LA PIETAS E LA MORTE

LA MADRE DI CECILIA

“Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunciava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori.

Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere su un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.

Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, «no!» disse: «non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete». Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: «promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo e di metterla sotto terra così». Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affacendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina.

La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come su un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: «addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri». Poi, voltatasi di nuovo al monatto, «voi», disse, «passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola». Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? Come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato.”

da “I promessi sposi, di Alessandro Manzoni

SIAMO TUTTI ITALIANI

SIAMO TUTTI ITALIANI

SIAMO TUTTI POETI

VIVA LA BELLEZZA

Uomini e donne di mare,

svegliamo il nostro bambino e la nostra bambina dentro e diamogli la parola.

Nella quarantena pensiamo alla catarsi, purifichiamo le nostre ansie e le nostre paure convertendole nelle parole giuste per descrivere quello che stiamo provando e per condividere la nostra interiorità.

Illuminiamo il nostro poeta dentro e scriviamo la nostra poesia ripescando il linguaggio mai dimenticato della nostra infanzia e della nostra adolescenza.

L’indirizzo mail è psicosoma_vallone@libero.it

Warzappate al 3495201079

dimensionesogno.com

sarà la degna cornice per la vostra benefica disinibizione.

Vi aspetto e so che saremo in tanti

VIVA LA BELLEZZA

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), giorno 18 del mese di marzo dell’anno 2020

LA COLONIA ESTIVA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Un sogno ricorrente che facevo da bambina era vedere la mia casa che andava a fuoco.

L’angoscia che ne derivava era tanta perché immaginavo che assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.

Il sogno si presentava d’estate quando ero in colonia, posto dove non mi piaceva stare e che mi provocava disagio e forte nostalgia di casa.

Anche quando tornavo a casa, alla fine delle tre settimane, il disagio si ripresentava con crisi di pianto che non riuscivo a trattenere all’ora di pranzo o cena, quando ci si trovava insieme a tavola e che mi provocava ansia perché non capivo cosa mi stava succedendo.”

Pulcino

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI PERSONALI

La “colonia estiva” era il toccasana per le famiglie numerose e per i genitori improvvidi che popolavano l’Italia fascista e post fascista, più che democratica e repubblicana. Eravamo tanto poveri in tutti i sensi, c’era poco da mangiare, eravamo tutti magri, la dieta era naturale e non prescritta da alcun medico, i morsi della fame ti braccavano di notte e nel mezzo del sonno ti svegliavi con la dolorosa contrazione dei muscoli dello stomaco. Il Regime aveva messo a dura prova l’italica Intelligenza e la crudele Guerra aveva distrutto il bel Paese. L’oro era stato regalato alla Patria in cambio del vile metallo. Conservo ancora le “fedi” di ferro che erano state date ai miei genitori in cambio degli anelli nuziali d’oro. Che brutto imbroglio!

E i bambini?

I bambini non stavano a guardare, erano sempre impegnati perché l’Italia fascista aveva un culto per l’infanzia e per l’educazione della nuova generazione agli inossidabili valori della Famiglia, della Patria, del Dovere, del Duce, del Libro e del Moschetto. I libri sussidiari delle scuole elementari avevano proprio l’intento di coniugare lo studio e le armi, la grammatica e la pratica, la forza e la vittoria. Tra padri fanatici e madri necessariamente compiacenti l’Italia andava verso i destini imperiali in Africa. Intanto le colonie estive al mare o in montagna prosperavano sotto l’egida della benemerita “Opera dei balilla e dei figli della lupa”, le organizzazioni per l’assistenza e l’educazione fisica e morale della gioventù. Tutti in divisa ed equamente divisi in maschi e femmine, come nelle scuole. E di bambini ce n’erano tanti e tanti, tutti quelli che sopravvivevano al parto e alle malattie epidemiche. Si calcolava che una donna diventava madre a diciotto anni e di anno in anno procreava con indiscutibile chirurgica precisione per dare i figli alla Patria e per compiere il suo Dovere di femmina e di italiana. Le politiche per l’incremento demografico colmavano la misura e premiavano con qualche lira la Vita che si affermava sulla Morte. Eros e Thanatos erano sempre insieme e sempre in conflitto. E d’estate si andava tutti al mare non per mostrare le chiappe chiare, ma per educarsi ai valori della Famiglia, della Patria e del Dovere. E se tu non facevi parte del coro, se facevi lo sberleffo al Duce, le manganellate e le purghe di olio di ricino erano belle e pronte per farti cambiare idea. Oppure il Regime ti mandava a sue spese in una “colonia penale”, una colonia non estiva ma punitiva, un carcere o un penitenziario a scelta tra queste bellissime isole italiane: Pianosa, Tremiti, Montecristo, Pantelleria, Capraia, Ventotene, Ponza. Favignana.

Che tempi erano quei tempi!

Qualche grillo parlante ieri e oggi immancabilmente dice che sono passati, ma non c’è niente di più falso. Il Fascismo era apparentemente passato perché la sua nefasta Cultura era intatta nell’animo “imprittato” dei sopravvissuti alla barbarie politica e alla furia omicida degli invasori. La Scuola era autoritaria e per niente a misura di bambini, nonostante Maria Montessori e la scuola di Barbiana inventata da un prete di campagna, don Lorenzo Milani. Anche l’Italia repubblicana con finalità democratiche ha portato avanti negli anni cinquanta e sessanta il costume toccasana della “colonia” e del “collegio” laico o religioso, organi micidiali per l’infanzia e per l’economia psichica dei bambini. In famiglia e a turno i genitori seminavano il terrore per ottenere l’ordine con la famigerata frase “se non fai il bravo, ti mando in collegio”. La “colonia” sbarellava l’infanzia già precaria di suo e rafforzava i “fantasmi” già inquieti per natura. Se si era fortunati c’era qualche ente comunale o statale o di categoria che d’estate raccattava i poveri bimbi italiani e li collocava nelle località amene del paese per farli divertire e per nutrirli meglio, per educarli a essere forti e liberi, per essere migliori cittadini e provetti cristiani. I moderni e repubblicani ricoveri erano gestiti da suore e da educatori dello stampo ideologico e culturale postbellico. In tanta benefica disgrazia si esaltavano e si incrementavano i disturbi psicosomatici dell’infanzia e dell’adolescenza, del tipo le conversioni isteriche e le somatizzazioni dell’angoscia, i disturbi dell’appetito, del sonno, della respirazione, della vescica e altro a volontà e al vostro buon cuore. Ogni bambino aveva già il suo organo debole e la sua funzione precaria. Qualche bambino era già malato di tubercolosi o di enuresi, di asma o di anoressia. La lontananza dalla famiglia e dalla casa esasperava l’equilibrio psichico, strizzava la Psiche come un cencio e le scariche delle tensioni facevano il resto portando a compimento l’opera nefasta iniziata dai genitori e consumata dagli educatori.

E la mia famiglia?

I miei fratelli scapparono di notte dalla colonia di montagna e secondo le dinamiche delle favole dei fratelli Grimm alla ricerca della mamma e del papà, angosciati come se fossero stati strappati al grembo e al nido. Furono riacciuffati e adeguatamente puniti, ma non furono espulsi come avrebbero gradito. Le altre mie sorelle si facevano compagnia: di giorno si tenevano per mano e di notte si addormentavano abbracciate.

Ma si era stupidi o si era bambini?

Si era bambini.

Io ero un gran mascalzone e mi ero catapultato direttamente a casa dopo i primi giorni di noia e di insopportabile disciplina. Io non facevo la pipì a letto di notte, ma il bambino che dormiva nel letto a castello sopra di me, purtroppo per lui, era enuretico. E i maestri? Ci picchiavano con le bacchette di bambù nelle nocche delle dita se, per caso, eri normalmente vivace. Ricordo che sono scappato dalla colonia marina direttamente dal gabinetto e dopo essermi letteralmente cagato addosso perché non ero riuscito a liberarmi dai legacci a forma di bretelle che la suora aveva incrociato al mattino per darmi una mano a vestirmi. Riuscii a fare quei pochi chilometri in tanto travaglio, ma il ritorno a casa fu un nuovo dramma perché mio padre non condise la mia decisione e fece ballare la cinghia di cuoio di fronte all’indisciplina. Quella fu la mia prima vittoria sulla sopraffazione. Io soffrivo di broncospasmo dentro l’umido scirocco dell’isola di Ortigia e a causa del naturale “fantasma di abbandono”. La diagnosi della vecchia maga, a cui mia madre si era rivolta per un piatto di ceci, era stata la seguente: “stu picciriddru iavi u scantu” o “questo bambino soffre di spavento”. Una diagnosi in linea con la Psicoanalisi di Freud e con la Medicina psicosomatica di Georg Groddeck o di Franz Alexander. Mia madre, intanto e in attesa di farmaci migliori, mi curava con il benefico balsamo “vicks vaporub” e mi ungeva il petto con tutto il suo amore. Lei sapeva che questa era la cura migliore e che la “colonia” era un inferno per i bambini, ma il suo “sapere” era tenuto in poco conto.

Chiudo il serbatoio dei ricordi e delle riflessioni personali per passare al racconto e al sogno della bambina Pulcino.

Niente di nuovo sotto il sole!

Sono confermate le psicodinamiche di abbandono e i “fantasmi” associati secondo le coordinate dell’angoscia e della somatizzazione: “conversione isterica” e “formazione di sintomo” in attesa della benefica e salutare “razionalizzazione” del rimosso o della “presa di coscienza” del “ritorno del rimosso”, quel rigurgito psichico causato da pensieri incontrollabili o da eventi casuali.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Un sogno ricorrente che facevo da bambina era vedere la mia casa che andava a fuoco.”

Il “sogno ricorrente” attesta la tesi che vuole la Psiche occupata per un periodo di tempo dal materiale emerso e in corso di elaborazione al fine di poter operare un ordinato smaltimento dei “fantasmi” e dei vissuti, al di là della loro qualità. Esempio: la conflittualità traumatica è soltanto un parte di questo contenuto introiettato. La Psiche è intenzionata, è diretta e si dirige verso esperienze possibili di quel tipo e di quella qualità. Il sogno esprime sempre e soltanto il materiale psichico in atto. Il sogno “ricorrente” conferma la “teoria della persistenza” e ha la benefica funzione di smaltire le energie nervose in eccesso, quelle che disturbano l’equilibrio omeostatico e hanno necessariamente bisogno di essere trattate, ripulite ed espulse.

