LA PROCESSIONE DI SANTA LUCIA

TRAMA DEL SOGNO

Ho sognato di essere stata invitata dai miei cugini ad andare alla festa di Santa Lucia. Ho accettato l’invito e sono andata con loro. C’era tanta confusione, ma silenziosa e pacata come sempre.

Mi sono allontanata da loro e ho seguito la processione. Ho visto Santa Lucia, bella come sempre.

Era tutto controllato da tanti militari, sembrava un assetto di guerra, controllavano i tombini e le persone.

Ad un certo punto ad alcuni dei partecipanti, compresa me, ci hanno fatto uscire dalla processione e hanno voluto un attestato.

Io pensavo di averlo e invece no, ho detto che l’avrei portato dopo. Mi sono fermata in fondo a Via Piave e dietro di me c’era una camionetta di militari che controllavano la zona.

Ho continuato a camminare e ho visto che da un balcone, era lo studio di mio marito a Corso Umberto, c’era mio fratello Salvatore e gli ho chiesto di preparare anche per me questo attestato prima che la Santa passasse da quella strada.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

Biby

INTERPRETAZIONE

Ho sognato di essere stata invitata dai miei cugini ad andare alla festa di Santa Lucia. Ho accettato l’invito e sono andata con loro. C’era tanta confusione, ma silenziosa e pacata come sempre.”

Biby è una donna amabile e socievole, religiosa e particolarmente devota alle tradizioni e alle cerimonie sacre. La festa di santa Lucia è l’occasione per mostrare anche la sua tendenza alla “sublimazione della libido”, un processo psichico di difesa che si attesta nel mettere al servizio del prossimo le proprie energie deprivandole della loro qualità sessuale. La disponibilità di Biby è infinita, così come l’apertura verso la gente conosciuta o anonima, quella “confusione silenziosa e pacata come sempre”. Biby descrive se stessa immettendosi tra gli altri e in particolare le aggrada l’attributo della pacatezza e il valore della modestia, alieno dalle esibizioni e dalle esternazioni narcisistiche. Biby è una donna di popolo che “sa di sé” e che trova negli altri la sua definizione e il suo completamento.

Mi sono allontanata da loro e ho seguito la processione. Ho visto Santa Lucia, bella come sempre.”

Si ripete il “come sempre”. La vita di Biby non subisce grandi scosse e non scorre in ambiti tortuosi e in modalità irruente. Biby ha una vita tranquilla che viaggia nella calma rassicurante della tradizione e secondo i ritmi cadenzati di una gradevole monotonia. Biby afferma la sua individualità e autonomia, pur restando in un ambito sociale anonimo e segue la ritualità religiosa e del quotidiano vivere. Biby impregna la sua vita del senso del sacro e non cambia i modi di essere e di esistere in questo contesto cultuale. Si immedesima nella figura della santa e condivide qualcosa di lei, la bellezza, che non è un fattore estetico e formale, ma è una dote sostanziale, un sentirsi dentro, una sensazione e un sentimento, una condivisione nel bene e nel male. Anche Biby, come santa Lucia, ha dentro il dolore e la gioia, il tragico martirio e la coscienza eletta. Questa è la decodificazione di “ho visto santa Lucia, bella come sempre”, una forma di identificazione a metà tra il sacro e il laico, una nobilitazione della vita corrente e della monotonia esistenziale. Biby è una donna pensosa e che pensa. Fin qui i bisogni profondi; vediamo il sogno dove si dirige.

Era tutto controllato da tanti militari, sembrava un assetto di guerra, controllavano i tombini e le persone.”

I bisogni profondi, di cui si diceva prima, sono controllati dall’istanza censoria e morale del “Super-Io”, “tanti militari” e in “assetto di guerra”. Le pulsioni e i bisogni sublimati di Biby hanno la tendenza a non sublimarsi del tutto e allora tentano di scappare da tutte le parti. Del resto, Biby appartiene alla Specie “homo sapiens”, per cui le sue deroghe sono comprensibili e pienamente giustificate. Si giustifica la necessità psichica da parte del “Super-Io” di controllare e censurare gli istinti sessuali e le relazioni elettive e significative: “i tombini e le persone”. Proprio per la loro connotazione e qualità, questi due elementi rappresentano simbolicamente i bisogni materiali, le istanze erotiche e sessuali, nonché il bisogno dell’altro. La “sublimazione della libido” non sempre funziona nel modo giusto ed ecco che interviene il “Super-Io” a richiamare al dovere e al senso di responsabilità sacrificando il corpo e i suoi bisogni. In questa repressione Biby a volte esagera, per cui si giustifica “l’assetto di guerra” in una “processione” sacra e con una santa Lucia in cui degnamente si è identificata per la condivisione di un dramma. Il prosieguo dell’interpretazione del sogno lo dirà con chiarezza.

Ad un certo punto ad alcuni dei partecipanti, compresa me, ci hanno fatto uscire dalla processione e hanno voluto un attestato.”

Biby ha già tirato fuori dalla tasca il suo “Super-Io”, “i militari in assetto di guerra”, adesso sente il bisogno di tirare fuori dalla tasca il suo “Io”, la coscienza di sé, l’auto-consapevolezza, “un attestato”. Quest’ultimo si riduce alla dignità di poter partecipare alla processione e di condividere con santa Lucia qualche tratto umano e psichico. Biby non è sola e in questa operazione di polizia si fa accompagnare, per lenire la tensione e continuare il sogno, da “alcuni dei partecipanti della processione” della serie popolare del “mal comune, mezzo gaudio”. Biby si sta chiedendo se la sua assimilazione e identificazione a santa Lucia ha una sua verità e correttezza o se invece è un abuso blasfemo di stampo mito-maniacale. Per questo motivo chiede al suo “Io”, “hanno voluto l’attestato”, di attestare la congruenza o il delirio di questa operazione psichica di condivisione e di identificazione. Biby chiede al suo “Io” di autenticare quello che il suo “Super-Io” ha censurato, ha messo in discussione. E’ una lotta e un braccio di ferro tra le due istanze psichiche “Io” e “Super-Io” sul tema seguente: “Biby è degna di santa Lucia o è una millantatrice di credito e va punita per eccesso di supponenza?”

E come la mettiamo con i suoi bisogni sessuali, i “tombini” e le relazioni sociali, le “persone”?

Chi vivrà vedrà e saprà di tanta combutta tra sé e sé da parte della nostra protagonista del sogno.

Io pensavo di averlo e invece no, ho detto che l’avrei portato dopo. Mi sono fermata in fondo a Via Piave e dietro di me c’era una camionetta di militari che controllavano la zona.”

Biby è più creativa di quanto pensa, ha più vissuti di quanto se ne accrediti, ha un “Io” che non sta dietro a tutte le sue produzioni psichiche, ne pensa una più del diavolo, elabora più di quanto riesce a immagazzinare, insomma Biby è ricca e prospera mentalmente e sa tirarsi fuori dagli impacci e dagli impicci. Adesso le tocca di mettere a posto la sua identità psichica e aggiornarla con i tratti della santità e del carisma per essere in linea con i tempi. La processione di santa Lucia le ha tirato fuori un vissuto partecipativo particolarmente devoto e sta controllando se l’equiparazione non è sacrilega. A tale necessità si fa tallonare dal suo “Super-Io” particolarmente attrezzato alla censura e, se è il caso, anche alla repressione. Biby è sull’orlo di una crisi di nervi e sta controllando la legittimità delle sue prerogative di accreditamento alla figura umana della santa protettrice della città di Siracusa, il cui corpo è ancora venerabile in Venezia presso la chiesa omonima nel sestriere di Cannaregio. Del resto, i santi sono elaborati dalla pietà umana proprio perché danno la possibilità ai fedeli di ritrovarsi nei tratti caratteristici e di migliorarsi. I caramba, i militari”, stanno controllando “la zona” e il Super-Io” è all’erta su questa operazione di possibile contrabbando dei dati tra Biby e la santa protettrice della vista e degli occhi, Lucia dal latino “lux”.

