IL PROCESSO

TRAMA DEL SOGNO

“Zacca è testimone a un processo e va con il marito.

Davanti a lei quattro avvocati aspettano d’interrogarla.

Poi la chiamano e uno legge le generalità.

Si avvicina al bancone e un altro si alza e le si avvicina e prendendole il volto tra le mani controlla le ghiandole della gola.

Il cuore comincia a batterle più forte e l’avvocato, sempre con le mani tra il collo e la faccia, sembra stia aspettando che si tranquillizzi.

Lei allora pensa a cosa penserà il marito che è seduto alle sue spalle sul modo strano che hanno di controllare se si hanno oggetti pericolosi addosso.”

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Zacca è testimone a un processo e va con il marito.”

Il sogno di Zacca è un prodotto psichico surreale nella sua semplice cornice e ricorda le apparenti elucubrazioni di Kafka nel suo “Processo”. E’ una modalità d’approccio con se stessi e, nello specifico, con quella umana parte psichica che Freud denominò “Super-Io”, l’istanza morale e censoria che esige l’espiazione e la riparazione della colpa, la punizione e la condanna per tutto il male che nasce dal peccato originale, arriva alla “ubris” greca e si condensa nella persona di Ciccio Atanasio, un uomo qualsiasi che partecipa per essenziale connaturazione psicofisica al consorzio dell’umana pietà. Il “Super-Io” freudiano nasce dalla riflessione sul post grande Guerra, sugli eventi distruttivi e luttuosi della prima guerra mondiale, sull’afflusso nel suo studio di psicoterapia di uomini traumatizzati nel corredo psicofisico da episodi reali che si amplificavano nel ritorno a una impossibile normalità. All’antico e laico “principio del piacere” e al vecchio e sempre greco “principio di realtà” Freud associò, per completezza e “par condicio”, il “principio del dovere”, a cui far corrispondere un giudice togato e benemerito sempre pronto alla censura e alla condanna: il tutto in offesa all’amor proprio e al narcisismo.

Zacca in sogno istruisce il suo processo, il processo a se stessa e, nello specifico, a parti di sé affette da colpa e vissute come degne di condanna e di espiazione. Zacca porta come oggetto giuridico “il marito”, la sua modalità di vivere l’uomo con cui ha costruito la coppia e possibilmente la famiglia, meglio, la sua modalità di viversi in coppia e con l’uomo che a suo tempo ha scelto e concordato una serie di sensi e di sentimenti, nonché un progetto psico-esistenziale con tanto di banda e ricevimento nell’hotel grande della città di Acicastello. Zacca mette in discussione se stessa tramite la figura dell’uomo con cui si accompagna nel quotidiano esercizio del vivere, vaglia e valuta le sue scelte di allora in riferimento al presente. L’oggetto del contendere giuridico e processuale non è il marito, ma quest’ultimo è la “proiezione” della sua deliberazione e della sua scelta di allora, di quel quando il “principio del piacere” urgeva e presentava le sue istanze psicofisiche e il “principio di realtà” era fiero del suo “nihil obstat” alla richiesta di matrimonio.

Meglio di così non è possibile nelle umane traversie semplicemente perché al bene e al male non c’è mai fine qualitativa e temporale.

Davanti a lei quattro avvocati aspettano d’interrogarla.”

La colpa è tanta e il caso è grave se servono “quattro avvocati” per l’interrogatorio del secolo, per giunta sono in attesa e tutti sul piede di guerra alla luce del fatto che sono “davanti a lei”.

Di quale mefistofelica colpa si è macchiata Zacca?

E quale inconfessato e inconfessabile peccato racchiude dentro e si trascina dietro?

L’istanza freudiana del “Super-Io” è chiamata in causa alla grande e con urgenza: la censura e la morale. Zacca nutre un senso di colpa altamente sostanzioso, se abbisogna di ingrandire il suo “Super-Io” in maniera sconsiderata. Oppure l’esagerazione è funzionale a qualche operazione di assestamento psichico dei vissuti di una certa qualità. La psicodinamica è intrapsichica e il prosieguo lo dirà o, almeno, si spera.

Poi la chiamano e uno legge le generalità.”