Da bambina” dimostra che l’infanzia e l’adolescenza sono tappe evolutive delicate e intense, proprio perché ricche di novità e di forti emozioni. Pulcino si trova addosso i vissuti e i “fantasmi” delle “posizioni orale, anale e fallico-narcisistica” ed è in procinto di partire per la conflittualità “edipica” con i genitori. Vedi che trambusto e che complicazione abitano nell’animo di una graziosa “putea”?

Vedere” equivale a una salutare forma di “presa di coscienza” compatibile con l’età e con la funzione “Io”. Purtroppo questa consapevolezza è simbolica e non si evolve in una “presa di coscienza”, ma se ci fosse stato lo psicologo a interpretare il sogno della bambina, la consapevolezza da simbolica sarebbe diventata razionale e avrebbe apportato una ventata di aria pura nella stantia atmosfera sub-liminare o subconscia. Spiegare a una bambina che si tratta di una psicodinamica e che significa quel che significa, è semplicemente salutare.

La mia casa” si riduce simbolicamente alla mia struttura psichica evolutiva, alla mia “organizzazione psichica reattiva”, alla “mia casa psichica” con annessi d’arredo e connessi abitativi. La “mia casa” attesta di un buon amor proprio e di un incipiente senso dell’Io. Pulcino ha i piedi per terra, ma non può evitare a se stessa i traumi inferti dal destino infame e dalla superficialità culturale dei suoi genitori.

Andava a fuoco” si traduce in un investimento eccessivo di “libido”, in un eccesso di tensione nervosa direttamente proporzionale al trauma subito e in corso di smaltimento. La Psiche è interessata da un afflusso improvviso di tensioni collegate alle paure e alle angosce che la bambina Pulcino sta vivendo e sperimentando sulla sua pelle. Questo vale per la bambina. Di per se stesso il “fuoco” simboleggia la purificazione estrema dai sensi di colpa e la metamorfosi dei contenuti psichici in gestione tramite i “meccanismi di difesa” atti a commutare i vissuti magari nell’opposto e a deprivarli della loro carica autolesionistica e distruttiva: “isolamento”, “intellettualizzazione”, “annullamento”, “volgersi contro il sé”, “formazione reattiva”, “sessualizzazione”, “sublimazione”, “formazione di sintomo”, “conversione isterica”.

L’angoscia che ne derivava era tanta perché immaginavo che assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.”

L’angoscia” è la tensione nervosa che consegue a una paura senza oggetto specifico, deriva dal tedesco antico “angst” che si traduce “mi stringe” e si caratterizza a livello somatico per un nodo alla gola che ostacola il corretto e naturale andamento del respiro: blocca la fisarmonica. Spiego meglio: “l’ansia” è la tensione nervosa necessaria per affrontare un pensiero o un’impresa, la “paura” è la giusta e naturale tensione verso il pensiero e l’impresa, la “fobia” si attesta nello “spostamento” inconsapevole dell’oggetto dell’ansia e della paura in un altro oggetto che lo rievoca, “l’angoscia” è una dolorosa reazione nervosa senza un manifesto oggetto esterno, è un accadimento psichico interno e apparentemente privo di causa. Pulcino reagisce al trauma dell’incendio della sua casa, all’angoscia della mancata consapevolezza della sua intensa rabbia distruttiva, all’impotenza di capire e di reagire, con l’angoscia di cui si è detto. Pulcino sta doppiamente male, per il trauma reale esterno e per la tensione, altrettanto reale, interna: “l’angoscia era tanta”.

Immaginavo” spiega la formazione del “fantasma”, l’allucinazione che condensa il trauma interno ed esterno: “assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.” Attenzione! La bambina Pulcino associa il suo tormento psicofisico, l’angoscia, all’autodistruzione, una pulsione sadomasochistica, che coinvolge i suoi “genitori”. Spiego meglio: la bambina scarica la sua aggressività contro se stessa e contro le persone responsabili della sua angoscia, i genitori. Lei si è sentita morire e loro erano stati insensibili, non l’avevano difesa da questo tormento struggente. Sembra che la bambina tema l’abbandono e la solitudine, ma in effetti sta reagendo simbolicamente all’abbandono da parte dei suoi genitori formulando la giusta allucinazione, il “fantasma depressivo di perdita”.

Il sogno si presentava d’estate quando ero in colonia, posto dove non mi piaceva stare e che mi provocava disagio e forte nostalgia di casa.”

Tutto il quadro si compone nelle forme giuste e consequenziali. La bambina Pulcino elaborava questo sogno in una precisa contingenza della sua infanzia e adolescenza, “d’estate quando ero in colonia”. La “colonia”, il soggiorno estivo che si dispensava ai bambini fortunatamente nei tempi andati o per divertimento o per cura ricostituente, incorreva in una dolorosa esperienza di perdita e ridestava il “fantasma” che i bambini avevano elaborato per conto loro e secondo natura nella “posizione psichica orale” e nel primo anno di vita in riguardo all’abbandono della mamma e all’inedia conseguente. E giustamente la bambina Pulcino conferma che era un “posto dove non mi piaceva stare e che mi provocava disagio e forte nostalgia di casa.” Ecco spiegata la “sindrome dell’abbandono” meglio di uno specialista e di un teorico. Essa consiste nel dolore depressivo legato alla perdita dell’agio e del ritorno, nel cambiamento del luogo e nella difficoltà all’adattamento. Questo quadro è apparentemente esterno, ma in effetti è tutto interiore. Non si tratta di un’incapacità dell’intelligenza operativa della bambina Pulcino, la capacità di adattamento nello specifico, ma emerge uno psicodramma struggente e sottile che si consuma in maniera traumatica e addirittura condizionando di brutto la formazione psichica in atto anche in base a quanto Pulcino aveva elaborato nel “fantasma di abbandono” durante il primo anno di vita e negli anni successivi. Mi spiego meglio. Se il bambino e l’adolescente hanno esaltato il nucleo psichico depressivo della perdita perché ci hanno troppo filato sopra, ampliamento del “fantasma”, e perché effettivamente hanno subito delle perdite significative, basta anche la morte di un animale e non necessariamente di un familiare, ecco che allora l’esperienza traumatica della “colonia” diventa veramente pericolosa perché cementa e struttura il nucleo depressivo che può a macchia d’olio allargarsi ed esplodere nel tempo in una sindrome depressiva. Se invece il bambino o l’adolescente non hanno elaborato e infiorettato il solito “fantasma depressivo di perdita”, allora l’esperienza della colonia resta sempre traumatica, ma viene assorbita e risolta come un tratto depressivo e una sensibilità alla perdita restando in un ambito clinico conflittuale, “psiconevrosi depressiva”. E la stessa bambina Pulcino insegna che il “rifiuto del posto”, il “disagio” e la “forte nostalgia di casa” sono conflitti interiori e si traducono nei seguenti tormenti.

Il “rifiuto” non è topico e logistico, del luogo e del posto, ma è la “traslazione” dell’aggressività diretta verso i responsabili adulti di questa infame trovata, gli artefici di tanto intrattabile dolore, i genitori, proprio loro. La bambina si trova di fronte alla costrizione di vivere un’esperienza che non riesce a capire e a giustificare. Si chiede: “ma perché i miei genitori mi mandano via di casa?”, “perché non mi vogliono più bene?”, “ma cosa avrò fatto di male per essere punita in questo modo?” La bambina Pulcino si ritrova dentro vissuti spropositati e deve affrontare emozioni intense rispetto al fatto in se stesso, tutto quel marasma psichico che va dall’odio verso i crudeli genitori al senso di colpa per averli odiati. I genitori dicono a loro volta: “vai a divertirti con gli altri bambini”,”ti fa bene alla salute l’aria del mare o della montagna”, “vedrai che impari questo e impari quello”. La bambina ribatte dentro di lei “ma io sto bene con voi e a casa mia”, ma è costretta dal bieco autoritarismo dei genitori a ubbidire e a soccombere.

Il “disagio” non si attesta nella mancanza dell’agio di cui gode in casa. Anche in questo caso il vissuto non è diretto verso l’esterno, ma verso l’interno e si traduce in un conflitto psichico e in una disarmonia psicofisica perché inevitabilmente le tensioni in eccesso vengono somatizzate e sono di lesione alle funzioni organiche. La prima a essere colpita è la respirazione. Prima di addormentarsi il bambino sente che il respiro non va in fondo, che fa fatica a respirare, che gli manca il fiato e che la fisarmonica non si apre tutta. Il respiro è collegato elettivamente alla figura materna essendo una funzione vitale ed essendo la madre la persona e la figura deputata alla vita. Anche l’enuresi, la pipì notturna, (il mancato controllo della funzionalità della vescica dovuta a un afflusso di tensione nervosa destato dall’emergere in sogno del “fantasma” che apre la valvola di scarico e risolve in parte l’angoscia), è in agguato insieme alla grande vergogna di aver bagnato il lenzuolo. Si ridestano tutti gli “organi deboli” e le funzioni delicate sotto lo stimolo incessante del “fantasma di abbandono”, la versione evoluta del “fantasma di morte in vita”. Di poi, l’eccesso emotivo durante il giorno si può convertire nell’umore o nell’appetito, nella tristezza e nella distorsione della percezione della fame. Il momento più brutto della giornata per il bambino abbandonato in colonia è la sera, quando va a dormire. Prima di prendere sonno affluiscono nella sua mente un mare di ricordi e di dolorose fantasie che aumentano a dismisura il tenore nervoso. Il pianto è il primo “meccanismo di difesa”, ma non tutti i bambini fanno ricorso alle lacrime per scaricare la tensione dell’angoscia di trovarsi soli in un mondo sconosciuto e infido. Ripeto, la mancanza di agio, “disagio”, è tutta interiore, una disarmonia tra le angosce e la realtà, un eccesso di tensione nervosa che disturba l’equilibrio psicosomatico.