Ho continuato a camminare e ho visto che da un balcone, era lo studio di mio marito a Corso Umberto, c’era mio fratello Salvatore e gli ho chiesto di preparare anche per me questo attestato prima che la Santa passasse da quella strada.”

Biby procede nel cammino della sua vita e ha la consapevolezza che può avere questo benedetto attestato di buona condotta e lo chiede al fratello per non chiederlo al marito, il diretto interessato di questa drammatica ma pacata psicodinamica. In sostanza Biby ha perso il marito, ma non è rimasta sola perché è circondata dai parenti e dalla gente che le vuol bene. Lei stessa è una donna ricca di emozioni e di sensazioni vitali, socievole, gradevole e affabile, per cui speso si chiede quanto degna è la sua sopravvivenza al marito e quanto degna è del marito, questa figura che entra in punta di piedi alla fine nella scena onirica a chiarire tutto il quadro. L’identificazione con santa Lucia è possibile qualora il Super-Io opera le giuste censure rispetto all’Io e più che mai all’Es che presenta bisogni e pulsioni, slanci amorosi e slanci di investimento di “libido”. Del resto, chi sopravvive al coniuge tanto amato deve pur vivere con le proprie sofferenze e con la colpa del sopravvissuto, ma anche con l’appagamento dei bisogni del corpo e della mente, gli affetti e il piacere. Questa è la lotta tra le esigenze psicofisiche in una donna che continua a vivere portando onore alla memoria del marito defunto. Passerà la processione di santa Lucia da corso Umberto e troverà Biby sul marciapiede a onorare con devozione la santa che di sofferenze ne ha subite nella sua vita e che ancora rappresenta simbolicamente la fedeltà al suo Dio, come Biby al suo uomo.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

In effetti il sogno si era concluso con questo accomodamento diplomatico tramite il fratello Salvatore per un giudizio benevolo e rispettoso della sorella, nonostante sia stata chiamata a una sofferenza anticipata nella sua vita di coppia e nella sua famiglia.

Non c’era altro da ricordare, perché quello che ha sognato Biby, scatenato dai festeggiamenti della santa protettrice della sua città, è completo ed esauriente. Bisognava soltanto decodificarlo per capirlo.

Nulla da aggiungere anche da parte mia, se non l’auspicio per Biby di giorni sereni e vissuti alla grande con un bell’Io e con un Super-Io da tenere sotto controllo e da ridimensionare quando esagera.

La sopravvivenza non è una colpa e tanto meno un peccato mortale.

LA MATERNITA’ EDIPICA

TRAMA DEL SOGNO

“Camminavo da sola a passo svelto per le strade di una periferia cittadina, costeggiando una massicciata ferroviaria e arterie a scorrimento veloce, fino ad arrivare in un bellissimo acquitrino con un’erba verde brillante.

C’era una luce fredda, invernale. Era giorno.

In questa lunga camminata incontravo molte persone della mia vita, da quelle importanti a quelle marginali, ma restavano ai bordi del mio passaggio.

Infine giungevo in una bellissima città, che aveva come punto di accesso un largo su cui si affacciavano le case. Due di queste, affiancate, mi colpivano per la loro bellezza: una, la più grande, era color blu pavone e l’altra era giallo zafferano. Due meravigliosi colori resi più intensi da una luce che dal mare, che era alle mie spalle, si stampava sulla loro facciata.

Era l’ora che precede di qualche minuto il tramonto, fine estate. Sapevo di trovarmi a Siracusa (ma niente della città del sogno assomigliava alla vera Siracusa) e ad un tratto vedevo un uomo camminare a passo sicuro lungo la leggera salita che portava dal largo alle viuzze della cittadina. Non lo conoscevo, però io lo notavo.

Salendo a mia volta vedevo davanti a me, su una curva a tornante, due ragazzini, un maschio e una femmina di circa 8 e 10 anni e dicevo a quest’uomo, che era ricomparso, che erano i miei figli, avuti da due uomini diversi, dei quali non ricordavo né sembianze, né nome.

Poi lo guardavo ed ero così innamorata di lui che mi sentivo felice. Gli dicevo che ero incinta di lui e che, anche se non eravamo più giovani, io questo bambino l’avrei tenuto e non avrei fatto come con gli altri padri dei miei figli, non me ne sarei andata.

Era titubante, ma nel sogno anche lui mi amava e non diceva di no.”

Così e questo ha sognato Baba.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Camminavo da sola a passo svelto per le strade di una periferia cittadina, costeggiando una massicciata ferroviaria e arterie a scorrimento veloce, fino ad arrivare in un bellissimo acquitrino con un’erba verde brillante.”

Baba è in introspezione, sta viaggiando dentro se stessa per trovare i suoi tesori nascosti, ha una buona confidenza con se stessa e con il suo mondo interiore: “camminavo da sola a passo svelto”. “Le strade di una periferia cittadina” disegnano il progetto onirico di Baba: partire dal presente psichico per addentrarsi possibilmente in qualche arteria che velocemente porta all’immagine dello stato psichico in atto: “un bellissimo acquitrino con un’erba verde brillante”. La meta non è poi male anche se Baba ha “costeggiato una massicciata ferroviaria”, ha intravisto i suoi “fantasmi di morte” e le sue perdite depressive, tutte esperienze vissute che portano a un presente psicofisico in cui a un ristagno delle energie vitali si oppone una vivida carica di “libido”, di vitalità del corpo che vuole e della mente che desidera: “un’erba verde brillante”. E tutto questo andare avviene secondo le direttive di “arterie a scorrimento veloce”, di una consolidata “coscienza di sé” che spazia e si muove con disinvoltura e speditezza. L’introspezione iniziale viene confermata insieme alla “brillante” confidenza che Baba ha con se stessa.

C’era una luce fredda, invernale. Era giorno.”

Baba rievoca con la giusta freddezza l’evento psichico che sta preparando in sogno con tutte le precauzioni per non fare scattare il risveglio tramite la coincidenza del “contenuto latente” con il “contenuto manifesto”, il cosiddetto incubo. La “luce fredda” è dovuta simbolicamente a una “razionalizzazione” ormai stagionata dei vissuti in questione: la ragione senza emozione, una forma metallica di rivivere le esperienze significative occorse nella vita. “Invernale” ha una chiarezza depressiva, come un voler dire “nella caduta della vitalità, nella senilità, nella stagione del tramonto”. Baba è fortemente consapevole, “era giorno”, che le emozioni sul fatto in questione sono state stemperate e addirittura liquidate, per cui può andare avanti e oltre con la massima tranquillità. Tutto è sotto il controllo dell’Io vigilante e cosciente.

Che tristezza, ragazzi!

In questa lunga camminata incontravo molte persone della mia vita, da quelle importanti a quelle marginali, ma restavano ai bordi del mio passaggio.”

