MIO FIGLIO E MIA MADRE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovavo in un parco naturalistico con mio figlio.

C’erano tanti animali liberi che correvano, cervi e rinoceronti.

C’era anche un torrente di acqua limpida e ho sollecitato mio figlio a tuffarsi.

Lui si è tuffato e il torrente si è ridotto a una pozza d’acqua che piano piano l’ha inghiottito. Solo la mano era fuori.

Ho cercato di dargli la mia mano per tirarlo fuori.

Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.

Mi sono svegliato angosciato.”

Simone è il sognatore in questione.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Annuncio subito che questo sogno si decodifica secondo le coordinate simboliche di un doppio registro: “Simone e sua madre”, “il figlio di Simone e la madre”, ossia la moglie di Simone e sempre secondo i vissuti di Simone. Entrambe le interpretazione sono presenti e possibili. La prima è profonda, la seconda meno, ma funge da causa scatenante, “resto diurno”, del sogno. La prima risale all’infanzia, la seconda all’età matura.

Parto per questa ardua impresa.

Mi trovavo in un parco naturalistico con mio figlio.”

Il quadretto onirico presenta il padre e il figlio in una cornice di vera Natura. E’ veramente degno di menzione per l’eccezionalità qualitativa e comporta nell’immediato una riflessione. L’agiografia, la pittura dei santi e non soltanto, mostra sempre la Madonna con il bambino e quasi mai Giuseppe con Gesù infante. Anche la pittura laica ha scelto e preso questo orientamento culturale.

Avete mai visto un quadro o un affresco sul tema della paternità?

Un figlio e tanto meno una figlia in braccio al padre?

Io ignoro, almeno per il momento. La spiegazione antropologica culturale esige che la madre con il figlio condensi simbolicamente l’Origine e il primato occulto del “principio femminile”, mito greco di Gea. Il padre con il figlio contiene la simbologia del potere culturale e politico, nonché la trasmissione di questo potere.

La spiegazione psicoanalitica, sempre su “padre-madre-figlio-figlia”, richiama la “posizione psichica edipica”, la conflittualità tra padre e figlio e la “castrazione” psichica di quest’ultimo a opera del primo e sempre nei vissuti del figlio. La spiegazione psicoanalitica rievoca la primordiale ostilità verso il padre da parte dei figli e l’imposizione dei tabù per la convivenza sociale dopo il parricidio da parte di quei figli terribili. Mentre, per quanto riguarda la madre con il figlio, la Psicoanalisi ha un occhio di riguardo perché la relazione ha un contenuto etico e filogenetico di Amore della Specie che oscura il desiderio incestuoso del figlio: il primato femminile e la dipendenza dell’universo maschile. Se poi, per par condicio, consideriamo la diade “padre-figlia”, la dialettica psico-culturale s’imbatte nel tema dell’incesto e della violenza paterna almeno durante la giovinezza del padre, mentre nella vecchiaia la dialettica acquista i toni della devozione e dell’amore filiale, “pietas” verso il padre: il tema psico-culturale della figlia Antigone e del padre Edipo. Una figlia in braccio al padre in una tela pittorica, sacra e profana, risulta assente nella mia debole memoria e nella mia tanta ignoranza.

Questi accenni antropologici come inizio dell’interpretazione di un sogno non vanno proprio male. Del resto, ho sempre sostenuto che un sogno non è un semplice sogno, è tanto di più, è un prodotto psichico che contiene veramente tanto di altro. Evoca tanta Cultura, per esempio. Nulla di nuovo sotto il sole e la luna.

Convergo sul tema onirico di Simone.

La rara e preziosa diade “padre-figlio” si trova in un ambito di intimità affettiva e protettiva dove dominano, per l’appunto, i bisogni naturali e sono estromessi le artificialità formali, oltretutto destituite di carica emotiva e sentimentale. Simone si sta dicendo in sogno che sta bene con suo figlio e che vive bene il ruolo di padre anche nella veste familiare, quando le manifestazioni psichiche vertono sull’intimo e sul privato. Non si tratta della classica gita al parco del Gran Sasso o di Vindicari o di Pantalica, si tratta della simbolica solidarietà che si stabilisce tra padre e figlio quando si convive e, possibilmente nei casi di divorzio, quando il figlio soggiorna con il padre per obblighi di legge e soprattutto per bisogni formativi psichici. Insomma Simone ama suo figlio e sicuramente è molto attaccato alla sua creatura a tutti i livelli. Questo è il significato psichico di “mi trovavo con mio figlio in un parco naturalistico”: il senso intimo e vitalistico della paternità.

Consideriamo anche la tesi che Simone rievoca la sua infanzia e il suo bambino dentro. Quel figlio è quel se stesso proteso nel desiderio di un padre ideale. Simone si “sposta” in suo figlio e si attesta come quel padre che è e come un buon modello di padre che cura il figlio nel versante psicofisico e che avrebbe desiderato.

C’erano tanti animali liberi che correvano, cervi e rinoceronti.”