La “forte nostalgia di casa” è sempre un’elaborazione interiore del trauma dell’abbandono e delle degne tensioni che si scatenano nel teatro psichico della bambina Pulcino. “Nostalgia” si traduce dal greco “dolore del ritorno” ed è la “sindrome di Ulisse”, almeno così come lo presenta Omero nella sua “Odissea”. Dopo aver peregrinato per volontà punitiva degli dei nel Mediterraneo e per ben dieci anni, Ulisse finalmente può rientrare a Itaca per ritrovare il padre Laerte, il figlio Telemaco e la moglie Penelope. La bambina si trova in colonia, lontano dai suoi genitori e dalla sua casa, e sente forte lo struggimento del ritorno.

Chi poteva garantire la bambina sul ritorno a casa e chi poteva rassicurarla sull’amore dei suoi genitori?

Questo è un punto molto delicato della “sindrome di abbandono”. L’angoscia domina qualsiasi rassicurazione sul ritorno in famiglia e sul ripristino della normalità. Di giorno si manifesta la paura, di notte quest’ultima traligna nell’angoscia perché emergono i “fantasmi” nella fase ipnoide del sonno, prima di addormentarsi e quando si è ancora abbastanza svegli e consapevoli.

Anche quando tornavo a casa, alla fine delle tre settimane, il disagio si ripresentava con crisi di pianto che non riuscivo a trattenere all’ora di pranzo o cena, quando ci si trovava insieme a tavola e che mi provocava ansia perché non capivo cosa mi stava succedendo.”

Il danno psichico non era da poco e aveva i classici strascichi del trauma di abbandono. Ripeto: già il bambino lo elabora da sé e tra sé e sé anche nelle migliori e protettive situazioni familiari, anzi più protetto e sicuro è e si sente e ancor di più e più facilmente pensa alla situazione opposta e scatena le sue fantasie di abbandono e di solitudine e di morte per inedia. Tre settimane di soggiorno in colonia sono micidiali per la sensibilità della bambina e hanno tutte le condizioni per inserirsi tra le pieghe profonde della sua Psiche. Quando il sistema psichico non riesce a contenere l’angoscia e la tensione nervosa, ecco che arriva immancabilmente il disturbo psicosomatico, la “conversione isterica” o la “formazione del sintomo” facendo perno sulla memoria dell’esperienza vissuta. Le crisi di pianto sono classiche ed elementari e sono la migliore scarica della tensione nervosa, la reazione naturale e universale. Se poi avvengono davanti alla tavola imbandita e al simbolo dell’unità familiare, ecco che il pianto si collega logicamente come una “metonimia”, figura retorica, a ricordare che il trauma e le lacrime sono l’eredità di quella mutilazione temporanea degli affetti familiari di cui il bambino ha sofferto. Pulcino, non sapendo a cosa collegare queste lacrime, si meraviglia e si addolora ancora di più sentendosi fuori posto o malata, comunque in crisi. La Psiche camuffa ma non dimentica e ripropone in altre forme il trauma e lo rappresenta con una logica associativa e simbolica nella veglia, come succede nei sogni. Anche i sintomi non avvengono a caso, ma sono rappresentativi della qualità del trauma e dell’angoscia, come ho detto in precedenza. Riguardano la sfera affettiva e gli apparati e le funzioni che simbolicamente sono investite di quel significato: il respiro e lo stomaco in rievocazione dell’amore materno, la vescica in liberazione dell’angoscia che si accumula nel sonno e in sogno. Niente avviene a caso e tutto ha una sua finalità, una sua teleologia.

Questo è quanto potevo dire sull’esperienza umana e onirica della bambina Pulcino.

PSICODINAMICA

Le note oniriche rilevano ed evidenziano in maniera sintetica ed efficace la psicodinamica collettiva e universale della “sindrome di abbandono” e del “fantasma di morte” nella versione “orale”, quello elaborato nella “posizione psichica orale” e intenzionato espressamente alla sfera affettiva. La bambina Pulcino rievoca nei suoi ricordi l’angoscia e il dolore del trauma, nonché la struggente nostalgia di un ritorno in famiglia e il desiderio di ripristinare la sua armonia psicofisica dopo il notevole turbamento. Lo strascico psicosomatico conferma la persistenza nel tempo immediato, nel futuro prossimo e nel futuro remoto, dell’universalità dei sintomi, della condivisa simbologia e del comune Linguaggio del Corpo. Questa tesi è stata elaborata da Franz Alexander nella sua miliare “Medicina psicosomatica” e da Georg Groddeck nel suo originale e prezioso “Il libro dell’Es”.

PUNTO CARDINE

Nel breve sogno di Pulcino il punto cardine dell’interpretazione è “assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.” Questa precisazione non contempla il conflitto edipico, ma si riferisce alla prima infanzia e al legame di dipendenza affettiva della bambina dal padre e dalla madre, relazione e intensità equamente distribuite.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Nel breve sogno di Pulcino sono presenti i “simboli” della “casa”, del fuoco”, della “colonia”.

Si evidenzia l’archetipo “Corpo” nell’essere portatore di angoscia e nel rappresentare la “sindrome dell’abbandono”.

Si manifesta il “fantasma di morte” nella versione “orale”, l’affettività e l’abbandono.

E’ presente l’istanza psichica deputata alla consapevolezza vigilante, l’Io, in “non capivo cosa mi stava succedendo” e in “vedere”, l’istanza pulsionale “Es” in “la mia casa che andava a fuoco.” e in “immaginavo che assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.”. L’istanza censurante e limitante “Super-Io” non si manifesta.

Nel breve sogno di Pulcino è rispolverata la “posizione psichica orale”, la dimensione affettiva elaborata e assimilata nel primo anno di vita e portata avanti nel corso dell’evoluzione psicofisica.

I “meccanismi psichici di difesa” usati da Pulcino nel sogno sono la “condensazione” in “casa” e in “fuoco”, lo “spostamento” in “colonia” e in “bruciati”, la “figurabilità” in “vedere la mia casa che andava a fuoco.” e in “assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.”. Il sogno di Pulcino mostra in maniera chiara il “meccanismo psichico di difesa” della “conversione isterica” ossia di come l’angoscia si somatizza nel sintomo o in una serie di sintomi: “il disagio si ripresentava con crisi di pianto”.

Il processo psichico di difesa della “regressione” è presente nei termini richiesti dalla funzione onirica. Non è presente l’azione purificatrice e benevola della “sublimazione della libido”.

Il sogno ricorrente di Pulcino evidenzia un tratto “orale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” a dominanza “orale”. Mi spiego meglio: si tratta di un sogno dell’infanzia a stretto dominio affettivo e non evidenzia la maturazione psichica di Pulcino. Si può affermare che la protagonista adulta è molto sensibile alla vita affettiva e al suo esercizio, tratti ereditati da quel periodo e rafforzati da quella triste esperienza.

Le “figure retoriche” elaborate dalla Fantasia creativa di Pulcino sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “fuoco” e in “casa”, la “metonimia” o relazione di senso logico in “colonia”. L’allegoria dell’abbandono si colloca in “ posto dove non mi piaceva stare e che mi provocava disagio e forte nostalgia di casa.”

La “diagnosi” dice di angoscia d’abbandono somatizzata in maniera elettiva e non a caso o alla carlona, ma in organi significativi come gli occhi.

La “prognosi” impone a Pulcino di considerare sempre la sua sensibilità alla perdita affettiva e di rincuorarla con l’esternazione della sua carica “orale”: giovialità e partecipazione emotiva.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in un “ritorno del rimosso” e nella somatizzazione d’angoscia in un sintomo elettivo degli affetti come lo stomaco e il respiro: “conversione isterica” o “formazione di sintomo”.

Il “grado di purezza onirica” si può stimare “buono” dal momento che il sogno è ricorrente e verte su esperienze vissute. Non esistono contaminazioni e accrescimenti da parte dei “processi secondari” al risveglio perché la trama è semplice e lineare.

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Pulcino è sempre l’associazione al trauma vissuto nella piena consapevolezza e reiterato, vissuto più volte. Magari nel pomeriggio Pulcino ha pensato ai suoi genitori o ha vista una bambina e di notte il sogno era pronto a manifestarsi.

La “qualità onirica” è la “semplicità” e l’umanità del tema.

Il sogno di Pulcino può vedere la luce nella seconda fase del sonno REM e nel passaggio alla fase nonREM. Questo non è un sogno da quasi risveglio perché ha un simbolismo forte ed efficace.

Il “fattore allucinatorio” si mostra nel senso della “vista” in “vedere la mia casa che andava a fuoco.”

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno ricorrente di Pulcino è “massimo” alla luce dell’evidenza supportata dalla protagonista. Il “grado di fallacia” è minino”.

DOMANDE & RISPOSTE

A grande richiesta è tornata la signora Maria, veneta a denominazione di origine controllata ma non fanatica da “Liga” o da “Repubblica serenissima di san Marco”, con la sua terza media e con l’esperienza collaudata di mamma, una donna massiccia e pratica che legge tanto e che ama essere informata, una donna tosta che non te le manda a dire.

Domanda

Proprio vero e comincio subito. La volta scorsa mi ha spiegato “Ultimo tango a Parigi”, questa volta mi deve spiegare “l’alienazione parentale”. Mi deve dire che cos’è e cosa ne pensa. Ne hanno parlato in televisione a “Presa diretta” insieme a un progetto di legge sull’affidamento dei figli.

