MOI ET JACQUELINE

Cet amour non è il sentimento dell’altro,

è il mio sentimento,

quello che io ho inventato per te

e che è fatto così,

di tante cose e di tante movenze,

di tante note e di tanti ritornelli,

di tante sciocchezze e di tante leggerezze.

E’ bello come la luce

ed è bello come il buio,

è bello come il tempo

quando il tempo si ferma,

è brutto come il tempo

quando il tempo scorre.

E’ vero come te

quando sei felice,

è gioioso come te

quando sei contenta.

Questo amore trema di paura

come un bambino nel buio

e non indietreggia

come un uomo sereno nella luce.

Cet amour che faceva paura,

ti ha insegnato a parlare,

ti ha donato la potenza delle parole,

la gioia di impallidire e di arrossire,

il timore di tremare e di stare,

l’eccitazione di spiare e di manifestarti,

la voglia di braccare e di esporti,

il desiderio di ferire e di curare,

l’ansia di calpestare e di carezzare,

la pulsione di uccidere e di salvare,

il bisogno di negare e di affermare,

la capacità di dimenticare e di ricordare.

Questo amore non è una parte,

è un tutto intero

come il sole quando soleggia

e la luna quando è piena e quando è nuova,

quando hai paura che ti cade addosso

alzando gli occhi al cielo in una notte di luna.

Cet amour è vivo e sempre nuovo,

palpitante e caldo

come il cuore quando batte.

Questo amore ci segue e ci perseguita

come un rimorso assurdo,

come un andare e un tornare

senza dimenticare quello che hai visto,

quello che hai vissuto,

riaddormentandoti e risvegliandoti

senza soffrire,

senza invecchiare,

sognando la morte senza morire

e per riderci sopra da svegli.

Cet amour resta là,

piantato al suolo come un ulivo secolare

che ha tante storie

da raccontare agli amanti

nelle notti di luna piena

e nell’ora dei lupi mannari.

Questo amore non scende dalle stelle,

vive nelle stalle insieme agli asini testardi

ed è crudele come la nostalgia

che non sa ricordare quella carezza mai ricevuta senza soffrire

ed è tenero come un rimpianto o un’emozione pudica.

Cet amour è come Dio,

ci guarda sorridendo

e ci parla senza parole,

senza dire niente.

Questo amore si lascia ascoltare con timore e tremore,

con sussurri e grida,

con le preghiere dell’amato per lei,

con l’invocazione dell’amata per lui.

Cet amour non è mio,

non è tuo,

è dell’Amore,

è degli amanti,

di tutti quelli toccati quotidianamente nel corpo e nella mente

da un buon demone,

da un generoso messaggero del dio bendato.

O Amore,

fermati,

lasciati guardare,

contemplare,

restami addosso,

braccami,

non andartene

perché io non ti ho mai lasciato,

ricordami

perché io non ti ho mai dimenticato.

E, allora, tu non scordarti di me

che ho solo te sulla terra e dentro il cielo,

non lasciarmi morire,

lasciami vivere insieme a te

e lontano dai torsoli e dal sangue,

non importa dove,

non importa quanto.

Ricordati di dare sempre un segno di vita

nel Trentino così come in Sicilia,

nei freschi boschi di coccole aulenti,

nell’assolata campagna di nere more.

Sorgi a ogni alba

nella foresta della memoria e della speranza,

tra i muschi e i licheni,

inducimi sempre in tentazione

e non salvarmi mai dal Male.

Così sia.

Salvatore Vallone

Libera contaminazione di “Cet amour” di Jacques Prevert

Carancino di Belvedere 15, 01, 2021



JULIETTE

Potevi chiamarti Greco e non Grecò,

come la signora Mara,

quella donna esposta di petto

e orgogliosa delle sue mani e della sua silhouette,

vestita di nero per lutto perpetuo,

che vende elettrodomestici in via Savoia

e liquida ritualmente al cinquanta per cento anche il padre

insieme agli estrattori del succo dei melograni di Proserpina.

Credimi,

saresti sempre stata la rosa nera dei cortili di Ortigia

che dalla Mastra Rua sboccano in fila indiana alla Giudecca,

nel quartiere degli Ebrei,

in un pieno maligno di odori speziati,

intessuti di salsedine e rosmarino,

di gerani ardenti di un rosso cupo

e di alghe morte di questo mare

che sopra dorme e sotto ribolle.

