LA “COSA” PARLA 6

LE PAROLE DI UN SOLILOQUIO

Io sono un superficiale.

Finalmente ho una nuova visione di me:

un uomo presente dappertutto e a macchia d’olio,

privo di una minima fonte di dubbio anche negli esecrabili disguidi

che quotidianamente si presentano tra me e te.

La gente soffre le relazioni: questa è la verità!

Entusiasmo e superficie,

pacatezza e profondità

portano sicuramente a situazioni limite,

quegli stati borderlines da lune stravolte

a causa della collocazione infausta dei miei cieli e dei miei pianeti.

Mi inviti ad avere fiducia in me stesso.

Io non sono un formaggino!

Io sono un uomo,

un povero uomo pieno di problemi.

E questo tu lo sai.

Il telefono in America serve solo per attraversare l’Atlantico

e gli scatti si pagano in dollari,

per cui ti manderò a dire delle mie storie

e ti farò sapere dei miei sbalzi d´umore

in questi quindici giorni transoceanici

consumati a rivendicare al tuo cospetto la mia normalità.

Cosa mi manca?

Pago il vitto e pago l’alloggio,

ma sono eternamente in fuga da te e dai miei problemi.

Se mi fermo, sicuramente miglioro.

Se corro, immancabilmente mi frastorno.

Sono immerso in una confusa dialettica del tipo “aut-aut”.

O te o me, o lei o lui.

Si tratta di gelosie antiche

che ritornano dipinte anche sul cielo brullo di New York,

un cielo brullo e senza torri ormai.

Io sono un cretino,

un tipo che parla bene soltanto per telefono;

per il resto sono sempre ostile a me stesso e agli altri.

Pronto, chi parla?”

Io, nessuno e centomila dall’altra parte del filo!

Troppa gente e tante confuse immagini.

Tu con “non chalance” lasciati andare verso “A” o verso “B”

con un pensiero rivolto al nostro passato

e con una finestra aperta sul cortile della mia vita.

Abbiamo vissuto soltanto una breve relazione a Milano,

un rapporto meneghino

che mi ha trovato ancora una volta secondo,

un gregario che conosco bene ed ho già visto.

Altro che essere o non essere!

Non é questo il problema.

La verita` é che io vengo sempre dopo un anonimo qualcun altro.

Quante storie d’amore sono finite

per lo spettro dell’uomo che c’era

e per il desiderio dell’uomo che verrà.

La nostra è una relazione fastidiosa,

consumata tra gelosia e trasgressione,

condiscendenza e complicità,

comprensione e indifferenza.

Dentro di me avrei spaccato tutto il mondo,

ma non sono riuscito neanche a muovere un dito

per chiedere il permesso di parlare.

Io sono un testardo consolatore

di donne deluse e offese da altri uomini.

In maniera ottusa peroro una visione immatura di me stesso,

nonostante quella trentina di anni che mi trascino dentro

e che stendo ogni notte sul cuscino

prima di afferrare al volo il sonno che passa

per dimenticare i tuoi inquietanti seni,

i miei pensieri oscuri,

i fatti già vissuti e le scene già viste.

Da persona precaria viaggio da solo e mi dico:

io sono la partenza e l’arrivo,

la provenienza e la destinazione.

Si tratta di una sindrome cristologica?

Non credo proprio.

Io sono una stazione polivalente al servizio di un treno

che prima o poi imbarcherà ancora una volta una donna fragile

e in fuga da se stessa: un’ennesima femmina da consolare.

Lei immancabilmente mi troverà,

mi riconoscerà

e mi prenderà al volo,

come fanno i passeri nella stagione dell’amore.

Noi due?

Noi due non abbiamo niente in comune,

siamo due perfetti emeriti sconosciuti

e io sono un maschio che non condivide la virilità con il padre

a causa del suo difficile carattere.

Se casualmente io arrivo per primo,

con eufemismo tu mi dici che va tutto bene,

nonostante l’inflazione psichica galoppante

nella mia famiglia e nel mio seme.

Ricordo,

del resto come potrei dimenticare,

che un profondo sospetto mi fu insinuato da mia madre

mentre ero accovacciato sul camion di mio padre,

un bambino ancora incredulo di fatti e ingenuo di malattie.

Impaurito mi accingevo a inseguire le fantasie,

normali e contorte,

di un´omosessualità latente da anni.

Altro che liquidazione del complesso edipico!

Ero rimasto sotto le rovine del triangolo e della Sfinge

senza conoscere del primo la base, l’altezza, i cateti e l´ipotenusa,

senza aver risposto del secondo a uno straccio di enigma,

senza averne palpato almeno le tette di pietra.

Cosa hai fatto dei tuoi genitori?

Non ho amato il padre e la madre,

non ho odiato il padre e la madre,

non ho onorato il padre e la madre,

non ho riconosciuto il padre e la madre.

E tutto quello che ho fatto o è niente o non è abbastanza.

Sono rimasto a pensare,

fermo sul guado e con lo sguardo fisso all’orizzonte

come il degno prodotto dei tanti misfatti dei miei genitori.

Per non vivere il senso di colpa della trasgressione,

mi sono detto soltanto due piccole verità:

io non somiglio a lui,

io non somiglio a lei.

A chi mi rivolgo allora?

Ho deciso.

Io non voglio somigliare a mio padre!

In tal modo ho riseminato un trauma antico.

Un bambino avvisato è mezzo salvato

e mezzo distrutto dall’indifferenza paterna e dall´interesse materno.

Non resta altro che un ultimo tango a Parigi,

un ballo disegnato da un’incerta identità sessuale.

Chi sono io?

Dove vado?

A chi mi rivolgo?

A destra e a sinistra, in alto e in basso

io ritrovo sempre i confini incerti del maschile e del femminile,

i simboli di due vite diverse e con esigenze opposte,

una bigotta e l’altra platonica.

Ma tu, mia cara amica, ti ritrovi sempre lo stesso amante

che sessualmente non funziona e non ti soddisfa,

nonostante il suo benemerito giro del mondo in ottanta giorni.

Mi sposerai a scatola chiusa,

senza addurre sospetti e reati,

ma con tutte le prove di un feeling mancato

tra un uomo e una donna,

tra me e te.

E cosi sia!

Un uomo ha dei bisogni, una donna no!

Una donna può essere soltanto un’ottima amante

e in questo si esaurisce la sua essenza.

Del resto, i rapporti sessuali non servono soltanto per avere figli

e lo sperma non migliora, come il vino nelle botti,

invecchiando nei testicoli.

Mio padre ha formato una famiglia senza senso,

ma con tre paghe in più

per tre figli in eccesso.

Io, ormai, vivo solo per me stesso

e senza priorità generiche.

Ho idee vaghe sulla famiglia

e sono disabituato a dire “bravo” a un bambino furbetto.

Io,

con ritmo marziale da caserma,

vedo di fronte a me “o sole mio”

e un orso bruno al posto di mio padre.

Di volta in volta mi viene a mancare tutto

nella speranza di non avere niente di lui.

Niente mi va bene e niente mi piace,

non mi apro e non ricevo.

Non accetto alcunché.

Sono diventato impassibile.

Creatività e bontà,

dubbio e stupidità,

drasticità e menzogna:

tante volte mi ci vedo

e tante volte mi ci specchio in questo mare di premeditazione.

Ma di chi sono le idee?

Tra i tanti difetti evitati e i tanti comprati

l’errore non esiste:

faccio sempre e solo qualcosa per punirmi.

Le donne alla fine sono in gran parte positive

e non sono tutte troie.

Queste basse considerazioni mi ricacciano nella convenienza

di avere un padre amico:

e` meglio avere un padre amico,

piuttosto che un padre nemico.

E’ solo una questione di rispetto,

anche se si esige una vittima nel gioco subdolo dei ruoli.

Io non ho un’idea.

Non so distinguere tra invidia e vanità

e non conosco l’amicizia tra un uomo e una donna.

Un rapporto senza rispetto in una casa piena di figli

non e` preferibile alle pulsioni di una relazione d’amore

che oscilla tra debito e possesso.

Cosa sarà domani di me insieme a lei?

Io,

sintesi di desiderate fonti migliori,

resto ancora a me stesso un fascinoso e miserabile punto interrogativo.

IL PADRE E IL BAMBINO

TRAMA DEL SOGNO

“Il sogno è il seguente: dapprima la visione parziale e notturna di un vecchio cimitero (pressoché monumentale, come in genere in altri miei sogni) consistente in una scala di pietra circondata da fittissimi arbusti. Alla base di essa, a destra, una cappelletta; in alto a sinistra un viottolo conduce ad un’altra cappelletta.

I miei genitori, specie mio padre che lavora al comune, mi raccontano un recente caso piuttosto strano, che molto rumore ha fatto nella nostra città: due morti, nello specifico quelli che riposano nelle due cappellette di cui sopra, hanno iniziato a decomporsi in modo abnorme.

Pare che abbiano essudato una placenta (?) la quale ha travalicato la cassa in cui sono racchiusi deteriorando orrendamente perfino le pareti interne delle rispettive cappellette, umide e scalcinate come per un lungo periodo di infiltrazioni.

I cadaveri stessi devono puzzare in maniera indicibile. Tutto ciò mi viene raccontato in Via Cavour, un viottolo del centro storico di ***. Da lì stesso, come nel pensiero, ho visione del cimitero. Provo addirittura a controllare sul mio cellulare come sia avvenuto un fatto del genere: leggo che è si raro, ma possibile.

Poi mi raccontano di un esperto chiamato da fuori per ovviare all’incidente dei cadaveri. Devono essere riesumati per potergli praticare l’asportazione degli organi interni, in particolare il cuore.

Mio padre immagina con commozione le esalazioni pestifere, di gran lunga superiori a quelle di un ordinario cadavere, che l’esperto dovrà affrontare.

Infine arriva quella che deve essere la rivelazione, ma che per la verità non mi scuote oltremodo, quasi ne fossi intrinsecamente a conoscenza: uno di quei morti, quello della cappelletta in alto è proprio mio figlio, mio figlio che è vivo, lo so, ma che ha pure un cadavere in quel cimitero.

Nutro ugualmente per lui gran pena. Penso infatti all’esperto, su come potrà mettere mano su quel corpicino decomposto, per strappargli il cuore, provando infine compassione anche per lui.

Vedo anche in scorcio l’interno della cappelletta. Quella che racchiude il corpo di mio figlio non è propriamente una cassa, ma una scatola quadrangolare piuttosto malridotta e rivestita da un foglio del genere pacchi regalo, di un azzurro a fiori sbiadito.

Come in una radiografia gialla riesco per giunta a vederne all’interno, pur se in maniera incerta, gli ossicini.

Rimprovero bonariamente i miei di non avermi detto subito la verità, anche se per il mio bene.

L’angoscia soffocante di questo sogno molto dettagliato, mi ha accompagnato per tutta la notte, in cui altri sogni, altrettanto chiari, mi riportavano alla mente il precedente, quasi ne fossero il proseguimento, ma in essi non sono più comparsi né cimiteri, né cadaveri.”

Valentino

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Il sogno è il seguente: dapprima la visione parziale e notturna di un vecchio cimitero (pressoché monumentale, come in genere in altri miei sogni) consistente in una scala di pietra circondata da fittissimi arbusti. Alla base di essa, a destra, una cappelletta; in alto a sinistra un viottolo conduce ad un’altra cappelletta.”

Valentino è una persona attenta e precisa, intellettivamente analitica e sensibile al particolare spaziale, sentimentalmente legato alla sua storia e alla sua formazione, affettivamente controllato nell’espressione della sua interiorità. Valentino sa anche essere formale, in linea con l’ambiente temperato delle tradizioni, con i valori annessi e connessi. La sua sensibilità si sposa senza stridore con l’autocontrollo e la freddezza, quando serve e quando non guasta, come lo zucchero nel caffè degli intenditori. Con questo bagaglio psico-culturale di fondo Valentino s’imbatte in sogno nella “visione parziale e notturna di un vecchio cimitero monumentale”. Traduco l’interazione dinamica dei simboli. Valentino ha una consapevolezza crepuscolare, razionalmente poco lucida e nei fatti incompleta, del suo materiale psichico “rimosso” e pervenuto, nel corso della sua esistenza, soltanto in parte alla coscienza dell’Io e all’opera di “razionalizzazione”, sempre dell’Io, semplicemente perché le sue “resistenze” psichiche lo hanno impedito al fine di mantenere un equilibrio psicofisico e la “omeostasi” tra pulsioni opposte. In questo modo si è stabilito, in certe congrue circostanze e sotto determinati stimoli, un conflitto nevrotico dovuto al “ritorno del rimosso” e alla necessità che quest’ultimo sia gestito dai vari “processi e meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia, sempre per garantire il miglior equilibrio psicofisico e per continuare a vivere. “La scala di pietra circondata da fittissimi arbusti” conforta l’interpretazione proprio con l’ambivalenza del salire e dello scendere, così come i “fittissimi arbusti” attestano del materiale psichico “rimosso” che non riesce a vedere la luce della coscienza e della consapevolezza. Valentino può “sublimare” la sua angoscia se sale questa “scala” e può “materializzare” la sua angoscia se scende questa “scala” che condensa la psicodinamica del suo cimitero interiore, il suo “fantasma di morte” e di inanimazione, di perdita e d’inerzia. Valentino sta sognando di sé, della sua “organizzazione psichica reattiva” e dei suoi conflitti psichici, al di là delle cause scatenanti che hanno portato all’elaborazione della trama del sogno. Ma ancora non è finita la “condensazione” del cimitero di Valentino. La sua attenta analisi precisa che “alla base a destra” c’è “una cappelletta”. Traduco: ho piena consapevolezza nei pensieri e nei fatti di un mio “fantasma di morte”, mentre dell’altro “fantasma di morte” che ho sublimato, la “altra cappelletta in alto a sinistra”, devo ancora avere consapevolezza perché in parte è rimosso e il processo di presa di coscienza non è spedito e agevole. Valentino ha bonificato la sua angoscia depressiva di morte con la “materializzazione” realistica e la “sublimazione”. Questi processi hanno funzionato nel contenere l’angoscia, ma non bastano perché dalle sue maglie sfuggono tensioni e conflitti che decisamente non dispongono a una buona salute psicofisica. Simbolicamente il “viottolo” non è la bella strada aperta della “razionalizzazione” di cui Valentino ha bisogno per risolvere il materiale “rimosso” ed evitare il “ritorno del rimosso”.

