CAREZZA DEL VENTO

30 / 11 / 2.000

Ogni settimana mi reco immancabilmente al cimitero per far visita a quello che resta su questo mondo della grande maman Immè, l’unica donna che sento madre, mia madre, con il cuore e con la mente.

L’unica cosa che maman non ha potuto fare è partorirmi, perché era vergine, signorina fiori d’arancio e di pelle bianca, odiava gli uomini e di mese in mese ha lasciato che le sue uova immacolate si perdessero nella discarica avvolte in un panno di lino o nella fogna della laguna mentre faceva pipì.

Ogni settimana, per promessa e per amore, vado in cimitero a trovare la tomba che contiene la carcassa ormai consunta di una grande donna, di una signora che in vita è stata una gentildonna, generosa ed egoista nella giusta dose.

Venezia è una città del tutto originale, unica al mondo come i suoi abitanti, uno strano santuario odoroso di sacro e di profano, la meta di allegri pellegrini che vengono da tutto il mondo per farsi spennare come polli di primo pelo, una fogna a cielo aperto nei giorni in cui lo scirocco tira fuori dall’acqua tutto il fetore delle pratiche intime, il fuoco degli obiettivi con flash incorporato di infinite macchine fotografiche strette nelle piccole mani di uno sciame di giapponesi.

Non vorrei aggiungere altro in assoluzione o in condanna dell’imputato, ma soltanto precisare che in tanta bontà o in tanta malora il cimitero non poteva essere diverso dal resto della città: un posto particolare e tranquillo che sta in piedi da solo con le croci di pietra bianca e con gli angeli della morte sopra un’isola in mezzo alla laguna, un’isola che soffre, come tutte le altre isole, del male oscuro dell’acqua alta.

Quando il vento di tramontana spinge il mare dentro gli argini dei bastioni e piazza San Marco in tutto il suo splendore e con tutti i suoi tesori va sott’acqua, anche il cimitero viene inondato con tutta la superbia delle sue tombe e tutta la miseria dei suoi morti.

E’ impressionante vedere le croci e gli angeli affiorare dall’acqua dentro un’isola ricoperta di un liquido verdastro e stranamente limpido.

Se poi pensi che con le tombe anche le salme sono possibilmente finite sott’acqua, allora senti nelle tue ossa ancora vive un senso di freddo che lentamente diventa gelo e capisci tutti quei veneziani che hanno scelto i loculi più alti o la cremazione per chiudere in bellezza e al caldo questa strana vita.

Finire da morto al quinto piano, quando in vita hai sofferto di vertigini e desiderare di essere ricordato dai parenti quando in vita nessuno si è mai preso cura di te, è una necessità psicologica e un bisogno fisico; da qualche parte e in qualche modo devi finire semplicemente perché non puoi scomparire del tutto e nel nulla.

Povera maman Immè, povera la mia maman !

Povera maman tutta bagnata !

Chissà quanto freddo avrà, specialmente di notte e senza la benedetta coperta termica che riscaldava le sue ossa e senza la sua Ascingha che correva premurosa a ogni richiamo del campanello.

Negli ultimi anni di vita maman era tanto preoccupata per questa impietosa invasione del mare veneziano nel territorio dei morti e aveva voluto per il suo involucro una tomba in marmo di Carrara perfettamente sigillata, una tomba degna di una gentildonna con le lugubri sculture degli angeli alati nelle parti laterali, ma ripeto sigillata, una tomba a chiusura ermetica come i barattoli del caffè per non essere costretta a morire due volte, la prima in base al corredo genetico e la seconda per annegamento.

Maman non aveva minimamente considerato da veneziana purosangue di farsi tumulare in terraferma; odiava i veneziani rinnegati che per avere un comodo bagno con bidet o per curare l’artrosi si erano trasferiti a Mestre o nei dintorni.

La terra di Marco Polo era ancora viva e bisognava tenerla in vita con dignità e con decoro non solo per i turisti, ma soprattutto per i veneziani; i primi erano necessari per dare lustro ai secondi.

Maman aveva speso fior di milioni per questa tomba speciale e dopo averla vista finalmente ultimata in tutto il suo splendore, aveva detto con ironia che era meravigliosa ma che aveva un solo difetto, quello di essere la casa elegante e sicura di una donna morta.

Era tremendo per lei conoscere con precisione il posto dove gli altri avrebbero depositato il suo povero corpo ormai senza vita.

Una volta appagato il suo amor proprio e una volta risolta l’angoscia di essere dimenticata, maman non aveva voluto più andare in cimitero a rivedere la sua ultima dimora o a visitare i suoi morti nel giorno comandato del due novembre; quando cadeva la commemorazione dei defunti, maman immancabilmente si ammalava delle più strane e sconvolgenti malattie, ma io avevo ben capito che in effetti non sopportava di sapere dove sarebbe andata a finire da morta e tanto meno se di tanto in tanto i suoi amati resti sarebbero andati sott’acqua e se di tanto in tanto i suoi amati avanzi si sarebbero sciupati o conservati meglio sotto il fango della laguna veneziana.