Risposta

“Presa diretta” è un ottimo programma di inchiesta giornalistica. Riccardo Iacona e i suoi collaboratori sono professionalmente capaci e socialmente impegnati, all’incontrario di tanti giornalisti polemici e saccenti, fanatici e prevaricatori che occupano tanto spazio dentro il video di questo o di quell’editore. Provo a rispondere alla tua domanda, ma vado a salti. Il progetto di legge in discussione presso la commissione parlamentare prende il nome dal senatore leghista che lo ha proposto, l’avvocato Stefano Pillon, e tende a rivedere l’affidamento dei figli con particolare attenzione alla figura paterna, all’assegno mensile e con la convinzione di fondo che la madre sia privilegiata dalla Legge a livello economico e a livello affettivo e psicologico. Infatti, questa proposta di legge tende a eliminare nell’affidamento condiviso la quota finanziaria che il padre è tenuto a versare alla madre per il mantenimento dei figli e propone tempi uguali per il soggiorno e l’educazione. Per questi scopi la proposta Pillon fa riferimento alla “sindrome di alienazione parentale o genitoriale”, PAS, elaborata nel 1985 dal medico americano Gardner, da lui definita come una sindrome psichiatrica. Questa neonata malattia non è stata accettata dagli organismi internazionali sulla pubblica Salute e, nello specifico, sulla Salute mentale. Purtroppo, questa sindrome in tanti casi è stata fatta propria da qualche giudice americano e non. L’ideatore dell’alienazione parentale sostiene che uno dei genitori viene estromesso dalla famiglia dopo la rottura della coppia e viene distolto dall’esercizio psicologico ed educativo dei figli. Nello specifico storico e senza tanti fronzoli la madre, nel novantanove per cento dei casi, scredita costantemente la figura paterna al punto di suggestionare il figlio o la figlia nel rifiuto del padre fino a indurli a non frequentarlo più. Questo diabolico condizionamento materno consente di formulare la tesi che nelle separazioni c’è un genitore “alienante” e un genitore “alienato”. Gardner formula anche una griglia con precisi criteri per l’individuazione e la diagnosi della “sindrome di alienazione parentale”. Insisto nello spiegare che se un figlio di separati rifiuta uno dei genitori e non vuole più andare da lui per vivere nei giorni prescritti dalla Legge e dal giudice, c’è una madre o un padre “alienante” e una madre e un padre “alienato”. Quest’opera di alienazione avviene tramite messaggi costanti di discredito e suggestioni di rifiuto. Tanta roba viene inoculata ad arte dai genitori facendo perno sull’attaccamento affettivo e sulla dipendenza psichica del figlio o della figlia. Questi ultimi non vogliono vedere e frequentare il padre perché sono stati oggetto di smaccato plagio e di subdolo indottrinamento. In ogni caso non hanno scelto di loro arbitrio e volontà. Tutto questo casino psicodinamico è una ideologia che va concretamente contro la madre e la donna. E’ lei l’artefice del misfatto. Chiaro? Ma non finisce qui. Bisogna ricordare sempre che le conquiste fatte dalla donna in riguardo ai diritti civili oggi stanno subendo un duro attacco da parte di gruppi fondamentalisti cattolici medioevali e da parte della Lega che è al governo con tutto il suo scarno bagaglio di cultura storica e di idee portanti, con le sue fobie casalinghe e le sue paranoie piccolo-borgesi.

Domanda

Sì, ma lei, lei dottor Vallone, cosa dice a proposito?

Risposta

La terminologia “alienazione parentale” è confusa e il significato è ambiguo. Riguarda, infatti, i figli come soggetto e oggetto di alienazione, un genitore come oggetto alienato e l’altro genitore come soggetto alienante. La questione psichica è tremenda e complessa, specialmente se a essere l’artefice di tanto diabolico misfatto è la madre. I figli sono affetti da questa terrificante sindrome e sono oggetto in quanto sono stati condizionati da un genitore, l’alienante, e sono soggetto in quanto rifiutano l’altro genitore, l’alienato. Preciso che in Psicopatologia il termine “alienazione” richiama il “meccanismo psichico di difesa” della “scissione dell’Io”, il cui uso dispone a una sindrome pesante di perdita di contatto con la realtà e a quella che si definisce in gergo la “follia”. Il quadro dell’alienazione parentale è esagerato nei termini e nella realtà. Io ritengo che queste posizioni pseudo psichiatriche e giuridiche, progetto di legge Pillon compreso, hanno in primo luogo una base culturale di manifesta, più che occulta, “misoginia”, odio contro le donne. La donna madre viene discriminata e vilipesa nel suo essere stimata la causa attiva di una difficile e complicatissima questione, l’accettazione da parte dei figli della figura paterna. Non soltanto, ma la madre viene sminuita nel ruolo e nelle funzioni psicofisiche pregresse e in atto. La madre ha accudito i figli anche andando a lavorare e adesso viene accusata di approfittare della Legge per derubare in ogni senso l’ex marito e il padre dei suoi figli, riducendolo al lastrico e in certi casi all’accattonaggio, per l’obbligo di versare la quota mensile stabilita dal giudice all’atto della sentenza di separazione. E allora il padre dal profondo del suo amore verso i figli chiede di non versare più il becco di un quattrino e di avere lo stesso trattamento logistico dell’ex moglie: il figlio starà tre giorni con il padre e tre giorni con la madre e la domenica sarà distribuita equamente. Ogni genitore manterrà economicamente il figlio senza dover dare all’altro alcunché, dividendo soltanto le spese straordinarie. Se questo non viene accettato dalla madre, che si è ampiamente sacrificata nel crescere il figlio e se quest’ultimo rifiuta di andare dal padre, allora si tratta di “alienazione parentale”: la madre ha fatto il lavaggio al cervello al figlio e lo ha messo contro il padre. Fino a questo punto mi sono talmente ripetuto che è tutto necessariamente chiaro. Continuo. Parliamo anche dello psicodramma del sentimento dell’odio degli adulti genitori separati che coinvolge i figli. Le loro beghe psicofisiche irrisolte sono traslate sui figli con la diagnosi che questi ultimi sono stati manipolati e alienati. Della Psicologia del figlio, bambino o adolescente, di cosa effettivamente vive il diretto interessato nessuno dice niente e nessuno si pone il problema, se non in termini generici e falsamente protettivi. I due genitori persistono come famiglia anche da separati grazie al figlio e persistono alla grande nell’esercizio del sentimento dell’odio. Il loro psicodramma non è finito e viene ancora esteso al figlio. Quest’ultimo era stato già colpito dentro e fuori dalla dialettica e dalla separazione dei genitori, ma non è bastato, perché adesso deve odiare il padre ed è stimato incapace di intendere e di volere e malato di alienazione. Poveri figli!

Domanda

Allora? Mi dica dei figli, visto che prima ha difeso la madre e dopo ha condannato entrambi i genitori.

Risposta

La Psicologia dell’infanzia è complessa e non so da dove partire. Comunque ci provo a dire qualcosa d’incompleto. Intanto i figli coinvolti sono quelli che vanno dai due ai dodici anni. Gli adolescenti e i giovani sono toccati in parte dalla separazione dei genitori, sono più autonomi e strutturati a livello psicologico per cui non si prestano facilmente a operazioni di manipolazione e di plagio. Premessa vuole che i figli hanno bisogno del padre e della madre, ma se la coppia genitoriale si rompe, la famiglia resta anche se in spazi diversi. La logistica non elimina i circuiti affettivi e formativi. I bambini accettano la separazione dei genitori con minore difficoltà rispetto a quello che pensano i genitori stessi, i benpensanti e i moralisti. La comunicazione non avviene a caso e all’improvviso, ma dopo una dialettica litigiosa della coppia genitoriale, oltretutto molto dannosa per i bambini. “Ogni male non viene per nuocere”, recita in preghiera il bambino insieme a un “amen”. Il bambino è preso e impegnato dalla sua evoluzione psicofisica e dalle sue dinamiche relazionali, per cui affronta la separazione dei genitori come un miglioramento della sua condizione e non come una perdita. La “sindrome e l’angoscia dell’abbandono” non scattano se non in pochissimi casi. I bambini, le femmine in particolare, hanno una buona capacità di razionalizzare e di adattarsi, hanno una buona intelligenza operativa sin dai quattro anni, sono particolarmente giudiziose. L’evento storico della separazione dei genitori non si traduce in un dramma interiore semplicemente perché i genitori sono vivi e vegeti e la famiglia è intera e salva. Il bambino concepisce che si è rotta la coppia e i giochini della mamma e del papà, ma non si è rotta la famiglia ed è convinto che adesso ha degli agi in più, adesso ha due case e due persone da manipolare con i suoi argomenti e con le sue strategie. Paradossalmente sono i figli che operano la “alienazione genitoriale” nel senso che intuiscono che possono godere meglio le figure dei genitori e usarle a proprio uso e consumo facendo perno sui loro fasulli sensi di colpa. Adesso la bambina in piena “posizione edipica” ha il papà tutto per lei e ha eliminato la conflittualità con la mamma che le procurava un inutile stress. Adesso il bambino edipico ha la mamma tutta per sé e senza l’ostacolo del padre rompiscatole. I figli si adattano alla nuova situazione psicofisica e logistica meglio di quanto i genitori e gli adulti pensano. Per loro ci sono tutte le opportunità di ben “alienare” il padre o la madre a loro vantaggio. Attenzione a non oltrepassare la misura della decenza, altrimenti dopo sono guai seri.

Domanda
Lei sta dicendo delle cose sconcertanti, sta ribaltando la frittata, sta dicendo che sono i figli ad approfittare della separazione per vivere meglio e di più i genitori. Ma è sicuro?

Risposta

Non è il genitore che aliena l’altro genitore, ma è il figlio che ha tutta la convenienza di vivere liberamente e senza vincoli sia la madre e sia il padre. E i genitori, in preda ai sensi di colpa di aver rotto il giocattolo della famiglia, li amano di più rispetto a prima, mentre i figli trovano davanti a loro una prateria dove scorrazzare con le mille richieste e le mille voglie che immancabilmente elaborano. Ma i genitori persistono nella perfida dialettica di coppia che li ha portati alla soluzione effimera della separazione e traslano vicendevolmente la loro aggressività adducendo che il bambino o l’adolescente ha subito l’alienazione parentale e che è malato di questo strano e neonato morbo, quando invece il figlio non è mai stato così bene in vita sua come da quando i genitori hanno smesso di rompere le scatole con i loro teatrini domenicali e non. Ripeto. Alla luce delle “posizioni psichiche” affettive o “orali”, aggressive o “anali”, autocompiacimento e potere o “fallico-narcisistiche”, conflittuali o “edipiche”, il bambino riceve meno danno di quello che si pensa, si adatta alla nuova situazione psicofisica e relazionale, vive la rottura della coppia e non della famiglia, sente di avere più potere contrattuale con entrambi i genitori. Cosa resta in questo bailamme? Restano pari pari i conflitti di coppia, il risentimento e l’odio. E qui cominciano i guai seri. Dopo la separazione si cerca la rivincita in base al senso di sconfitta umana che ogni membro della coppia ha vissuto. L’alienazione parentale è un’ulteriore aggressione dell’uno verso l’altro coinvolgendo i figli che sono, di certo, più intelligenti e capaci dei genitori. Maria, se mi dici che ti basta e posso fermarmi qui, mi fai un grande piacere.

