UN ALTRO MARE

TRAMA DEL SOGNO

“Ero in viaggio.

Prendo una camera. Nel posto ce ne sono tante con porte una dietro l’altra, porticine tipo cabine e, infatti, il posto dà sul mare.

Poso le mie cose. Nella stanza ci sono molte cose. Dà un’idea di vissuta, non quella di anonimato solita degli alberghi.

Faccio una passeggiata verso il mare in una striscia di terra. Ci sono onde molto lunghe anche se il tempo è bello.

Mi avvicino e mi faccio bagnare dagli spruzzi e penso, mentre lecco il sale: “bello farsi bagnare da un altro mare”.

Dopo essermi cosparso ben bene, penso: “ora faccio una foto e lo racconto”. Ma non ho il cell che ho lasciato in camera.

Penso: “vabbè, poi, quando torno, faccio la foto.”

Penso, però, che in realtà ho lasciato il cellulare, i documenti (strano perché ho la sindrome del “Fu Mattia Pascal” e non giro mai senza), i soldi.

Mi avvio verso la camera non preoccupato, ma faccio una bella corsetta: (sto in piedi, eh!).

Non trovo la camera. Allora dopo aver bussato a varie porticine, vado verso la reception per chiedere il numero di stanza.

Ci sono due signore e una mi dice: “Oui, oui, monsieur Margaritò (quindi sono in Francia), il numero è questo e mi avvio verso la stanza.”

Margarito

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ero in viaggio.”

Margarito sta vivendo. E’ un uomo che cerca e che spera di trovare, ma dentro di lui è in movimento e non si vuole acquietare. La vita è un “viaggio”. La metafora della vita è il “viaggio”. Il “viaggio” è l’allegoria del vivere. Mettila come vuoi, ma Margarito ha tanto viaggiato e ha tanto vissuto al di là della sua età anagrafica. Adesso sogna di essere nuovamente in corsa e in giro per il mondo, sempre dentro di lui s’intende. Margarito ha una buona confidenza con se stesso e può permettersi di viaggiare nella sua interiorità, nei meandri della sua psiche, nei recessi del suo “psicosoma”, negli anfratti della sua “persona”, maschera s’intende. E il sogno ne manifesta alcuni, i più tosti e delicati. Procedere urge e giova.

Prendo una camera. Nel posto ce ne sono tante con porte una dietro l’altra, porticine tipo cabine e, infatti, il posto dà sul mare.”

E, infatti, Margarito va alla ricerca delle “parti psichiche di sé” che vuole disbrigare in questo sogno. Intanto prende “una camera”, intanto si addentra in un luogo tutto suo che ancora non si palesa nella sua identità e nella sua qualità. La “camera”, ormai, si sa che nel linguaggio dei simboli rappresenta ed è una “parte psichica di sé”, una “parte” a cui accostarsi in maniera delicata e senza forzature, senza grimaldelli da ladro di periferia. Non si sa mai quale porta si apre e dove ci si imbatte, specialmente quando si va in hotel, in un luogo di tutti e necessariamente anonimo nella popolare visione, in un luogo così vario e così variamente vissuto da tanta gente e da tante dialettiche psico-esistenziali. Margarito ha tante camere dentro di lui, nel suo sito psichico, nella sua “organizzazione psichica reattiva”, nella sua “struttura evolutiva”, insomma, Margarito non è un uomo da poco e poco considerato “in primis” ai suoi stessi occhi, è un uomo complesso e complicato e specialmente dentro: “Nel posto ce ne sono tante con porte una dietro l’altra, porticine tipo cabine”. Si è capito che il sogno non appartiene a un pincopallo qualsiasi o a un Giobatta da Cefalù. Questo prodotto psichico è di un uomo che inizialmente si sta giustamente difendendo dietro l’anonimato e la genericità. Si sa che il sogno tratta di lui, ma questo lui non si appalesa nella sua evidenza sostanziale come un ente toccato dallo spirito santo, questo lui è in pieno qualunquistico anonimato. Di solito questa è la manovra difensiva degli introversi, coloro che hanno tanto vissuto dentro prima che fuori. Tutti abbiamo elaborato un patrimonio notevole di vissuti, ma le persone che propendono all’uso del meccanismo di difesa della “introversione” hanno accumulato tanti tesori presso i castelli medioevali sulla Loira, in Francia guardacaso. Le “porte”, le “porticine”, le “tipo cabine” sono il patrimonio psichico che Margarito sta investendo in questo sogno e trattasi di materiale, “fantasmi” e “vissuti” sotto forma di esperienze o di “erlebnis” alla tedesca, molto coperto perché intensamente pensato ed elaborato. Viene fuori una ricchezza interiore assoggettata a una gamma di difese che la rendono fascinosa per il portatore e gestore, Margarito per l’appunto, e per gli altri, quelle persone che aspirano a intrufolarsi in queste “stanze” e in questi abbozzi di “stanze”, di “parti psichiche” di Margarito.

Perché queste “porte”, “porticine” e queste “tipo cabine” sono fascinose?

Semplice, lo dice lo stesso interessato: “il posto dà sul mare”. Margarito sogna di affacciarsi sul “mare” con i piedi ben saldi sulla terra, sulle sue “stanze” e sui segreti pensieri che vengono dalla profondità psichica ed esulano verso la stessa profondità psichica in cui risiedono. Il “mare” rappresenta simbolicamente il “principio femminile”, la dimensione psichica inconscia, l’esistere e il vivere. Margarito si prospetta alla grande Madre, alla “rimozione” per fomentare un consistente Inconscio, all’essere gettato nel mondo con la sua individualità e la sua libertà, a operare i suoi investimenti di “libido”, a fare le sue scelte, a deliberare e a decidere.

Questo è “il posto sul mare” che Margarito ha tanto bramato, un altro “mare”, il suo “mare”.

Poso le mie cose. Nella stanza ci sono molte cose. Dà un’idea di vissuta, non quella di anonimato solita degli alberghi.”

“Poso le mie cose”: pondero bene i miei vissuti e li razionalizzo al meglio in questa situazione quasi magica in cui mi trovo, uno “status” psichico che soltanto il sogno può dare naturalmente. Margarito sa prendere e sa soprattutto lasciare. Dentro ha una ricchezza consistente e un patrimonio psichico fatto di “molte cose”. Ancora non si capisce bene di quale “stanza” si tratta, ma si è detto in precedenza che Margarito è un uomo coperto e difeso, strutturato e coriaceo che sa dispensarsi al momento giusto come un buon vino d’annata. Del resto, è assolutamente naturale mantenere nell’età matura, quando si ha “l’idea di vissuta”, le “stanze” in ordine, è importante per l’equilibrio psicofisico mettere ogni cosa al posto giusto e dare il posto giusto a ogni cosa. Margarito lo sa e lo ha fatto regolarmente perché non ha potuto concedersi il disordine mentale e l’agitazione nervosa. Ha dovuto organizzare e organizzarsi nel corso del cammin di sua vita e in tal modo ha potuto assaporare nel bene e nel male i frutti delle sue esperienze e i vissuti delle sue modalità cognitive ed emotive, i suoi pensieri e le sue azioni, le sue emozioni e i suoi affetti, i suoi investimenti di “libido” per dirla in gergo psicoanalitico. Ha vissuto e si è contraddistinto secondo le note caratteristiche che ha maturato seguendo il ritmo del coinvolgimento psicofisico che di volta in volta ha dettato in prima persona e secondo le sue valenze. Non si può di certo dire che Margarito è un uomo anonimo e convenzionale, un uomo per tutte le stagioni: tutt’altro! Margarito non ha niente di anonimo e di obsoleto nelle sue “stanze”. Anche il suo albergo ha una tonalità individuale che va dal distacco alla condivisione, dal silenzio al rumore, dall’isolamento al coinvolgimento. Il sogno dice che Margarito si sta ben difendendo con l’uso dei “processi primari” e che si sta aprendo progressivamente alla verità psichica concreta che vuole emergere: “adelante cum iudicio”. Nonostante queste benefiche cautele, Margarito non si esime dal descriversi nei tratti caratteristici della sua formazione evolutiva e dei suoi modi di essere e di esistere.

Faccio una passeggiata verso il mare in una striscia di terra. Ci sono onde molto lunghe anche se il tempo è bello.”