Questa è la classica descrizione simbolica dell’universo degli affetti, delle pulsioni e dei bisogni allo stato puro, quando gli istinti sono liberi di esprimersi nel migliore teatro e nelle forme diverse. Tutta la fenomenologia dell’amore parte dal basso e, di poi, include l’alto, parte dal sistema neurovegetativo e arriva alla consapevolezza dell’Io e alla razionalizzazione. La base dell’amore paterno è l’istinto di investire nel figlio liberamente la “libido”, quell’energia vitale del padre che occupa i suoi spazi pulsionali e sentimentali. Il padre provvede alla sopravvivenza e al benessere del corpo del figlio e in questo compito filogenetico non è da meno della madre. Queste sono situazioni che richiedono un intervento sanguigno e ancestrale. Simone ama suo figlio con quel trasporto sensoriale ed emotivo che rievoca le frustrazioni della paternità e i sensi di colpa legati all’assenza. Il padre sta compensando ampiamente con il figlio tutta una serie di istinti e di pulsioni che si traducono nei bisogni consapevoli di un uomo devoto al suo ruolo e al suo compito per profonda convinzione. Gli “animali” rappresentano simbolicamente gli istinti e sono tutti maschi e “liberi” come in una prateria naturale e ricca di vita. Niente è addomesticato dalla Cultura o dall’abitudine, tutto il sistema neurovegetativo è allo stato puro o quasi. Simone è orgoglioso del suo essere maschile e del figlio maschio. Si tratta di corrispondenza di amorosi sensi, di empatia e di simpatia, si tratta di “filia” e di “pathos”.

Quello che Simone ha descritto per il figlio, vale anche per se stesso nell’infanzia.

C’era anche un torrente di acqua limpida e ho sollecitato mio figlio a tuffarsi.”

Dopo l’elogio della paternità Simone sposta, trasla, proietta sul figlio i suoi bisogni di assolvere eventuali sensi di colpa. E’ questo il senso del “torrente” e il significato della “acqua”. Quest’ultima, oltretutto, è “limpida”, è quasi pura, è esente da qualsiasi colpa e travaglio psicologico sulla colpevolezza. Simone non si sente in colpa nei confronti del figlio e si tuffa tramite il figlio in questo bagno che non può essere catartico per il motivo suddetto. Il sollecitare a “tuffarsi” indica la ricerca di un eventuale residuo di colpa, ma in ogni caso l’azione del “torrente” è forte e liberatoria da eventuali scorie psichiche non pienamente ripulite dalla consapevolezza e dalla razionalizzazione. Simone ha una buona e limpida “coscienza di sé”, almeno fino a questo punto. Il padre si sta gestendo con il figlio in maniera egregia e costruttiva, analizzando le sue pulsioni e le sue colpe. Le prime sono ottime e le seconde altrettanto. Meglio di così c’è il paradiso delle “uri”, le fanciulle dagli occhi neri di cui parla il Corano. Non dimentichiamo, comunque, che la simbologia del “torrente” e della “acqua limpida” indica l’energia vitale, la “libido” disinibita.

Lui si è tuffato e il torrente si è ridotto a una pozza d’acqua che piano piano l’ha inghiottito. Solo la mano era fuori.”

Da pieno e poderoso il sogno di Simone si colora all’improvviso di un drammatico evento: la fagocitazione materna. Mostra la “parte psichica negativa” del “fantasma della madre” elaborato nella primissima infanzia, la madre che annienta e divora il figlio, la madre che crea forti dipendenze e non libera, la madre che ama e ricatta, la madre che disconosce e uccide l’autonomia psicofisica del figlio. Si conferma la doppia lettura del sogno, una di superficie e l’altra profonda, una che riguarda il figlio di Simone e l’altra che riguarda lo stesso Simone.

Meglio: Simone sta rievocando la sua storia psichica o è preoccupato per la relazione del figlio con la madre?

Ci sono entrambe le possibilità e le problematiche. In ogni caso si privilegia Simone e la sua storia psichica e si afferma che il figlio e la sua relazione con la madre funge da “causa scatenante”, resto diurno”, del sogno di Simone. Mi spiego ancora meglio. Simone padre è preoccupato per la dipendenza eccessiva dal figlio dalla madre, sua moglie o ex moglie, e nel sogno elabora la sua storia psichica di dipendenza da sua madre. Chiarito ogni equivoco e dubbio, la simbologia dice che la “pozza d’acqua” rappresenta la “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella che crea dipendenze e non favorisce l’autonomia: “Piano piano l’ha inghiottito”. “La mano” che “era fuori” rappresenta la sola relazione salvifica possibile dalle grinfie nefaste della madre, simbologia, rafforzata e inequivocabile, della terra e dell’acqua. Questa “mano”, che Simone lascia fuori dal fango nello psicodramma onirico del figlio, è la sua. Si cerca disperatamente a questo punto il salvatore, il “deus ex machina” della tragedia greca che risolveva alla fine tutti gli enigmi e i conflitti che agli uomini mortali non era data possibilità di soluzione e di ripartenza per il prossimo travaglio delle umane sorti, per la prossima tragedia.

Ho cercato di dargli la mia mano per tirarlo fuori.”

