ALLA CAPITANA

Capitana,

capitana di breve corso,

il corso degli eventi sotto la volta celeste,

il cielo di quella volta,

quella volta in cui ho sostenuto il canto delle cicale

durante la danza dei ciclamini in fiore.

Era il 2 novembre, ricordi?

Quante memorie traslate su quelle lapidi ignote,

i soliti militi di anglosassone memoria,

quante imprecazioni al buontempo e al maltempo

in quella valle di lacrime voluta dai preti e dalle mignotte!

Portami un buon caffè

dalla terra in cui soggiorni in attesa di partire.

Sia poi il Tutto,

altrimenti la Filosofia non può deambulare.



Salvatore Vallone



Harah Lagin, 31, maggio, 2024



NEL MIO SOGNO

Eri nel mio sogno.

C’era il solito bellissimo giardino su un pendio,

pieno di alberi e un prato folto d’erba verde.

Che meraviglia!

Non sai (ma sì, lo sai) quante volte avrei voluto scriverti,

chiederti come stai,

come vivi

e a cosa pensi.

Passo molto del mio tempo mentale,

l’unico tempo che vale,

in tua compagnia.

Ti parlo di stupori

che mi salvano da giornate altrimenti sempre uguali,

passate a lavorare nello studio bello bello

con ragazze belle e fatue che mi chiedono

se lasciare il moroso o comprarsi una borsa.

Sabi, mi dicono, fatti una pausa caffè con noi,

e io mi alzo

e parlo

e rido

e vabbè,

non è il mio mondo,

ma quale mondo è mai stato il mio?

Mi sono fermata a casa con i miei fratelli e mia madre.

Facevamo il gioco del vocabolario

ed era tutto là,

c’era un senso.

C’era anche tanta altra gente,

tutti leggermente fuori fase.

Amore, calore, malinconia e parole.

Sono stata felice e fortunata,

chissà se lo sono ancora.

Le persone se ne vanno,

resta la memoria

che vira in immaginazione,

la parte migliore di noi,

il dono prezioso che valica le barriere dello spazio-tempo.

Vale sempre la pena,

direi,

esserci

e compiere questo viaggio.
Vedi,

cose così,

pensieri che cadono come foglie,

niente di più.

Forse è per questo che non ti scrivo spesso.

E tu come stai?

Come vivi?

Cosa pensi?

A spasso con te, sempre.

Sabina

IL SOGNO E’ POESIA

Io ti dirò,

ti dirò qualcosa,

ti dirò qualcosa d’importante,

d’interessante,

non ti dirò che mi piaci,

né che questa notte diventa poesia perché ci sei tu,

non ti chiederò i baci che ti ho dato

e che ancora non mi hai restituito,

non mi lascerò andare alla melissa nostalgia

in questo tragico frangente del mondo intero,

non ti lascerò un fiore sul cuscino o una lacrima sul viso,

come da copione nei romanzi di Liala,

come da rituale nelle canzoni di Nilla e Bobby,

non ti chiederò perché da me sei andata via

dopo che ti ho aiutata a vincere la balbuzie e la pollachiuria,

non ti dirò dei grandi sacerdoti crudeli

che ancora uccidono in nome del deus ex machina

e stuprano in nome della disonesta castità ideologica,

non parlerò della colorata madonna di gesso

che ci onora a tavola con i cibi prelibati della tradizione,

io ti dirò,

io ti dirò soltanto che il sogno è poesia,

la tua poesia bella, buona e brava

come la Gianna dagli occhi blu,

quella di cui sono follemente innamorato,

come la pubblicità dei biscotti alla nutella,

come la disposizione a delinquere dei colletti bianchi,

come le tangenti e i pizzini dei mafiosi introvabili,

io ti griderò buongiorno,

poi canterò buongiorno a questo giorno

che ti vede senza di me,

buongiorno al latte e al caffè,

buongiorno a chi dorme sorniona e libertina

con le braccia conserte fuori dalle coperte

in questa giornata di sole antico e futurista

come il vino e il pane degli emirati e dei reami,

come il pane e il vino di Marcellino e di fra Pappina,

io ti griderò di stare attenta,

attenta alla botte di piombo che ti libera

quando agiti le mani tendenziose

per salutarmi alla stazione di Conegliano,

mentre slacci le culotte in pizzo e cotone nell’albergo a ore,

mentre io indosso appena uno slippino in microfibra

che fa tanto danno ai testicoli,

specialmente in età senile o dintorno ai vent’anni,

perché se andiamo avanti di questo passo

non ci saranno più bambini furbi o scugnizzi arditi

a fare il girotondo intorno al mondo di Sergio,

semplicemente perché le donne non ci vogliono più bene

se portiamo la camicia nera o a pois con cinque stelle.

Ardimento delle mie brame,

o Ardimento,

regalami una faccetta nera dell’Abissinia

in maniera che io posso farla romana

senza che aspetti e speri un posto

in un parlamento a strozzo e a spruzzo

da tempo occupato come un cesso pubblico

dai soliti compari di madama Dorè

che se la intende per interesse con madama Santè.

O Ardimento,

liberami dal male di tanta malora a spezzatino,

cucinata allo spiedo arcobaleno

negli scantinati scandalosi del colle Vaticano,

mentre la signora Maria cura i migranti

in procinto di occupare Ortigia con le loro mercanzie,

liberami dai preti inutilmente spretati

e dalle suore ferocemente insuorate alla camomilla,

antesignane dei tiranni cocainomani

e di quella immarcescibile vergine cuccia

che becca ancora il piede villan del servo

e che ancora nudo andò,

spogliato dell’assisa clericale

e delle accise politiche sulla benzina,

onde era un giorno venerabile al vulgo,

liberami dai padroncini incandescenti della val padana

e dagli schiavi inconsistenti della pianura asiatica,

insegnami a dormire sonni eterni

e a sognare sogni contingenti

dove libertà e necessità coincidono

in un grande bordello filosofico di tesi, antitesi e sintesi,

spiegami il delirio detto da Hegel

e ridetto dal professore fumatore della scuola,

quella dialettica tra razionale e reale e tra razionale e reale

che mi ha spaccato i maroni a Combai

e i marroni nei banchi di scuola,

in quel Liceo che di Aristotele nulla aveva,

che di tanta gentaglia ignorante tutto possedeva.

Ricordati che il meglio deve ancora venire,

che si trova tra le anse del numero settantasette,

che si ritrova tra le coperte di un rifugio antiaereo

dove si concepivano i bambini a ufo e a sbafo

per esorcizzare l’angoscia di morte.

Sia lodata la guerra.

Oggi e sempre sia lodata.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 01, 2023

FOLTI DI FERITE COME GATTI VELLUTATI

Precipita tutto rapidamente,

era troppo bello per essere vero.

Abbiamo avuto un tempo

per farci un’idea della vita

e poi la vita si è manifestata

e non era sola,

c’era la sorella bella,

quella con la falce nella borsetta.

Cosa ti ispira oggi, Maestro?

Cosa ne è stato di quei giorni di campanelli e sogni,

del caffè al bar,

del valore molle del benessere?

C’è quella canzone in sottofondo,

una volta conoscevo le parole,

ma adesso non so,

non riesco a ricordare.

Quando nella mia testa entra la tua testa,

tutto prende forma.

Mi sembra di aver sempre pensato

e non è vero,

sei tu che pensi per me,

per noi,

è il tuo sguardo che va oltre l’orlo dei merletti,

ma Burano è lontana,

le sue case colorate sono macerie.

Portami nel senso ultimo delle cose,

fammi strada,

fammi capire perché la musica si ferma

e non ricordo le parole.


Sabina

 

Trento, 20, Marzo, 2022

 

 

IL SOGNO DI PENTEO

TRAMA DEL SOGNO

“Mia madre veniva a chiamarmi una notte, diceva che il popolo aspettava un mio discorso. E allora la stringevo forte, le dicevo che no, che non so farli, io, i discorsi.

Ma la mamma tra le mie braccia diventava sempre più fredda e sottile. Aprivo gli occhi e mi ritrovo abbracciato all’asta di un microfono che neanche riuscivo a vedere, tanto era alto. Si perdeva incontro alla luna. O forse era il microfono e sembrava la luna.

Come che sia, mi facevo coraggio, mi attorcigliavo attorno all’asta e cominciavo ad arrampicarmici sopra. Ma più salivo e più l’asta si faceva calda ed era come se le gorgogliasse dentro qualche umore bollente.

Fu quando vidi due grandi bocchettoni sputarmi in faccia un profumo bruciante che compresi: l’asta del microfono era anche la torretta di una caffettiera.

Mi lasciavo cadere nel vuoto, inseguito da un fiotto di caffè bollente, ma invece di sfracellarmi sul pavimento sono caduto su una distesa di cotone, senza rumore, come farebbe un petalo di gelsomino.

Mi sentivo come tra le mie lenzuola la mattina presto, quando non c’è nessuna fretta. Mi guardavo intorno, c’era ancora la luna – è una ficcanaso, la luna -, e attorno a me era cresciuto un muro candido a forma di anello.

Affondavo la testa nel cotone e da sotto i batuffoli sentivo come i rintocchi di una campana nascosta. Ma sì, ero dentro una pipa di marmo bianco, caricata con quintali di cotone caldo, e sotto di me cantava di lontano una campana.

Facevo in tempo a sentirmi a casa. Ma d’un tratto il cotone si faceva stopposo e scuro, diventava un cumulo di tabacco sfilacciato. Dovevo dimenarmi a perdifiato per stare a galla, cercavo l’aria boccheggiando verso il cielo, ma ecco, veniva giù un colossale fiammifero acceso e la sua fiamma era un groviglio di riccioli biondi.

Il tabacco pareva non vedesse l’ora di bruciare e fremeva mentre il fuoco veniva giù, sempre più giù!

Qui sono stato saggio e mi sono svegliato.”

Questo è il sogno molto creativo di Penteo.

CONSIDERAZIONE

Quando il sogno è una poesia, una lirica in prosa vestita, la ratifica dello scorrere e dello sciabordare della “libido”, un “ecoulement” dello “slancio vitale” fissato nelle parole improvvide e inopportune che bloccano e cristallizzano l’energia che, oltre l’uomo, muove nel cielo il sole e tutte le altre stelle.

Quando il Sogno richiama la Fantasia con tutti i suoi ghirigori e meccanismi, orpelli e processi, gioielli e figure, allora il Sogno è quel discorso tra me e me che non potrò raccontare agli altri, se non sciupando la magia di quel mio momento psichico che aspira a diventare universale in quel “breve eterno”, quando il Tempo si ferma sull’orizzonte del mare Ionio e lascia il posto a un’allucinazione di verità proveniente dalla prospiciente Grecia, la Grecia di allora e di quelli che raccontavano tra di loro le cose umane con il dire divino del vate e del poeta cieco che tutto rammendava e tutto nobilitava: il “contastorie”.

Il sogno di Penteo è la ratifica dell’Immaginazione al potere e della creatività umana quando sa di divino. In un piccolo uomo s’aduna quantunque in creatura è di bontade, non certo misericordia e neanche pietade, ma soltanto la complicazione dei giochi poetici istruiti con le semplici parole e innestati su un ceppo fantasioso di mandorlo in fiore nel mese di febbraio e nelle terrazze del fiume Anapo, quello che non si vede perché s’inabissa e che poi appare e scorre in mollicci argini dove i pastori lavano le “cavagne” di canna ancora odorose di ricotta.

