LO SCIPPO

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato che partivo per un convegno di lavoro a Salerno, in effetti, sono stata in questa città per un corso di aggiornamento. Ero con una cugina di mio marito che voleva seguire anche lei questo convegno.

Appena arrivata mi hanno scippato la borsa con dentro tutti i documenti, carte di credito e soldi. Ho cercato invano di rincorrere il ladro, ma non sono riuscita a prenderlo.

Avevo una valigia piena di vestiti perché dovevo fermarmi per qualche giorno.

Le strade erano strette e tortuose, sono andata in un albergo che sembrava un enorme labirinto.

Cercavo la mia stanza e una via di uscita, ma non la trovavo, ero disperata e piangevo.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

Bicella

INTERPRETAZIONE

Ho sognato che partivo per un convegno di lavoro a Salerno, in effetti, sono stata in questa città per un corso di aggiornamento. Ero con una cugina di mio marito che voleva seguire anche lei questo convegno.”

Il “resto diurno” o la causa scatenante di questo sogno è l’esperienza vissuta a Salerno per un corso di aggiornamento. Bicella approfitta di questo ricordo per elaborare la sua realtà psichica immettendo i suoi contenuti simbolici per attestare i vissuti e la psicodinamica in atto. Bicella è una donna che si muove, si relaziona, non si tira indietro, agisce, socializza, sta in mezzo alla gente senza timori e difficoltà. Riversa molto amor proprio nel suo lavoro e si dedica con energia al suo compito e alle sue mansioni. L’alleata del suo sogno è la cugina che rappresenta l’altra Bicella, quella che fa compagnia e rafforza l’incipit delle azioni. In due “c’est plus facile”. Introduce la figura del marito a testimonianza di un legame significativo anche nella lontananza. Nel sogno è presente la Bicella che lavora e la Bicella legata al marito a vario titolo: una buona introduzione del quadro esistenziale contingente della protagonista. E’ opportuno aggiungere il saggio detto popolare che definisce il “partire come un po’ morire” a causa del distacco affettivo dalle persone care, in questo caso il marito.

Appena arrivata mi hanno scippato la borsa con dentro tutti i documenti, carte di credito e soldi.”

Il viaggio a Salerno comincia proprio male per Bicella, comincia con un “fantasma di castrazione” di un certo spessore e di una certa consistenza. Lo “scippo” traduce simbolicamente una decurtazione e una perdita legate al suo essere femminile, “la borsa”, ma il tratto depressivo non si ferma alla sola femminilità perché si estende alla propria identità psichica, “tutti i documenti”, il potere seduttivo della donna, “le carte di credito” e il potere erotico e sessuale, i “soldi”. Appena arrivata a destinazione e lontana dal suo luogo significativo, appena vissuto un distacco importante Bicella subisce un trauma violento e di notevole portata in riguardo alla sua femminilità di persona, identità, e di capacità psicofisica, il valore e il potere. Lo sconquasso subito è legato a un evento che il sogno per il momento non individua, ma che si suppone legato a una perdita, a un lutto. I simboli dicono chiaramente che si tratta di uno scippo, di una borsa, di tutti i documenti, delle carte di credito e dei soldi: la fisicità femminile o il grembo, l’identità psichica o il “chi sono io” nella mia evoluzione, il potere seduttivo o la capacità d’attrarre, il potere d’investimento sessuale.

Ho cercato invano di rincorrere il ladro, ma non sono riuscita a prenderlo.”

La reazione psichica di Bicella all’evento traumatico, che ha indotto e scatenato il “fantasma di castrazione” e di perdita, è stata valida e volitiva, ma non ha sortito l’effetto sperato di una riappropriazione del mal tolto, confermando la tesi dell’inesorabilità e dell’impossibilità di ripristinare l’armonia violentemente turbata. Bicella ha “invano” rincorso il ladro. La frustrazione dei tentativi si risolve nell’inutilità, “invano”, nell’incapacità di opporsi agli eventi e di porre rimedio. Il “ladro” rappresenta l’agente della castrazione e della perdita, quei valori e quelle doti che vengono a mancare per un evento più forte della tua volontà. Il ladro porta via ed è assimilabile alla morte e non soltanto alla momentanea perdita di un potere effimero che si può sostituire con un altro. Il ladro ha colpito ben bene con la sua violenta asportazione di affetti e capacità. Bicella, non riuscendo a prendere il ladro, è stata costretta ad accettare una situazione esistenziale di fatto e a reagire a uno stato psicofisico di fatto. A questo punto non le resta che tentare un nuovo equilibrio dopo gli eventi depressivi.

Avevo una valigia piena di vestiti perché dovevo fermarmi per qualche giorno.”

Ecco la riparazione del trauma!

Bicella ha un’ampia e vasta gamma di modi di essere e di apparire sempre in riguardo al suo essere femminile. La donna ha portato con sé tanti “vestiti” per reagire al tempo che passa e per dare una risposta adeguata alle novità imposte dalla castrazione della perdita. I “vestiti” sono i simboli delle nostre difese sociali, dei nostri modi di apparire e di mostrarci senza incorrere in incidenti e disguidi relazionali. Bicella tira fuori le sue abilità nel manifestarsi agli altri con volitività e decisione, nonostante il trauma subito e in piena reazione a esso. Quale sia questo trauma il sogno non lo dice chiaramente, ma lo lascia supporre.

Le strade erano strette e tortuose, sono andata in un albergo che sembrava un enorme labirinto.”

La vita di Bicella è cambiata ed è diventata più difficile. La ripresa dal trauma della castrazione e della perdita non è semplice da ripristinare e la sua casa psichica si è trasformata in un ambiente estraneo, “l’albergo”, e in un enorme labirinto tutto da visitare e da conoscere nel tentativo di ritornare a essere padrona in casa propria. Alla castrazione e alla perdita subentra il disorientamento psichico, il non sapere che pesci pigliare e il non conoscere la giusta reazione a un evento nuovo e non vissuto in antecedenza. Le “strade” rappresentano simbolicamente le soluzioni individuali e relazionali alle novità della vita, “strette” attesta dell’angustia dolorosa del vissuto, “tortuose” si traduce in un ricorso a sotterfugi e sistemi alternativi per superare il trauma in questione. “L’albergo” condensa quella sensazione di estraneità che si prova di fronte a una situazione imprevista a cui bisogna fare di necessità virtù, una casa psichica fredda e anaffettiva che serve per non soffrire maggiormente. Il “labirinto” è sin dall’antica e benefica cultura greca il simbolo dello smarrimento e della dispersione delle energie investite, nonché la frustrazione delle soluzioni apportate per la risoluzione del problema e della questione. Se poi il labirinto è “enorme”, si conferma la drasticità e l’imponenza del trauma proprio dalla fatica a trovare una soluzione.


“Cercavo la mia stanza e una via di uscita, ma non la trovavo, ero disperata e piangevo.”

Il travaglio doloroso di Bicella viene espresso in una forma composta e dignitosa e conferma che l’evento traumatico e la perdita non devono essere stati proprio di poca importanza. Bicella è stata costretta dalla vita a ricercare la sua formazione psichica, la sua identità, la sua organizzazione, la sua struttura, è stata costretta a ritrovarsi a compattarsi e a riformularsi: “cercavo la mia stanza e una via d’uscita”. La consapevolezza di questa ricerca si associa alla consapevolezza dell’impossibilità di riparare il trauma di perdita attestato dalla disperazione, dalla perdita delle speranze, quelle che nella voce popolare sono le ultime a morire. Il pianto interviene come valvola di sfogo delle tensioni accumulate, le lacrime sono catartiche in tanta situazione psicofisica di crisi psico-esistenziale. Un lutto è l’evento che si può risolvere soltanto nel tempo lungo attraverso una lenta e progressiva “razionalizzazione” della perdita.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

Approfittando del ricordo di un viaggio in Campania per un convegno, causa scatenante o “resto diurno”, Bicella riesuma in sogno un trauma dolorosissimo in riguardo a una perdita luttuosa e ineludibile, manifestando il suo travaglio a ritrovare se stessa dopo la crisi e attraverso l’evoluzione dell’angoscia depressiva nel dolore acerbo e acuto. Il tutto avviene in grazie ai progressi legati alla “razionalizzazione del lutto”.

Il sogno di Bicella conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che il “lavoro onirico” elabora, spontaneamente e senza il concorso della volontà, il materiale psichico di varia natura e qualità che si sedimenta nel tempo nelle sfere subcoscienti dell’apparato psichico. Quando l’Io va a dormire, emergono i nostri “fantasmi” e i nostri traumi sollecitati dalla vita quotidiana ed elaborati dall’Io onirico che si serve dei “processi primari” per sviluppare figurativamente e creativamente questo prezioso materiale che ci ha formati. Non si è lontani dal vero se si afferma che la nostra personalità, struttura, organizzazione psichica è il precipitato dei nostri “fantasmi” e funge da sostegno all’attività cosciente e razionale dell’Io. L’attività artistica è legata alla consapevolezza dell’uso dei “processi primari” nella veglia. Nel sogno, purtuttavia, siamo tutti artisti perché tutti condividiamo l’uso dei “processi primari”.

A questo punto qualche nota teorica non guasta per coloro che vogliono approfondire la questione della formazione del sogno. Queste sono teorie classiche e in via di progressivo superamento, schemi di base che ho tratto da un mio lavoro degli anni novanta in linea con l’Interpretazione dei sogni di Freud.

NOTE TEORICHE

I meccanismi più importanti della “funzione onirica” sono la “condensazione” e lo “spostamento”; a essi si associano in via complementare e con un lavoro specifico la “drammatizzazione”, la “simbolizzazione”, la “rappresentazione nell’opposto” e la “figurabilità”.

Come si diceva in precedenza questi meccanismi appartengono al “processo primario”; rientra, invece, nel “processo secondario” l’elaborazione razionale del sogno ossia l’organizzazione più o meno logica e coerente della trama o del “contenuto manifesto”.

E’ obbligo, a questo punto, definire esaurientemente la consistenza e l’esercizio del “processo primario” e del “processo secondario” per passare all’analisi specifica dei vari meccanismi istruiti nell’elaborazione trasformativa del sogno.

Il magmatico “processo primario” è caratterizzato da uno stato libero dell’energia psichica e da una conseguente facilità a fluire da una rappresentazione a un’altra alla ricerca di un investimento possibile, opportuno e adeguato.

In tal modo le cariche libidiche di alcune rappresentazioni confluiscono con i loro significati originari in altre catene associative compatibili e congrue, scaricando la loro energia in base al “principio del piacere” e ottenendo da un lato una parziale gratificazione allucinatoria del desiderio rimosso e dall’altro lato una riduzione della tensione legata all’impulso insoddisfatto.

La funzione e i meccanismi del “processo primario” sono ben visibili nelle seguenti caratteristiche del sogno: l’assenza di mezzi linguistici, la relazione del soggetto con se stesso, l’autorielaborazione confabulatoria, il fattore allucinatorio, la mancanza o l’alterazione della nozione di tempo, la distorsione della categoria spaziale, la coesistenza della logica degli opposti, il gusto del paradosso, il declino dei principi etici e morali, il mancato riconoscimento della realtà direttamente proporzionale all’eccesso di fantasia.

Un altro aspetto importante del “processo primario”, che puntualmente si manifesta nell’attività onirica, é la tensione a ricercare la compatibilità e l’affinità di una rappresentazione con altre rappresentazioni sempre al fine di appagare un desiderio rimosso, di riparare un trauma o di risolvere una frustrazione in obbedienza al “principio del piacere” e in offesa al “principio della realtà”.

