I RADICCHI ROSSI E VERDI

TRAMA DEL SOGNO

Anastasia ha fatto questo lungo e variegato sogno.

“Mi trovo a casa mia e ho voglia di andare a prendere del radicchio nel campo. Guardando fuori dalla finestra vedo la casa di fronte con il campo annesso e so che là ci sono dei bellissimi radicchi.

Allora parto e vado sul campo camminando lungo dei solchi lasciati dalle ruote di un trattore, pieni di acqua e fango. Devo star attenta a non sporcarmi le scarpe.

Poi mi inoltro verso dei filari di viti per raggiungere l’orto dei vicini e ci devo andare di nascosto per non farmi scoprire.

Mentre guardo l’orto, mi accorgo che dalla parte opposta, in pieno campo, ci sono due uomini che stanno discutendo e io cerco di nascondermi anche da loro, ma mi accorgo di avere sulle spalle un asciugamano bianco e sicuramente, se non lo tolgo, mi vedranno.

Però non lo tolgo e continuo a camminare veloce e passo sotto un filare di viti per raggiungere l’orto e prendere i radicchi. Sono proprio belli, rigogliosi, verdi e rossi.

Quando mi avvicino all’orto incontro la padrona di casa con la figlia. A quel punto non posso più andare a prendere il radicchio e mi metto a chiacchierare dicendo che facevo una passeggiata.

Mi invitano in casa. Entro e trovo dentro tante persone, la stanza è molto buia. E la figlia mi dice che è triste perché la mamma soffre di Alzheimer ed inoltre ogni volta che vanno al supermercato questa signora si mette a ballare e mette in imbarazzo la figlia.

Allora io prendo la signora fra le braccia e la invito al ballo, lei prima tentenna, ma poi comincia a girare e siamo come dei veri ballerini e lei è molto felice. Intanto la figlia mi dice che sia lei che il marito hanno perso il lavoro per accudire la madre e che si sono messi a fare dei lavoretti da vendere per sbarcare il lunario.

Mi porta nell’altra stanza. Ci sono tanti tavoli con sopra dei lavori fatti a uncinetto. Nei primi ci sono delle donne sedute, con la testa china e tristi, che guardano dei centrini bianchi non inamidati e non stirati che stanno proprio male, allora le invito a sistemarli se li vogliono vendere.

Negli altri tavoli ci sono invece dei bouquet di fiori fatti in lana o gialli o rosa. Molto belli. Ma forse sono costosi e non voglio spendere troppo. Vorrei prenderli per i regali di pasqua, ma li voglio rossi e non ci sono.

Allora vado a vedere nella stanza accanto. Trovo un bel ragazzo, un maestro di musica che sta insegnando a degli alunni cosa sono le “note dure”, io non so di cosa stia parlando. Mi invita a sedermi e a prendere appunti sul quaderno. Il quaderno è bello, illustrato, solo che al momento di scrivere mi accorgo che nella maggior parte della pagina ci sono delle illustrazioni di colore nero e perciò non si vede cosa scrivo.

Penne bianche non ce ne sono, perciò scrivo a tratti qua e là sapendo che comunque farò fatica poi a studiare. Gli chiedo se ha altri quaderni e lui mi risponde che sarà meglio che ci faccia degli esempi per memorizzare la lezione.

Usciamo dall’aula e lo abbraccio e poi invito tutti a casa mia e ci prendiamo un caffè. Quando spreparano e col vassoio vanno al lavandino, fanno per rovesciare le tazze con ancora del caffè giù per lo scarico, allora li fermo per paura che rompano le belle tazze rosse ed oro che sono del servizio di mia mamma e li porto in bagno sulla vasca che è molto più capiente.

Qui apro gli scuri e la finestra per far entrare la luce e mi sveglio.”

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mi trovo a casa mia e ho voglia di andare a prendere del radicchio nel campo. Guardando fuori dalla finestra vedo la casa di fronte con il campo annesso e so che là ci sono dei bellissimi radicchi.”

Anastasia non ama la solitudine anche se sta bene a “casa” sua e con se stessa. E’ una donna irrequieta e dalla mille voglie e soprattutto non sa fare a meno della vita e della vitalità affettive al punto che è disposta a relazionarsi con facilità, pur di portare nella sua “casa” psichica i benefici privilegiati dalla sua persona. Il “radicchio bellissimo” è un attraente cibo affettivo di cui Anastasia è particolarmente ghiotta. L’esordio del sogno di Anastasia parla di “voglia” e di conquista, di un bisogno di socializzare affermativo e positivo. La decisionalità non è un difetto di Anastasia, così come la titubanza non si manifesta nell’aggressione alla “casa di fronte” e al “campo annesso” dove trionfano in pompa magna dei “bellissimi radicchi”. Anastasia inizia il sogno tessendo l’inno all’amor proprio, agli affetti e alla gente che la circonda.

Allora parto e vado sul campo camminando lungo dei solchi lasciati dalle ruote di un trattore, pieni di acqua e fango. Devo star attenta a non sporcarmi le scarpe.”