Niente di grave, Zacca parte dal “chi sono io”, dalla sua identità psichica e quest’esordio è altamente positivo e lascia ben sperare sull’equilibrio psicofisico globale che il “Super-Io” potrebbe disturbare. Zacca converge su se stessa e richiama le sue energie migliori per non alienarsi e smarrirsi nei meandri dei codici e delle norme che governano la Legge psichica. Zacca si fa chiamare da quella “parte di sé” che inquisisce su se stessa in aderenza al codice di sopravvivenza e di mantenimento, nonché di ripristino dell’equilibrio psicofisico. Tutti ci chiamiamo, tutti abbiamo una parola per noi stessi, tutti abbiamo un verbo senza essere il Verbo. E’ strano il fatto che uno, un anonimo avvocato, legga le parole generiche che contraddistinguono l’individualità di Zacca. La lettura assume il tono ieratico di una divulgazione inquisitoria di fronte alla Legge altrettanto anonima e generica come l’ambiente e il tono del sintetico quadretto. Si può rilevare un complesso d’inferiorità, un senso d’inadeguatezza, una sindrome da soggetto di minor diritto o da figlia di un dio minore. L’atmosfera e l’umore versano nella tristezza e nella ristrettezza. Si spera tanto in un miglioramento del caso e del malato.

Si avvicina al bancone e un altro si alza e le si avvicina e prendendole il volto tra le mani controlla le ghiandole della gola.”

Un avvocato che prende “il volto” dell’imputata ”tra le mani” per controllare le ghiandole della gola”, non si è mai visto nelle scene forensi, ma in sogno anche questo simpatico quadretto è possibile creativamente “figurare”, impressionare con immagini, allucinare con le tensioni. Insomma, Zacca si sta inquisendo da sola e in ottemperanza al rigore del suo “Super-Io” e si sta dicendo che le sue “ghiandole” sono da controllare in maniera severa e secondo la Legge, la legge di Zacca. Quest’ultima, fuor di metafora e di metonimia, si sta dicendo che la sua endocrinologia è entrata in crisi progressiva e che i motivi del suo severo giudizio sono rintracciabili anche negli effetti biologici del tempo crudele che toglie funzionalità e funzioni, come la procreazione ad esempio, nonché riduce le pulsioni erotiche e sessuali e riformula l’estetica in nuovi codici tutti da scoprire. Zacca si trova davanti la sua capacità endocrina e la sua immagine evoluta di donna. Questa operazione dialettica significa che Zacca sta attraversando un momento della sua vita in cui sta facendo i conti con l’invecchiamento, la menopausa, la perdita di fascino e di funzione procreativa. Le ghiandole non sono quelle della gola, i linfonodi, ma le ovaie. E non dimentichiamo che c’è un marito nel sogno come compagno interessato di viaggio: un valido riferimento della psicodinamica scatenata nella protagonista.

Il cuore comincia a batterle più forte e l’avvocato, sempre con le mani tra il collo e la faccia, sembra stia aspettando che si tranquillizzi.”

Zacca è proprio alle prese con se stessa, è agitata nei sensi e nei sentimenti. Il “cuore” è simbolo di vita e di emozioni assolutamente neurovegetative, autonome e spontanee come le erbe dei campi all’esordio della primavera. Zacca è in preda alla libera azione del sistema neurovegetativo, obbedisce alle pulsioni dell’Es e l’Io non riesce a essere padrone in casa sua, non interviene a sedare lo scombussolamento emotivo della donna. Zacca è proprio sull’orlo di una crisi di nervi.

Ripeto e mi ripeto volentieri se serve a definire il conflitto intrapsichico in atto.