Cosa può fare un padre di fronte al figlio che viene divorato dalla madre?

Cosa può fare un figlio di fronte alla madre possessiva che non lo riconosce come l’altro da sé, come l’oggetto esterno da amare e non da distruggere, come l’oggetto esterno su cui investire la sua “libido genitale” e non “orale”, insomma come il figlio?

Chi ha dato a suo tempo una mano a Simone?

Di certo, al figlio è il padre in persona, Simone, a tentare il salvataggio. Quel padre è mancato a Simone bambino. Gli è mancata quella figura che poteva salvarlo dalle insidie della madre immatura e ferma all’esercizio della “libido orale”, una madre ferma a contenere il rischio depressivo e per questo motivo indotta naturalmente a tenere i figli con sé vita natural durante. Simone realizza con suo figlio il desiderio di un padre presente che a suo tempo lo avrebbe tirato fuori dalle sabbie mobili della madre possessiva e in odore di depressione per la sua immaturità psichica. Gli ha “dato la mano”, non lo ha afferrato con la “mano”. Il salvataggio del figlio non è energeticamente consono e proporzionale al pericolo della madre fagocitatrice e del pericolo di annientamento che sono sul drammatico tappeto. La simbologia riporta in auge la “mano” e il “tirarlo fuori”, lo strumento relazionale e la soluzione del dramma senza ricorrere al “deus ex machina” di prima o all’imponderabile di sempre. Sulla scena sono presenti una madre possessiva, un padre preoccupato che ricalca in parte la figura di suo padre, un figlio in piena crisi di dipendenza e alla ricerca di una possibile autonomia. Tutti questi personaggi sono lo stesso Simone, sia nell’essere traslati nel figlio e sia nell’essere attribuiti al figlio. Lo psicodramma è del padre e il figlio è lo strumento per rivivere e riattraversare le esperienze vissute a suo tempo.

Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.”

Simone ha fato di tutto per salvarsi dalle spirali maligne della madre, ma non c’è riuscito anche perché l’azione salvifica del padre non è stata a suo tempo incisiva e determinante. Simone adesso, vedendo il tipo di relazione del figlio con la madre, rivive la stessa psicodinamica e lo stesso dramma. La scena biblica dell’essere “inghiottito dalla terra” si risolve nella semplice dipendenza psichica dalla figura materna per bisogno della madre di avere un ruolo, una funzione, un compito, una collocazione storica al fine di evitare la perdita di senso, di significato e di valore, la sua larvata “depressione” da “oralità” non risolta e non superata perché non evoluta nelle successive “posizioni psichiche”. E in quest’ultima minaccia psicopatologica incide anche la solitudine della madre e l’angoscia della perdita, favorita da altre perdite subite, tra cui ci può essere un marito assente o un uomo superficiale. Certo che la dipendenza del figlio dalla figura materna non evoca soltanto l’adolescenziale “posizione edipica”, il conflitto con il padre e il bisogno di possesso della madre, evoca soprattutto il forte legame affettivo della prima infanzia che ha rasentato la morbosità, la quasi malattia.

Il meccanismo psichico del “processo primario” che gestisce la scenografia del sogno, la “figurabilità”, ha trovato la sua eccellenza nel rappresentare allegoricamente lo psicodramma in questione: “Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.”

Nulla da aggiungere, perché tutto si è compiuto nel migliore dei modi psicologici, nonostante la crudele atrocità del quadro finale.

Altro che il figlio in braccio al padre!

IL COMPUTER ANTIQUATO & GLI ANIMALI MAI VISTI

Monkeys play computer.

IL COMPUTER ANTIQUATO

&

GLI ANIMALI MAI VISTI

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

Sogno di essere in ufficio, ma la “scrivania” in realtà è un tavolone che accoglie nei due lati almeno 6-8 persone.
Tutte le postazioni, e non solo quelle del tavolone, sono prive di computer e la cosa mi stupisce non poco.
Vedo che il computer è sotto il tavolo, lo metto nella mia postazione, ma è un computer antiquato con pochissime funzioni e inadatto a finire il lavoro che devo fare.
Cerco negli altri uffici che sono dislocati in una grande costruzione con particolari di bel design inusuale per un luogo dove si girano scartoffie!
Girando per questi spazi incontro un collega al quale nella realtà non rivolgo la parola da più di 16 anni; lui mi segue, io scappo, corro, lui mi rincorre ridendo e io faccio di tutto per sfuggirgli, ma fatico a distaccarlo…. nella corsa mi trovo in uno spazio aperto tra piante e rocce e quel luogo è pieno di animali che nel mio territorio non esistono: scimmie di cui una più grande di un uomo e tutta nera…. lucertole mai viste…”

Questo sogno è firmato Ansiosa.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

La modernità entra nei nostri sogni anche sotto forma di “computer” e si inserisce degnamente nei nostri contesti psichici in atto.