Questo sogno si può interpretare soltanto in poesia, brano dopo brano, accento dopo accento, singulto dopo singulto, cazzata dopo cazzata e secondo le umane posture della Psiche e della Mente, mentre il Corpo, di certo, non sta a guardare in tanto rosso-scarlatto “bendidio”.

Che Tiresia e Omero mi tengano la mano sul capo!

Qualche nota mitologica su Penteo non guasta, tutt’altro, aiuta a concepire l’Olimpo intelligente e così umano, troppo umano, dei Greci, i nostri avi, quelli che s’imbarcavano senza essere poveri migranti e portavano là dove c’era la barbarie i loro prodotti culturali sopraffini. Penteo fu re di Tebe e figlio di Agave, colei che aveva calunniato la sorella Semele per quell’intesa sessuale truffaldina che aveva portato alla nascita di Dioniso. Semele era l’amante nientepopodimenoche di Zeus, il capo dei capi, colui che si era sbarazzato del padre Crono ed era assunto al trono del sempre nebbioso monte Olimpo. Dioniso, il figlio trasgressivo e della colpa, volle vendicare il torto fatto alla madre Semele dalla rognosa e moralista sorella Agave. La indusse a ubriacarsi, non a caso era il dio della balla e della controballa, il dio della variazione dello stato di coscienza, il dio della vite quando ancora il Prosecco era nella mente di Zeus e del governatore del Veneto. Agave ebbra e in estasi sbranò il figlio Penteo, re di Tebe, scambiandolo per un cinghiale o per un capro, come da rituale dionisiaco. A consapevolezza avvenuta, dopo la tragica estasi, la povera Agave si uccise per non vivere l’inestimabile dolore di madre tragica. Eros e Thanatos si abbracciano ancora nelle membra dell’infelice eroina. Penteo, quindi, rappresenta quel bigotto moralista e quel bacchettone leghista-clericale che si oppone alla diffusione degli scandalosi e immorali “riti dionisiaci” nella città di Tebe. Così lo pensò e ne scrisse in versi il tragico Euripide. Penteo è il simbolo della repressione della “libido” e dell’energia vitale, mentre Dioniso resta in eterno il sostenitore dei diritti del sistema neurovegetativo e dell’estasi orgasmica, della variazione e della caduta reversibile dello stato di coscienza. Per la precisione ricordo che Agave non era sola nel rito di sbranamento del figlio Penteo. La sfortunata madre, nel momento in cui fa prevalere il suo ferino essere femminile, era in compagnia delle altre donne seguaci del folle dio, le “dionisiache”. En passant ricordo che le feste greche per eccellenza e le più gettonate erano le “piccole e le grandi Dionisiache”. Sempre en passant ricordo le virtù terapeutiche dell’agave, in particolare quella di cicatrizzare e di alleviare il decorso delle scottature in associazione alle mille virtù minerali e antiossidanti. Il tutto in onore a una mitica donna sensibile oltremodo a se stessa al punto di negare la propria maternità e incapace di curare le sue ferite.

INTERPRETAZIONE

Mia madre veniva a chiamarmi una notte, diceva che il popolo aspettava un mio discorso. E allora la stringevo forte, le dicevo che no, che non so farli, io, i discorsi.”

Quanto sei importante, o Penteo!

Quanto sei narciso, o Penteo!

La madre Agave ti toglie dal buio della notte

per insegnarti a parlare

e tu ti neghi alle parole,

alle parole messe in fila,

alle parole che scivolano persino

lungo la lingua degli stolti e dei fanatici,

degli imbelli e degli inetti,

degli accidiosi e dei codardi.

Tu, o Penteo, vuoi restare senza parole,

senza doni per gli altri.

Figuriamoci se può interessarti il popolo.

Gli altri ancora non esistono per te.

Eppure, negandoti, stringi forte la madre

in un bisogno e in un desiderio di simbiosi.

Ma quando crescerai, o bambino di perla dorata?

Ma la mamma tra le mie braccia diventava sempre più fredda e sottile. Aprivo gli occhi e mi ritrovo abbracciato all’asta di un microfono che neanche riuscivo a vedere, tanto era alto. Si perdeva incontro alla luna. O forse era il microfono e sembrava la luna.”

Prima ti neghi a lei

e adesso ti stacchi da lei

nascondendo il tuo imbarazzo nella freddezza e nell’evanescenza.

La Fantasia non ti è amica

e la Ragione ti restituisce la bocca di un altro

che con le parole tende all’infinito

e ripete la tiritera antica del figlio innamorato.

Ma la madre scacciata rientra nella scena di un teatro sublimato

che fonde e confonde desiderio e passione

con le parole meccaniche, ancora una volta, di un altro.

Ah, la luna!

Ancora la luna.

Ma cos’è questa luna

che tutti invocano nelle liriche e nelle vie del centro

per parlare del Femminile e del Femminino,

per parlare di donne nei convegni asettici di ginecologia e ostetricia,

per parlare di donnine nei saloni profumati dei barbieri di una volta,

per parlare di sante negli altari e di streghe nei sabba,

per parlare dell’origine del Tutto.

La luna non parla,

guarda,

capisce,

sa e si addolora.

Come che sia, mi facevo coraggio, mi attorcigliavo attorno all’asta e cominciavo ad arrampicarmici sopra. Ma più salivo e più l’asta si faceva calda ed era come se le gorgogliasse dentro qualche umore bollente.”

Che fatica crescere!

Il coraggio premia i forti in cerca di certezze e di successi,

ma la sublimazione della libido non basta

e la masturbazione è a due passi dall’eiaculazione,

mio caro infante

che continui a parlare con le parole dell’altro,

che persisti nel salire in alto

e ti attesti nello scaldare il basso.

Cosa gorgoglia dentro di te?

Gli umori non sono stati d’animo,

sono liquidi vitali da non deviare in un binario morto.

Orsù,

prendi in mano il tuo destino

e con un moto d’impeto cavalca la rabbia

che hai in corpo

e portala sul monte Bianco

per sciogliere la neve

e gustare una pozione al dolce sapore di coffee.

Ormai è fatta,

ormai sei a due passi dall’orlo dello sboro,

de lo sborar, se ti garba l’infinito.

Fu quando vidi due grandi bocchettoni sputarmi in faccia un profumo bruciante che compresi: l’asta del microfono era anche la torretta di una caffettiera.”

Che confusione e che leggera follia tormenta

il bambino che non sa parlare

e che attende la forza del caffè a marca Dioniso

per prendere coscienza dell’asta che parla

e della torretta che sputa.

Le allegorie del membro e della masturbazione

sono servite in un piatto di rame greco antico

e sono intenzionate alla sempiterna figura materna,

a quella dea madre bramata come la polenta con gli osei

e misconosciuta dal pretendente ingrato,

da un figlio che non si chiama Edipo e neanche Sigmund,

da un figlio che si chiama Penteo.

Perché ti ostini a combattere Dioniso e il suo culto?

Sai che la follia è la punizione del dio per tanta colpa.

La madre e le Menadi ti sbraneranno

e le tue membra vivranno nel grembo delle donne invasate.

Il linguaggio del corpo è appassionato e bruciante.

Come parla bene il corpo!

Non si può, di certo, dire

che gli manca la parola.

Mi lasciavo cadere nel vuoto, inseguito da un fiotto di caffè bollente, ma invece di sfracellarmi sul pavimento sono caduto su una distesa di cotone, senza rumore, come farebbe un petalo di gelsomino.”

L’orgasmo alienante e il seme caldo accompagnano il rito.

Il dio bambino si lascia andare al dondolio dei profumi,

al rito del silenzio di una chiesa tibetana

e cade in una culla di petali afgani senza farsi male.

La regressione è ben servita,

mio caro bebè,

proprio quando si celebra l’età adulta.

Bontà del menarsi!

Altro che diventare cieco nella bocca degli infidi preti!

Bontà del traffico e del trafficare.

Bontà di un fiotto di caffè bollente

che cade senza far rumore,

come la neve nella val Brembana,

come il cotone nei fiocchi dei bambini

a riscaldare il verde prato delle speranze,

come un gelsomino che odora tanto di donna,

di madre civettuola che riempie la greppia dell’ampio seno

di fragranze esotiche e rinfrescanti.

Madonna quanto caldo fa stasera!

Mi sentivo come tra le mie lenzuola la mattina presto, quando non c’è nessuna fretta. Mi guardavo intorno, c’era ancora la luna – è una ficcanaso, la luna -, e attorno a me era cresciuto un muro candido a forma di anello.”

Finalmente ti sei accorto che non sei solo

e che prima eri con la perfida mamma

e adesso sei con una infida donna.

Le lenzuola odorano di fresco bucato

e avvolgono le membra odorose di un bambino innocente e perverso

che spia la luna che sorge sopra i canali

e che tramonta in mezzo ai mandarini marzaioli,

un infante che vuole richiudersi in boccia nella culla di una donna.

Quante lune esistono nel cielo dei bambini e degli adolescenti?

Tante quante sono i desideri di protezione

e i bisogni di possesso.

Dove ti trovi bel bambino

che adeschi le donne e carpisci gli anelli?

Tra le mie fresche lenzuola e senza fretta.

Un muro,

datemi un muro ancora per il mio regno

e io saprò farne una candida luna a forma di anello

per i giorni senza fine,

quando sarò senza di te,

mia cara madre,

in un mare tra le terre

che tende all’infinito le corde di questa mia vita agra.

Totem della mia tribù,

proteggimi dagli ignoranti con le gote a pagnotta

e dai malandrini senza arte e senza parte.

Così sia in saecula, saeculorum!

Affondavo la testa nel cotone e da sotto i batuffoli sentivo come i rintocchi di una campana nascosta. Ma sì, ero dentro una pipa di marmo bianco, caricata con quintali di cotone caldo, e sotto di me cantava di lontano una campana.”

Il mio battacchio affonda nella morbidezza della campana

e sento dentro il ritmo erotico del rintocco.

Caldo è il cotone dei batuffoli

dentro le carezze partorite con desiderio dalla testa,

mentre l’orologio scandisce il tempo e lo spazio,

il moto e la sosta

il sussulto del moribondo e il riposo del guerriero,

la strana agonia del malato immaginario.

Sono dentro una vagina vietata e calda

che vibra al suono di campana

dentro una marmorea pipa riscaldata dal sole d’estate

nella campagna di un indefinito paesaggio

fatto di maschio e fatto di femmina,

imprittato di Adamo e di Eva

nel correre vertiginoso di un calore

che si sposa volentieri con l’umidità dello scirocco

secondo le linee oblique di un desiderio

che sale verso le nuvole

e scende sul bianco marmo

della statua di Venere di Cnido,

quella firmata da un certo Prassitele di Atene.

Quale pipa ancora invocherai

per gabellare un androgino o un coito ben fatto,

o vecchio marrano di un bimbo mai cresciuto?

Facevo in tempo a sentirmi a casa. Ma d’un tratto il cotone si faceva stopposo e scuro, diventava un cumulo di tabacco sfilacciato. Dovevo dimenarmi a perdifiato per stare a galla, cercavo l’aria boccheggiando verso il cielo, ma ecco, veniva giù un colossale fiammifero acceso e la sua fiamma era un groviglio di riccioli biondi.”

O mamma, o mamma,

deh, come si sta bene con te

nell’illusione della libertà effimera

che gareggia nel cortile di un carcere barocco!

Perché adesso mi abbandoni sul Golgota insanguinato

tra cumuli di emozioni vissute, stoppose e scure,

tra grumi e torsoli di sangue rappreso?

Perché di tanto inganni il figlio tuo?