E’ in atto l’emersione dal Profondo psichico delle tensioni legate ai conflitti pregressi e non adeguatamente risolti a suo tempo e al tempo giusto, una “conversione isterica” che funge da “catarsi” del sistema nervoso in quanto scarica le energie accumulate e inespresse e riporta l’equilibrio dello psicosoma al meglio consentito nel momento in atto: “omeostasi”. La sede di questo materiale psichico irruento è l’Es, nonché il serbatoio naturale delle tensioni di tanta conflittualità. L’Io non riesce a svolgere la sua funzione di contenimento e di equilibrio psicosomatico, non può svolgere il suo compito importante di ago della bilancia tra la psiche che urge e il corpo che esprime. Oltretutto, il “Super-Io” di Zacca, “l’avvocato, sempre con le mani tra il collo e la faccia”, non sta infierendo nell’acuire con le sue dosi la forte reazione emotiva dell’Es, “il cuore”, attende bonariamente che si scarichi la tensione nervosa per poi presentare le sue credenziali e le sue istanze. Riepilogo questo breve trattato sul meccanismo psichico di difesa della “conversione isterica”: l’istanza psichica equilibratrice dell’Io non è riuscita a svolgere la sua funzione tra le istanze emotive dell’Es e le istanze repressive del “Super-Io”, tra le pulsioni e le inibizioni, nonostante la parziale e temporanea remissione dell’azione della censura superegoica. Ricordo ancora che “tra il collo e la faccia” albergano la testa-mente e il petto-affetto. Zacca è nel mezzo e cerca la sua virtù.

Lei allora pensa a cosa penserà il marito che è seduto alle sue spalle sul modo strano che hanno di controllare se si hanno oggetti pericolosi addosso.”

“Pensa a cosa penserà il marito”. E’ questo il paradigma della psicodinamica paranoica, far pensare gli altri quello che noi stessi pensiamo, meccanismo psichico di difesa della “proiezione”, così diffuso e così delicato, così facile e così pericoloso. Per difesa ci si spoglia del proprio materiale psichico e lo si attribuisce agli altri, al marito nel caso di Zacca, un uomo che “è seduto alle sue spalle”, ma che è in prima fila nel ballo degli attori navigati e furbastri, almeno e sempre nei vissuti della moglie e della donna Zacca. La causa scatenante della psicodinamica conflittuale è decisamente la modalità di vivere il marito e a lui viene sacrificato il vitello d’oro dell’equilibrio psicofisico della nostra protagonista. Zacca non ha “oggetti pericolosi addosso”, Zacca non si vive come attraente e seduttiva, Zacca non è quella boma di donna che avrebbe voluto essere per il suo uomo. Ritorna la causa del conflitto, la valutazione severa che Zacca fa di se stessa in riferimento alle azioni del marito che assiste nello sfondo apparente, ma che è la causa scatenante di tanto impeto ritorto contro se stessa.

Cosa penserà il marito del tempo che è passato e ha lasciato i segni sul corpo, più che sulla mente, di Zacca?

Quale arma resta addosso a Zacca in questo drammatico frangente della sua vita?

L’intelligenza, l’intus-legere, la capacità di discernere e di adattarsi, l’intelligenza operativa, quella che si confa alle mille occasioni della vita e del vivere come risposta a se stessi in primo luogo e, soltanto di poi, agli altri, marito compreso.

Zacca si è controllata addosso e invece di scoprire le sue qualità interpretative, si è lasciata abbagliare dai beni effimeri della procacità e dell’avvenenza.

Un consiglio filosofico alla donna che non si sente più la gran “donna” di prima: “panta rei”, “tutto scorre”, dice Eraclito l’oscuro, dal profondo di quello che di lui ci è rimasto, la sintesi poderosa del suo complesso pensiero. E allora, carissima Zacca, lasciati scorrere addosso le ventate del tempo e addolcisci ogni mattina il caffè con tanto amor proprio. L’atarassia ti farà più matura e più bella.

“… E FINIMMO PER FAR SESSO”

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

 

“Gentile dottore,
mi chiamo Pamela e questo è il sogno che ho fatto la scorsa notte.
Ero nello studio dell’avvocato dal quale, solo nel sogno, svolgevo il praticantato. L’avvocato del sogno era lo stesso che, nella realtà, mi ha interrogato, in qualità di assistente del professore, a un esame in università. Si trattava dell’esame al quale tenevo di più in assoluto, perché in quella materia mi ci volevo laureare (cosa che ora sto facendo), ma lui durante l’interrogazione fu indisponente e alla fine per sbaglio si tenne tra le sue carte la mia carta d’identità, cosicché dovetti andare a riprendermela (episodio al quale penso sempre quando mi nominano questa persona).