Domanda

Assolutamente no. Mi dica qualcos’altro.

Risposta

Vado avanti, ma ci penserò due volte prima di richiamarti. L’alienazione parentale non ha motivo di essere e di esistere. L’alienazione è un concetto filosofico, economico, sociologico, psichiatrico, psicologico, giuridico: Feuerbach e Marx, scuola di Francoforte e Marcuse, Kraepelin e altri, Freud e Max Weber, Basaglia e l’Antipsichiatria. L’alienazione psichiatrica significa che una persona è fuori di se stessa, è mentalmente inferma, non applica il “principio di realtà” e ha perso il contatto con la realtà, è di danno a se stessa e agli altri, e chi più ne ha, più ne metta. Ma cosa c’entra una madre, un padre e un figlio, una famiglia, in tanta disgrazia di parole, di scienze e di ordinamenti giuridici? Ripeto: una madre o un padre possono lavorare psicologicamente un figlio in maniera che non riconosca uno dei genitori? E’ semplicemente impossibile alle condizioni di normalità date e supposte, ripeto, alle condizioni date e supposte di andamento psico-esistenziale normale. Ma è possibile la “proiezione” dell’odio, oltre che sul partner, anche sul figlio ritenendolo un emerito ebete o imbecille. Ma il figlio è più intelligente di quanto gli adulti di ogni professione pensano.

Domanda

Passo al sogno di Pulcino. Quando leggo quello che scrive a volte mi emoziono perché lei le cose le fa sentire sulla pelle e nello stomaco, come se accarezzasse e scavasse dentro nello stesso tempo. Ma voleva fare l’archeologo da piccolo?

Risposta

Mi compiaccio di questo tuo trasporto. Pensa quanto sono potenti le parole e i discorsi. Non sei andata molto lontano dalla realtà dei fatti. Io sono nato a Siracusa, una città bellissima che pessimi amministratori, in sequela dagli anni cinquanta, hanno resa quella che è oggi, una città sporca, inquinata, disordinata e fatiscente, una città non vivibile. Negli anni cinquanta le sue bellezze naturali sono state svendute per un pugno di dollari alle industrie chimiche e petrolifere italiane e americane. Pensa che hanno impiantato nel meraviglioso litorale i macchinari dismessi nel Texas e fino al duemila hanno permesso ai petrolieri russi di costruire una pericolosissima raffineria a ridosso della città. Tutto per un pugno di miseri salari e per morire di tumore vario e variopinto a tutte le età. Ma non basta. Il ministro dell’ambiente è stato per tanti anni una donna di Siracusa, ma l’inquinamento e la “munnizza” hanno continuato a dominare e a prosperare insieme all’incuria e all’indolenza. Dicevo che sono nato e abitavo in Ortigia, lo scoglio o l’isoletta su cui era stato costruito il centro storico e ho vissuto quotidianamente tra rovine di templi greci su cui si era insediata la cultura romana, cristiana, araba, normanna, angioina, spagnola, savoiarda italica, un crogiolo di tratti culturali e di dominatori da cui il popolo di Ortigia non si è mai liberato in onore alla sua storica indolenza e accidia: vedi il Gattopardo. Mio padre era profugo dalla Libia ed era impiegato presso la Sovrintendenza alle antichità, il Museo per intenderci. Mi ha imposto di frequentare il Liceo classico, mentre io avrei preferito imparare il mestiere di macellaio dai miei zii o in ultima istanza sarei diventato anche prete pur di sfuggire al suo autoritarismo. Quindi l’Archeologia mi ha seguito ogni giorno e, quando mi affacciavo dal balcone, vedevo i resti del tempio di Apollo e, se andavo in cattedrale, mi trovavo dentro un tempio greco, un “peripteros” per la precisione dedicato ad Athena. Vengo alla tua domanda. L’interpretazione dei sogni è come uno scavo archeologico secondo Freud, perché si riportano alla luce non i resti, ma i vissuti din base della nostra formazione psichica. Poi, se io li descrivo bene, è merito di una buona sensibilità e di tanto esercizio. Comunque, l’allegoria dello scavo archeologico in riguardo al sogno è appropriatissima.

Domanda

Se mi spiega una volta per tutte che cos’è il “fantasma di morte”, giuro che non glielo chiederò più. Del resto fra poco partirà e allora non ci si vedrà.

Risposta

Il “fantasma di morte” si colora in base alla “posizione psichica” che si vive e che si sta elaborando. Nella “posizione orale” ha i colori dell’abbandono e della dipendenza affettiva e l’angoscia è di solitudine: primo anno di vita. Nella “posizione anale” l’angoscia è di frammentazione e il colore è dell’aggressività sadomasochistica all’interno della ricerca dell’autonomia: dal secondo al terzo anno di vita. Questa è una situazione molto delicata e pericolosa per il futuro e bisogna superarla bene perché si sperimenta e s’incamera la possibilità della violenza. Nella “posizione fallico-narcisistica” l’angoscia è di mutilazione e ha i colori dell’auto-gratificazione e dell’esaltazione, nonché dell’isolamento: quattro e cinque anni. Nella “posizione edipica” l’angoscia è di “castrazione” e i colori sono quelli della colpa e dell’espiazione: dal quinto al dodicesimo anno di vita. Nella “posizione genitale” l’angoscia è di perdita depressiva dell’oggetto d’investimento e d’amore con caduta nell’indeterminato psichico. Il colore è quello del riconoscimento dell’altro e si avanti dalla pubertà a vita natural durante. In questa posizione si matura il sentimento d’amore e di cura dell’altro e, se si forma una coppia, bisogna ricordarsi sempre che la “libido genitale” si esercita e si rimpinza sempre, non è una ricchezza che si consuma e finisce e specialmente se ci sono figli. Riflettete gente, riflettete!

Domanda

Quella della bambina era angoscia di perdita dell’affetto dei suoi genitori ed era causata dal fatto che l’avevano mandata in colonia. Invece di divertirsi ha rischiato di ammalarsi di depressione. Ma non le sembra esagerato?

Risposta

Assolutamente no. Hai un’altra spiegazione? La bambina Pulcino ha detto che piangeva senza sapere perché e che dopo lo ha collegato all’angoscia che provava nella colonia al pensiero della sua famiglia e della sua casa. La somatizzazione è stata il pianto e le è andata bene, perché poteva essere più pesante qualora avesse avuto delle lacune psichiche di altro tipo.

Domanda

Mi spieghi questa che non l’ho capita.

Risposta

Metti il caso che le altre “posizioni psichiche” fossero state vissute malamente e ci fossero stati altri traumi, allora la situazione psicofisica della colonia avrebbe scatenato un marasma più intenso.

Domanda

Lei è molto suscettibile e permaloso. Non le si può dire niente che subito si inalbera. O le dico quello che penso o altrimenti andiamo a prendere il cappuccino e la treccia all’uvetta da Ceschin.

Risposta

Ti chiedo scusa. Comunque dopo andiamo in pasticceria, ci mancherebbe altro. Dopo tutta questa scarpinata è il minimo che possa succedere tra me e te.

Domanda

Lei ha parlato di Medicina psicosomatica. Ne so qualcosa anch’io con i problemi che ho sulla pelle e che passano soltanto con il cortisone e soltanto per un giorno. Me la spiega.

Risposta

La pelle è il teatro preferito dai “fantasmi” e della angosce per esibirsi. La psiche trova la pelle a portata di mano e pronta alla necessità di parlare con i sintomi. Ti spiego. Quanto subiamo un trauma o viviamo un’esperienza dolorosa, non potendoci stare dietro con la riflessione, usiamo il “meccanismo psichico di difesa” della “rimozione” e ce ne dimentichiamo. L’energia nervosa che non abbiamo espresso e consumato e che era legata a quel fatto, viene ingoiata e, quando il sistema non ce la fa più a tenerla giù, si somatizza e si scarica su qualche organo e su qualche funzione. Questa scarica non avviene a caso, ma viene colpito l’organo debole o quello che ha una significato simbolico con la qualità del vissuto o del trauma. Tecnicamente: il “ritorno del rimosso” porta alla “formazione di sintomi”. Si passa da un fattore psicologico a un fattore corporeo. Tecnicamente: quando la tensione nervosa è forte, deve in qualche modo scaricarsi e allora abbiamo una “conversione isterica”. E’ tutta salute perché ti consente di continuare a vivere.

Domanda

Bene, ho capito. Ma quanti sono questi disturbi?

Risposta

Bisogna essere cauti nella diagnosi di disturbo psicosomatico, perché spesso concorrono altri fattori in via di scoperta, come i disturbi alimentari e altro, e può essere la punta dell’iceberg di una malattia seria. Del resto, a cosa serve sapere se è psicosomatico? Se passa con il trattamento psicoterapeutico ed è un disturbo che viene dopo tanto stress, vuol dire che era d’origine psichica. Importante che si conoscano le cause e si sappia gestire con il cervello e con la presa di coscienza. Comunque non è soltanto la “razionalizzazione” a risolvere un disturbo psicosomatico, possono essere utilissimi anche gli altri “meccanismi di difesa”. E aggiungo che le cosiddette malattie organiche hanno sempre un concorso psicologico.

Domanda

Lei sta complicando le carte. Si guarisce in tanti modi da un disturbo psicosomatico?

Risposta

Certo, dipende da quali meccanismi di difesa usi. Se usi la “sublimazione” e la tua aggressività la scarichi nello sport o nel volontariato e ti assolvi al meglio, le tensioni decrescono e non riescono a ferire l’organo bersaglio. Il disturbo decresce, ma l’organo resta sempre debole. Altri “meccanismi” ti daranno intanto una remissione del sintomo, ma il problema si evolve e non si risolve del tutto.

Domanda

Mi spiega l’organo debole?