Poteva essere la tua Montpellier,

mais c’est si bon.

Potevi chiamarti Giulia,

come la mia compagna di classe,

la maestra abbandonata dalla madre infame e infoiata,

che con trecce bionde e lenti spesse

coltiva ancora la sua miopia

sopra i libri ammuffiti di greco e di latino,

in un bailamme osceno a lume di candele al sego puzzolente

intrattenendosi separatamente in via Mirabella,

la tua Rue Mirabeau,

al civico 23 del rinomato Cortile dei Porci

con Quinto Orazio Flacco e Publio Ovidio Nasone

e in ammucchiata con Eschilo, Sofocle ed Euripide,

sempre secondo il rito antico di Dioniso:

la follia nella testa e la danza nel ventre.

Poteva essere la tua Paris,

mais c’est si bon.

Potevi chiamarti Lisetta,

come la donna fedele soltanto a se stessa

e libera dai tabù del tempo e della storia

che attende sul balcone fiorito di basilico e di citronella

l’amore del marinaio infedele,

il naufrago che viene dal mare per grazia ricevuta

a consegnare le vesti ancora bagnate a Poseidon,

prima di accingersi all’amplesso ferino

dentro la grotta della Pellegrina di fronte l’isolotto di Ortigia,

mentre le onde del mare Ionio sciacquano le colpe dei nobili padri greci

e sciabordano i sensi infetti dei figli incivili in un continuo gorgoglio di morte.

Poteva essere la tua Saint Germain des Près,

mais c’est si bon.

Potevi chiamarti Sabina,

come la donna rapita dalla Tramontana e dallo Scirocco

con le cateratte del cielo poggiate sul balcone,

la maliarda che giostra le sue paturnie

in mezzo a sensuali trasporti

tra i muschi lucenti e le stelle cadenti

nella valle dell’invisibile Anapo,

immersa in tanta furia di natura sincera

là dove anche il povero Ercole pose li suoi riguardi

per eccesso di zelo e codardia,

occultandosi di giorno nelle chambres odorose di madame Suzette

e ricomparendo di notte nel bistrot di Via santa Maria dei miracoli,

nei pressi della Corte des Invalides.

Poteva essere la tua Ramatuelle,

mais c’est si bon.

Potevi chiamarti Maria,

potevi chiamarti Giulia,

potevi chiamarti Lisetta,

potevi chiamarti Sabina.

Ti hanno chiamata Juliette,

battezzata dalla gente di strada Jujube,

Jujube de mon coeur,

una fille silenziosa e solitaria

dai piedi scalzi e dalle gambe irsute

con un padre da immaginer e da odiare,

papà Gerard,

e una madre partisan da gifler e da odiare,

Juliette, elle aussi et comme toi,

lui poliziotto charmant d’italica memoria e uomo inetto,

della stessa pasta dei corsari corsi

e dei dittatori di un metro e mezzo,

lei tanto presa dagli uomini e dalla politique,

in attesa della Gestapo, di Ravensbruck, di Holleischen,

per tornare assolta tra le tue braccia adoranti

e prima di partire per l’Indocina

e lasciarti per sempre sola nella Rue des Innocentes,

nei pressi del cimitero più antico e più grande di Parigi.

C’est la vie, ma chère, c’est la vie!

Contavi diciotto anni,

dopo la tragica guerra della follia e dei bottoni,

in quel di Saint Germain des Près,

nella cinica e magica Paris,

e i boulevards erano l’ombelico del tuo corpo acerbo,

il luogo dove i bambini diventavano adulti

e gli adulti diventavano bambini,

tu enfant e mademoiselle,

tu fille della rue,

tu bohèmien,

tu pulzelle,

tu artista per bellezza,

tu esistenzialista per necessità,

espulsa dalla gente,

esplosa nella vita

dietro il decomporsi dell’amore

e dei sentimenti degli uomini

che a turno facevano a gara per averti,

per avere un tuo bacio,

per il caldo bacio di una magica vagabonda

che odora di avorio e di ghiaccio,

di pan brioche e di sesamo tostato.

Tu già sai quello che vuoi,

quello che ami e ammiri,

uomini e donne,

tu sai anche saltellare con un je m’en fous

tra i viali lunghi dei Campi Elisi

appena sconnessi dalla Luftwaffe.

