LA CASA SENZA MOBILI

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di essere dentro una casa che non aveva mobili.

Le pareti erano bianche,aveva grandi finestre ed era molto luminosa.

Mi affacciavo alla finestra e sentivo benessere.

Il mio attuale ragazzo era nel salone.

Ad un certo punto vado in un’altra stanza, la camera.

Ero girata di spalle e indossavo un vestito nero.

All’improvviso spunta un uomo che ho frequentato in passato.

Era dietro le mie spalle ed era arrabbiato con me perché ho una relazione con il mio attuale ragazzo.

Voleva strapparmi e rovinarmi il vestito e voleva picchiarmi.

Ad un certo punto si ferma e mi dice all’orecchio che voleva dipingermi.

Io ero inerme e impaurita in parte, ma ero sollevata per il fatto che il dipingermi l’avrebbe distratto dal farmi male.

Sapevo che nel salotto c’era ancora il mio attuale ragazzo e volevo chiamarlo in mio aiuto.”

Clotilde

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di essere dentro una casa che non aveva mobili.”

Clotilde è una donna spartana, non perché è nata a Sparta, semplicemente perché manifesta una “organizzazione psichica” sguarnita di modi di essere e di esistere, priva delle tante modalità del pensare e dell’agire, semplificata nelle esperienze vissute. Clotilde tende all’essenziale, ha fatto la sua vita al minimo e non certo al massimo dal momento che dentro le è rimasto ben poco delle lezioni che l’esercizio del vivere quotidiano impartisce sia nel privato e sia nel pubblico. Clotilde ha una povertà psico-culturale che è la classica eredità di coloro che hanno poco elaborato perché hanno ricevuto pochi stimoli da se stessi e dall’ambiente. Clotilde non ha maturato la motivazione giusta per crescere arricchendosi con le esperienze vissute e per capire i sensi e i significati di tutto il materiale che acquisiva senza assimilarlo. Clotilde è una donna semplice perché non è stata aiutata a capire dai genitori e dalla scuola. Nessuno le ha dato gli strumenti interpretativi necessari per arredare la sua “casa” psichica. I “mobili” attestano simbolicamente della ricchezza dei contenuti e delle abilità, della materia e dei criteri, dei vissuti e dell’interpretazione. Clotilde ha una casa senza mobili e non ne ha consapevolezza. E’ cresciuta secondo natura e con quello che di biologico serviva per continuare a vivere, senza strumenti per capire e senza sovrastrutture per approfondire, senza schemi per interpretare la realtà degli uomini e delle cose. Negli anni cinquanta erano culturalmente poveri un bambino e una bambina che parlavano soltanto il dialetto e non conoscevano la lingua italiana. Negli anni sessanta erano culturalmente poveri un ragazzo e una ragazza che non conoscevano l’ideologia nazifascista e socialista o l’imperialismo americano e sovietico. Negli anni settanta erano culturalmente poveri un giovane e una giovane che non conoscevano tutte le canzoni dei Beatles e la guerra in Vietnam. Negli anni ottanta erano culturalmente poveri il giovane uomo e la giovane donna che non conoscevano la Psicoanalisi e la storia della Democrazia cristiana. Negli anni novanta erano culturalmente poveri un uomo e una donna che non capivano la caduta dei totalitarismi e non conoscevano la produzione discografica dei Pooh. A questo punto avete sicuramente capito cosa si intende per povertà culturale, per cui posso procedere con l’interpretazione del sogno di Clotilde dopo aver aggiunto che da quel momento storico, anni novanta, alla povertà culturale è subentrata anche la povertà etica e morale.

Le pareti erano bianche, aveva grandi finestre ed era molto luminosa.”

Mi sono dilungato per arrivare alle “pareti bianche” della casa di Clotilde, alla semplicità e uniformità della struttura psichica, alla mancata assimilazione e personalizzazione dei dati psichici e culturali da parte di Clotilde. Tutto questo avveniva non per incapacità della ragazzina, ma semplicemente perché nessuno glielo insegnava, per penuria educativa dei genitori, per colpa dei cattivi maestri e delle severe maestre che portavano avanti i cavallini e lasciavano indietro gli asinelli. Eppure questa casa di Clotilde era “molto luminosa” perché aveva “grandi finestre”. Se non ci sono mobili, le pareti non servono e allora ben vengano le finestre a testimoniare la propensione sociale di Clotilde e la sua apertura al mondo esterno quasi a compensare le mancanze interiori con una estroversione pericolosa perché non supportata da capacità di analisi critica dei fatti e delle persone. Clotilde cresce come un agnello in un branco di lupi. La luminosità viene dall’esterno, dalle finestre aperte nella società e nelle relazioni. In questo settore Clotilde non è seconda a nessuno, è cresciuta nella strada e con i monelli del quartiere, è vissuta nel cortile con la gente umile e semplice che abita in una sola stanza, che parla il dialetto e che conosce a memoria le canzoni di Claudio Villa e Nilla Pizzi. Questa è la sapienza e la saggezza di Clotilde, quella pop, quella popolana che si trasmette per via orale come l’Iliade e l’Odissea e che contiene lo scibile umano in forma simbolica.