Nella culla di bianco rivestita piange un bambino

e l’aria si riempie del tanto fiato

consumato a invocare colei che non c’è.

Mamma, mamma, perché mi hai abbandonato?

Coraggio giovane,

suvvia impenitente bambino,

c’è un groviglio di riccioli biondi per te.

Boccheggia verso il cielo per un’ultima volta

prima di scendere dalle stelle,

o re del cielo,

ad acchiappare tanto ben di dio

con il tuo colossale fiammifero acceso.

Vai,

sdurrubbati,

sduvachiti!

Il tabacco pareva non vedesse l’ora di bruciare e fremeva mentre il fuoco veniva giù, sempre più giù!”

L’infanzia è passata

e la parola ha da arrivare nella stazione dei balbuzienti,

là dove gli autobus gareggiano

a sputare gli scarichi dei testicoli,

là dove fuoriesce il seme,

il degno patrimonio di ghiandole endocrine.

L’allegoria della masturbazione è finita,

vai in pace,

ma non in quella dei sensi,

perché la voglia di variare lo stato di coscienza è ancora tanta,

così come la frenesia di Eros brucia le sostanze

mentre i fremiti del membro in fiore

sputano lapilli e lava da un monte generoso in odor di vulcano.

Qui sono stato saggio e mi sono svegliato.”

Io che so,

io che ho sapore di me,

res venereae quae sapiunt,

quattro parole latine per coniugare i sensi,

mentre la coscienza non sta a guardare come le stelle

e pone fine al dolce e caldo idillio con te stesso.

Ricordati di divorare un pezzo del capro di Dioniso,

di sacrificare un gallo a Esculapio,

di offrire al dio del mare le tue vesti bagnate di naufrago,

di prendere l’ostia consacrata nei riti dei seguaci di Cristo.

In ogni modo… deo gratias,

rendiamo grazie a qualsiasi dio si profila

in nome di Gea e di Narciso.

RILIEVO

Il sogno di Penteo possibilmente si conclude con una polluzione, in pieno ossequio allo struggimento erotico che consente di classificare il sogno nella seconda fase del sonno REM. Quando il sogno si carica di tensioni neurofisiologiche dovute allo sviluppo della trama, il meccanismo di difesa della “conversione nel sintomo” risolve questo eccesso psicofisico nella conversione somatica di natura isterica per difendere il sonno. Ma l’effetto erotico spesso causa il risveglio.

LE ALLEGORIE

Il rituale erotico della masturbazione maschile con annessa eiaculazione si esalta mirabilmente in “Il tabacco pareva non vedesse l’ora di bruciare e fremeva mentre il fuoco veniva giù, sempre più giù!” e compone le seguenti figure retoriche: metafora, metonimia ed enfasi.

Metafora o relazione di somiglianza in “fremeva” e “veniva giù”, metonimia o nesso logico in “tabacco” e in “fuoco”, l’enfasi o forza espressiva in “sempre più giù”. Il meccanismo dei “processi primari” della “figurabilità” viene usato ampiamente dal lavoro onirico per rappresentare poeticamente gli atti della masturbazione e dell’eiaculazione.

CONCLUSIONE PROVVISORIA E NON SCIENTIFICA

Questa sperimentazione si può definire “Quando il sogno diventa anche la poesia di un altro”.

Cosa hanno in comune i due malcapitati, Penteo e il sottoscritto, nell’umana Storia?

Entrambi condividono da dormienti la creatività mentre sognano, ognuno con le sue storie e le sue memorie, entrambi con la matrice di tutte le poesie del tempo andato e del tempo presente: l’individualità della Bellezza si sposa con l’universalità della funzione onirica.

Giambattista Vico e Immanuel Kant sorridono nell’alto dei cieli, nella regione perenne delle certezze e lontani dai torsoli e dal sangue, come voleva e predicava il principe di Lampedusa, nonché duca di Palma, nel suo “Gattopardo”.

Alla prossima e sempre “in bocca alla lupa”, là dove si è amati e protetti almeno fino a quando non si diventa lupi.

30 SETTEMBRE

Seduto in questo caffè di piazza del Duomo,

pensavo a te,

a te che non sei la solita donna eternamente angelica

o improvvidamente angelicata,

la solita donna immarcescibile

come il fiore dei defunti nelle botteghe cristiane,

la solita donna compromessa in una canzone dell’Equipe 84

mentre si giocava alla rivoluzione culturale,

la solita donna portata in piazza dal maschio di turno

per esibire il trofeo borghese dell’ignoranza.

Tu non sei la solita donna da menare sugli altari della ribalta

o nel web come influencer truccata o opinionista alle vongole,

tu non sei da menare neanche dove la notizia striscia

come un verme malsano o un tarlo rasato.

Ebbene,

in questo café alla moda di Floridia io pensavo a te

che non sei una femmina da intrallazzo occulto o da rifugio antiaereo,

un personaggio tutto Lolita e per niente Nannarella,

pensavo semplicemente a te in questo settembre afoso,

oltremodo odoroso di spazzatura putrida e inzuppata nel finocchietto,

che asciuga le stanche ossa di barocco calcare

e le prepara con noncuranza alla benefica cenere,

al vaso ventoso di marmo che Pandora non aprirà mai,

pensavo al prezzo esagerato di uno shakerato alla caffeina

in questo castello Maniace tanto amato da Federico di Svevia,

un cimelio tanto bistrattato dai soliti ignoti indolenti

che lamentano la noia e l’accidia del tosco

che per la città del foco ancora vivo sen va così parlando onesto,

pensavo al fetore del lesso di maiale,

intriso di succo di limone femminello,

che la zia Violanda accudiva per comporre la sua gelatina

e per tirare un’altra paga proprio con il lesso.

Pensavo

che in questo giorno di ordinaria follia

manca all’appello don Peppino pallemoscie,

il famigerato professore di storia e filosofia

in quel Liceo storico intitolato a Tommaso Gargallo,

poeta sicano ed erudito siculo,

amante di Quinto Orazio Flacco e delle sue donne,

pensavo

che mancano le quattro ossa malferme del prof

affossate in una sedia di lurido vimini in via Cavour,

presso il negozio d’arte delle stoffe varie e variopinte,

che manca la bocca color nicotina di don Peppino

che rinserra il ciuccio toscanello e la bava inamidata sulle labbra,

che manca la vecchia copia dell’Unità nella tasca del vestito coloniale,

intriso di sudore a mo’ di carta geografica,

un giornale ardito e un residuo archeologico

in vendita nel negozio di Santino u cumunista

in quella incomprensibile via delle Vergini al civico 68.

In questo giorno banale di fine settembre

pensavo a Vittoriu u babbu e a sua sorella Milina

che si compiacciono di litigare con la loro loquela antica

che li fa manifesti di quella nobil patria natii

alla qual io fui e sono ancora troppo molesto.

Ma, girando e rigirando per vicoli e viuzze,

m’imbatto in un amico vero e sincero

che mi offre di mandorla la granita e la brioscia col tuppo,

mi annido nel migliore caffè del borgo,

con tanto di tendone e cameriere,

un amico di lunga data e di vasta battuta

che insegna il canto gregoriano e il ricamo clandestino

presso il collegio delle suore di sant’Orsola,

in quel di Ortigia,

in quel piazzale san Giacono,

altrimenti noto come ricettacolo della faccia disperata

delle madri e delle mogli

che attendevano i figli e i mariti pescatori

rientrare in porto all’imbrunire

senza pesce ma con la vita ancora in mano.

Il mio amico vero e sincero si chiama Pietro,

detto e conosciuto come Piero Pierin,

come Piero Pierot dai tosti cingot,

un gatto meticcio di color rossiccio e bianco,

un micio senza tempo che vive al presente,

alla giornata,

al momento,

non quello a quo pendet aeternitas di Augustinus,

ma quello dal quale dipende il rancio e il vitto,

l’alloggio e l’albergo,

il dritto e il rovescio di malfamata fame.

Un gatto non è semplicemente un felino,

è un mondo incantato dalle mille virtù e dai mille peccati,

una Peyton Place di anarchia sincera,

alla Sacco,

alla Vanzetti,

alla faccia di quell’America balorda e fumosa

che ieri m’illuse,

che oggi ti bastona,

o piccolo mondo di vita dalle vibrisse color della cenere

come le palle dei giovani nelle canzoni goliardiche di ieri,

dalle fusa che tendono il fuso

come nei migliori affreschi della casa dei Vettii

sotto la cenere di Pompei

in quel 30 settembre di allora che dirti non so.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 30, 09, 2021

IN VIAGGIO CON IL PADRE E LA MADRE

TRAMA DEL SOGNO

“Sto guidando per andare a Verbania, credo che sono sola e sto pensando che è una bella zona e vorrei mostrarla a V. (un mio amico tedesco che sto ospitando a casa).

Arrivo davanti a un complesso di chiese di pietra, le osservo bene tutte dalla più antica alla più recente, fino ad una la cui costruzione è stata bloccata secoli fa ed ora il comune sta completando l’opera con strutture di cemento che formano figure astratte, tipo parco artistico contemporaneo.

Risalgo in macchina, forse non sono più da sola, ma proprio non so chi ci sia con me, nemmeno se è femmina o maschio, potrebbe essere V come mia nonna (nel sogno da qualche parte la presenza di mia nonna c’è).

Guido lungo una strada tutta curve sulle colline costeggiate da numerosi resort con spa e piscine all’aperto bellissime. Penso che ho un problema di artrite al mignolo (??? ho venticinque anni) e mi decido ad entrare in una spa per farmi fare un massaggio, intanto comincio già da sola a massaggiarmi il mignolo contratto fino a distenderlo del tutto.

Mi accoglie un signore anzianissimo e buffo in costume che mi guida nuotando attraverso una piscina fino alla zona massaggi, lo seguo nell’acqua e poi aspetto in piedi in corridoio…sempre forse in compagnia di qualcuno, ma non so.

Mentre attendo la massaggiatrice, arriva una coppia, un uomo che ho già visto nella mia infanzia (Giacomo o Jacopo) insieme ad una ragazzina. Quando arriva la massaggiatrice offre loro un caffè, la ragazzina fa per prenderlo, ma poi la donna lo ritrae dicendo che il caffè non fa bene ai bambini.

Sono in una camera d’albergo seduta sul letto con mia madre, guardando il telegiornale in tv. Un servizio mostra l’uomo di prima arrestato per pedofilia e si vedono le immagini di lui assieme a molte bambine e adolescenti.

Inizio a parlare con mia madre e dico di conoscere quell’uomo, lei mi conferma che era un suo amico e di avermelo fatto incontrare, io mi agito e le chiedo diretta se lui abbia abusato di me, lei mi dice “non credo, perché eri molto piccola e non parlavi, a lui piacciono le bambine che parlano”…

Comincio a incazzarmi e disperarmi e le chiedo se mi ha mai lasciato sola con lui, lei mi risponde che è successo, allora io chiedo cosa sa di quella volta…lei mi risponde “so che ti ha accarezzata dappertutto e che non riusciva a entrare ma nemmeno a staccarsi”…

Inizio un lungo pianto isterico, mi sento schifata e mi allontano da mia madre…esco di lì, ma sono piegata in avanti dal dolore…vado verso il mio fidanzato, non so quale dei due, poi prendo il telefono chiamo F (primo fidanzato) voglio raccontargli, ma riesco solo a piangere in una maniera strana, lui non riesce a capirmi e dopo un po si stanca mi prende in giro e riattacca…

Mi sveglio facendo versi disperati. Al risveglio ripenso all’uomo, ma non sono più sicura di averlo visto per davvero o lo confondo con un’altra persona.”