I miei genitori, specie mio padre che lavora al comune, mi raccontano un recente caso piuttosto strano, che molto rumore ha fatto nella nostra città: due morti, nello specifico quelli che riposano nelle due cappellette di cui sopra, hanno iniziato a decomporsi in modo abnorme.”

Il padre, autorità in proposito, accorre in aiuto a un figlio perplesso che ha vissuto traumaticamente le sue due perdite, “cappellette”, e ha usato “processi” di difesa dall’angoscia diversi. Valentino “proietta” sul padre la sua funzione razionale per capire i traumi che si stanno profilando in queste due perdite, in queste “due cappellette”. Il sogno si compiace di precisare che due lutti sono occorsi con due “fantasmi di morte” identici: l’inanimazione traligna nella decomposizione. Un lutto è stato “sublimato”, quello “sopra”, e l’altro lutto è stato concretamente vissuto, quello “sotto”. Un lutto è stato razionalizzato, quello a “destra”, l’altro lutto tende al dimenticatoio della rimozione, quello a “sinistra”. Le due “cappellette” sono ben servite. Pur tuttavia, Valentino non si accontenta dell’angoscia di morte come perdita della vitalità, ha bisogno di introdurre l’aggravante della decomposizione, un’angoscia che appartiene ai suoi vissuti dell’infanzia, che non è un’angoscia nevrotica di “castrazione” in superamento e risoluzione della “posizione psichica edipica”, conflitto con il padre, che non è un’angoscia borderline da “perdita d’oggetto”, solitudine interiore, ma è una pericolosa angoscia di “frammentazione”, disgregazione dell’Io, vissuta ed elaborata nei primi anni di vita. Decisamente Antonello si dice in sogno che nella sua prima infanzia sono intercorsi dei traumi che hanno favorito l’elaborazione di fantasie abnormi che avevano come tema un bambino morto e chiuso in una bara e dentro una “cappelletta”. In effetti non è “abnorme” la decomposizione naturale dei corpi, ma il racconto del padre e il “molto rumore” che ha fatto non nella città, ma dentro il piccolo Valentino, l’eco psichico che è risuonato durante l’evoluzione del bambino. Uno dei “due morti” è Valentino in persona, la rappresentazione fantasmica del suo corpo inanimato. Chiediamoci il perché di questo “fantasma di morte” così pericoloso. La risposta è duplice nella sua semplicità: o Valentino da piccolo ha assistito al funerale e alla tumulazione di un bambino e ha ricamato un bel trauma, o Valentino è stato sollecitato a elaborare progressivamente il trauma sullo stimolo dei racconti macabri dei genitori improvvidi, il padre “in primis”, che si trastullavano a terrorizzare il bambino e i suoi affini e simili. Il secondo è più pericoloso del primo perché ha innescato la Fantasia e l’amplificazione dei temi mortiferi, ha allargato a dismisura il “fantasma di morte”, che di per se stesso è assolutamente naturale nel primo anno di vita perché è il prodotto della modalità di pensiero dell’universo infantile. Eppure Valentino sogna il “modo abnorme” in cui un “trauma” di morte ha nutrito e nutre il “fantasma” di morte.

Pare che abbiano essudato una placenta (?) la quale ha travalicato la cassa in cui sono racchiusi deteriorando orrendamente perfino le pareti interne delle rispettive cappellette, umide e scalcinate come per un lungo periodo di infiltrazioni.”

La precisione semantica e la puntualità linguistica attestano del lavorio costante che la Fantasia di Valentino ha operato su questi temi della morte e dei corpi in orrenda metamorfosi. Crescendo, il bambino ha apportato le pezze giustificative al suo trauma e lo ha reso complesso e sofisticato con le normali e difensive esagerazioni del caso. Queste “cappellette” e queste “bare” sono dei contenitori e, di conseguenza, hanno una simbologia femminile e materna, appartengono al corredo psicofisico della Dea Madre, la Signora della Vita e della Morte. La “placenta” che essuda e che viene fuori dal grembo è la perfetta allegoria della Morte per parto, la metafora di un aborto che lascia conseguenze non soltanto psicologiche, ma anche fisiche nella persona che l’ha vissuto, la madre in primo luogo.

Quale psicodinamica e quale psicodramma si combinano in queste succose parole e in questi acrobatici concetti che descrivono e circoscrivono il sogno orrendo di Valentino?

Valentino ha subito un lutto e ha vissuto la frustrazione della sua paternità in maniera traumatica?

Valentino rievoca in maniera simbolica un episodio reale occorso nella sua infanzia alla madre o alla sua donna in età adulta?

Una “angoscia di frammentazione” è proiettata anche sulle “cappellette” con tutto il supporto della macabra decomposizione. Quest’ultima è una fantasia dominante di Valentino bambino sottoposto alle frustate del racconto degli adulti o a un fatto reale a cui ha assistito. E’ anche possibile nella ricchezza del sogno che Valentino abbia subito il trauma di una donna che faceva fatica a restare incinta e a darli un figlio, nonostante il lungo periodo di infiltrazioni, nonostante i tanti rapporti sessuali. E magari questa donna ha subito alcuni aborti che hanno reso l’attesa di un figlio tanto desiderata e contrastata. Il sogno dice chiaramente, senza precisare i particolari, la psicodinamica e il possibile svolgimento di questi fatti e di questi traumi. Resta assodata l’ambivalenza tra la realtà vissuta e l’elaborazione della Fantasia sul tema della maternità e della morte da parte di un contrastato e perplesso Valentino. Se consideriamo i “segni” linguistici, le parole e la semantica, i “significanti” e i “significati”, quello che vale per il solo Valentino secondo i suoi codici e quello che vale per tutti gli altri secondo la logica del vocabolario, si resta di stucco di fronte ad “abbiano essudato”, “ha travalicato la cassa”, “deteriorando orrendamente”, “cappellette umide e scalcinate” proprio per quei contenuti psicofisici a cui rimandano chi elabora e chi legge, Valentino e noi spettatori. E non si tratta soltanto di arte retorica in onore al “fantasma di morte”, di metafore, di metonimie, di sineddochi, di iperboli, di enfasi, è tutto anche secondo Natura, come Natura comanda Valentino ubbidisce e risponde.

A questo punto si spera in una migliore chiarezza della trama nel prosieguo del sogno per andare a bersaglio, almeno a un bersaglio grosso.

I cadaveri stessi devono puzzare in maniera indicibile. Tutto ciò mi viene raccontato in Via Cavour, un viottolo del centro storico di ***. Da lì stesso, come nel pensiero, ho visione del cimitero. Provo addirittura a controllare sul mio cellulare come sia avvenuto un fatto del genere: leggo che è si raro, ma possibile.”

Su queste due morti e su queste due “cappellette” Valentino ha maturato notevoli sensi di colpa che, purtroppo, non riescono a raggiungere la coscienza dell’Io per essere verbalizzati in maniera razionale e si fermano all’espressione simbolica: “i cadaveri devono puzzare in maniera indicibile”. Si conferma la tesi che Valentino da bambino ha sentito i racconti degli adulti su questi temi luttuosi e oltremodo impressionanti: “tutto ciò mi viene raccontato” in un luogo dove Valentino ha vissuto la sua infanzia. “via Cavour”. Il passaggio dal racconto all’allucinazione della Fantasia è immediato. Al racconto corrisponde in simultanea l’immagine del cimitero e l’elaborazione del tema tramite il controllo sul “cellulare”: passaggio dalla realtà alla sua allucinazione tramite la Fantasia e alla conferma tramite l’ausilio elettronico. La meraviglia di Valentino risiede sul fatto quasi magico che il pensiero e l’allucinazione vanno di pari passo. Al bambino raccontano un fatto tragico e il bambino ascolta, immagina, rappresenta dentro di sé, dà la luce alle scene e matura il suo personale “fantasma di morte”. E’ descritta in tal modo l’auto-confabulazione di Valentino infante sui temi traumatici raccontati dal padre e la ricerca di avvallo: “controllare sul mio cellulare”. Il ricorso ai tempi moderni e alla tecnologia dominante traduce il bisogno del bambino di capire e di razionalizzare. Ma Valentino non ha ancora gli strumenti logici perché è ancora un bambino. Valentino si è chiesto nel tempo come mai queste esperienze traumatiche siano capiate proprio a lui e si è reso conto dell’eccezionalità degli eventi e della verità dei fatti, siano essi racconti e siano essi allucinazioni. La Psiche è fatta così ed è anche ghiotta di narrazioni per riempirsi d’orgoglio e per pavoneggiarsi nel cortile di via Cavour.

Poi mi raccontano di un esperto chiamato da fuori per ovviare all’incidente dei cadaveri. Devono essere riesumati per potergli praticare l’asportazione degli organi interni, in particolare il cuore.”

Il bambino Valentino è stato affidato a uno psicologo, è stato portato da un “esperto” di traumi che possa curargli l’azione nefasta del “fantasma di morte” che tanto sconquasso ha procurato nel suo animo. Questi medici della psiche sono personaggi strani e non se ne vedono in giro specialmente nei tempi andati e in certi contesti refrattari alla Psicologia come l’Italia del recente passato. Questi esperti vengono “da fuori” e possibilmente dal Continente. Così diceva mia nonna Lucia negli anni sessanta in quella Sicilia fatta, come sempre, a modo suo in mezzo al Mediterraneo e con un piede in Africa e un piede in Italia. “L’incidente dei cadaveri” si può risolvere tramite la presa di coscienza del trauma subito: “devono essere riesumati”. Ma non basta, al trauma deve essere asportata la carica nervosa, l’intensità emotiva che lo tiene in vita. Ecco la psicoterapia analitica: la “razionalizzazione” del trauma o del lutto. Bisogna sviscerare i vissuti sul tema della morte e in particolare risolvere la paura e l’angoscia, i valori emotivi e neurovegetativi che tengono in vita il trauma subito e allucinato per naturale necessità difensiva. Bisogna raffreddare la carica allucinatoria e razionalizzare le esperienze che hanno portato il bambino a tanta sofferenza. A tal proposito ricordo che mia madre nel 1954 mi portò da una donna anziana per curarmi “u scantu”, la paura, e la pagò con mezzo chilo di pasta, ditalini rigati per la precisione del rinomato pastificio Conigliaro presso la borgata di Siracusa. Erano tempi eroici in cui l’infanzia era sottoposta a logorii psichici di varia natura e di una certa entità da una cultura rimasta fascista. Del resto non poteva essere diversamente perché la Cultura, come la Psiche, ha tempi evolutivi più lunghi di quelli politici. Eppure lo psichiatra e la maga erano presenti, sia pur nella loro stranezza e in concorrenza ai preti dalle nere tonache svolazzanti per le strade, a testimoniare le sponde opposte del mar Mediterraneo.

Mio padre immagina con commozione le esalazioni pestifere, di gran lunga superiori a quelle di un ordinario cadavere, che l’esperto dovrà affrontare.”

Il padre di Valentino è stato sensibile alla Psicologia e alla psicologia del figlio, dal momento che era consapevole dei danni che i traumi in riguardo ai morti procurano ai bambini e a suo figlio nello specifico. Le “esalazioni pestifere” sono proprio gli effetti dolorosi che dal Profondo psichico affiorano alla coscienza quando la “rimozione” non funziona: “ritorno del rimosso”. Di poi, bisognerà “razionalizzare” e comporre il materiale emerso destituendo la carica nervosa implicita. Questo breve capoverso è l’allegoria di un trattamento psicoterapeutico a orientamento psicoanalitico: dall’Inconscio al Conscio del primo sistema psichico freudiano, dall’Es all’Io del secondo sistema psichico sempre freudiano, dal Profondo rimosso all’Io. Il comandamento esige di riportare alla luce della coscienza il trauma dimenticato ma presente sotto forma di sintomi nel bambino e nell’adulto. Il padre di Valentino ha avuto la sensibilità di far curare il figlio ammalato di un male per quei tempi ambiguo e avvolto dal pudore e spesso dalla vergogna. Quello di Valentino non è stato del resto un semplice trauma che ha maturato un “fantasma di morte”, è stato più intenso e delicato: “le esalazioni erano di gran lunga superiori a quelle di un ordinario cadavere”. Sia dato ulteriore merito alla sensibilità del padre di Valentino. Degna di nota è l’espressione linguistica “ordinario cadavere” a cui si associa la necessità di una figura straordinaria, di un “esperto” con i controcoglioni.