L’attrazione verso l’imponderabile e l’evanescente è irresistibile. Margarito è intenzionato con la sua coscienza “verso il mare” curando di tenere i piedi ben saldi sulla terra. All’uopo è buona anche “una striscia di terra”, un aggancio alla coscienza dell’Io, in una incursione verso il crepuscolo e l’obnubilato, il materiale psichico “rimosso” che non vede la luce della consapevolezza e che fa da sostegno al sistema psichico, alla “organizzazione psichica reattiva” di Margarito. Le sue introspezioni sono incursioni ben ponderate verso il “non vissuto” e il “non detto”, verso tutto quello che poteva nascere e che non ha visto la luce. Il senso della potenza è ben visibile in questo “fallo” di terra, questa “striscia” che s’insinua e s’incunea nell’elemento femminile rappresentato simbolicamente dal “mare”. In linea e in sintonia con il quadro sornione e attendista sono le “onde molto lunghe”, quasi un mare di scirocco, che contrastano con “il tempo bello” a conferma che i simboli parlano un loro linguaggio e non si riducono alla Logica consequenziale di Aristotele. Il mare di scirocco, con il suo moto ondoso di culla, favorisce il rilassamento e la distensione, l’abbandono dei sensi, la “reverie”. Il quadro psicofisico è in sintonia e in sincronia con lo stato d’animo di Margarito, un uomo che cerca e ricerca se stesso nel crepuscolo della sua coscienza e di fronte a “un altro mare”, in una nuova e diversa circostanza esistenziale ovviamente congrua con il momento psicofisico che il Tempo segna scorrendo inesorabile verso il bisogno d’ignoto e la speranza di quiete. “Il tempo è bello” quando è riservato all’abbandono psicosensoriale e alla ricerca di quel “se stesso” diverso e nuovo che non è mai andato al di là del “mare” in cui è nato e cresciuto. La “passeggiata”, il “mare”, la “striscia di terra”, le “onde lunghe”, il “tempo bello” sono gemme che incastonano il gioiello allegorico di un uomo che cerca la sua “atarassia”, la tranquillità del suo animo alla greca. Vediamo dove va a parare la tanta bellezza degli elementi in ballo.

Mi avvicino e mi faccio bagnare dagli spruzzi e penso, mentre lecco il sale: “bello farsi bagnare da un altro mare”.

Leccare il sale di un altro mare, di cui mi lascio “bagnare dagli spruzzi” e intanto “penso”: variando l’ordine delle parole il senso e il significato non cambiano. Margarito è un uomo che cerca una sua nuova dimensione psicofisica, una migliore e rinnovata “coscienza di sé”, proprio in questa allegoria sessuale della ricerca di “un altro mare” salato da leccare e in cui immergersi.

E’ proprio vero che Eros e Thanatos sono fratelli gemelli e marrani!

Il gusto del sale ricorda una canzone d’amore “anni sessanta” dell’ombroso Gino Paoli, un testo e una musica di una semplicità estrema e di un coinvolgimento pop che scende dai sensi per arrivare al cervello soltanto se è necessario. Per il resto è tutta un’emozione gustosa di calore sulla pelle e di sale sul palato. Margarito si smarrisce consapevolmente in questo “altro mare” e si abbandona al gusto di una sapienza che aspira a sublimarsi in saggezza, come in una fase di passaggio da un’età a un’altra, come in una “età” storica di Giambattista Vico, come in un’evoluzione psicofisica del collaudato duo Darwin-Freud. Il “sale” è un simbolo sacro, possiede un carisma e un valore. Quest’ultimo è culturale e ampiamente mercenario. Il “sale” sala e accresce la durata delle sensazioni, delle emozioni e delle certezze consapevolmente razionali, oltre che conservare il pesce e la carne sin dai tempi dei Romani, oltre che fare la fortuna dei primi veneziani della laguna. Il “sale” è come il “mare” un simbolo complesso e atavico, talmente antico che affonda le sue braccia negli albori del “pitecantropo” per la sua naturale gratuità e innata generosità. Il “sale” lo trovi bello e servito sugli anfratti delle scogliere in riva al mare, esige le giuste dosi per essere prezioso al corpo e alla mente, alle ghiandole endocrine e all’eccitazione logica e consequenziale delle libere associazioni e del discorso dialettico. Il “sale” di un “altro mare” è simbolicamente sempre lo stesso, anche se in natura è più o meno saturo e più meno salato. Margarito è eroticamente preso dalla ricerca di una nuova dimensione della sua consapevolezza e non sa fare a meno della parte gustosa ed eccitante della sua unità psicosomatica, del suo bisogno del Femminile, della sua propensione al crepuscolo della coscienza e dei frutti creativi della Fantasia. Ribadisco la coalizione cospiratoria di Eros e Thanatos in questo capoverso fortemente allegorico nell’interazione delle sue dinamiche simboliche. Aggiungo che il richiamo alla modalità cenestetica di scrivere del grande Giuseppe Tomasi, duca di Palma e principe di Lampedusa, nel suo “Gattopardo”: sensualità e sensorialità nelle parole e nelle loro combinazioni tramite l’uso di figure retoriche altamente cariche di sensi e di significati. Leggete il libro per confermare, più che per credere, anche perché ancora l’effetto contaminazione dei sensi e delle parole non è finito.

Dopo essermi cosparso ben bene, penso: “ora faccio una foto e lo racconto”. Ma non ho il cell che ho lasciato in camera.”

Margarito si è “cosparso” di acqua salata, del “sale di un altro mare”, si è cosparso “ben bene” e in questa operazione auto-erotica di qualità sensoriale sente il bisogno di tradurre in parole e in immagini il film che sta vivendo già in sogno. Al normale processo onirico Margarito aggiunge il processo grafico e fotografico. Entrambe le modalità descrittive sono funzionali all’appagamento narcisistico ed esibizionistico, compiacciono la “posizione psichica narcisistica” del protagonista, quella tutta incentrata sull’auto-compiacimento e sull’auto-gratificazione, sulla propria persona e sul gusto della stessa con l’aggiunta del dovuto retrogusto, come nelle migliori degustazione di whisky scozzese in quel di Castelfranco veneto durante le notti nebbiose. Margarito è in debito di offerte di sé ed è in credito di mancate offerte di sé. Si profila un tumulto psicofisico in questa dialettica narcisistica di Margarito con se stesso e con gli altri nel dire e far vedere quel se stesso con il gusto del sale addosso, quel se stesso brillante e saporito come un salmone affumicato norvegese. E’ questo il problema di Margarito, l’offerta di sé al migliore offerente e nelle condizioni prospere di parola e immagine. La rappresentazione “di sé” si associa alla narrazione “di sé” ed entrambe si squadernano verso un prossimo che attende l’epifania del sacro oggetto e del carismatico evangelo. Margarito aspira a raccontarsi e a farsi vedere nelle condizioni migliori del suo essere e del suo esistere lontano dal suo “mare” e in un altro “mare”. E’ presente una vena di fuga e di ritrovamento, fuga dal suo ambiente e da se stesso, ritrovamento di nuovi modi e di nuove forme, sempre di sé, della sua persona che aspira a manifestazioni congrue e congeniali, quasi desiderate con devozione e auspicate a mani giunte. Ma tutto questo processo evangelico ed epifanico è vanificato dalla negligenza, “non ho il cellulare che ho lasciato in camera”. Margarito ha dimenticato dentro se stesso, per la precisione in una “camera” della sua casa psichica, il prezioso strumento di comunicazione che avrebbe permesso l’appagamento di un desiderio e di un bisogno, quello che consentiva il passaggio dal “narcisismo” alla “genitalità”, dall’autocompiacimento gratificante alla condivisione di “parti psichiche di sé” che non trovano la strada giusta per esprimersi in mezzo alla gente. Si precisa sempre meglio la psico-dialettica di Margarito: passare da se stesso agli altri con tutto il carico di “sale” e di sapori “di sé” che si porta addosso e dietro. Per questo progetto è opportuno “un altro mare”, una diversa dimensione della “coscienza di sé” e opportunamente legata a una diversa esibizione di sé: epifania psicofisica. Lo strumento fallico del “cellulare”, che consentiva tale manifestazione, è stato “rimosso”, è stato lasciato dentro di sé, si è inceppato in prigione, si è rotto nei suoi ingranaggi, per cui a Margarito non resta altro che l’appagamento narcisistico e viene a mancare la condivisione, la “genitalità” del dare e del comunicare semplicemente perché ciò che sente “dentro” non riesce a tradurre “fuori”. Questo è lo psicodramma di Margarito: la distonia tra l’interiorità e l’esteriorità, la mancata collusione tra quel che c’è “dentro” e quel che si tira “fuori”.

Penso: “vabbè, poi, quando torno, faccio la foto.”

La “compensazione” val bene una Messa!

Come re Enrico di Borbone in piena guerra di religione nella Francia del sedicesimo secolo.