Giglio

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Sto guidando per andare a Verbania, credo che sono sola e sto pensando che è una bella zona e vorrei mostrarla a V. (un mio amico tedesco che sto ospitando a casa).”

Giglio guida, Giglio crede di essere sola, Giglio amoreggia con se stessa e non disdegna di affidarsi a un uomo che non c’è e che è dentro di lei, un uomo straniero che l’attrae, un tipo di maschio. Giglio non è per tutti e di tutti, Giglio sa di sé e sa dove andare, Verbania per l’appunto, sa quello che desidera perché l’ha immaginato da bambina. Giglio pensa alle sue bellezze e le vuole condividere, vuole mostrarle. Siamo sull’apparente vago e sul decisamente certo, siamo nel corpo e nel suo patrimonio di pulsioni ben organizzate e di bisogni ben calibrati. Lo straniero dentro la casa di Giglio non è tanto “tedesco”, è una persona familiare e ha radici antiche: un ospite degno e giusto, santo come una figura sacra. Procedere in questo lungo sogno è veramente poetico, un prodotto psichico tutto da scoprire e da inventare.

Arrivo davanti a un complesso di chiese di pietra, le osservo bene tutte dalla più antica alla più recente, fino ad una la cui costruzione è stata bloccata secoli fa ed ora il comune sta completando l’opera con strutture di cemento che formano figure astratte, tipo parco artistico contemporaneo.”

“Un complesso di chiese di pietra” rappresenta la difesa dal coinvolgimento affettivo e il raffreddamento della “libido”. Tale operazione titanica viene eseguita attraverso il processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione”, “le chiese”, e il meccanismo di “conversione”, “di pietra”. Giglio ha una buona consapevolezza analitica della sua evoluzione psicosessuale, “le osservo bene tutte dalla più antica alla più recente”, e si sofferma all’attualità dei suoi blocchi e delle sue remore, attribuendo al suo “Super-Io” la censura morale della sua vita erotica e riconvertendo la suddetta con la vena creativa e la Fantasia. La Bellezza e i suoi sensi soccorrono Giglio in quest’adeguamento esistenziale della sua vitalità e della sua energia vitale, la “libido”. Nonostante “le strutture di cemento” non dispongano bene per la sessualità, si può apprezzare l’astrattezza delle figure e il “parco artistico contemporaneo”. Giglio conferma la sua evoluzione psicosessuale verso forme estetiche di buona fattura che riducono le difese della “sublimazione”. La Bellezza è sempre fonte di godimento globale. Confermo: Giglio ha ben chiara la sua evoluzione psicosessuale da sublimata e contratta a bella e degna, nonché etica e sana. Impressiona la Poetica del Sognare, la “figurabilità” in primis.

Risalgo in macchina, forse non sono più da sola ma proprio non so chi ci sia con me, nemmeno se è femmina o maschio, potrebbe essere V come mia nonna (nel sogno da qualche parte la presenza di mia nonna c’è).”

Le tappe evolutive della formazione sessuale di Giglio si alternano tra una guida alla “sublimazione” con giudizio e una ripresa matura verso l’appagamento intimo e privato. Soprattutto subentrano nel sogno le figure femminili che hanno portato la protagonista a identificarsi dalla parte a lei consona e confacente, “se è femmina o maschio”, ma non sa chi ci sia con lei, perché anche il versante maschile è stato curato nella propria formazione nel senso della “parte psichica maschile”, vedi “Androginia”. Giglio è una donna completa e si ritrova nella figura femminile della nonna e nel desiderio latente del maschio che c’è, non si vede, ma si sente tanto, il famigerato V. Meglio di così non poteva andare. Siamo sempre in un ambito di assoluta correttezza psico-evolutiva e lo stesso Darwin non disdegna l’applauso a una donna chiamata Giglio che se la dorme e si sogna.

Guido lungo una strada tutta curve sulle colline costeggiate da numerosi resort con spa e piscine all’aperto bellissime. Penso che ho un problema di artrite al mignolo (??? ho venticinque anni) e mi decido ad entrare in una spa per farmi fare un massaggio, intanto comincio già da sola a massaggiarmi il mignolo contratto fino a distenderlo del tutto.”

Il sogno con molta diplomazia e delicata accortezza svolge il tema del corpo e della “libido”, nonchè con espresso riferimento all’erotismo e, nello specifico, all’autoerotismo e senza nulla togliere alla seduzione e alle arti sorelle. E’ un sogno da “spa”, da “resort” e da “piscine”, è un sogno bellissimo perché dedicato al benessere psicofisico passando attraverso la base nobilmente materiale del Corpo. Giglio guida, Giglio è in amore, Giglio è partita per il pianeta Venere, Giglio è eccitata: “guido lungo una strada tutta curve sulle colline”. Giglio sceglie e non si lascia scegliere anche quando lascia che scelga l’altro, ma in questo frangente Giglio è in piena masturbazione: “comincio già da sola a massaggiarmi il mignolo contratto fino a distenderlo del tutto.” A venticinque anni il “mignolo” in questione è proprio il clitoride e non non certo il dito, oltretutto affetto da artrite. Il meccanismo della “figurabilità” ancora una volta ha ben provveduto a rappresentare anche attraverso lo “spostamento” la dinamica psicofisica in atto. L’artrite si riduce a uno stato di buona salute colpevolizzata e il capoverso si può catalogare tra le allegorie della masturbazione femminile con annesso orgasmo. Il senso di colpa è connesso alla vita sessuale ed è destato in prima istanza dal sistema educativo e culturale: sessuofobia.

Mi accoglie un signore anzianissimo e buffo in costume che mi guida nuotando attraverso una piscina fino alla zona massaggi, lo seguo nell’acqua e poi aspetto in piedi in corridoio…sempre forse in compagnia di qualcuno, ma non so.”

In un ambito d’intimità subentra una figura maschile, “un signore anzianissimo e buffo”, un educatore, un padre, uno che insegna, uno che mi guida nuotando attraverso una piscina fino alla zona massaggi”. Giglio sta rievocando in sogno la tematica evolutiva del suo erotismo e della sua sessualità e giustamente immette la figura paterna bonaria e buffa per stemperare l’angoscia dell’illecito e dell’incesto, dell’immoralità e della trasgressione acuta.

Una domanda è obbligatoria: la figura paterna contribuisce nella formazione della vita sessuale dei figli e nello specifico delle figlie?

La risposta è affermativa.

Il processo educativo è soprattutto auto-educativo e non rientra esclusivamente nella “posizione psichica edipica”, la conflittualità con i genitori, ma si spalma dalla posizione orale”, affettività, fino alla “posizione narcisistica” per influenzare la “posizione genitale” ossia la modalità di offerta e di relazione in funzione del proprio godimento e dell’altrui piacere. Questo processo e queste modalità sono rievocate in sogno da Giglio: l’influenza del padre nella sua formazione psichica e, nello specifico, in riguardo al corpo, l’erotismo e la sessualità. E’ questo il senso e il significato di “lo seguo nell’acqua e poi aspetto in piedi in corridoio”. Giglio ha ben calibrato la figura paterna sin dall’infanzia e l’influenza che ha avuto, meglio che lei ha dato, nella sua evoluzione psicofisica. L’attesa “in corridoio” attesta del tempo necessario a tale processo formativo, così come “la compagnia di qualcuno che non so” attesta dell’aleggiare della figura materna nel quadro onirico e dentro la psiche di Giglio, un tratto “edipico” in funzione della propria evoluzione. La madre non si vede chiaramente in sogno, ma è presente perché il padre è evidente nel suo essere figurato “vecchio e buffo” per non incorrere nell’incubo e nel risveglio immediato nel momento in cui i significati, “latente” e “manifesto”, del sogno coincidono.

Riepilogando: Giglio elabora l’importanza del padre nella conoscenza del corpo e della vita sessuale, la sua femminilità, proprio distraendola dalla figura materna: uscita dalla piscina e l’attesa in zona massaggi. Adesso il corpo è degno di essere amato e vissuto. È stato auto-battezzato.

Mentre attendo la massaggiatrice, arriva una coppia, un uomo che ho già visto nella mia infanzia (Giacomo o Jacopo) insieme ad una ragazzina. Quando arriva la massaggiatrice offre loro un caffè, la ragazzina fa per prenderlo, ma poi la donna lo ritrae dicendo che il caffè non fa bene ai bambini.”

Un ricordo personale trova posto in questo sogno poliedrico e universale di Giglio. Le madri siciliane tutelavano le figlie non soltanto dai maschi adulti, ma soprattutto dai padri, vissuti dalle mogli per natura violenti e incestuosi, nonché determinati da pulsioni sessuali irrefrenabili, affetti da un grado erotico e pulsionale di ferinità.

Una domanda si pone: si trattava di un vissuto traumatico irrisolto delle madri che avevano subito violenza durante l’infanzia o era un dato di fatto storico e culturale legato alla repressione sessuale e all’anaffettività dominante?

In medio stat veritas.

Ricordo che non lasciavano mai in casa le figlie sole con il padre e tanto meno permettevano loro di andare, sempre da sole, nei giardinetti, un luogo classico della pedofilia e dei maniaci sessuali. La guerra miserabile e la miseria morale avevano prodotto un imbarbarimento dei costumi e una tolleranza reverenziale da parte delle donne verso l’universo maschile, contrassegnato da una ferinità che esigeva lo scarico della “libido” al di là delle relazioni di sangue. Il maschio era larvatamente considerato un bruto a cui tutto era concesso e permesso. Anche il “tabù dell’incesto” poteva essere violato e non fungeva da barriera nei maschi in preda al raptus anche di fronte alle giovani figlie.

Stendo un velo pietoso su queste tragedie collettive e contemporanee e torno volentieri da Giglio e dal suo sogno così interessante e variegato.

Si presentano in scena la “massaggiatrice”, la mamma che fa tante carezze rilassanti e rassicuranti specialmente nell’infanzia, “una coppia”, la coppia “edipica”, il padre e la figlia, “l’uomo visto nell’infanzia” e Giglio, la “ragazzina” tanto innamorata e attratta dalla figura paterna: “Giacomo o Jacopo”. Arriva a questo punto la tentazione “edipica” di un legame forte e totale con il padre, ma la madre massaggiatrice, il “Super-Io” di Giglio, provvede a raffreddare i bollenti spiriti del “caffè” con il divieto del “caffè che non fa bene ai bambini”. Il capoverso è denso ma non irto di difficoltà interpretative, per cui lo spiego meglio onde evitare confusioni. La figlia è attratta dal padre, ma la madre pone il suo divieto a un legame morboso con il padre: così ragiona sempre Giglio bambina. In effetti è proprio lei che si è vietato il trasporto globale verso il padre e verso l’universo maschile adulto. Giglio ricorda la sua bambina che tanto sentiva, altrettanto desiderava e quasi tutto censurava. I personaggi sono sempre i tre soliti compari: “io, mammeta e papeta”, per dirla alla napoletana, un dialetto, quasi una lingua, che tanto esprime nel suo tratto universale.

Sono in una camera d’albergo seduta sul letto con mia madre, guardando il telegiornale in tv. Un servizio mostra l’uomo di prima arrestato per pedofilia e si vedono le immagini di lui assieme a molte bambine e adolescenti.”