Infine arriva quella che deve essere la rivelazione, ma che per la verità non mi scuote oltremodo, quasi ne fossi intrinsecamente a conoscenza: uno di quei morti, quello della cappelletta in alto è proprio mio figlio, mio figlio che è vivo, lo so, ma che ha pure un cadavere in quel cimitero.”

Valentino è padre e non si “scuote” di fronte al riconoscimento del figlio morto che è vivo e che si trova nella “cappelletta in alto”. E’, oltretutto, consapevole di questa assurdità logica da film di Totò e Peppino nel meraviglioso Neorealismo italiano degli anni cinquanta. Valentino esterna ed esibisce una consapevolezza sbalorditiva su quello che sta dicendo e affermando. E ha pienamente ragione, perché, mentre dorme, sogna secondo la Logica onirica e non secondo la Logica di Aristotele, quella che usiamo da svegli, quella che afferma che A è A e non è B. Cerco di coordinare e sintetizzo al meglio il quadro psichico ed esistenziale tempestoso. Valentino è padre, Valentino ha un figlio verso il quale nutre una profonda aggressività per motivi che per il momento non si evidenziano e questa carica nervosa la sublima, tant’è vero che il figlio si trova nella “cappelletta in alto”, di cui si è detto al momento opportuno e in precedenza. Per questo motivo non si scompone e non si adombra, perché in sogno sa che il figlio è simbolicamente morto in quanto aggredito dal padre e nella realtà è pienamente vivo e non è ben vissuto sempre dal padre. Più chiaro di così non si può, neanche con il Vetril. Però, una domanda sorge spontanea presso il popolo moralista ed è la seguente: come fa un padre a essere aggressivo con il figlio? Nelle buone parrocchie è lecita, ma nel consorzio psicoanalitico la domanda è sciocca semplicemente perché i sentimenti di amore e odio contraddistinguono la psicologia dei genitori, madre e padre senza esclusione di colpi. E come si spiega? I genitori hanno ripetuto o commutato nell’opposto il comportamento e l’atteggiamento che i genitori hanno avuto nei loro riguardi quando erano bambini. I genitori ripetono o convertono le loro matrici dimostrando di non essere autonomi dalle figure genitoriali e di non aver cercato la loro dimensione libertaria dai condizionamenti del passato e di queste figure oltremodo importanti e significative. Ancora: Valentino nutre un sentimento d’odio e di aggressività nei confronti del figlio anche per la sua “organizzazione psichica”, per la sua formazione. Sappiamo che Valentino aveva un buon rapporto con il padre anche se quest’ultimo poteva essere inquisito per avere terrorizzato il figlio in maniera maldestra raccontando di morti, di decomposizioni magiche, di placente fuori dalla bara e altro materiale tempestoso che sta bene nei film di Dario Argento e non in una normale famiglia di una città italiana. Notiamo il processo di difesa della “sublimazione” che rende nobile il sentimento negativo del padre verso il figlio, vissuto che resta incarcerato nel Profondo e quando Valentino dorme e sogna viene fuori senza colpo ferire e specialmente se è trainato da una causa scatenante, da un “resto diurno” come lo definiva Freud. Inoltre, la rivalità padre-figlio richiama la “posizione edipica”, uno stato psichico che vede il figlio insidiare il padre nel possesso della madre. E’ un conflitto per il possesso e per l’esercizio psicofisico della figura femminile, il conflitto “edipico” di Valentino si riproduce nel conflitto edipico del figlio, psicodinamica che il padre conosce bene e che possibilmente non ha ancora risolto, per cui Valentino proietta nel figlio la sua insofferenza nei riguardi del padre al tempo in cui ambiva alla conquista della madre. Può anche succedere che il padre nutri invidia verso il figlio a livello affettivo e viva il figlio come l’oggetto degli investimenti della moglie e come il rivale che gli porta via una congrua razione di affetto. In ogni modo Valentino manifesta nel sogno questa sua dimensione affettiva immatura e questa competizione innaturale nei riguardi del figlio. Questa aggressività si manifesta nella “cappelletta” sublimata che contiene la bara, che a sua volta contiene il corpo del figlio in eccezionale decomposizione.

Questa è la vera Rivelazione, quella che “non scuote oltremodo” per la sua naturale consistenza.

Nutro ugualmente per lui gran pena. Penso infatti all’esperto, su come potrà mettere mano su quel corpicino decomposto, per strappargli il cuore, provando infine compassione anche per lui.”

Il padre ha portato dallo psicologo il figlio in piena crisi psichica per l’emergere del trauma legato alla morte e prova un sentimento di “compassione”, una sofferenza che condivide con il figlio e con lo psicologo per il compito arduo che ha quest’ultimo di “strappargli il cuore”, di deprivare l’emozione affettiva dal mero fatto della morte. Lo psicoterapeuta ha il compito di aiutare il bambino a raffreddare il trauma per consentirgli di riprendere le normali attività della sua vita senza l’aggravio emotivo del trauma della morte, la famigerata angoscia. La sensazione e il sentimento della “pena” sono simbolicamente le “proiezioni” della “pietas” nei riguardi del figlio, del riconoscimento del dolore del figlio per quanto gli è occorso di altamente traumatico nell’infanzia, per questo “fantasma di morte” che gli è capitato tra capo e collo nel momento in cui non poteva e non sapeva gestirlo a causa della sua età. Il padre si è messo sulle spalle il figlio strappandolo alla sicura morte nell’incendio di Troia. Il figlio si è messo sulle spalle il padre strappandolo alla sicura morte nell’incendio di Troia. Cambiando l’ordine dei fattori il sentimento della “pietas” non cambia.

Una domanda, a questo punto, sorge ancora spontanea: Valentino sta parlando di suo figlio o di se stesso e della sua storia traumatica?

Buona la seconda. Dimenticavo: il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia che scinde l’affetto e l’emozione dal fatto e dalla rappresentazione si definisce “isolamento”. Lo psicologo esperto lo aiuterà a scindere il trauma nel fatto e nell’angoscia, meglio, aiuterà il bambino a rievocare e dare parola al trauma e a liberarsi delle sue emozioni dolorose: “catarsi” aristotelica di greca memoria. Procediamo in questo gioco onirico di rimpallo e di rimando tra padre e figlio, dialettica che ha sempre un unico attore protagonista, colui che sogna: Valentino.

Vedo anche in scorcio l’interno della cappelletta. Quella che racchiude il corpo di mio figlio non è propriamente una cassa, ma una scatola quadrangolare piuttosto malridotta e rivestita da un foglio del genere pacchi regalo, di un azzurro a fiori sbiadito.”

Valentino non è convinto della sua presa di coscienza e del processo di “sublimazione” che ha innescato sulla relazione con il figlio, che poi equivale alla sua relazione con il padre, psicodinamica che sta ripetendo in tutto e per tutto con suo figlio. Valentino vuole analizzare la qualità della relazione, chiaramente “edipica” a questo punto, e trova che la cassa del figlio morto per aggressione del padre è un oggetto sbiadito che si trova in casa e magari in uno sgabuzzino angusto e umido, una di quelle scatole dove si mettono le varie cianfrusaglie a metà tra ricordo e avarizia. L’azzurro sbiadito a fiori è il colore del maschile, un figlio maschio “rimosso” nello sgabuzzino e non adeguatamente immesso nella coscienza di padre. Valentino è un padre che ha rimosso in parte l’amore paterno perché non l’ha vissuto bene e conosciuto adeguatamente nella sua famiglia d’origine, con le sue figure genitoriali e nello specifico con la figura paterna. Valentino si è trovato ad avere un figlio e a viverlo come un rivale e un usurpatore degli affetti materni, lo stesso suo vissuto nella triangolazione edipica e riprodotto con la stampante “tridimensionale” laser. La presenza del figlio in famiglia è stimata ingombrante e il vissuto è di freddezza, gli affetti sono tralignati nell’ostilità e nell’avversione per esperienza vissuta. Questo è il figlio vivo ma morto e “sublimato” in una forma di rivalità compatibile con la politica familiare e tollerabile con le istanze sociali. Decisamente questo figlio non è stato per Valentino un buon e bel regalo da parte della moglie. Vedete cosa comportano la formazione e l’educazione psichiche dell’infanzia e come tutto il quadro appreso si tramanda e si trascina come la storia della Nutella? La nonna la dava alla mamma, la mamma alla figlia e andiamo avanti di questo passo senza cambiare gli ingredienti della saporita crema condita con l’olio di palma.

Come in una radiografia gialla riesco per giunta a vederne all’interno, pur se in maniera incerta, gli ossicini.”

Si diceva all’inizio della tendenza di Valentino alla meticolosità e alla precisione analitica, quasi una pedanteria della serie “tanto per farmi male”. Questo tratto psichico “anale” di qualità ossessivo si era evidenziato, questo ritornare sul tema per guardarlo da altra prospettiva e con compiacimento. Valentino ha tanto immaginato e tanto pensato i vissuti affettivi verso il figlio dietro la memoria del suo trauma e dietro le sferzate del suo “fantasma di morte”. Di conseguenza ha maturato questa tendenza all’ossessione, al pensiero ritornante, all’idea circolare, per cui anche in sogno si presenta questo tratto psichico di qualità “anale”. La “radiografia gialla” è un compiaciuto macerarsi in se stesso, nel bagagliaio della sua coscienza che per natura e per essenza si dirige verso il trauma per analizzare con sadismo il particolare macabro e mortifero. La curiosità morbosa di Valentino non tralascia di appagarsi con l’osservazione dei particolari, “gli ossicini”, che destano orrore prima che tenerezza. Valentino guarda dentro se stesso e analizza il residuo traumatico del suo primario “fantasma di morte”. Ricordo che non è importante quello che trova, “gli ossicini”, ma l’azione e la direzione della sua coscienza: la “intenzionalità”.

Rimprovero bonariamente i miei di non avermi detto subito la verità, anche se per il mio bene.”

La voce narrante del sogno è il padre, è quest’ultimo che racconta al figlio la sua verità sul lugubre e orrido fatto, ma in effetti è Valentino che “proietta” e “sposta” nel padre la progressiva consapevolezza del suo trauma antico. Valentino adesso sa, ha una migliore “coscienza di sé”, ha un migliore “sapere di sé” come padre e come figlio, come padre-figlio e come figlio-padre. La partita del sogno si è giocata in questo continuo rimpallo tra Valentino padre e Valentino figlio. Nella scena finale si ha nuovamente sentore della madre, “i miei genitori” dell’inizio del sogno, di una figura femminile, “i miei” di questo capoverso. Per il resto il sogno è coniugato al maschile sia tra i morti e sia tra i vivi. Valentino ritiene giusto aver “rimosso” in gran parte il trauma e il “fantasma di morte” per continuare a vivere al meglio consentito dalle tensioni emergenti di volta in volta, accetta di essersi tutelato con i “meccanismi” e i “processi psichici di difesa” dall’angoscia, ma si “rimprovera bonariamente” di non avere operato prima la presa di coscienza del materiale psichico rimosso. La “verità” è la sua “verità, non quella supposta “verità” oggettiva che non esiste, ma la “sua verità” sui “suoi vissuti” di quel fatto traumatico. E il sogno agisce da galantuomo e gli restituisce una profonda verità sempre personale, le ritornanti riflessioni che emergono in sogno dietro uno stimolo che porta alla memoria il padre e il figlio, sempre quelli di Valentino. Del resto, è Valentino l’attore unico e protagonista del suo teatro onirico e l’unico spettatore della sua platea altrettanto onirica.

L’angoscia soffocante di questo sogno molto dettagliato, mi ha accompagnato per tutta la notte, in cui altri sogni, altrettanto chiari, mi riportavano alla mente il precedente, quasi ne fossero il proseguimento, ma in essi non sono più comparsi né cimiteri, né cadaveri.”

La funzione onirica ha bonificato con il sogno il territorio psichico per mezzo della “catarsi” delle tensioni e della consapevolezza embrionale dei vissuti messi in circolazione. Valentino ha potuto visitare e accettare il suo essere figlio e il suo essere padre, ha maturato una migliore consapevolezza della paternità, ha rivisitato il valore delle figure femminili per affermarle e non rimuoverle, ha rivalutato il “fantasma di morte” e la sua “intenzionalità” verso la vita e il vivere, più che verso il rimescolamento dei fatti traumatici che fuori non esistono più e dentro si riducono a questa energia primordiale della coscienza che ha bisogno di dirigersi sempre verso un oggetto che può esistere soltanto dentro di lei. Del suo essere fuori nel mondo, chissà, nulla e tutto possiamo dire, come i giornalisti e i politici che ci fanno indegna corona.

Perché non sono più comparsi cimiteri e cadaveri?

Perché l’energia implicita nella simbologia è stata in gran parte esaurita, magari la Psiche di Valentino provvederà a offrirle altri surrogati e “spostamenti.” Resta determinante la “presa di coscienza del rimosso”, a cui l’interpretazione del sogno ha dato una valida mano.

Il resto lo farà Valentino.

LA LEZIONE DI CLAUDIO

Il video, doppiamente “virale” in tempo di “coronavirus”, presenta il bambino Claudio che si lamenta in maniera accorata e dolente con la mamma della sua condizione psicofisica. Questa reazione è da inserire tra le lezioni più belle e interessanti della Psicologia dell’età evolutiva e della Psicoanalisi dell’infanzia. Più che mai degna di nota è la fenomenologia di Claudio, come si mostra e cosa dice questo prodigioso bambino con le sue genuine rimostranze in questa drammatica contingenza epidemiologica. Claudio ha dato parola a milioni di bambini che in questo momento stanno vivendo la medesima esperienza psicofisica.