Mi affacciavo alla finestra e sentivo benessere”

Cosa dicevo prima?

Avete visto che la disposizione e la disinibizione sociali di Clotilde sono veicoli di pienezza psicofisica?

La gente protegge, ti dà la possibilità di relazionarti, di confrontarti, di identificarti e di non restare sola e senza neanche un prete per chiacchierare nelle domeniche d’agosto. L’apertura sociale di Clotilde è direttamente proporzionale alla sua disadorna interiorità, l’abilità a intrallazzare è pari alla sua penuria di pensiero e di azione in riguardo a se stessa e alla sua dimensione interna. Clotilde è nettamente squilibrata verso l’esterno perché si è dovuta compensare buttandosi fuori, andando a vivere con gli altri e come gli altri, a farsi da sé con la gente e tra la gente. Ma la società non è poi sempre buona e protettiva. Nel sociale incontri il gatto e la volpe, il lupo e l’agnello, il mercante e il prete, lo gnomo e il gigante, il buffone e il pagliaccio, i mezziuomini e i galantuomini, i quaracquacquà e i pupari. Il “benessere” che ti dà la società è rutilante, spesso luccica e abbaglia, libera e cattura, in ogni caso è un benessere secondo natura alla luce che l’uomo è un animale sociale. Una cosa è certa: Clotilde sta bene con la gente.

Il mio attuale ragazzo era nel salone”

La socializzazione non manca a Clotilde, così come la capacità seduttiva. Del resto, è cresciuta in strada tra la folla ed è stata adottata dalla gente del quartiere. Si è, quindi, adattata alla varietà psichica delle persone e si è relazionata secondo i suoi e i bisogni altrui. Spunta nella casa disadorna ma pulsante di vitalità un uomo, “il mio attuale ragazzo”, che suppone la presenza nella sfera sentimentale di Clotilde di altri ragazzi e tutti figli della gente e della strada. Il “salone” condensa la socialità formale e il ricevimento ufficiale, la maestria nel dispensare ruoli e mansioni alle persone di cui ci circondiamo. Questo “attuale ragazzo” è il paravento razionale del vero desiderio, quello sostanziale, di Clotilde. Questo è il fidanzato ufficiale, quello che si presenta ai parenti per candidarlo al ruolo di futuro sposo all’interno di una famiglia legata alle tradizioni, agli usi e ai costumi del passato. C’è un “ragazzo attuale” e si attende l’emersione di un “ragazzo inattuale”, quello che riveste il desiderio erotico e sessuale di Clotilde, quello della sostanza a cui la donna, cresciuta nel mondo e tra la gente, è abituata e aspetta di vivere. Clotilde non è una educanda delle suore di sant’Orsola, altrimenti avrebbe avuto la casa adorna di strumenti interiori di comprensione di se stessa e della realtà esterna, uomini e oggetti compresi. Clotilde è una donna navigata e abile nel destreggiarsi nei complotti e nelle contese, come Filumena Marturano. Clotilde sa il fatto suo e sa ben girare la frittata senza far cadere una goccia d’olio extravergine d’oliva sul ripiano della cucina. Il tempo lo dirà e il prosieguo del sogno non mancherà di dare il suo nulla osta.

Ad un certo punto vado in un’altra stanza, la camera.”

Clotilde mena il gioco perché conosce le regole del gioco. E’ una donna culturalmente e psicologicamente semplice, ma capace nelle arti della seduzione e del contratto, della truffa e del sortilegio. Clotilde ha su di sé poche idee ma chiare, sa bene di essere una donna e sa come atteggiarsi nella psicodinamica relazionale con l’uomo, quel maschio e quella varietà di maschi che ha ben conosciuto nel quartiere e che hanno formato il suo abito femminile e le sue arti di donna, latino “domina”, italiano signora e padrona. Clotilde conosce i tempi e gli atti: “Ad un certo punto vado in un’altra stanza” senza mobili ma intensamente vissuta, dal momento che si tratta della camera da letto. Clotilde si sposta facilmente nella sua casa, non ha particolari inibizioni a ospitare e a gestire gli avventori, un segno evidente della sua semplificazione sociale e attitudine alla relazione. Clotilde si avvia a visitare ed evidenziare la sua intimità profonda e i suoi segreti di donna attenta all’essenziale e molto pratica. Questo capoverso del sogno ha il sapore di una insidia e di preparazione a emozioni intense, dopo il formale approccio nel salotto con “l’attuale ragazzo”. La funzione onirica offre tutti gli strumenti per preparare l’evento e per mostrarlo con la giusta suspence.

Ero girata di spalle e indossavo un vestito nero.”