Tu vuoi vivere soltanto le cose belle,

il resto lo lasci agli altri,

resisti alla banalità,

muovi il corpo a ritmo e le mani a danza

lungo le spire del tuo corpo sinuoso

in quel teatro di Montmartre

ripieno di clochard e accattoni,

di invalidi e deformi,

di cocottes e gigolò,

di artisti e commedianti,

di pittori e ladri,

di ballerine e cantanti,

il meglio del meglio di Paris après la guerre.

Nella strada cerchi il companatico e la baguette,

piedi nudi,

maglione nero dolce vita

e in un nero altrettanto sucrè nei pantaloni attillati,

ultima tra gli ultimi come nel vangelo della strada,

alla ricerca del sogno dei ricchi e della lotteria dei poveri.

Ma Paris è già canaille per una jeune miserable,

selvaggia,

indomabile,

silenziosa,

bizzarra,

asociale.

Mai dire jamais.

E così Mauriac ti saluta con un sonoro “bonjour Grecò”

davanti all’Hotel des Etrangers

tra le madames truccate e incappellate,

in odore di cipria e menopausa,

tra le pimpanti ballerine del Moulin rouge

in attesa di un ricco impotente da castigare.

Mai dire jamais.

Jean Paul e Simone ti parlano dell’Essere e del Nulla,

mentre se la godono al bar du Montana

tra una puzzolente Gauloises

e un aspro cognac Courvoiser da dopoguerra.

Per te,

proprio e solo per te,

il sarto sornione e furbetto cuce e adorna

La rue des blanques manteaux

con un boia pronto a gettare nel torrente dei frati bianchi

la tete avec le chapeau di generali e vescovi,

di ammiragli e commissari,

compresa quella di papà Gerard.

Mai dire jamais.

Alla Rumerie martiniquaise Albert fuma da straniero

le sue oppiacee Safir senza stare in cielo e in terra,

nella ricerca oscena dei tuoi baci e dei tuoi abbracci.

Ma tu non sei straniera a te stessa

e cerchi l’orgasmo del sapere di sé e dell’altro

al Bar du Port Royal con Maurice,

le vieil saggio che desidera i tuoi pantaloni neri e il dolcevita buio,

la dama in nero,

la rosa nera nei bistrot e la rosa rossa nel corpo,

la femmina di buon sangue e di voce pastosa:

le philosophe e la jeune femme

che vuol sapere della vita e della morte,

dell’amore e dell’odio

del sesso e della castità,

della Bellezza e dell’Arte,

del maschio e della femmina,

della libertà e della necessità,

della razza e della menzogna,

del giusto e dell’ingiusto,

dell’essere e dell’esistere,

del tempo e dell’eterno.

La jeune femme vuol sapere anche del Niente,

le Rien,

le Rien de Rien,

e, intanto, canta e fuma,

si tocca il bel viso e le buone fattezze con sapiente ironia

nel teatrino sconnesso della Bastille

con la Viceroy all’aschisch

che le pende dalla bocca ammiccante e maliarda

come uno stendardo slanciato al vento dell’ipocrisia.

Anche Jacques s’innamora di te e delle feuilles mortes

che tappezzano in autunno les boulevards de Paris

sotto il respiro del vento del nord

e in attesa di un oblio che non arriva,

in cerca di una canzone che unisce

e ricorda soltanto che ci amavamo,

toi tu m’aimais et je t’aimais.

Ma la vita separa les amoureux senza rumore

e anche il mare cancella le orme dei loro passi sulla sabbia,

mentre l’amore silenzioso e fedele ringrazia

e non riesce a dimenticare.

E poi,

dopo la gavetta,

après ses preuves,

si va con il vento nelle poppe erette

e gli occhi pittati di carbone,

con il naso a punta che attende un ritocco,

con la silhouette da danceur

e la voce impostata da chanteuse e già buona per l’Opéra,

si va a far la chantosa elegante e sofisticata nei bistrot e nei bar,

nei cafè e nelle rumerie,

si va a carezzarsi il corpo con le mani scivolose sui fianchi ricurvi

a suggerire anzitempo ai buongustai deshabillez moi,

a cantare che le foglie sono morte

e che il nostro amore è stato bello

anche perché è finito.

Sarà anche vero,

ma ancora non basta e tu insisti.