Il “significato latente”, disoccultato in precedenza tramite l’interpretazione dei simboli, diventa quasi “manifesto”: “mia madre”, l’uomo di prima”, “arrestato per pedofilia”, le “molte bambine adolescenti”. Il “servizio del telegiornale in tv” comporta un raffreddamento emotivo e una istanza censoria compatibile con la continuazione del sogno. Non è da trascurare la gelosia di Giglio nell’attribuire al padre il trasporto affettivo verso le “molte bambine adolescenti”: sentimento della “rivalità fraterna”, scatenato dalla presenza di sorelle o fratelli e anche in assenza di questi immaginato dalla stessa Giglio e attribuito al padre tramite il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “traslazione”. Giglio si è riconciliata con la madre a cui aveva tolto il marito: “sono in camera d’albergo seduta sul letto con mia madre”. La solidarietà al femminile ricompone il quadro familiare e il padre resta un “fantasma edipico” che aleggia nelle psicodinamiche, oniriche e non, di Giglio. Notate l’anonimato della “camera d’albergo”. Il lettone dei genitori, trofeo ambito di tutti i bambini, sarebbe stato troppo compromettente e smascherante. Questo capoverso spiega il travaglio psicofisico di Giglio bambina nella sua “posizione edipica”.

Ma a cosa serve tanto trambusto universale evolutivo?

La risposta insiste sulla formazione psichica dei figli e, nello specifico, sulla formazione della “organizzazione” dei vissuti e dei “fantasmi” che reagiscono e interagiscono determinando con il vario dosaggio la struttura psichica, la, cosiddetta volgarmente, personalità. La risoluzione della “posizione edipica” implica il passaggio evolutivo alla “posizione genitale” matura e destinata all’investimento sull’altro, alla donazione amorosa che concilia la vita affettiva con la vitalità sessuale. Tramite quest’esperienza contrastata e intima con le figure genitoriali si formano individui caratterialmente e strutturalmente completi. Ma questo viaggio universale è sempre riempito dalle mille caratteristiche individuali e predilige destinazioni particolarmente gradevoli e gradite: i tratti psichici sono variazioni individuali sul tema universale della varia e ampia conflittualità con i genitori.

Inizio a parlare con mia madre e dico di conoscere quell’uomo, lei mi conferma che era un suo amico e di avermelo fatto incontrare, io mi agito e le chiedo diretta se lui abbia abusato di me, lei mi dice “non credo, perché eri molto piccola e non parlavi, a lui piacciono le bambine che parlano”…”

Giglio si riconcilia con la madre al fine di rafforzare la sua identità psicofisica e di viversi al meglio come la bambina evoluta in donna: identificazione e identità. La riconciliazione comporta il riconoscimento della figura femminile materna e del suo ruolo specifico di genitrice e di donna. Durante la pubertà la bambina si stacca dal padre e si avvicina alla madre riconoscendo che “il suo amico” era suo marito, nonché suo padre. Il ridestarsi dei sentimenti e delle sensazioni “edipiche” procura una certa agitazione in Giglio che non trova di meglio che ripescare i suoi desideri e le sue pulsioni di insidia da parte del padre elaborate e vissute quando era bambina. Giglio, in questa difesa estrema dal senso di colpa di aver tanto osato e altrettanto desiderato durante la sua formazione infantile, proietta sul padre la sua pulsione incestuosa e sulla madre la sua responsabilità incestuosa. In effetti, era lei e soltanto lei che desiderava in mille modi quell’uomo, Giacomo o Jacopo in precedenza, e che adesso chiede a se stessa ragione del suo vissuto di uso ed abuso di lei bambina proiettandola sulla madre che avrebbe dovuto difenderla da tanto mostro e da cotanta mostruosità. Non basta tutto questo trambusto sentimentale ed emotivo, Giglio dice a se stessa la sua spiegazione logica: ero infante, ero senza la parola, ero dominata dalle pulsioni e dai bisogni che tendevano al desiderio, ero senza il potere della parola, non avevo il verbo, non avevo il potere di una donna, avevo soltanto l’innocenza di una bambina, non sapevo tradurre i miei vissuti interiori in parole, non sapevo dare parola ai miei “fantasmi”, alle rappresentazioni emotive dei miei istinti, non avevo il fallo del verbo. Di conseguenza, senza il potere della parola mi era impossibile la consapevolezza e la coscienza di me stessa, il “sensus mei” eccedeva la presa di coscienza e la traduzione logica dei miei vissuti edipici e, nello specifico, la trama delle vaste relazioni con mio padre e con mia madre. La “parola” è il potere della comunicazione e della seduzione: “non parlavi e a lui piacciono le bambine che parlano”, le donne adulte che hanno un grado di auto-consapevolezza. Il padre non era incestuoso e gradiva le sue pari, quelle che sapevano conquistarlo con le armi creative del linguaggio. Giglio se la racconta tanto bene che quasi quasi crede a se stessa e si sente nel giusto che più giusto non si può, neanche con il candeggio del super disinfettante in voga. Nel momento in cui Giglio permette al padre di tradirlo con le altre si è liberata dell’ingombro edipico e può procedere verso la sua identificazione psicofisica, si concede di crescere dopo aver superato gli scogli edipici di Scilla e Cariddi e l’illusione di essere una Sirena, la creatura più infelice che l’uomo abbia mai potuto immaginare e descrivere.

Comincio a incazzarmi e disperarmi e le chiedo se mi ha mai lasciato sola con lui, lei mi risponde che è successo, allora io chiedo cosa sa di quella volta…lei mi risponde “so che ti ha accarezzata dappertutto e che non riusciva a entrare ma nemmeno a staccarsi”…”

Ma ancora la misura non è colma, Giglio ha ulteriore bisogno di “catarsi del senso di colpa edipico” e all’uopo è costretta a rispolverare-rivivere la sua contrastata avventura-disavventura con il padre, deve dare alla madre le sue responsabilità, sue di Giglio per intenderci, come si dà a Cesare, meglio si restituisce, quello che notoriamente gli appartiene. Giglio si difende in sogno “proiettando” e “spostando” sulla figura materna la responsabilità “edipica” che lei vive a metà tra la pedofilia e l’incesto, la violenza e l’impeto. La vena erotica si esalta nella rabbia imperante: “so che ti ha accarezzata dappertutto”, la cruda vena sessuale si manifesta in “non riusciva a entrare”, la vena conflittuale e affettiva si evidenzia in “ma nemmeno a staccarsi”. Man mano che Giglio procede nel sogno, il contrasto profondo tra il mondo pulsionale dell’Es e la repressione morale del Super-Io si fa sempre più stringente e struggente. Giglio non riesce a staccarsi dall’attrazione fatale vissuta nei riguardi del padre e l’ambivalenza psichica nei riguardi della madre, una figura importantissima in cui identificarsi per maturare la sua identità femminile senza trascurare i migliori tratti maschili del padre. Prevale in questa “posizione edipica” l’erotismo e la sessualità che normalmente si colpevolizzano tramite la degenerazione in pedofilia e incesto. Giglio sogna che il padre non riusciva a entrare, mantiene una dirittura morale o meglio una difesa dall’angoscia dell’incesto per non risvegliarsi e una resistenza a riesumare nei particolari più scabrosi i suoi vissuti verso la maschilità del padre. L’ambivalenza psichica si colora di affettività quando la figlia non fa staccare il padre immorale che voleva entrare ma non riusciva, padre morale. Il mancato distacco di “non riusciva a staccarsi” ha una valenza affettiva: la figlia non fa staccare il padre perché il suo amore è importante per la sua economia psichica evolutiva.

Inizio un lungo pianto isterico, mi sento schifata e mi allontano da mia madre…esco di lì, ma sono piegata in avanti dal dolore…vado verso il mio fidanzato, non so quale dei due, poi prendo il telefono chiamo F (primo fidanzato) voglio raccontargli, ma riesco solo a piangere in una maniera strana, lui non riesce a capirmi e dopo un po si stanca mi prende in giro e riattacca…”

L’isteria e la scarica purificatrice esordiscono in questo capoverso a testimonianza del quadro dominante di natura e qualità “edipiche”, risalgono ai trambusti profondi e agli sconquassi relazionali che Giglio ha vissuto da bambina e che si è portata dentro maturando in età adulta i tratti psichici erotici e seduttivi, nonché una buona fattura relazionale. Del resto, l’isteria è la conversione di conflitti rimossi a suo tempo e che nel tempo trovano la valvola di sfogo quando una causa occasionale scatena il materiale accatastato e sedimentato. Il sogno è la via maestra per l’emergere dei conflitti psichici e relazionali e di tutto il vissuto dei sensi e dei sentimenti. Giglio “si allontana da sua madre” perché si sente schifata” dal suo vissuto “edipico”, rifiuta e non riconosce la sua naturale “posizione edipica”, per cui allontana la madre e il padre dalla sua scena onirica in quanto responsabili del suo psicodramma esistenziale e relazionale. Giglio è “piegata in avanti dal dolore” come se avesse subito una violenza sessuale, più che per un normale malore possibilmente allo stomaco, nella zona degli affetti, tanto meno per una dismenorrea. Giglio razionalizza la figura materna andando via da lei, ma l’operazione è frettolosa. Il disgusto non è foriero di buone novità. Giglio si è staccata dai genitori risolvendo la “posizione edipica” ed è pronta per i suoi uomini, è disposta alle relazioni mature e adulte. Giglio è cresciuta e si è partorita, “maieutica di Socrate, attraverso la presa di coscienza che la sua vita si incanala verso le relazioni maschili dopo lo spazio concesso al padre e verso le relazioni femminili dopo aver mal digerito la filosofia screditante e spartana della madre. Quest’ultima è stata poco protettiva nell’evoluzione educativa della figlia, almeno così l’ha vissuta, o, meglio ancora, Giglio aveva bisogno di tanto sazio per viversi il padre senza la presenza invasiva della madre che giustamente averebbe recriminato i suoi diritti di proprietà e di esercizio nei riguardi del marito, il padre di Giglio. Quest’ultima non sa che farsene degli uomini, il primo e il secondo, “F” e “il secondo”, figure poco importanti e significative rispetto al padre. La nostra protagonista ha tanto vissuto da bambina e, adesso che è adulta, anche i suoi uomini sono superficiali come la mamma che a suo tempo e, sempre nei suoi vissuti, l’ha lasciata in balia del padre. Questo era chiaramente il suo desiderio. Anche il suo secondo uomo non riesce a capirla, “si stanca, mi prende in giro e riattacca”. Un’ultima domanda seria si pone nel finale di questa lunga decodificazione del sogno di Giglio: “riesco solo a piangere in una maniera strana”, che vuol dire?. Vuol dire che Giglio ha acquisito una maniera diversa di scaricare le sue tensioni. Il pianto è una salutare “catarsi” delle tensioni nervose accumulate. Giglio non piange più come una bambina, adesso si libera come donna. E’ maturata e ha maturata nuove modalità espressive e liberatorie.

Ancora un appunto mi sento di fare: come la mettiamo con il fatto che il primo fidanzato di tutte le bambine del mondo è il papà?

Forse il papà non c’è più e Giglio non può comunicargli tutto il bene che gli ha voluto, un bene completo e fatto di tutto quello che è inesprimibile nella realtà ed esprimibile con naturalezza nel sogno attraverso i simboli e la Bellezza. E’ proprio vero che la funzione onirica è foriera di prosperità estetica mostrando i nostri inconsapevoli capolavori.

Bonne chance, Gigliò!

Mi sveglio facendo versi disperati. Al risveglio ripenso all’uomo, ma non sono più sicura di averlo visto per davvero o lo confondo con un’altra persona.”