Anastasia rievoca il tempo in cui ha cominciato a relazionarsi e a scambiare la merce psichica con gli altri. Il “campo” rappresenta la società e le modalità che segnano la rete delle relazioni. Il senso del “camminando lungo dei solchi” descrive la tradizione e quanto detto prima in riferimento agli insegnamenti impartiti e imposti dai maestri e dalle maestre, nozioni intrise di sensi di colpa e in specie alle bambine in odore di procace adolescenza. Il “trattore” ha un suo peso reale e simbolico e con le sue ruote ci va giù di brutto nell’imprimere gli schemi culturali nelle coscienze delle giovani leve. Le “scarpe” sporche rappresentano le colpe metafisiche e psichiche in riguardo alla sessualità femminile e il senso del peccato in riferimento specifico alla vagina, come nel tempo delle streghe medioevali e dei monaci del “nome della rosa”. Stai “attenta”, Anastasia, al fango dei maschi e alle cattiverie delle madri che spesso e volentieri sono più bigotte delle suore dell’asilo. Anastasia dice a se stessa: “devo stare attenta a non colpevolizzare la mia sessualità in questo contesto di mondo così arcaico e tradizionalista.” Degna di nota è l’allegoria della forza della tradizione in “camminando lungo dei solchi lasciati dalle ruote di un trattore, pieni di acqua e fango.”

Poi mi inoltro verso dei filari di viti per raggiungere l’orto dei vicini e ci devo andare di nascosto per non farmi scoprire.”

Anastasia ricorre ai sotterfugi e si occulta per non essere smascherata nelle sue furtive intenzioni. “L’orto del vicino è sempre più bello” recita un antico adagio per attestare che si preferiscono e si privilegiano le cose degli altri rispetto alle proprie. Anastasia si è sentita emarginata in famiglia se pensa di trovare più attenzione e miglior fortuna presso i vicini e soprattutto nel loro “orto”, là dove simbolicamente si consuma il rituale affettivo. L’orto produce quel cibo che è simbolo di amore e di investimenti affettivi. I “filari di viti” rientrano nel paesaggio veneto e non hanno rilievo simbolico. Chiaramente Anastasia sa che i suoi genitori non approverebbero questo suo ripudio nei loro confronti e soprattutto in materia di affetti. Oltretutto, lei stessa avverte un senso di colpa nella preferenza accordata ai vicini e ai loro radicchi verdi e rossi. L’esigenza di esplorare il mondo circostante è più forte dei timori di essere punita.

Mentre guardo l’orto, mi accorgo che dalla parte opposta, in pieno campo, ci sono due uomini che stanno discutendo e io cerco di nascondermi anche da loro, ma mi accorgo di avere sulle spalle un asciugamano bianco e sicuramente, se non lo tolgo, mi vedranno.”

Il sogno di Anastasia è iniziato portando avanti una valenza affettiva e su questo bisogno moderato di un amore diverso prosegue senza tentennamenti. Anche l’universo maschile attrae Anastasia, “ci sono due uomini” che non sono censori, come temeva, ma persone normalissime che discutono. Anastasia ha un atteggiamento ambivalente, perché da un lato vuole nascondersi per non essere scoperta nella sua magagna e dall’altro lato ci tiene a essere notata grazie all’asciugamano bianco che porta sulle spalle. La donna è attratta e teme il rimprovero per essere sfacciata e in specie con gli uomini di una certa età. Ma perché Anastasia si deve nascondere? Perché i genitori non sono stati provvidi nelle manovre di affidamento quand’era bambina. Una madre severa ed arcigna e un padre lontano ed egoista completano l’opera in questo leggero psicodramma familiare.

Però non lo tolgo e continuo a camminare veloce e passo sotto un filare di viti per raggiungere l’orto e prendere i radicchi. Sono proprio belli, rigogliosi, verdi e rossi.”

Anastasia ha bisogno di relazioni significative e di affetti nuovi e diversi, per cui procede con la sua intraprendenza ad accaparrarsi i “radichi” più “belli” e “rigogliosi”, quelli “verdi e rossi”. La disinibizione si sposa con il timore del rifiuto e della censura, ma Anastasia ha le idee molto chiare su quello che vuole: stabilire relazioni affettive con persone diverse dal suo ambito familiare, allargare la cerchia delle sue conoscenze e delle sue amicizie. Anastasia rievoca la ragazzina che ha trovato difficoltà ad emergere in famiglia per la presenza ingombrante di fratelli e sorelle, per cui va a cercare e a mangiare i “radicchi” da un altra parte, là dove non ci sono rivalità e censure. L’orto del vicino è veramente vitale, oltre che bello, ricco di linfa ed anche eccitante. Così sogna la sfera affettiva la protagonista di questo sogno rurale. Relazionarsi e conoscere la gente è veramente coinvolgente e fascinoso.

Quando mi avvicino all’orto incontro la padrona di casa con la figlia. A quel punto non posso più andare a prendere il radicchio e mi metto a chiacchierare dicendo che facevo una passeggiata.”

Ecco realizzato il progetto affettivo di Anastasia. Doveva costruire un sogno dove poter rubare i radicchi era possibile ed, invece, s’imbatte proprio nella persona interessata, la padrona dei radicchi e oltretutto con la figlia. Anche in questa famiglia ci sono ostacoli, per cui è necessario cambiare strategia senza cambiare il progetto di fondo che resta quello di relazionarsi con persone estranee all’ambito familiare e di cercare miglior fortuna affettiva esibendo le migliori doti. Anastasia passeggia e nel passeggiare sperimenta le sue capacità sociali e la sua intelligenza operativa. La vita, del resto, impone di sapersi arrangiare e di far buon viso a cattivo gioco. Anastasia è un camaleonte e non è, di certo, seconda a nessuno nell’esibire la sua sfacciataggine. Il radicchio, che voleva rubare, si può anche ottenere in maniera suadente e diplomatica. Questa è una buona trovata e una proficua presa di coscienza che consente ad Anastasia di togliersi d’imbarazzo proprio esibendo una invidiabile faccia di bronzo.