Risposta

L’organo e la funzione che nel corso dell’evoluzione psicofisica sono stati interessati da traumi e hanno risentito di malattie si definiscono per comodità “organo debole” o “organo bersaglio”. Bisogna anche considerare la cultura della famiglia per quanto riguarda la malattia, cultura nel senso degli schemi di interpretazione in vigore nella realtà familiare. Se in casa la mamma ha sempre mal di testa e il papà accusa bronchite a nastro, anche il bambino sarà sensibile a questi disturbi anche se è perfettamente sano. L’organo debole è individuale, ma è anche familiare. Spesso i bambini per non andare a scuola accusano una serie di disturbi che non hanno ma che ben conoscono in famiglia. Per un vantaggio secondario si danno malati e non godono dei vantaggi primari di essere in buona salute. Succede spesso che l’organo debole familiare diventi organo debole individuale non per ereditarietà, ma per trasmissione culturale. Si è sensibili a certi tipi di malattie e non si conoscono altri tipi di disturbi. Si può anche stabilire in una famiglia la scala delle sensibilità d’organo o di funzione. Ripeto, la suggestione e l’immedesimazione, così come il vantaggio secondario, hanno importanza nell’economia psico-culturale del gruppo familiare. In sintesi e dopo questa tiritera ti dico che l’organo debole può essere malato ma può essere sano.

Domanda

Ma la colonia fa così tanto male? E il servizio militare faceva bene o male?

Risposta

Maria, tu sei tanto curiosa e poni domande che meritano un’ampia discussione, ma io mi limito alla sintesi. Il bambino non può essere mandato in colonia senza subire un danno psicologico, un trauma e senza rafforzare un disturbo che magari ha già in famiglia. E’ un’esperienza da non far vivere ai bambini. Dai dieci anni in poi si può favorire l’autonomia e il distacco dalla famiglia per un periodo breve. Anche in questo caso il piano e il progetto devono essere ponderati. Non si può mandare un ragazzino da solo a Londra per tre settimane affidandolo alla hostess di un college. La Psiche viene forzata e il danno si presenta in seguito. Meglio non conoscere la lingua inglese, piuttosto che portarsi dietro fobie e crisi di panico.

Domanda

Ma lei è troppo protettivo.

Risposta

Sicuramente, ma questo mi risulta dal lavoro clinico. Meglio rimandare certe esperienze di distacco e di separazione all’età giovanile. Per quanto riguarda il servizio militare il distacco avveniva all’età di diciotto-venti anni, un periodo della vita in cui si gradisce fare da sé. In Italia il servizio militare coincideva con il primo viaggio fuori regione ed era una opportunità di crescita umana, più che militare.

Domanda

Lei ha fatto il servizio militare?

Risposta
Perbacco e ho girato l’Italia per colpa del “sessantotto” e della contestazione giovanile. Io avevo una laurea in filosofia ed ero ritenuto un rivoluzionario marxista-leninista-maoista già prima di aprir bocca e anche per il fatto che ero barbuto.

Domanda

Tanta carne sul fuoco, come sempre.

Risposta

Eh già.

La canzone adatta al tema della lontananza dagli affetti è una poesia di Paolo Conte, “Azzurro”, degnamente interpretata dall’autore.

LE DUE COCCINELLE E LE ALTRE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato la mia capa ufficio nella sua casa con la sua bambina che, quando era in piedi vicino al tavolo avrà avuto circa 3 anni, quando era sopra la tavola diventava sempre più minuscola.
Io stavo attenta che non cadesse dal tavolo e che nessuno la schiacciasse.
Era diventata piccola come la falange di un dito e io con la mano cercavo di proteggerla.
A un certo punto, sempre nella mia mano, ho due coccinelle che spiccano il volo e vanno ad appoggiarsi all’anta di un mobile lì vicino accanto ad altre coccinelle.”
Così e questo ha sognato Vittoria.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Vittoria viaggia spazialmente dal basso verso l’alto, da “in piedi vicino al tavolo” a “sopra la tavola”, e procede materialmente da un “macro” verso un “micro”, da una bambina di “circa tre anni” a “due coccinelle”. Parte, inoltre, da una realtà spaziale in atto, “la mia capa ufficio nella sua casa con la sua bambina” e approda all’embrione, all’uovo e allo spermatozoo, l’origine e la formazione della bambina. Lo scorrere temporale del sogno procede originalmente a ritroso, una difensiva “regressione”, verso una desiderata e progettata gravidanza.
Vittoria riesuma e riattraversa nel sogno la sua dimensione psicofisica materna, la maternalità e la maternità, l’istinto e l’appagamento, il desiderio e la realizzazione. Parte dalla visione della donna in cui si è “traslata”, la “capa ufficio”, per ricordare e ripensare se stessa quando voleva e poteva diventare mamma. Vittoria sviluppa il meccanismo biologico della fecondazione, della nascita e della crescita di una bambina, l’oggetto del suo desiderio: la coccinella, il feto, la bambina.
Ho rimesso in piedi e attualizzato il sogno capovolto di Vittoria.
Dopo aver rilevato che il movimento dal basso verso l’alto condensa il processo psichico della “sublimazione della libido”, che il processo fisico da un “macro” a un “micro” esprime una contrazione depressiva della vitalità, che la “regressione” temporale è un meccanismo di difesa dall’angoscia, che è degno di nota l’uso del meccanismo onirico della “figurabilità”, abilità naturale e spontanea a tradurre un concetto o un’idea in una forma e in un’immagine adeguate, dopo questi rilievi posso procedere con curiosità nella decodificazione.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ho sognato la mia capa ufficio nella sua casa con la sua bambina”

Vittoria si trasferisce subito nella sua “capa ufficio” e nella sua dimensione psicofisica materna: meccanismo di difesa della “traslazione”. Ha un conto sospeso con la maternità e approfitta dello stimolo di una persona conosciuta e autorevole per sciorinare i suoi vissuti e i suoi “fantasmi” in proposito.
La “capa ufficio” attesta di un buon senso dell’Io, la “casa” è simbolo della struttura psichica e della “formazione psichica reattiva”, la “bambina” non rappresenta Vittoria da piccola, ma l’oggetto del desiderio materno proprio per la successiva psicodinamica simbolica regressiva.

“che, quando era in piedi vicino al tavolo avrà avuto circa 3 anni, quando era sopra la tavola diventava sempre più minuscola.”

Ecco la psicodinamica di cui si diceva. Vittoria parte dalla realtà di fatto, una bambina di “circa 3 anni” e “in piedi vicino al tavolo” per arrivare a uno stato di minorità spaziale e temporale: “sopra la tavola diventava sempre più minuscola”. Vittoria si è traslata nella capa ufficio e non nella bambina perché è disposta a svolgere l’iter della maternità in maniera regressiva, un’evoluzione alla rovescia che non è un’involuzione.
Il “tavolo” è simbolicamente freddo rispetto alla “tavola” e rappresenta la relazione sociale e il coinvolgimento politico, il dialogo e la dialettica ideologica, un altare sconsacrato. La bambina può far da sé, “è in piedi”.
La “tavola” rappresenta simbolicamente l’offerta di “parti psichiche di sé”, la disposizione donativa, “genitale”, condensa il teatro dell’esibizione di sé, dal desiderio al trauma, dall’armonia al conflitto. Nel contesto psichico di Vittoria si esibisce la bambina autonoma e l’infante dipendente, “vicino al tavolo” e “sopra la tavola”.
“diventava sempre più minuscola.” Regressione alle origini con prima tappa al feto, per approdare all’embrione e al seme o all’uovo. L’evoluzione all’incontrario e alla moviola è servita dal sogno birichino!
Magia del sogno e dei “processi primari”!
La “Fantasia” allucina il “ritorno al passato” spaziale e temporale. La radice etimologica greca dice di “un prendere luce”.

“Io stavo attenta che non cadesse dal tavolo e che nessuno la schiacciasse.”

Ecco l’istinto materno!
Vittoria protegge la sua maternità e tutela il suo diritto a essere madre con l’amore verso quell’embrione da salvaguardare. Vittoria rievoca le sue ansie e le sue paure in attesa e in difesa di quella maternità che forse non è più possibile.
Vediamo i simboli.
“Attenta” equivale a “intenzionata”, con la mente rivolta a un oggetto specifico. Vittoria ricorda il suo interesse verso la maternità e il suo bisogno di tutelare e di tutelarsi dalla perdita di questa prerogativa classicamente femminile.
“Non cadesse”. Si diceva della “perdita” ed ecco che arriva immancabilmente il “fantasma” chiamato in causa. L’atto del “cadere” è simbolicamente un perdere e un rovinare, associa e condensa un danno doppio.
“Nessuno lo schiacciasse” presenta ancora l’istinto materno che protegge a tutti i costi il figlio dall’annientamento. La pulsione filogenetica, amore della Specie, si afferma nella tutela della gravidanza e della maternità. L’atto dello “schiacciare” condensa un bruttissimo “fantasma di morte” e si attesta in una pulsione sadomasochistica in espiazione del senso di colpa. Ricordo anche che la signora della vita e della morte è sempre l’archetipo Madre.

“Era diventata piccola come la falange di un dito e io con la mano cercavo di proteggerla.”

Vittoria persiste nel portare avanti la rivisitazione a ritroso del suo passato, nello specifico la sua pulsione alla maternità, dopo aver trovato nella “capa ufficio” e in sua “figlia” adolescente un potente stimolo per formare il sogno. Si trova alle prese con la difesa spasmodica della sua costellazione psichica materna attraverso la paura, non tralignata ancora in angoscia, di un possibile annientamento della figlia ormai ridotta nei termini di un feto nella quarta settimana di vita. Vittoria sta difendendo la vita della bambina da una possibile morte per annientamento.
Quante fantasie si legano a questo bisogno di mantenere la vita nelle menti delle adolescenti e delle giovani donne in specie nei riguardi delle mestruazioni e dopo i rapporti a rischio!
“piccola come la falange di un dito” si traduce nell’essere un embrione.
“io con la mano cercavo di proteggerla.” come in un’alcova, un grembo caldo e protettivo. Degna di nota e l’uso del meccanismo onirico della “figurabilità”, esprimere un concetto secondo una forma e un’immagine.

“A un certo punto, sempre nella mia mano, ho due coccinelle che spiccano il volo e vanno ad appoggiarsi all’anta di un mobile lì vicino accanto ad altre coccinelle.”