Nel sogno ci trovavamo nel suo studio per scrivere un’opposizione a una richiesta di archiviazione abbastanza complessa.

Eravamo entrambi seduti, seppur in maniera scomposta, alla scrivania, uno di fronte all’altra. Ormai erano passate le sei di sera, ma l’atto da redigere non era ancora a buon punto, quindi lui mi chiese di fermarmi un po’ più del solito per finire quel lavoro. Io accettai, anche se mi misi subito a pensare a un modo per poi tornare a casa, non potendo più usufruire del treno, data l’ora tarda che si sarebbe fatta.
Per il resto, ero molto concentrata sul lavoro. Il tempo passò velocemente, così si fece l’ora di cena. L’avvocato mi chiese se avessi fame. Io dissi di sì. Ordinò una cena indiana, che ci arrivò in studio sigillata in vaschette di alluminio. Mangiammo tra una chiacchiera e l’altra, tra un sorriso e l’altro. Sentivo di essere felice. Per tutta questa parte di sogno sentivo proprio questa forte sensazione di serenità pervasiva. Lui si avvicinò, ci guardammo negli occhi e finimmo per far sesso.

A questo punto però mi sono svegliata.”

Questo è il sogno di Pamela.

 

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

 

CONSIDERAZIONI

 

Il sogno di Pamela è elaborato dalla Logica consequenziale, “processo secondario”, ed è offerto come scatenato da un fatto occorso nella pratica del quotidiano vivere e relazionarsi, ma, pur tuttavia, contiene la simbologia, “processo primario”, utile a capire la psicodinamica del sogno e della “organizzazione psichica reattiva” di Pamela.

Da come il sogno è presentato, si desume l’abilità dell’autrice alla “fantasticheria” e la tendenza ai “sogni a occhi aperti”, perché il suo sogno può ridursi a un desiderio seduttivo da realizzare o a una rivincita relazionale da ottenere. A una visione globale Pamela dimostra di essere molto ricca interiormente proprio perché usa abbondantemente la “Fantasia”, la funzione che attesta del nostro benessere psicologico, della nostra ricchezza interiore, del nostro patrimonio da investire e non certo da mantenere dentro ad ammuffire. Pamela è una donna dalle mille risorse e dalle mille seduzioni, pensa tanto e rielabora altrettanto.

Dopo queste utili considerazioni si può procedere nella decodificazione.

 

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

 

“Ero nello studio dell’avvocato…, dal quale svolgevo il praticantato”.

 

Pamela esordisce collocandosi nel posto giusto con l’oggetto del suo interesse: lei è una praticante che non è subordinata a nessuno ma è desiderosa di “sapere di sé”, lui è una persona di valore, una figura altolocata e autorevole, “l’avvocato”. La praticante Pamela riconosce la realtà in cui si trova e la realtà sociale in cui deve agire. La simbologia dell’avvocato si attesta nell’istanza psichica del “Super-Io” e nella funzione etica della norma e del dovere, nell’abilità pragmatica del potere costituito e affermato. L’avvocato condensa in tutto e per tutto la figura paterna e richiama inevitabilmente la “posizione edipica” di Pamela, la qualità del suo vissuto nei riguardi del padre.

 

“L’avvocato del sogno era lo stesso che, nella realtà, mi ha interrogato,… ma lui durante l’interrogazione fu indisponente e alla fine per sbaglio si tenne tra le sue carte la mia carta d’identità, cosicché dovetti andare a riprendermela”.

 

Pamela sogna e da sveglia compone il suo prodotto psichico associando i ricordi. Con l’avvocato c’è un conto sospeso: un professore indisponente che commette una “paraprassia”, una falsa azione molto significativa perché  tradisce il desiderio profondo di rivedere la studentessa Pamela in linea con gli intendimenti di rivincita e di compensazione di quest’ultima. Il

“professore-avvocato” si pone nella psiche di Pamela soprattutto come un nemico che esige vendetta. La frustrazione, legata all’essere indisponente di lui durante l’esame, ha bisogno di scaricare naturalmente l’aggressività intrinseca o di essere traslata facendo alleanza con il potere femminile e convertendosi nella seduzione. Certo che tenere “tra le sue carte la mia carta d’identità” sa tanto di una traslazione sessuale, di un coito burocratico, oltre che di una fusione empatica e simpatica.