Mi invitano in casa. Entro e trovo dentro tante persone, la stanza è molto buia. E la figlia mi dice che è triste perché la mamma soffre di Alzheimer ed inoltre ogni volta che vanno al supermercato questa signora si mette a ballare e mette in imbarazzo la figlia.”

Anastasia si è intrufolata nelle dinamiche relazionali e ha appagato il suo bisogno di stare con la gente essendo consapevole delle difficoltà che comporta conciliare le diversità caratteriali e le traversie umane. Non tutte le storie tra le persone sono rose e fiori, oltretutto la disabilità spesso è motivo di esclusione e non di arricchimento. La presenza di tanta gente significa la possibilità d’imbattersi in tanti modi di essere e in tante modalità di relazionarsi e questa è una ricchezza se non diventa imbarazzo e rifiuto. Anastasia si è mossa proprio per conoscere gente nuova e per stare con persone diverse. E’ partita da casa sua per le avventure sociali rischiando di trovarsi in imbarazzo e di non saper che pesci pigliare nelle situazioni più strane in cui si può trovare. Ma la donna dei “radicchi verdi e rossi” è intraprendente e non demorde di fronte a un conclamato morbo di Alzheimer, anzi pensa che può essere foriero di creatività e di sana follia.

Allora io prendo la signora fra le braccia e la invito al ballo, lei prima tentenna, ma poi comincia a girare e siamo come dei veri ballerini e lei è molto felice. Intanto la figlia mi dice che sia lei che il marito hanno perso il lavoro per accudire la madre e che si sono messi a fare dei lavoretti da vendere per sbarcare il lunario.”

La follia e la solidarietà ballano con i corpi di Anastasia e della signora che “soffre di Alzheimer”. La disinibizione non è soltanto sociale, ma si estende alla felicità dei ballerini anomali che non hanno bisogno di terapia, ma soltanto della felicità di liberare i corpi alle armonie e senza l’imbarazzo di trovarsi a ballare in un supermercato tra scaffali ripieni di cianfrusaglie buone per i veri dementi. Anastasia e la signora madre si sono riconciliate nei giri del walzer e nella concessione reciproca di un ballo ad ampie volute, come quelli dei bambini prima di sentire la testa girare e di stramazzare a terra. I ballerini sono felici di essere leggeri come l’aria che respirano senza affanno e godono delle espressioni che di giro in giro il loro corpo esprime. Ma la vita, purtroppo, scorre senza l’Alzheimer e coloro che vivono sono costretti a sopravvivere, ad andare sopra la vita, per cui non sanno ballare e non sono malati, sono sani mentalmente ma non fanno ampie volute con le gambe inesperte e intirizzite. La cicala canta e la formica lavora, l’Alzheimer balla e la normalità sbarca il lunario. Anastasia si sta proprio divertendo in questo surreale e così umano bordello di ballerini zoppi e di “radicchi rossi e verdi”, di disoccupati e di badanti in odore di eredità. I veri ballerini tentennano, ma poi cominciano a girare, ballano da soli e si lanciano senza paracadute nel vuoto delle aspettative sociali. E’ commovente questa solidarietà di Anastasia verso la follia creatrice e disinibita di una madre prossima alla dipartita.

Mi porta nell’altra stanza. Ci sono tanti tavoli con sopra dei lavori fatti a uncinetto. Nei primi ci sono delle donne sedute, con la testa china e tristi, che guardano dei centrini bianchi non inamidati e non stirati che stanno proprio male, allora le invito a sistemarli se li vogliono vendere.”

Anastasia sta visitando le sue stanze relazionali, attraversa le sue modalità d’approccio e i suoi bisogni di stare con la gente, nonché i desideri di potere e di primato. Anastasia sa e sa guardare, valutare, invitare, consigliare queste donne tristi e sedute con la testa china sopra abbozzi di ordinaria follia e di quotidiana amministrazione. Anastasia è un caporione, un arruffapopolo, un capobanda che chiama le donne al risveglio e alla rivoluzione, la ribellione dell’uncinetto e del ricamo. La bambina ha sofferto tanto nella sua famiglia, aveva poco spazio e ha tanto immaginato il suo Ronzinante e i suoi mulini a vento. Di Sancho Panza non sapeva che farsene, perché non era affetto dal morbo di quel signore chiamato Alzheimer e che ha dato il nome alla mente dei vecchi quando diventa bambina sotto le frustate dell’angoscia di morte.

Negli altri tavoli ci sono invece dei bouquet di fiori fatti in lana o gialli o rosa. Molto belli. Ma forse sono costosi e non voglio spendere troppo. Vorrei prenderli per i regali di pasqua, ma li voglio rossi e non ci sono.”