Margarito usa questo processo di difesa dall’angoscia, la “compensazione” per la precisione, con disinvoltura e perizia. Oltretutto alla fine del sogno si scoprirà che si trova in Francia. Non si perde d’animo semplicemente perché nella sua vita ha imparato a “far di necessità virtù”, seguendo la sapienza antica e assecondando le emergenze moderne. Margarito sa molto bene che non serve opporsi alle forze del destino e tanto meno alla forza dei fatti, per cui la “compensazione” cade a fagiolo nel suo piatto quotidiano di lenticchie. “Nondum matura est”, disse la volpe a se stessa guardando l’appetito e l’inarrivabile grappolo d’uva ancora appeso al suo tralcio. Volgarmente si tratta del meccanismo principe di difesa della “razionalizzazione”, quello che non traligna nel delirio paranoico e che si ferma alla constatazione intelligente dei fatti e della realtà in atto. Così, in un batter d’occhio, l’angoscia che bussava alla porta si risolve in un accorato appello a non lasciarsi prendere dal panico e a ragionare su qualsiasi evento per ricondurlo alle sue coordinate logiche e concettuali. Questo è quanto si può tirare fuori da un semplice e sintetico “vabbè”, nonché fatalistico e di siculo-araba estrazione culturale. Margarito esterna un “amor fati” più nietzschiano di quello di Nietzsche, anzi e meglio, più greco di quello di Zenone. La teoria filosofica dello “eterno ritorno” degli Stoici si riverbera nel suo piccolo nel “quando torno” del semplice Margarito, un uomo che ripete, senza averne coscienza, tragitti psichici già effettuati e già vissuti, il “dejà vu” e il “dejà vecu”, percorsi universali che corrispondono alle modalità dell’Uomo di porsi di fronte alle proprie evenienze contingenti senza avere la consapevolezza che si tratta di posizioni universali di affrontare l’angoscia del vuoto e della perdita. “Quando torno” si traduce in “quando riattraverso”, così come “faccio la foto” si traduce papale papale in “prendo coscienza” in maniera diretta e traslata, razionalizzo secondo immagini, decodifico i simboli. Margarito si dispone alla presa di coscienza che ha posposto in precedenza dimenticando il cellulare in camera. La disposizione psichica di Margarito è buona e tende a disoccultare il materiale psichico rimosso nel mare profondo, a far emergere le sue angosce in riguardo ad eventi drammatici e traumatici. La “razionalizzazione” è da rimandare nel suo quotidiano esercizio. Meglio: Margarito ricorre quotidianamente alla “razionalizzazione”, a farsi una ragione del suo “mare” e del suo nuotare in un “altro mare”, ma il “sale” carismatico della verità non è mai abbastanza da spalmare sul suo corpo.

Penso, però, che in realtà ho lasciato il cellulare, i documenti (strano perché ho la sindrome del “Fu Mattia Pascal” e non giro mai senza), i soldi.”

Il “vabbè” non va più tanto bene al nostro eroe protagonista. Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “compensazione” non funziona come nei tempi migliori, quelli che furono come fu il nostro, immancabilmente siculo, Mattia Pascal e nonostante il nome decisamente francese o francesizzante e la sua residenza ligure. Anche la “razionalizzazione” lascia sul terreno qualche morto da sindrome strana. Il povero meccanismo di difesa e di salute, detto tra noi povera gente del popolo, è stato consumato da un male incurabile: il dubbio francese, la “scepsi” greca. Ma non si tratta del dubbio metodico di Renato delle Carte o della drastica “scepsi” di Pirrone di Elide. Margarito mette in serio e complesso dubbio la sua identità psichica, maturata oltretutto in tanti anni di esercizio del vivere e in tante vicissitudini esistenziali, nonché diffida del suo potere di uomo, maschilità compresa. E’ uscito senza cellulare, senza soldi e senza documenti ed è grande amico e ammiratore di Mattia Pascal e di Adriano Meis. Margarito si trova in “un altro mare”, possibilmente in Francia, per rievocare e mettere in discussione la sua identità psicofisica, la sua parte antica e la sua parte moderna, il suo Mattia e il suo Adriano. L’identità auspicata lo vuole libero dal potere fallico della rete di relazioni, il “cellulare”, lo vuole libero dai suoi connotati psicofisici, “i documenti”, lo vuole libero dal potere maschile d’investimento della “libido”, “i soldi”. Questo è il nuovo Margarito, l’Adriano Meis della situazione, un uomo che ha seppellito i suoi vecchi modi di essere e di esistere e che ha scelto “un altro mare” di cui intingere le membra con il nuovo “sale” dell’autocoscienza, la conoscenza di sé e del suo mondo diametralmente opposta alla vecchia e obsoleta identità alla Mattia Pascal. Margarito in sogno sta istruendo un conflitto sulla sua identità psicofisica e sta cercando una nuova dimensione del suo essere e del suo esistere. Pirandello insegna non a caso. Freud suggerisce il conflitto tra l’ideale dell’Io e l’Io ideale, una dialettica tormentata e ispirata da una forte insoddisfazione e dalla ricerca di una fuga dalla realtà in atto, una contingenza troppo avara e severa nei vissuti di Margarito.

Mi avvio verso la camera non preoccupato, ma faccio una bella corsetta: (sto in piedi, eh!).”

L’affanno non è alleato di Margarito anche nelle questioni importanti. Abituato ai tormenti dell’anima e dell’animo in riguardo alla sua “organizzazione psichica reattiva”, alla sua struttura psichica evolutiva e alla sua identità reale e ideale, Margarito entra in se stesso con la stessa facilità con cui i Greci antichi facevano dire a Socrate “rientra in te stesso” o “conosci te stesso”. L’introspezione non ha fatto difetto nello svolgimento della sua vita, così come la riflessione ha messo a posto i dilemmi più acuti e le disavventure più intrigate, per cui Margarito può avviarsi “verso la camera” “sine cura”, quella camera che lo riguarda in prima persona e tanto da vicino, la camera della sua identità psichica, la camera degli “uno, nessuno e centomila”, la camera di Pirandello e di Kafka.

Chi sono Io?

Quanti Io albergano in me?

Quante immagini di me stesso mi trascino da un mare all’altro?

Quante carte d’identità mi porto in tasca ed esibisco al pubblico ufficioso e ufficiale?

Margarito è abituato alle tante immagini di sé e ha confidenza con le sfaccettature del suo poliedrico e intraprendente “Io”: “faccio una bella corsetta”. E’ questo il senso del muoversi con la Mente, più che con il Corpo, nel mare delle pulsioni, dei desideri, delle aspettative, delle riflessioni, dei ragionamenti. Margarito introduce due piani di realtà, quella onirica che si sta considerando e quella reale che viene commentata da sveglio: “sto in piedi, eh!” Margarito in sogno può correre, nella veglia non può farlo.

Perché e cosa significa questo apparente contrasto?

Nella vita Margarito è andato avanti con le sue abilità psicofisiche che non coincidono con le sue gambe fisiche e a esse non si riducono. “Camminare” in sogno si traduce nel procedere passo dopo passo nelle strade della vita e nella possibilità di riflettere: “mi avvio verso la camera”. La “bella corsetta” equivale al fascino dei processi psichici creativi e nello specifico alla fertilità delle fantasie e dei pensieri, nonché al saltar di palo in frasca o nel procedere per via associativa nella gestione dei tanti vissuti che si affacciano e affollano la sua psiche, di questa sua capacità di movimento nelle stanze dell’Io e nelle camere della Mente. Margarito si mostra compiaciuto e orgoglioso di questa sua abilità nel procedere e nel sostare, di questa sua capacità di movimento tra i meandri della sua vitalità psichica. Ha tanto camminato e corso dentro di lui rispetto allo spazio esterno. Il dilemma dell’identità psichica resta aperto e affidato al miglior offerente. Vediamo chi arriva primo e cosa profetizza.

Non trovo la camera. Allora dopo aver bussato a varie porticine, vado verso la reception per chiedere il numero di stanza.”