Continua il processo di ritorno all’origine attraverso il rimpicciolimento e la regressione, la riduzione dello spazio e l’inversione del tempo come in una moviola che consente di rivedere il presente dentro il passato fino all’origine. Vittoria evidenzia le due coccinelle, seme e uovo, prima della fecondazione. Ma non basta, perché il sogno è oltremodo deciso ad approfondire il viaggio dal momento che è ben difeso e ben coperto nel suo “contenuto latente” dal “contenuto manifesto”. Il vero significato non si evince minimamente dalla trama del sogno nel suo apparire e oscillare tra l’istinto e l’amore materni. Questa apparente tranquillità sta sfociando nella simbologia di un trauma e di un qualcosa di drammatico a metà tra fantasia e realtà. O si tratta delle fantasie adolescenziali di una ragazza che desidera e teme l’ingravidamento o si tratta di un’esperienza traumatica vissuta proprio sull’insorgere di una gravidanza: una gravidanza extra-uterina.
Procedere con eleganza è opportuno alla luce dei temi supposti e trattati.
“sempre nella mia mano”: la mano funge simbolicamente da grembo per le due coccinelle, il seme e l’uovo.
“ho due coccinelle che spiccano il volo”. Nella meravigliosa riduzione spazio-temporale che Vittoria sta operando in sogno, il tornare indietro nello spazio e nel tempo perviene al “minimum” biologico consentito dal senso della vista, lo spermatozoo e l’uovo. Vediamo dove approdano le due coccinelle.
“vanno ad appoggiarsi all’anta di un mobile”. L’anta suppone un armadio, un mobile contenitore che evoca e condensa un grembo e la recettività materna di un utero atto a portare avanti una fecondazione evolvendola in nove mesi di gravidanza e in un accrescimento delle coccinelle, uovo e seme. Ma queste cellule primarie della vita non entrano nel “mobile” aprendo magari “l’anta”, ma restano fuori e si appoggiano soltanto al recipiente deputato alla formazione della vita, l’utero per l’appunto. E allora, restando fuori, significa che non hanno attecchito tra di loro e dentro il vaso che serve. Una gravidanza extra-uterina o una fantasia adolescenziale di gravidanza con la giusta difesa dall’angoscia congenita nei “fantasmi” della gravidanza e del parto.
“lì vicino accanto ad altre coccinelle.” tra i milioni di spermatozoi e le tante uova disponibili per essere fecondate ed evolversi in embrioni. Finisce il viaggio a ritroso di Vittoria nella ricerca onirica dei suoi “fantasmi” e dei suoi vissuti in riguardo alla maternità e gravidanza. Si ricorda che, dopo il coito completo e andato a buon fine, permangono in vagina miliardi di semi in attesa d’incontrare nello spazio l’uovo se il tempo è giusto. Soltanto uno avrà la palma della vittoria. Gli altri concludono qui il loro degno viaggio biologico.
Si conclude in questo modo anche il sogno di Vittoria.

PSICODINAMICA

Il sogno di Vittoria sviluppa in maniera originalissima e creativa l’itinerario biologico dell’esperienza meravigliosa della maternità partendo da una realtà in atto, una bambina, per approdare alle entità costitutive dell’embrione e per scinderlo nel seme e nell’uovo. Questa “regressione” spaziotemporale approda alla fantasia adolescenziale della fecondazione e della gravidanza o rievoca un’esperienza di una gravidanza extra-uterina, un trauma ben organizzato e razionalizzato alla luce del modo in cui viene elaborato dai “processi primari” deputati a dare forma ai contenuti del sogno. Il risultato di tanto complotto è un prodotto unico ed eccezionale per le modalità da saltimbanco attraverso le dimensioni fisiche dello spazio e del tempo, a riprova che la Psiche è fuori da queste categorie filosofiche e scientifiche, quasi a voler attestare di un “breve eterno” implicito nella memoria e nella coscienza. Agostino di Tagaste si era espresso in tal senso nel quarto secolo dopo Cristo a proposito dell’anima: il tempo è la distensione al presente verso il passato e il futuro.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Vittoria evidenzia le seguenti istanze psichiche: “Io” vigilante e consapevole basato sul “principio di realtà” in “Io stavo attenta”, “Es” pulsionale e rappresentazione dell’istinto e basato sul “principio del piacere” in “che non cadesse dal tavolo e che nessuno la schiacciasse.” e in “due coccinelle che spiccano il volo”. Il “Super-Io limitante e censorio, basato sul “principio del dovere”, non compare. Le “posizioni psichiche” chiamate in causa sono le seguenti: la “genitale”, donativa e basata sul riconoscimento dell’altro, è dominante e presente in “la mia Capa Ufficio nella sua casa con la sua bambina” e in “ho due coccinelle che spiccano il volo e vanno ad appoggiarsi all’anta di un mobile lì vicino accanto ad altre coccinelle.” e in “Era diventata piccola come la falange di un dito e io con la mano cercavo di proteggerla”, la “anale” con la “libido sadomasochistica” è presente in “ho due coccinelle che spiccano il volo e vanno ad appoggiarsi all’anta di un mobile lì vicino accanto ad altre coccinelle”: pulsione violenta e rottura difensiva dell’unità dell’embrione.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Vittoria usa i seguenti “meccanismi” e “processi” psichici di difesa: la “condensazione” in “casa” e in “coccinelle”, lo “spostamento” in “bambina”, la “traslazione” in “capa ufficio”, la “figurabilità” in “quando era in piedi vicino al tavolo avrà avuto circa 3 anni, quando era sopra la tavola diventava sempre più minuscola.” e in “Era diventata piccola come la falange di un dito” e in “ho due coccinelle che spiccano il volo e vanno ad appoggiarsi all’anta di un mobile lì vicino accanto ad altre coccinelle.”, la “drammatizzazione” in “Io stavo attenta che non cadesse dal tavolo e che nessuno la schiacciasse.”. I processi psichici di difesa innescati sono la “sublimazione” in “sopra la tavola”, la “regressione” in “diventare sempre più minuscola”. Ricordo che la “regressione” è presente anche nella funzione onirica tramite l’azione al posto del pensiero e l’allucinazione al posto dell’esercizio normale dei sensi.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Vittoria manifesta un tratto “genitale” all’interno di una “organizzazione psichica orale”: disposizione alla maternità e pulsione affettiva. Alla ricerca del tempo e dello spazio perduti Vittoria elabora in progressione regressiva le sue esperienze in riguardo alla fecondazione e alla maternità.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Vittoria forma ed esibisce le seguenti figure retoriche.
La “metafora” o relazione di somiglianza in “tavolo” e in “tavola” e in “coccinelle”. La “metonimia” o nesso logico in “mano” e in “volo” e in “anta di un mobile” e in “non cadesse” e in “nessuno la schiacciasse”. La “sineddoche” o la parte al posto del tutto e viceversa in “due coccinelle che spiccano il volo”. Nel complesso il sogno di Vittoria possiede una tematica poetica all’interno di una narrazione naturale quanto surreale. In special modo l’ultima parte è degna di una vena lirica: “A un certo punto, sempre nella mia mano, ho due coccinelle che spiccano il volo e vanno ad appoggiarsi all’anta di un mobile lì vicino accanto ad altre coccinelle.”

DIAGNOSI

La diagnosi dice di una “regressione temporale” e di una “riduzione spaziale” in progressione armonica alla ricerca della fecondazione e della gravidanza mancate o non andate a buon fine, in una con il desiderio e la pulsione di maternità. In termini clinici trattasi di una frustrazione dell’istinto materno e dell’esperienza collegata in una cornice di vanificazione del seme e dell’uovo.

PROGNOSI

La prognosi impone a Vittoria di compensare la sua maternità inappagata con adeguate “sublimazioni” funzionali sempre ad azioni fattive in favore di una realizzazione sentimentale ed estetica: sentimenti d’amore e culto della bellezza.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una “psiconevrosi istero-fobica e ossessiva” in caso di mancato funzionamento del processo di difesa della “sublimazione della libido” e in un ritorno pesante del sentimento della nostalgia, dolore del desiderato ritorno. Trattandosi di maternità mancata, qualora i livelli di tensione superano l’omeostasi, è possibile la difesa della “conversione isterica” con significative somatizzazioni.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei simboli e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Vittoria è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
La psicodinamica si avvale di un simbolismo che prevale di gran lunga sulla trama narrata.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Vittoria, il “resto diurno” del “resto notturno”, si colloca nella visione di una bambina, come suggerisce la stessa trama del sogno, o in una riflessione esistenziale sullo stato psichico in atto.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Vittoria è decisamente surreale proprio nel suo andare a ritroso con lo spazio e con il tempo.

REM – NONREM

Il sogno di Vitoria si è svolto nella seconda fase del sonno REM alla luce del simbolismo e delle implicite emozioni. La protagonista rievoca con una buona copertura difensiva il suo viaggio a ritroso nella maternità usando bene i meccanismi psichici del “processo primario”, nonché la cosiddetta “censura onirica”, per completare il suo personale itinerario psichico e umano. Pur tuttavia l’agitazione da meraviglia non deve essere stata da poco.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