Baba cammina tra l’imperioso e il solenne e al centro della sua vita in atto, delle esperienze in ballo e dei vissuti coinvolti, logicamente i suoi e soltanto i suoi. Tutto il resto e tutti gli altri sono “ai bordi del mio passaggio”. Importante e degna d’interesse è soltanto la madama che, tra il riflessivo e lo ieratico, avanza al centro della sua strada, delle esperienze in atto nella sua vita. Baba è tutta presa da sé senza narcisismo, ma con tanta buddistica consapevolezza, una “coscienza di sé” che oscilla tra la nostalgia e l’attesa, tra il dolore del ritorno e il desiderio dell’avvenire. In questo riattraversare le persone importanti e marginali della sua vita e in questo renderle presenti nella panoramica mentale del ricordo emerge la protagonista del sogno con tutta la tristezza della rievocazione e la percezione gioiosa della propria consistenza psicofisica. La santa passa e la processione avanza con la statua in prima fila. Tutto resta ai bordi del suo passaggio. Non è narcisismo, è tristezza, è l’allegoria della nostalgia. Non resta che attendere dove Baba va a parare in pompa magna.

Infine giungevo in una bellissima città, che aveva come punto di accesso un largo su cui si affacciavano le case. Due di queste, affiancate, mi colpivano per la loro bellezza: una, la più grande, era color blu pavone e l’altra era giallo zafferano. Due meravigliosi colori resi più intensi da una luce che dal mare, che era alle mie spalle, si stampava sulla loro facciata.”

La tristezza è propedeutica alla Bellezza. Non si può gustare il Bello ridendo e tanto meno sorridendo. La dimensione estetica abbisogna di quella riflessione matura che, a sua volta, ha bisogno del tempo adeguatamente vissuto nell’attesa di arrivare “in una bellissima città” e di “un largo su cui si affacciano le case”. E la Bellezza immancabilmente arriva giustamente sollecitata dal paesaggio e soprattutto dal colore, anzi dai colori “blu pavone” e “giallo zafferano”. Baba è più che mai in una “reverie” nel “reve”, in una immaginazione nel sogno, in una serie di immagini che si snoda nel teatro onirico dietro la sollecitazione dell’introspezione, di questo guardarsi dentro con confidenza e con altrettanta confidenza lasciare sfilare i ricordi in questa passerella della nostalgia, di quelle persone e di quelle storie che sono state vissute e ben sistemate nel registro adeguato.

E quale registro poteva essere più giusto di quello della Bellezza?

Baba “sublima” con la leggerezza del suo passo e dei suoi sensi il materiale psichico che tocca e condensa in “due case” e soprattutto nei “colori” di questi ricordi e di queste esperienze, “due meravigliosi colori resi più intensi da una consapevolezza che affonda le sue radici nel Profondo psichico, “dal mare che alle mie spalle”. La Bellezza è la trasfigurazione di persone e di personaggi, di “fantasmi” e di esperienze vissute, che a contatto con la Ragione trovano l’armonia dei sensi in una pacata compostezza che si stampa nella facciata delle case originalmente colorate di esotici “blu pavone” e “giallo zafferano”. Questi due colori e la luce del mare fanno il capolavoro. La curiosità nasce nel prosieguo dell’interpretazione del sogno e nell’attesa di individuare precise sagome e personaggi all’interno di queste due case. Prima è opportuno parafrasare quanto detto in maniera più chiara e pop. Baba ha recuperato dal suo passato esperienze vissute e le filtra con i canoni estetici per viverne la Bellezza, al di là delle connotazioni umane ed esistenziali

Era l’ora che precede di qualche minuto il tramonto, fine estate. Sapevo di trovarmi a Siracusa (ma niente della città del sogno assomigliava alla vera Siracusa) e ad un tratto vedevo un uomo camminare a passo sicuro lungo la leggera salita che portava dal largo alle viuzze della cittadina. Non lo conoscevo, però io lo notavo.”

Era l’ora che volge al desio e ai naviganti intenerisce il core, il tempo della caduta dei sensi in sul tramontare della vita, prima della morte, prima di godere della vita vissuta e del ricordo dei minuti fermati negli attimi. Baba ha passato i cinquant’anni e ha una piena consapevolezza del suo corpo e dei diritti del suo essere femminile in piena ottemperanza alle leggi di Natura che esigono “un tramonto in una fine estate”. Anche la coscienza del luogo, “Siracusa”, è vivida come il gusto dei vissuti sensoriali che sono associati a “un uomo”, una figura maschile che permette all’amore di Baba di riscattarsi dalle pastoie del tempo andato e delle occasioni mancate tra un dejà vu e un dejà vecu, tra un desiderio che ritorna e una nostalgia che si allontana. Baba riesuma un uomo che ha fatto entrare dentro di lei con la consapevolezza del godimento estetico dei sensi che non vogliono in alcun modo “sublimarsi” nella stagione dei saldi e degli sconti presso il centro commerciale più vicino al luogo del peccato e al suolo francese, meglio mediterraneo, meglio siracusano che non è mediterraneo e neanche francese. Questo è il luogo di Baba, il “topos” in cui ha consumato il più grande peccato della sua vita, notare un “uomo che in leggera salita cammina verso il largo delle viuzze”, un uomo che aveva già conosciuto tra i meandri della sua miscellanea di sensi brillanti e di sensazioni eclatanti, di desideri eccitati e di pulsioni cruente. Il luogo è quello che sbocca nello spazio aperto di un orgasmo vissuto con un uomo sconosciuto ma ben preciso nell’immaginazione creatrice di una bambina arzilla che tanto fantastica e altrettanto allucina. Baba finge di non essere lei la donna inquisita sull’altare dei preti politicanti, ma sa benissimo che quell’uomo è suo padre camuffato dal saio di un frate cappuccino che sale la strada che porta al convento dopo la questua, dopo aver frequentato donne di mercato e uomini peccatori. Baba è in piena rievocazione della sua “posizione edipica” e sta riesumando il padre dalle fondamenta di una città che è il suo corpo, il padre incarnato nei suoi desideri di bambina e ancora irretito nelle maglie della donna di oggi, un tempo che volge al desio e a Baba intenerisce il core. Ma Baba finge di non riconoscere le fattezze del padre, ma non può fare a meno di conoscere i segnali della sua eccitazione, del suo pentolone che bolle e ribolle tra ricordi antichi e lontani e tra desideri presenti e urgenti.

Salendo a mia volta vedevo davanti a me, su una curva a tornante, due ragazzini, un maschio e una femmina di circa 8 e 10 anni e dicevo a quest’uomo, che era ricomparso, che erano i miei figli, avuti da due uomini diversi, dei quali non ricordavo né sembianze, né nome.”

Ecco che Baba sale a sua volta e ha la piena consapevolezza che negli amplessi pericolosi, “la curva a tornante”, si corre il rischio di avere dei figli, “due ragazzini, un maschio e una femmina”, si rischia l’incesto e di avere un figlio dal padre, anzi due figli da “fantasmi” diversi ma sempre riconducibili alla figura paterna. E proprio perché si tratta del padre, la funzione onirica provvede a rappresentarlo senza rappresentarlo, senza “sembianze” e senza “nome”. I padri “ricompaiono” sempre sul luogo del delitto consumato dalle figlie birichine e vogliose, così come i figli inanellati con uomini diversi, a che non si riconosca il vento di tramontana che ha lasciato immancabilmente il posto allo scirocco dopo un periodo di bonaccia. Legge universale onirica impone che le persone senza volto e senza nome siano i genitori. Tutto merito del buon funzionamento della censura onirica e dei meccanismi di formazione e confezionamento del sogno. Nello specifico, a che non si fosse ancora capito, Baba sta sognando le pulsioni e i desideri edipici, la pulsione sessuale e il desiderio di donare un figlio, anzi due, al padre in riconoscimento del suo valore di donna matura.