Margarito si difende con le sue “resistenze” a riesumare traumi rimossi in riguardo alla sua evoluzione psicofisica e al fine di migliorare la “coscienza di sé”: “non trovo la camera”. Eppure la “camera” c’è, eppure esiste il materiale psichico inquisito e con cautela ricercato, ma la sopravvivenza induce alla prudenza. Quest’ultima in Psicoanalisi si definisce “difesa” e serve a impedire all’angoscia di affiorare e di scaricare la sua connaturata carica nervosa. Quest’ultima è destabilizzante e pericolosa, per cui anche la funzione onirica fa in modo che il “contenuto latente” non coincida con il “contenuto manifesto” per non fare scattare l’incubo e il risveglio immediato. Margarito “non trova la camera”, la sua camera, da sé e abbisogna di progressione e di tutela con l’atto vario di bussare “a varie porticine” che aprono varie stanzette. Margarito non vuole “sapere di sé” nella sua autenticità e si crogiola cazzeggiando su false immagini di sé o su parziali rendiconti della consapevolezza del suo Io. Le “porticine” chiudono accessori psichici e non essenze e sostanze di buona qualità, le “porticine” appartengono a quelle stanzette in cui si occulta in maniera disordinata il materiale che apparentemente non serve nella vita corrente anche se ha una buona importanza formativa. Margarito ricorre alla “reception” per “sapere di sé”, ricorre al riconoscimento che riceve dall’esterno, dalle sue capacità relazionali e dall’offerta sociale di “parti psichiche di sé”. Margarito si commisura agli altri per avere il suo “numero di stanza”. Mi spiego meglio: se chiedete a Margarito “chi sei?”, vi risponderà “io sono quello che gli altri rimandano dal mio dare loro”, ribatterà che la sua identità prevalente è collocata nei dati e nei riscontri che la sua persona riceve dai suoi investimenti sociali. E’ come se il “narcisismo” si sposasse con la “genitalità”, l’Io si rinforzasse continuamente dal riconoscimento degli altri, l’uomo si nutrisse del bene che opera e del come opera bene nei riguardi della gente che lo circonda e che riconosce e apprezza il suo operato. Importante è per Margarito quello che viene a lui dall’ambiente sociale, dagli altri a cui non fa mancare i suoi investimenti. Narciso si sposa con il buon uomo e coltiva di sé questo bisogno di riconoscimento. Margarito è socialmente un buon padre, appartiene alla comunità e predilige i centri sociali. Da questa azione trova forza il suo Io. Questa è la “reception” dell’hotel di Margarito, nonché il suo numero di stanza che si andrà a precisare nel prosieguo. La dialettica tra Margarito e la gente è intensa e determina in gran parte l’identità psichica. Margarito è decisamente un “animale sociale”, uno “zoon polithicon”, secondo i dettami filosofici del buon Aristotele.

Ci sono due signore e una mi dice: “Oui, oui, monsieur Margaritò, (quindi sono in Francia), il numero è questo e mi avvio verso la stanza.”

Le donne, le “signore” sono maieutiche nel sogno di Margarito, sono “due” e sono francesi. Queste due figure femminili detengono il potere, sempre secondo il vangelo psichico e onirico, di avere in deposito l’identità psichica di Margarito, meglio di Margaritò. Dire che sono due donne della sua vita è troppo semplice e quasi banale, dire che sono due “parti psichiche” del nostro eroe protagonista è prossimo alla verità, dire che sono introiezioni di figure psichiche che hanno contribuito alla formazione psichica di Margarito è giusto e al di là del loro sesso fisiologico. Queste “due signore” detengono “il numero” di accesso alla “stanza”, sono figure che hanno consentito a Margarito l’ingravidamento e il parto progressivo di se stesso: socraticamente “maieutiche”. Nella realtà possono essere due donne, così come possono essere due figure maschili nelle quali Margarito ha investito gran parte della sua “libido” nel processo psicofisico evolutivo. In “un altro mare” Margarito alla fine ha fatto sempre i conti con la sua identità psichica, “il numero della stanza”, un dato e un vissuto che trovano riscontro in figure protettive e affidabili, carismatiche e “genitali” che hanno rinforzato e sostenuto l’evoluzione dell’Io con la giusta dose di narcisismo. Il “mare francese” è “l’altro mare” di Margarito e in questa scelta si coglie la predilezione verso culture mediterranee neolatine, nonché verso una tipologia di femminilità sofisticata e fascinosa, “charmant”. Non dimentichiamo che le due donne sono salvifiche, soteriologiche alla greca e non alla francese, perché l’identità psicofisica di Margarito passa attraverso queste due figure formative.

Altro non so aggiungere a questa lunga disamina del sogno di Margarito, per cui l’analisi si può chiudere qui.

Anzi, ricordo che la lingua francese è la più sensuale dell’universo.

Adesso il sogno di Margarito ha trovato il suo fine e la sua fine.

LA CASA SENZA MOBILI

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di essere dentro una casa che non aveva mobili.

Le pareti erano bianche,aveva grandi finestre ed era molto luminosa.

Mi affacciavo alla finestra e sentivo benessere.

Il mio attuale ragazzo era nel salone.

Ad un certo punto vado in un’altra stanza, la camera.

Ero girata di spalle e indossavo un vestito nero.

All’improvviso spunta un uomo che ho frequentato in passato.

Era dietro le mie spalle ed era arrabbiato con me perché ho una relazione con il mio attuale ragazzo.

Voleva strapparmi e rovinarmi il vestito e voleva picchiarmi.

Ad un certo punto si ferma e mi dice all’orecchio che voleva dipingermi.

Io ero inerme e impaurita in parte, ma ero sollevata per il fatto che il dipingermi l’avrebbe distratto dal farmi male.

Sapevo che nel salotto c’era ancora il mio attuale ragazzo e volevo chiamarlo in mio aiuto.”

Clotilde

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di essere dentro una casa che non aveva mobili.”

Clotilde è una donna spartana, non perché è nata a Sparta, semplicemente perché manifesta una “organizzazione psichica” sguarnita di modi di essere e di esistere, priva delle tante modalità del pensare e dell’agire, semplificata nelle esperienze vissute. Clotilde tende all’essenziale, ha fatto la sua vita al minimo e non certo al massimo dal momento che dentro le è rimasto ben poco delle lezioni che l’esercizio del vivere quotidiano impartisce sia nel privato e sia nel pubblico. Clotilde ha una povertà psico-culturale che è la classica eredità di coloro che hanno poco elaborato perché hanno ricevuto pochi stimoli da se stessi e dall’ambiente. Clotilde non ha maturato la motivazione giusta per crescere arricchendosi con le esperienze vissute e per capire i sensi e i significati di tutto il materiale che acquisiva senza assimilarlo. Clotilde è una donna semplice perché non è stata aiutata a capire dai genitori e dalla scuola. Nessuno le ha dato gli strumenti interpretativi necessari per arredare la sua “casa” psichica. I “mobili” attestano simbolicamente della ricchezza dei contenuti e delle abilità, della materia e dei criteri, dei vissuti e dell’interpretazione. Clotilde ha una casa senza mobili e non ne ha consapevolezza. E’ cresciuta secondo natura e con quello che di biologico serviva per continuare a vivere, senza strumenti per capire e senza sovrastrutture per approfondire, senza schemi per interpretare la realtà degli uomini e delle cose. Negli anni cinquanta erano culturalmente poveri un bambino e una bambina che parlavano soltanto il dialetto e non conoscevano la lingua italiana. Negli anni sessanta erano culturalmente poveri un ragazzo e una ragazza che non conoscevano l’ideologia nazifascista e socialista o l’imperialismo americano e sovietico. Negli anni settanta erano culturalmente poveri un giovane e una giovane che non conoscevano tutte le canzoni dei Beatles e la guerra in Vietnam. Negli anni ottanta erano culturalmente poveri il giovane uomo e la giovane donna che non conoscevano la Psicoanalisi e la storia della Democrazia cristiana. Negli anni novanta erano culturalmente poveri un uomo e una donna che non capivano la caduta dei totalitarismi e non conoscevano la produzione discografica dei Pooh. A questo punto avete sicuramente capito cosa si intende per povertà culturale, per cui posso procedere con l’interpretazione del sogno di Clotilde dopo aver aggiunto che da quel momento storico, anni novanta, alla povertà culturale è subentrata anche la povertà etica e morale.

Le pareti erano bianche, aveva grandi finestre ed era molto luminosa.”

Mi sono dilungato per arrivare alle “pareti bianche” della casa di Clotilde, alla semplicità e uniformità della struttura psichica, alla mancata assimilazione e personalizzazione dei dati psichici e culturali da parte di Clotilde. Tutto questo avveniva non per incapacità della ragazzina, ma semplicemente perché nessuno glielo insegnava, per penuria educativa dei genitori, per colpa dei cattivi maestri e delle severe maestre che portavano avanti i cavallini e lasciavano indietro gli asinelli. Eppure questa casa di Clotilde era “molto luminosa” perché aveva “grandi finestre”. Se non ci sono mobili, le pareti non servono e allora ben vengano le finestre a testimoniare la propensione sociale di Clotilde e la sua apertura al mondo esterno quasi a compensare le mancanze interiori con una estroversione pericolosa perché non supportata da capacità di analisi critica dei fatti e delle persone. Clotilde cresce come un agnello in un branco di lupi. La luminosità viene dall’esterno, dalle finestre aperte nella società e nelle relazioni. In questo settore Clotilde non è seconda a nessuno, è cresciuta nella strada e con i monelli del quartiere, è vissuta nel cortile con la gente umile e semplice che abita in una sola stanza, che parla il dialetto e che conosce a memoria le canzoni di Claudio Villa e Nilla Pizzi. Questa è la sapienza e la saggezza di Clotilde, quella pop, quella popolana che si trasmette per via orale come l’Iliade e l’Odissea e che contiene lo scibile umano in forma simbolica.