Il video è stato eseguito dalla madre e sicuramente non soltanto per mostrare la condizione psicologica del figlio, ma per dare un riscontro alla condizione dell’infanzia tutta, per essere un punto di riferimento per tutti quei bambini che da un giorno all’altro si sono trovati chiusi in casa con la famiglia e privati delle relazioni sociali e delle strutture educative e ludiche. La madre di Claudio ha voluto mostrare il figlio per denunciare il disagio psichico dei bambini e il suo atto coraggioso e malinconico ha avuto l’effetto di destare una buona sensibilità sociale verso l’universo infantile. Il video è benemerito perché denuncia e insegna, denuncia alle autorità costituite a vari livelli che i bambini esistono e non sono imbecilli, insegna concretamente ai genitori come valutare il disagio inevitabile dei figli e come comportarsi di conseguenza.

Vediamo cosa ci insegna Claudio con la sua reazione da bambino equilibrato e armonico.

Ho estrapolato le frasi salienti per analizzarle e per indicare un paradigma psichico ottimale di un bambino in salute e non certo sull’orlo di una crisi di nervi. Questo paradigma vale anche per il bambino che ogni adulto sente scalpitare dentro.

Io non posso vivere tutta la giornata chiuso in casa.”

E’ la coscienza vigilante di Claudio, il suo “Io”, a dare parola e senso alla costrizione della sua bella persona al chiuso della casa. La reazione avviene dopo un mese, per cui è assolutamente giusto che l’Io di Claudio esprima e denunci la sua incapacità di vivere tra le quattro mura domestiche, protettive quanto vuoi, ma ormai degenerate in prigione. E vero che ci sono stati i vantaggi iniziali, tutti “secondari”, di vivere la novità di non andare a scuola e di avere la mamma a portata di mano. E’ vero che sono stati accantonati i vantaggi “primari” di una vita attiva e costruttiva, piena di vitalità e di stimoli, di scambi e di novità. Adesso Claudio non riesce più a nobilitare la clausura in un sistema protettivo e affettivo, non riesce più a sublimare i suoi conflitti e i suoi tormenti in una logica necessità di sopravvivenza, non gli basta la mamma e i suoi modi di essere maestra di una innaturale e drammatica evenienza. La claustrofilia, l’amore coatto per lo spazio angusto, ha fatto il suo tempo e dopo un mese Claudio comunica alla madre e a tutto il mondo che il tempo è scaduto, non soltanto il suo tempo, ma anche quello di tutti i bambini. Ed è scaduto ampiamente. Adesso si corre il rischio di ammalarsi, ma non di “coronavirus”, di nevrosi fobica, di mettere a dura prova la propria “organizzazione psichica”, di mettere le basi dell’angoscia da panico, di ingrossare il nucleo psichico dell’aggressività e del senso di colpa.

Chiede Claudio: “frega a qualcuno tutto questo o mi devo arrangiare da solo?”

Tu mi accompagni dal nonno.”

Claudio ha pronta la soluzione umana e clinica: il nonno, la figura sacra e giusta, l’uomo veramente salvifico, colui che capisce e protegge con la sua veste austera e bambina. Claudio è perentorio, “tu mi accompagni dal nonno” e così ho e abbiamo risolto il problema. Claudio ha perso fiducia non nella mamma, ma nel suo costante richiamo al dovere. Stenta ad affidarsi alla sua figura dopo tanta sofferenza sublimata, non vuole regredire a stati precedenti del suo sviluppo psichico, non vuole ricorrere alla somatizzazione dei suoi blocchi. Claudio sa dare parola al suo disagio e sa proporre anche la soluzione: il nonno, il padre saggio e comprensivo, la tradizione e il valore culturale, colui che sa e sa insegnare. Questo è l’uomo giusto in tanto trambusto dei sensi e dei sentimenti. Claudio ha le idee molto chiare e si sa voler bene da solo. La mamma fa perno sul “Super-Io” del figlio, “bisogna” e “si deve” e “dobbiamo” e “devi”, e necessariamente si rivolge al suo “Io” con i suoi giusti ragionamenti perché trasmetta all’istanza del dovere quanto necessario per sopravvivere, prima che per legge. Ma Claudio non può allargare il suo “Super-Io” all’infinito, è innaturale, ci ha provato, è un bambino e la misura è colma. Claudio conosce bene il “principio del piacere” e il “principio di realtà”. Il “principio del dovere” ha cominciato a concepirlo e adesso si trova a subirlo. Il bambino sta dicendo alla madre: “o mi fai uscire o io mi ammalo.” Il dilemma non è esistenziale e filosofico, il dilemma è clinico. La reazione del bambino è sana, così come la sua auto-terapia.

Mi prepari la valigia e io vado dal nonno.”

Claudio ha le idee veramente chiare e ci tiene alla sua salute psicofisica. Il nonno è la via di fuga dal dolore e dalla malattia, la salvezza per un bambino che usa le parole come frecce acuminate per la drastica chiarezza e per il sodo contenuto. Claudio è pronto a partire e a lasciare la mamma senza rancore. Chissà quante volte è andato dal nonno e ha vissuto con lui. Del resto, si tratta di una notevole figura costruttiva di riferimento e oltretutto prospera per la sua evoluzione. Il nonno è una ricchezza, un patrimonio dell’umanità e un valore aggiunto. Claudio non sta chiedendo niente di eccezionale e di straordinario. La sua richiesta rientra nella normale politica della famiglia e non trasgredisce nessuna legge psichica e sociale. Adesso bisogna uscire da quello spazio chiuso che opprime e blocca le migliori energie. Claudio vive sensazioni bruttissime di inanimazione depressiva. La sua auto-terapia è andare dal nonno.

Non ce la faccio a stare dentro casa, voglio un pochino uscire.”

Claudio è stato deciso e perentorio. A questo punto si ricrede e si chiede se è proprio sicuro di poter fare a meno della mamma. Ragiona e riflette con il suo “Io” e capisce che i suoi bisogni affettivi risiedono in lei. Lui è soltanto allergico alle imposizioni del “Super-Io” sociale, ai drastici divieti e alle inumane costrizioni. Del resto, Claudio chiede di voler uscire “un pochino”, la dose giusta per ripartire verso i nuovi tormenti. Il passaggio dallo spazio chiuso della sua casa allo spazio aperto della strada gli consentirà di prendere aria psichica e di vivere un po’ di libertà. La claustrofilia non funziona più e sta tralignando nella claustrofobia. Tra rabbia e pianto viene fuori il “non ce la faccio a stare dentro casa”, la diagnosi giusta. Tra rabbia e pianto viene fuori “voglio un pochino uscire”, la terapia giusta. Il resto va da sé e si porta dietro tutto il carico dello slancio vitale e delle relazioni benefiche con le persone e con gli oggetti. Il culmine è raggiunto nel desiderio di andare a scuola.

Sono stanco, me ne voglio andare via da qua.”

Non è una fuga dal problema, non è un sotterfugio furbetto per esimersi dal suo dovere, è la soluzione al suo malessere. La stanchezza paradossalmente attesta della classica “psicoastenia”, la stanchezza appartiene al sistema psichico che non è più in grado di desiderare e di tollerare lo stato d’inerzia del corpo e del pensiero.

Non voglio, non ce la faccio più.”

Il “non voglio” non è un capriccio, è proprio la malattia del desiderio, non ho voglie, non riesco a volere nient’altro che la fine di queste drammatiche ristrettezze. Non ho più energie per tirare avanti, per trascinarmi in questo doloroso calvario.

Voglio andare in piscina.”

Voglio cimentarmi con me stesso e con gli altri, voglio mettermi alla prova, voglio ritornare alle mie rassicuranti abitudini e ai miei riti pomeridiani.

Voglio andare nel campo a giocare.”

Voglio relazionarmi nel gioco, voglio essere libero di esprimermi e di muovermi, voglio sprizzare energia da tutti i pori, voglio essere creativo e geniale.

Voglio andare a scuola.”

Voglio condividere con i miei compagni e le mie maestre i doni dell’educazione e dell’istruzione. La scuola è palestra di vita più che mai.

Voglio andare in giro e vedere gli altri.”

“Voglio”, “voglio”, “voglio”, la restrizione ha bloccato le energie genuine della volitività, un “voglio” che si traduce ho bisogno e collima con la necessità di vivere in maniera naturale. Dopo i tanti “voglio” Claudio avverte la pesante frustrazione del suo corredo psichico e si trova a vivere un “tratto depressivo” che emerge proprio quando prende coscienza dell’impossibilità di realizzare i suoi desideri e di appagare i suoi bisogni. A questo punto può scaricare l’aggressività collegata alla frustrazione magari rompendo un giocattolo, ma Claudio si rende contro che può aggredire soltanto se stesso e che può farsi male. Si congeda dalla madre e si ritira nella sua stanza dicendo:

Voglio stare un pochino da solo.”

Claudio non ha manifestato in maniera indiretta il suo “fantasma di morte”, non ha parlato della possibilità della morte, non ha seguito il discorso della madre sulla forza maggiore che costringe a stare chiusi in casa e a non incontrare nessuno, neanche il nonno, pena il pericolo del contagio e della malattia. Il bambino rimuove l’angoscia di morte e la sposta nella casa e nella costrizione al chiuso e all’inanimato. La casa è la tomba di chi vuol restare vivo.

LA LEZIONE DI CLAUDIO

Cosa ci ha insegnato Claudio, un bambino come altri milioni di bambini che sono stati e sono costretti, per non ammalarsi e per continuare a vivere, nelle pareti domestiche più o meno sicure, più o meno protettive, più o meno familiari. Claudio ci ha offerto il parametro ottimale della salute mentale in tanta disgrazia, una situazione psichica individuale e collettiva di cui ancora non possiamo essere del tutto consapevoli. Claudio è un bambino sano perché si emoziona, parla, sa, si conosce e reagisce, percorre tutte le tappe del suo psicodramma. La rabbia si interseca con le parole, mentre la consapevolezza del dovere si espia con la leggera depressione del “voglio stare un pochino solo”. Claudio deve essere assunto a modello delle nostre reazioni a siffatte reclusione e frustrazione. Se noi adulti abbiamo mantenuto il nostro Claudio dentro, possiamo essere sicuri che stiamo reagendo bene a tanta malora e con il minor danno futuro possibile. Dobbiamo vivere le emozioni, il dolore, il pianto, dobbiamo tradurli in parole con piena consapevolezza, dobbiamo riflettere sulla necessità di così grande perdita di vita da vivere e di relazioni da gustare. Dobbiamo arrabbiarci senza vergogna, dobbiamo avere una mamma da amare anche senza condividerla, dobbiamo avere un nonno come il nostro rifugio, dobbiamo conoscere i nostri desideri, dobbiamo riflettere su quale vita ci piace fare, dobbiamo accettare e assecondare l’isolamento depressivo per rafforzare le nostre riflessioni e tornare fuori dalla stanza più forti di prima e convinti che a tanto male stiamo reagendo senza farci tanto male.

GRAZIE CLAUDIO !

E A BUON RENDERE

SIAMO TUTTI ITALIANI

SIAMO TUTTI ITALIANI

SIAMO TUTTI POETI

VIVA LA BELLEZZA

Uomini e donne di mare,

svegliamo il nostro bambino e la nostra bambina dentro e diamogli la parola.

Nella quarantena pensiamo alla catarsi, purifichiamo le nostre ansie e le nostre paure convertendole nelle parole giuste per descrivere quello che stiamo provando e per condividere la nostra interiorità.

Illuminiamo il nostro poeta dentro e scriviamo la nostra poesia ripescando il linguaggio mai dimenticato della nostra infanzia e della nostra adolescenza.

L’indirizzo mail è psicosoma_vallone@libero.it

Warzappate al 3495201079

dimensionesogno.com

sarà la degna cornice per la vostra benefica disinibizione.

Vi aspetto e so che saremo in tanti

VIVA LA BELLEZZA

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), giorno 18 del mese di marzo dell’anno 2020

IL MIO AMICO GIORDANO

LA LETTERA

“Ciao Salvatore,

sono il bambino Giordano e ho nove anni. La mamma mi ha detto che sei amico dei bambini e di scriverti. Devo dirti che non riesco a dormire perché ho troppi pensieri (compiti, scuola, paura di dormire).

Vorrei che qualcuno dormisse vicino a me, ma non mio fratello. Di solito prendo sonno e dopo mi sveglio senza motivo e non riesco più a dormire. Ho paura che c’è qualcuno giù e che venga su a farmi male.

A me piace sentire la tv accesa perché mi fa addormentare. Sentire i rumori dei canali belli mi tranquillizza. Mi piace sentire la mamma che parla, che manda i messaggi alle sue amiche e manda i messaggi vocali.

Mi piace se alza a tutto volume la tv e quando tira lo sciacquone del bagno. Non prendo sonno quando qualcuno mi fa vedere brutti canali e una volta mi è rimasta impressa una cosa che la nonna mi ha fatto vedere. Adesso voglio che mi si toglie dalla mente questa cosa e prego la mamma di togliermela dalla testa.