Il prosieguo lo dirà nei termini chiari come l’acqua di fonte che scende dalla montagne del Trentino e che con la fantasia arrivano alle pendici di Buccheri, la dove nasce l’Anapo e dove inizia il lungo travaglio di ricerca della sua Ciane, prima della fusione acqua con acqua, prima di inabissarsi e scomparire nelle falde calcaree del vallone di Carancino.

Poi lo guardavo ed ero così innamorata di lui che mi sentivo felice. Gli dicevo che ero incinta di lui e che, anche se non eravamo più giovani, io questo bambino l’avrei tenuto e non avrei fatto come con gli altri padri dei miei figli, non me ne sarei andata.”

La felicità è la presenza di un demone dentro, l’innamoramento e l’amore sono i tormenti consapevoli di questo spirito vitale che Freud volle chiamare “libido” sulla scia di Dioniso, di Epicuro, di Nietzsche. Il demone non si lascia suggestionare dai doni della Ragione di Apollo, il demone è birichino e gode alla visione del tormento procurato per grazia ricevuta. Baba è felice perché ha una prospera vitalità che l’assiste nel cammino del tramonto e che non disdegna di abbandonarsi alle dolci trame del ricordo. Baba è incinta di lui e vuole dare parola, “gli dicevo”, a questa nuova consapevolezza di avere ancora un figlio a strascico di quelli paterni, di essersi fatta ingravidare da un uomo in proseguimento della processione del Santo paterno. Dopo due figli edipici Baba è riuscita a concedersi un figlio tutto suo che sa e odora del dopobarba di suo padre: la consapevolezza di questo mondo incubato e tenuto a lungo nel sicuro delle grate e delle griglie oniriche è la novità del tempo maturo, della terza età, quella che viene sempre prima della quarta età e dopo la seconda. Mi spiego e mi rispiego: Baba sa del suo forte e contrastato legame con il padre e del perché non si è mai legata abbastanza agli altri uomini della sua vita al punto di avere gravidanze, travagli, parti e figli da svezzare e accudire sin dal primo mese, doni dell’amore “genitale”, quello che viene dopo quello “edipico”.

Una domanda sorge spontanea come nelle migliori dizioni del giornalista nel suo antico “mi manda Lubrano”: ci sono le uova per fare la frittata adesso che non si è più giovani?

Dopo tante fughe in avanti e in retro la donna si accorge del suo amore variegato nei confronti del padre e della sua realtà di un nostalgico desiderio di potenza e di onnipotenza. Per fortuna oggi la gravidanza può essere “assistita” in onore al padre e senza quell’uomo che non è necessario in un universo in cui i figli sono delle madri e in attesa di essere di se stessi.

Era titubante, ma nel sogno anche lui mi amava e non diceva di no.”

Con i conforti religiosi si è spento il desiderio di una donna edipica e si è ricomposta la salma del padre come nelle migliori tradizioni popolari e nei più brillanti riti profani. La titubanza è la sorpresa che si mangia a piccoli bocconi prima del piatto forte e risolutivo, “anche lui mi amava”, ma soprattutto prima del “silenzio assenso” tanto caro ai prefetti della Repubblica quando non sanno che pesci pigliare, quando ignorano di saper leggere e scrivere. Baba finalmente ha sciolto il nodo e ha tagliato la testa al toro: l’immagine paterna mi ha affascinata nel corso della mia vita e adesso ho la piena consapevolezza dei condizionamenti esistenziali che mi sono data da sola ristagnando creativamente in questa “posizione psichica edipica”. E’ oltremodo ovvio che “non diceva di no” è la classica “proiezione” che si può usare come esempio illustrativo nella didattica dei novelli psicoanalisti, quelli che non ci sono più e che sicuramente non sono mai esistiti dopo di Lui. Il “controtransfert” del padre non lo sapremo mai, ma piace immaginare che il vecchio marpione sapeva ben calibrare il suo intervento in maniera compiaciuta verso la figlia procace, al fine di renderla fascinosa quel che basta per diventare una maliarda.

Buon viaggio e buon appetito, Baba!

JULIETTE

Potevi chiamarti Greco e non Grecò,

come la signora Mara,

quella donna esposta di petto

e orgogliosa delle sue mani e della sua silhouette,

vestita di nero per lutto perpetuo,

che vende elettrodomestici in via Savoia

e liquida ritualmente al cinquanta per cento anche il padre

insieme agli estrattori del succo dei melograni di Proserpina.

Credimi,

saresti sempre stata la rosa nera dei cortili di Ortigia

che dalla Mastra Rua sboccano in fila indiana alla Giudecca,

nel quartiere degli Ebrei,

in un pieno maligno di odori speziati,

intessuti di salsedine e rosmarino,

di gerani ardenti di un rosso cupo

e di alghe morte di questo mare

che sopra dorme e sotto ribolle.

Poteva essere la tua Montpellier,

mais c’est si bon.

Potevi chiamarti Giulia,

come la mia compagna di classe,

la maestra abbandonata dalla madre infame e infoiata,

che con trecce bionde e lenti spesse

coltiva ancora la sua miopia

sopra i libri ammuffiti di greco e di latino,

in un bailamme osceno a lume di candele al sego puzzolente

intrattenendosi separatamente in via Mirabella,

la tua Rue Mirabeau,

al civico 23 del rinomato Cortile dei Porci

con Quinto Orazio Flacco e Publio Ovidio Nasone

e in ammucchiata con Eschilo, Sofocle ed Euripide,

sempre secondo il rito antico di Dioniso:

la follia nella testa e la danza nel ventre.

Poteva essere la tua Paris,

mais c’est si bon.

Potevi chiamarti Lisetta,

come la donna fedele soltanto a se stessa

e libera dai tabù del tempo e della storia

che attende sul balcone fiorito di basilico e di citronella

l’amore del marinaio infedele,

il naufrago che viene dal mare per grazia ricevuta

a consegnare le vesti ancora bagnate a Poseidon,

prima di accingersi all’amplesso ferino

dentro la grotta della Pellegrina di fronte l’isolotto di Ortigia,

mentre le onde del mare Ionio sciacquano le colpe dei nobili padri greci

e sciabordano i sensi infetti dei figli incivili in un continuo gorgoglio di morte.

Poteva essere la tua Saint Germain des Près,

mais c’est si bon.

Potevi chiamarti Sabina,

come la donna rapita dalla Tramontana e dallo Scirocco

con le cateratte del cielo poggiate sul balcone,

la maliarda che giostra le sue paturnie

in mezzo a sensuali trasporti

tra i muschi lucenti e le stelle cadenti

nella valle dell’invisibile Anapo,

immersa in tanta furia di natura sincera

là dove anche il povero Ercole pose li suoi riguardi

per eccesso di zelo e codardia,

occultandosi di giorno nelle chambres odorose di madame Suzette

e ricomparendo di notte nel bistrot di Via santa Maria dei miracoli,

nei pressi della Corte des Invalides.

Poteva essere la tua Ramatuelle,

mais c’est si bon.

Potevi chiamarti Maria,

potevi chiamarti Giulia,

potevi chiamarti Lisetta,

potevi chiamarti Sabina.

Ti hanno chiamata Juliette,

battezzata dalla gente di strada Jujube,

Jujube de mon coeur,

una fille silenziosa e solitaria

dai piedi scalzi e dalle gambe irsute

con un padre da immaginer e da odiare,

papà Gerard,

e una madre partisan da gifler e da odiare,

Juliette, elle aussi et comme toi,

lui poliziotto charmant d’italica memoria e uomo inetto,

della stessa pasta dei corsari corsi

e dei dittatori di un metro e mezzo,

lei tanto presa dagli uomini e dalla politique,

in attesa della Gestapo, di Ravensbruck, di Holleischen,

per tornare assolta tra le tue braccia adoranti

e prima di partire per l’Indocina

e lasciarti per sempre sola nella Rue des Innocentes,

nei pressi del cimitero più antico e più grande di Parigi.