Il mercato rionale del sabato continua con le sue esposizioni floreali nelle stanze sociali di Anastasia. Si contratta e si vende al miglior acquirente. Ma Anastasia è moderata nelle spese e negli investimenti quando richiedono un suo intervento diretto. E’ generosa nel sociale, ma non trascura i suoi interessi. Fa regali a Pasqua, nel giorno della rinascita, ed è esigente nella qualità e nella forma. Il capoverso è contraddistinto da una vivace allegria e da una “verve” relazionale che mostra chiaramente le varie dialettiche che si possono instaurare tra la gente. Il giallo, il rosa e il rosso sono i colori giusti per descrivere lo stato d’animo brillante di Anastasia quando si trova con le varie persone. Pochi simboli e tante dinamiche sono presenti in questo sogno narrativo e accuratamente descrittivo.

Allora vado a vedere nella stanza accanto. Trovo un bel ragazzo, un maestro di musica che sta insegnando a degli alunni cosa sono le “note dure”, io non so di cosa stia parlando. Mi invita a sedermi e a prendere appunti sul quaderno. Il quaderno è bello, illustrato, solo che al momento di scrivere mi accorgo che nella maggior parte della pagina ci sono delle illustrazioni di colore nero e perciò non si vede cosa scrivo.”

Di stanza in stanza Anastasia procede curiosa e trova anche “un bel ragazzo”, addirittura “un maestro di musica” che insegna l’essenza delle “note dure”.

Ma cosa saranno mai queste “note dure”?

E chi sarà mai questo “bel ragazzo”?

La simbologia esige che le prime siano le disarmonie psichiche dell’esistenza e i traumi inevitabili nei quali incorre chi vive e esperisce le normali evenienze della vita. Anastasia sta rivivendo e sta tirando fuori in sogno qualcosa di intimo e privato che appartiene al corredo delle sue esperienze traumatiche: un uomo che insegna “a degli alunni” la parte dolente dell’esistenza umana. Il “bel ragazzo” maestro di vita appartiene alla cerchia delle persone significative e importanti di Anastasia. Si tratta di un uomo giovane e positivo che viene inizialmente rifiutato: “io non so di cosa stia parlando”. Anastasia si difende dai vissuti collegati a questa persona proprio perché la “nota dura” lo riguarda e la riguarda. Anastasia ha vissuto una storia con questa persona o meglio ha condensato e spostato in questa persona le dure esperienze affettive vissute a suo tempo. Anastasia è invitata da questo maestro di musica vitale, da questo “bel ragazzo”, “a prendere appunti sul quaderno”, a scrivere una storia fatta di tanti pezzi per dare forma alla relazione. La storia può essere bella e ricca di umanissimi temi, ma, nel momento in cui Anastasia deve viverla, qualcosa non va nel giusto verso: il quaderno è coperto da “illustrazioni di colore nero” che non consentono di scrivere alcunché e soprattutto di averne consapevolezza. Anastasia non ha potuto scrivere e vivere la storia con quest’uomo perché il colore nero, simbolo del lutto e della perdita, ha reso impossibile l’operazione e l’esperienza. La storia si è conclusa traumaticamente o con la rottura o con il lutto, la morte del “bel ragazzo” e del “maestro di musica” esperto nelle “note dure”, nella parte negativa dell’esistenza. Pur tuttavia, Anastasia non si rassegna e tenta di scrivere la sua storia anche se la consapevolezza è drastica e drammatica. La funzione onirica stempera la descrizione di questa trauma e riduce la carica d’angoscia, consentendo al sogno di procedere nella sua trama e ad Anastasia di continuare a dormire. Questo è il nucleo del sogno, il trauma della perdita. Anastasia nell’andare in mezzo alla gente si imbatte nell’uomo della sua vita e lo perde senza avere la possibilità di scrivere una storia insieme a lui.

Penne bianche non ce ne sono, perciò scrivo a tratti qua e là sapendo che comunque farò fatica poi a studiare. Gli chiedo se ha altri quaderni e lui mi risponde che sarà meglio che ci faccia degli esempi per memorizzare la lezione.”

Ci voleva una penna con l’inchiostro bianco per scrivere su una pagina nera e listata a lutto, per cui Anastasia si adegua alla situazione in atto pur sapendo che farà fatica a razionalizzare la perdita: “scrivo a tratti qua e là sapendo che farò fatica poi a studiare”. Anastasia continua a dormire e a sognare e si chiede se avrà altre storie da scrivere in “altri quaderni” e si risponde che dovrà procedere con la “razionalizzazione del lutto”, con la presa progressiva di coscienza del trauma che l’ha colpita. “Memorizzare la lezione” si traduce proprio nel far tesoro di quello che è successo.

Come reagirà Anastasia a tanta disgrazia e come sopporterà tanto dolore?

Diventa interessante procedere con l’interpretazione del sogno per rispondere a questa giusta domanda.

Usciamo dall’aula e lo abbraccio e poi invito tutti a casa mia e ci prendiamo un caffè. Quando spreparano e col vassoio vanno al lavandino, fanno per rovesciare le tazze con ancora del caffè giù per lo scarico, allora li fermo per paura che rompano le belle tazze rosse ed oro che sono del servizio di mia mamma e li porto in bagno sulla vasca che è molto più capiente.”