In precedenza Giglio piangeva “in una maniera strana”, adesso fa “versi disperati”. Questa donna è proprio sull’orlo di una crisi di nervi o è ancora in piena scarica isterica, si sta liberando delle ultime scorie nevrotiche di qualità “edipica”, è ancora fortemente arrabbiata con la madre e il padre perché l’hanno buggerata e poco protetta nelle disavventure costruttive della sua evoluzione psicofisica. Giglio è in piena teatralità creativa e attira l’attenzione su di sé e sui suoi trascorsi: un classico comportamento dei bambini cosiddetti normali. Insomma, Giglio ha maniere alternative di esprimersi e tenta di farsi capire con le sue personali e creative espressioni. Una bambina incompresa suggella la fine del sogno, ma questo l’aveva già detto. Convergendo ancora su se stessa, Giglio si riprende tutto il materiale che aveva alienato nel padre e tenta di convincersi che forse non l’ha del tutto razionalizzato questo padre così importante e ingombrante. Resta il dubbio di aver messo insieme, “confuso”, il proprio con l’altrui, di aver usato il meccanismo di difesa dall’angoscia dello “spostamento”, della “traslazione” e della “proiezione”. Ma tutto questo è ancora assolutamente normale e naturale. Resta una figlia che ha vissuto un intenso travaglio con il padre e con figure maschili equivalenti. Ho anche pensato che Giglio possa aver subito molestie e violenza durante la sua infanzia, ma anche questo dato è frequente a causa della repressione sessuale della società e della cultura sessuofobica del passato e del presente più che mai.

La verità psichica e fisica di questo sogno è stata depositata nel grembo della dea Giglio e a lei, soltanto a lei, spetta il responso.

IL SOGNO A MATRIOSCA 1

IL QUESITO

Uno dei miei sogni senza soluzione di continuità. Io sogno a matriosca, la fine del primo contesto onirico coincide con l’inizio del secondo e così per tre, quattro volte successive, ma questo guazzabuglio al risveglio si palesa come un unicum.”

La domanda sorge spontanea: è possibile sognare a matriosca?

Il sogno è una matriosca in quanto “unicum”, ma viaggia per libere associazioni come una seduta psicoanalitica.

“Vada a ruota libera con i suoi pensieri e non curi la logica di quello che dice”: questo era il nuovo invito metodologico di Freud alla sua paziente dopo aver abbandonato la pratica ipno-terapeutica.

Non sogniamo a matriosca, sogniamo in fila indiana intessendo i nostri “fantasmi” nel campo di battaglia come tanti bei soldatini di latta nei giochi dei bambini di un tempo. Il sogno è una “unica”, un insieme di “unici” che costituiscono il nostro “unicum”, la nostra irripetibilità psichica. La clonazione non abita nella nostra psiche anche quando la Psicologia delle masse sembra dire il contrario e la Storia presenta pagine scritte da pochi personaggi. E’ impossibile suggestionare un insieme di persone nella stessa misura e con gli stessi contenuti, perché ogni componente del gruppo rivisita il messaggio in base alla sua formazione e ai meccanismi psichici di difesa che usa in prevalenza nel suo quotidiano vivere. La Storia è ricca di epoche di alta suggestionabilità e di incantatori di serpenti, ma la Storia è maestra di vita soltanto quando diventa Poesia, quando ogni uomo filtra il fatto oggettivo anche con l’acutezza della sua sensibilità, altrimenti è destinata a essere l’elenco telefonico del buon tempo antico. In questo malaugurato caso la Storia è pericolosa, perché si riempie delle suggestioni di abili illusionisti e fantasiosi malati mentali.

Questo preambolo per confermare che la matriosca è una bella bamboletta russa che è rimasta incinta di tante piccole sorelle tutte uguali e sempre più piccole, così come i nostri sogni sono talmente personali e originali che non possiamo mai ripeterli anche se trattano gli stessi “fantasmi”. In questa naturale e involontaria operazione psichica notturna si attesta la nostra irripetibilità e la nostra ignorata carica creativa, una dote non piovuta dal cielo, ma una modalità di elaborazione insita nella materia vivente. Anche i miei gatti sognano e alla grande.

Il sogno di Saba attende di essere denocciolato come le famose olive o le altrettanto famose prugne secche della California, quelle che consentono il noto benessere psicofisico del mattino.

LA TRAMA DEL PRIMO SOGNO DELLA MATRIOSCA

“Mi sveglio e chiedo al mio compagno se mi porta un caffè a letto, ma in breve mi trovo catapultata ad attendere la colazione in cucina, dove sua figlia ha messo sul fornello, per sé, una piccola caffettiera da due.

Io invece voglio la caffettiera da tre, ma non la vedo in giro. Mi sto spazientendo, quando arriva il mio compagno col caffè e con un bicchiere vuoto, pulito, trasparente.

Metto dell’acqua nel bicchiere e il vetro diventa immediatamente opaco; sul fondo vedo un residuo bianco, denso e spesso, sembra bicarbonato bagnato. Sciacquo il bicchiere, ma questo residuo non se ne va.

Chiedo al mio compagno se ha lavato la caffettiera col bicarbonato e lui mi risponde che ha usato un detersivo che io so essere velenoso e mi spavento, perché non riesco a ricordare se ho già bevuto il caffè uscito da quella caffettiera.

Mi rendo conto di non averlo fatto e di star ancora aspettando. Nel frattempo, in cucina è apparsa mia sorella e si prepara il caffè. Sia lei che la figlia del mio compagno riescono a berlo, mentre il mio, l’unica volta che finalmente gorgoglia nella caffettiera per avvertire che è pronto, si rovescia sul ripiano della credenza, forse anche per la mia maldestraggine.

Cerco di trattenerne un po’ per versarlo nella tazza, ma è proprio solo un goccio e purtroppo lo devo buttare via.”

Saba

L’INTERPRETAZIONE DEL PRIMO SOGNO DELLA MATRIOSCA

Mi sveglio e chiedo al mio compagno se mi porta un caffè a letto, ma in breve mi trovo catapultata ad attendere la colazione in cucina, dove sua figlia ha messo sul fornello, per sé, una piccola caffettiera da due.”

Saba è nel gruppo, ma si sente estromessa dal gruppo, è ben consapevole dei suoi bisogni di capire pienamente la sua situazione esistenziale e il suo status psichico, ma spesso è presa alla sprovvista da quegli eventi che non dipendono da lei e che non può controllare. Spesso si trova e si sente “catapultata” nella ricerca e nella condivisione degli affetti e il sentimento della rivalità non è assente, anzi fa sentire la sua autorevole voce. Saba chiede al suo compagno un’eccitazione sessuale che si fonde e confonde con la sfera affettiva, “la colazione in cucina”, per cui resta inappagata e alla ricerca di una soddisfazione sostitutiva. Con “una piccola caffettiera da due” non si può sorbire un buon caffè se siamo in tre. L’elettroencefalogramma di Saba ha poca corrente, ma ancora non è piatto. Finché c’è vita, c’è “libido”.

Io invece voglio la caffettiera da tre, ma non la vedo in giro. Mi sto spazientendo, quando arriva il mio compagno col caffè e con un bicchiere vuoto, pulito, trasparente.”

Saba avanza le sue giuste richieste affettive, anche lei è della compagnia e della partita, è consapevole di trovarsi in una famiglia allargata e di avere delle carenze affettive, erotiche e sessuali. Nell’economia psichica del gruppo non circola buon sangue e qualche screzio si palesa e si sistema con la buona volontà. Saba si fa portare il caffè, l’eccitazione che serve, dal suo compagno e stranamente anche “un bicchiere vuoto, pulito e trasparente.” Quest’ultimo è un simbolo femminile di recettività sessuale e si avvicina al grembo più che alla vagina, ha una valenza di gravidanza più che di una sfrenata eccitazione erotica e sessuale, è finalizzato alla maternità piuttosto che alla vita e alla vitalità di coppia. Saba in sogno sta riesumando i suoi “fantasmi” in riguardo alla maternità e al suo istinto materno. La simbologia del bicchiere “vuoto” attesta della necessità di riempirlo, il grembo attende il seme ed è pronto alla sua funzione procreativa. Il “bicchiere” è “pulito” ossia il grembo è sano ed esente da sensi di colpa, la dimensione materna di Saba non ha elaborato “fantasmi” tali da indurre sensi di colpa. Saba non ha mai colpevolizzato la sua possibilità di diventare madre. Il “bicchiere” è “trasparente” per rafforzare quanto si diceva prima, l’esenzione da pulsioni di colpa e da bisogni di espiazione. Questa convinzione è ben chiara nella mente della protagonista. Saba ha ben valutato i suoi bisogni e le sue progettualità in quanto alla possibilità di diventare madre.

Metto dell’acqua nel bicchiere e il vetro diventa immediatamente opaco; sul fondo vedo un residuo bianco, denso e spesso, sembra bicarbonato bagnato. Sciacquo il bicchiere, ma questo residuo non se ne va.”

Accidenti, cosa succede?

Come non detto, si presenta il trauma senza preavviso e all’improvviso. “Il vetro del bicchiere” diventa “opaco” appena “l’acqua” lo riempie. Nell’edizione del trauma della frustrazione della maternità Saba in sogno formula un’allegoria di valore, il capoverso suddetto definisce in sintesi il tentativo, la cura e la frustrazione della capacità procreativa. Il “residuo”, che “non se ne va” nella pulizia del bicchiere, attesta di un persistere degli agenti nocivi alla maternità. Il capoverso è pieno di simboli: “l’acqua” rappresenta la prerogativa materna dell’universo femminile, il “bicchiere” condensa il grembo e la recettività materna, il “vetro opaco” si traduce in una degenerazione dell’utero, la consapevolezza del quadro clinico traspare in “sul fondo vedo un residuo bianco, denso e spesso, sembra bicarbonato stagnato.”, il tentativo di una terapia emerge in “sciacquo il bicchiere”, così come la constatazione dell’esito negativo si camuffa in “questo residuo non se ne va”. Il seme e l’utero sono incompatibili, qualcosa non va in entrambi.

Una serie di domande nasce naturale e con la giustificazione del genitore e del sottoscritto.

Perché l’acqua e il pulire e lo sporco non sono interpretati come sensi di colpa?

Perché l’interpretazione verte sulla rappresentazione, “figurabilità”, del trauma e del prosieguo del trauma e non sui sensi di colpa legati all’apparato genitale e di cui Saba non riesce a liberarsi pur sciacquandoli ben bene?

Perché non parlare di un organo inquisito e di una funzione colpevolizzata?

A domande legittime mi rispondo procedendo con l’interpretazione.

Chiedo al mio compagno se ha lavato la caffettiera col bicarbonato e lui mi risponde che ha usato un detersivo che io so essere velenoso e mi spavento, perché non riesco a ricordare se ho già bevuto il caffè uscito da quella caffettiera.”

Saba si rivolge al partner sessuale e gli chiede se ha fatto le cure giuste per l’eccitazione e la fertilità. A questo punto vengono fuori le paure di Saba di restare incinta, “ho già bevuto il caffè velenoso uscito da quella caffettiera.” Il “bicarbonato” rappresenta un agente anestetico e disinfettante, un farmaco, così come la caffettiera condensa la varia gamma dell’eccitazione maschile e femminile per il contenuto nervino che alla fine sputa fuori dalla bocchetta. Saba dice che il seme del compagno non è funzionale alla sua possibilità di diventare madre, fermo restando che “l’essere velenoso” contiene la sue normali paure di imbattersi in una gravidanza. Più che sensi di colpa, “lavato” e “detersivo”, si tratta di interventi concreti finalizzati al ripristino di una funzione, quella maschile in questo caso. Si profila la difficoltà del partner a ingravidare Saba e l’averla fecondata con un eiaculato inefficace. Saba ha bevuto quel caffè e si appresta a confermare la sua naturale paura di restare incinta.