C’est la vie, ma chère, c’est la vie!

Contavi diciotto anni,

dopo la tragica guerra della follia e dei bottoni,

in quel di Saint Germain des Près,

nella cinica e magica Paris,

e i boulevards erano l’ombelico del tuo corpo acerbo,

il luogo dove i bambini diventavano adulti

e gli adulti diventavano bambini,

tu enfant e mademoiselle,

tu fille della rue,

tu bohèmien,

tu pulzelle,

tu artista per bellezza,

tu esistenzialista per necessità,

espulsa dalla gente,

esplosa nella vita

dietro il decomporsi dell’amore

e dei sentimenti degli uomini

che a turno facevano a gara per averti,

per avere un tuo bacio,

per il caldo bacio di una magica vagabonda

che odora di avorio e di ghiaccio,

di pan brioche e di sesamo tostato.

Tu già sai quello che vuoi,

quello che ami e ammiri,

uomini e donne,

tu sai anche saltellare con un je m’en fous

tra i viali lunghi dei Campi Elisi

appena sconnessi dalla Luftwaffe.

Tu vuoi vivere soltanto le cose belle,

il resto lo lasci agli altri,

resisti alla banalità,

muovi il corpo a ritmo e le mani a danza

lungo le spire del tuo corpo sinuoso

in quel teatro di Montmartre

ripieno di clochard e accattoni,

di invalidi e deformi,

di cocottes e gigolò,

di artisti e commedianti,

di pittori e ladri,

di ballerine e cantanti,

il meglio del meglio di Paris après la guerre.

Nella strada cerchi il companatico e la baguette,

piedi nudi,

maglione nero dolce vita

e in un nero altrettanto sucrè nei pantaloni attillati,

ultima tra gli ultimi come nel vangelo della strada,

alla ricerca del sogno dei ricchi e della lotteria dei poveri.

Ma Paris è già canaille per una jeune miserable,

selvaggia,

indomabile,

silenziosa,

bizzarra,

asociale.

Mai dire jamais.

E così Mauriac ti saluta con un sonoro “bonjour Grecò”

davanti all’Hotel des Etrangers

tra le madames truccate e incappellate,

in odore di cipria e menopausa,

tra le pimpanti ballerine del Moulin rouge

in attesa di un ricco impotente da castigare.

Mai dire jamais.

Jean Paul e Simone ti parlano dell’Essere e del Nulla,

mentre se la godono al bar du Montana

tra una puzzolente Gauloises

e un aspro cognac Courvoiser da dopoguerra.

Per te,

proprio e solo per te,

il sarto sornione e furbetto cuce e adorna

La rue des blanques manteaux

con un boia pronto a gettare nel torrente dei frati bianchi

la tete avec le chapeau di generali e vescovi,

di ammiragli e commissari,

compresa quella di papà Gerard.

Mai dire jamais.

Alla Rumerie martiniquaise Albert fuma da straniero

le sue oppiacee Safir senza stare in cielo e in terra,

nella ricerca oscena dei tuoi baci e dei tuoi abbracci.

Ma tu non sei straniera a te stessa

e cerchi l’orgasmo del sapere di sé e dell’altro

al Bar du Port Royal con Maurice,

le vieil saggio che desidera i tuoi pantaloni neri e il dolcevita buio,

la dama in nero,

la rosa nera nei bistrot e la rosa rossa nel corpo,

la femmina di buon sangue e di voce pastosa:

le philosophe e la jeune femme

che vuol sapere della vita e della morte,

dell’amore e dell’odio

del sesso e della castità,

della Bellezza e dell’Arte,

del maschio e della femmina,

della libertà e della necessità,

della razza e della menzogna,

del giusto e dell’ingiusto,

dell’essere e dell’esistere,

del tempo e dell’eterno.

La jeune femme vuol sapere anche del Niente,

le Rien,

le Rien de Rien,

e, intanto, canta e fuma,

si tocca il bel viso e le buone fattezze con sapiente ironia

nel teatrino sconnesso della Bastille

con la Viceroy all’aschisch

che le pende dalla bocca ammiccante e maliarda

come uno stendardo slanciato al vento dell’ipocrisia.

Anche Jacques s’innamora di te e delle feuilles mortes

che tappezzano in autunno les boulevards de Paris

sotto il respiro del vento del nord

e in attesa di un oblio che non arriva,

in cerca di una canzone che unisce

e ricorda soltanto che ci amavamo,

toi tu m’aimais et je t’aimais.

Ma la vita separa les amoureux senza rumore

e anche il mare cancella le orme dei loro passi sulla sabbia,

mentre l’amore silenzioso e fedele ringrazia

e non riesce a dimenticare.

E poi,

dopo la gavetta,

après ses preuves,

si va con il vento nelle poppe erette

e gli occhi pittati di carbone,

con il naso a punta che attende un ritocco,

con la silhouette da danceur

e la voce impostata da chanteuse e già buona per l’Opéra,

si va a far la chantosa elegante e sofisticata nei bistrot e nei bar,

nei cafè e nelle rumerie,

si va a carezzarsi il corpo con le mani scivolose sui fianchi ricurvi

a suggerire anzitempo ai buongustai deshabillez moi,

a cantare che le foglie sono morte

e che il nostro amore è stato bello

anche perché è finito.

Sarà anche vero,

ma ancora non basta e tu insisti.

Ce soir non lasciarmi,

ne me quitte pas,

prendimi con forza e sii generoso,

sbalordiscimi,

prendi e porta via con te una donna

che canta in piedi l’amore e la libertà,

che fa sesso con maschi e femmine,

che parla del razzismo, dell’immobilismo, della menzogna,

che da voce ai bambini felici e ai vecchi bambini felici,

a tutti quelli che si amano come bambini felici,

une femme gèniale che canta storie d’amore senza tempo,

che al Bataclan danza la sensualità del corpo

e all’Odeon si esalta in Belfagor,

une femme sensuelle et sensible

che comunica la sua verità per sconfiggere la morte

con le parole che diventano pietre preziose e milioni di poesie,

con la voce che contiene guizzi eleganti e milioni di canzoni,

con Laurence Marie che parte anzitempo per il Nulla eterno

e con l’ictus sotto i capelli ardenti di nero.

Un coup de chapeau, madame Jujube!

A Saint Germain des Près

la memoria è un piacere carnale

e nella notte color carbone echeggiano i tuoi formidabili

déshabillez toi e ne me quitte pas.

Per te ho condito parole sensate

che ben capirai,

Jujube de mon coeur.