 

“Nel sogno ci trovavamo nel suo studio… Eravamo entrambi seduti, seppur in maniera scomposta, alla scrivania, uno di fronte all’altra… lui mi chiese di fermarmi un po’ più del solito per finire quel lavoro. Io accettai,…”.

 

Pamela costruisce con la sua fantasia erotica la situazione giusta per il suo bisogno e per il suo scopo: “nel suo studio, in maniera scomposta, uno di fronte all’altra, mi chiese di fermarmi, io accettai”. E’ veramente splendida questa sequela seduttiva, immaginabile anche da svegli e a occhi aperti, oltretutto degna del migliore film d’amore e di sesso. Trattasi di preliminari logistici finalizzati all’esaltazione della femminilità di Pamela. L’analisi simbolica dei verbi “trovavamo” e “fermarmi” si esalta nel finale “accettai” in manifesto assenso: una strizzatina d’occhio!

Degna di nota è la preparazione della scena seduttiva e del teatro erotico.

 

“anche se mi misi subito a pensare a un modo per poi tornare a casa, non potendo più usufruire del treno, data l’ora tarda che si sarebbe fatta.”

 

Pamela crea la scenografia e in essa include anche la paura e la “resistenza”, la parte psichica che ha timore e che non vuole evolversi con l’esperienza. Come “tornare a casa”?

Come giustificare a me stessa quello che mi sta succedendo o meglio quello che sto facendo succedere secondo il codice dei miei desideri?

Sembra un rinchiudersi dopo essersi esposta, ma in effetti questa titubanza rientra nel gioco della seduzione e nel fascino del contesto.

La “ora tarda” e il “treno” sono brutti simboli depressivi e non sono consoni al quadro e al progetto, per cui va da sé che si tratta di realtà logistiche di fatto e non di simboli, di effettivi costumi di vita logicamente ricordati.

 
“…si fece l’ora di cena. L’avvocato mi chiese se avessi fame. Io dissi di sì. Ordinò una cena indiana,…”

 

Pamela sta disponendo le fila della matassa seduttiva nei minimi particolari e secondo galateo romantico, costruisce al massimo la sua fantasia e il suo desiderio. Dopo “l’ora tarda” si presenta “l’ora di cena” in attesa della

“ora giusta” per il trionfo della seduzione e dell’appagamento del desiderio. La “fame” ha una valenza simbolica affettiva, ma come in precedenza per il “treno”, l’elaborazione del sogno è diretta dal “processo secondario”, più che dal “processo primario”, per cui la seduzione erotica è dominante e il salmo si deve concludere in “gloria” e secondo un “gloria” fuori dal comune ed esotico, la “cena indiana”. Anche in questo caso la fantasia accurata e originale di Pamela non perde l’occasione di curare il particolare e di dimostrarsi non convenzionale.

 

“Mangiammo tra una chiacchiera e l’altra, tra un sorriso e l’altro. Sentivo di essere felice.”

 

Le parole e i sorrisi danno la felicità, uno stato psicofisico non certo elargito da un “buon demone”, come la radice etimologica del termine suggerisce, ma dalla “libido genitale” intrisa di vitalistica essenza. Pamela si è sedotta e ha sedotto come nelle migliori fantasie e adesso è pronta a raccogliere i frutti di tanta meticolosa preparazione. Così succede anche di notte a tutte le persone che nella veglia hanno tanta fantasia, il dono di Apollo.

 

“Per tutta questa parte di sogno sentivo proprio questa forte sensazione di serenità pervasiva.”

 

Si muove il corpo, il sogno diventa sensoriale, “cenestetico”. Attenzione ai termini “serenità pervasiva”, un’associazione di significati e di simboli che condensano “l’orgasmo” in quanto richiama il progressivo rilassamento del corpo e la distensione della mente: “l’atarassia” di epicurea memoria, l’assenza d’affanno nella mente e nel corpo. L’orgasmo è pronto in un preambolo sintetico. Pamela fa le cose per bene da sveglia e altrettanto fa da “semi-sveglia” nel suo “semi-sogno”.

