistente alle sue cure perché non dà segni di miglioramento. E allora cosa succede? Un classico tratto dell’universo femminile: la donna parla con un’altra donna, si spiegano meglio sui maschi e s’istruiscono sull’universo psicofisico maschile. La “veterinaria” è una donna matura e navigata, una donna che conosce bene i maschi e che s’intende d’istinti sessuali, di pulsioni erotiche e compagnia cantante, nonché di relazioni tra maschio e femmina. La veterinaria è sempre Consuelo, la “traslazione” delle sue difese. La prognosi veterinaria è la seguente: “Consuelo, non innamorarti troppo, non coinvolgerti sessualmente, non fidarti e tanto meno non affidarti al maschio perché potrebbe essere aggressivo e farti male, tanto male.” Dunque, bisogna sterilizzare il cane, “delibidizzarlo”, desessualizzarlo, castrarlo, lobotomizzarlo, deprivarlo degli istinti a che non abbia più pulsioni e che non nuoccia alle donne. Meno male che alla fine del sogno e sulla prognosi della veterinaria Consuelo non sembra molto convinta. Ripeto: meno male. E’ facile rilevare come la parte finale del “resto notturno” di Consuelo rievochi la parte finale della trama del film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, a testimonianza e soprattutto a conferma non di quanto si è suggestionati dalle produzioni cinematografiche, ma di come queste ultime hanno in primo luogo la loro base nei nostri fantasmi e nei nostri sogni, di poi nei nostri tratti caratteriali e nei nostri modi di essere, oltre che nei nostri sintomi: fantasmi, struttura psichica, modalità caratteriali, sintomi, una sequela psicofisica inesorabile e micidiale.

L’interpretazione del sogno di Consuelo si è sciolta speditamente nel racconto psichico e umano di una donna che è alle prese con la propria sessualità, che deve familiarizzare con i propri istinti, che deve vivere meglio le proprie pulsioni, che deve riconciliarsi con il suo corpo, che deve relazionarsi alla pari con l’universo maschile. Consuelo è una donna in fase di assimilazione degli esiti del suo “sistema neurovegetativo” in riguardo espresso alla sessualità, una donna che vuole da un lato vivere le sue pulsioni e dall’altro controllarle affinché gli sconvolgimenti psicofisiologici non siano eccessivi al punto di perdere l’autocontrollo e di non essere padrona nella sua casa psichica. Consuelo è una donna molto vigilante, al di là del suo modo disinibito e libertario di esibirsi e di fare. Consuelo ha paura dei suoi istinti sessuali e delle sue pulsioni erotiche e le proietta sul cane, paura di lasciarsi andare e bisogno di vivere la propria sessualità in maniera controllata. Ma come si fa? Consuelo si meraviglia di se stessa con se stessa, non vuole prendere coscienza del suo fantasma e del suo conflitto sessuale che poi si riverbera ed evidenzia nella relazione con i maschi: i suoi “animali” e quelli dei maschi. Il sogno non lasciava minimamente pensare che il suo “contenuto latente” fosse di natura sessuale, dal momento che il “contenuto manifesto” era logico e addirittura zoofilo. Consuelo non pensava di aver sviluppato questi personali conflitti e tanto meno di averli risolti con l’aggressività o meglio l’autoaggressività: anestetizzarsi e non vivere appieno la propria vitalità erotica. La “castrazione” è proiettata nel maschio, ma riguarda Consuelo in persona.

La prognosi impone a Consuelo di non accompagnarsi ai maschi per comprovare la sua salute sessuale, ma per trovare una relazione appagante a tutti i livelli concepiti e consentiti dal suo “psicosoma”. “Io ero preoccupata per le condizioni di un cane, che mi pareva molto triste. Così, spesso stavo con lui a coccolarlo e a dargli attenzioni, tuttavia pareva non migliorare.” Consuelo deve riappropriarsi totalmente dei suoi “animali” e del suo “cane”.

Il rischio psicopatologico si attesta nelle inibizioni sessuali e nelle difficoltà affettive e relazionali in riguardo all’universo maschile. Il persistere di un’autocastrazione porta a conversioni psicosomatiche come la dispareunia, dolori nel coito, e a una riduzione difensiva della “libido genitale”.