Come dicevo in precedenza, Clotilde da sveglia è una sognatrice e usa la sua immaginazione in maniera eccitante e seduttiva. La stessa operazione allucinatoria tra fantasia e ragione instaura sognando. Costruisce una scena di seduzione alla sua maniera con tanto di imprevisto e desiderato, con tanto di capi da sartoria e di colori giusti per il fascino della sorpresa e dell’incontro del suo tipo. Clotilde non avrà tanti mobili nella sua casa luminosa con tante finestre e sarà anche estroversa, ma sulle fantasie erotiche è ben attrezzata e si è costruita un buon arredamento senza ricorrere a Ikea. Analizziamo l’allegoria della seduzione. Clotilde è girata di spalle rispetto alla porta in chiara postura dell’attesa e della sorpresa, quasi a giustificare l’eccitazione dell’impatto desiderato e falsamente inaspettato. “Indossavo” si traduce in coprivo il mio corpo, avvolgevo le mie membra, calzavo la mia difesa, coprivo la mia nudità per darle il miglior fascino possibile a questo mondo e in questa situazione. Clotilde conosce la psicologia erotica del maschio e sa che una donna ben avvolta nei punti giusti è più eccitante di una donna lampantemente nuda come un verme. Ripeto, Clotilde avrà una povertà culturale, ma sa ben interpretare se stessa nelle movenze e dei desideri, è l’artista della sua persona, possiede la maschera che ha scelto e la riguarda nel profondo e nell’intimo. Arriviamo al “vestito nero”. In questo caso il colore “nero” non evoca il lutto e la perdita, tutt’altro! Evoca l’attrazione dell’acquisto, l’enigma che si disvela nel colore bianco della pelle. Il nero copre e fa da sfondo alla psicodinamica successiva. Clotilde si fa vedere di spalle in maniera difesa e restia all’impatto diretto, si fa vedere vestita del colore che contrasta in maniera vivace con il corpo che copre e che lascia spazio all’immaginazione del fruitore o dell’avventore ignoto e ben capitato tra le arti sottili della seduzione di una donna maliarda. Il prosieguo avvallerà la scena della attesa e della sorpresa.

All’improvviso spunta un uomo che ho frequentato in passato.”

“All’improvviso” non è poi tanto all’improvviso perché si era capito e da tempo dove Clotilde si stava dirigendo, dove voleva arrivare e anche cosa voleva fare. Il sogno ha incorporata la funzione “thriller” e in questo caso ha la sua efficacia per l’effetto temporale, “un uomo che ho frequentato in passato”. Si può anche aggiungere e “che non ho ancora dimenticato”, dal momento che me lo porto a spasso in sogno come attore protagonista del mio film rosa di sentimento e rosso di passione. La relazione non si è chiusa bene e in maniera definitiva. I due non si sono lasciati bene ed ecco che Clotilde sogna in maniera disinibita e sincera quello che le è rimasto dentro di quest’uomo, i suoi vissuti intimi che emergono dal passato per un happening adatto alla sognatrice. Dal corredo delle esperienze amorose vissute Clotilde tira fuori una figura che l’ha particolarmente colpita nel bene e nel male, l’ha eccitata con delle sensazioni e dei sentimenti ambivalenti e per questo motivo ben fissati nelle mente e nel ricordo. La parola “frequentato” è indicativa di un distacco difensivo dal coinvolgimento, a cui corrisponde un attaccamento emotivo e un legame per quello che si è vissuto e che si poteva ancora vivere insieme. In ogni caso si tratta sempre e solamente dei vissuti di Clotilde, di quel materiale psichico che non si è sedimentato e che è rimasto sospeso come un conto all’osteria. Dietro Clotilde in abito nero si è palesato un uomo del passato, un ex a tutti gli effetti. Non resta che proseguire soprattutto per ammirare e apprezzare la maniera in cui la funzione onirica procede senza che Clotilde ne sia cosciente e secondo i suoi vissuti da sveglia immaginati, come la narrazione prediletta dell’incontro erotico con un uomo. Il copione è dentro.

Era dietro le mie spalle ed era arrabbiato con me perché ho una relazione con il mio attuale ragazzo.”

Clotilde ama fare ingelosire i suoi uomini e farli arrabbiare esibendo il suo benessere psicofisico. In questo quadretto si consuma il sentimento della gelosia nella speranza che non finisca nel dramma a cui da sempre siamo abituati e più che mai in questi tempi in cui la Psicologia maschile sta attraversando una perdita depressiva di potere e non soltanto. La gelosia è tutta pari pari di Clotilde e la proietta per difesa sul suo ex ragazzo per vanagloria e per compensazione alla frustrazione subita. Mi spiego meglio. Clotilde non ha dimenticato il suo ex e soprattutto non ha archiviato la modalità aggressiva e seduttiva che lui conferiva al loro rapporto. In questo momento del sogno Clotilde ha il ragazzo attuale nel salone e il precedente ragazzo in camera. Ha riservato un vissuto e un trattamento formali al primo e ha scelto per il secondo una scenografia altamente seduttiva e prepotentemente erotica: le spalle, l’abito nero, lo sguardo incurante verso la finestra, e non verso la porta, che denota un momento trasognante e uno stato di coscienza crepuscolare, classico dei fumi del desiderio. Clotilde ha fatto arrabbiare il suo ex intendendo riferire della sua eccitazione proiettata sul ben capitato. Clotilde sogna il ragazzo che le è rimasto impresso e se lo porta in camera rievocando le pulsioni e l’eccitazione che contrassegnavano i loro incontri. Era una relazione dinamica e avversativa e l’attrazione consisteva in questo conflitto perenne che andava a concludersi nella gloria dei sensi. Anche in questa “location” psicofisica si giocava la stessa partita del contrasto e del conflitto. Clotilde immagina il suo ex ragazzo geloso e tradito e ancora innamorato di lei, ma in effetti si tratta di una sua bella e buona “proiezione”. Ma il sogno deve procedere tutelando i veri vissuti per non incorrere nell’incubo e nel risveglio. “En passant” ricordo che l’incubo scatta per difesa psicofisica nel momento in cui il “contenuto latente” del sogno coincide con il “contenuto manifesto”: il fallimento della censura onirica. Abbandoniamo la teoria e andiamo sulla sceneggiata erotica che si sta consumando.