Ti ho parlato degli amanti

qui ont vu deux fois.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 02, 11, 2020

“E VUI DURMITI ANCORA”

“E VUI DURMITI ANCORA”
O
DEL VALORE CULTURALE DELLA VERGINITA’

GLI AUTORI E IL TEMPO

Giovanni Formisano compose “E vui durmiti ancora” nel 1910, una poesia in dialetto siciliano con versi endecasillabi e con una precisa metrica. Il testo tratta di una bella e giovane donna molto parsimoniosa nell’offerta ai maschi della sua procacità, una donna costretta al pudore e alla clausura dalla Cultura. Piacevole è pensarla libera e ammirarla come un prezioso dono di madre Natura e con un pregevole corredo di bellezza, femminilità, illibatezza, potere di seduzione e capacità di scelta.
Gaetano Emanuel Calì aggiunse la musica ai versi del poeta Formisano e ne fece nell’immediato una “mattinata”, di poi una “serenata”, entrambe adatte al pianoforte, al mandolino, alla chitarra.
La lirica musicata è conosciuta dal popolo catanese senza essere pubblicata. Il tempo scorre tra un balcone e l’altro delle strade di Catania, nonché nella voce e nella musica dei menestrelli a pagamento, ma la giovane donna continua a dormire aizzando, più che mai, il desiderio dell’innamorato e aspirante amante. Tra le pietre squadrate di nera lava scivolano il ritmo e il canto nei riguardi di una donna che “angelicata” non è e che nessuno vuole che lo sia.

IERI

Cambia il tempo e la guerra incombe, la guerra Grande, una tragedia geograficamente lontana dalla Sicilia ma tanto vicina nel cuore delle madri, dei padri, delle donne, dei figli che hanno i loro figli e i loro mariti e i loro padri sul fronte e in trincea. La Patria ingrata sacrifica i suoi giovani sull’altare infame della guerra.
Corre l’anno 1916 sul fronte della Carnia con il mese di giugno. La migliore gioventù austriaca e italiana è posizionata in trincea e a un tiro di schioppo. La notte è di luna piena. Le armi tacciono e i soldati bisbigliano nel fossato fangoso. Il fante catanese Concetto Mamo accantona il fucile e pizzica le corde di una rozza chitarra secondo il ritmo giusto, mentre il fante Carmelo Tringali modula a “serenata” i versi di “E vui durmiti ancora”. Alla fine i ragazzi austriaci applaudono all’armonia, mentre i ragazzi italiani piangono alle parole e al canto.
Potenza della musica!
Per il tempo della “serenata” il Linguaggio della musica è stato la Lingua di tutti.
Questo è il racconto del sopravvissuto Salvatore Squillaci da Siracusa, tenente sul fronte carnico in quel tragico frangente storico.

OGGI

Concetto Mamo riposa nel cimitero di guerra di Fagarè della Battaglia in provincia di Treviso. Il suo corpo fu riconosciuto dalla matricola RF47197 incisa nella piastrina di alluminio che aveva al collo. La “spedizione punitiva” degli Austriaci aveva richiesto i suoi eroi. Concetto era venuto dalla lontana Sicilia nel Friuli senza sapere il perché e il modo, “picchì e piccome”. Aveva vent’anni, aveva la moglie Assuntina, aveva due figlioletti, Nuccio e Carmelo, abitava in via delle Finanze al numero 76 nella città di Catania. Quando lavorava, era bracciante agricolo.
Carmelo Tringali aveva ventidue anni e riposa nel cimitero di guerra di Redipuglia. Riconosciuto dalla matricola RF77943 incisa nella piastrina di alluminio, era morto durante la “spedizione punitiva” degli Austriaci. Era venuto dalla Sicilia nel Friuli senza sapere né leggere e né scrivere. I genitori affranti lo hanno sempre atteso e sono morti senza riabbracciarlo. Si dice che la madre si sia abbandonata al crepacuore dopo aver gridato il nome di Carmelo in “ognidove”.
Questa è la tragica storia di due morti per guerra. Sia sempre maledetta la guerra insieme a tutti coloro che la dichiarano e la professano.
A noi sopravvissuti resta la poesia di Formisano e la musica di Calì, possibilmente interpretate dalla compianta Mara Eli, anche Lei anzitempo divorata ai nostri occhi e schiacciata dalle lamiere sulla perfida strada.
Riattraversare “E vui durmiti ancora” manifestera la “grande bellezza” del prodotto psichico, così come ascoltarla sarà gradevole anche ai profani del siculo dialetto.

E’ VUI DURMITI ANCORA

“Lu suli è già spuntatu di lu mari” “Il sole è già spuntato dal mare”

Un’ardita associazione, una fausta combinazione: il “sole” e il “mare” calati nell’alba. Il “sole” condensa la razionalità vigilante dell’Io, mentre il “mare” abbraccia le oscurità psichiche. La luce della coscienza sa che il fascinoso mistero femminile si può profilare in questo semplice modo.

“e vui, biddruzza mia, durmiti ancora.” “e voi, bellezza mia,dormite ancora”

Il sonno della graziosa adolescente si attesta in una quiescenza erotica forzata e contro Natura. Il sonno è imposto ai sensi dalle mille costrizioni della Cultura. “Mia” cara e desiderata creatura, l’attesa vi rende più desiderabile. Il “mia” denota il possesso di una donna “angelicata” per pudore morale e ambita per materia verginale.

“L’aceddri sunu stanchi di cantari” “gli uccelli sono stanchi di cantare”

Gli “uccelli” condensano la “fallicità” maschile con tutta la “libido narcisistica” che ci va immancabilmente dietro in una Cultura matriarcale dove il possesso del membro virile è la condizione sociale per essere un capo formale. Il trionfo del fallo si imbatte nell’eccesso del desiderio e nella frustrazione della “libido”. Bellissima la metafora del “cantare”, dell’essere sedotto dall’attesa di un riscontro erotico, una stanchezza fatta di solipsismo e di masturbazione.

“Affriddateddri aspettanu ccà fora” “infreddoliti aspettano qua fuori”

Il rigore caldo dell’erezione si oppone al rigore freddo della morte: “rigor erectionis et rigor mortis”. Il rigore della vita è opposto al rigore della morte. Il freddo esalta la costrizione erotica e l’astinenza sessuale in unione alla metafora dell’esclusione del membro. Quest’ultimo attende soltanto di essere ammesso nella vagina intatta della giovinetta, a sua volta costretta a trattenere le pulsioni sessuali. Si palesa un simbolico avvolgimento del pene astinente da parte della calda vagina.

“Supra ssu barcuneddru su pusati” “sopra questo balconcino son posati”

Più che nel sessuale “ante portas”, l’attesa si consuma nello struggimento di un’offerta di sé alla bellezza erotica di una giovane donna. Il desiderio attende udienza e ammissione al cospetto della femminilità procace e prorompente. La scena è retoricamente poetica, quanto umiliante per l’eccitato universo maschile.

“E aspettanu quann’è ca v’affacciati” “e aspettano quand’è che vi affacciate”

La disposizione sessuale della donna si condensa nell’affacciarsi al balconcino, così come l’attesa dell’uomo si consuma sul balconcino. Il desiderio, forzatamente sublimato, accresce la sacralità e la devozione dell’ambito consumo dell’atto sessuale di un maschio rispettoso e decadente.

“Lassati stari nun durmiti cchiui” “Lasciate stare, non dormite più”

Ecco l’invocazione interessata del pretendente amante! Ecco l’invito, a mo’ di ritornello, a risolvere il conflitto dei sensi e del pregiudizio! Lasciate stare è un generico, quanto fatalistico, monito all’abbandono delle resistenze che vogliono la bella donna preda dell’astinenza e della sofferenza. Il sonno dei sensi è un pessimo compagno di viaggio nel cammino della vita.

“Ca’nzemi a iddi dintra sta vanedda” “perché insieme ad essi, dentro questa viuzza,”

Si presenta la figura dell’innamorato pretendente di tanti beni mentali e corporali. Tra gli altri maschi portatori di fallo e giustamente attratti dal fascino femminile c’è proprio lui. In questa contingenza intima della vita si presenta colui che desidera prima di amare o che ama desiderando, un attributo che non fa mai male. Si celebra il trionfo dell’amore sensoriale.