Passa il Tempo e la Scienza avanza dominando, nel bene e nel male, la nostra vita e il nostro ambiente, ma le valenze simboliche permangono. Il “computer”, per l’appunto, ultimo gioiello della scienza elettronica, resta il simbolo dell’intelligenza operativa dell’Io, del “sistema nervoso centrale” e volontario, della funzione razionale. Così come gli “animali”, le “scimmie” e le “lucertole mai viste” continuano a rappresentare simbolicamente le pulsioni del “sistema neurovegetativo” o involontario, nello specifico i primi condensano gli istinti, le seconde le pulsioni, le terze la sessualità maschile.

Ansiosa è “ansiosa” in sogno perché il suo “computer” non funziona, ma era guasto già prima della sua invenzione perché simbolicamente lo possedeva nel suo “sistema nervoso centrale”, così come gli “animali” risiedevano nel suo “sistema neurovegetativo” e non erano “mai visti” perché ancora non aveva piena consapevolezza per agirli.

Inoltre, il sogno di Ansiosa consente una riflessione metodologica sull’importanza simbolica della “parola”, “incontro un collega al quale nella realtà non rivolgo la parola da più di 16 anni”, e sul suo legame essenziale con l’Inconscio, secondo le teorie psicoanalitiche di Jacques Lacan.

Ancora, il sogno di Ansiosa tesse le lodi della “presa di coscienza” in superamento delle “resistenze” psichiche che impediscono per loro funzione difensiva la consapevolezza del materiale psichico rimosso e forniscono una falsa immagine di sé. Il sogno di Ansiosa si può titolare anche “Al di là delle resistenze… una parte vera di me stessa”.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Sogno di essere in ufficio, ma la “scrivania” in realtà è un tavolone che accoglie nei due lati almeno 6-8 persone.”

Ansiosa si trova in ufficio, ma vola verso la casa e la società. La “scrivania” attesta simbolicamente del lavoro, ma il “tavolone” rievoca la compagnia della famiglia o dell’osteria, gente allegra e affetti conviviali. Ansiosa rielabora la sua attualità psichica e presenta due dimensioni della socializzazione, i colleghi d’ufficio e i compagni del disimpegno.

Tutte le postazioni, e non solo quelle del tavolone, sono prive di computer e la cosa mi stupisce non poco.”

L’assenza del “computer” attesta simbolicamente del desiderio di abbassare la soglia della vigilanza e di lasciarsi andare alle emozioni, operazione che per Ansiosa è problematica dal momento che si “stupisce non poco”. Lo “stupore” condensa la variazione dello stato di coscienza in linea con il desiderio e la realtà. Abbasso la ragione e viva l’emozione!

Vedo che il computer è sotto il tavolo, lo metto nella mia postazione, ma è un computer antiquato con pochissime funzioni e inadatto a finire il lavoro che devo fare.”

Ansiosa è cosciente che l’attività razionale è declassata e il livello della vigilanza della coscienza è ridotto nella sua normale soglia, “Vedo che il computer è sotto il tavolo”, ma Ansiosa è testarda nel voler controllare se stessa e il mondo che la circonda, “lo metto nella mia postazione”. Senza ragione si sente mutilata e, pertanto, ripristina il suo equilibrio psicofisico rimettendo la ragione nel suo posto, per poi prendere coscienza che le sue modalità logiche non sono in linea con se stessa e con i tempi: un computer antiquato con pochissime funzioni”. Oltretutto, nelle relazioni sociali le categorie mentali e le abilità relazionali, nonché l’adattamento legato all’intelligenza operativa, sono deficitarie.

Cerco negli altri uffici che sono dislocati in una grande costruzione con particolari di bel design inusuale per un luogo dove si girano scartoffie!”

Come si concilia la modernità e il nuovo con l’antico e il vecchio?

E’ questo il dilemma di Ansiosa. Il sogno attesta di una consapevolezza nel vivere il conflitto tra il suo nuovo evolutivo, adattato alla emergenze sociali e relazionali, e la sicurezza protettiva della tradizione e dell’antico. Ansiosa sa essere del mondo a cui appartiene, “uffici che sono dislocati in una grande costruzione con particolari di bel design inusuale”, ma nota la contraddizione tra il suo presente e il suo bisogno di passato “dove si girano scartoffie!” Ansiosa è “ansiosa” nel suo fingersi moderna e sofisticata, in linea con i tempi e le sofisticherie del caso. Ansiosa vive con gli altri, ma non vive come sente di essere dentro.

Girando per questi spazi incontro un collega al quale nella realtà non rivolgo la parola da più di 16 anni;”

Ansiosa è la viandante di se stessa e della sua conflittualità tra senso e ragione, tra emozione e vigilanza della ragione. Visita i suoi “spazi” relazionale e ricorda un “collega” in passato apparentemente asettico e indifferente, un uomo e un maschio diventati simboli da cui Ansiosa si difende da tempo. La “parola” rappresenta simbolicamente la vita e l’energia della “libido” prima di commutarsi nella realtà di un investimento e di un affetto. Ansiosa per paura non investiva sui maschi ed era una donna formale e controllata. La “regressione” onirica consente la rivisitazione del passato per migliorare al presente la presa di coscienza su se stessa, la “coscienza di sé”.

lui mi segue, io scappo, corro, lui mi rincorre ridendo e io faccio di tutto per sfuggirgli, ma fatico a distaccarlo….”