Voleva strapparmi e rovinarmi il vestito e voleva picchiarmi.”

A proposito di salmo e di gloria, in questo caso si va verso l’espressione sadomasochistica della “libido anale”, si procede nelle pulsioni e nei desideri di Clotilde verso lo strappare il vestito, il rovinare sempre il vestito e il picchiare il corpo femminile. E’ oltremodo chiaro che Clotilde sta esibendo la sua “libido anale” e nello specifico la sua componente erotica e sessuale di qualità sadomasochistica. Ritorna il meccanismo onirico dello “spostamento” e il meccanismo psichico di difesa della “proiezione”: “voleva” e “voleva”, due volte in nove parole compare “voleva”. Clotilde è una donna, più che dalla grande volontà, dal grande desiderio di procedere verso l’orgasmo durante il rapporto sessuale attraverso l’offendere e l’essere offesa. Il piacere passa attraverso il dolore. Quest’ultimo viene sublimato come una forma di piacere e incentiva a dismisura il godimento favorendo la progressiva caduta della vigilanza per approdare nella terra di Dioniso. Clotilde ha una modalità erotica e sessuale “anale”, in quanto esige la dialettica psicofisica e il trionfo del senso doloroso del piacere, la conversione sensoriale nell’opposto. Qualcuno si chiederà, a questo punto, perché Clotilde procede in questo modo nelle sue relazioni sessuali. Il naturale “sadomasochismo” appartiene alla formazione e rientra nella “organizzazione psichica reattiva”, per cui è naturale che per raggiungere il risultato finale bisogna procedere nel sentiero del dare e ricevere dolore. Importante è il limite del “sadomasochismo”, perché può tralignare nella psicopatologia come tutte le cose psichiche e non. Clotilde vuole essere strappata, rovinata e picchiata. Traduco i simboli. “Strappata” attesta della potenza della penetrazione e del ritmo coitale, “rovinata” significa verbalmente e fisicamente vituperata, “picchiata” si traduce in carezze pesanti e tracciabili come i pagamenti elettronici. Il corpo viene simboleggiato da Clotilde nel suo “vestito”. Il suo vestito è la sua pelle e la pulsione sadomasochistica esige che porti le tracce della benefica violenza subita e arrecata. Proprio arrecata, perché stiamo parlando di “sadomasochismo” nel dare e nel subire azioni forti e prossime alla violenza. Aggiungo che questo tratto “anale” sadomasochistico è molto diffuso nell’universo psicofisico femminile, più che maschile. Spesso la donna si trova con un maschio inopportuno perché molto rispettoso ed educato, per cui deve sollecitarlo a cambiare registro perché la cosa non funziona in quel modo blando. Procedere è obbligo anche per vedere come finisce la dialettica competitiva e come si snoda l’erotismo e la sessualità di Clotilde.

Ad un certo punto si ferma e mi dice all’orecchio che voleva dipingermi.”

Ricordo che parlare all’orecchio è seduttivo, è un segno inequivocabile d’intesa su progetto intimo, almeno quel farsi parlare all’orecchio da Clotilde. Cambia la strategia erotica in questo sogno da naturale Kamasutra: dalla “libido anale” alla “libido fallico-narcisistica” con il superamento del “sadomasochismo” e l’introduzione della variabile voyeuristica. Clotilde sta rievocando in sogno i suoi gusti erotici e le sue fantasie sessuali, ripeto assolutamente naturali e normali, sta esibendo le sue predilezioni in un rapporto del suo tipo, sta sciorinando con i simboli i suoi preliminari e il suo coito al meglio possibile e consentito da madre natura. Clotilde varia le dinamiche psicofisiche e non cade nell’eccesso sessuale, quello che crea danno e traligna nella violenza. Clotilde esterna i suoi gusti e dice che dopo la dinamica sadomasochistica è opportuna la dinamica voyeuristica, epiteliale e uditiva, la “libido” degli occhi, del tatto e dell’udito, tre sensi che nell’erotismo hanno il loro notevole peso e la loro adeguata funzione. In questo rispolverare la varia gamma della sua “libido”, Clotilde si imbatte sugli occhi per guardare e farsi guardare, sulla pelle per dipingere e farsi dipingere, sulle orecchie per ascoltare e farsi ascoltare. L’erotismo trionfa in questa fiera delle pienezze sensoriali e non certo delle vanità. Clotilde è maestra e dispensa lezioni di alto gradimento ai suoi uomini ex e in atto, è una donna di potere che ha fatto della seduzione la sua ricchezza erotica da vendere e da comprare sempre su sua direzione e discrezione. Ricordo che orecchio, derma e occhi vogliono e meritano degnamente la loro parte in questa scena di ulteriore progresso erotico. Ancora il sogno non è finito e le sorprese finali attendono coloro che non si meravigliano di niente, le persone navigate e vissute come Clotilde.