Mi affacciavo alla finestra e sentivo benessere”

Cosa dicevo prima?

Avete visto che la disposizione e la disinibizione sociali di Clotilde sono veicoli di pienezza psicofisica?

La gente protegge, ti dà la possibilità di relazionarti, di confrontarti, di identificarti e di non restare sola e senza neanche un prete per chiacchierare nelle domeniche d’agosto. L’apertura sociale di Clotilde è direttamente proporzionale alla sua disadorna interiorità, l’abilità a intrallazzare è pari alla sua penuria di pensiero e di azione in riguardo a se stessa e alla sua dimensione interna. Clotilde è nettamente squilibrata verso l’esterno perché si è dovuta compensare buttandosi fuori, andando a vivere con gli altri e come gli altri, a farsi da sé con la gente e tra la gente. Ma la società non è poi sempre buona e protettiva. Nel sociale incontri il gatto e la volpe, il lupo e l’agnello, il mercante e il prete, lo gnomo e il gigante, il buffone e il pagliaccio, i mezziuomini e i galantuomini, i quaracquacquà e i pupari. Il “benessere” che ti dà la società è rutilante, spesso luccica e abbaglia, libera e cattura, in ogni caso è un benessere secondo natura alla luce che l’uomo è un animale sociale. Una cosa è certa: Clotilde sta bene con la gente.

Il mio attuale ragazzo era nel salone”

La socializzazione non manca a Clotilde, così come la capacità seduttiva. Del resto, è cresciuta in strada tra la folla ed è stata adottata dalla gente del quartiere. Si è, quindi, adattata alla varietà psichica delle persone e si è relazionata secondo i suoi e i bisogni altrui. Spunta nella casa disadorna ma pulsante di vitalità un uomo, “il mio attuale ragazzo”, che suppone la presenza nella sfera sentimentale di Clotilde di altri ragazzi e tutti figli della gente e della strada. Il “salone” condensa la socialità formale e il ricevimento ufficiale, la maestria nel dispensare ruoli e mansioni alle persone di cui ci circondiamo. Questo “attuale ragazzo” è il paravento razionale del vero desiderio, quello sostanziale, di Clotilde. Questo è il fidanzato ufficiale, quello che si presenta ai parenti per candidarlo al ruolo di futuro sposo all’interno di una famiglia legata alle tradizioni, agli usi e ai costumi del passato. C’è un “ragazzo attuale” e si attende l’emersione di un “ragazzo inattuale”, quello che riveste il desiderio erotico e sessuale di Clotilde, quello della sostanza a cui la donna, cresciuta nel mondo e tra la gente, è abituata e aspetta di vivere. Clotilde non è una educanda delle suore di sant’Orsola, altrimenti avrebbe avuto la casa adorna di strumenti interiori di comprensione di se stessa e della realtà esterna, uomini e oggetti compresi. Clotilde è una donna navigata e abile nel destreggiarsi nei complotti e nelle contese, come Filumena Marturano. Clotilde sa il fatto suo e sa ben girare la frittata senza far cadere una goccia d’olio extravergine d’oliva sul ripiano della cucina. Il tempo lo dirà e il prosieguo del sogno non mancherà di dare il suo nulla osta.

Ad un certo punto vado in un’altra stanza, la camera.”

Clotilde mena il gioco perché conosce le regole del gioco. E’ una donna culturalmente e psicologicamente semplice, ma capace nelle arti della seduzione e del contratto, della truffa e del sortilegio. Clotilde ha su di sé poche idee ma chiare, sa bene di essere una donna e sa come atteggiarsi nella psicodinamica relazionale con l’uomo, quel maschio e quella varietà di maschi che ha ben conosciuto nel quartiere e che hanno formato il suo abito femminile e le sue arti di donna, latino “domina”, italiano signora e padrona. Clotilde conosce i tempi e gli atti: “Ad un certo punto vado in un’altra stanza” senza mobili ma intensamente vissuta, dal momento che si tratta della camera da letto. Clotilde si sposta facilmente nella sua casa, non ha particolari inibizioni a ospitare e a gestire gli avventori, un segno evidente della sua semplificazione sociale e attitudine alla relazione. Clotilde si avvia a visitare ed evidenziare la sua intimità profonda e i suoi segreti di donna attenta all’essenziale e molto pratica. Questo capoverso del sogno ha il sapore di una insidia e di preparazione a emozioni intense, dopo il formale approccio nel salotto con “l’attuale ragazzo”. La funzione onirica offre tutti gli strumenti per preparare l’evento e per mostrarlo con la giusta suspence.

Ero girata di spalle e indossavo un vestito nero.”

Come dicevo in precedenza, Clotilde da sveglia è una sognatrice e usa la sua immaginazione in maniera eccitante e seduttiva. La stessa operazione allucinatoria tra fantasia e ragione instaura sognando. Costruisce una scena di seduzione alla sua maniera con tanto di imprevisto e desiderato, con tanto di capi da sartoria e di colori giusti per il fascino della sorpresa e dell’incontro del suo tipo. Clotilde non avrà tanti mobili nella sua casa luminosa con tante finestre e sarà anche estroversa, ma sulle fantasie erotiche è ben attrezzata e si è costruita un buon arredamento senza ricorrere a Ikea. Analizziamo l’allegoria della seduzione. Clotilde è girata di spalle rispetto alla porta in chiara postura dell’attesa e della sorpresa, quasi a giustificare l’eccitazione dell’impatto desiderato e falsamente inaspettato. “Indossavo” si traduce in coprivo il mio corpo, avvolgevo le mie membra, calzavo la mia difesa, coprivo la mia nudità per darle il miglior fascino possibile a questo mondo e in questa situazione. Clotilde conosce la psicologia erotica del maschio e sa che una donna ben avvolta nei punti giusti è più eccitante di una donna lampantemente nuda come un verme. Ripeto, Clotilde avrà una povertà culturale, ma sa ben interpretare se stessa nelle movenze e dei desideri, è l’artista della sua persona, possiede la maschera che ha scelto e la riguarda nel profondo e nell’intimo. Arriviamo al “vestito nero”. In questo caso il colore “nero” non evoca il lutto e la perdita, tutt’altro! Evoca l’attrazione dell’acquisto, l’enigma che si disvela nel colore bianco della pelle. Il nero copre e fa da sfondo alla psicodinamica successiva. Clotilde si fa vedere di spalle in maniera difesa e restia all’impatto diretto, si fa vedere vestita del colore che contrasta in maniera vivace con il corpo che copre e che lascia spazio all’immaginazione del fruitore o dell’avventore ignoto e ben capitato tra le arti sottili della seduzione di una donna maliarda. Il prosieguo avvallerà la scena della attesa e della sorpresa.

All’improvviso spunta un uomo che ho frequentato in passato.”

“All’improvviso” non è poi tanto all’improvviso perché si era capito e da tempo dove Clotilde si stava dirigendo, dove voleva arrivare e anche cosa voleva fare. Il sogno ha incorporata la funzione “thriller” e in questo caso ha la sua efficacia per l’effetto temporale, “un uomo che ho frequentato in passato”. Si può anche aggiungere e “che non ho ancora dimenticato”, dal momento che me lo porto a spasso in sogno come attore protagonista del mio film rosa di sentimento e rosso di passione. La relazione non si è chiusa bene e in maniera definitiva. I due non si sono lasciati bene ed ecco che Clotilde sogna in maniera disinibita e sincera quello che le è rimasto dentro di quest’uomo, i suoi vissuti intimi che emergono dal passato per un happening adatto alla sognatrice. Dal corredo delle esperienze amorose vissute Clotilde tira fuori una figura che l’ha particolarmente colpita nel bene e nel male, l’ha eccitata con delle sensazioni e dei sentimenti ambivalenti e per questo motivo ben fissati nelle mente e nel ricordo. La parola “frequentato” è indicativa di un distacco difensivo dal coinvolgimento, a cui corrisponde un attaccamento emotivo e un legame per quello che si è vissuto e che si poteva ancora vivere insieme. In ogni caso si tratta sempre e solamente dei vissuti di Clotilde, di quel materiale psichico che non si è sedimentato e che è rimasto sospeso come un conto all’osteria. Dietro Clotilde in abito nero si è palesato un uomo del passato, un ex a tutti gli effetti. Non resta che proseguire soprattutto per ammirare e apprezzare la maniera in cui la funzione onirica procede senza che Clotilde ne sia cosciente e secondo i suoi vissuti da sveglia immaginati, come la narrazione prediletta dell’incontro erotico con un uomo. Il copione è dentro.