Il “processo secondario” si esprime nella lucidità dell’autocoscienza, nel pensiero vigile, nella capacità di attenzione, nel giudizio critico, nell’attività razionale e nel controllo dell’Io, i cui compiti principali sono quelli di attenersi al “principio della realtà” e di inibire l’innesco dei meccanismi del “processo primario”, cosciente del rischio di soggiacervi come nell’attività onirica o nelle diverse psicopatologie.

Freud ritiene a buon diritto che il “processo primario” è ontogeneticamente e filogeneticamente anteriore a quello “secondario”, essendo lo sviluppo dell’Io successivo alla parziale “rimozione” del “processo primario” dal momento che le sue procedure non sono idonee ad affrontare il mondo esterno e i dati della realtà.

SEMPRE IN GIAPPONE

TRAME DEI TRE SOGNI

PRIMO SOGNO

“(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, stavamo camminando in una via tipo ferrovia in cui in alto c’era una fila di trenini giocattolo appesi.

Subito dopo stavamo parlando del lavoro del mio fidanzato nell’ambito delle linee elettriche perché da molti pali dell’energia scendevano migliaia di fili lasciati liberi e ogni tanto prendevo delle scosse.”

SECONDO SOGNO

“(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, ci siamo trovati con Laura (amica del mio fidanzato).

Lei voleva prendere un caffè shakerato, ma i ragazzi del bar le avevano detto che non potevano darle il caffè finché non fosse andata in hotel a lasciare tutto quello che aveva (zaini e borse) in modo che sapessero che non era una ladra.

Lei si è rifiutata.

Nel frattempo che stavano facendo il caffè, mettevano sopra il bicchiere una carta, tipo scottex, tutta sporca di caffè e non capivo il motivo e continuavo a toglierlo.”

TERZO SOGNO

“(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, io e il mio fidanzato. Dovevamo andare a mangiare e siamo entrati in un ristorante e abbiamo trovato la mia famiglia, compreso mio nonno deceduto a marzo, e abbiamo mangiato tutti assieme.

Un mio cugino mi ha messo in guardia sull’acqua giapponese e io l’ho rassicurato che stavamo comprando acqua da 0,5 € oppure da due litri.”

Questi sono i tre sogni “giapponesi” di Giuliana.

INTERPRETAZIONE DEL PRIMO SOGNO

(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, stavamo camminando in una via tipo ferrovia in cui in alto c’era una fila di trenini giocattolo appesi.”

Giuliana si sogna sempre in compagnia del suo “moroso” semplicemente perché si pensa preferibilmente in relazione con una persona affettivamente sicura. Non è una donna sola e isolata, non è una donna che vive nella timidezza e nella clausura, tutt’altro!

Giuliana ama la compagnia e l’esotico, gli usi e i costumi dell’Oriente come Erodoto, è aperta alle novità e alle diversità nell’identico, insomma Giuliana è una donna curiosa, disponibile e disposta ad acquisire le ricchezze umane presenti sul mercato psico-socio-culturale.

Giuliana non sa mai “come ci sia arrivata” in questo mitico Giappone. Magari ha fatto nella realtà diversi viaggi nel mitico Oriente e come turista, non certo per caso, ma con cognizione di causa. Magari ha assorbito tutto il materiale originale che i cugini giapponesi propongono al ben capitato ospite. E’ anche vero che in sogno ci portiamo dietro e addosso la nostra storia psicofisica, la nostra umana formazione evolutiva e la nostra “organizzazione psichica reattiva”, la nostra personalità, la nostra struttura, il nostro carattere, per dirla in maniera grossolana e per intenderci. E’ anche vero che da svegli ci portiamo, sempre dietro e addosso, tutto il bagaglio di cui ho detto ampiamente prima, ma nella vigilanza la rivisitazione psichica è meno evidente perché siamo distratti dalla forza della realtà e non ci rendiamo conto che siamo sempre noi gli interpreti di questi mondi apparentemente nuovi e diversi.

Giuliana “non sa mai come ci sia arrivata” è un “lapsus” che la identifica, è un tradimento psichico che la contraddistingue nelle sue incertezze esistenziali. Giuliana è un essere in evoluzione con andamento lento ma progressivo. In questo modo arriva dove vuole e va anche ripetutamente in Giappone, dove abita una sua “parte psichica” originale e personale. Le manca la consapevolezza in questa sua ripetuta verità biblica, indiana e araba: “non so come ci sia arrivata”. Il “non so” sa di inconsapevolezza e di mancato gusto di sé, indica una uno stato psichico crepuscolare e ipnotico, un obnubilamento della coscienza e una riduzione delle funzioni vigilanti dell’Io. “Come ci sia arrivata” annuncia traguardi sempre “in fieri” che non necessitano di un ossessivo e pedante uso della razionalità e dei “processi secondari”. Giuliana è una donna “evanescente” nel senso ottimo della parola, “esce fuori dal vano”, non tollera i vuoti e per questo motivo tende continuamente a riempirli, magari creandosi delle dipendenza psichiche e relazionali: vedi la continua presenza in sogno del suo ragazzo, del suo fidanzato, del suo uomo, della figura maschile a cui si affida e di cui si fida, almeno per l’evenienza vissuta dormendo e sognando.

Procedere diventa allettante.

Giuliana sta “camminando” insieme ad altri “in una via tipo ferrovia”. Traduco subito. Nel cammino della sua vita la nostra eroina si imbatte sulla questione psico-esistenziale della morte, del distacco, della separazione, delle perdite affettive, insomma si imbatte nel suo personale “fantasma di morte”, un prodotto elaborato nel primo anno di vita e che si è trascinata dietro, come tutti del resto, nella vita futura corrente. Giuliana recupera e aggancia in sogno il suo nucleo depressivo primario e lo offre in compagnia degli altri e con quella vena di bonaria superficialità di una donna che si è premurata di concedersi tutte le ciambelle di salvataggio per non soffrire e per non addolorarsi oltremodo nel suo viaggio di vita. Questo è il senso e il significato simbolici di “una via tipo ferrovia”.

Subito dopo stavamo parlando del lavoro del mio fidanzato nell’ambito delle linee elettriche perché da molti pali dell’energia scendevano migliaia di fili lasciati liberi e ogni tanto prendevo delle scosse.”

La “ferrovia” indica il distacco e la perdita, ma le “linee elettriche” del suo “fidanzato” danno veramente la scossa alla nostra Giuliana che associa senza colpo ferire Eros a Thanatos, l’erotismo alla Morte, nella figura notevole e nella persona mirabile del suo “fidanzato”, un vero lavoratore di quell’Eros che con le “scosse” finali fa perdere veramente la testa alla nostra eroina, Thanatos. Giuliana compone l’allegoria della neurofisiologia dell’amplesso sessuale in questo capoverso, attestando della sua buona disposizione erotica e sessuale nei riguardi del suo “fidanzato”, un maschio esperto di migliaia di fili che scendono liberamente dall’alto delle linee elettriche, un uomo che sa ben disimpegnarsi dalla ragione quando si tratta di lasciarsi andare al moto eccitante del sistema neurovegetativo. In effetti è Giuliana che “proietta” nel “fidanzato” la sua disposizione all’orgasmo e la sua psicofisiologia sessuale. In questo dialogo con il suo uomo Giuliana manifesta la predilezione al veicolo della parola per migliorare la “coscienza di sé” e la “coscienza della coppia”. Questa relazione porta a quell’intesa erotica e sessuale che nell’amplesso trova altre parole e altre forme di linguaggio, il linguaggio del corpo in primo luogo.

Il primo sogno si ricompone e trova la sua fine e il suo fine.

INTERPRETAZIONE DEL SECONDO SOGNO

(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, ci siamo trovati con Laura (amica del mio fidanzato).”

La solita inconsapevolezza e la solita sub-liminalità di Giuliana aprono il secondo sogno giapponese, il secondo sogno esotico che lascia ben sperare in una rinnovata disposizione erotica e sessuale “proiettata” in “Laura”, “l’amica del suo fidanzato”. Giuliana è una donna aperta alle amicizie anche femminili, per cui si porta a spasso in sogno le amiche senza alcuna gelosia. Meglio: Giuliana si difende in sogno dalle sue pulsioni e dai suoi istinti “proiettandoli” nell’amica del suo fidanzato, “Laura”, la donna dello schermo per l’appunto. Siamo in tre, ma siamo sempre in due, io e il mio fidanzato, io la fidanzata e sempre io nelle vesti di Laura e amica del mio fidanzato. Il gioco delle parti è istruito e Giuliana può procedere nell’elaborazione dei contenuti importanti del sogno dopo essersi tutelata sull’onore e sulla privacy.

Lei voleva prendere un caffè shakerato, ma i ragazzi del bar le avevano detto che non potevano darle il caffè finché non fosse andata in hotel a lasciare tutto quello che aveva (zaini e borse) in modo che sapessero che non era una ladra.”

Giuliana mette subito in azione “Laura” e la relaziona con il desiderio di “un caffè shakerato” e con “i ragazzi del bar”. Traduco: Giuliana è in piena eccitazione erotica e sessuale e si relaziona con l’universo giovanile maschile presente in loco. Giuliana è una donna in piena salute psicofisica che vive bene la sua femminilità e la sente pulsare nel corpo specialmente quando si trova in situazioni seduttive. Purtroppo, Giuliana non vive bene questa sua disposizione erotica e sessuale, per cui si costringe a censurarla e la “proietta” sull’amica Laura apparendo intonsa a se stessa e agli occhi del fidanzato. Ed ecco che introduce dei limiti, delle condizioni e dei divieti alla sua eccitazione e al suo desiderio seduttivo proiettando sui ragazzi del bar l’impossibilità di sorbire il “caffè shakerato”, oltretutto e oltremodo agitato, le sue censure e le sue difese psicofisiche al coinvolgimento e alle relazioni pericolose per la sua innocenza e semplicità di donna fidanzata. Giuliana impone alla disinibita e vogliosa “Laura” tramite “i ragazzi del bar” di liberarsi della sua femminilità ingombrante ed eccessiva, “(zaini e borse)”, tutti contenitori e simboli dell’universo psicofisico femminile, prima di poter sorbire il tanto desiderato caffè shakerato. Questa procedura deve avvenire nel contesto anonimo di un hotel: un’ulteriore difesa dal riconoscimento delle proprie pulsioni e dal desiderio di coinvolgimento. Questa operazione è anche funzionale a evidenziare in maniera conclamata l’innocenza di Laura, pardon di Giuliana, in riguardo ai tradimenti e ai furti di ragazzi del bar, quelli che sanno fare e indurre shaker e in specie al caffè, all’apparato neurovegetativo, agli organi sessuali insomma. Giuliana tratta così male se stessa, si censura e si condanna al ruolo di “ladra”. Insomma vive male se stessa, “ladra”, e nello specifico il suo corpo di donna, “(zaini e borse)”. Un bisogno profondo di asessuarsi e di desessualizzarsi per non incorrere nel senso di colpa e nella condanna del “Super-Io”. Il fantasma della “mangia-uomini” e della femmina immorale è legato all’infanzia e all’adolescenza, al periodo in cui gli adulti le hanno instillato giudizi e condanne in riguardo alla vita erotica e sessuale, nonché in riguardo al suo corpo. Questo materiale censorio si è aggiunto a quello che la stessa Giuliana aveva elaborato naturalmente da sola nella ricerca del calibro giusto per pesare e vivere le sue abbondanze e le sue prosperità in crescita. Vediamo come va a finire questo psicodramma molto importante per l’evoluzione psicofisica della nostra protagonista.