Io ero inerme e impaurita in parte, ma ero sollevata per il fatto che il dipingermi l’avrebbe distratto dal farmi male.”

La “conversione nell’opposto” si palesa immediatamente nell’essere “inerme”. La donna di potere, fallica alla Afrodite, che ha menato la danza fino a questo punto, adesso si dispone all’orgasmo attraverso questa sua abilità a lasciarsi andare e a farsi fare. Meno male che era “impaurita in parte” a conferma del suo esserci e del suo gestire anche nella completa passività e inducendo l’altro a muoversi per approdare da qualche parte con l’imbarcazione. Clotilde sa di essere passata senza colpo ferire dall’esercizio erotico della “libido sadomasochistica” alla “libido fallico-narcisistica”, dalla “posizione psichica anale” alla “posizione psichica fallico-narcisistica”, e si sente attizzata da questo passaggio al godimento dei sensi vari e variopinti come la vista, il tatto e l’udito. Il contatto si prolunga con fantasia e varietà dei temi e dei tempi suonati in questo valzer delle sorprese per l’ex e in questo copione preferito dalla furbissima Clotilde. Si confermano le sue abilità erotiche e le sue doti relazionali, tutto in funzione di se stessa e indirettamente per il benessere della coppia di turno. Inerme, impaurita e sollevata sono i tre attributi psicofisici su cui Clotilde ha giocato la sua partita con un uomo ex nella camera e il suo uomo attuale in attesa nel salotto.

Quanta gente ci portiamo dentro e anche nei luoghi più impensati e nei contesti meno opportuni!

Sapevo che nel salotto c’era ancora il mio attuale ragazzo e volevo chiamarlo in mio aiuto.”

Clotilde si sta svegliando e se la racconta in sua difesa e in onore agli scampati ed eccitanti pericoli. “Sapevo” denota il “sensus sui”, il senso di sé e il tutto sotto controllo da parte di una donna che la sa lunga e sa ben recitare la parte interessata della gestione di due uomini che a distanza di pochi metri non si accorgono l’uno dell’altro semplicemente perché Clotilde li sa ben controllare e nella sua auto-consapevolezza sa ben gestirli secondo i suoi bisogni erotici e sessuali. C’è un uomo per il salotto e c’è un uomo per la camera, entrambi sono dentro una donna che conosce molto bene le arti seduttive, erotiche e sessuali in funzione del suo benessere psicofisico, del suo orgasmo e della sua autostima. Di certo, Clotilde non ha bisogno di loro e tanto meno del loro aiuto. Nulla da eccepire in questo sogno in cui è assente la “libido genitale” e che celebra il trionfo dei sensi nelle varianti aggressive e gratificanti, compiaciute e disinibite. Di donne come Clotilde ce ne sono fortunatamente tante.

LE EREDITA’ DEL CORONAVIRUS

TRAMA DEL SOGNO

“Sono a casa in una stanza simile a una camera, ma non è proprio la mia camera.

Insieme a me ci sono due giovani uomini, uno è dottore sicuramente.

Ho preso delle gocce per dormire e uno dei due si accorge che la macchina a cui sono attaccata non funziona bene.

Dice all’altro che c’è qualcosa che non va e che non sto tanto bene.”

Questo è il sogno di Cosetta ed è lampantemente un sogno da coronavirus.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

PREAMBOLO RIFLESSIVO

Tra le tante eredità della “PANDEMIA SEVERA”,

– quella che ci ha chiuso in casa appena tornati dal lavoro e mentre cenavamo,

– quella che ci ha lentamente logorato per l’ignoranza della causa e dell’effetto,

– quella che ci ha messo di fronte a un nemico invisibile e cattivo,

– quella che ci ha inoculato la paura della morte e l’angoscia della fine,

– quella che ci ha fatto sentire il bisogno di avere una buona guida per traghettare l’Acheronte,

– quella che ci ha fatto sentire il bisogno di uno Stato preparato ed efficiente,

– quella che ci ha fatto sentire il bisogno di una Europa solidale,

– quella che ci ha fatto progressivamente capire l’inettitudine della classe politica, passata e presente, e il fanatismo di tanti media,

– quella che ha messo in evidenza l’assenza di un piano epidemiologico e di una strategia sanitaria a misura d’uomo e d’anziano,