Il sogno di Vittoria usa in maniera prevalente il senso della “vista” e lo allucina in “due coccinelle che spiccano il volo e vanno ad appoggiarsi all’anta di un mobile lì vicino accanto ad altre coccinelle.”. Il “tatto” è presente in “sempre nella mia mano, ho due coccinelle”.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività di chi interpreta e l’oggettività di chi sogna, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Vittoria, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque” e in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Vittoria, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “2” a causa della chiara simbologia e della semplice psicodinamica.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo avere con curiosità letto la decodificazione del sogno di Vittoria.
Domanda
E così il sogno sa fare anche le acrobazie e sa navigare nello spazio e nel tempo come gli pare.
Risposta
Proprio così, ma non come gli pare, secondo le sue leggi e i suoi schematismi, secondo le sue proprietà e le sue finalità: aiutare il sognatore a capire e a capirsi semplicemente perché ha tirato fuori tutta roba sua. Attenzione, però! Il sogno viaggia nel tempo ma nella dimensione del presente attraverso la sua capacità di rielaborare e di riattualizzare.
Domanda
E lo spazio?
Risposta
Lo spazio in atto della psiche è il corpo con il suo divenire, quel vissuto dell’evoluzione biologica operato sin dalla nascita dall’istanza “Es”, la capacità di rappresentare le pulsioni e i movimenti psicosomatici degli istinti attraverso i “fantasmi” che di poi si evolvono, pur permanendo come attività e prodotti mentali, in rappresentazioni consapevoli delle funzioni corporee, sempre nobili, elaborate dall’Io razionale e tradotte in concetti. La questione, più che complessa, è molto discussa per la presenza di tanti pregiudizi morali religiosi e politici sulla vita istintiva dell’uomo e del cittadino.
Domanda
La psiche muore con il corpo?
Risposta
Sono una sola entità, un tutto unico e inscindibile: concetto olistico. La vita è legata alla consapevolezza e nello specifico alla coscienza dell’angoscia di morte. Più chiaro è il “sapere di sé” e più intenso è il vivere. Orazio aveva escogitato all’uopo il “carpe diem” come metodo per vivere le sue voglie sessuali sulla bella Leuconoe o sul giovane schiavo. Lo aveva indicato poeticamente agli altri per giustificare se stesso e il suo corpo che pulsava “libido” latina. Si può tranquillamente dire che il “carpe diem” ha avuto e ha tanta fortuna storica, culturale, psicologica, estetica perché Orazio ha saputo dare con lo zucchero le verità più belle e più amare riguardo all’uomo, come quella che afferma che il suo essere si riduce alla sua unità psicosomatica, il “Corpo-Mente”.
Domanda
Mi spiega le fantasie sulle mestruazioni e sulla fecondazione delle adolescenti?
Risposta
L’assenza di un’educazione sessuale e la presenza in Occidente dei tabù religiosi intorno al corpo, la coalizione micidiale di cristianesimo e luteranesimo e calvinismo e altra compagnia cantante, questa mistura porta naturalmente alla formazione di conoscenze individuali o condivise con un gruppo di trasgressori, a un’educazione solipsistica o settaria. Ai naturali fantasmi della bambina in riguardo al suo corpo e alla sessualità si aggiungono il silenzio degli adulti e i divieti sociali. Tante bambine si sono scoperte donne attraverso il “fantasma di morte” associato al sangue, il liquido simbolicamente vitale che, se si perde, scatena angoscia. E poi, anche i testi sacri evocano la punizione per la manipolazione del sangue. E le culture non discriminano ancora le donne per la loro impurità mestruale? E la religione cristiana non escludeva le donne dalla comunità durante l’impurità della gravidanza nell’evidenza che era stata sessualmente con un uomo o con il suo uomo? Soltanto dopo la quarantena di purificazione la donna madre era ammessa nella comunità cristiana. E di quante altre colpevolizzazioni e criminalizzazioni è cosparsa la strada che porta al martirio della donna sin dal suo essere nel grembo di un’altra donna che non l’aiuterà a liberarsi dalla schiavitù culturale e religiosa. Anzi, spesso sono le madri a confermare e a cresimare la sottomissione globale delle figlie al maschio secondo lo statico principio storico del principe di Lampedusa, il Gattopardo: tutto cambia purché nulla cambi.
Domanda
Io le avevo chiesto le fantasie sulla mestruazione, sulla fecondazione e sulla gravidanza.
Risposta
Hai perfettamente ragione, ma mi sono lasciato prendere da un argomento tragico e attualissimo e da una misoginia dura da debellare nella psiche ballerina e fragile dei maschi. Provvedo alla richiesta. Le mestruazioni evocano angosce che si traducono in fantasie di morte da devitalizzazione progressiva: “fantasma”. L’aiuto affettivo e tecnico della madre e del padre è importantissimo. Ho detto del padre, non basta la madre. La dinamica della fecondazione, coito, tira fuori angosce di violenza e di morte per lacerazione delle parti intime e per sfondamento del ventre, pericolose “angosce di frammentazione” propedeutiche allo stato psicotico transitorio o persistente. La bambina non riesce a concepire in maniera piacevole la penetrazione, specialmente se si è imbattuta nell’improvvida visione di un pene adulto in erezione. L’educazione sessuale e la presenza affettiva dei genitori sono determinanti per convertire le diverse angosce in accettazione e orgoglio del genere femminile e del ruolo di donna. Intorno alla gravidanza è necessaria più che mai la presenza e la chiarezza dei genitori, madre e padre, nonché la precisione scientifica commisurata allo sviluppo della mente infantile. Le varie metafore della cicogna e del cavolo sono da riservare alle favole. I “fantasmi” collegati alla gravidanza sono sempre di morte per frammentazione, come ho avuto modo di spiegare in un altro sogno,
Domanda
Cosa mi dice del “coitus interruptus”?
Risposta
E’ l’antifecondativo storicamente primario e praticato fino a quando la donna ha subito una dipendenza culturale e giuridica dal maschio: anni settanta. La conquista dei diritti civili ha indotto le donne a scegliere e a proporre altre forme anticoncezionali, chimiche o meccaniche. La pratica del “coitus interruptus” era ed è tremenda per i danni psicofisici che ha prodotto e che produce: tensione nervosa, caduta della “libido”, impotenza e frigidità progressive fino alla dismissione dell’esercizio sessuale. Come tutte le cose fatte a metà il coito interrotto non è una buona, bella e giusta pratica. E’ una contraddizione nei termini, una fusione a metà.
Domanda
E’ sicuro della gravidanza extra-uterina?
Risposta
Il sogno dice simbolicamente che le coccinelle si fermano fuori dall’armadio, lo sperma non feconda l’uovo, assieme a tante altre, l’eiaculato. La “figurabilità” indica che può essere un “coitus interruptus” con il deposito dello sperma sul pube e “ante portas” o una gravidanza extra-uterina, l’embrione depositato fuori dell’utero. Il sogno è capace di elaborare idee ed esperienze in maniera originalissima.
Domanda
Un’ultima cosa: la differenza tra “tavola” e “tavolo” mi sembra molto sottile, quasi fragile.
Risposta
Il “tavolo” è maschile e appartiene al Padre. E’ privo di affetto e si può sublimare nell’altare e nel sacrificio sacrale. La “tavola” appartiene alla “Madre” ed è colma dei doni della “genitalità”. Sulla tavola c’è il cibo, simbolo dell’amore materno in esaltazione della vita. Ma non dimentichiamo che l’archetipo Madre sa anche essere violento. Chiedo io una cosa a te: non ricordi una tavola imbandita che ti ha fatto percepire briciole di felicità e di pienezza psicofisica?
Domanda
Sì, quand’ero piccola e di domenica, quando si pranzava tutti insieme. Un’ultima domanda: a questo sogno quale canzone associa?
Risposta
E’ obbligo associare un prodotto culturale e popolare volutamente compilato secondo il processo di “regressione” negli anni settanta da parte di un quartetto di autori e cantanti molto espressivi e capaci di provocare emozioni non soltanto nei giovani di allora, ma soprattutto nei giovani di oggi. Viene confermata la tesi che certe movenze dell’animo e dei sentimenti sono senza tempo. Il titolo è “Sola in the night” e gli autori del “benfatto” sono Takagi & Ketra con Tommaso Paradiso ed Elisa. Anche il video è ispirato agli abiti del tempo passato e ai modi d’incontrarsi e di vivere i sentimenti, della serie “mi piaci, ma farò di tutto per non fartelo capire e per evitarti”. Trattasi di manovre logistiche che occultano il meccanismo di difesa dello “annullamento” a manetta: destituire la carica sentimentale e sensuale da un’idea o da un fatto reale, della serie vivo l’innamoramento a freddo e senza il trasporto erotico e sessuale. Mentire a se stessi era un costume psicopatologico degli anni settanta, come se fosse una debolezza innamorarsi, fare l’amore o, guai e poi mai, fare sesso. La cultura bacchettona, clericale e post fascista del tempo incorporava e metteva in atto gli schemi sadomasochistici della peggiore “libido anale”. Tanto meglio oggi, decisamente, sia pur con i risvolti conflittuali tra maschio e femmina che comporta l’evoluzione e il progresso. E’ importante lasciare in vita l’attrazione, la seduzione e lasciarsi andare alle emozioni con una leggera consapevolezza, quella che serve per godere. Eppure, in quel tempo gli autori della canzone in questione hanno trovato un “mare magnum” da rivivere, sicuramente perché lo hanno sentito soltanto raccontare. A titolo esemplificativo adduco il concetto base di “Sola in the night” : “certo che lo sai, prendi tutto e te ne vai per vedere se è vero che poi ti vengo a cercare; ritorni solo se cambia tutto tranne te”.
In un recente passato questi amabili signori Takagi e Ketra, in compagnia di Arisa e di Lorenzo Fragola, hanno proposto con interesse una satira sulla contemporaneità in musica leggera, la canzone “L’esercito del selfie”, dove hanno messo in rilievo la degenerazione del narcisismo elettronico e la desessualizzazione della coppia. Il bisogno di essere in linea e di avere “campo” supera di gran lunga l’attrazione umana. Ma di questo brano si parlerà in un momento opportuno.
Consiglio per i naviganti: ascoltare la canzone partecipando al ritmo e al contenuto senza alcun impegno intellettuale.

 

 

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Vittoria è dominato dal meccanismo psichico primario della “figurabilità”, per cui è importante un breve approfondimento tratto dal mio lavoro “Sogno e fantasma”.
“Dal momento che il “lavoro onirico” trasforma le rappresentazioni profonde e i desideri rimossi in allucinazioni sensoriali, prevalentemente visive e uditive, prendiamo in considerazione a questo punto il meccanismo della “figurabilità”, deputato proprio alla traduzione in immagine dei contenuti che formano la trama del sogno.
Risulta determinante mettere in rilievo due aspetti: in primo luogo la selezione operata tra le diverse immagini che traducono una rappresentazione profonda e che meglio si prestano alla sua espressione visiva, in secondo luogo la tendenza a operare spostamenti da un concetto astratto a un’immagine concreta.
Freud afferma che nell’attività primaria della “figurabilità” viene richiamato un aspetto arcaico e filogenetico del pensiero e del linguaggio umani.
In origine il pensiero e le parole avevano un significato concreto. Essi si traducevano in fatti reali e oggetti sperimentabili. Soltanto in seguito all’evoluzione culturale hanno assunto un significato e un contenuto astratti.
Il linguaggio del sogno non conosce le opposizioni logiche dei pensieri e delle parole, così come all’origine il linguaggio designava in un unico oggetto concetti diversi e opposti.” Esempio: l’oggetto Dio abbracciava i concetti del Bene e del Male, oggetto morte includeva i concetti del premio e del castigo, della conquista e della perdita.