Ce soir non lasciarmi,

ne me quitte pas,

prendimi con forza e sii generoso,

sbalordiscimi,

prendi e porta via con te una donna

che canta in piedi l’amore e la libertà,

che fa sesso con maschi e femmine,

che parla del razzismo, dell’immobilismo, della menzogna,

che da voce ai bambini felici e ai vecchi bambini felici,

a tutti quelli che si amano come bambini felici,

une femme gèniale che canta storie d’amore senza tempo,

che al Bataclan danza la sensualità del corpo

e all’Odeon si esalta in Belfagor,

une femme sensuelle et sensible

che comunica la sua verità per sconfiggere la morte

con le parole che diventano pietre preziose e milioni di poesie,

con la voce che contiene guizzi eleganti e milioni di canzoni,

con Laurence Marie che parte anzitempo per il Nulla eterno

e con l’ictus sotto i capelli ardenti di nero.

Un coup de chapeau, madame Jujube!

A Saint Germain des Près

la memoria è un piacere carnale

e nella notte color carbone echeggiano i tuoi formidabili

déshabillez toi e ne me quitte pas.

Per te ho condito parole sensate

che ben capirai,

Jujube de mon coeur.

Ti ho parlato degli amanti

qui ont vu deux fois.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 02, 11, 2020

CARONTE

Come un gabbiano

scivolo nell’azzurro,

tra sole e mare.

Immobile

nella contemplazione della mia Sicilia.

Par che io ti stia lasciando.

Sì.

Ma il cuor mio resta con te

e l’amore incondizionato che

dolcemente

a te mi lega.

Lucia

ALLE MIE ZIE

Morbido amore corvino

con le forme della madre terra

ho conosciuto.

Abbondante amore senza interesse,

senza requisiti,

legame profondo,

il sangue.

Calmo amore che gode della vita,

piacere nelle piccole cose,

in ogni cosa.

Il tempo si dilata e diventa eterno

nella bellezza di questo momento.

A questo amore ho aperto il mio cuore,

ne sono usciti fiori,

petali e foglie delle più belle,

di ogni colore,

ne sono uscita io,

ne è uscito il mio mondo.

Lucia

LA “COSA” PARLA 3

SALVATORE VALLONE

LA COSA PARLA”

IL LINGUAGGIO DELL’INCONSCIO

dimensionesogno.com

Le ca parle.”

L’Inconscio è strutturato come un Linguaggio.”

Jacques Lacan

LE PAROLE DI UNA STORIA

Non capisco perché mi salti addosso

appena senti il mio odore nella disadorna stazione di Vicenza.

Ma tu,

tu, se non sbaglio, avevi promesso a te stessa

di non essere più espansiva nei miei confronti.

Da questo punto di vista sei una donna da stimare

anche se gli amici dicono che somigli tanto a mia sorella

e che sei lesbica.

Io ho un’immagine bella di te,

una sola immagine,

uno schizzo che fa parte di me,

di quella parte che ero io

quando frequentavo la gente

e uscivo ogni sera dai miei inesauribili perché

per rientrarvi immancabilmente la mattina successiva sul luogo di lavoro

davanti a quella infida pressa

che aveva appiattito le lucide e bicolori dita di James,

il mio compagno negro.

Tu,

invece,

tu frequentavi già l’avventura

come se fossero i grandi magazzini di Mestre.

Tu andavi da Coin con il tuo solito qualunquismo

e alla Standa ormai eri di casa.

Usi le strutture urbane e i luoghi pubblici

come i tanti uomini che t’inebriano di volta in volta.

L’amore, l’euforia e la trasgressione,

cara la mia tontolona,

sono momenti di poca conoscenza di sé,

di poca profondità di sé,

di poco spessore sempre di sé,

ossia sempre di te.

Io, come sempre, faccio quel che posso

e di osteria in osteria mi trascino un cuore spento

alla ricerca di quella forza antica

che ho smarrito tra le facili donne della Pontebbana.

E tu, adesso, mi vuoi lasciare come un pezzo di merda

in mezzo alle verdi colline di Treviso,

belle quanto vogliamo,

ma sempre e soltanto colline con il valore aggiunto dell’avvelenamento.

Lasciami almeno bere un altro bicchiere di prosecco di Valdobbiadene

senza rompermi le palle,

senza accanirti sui soliti discorsi mancati.