Lei si è rifiutata.”

Fortunatamente Giuliana si rifiuta di abdicare al corpo e ai bisogni del corpo, si rifiuta di viversi in angelica e asessuata versione, si rifiuta di esaltare la Mente e di “sublimare la sua libido” nel mille per mille dei suoi redditi eterei, si rifiuta di lasciare il suo zaino e la sua borsa in un hotel anonimo, si rifiuta di non essere femminilmente seduttiva e recettiva. Insomma, fortunatamente Giuliana supera il suo conflitto psichico ed esalta la sua identità psicofisica femminile e si relaziona con l’universo maschile adducendo tutto il suo corredo e tutti i suoi accessori color rosa. Diventa interessante proseguire nella decodificazione del sogno, per vedere dove si condensa questo psicodramma di una donna che oscilla tra la sicurezza della sua identità femminile e questa contrastata offerta relazionale al maschio.

Nel frattempo che stavano facendo il caffè, mettevano sopra il bicchiere una carta, tipo scottex, tutta sporca di caffè e non capivo il motivo e continuavo a toglierlo.”

L’eccitazione sessuale della coppia sale e si profila l’eiaculazione. Il bisogno del salvifico preservativo si fa urgente e arriva il momento in cui si sporca di sperma. Giuliana è contraria all’uso del contraccettivo per svariati motivi e manifesta la sua predilezione al rapporto sessuale a rischio. Questa è la traduzione simbolica del capoverso. Giuliana rievoca tramite la difesa dell’amica, “proiezione”, la sua problematica sessuale e il suo contrasto sull’uso del profilattico. I simboli dicono che “fare il caffè” si traduce in fare sesso con la valenza eccitativa in risalto, il “bicchiere” è il simbolo dell’organo sessuale femminile in quanto recipiente, “una carta, tipo scottex” equivale al preservativo e alla sua artificialità assorbente, “sporca di caffè” rappresenta la versione negativa dell’eiaculazione e dello sperma, “non capivo il motivo” condensa la caduta della vigilanza in nome di una pulsione al contatto epiteliale, “continuavo a toglierlo” attesta di una naturale pulsione alla gravidanza. Si rileva come Giuliana si stacca dal contesto e si limita a descrivere quello che vede attribuendo a Laura e al gruppo la psicodinamica sessuale: meccanismi psichici di difesa della “proiezione” e dello “spostamento”. Questo capoverso è l’allegoria del coito protetto e la pubblicità del profilattico. Con questa scena si conclude il secondo sogno misterico di Giuliana, un prodotto psichico molto coperto e condensato.

INTERPRETAZIONE DEL TERZO SOGNO

(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, io e il mio fidanzato. Dovevamo andare a mangiare e siamo entrati in un ristorante e abbiamo trovato la mia famiglia, compreso mio nonno deceduto a marzo, e abbiamo mangiato tutti assieme.

Giuliana è sempre in Giappone e con il “fidanzato”. Continua la sagra psico-drammatica e dal versante prevalentemente sessuale si sposta in quello affettivo e familiare: “dovevamo andare a mangiare”. Gli “investimenti di libido” sono formali e convenzionali, non hanno alcun trasporto privato e intimo: “siamo entrati in un ristorante”. Si evidenziano gli affetti appresi ed esercitati in famiglia, gli investimenti familiari quotidiani e ripetitivi, quelli che che coinvolgevano anche il “nonno deceduto a marzo”, quelli che si desumono nella simbologia “dell’abbiamo mangiato tutti insieme”, di quel rito quotidiano a cui non si dà la giusta importanza nella convivenza moderna. Giuliana rievoca la sua vita affettiva in famiglia e ripesca la figura del nonno per testimoniare la sua sensibilità depressiva alla perdita e per confermare lo spessore modesto delle sue relazioni: tutti insieme, ma senza brillare in sceneggiate napoletane strappalacrime per quanto riguarda il sentimento dell’amore tra parenti.

Un mio cugino mi ha messo in guardia sull’acqua giapponese e io l’ho rassicurato che stavamo comprando acqua da 0,5 € oppure da due litri.”

Ecco che arriva il censore nella figura del “cugino”. Giuliana “proietta” la sua preoccupazione sulla consistenza della linfa vitale e sul valore degli affetti. Si conferma l’educazione e la disposizione di Giuliana a investimenti relativamente modesti in riguardo alla “libido” e alla vitalità affettiva, si conferma la freddezza formale rilevata in precedenza. Un uomo, “un mio cugino”, assume il ruolo di tutore dell’energia di una donna che per se stessa, in effetti, non spende molto e si manifesta modesta nell’autostima e nell’autonomia psicofisica.

In tutti e tre i sogni Giuliana c’è e volentieri si apparta senza approfondire e assumere su se stessa l’alienato psichico, senza operare quel ricompattamento di cui abbisogna per vivere meglio se stessa, per risolvere le dipendenze affettive, per gustare le sue relazioni di vario tipo e di vario genere.

Il trittico di Giuliana può concludersi con questa prognosi.

LA BORSA DI UNA DONNA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato di avere un appuntamento con due amiche in un caffè della mia città.

Arrivata in anticipo, mi rendo conto, vedendomi riflessa su una vetrina, che sono vestita con abbigliamento che di solito uso per dormire, ma non è un vero e proprio pigiama.

Decido di tornare a casa a cambiarmi, visto che ho tempo e vado verso l’auto (una BMW 5 che, nella realtà, ho venduto nel 2011).

Il tempo peggiora e apro l’ombrello.

Io riesco a ripararmi, ma nella mia borsa è entrata tanta acqua.

Ricordo vagamente dove è parcheggiata l’auto.

Passo sotto un portico di un condominio, convinta di trovare l’auto subito al di fuori di esso, ma non c’è.

Vado in un parcheggio lì vicino, dove entro anche in un giardino tappezzato di tessuto chiaro così come i cani, forse due levrieri, avvolti in questo tessuto (mi pare azzurrino) che li decora con un grande fiocco.

Torno indietro, ma non riesco a trovare la mia auto. Intanto la pioggia si fa sempre più intensa.”

Bernie

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Ogni sogno ha la sua chiave interpretativa. Se ben si considera la trama, si trova l’elemento dominante attorno al quale si snoda l’intreccio dei simboli, quel cardine attorno al quale girano gli eventi raccontati. Nel sogno di Bernie questo cardine è “nella mia borsa è entrata tanta acqua”. Il completamento del quadro e della psicodinamica è proprio la conclusione: “Torno indietro, ma non riesco a trovare la mia auto, nel frattempo la pioggia si fa sempre più intensa.”

Bernie ha ben confezionato il suo sogno immettendovi in maniera ordinata e corretta la sua esperienza di donna che s’imbatte nella maternità. E’ un sogno che elabora la “posizione psichica genitale” della protagonista senza vanagloria e senza struggimento, il desiderio e il rischio di una gravidanza in un periodo ben preciso della sua vita, quando era proprietaria di “(una BMW 5 che, nella realtà, ho venduto nel 2011).” La stessa Bernie con la sua precisazione colloca temporalmente i contenuti del suo sogno. Si tratta di un’esperienza vissuta nel 2011 dal suo corpo e dalla sua mente, dalla sua “auto” e dalla sua sensibilità, un vissuto ambivalente che ha bisogno di essere ripulito dai sensi di colpa, abbisogna di “catarsi”, come suggerisce la simbologia della pioggia che “si fa sempre più intensa”.

Il sogno di Bernie è ben formulato e ben raccontato, è ricco di simboli e di allegorie, quasi una favola moderna senza tante stranezze, ma con quel qualcosa in più che fa distinguere il sacro dal profano, il privato dal pubblico, il desiderio dal dolore.

Interpretarlo sarà compito gradito alla luce della compostezza simbolica ed emotiva, della linearità narrativa e sentimentale.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Ho sognato di avere un appuntamento con due amiche in un caffè della mia città.”

Bernie esordisce con la sua vena relazionale e con il suo bisogno di gente, di persone a cui esibire il suo e con cui condividere l’altrui. Le “due amiche” rappresentano la parte relazionale migliore della protagonista, così come il “caffè” rievoca il luogo poetico e creativo dello scambio. La “mia città” è lo spazio protettivo d’investimento delle energie, un luogo ampio che denota la sicurezza con cui Bernie distribuisce e agisce le sue pulsioni sociali. A tutti gli effetti simbolici Bernie ha un incontro ravvicinato del suo tipo con se stessa. È in procinto di tirare fuori dal suo cilindro psichico l’oggetto magico che l’attrae e la cruccia.

Arrivata in anticipo, mi rendo conto, vedendomi riflessa su una vetrina, che sono vestita con abbigliamento che di solito uso per dormire, ma non è un vero e proprio pigiama.”

Bernie è ansiosa e ha la consapevolezza di esibire una “parte psichica” intima e privata secondo una modalità compatibile agli occhi degli altri, alla visione della gente, alla sensibilità della folla. Bernie ricorda un periodo della sua vita in cui si fidava e si affidava al prossimo con spigliatezza e con disinvoltura, un’età in cui le promesse del domani si coniugavano con i desideri e le aspettative aspiravano a concretizzarsi. Bernie si compiace di se sessa, ha coscienza di essere una bella donna e sfodera il suo narcisismo nell’immagine e nei modi di relazionarsi. Ricordo che ci sono dei luoghi, oltre che la casa, in cui è normale esibirsi in in un “quasi pigiama”.

I simboli dicono che c’è ansia nell’arrivare “in anticipo”, che “mi rendo conto” è una funzione dell’Io e attesta di una presa di coscienza, così come alla “posizione psichica narcisistica” appartiene la consapevolezza di “vedendomi riflessa su una vetrina”. Ancora: il “vestita” condensa i modi di trasparire e di apparire, “l’abbigliamento che di solito uso per dormire” dice che si tratta di modalità psichiche molto personali e quasi intime che possono essere esibite perché non sono “un vero e proprio pigiama”.

Decido di tornare a casa a cambiarmi, visto che ho tempo e vado verso l’auto (una BMW 5 che, nella realtà, ho venduto nel 2011).”

Bernie precisa il tempo della trama rievocata nel sogno. Oltre alla normale “regressione” onirica, abbiamo una “regressione” temporale finalizzata a combinare in parole e in immagini le fila di un discorso già fatto e di un’esperienza già vissuta. Bernie torna indietro nel tempo e si veste dei panni di quel momento della sua vita e s’imbatte, non certo a caso, nella vita intima e sessuale di allora. Interessante è la precisazione vigile del tipo di macchina, “una BMW 5”, e dell’alienazione del bene, “ho venduto nel 2011”, come a dire che Bernie rispetto a quel tempo si è rinnovata nella sostanza e nei modi. Il viaggio a ritroso è iniziato e il sogno trova il materiale psichico da comporre in base alle intensità emotive che contiene. Non resta che seguirlo con diligenza e cortesia.

Analisi della simbologia: “decido” attesta della volitività dell’Io nel deliberare e letteralmente significa “taglio” i fronzoli e vado al sodo, “tornare a casa a cambiarmi” si traduce con “rientro in me stessa e rifletto sulla prossima esibizione delle mie “parti psichiche”, “visto” è una funzione valutativa dell’Io consapevole, ”ho tempo” si traduce “posso e ho potere” secondo una padronanza degli eventi che stanno per emergere, “l’auto” contiene l’apparato sessuale e genitale con i suoi automatismi neurovegetativi. “Vado verso” è il simbolo del principio della “intenzionalità della coscienza” scoperto da Brentano, del fatto che la psiche si dirige sempre verso un “oggetto” ben preciso. Bernie, infatti, sta sognando e spontaneamente e naturalmente si sta dirigendo verso una esperienza importante e formativa della sua vita.