Non riesco a dormire perché ho paura. Ieri mi era entrato fumo negli occhi e avevo paura di non poter aprire gli occhi e mio fratello era preoccupato per me.

Quando vado a dormire e non riesco a dormire, ho paura di essere sveglio soltanto io.

Dopo un po che sono sveglio, ho paura che sento i rumori e che entrano i ladri in casa e vengono su a farmi male e a prendermi. Ho paura che vengono su i mostri quando vado a dormire e chiudo gli occhi e mi sento un bruciore e non riesco a dormire.”

LA RISPOSTA

Amico mio Giordano,

ti ringrazio per le belle parole e per avermi regalato le tue paure. Io sono amico dei bambini perché sono cresciuto fuori, ma dentro sono rimasto un piccolo mascalzone. Vedrai che in qualche modo ti spiegherò quello che ti succede e così riuscirai a capire le tue paure e le butterai giù nel cesso tirando lo sciacquone, come fa la mamma ogni sera con tuo grande sollievo. Intanto tu non sei un bambino. A nove anni sei promosso “ragazzo” perché stai crescendo e il tuo corpo e la tua mente sono in evoluzione.

Hai visto quante cose pensi appena vai a letto?

Da sveglio e anche mentre dormi la tua mente e il tuo corpo continuano a lavorare, a sognare e a vivere. I pensieri ci sono sempre perché sei un ragazzo sano, i pensieri sono i tuoi pensieri e li devi amare e curare come fai con il tuo corpo dandogli da mangiare e facendo la doccia. Anche quelli che tu definisci pensieri brutti, il ladro, il mostro, le paure, i canali, sono soltanto pensieri che produci tu con la tua mente e che ti fanno paura soltanto perché pensi che potrebbero realizzarsi. Ma sono l’energia della tua mente, quella che usi anche per fare i compiti e per ragionare con la gente.

A proposito di compiti, devi essere uno scolaro bravo e diligente, devi imparare quello che ti insegnano le maestre e i maestri, ma soprattutto devi essere un buon figlio e imparare dai tuoi genitori e dai tuoi nonni. Più impari e meglio è per la tua vita futura. E’ meglio essere istruito piuttosto che un felice ignorante.

I compiti sono tanti e troppi?

Ce la fai, perché tu non sei una “mammoletta”, sei un ragazzo in gamba, uno che sta crescendo sano e bello, uno che si vuole bene, che non si lamenta e che vuole mettersi sempre alla prova. I compiti non sono il problema e tu non devi confondere le capre con i cavoli, non devi mischiare le tue paure con le azioni che ti servono per diventare “grande” in ogni senso. Allora i compiti e la scuola non devono farti paura semplicemente perché sono parte della tua vita di ragazzo che sta imparando e che sta crescendo. Lo studio non è fatica, è piacere, è la gioia di conoscere te stesso e quello che ti circonda. Come ti dicevo prima, più impari e più potere avrai nella tua vita futura. Devi essere curioso e chiedere, chiedere e ancora chiedere, devi sfruttare tutti gli adulti che ti circondano a cominciare dal papà e dalla mamma.

Passiamo adesso a tuo fratello, quello che non vorresti che dormisse vicino a te e che non può aiutarti a superare le tue paure. E’ vero che tuo fratello non ti può essere d’aiuto perché, diciamoci la verità, tu vorresti la mamma al tuo fianco in quel letto e non il fratello che in qualche modo ti porta via una parte delle attenzioni e dell’affetto dei tuoi genitori, quel fratello che spesso vivi come un rivale e un rompiscatole. In effetti è tuo fratello e ci sta bene anche lui nella famiglia.

Riesci a immaginare la tua casa senza tuo fratello?

Sì, ma per un minuto e mezzo e dopo lo cercheresti come amico, compagno di giochi e complice quando ci si deve difendere dai genitori brontoloni e stanchi e a volte anche distratti. Con tuo fratello puoi e devi soprattutto parlare, regalargli i tuoi pensieri rivestiti delle tue parole.

Sai quanto ti serve e ti fa bene parlare?

Tantissimo, perché ti scarica le tensioni e ti libera dalle paure. E poi, le tue parole sono i regali che tu fai agli altri. Stai però attento a non esagerare e a diventare antipatico. Abbandona quindi il sentimento di rivalità verso tuo fratello e vivilo come un complice, un ragazzo che ha i suoi pensieri e le sue paure, i suoi pregi e i suoi difetti, il tuo unico e irripetibile fratello insomma.

Ma che cos’è la paura di dormire?

Cosa significa il fatto che vado a letto e mi vengono in mente i brutti pensieri?

Facendo i conti all’ingrosso, caro Giordano, tu hai ancora tanto bisogno della mamma, una mamma in carne e ossa, tutta ciccia e tutta massiccia, quella che ti cura e che non ti fa mancare niente, quella che ha anche un altro figlio, quella che deve anche darsi da fare con il papà, quella che va a lavorare e che porta a casa i soldini per non farti mancare niente, quella a cui sei tanto legato e di cui sei quasi innamorato. Questo è il vero problema. Ed ecco che, quando scende la sera e arriva il buio e bisogna andare a dormire, ti viene fuori questo bel sentimento e la vorresti al tuo fianco e tutta per te. Questo è il vero problema da risolvere e non il mostro, il ladro e i brutti canali. Il tuo bel problema è la mamma e, aggiungo, anche il papà. Le tue paure sono queste: “cosa farei io se non avessi la mamma?”, “e se restassi solo?”, “e se mi abbandonassero?”. Ecco che la tua testolina matta allora pensa al ladro, al mostro e alle altre brutte cose.

Così, caro amico mio, come puoi dormire?

Se pensi alle tue paure, ti innervosisci e basta. La soluzione è questa. Non potendo eliminare il pensiero, cambia la paura in qualcosa di bello e di buono. Pensa a quanto sei legato alla mamma, alle sue abitudini, alla casa, alla famiglia, alle tue cose, ai tuoi amici, alle tue amichette, al tuo cane, al tuo gatto e al tuo elefante immaginario. Non dimenticare mai di prenderti cura della mamma e di farla contenta, ma non dimenticare che il papà ha bisogno del tuo affetto anche se è tanto impegnato nel lavoro e lo vedi poco. Cerca di frequentarlo di più e così prenderai da lui quel coraggio e quella sicurezza che adesso ti mancano soltanto perché sei un ragazzo che sta crescendo nel corpo e nella mente. Le paure falle diventare belle, trasformale come un mago in pensieri affettuosi e in fantasie, in sogni da vivere e in progetti da realizzare. Vai a letto con tutta l’allegria della tua giovane età e con tutta la spensieratezza dei tuoi desideri.

Concludo dicendoti che tutto quello che tu stai vivendo, lo vivono tutti i bambini e i ragazzi di questo mondo e senza alcuna distinzione, lo ha vissuto la mamma e il papà, lo abbiamo vissuto tutti e nello stesso modo.

Anche il tuo amico Salvatore è stato un bimbo e un ragazzo pieno di paure e di pensieri. Anch’io ho avuto una mamma bellissima e buonissima. Si chiamava Tita, era figlia di un macellaio ed era tutta ciccia e tutta trippa. Aveva il solo difetto di avere sei figli: Giovanni, Lucia, Franca, Ines, Pia e Salvatore. Io ero il più piccolo. Pensa quanto avrei dovuto soffrire se fossi stato geloso dei miei fratelli, se mi fossi lasciato prendere dal sentimento della rivalità fraterna. Anch’io sono stato innamorato della mia mamma e ho cercato sempre di godermela a più non posso insieme ai miei fratelli. Con loro ho fatto il patto di non lottare anche perché me le avrebbero date di santa ragione. Ti devo confidare che anch’io ho scritto una lettera alla mia mamma Tita nel lontano 1953.

Ti racconto.

C’era stata la guerra e c’era tanta povertà, ma noi bambini eravamo contenti di stare insieme a giocare di giorno nella strada senza macchine e, anche se avevamo tanta fame, bastava non pensarci e l’appetito passava subito. Ma la notte cominciavano i guai. Quelle paure che tu mi hai raccontato le avevo non soltanto io, ma anche tutti i miei compagni. E così ho scritto alla mia mamma Tita e le ho detto che la notte mi spaventavo per i ladri, per gli zingari, per i vecchi senza denti, per le vecchie brutte e anche per i fantasmi di cui raccontava la zia Carmela. Lei prima mi ha rassicurato e consolato, dopo mi ha portato da una vecchietta buona che mi ha spalmato l’olio santo d’oliva nella pancia e ha recitato le sue preghiere in latino. Mia madre l’ha pagata con un pugno di ceci e io sono guarito per sempre.

Ma sai perché?

Non perché credevo a quello che aveva fatto la maga, ma perché ho capito quanto mi voleva bene la mia mamma e quanto desiderava che io stessi bene. Di fronte a tutto questo mare di amore non potevo fare altro che nuotare sicuro e senza annegare. Sono diventato grande a otto anni. Da allora mi sono preso cura della mia mamma e quando avevo dieci lire compravo dieci caramelle di carrubba, cinque per lei e cinque per me. Quando avevo cento lire, compravo un arancino di riso fritto per me e uno per lei e, se avevo duecento lire, compravo un cannolo alla ricotta per me e uno per lei. Poi mi sono avvicinato a mio padre e gli ho chiesto di portarmi con lui allo stadio per la partita di calcio e, tu non ci crederai, quell’anno la squadra del Siracusa ha vinto il campionato di serie C ed è stata promossa in serie B. Pensa che gioia!

E allora, caro amico mio, vedi che stai perdendo tempo con le tue paure?

Vedi che non ti stai godendo la vita, la tua bella persona, la tua mamma, tuo fratello, tuo papà, i nonni e tutte le persone che ti vogliono bene?

E allora, “su con le recie” e “in culo alla balena”!

Mi raccomando di voler bene anche agli animali e alle piante. E se cominci a innamorarti di qualche ragazzina, ricordati che è tutta salute per te e per la mamma.

E sai ancora cosa ti dico?

Per festeggiare la tua vittoria sulle paure, pianta un albero nel terreno del nonno, un melo o un pero o quello che tu vuoi, e così ti vedrai crescere sicuro e sereno insieme a lui. Da parte mia quando andrò in Sicilia, pianterò due ulivi nel mio giardino e li chiamerò Giordano e Gregorio. Come prova manderò la foto alla tua mamma.

Caro Giordano, caro amico mio, questo è il prezzo che bisogna pagare per crescere e per crescere bene. Se adesso tu pensi alle tue paure e a quello che ti ho detto, ti accorgi che le cose più importanti sono volersi bene e voler bene, esprimere sempre le proprie emozioni e i propri sentimenti. Le altre cose sono tutte stronzate. E ricordati sempre che hai avuto un gran “culo” nascendo nella tua famiglia.

Ti voglio bene.

Credimi!

Salvatore

P.S. Ogni tanto qualche parolaccia puoi dirla. Ti fa soltanto bene scaricare i nervi quando immancabilmente arrivano. Stai lontano dal fumo che giustamente fa male agli occhi.

Concludo dicendoti che, quando non riesci a dormire, sveglia pure la mamma e tuo fratello e insieme recitate questa divertente scenetta. Sarà un problema trovare gli asini, ma so che in qualche modo ce la farai.

E se non hai capito bene le parole, ascolta questa versione.

IL MIO BAMBINO DENTRO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo in una casa davanti a un bambino che mi era stato affidato. Era quasi un neonato e se ne stava disteso mentre io lo osservavo.
Ad un tratto sentivo come una voce narrante dire che il piccolo avrebbe preso in mano un biberon, e così accadeva. La voce continuava dicendo che, disgraziatamente, dentro c’era un forte veleno.
Vedevo il bambino mangiare il contenuto del biberon, che somigliava a un favo di miele dalla consistenza morbida. Provavo paura per quello che avevo udito, tanto più che dopo poco il bambino iniziava a dare segni di sofferenza.
Mi era chiaro che il bimbo sarebbe morto e questo mi dispiaceva e spaventava.
Vedendo che cominciava a piangere, mi sforzavo di sorridergli, riuscendo a farlo calmare e mettergli addirittura allegria.
Poi il bambino cambiava aspetto, sembrava come cresciuto rapidamente. Non mi era chiaro, ma sembrava una ragazzina con capelli corti e ricci.
Le prendevo le mani e le dicevo che mi dispiaceva per quello che era successo. Ci dicevamo che, ad ogni modo, saremmo rimasti amici per sempre ed era come se ci stessimo dicendo addio.
Poi mi svegliavo.”

Questo sogno porta la firma di Sabino.

INTERPRETAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

L’evoluzione psicofisica è un processo naturale apparentemente semplice e realmente complesso. Un uomo adulto si porta sempre dentro un bambino, il suo essere stato “bambino”, una creatura che deve costantemente curare, considerare e amalgamare con la realtà “in fieri” del suo presente, con le mille sfaccettature della sua quotidianità e con le tante novità agognate nel bene e nel male. L’ infanzia è la radice psichica della vita adulta: leggi a proposito il testo omonimo di Melanie Klein. I “fantasmi”, elaborati quando eravamo senza parola (“in-fante”) e con i sensi esaltati (“allucinazioni)”, si riversano massicciamente nell’età adulta, si rielaborano in maniera sofisticata e si evolvono in una “organizzazione psichica reattiva”, la sostanza o la struttura della varia fenomenologia umana, la base dei diversi modi di apparire a noi stessi e agli altri. Quella che chiamiamo con un termine antico e nobile “Psiche” (“Vivente animato”), può essere considerata il “precipitato” di una serie di “fantasmi”, più o meno organizzati e sempre in via di evoluzione, che esige nella progressione della vita cosiddetta adulta di essere razionalizzata per essere agita con il massimo equilibrio e con il massimo profitto possibili alle condizioni date. La “consapevolezza” è essenziale in questa operazione di crescita che termina con l’elettroencefalogramma piatto, con la morte del cervello per l’appunto. Conoscere i propri “fantasmi” equivale alla “coscienza di sé” e si traduce in un’azione utile: pragmatismo psichico. Ogni età ha la sua dose progressiva e giusta di “razionalizzazione”. L’eccesso è psicopatologico e porta alla caduta della creatività e nel peggiore dei casi alle formazioni deliranti. La necessità psicologica di dare alla funzione razionale “Io” la grande responsabilità di “sapere dei fantasmi” è anche in funzione di dare equilibrio alle spinte pulsionali dell’Es e alle spinte repressive del “Super-Io”, alle rappresentazioni dell’istinto e ai divieti della legge morale. L’Io è determinante nel corso della vita e la sua azione va sempre dosata giustamente senza il sacrificio delle pulsioni e dei limiti, senza che le prime tralignino nelle inibizioni e i secondi nelle repressioni. Questa è la tesi di fondo di quella Psicoanalisi dell’Io che il secondo Freud portò avanti ridimensionando le varie cospirazioni dell’Inconscio.
Ritornando al tema del “bambino dentro” e dei “fantasmi” primari, una giusta riflessione sulla vecchiaia considera un ritorno e una rimessa in atto delle linee psichiche caratteristiche della prima formazione: “da vecchi si ritorna bambini”, recita degnamente un antico adagio. Questo fenomeno regressivo non è basato soltanto sul sentimento d’invidia verso la gioventù degli altri o sulla legittima nostalgia di un passato che non può tornare e non può essere rivissuto, si attesta soprattutto sul ritorno all’uso delle modalità di pensiero del “processo primario”. La “Fantasia” ritorna al potere nella vita quotidiana con il preciso compito di lenire e frastornare l’angoscia di una morte avvertita sempre più vicina e sentita questa volta come la propria. Dopo avere assistito a tanti traumatici funerali, risolti con l’onnipotenza della sopravvivenza e con l’ingiustizia del sopravvissuto, ci si dispone all’impossibilità di assistere alla propria cerimonia funebre e funerea.
Questa “regressione” del vecchio all’infanzia comporta l’uso dei “meccanismi psichici di difesa” arcaici, quelli più pericolosi per l’età adulta ma non per il bambino. Essi sono il “ritiro primitivo” in base al quale si fugge dalla realtà sotto le frustate dell’angoscia di morte, il “diniego” in base al quale si rifiuta e si nega la realtà della morte perché carica d’angoscia, il “controllo onnipotente” in base al quale si esercita un potere a dismisura sulla morte entrando in conflitto con la realtà e i suoi principi, la “idealizzazione” e la “svalutazione” in base alle quali si esalta e si sublima al massimo la morte per poi incorrere in pesanti delusioni, la “proiezione” e “introiezione” e “identificazione proiettiva” in base alle quali si ha una notevole difficoltà nella dialettica interno-esterno e si vede nell’altro la propria angoscia di morte, la “scissione delle imago” o “splitting” in base alla quale si sdoppiano le parti del “fantasma di morte” in “buono” e “cattivo” per incapacità a concepire la fine della vita nella sua naturale interezza, la “dissociazione” o “scissione dell’Io” in base alla quale e sempre dietro le sferzate dell’angoscia di morte l’Io si sdoppia in due persone diverse.
Questi sono i meccanismi di difesa che usa il bambino e che spesso ritornano nella vecchiaia, soprattutto nelle demenze e nei vari morbi scoperti da Tizio, da Sempronio, da Caio e anche da Bortolo. Ripeto: in effetti, si tratta del ripristino di modalità psichiche di difesa, intrise di pensiero e di affettività, che vengono ripristinate secondo poderose “regressione” e “fissazione” proprio all’età infantile. Quindi, ai suddetti “meccanismi di difesa” dall’angoscia dobbiamo aggiungere il “processo di difesa” della “regressione” che consiste nel tornare indietro e nell’ancorarsi esclusivamente a “posizioni psichiche” già vissute e sperimentate, quella “orale” nel nostro caso. In tal modo la Psiche si restringe e perde l’integrazione e l’amalgama con le altre “posizioni psichiche” (“anale”, fallico-narcisistica”, “genitale”) pur continuando ad evolversi. La “fissazione” è proprio questo attestarsi alla roccaforte della prima infanzia per perdere la consapevolezza della morte imminente e sfuggire ai morsi dell’angoscia depressiva di perdita.
Mi sono dilungato su nozioni di clinica psicopatologica accennando ad alcune psicodinamiche delle più “strane” malattie della vecchiaia.
Adesso convergo sul sogno di Sabino, questa rivisitazione della prima infanzia non nel ricordo dei fatti occorsi, ma proprio nel ripristino di un atteggiamento verso la propria “parte bambina”. Sintetizzerei, celiando, il sogno di Sabino in questo modo: “perbacco sono cresciuto e non posso essere più bambino, ho perso i processi creativi e adesso mi tocca soltanto ragionare e non più fantasticare”. La perdita dell’infanzia e di quel corredo mentale e sensoriale, di tutto quello che si poteva fare e che adesso è socialmente interdetto, trova nel sogno di Sabino una notevole espressione e denuncia: il protagonista alla fine riesce ad amalgamare nell’adulto la sua “parte bambina”.
L’interpretazione ci dirà tanto di più.
Buona lettura!

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mi trovavo in una casa davanti a un bambino che mi era stato affidato. Era quasi un neonato e se ne stava disteso mentre io lo osservavo.”

Sabino è in una fase di introspezione, di auto-rielaborazione, di riflessione, di autoanalisi, sta ripiegando e convergendo su se stesso, insomma Sabino sente in questo momento della sua vita il bisogno di guardarsi dentro, di guardare dentro “casa” sua. E in questa benefica operazione si imbatte in “un bambino”, scopre nella sua “casa” il suo essere stato bambino, una parte preziosa della sua infanzia, la parte primaria, quella dove si forma e si gioca soprattutto la qualità della vita affettiva. Nel suo presente psichico ritrova in atto alcuni vissuti e alcune modalità della sua infanzia e ha bisogno di riformularli per le emergenze della sua contingenza storica ed esistenziale. Non è il passato che ritorna magicamente pari pari nel “già vissuto”, ma sono alcune “modalità” del pensiero e del sentimento, che risalgono al passato e che si sono evolute nell’uomo adulto, a chiedere di essere ammesse alla consapevolezza e integrate meglio nella “coscienza di sé”. L’evoluzione comporta, infatti, che i vissuti del bambino si amalgamino e si trasmettano in maniera organizzata e compatta nella struttura psichica dell’uomo adulto. Questo processo è ottimale, ma non sempre avviene in maniera omogenea e distribuita. Spesso “parti psichiche” della nostra infanzia sono rimosse o espulse o estromesse o negate, insomma sono oggetto di difesa dall’angoscia da parte dei “meccanismi psichici” e non sempre questi ultimi sono prosperi. Il bambino era stato “affidato” a Sabino: meccanismo di difesa della “proiezione”. Non riuscendo in sogno a gestire l’angoscia di trovarsi davanti “parti” traumatiche e “vissuti” delicati della sua infanzia, Sabino istruisce la “proiezione” sul bambino di “parti psichiche” che lo riguardano. La “proiezione” può essere considerata una forma aggravata di “spostamento” o una forma salvifica di “traslazione”, ma è sempre un meccanismo psichico di difesa dall’angoscia. Si presenta nella osservazione riflessiva di Sabino un trauma arcaico e precoce: “un neonato” disteso. L’essere “disteso” è simbolicamente ambiguo, perché da un lato indica una forma di rilassamento e dall’altro lato condensa una forma di astenia, una caduta delle forze prossima alla morte. Trattandosi della primissima infanzia viene chiamata in causa la “posizione psichica orale” con la “libido” corrispondente. Siamo in ambito squisitamente affettivo, in assenza di lingua e a tutto favore del linguaggio del corpo, bocca e stomaco in maniera privilegiata. La Psiche di Sabino “infante” e neonato funziona in maniera allucinatoria elaborando “fantasmi”, conoscenze primarie formate da forti sensazioni. Il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia è lo “splitting” o “scissione dell’imago” perché il bambino non concepisce l’oggetto intero e lo sdoppia: “seno buono” o madre che accudisce e “seno cattivo” o madre che abbandona. La sindrome psichica, patologica per gli adulti e non per i bambini, è la “paranoia” il sentirsi perseguitato dall’angoscia di abbandono e, di poi, la depressione per la perdita dell’oggetto d’amore. Gran parte di queste teorie sono ascritte alla grande Melanie Klein.
Dopo tanta spiegazione procedo con il sogno di Sabino al meglio possibile nelle condizioni date, come nella migliore formula e forma psicofisiche di benessere.

“Ad un tratto sentivo come una voce narrante dire che il piccolo avrebbe preso in mano un biberon, e così accadeva.”

La repentinità nella presentazione del trauma si associa alla “scissione dell’Io” di Sabino nella “voce narrante”. Il senso dell’udito è allucinato nell’ascolto del messaggio della “voce” efficace in campo e fuori campo. Sabino si scinde per alleviare l’angoscia destata dal bisogno intenso del suo bambino di essere amato e di non essere abbandonato. Il “biberon” è strumento del nutrimento e simbolo dell’affetto, ma è anche un simbolo fallico, il potere della madre di nutrire o di affamare, di dare la vita o la morte. Questo bambino ha subito qualcosa in riguardo alla sfera affettiva: questo psicodramma si rappresenta nella platea onirica. Questo bambino ha sofferto tanto e non lo può riconoscere in sogno, per cui si scinde e costruisce per difesa dall’angoscia la “voce narrante”, la sua componente storica, quella che è apparentemente più fredda e può consentire il prosieguo del sonno senza che scatti l’incubo. Una valida riflessione è necessaria per capire il funzionamento della Psiche. Anche i “meccanismi di difesa” più arcaici e pericolosi sono usati nel sonno, indistintamente dalla cosiddetta normalità e dalla cosiddetta psicopatologia. “Il sogno è uguale per tutti”. Così recita, nel suo campeggiare alto sopra lo scanno della Psiche, il primo principio onirico. Ritornando a Sabino, bisogna ridire che sta cercando la sua verità e non poteva essere diversamente. Il “biberon” come simbolo fallico rievoca il potere affettivo della madre, dal momento che non può condensare alcunché di “genitale”, sessuale per intenderci. “Così accadeva” contiene il senso dell’ineluttabilità degli eventi che il bambino era costretto a vivere e su cui strutturava un buon senso di costrizione e una precoce rigidità. “Amen” equivale a “così accadeva”. Il senso del sacro è dettato dalla stato infante di Sabino e dalla situazione psicofisica in cui si è messo dormendo e sognando.

“La voce continuava dicendo che, disgraziatamente, dentro c’era un forte veleno.”

Ecco svelato o confermato l’arcano!
Si tratta della sfera affettiva. Il “biberon” contiene l’amore deteriorato della madre: “un forte veleno”. Sabino sta rievocando in sogno la sua affettività e nello specifico la sua prima infanzia in riferimento privilegiato alla figura materna e alla sensazione di freddezza e di solitudine, “fantasma depressivo di perdita”. La “voce” è la “proiezione” di una “parte di sé”, quella che ha sofferto e che continua a dire che non si è sentito amato e che ha provato una grande angoscia nel viversi solo e abbandonato come nelle migliori favole degli anni cinquanta, quelle che traumatizzavano i bambini e che venivano contrabbandate come preziosa letteratura per l’infanzia. “Forte” attesta dell’intensità del “seno cattivo”, quello che non nutre e che uccide. Melania Klein aveva visto bene nelle sue osservazioni sull’infanzia infelice dentro l’ospedale in cui prestava la sua umana e attenta opera. La “voce”, ricordo, è psicologicamente pericolosa perché è un classico indizio paranoico: il “sento le voci” è legato alla “scissione dell’Io”. Questo è il “fantasma” di Sabino in riguardo alla “parte cattiva” della madre. “Disgraziatamente” si traduce “contro la grazia”, contro il senso dell’amore materno e della compassione paterna.

“Vedevo il bambino mangiare il contenuto del biberon, che somigliava a un favo di miele dalla consistenza morbida.”

Adesso il sogno di Sabino procede chiaro e spedito dal momento che entra in funzione l’Io con le sue consapevolezze. Dopo il “biberon” ritorna un altro simbolo fallico, il “favo di miele dalla consistenza morbida”. Non è un pene in quiescenza e ricco del nettare della vita, ma è il solito “fantasma orale” degli affetti mancati e della “parte negativa della madre” o “seno cattivo”, nonché il potere fallico della possibilità di morte per abbandono. Ma il bambino mangia e meno male. Questo dato è importante non soltanto per le gioie delle madri ansiose, ma soprattutto per il prosieguo del sogno. I “fantasmi” troveranno la loro composizione emotiva e razionale.

“Provavo paura per quello che avevo udito, tanto più che dopo poco il bambino iniziava a dare segni di sofferenza.”