Mi rendo conto di non averlo fatto e di star ancora aspettando. Nel frattempo, in cucina è apparsa mia sorella e si prepara il caffè. Sia lei che la figlia del mio compagno riescono a berlo, mentre il mio, l’unica volta che finalmente gorgoglia nella caffettiera per avvertire che è pronto, si rovescia sul ripiano della credenza, forse anche per la mia maldestraggine.”

Saba è consapevole della sua attesa della volta giusta e buona per realizzare la sua maternità. A conferma di quanto affermato Saba introduce un’altra donna, la sorella, su cui proietta il suo bisogno di avere il “caffè” giusto proveniente da una caffettiera funzionante. Anche “la figlia del compagno” conferma che si tratta di una psico-dialettica tra donne in riguardo alla fecondazione e alla maternità. Tutte bevono, compreso il compagno, soltanto Saba non riesce a bere il suo caffè e addirittura lo rovescia sul ripiano della credenza. Quest’ultima è l’allegoria del “coitus interruptus”, il maschio che si astiene dall’eiaculazione “intra portas” per depositare lo sperma sul pube e sul ventre della donna. Saba si assume la responsabilità di questa svista e di questo costume perché vuol comunicare che in qualche modo anche lei è responsabile di questa dialettica genitale della coppia.

Cosa sarà successo a Saba?

Ha avuto un aborto o ha avuto un intervento chirurgico?

Cerco di trattenerne un po’ per versarlo nella tazza, ma è proprio solo un goccio e purtroppo lo devo buttare via.”

Saba ha tentato di avere un figlio, ma la gravidanza non è andata a buon fine per una oligospermia e necrospermia del suo compagno. Così si traduce lo sforzo di trattenerlo nel grembo o “versarlo nella tazza”, “proprio solo un goccio”, “devo buttare via”. In precedenza il sogno aveva evidenziato le difficoltà di Saba. Con questa immagine onirica, connotata dal “purtroppo” e dal “devo buttarlo via”, si conclude il contenuto della prima matriosca, una psicodinamica di alta sensibilità che Saba snoda con l’abilità simbolica di una persona che ha una buon “sapere di sé”

LE ALLEGORIE

Il tentativo, la cura e la frustrazione della capacità procreativa si condensano in “Metto dell’acqua nel bicchiere e il vetro diventa immediatamente opaco; sul fondo vedo un residuo bianco, denso e spesso, sembra bicarbonato bagnato. Sciacquo il bicchiere, ma questo residuo non se ne va.”

Il “coitus interruptus” con l’eiaculato “extra portas” è condensato in “l’unica volta che finalmente gorgoglia nella caffettiera per avvertire che è pronto, si rovescia sul ripiano della credenza, forse anche per la mia maldestraggine.”

Ricordo che le figure retoriche costituiscono la gran parte dei nostri sogni e che in questa elaborazione tramite i “processi primari” siamo creatori, nostro bengrado e nostro malgrado, poeti senza aver alcuna consapevolezza e senza addurre alcuna libera volontà. Subiamo il sogno e la sua formulazione. Niente di magico in tutto questo, perché si tratta soltanto di una mancata consapevolezza. Per quanto riguarda il contenuto che immettiamo nel sogno sappiamo che si tratta del nostro materiale psichico sedimentato nel corso dell’esistenza, così come dei “meccanismi” e dei “processi” possiamo anche essere consapevoli di questa attività psicodinamica, così come delle energie immesse e agite sappiamo dalle fasi REM e nonREM. Esiste una Topica ossia un sistema psichico onirico, una Dinamica ossia come si forma il sogno, una Economia ossia quali energie si muovono e si consumano in sogno.

Quanto dovuto a Saba si può fermare con abbondanza qui.

SEMPRE IN GIAPPONE

TRAME DEI TRE SOGNI

PRIMO SOGNO

“(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, stavamo camminando in una via tipo ferrovia in cui in alto c’era una fila di trenini giocattolo appesi.

Subito dopo stavamo parlando del lavoro del mio fidanzato nell’ambito delle linee elettriche perché da molti pali dell’energia scendevano migliaia di fili lasciati liberi e ogni tanto prendevo delle scosse.”

SECONDO SOGNO

“(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, ci siamo trovati con Laura (amica del mio fidanzato).

Lei voleva prendere un caffè shakerato, ma i ragazzi del bar le avevano detto che non potevano darle il caffè finché non fosse andata in hotel a lasciare tutto quello che aveva (zaini e borse) in modo che sapessero che non era una ladra.

Lei si è rifiutata.

Nel frattempo che stavano facendo il caffè, mettevano sopra il bicchiere una carta, tipo scottex, tutta sporca di caffè e non capivo il motivo e continuavo a toglierlo.”

TERZO SOGNO

“(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, io e il mio fidanzato. Dovevamo andare a mangiare e siamo entrati in un ristorante e abbiamo trovato la mia famiglia, compreso mio nonno deceduto a marzo, e abbiamo mangiato tutti assieme.

Un mio cugino mi ha messo in guardia sull’acqua giapponese e io l’ho rassicurato che stavamo comprando acqua da 0,5 € oppure da due litri.”

Questi sono i tre sogni “giapponesi” di Giuliana.

INTERPRETAZIONE DEL PRIMO SOGNO

(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, stavamo camminando in una via tipo ferrovia in cui in alto c’era una fila di trenini giocattolo appesi.”

Giuliana si sogna sempre in compagnia del suo “moroso” semplicemente perché si pensa preferibilmente in relazione con una persona affettivamente sicura. Non è una donna sola e isolata, non è una donna che vive nella timidezza e nella clausura, tutt’altro!

Giuliana ama la compagnia e l’esotico, gli usi e i costumi dell’Oriente come Erodoto, è aperta alle novità e alle diversità nell’identico, insomma Giuliana è una donna curiosa, disponibile e disposta ad acquisire le ricchezze umane presenti sul mercato psico-socio-culturale.

Giuliana non sa mai “come ci sia arrivata” in questo mitico Giappone. Magari ha fatto nella realtà diversi viaggi nel mitico Oriente e come turista, non certo per caso, ma con cognizione di causa. Magari ha assorbito tutto il materiale originale che i cugini giapponesi propongono al ben capitato ospite. E’ anche vero che in sogno ci portiamo dietro e addosso la nostra storia psicofisica, la nostra umana formazione evolutiva e la nostra “organizzazione psichica reattiva”, la nostra personalità, la nostra struttura, il nostro carattere, per dirla in maniera grossolana e per intenderci. E’ anche vero che da svegli ci portiamo, sempre dietro e addosso, tutto il bagaglio di cui ho detto ampiamente prima, ma nella vigilanza la rivisitazione psichica è meno evidente perché siamo distratti dalla forza della realtà e non ci rendiamo conto che siamo sempre noi gli interpreti di questi mondi apparentemente nuovi e diversi.

Giuliana “non sa mai come ci sia arrivata” è un “lapsus” che la identifica, è un tradimento psichico che la contraddistingue nelle sue incertezze esistenziali. Giuliana è un essere in evoluzione con andamento lento ma progressivo. In questo modo arriva dove vuole e va anche ripetutamente in Giappone, dove abita una sua “parte psichica” originale e personale. Le manca la consapevolezza in questa sua ripetuta verità biblica, indiana e araba: “non so come ci sia arrivata”. Il “non so” sa di inconsapevolezza e di mancato gusto di sé, indica una uno stato psichico crepuscolare e ipnotico, un obnubilamento della coscienza e una riduzione delle funzioni vigilanti dell’Io. “Come ci sia arrivata” annuncia traguardi sempre “in fieri” che non necessitano di un ossessivo e pedante uso della razionalità e dei “processi secondari”. Giuliana è una donna “evanescente” nel senso ottimo della parola, “esce fuori dal vano”, non tollera i vuoti e per questo motivo tende continuamente a riempirli, magari creandosi delle dipendenza psichiche e relazionali: vedi la continua presenza in sogno del suo ragazzo, del suo fidanzato, del suo uomo, della figura maschile a cui si affida e di cui si fida, almeno per l’evenienza vissuta dormendo e sognando.

Procedere diventa allettante.

Giuliana sta “camminando” insieme ad altri “in una via tipo ferrovia”. Traduco subito. Nel cammino della sua vita la nostra eroina si imbatte sulla questione psico-esistenziale della morte, del distacco, della separazione, delle perdite affettive, insomma si imbatte nel suo personale “fantasma di morte”, un prodotto elaborato nel primo anno di vita e che si è trascinata dietro, come tutti del resto, nella vita futura corrente. Giuliana recupera e aggancia in sogno il suo nucleo depressivo primario e lo offre in compagnia degli altri e con quella vena di bonaria superficialità di una donna che si è premurata di concedersi tutte le ciambelle di salvataggio per non soffrire e per non addolorarsi oltremodo nel suo viaggio di vita. Questo è il senso e il significato simbolici di “una via tipo ferrovia”.

Subito dopo stavamo parlando del lavoro del mio fidanzato nell’ambito delle linee elettriche perché da molti pali dell’energia scendevano migliaia di fili lasciati liberi e ogni tanto prendevo delle scosse.”

La “ferrovia” indica il distacco e la perdita, ma le “linee elettriche” del suo “fidanzato” danno veramente la scossa alla nostra Giuliana che associa senza colpo ferire Eros a Thanatos, l’erotismo alla Morte, nella figura notevole e nella persona mirabile del suo “fidanzato”, un vero lavoratore di quell’Eros che con le “scosse” finali fa perdere veramente la testa alla nostra eroina, Thanatos. Giuliana compone l’allegoria della neurofisiologia dell’amplesso sessuale in questo capoverso, attestando della sua buona disposizione erotica e sessuale nei riguardi del suo “fidanzato”, un maschio esperto di migliaia di fili che scendono liberamente dall’alto delle linee elettriche, un uomo che sa ben disimpegnarsi dalla ragione quando si tratta di lasciarsi andare al moto eccitante del sistema neurovegetativo. In effetti è Giuliana che “proietta” nel “fidanzato” la sua disposizione all’orgasmo e la sua psicofisiologia sessuale. In questo dialogo con il suo uomo Giuliana manifesta la predilezione al veicolo della parola per migliorare la “coscienza di sé” e la “coscienza della coppia”. Questa relazione porta a quell’intesa erotica e sessuale che nell’amplesso trova altre parole e altre forme di linguaggio, il linguaggio del corpo in primo luogo.

Il primo sogno si ricompone e trova la sua fine e il suo fine.

INTERPRETAZIONE DEL SECONDO SOGNO

(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, ci siamo trovati con Laura (amica del mio fidanzato).”

La solita inconsapevolezza e la solita sub-liminalità di Giuliana aprono il secondo sogno giapponese, il secondo sogno esotico che lascia ben sperare in una rinnovata disposizione erotica e sessuale “proiettata” in “Laura”, “l’amica del suo fidanzato”. Giuliana è una donna aperta alle amicizie anche femminili, per cui si porta a spasso in sogno le amiche senza alcuna gelosia. Meglio: Giuliana si difende in sogno dalle sue pulsioni e dai suoi istinti “proiettandoli” nell’amica del suo fidanzato, “Laura”, la donna dello schermo per l’appunto. Siamo in tre, ma siamo sempre in due, io e il mio fidanzato, io la fidanzata e sempre io nelle vesti di Laura e amica del mio fidanzato. Il gioco delle parti è istruito e Giuliana può procedere nell’elaborazione dei contenuti importanti del sogno dopo essersi tutelata sull’onore e sulla privacy.