– quella che ha messo tragicamente in moto l’improvvisazione e l’ignoranza,

– quella che equiparava la persona dimessa dall’ospedale a una persona definitivamente guarita,

– quella che ha spazzato ignobilmente troppi anziani per l’etica sanitaria privata del capitalismo spinto,

– quella che ha acceso i motori in una notte piovosa di tanti camion mimetizzati del pio Esercito italiano, gravidi di morti da trasferire nel forno crematorio più vicino,

– quella che ha messo quotidianamente alla ribalta televisiva i tristi virologi e l’orgoglio impenitente dei virus,

– quella che ha costretto il papa a una benedizione urbi et orbi verso una piazza san Pietro deserta,

– quella che ha lasciato sul campo di battaglia duecentodue operatori sanitari,

– quella che ci è costata ufficialmente trentatremila morti,

– quella che immancabilmente ha mostrato lo sciacallaggio della corruzione anche nelle migliori famiglie di moralisti italici,

– quella che ci ha esaltato come un popolo coeso e orgoglioso di Mameli e di Modugno,

– quella che ci ha fatto piano piano amare la scuola e i professori proprio per l’assenza,

– quella che ci ha indotto a recuperare i miti e i riti del passato,

– quella che ci ha fatto conoscere il vicino di casa e le virtù del lavoro sanitario e non solo: vedi le commesse del supermercato e gli operatori ecologici,

– quella che ci fatto capire la relatività della questione dei migranti e la stupidità della concezione dello straniero come nemico,

– quella che ci ha fatto riscoprire gli affetti e a rivalutare le inimicizie,

– quella che ci restituito l’aria pura senza il biossido di carbonio, il cielo e il mare azzurri,

– quella che ci ha fatto ridere, piangere, pensare, divertire, scoprire, riscoprire, fare, cosare, rifare, brigare, sognare, intrallazzare…,

– quella che ci fatto ammalare e immaginare malati,

tra le tante eredità della PANDEMIA SEVERA,

– quella che ha indotto il semplice e umanissimo sogno di Cosetta,

– QUELLA CHE HA SOVRACCARICATO LE DONNE DI RUOLI, DI MANSIONI, DI COMPETENZE, DI LAVORI, DI FATICHE E DI SOGNI DI GLORIA,

di fronte a questa “PANDEMIA SEVERA” è importante non abbassare la guardia e soprattutto di fronte all’ultima eredità.

Dopo tanto preambolo procedo con l’interpretazione del sogno di Cosetta.

Sono a casa in una stanza simile a una camera, ma non è proprio la mia camera.”

Cosetta sogna un evento possibile e all’ordine del giorno nel periodo della pandemia. A distanza di tre mesi emerge la preoccupazione reale di Cosetta di infettarsi e di essere ricoverata in ospedale per essere curata. La “stanza della sua casa simile a una camera” è proprio la stanza anonima di un ospedale, tutta da conoscere perché sconosciuta. Questa esperienza non è eccitante per Cosetta, è ignota e disarmante perché la trova passiva, alla mercé degli altri e degli eventi. “La mia camera” si traduce in “non è proprio un’esperienza che volevo fare” e che ho potuto fare in sogno a distanza di tempo, a conferma che il sogno non realizza soltanto i desideri, come voleva Sigmund, ma anche le paure, e dà immagine anche alle angosce recondite di ogni persona. Nella nostra “casa” psichica non c’è la stanza dell’ospedale, ma sicuramente in qualche sgabuzzino c’è il “fantasma di morte”. In ogni modo bisogna attrezzare dentro di noi anche la camera dell’ospedale per essere pronti agli eventi patologici. Importante non costruire un ospedale inutile magari in quindici giorni per scimmiottare i cinesi, sempre dentro di noi s’intende.

Insieme a me ci sono due giovani uomini, uno è dottore sicuramente.”

La terminologia semplice e accessibile apre un contesto inequivocabile nella Logica della simbologia e della razionalità. I dottori servono per curare una donna ammalata che ha anche bisogno di rassicurazione. La disposizione di Cosetta verso l’universo maschile è generosa e si vede chiaramente nel concepire gli “uomini” che sono in “due” e “giovani” e con il beneplacito, per almeno uno di loro, di essere “dottore sicuramente”. Il medico in tempo di pandemia è una panacea non soltanto onirica, ma anche reale, dal momento che cura i mali del corpo e dell’anima con la sua presenza e la sua competenza, con il suo abito e il suo sapere. Cosetta ha elaborato da sveglia la possibilità di ammalarsi di coronavirus e di essere ricoverata in ospedale con tutte le conseguenze del caso, tra cui quella di imbattersi in un infermiere e in un dottore. La preferenza per l’elemento maschile è legata alla formazione psichica di Cosetta e al suo privilegio verso la figura protettiva e sapiente del padre quando era bambina. I due giovani uomini sono la “proiezione” dei suoi bisogni e della sua elezione verso l’affidamento alle figure maschili. Come dicevo in precedenza, Cosetta ha vissuto il padre come una pietra miliare da seguire e un’ancora di salvezza da gettare nel gran mare della vita durante le tempeste.