Era dietro le mie spalle ed era arrabbiato con me perché ho una relazione con il mio attuale ragazzo.”

Clotilde ama fare ingelosire i suoi uomini e farli arrabbiare esibendo il suo benessere psicofisico. In questo quadretto si consuma il sentimento della gelosia nella speranza che non finisca nel dramma a cui da sempre siamo abituati e più che mai in questi tempi in cui la Psicologia maschile sta attraversando una perdita depressiva di potere e non soltanto. La gelosia è tutta pari pari di Clotilde e la proietta per difesa sul suo ex ragazzo per vanagloria e per compensazione alla frustrazione subita. Mi spiego meglio. Clotilde non ha dimenticato il suo ex e soprattutto non ha archiviato la modalità aggressiva e seduttiva che lui conferiva al loro rapporto. In questo momento del sogno Clotilde ha il ragazzo attuale nel salone e il precedente ragazzo in camera. Ha riservato un vissuto e un trattamento formali al primo e ha scelto per il secondo una scenografia altamente seduttiva e prepotentemente erotica: le spalle, l’abito nero, lo sguardo incurante verso la finestra, e non verso la porta, che denota un momento trasognante e uno stato di coscienza crepuscolare, classico dei fumi del desiderio. Clotilde ha fatto arrabbiare il suo ex intendendo riferire della sua eccitazione proiettata sul ben capitato. Clotilde sogna il ragazzo che le è rimasto impresso e se lo porta in camera rievocando le pulsioni e l’eccitazione che contrassegnavano i loro incontri. Era una relazione dinamica e avversativa e l’attrazione consisteva in questo conflitto perenne che andava a concludersi nella gloria dei sensi. Anche in questa “location” psicofisica si giocava la stessa partita del contrasto e del conflitto. Clotilde immagina il suo ex ragazzo geloso e tradito e ancora innamorato di lei, ma in effetti si tratta di una sua bella e buona “proiezione”. Ma il sogno deve procedere tutelando i veri vissuti per non incorrere nell’incubo e nel risveglio. “En passant” ricordo che l’incubo scatta per difesa psicofisica nel momento in cui il “contenuto latente” del sogno coincide con il “contenuto manifesto”: il fallimento della censura onirica. Abbandoniamo la teoria e andiamo sulla sceneggiata erotica che si sta consumando.

Voleva strapparmi e rovinarmi il vestito e voleva picchiarmi.”

A proposito di salmo e di gloria, in questo caso si va verso l’espressione sadomasochistica della “libido anale”, si procede nelle pulsioni e nei desideri di Clotilde verso lo strappare il vestito, il rovinare sempre il vestito e il picchiare il corpo femminile. E’ oltremodo chiaro che Clotilde sta esibendo la sua “libido anale” e nello specifico la sua componente erotica e sessuale di qualità sadomasochistica. Ritorna il meccanismo onirico dello “spostamento” e il meccanismo psichico di difesa della “proiezione”: “voleva” e “voleva”, due volte in nove parole compare “voleva”. Clotilde è una donna, più che dalla grande volontà, dal grande desiderio di procedere verso l’orgasmo durante il rapporto sessuale attraverso l’offendere e l’essere offesa. Il piacere passa attraverso il dolore. Quest’ultimo viene sublimato come una forma di piacere e incentiva a dismisura il godimento favorendo la progressiva caduta della vigilanza per approdare nella terra di Dioniso. Clotilde ha una modalità erotica e sessuale “anale”, in quanto esige la dialettica psicofisica e il trionfo del senso doloroso del piacere, la conversione sensoriale nell’opposto. Qualcuno si chiederà, a questo punto, perché Clotilde procede in questo modo nelle sue relazioni sessuali. Il naturale “sadomasochismo” appartiene alla formazione e rientra nella “organizzazione psichica reattiva”, per cui è naturale che per raggiungere il risultato finale bisogna procedere nel sentiero del dare e ricevere dolore. Importante è il limite del “sadomasochismo”, perché può tralignare nella psicopatologia come tutte le cose psichiche e non. Clotilde vuole essere strappata, rovinata e picchiata. Traduco i simboli. “Strappata” attesta della potenza della penetrazione e del ritmo coitale, “rovinata” significa verbalmente e fisicamente vituperata, “picchiata” si traduce in carezze pesanti e tracciabili come i pagamenti elettronici. Il corpo viene simboleggiato da Clotilde nel suo “vestito”. Il suo vestito è la sua pelle e la pulsione sadomasochistica esige che porti le tracce della benefica violenza subita e arrecata. Proprio arrecata, perché stiamo parlando di “sadomasochismo” nel dare e nel subire azioni forti e prossime alla violenza. Aggiungo che questo tratto “anale” sadomasochistico è molto diffuso nell’universo psicofisico femminile, più che maschile. Spesso la donna si trova con un maschio inopportuno perché molto rispettoso ed educato, per cui deve sollecitarlo a cambiare registro perché la cosa non funziona in quel modo blando. Procedere è obbligo anche per vedere come finisce la dialettica competitiva e come si snoda l’erotismo e la sessualità di Clotilde.

Ad un certo punto si ferma e mi dice all’orecchio che voleva dipingermi.”

Ricordo che parlare all’orecchio è seduttivo, è un segno inequivocabile d’intesa su progetto intimo, almeno quel farsi parlare all’orecchio da Clotilde. Cambia la strategia erotica in questo sogno da naturale Kamasutra: dalla “libido anale” alla “libido fallico-narcisistica” con il superamento del “sadomasochismo” e l’introduzione della variabile voyeuristica. Clotilde sta rievocando in sogno i suoi gusti erotici e le sue fantasie sessuali, ripeto assolutamente naturali e normali, sta esibendo le sue predilezioni in un rapporto del suo tipo, sta sciorinando con i simboli i suoi preliminari e il suo coito al meglio possibile e consentito da madre natura. Clotilde varia le dinamiche psicofisiche e non cade nell’eccesso sessuale, quello che crea danno e traligna nella violenza. Clotilde esterna i suoi gusti e dice che dopo la dinamica sadomasochistica è opportuna la dinamica voyeuristica, epiteliale e uditiva, la “libido” degli occhi, del tatto e dell’udito, tre sensi che nell’erotismo hanno il loro notevole peso e la loro adeguata funzione. In questo rispolverare la varia gamma della sua “libido”, Clotilde si imbatte sugli occhi per guardare e farsi guardare, sulla pelle per dipingere e farsi dipingere, sulle orecchie per ascoltare e farsi ascoltare. L’erotismo trionfa in questa fiera delle pienezze sensoriali e non certo delle vanità. Clotilde è maestra e dispensa lezioni di alto gradimento ai suoi uomini ex e in atto, è una donna di potere che ha fatto della seduzione la sua ricchezza erotica da vendere e da comprare sempre su sua direzione e discrezione. Ricordo che orecchio, derma e occhi vogliono e meritano degnamente la loro parte in questa scena di ulteriore progresso erotico. Ancora il sogno non è finito e le sorprese finali attendono coloro che non si meravigliano di niente, le persone navigate e vissute come Clotilde.

Io ero inerme e impaurita in parte, ma ero sollevata per il fatto che il dipingermi l’avrebbe distratto dal farmi male.”

La “conversione nell’opposto” si palesa immediatamente nell’essere “inerme”. La donna di potere, fallica alla Afrodite, che ha menato la danza fino a questo punto, adesso si dispone all’orgasmo attraverso questa sua abilità a lasciarsi andare e a farsi fare. Meno male che era “impaurita in parte” a conferma del suo esserci e del suo gestire anche nella completa passività e inducendo l’altro a muoversi per approdare da qualche parte con l’imbarcazione. Clotilde sa di essere passata senza colpo ferire dall’esercizio erotico della “libido sadomasochistica” alla “libido fallico-narcisistica”, dalla “posizione psichica anale” alla “posizione psichica fallico-narcisistica”, e si sente attizzata da questo passaggio al godimento dei sensi vari e variopinti come la vista, il tatto e l’udito. Il contatto si prolunga con fantasia e varietà dei temi e dei tempi suonati in questo valzer delle sorprese per l’ex e in questo copione preferito dalla furbissima Clotilde. Si confermano le sue abilità erotiche e le sue doti relazionali, tutto in funzione di se stessa e indirettamente per il benessere della coppia di turno. Inerme, impaurita e sollevata sono i tre attributi psicofisici su cui Clotilde ha giocato la sua partita con un uomo ex nella camera e il suo uomo attuale in attesa nel salotto.

Quanta gente ci portiamo dentro e anche nei luoghi più impensati e nei contesti meno opportuni!

Sapevo che nel salotto c’era ancora il mio attuale ragazzo e volevo chiamarlo in mio aiuto.”