Il tempo peggiora e apro l’ombrello.”

Il sogno si avvia verso la rievocazione di un qualcosa di pesante, per cui è opportuno, se non necessario, difendersi dalle tensioni e dalle emozioni connesse. Bernie si avvia verso il dolore e si tutela con la copertura della sua Mente e del suo Corpo, delle sue idee e delle sue sensazioni. Il breve quadretto è la precisa allegoria dei “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia che istruiamo quando l’equilibrio psicofisico può vacillare: la crisi può arrivare ed è tempo di difendersi dagli eccessi emotivi. Bernie si dispone all’equilibrio migliore possibile nelle condizioni date.

La simbologia attesta che “Il tempo peggiora” traduce l’insorgenza di forti emozioni, così come “apro l’ombrello” rappresenta i “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia. Il prosieguo del sogno ci dirà da cosa inizia a difendersi Bernie.

Io riesco a ripararmi, ma nella mia borsa è entrata tanta acqua.”

Bernie è sana e salva, è integra. Soltanto la sua “borsa” è in crisi. Componiamo i due elementi onirici nei simboli corrispondenti e viene fuori che Bernie ha vissuto un trauma nel suo grembo e nel suo apparato genitale. L’allegoria della gravidanza è perfettamente riprodotta in “nella mia borsa è entrata tanta acqua”. Il “processo primario” offre alla funzione onirica i meccanismi della “condensazione” e della “figurabilità” per rappresentare un dato psicofisico, la gravidanza per l’appunto.

Ma perché Bernie è tanto contrariata dal desiderio di gravidanza o dal fatto che è incinta?

Ma perché Bernie scinde il suo grembo dal resto del suo corpo?

Domande lecite, ma bisogna procedere con garbo per capire.

I simboli dicono che “riesco a ripararmi” attesta della difesa da un pericolo, così come la “borsa” coniuga il grembo femminile e la recettività sessuale, “è entrata” significa fecondazione, “tanta acqua” è simbolo del liquido amniotico e della maternità. Il meccanismo di difesa della “razionalizzazione” sta tutto perfettamente dentro a “riesco a ripararmi”. Bernie usa il cervello per non farsi male o per non cadere nelle spire di un’intensa “paura senza oggetto” come l’angoscia.

Ricordo vagamente dove è parcheggiata l’auto.”

Bernie ha subito una violenza, ma non una violenza violenta, una violenza legale come quelle domestiche e familiari che tantissimo contraddistinguono i nostri tempi e le relazioni tra un uomo e una donna. Il sogno dice chiaramente che Bernie ha subito un trauma genitale, possibilmente un ingravidamento che esulava dalla sua volontà e dalla sua programmazione. Bernie aveva ben considerato che facendo sesso poteva restare incinta, ma l’eiaculazione e la fecondazione sono avvenute a sua insaputa. Questa è una violenza domestica, ma non basta. Quando è successo il fatto, Bernie era impreparata, non c’era nel coito, non partecipava all’amplesso. Il suo organo sessuale non percepiva e non era in sintonia con il partner.

Vediamo i simboli.

Il “ricordo vagamente” attesta simbolicamente di uno stato sub-liminare della coscienza e di una caduta della vigilanza dell’Io. Quello che è auspicabile nell’amplesso sessuale per approdare all’orgasmo, non è quello che sta vivendo Bernie. Il sogno dice chiaramente di una sua assenza dalla dinamica e di un distacco dal quadro in movimento. “L’auto” rappresenta l’organo sessuale e l’automatismo neurovegetativo, “vagamente” è caduta della vigilanza, “parcheggiata” dice della collocazione e della partecipazione psicofisiche. Il tutto simbolico conferma quanto detto in precedenza.

Passo sotto un portico di un condominio, convinta di trovare l’auto subito al di fuori di esso, ma non c’è.”

Bernie è alla ricerca della sua identità sessuale femminile e istruisce le difese per non incorrere in altri traumi proprio collocandosi in mezzo alla gente. Bernie sa che la folla consente un rafforzamento della propria identità psichica, ma questa operazione, classica dopo un trauma, non funziona.

Vediamo i simboli. Il “portico” rappresenta una difesa psichica e una copertura relazionale. Il “condominio” condensa lo stare insieme e la convivenza sociale. “Convinta di trovare l’auto” attesta della ricerca d’identità psicofisica femminile. “Al di fuori di esso” si traduce senza smarrire la mia individualità. “Non c’è” è la vanificazione della ricerca.

La situazione di Bernie è contraddistinta da una leggera angoscia dell’indistinto e dell’indifferenziato. La donna cerca la sua femminilità e non la trova, per cui si sente nella terra di nessuno: una brutta sensazione.

Vado in un parcheggio lì vicino, dove entro anche in un giardino tappezzato di tessuto chiaro così come i cani, forse due levrieri, avvolti in questo tessuto (mi pare azzurrino) che li decora con un grande fiocco.”

Bernie aggiunge al suo sogno elementi che avvalorano l’interpretazione. “I cani”, avvolti nel tessuto azzurrino e decorati con un grande fiocco, parlano di natalità e chiariscono il suo vissuto di diventare madre. Bernie nel 2011 ha vissuto l’esperienza della maternità in maniera contrastata, rivede la realtà di allora e ne rivive le sensazioni. Questa “regressione” è terapeutica perché è funzionale al recupero di “parti di sé” che in passato Bernie non aveva potuto rielaborare. Il sogno oscilla tra il desiderio di maternità e la realtà di un’esperienza infausta. Il prosieguo chiarirà la vertenza.

I simboli dicono che il “parcheggio” è un’area di sosta per la macchina, un luogo di attesa intriso di intimità. Il “giardino” rappresenta la realtà psichica in atto e in versione bella e ovattata, “tappezzata di tessuto chiaro”. I “cani” indicano la dipendenza psichica. “Avvolti in questo tessuto” conferma la protezione affettiva. Il “fiocco” azzurro è indizio della nascita di due maschietti nella cultura e nei balconi delle case della gente.

Torno indietro, ma non riesco a trovare la mia auto. Intanto la pioggia si fa sempre più intensa.”

La difesa della “regressione” non è bastata e non è servita ad attenuare il dolore della maternità contrastata o mancata, del desiderio inappagato o della imposizione subita. Bernie è ai ferri corti con la sua “femmina”, più che con la sua “femminilità”. Non riesce a ritrovarsi nella vita e nella vitalità sessuale. Per il momento l’unica operazione psichica possibile e salutare è quella di alleviare i sensi di colpa, di operare una “catarsi” delle pendenze psichiche a suo carico, di tutto quel materiale che rimprovera a se stessa e alla sua immaturità nel sapersi affermare e imporre.

I simboli attestano di una marcia indietro in “torno indietro” e di una revisione del materiale psichico emerso, di un’incapacità a ritrovarsi a livello sessuale e di un bisogno di riformularsi per andare avanti nella sua vita: “non riesco a trovare la mia auto”. La “pioggia” lava i sensi di colpa che inevitabilmente arrivano e inesorabilmente infieriscono sul problema o sul trauma. “Sempre più intensa” esprime l’intensità del cumulo di colpe da espiare. In ogni caso l’effetto “pioggia” è decisamente salutare e lascia ben sperare per un’efficace presa di coscienza e una robusta ripresa della “razionalizzazione” dei vissuti. Al di là di tutti i traumi e i dolori, si può tranquillamente affermare che l’anno 2011 non è stato fausto per la protagonista del sogno. In questo non si è lontani dal vero.

Nota finale: il sogno di Bernie si chiude con l’effetto psicoterapeutico in atto e in prosieguo e riconferma, qualora ce ne fosse bisogno, quanto il sognare sia benefico e salutare per la nostra vita corrente.

PSICODINAMICA

Il sogno di Bernie svolge in maniera pacata la psicodinamica della maternità contrastata, elabora la “posizione psichica genitale” e si colloca temporalmente in un’esperienza vissuta nel 2011 dal suo corpo e dalla sua mente. Il vissuto viene ripulito dai sensi di colpa da una “catarsi” ben simboleggiata dalla pioggia “sempre più intensa”.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è ampiamente detto. Il sogno di Bernie ne contiene tantissimi. Degni di nota sono i seguenti: “caffè”, “vetrina”, “abbigliamento”, “auto”, “ombrello”, “borsa”, “acqua”, “auto”, “portico”, “pioggia”.

Non si sono evidenziati “archetipi” o simboli universali in maniera conclamata. La maternità è risolta da Bernie come esperienza personale.

Il sogno di Bernie richiama il “fantasma” dell’identità sessuale in riferimento alla maternità.

Sono presenti le seguenti istanze psichiche: l’Io vigilante e razionale in “vedendomi” e in “mi rendo conto” e in “visto” e in “decido”, l’Es o rappresentazione delle pulsioni in “nella mia borsa è entrata tanta acqua. Ricordo vagamente dove è parcheggiata l’auto”. Il “Super-Io” o istanza psichica censoria e limitante non è presente.

Il sogno di Bernie presenta la “posizione psichica fallico-narcisistica” in “riflessa su una vetrina” e la “posizione psichica genitale” in “nella mia borsa è entrata tanta acqua.”

Bernie usa nel sogno i seguenti “meccanismi psichici di difesa”: la “condensazione” in “caffè” e in “abbigliamento” e in “pioggia” e in “borsa” e in altro, lo “spostamento” in “auto” e in “cani”, la “figurabilità” in “Il tempo peggiora e apro l’ombrello” e in “nella mia borsa è entrata tanta acqua”, la “razionalizzazione” in “riesco a ripararmi”. Il processo psichico di difesa della della “regressione” è manifesto in “Vado in un parcheggio” e in “torno indietro”, oltre che nei limiti della funzione onirica.

Il sogno di Bernie manifesta un tratto “genitale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” a metà tra il “fallico-narcisistica” e il “genitale”.

Le “figure retoriche” elaborate da Bernie nel suo sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “pigiama” e in “casa” e in “ombrello” e in “borsa” e in “portico” e in “pioggia”, la “metonimia” o nesso logico in “auto” e in “acqua”. Ricordo le allegorie della gravidanza in “nella mia borsa è entrata tanta acqua” e dei meccanismi psichici di difesa dall’angoscia in “Il tempo peggiora e apro l’ombrello”.

La “diagnosi” dice di una maternità contrastata e di un possibile trauma al riguardo e con recupero dell’identità sessuale femminile.

La “prognosi impone a Bernie di tenere sempre sotto controllo la pulsione alla maternità tramite la “razionalizzazione” e di investire in maniera efficace le energie nell’amor proprio e nel gusto intenso delle proprie azioni e della propria vita.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in un “ritorno del rimosso” e in una conversione del contrasto e del trauma in un sintomo psiconevrotico con caduta della qualità della vita e dell’umore.

Il “grado di purezza” del sogno di Bernie è “buono” in quanto la simbologia è vasta e combinata in maniera consequenziale.

La “causa scatenante” del sogno di Bernie può essere un semplice ricordo o una libera associazione.

La “qualità” del sogno di Bernie è il movimento nello spazio.