“Ci sugnu puru iu c’aspettu a vui” “ci sono anch’io che aspetto voi”

Il sentimento d’amore e il desiderio carnale si esaltano nell’attesa e nella rivalità della compagnia. Attendere non logora, ma rafforza il valore della conquista. Fuori discussione, come si può constatare da sempre, è la figura della donna a metà tra sacro e profano. La donna è fatta carico della scelta del maschio che desidera consumarne la verginità.

“Ppi viriri ssa facci accussì bedda” “per vedere questo viso così bello”

Il “viso bello” è la parte usata per il tutto: la poetica figura retorica della “sineddoche”. A tutti gli effetti il bel viso include la realtà visibile, mentre tutto il corpo è fascinosamente incluso nel particolare che si può esibire con parsimonia per lasciare spazio all’immaginazione e aizzare il desiderio. Il “viso bello” da “vedere” sembra essere quello di un’ingenua “donna angelicata” e non quello di una donna maliarda che è destinata culturalmente a essere esaltata per il suo visibile corporeo. Il resto del corpo è reso invisibile e viene negato agli altri: uno struggimento gratuito senza fine.

“Passu cca fora tutti li nuttati” “passo qua fuori tutte le nottate”

L’innamorato sa attendere perché l’attesa attizza il desiderio e rende l’istinto sensibile alla preda. La prova d’amore del maschio è l’attesa drastica, giorno e notte, vento e pioggia, sole e tenebre, per attestare l’intensità del desiderio sessuale e non certo dell’investimento platonico. Io aspetto e ti sorveglio a che tu non fugga e non ti conceda ad altro pretendente. Il tempo, che trascorre di notte senza dormire, ha il sapore di una castrazione volontaria in onore di una dea visibile. La bellezza sensuale induce alla veglia notturna nell’attesa di consumare un rito dionisiaco.

“E aspettu sulu quannu v’affacciati” “e aspetto solo quando vi affacciate.”

L’attesa è finalizzata a convincere la donna a lasciarsi andare, ad aprirsi al maschio e a disporsi all’amplesso tanto desiderato. “L’affacciarsi” è proprio la metafora sessuale di un consenso psicofisico, di una gentile concessione del proprio corpo e soprattutto della propria verginità. La pazienza maschile avrà il suo premio nell’eccitazione e nel primato. Il tutto non è vanità delle vanità, ma prestigio individuale e sociale come cultura comanda.

“Li ciuri senza i vui nun vonnu stari” “I fiori senza di voi non vogliono stare,”

Il “fiore” è un simbolo ambiguo nel suo condensare l’organo sessuale maschile e quello femminile nel periodo dell’infanzia, il “fiorellino”. Ma in questo caso è evidente il riferimento al maschio e al pene adulto. Son tanti gli uomini che desiderano la fanciulla ormai pronta all’erotismo e alla sessualità, pronta a essere onorata degnamente dai maschi anche se soltanto uno avrà la palma della vittoria e potrà consumare la sua verginità con godimento. Il maschio è fatto per la femmina e non cerca altro e tanto meno qualcosa di diverso.

“Su tutti ccu li testi a pinnuluni” “sono tutti con le teste a penzoloni;”

La metafora dell’organo sessuale maschile si evidenzia e completa nella posizione di quiescenza, prima del desiderio e dell’erezione. La “testa a penzoloni” attesta l’attesa dell’erotismo e della carica sessuale addiveniente. Il mito della verginità ispira sempre il quadro poetico e acquista una valenza seduttiva ed erotica, piuttosto che traumatica. L’attesa e il desiderio operano la “sublimazione” del necessario dolore da privazione.

“ognunu d’iddi nun voli sbucciari” “ognuno di essi non vuole sbocciare”

I maschi e il maschile sono in compagnia e in attesa. La femmina è fatta per il maschio, come si diceva in precedenza, e lo “sbocciare” del fiore maschile resiste e non lascia emergere l’orgoglio e il piacere narcisistico di una erezione naturale da donare alla donna in onore ed esaltazione della sua femminilità. Ogni rito ha il suo divieto come da mitico copione.

“si prima nun si rapi ssu barcuni” “se prima non si apre questo balcone”

La metafora del “balcone che si apre”, non per far entrare la luce del sole, come nei migliori film di Giuseppe Tornatore del tipo “Nuovo cinema Paradiso”, ma per fare uscire la procace donna alla luce del sole. Ebbene, questa metafora ritorna a confermare il desiderio classicamente maschile dell’assenso femminile e dell’accettazione implicita. L’apertura del “balcone” condensa, più che la disposizione sessuale, l’esibizione estetica e la maturazione della scelta di liberarsi dell’inutile verginità, nonché la scelta del maschio a cui concedersi e concederla come trofeo di madre Natura e di padre Cultura.

“intra li buttuneddri su ammucciati” “dentro i boccioli sono nascosti”

Ritornano i fiori maschili in quiescenza e avvolti dal protettivo prepuzio che nasconde il roseo glande, la dolce potenza della forzatura e della benefica rottura dell’imene. Il “bocciolo” è la metafora dell’avvolgimento del fiore in attesa del suo fiorire, una somiglianza per niente volgare. Tutt’altro! E’ una nobile “metafora” della discrezione naturale dello strumento del piacere e del dolore. Le cose più buone e più belle sono nascoste e si nascondono come la verità, la greca “aletheia”, letteralmente tradotta con “il senza nascondimento”.

“e aspettunu quann’è ca v’affacciati” “ “e aspettano quand’è che vi affacciate”

L’attesa non logora e non consuma, l’attesa accresce il desiderio e il valore dell’oggetto amato. Il maschi sanno attendere tanta bellezza da gustare e tanta bontà da carpire. La dea femmina non si dispone per il singolo maschio, ma per il dio maschio, per l’universo psicofisico maschile. Soltanto uno, purtuttavia, la gusterà: colui che lei sceglierà e a cui consentirà la sua crescita psicofisica tramite la perdita dell’innocenza e della verginità, colui che sa aspettare il momento in cui la donna si dispone per tanto umano evento e tanta evoluzione. La donna è per tutti, ma la deflorazione è per uno soltanto. Questo dolce trauma comporta veramente la “prima e unica volta”.

LIBERO RIATTRAVERSAMENTO DEL TESTO ITALIANO

Il sole è già spuntato dal mare   La luce della consapevolezza è emersa dalle profondità
e voi, bellezza mia, dormite ancora.  e tu, mia bellissima donna, sei ancora immersa nel sonno dei sensi.
Gli uccelli sono stanchi di cantare                   Il maschile orgoglio è stanco di desiderarti
e infreddoliti aspettano qua fuori.          e senza il calore della passione attende fuori e al freddo,
Sopra questo balconcino son posati                                         si mostra e si pavoneggia
e aspettano quand’è che vi affacciate.                  in attesa che ti apri alla gioia dei sensi.
Lasciate stare, non dormite più,                               Abbandona questa indolente inerzia
perché insieme a loro, dentro questa viuzza,           e accorgiti di me e del mio desiderio
ci sono anch’io che vi aspetto                                        che attendiamo in questa strada
per vedere questo viso così bello.                                  la rivelazione della tua bellezza.
Passo qua fuori tutte le notti                                                      Io non vivo e non dormo
e aspetto soltanto quando vi affacciate.                       nell’attesa che tu ti sveli e ti riveli.
I fiori senza di voi non vogliono stare,      Tu sei fatta per il maschio e per il suo orgoglio,
sono tutti con le teste a penzoloni;                              per la passione e non per l’inerzia.
ognuno di essi non vuole sbocciare                         Il mio corpo sa trattenere il desiderio
se prima non si apre questo balcone                            in attesa che ti disponi a ricevere
dentro i boccioli sono nascosti                                                   quel mio fuoco nascosto
e aspettano quand’è che vi affacciate.        che aspetta e che soltanto tu puoi spegnere.