Lasciami bere un litro di quel Cartizze,

buono quanto vogliamo,

ma che é e resta sempre e soltanto un vino velenoso

e non tra i più buoni della Marca gioiosa e inquinata.

Lasciami in questa contraddittoria campagna

a tirare di giorno le bocce e di sera le carte.

Ti senti importante se qualcuno viene in cerca esclusivamente di te?

Questa è civetteria bella e buona.

Tu ribatti che tutte le donne sono civette

e nobili portatrici di faretra per il maschio cacciatore.

Tu,

tu ti rendi vanitosa

solo inventando uno strano spacco sulla gonna.

Ma tutto torna, sai?

Tutto poi ritorna

e io devo fartela pagare.

E allora,

tanto per gradire,

tornami indietro tutto quello che per caso ti ho dato in tanti anni di sofferenza:

la biro a punta fine della Bic,

l’astuccio fouxia,

il piron spuntato,

lo slip di seta nera da nove settimane e mezzo che non ti è mai servito,

il relativo reggipetto a coppe inossidabili

e anche il cornetto d’oro,

il talismano di un’inutile felicità.

Ma tutto questo era già stato detto realmente com’era

e non é più una parte non chiarita di noi due,

un peso talmente sostenibile

da non vedere l’ora che tutto diventi di ieri e di superficie.

Ci sono periodi in cui chiedi di sapere,

sapere di giorno,

sapere di notte.

Ma di quale gusto sei priva?

Non hai capito

che ciò che non è stato vissuto non ritorna

e che non può ritornare?

E, se tu lo chiami, niente dentro di te risponde.

Sono solo affari tuoi.

Io sono la libertà,

non una statua,

ma una persona senza maschera

e non devo rendere conto a nessuno,

neanche a mio padre

che viaggia appollaiato su un robusto camion Iveco

e ha le braccia lunghe come quelle di una ruspa.

Io alzo la voce

se tu osi chiedere ancora spiegazioni.

Cosa vuoi sapere?

Lasciami in pace!

Omnia munda mundis”!

Io sono un puro.

Non capisci?

E allora fai un corso accelerato di lingua inglese

presso la Oxford School di Conegliano.

E dopo sarai “a la page”,

pronta per l’Europa unita e per la moneta unica.

Ma come puoi sentirti cambiata dopo il sapore di un uomo diverso?

Quale subcosciente vai invocando?

La tua è una logica da mignotta

e non una nobile pulsione sessuale.

Tu avresti deciso tutto per tutti,

al posto mio,

al posto tuo,

al posto suo,

al posto nostro,

al posto vostro,

al posto loro.

Amen e così sia!

Non ho vissuto più di tanto,

ma posso risponderti per le rime.

Mi viene in mente

quando suonavi il pianoforte tutte le domeniche

dalle sette e mezza alle dieci del mattino,

proprio quando arrivavano puntuali i testimoni di Geova

a divulgare la mala novella della fine del sistema delle cose

e del sospirato ritorno al Padre.

Non è civile il tuo comportamento,

per cui io batterò i pugni sul muro

e,

se continui a suonare,

li batterò sino a farmi male,

sino alle stimmate.

Mi sentiranno fino in piazza

e quando il maresciallo dei carabinieri mi chiederà

di giustificare tanto rumore,

risponderò che io non so,

io non so chi fa più rumore tra me e te.

Forse è tutta colpa della mia tromba di Eustachio,

ma tu resti sempre un esemplare di donna da appiccicare al muro

perché tu senti tutto quello che succede dalla tua parte e a tuo favore.

Io non esisto per te

e allora il sangue mi va al cervello

e poi mi scende fino ai peli del pube.

Ma così mi piaci.

E se un giorno mi dichiarerai immorale in pubblico,

beh,

ricordati che per la nostra coppia

sei stata tu a scegliere la lotta come unico schema di vita.

E io oggi sono stanco

e voglio solo sopravvivere,

voglio soltanto andare sopra la vita.

Onnipotenza?

Non lo so.

So che domani ci sarà un altro incontro d’amore tra me e te,

ma non tra noi due.

LE FASI DELLA VITA, LA VITA IN FASI

Dobbiamo rinunciare all’armonia del caos,

nessuna attrazione,

nessuna gravità,

pianeti allo sbando in deserte autostrade siderali.