Clotilde si sta svegliando e se la racconta in sua difesa e in onore agli scampati ed eccitanti pericoli. “Sapevo” denota il “sensus sui”, il senso di sé e il tutto sotto controllo da parte di una donna che la sa lunga e sa ben recitare la parte interessata della gestione di due uomini che a distanza di pochi metri non si accorgono l’uno dell’altro semplicemente perché Clotilde li sa ben controllare e nella sua auto-consapevolezza sa ben gestirli secondo i suoi bisogni erotici e sessuali. C’è un uomo per il salotto e c’è un uomo per la camera, entrambi sono dentro una donna che conosce molto bene le arti seduttive, erotiche e sessuali in funzione del suo benessere psicofisico, del suo orgasmo e della sua autostima. Di certo, Clotilde non ha bisogno di loro e tanto meno del loro aiuto. Nulla da eccepire in questo sogno in cui è assente la “libido genitale” e che celebra il trionfo dei sensi nelle varianti aggressive e gratificanti, compiaciute e disinibite. Di donne come Clotilde ce ne sono fortunatamente tante.

LE EREDITA’ DEL CORONAVIRUS

TRAMA DEL SOGNO

“Sono a casa in una stanza simile a una camera, ma non è proprio la mia camera.

Insieme a me ci sono due giovani uomini, uno è dottore sicuramente.

Ho preso delle gocce per dormire e uno dei due si accorge che la macchina a cui sono attaccata non funziona bene.

Dice all’altro che c’è qualcosa che non va e che non sto tanto bene.”

Questo è il sogno di Cosetta ed è lampantemente un sogno da coronavirus.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

PREAMBOLO RIFLESSIVO

Tra le tante eredità della “PANDEMIA SEVERA”,

– quella che ci ha chiuso in casa appena tornati dal lavoro e mentre cenavamo,

– quella che ci ha lentamente logorato per l’ignoranza della causa e dell’effetto,

– quella che ci ha messo di fronte a un nemico invisibile e cattivo,

– quella che ci ha inoculato la paura della morte e l’angoscia della fine,

– quella che ci ha fatto sentire il bisogno di avere una buona guida per traghettare l’Acheronte,

– quella che ci ha fatto sentire il bisogno di uno Stato preparato ed efficiente,

– quella che ci ha fatto sentire il bisogno di una Europa solidale,

– quella che ci ha fatto progressivamente capire l’inettitudine della classe politica, passata e presente, e il fanatismo di tanti media,

– quella che ha messo in evidenza l’assenza di un piano epidemiologico e di una strategia sanitaria a misura d’uomo e d’anziano,

– quella che ha messo tragicamente in moto l’improvvisazione e l’ignoranza,

– quella che equiparava la persona dimessa dall’ospedale a una persona definitivamente guarita,

– quella che ha spazzato ignobilmente troppi anziani per l’etica sanitaria privata del capitalismo spinto,

– quella che ha acceso i motori in una notte piovosa di tanti camion mimetizzati del pio Esercito italiano, gravidi di morti da trasferire nel forno crematorio più vicino,

– quella che ha messo quotidianamente alla ribalta televisiva i tristi virologi e l’orgoglio impenitente dei virus,

– quella che ha costretto il papa a una benedizione urbi et orbi verso una piazza san Pietro deserta,

– quella che ha lasciato sul campo di battaglia duecentodue operatori sanitari,

– quella che ci è costata ufficialmente trentatremila morti,

– quella che immancabilmente ha mostrato lo sciacallaggio della corruzione anche nelle migliori famiglie di moralisti italici,

– quella che ci ha esaltato come un popolo coeso e orgoglioso di Mameli e di Modugno,

– quella che ci ha fatto piano piano amare la scuola e i professori proprio per l’assenza,

– quella che ci ha indotto a recuperare i miti e i riti del passato,

– quella che ci ha fatto conoscere il vicino di casa e le virtù del lavoro sanitario e non solo: vedi le commesse del supermercato e gli operatori ecologici,

– quella che ci fatto capire la relatività della questione dei migranti e la stupidità della concezione dello straniero come nemico,

– quella che ci ha fatto riscoprire gli affetti e a rivalutare le inimicizie,

– quella che ci restituito l’aria pura senza il biossido di carbonio, il cielo e il mare azzurri,

– quella che ci ha fatto ridere, piangere, pensare, divertire, scoprire, riscoprire, fare, cosare, rifare, brigare, sognare, intrallazzare…,

– quella che ci fatto ammalare e immaginare malati,

tra le tante eredità della PANDEMIA SEVERA,

– quella che ha indotto il semplice e umanissimo sogno di Cosetta,

– QUELLA CHE HA SOVRACCARICATO LE DONNE DI RUOLI, DI MANSIONI, DI COMPETENZE, DI LAVORI, DI FATICHE E DI SOGNI DI GLORIA,

di fronte a questa “PANDEMIA SEVERA” è importante non abbassare la guardia e soprattutto di fronte all’ultima eredità.

Dopo tanto preambolo procedo con l’interpretazione del sogno di Cosetta.

Sono a casa in una stanza simile a una camera, ma non è proprio la mia camera.”

Cosetta sogna un evento possibile e all’ordine del giorno nel periodo della pandemia. A distanza di tre mesi emerge la preoccupazione reale di Cosetta di infettarsi e di essere ricoverata in ospedale per essere curata. La “stanza della sua casa simile a una camera” è proprio la stanza anonima di un ospedale, tutta da conoscere perché sconosciuta. Questa esperienza non è eccitante per Cosetta, è ignota e disarmante perché la trova passiva, alla mercé degli altri e degli eventi. “La mia camera” si traduce in “non è proprio un’esperienza che volevo fare” e che ho potuto fare in sogno a distanza di tempo, a conferma che il sogno non realizza soltanto i desideri, come voleva Sigmund, ma anche le paure, e dà immagine anche alle angosce recondite di ogni persona. Nella nostra “casa” psichica non c’è la stanza dell’ospedale, ma sicuramente in qualche sgabuzzino c’è il “fantasma di morte”. In ogni modo bisogna attrezzare dentro di noi anche la camera dell’ospedale per essere pronti agli eventi patologici. Importante non costruire un ospedale inutile magari in quindici giorni per scimmiottare i cinesi, sempre dentro di noi s’intende.

Insieme a me ci sono due giovani uomini, uno è dottore sicuramente.”

La terminologia semplice e accessibile apre un contesto inequivocabile nella Logica della simbologia e della razionalità. I dottori servono per curare una donna ammalata che ha anche bisogno di rassicurazione. La disposizione di Cosetta verso l’universo maschile è generosa e si vede chiaramente nel concepire gli “uomini” che sono in “due” e “giovani” e con il beneplacito, per almeno uno di loro, di essere “dottore sicuramente”. Il medico in tempo di pandemia è una panacea non soltanto onirica, ma anche reale, dal momento che cura i mali del corpo e dell’anima con la sua presenza e la sua competenza, con il suo abito e il suo sapere. Cosetta ha elaborato da sveglia la possibilità di ammalarsi di coronavirus e di essere ricoverata in ospedale con tutte le conseguenze del caso, tra cui quella di imbattersi in un infermiere e in un dottore. La preferenza per l’elemento maschile è legata alla formazione psichica di Cosetta e al suo privilegio verso la figura protettiva e sapiente del padre quando era bambina. I due giovani uomini sono la “proiezione” dei suoi bisogni e della sua elezione verso l’affidamento alle figure maschili. Come dicevo in precedenza, Cosetta ha vissuto il padre come una pietra miliare da seguire e un’ancora di salvezza da gettare nel gran mare della vita durante le tempeste.

Ho preso delle gocce per dormire e uno dei due si accorge che la macchina a cui sono attaccata non funziona bene.”

Cosetta in tanta incertezza psicofisica sa già che deve variare lo stato di coscienza e che non può affrontare in maniera vigilante la malattia, per cui ricorre all’alleato ansiolitico e sonnifero, uno psicofarmaco a testimonianza della criticità patologica in cui versa. La ricerca di una leggera anestesia non basta. Cosetta corre ai ripari dal pericolo di morte attaccandosi alla “macchina” che pessimisticamente “non funziona bene”. Prevale in Cosetta, nella sua formazione e nella sua “organizzazione” psichiche, la paura di morire più che di guarire. Non si tratta di vedere il solito bicchiere mezzo vuoto, è un tratto “orale” di perdita che prevale sul tratto “genitale” di acquisto. Cosetta non aspira a vivere l’esperienza della malattia per incamerare nella sua casa psichica anche questa avventura, ma per mettere alla prova il suo bisogno di aiuto e di non restare sola. Sia pur con tanta dignità la sua richiesta è ineccepibile quanto esplicita e suadente. Ma la sfiga non arriva mai da sola, per cui il pessimismo di Cosetta non si ferma al contagio perché travalica nella sfortuna di un respiratore artificiale che “non funziona bene”. Tra il sopravvivere al dramma e il restarci dentro Cosetta sceglie il secondo.