Il sogno di Bernie può essere stato elaborato durante la seconda fase del sonno REM.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nel senso della “vista” in “vedendomi riflessa”, ma soprattutto nel movimento in “arrivata” e in “tornare” e in “passo” e in “vado” e in “entro” e in “torno indietro”.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Bernie è “buono”. La presenza di tanti simboli ha trovato la giusta interazione.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Bernie è stata sottoposta alla riflessione di una lettrice anonima che di mestiere fa l’avvocato. Sono emerse le seguenti domande e sono conseguite le seguenti risposte.

Domanda

Come immagina Bernie?

Risposta

Bernie è una persona compatta che vive tra la bellezza e l’altruismo.

Domanda

Lei ha fatto riferimento alla violenza domestica sulle donne. Mi spiega meglio?

Risposta

Le violenze sulle donne e sui minori avvengono per il novanta e passa per cento entro le mura domestiche e sono di vario tipo e di varia qualità. E’ violenza psichica dire al proprio figlio che è un cretino ed è violenza fisica dargli una sberla. Ma le due violenze, purtroppo, non sono separabili perché non esiste una violenza nel corpo che non si riverberi nella psiche e viceversa. E’ violenza psichica la prevaricazione tra moglie e marito ed è violenza fisica qualsiasi offesa al corpo. Vale quanto ho detto prima. Tralascio la violenza omicida che colpisce l’universo femminile in questo periodo. Aggiungo che dentro l’alcova spesso si consumano illegalità inaudite e violenze sottili. Nel sogno di Bernie ci può essere una violenza da parte del partner nel rischio di gravidanza causato da un atto inconsulto e deliberatamente personale. Spesso la donna non viene consultata sull’esito finale del coito e viene vissuta culturalmente alla mercé del maschio e trattata come l’oggetto di scarico della sua “libido” e della sua volontà di potenza. Riporto un dato statistico su questo insano costume in Africa, ma la questione è internazionale. Una donna nigeriana partorisce cinque o sei figli se non muore di parto. La relazione tra natalità e produzione dei beni di sopravvivenza è tragica. La prima viaggia in progressione geometrica, la seconda in progressione aritmetica, (moltiplicando o addizionando), per cui la selezione naturale, che è già tremenda con l’alta soglia della mortalità infantile, è inevitabile per mancanza di cibo. Le organizzazioni internazionali stanno insegnando alle donne i metodi contraccettivi, ma devono insegnare soprattutto agli uomini a non disperdere il seme in qualsiasi anfratto. L’invasione del vecchio continente da parte di questa gente è una fuga naturale verso la vita e non si può risolvere con leggi repressive, bensì con politiche di educazione e di sostegno a lungo termine.

Domanda

Sono pienamente d’accordo e aggiungerei che il quadro delle violenze va rivisto dal legislatore e che i codici devono essere aggiornati nei tanti modi di arrecare danno al prossimo. In sostanza, se il mio uomo eiacula nella mia vagina senza il mio consenso, questa è una violenza e soprattutto in prospettiva di una gravidanza indesiderata e di tutto quello che comporta nell’esistenza di una donna. Non a caso le femministe gridavano nel mitico “sessantotto” che “l’utero è mio e me lo gestisco io”. Si riferivano soprattutto al diritto all’aborto e all’uso di contraccettivi.

Risposta

La rivoluzione culturale del “sessantotto” è stata uno spartiacque tra il passato fascista e il rinnovamento liberale. Non si sono mai valutati abbastanza i benefici effetti che essa ha prodotto nella mentalità della gente. Al di là delle degenerazioni terroristiche, il movimento mondiale del “sessantotto” ha visto l’alleanza tra operai e studenti e ha contribuito a demolire le monolitiche certezze e strutture del passato.

Domanda

Tornando a Bernie, l’anno 2011 è stato un brutto periodo della sua vita.

Risposta

Il 2011 è stato un momento di transizione tra la donna ancora adolescente nella mentalità e la donna che si impegnava socialmente con una convivenza o con un matrimonio e che portava in evoluzione le sue potenzialità. Credo che sia stato un anno formativo e di svolta. Ogni male non viene per nuocere. Tutto si evolve e non si può restringere in categorie morali.

Domanda

In quale luogo si può indossare il pigiama senza stridore?

Risposta

In ospedale non fa alcuno stridore. Forse Bernie ha rievocato questo tipo di esperienza. Spesso nei sogni ricorrono queste situazioni di grande preoccupazione e il sognarle ha un effetto psicoterapeutico doppio: scarica le tensioni congelate e, se il sogno viene interpretato e capito, aiuta la “razionalizzazione” del trauma.

Domanda

Interessante, ma ci vuole uno specialista del sogno per farlo funzionare al cento per cento, uno come lei che ci sa fare nel settore. Appartiene a una scuola o ha fondato una scuola per caso?

Risposta

Risposte negative: non appartengo a niente e a nessuno, non potrei essere fondatore di alcunché semplicemente perché i fondamenti teorici della mia modalità interpretativa non sono miei. Io ho rielaborato parte del “Sapere” psicoanalitico in riferimento al sogno e l’ho applicato secondo una griglia che, nello spazio di tre anni e soprattutto grazie al contributo dei marinai che mi hanno mandato i loro sogni, ho approfondito e aggiustato al meglio. Niente di originale nel mio lavoro, tutto è stato detto. Io sono un eclettico che ha messo insieme, sempre in riguardo al fenomeno onirico, un quadro teorico e pratico che era congeniale alla mia formazione.

Domanda

Mi racconta qualcosa della sua formazione?

Risposta

Negli anni settanta, quando la facoltà di Psicologia sfornava i primi psicologi, eravamo un pugno di amici che studiavano a Milano l’ipnositerapia e l’ipnosi fantasmatica con il benamato Giammario Balzarini, il fondatore della prima scuola di psicoterapia psicologica in quel di Cremona. Ci siamo ritrovati per quattro indimenticabili e proficui anni e ci siamo formati sui fantasmi e sul loro significato: Analisi immaginativa. Il resto è venuto da sé. Giammario ci ha lasciati, ma i suoi allievi hanno portato avanti la scuola. In quel periodo ho avuto la possibilità di avere come docenti psicoanalisti del calibro di Carlo Ravasini e Diego Napolitani, nonché la Mirella Novelli Curi che oltre a sapere le teorie, sapeva anche insegnare da dio.

Domanda

Il suo lavoro sul blog è assolutamente gratuito?

Risposta

Assolutamente e, come ho scritto, io restituisco tutto quello che ho ricevuto dalla gente in termini di conoscenze della psiche. Posso affermare che tra la pratica e la grammatica, tra le teorie psicologiche e la psicoterapia io preferisco la seconda e semplicemente perché ho imparato sul campo tutto quello che non c’era sui libri o che non avevo letto.

Domanda

So che si definisce poeta contadino.

Risposta

Io sono fondamentalmente contadino e coltivo i miei alberi in Sicilia durante la buona stagione. D’inverno torno nel laborioso e civile Veneto che mi ha ospitato dal 1973. In tutte le stagioni e ogni sabato immancabilmente pubblico un articolo sul blog. Attualmente gli archivi contengono 215 interpretazioni di sogni che dimostrano anche l’evoluzione della teoria e della pratica. Più che poeta, sono uno scrittore di cose psicologiche.

Domanda

Quale canzone ha scelto per il sogno di Bernie?

Risposta

La scelta è obbligata: “la borsa di una donna” cantata dalla voce originale di Noemi. Il testo è particolarmente bello nella sua semplicità ed è scritto a più mani da uomini. Non mi dilungo e ve lo propongo. Alla prossima e grazie mille e ancora mille.

LA “FAVOLA” DI MIKAELA E DEI MODA’

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Vado da un tatuatore. Io entro e lui esce da una porta e non mi vede.
C’erano due collaboratori, una donna e un uomo.
La donna mi fa sedere e comincia a muovere, senza toccarla, una plastica sul tavolo, avanti e indietro. C’erano dipinte le figure di un papà, di un figlio e di una mamma che si tenevano la mano.
Io rimango sbalordita e la donna mi dice: ci riesci anche tu col pensiero, se lo vuoi, a muovere ciò che vuoi, ma ci devi credere.
Poi lei va a capotavola e il suo posto lo prende l’uomo e mi dice “ora ti racconto la tua vita”.
Io gli dico che sono venuta per il tatuaggio e non per queste robe. E poi non ho soldi.
Lui dice che non fa niente e che ho una persona negativa nella mia vita che devo eliminare, forse una donna.
Io dico che è stata eliminata e che è un uomo. Intendevo il mio ex e gli chiedo se vuol vedere una foto per capire.
Lui mi dice di sì.
Cerco il telefono e tiro fuori quello vecchio. Cerco la foto, ma non ne avevo.
Mi accorgo che non era il mio telefono attuale.
Cerco e lo trovo nella borsa mezza vuota.
Guardo e ho due foto dentro lo schermo appannato e non capivo perché le foto non c’erano.
Il telefono si bloccava al tocco.
Tre foto, una mia, una vecchia di tre ragazze sconosciute in riva al mare e l’immagine su yu tube di una canzone, “ Favola” dei Modà”.
Mi sono svegliata molto turbata.”

Favola

Ora vi racconto una storia che farete fatica a credere
perché parla di una principessa e di un cavaliere
che, in sella al suo cavallo bianco, entrò nel bosco
alla ricerca di un sentimento che tutti chiamavano amore.
Prese un sentiero che portava a una cascata
dove l’aria era pura come il cuore di quella fanciulla
che cantava e se ne stava coi conigli, i pappagalli verdi e gialli,
come i petali di quei fiori che portava tra i capelli.
Na na na na na na na na na…

Il cavaliere scese dal suo cavallo bianco e piano piano le si avvicinò,
la guardò per un secondo, poi le sorrise
e poi pian piano iniziò a dirle queste dolci parole:
vorrei essere il raggio di sole che ogni giorno ti viene a svegliare
per farti respirare e farti vivere di me.
Vorrei essere la prima stella che ogni sera vedi brillare
perché così i tuoi occhi sanno che ti guardo
e che sono sempre con te.
Vorrei essere lo specchio che ti parla e che a ogni tua domanda
ti risponda che al mondo tu sei sempre la più bella.
Na na na na na na na na na…

La principessa lo guardò senza dire parole
e si lasciò cadere tra le sue braccia.
Il cavaliere la portò con sé sul suo cavallo bianco
e, seguendo il vento, le cantava intanto questa dolce canzone:
vorrei essere il raggio di sole che ogni giorno ti viene a svegliare
per farti respirare e farti vivere di me.
Vorrei essere la prima stella che ogni sera vedi brillare
perché così i tuoi occhi sanno che ti guardo
e che sono sempre con te.
Vorrei essere lo specchio che ti parla
e che a ogni tua domanda ti risponda
che al mondo tu sei sempre la più bella.
Na na na na na na na na na…

Questo è il “semplice” sogno di Mikaela.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Parto dal titolo. Il sogno di Mikaela è uno e include la canzone dei Modà “Favola”. Quest’ultima si può definire il “sogno a occhi aperti” dei Modà assimilato da Mikaela e usato per esprimere in sogno una sua psicodinamica. Identificarsi nella trama di una canzone è un’operazione psicologica naturale e frequente che consiste nell’assimilazione della trama e nell’immissione da parte del fruitore dei suoi contenuti psichici nel contenuto del testo. Tecnicamente i “significanti” di chi ascolta sono immessi nei “significati” del testo, così come, a sua o a loro volta, l’autore o gli autori del testo hanno immesso nei “significati” i loro “significanti”.
Spiego ancora e meglio.
Se io ascolto una canzone d’amore infelice con partecipazione e trasporto, lascerò che spontaneamente e per associazione emergano le mie storie d’amore vissute con dolore. Del resto, una canzone è poetica se è compresa dalla gente e diffusa tramite la condivisione e l’assimilazione, non certo per la sua aristocrazia espressiva e sociale. Si parla d’amore e ognuno ha la possibilità d’immettere la sua esperienza d’amore: “universalità” e “individualità” dell’arte nella concezione filosofica classica dell’Ottocento e del Novecento, Immanuel Kant e Benedetto Croce. L’Arte è di tutti e delle singole persone. L’Arte coglie l’universalità della Bellezza attraverso il vario vissuto individuale.
Mi chiedo a questo punto come procedere in tanta complicazione.
Interpreterò il sogno intero e poi individuerò come la “Favola” dei Modà si incastra e si inquadra nella psicodinamica di Mikaela. Sarà opportuno essere chiaro e sintetico vista la lunghezza della procedura e del testo.
Che il buon Freud me la mandi buona!