Le ombre non si incrociano,

un unico solitario riflesso di se stessi

stampato sulla strada nel raggio del proprio metro,

misura di solitudine,

vessillo di indifferenza.

Scompaio a voi,

priva di germi,

sterile.

L’intimità del tatto giace dentro guanti di plastica

e la paura di morire spia di sottecchi l’altro,

volti occultati da maschere funebri,

sospetto,

pericolo,

vittoria della ragione.

Non ci contempliamo più,

gli orizzonti sono chiusi,

il nostro corpo in sicurezza,

la nostra solitudine decretata.

Quando si fa la cosa giusta

il cuore è felice,

ma se sto facendo la cosa giusta

perché il mio cuore è così triste?

La sera arriva sempre in fretta,

ripetuta e senza promesse.

Sto cercando di trasformare il presente in un ricordo,

sto cercando di fidarmi.

Il cuore stretto nella sua gabbia d’ossa

batte al tocco di campane

che annunciano il passare delle ore

o il passaggio della morte,

il tempo che fugge e quello eterno insieme,

sottofondo di musica nei giorni dolorosi,

il tragico vuoto delle rose sopra assi di legno tutte uguali.

E tu che cerchi di dimenticare

l’attesa inutile della tua terra irraggiungibile.

Quanto è lontano il mare?

Quanto la nostra Africa ancestrale?

Oh, non si può raccontare,

non si può raccontare,

si deve stare in silenzio davanti ad un dolore.

L’esausta età dell’oro dorme lontana

e appoggiata al tronco di un ulivo

la faretra di Eros mostra le sue frecce arrugginite.

Nel viaggio senza peso l’aria trasporta carezze,

tutto è possibile,

l’onda ritorna,

nulla è perduto.

Trascorro settimane di sei giorni.

Il settimo è per me,

devo inventare l’incantevole maggio.

Sabina

Trento, domenica 26 del mese di Aprile dell’anno 2020

APRILE

Aprile,

il tepore del sole

di quello che Eliot chiama “il più crudele dei mesi”.

La verità è che siedo sul balcone ad occhi chiusi,

facendomi scaldare la pelle attraverso i vestiti.

Ma nella mia verità sono nella penombra di una stanza

e guardo in faccia la tua faccia,

respiro la mia aria che è anche la tua,

intreccio un cesto di vimini

in cui cullare il silenzio benefico dell’amore spossato.

La nostra carne passata sotto la lama del macello,

rito sacrificale benedetto dagli amanti,

meraviglia che va oltre la formalità di un discorso forbito,

intimità di un confessionale dove scavallo le cosce

e ti chiedo di banchettare col peccato originale.

Da lontano arriva l’eco dei solerti facchini del destino

che montano il patibolo.

Svaniscono i concetti,

scivolano in un ricordo che diventa commemorazione.

Nessun boia reciderà le arterie

che dal mio cuore irrorano i miei sogni.

Tu rimarrai il ragazzo che recita parole d’amore

e non avrò il tempo per capire

che la puntina tornerà a solcare il vinile

mentre gira sul piatto

ripetendo all’infinito soltanto una canzone.

La lama scenderà prima.

Norina

Tolmezzo (UD), domenica 05 del mese di Aprile dell’anno 2020

L’AMORE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

E il tempo degli amanti di colpo si congela.

Stiamo perdendo l’attimo,

stiamo appassendo nel vaso della nostra agognata primavera

che non arriverà,

non questa volta.

Guarda quanto sole inonda i prati,

guarda i narcisi che bucano la terra

con la loro corolla ancora nuova,

guarda le gemme

che affiorano sui rami secchi del ciliegio.

Non possono essere nostri,

sono solo miei,

solo tuoi,

una gioia dimezzata,

lo stupore tenuto per sé.

L’amore non moltiplica nulla, oggi.

Nessuno ci coltiva.

La ringhiera del cancello giace divelta

sul viale di ingresso del nostro rifugio.

Potrei entrare,

qualche passo e poi una corsa

verso la piazza aperta della nostra alcova.

Invece sono qua,

le braccia appoggiate ai telai della finestra

disegnano la forma di una croce

e un refolo di vento scompiglia la tua ombra

riflessa sulla tenda sottile dei ricordi.