Quante acrobazie per difendersi dall’attrazione libidica verso il maschio e da

un uomo non certo indifferente nell’interiorità della protagonista!

Quanta psicodinamica per un “lui” da parte di un “io faccio di tutto per…”!

Ansiosa le prova tutte per difendersi in maniera ambivalente, si fa seguire per scappare, corre per farsi rincorrere. Tutto questo trambusto “ridendo”, inscenando una schermaglia seduttiva in attesa del coito, istruendo un’eccitante seduzione in attesa dell’abbandono al maschio e all’orgasmo. La sequenza dei verbi evidenzia la simbologia della psicodinamica della seduzione e e del trasporto dei sensi. Meno male che Ansiosa fa “fatica a distaccarlo” e a negare le sue emozioni profonde di ordine psicofisico.

nella corsa mi trovo in uno spazio aperto tra piante e rocce e quel luogo è pieno di animali che nel mio territorio non esistono:”

Ecco che si evidenzia la difesa dagli istinti e dalla sessualità!

Ansiosa è in contatto con il suo corpo e la sua mente e non può negare a se stessa di essere una donna che ha sensibilità erotica e a cui piacciono gli uomini. Lo “spazio aperto” rappresenta la caduta delle “resistenze”, le naturali difese a prendere coscienza della disposizione all’altro e all’altro da sé, alle novità apportate dagli stranieri e dai diversi, quelli che sembrano tali, ma che in effetti sono sconosciuti in casa propria, quegli “animali”, quelle pulsioni erotiche e sessuali che nella sua adolescenza erano “tabù”, i “verboten” dell’ambiente familiare e culturale. Il simbolo “animale” rappresenta il vivente nei livelli neurovegetativi. Ansiosa s’imbatte nel suo mondo istintivo e pulsionale, regredisce beneficamente alla sua formazione adolescenziale quando sentiva il corpo e i suoi diritti, ma ci ragionava sopra e dominava gli istinti e le passioni giovanili reprimendo la realtà psicofisica in atto: la difesa e l’illusione si condensa in nel mio territorio non esistono”.

scimmie di cui una più grande di un uomo e tutta nera…. lucertole mai viste…”

Ecco i “maschi” degenerati in “scimmie”, l’antenato meno nobile e scandaloso dell’uomo, simbolicamente la parte naturale neurovegetativa!

La scimmia “tutta nera” evoca angosce infantili e richiama paure profonde legate alle favole sull’uomo nero, un minaccioso condensato di terrore e un’infausta invenzione degli adulti contro i bambini. Le “lucertole” sono chiari simboli fallici a testimonianza della pudicizia innaturale ed eccessiva di Ansiosa nei confronti dell’organo sessuale maschile, bestioline mai viste” ma a suo tempo desiderate, dal momento che appartengono alla realtà di tutti i giorni e di tutte le storie di sesso e d’amore.

Questo è quanto dovuto ad Ansiosa.

PSICODINAMICA

La “psicodinamica” del sogno di Ansiosa si attesta nel conflitto tra la funzione razionale dell’Io e la funzione pulsionale dell’Es, nello specifico la sessualità.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Sono presenti le “istanze” “Io” ed “Es”. Non compare il “Super-Io”.

La “posizione” psichica richiamata è la “genitale”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I “meccanismi” psichici di difesa presenti sono la “condensazione” in “computer”, lo “spostamento” in “lucertola”, la “drammatizzazione” in “segue, scappo, corro”.

Il “processo” psichico della “regressione” riguarda lo svolgimento del sogno.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

La “organizzazione psichica reattiva” evidenzia un valido tratto isterico.

FIGURE RETORICHE

La “figure retoriche” in atto nel sogno di Ansiosa sono la “metafora” in “lucertola”, la “metonimia” in “scrivania”, la “enfasi” in “segue, scappo, corro”.

DIAGNOSI

La “diagnosi” impone di rilevare il conflitto nevrotico tra la funzione vigilante dell’Io e le pulsioni sessuali dell’Es.

PROGNOSI

La “prognosi” esorta Ansiosa a prendere coscienza dei diritti del suo corpo e dei diritti della sua mente. Nello specifico, il momento dell’abbandono erotico e sessuale non deve subire interferenze da parte dei tabù e delle prescrizioni morali.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella conversione somatica delle pulsioni sessuali frustrate: psiconevrosi istero-fobica.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Ansiosa è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il sogno di Ansiosa è stato scatenato da una riflessione o da un ricordo.

QUALITA’ ONIRICA

La “qualità onirica” è autoreferenziale.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Come anticipato nelle “Considerazioni”, il sogno di Ansiosa permette un giusto approfondimento sulla “Parola”, un gioco di parole sulle parole, sui valori del “significato” e del “significante”.

L’Inconscio parla.

L’Inconscio è strutturato come un Linguaggio.”

Jacques Lacan

INTRODUZIONE DI PAROLE

In principio era il Verbo.

Non sia il “Tutto”purché “Parola” sia!