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Vado da un tatuatore. Io entro e lui esce da una porta e non mi vede.”

La funzione onirica si ammoderna e conosce i “tatuatori”.
Chi sono costoro?
Costoro sono coloro che simbolicamente inscrivono tracce indelebili nel corpo e specificatamente nella pelle. Sono coloro che hanno scritto materiale significativo nella storia personale di ogni persona e nel nostro caso di Mikaela. Sono coloro che geneticamente hanno marchiato i loro figli come le mucche argentine o il “grana padano”. Sono coloro che hanno dato ai figli la possibilità di marchiarsi con i vissuti nei loro riguardi e anche di altro.
I “tautatori” sono i genitori e tutti coloro che inducono “imprinting”, gli “imprittatori”. I “tatuatori” sono gli “imprittatori”: mi piace. Quindi le tracce indelebili si riconducono ai genitori e alle persone significative, le figure che hanno dato un corpo vivente ai figli e un patrimonio psichico da organizzare. L’identità del corpo risiede nei cromosomi e include l’origine biologica, così come l’identità psichica risiede nei vissuti e nei “fantasmi”. Mikaela è in cerca della sua radice psichica e la vuole assimilare e far propria, vuole finalmente razionalizzarla, vuole “riconoscere” il padre e la madre, non nella funzione che hanno svolto nei suoi riguardi, ma nei vissuti che ha elaborato nei loro confronti. Mikaela non riesce a compiere inizialmente quest’operazione perché il “tatuatore” si eclissa, “Io entro e lui esce da una porta e non mi vede”, per lasciare il posto a un uomo che Mikaela vive in maniera ambigua perché vuole e non vuole avere rapporti con lui. Il “tatuatore” in sogno evoca il padre, mentre l’ex uomo di Mikaela evoca la “posizione edipica”.
Si vedrà e, se son rose, fioriranno.

“C’erano due collaboratori, una donna e un uomo.”

Subito arriva la conferma. Il “tatuatore” è il padre di Mikaela che insieme alla madre si presentano sotto la forma di “due collaboratori”, due persone con cui ha condiviso travaglio e affanno, gioie e desideri. L’ex uomo di Mikaela si era inscritto nelle figure dei suoi genitori e soprattutto nel padre e lo ha evocato nelle doti e nei difetti a suo profitto o a suo danno. Mikaela ha vissuto una conflittualità con i genitori, “posizione edipica”, e si è identificata nella madre come donna e ha riconosciuto il padre come uomo. Vediamo dove Mikaela va a parare con il suo sogno.

“La donna mi fa sedere e comincia a muovere, senza toccarla, una plastica sul tavolo, avanti e indietro. C’erano dipinte le figure di un papà, di un figlio e di una mamma che si tenevano la mano.”

Mikaela evoca le caratteristiche psichiche della madre, quelle che l’hanno colpita e che si è portata dentro e dietro sin dall’infanzia. La madre è stata vissuta prevalentemente come una maga, una donna di grande abilità psicocinetica, una donna ammirevole per le sue capacità di tenere unite le tre entità familiari, “le figure di un papà, di un figlio e di una mamma che si tenevano la mano.” Mikaela riconosce alla madre la capacità di muovere le pedine dello scacchiere al nobile fine della coesione familiare secondo un quadro idilliaco e tradizionale. Muovere la “plastica sul tavolo, avanti e indietro” con il pensiero, attesta dell’opera occulta e abile di una donna intelligente e paziente. Questa è la madre vissuta da Mikaela in questa emergenza psichica della sua esistenza: un’eroina greca. La madre è la dea del focolare, è colei che ha facilitato la risoluzione dei conflitti edipici inscritti, meglio tatuati, nella psicodinamica di Mikaela. Degno di nota è il rilievo dell’unità familiare in “si tenevano per mano”, come nei migliori film degli anni cinquanta sul tema.

“Io rimango sbalordita e la donna mi dice: “ci riesci anche tu col pensiero, se lo vuoi, a muovere ciò che vuoi, ma ci devi credere.”

“Mater docet”, la madre insegna. Mikaela è costretta dalle evenienze e dalle emergenze della sua vita a recuperare l’abilità della madre di tenere unita la famiglia, un compito e un’impresa che la riguardano in questo momento della sua esistenza. Riscopre, visitando la figura materna da “sbalordita”, una donna che è riuscita con intelligenza e sensibilità, “col pensiero”, ad avere il potere di realizzare le imprese più difficili al prezzo di affidarsi a se stessa, di avere grande fiducia e stima nelle sue capacità occulte e visibili.
“Credere” traduce il latino “affidarsi”. Mikaela si fa dire in sogno da sua madre di avere fiducia in se stessa fino in fondo e che la donna è artefice delle dinamiche familiari più sottili e impensabili.
“Muovere” traduce “commuovere”, scatenare sensazioni e sentimenti. Questo sa fare la donna e la madre. Mikaela si fa regalare dalla madre questo insegnamento.

“Poi lei va a capotavola e il suo posto lo prende l’uomo e mi dice “ora ti racconto la tua vita”.

E’ il turno del padre. Dopo la maga arriva il mago. Ognuno ha la sua specializzazione, la prima muove le dinamiche familiari, il secondo è un indovino che protegge, colui che legge il passato e predice il futuro, colui che dà i consigli giusti e buoni dopo aver individuato i pericoli.
Del resto, cosa chiede una figlia al padre sin dalla più tenera età?
Essere protetta.
E la figlia come vive il padre?
Colui che è grande e forte e mi può aiutare a crescere: il gigante buono e il mago.
La madre prende il posto del padre, “va a capotavola”. Si riconferma l’importanza della funzione materna nel dirigere la politica familiare. Il padre, che conosce la vita della figlia e la sua evoluzione, è la persona più indicata ad aiutarla: “ora ti racconto la tua vita”. Questo pensa ed elabora giustamente in sogno la nostra Mikaela.

“Io gli dico che sono venuta per il tatuaggio e non per queste robe. E poi non ho soldi.”

Io ti riconosco soltanto come padre carnale, “tatuaggio”, e non come consigliere, “per queste robe”, quisquiglie e sciocchezze e “punzillacchere” come avrebbe detto il grande Totò in arte, principe Antonio De Curtis nella vita. Mikaela evidenzia un conflitto edipico irrisolto con il padre e sedato in parte dal tempo trascorso. L’autonomia acquisita si attesta a livello logistico, più che psichico. Come se Mikaela dicesse al padre: “ma se non ti sei interessato a suo tempo di me, cosa mi vai a dire adesso quello che devo fare e cerchi di proteggermi?” Aggiunge un suo grosso problema in atto: oggi non ho “libido genitale” da investire e tanto meno potere sessuale.” Mikaela denuncia al padre da un lato la sua assenza affettiva e dall’altro lato la sua attuale crisi di donna: “non ho soldi”.
Un brutto momento depressivo!

“Lui dice che non fa niente e che ho una persona negativa nella mia vita che devo eliminare, forse una donna.”

Il padre assolve se stesso e procede nella tutela della figlia secondo i desideri e i bisogni di Mikaela, l’autrice del sogno. “Anche se in passato non c’ero, adesso ti aiuto lo stesso”: “non fa niente”. Le urgenze emotive e affettive di Mikaela cercano la soluzione nel ritorno dal padre e dalla madre. Mikaela fa dire al padre che è “forse una donna” la persona da cui deve guardarsi. Traduco: “risolvi il conflitto con tua madre, visto che hai perso il potere seduttivo femminile e dal momento che in lei a suo tempo ti sei identificata come donna e da lei avresti dovuto prenderlo e riceverlo questo benedetto potere”. Mikaela si sta chiedendo: “in questo momento difficile della mia vita mi manca la madre con le sue arti femminili o il padre con la sicurezza e la protezione che mi induce?” La “persona negativa” è la parte psichica in crisi della femminilità di Mikaela. Lo psicodramma procede alla ricerca del colpevole e della soluzione del caso, come nei migliori film gialli.

“Io dico che è stata eliminata e che è un uomo. Intendevo il mio ex e gli chiedo se vuol vedere una foto per capire.”

Mikaela sostiene che la relazione conflittuale con la madre l’ha risolta, “è stata eliminata”, mentre la relazione conflittuale con il padre è ancora in atto e si riverbera nella sua vita affettiva, erotica e sessuale: “è un uomo”. Mikaela precisa che si tratta del suo “ex”, un uomo che ha scelto perché evocava la figura paterna, elaborata e vissuta durante il trambusto edipico. Mikaela si dimostra disponibile a questo gioco magico del padre e a questo ruolo riflesso, “ex” e padre, tant’è vero che vuole offrire al padre e a se stessa un’immagine esteriore per poter approfondire la questione e per capire che il suo “ex” era stato scelto a immagine e somiglianza del padre: “se vuol vedere una foto per capire.”

“Lui mi dice di sì.”

E’ proprio vero che il primo amore non si scorda mai. Mikaela ha ripescato l’intesa seduttiva con il padre.
Quante volte da piccola ha desiderato questa tresca e magari è rimasta delusa dall’indifferenza di lui!
Il sogno compensa e ripara, mostra e risolve, ma non dimentichiamo che il sogno siamo noi. La simbologia del “dire di sì” è intrisa di una carica seduttiva ed erotica, l’assenso al trasporto delle emozioni e dei sensi. Il tempo di Mikaela in riguardo al padre si è proprio fermato a questo indimenticabile ed ineffabile momento.

“Cerco il telefono e tiro fuori quello vecchio. Cerco la foto, ma non ne avevo.”

L’amore verso il padre perseguita Mikaela che cerca la relazione d’amore giusta e la ritrova nel passato, nel vecchio modo di relazionarsi al padre, in quel trambusto di sensi e di sentimenti che l’hanno avvinta durante la sua infanzia e che l’hanno trovata innamorata persa dell’augusto genitore. Tutto la riporta al passato, il tipo di relazione e l’immagine maschile: “quello vecchio” e per quanto riguarda l’immagine del suo “ex”, “la foto”, non ritrova alcunché.

“Mi accorgo che non era il mio telefono attuale.”

Come si diceva prima e come volevasi dimostrare. La relazione e l’intesa non erano quelle del presente ma quelle del passato, quelle già vissute e mai estinte, quelle che hanno provveduto a formare Mikaela e a legarla a un tipo d’uomo e a una forma d’investimento di “libido”, meglio a una modalità psichica e a un tipo di sentimento d’amore.

“Cerco e lo trovo nella borsa mezza vuota.”