Lei voleva prendere un caffè shakerato, ma i ragazzi del bar le avevano detto che non potevano darle il caffè finché non fosse andata in hotel a lasciare tutto quello che aveva (zaini e borse) in modo che sapessero che non era una ladra.”

Giuliana mette subito in azione “Laura” e la relaziona con il desiderio di “un caffè shakerato” e con “i ragazzi del bar”. Traduco: Giuliana è in piena eccitazione erotica e sessuale e si relaziona con l’universo giovanile maschile presente in loco. Giuliana è una donna in piena salute psicofisica che vive bene la sua femminilità e la sente pulsare nel corpo specialmente quando si trova in situazioni seduttive. Purtroppo, Giuliana non vive bene questa sua disposizione erotica e sessuale, per cui si costringe a censurarla e la “proietta” sull’amica Laura apparendo intonsa a se stessa e agli occhi del fidanzato. Ed ecco che introduce dei limiti, delle condizioni e dei divieti alla sua eccitazione e al suo desiderio seduttivo proiettando sui ragazzi del bar l’impossibilità di sorbire il “caffè shakerato”, oltretutto e oltremodo agitato, le sue censure e le sue difese psicofisiche al coinvolgimento e alle relazioni pericolose per la sua innocenza e semplicità di donna fidanzata. Giuliana impone alla disinibita e vogliosa “Laura” tramite “i ragazzi del bar” di liberarsi della sua femminilità ingombrante ed eccessiva, “(zaini e borse)”, tutti contenitori e simboli dell’universo psicofisico femminile, prima di poter sorbire il tanto desiderato caffè shakerato. Questa procedura deve avvenire nel contesto anonimo di un hotel: un’ulteriore difesa dal riconoscimento delle proprie pulsioni e dal desiderio di coinvolgimento. Questa operazione è anche funzionale a evidenziare in maniera conclamata l’innocenza di Laura, pardon di Giuliana, in riguardo ai tradimenti e ai furti di ragazzi del bar, quelli che sanno fare e indurre shaker e in specie al caffè, all’apparato neurovegetativo, agli organi sessuali insomma. Giuliana tratta così male se stessa, si censura e si condanna al ruolo di “ladra”. Insomma vive male se stessa, “ladra”, e nello specifico il suo corpo di donna, “(zaini e borse)”. Un bisogno profondo di asessuarsi e di desessualizzarsi per non incorrere nel senso di colpa e nella condanna del “Super-Io”. Il fantasma della “mangia-uomini” e della femmina immorale è legato all’infanzia e all’adolescenza, al periodo in cui gli adulti le hanno instillato giudizi e condanne in riguardo alla vita erotica e sessuale, nonché in riguardo al suo corpo. Questo materiale censorio si è aggiunto a quello che la stessa Giuliana aveva elaborato naturalmente da sola nella ricerca del calibro giusto per pesare e vivere le sue abbondanze e le sue prosperità in crescita. Vediamo come va a finire questo psicodramma molto importante per l’evoluzione psicofisica della nostra protagonista.

Lei si è rifiutata.”

Fortunatamente Giuliana si rifiuta di abdicare al corpo e ai bisogni del corpo, si rifiuta di viversi in angelica e asessuata versione, si rifiuta di esaltare la Mente e di “sublimare la sua libido” nel mille per mille dei suoi redditi eterei, si rifiuta di lasciare il suo zaino e la sua borsa in un hotel anonimo, si rifiuta di non essere femminilmente seduttiva e recettiva. Insomma, fortunatamente Giuliana supera il suo conflitto psichico ed esalta la sua identità psicofisica femminile e si relaziona con l’universo maschile adducendo tutto il suo corredo e tutti i suoi accessori color rosa. Diventa interessante proseguire nella decodificazione del sogno, per vedere dove si condensa questo psicodramma di una donna che oscilla tra la sicurezza della sua identità femminile e questa contrastata offerta relazionale al maschio.

Nel frattempo che stavano facendo il caffè, mettevano sopra il bicchiere una carta, tipo scottex, tutta sporca di caffè e non capivo il motivo e continuavo a toglierlo.”

L’eccitazione sessuale della coppia sale e si profila l’eiaculazione. Il bisogno del salvifico preservativo si fa urgente e arriva il momento in cui si sporca di sperma. Giuliana è contraria all’uso del contraccettivo per svariati motivi e manifesta la sua predilezione al rapporto sessuale a rischio. Questa è la traduzione simbolica del capoverso. Giuliana rievoca tramite la difesa dell’amica, “proiezione”, la sua problematica sessuale e il suo contrasto sull’uso del profilattico. I simboli dicono che “fare il caffè” si traduce in fare sesso con la valenza eccitativa in risalto, il “bicchiere” è il simbolo dell’organo sessuale femminile in quanto recipiente, “una carta, tipo scottex” equivale al preservativo e alla sua artificialità assorbente, “sporca di caffè” rappresenta la versione negativa dell’eiaculazione e dello sperma, “non capivo il motivo” condensa la caduta della vigilanza in nome di una pulsione al contatto epiteliale, “continuavo a toglierlo” attesta di una naturale pulsione alla gravidanza. Si rileva come Giuliana si stacca dal contesto e si limita a descrivere quello che vede attribuendo a Laura e al gruppo la psicodinamica sessuale: meccanismi psichici di difesa della “proiezione” e dello “spostamento”. Questo capoverso è l’allegoria del coito protetto e la pubblicità del profilattico. Con questa scena si conclude il secondo sogno misterico di Giuliana, un prodotto psichico molto coperto e condensato.

INTERPRETAZIONE DEL TERZO SOGNO

(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, io e il mio fidanzato. Dovevamo andare a mangiare e siamo entrati in un ristorante e abbiamo trovato la mia famiglia, compreso mio nonno deceduto a marzo, e abbiamo mangiato tutti assieme.

Giuliana è sempre in Giappone e con il “fidanzato”. Continua la sagra psico-drammatica e dal versante prevalentemente sessuale si sposta in quello affettivo e familiare: “dovevamo andare a mangiare”. Gli “investimenti di libido” sono formali e convenzionali, non hanno alcun trasporto privato e intimo: “siamo entrati in un ristorante”. Si evidenziano gli affetti appresi ed esercitati in famiglia, gli investimenti familiari quotidiani e ripetitivi, quelli che che coinvolgevano anche il “nonno deceduto a marzo”, quelli che si desumono nella simbologia “dell’abbiamo mangiato tutti insieme”, di quel rito quotidiano a cui non si dà la giusta importanza nella convivenza moderna. Giuliana rievoca la sua vita affettiva in famiglia e ripesca la figura del nonno per testimoniare la sua sensibilità depressiva alla perdita e per confermare lo spessore modesto delle sue relazioni: tutti insieme, ma senza brillare in sceneggiate napoletane strappalacrime per quanto riguarda il sentimento dell’amore tra parenti.

Un mio cugino mi ha messo in guardia sull’acqua giapponese e io l’ho rassicurato che stavamo comprando acqua da 0,5 € oppure da due litri.”

Ecco che arriva il censore nella figura del “cugino”. Giuliana “proietta” la sua preoccupazione sulla consistenza della linfa vitale e sul valore degli affetti. Si conferma l’educazione e la disposizione di Giuliana a investimenti relativamente modesti in riguardo alla “libido” e alla vitalità affettiva, si conferma la freddezza formale rilevata in precedenza. Un uomo, “un mio cugino”, assume il ruolo di tutore dell’energia di una donna che per se stessa, in effetti, non spende molto e si manifesta modesta nell’autostima e nell’autonomia psicofisica.

In tutti e tre i sogni Giuliana c’è e volentieri si apparta senza approfondire e assumere su se stessa l’alienato psichico, senza operare quel ricompattamento di cui abbisogna per vivere meglio se stessa, per risolvere le dipendenze affettive, per gustare le sue relazioni di vario tipo e di vario genere.

Il trittico di Giuliana può concludersi con questa prognosi.

LA REAZIONE PARANOICA

Gentile dottor Vallone,

la mia vicina di casa mi guarda con diffidenza e non mi parla neanche da due metri. E dire che eravamo amiche e che spesso prendevamo il caffè. Capisco che siamo in quarantena, ma questo comportamento mi sembra esagerato. Mi dica qualcosa, per favore.

Ornella

Carissima Ornella,

ognuno reagisce alla drammatica evenienza in corso secondo la sua formazione e la sua organizzazione psichiche. Non potrebbe essere diversamente perché dal sacco si può tirare fuori soltanto quello che abbiamo messo dentro durante l’evoluzione. Ti puoi nascondere e camuffare fino a un certo punto, alla fine verrà fuori la tua natura psichica, il come hai fatto nascere e formato la tua struttura psichica. Niente di rigido, ma tutto in evoluzione. Niente di patologico, ma tutto da tenere sempre sotto controllo tramite una buona e costante “razionalizzazione”. La pulizia del camino si fa attraverso la cura della “parola” e quest’ultima deve sempre avere un “significato” logico per tutti e un “significante” per chi la traduce in energia, il personale vissuto. La tua amica al momento è in paranoia, non quella pesante di cui parlano i dizionari di Psichiatria, quella leggera e fastidiosa che affiora quando il nucleo psichico antico, che dormiva nel Profondo, viene risvegliato da uno stimolo occasionale.

E quale e quanto stimolo abbiamo in questo momento tutti quanti!

Siamo tutti in reazione ai nostri nuclei psichici pregressi, per cui devi capire che questa donna si sta difendendo vivendoti come una persona pericolosa, diffidando della tua integrità fisica, temendoti come una minaccia per la sua vita e per la sua sopravvivenza. Il suo “fantasma di morte” è stato disturbato e la sua “organizzazione psichica”, a prevalenza “anale”, ha tirato fuori la difesa paranoica dell’aggressività sia nella valenza attiva e sia nella valenza passiva: io ti perseguito, tu mi perseguiti. La tua vicina proietta su di te la sua tendenza a difendersi dall’angoscia del “coronavirus” attraverso l’aggressione da esternare o da subire, verso gli altri e verso se stessa: tu sei infetta e tu m’infetti. Se la stimolazione del nucleo paranoico ha scatenato l’angoscia del “fantasma di morte”, incamerato rozzamente sin dal primo anno di vita e successivamente elaborato in maniera fine e sottile, il meccanismo psichico di difesa, sempre dall’angoscia, che la tua vicina di casa sta usando è la “formazione reattiva”, la conversione di un affetto positivo in negativo: la solidarietà amicale in un sentimento persecutorio. Devi capire che la signora è in fase fortemente reattiva perché la normale paura è tralignata nell’angoscia e l’elaborazione mentale del quadro è stata la paranoia e le difese adatte a questa sua convinzione. Tu sei diventata l’untore da cui bisogna stare alla larga, almeno per il momento. Di poi si vedrà quale evoluzione darà a questo vissuto persecutorio e quale meccanismo psichico di difesa userà, per cui stai serena e cerca di capire la psicodinamica in cui ti sei trovata tuo malgrado e soprattutto cerca di capire che puoi aiutarla con la comprensione e l’attesa. La “razionalizzazione” è necessaria per mantenere integra e limpida la “coscienza di sé”. A questo obiettivo tutti dobbiamo tendere in primo luogo, di poi ci sarà tempo per recuperare il trauma e ricostituire le relazioni d’amicizia.

Intanto ci teniamo tutti alla larga, che è meglio.

E tutti in casa, che è ancora “più” meglio.