Insieme

e giustificati soltanto dal nostro Dire,

tu dici,

io dico,

egli dice parole,

tante parole,

nient’altro che parole,

forse per convincere il cuore,

forse per convincere il cuore con la ragione.

No!

Il cuore no!

Cosa dice il cuore?

Niente!

Il cuore tace,

tace e riposa su un letto di rosa.

Tutta la colpa è di Gorgia l’impostore.

Il merito scientifico è di Chomsky.

Wittgenstein specula sulle parole.

Zanzotto scrive poesie di parole.

Lacan è incomprensibile con le sue parole.

E tu?

Tu voluttuosamente esageri con nuvole soffici

e con turbini uncinati di parole.

Non capisco.

Non capisco!

Cosa c’è da capire?

Vuoi capire?

C’è soltanto da sentire.

Hai sentito la musica delle parole?

Hai sentito la musica nelle parole?

Bene,

adesso può bastare

e allora… arrivederci.

Ci vediamo domani alla stessa ora nello stesso posto.

Un “aufidersen” italiano risuona in stereofonia:

a-u-f-i-d-e-r-s-e-n.

L’eco risuona lontano nelle verdi vallate altoatesine

in mezzo a pingui mucche color lillà:

a-u-f-i-d-e-r-s-e-n n n n n n n n n n n.

Mi hai sentito?

Sì.

Se hai anche capito,

tutto va bene,

okay,

ma nel caso contrario sono solo affari tuoi.

Rien ne va plus.”

Il vero Linguaggio è stato dimenticato.

Ohhh…, poveri noi!

Ahimè!

Il vero Linguaggio è stato dimenticato.

Quale Linguaggio?

Quello di oggi o quello di ieri?

Ho sentito sulla pelle un Linguaggio dimenticato.

Orsù,

coraggio,

domani ci sarà un altro Linguaggio da inventare e da non dimenticare.

Domani finalmente sentiremo un nuovo Logos nel nuovo Linguaggio.

E’ come se per “alba pratalia”

tu tracciassi un’intera pagina di aste

I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I

e declamassi un’elegia per un solo trattino

o per un’intera famiglia di trattini

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – .

Sai,

è come se io sapessi dare di me e intorno a me

nuovi sensi e arcani significati a tutti gli altri.

La suora in asilo battezza i segni per i bambini,

individua i suoni e chiama le cose dicendo parole,

suggellando parole in scritture.

Il professore di latino in cattedra recita hic, haec, hoc e is, ea, id

dicendo parole e scavando sensi nelle parole.

E io,

io infante,

io bambino senza parole,

io mi perdo per “alba pratalia”

e traccio tante aste

I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I

e tanti trattini

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

e per l’avido Paperon de Paperoni

traccio un dollaro

$,

alcuni dollari

$ $ $ $ $ ,

non solo cinque,

5,

ma tanti altri $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $,

tantissimi $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $ $

e per gli italiani nostalgici della lira,

traccio una lira,

£,

alcune lire

£ £ £ £ £ £,

non solo sei,

6,

ma tante altre £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £,

tantissime £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £ £.

A ognuno il suo $ e la sua £,

a ognuno le sue parole,

ma soltanto quelle che merita.

E adesso che tutto è sistemato e ogni cosa è al suo posto,

dopo aver scritto per “ alba pratalia”,

i bambini,

tutti i bambini,

proprio tutti,

vanno subito a letto e senza cena.

Pieve di Soligo, mese di Gennaio dell’anno 1997

Salvatore Vallone

 

 

ANCORA A PROPOSITO DI FABIO… E DEI DIRITTI DEL CORPO

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“Fabio sogna di trovarsi al lato del guidatore della macchina in mezzo al buio, in una strada buia e a fari spenti.
Fabio è solo nell’oscurità e due figure animali attraversano la strada di corsa.
Fabio inchioda istintivamente la macchina nel mezzo della strada, apre la portiera dal lato del passeggero e fa di tutto per far salire quegli animali in macchina.
Mette le quattro frecce e cerca di farli salire perché teme per lo loro incolumità.”