La femminilità di Mikaela è “mezza vuota”, non è appagata a livello erotico e sessuale, nonché a livello affettivo. Il presente psichico e relazionale è in “deficit” e in perdita. Brutte nuvole si addensano nel cielo psichico della nostra protagonista che è appena venuta fuori da una storia precaria. Il suo “ex” non le ha riempito la “borsa”, non l’ha amata come i suoi bisogni antichi aspiravano.

“Guardo e ho due foto dentro lo schermo appannato e non capivo perché le foto non c’erano.”

Per l’appunto si trattava di due uomini e di due immagini maschili, il padre e il suo “ex”. Ma il tentativo di Mikaela di prendere consapevolezza del suo trambusto emotivo ed affettivo, “guardo”, non sortisce un buon risultato. “Lo schermo appannato” non dispone per niente bene. La coscienza è obnubilata e Mikaela incontra resistenze a capire questa collusione di due maschi nella sua vita di bambina e di donna adulta. Mikaela non sa districarsi nella sua “posizione edipica”, non sa ben guardare quel sole che non tramonta mai nell’orizzonte del passato e del presente: “le foto non c’erano”. Il meccanismo psichico di difesa della “rimozione” ha indotto questa dimenticanza, questa omissione, questa assenza delle foto.

“Il telefono si bloccava al tocco.”

La relazione era disturbata nella ricezione e nella trasmissione: “bloccava”. La “libido” da investire era impedita nella sua genuina funzione di rivolgersi all’altro, di avvolgere l’oggetto del desiderio, di appagare il bisogno. E se l’energia si blocca, prima o poi si somatizza e la ritrovi sotto forma di sintomo e di disturbo delle funzioni più umane come l’erotismo: “al tocco”.

“Tre foto, una mia, una vecchia di tre ragazze sconosciute in riva al mare e l’immagine su yu tube di una canzone, “ Favola” dei Modà”.

Il sogno si sta avviando alla conclusione. L’intensità emotiva è stata gestita bene perché il simbolismo ha occultato i veri significati e le vere psicodinamiche, nonostante il turbamento dopo il risveglio. Mikaela conferma la psicodinamica edipica e adduce le prove del significato del suo sogno: “tre foto”. La prima riguarda l’immagine e la storia della protagonista, l’attrice consumata di questo trambusto relazionale e di questo sconquasso emotivo. La seconda rievoca “tre ragazze sconosciute” che condensano le varie fasi della maturazione psicologica di Mikaela e alcune delle sue manifestazioni umane e sociali, i modi di porsi e di offrirsi nel corso della sua vita. “In riva al mare” si decifra tra realtà e immaginazione, tra bisogno e desiderio, tra concretezza e astrazione, tra superficie e profondità. E per concludere in bellezza e senza equivoci, come se tutto quello che ha sognato prima non bastasse, Mikaela lascia la prova delle prove, la “prova del nove” del significato e della psicodinamica del suo sogno, la “canzone, “Favola” dei Modà”.
Mikaela ha lanciato il guanto della sfida e a questo punto non resta che raccoglierlo e interpretare il corpo del reato. Pezzo dopo pezzo non si farà fatica a trovare una “posizione edipica” sotto la forma classica di un amore da “favola”, proprio quello raccontato dalle mamme e sognato dalle bambine.

Testo

“Ora vi racconto una storia che farete fatica a credere
perché parla di una principessa e di un cavaliere
che, in sella al suo cavallo bianco, entrò nel bosco
alla ricerca di un sentimento che tutti chiamavano amore.
Prese un sentiero che portava a una cascata
dove l’aria era pura come il cuore di quella fanciulla
che cantava e se ne stava coi conigli, i pappagalli verdi e gialli,
come i petali di quei fiori che portava tra i capelli.
Na na na na na na na na na…”

Interpretazione

La solita storia del bel cavaliere e della bella principessa, del cavallo bianco e del bosco, della cascata e dell’aria pura, del cuore di fanciulla e dei petali tra i capelli. Quello che stona in tanto idilliaco quadro sono i conigli e i pappagalli verdi e gialli, ma per il resto è tutto secondo norma e secondo cultura. Si tratta dell’innamoramento da parte di una bambina dell’immagine idealizzata del suo papà, quell’uomo che la chiama principessina e che è tanto bello.
Qualche simbolo per gradire?
“Il cavaliere in sella al suo cavallo bianco” è pregno di sessualità, il “bosco” rappresenta la parte oscura del desiderio, la “cascata” esprime la “libido”, “l’aria pura” è l’affettività, “il cuore” condensa la passione vitale, i vari animaletti del tipo “conigli e pappagalli verdi e gialli” sono le pulsioni erotiche, “i petali di quei fiori” si traducono nell’ingenuità di un sano desiderio erotico, “tra i capelli” equivale a nei suoi pensieri.
Questa è la rappresentazione di una bambina innamorata del suo papà. Fatevelo dire da chi ne capisce.
Ma non basta ancora, bisogna andare avanti.

Testo

“Il cavaliere scese dal suo cavallo bianco e piano piano le si avvicinò,
la guardò per un secondo, poi le sorrise
e poi pian piano iniziò a dirle queste dolci parole:
vorrei essere il raggio di sole che ogni giorno ti viene a svegliare
per farti respirare e farti vivere di me.
Vorrei essere la prima stella che ogni sera vedi brillare
perché così i tuoi occhi sanno che ti guardo
e che sono sempre con te.
Vorrei essere lo specchio che ti parla e che a ogni tua domanda
ti risponda che al mondo tu sei sempre la più bella.
Na na na na na na na na na…”

Interpretazione

La psicodinamica dell’amore eterno e impossibile si precisa e si approfondisce secondo le linee transculturali e archetipali della coppia “padre-figlia”. Questo è un quadretto universale che risale alla notte dei tempi e si deposita nei miti, nelle fiabe e nelle favole di ogni gruppo umano. E’ uno spaccato culturale di grande dolcezza e tenerezza, tant’è vero che non è stato “sublimato” nelle pitture sacre come, invece, la relazione “madre-figlio” che ha avuto sempre risvolti cruenti: vedi la trilogia tragica di Edipo a firma del greco Sofocle, il mito di Edipo riletto dall’ebreo Freud e la pittura medioevale sul tema della madonna e del figlio ucciso. La bambina e il suo papà hanno i connotati di un riconoscimento erotico reciproco che amplia i sensi senza colpevolizzarli, per cui non hanno bisogno di “sublimazione”. Consegue il senso e il sentimento del pudore.
Vediamo i simboli e poi gradirete.
L’arte della seduzione si trova in “scese”, “le si avvicinò”, “la guardò”, le sorrise” e in “iniziò a dirle”. Il sentimento d’amore è condensato nel dono finale delle parole, così come il desiderio si manifesta nell’avvicinamento e nel sorriso. Le parole sono dolci perché “il raggio di sole” sveglia il desiderio, fa “respirare” gli stessi affetti e crea una fusione erotica, “vivere di me”. La dominanza del principe mostra la figura del padre nel suo potere maschile. “La prima stella” che sorge brillante è Venere, più che una stella è un pianeta, e indica la presenza del sentimento nell’assenza fisica del bene amato. La consapevolezza della presenza protettiva si attesta negli “occhi che sanno che ti guardo”, una meravigliosa combinazione di simboli, così come “sono sempre con te” rappresenta l’assimilazione e la fusione, chiare trasposizioni di pulsioni erotiche e sessuali. Ritorna la favola di Biancaneve nello “specchio che ti parla”, quello “specchio bello, specchio rotondo” che sa “chi è la più bella del mondo”. La simbologia dice di una “posizione fallico-narcisistica” che ogni bambina vive tra i quattro e gli otto anni di vita e che induce a maturare quel potere femminile che nel tempo breve si risolve benignamente nell’amor proprio e nell’arte della seduzione. Tutto nella norma e come da copione universale, ma vediamo se il salmo edipico finisce in gloria.

Testo

“La principessa lo guardò senza dire parole
e si lasciò cadere tra le sue braccia.
Il cavaliere la portò con sé sul suo cavallo bianco
e, seguendo il vento, le cantava intanto questa dolce canzone:”

Interpretazione

La seduzione ha avuto il buon effetto di ridurre le resistenze della fanciulla a lasciarsi andare e ad affidarsi al suo “cavaliere”, quel maschio che sa cavalcare e sa proteggere: “si lasciò cadere”. Le “braccia” sono l’organo nobile dell’amplesso globale. Guardare “senza dire parole” equivale al trionfo dei sensi nella versione della consapevolezza e della dipendenza di chi tutto si aspetta dall’altro e nulla sa dare perché ignora. La posizione psicofisica della bambina è evidente, come la figura dominante del padre è evidente nei bisogni della figlia di essere educata anche nella formulazione dei sentimenti e nelle movenze dei sensi e del corpo. Si consuma lo psicodramma dell’amore edipico tra padre e figlia, quello senza sangue e senza morti, quello delicato che si appaga del desiderio e senza feroce struggimento. “Seguendo il vento” è simbolo del moto dei sensi e della danza erotica e non manca il dono delle parole: “le cantava intanto questa dolce canzone”.
La “Favola di Mikaela e dei Modà” finisce qua, ma fortunatamente si ripresenta “nei secoli dei secoli e così sia” sotto le sembianze di un padre e di una bambina che passeggiano a manina lungo i viali del parco delle rimembranze nel paese dei desideri.
Amen!

PSICODINAMICA

Il sogno di Mikaela sviluppa nella sua complessa articolazione e combinazione la semplice psicodinamica della “posizione edipica”, la relazione conflittuale vissuta dalla bambina con il padre e l’identificazione nelle virtù della madre. Mikaela sistema la madre nel ruolo magico di arbitro della politica familiare e il padre nel ruolo protettivo di confidente e di educatore. La “regressione” all’infanzia è agita nell’associazione alla canzone “Favola” dei Modà. Il sogno di Mikaela tiene in sottofondo la relazione affettiva e sessuale con il suo “ex”.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Mikaela presenta in funzione le seguenti istanze psichiche.
L’Io vigilante e consapevole e basato sul “principio di realtà” si manifesta in “vado” e in “io entro” e in “io rimango” e in “io gli dico” e in “io dico” e in “cerco” e in “mi accorgo” e in “guardo” e in “non capivo”.
L’Es pulsionale e basato sul “principio del piacere” è presente in “comincia a muovere, senza toccarla, una plastica sul tavolo, avanti e indietro.” e in “sbalordita” e in ““ora ti racconto la tua vita” e in “e poi non ho soldi” e in “ho una persona negativa nella mia vita che devo eliminare,” e in “nella borsa mezza vuota.” e in “schermo appannato” e in “Tre foto, una mia, una vecchia di tre ragazze sconosciute in riva al mare e l’immagine su yu tube di una canzone, “ Favola” dei Modà”.
Il “Super-Io” limitante e censorio e basato sul “principio del dovere” non è in funzione.
La “posizione psichica edipica”, conflittualità con i genitori, domina il sogno di Mikaela. Circola un riferimento privilegiato alla “posizione psichica genitale”, disposizione affettiva e sessuale e in evoluzione della relazione finita: vedi la madre e l’ex.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Mikaela usa i seguenti “meccanismi e processi psichici di difesa” dall’angoscia.
La “condensazione” è presente in “tatuatore” e in “credere” e in “tatuaggio” e in “soldi” e in “foto” e in “borsa” e in altro, lo “spostamento” in “collaboratori” e in “muovere senza toccarla” e in “tenevano la mano” e in “muovere col pensiero” e in “schermo appannato” e in altro. Il meccanismo della “rimozione” si suppone o si lascia intravedere in “C’erano dipinte le figure di un papà, di un figlio e di una mamma che si tenevano la mano.” e in ““ora ti racconto la tua vita” e in “Guardo e ho due foto dentro lo schermo appannato e non capivo perché le foto non c’erano.”
Il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” non viene usato, mentre il processo della “regressione” si esprime in un moto verso il passato nella seconda parte del sogno nell’affannosa ricerca delle foto e delle tracce del suo passato. Inoltre, la “regressione” è presente nella forma onirica tramite l’azione al posto del pensiero e l’allucinazione al posto del normale esercizio dei sensi.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Mikaela manifesta un tratto “edipico” marcato all’interno di una cornice decisamente “genitale”: conflittualità con i genitori in via di risoluzione e disposizione all’investimento di “libido” o bisogno di innamorarsi.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche elaborate da Mikaela nel sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “tatuatore” e in “tenevano la mano” e in “capotavola” e in “soldi” e in “foto” e in “telefono” e in “borsa mezza vuota” e in altro, la “metonimia” o nesso logico in “muovere senza toccarla” e in “muovere col pensiero” e in “credere” e in “schermo appannato” e in altro.