Eleonora

Polcenigo (PN), sabato 21 del mese di marzo dell’anno 2020

LETTERA ALL’AMORE INFELICE

La Sibilla cumana aspetta Apollo.

Prima ho scorso la risma elettronica

che racchiude le nostre parole.

Non l’avevo più fatto,

non per scelta,

forse per distrazione,

per dimenticanza,

perché la fantasia incontra la vita

e così si infrange contro il quotidiano.

Erano davvero belle le nostre parole,

abbiamo sfoderato il mantello di raso

e siamo andati al ballo.

Che gran ballo!

In questi giorni nuovi vengo sommersa da un marasma di parole

che banalizzano grandi concetti.

Ma forse sbaglio,

nessun grande concetto può celarsi dietro piccole parole.

Emily Dickinson ha descritto il mondo

vivendo in una stanza.

La mente non ha confini

quando è baciata dall’intelligenza.

Ho compreso che non tornerà più quella stagione,

la creatività al servizio dell’emozione.

Ora sono più o meno una patata umida,

quello che è rimasto è tutto qua,

una patata sotto le ceneri.

Mi fa sorridere,

dovrò cambiare orizzonte come si cambia canale,

ma la corsa è nella mia natura,

spolvererò un altro mantello di raso.

Ti ricordi che l’ultima volta che ci siamo visti ti ho detto:

“E se questa fosse l’ultima volta che stiamo insieme?”

Mi capita di avere delle certezze improvvise,

non so perché,

ma raramente l’intuizione tradisce la realtà.

Forse è davvero una vita già vissuta.

Cerca di non perdere la tua vena creativa,

scrivi così bene che è un delitto

che non ne rimanga traccia.

Regala qualcosa di tuo

tra quello che hai condiviso con me

nelle tante pagine della nostra illusione,

fatti tentare dalla mia proposta

o almeno pensaci.

Io torno ad immaginare le avventure di Don Chisciotte,

nessun corpo è avulso dalle sue fantasticherie

e chissà che non appaia all’orizzonte

il cavaliere preceduto dal fido scudiero.

Elettra

Firenze, martedì 24 del mese di Marzo dell’anno 2020

LE IDI DI MARZO

LE IDI DI MARZO

Il Vocabolario della lingua italiana,

che splendido consiglio!

Sì,

un libro pieno di libri,

le parole facili,

quelle sconosciute che aprono mondi nuovi,

perché niente esiste se non ha un nome.

(Te lo ricordi Borges?

Nel nome sta il concetto della cosa,

tutta la rosa dentro il nome rosa).

Fare il gioco del vocabolario seduti allo stesso tavolo,

dove qualcuno fuma,

altri spiluccano gli avanzi della cena,

qualcuno si arma per vincere,

qualcuno perde ridendo.

Stare assieme,

aprire le danze nel consesso famigliare,

stufarsi,

sbadigliare,

poi piangere da soli chiusi in una stanza,

addormentarsi,

sognare.

E l’amore!

Non poterlo fare,

sperare di ricordarselo,

alimentare il desiderio con la speranza del ritorno.

I ragazzi che si amano,

quelli di Prévert,

hanno le porte della notte che si spalancano

per colmare la nostalgia dei baci,

hanno corpi sudati senza aver corso

e l’anelito dell’amore sporco e puro che sopravvive alle circostanze.

Si ritroveranno

e si guarderanno ancora con gli occhi nuovi dell’attesa infame.

Non ci sarà tempo per le parole,

l’amore sarà l’unico virus in circolazione

ed aprirà le bocche di fuoco dei corpi

per significare se stesso,

un nuovo gioco del Vocabolario.

Forza Lucrezia,

bambina mia,

forza Fabio e Tommaso e Luca e Giulia

e Nina che si veste a festa

e si trucca

e si profuma per sedersi a tavola

a mangiare da sola,

forza ragazzi belli!

La vita è anche questa,

è scala a spirale,

è prova,

è paura,

vittoria e sconfitta,

timore e speranza,

fame e abbondanza.

Mio fratello filosofo e ipocondriaco dice

che vorrebbe essere in una stanza di ospedale

con le sue due sorelle per continuare a giocare.

È tornato bambino, che bello!

Ho sentito le spire grasse della comunità

stringersi attorno ai corpi esili della nostra infanzia.

E alla fine tutto sarà bene.

Sabina

Trento, 15 – Marzo – 2020