Dice all’altro che c’è qualcosa che non va e che non sto tanto bene.”

Ed ecco la conferma nella scena onirica dei due uomini di turno che disquisiscono sullo stato precario di salute e sull’inaffidabilità delle macchine sanitarie. E’ quasi una tresca, quanto meno una complicità tra i due uomini devoluti da Cosetta in sogno alla sua salute e alla sua sopravvivenza. L’affidamento non è acritico, ma ben ponderato trattandosi di figure sanitarie.

In effetti, cosa c’è che non va in Cosetta?

Perché non sta tanto bene?

Quale materiale psichico ha riesumato la pandemia, oltre al famigerato “fantasma di morte”?

Il sogno non lo dice, ma afferma che la “componente sacrificale” di Cosetta ha una buona consistenza. Si aggiunga che il “pessimismo” fa da degna cornice a questo tratto psichico della protagonista. Ricordare che il “tratto sacrificale” ha una grossa motivazione affettiva, non fa mai male. Cosetta è alle prese con la sua “posizione psichica orale”, amare ed essere amata, e si candida alla perdita depressiva in questa evenienza storica della pandemia e soprattutto del dopo pandemia.

Del resto, tutti siamo stati costretti in questi tre mesi a reagire agli stimoli ricevuti con i tratti specifici della nostra “organizzazione psichica” e progressivamente abbiamo incamerato i vari vissuti. Vedremo il resto del nostro film man mano che procederemo verso una nuova normalità.

Che sia la buona visione di un film interessante e profondo!

Tenete duro perché ce la racconteremo ancora sul blog dei sogni.

LA REGRESSIONE E IL TRAUMA

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TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Arrivo nella camera di quand’ero bambina.

Le persiane sono chiuse.

Devo recuperare gli abiti che sono rimasti nell’armadio appoggiato alla

parete e vicino alla finestra.

Questi abiti sono bagnati a causa di una grossa perdita d’acqua che sta rovinando armadio e muri.

Avvicinandomi alla parete della finestra sento freddo.

Due grosse crepe minacciano il crollo di quella parete.”

Questo è il sogno di Lexeia.

 

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

 CONSIDERAZIONI

 Il nocciolo onirico: Lexeia regredisce all’infanzia e s’imbatte in un trauma.

Un richiamo teorico al processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione” è d’obbligo.

Trattasi di un’inversione del naturale movimento evolutivo d’investimento della “libido”. A causa di una frustrazione o di un’angoscia ingestibili dall’”Io” cosciente e non passibili di “rimozione” o di altri meccanismi di difesa, si ripristinano forme mentali, comportamentali e relazionali del passato in opposizione alla normale direzione progressiva ed evolutiva della Psiche, forme non compatibili con la realtà psico-esistenziale in atto. La “regressione” è consolatoria e funge da rinforzo narcisistico in attesa di ripristinare gli investimenti giusti per riparare il trauma o per risolvere il conflitto nevrotico.

Dopo questa premessa teorica procedo con la decodificazione puntuale del sogno di Lexeia.

 SIMBOLI ARCHETIPI FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Arrivo nella camera di quand’ero bambina.”

La “regressione” è servita. Lexeia è tornata all’infanzia, alla modalità di pensiero e di azione di allora, ai vissuti di allora e al ricordo di quello che era successo allora: il tutto in forma “condensata” e “spostata”.

La “camera” rappresenta una parte della casa psichica di Lexeia e nello specifico la dimensione inquisita in riguardo al trauma che sta elaborando.

 “Le persiane sono chiuse.”

La chiusura relazionale si manifesta in questa immagine onirica. La bambina  è isolata e sola. “Le persiane” condensano la possibilità di difendersi o di esporsi, l’apertura o la chiusura verso gli altri.

 “Devo recuperare gli abiti che sono rimasti nell’armadio appoggiato alla parete e vicino alla finestra.”

Gli “abiti” sono simboli dei modi di apparire nell’ambito sociale, quello che si esibisce agli altri in difesa della nostra autenticità, il mondo interiore fatto di gioie e dolori, di paure e titubanze. “Recuperare” condensa la razionalizzazione e la riformulazione, la rivisitazione e l’assimilazione, la disposizione a rivedere e correggere “parti psichiche di sé”. Lexeia è pronta a rivivere e assimilare i suoi modi di apparire rimossi, “rimasti nell’armadio”, e che servivano a esibirsi nel sociale. Lexeia è disposta a capire la timidezza e l’isolamento della sua infanzia e adolescenza.

 “Questi abiti sono bagnati a causa di una grossa perdita d’acqua che sta rovinando armadio e muri.”

 Il sogno di Lexeia dice il perché del blocco di questi modi di apparire, suggerisce in simbolo la causa: un trauma. La “grossa perdita d’acqua” rappresenta un danno psicofisico all’essere e all’esibirsi femminili, un danno all’estetica e alle manifestazioni di sé, un danno al corpo e alle sue funzioni.

 “Avvicinandomi alla parete della finestra sento freddo.”

 Il “freddo” rappresenta la carenza affettiva, la mancanza di aiuto durante la crisi e il “fantasma di perdita”, oltre a una caduta della vitalità.

 “Due grosse crepe minacciano il crollo di quella parete.”

 Le “crepe” condensano la rottura, la lacerazione, la ferita, la deflorazione, il trauma fisico in primo luogo. Il numero “due” rievoca la struttura binaria del corpo: due orecchie, due occhi, due braccia, et cetera. Il trauma fisico minaccia l’estetica e la socializzazione della bambina.

 PSICODINAMICA

 Lexeia regredisce all’infanzia e rievoca il suo trauma psicofisico. La rivisitazione onirica è funzionale alla “razionalizzazione” dell’evento. La “presa di coscienza” stempera l’angoscia e il condizionamento psichico e relazionale e in primo luogo estetico. Il sogno svolge la positiva funzione catartica.

 ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Le istanze psichiche coinvolte sono l’”Io” e l’”Es”. Il primo opera la “regressione” e apporta il suo contributo di chiarezza nel ricordare e organizzare simbolicamente l’evento traumatico, il secondo nell’offrire in maniera compatibile con il sonno le emozioni e le angosce congelate dentro a livello profondo.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

L’azione del processo psichico della “regressione” è manifesto, così come il “ritorno del trauma rimosso”, ritorno dovuto alle tracce visibile e alle conseguenze del trauma.

ORGANIZZAZIONE REATTIVA

Lexeia evidenzia un tratto depressivo della sua “organizzazione reattiva”: sensibilità alla perdita.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte sono la “metafora”, somiglianza, e la “metonimia”, nesso logico e in particolare in camera, persiane, abiti, armadio, muri, perdita d’acqua.

DIAGNOSI

Il sogno di Lexeia manifesta una sensibilità depressiva alla perdita nel rievocare e rivisitare un trauma psicofisico dell’infanzia.

PROGNOSI

La prognosi impone a Lexeia di portare a migliore consapevolezza l’angoscia della perdita e di controllare le emozioni collegate al trauma, al fine di ridurre le limitazioni all’espansione vitale e la formazione d’inutili complessi d’inferiorità e d’inadeguatezza.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella degenerazione del “fantasma di perdita” e nell’esasperazione del tratto depressivo emerso con la “regressione” all’infanzia e con la rievocazione del trauma.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Lexeia è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno”, la causa scatenante del sogno, può legarsi a una riflessione sul trauma o a una visione del danno fisico.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

 L’infanzia è costellata di traumi: incidenti psichici e fisici. Quelli visibili sono più facilmente risolvibili di quelli invisibili. E’ più facile “razionalizzare” e accettare un danno fisico rispetto a una violenza psichica anche apparentemente banale come ad esempio “stai zitto scemo!”. Le tracce visibili e invisibili sono sempre motivo di ricordo e di rivisitazione, di rievocazione e di riedizione. Il bambino si difende dall’angoscia con il meccanismo della “rimozione”, il dimenticare e l’omettere, ma è sempre possibile il “ritorno del rimosso” quando l’operazione non funziona e questo si verifica soprattutto nei traumi che hanno una visibilità. Il trauma fisico specifico agisce da coagulo di varie idee e ossessioni, paure e fobie, complessi e conflitti portando a un decadimento della qualità della vita. Richiede una buona funzionalità dell’”Io” e dei meccanismi di difesa meno invasivi e dispendiosi, quelli giusti per l’equilibrio psichico, come per esempio la “razionalizzazione” e la “sublimazione”.