Il sogno di Fabio propone un tema di delicata rilevanza e un dilemma del tutto inutile: il rapporto tra la mente e il corpo e il pericoloso, quanto diffuso in Occidente, schema culturale e religioso che privilegia i diritti della mente e dell’anima sul povero soggetto di vita e di vitalità, “libido”, che è il corpo.
Procediamo con cautela, soprattutto vista la portata degli argomenti e dei coinvolgimenti.
Ritorna nel sogno di Fabio la solita diffusissima “macchina”: il “sistema neurovegetativo” nella valenza sessuale, piuttosto che cardiorespiratoria. Ritorna la vita sessuale nei fantasmi di un maschio più che adolescente, ma la causa di questo tema non risiede soltanto nei contenuti immessi nel processo psichico di formulazione dei “fantasmi”, ma anche nella mancata educazione sessuale e nella sessuofobia culturale e religiosa, schemi e concetti che esigono di essere corretti ed evoluti in maniera fausta e “in primis” dai genitori.
Fabio si trova a lato del guidatore. Fabio, quindi, non è il pilota, ma è traportato in macchina da una figura maschile, almeno si suppone, che non vede, ma di cui sente la presenza e nella quale si è identificato, il “padre”, ma un padre che non vede e, proprio perché non vede, è il padre. Ricordo che il sogno ha bisogno di censurare per favorire il sonno e affinché il “contenuto latente” non coincida con il “contenuto manifesto”, pena l’incubo e il risveglio immediato. “Il sogno è il guardiano del sonno”, sosteneva a spada tratta il capostipite Sigmund Freud.
Ritorna il “buio”, il solito “buio”, ad attestare del crepuscolo della coscienza, della disposizione psicofisica alla pulsione e all’emozione, del bisogno di distrarsi dalla vigilanza razionale dell’”Io”, del desiderio di abbandonarsi alla “libido” e all’appagamento dei sensi.
Anche la “strada è buia e i fari sono spenti”, quasi a confermare, se ce ne fosse bisogno, che Fabio è proprio deciso a lasciarsi andare tra le braccia del suo “Eros” nel migliore dei modi. I “fari spenti” attestano di una sessualità che non ha bisogno di un ragioniere che calcoli l’ammontare delle tasse per la dichiarazione di redditi. Il rafforzamento del “buio” si attesta nelle reiterazioni della “strada buia” e dei “fari spenti”. Fabio si sta dicendo che, se vuole vivere bene la sua sessualità e il suo corpo, deve sospendere le attività dell’”Io”, almeno nei momenti pulsionali tanto naturali, quanto desiderati. Fabio è proprio convinto e deciso nell’assecondare questo naturale progetto.
“Fabio è solo nell’oscurità e due figure animali attraversano la strada di corsa.”
Ecco che gli vengono in aiuto “due figure animali”. Ma cosa rappresentano? E perché due e non quarantaquattro come i gatti di una famosa canzoncina? Le figure animali condensano gli istinti, le pulsioni, la vitalità ormonale, la forza della “libido”. Fabio incontra fuori dalla sua “macchina”, anche se guidata dal padre, la carica libidica rappresentata da “due figure animali” non meglio identificate. Il primo problema è il perché gli istinti sono fuori dalla macchina? Fabio deve riappropriarsene e farle sue. Freud sosteneva che si nasce maschi, ma si diventa maschi. Voleva significare che il processo evolutivo verso l’identità maschile deve passare attraverso l’identificazione nel padre a conclusione del travaglio edipico e nel pieno rispetto dell’acquisita autonomia. Fabio deve appropriarsi della sua macchina e incorporare gli istinti nel suo apparato sessuale, “la macchina”. Fabio deve avere meno scrupoli e meno censure nel vivere la sua carica di “libido”. Si nota una presenza invadente e censoria del “Super-Io” che ridimensiona l’”Es”, la sede delle pulsioni, per cui l’”Io” va in affanno, ma non in quello amoroso, in quello morale della colpa o del disagio in ogni senso. Siccome il “Super-Io” è definibile come l’“introiezione del padre”, Fabio ha qualche pendenza psichica con il padre. Ritornando al “due” in riguardo agli “animali-istinti”, bisogna ricordare che il numero condensa la coppia, la linea, il femminile, ma in questo caso riguarda il corpo che possiede in coppia le braccia, le gambe, i piedi, le orecchie, le mani, gli occhi, i reni, i testicoli, i seni e altro su cui non mi soffermo. Il numero “due” ha qualche riferimento simbolico personale, per cui si lascia a Fabio la giusta riflessione e non ci resta che procedere con la decodificazione del suo interessante e intrigante prodotto psichico.
“Fabio inchioda istintivamente la macchina nel mezzo della strada, apre la portiera dal lato del passeggero e fa di tutto per fare salire quegli animali in macchina.”
Fabio si è rassicurato e adesso guida la sua macchina visto che la può inchiodare nel mezzo del cammino che porta all’emancipazione dal padre e alla sua autonomia psicofisica. E meno male! Bisogna incorporare gli istinti estromessi, perché avevano subito l’improvvida “castrazione” come punizione del desiderio estremo di aver desiderato la donna d’altri, la madre e la moglie del padre, e come giusta espiazione alla colpa di non aver riconosciuto il padre. Fabio fa di tutto per appropriarsi senza inibizioni e nella sua naturalità biologica la sua vitalità sessuale, la “libido”, la “libido genitale”, quella donativa che esige la presenza del partner, nel passato freudiano si trattava della donna.
“Mette le quattro frecce e cerca di farli salire perché teme per lo loro incolumità.”