 

“Lui si avvicinò, ci guardammo negli occhi e finimmo per far sesso.”

 

Come si profetizzava in precedenza tutti i salmi finiscono in “gloria” e soprattutto quelli buoni e goderecci. Le tappe della seduzione sono state ultimate e raggiunte, per cui in base alla “consecutio temporum” non resta a Pamela che far avvicinare “l’avvocato-padre” al suo corpo e dare il via a un ultimo languido sguardo prima del solenne abbandono del corpo e della mente, l’estasi psicosomatica, la “serenità pervasiva” analizzata in precedenza.

“…finimmo per far sesso.”

Ma perché Pamela dopo tanta poesia romantica conclude l’intrigo in maniera scontata e scialba, quasi proletaria?

Perché questa sintesi gergale e scarna dopo tanta naturale delicatezza architettonica?

La poderosa sintesi è dettata dal sentimento del pudore?

Si tratta di un modo di dire, “far sesso”, che scinde i sentimenti dal gesto fisico, la mente dal corpo. Il privilegio concesso alla meccanica del coito attesta di una necessaria assenza d’affettività.

E allora Pamela si voleva davvero vendicare dell’avvocato-professore?

La risposta si trova nella prossima e ultima voce del sogno.

 

“A questo punto però mi sono svegliata.”

 

Pamela non è riuscita a godere fino in fondo portando il sogno alla naturale conclusione dopo un’ineccepibile e delicata costruzione. Il sogno di Pamela non è volgare e pesante, ma delicato, molto delicato, sensibile, molto sensibile. La psicodinamica rievoca l’innamoramento di un’adolescente nei confronti del bellissimo e atletico professore di educazione fisica.

E allora perché Pamela conclude in maniera lineare e si sveglia perdendosi il meglio del meglio?

La chiusura rapida è legata alla trasgressione e al senso di colpa. Il “professore-avvocato” non era l’uomo giusto perché era il sostituto del padre, l’autorità desiderata e da cui si è sentita a suo tempo vituperata e non apprezzata, nella sua infanzia e adolescenza quando la figura paterna si ergeva imponente e maestosa ai suoi occhi di figlia e di bambina, bello come un dio dell’Olimpo. Pamela ha ridestato con l’avvocato il suo desiderio edipico e lo ha realizzato in un sogno quasi da sveglia guidato. Ma il desiderio edipico è il costume affettivo ed erotico di Pamela, una donna particolarmente sensibile agli uomini di valore e altolocati in riedizione della sua formazione psichica.

Se il sogno non si fosse fermato a quel “punto”, Pamela si sarebbe svegliata perché il “contenuto latente” si sarebbe avvicinato notevolmente al “significato manifesto” e sarebbe scattato l’incubo e il risveglio immediato con il fallimento della “censura onirica”. La delicatezza del sogno ha risparmiato la dinamica del “far sesso” attestando Pamela tra le persone sensibili alle psicodinamiche di buona eleganza.  

 

PSICODINAMICA

 

Il sogno di Pamela sviluppa in termini narrativi la “posizione edipica”, l’interesse e l’attrazione nei confronti della figura paterna, vissuta nella sua infanzia e rielaborata in età adulta come rapporto intimo. La costruzione del teatro seduttivo e della cornice erotica attesta della prosperosa fantasia della protagonista e della pacata compostezza in riguardo alla figura paterna reale.

 

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

 

La “posizione psichica” dominante è quella “edipica”, il fascino dei vissuti relativi alla figura paterna. L’istanza “Super-Io” è presente nella figura dello ”avvocato”. L’istanza psichica “Es” è presente nella “fame” e nella “serenità pervasiva”. Per il resto il sogno di Pamela è gestito dall’“Io narrante” secondo le coordinate della Logica consequenziale. L’”Io onirico”, in tanto trambusto preparativo al godimento dei sensi, dormiva nel vero senso della parola.

 

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

 

I meccanismi psichici di difesa coinvolti sono la “condensazione”, lo “spostamento”, la “traslazione”, la “conversione”, “l’alleanza con il nemico”: fame, avvocato, serenità pervasiva, sue carte e mia carta d’identità. Non sono presenti i processi psichici di difesa della “sublimazione” e della “regressione”.