Ho preso delle gocce per dormire e uno dei due si accorge che la macchina a cui sono attaccata non funziona bene.”

Cosetta in tanta incertezza psicofisica sa già che deve variare lo stato di coscienza e che non può affrontare in maniera vigilante la malattia, per cui ricorre all’alleato ansiolitico e sonnifero, uno psicofarmaco a testimonianza della criticità patologica in cui versa. La ricerca di una leggera anestesia non basta. Cosetta corre ai ripari dal pericolo di morte attaccandosi alla “macchina” che pessimisticamente “non funziona bene”. Prevale in Cosetta, nella sua formazione e nella sua “organizzazione” psichiche, la paura di morire più che di guarire. Non si tratta di vedere il solito bicchiere mezzo vuoto, è un tratto “orale” di perdita che prevale sul tratto “genitale” di acquisto. Cosetta non aspira a vivere l’esperienza della malattia per incamerare nella sua casa psichica anche questa avventura, ma per mettere alla prova il suo bisogno di aiuto e di non restare sola. Sia pur con tanta dignità la sua richiesta è ineccepibile quanto esplicita e suadente. Ma la sfiga non arriva mai da sola, per cui il pessimismo di Cosetta non si ferma al contagio perché travalica nella sfortuna di un respiratore artificiale che “non funziona bene”. Tra il sopravvivere al dramma e il restarci dentro Cosetta sceglie il secondo.

Dice all’altro che c’è qualcosa che non va e che non sto tanto bene.”

Ed ecco la conferma nella scena onirica dei due uomini di turno che disquisiscono sullo stato precario di salute e sull’inaffidabilità delle macchine sanitarie. E’ quasi una tresca, quanto meno una complicità tra i due uomini devoluti da Cosetta in sogno alla sua salute e alla sua sopravvivenza. L’affidamento non è acritico, ma ben ponderato trattandosi di figure sanitarie.

In effetti, cosa c’è che non va in Cosetta?

Perché non sta tanto bene?

Quale materiale psichico ha riesumato la pandemia, oltre al famigerato “fantasma di morte”?

Il sogno non lo dice, ma afferma che la “componente sacrificale” di Cosetta ha una buona consistenza. Si aggiunga che il “pessimismo” fa da degna cornice a questo tratto psichico della protagonista. Ricordare che il “tratto sacrificale” ha una grossa motivazione affettiva, non fa mai male. Cosetta è alle prese con la sua “posizione psichica orale”, amare ed essere amata, e si candida alla perdita depressiva in questa evenienza storica della pandemia e soprattutto del dopo pandemia.

Del resto, tutti siamo stati costretti in questi tre mesi a reagire agli stimoli ricevuti con i tratti specifici della nostra “organizzazione psichica” e progressivamente abbiamo incamerato i vari vissuti. Vedremo il resto del nostro film man mano che procederemo verso una nuova normalità.

Che sia la buona visione di un film interessante e profondo!

Tenete duro perché ce la racconteremo ancora sul blog dei sogni.

LA REGRESSIONE E IL TRAUMA

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TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Arrivo nella camera di quand’ero bambina.

Le persiane sono chiuse.

Devo recuperare gli abiti che sono rimasti nell’armadio appoggiato alla

parete e vicino alla finestra.

Questi abiti sono bagnati a causa di una grossa perdita d’acqua che sta rovinando armadio e muri.

Avvicinandomi alla parete della finestra sento freddo.

Due grosse crepe minacciano il crollo di quella parete.”

Questo è il sogno di Lexeia.

 

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

 CONSIDERAZIONI

 Il nocciolo onirico: Lexeia regredisce all’infanzia e s’imbatte in un trauma.

Un richiamo teorico al processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione” è d’obbligo.

Trattasi di un’inversione del naturale movimento evolutivo d’investimento della “libido”. A causa di una frustrazione o di un’angoscia ingestibili dall’”Io” cosciente e non passibili di “rimozione” o di altri meccanismi di difesa, si ripristinano forme mentali, comportamentali e relazionali del passato in opposizione alla normale direzione progressiva ed evolutiva della Psiche, forme non compatibili con la realtà psico-esistenziale in atto. La “regressione” è consolatoria e funge da rinforzo narcisistico in attesa di ripristinare gli investimenti giusti per riparare il trauma o per risolvere il conflitto nevrotico.

Dopo questa premessa teorica procedo con la decodificazione puntuale del sogno di Lexeia.

 SIMBOLI ARCHETIPI FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Arrivo nella camera di quand’ero bambina.”

La “regressione” è servita. Lexeia è tornata all’infanzia, alla modalità di pensiero e di azione di allora, ai vissuti di allora e al ricordo di quello che era successo allora: il tutto in forma “condensata” e “spostata”.

La “camera” rappresenta una parte della casa psichica di Lexeia e nello specifico la dimensione inquisita in riguardo al trauma che sta elaborando.

 “Le persiane sono chiuse.”