Le “quattro frecce” attestano di una richiesta d’aiuto, indicano un’emergenza psicofisica che esige la ricostituzione dell’unità psicosomatica di Fabio. Le “quattro frecce” richiedono la consapevolezza dello “status” critico, per procedere alla definitiva soluzione attraverso l’ottemperamento al comandamento psicoanalitico “riconosci il padre e la madre”.
Il sogno di Fabio si svolge secondo le seguenti coordinate dinamiche: dal rapporto di dipendenza dal padre e dall’alienazione degli istinti dall’apparato sessuale alla progressiva e decisa ripresa in carico della sua sessualità e del suo corpo. Le quattro frecce significano S.O.S. e non soltanto in sogno. Fabio ha esaltato il “processo secondario” e la razionalità, ha favorito la presa di coscienza dei suoi “fantasmi”, ma ha corso il rischio di usare malignamente il meccanismo di difesa, non certo fausto, della “razionalizzazione”. Quest’ultimo si attesta nel “nondum matura est”, “non è ancora matura”, della favola del greco Esopo titolata “la volpe e l’uva”: una giustificazione razionale dell’incapacità di raggiungere un grappolo d’uva per mangiarlo da parte di un animale furbo come la rinomata volpe. Se è doveroso aver coscienza di sé, è pericoloso costruire un castello di idee in fuga dal corpo per giustificare ciò che non si accetta e che si vive male, sempre in riguardo al proprio corpo. Il meccanismo di difesa della “razionalizzazione” consiste nella giustificazione e nell’organizzazione logica di idee aggressive e di atti illegittimi e il delirio paranoico ne è il classico esempio.
La prognosi impone a Fabio di concludere il tempo delle dipendenze e di rafforzare la consapevolezza della sua autonomia psichica attraverso il riconoscimento del padre e il ridimensionamento della funzione inibitrice del “Super-Io”. Questo obiettivo passa attraverso la risoluzione del complesso di Edipo. Inoltre e soprattutto Fabio non deve alienare i diritti del suo corpo a favore delle pretese della sua mente, come si diceva in precedenza.
Il rischio psicopatologico si attesta nella mancata risoluzione della posizione edipica con il conseguente irrigidimento del “Super-Io” nella sua tirannia inibitrice. A tale improvvida situazione conseguirebbe un mancato gusto della propria vita sessuale con frustrazioni della “libido”. Trascuro il rischio paranoico di un eccesso di “razionalizzazione”, qualora Fabio istruisse una fuga dal suo corpo.
Riflessioni metodologiche: il sogno di Fabio induce il tema del rapporto tra “mente e corpo”, tra “psiche e soma”, dal momento che gli istinti sessuali erano stati in un primo tempo estromessi dal corpo e alla fine fortunatamente recuperati. La domanda è semplice ed è la seguente: “noi siamo il nostro corpo e possibilmente la nostra mente”, “noi siamo la nostra unità psicosomatica”? Al di là di ogni legittima e rispettabile aspettativa per il “post vitam”, come dobbiamo vivere il nostro corpo e gli annessi e connessi istinti e pulsioni? Il grande Epicuro aveva ragione nel dire che la morte non è un’esperienza vissuta, per cui la vita e il corpo sono da amare in maniera sacra. A tal uopo riporto un brano del mio testo in attesa di pubblicazione (probabilmente da “Psiconline”) e titolato “Io e mia madre”, psicodramma dell’anoressia mentale, proprio sul tema del corpo e dei suoi diritti. Chi riflette è una ragazza di vent’anni affetta da anoressia, per l’appunto. Seguiamola in questo breve estratto.
“Alla monotonia della vita e alla gabbia del corpo si è pesantemente aggiunta la prigione del lavoro: io non riesco a immaginare per me una buona armonia dei tre elementi.
L’inerzia del vivere mi trascina e Luca, il traditore, non spinge più il mio sgangherato carro ed è anche sceso dal mio corpo.
La sessualità si è spenta e l’erotismo è un’arte antica trasmessa dai Romani in versione letteraria a volte nobile e a volte volgare.
Il mio orologio mestruale si è rotto e dell’esser femmina non vedo traccia da molto tempo.
Ogni mattina, appena sveglia, mi assale la paura di me stessa e della realtà che mi circonda: il soffitto sopra di me, le pareti bianche della stanza, il manifesto del “Che”, l’armadio laccato di rosa, i jeans di velluto, la sedia in vimini, il reggiseno nero, la foto di lui, i numeri luminosi della radiosveglia, le opprimenti coperte, il mio corpo in un sudario di cotone, le braccia conserte, le gambe rannicchiate, il mio odore, il mio sudore, il dolore allo stomaco, il respiro pesante, il cuore in corto circuito.
Per magia cerco e trovo la forza di staccarmi da tutto e di collocarmi al di là di una spessa vetrata.
Provo a sondare me stessa e la mia situazione, ma inevitabilmente la paura traligna nell’angoscia di non essere capace di rientrare nella realtà da cui sono appena fuggita, per cui tutti i miei sforzi si concentrano nell’attaccarmi nuovamente alle cose, quasi un arrampicarmi su di esse.
In tale trambusto di sensi e di ragione ho il coraggio di pormi il dilemma: il soffitto, le pareti, il manifesto, l’armadio, i jeans, la sedia, il reggiseno, la foto, i numeri, le coperte, il corpo, le braccia, le gambe, l’odore, il sudore, il dolore, il respiro, il cuore mi accetteranno di nuovo o mi rifiuteranno per sempre ?
Riprenderò possesso di me stessa e riavrò potere sulle mie cose o sarò punita per la mia prepotenza narcisistica ?”