 

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

 

La “organizzazione psichica reattiva”, ex carattere o personalità, evidenzia una marcata connotazione “genitale”: investimenti affettivi. Non manca e non guasta un tratto “fallico-narcisistico”: autocompiacimento e valore.

 

FIGURE RETORICHE

 

Le figure retoriche coinvolte nel sogno di Pamela sono la “metafora”, relazione di somiglianza in “avvocato”, la “metonimia”, nesso logico in “fame” e “serenità pervasiva”. L’”enfasi” o l’esaltazione è presente e si distribuisce in tutto il sogno in maniera modesta e pacata.

 

DIAGNOSI

 

La diagnosi dice di una risoluzione della “posizione edipica”, nello specifico il privilegio verso la figura paterna, attraverso la riedizione erotica seduttiva del contesto emotivo e sentimentale.

 

PROGNOSI

 

La prognosi impone a Pamela di continuare beneficamente su questa strada di giusto amor proprio e di ambiziosi investimenti. Eventuale ridimensionamento del “narcisismo” viene da sé con l’esercizio della vita e delle relazioni significative.  Aprire il ventaglio emotivo e affettivo, sondare altre tipologie di esperienze affettive e amorose sono alla portata di Pamela. Basta volerlo per coinvolgersi.

 

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

 

Il rischio psicopatologico si attesta su un irrigidimento della “libido genitale” su uomini di un certo calibro psico-sociale. Pamela non deve selezionare “a priori” le sue conoscenze e le sue esperienze umane. Pamela deve ridurre le sue ambizioni in maniera direttamente proporzionale alla crescita della sua sicurezza personale.

 

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

 

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Pamela è “1” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

 

RESTO DIURNO

 

Il “resto diurno” del “resto notturno” di Pamela, la causa scatenate del sogno, si può attestare in una tendenza ai “sogni a occhi aperti” o in una fantasticheria compensativa della protagonista.

 

QUALITA’ DEL SOGNO

 

La qualità del sogno è “autoreferenziale” sotto modica egida enfatica.

 

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

 

Il sogno di Pamela contiene una “paraprassia”, una falsa azione: “alla fine per sbaglio si tenne tra le sue carte la mia carta d’identità”.

Cosa dice in proposito Freud?

Contrariamente al libro “Interpretazione di sogni”, il testo “Psicopatologia della vita quotidiana” ebbe un certo successo di vendite e di pubblico. I “lapsus” del parlare, dello scrivere, della memoria e i mille fatti strani della vita di tutti i giorni che siamo soliti ascrivere e attribuire al caso o alla circostanza fortuita, secondo Freud, sono da ritenere il risultato e la conseguenza di un’operazione psichica significativa e intenzionale, anche se non del tutto cosciente. Tali “lapsus” sono pensati e agiti con un abbassamento, sia pur minimo, della soglia di vigilanza della coscienza e, quindi, con un disimpegno e una distrazione delle forze di resistenza e di controllo dell’”Io” cosciente. Si può ritenere che i “lapsus” e le “paraprassie” o false azioni siano da attribuire a una “rimozione” blanda e non ben riuscita e a un blando “ritorno del rimosso”. Freud affermò che queste disfunzioni della vita quotidiana hanno per l’uomo normale lo stesso significato che i sintomi hanno per il nevrotico in quanto si tratta sempre di “formazioni sostitutive”, qualcosa al posto di qualcos’altro.

Alla luce di tutto questo non è possibile stabilire in modo assertorio e definitivo dove secondo la Psicoanalisi si attesti e consista la “normalità” e la “follia”. La norma e la patologia psichiche non sono da intendere come due entità diverse e isolate, bensì come due diversificazioni di un’unica unità di misura la cui diversità è costituita da fattori quantitativi di organizzazione energetica e pulsionale, piuttosto che da differenze qualitative o degenerative organiche come sosteneva la psichiatria ufficiale del tempo.

Tornando al sogno di Pamela e concludendo, la “paraprassia” del professore era finalizzata a un desiderio di rivedere la studentessa.

Per senso di colpa o per attrazione?

La risposta probabile spetta soltanto a Pamela.