Il riattraversamento e la riformulazione della poesia “E vui durmiti ancora” ha tanti echi “oraziani”, tratti e accenti poetici contenuti nel testo dialettale e che sono più visibili nella nuova traduzione in lingua italiana.

IMMERSA NEL SONNO DEI SENSI

La luce della consapevolezza è emersa dalle profondità
e tu, mia bellissima donna, sei ancora immersa nel sonno dei sensi.
Il maschile orgoglio è stanco di desiderarti
e senza il calore della passione attende fuori e al freddo,
si mostra e si pavoneggia in attesa che ti apri alla gioia dei sensi.
Abbandona questa indolente inerzia
e accorgiti di me e del mio desiderio
che attendiamo in questa strada la rivelazione della tua bellezza.
Io non vivo e non dormo nell’attesa che tu ti sveli e ti riveli.
Tu sei fatta per il maschio e per il suo orgoglio,
per la passione e non per l’inerzia.
Il mio corpo sa trattenere il desiderio
in attesa che ti disponi a ricevere
quel mio fuoco nascosto che aspetta
e che soltanto tu puoi spegnere.

Salvatore Vallone
In Pieve di Soligo e nell’aprile del 2018

 

SEDUZIONE  E  COLPA “NON SEMPRE IL TEMPO LA BELTA’ CANCELLA”

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“Joly sogna una gabbietta con dentro un uccellino moribondo e con un’ala rossa che si muove appena.

Gli dà un po’ di cibo e si sente in colpa, ma non sa se il deperimento dell’uccellino è colpa sua.

Forse no. E allora si chiede perché deve sentirsi così.

Sembra che l’uccellino reagisca, ma Joly teme che non ce la farà e si sveglia.”

 

Un sogno apparentemente innocuo e insignificante, un sogno strano si manifesta intrigante nel suo vertere sulla sfera intima e sessuale in grazie ai meccanismi del “processo primario”, quello che governa l’elaborazione del sogno attraverso l’uso di una simbologia specifica. Il “contenuto manifesto” è ben lungi da simbologie intime, tanto meno sessuali; eppure, da un pietoso soccorso a un gradevole uccellino in gabbia, viene fuori un tratto depressivo in riferimento allo sfiorire delle pulsioni erotiche e alla caduta pessimistica della capacità di sedurre.

Il punto nodale della trama del sogno è il senso di colpa di Joly collegato al deperimento dell’uccellino, nonostante l’aiuto materiale del cibo che immancabilmente gli offre.

Il sogno tratta della “libido genitale”, della sessualità matura e donativa, classica della sfera adulta, quella sessualità condivisa tra maschio e femmina alla ricerca dell’appagamento orgasmico. La protagonista non esprime autostima erotica e valore sessuale: Joly è una donna non a pieno della sua consapevolezza e tende a disistimarsi, ma non rinuncia alla vendetta sul maschio svirilizzandolo, per poi assumersene le responsabilità erotiche della mancata erezione.

Andiamo avanti con la decodificazione dei simboli.

La “gabbietta” condensa la recettività sessuale femminile con una ambivalenza sentimentale di amore e di rabbia: una “proiezione” assolutoria e aggressiva verso il maschio, da un lato lo accoglie e dall’altro lo detesta.

“L’uccellino” è la traslazione simbolica del pene in quiescenza, ma il “moribondo” condensa una pulsione aggressiva di natura depressiva collegata alla perdita della virilità.

“L’ala rossa che si muove appena” è un connotato simbolico del pene e può significare il glande nel suo essere rosso, a conferma che si tratta di un simbolo fallico.

Il “dentro” rappresenta il coito e la recettività sessuale femminile, la vagina.

Joly nutre l’uccellino con un po’ di cibo, simbolo del sentimento d’amore e quanto meno indice d’affetto, una simbologia universale che apprendiamo  appena nati. Joly tenta di eccitare il pene, ma si sente in colpa perché subentra il fantasma dell’incapacità a sedurre e di dar vita, meglio vitalità, all’uccellino. Joly non sa se è colpa sua o se è un problema dell’altro. Scatta, allora, la disistima erotica, un nocivo e inopportuno protagonismo negativo da eroina tragica. Spesso capita che le donne pensano di non essere eccitanti e di non piacere al proprio partner, per cui si assumono anche la responsabilità  di una formazione psichica distorta del loro maschio, la colpa di un conflitto edipico irrisolto, un complesso molto diffuso nei figli delle mamme italiane. Il deperimento dell’uccellino è attribuibile alla mamma e al papa del maschio in questione, a quei genitori che non hanno saputo favorire l’autonomia del figlio, fissandolo al narcisismo fallico o castrandolo nella conquista della donna attraverso una continua seduzione affettiva.

Joly ha un sussulto di autocoscienza e di lucidità mentale e si assolve dalla colpa, ma si chiede perché succede a lei di sentirsi in colpa: “perché deve sentirsi così”. La risposta è che Joly è troppo comprensiva e assolve l’altro per condannare se stessa.

La parte finale del sogno celebra il timore di Joly sull’infausta sorte dell’uccellino: la convinzione negativa sulla caduta depressiva della sua sessualità e dell’erotismo, pur mantenendo la proiezione aggressiva verso il maschio.

E’ frequente il sogno del “tempo che passa e la beltà cancella”, specialmente nell’universo femminile. La paura di non piacere condensa un tratto depressivo all’interno della sfera sessuale, la caduta della vitalità e delle pulsioni erotiche: il meccanismo dello “spostamento” condensa sul maschio la crisi della “libido”, alienando in tal modo la perdita per difesa. Si tratta anche di una modalità ambigua di risolvere i conflitti di coppia: si aggredisce il partner e poi ci si punisce con la disistima, quando non ci si assoggetta per riparare il senso di colpa e ci si atteggia come mamma buona e comprensiva.

La prognosi esige l’accettazione della dimensione temporale nel suo “breve eterno” del presente in riferimento a un corpo-mente, “psicosoma”, che si evolve e si compensa: il corpo che sfiorisce ha sempre una compensazione psicofisica. E’ opportuno non aggredire il partner e non disporsi in maniera protettiva di stampo maternale e in negazione del proprio essere femminile.

Il rischio psicopatologico si attesta nel risveglio e nell’esaltazione di un tratto depressivo quiescente e foriero di una caduta della qualità della vita.

Riflessione metodologica: la sfera sessuale, erotica e genitale, contrariamente a quel che si pensa, ha una collocazione ridotta nella dimensione onirica. Nonostante il fatto che viviamo in una cultura sessuofobica e nonostante la grave carenza di un’educazione sessuale nella formazione familiare e scolastica delle giovani generazioni, i conflitti affettivi superano di gran lunga quelli sessuali nei nostri sogni, a conferma che la psiche è molto più complessa e variegata, nobile e sacra nel suo incarnarsi. Una valutazione concreta della realtà materiale, il corpo, include un’adeguata simultanea valutazione dei sentimenti e dei valori, la psiche: “materialismo” e “spiritualismo” convivono nella dimensione umana sotto le sferzate della “malattia mortale”, l’angoscia di morte, la madre dell’evoluzione culturale della Specie, la madre di tutte le guerre benefiche e malefiche. Vedi Kierkegaard e Darwin, di poi Freud.