La chiusura relazionale si manifesta in questa immagine onirica. La bambina  è isolata e sola. “Le persiane” condensano la possibilità di difendersi o di esporsi, l’apertura o la chiusura verso gli altri.

 “Devo recuperare gli abiti che sono rimasti nell’armadio appoggiato alla parete e vicino alla finestra.”

Gli “abiti” sono simboli dei modi di apparire nell’ambito sociale, quello che si esibisce agli altri in difesa della nostra autenticità, il mondo interiore fatto di gioie e dolori, di paure e titubanze. “Recuperare” condensa la razionalizzazione e la riformulazione, la rivisitazione e l’assimilazione, la disposizione a rivedere e correggere “parti psichiche di sé”. Lexeia è pronta a rivivere e assimilare i suoi modi di apparire rimossi, “rimasti nell’armadio”, e che servivano a esibirsi nel sociale. Lexeia è disposta a capire la timidezza e l’isolamento della sua infanzia e adolescenza.

 “Questi abiti sono bagnati a causa di una grossa perdita d’acqua che sta rovinando armadio e muri.”

 Il sogno di Lexeia dice il perché del blocco di questi modi di apparire, suggerisce in simbolo la causa: un trauma. La “grossa perdita d’acqua” rappresenta un danno psicofisico all’essere e all’esibirsi femminili, un danno all’estetica e alle manifestazioni di sé, un danno al corpo e alle sue funzioni.

 “Avvicinandomi alla parete della finestra sento freddo.”

 Il “freddo” rappresenta la carenza affettiva, la mancanza di aiuto durante la crisi e il “fantasma di perdita”, oltre a una caduta della vitalità.

 “Due grosse crepe minacciano il crollo di quella parete.”

 Le “crepe” condensano la rottura, la lacerazione, la ferita, la deflorazione, il trauma fisico in primo luogo. Il numero “due” rievoca la struttura binaria del corpo: due orecchie, due occhi, due braccia, et cetera. Il trauma fisico minaccia l’estetica e la socializzazione della bambina.

 PSICODINAMICA

 Lexeia regredisce all’infanzia e rievoca il suo trauma psicofisico. La rivisitazione onirica è funzionale alla “razionalizzazione” dell’evento. La “presa di coscienza” stempera l’angoscia e il condizionamento psichico e relazionale e in primo luogo estetico. Il sogno svolge la positiva funzione catartica.

 ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Le istanze psichiche coinvolte sono l’”Io” e l’”Es”. Il primo opera la “regressione” e apporta il suo contributo di chiarezza nel ricordare e organizzare simbolicamente l’evento traumatico, il secondo nell’offrire in maniera compatibile con il sonno le emozioni e le angosce congelate dentro a livello profondo.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

L’azione del processo psichico della “regressione” è manifesto, così come il “ritorno del trauma rimosso”, ritorno dovuto alle tracce visibile e alle conseguenze del trauma.

ORGANIZZAZIONE REATTIVA

Lexeia evidenzia un tratto depressivo della sua “organizzazione reattiva”: sensibilità alla perdita.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte sono la “metafora”, somiglianza, e la “metonimia”, nesso logico e in particolare in camera, persiane, abiti, armadio, muri, perdita d’acqua.

DIAGNOSI

Il sogno di Lexeia manifesta una sensibilità depressiva alla perdita nel rievocare e rivisitare un trauma psicofisico dell’infanzia.

PROGNOSI

La prognosi impone a Lexeia di portare a migliore consapevolezza l’angoscia della perdita e di controllare le emozioni collegate al trauma, al fine di ridurre le limitazioni all’espansione vitale e la formazione d’inutili complessi d’inferiorità e d’inadeguatezza.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella degenerazione del “fantasma di perdita” e nell’esasperazione del tratto depressivo emerso con la “regressione” all’infanzia e con la rievocazione del trauma.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Lexeia è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno”, la causa scatenante del sogno, può legarsi a una riflessione sul trauma o a una visione del danno fisico.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

 L’infanzia è costellata di traumi: incidenti psichici e fisici. Quelli visibili sono più facilmente risolvibili di quelli invisibili. E’ più facile “razionalizzare” e accettare un danno fisico rispetto a una violenza psichica anche apparentemente banale come ad esempio “stai zitto scemo!”. Le tracce visibili e invisibili sono sempre motivo di ricordo e di rivisitazione, di rievocazione e di riedizione. Il bambino si difende dall’angoscia con il meccanismo della “rimozione”, il dimenticare e l’omettere, ma è sempre possibile il “ritorno del rimosso” quando l’operazione non funziona e questo si verifica soprattutto nei traumi che hanno una visibilità. Il trauma fisico specifico agisce da coagulo di varie idee e ossessioni, paure e fobie, complessi e conflitti portando a un decadimento della qualità della vita. Richiede una buona funzionalità dell’”Io” e dei meccanismi di difesa meno invasivi e dispendiosi, quelli giusti per l’equilibrio psichico, come per esempio la “razionalizzazione” e la “sublimazione”.