La solidarietà e la condivisione sono i valori culturali e i sentimenti che accompagnano l’odissea sociale di Anastasia. Un abbraccio per saluto al maestro di musica dalle note dure e una festa sociale per tirasi su il morale sono gli antidoti al dolore della perdita. Quando la festa è finita e si ritorna alla altrettanto dura realtà di tutti i giorni, Anastasia ha il problema delle “tazze”, si imbatte nel prezioso tema della sua femminilità: cosa farò del mio essere donna, della mia sessualità, delle “belle tazze rosse ed oro, quelle che mi ha dato mia mamma quando mi ha partorito e quando mi sono identificata psicologicamente in lei?” La “vasca da bagno capiente” è la soluzione all’eventuale rottura del servizio di porcellana. La simbologia si traduce in un figlio, quest’ultimo sarà la riparazione al trauma della perdita. Il grembo “capiente” di Anastasia è pronto per il parto. Le “note dure” sono proprio queste: Anastasia sogna il trauma della perdita del suo uomo e la compensazione della maternità. Dopo tanto girovagare tra la gente alla ricerca dei “radicchi rossi e verdi” da prendere furtivamente nell’orto della vicina, Anastasia si imbatte nel tema portante del sogno, la perdita e l’acquisto affettivi. Il buon radicchio trevigiano conferma la sua bontà psichica e simbolica nell’ordine degli affetti familiari e sociali.

Qui apro gli scuri e la finestra per far entrare la luce e mi sveglio.”

Il sogno si è concluso e si può andare in pace. Anastasia ha rielaborato con pacatezza e con i meccanismi di difesa del sogno la sua buona “razionalizzazione del lutto” e la buona compensazione dell’esperienza della maternità. Apre “gli scuri e la finestra” per risvegliarsi e dare il buongiorno al suo “Io” vigilante e razionale. Inizia la giornata nella realtà dopo il sonno e dopo il sogno.

La lunga interpretazione del lungo sogno di Anastasia trova qui la sua fine.

“VISTO CHE LEI ERA ME”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero in un luogo immerso nella natura, come in un festival e in un bel camping accanto al quale c’era il laghetto, un boschetto, una radura e tanta, tanta bella gente che suonava, ballava, giocava e rideva.
La luce era dorata e io mi appisolo.
Mi sveglia la musica di un ukulele e allora comincio a scrivere un messaggio alla mia innamorata lontana per dirle quanto stessi bene.
A un certo punto lei inaspettatamente arriva, mi prende per le braccia e comincia a ballare con me.
Poi vuole fare l’amore.
Mentre accade tutto questo mi accorgo che lei ha le mie identiche fattezze. Lei è me!
Ma in realtà è lei e, quindi, non posso essere io.
Rimango interdetta, chiedendomi se si sia accorta dell’uguaglianza; ma no, nessuno dei miei pensieri la sfiorava, anzi era tutta presa da un suo divertimento.
Ci guardiamo negli occhi fissamente e lei sembra desiderosa di darsi a me in maniera così fresca, quasi candida.
Io ero scossa dal suo sguardo e mi chiedevo se, visto che lei era me, magari io potessi essere lei.”

Questo è quanto ha sognato Egle.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il “contenuto manifesto” del sogno di Egle dice di un desiderio di amplesso tra due donne innamorate.
Il sogno di Egle oscilla costantemente tra l’uso dei meccanismi e dei procedimenti del “processo primario” e del “processo secondario”: Lei è me! Ma in realtà è lei e, quindi, non posso essere io”. Mentre sogna, Egle ragiona sul desiderio di essere l’altra e sull’impossibilità di esserlo. La realtà s’interseca con l’allucinazione desiderante e amleticamente Egle si chiede:“io sono io o io sono lei?” in associazione a un “magari io potessi essere lei!” evocando Shakespeare, ma anche Pirandello non è estraneo a questo sogno che sembra riguardare la ricerca dell’identità psichica.
Insomma, nel suo essere originalissimo e surreale, il sogno di Egle è semplice da interpretare, per cui non resta che esplicitarlo al meglio consentito dagli strumenti psicoanalitici in atto.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero in un luogo immerso nella natura, come in un festival e in un bel camping accanto al quale c’era il laghetto, un boschetto, una radura e tanta, tanta bella gente che suonava, ballava, giocava e rideva.”

Questo esordio è un inno alla vita e alla gioia di vivere, un elogio della natura, un plauso alle relazioni sociali, una laude alla sessualità e all’orgasmo. Ricorda il festival di musica rock del mitico “sessantotto” organizzato dai “figli dei fiori” nell’isola di Wight. Ma questo è un ricordo personale. Egle si dispone in sogno tra la natura e la cultura, tra l’emozione e la ragione, tra il “sistema neurovegetativo” con le sue pulsioni e il “sistema nervoso centrale” con le sue consapevoli riflessioni.
“Ero in un luogo immerso nella natura”: questo è patrimonio dell’istanza “Es”, la vitalità della “libido”.
Il “festival” e il “camping” rappresentano la pulsione a mettersi alla prova e a relazionarsi in maniera aperta e disinibita in un contesto vissuto come il proprio e l’altrui habitat. Egle non è sola con se stessa in un mondo infame, ma è se stessa in mezzo a quelli come lei, la “tanta, tanta bella gente che suonava, ballava, giocava e rideva.”
Il “suonava” è simbolo del ritmo involontario neurovegetativo, il cuore, il respiro, la pressione sanguigna, l’orgasmo.
Il “ballava” è simbolo del movimento sinuoso ed elegante, a metà tra emozione e ragione, dell’amplesso sessuale.
Il “giocava” è simbolo della giusta filosofia di vita, del fascinoso modo di affrontare i vissuti dell’esistenza.
Il “rideva” è simbolo inequivocabile del trasporto sessuale e dell’orgasmo.
In questo gradevole ed eccitante contesto ci sono anche “Il laghetto”, un simbolo femminile, “il boschetto”, un simbolo non inquietante della dimensione psichica profonda, “una radura”, un simbolo della disposizione al rilassamento. E poi, chi la fa da padrone é la “tanta, tanta bella gente”, questo amorevole apprezzamento per l’altro, il prossimo che ci accompagna nel cammino della vita in sintonia con il nostro sentire e la nostra filosofia: il senso estetico della vita, il vivere come opera d’arte, i vissuti e i fantasmi come un capolavoro unico ed eccezionale.
Meglio di così Egle non poteva dare inizio al suo sogno.