DIAGNOSI

La “diagnosi” dice del ritorno della conflittualità con i genitori, “posizione edipica”, a seguito della rottura affettiva e sessuale di Mikaela con il suo uomo. Ripresenta la disposizione a vivere il sentimento d’amore, “posizione genitale” e conferma l’attrazione dell’infanzia verso la figura paterna nell’associazione con la canzone “Favola”. Quest’ultima ha una forte valenza regressiva per la facile evocazione, operata dalla musica e dal testo, del marasma sensoriale e sentimentale del passato.

PROGNOSI

La “prognosi” impone a Mikaela di risolvere beneficamente, dal momento che non è possibile definitivamente, la relazione con i suoi genitori e soprattutto con il padre, al fine di potersi innamorare in maniera autonoma e senza strascichi pendenti. E’ opportuno non avere fretta, per ben ponderare i propri vissuti e sentimenti e per rinforzare la “razionalizzazione” del passato edipico, che se da un lato è stato struggente, dall’altro lato ha apportato attributi di fascino e pulsioni di desiderio nel corredo psichico della protagonista.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella degenerazione della “posizione edipica” e nelle conseguenti “psiconevrosi” isterica, fobica, ossessiva, depressiva. Ricordo che la conflittualità irrisolta verso i genitori sfocia nel campo delle “nevrosi” e al massimo nello “stato limite”, qualora non è associata ad altri conflitti e non ricorre all’uso di meccanismi di difesa particolarmente delicati come la “negazione” e la “scissione dell’Io”.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA
In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei simboli e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Mikaela è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
La psicodinamica si avvale di un simbolismo che prevale di gran lunga sulla trama narrata.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Mikaela si attesta in una semplice riflessione sullo stato affettivo o su un incontro con le persone individuate nel sogno, genitori o “ex”. Il sogno si può definire “resto notturno” a causa dello scarso materiale che resta nel ricordo, cosi come il “resto diurno” è quel particolare che colpisce da svegli e che di notte scatena il sogno.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Mikaela è “narrativa” in quanto snoda la trama come un racconto e “metaforica” perché nel finale associa una canzone come rafforzamento della tesi dominante, la relazione psichica con il padre.

REM – NONREM

Il sogno di Mikaela si è svolto nella terza fase del sonno REM alla luce del simbolismo e delle implicite emozioni. La protagonista rievoca con una buona copertura difensiva il suo viaggio nella “posizione edipica” o conflittualità con i genitori, usando bene i meccanismi psichici del “processo primario”. Inoltre conferma il significato profondo del suo sogno raddoppiandolo con la canzone dei Modà, a riprova dell’urgenza emotiva e affettiva che le ha procurato la rottura con il suo uomo, “ex”, a cui accenna. L’agitazione da sbalordimento non deve essere stata da poco.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

Il sogno di Mikaela è ricco di sensazioni di “movimento”: “vado”, “entro”,”esce”, “comincia a muovere”, “va a capotavola”, “sono venuta”.
Il senso dello “udito” è dominante e si allucina in tre “mi dice”, “io gli dico”, “dice”, “io dico”.
Il senso del “tatto” è presente in “il telefono si bloccava al tocco”.
Il senso della “vista” è allucinato in “se vuol vedere una foto”, “mi accorgo”, “guardo”.
Il sogno di Mikaela è cenesteticamente dinamico e incalzante nel suo “batti e ribatti” e nel richiamo dell’esercizio dei sensi.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività di chi interpreta e l’oggettività di chi sogna, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Mikaela, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque” e in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Mikaela, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “2” a causa della chiara simbologia e della psicodinamica reiterata nella “Favola” dei Modà.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo aver letto la decodificazione del sogno di Mikaela.

Domanda
Mi spiega meglio la differenza tra il conflitto edipico delle bambine e dei bambini?
Risposta
Brevemente, perché il discorso è più complesso. Il conflitto edipico delle bambine è più delicato e dolce, poetico, perché si elabora e si risolve ben presto, dai quattro ai nove anni. La bambina capisce la differenza dei sessi, si convince di essere femmina e passa all’identificazione nella madre pur mantenendo verso il padre un’attrazione particolare. Il quadro emotivo evapora e si sublima senza strascichi di sentimenti accesi. Il maschietto, invece, prolunga la sua competizione con il padre e il suo desiderio della madre per tempi più lunghi, si sofferma sulla “posizione fallico-narcisistica” con la forte gratificazione del suo corpo maschile. La bambina commuta il suo potere “fallico-narcisistico” nella seduzione erotica e nell’amor proprio, il bambino si crogiola in un brodo di individualismo e di esibizionismo pavoneggiandosi agli occhi della madre. Il tempo, impiegato per maturare la sua autonomia, porta il bambino a uno struggimento che coniuga sentimenti opposti e soprattutto a incamerare il famigerato sentimento della “gelosia”. Quest’ultimo, se non è stato adeguatamente risolto o ridimensionato, si può ridestare in futuro di fronte alla donna amata con gravi e tragiche complicazioni.
Domanda
I maschi sono più edipici e pericolosi delle femmine?
Risposta
La relazione con il padre e la madre non si risolve mai del tutto, ma i maschi spesso la trascinano a vita natural durante, mentre le femmine sono più concrete e realiste. E’ vero che i maschi sono più lenti e nostalgici in questo delicato settore. Spesso la madre per i suoi bisogni edipici non li libera, ma li trattiene da adulti con ulteriori seduzioni. E’ un argomento complesso e lungo.
Domanda
Incide anche la cultura?
Risposta
Perbacco! Il matriarcato è micidiale con la sua “legge del sangue”, mentre il patriarcato è severo con la sua “legge del dovere”: “Es” e “Super-Io”. E’ più violento il primo che il secondo. Il matriarcato prolunga la dipendenza edipica dei maschi. Il patriarcato impone alle femmine la legge monogamica del matrimonio e vieta la poligamia e l’incesto.
Comunque ho cercato di dire qualcosa sul tema. Mi fai delle domande che meriterebbero un saggio.
Domanda
Cosa pensa del tatuaggio?
Risposta
Ricordo che da bambino guardavo i detenuti, dietro le sbarre del carcere barocco di Siracusa, che cantavano chiedendo il perdono della madre per le loro malefatte. Quasi tutti avevano tatuato sul braccio la dichiarazione sentimentale “amo mamma”. Negli anni cinquanta i tatuaggi erano la prova di un soggiorno in carcere e di una pratica d’incisione della pelle atta a trascorrere il tempo e magari prendendo coscienza del forte legame con la madre. Non scrivevano sul braccio “amo il padre”, perché la legge del padre li aveva condannati. Questo è il mio impatto con il tatuaggio. Oggi la pratica è diffusissima e non comporta trascorsi legalmente burrascosi. Posso dire che il tatuaggio è un simbolo di appartenenza inscritto nel corpo e in modificazione dello stesso. Richiama l’identità psichica e il gruppo, ma richiede una buona dose di “libido sadomasochistica”, oltre che un vissuto conflittuale con il corpo dal momento che lo si vuole ritinteggiare. Questo discorso vale per gli eccessi, quando è visibile un rifiuto del corpo così com’è e una pulsione trasformativa e non di certo migliorativa. Poi ci sono i tatuaggi che fungono da memoria e da iscrizione solenne e vita natural durante: il corpo come promemoria delle esperienze ritenute fondamentali o importanti. Quando è una moda non è in eccesso, altrimenti comporta un uso dei “processi primari” tutto da scoprire.
Domanda
Può essere una psicopatologia?
Risposta
Non ci si copre tutto il corpo di vari simboli e messaggi per caso. Ci sono pulsioni profonde da razionalizzare e di solito si trova un “fantasma del corpo” che verte sul negativo più che sul positivo, per cui incidere la pelle è anche catartico.
Anche su questa domanda complessa mi sono dovuto fermare a qualche spiegazione.
Domanda
Cambio argomento. Cosa pensa della canzone dei Modà e dell’uso che ne fa Mikaela in sogno?
Risposta
La meravigliosa abilità dei “processi primari” associa al tema edipico, vissuto per tanto tempo sulla pelle, lo stesso tema della favola cantato dai Modà. Mikaela ha ascoltato questa canzone e si è identificata nella trama e nella bellezza semplice della poesia. Tramite le canzoni si possono far passare passioni comuni ed educazione sentimentale e civica. Il coinvolgimento psichico è favorito dalla simbiosi musica e parole. Il messaggio arriva e si deposita facilmente e senza resistenze nella dimensione profonda e per associazione evoca e ripesca pari pari quel materiale psichico vissuto.
Domanda
Le canzoni fungono da educazione delle masse con i messaggi belli e buoni?
Risposta
“Volete un popolo migliore? Dategli una migliore alimentazione” suggeriva il borghese Feuerbach nel diciannovesimo secolo a seguito del suo assunto di base “l’uomo è ciò che mangia”. Volete un popolo migliore? Dategli strumenti di identificazione sociale e civile chiari e distinti, semplici e comprensibili. Questo prescrivono psicologi e sociologi. Ebbene, le canzoni di musica leggera non sono soltanto semplici canzoni, ma prodotti psichici e culturali di grande e spedita diffusione. Musica e parole hanno un grande vantaggio perché la combinazione risulti poetica, creativa e ed emotiva come nelle tragedie greche.
Domanda
Può bastare.
Risposta
Credo proprio di sì. Il sogno di Mikaela è un “trip” micidiale di teorie e di pratiche, di scienza e di vita vissuta. Tutto quello che è stato scritto può bastare.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Sull’interpretazione psicoanalitica delle favole consiglio la lettura di un classico, il testo di Bruno Bettelheim opportunamente intitolato “Il mondo incantato”. La decodificazione dei simboli indica l’uso collettivo dei messaggi contenuti nelle fiabe e nelle favole, quelle produzioni trasmesse nei secoli e che hanno educato e traumatizzato generazioni di bambini. Nonostante la crudeltà del racconto, intere generazioni si sono formate sulle classiche favole dell’infanzia e hanno sentito il fascino di tanto materiale psichico proprio perché trattava del loro mondo interiore, popolato da “fantasmi” che si agitavano dentro e che partivano dalla bocca della mamma e del papà e dei nonni e della maestra per risuonare come le campane pasquali in un giorno di aprile nella verde campagna.