Riflessioni metodologiche: il sogno di Consuelo offre l’occasione di riformulare un conflitto intrapsichico molto frequente sia nei maschi che nelle femmine, il conflitto tra le varie istanze che compongono la struttura psichica, il nostro “psicosoma in fieri”. L’”Io” s’imbatte in notevole travaglio nel mediare le forti spinte psico-ormonali dell’”Es” con le censure e le inibizioni del “Super-Io”. La rigidità di quest’ultimo è responsabile delle inibizioni difensive dal coinvolgimento sessuale e relazionale. Il “Super-Io” è l’istanza psichica simbolicamente collegata alla figura paterna, ma può essere assolta anche dalla figura materna, “la veterinaria” nel sogno di Consuelo. Fermo restando che è molto discutibile castrare gli animali nella realtà, bisogna aggiungere che un bisogno inopportuno e improvvido di vigilanza dell’”Io” nell’esercizio della vita sessuale è deleterio. Spesso le donne vivono il coito come una violenza e l’approssimarsi dell’orgasmo come una perdita di autocontrollo e uno svenimento, per cui operano una vigilanza spietata resistendo anche alle spinte pulsionali attraverso una forma di anestesia psicogena, anorgasmia. Nel maschio tale psicodinamica si manifesta nell’eiaculazione mancata o ritardata; in tale situazione clinica incide profondamente il “fantasma della parte negativa della madre”.

MATERNITA’ E COLPA

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“Martina si trova in una strada di sassi in piena notte: la strada che porta da casa sua a quella dei genitori.

E’ buio, ma Martina è colpita dalla luna bellissima che le fa chiaro lungo il percorso.

Le viene intorno un cane piccolo color crema, che poi sparisce in quel buio. Martina arriva a casa dei suoi e pensa a quel cane che è solo.

Allora torna lì dove lo aveva perso di vista. E’ buio e la luna non c’è a farle  chiaro.

Martina non ha paura e continua a chiamare quel cane.

Decide di chiudere gli occhi e di tornare a casa dei suoi, dal momento che la strada la conosce a memoria perché la faceva sempre da piccola.

Alla fine della strada di sassi Martina sente con le mani che davanti c’è una tenda e la sposta sempre con le mani.

Non ha paura e si dice “sei arrivata” e si chiede cosa fosse quella tenda in mezzo a quella strada di sassi.”

 

Il sogno di Martina è intenso e denso di sensi e di significati, di emozioni e di simboli, di ricordi e di traumi, di soluzioni e d’integrazioni.

Procederò con la decodificazione progressiva dei “segni” onirici portanti.

“Martina si trova in una strada di sassi in piena notte”.

L’esordio del sogno attesta di uno stato crepuscolare della coscienza e di una situazione psichica “d’interiorità intima”: si profilano vissuti personali di un certo spessore e di una certa delicatezza. La strada con i sassi indica una situazione esistenziale difficile in cui Martina è chiamata a deliberare e a decidere.

“La strada che porta da casa sua a quella dei genitori”, dall’attualità e dal presente al passato e a ciò che è stato vissuto, condensa una “regressione”.

Uso il termine “regressione” non in senso di “processo di difesa dall’angoscia”, ma in senso esclusivamente temporale. Martina torna indietro nel tempo, magari stimolata dal “resto diurno”, da un ricordo occasionale o da un incontro fortuito o da un fatto insignificante che sfugge alla sua coscienza e alla sua riflessione.

“E’ buio, ma Martina è colpita dalla luna bellissima che le fa chiaro lungo il percorso.” La strada è di sassi, ma la “luna bellissima” accompagna Martina in questo suo conflitto o meglio in questo suo “ritorno del rimosso”. La luna è un classico simbolo femminile, una femminilità nella sua globalità e interezza, dal versante buono al versante cattivo: la luna nuova e la luna nera. Oltretutto la luna è bellissima per attestare che nel sogno è coinvolta la femmina Martina e la femminilità di Martina: il buio della piena notte e il chiaro della luna, una sintesi simbolica globale e meravigliosa dell’universo psicofisico femminile. C’è tutto in questa sintesi: la maternità, la seduzione,  il ciclo mestruale, la sensualità, la sessualità, il sistema neurovegetativo non dissociato dal crepuscolo della ragione.

“Le viene intorno un cane piccolo color crema”: alla femminilità si associa l’esser femmina e la maternità. Il “cane piccolo” rappresenta l’oggetto vivente dell’amore materno, la “traslazione” o lo “spostamento” del figlio. Il “color crema” evoca la pelle e il calore affettivo, le carezze e le premure materne.

Ma la maternità e l’amore materno subiscono una pesante frustrazione: il cane piccolo “poi sparisce in quel buio”. Sparire è un brutto “fantasma di morte”, condensa l’impossibilità affettiva e la drasticità della fine, l’angoscia depressiva della perdita e dell’abbandono materno. Così leggo nel mio personale dizionario dei simboli onirici. Il “fantasma di morte” è aggravato dal “buio”: dimensione psichica profonda e meccanismo di difesa dall’angoscia della “rimozione”, colpa e male, assenza di coscienza e di razionalità.