“La luce era dorata e io mi appisolo.”

Come rappresentare meglio il crepuscolo della coscienza e l’abbandono ai sensi?
Egle non dorme, ha una vigilanza attutita e un’attività razionale mistica, è disposta a vivere il flusso della vitalità dentro di lei e a coglierlo senza blocchi e senza inutili difese.
“Dorata” equivale simbolicamente a preziosa e nobile, quasi sacra.
“La luce” è simbolo della logica razionale, ma, essendo allo stato puro, non ha contenuti specifici che possono oscurarla: una ragione preziosa che riflette se stessa e su se stessa. Kant l’ha definita alla fine del Settecento “appercezione trascendentale” o “Io puro” nella sua opera “Critica della Ragion pura” proprio per indicare l’autocoscienza della funzione razionale o “Io penso che penso”.
“Io mi appisolo” si traduce nell’abbandono fiducioso all’energia vitale del corpo e al flusso della “libido”. Egle vuole intuire e cogliere la vita dei sensi senza inutili resistenze e fiduciosa nelle sue capacità. L’impresa è possibile perché Egle sta vivendo un buon momento psicologico e ha raggiunto una proficua “coscienza di sé”.

“Mi sveglia la musica di un ukulele e allora comincio a scrivere un messaggio alla mia innamorata lontana per dirle quanto stessi bene.”

Egle ha una “innamorata lontana”, oltretutto “mia”?
Egle ha una formazione e un’identità sessuale saffiche?
Egle ama le donne o ama se stessa?
Questo è un buon dilemma da sbrogliare.
Dopo la sintesi precedente della disposizione all’orgasmo, “La luce era dorata e io mi appisolo”, subentra uno strumento musicale hawaiano dal suono particolarmente sensuale, “ukulele”. La musicalità dei sensi si “sveglia” e il desiderio sessuale cresce e vuole vedere la luce con un messaggio a se stessa, una presa di coscienza del suo benessere psicofisico e delle sue conquiste psichiche.
Svelato l’arcano: la mia innamorata lontana è Egle in carne e ossa, è Egle che sta bene con se stessa e che vuol godere di se stessa. Il sogno viaggia verso la sensualità dell’orgasmo, effetto possibile una volta preparato il contesto affettivo ed emotivo.
Un messaggio a se stessi è la lettera che non si pensa mai di scrivere, poi, se è d’amore, il gioco è fatto ed è pure intrigante.
Domanda legittima: si tratta di una pulsione narcisistica?
Si saprà cammin facendo.

“A un certo punto lei inaspettatamente arriva, mi prende per le braccia e comincia a ballare con me.”

Il sogno non è alieno dall’effetto sorpresa, anzi tutt’altro!
Il sogno realizza anche i desideri più delicati in maniera traslata e non certo “inaspettatamente”. Giustamente tutti i salmi finiscono in “gloria”.
La “morosa” di Egle appare secondo le regole del gioco e gioca d’affetto e di seduzione, di sentimento e di erotismo. Le “braccia” condensano le relazioni, il sistema di rapportarsi con se stessi e con gli altri, oserei dire il modo di vivere se stessi anche in riferimento agli altri. Egle si sta sentendo, avverte il suo corpo nelle varie parti e ne prende coscienza senza forzature. Egle lascia che sia, lascia che tutto avvenga secondo natura, più che secondo cultura. La percezione del corpo inizia e questo approccio disinibito è possibile perché Egle si vive bene e non ha resistenze psichiche, ma soprattutto ha allentato le difese per sentirsi vivere,
Il “ballare” rappresenta simbolicamente il movimento sinuoso e ritmico del coito, dell’amplesso in solitaria o in compagnia.
Degno di nota è il “mi prende” nella sua tonalità aggressiva maschile, così come notevole è il “comincia” ad attestare che i sensi son partiti e sono in prospera evoluzione.
Definiamo il tutto un importante “preliminare” e non resta che aspettare la fausta “escalation”.

“Poi vuole fare l’amore.”