L’affettività di Sabino si è costruita in maniera contrastata e congloba l’angoscia dell’abbandono e la “paura” della solitudine nella normalità dei conflitti relazionali; questi sono i tratti psichici caratteristici del protagonista. La “paura” non deve mai far paura perché verte su un oggetto reale e comporta la consapevolezza. All’incontrario della “fobia” che verte su un oggetto traslato e di cui non si è consapevoli. La ”angoscia”, in conclusione, è uno stato psicofisico critico e comporta il dolore acuto di quel “qualcosa che non so” e che alla fine si riduce nell’imminenza della morte per espiazione del senso di colpa. Sabino, al di là di queste brevi linee teoriche, può continuare a sognare e a dormire perché il suo conflitto affettivo si sta risolvendo nel migliore modo possibile alle condizioni date. Questa è la funzione taumaturgica che la Psiche deve sempre esercitare molto bene e non soltanto in sogno. La “sofferenza” equivale a un portarsi dentro molte emozioni, tante paure e poca consapevolezza. La “sofferenza” è un viaggio con tante valigie piene di vestiti stropicciati e messi dentro alla rinfusa.

“Mi era chiaro che il bimbo sarebbe morto e questo mi dispiaceva e spaventava.”

Che bella notizia!
Sabino è adesso consapevole che l’Evoluzione deve fare la sua parte e come nella Chimica, “nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma”. Anche la Psiche sa, “mi era chiaro” che la crescita comporta il superamento e non la perdita dei tratti caratteristici acquisiti nei vissuti delle “posizioni psichiche” precedenti e che alla “posizione orale”, affettività, consegue l’esperienza dell’aggressività, “posizione anale”, l’esperienza dell’amor proprio esagerato, “posizione fallico-narcisistica”, e l’esperienza della sessualità condivisa, “posizione genitale”. I privilegi e i doveri, le gioie e i dolori, insomma i vissuti del passato si conservano nell’evoluzione del crescere e dell’imparare a camminare con le proprie gambe e senza dipendenze inopportune. Evolvere i fantasmi dell’infanzia non si risolve nel morire, ma rientra nella normalità assoluta del divenire delle umane cose. Il grande Eraclito diceva “panta rei”, tutto scorre e non si può scendere due volte nelle acque dello stesso fiume”: rudimento metaforico dell’Evoluzione. Passiamo al sogno. Trionfa la consapevolezza dell’Io: “mi era chiaro”. Sabino sa che doveva crescere e che è cresciuto. “Sarebbe morto”? Sabino si sbaglia perché il “bambino” non muore, il bambino non deve morire, il bambino trascorre e si coniuga con l’adulto. Sabino comincia a sapere che il suo essere stato e il suo essere “bambino” possono essere isolati o addirittura negati, per cui è giusto che si spaventi della perdita depressiva di una “parte” fondamentale di sé. Il dispiacere e lo spavento contengono un’ambivalenza sentimentale, un conflitto tra desiderio e allucinazione, un giusto dolore che normalmente si accompagna alle imprese importanti della vita e soprattutto quando non tutto quello che volevamo ha visto la luce: il dolore per il “non nato di sé”.

“Vedendo che cominciava a piangere, mi sforzavo di sorridergli, riuscendo a farlo calmare e mettergli addirittura allegria.”

Traduco: ogni evoluzione ha il suo prezzo da pagare perché è un passaggio che porta alla maturazione. Sabino ha il consapevole dolore della crescita e cerca la giusta consolazione a ciò che si perde e a ciò che si acquista, la consolazione della bontà dell’evoluzione. Sabino ragiona con se stesso ed esercita la giusta ironia accettando il tempo che passa con i suoi acquisti e senza alcuna perdita.
Bravo Sabino!
L’escalation della consapevolezza, del pianto, del sorriso, della calma e dell’allegria sono un tutt’uno originale tra mediazione e integrazione.

“Poi il bambino cambiava aspetto, sembrava come cresciuto rapidamente.”

Come si diceva in precedenza e come si voleva dimostrare, si cresce e ci si evolve. La consapevolezza di questa intensità porta Sabino a riprendersi dopo la “regressione” sul suo “bambino dentro”, una dimensione psichica che pensava di aver perso e che in effetti ha conservato. Il suo timore si incentrava sulla difficoltà contingente di integrarlo nella vita e nella vitalità in atto. Fotogramma dopo fotogramma il bambino è ridiventato adulto, Sabino piccolo è diventato grande. Tanta paura per nulla.

“Non mi era chiaro, ma sembrava una ragazzina con capelli corti e ricci.”

Qualche confusione è legittima e intercorre in questo viaggio onirico di andata e ritorno. Subentra il “sentimento della rivalità fraterna” e la sorellina che è stata motivo di riflessione e di turbamento affettivo. Qualche tentennamento intercorre a dimostrare che la sorella è importante nel bene e nel male. Se questa spiegazione non soddisfa, “la ragazzina con capelli corti e ricci” può rappresentare la “parte femminile” di Sabino, quella che non ha perso e ha conservato anche dopo l’identificazione nel padre. La seconda interpretazione è più profonda, ma la prima è verosimile.

“Le prendevo le mani e le dicevo che mi dispiaceva per quello che era successo.”

Sabino si riconcilia con la sua sorellina o con la sua “parte femminile” possibilmente rimossa per difesa durante il travagliato periodo dell’identificazione al maschile e dopo aver risolto la conflittualità con il padre. L’atto di “prendere le mani” ha una sacra accoglienza e una religiosa ricomposizione, nonché un doveroso ripristino dell’equilibrio psicofisico. Ormai Sabino usa a piene mani gli schemi razionali dell’Io e ha una spiegazione per ogni dubbio di prima. La paura e il dolore hanno lasciato il posto all’accomodamento della funzione vigilante “Io”. Sabino ha ricomposto “il suo bambino dentro” nel migliore dei modi: massima diligenza e coscienza.

“Ci dicevamo che, ad ogni modo, saremmo rimasti amici per sempre ed era come se ci stessimo dicendo addio.”

E vissero tutti felici e contenti. Sabino si è riconciliato con il suo bambino e dice a se stesso che l’infanzia è passata e che non torna, ma sa che si porta dentro il suo “bambino”. Tutto questo è il prezzo dell’Evoluzione. Questo è il senso “dell’addio”. Sabino ha svolto il sogno della consapevolezza progressiva della sua formazione infantile, “il suo bambino dentro”, ed è riuscito a reintegrarlo dopo aver viaggiato nel dubbio e nel dolore di una possibile perdita o di un contingente smarrimento. La riesumazione del “fantasma della madre” è dovuta all’età in cui si è collocato in sogno.

PSICODINAMICA

Il sogno di Sabino svolge la psicodinamica depressiva dell’angoscia legata alla perdita della dimensione psichica dell’infanzia: “il bambino dentro”. Coinvolge la “posizione orale” con i carichi affettivi annessi e con il coinvolgimento della figura materna. Rievoca il “processo primario”: la creatività e la Fantasia. Mostra una “regressione” con “fissazione” alla prima infanzia e un’angoscia di perdita per contingente mancata integrazione delle “parti psichiche” a essa collegate. Nella parte finale avviene la ricomposizione della “organizzazione psichica” con il recupero adeguato. Trattasi di una psicodinamica diffusa e ricorrente non soltanto nella prima giovinezza, ma in tutti quei momenti della vita in cui ci si sente costretti a ragionare e a fare gli adulti.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

Il sogno di Sabino contiene i seguenti simboli: “casa”, “bambino”, “voce”, “biberon”, “veleno”, “favo”, “sarebbe morto”, “piangere”, “ragazzina”, “capelli ricci e corti”, “addio”, “mani”. La ricchezza dei simboli rende il sogno narrativo e denso di significati latenti.
I fantasmi presenti sono quelli di “morte”, di “perdita” e della “madre”: “forte veleno” e “favo di miele”.
L’archetipo richiamato nel sogno di Sabino è quello della “Morte”.
Le istanze psichiche presenti sono l’Io, l’Es e il Super-Io. La seconda parte del sogno di Sabino è improntata all’azione di consapevolezza dell’Io: “mi era chiaro” e “vedendo” e “le dicevo”. Le pulsioni dell’Es sono rappresentate in “Mi trovavo in una casa davanti a un bambino” e “Ad un tratto sentivo come una voce narrante” e “dentro c’era un forte veleno. Vedevo il bambino mangiare il contenuto del biberon,”. L’azione limitante e morale del “Super-Io” non si evidenzia.
Il sogno di Sabino vede il dominio della “posizione psichica orale” e della “libido” corrispondente e nello specifico in “neonato” e in “biberon e in “favo di miele”.
I meccanismi psichici di difesa dall’angoscia presenti nel sogno di Sabino sono la “condensazione” in “bambino” e “biberon” e “veleno”, lo “spostamento” in “voce”, la “proiezione” in “davanti a un bambino”, la “scissione dell’Io” in “voce narrante”. La “scissione delle imago o splitting” si desume in “veleno”.
I processi psichici di difesa dall’angoscia della “regressione” e della “fissazione” sono attivi in “Mi trovavo in una casa davanti a un bambino” e in “Era quasi un neonato” e nel prosieguo del sogno.
Chiaro segno del processo psichico di difesa della “sublimazione” si trova in “Ci dicevamo che, ad ogni modo, saremmo rimasti amici per sempre ed era come se ci stessimo dicendo addio.”
Il sogno di Sabino presenta un forte tratto “affettivo” all’interno di una “organizzazione psichica orale”. Nel reintegrare il “bambino dentro” nella struttura in atto si rileva un privilegio elettivo verso la sfera degli affetti.
Le figure retoriche elaborate dal sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “casa” e in “bambino” e in “biberon”, la metonimia” o relazione logica in “voce” e in “veleno”. Pur essendo ricco di simboli, il sogno di Sabino si snoda come un racconto.
La “diagnosi” dice di una crisi contingente riguardante la sfera affettiva, di un eccesso di razionalità nell’interpretazione della realtà e nello svolgimento della vita quotidiana, per cui viene operata una “regressione” con “fissazione” alla “posizione psichica orale” per esprimere i bisogni affettivi e l’esigenza di usare la fantasia e la creatività dei “processi primari. Di poi, assolto consapevolmente il quadro, Sabino procede alla reintegrazione della “oralità” nella “organizzazione psichica reattiva” attraverso il ripristino di una buona vigilanza logica dell’Io.
La “prognosi” impone a Sabino di tenere sotto controllo l’esercizio degli investimenti affettivi e creativi al fine di evitare nostalgie e ritorni regressivi di traumi e di carenze in riguardo alla “oralità”. Deve impegnarsi a tenere compatta la struttura psichica nella sua evoluzione.
Il “rischio psicopatologico” si attesta in una “regressione” e a un ritorno di bisogni affettivi del passato in un quadro di disarmonia: isolare il “bambino dentro” e non integrarlo nell’adulto. La creatività ha il suo prezzo e i suoi rischi.
Il “grado di purezza onirica” è buono. Sabino ha raccontato il suo sogno con l’ausilio di qualche pezza logica giustificativa, ma prevalentemente la narrazione ha seguito gli eventi del sogno.
Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Sabino riguarda una crisi dell’affettività o una riflessione sulla vita sentimentale.
La “qualità onirica” è narrativa.
Il sogno di Sabino ha richiesto una certa dose di veglia, per cui è stato elaborato nella seconda o terza fase REM alla luce della sua discorsività.
Il “fattore allucinatorio” vede in esercizio attivo il senso della “vista” in “Vedevo il bambino mangiare il contenuto del biberon” ed esalta il senso “udito” in “Ad un tratto sentivo come una voce narrante dire” e in “La voce continuava dicendo che”. Una coalizione dei sensi si esprime in “Provavo paura per quello che avevo udito,” e in “Vedendo che cominciava a piangere” e in “Le prendevo le mani e le dicevo” e in “Ci dicevamo che”. La massiccia presenza del senso dell’udito rafforza la qualità narrativa del sogno.
Il “grado di attendibilità e di fallacia” è “media” perché il sogno di Sabino contiene nella sua ricchezza evocativa qualche interferenza nei vissuti che comporta una complicazione interpretativa.

DOMANDE & RISPOSTE

Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande dopo aver letto attentamente l’interpretazione del sogno di Sabino.