“Martina arriva a casa dei suoi e pensa a quel cane che è solo”: “ritorno del rimosso” e “riedizione del trauma”. La “rimozione” è il meccanismo principe di difesa dall’angoscia e funziona relegando nel “dimenticatoio” il materiale psichico ingestibile dall’”Io”. Il “ritorno del rimosso” è dovuto al mancato funzionamento della “rimozione” e al conseguente riemergere alla coscienza  del materiale, per l’appunto rimosso, insieme alle emozioni collegate. Martina aveva rimosso il trauma del piccolo “cane che è solo”, ma quest’ultimo riemerge con tutto il suo carico emotivo e si presenta in forma adeguatamente camuffata in sogno. Si deve ulteriormente rilevare la benefica funzione catartica del sogno.

Martina “allora torna lì dove lo aveva perso di vista.” E’ chiarissimo il “contenuto manifesto” e il “contenuto latente”: il trauma è tornato alla memoria e alla coscienza.

“E’ buio e la luna non c’è a farle chiaro.” Martina si trova in piena crisi perché non riesce a razionalizzare il trauma che le è piombato addosso senza avere avuto la possibilità di prepararsi per rielaborarlo. Il “buio” simboleggia l’assenza di coscienza razionale e la dimensione psichica cosiddetta inconscia. Il “buio” è piombato nella sua dimensione femminile:”la luna non c’è a farle chiaro”. Martina ha litigato con la sua “luna”, la sua femminilità, la sua femmina, la sua maternità. Si profila questo trauma nel passato di Martina e precisamente quando era figlia in famiglia.

“Martina non ha paura e continua a chiamare quel cane.” Martina persiste nel tentativo di assolvere il senso di colpa di aver abbandonato al suo destino di solitudine il “cane piccolo color crema”: riparazione del trauma in grazie all’istinto materno. L’assenza di paura attesta della rassegnazione legata a un’esperienza  vissuta, per cui Martina sa che non troverà il “cane piccolo color crema”, ma esprime il bisogno legato al suo universo desiderante e sempre nel tentativo di assolvere quella che vive come una colpa.

“Decide di chiudere gli occhi e di tornare a casa dei suoi, dal momento che la strada la conosce a memoria perché la faceva sempre da piccola.”

“Chiudere gli occhi” equivale a un disimpegno della coscienza, a un non voler vedere in faccia la realtà dei fatti, a una “rimozione” del trauma. “Tornare a casa dei suoi” equivale a rivisitare il luogo e il tempo del trauma, rafforzato dal fatto che la sua vita in famiglia la ricorda bene perché è stata vissuta intensamente nel bene e nel male.

Mi ripeto soltanto per confermare la funzione dei meccanismi psichici di difesa: il trauma è riemerso perché la “rimozione” non ha funzionato in riguardo a quel trauma. Quest’ultimo è stato scatenato da un evento fortuito o da un’associazione mentale e allora si è verificato il “ritorno del rimosso” con la rappresentazione o l’immagine del trauma e l’emozione collegata.

“Alla fine della strada di sassi Martina sente con le mani che davanti c’è una tenda e la sposta sempre con le mani.”

Alla fine del travaglio c’è il trauma nel simbolo della “tenda”: la madre e la maternità nella sua componente sacrale. Sentire e spostare con le mani la tenda attesta dell’istinto materno e della “rimozione”, entrambi esenti da riflessione razionale. Martina non ragiona, ma si emoziona sul tema della maternità e la rimanda, la dimentica pur sentendo la spinta pulsionale di natura organica e psichica.

“Non ha paura e si dice “sei arrivata” e si chiede cosa fosse quella tenda in mezzo a quella stradina di sassi.”

E’ tutto passato, l’esperienza è stata rivissuta in sogno e si può nuovamente comporre. Adesso Martina sa il significato profondo della” tenda”, la madre e la maternità, in rievocazione di quel travagliato momento della sua vita di adolescente.

 

Basta la frustrazione di una gravidanza o una mancata maternità per scatenare questo sogno. Basta che uomo e donna discutano sul tema della paternità e della maternità, perché si presenti il “fantasma” in riguardo all’essere stato figlio, il come uomo e donna si sono vissuti da bambini in seno alla famiglia. Esistono altri fattori più traumatici legati a esperienze drastiche che aspirano a essere considerati clinicamente. Il sogno di Martina attesta della delicatezza dell’argomento maternità nella psiche di una donna o meglio nella “borsa di una donna” come recita una canzone di musica leggera, non tanto leggera in questo caso.

 

La prognosi impone a Martina di considerare il “ritorno del rimosso” e di approfittare per un’adeguata e decisa presa di coscienza: razionalizzazione del trauma o della frustrazione. Il sogno è sempre un buon alleato perché non mente anche se racconta le storie in maniera camuffata per non angosciarci e farci dormire.