“Come volevasi dimostrare” disse il professore di geometria concludendo la spiegazione, necessariamente razionale, del teorema di Egle e non di Pitagora.
Cosa significa in sogno “fare l’amore”?
Diciamolo alla “Franco Battiato”: prendendosi amorevole “cura” di se stesso, investendo “libido” sul proprio corpo e sulla propria mente, mettendosi in relazione erotica con le parti più significative e musicali del proprio “psicosoma”. Non è un coito, ma si avvicina a una completa, quanto naturale, masturbazione.
Si tratta di narcisismo?
Assolutamente no!
Si tratta di benefico e salutare “amor proprio”.

“Mentre accade tutto questo mi accorgo che lei ha le mie identiche fattezze. Lei è me!”

Egle prende coscienza, “mi accorgo”, che si tratta di se stessa, “Lei è me!”, ma mantiene la “scissione” difensiva che ha operato per continuare a sognare e a dormire.
Le “fattezze” evocano il plasmare concreto dell’artista nell’estasi e nel delirio estetico. Egle si è imbattuta in se stessa e si è finalmente innamorata di se stessa. Egle vuole riappropriarsi del suo corpo e della sua funzionalità erotica.

“Ma in realtà è lei e, quindi, non posso essere io.”

Questa è l’illusione dello specchio, l’illusione di Narciso alla fonte, l’illusione del bambino infante fino a sei mesi di vita.
Lacan affermò che il bambino conquista sin dai sei mesi di vita la consapevolezza del suo “Io” proprio guardandosi allo specchio nello “stadio” omonimo.
Freud pensava che il bambino fosse un animaletto tutto istinti e pulsioni, tutto “Es”.
Sua figlia Anna era convinta del contrario ossia che l’Io si strutturasse sin dal primo anno di vita.
Stessa teoria aveva elaborato prima di lei Melanie Klein attribuendo al bambino una intensa vita fantasmica, un’attività immaginativa ed emotiva come funzione primaria del futuro pensiero razionale: il “fantasma”.
Egle mantiene la “scissione” difensiva della sua immagine per portare avanti il suo progetto onirico: vivere e conoscere il proprio corpo nei livelli più sensoriali ed erotici e per questo importante motivo lei non può essere l’altra. La dialettica tra “lei” e “io” si comporrà in Egle, una persona intera e convinta.

“Rimango interdetta, chiedendomi se si sia accorta dell’uguaglianza; ma no, nessuno dei miei pensieri la sfiorava, anzi era tutta presa da un suo divertimento.”

Il gioco è affascinante e deve continuare, non può esaurirsi in un misero riconoscimento e in un trionfo dell’Io e della funzione razionale. La coscienza può aspettare, per il momento Egle si può sbizzarrire verso il mondo dell’equivoco e del surreale.
Una Egle ragionava in base al “principio di realtà” ed era giustamente “interdetta”, bloccata nel profferire parole e ostacolata nel comunicare. L’altra Egle era in balia dell’emozione e della sorpresa di abitare con eccitazione il suo corpo, per cui era giustamente “tutta presa da un suo divertimento”.

“Ci guardiamo negli occhi fissamente e lei sembra desiderosa di darsi a me in maniera così fresca, quasi candida.”

Questa è la scena della riconciliazione tra l’istanza psichica pulsionale e neurovegetativa “Es” e l’istanza psichica vigilante e razionale “Io”. Si ricongiungono in maniera naturale, “fresca”, e innocente, “quasi candida”, il corpo e la mente, la psiche e il soma, il sentimento e il senso, l’emozione e la ragione, l’affettività e la sessualità. Dominante in questo rinnovato e ritrovato connubio è la dimensione erotica e sessuale, la “libido” nelle sue versioni “orale”, “anale”, “fallico-narcisistica” e “genitale”. Dopo il tempo delle scissioni legate al rigore spasmodico e tirannico dell’istanza psichica censoria “Super-Io”, dopo la guerra è arrivata la pace o meglio l’equilibrio tra le varie istanze e le loro competenze. A goderne è soprattutto il corpo che aveva subito notevoli umiliazioni.
Questo è il significato di “ci guardiamo negli occhi fissamente”, la presa di coscienza salvifica e gaudente nell’essere “desiderosa di darsi a me”.
La ricomposizione psichica è avvenuta in sogno nel migliore dei classici modi in cui si propone a tutti i viventi in pelle e ossa.

“Io ero scossa dal suo sguardo e mi chiedevo se, visto che lei era me, magari io potessi essere lei.”

Guardare negli occhi equivale a prendere coscienza della propria vita dei sensi e comporta un turbamento notevole. Lo “sguardo” è una forma di lucidità mentale personale o indotta nell’altro. In ogni modo è sempre un veicolo di consapevolezza.
Il desiderio, “de sideribus”, di Egle è caduto dalle stelle e si è realizzato. Più che dell’immagine ideale, si tratta della coincidenza tra “come avrei voluto essere” e “come sono diventata”; il tutto è stato possibile grazie al recupero della sfera emotiva e sessuale. Bisogna tendere sempre a realizzare gli investimenti e i progetti. Porsi davanti delle “immagini di sé” da concretizzare è il massimo della vitalità e il miglior antidoto alla maligna depressione.