Domanda
Ma qual’è in termini più chiari e popolani il problema di Sabino?
Risposta
Sabino ha una vita intensa ed è costretto a ragionare in tutto quello che fa. Sente il bisogno di disimpegnarsi dalla Logica, di affidarsi alla Fantasia e agli affetti e trova difficoltà ad appagare questa sua esigenza e a risolvere questa sua emergenza. Questa può essere la situazione esistenziale e psicologica del protagonista del sogno.
Domanda
La madre cosa c’entra?
Risposta
La vita affettiva è simbolicamente ascritta a quella figura che nutre e che accudisce il bambino dopo la nascita: si definisce “madre” per l’appunto. Qualsiasi conflitto nell’affidamento e nel lasciarsi andare richiama la figura primaria che ha educato e condizionato il bambino.
Domanda
E la madre di Sabino che responsabilità ha in questa crisi del figlio?
Risposta
La madre ha fatto del suo meglio e ha messo il figlio nelle condizioni ottimali, ma non ha potuto impedire al figlio di elaborare i suoi “fantasmi” in riguardo al modo di pensare, di viverla e di sentirsi amato: splitting, fantasmi e affettività.
Domanda
La madre può anche essere un uomo?
Risposta
Certamente. Per il bambino nei primi mesi di vita la madre non ha sesso. E’ una persona in carne e ossa e un simbolo. La madre contiene le mille pulsioni e le mille emozioni che il bambino vive. Non pensa, di certo, che la mamma è colei che mi ha generato.
Domanda
La vecchiaia è una regressione?
Risposta
La vecchiaia è sempre un’evoluzione psicofisica, a livello psicopatologico comporta la “regressione” e la fissazione” all’infanzia e a quelle modalità di pensiero e di affetto, nonché l’emergere dei conflitti latenti che i “meccanismi di difesa” hanno contenuto finché hanno potuto. Nel “Cato maior de senectute” di Marco Tullio Cicerone è già presente una psicoterapia dell’angoscia senile di morte.
Domanda
Qual’è la malattia psicologica del vecchio?
Risposta
La fuga dalla morte e per questo scopo cade a fagiolo la fuga dalla realtà: la follia.
Domanda
Cosa dovrebbe fare per evitare la demenza?
Risposta
Razionalizzare sempre la condizione psicofisica in cui si trova, amare la sua evoluzione o “amor fati”, sapere quali “meccanismi di difesa” sta usando in questo momento della sua vita, non smettere di fare “investimenti di libido”.
Domanda
E’ vero che il vecchio cerca la madre prima di morire?
Risposta
Verissimo! I vecchi si ricollegano a chi li ha generati per consolazione infantile e non perché la morte è mitologicamente femmina. La “regressione al grembo materno” è una modalità psichica di prepararsi a morire dolcemente.
Domanda
Non ho nulla da chiedere.
Risposta
Vuol dire che sono stato chiaro anche nel ripetermi.

In conclusione scelgo l’ironia di Marcello Marchesi nella canzoncina “Che bella età”, una sintesi goliardica dell’Evoluzione. Oggi avremmo tanto bisogno di mille Marcelli Marchesi per vivere meglio e avere pubblici divertimenti di buona intelligenza, ma all’orizzonte non se ne vedono. I comici si sono dati alla politica e i giornalisti fanno tanto spettacolo nel riso e nel pianto. La “satira” è un piatto ricolmo non di primizie, ma di tante frittate avariate. Non resta che esercitare una buona dose di spirito critico per mantenere la salute mentale.

 

GIORDANA IN PANTALONI

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TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

 “Giordana sogna che deve tornare a casa dopo le ferie e che sua cognata le chiede se ha un paio di pantaloni da prestarle perché i suoi sono rotti o bagnati.

Giordana dice che non ci sono problemi e intanto un bambino svuota un giocattolo cilindrico da cui escono pezzi di stoffa e altre cose.

Giordana si trova in un campeggio.”

DECODOFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Ho scelto un sogno breve e apparentemente semplice, il sogno di Giordana, anche per confermare che la linearità del “resto notturno” è più vicino all’autenticità del sogno effettivo e completo, quello che non si può carpire, dal momento che non è viziato dalle pezze logiche di sostegno. In ogni caso è valida la tesi che del sogno autentico resta una minima dose e una qualche traccia. La precaria consistenza del “resto notturno”, pur tuttavia, non è esente da tracce valide per decodificare la dinamica e l’organizzazione psichica del sognatore. Il sogno di Giordana attesta una diffusa verità: a volte la vita costringe una donna a indossare i “pantaloni”, ad assumere un atteggiamento deciso e affermativo di fronte a problematiche psico-esistenziali e a conflitti con se stessa e con gli altri. Queste circostanze sono, pur tuttavia, occasione di sofferenza e di evoluzione. Il progresso scientifico procede per errori e l’evoluzione psichica avviene per dolori. La sofferenza è sempre da evitare, eventualmente di poi da “sublimare”, ma, quando è inevitabile, bisogna riflettere sulle opportunità costruttive che questo eccesso emotivo e sentimentale può offrire.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI

L’analisi dei simboli è la seguente.

“Tornare a casa” si attesta simbolicamente in un’introspezione, in una riappropriazione del materiale psichico proiettato e alienato, in una conversione e riflessione su se stessi.

Le “ferie” rappresentano il disimpegno e la trasgressione, una momentanea fuga dalla realtà monotona di tutti i giorni, una sospensione della quotidianità  rassicurante e una finestra sul nuovo che esiste e che avanza.

La “cognata” condensa l’”alter ego”, l’alleanza di se stessi con se stessi, il rafforzamento dell’”Io” nell’intrapresa di una delicata psicodinamica.

Il “paio di pantaloni” attesta simbolicamente la forza volitiva e decisionale dell’universo maschile, il potere e l’imposizione, la sicurezza e l’autorità, l’istanza psichica “Super-Io”.

I pantaloni “rotti” condensano la perdita di potere e la crisi della sicurezza, il “deficit” deliberativo e decisionale dell’”Io”, la frustrazione e la castrazione, la crisi del “Super-Io”.

I pantaloni “bagnati” sono il simbolo di una paura di agire e di coinvolgersi, di un’eccitazione dolorosa e di uno stato di precarietà, una forma di precarietà del “Super-Io”.

Il “bambino” rappresenta la parte psichica infantile, il gioco e il sollazzo, il “principio del piacere” e la deresponsabilizzazione, la fantasia e la creatività, la “posizione fallico-narcisistica”.

L’atto dello “svuotare” condensa un rituale catartico di purificazione psicofisica, un atto di liberazione dell’inespresso, uno scarico delle tensioni legate al sistema neurovegetativo, un ripristino dell’equilibrio psicofisico turbato e il ritorno del benessere.

Il “giocattolo cilindrico” evoca simbolicamente l’organo sessuale maschile nella valenza del piacere, “libido”, e dell’esercizio erotico.

L’“uscire pezzi di stoffa e altre cose” dal giocattolo cilindrico equivale a una forma di eiaculazione, un orgasmo con polluzione, istanza “Es”.

Il “campeggio” include il simbolo della socializzazione, del vivere semplice e spontaneo, la scelta di natura e di naturale, funzione dell’istanza dell’”Io”.

PSICODINAMICA

La psicodinamica del sogno di Giordana sviluppa il “fantasma depressivo della perdita di potere” in riguardo a se stessa in primo luogo e attesta il profondo bisogno di acquistare valore di fronte a una situazione esistenziale precaria.

ANALISI

Dopo le ferie Giordana deve riprendere le normali attività della sua vita e si imbatte inequivocabilmente nei conflitti intrapsichici e relazionali. Il ritorno alla quotidianità ripropone le problematiche momentaneamente accantonate. Ma qual è il problema o il conflitto? La sua “parte maschile”! Giordana lascia affiorare nel sogno il suo rapporto con il potere e la sua convinzione di dover operare un rafforzamento in tal senso. A tal uopo deve guardarsi dentro per  recuperare la sua “androginia psichica”, in particolare la “parte maschile”, la sua volitività affermativa e la sua capacità seduttiva. La “cognata” è la chiara “proiezione” della sua crisi psichica in atto, la caduta depressiva del potere.

“Giordana sogna che deve tornare a casa dopo le ferie e che sua cognata le chiede se ha un paio di pantaloni da prestarle perché i suoi sono rotti o bagnati.”

Questo è il primo guasto da riparare.

“Non ci sono problemi”. Basta un paio di pantaloni asciutti e integri, basta riacquistare potere e autorità, basta rafforzare le funzioni dell’Io.

Ma ecco che si manifesta un altro guasto più consistente: “un bambino svuota un giocattolo cilindrico da cui escono pezzi di stoffa e altre cose.”

La “parte maschile” di Giordana è regredita e si è fissata in maniera congrua alla “libido fallico-narcisistica” per difendersi dalle offese e dalle ferite provenienti dall’ambiente. Giordana ha momentaneamente accantonato la “libido genitale”. Giordana è ferma all’autocompiacimento e non procede nel riconoscimento dell’altro e nell’esercizio degli investimenti affettivi e fusionali. La sua androginia è scompensata. Se la “parte femminile” sa riappropriarsi del suo potere e del suo fascino, la “parte maschile” si difende crogiolandosi in un brodo annacquato di giuggiole, il “narcisismo”.

Questo si può dire di fondato in riguardo al sogno di Giordana, un prodotto ricco di simboli forti e chiari che si lasciano inquadrare nella psicodinamica giusta e nella sintesi compiuta. Nel sogno di Giordana mancano alcuni pezzi che avrebbero consentito lo sviluppo di una psicodinamica più congrua e di un’analisi più ampia. Come dicevo in precedenza, i nostri sogni sono minime parti, fuse e confuse, di una produzione intensa a livello emotivo e ricca a livello di contenuti.

Questo è quello che ha passato il convento.

ISTANZE PSICHICHE E POSIZIONI

L’istanza psichica richiamata è l’”Io” e nello specifico la funzione deliberativa e decisionale, nonché la “libido narcisistica” e le pulsioni sessuali dell’”Es”. La “posizione genitale” è da bonificare e da ripristinare. L’istanza del “Super-Io” è presente nelle forme del potere e dell’autorità.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa dall’angoscia chiamati in causa dal sogno di Giordana sono la “proiezione”, la “regressione”, la “fissazione”, la “condensazione”, lo “spostamento”, il “simbolismo”, la “figurabilità”.

ORGANIZZAZIONE REATTIVA

L’“organizzazione reattiva”, carattere, evidenzia un tratto depressivo collegato al “fantasma di perdita” e alla ricostituente “regressione” e difensiva “fissazione” alla “libido fallico-narcisistica”.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte sono la “metafora”, la “metonimia”, la “sineddoche”.

DIAGNOSI

La diagnosi esige una “psiconevrosi depressiva”.

PROGNOSI

Giordana deve recuperare la sua “parte maschile” e riportare in evoluzione la sua “libido fallico-narcisistica” in “libido genitale”. Giordana è chiamata dalle contingenze traumatiche e conflittuali della sua vita a investire in maniera donativa sublimando il dolore delle ferite narcisistiche.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella “fissazione” alla “posizione  fallico-narcisistica” dell’evoluzione della “libido”, nella degenerazione depressiva delle energie psichiche frustrate.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

I sogni non si lasciano mai interpretare e decodificare in maniera esaustiva e completa anche se contengono una ricca simbologia e offrono gli strumenti giusti per una corretta elaborazione. Spesso mancano quei pezzi che consentono la comprensione corretta delle psicodinamiche inscritte. Purtroppo, al mattino si vendemmiano i pochi e poveri resti di una notte oniricamente ricca e turbolenta. Da svegli si supplisce a questa precarietà funzionale con un lavoro di memoria e apponendo pezze logiche e nessi giustificativi alla trama del sogno con un lavoro mentale. In tal modo si sporca il sogno perché viene elaborato da svegli. In ogni caso il sogno resta un formidabile prodotto psichico anche se si avvicina alla “fantasticheria” o al “sogno a occhi aperti” e semplicemente perché dà la possibilità di conoscerci nei meandri profondi della nostra psiche. Del resto, interpretare i “sogni a occhi aperti” o altri testi culturali è possibile: l’operazione si attesta nel passare dal “processo secondario” al “processo primario”, come per il sogno si tratta dell’incontrario ossia nel passare dal “processo primario” al “processo secondario”, dal “contenuto manifesto” al “contenuto latente”. Il tutto è possibile sempre secondo i canoni psicoanalitici, dal momento che è stata il “Sapere psicoanalitico” a portare avanti e approfondire le ricerche sulla dimensione psichica profonda e sulla comprensione dei processi psicopatologici, non esclusa la cosiddetta normalità.

GRADO DI PUREZZA DEL RESTO NOTTURNO

Introduco questo importante rilievo per capire la manomissione che il sogno subisce al primo e al secondo risveglio o anche durante le operazioni di ricordo e di acconciatura. Il sogno nella sua purezza e totalità non lo avremo mai. Pur tuttavia, il sogno pervenuto è sempre vicino alla sua verità oggettiva e fornisce la verità psichica possibile alle condizioni date. La metafora del “fossile” è calzante. Come da un resto arcaico si possono desumere notizie sul singolo e sul composto, sul tempo e sullo spazio, sulla natura e sull’evoluzione, così dal sogno attuale si può desumere, non soltanto la formazione  personale, ma anche la modalità della funzione primaria: come funziona il pensiero nel suo primo manifestarsi? Fissando con il numero “uno” il massimo dell’ibridismo onirico e con il numero “cinque” la massima probabile purezza onirica, per ogni sogno che andrò analizzando darò un numero di valutazione che implica un giudizio sul grado di purezza. Il criterio di valutazione si attesta nei meccanismi di formazione del sogno, in base al coinvolgimento del “processo primario” e all’esclusione del “processo secondario”: dove c’è assurdità e paradosso, dove c’è creatività e anarchia logica, dove c’è fabulazione e simbolismo c’è una maggiore oggettività e una migliore verità oniriche. All’incontrario dove c’è linearità e consequenzialità logica, dove c’è un racconto composto e consequenziale, non c’è oggettività onirica. Addurrò esemplificazione nell’analisi dei prossimi sogni a completamento esplicativo delle suddette tesi. Esaminerò sogni logicamente elaborati da quasi svegli ed esposti in maniera discorsiva, estrapolerò il nocciolo onirico da cui si è sviluppata la successiva elaborazione logica e discorsiva.

In base a quanto affermato la valutazione della purezza del sogno di Giordana è 3.