 

Il rischio psicopatologico si attesta nella variazione d’umore collegata al persistere del “ritorno del rimosso” e soprattutto nelle tensioni collegate e congelate a livello profondo, in quei settori della psiche che contengono tutti i vissuti che non si possono tenere nella dimensione cosciente. Queste tensioni in eccesso ritrovano il loro equilibrio turbato nella “conversione isterica” e nella “formazione di sintomi”. In ogni caso viene sensibilizzato anche il tratto depressivo della “formazione reattiva”, il carattere per la precisione. Martina non deve essere vittima della tirannia del “rimosso”.

 

Riflessioni metodologiche: un riepilogo sul meccanismo di difesa della “rimozione” è opportuno. Di poi, sintetizzerò il cosiddetto “istinto materno” e il significato psico-antropologico della “tenda”.

La “rimozione”è il meccanismo di difesa principe e nobile riscontrato da Freud nella sua pratica clinica come causa delle psiconevrosi isteriche e di poi elaborato per giustificare la cosiddetta scoperta dell’”Inconscio”. In realtà di “Inconscio” avevano parlato i filosofi sin dal tempo del greco Anassimandro a partire dal quinto secolo “ante Cristum natum”, del tedesco Leibniz e dell’ancora tedesco Shelling e di altri filosofi di varia nazionalità. Si distinguono tre livelli operativi.

La “rimozione primaria” è il residuo arcaico, individuale e collettivo, di rappresentazioni disturbanti non coscienti, come la “scena primitiva”, la “colpa” e la “seduzione”, che costituiscono di poi punti di fissazione per le rimozioni successive.

La vera “rimozione” consiste in un processo attivo dell’”Io” che mantiene fuori dalla coscienza le rappresentazioni inaccettabili per semplificare la vita corrente. La “rimozione” da parte dell’”Io” si attesta nel relegare a livello profondo rappresentazioni angoscianti. In quest’operazione di difesa  le istanze del “Super-Io” e dell’”Io” sono alleate nel disattivare la memoria da questi vissuti angoscianti inconciliabili e incompatibili con l’equilibrio psicofisico .

Il “ritorno del rimosso”, la fuga dalla “rimozione” delle rappresentazioni sottili e delicate, può essere utile e funzionale come nel sogno e nei fantasmi o imbarazzante come nei “lapsus” e nelle “paraprassie”, le false azioni, oppure può essere patologica come nei sintomi nevrotici che testimoniano del fallimento reale della “rimozione”. Al suo mancato funzionamento e al “ritorno del rimosso” si attribuiscono i fenomeni isterici, le inibizioni, le ossessioni e l’impoverimento psichico in generale. Il processo consiste nel disinvestimento delle rappresentazioni angoscianti e nel successivo controinvestimento dell’energia pulsionale disponibile in rappresentazioni autorizzate. Freud riteneva inizialmente che la “rimozione” fosse la causa dell’angoscia, di poi dimostrò che è l’angoscia a creare la “rimozione”.

Passiamo all’istinto materno. Può essere definito come la rappresentazione fantasmica della psicofisiologia genitale femminile, il modo di vivere la “libido genitale” e di sentire il corpo nel suo essere materno. Istinto materno è il complesso delle fantasie in riguardo al corpo, nello specifico l’apparato sessuale femminile, che di poi viene inquadrato e organizzato dalla mente. Tali vissuti si incamerano durante la “posizione edipica” e la “fase genitale” degli investimenti della “libido”, si fissano nell’identificazione nella madre e nell’acquisizione dell’identità femminile e si evolvono nell’adolescenza con la pubertà e la maturazione genitale.

Passiamo alla “tenda”. Il significato antropologico della “tenda” presso la cultura degli indiani americani, i cosiddetti “Pellerossa”, si attestava in una simbologia materna e in una forma di extraterritorialità. Chi, maschio ovviamente,  commetteva un reato e si rifugiava nella tenda della donna anziana della tribù non poteva essere catturato, perché il luogo godeva dell’impunità. Questa è memoria, perché la cultura dei Pellerossa è stata mirabilmente distrutta o relegata a coreografia turistica. In compenso ricordo che nella simbologia archetipale, universale e primaria, la “Madre” assolve le colpe dei figli in base al suo codice fusionale, al di là della “Legge del Padre” che invece condanna ed esige l’espiazione della colpa in base al suo codice dirimente.

Maestro nella decodificazione dei simboli universali e culturali è stato Karl Gustav Jung, collega di Freud e della prima psicoanalisi e di poi dissidente e fondatore della “Psicologia analitica”, semplicemente un grande per la sua vasta formazione e per la sua capacità di sintetizzare le varie conoscenze in una valida teoria. Senza il suo contributo oggi sapremmo poco sul fenomeno psicofisico del sogno. Invito a leggere il suo testo “L’uomo e i suoi simboli” per una prima introduzione alla “Psicologia analitica” e al tema del significato profondo dei sogni.