PSICODINAMICA

Il sogno di Egle, al di là delle sue reali scelte sessuali, verte sulla ricomposizione delle pulsioni dell’Es con la vigilanza erotica dell’Io, sull’amor proprio che non lesina riconoscimenti alla propria identità sessuale, sulla dimensione psicofisica e mistica dell’orgasmo.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Egle chiama in causa soprattutto l’istanza psichica pulsionale “Es” nel suo rappresentare gli istinti del “sistema neurovegetativo” in “Ero in un luogo immerso nella natura, come in un festival e in un bel camping accanto al quale c’era il laghetto, un boschetto, una radura e tanta, tanta bella gente che suonava, ballava, giocava e rideva.” e in tanto altro.
L’istanza psichica “Io”, deputata alla vigilanza razionale e legata al “principio di realtà”, è presente e manifesta in “Mentre accade tutto questo mi accorgo che lei ha le mie identiche fattezze. Lei è me!” e in tanto altro.
L’istanza psichica censoria “Super-Io” con il suo dovere morale è relegata ai margini ed è supposta in “sguardo”.
Le “posizioni” psichiche richiamate da Egle in sogno sono la “orale”, la “anale”, la “fallico narcisistica”, la “genitale” in dosata combinazione e in ordine progressivo in “desiderosa di darsi a me”, “comincia a ballare con me.”, “lei ha le mie identiche fattezze. Lei è me!”, “Poi vuole fare l’amore”. Il richiamo di tutte le “posizioni psichiche” attesta della globalità e della distribuzione della formazione psichica di Egle.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Egle usa il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “scissione” in “Lei è me!” e in “visto che lei era me, magari io potessi essere lei”.
Ancora: il meccanismo della “razionalizzazione” in “Ma in realtà è lei e, quindi, non posso essere io” e in “visto che lei era me, magari io potessi essere lei.”
Ancora: il meccanismo psichico di difesa della “condensazione” in “suonava”, “ballava”, “giocava”, “rideva”, “laghetto”, “boschetto”, radura e in altro.
Ancora: il meccanismo psichico dello “spostamento” in “sguardo” e in “Lei è me” e in altro.
I processi psichici di difesa della “regressione” e della “sublimazione della libido” non sono presenti.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Egle evidenzia un tratto psichico “fallico narcisistico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” distribuita armonicamente e culminante nel “genitale”.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Egle usa la figura retorica della “metafora” in “fresca” e “candida” e “fare l’amore” e in altro, della “metonimia” in “ballare” e “luce dorata” e “musica” e “appisolo”.

DIAGNOSI

La diagnosi dice che il sogno di Egle presenta la ricomposizione della parte emotiva e della parte razionale, pulsioni dell’istanza “Es” e consapevolezze dell’istanza “Io”.

PROGNOSI

La prognosi impone a Egle di mantenere e di rafforzare il connubio psichico raggiunto e di goderne gli effetti benefici evitando le scissioni inopportune e inutili.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un ritorno alla scissione e in un aggravamento della stessa con la recrudescenza di una conflittualità intrapsichica tra pulsioni e riflessioni, tra corpo e mente.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Egle è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Egle si attesta in un vissuto di godimento e di piacevole sensorialità.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Egle è autoreferenziale e discorsiva.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Egle pone la questione culturale del “saffismo” dal momento che il “contenuto manifesto” o trama del sogno tratta di una relazione intima tra donne.
Non mi dilungo sulle noiose teorie psicologiche sul tema, ma offro la solita riflessione tramite l’unica canzone di musica “leggera” che tratta l’argomento dell’amore totale coniugato al femminile: “tu che sei la mia lei”.
Le cantanti sono quattro fascinose donne ben combinate anche a livello musicale.
Il testo denuncia l’insensibilità della gente e le disgraziate diagnosi popolari psichiatriche e afferma il diritto di amare liberamente e senza infingarde condanne.
Giustamente il titolo è “l’amore merita” e loro sono Simonetta, Greta, Verdiana e Roberta.

L’Amore Merita
Ora so di essere quella che avrei voluto essere anni fa.
Tu che sei la mia lei come me, stesso corpo stessa anima.
Perché nel cuore c’è arcobaleno di parole inutili bugie… per non morire.

E quante lacrime per un amore che poi in fondo colpe non ne ha.
Nessuno merita di odiarsi perché non si accetta, il mondo pensa che è diversa
un solo bacio e si imbarazza poi condanna una carezza
perché crede malattia o una sporca fantasia
quella che da sempre è la storia solo mia.
Ora so crescere scegliere io scelgo me stessa scelgo noi.
Non sarà facile vivere ma sarà cielo senza nuvole.
Perché la libertà non può costare il mio silenzio e al mondo griderò il mio segreto.
Chi ama capirà l’amore non ha sesso e nessun prezzo pagherà.
L’amore merita di amarsi come e quando vuole nonostante le parole
della gente che ci guarda e sempre più bastarda parla
ma non dice niente e sente ma non ci comprende e pensa
sia un effimera bugia la storia solo mia.
Non sarà solo una bandiera “a portare il colore”
a raccontare di un’altra libertà che muore
perché l’amore non vuole né legge né pretesa
perché chiamarci amanti è una condanna accesa
non c’è nessuna vergogna in questo amato amore
sarà un arcobaleno a fare una canzone
perché chi giudica trema e chi ama vince sempre
nessuno deve soffrire nessuno merita!
Nessuno merita di odiarsi perché non si accetta e il mondo pensa che è diversa
un solo bacio e si imbarazza
poi condanna una carezza perché crede malattia
una sporca fantasia
quella che da sempre è la storia solo mia!
E’ la storia solo mia!
L’amore è verità.