La mia maman conteneva l’angoscia della morte semplicemente non frequentando le chiese e non bazzicando i cimiteri, dimenticando i tristi luoghi della fine e i tristi tempi del distacco; quando si sentiva più vicina al doloroso passo e al triste momento, dalla sua bocca prendevano il volo immancabilmente, come i piccioni dal campanile di san Marco al richiamo del granoturco, i vaghi discorsi sul rispetto da portare necessariamente ai defunti e i precisi ricatti morali sulla riconoscenza che io le dovevo e soprattutto da morta.

Queste erano le sue interessate prescrizioni: almeno una visita la settimana e le rose rosse sulla tomba, soltanto le rose rosse, perché quelli erano stati i suoi fiori per tutta la vita.

Per maman tutti i fiori erano belli, ma le rose erano gli unici fiori degni di questo nome e soprattutto le rose rosse.

Per questa necessità aveva anche lasciato un cospicuo conto in banca a mio nome, perché era sicura che io ero la sola e ultima persona al mondo che avrebbe mantenuto fede alla promessa e che io ero la sola e ultima persona al mondo che sarebbe andata puntualmente a trovarla ogni settimana in cimitero con l’alta marea o con la bassa marea, con lo scirocco o con il borino, con la bronchite o con la diarrea, con lo sballo isterico o con la morte nell’anima.

In questo aveva ragione perché mi aveva educata e sensibilizzata ben bene ai ricatti affettivi.

Dei suoi parenti e dei suoi affini giustamente non poteva fidarsi, perché da tanto tempo aveva capito sulla sua pelle che gli eredi naturali si sarebbero impipati alla grande dei suoi bisogni psicologici e tanto meno delle sue disposizioni.

Maman non era tenera con nessuno e quello che pensava non lo mandava a dire con gli ambasciatori, te lo sputava nel piatto proprio mentre mangiavi; per quanto riguarda quello che il suo cuore sentiva e voleva esprimere, quest’argomento è rimasto sempre ignoto come i martiri della guerra e avvolto da sacro pudore anche se io, alla fine, penso di averlo capito.

E così ho preso il vaporetto, la linea quattro per la precisione, e mi sono recata come ogni settimana in cimitero armata di sacro rispetto e senza tanti fronzoli per la testa, munita di quel giusto sentimento che da viva maman meritava, che da morta merita e meriterà sempre.

Ma qual’è il giusto sentimento ?

Ecco, mentre mi trovavo nel vaporetto, la linea quattro per la precisione, e guardavo dal finestrino l’acqua verdastra della laguna sono arrivati i fronzoli, i tanti fronzoli che affollano di tanto in tanto la mia mente e che avevo accuratamente messo da parte nello sgabuzzino; mi ero augurata di non tirarli fuori almeno in questa giornata che di per se stessa è tutta dedicata al dolore del ricordo, più che ai morti o a quelli che si sono imbarcati per chissà quale destinazione.

E così i miei fronzoli sono partiti con l’immagine di quella gentildonna aristocratica e sono approdati alla sua superbia, un orgoglio senza fine che anche da morta traspariva senza stonare in quella foto che lei stessa aveva scelto da tempo per la sua tomba: una fotografia a colori che rappresentava la grazia di una signorinella fiori d’arancio e il cipiglio di un generale in pensione.

E così i miei fronzoli sono partiti dal ricordo della sua generosità e sono arrivati al fascino ricattatorio che esercitava su di me; a quella donna non avevo mai saputo dire di no da quel giorno in cui mi disse che cercava proprio me, che mi aspettava da tempo, che ero benvenuta nella sua casa, che sarebbe stata molto severa con me, che sarebbe stato molto duro vivere con lei, ma che tutto questo era necessario per il mio riscatto e che il gioco valeva sempre la candela.

Mentre maman nutriva la pretesa di concedermi la possibilità di una rinascita umana e sociale, io per difendermi da tanto bene e da tanto male, piovuti all’improvviso e stranamente da un grigio cielo veneziano, pensavo alla sua cospicua disponibilità finanziaria: quella mi serviva e quella mi avrebbe salvato.

E così i miei fronzoli sono arrivati a tutte le volte che mi difendevo dalla sua insolenza e la trattavo da rimbambita per affermare la mia dignità ancora una volta infranta, sia pure per amore.

Ma tu vai a capire che si tratta di amore ?

E allora ti viene voglia di maltrattare la vecchia maledetta nelle cose in cui tu hai potere e possibilmente rubi sul resto della spesa o aumenti la dose del sonnifero, sputi dentro la minestra o le fai le boccacce di nascosto, le auguri una brutta morte o desideri sperperare tutti i suoi soldi in un sol boccone nel famigerato casinò sottocasa.

Con i fronzoli nella mente pensi e ripensi a tutta quella gente che hai incontrato nella tua vita e che voleva redimerti come se tu fossi Maria Maddalena, ma che in effetti aveva soltanto bisogno della tua patata e non aveva alcun rispetto della tua persona.

Con i fronzoli nella mente pensi e ripensi a tutti quei clienti che volevano redimerti come se tu fossi ancora la sorella di Maria Maddalena, ma che in effetti avevano solo bisogno, se erano capaci, di montarti addosso per un pugno di dollari e con l’egoismo dei bambini dimenticati in un orfanotrofio o nella giungla africana.

Sempre con i fronzoli nella mente pensi e ripensi a tutti quegli uomini bianchi che da piccola nella foresta ti curavano una ferita toccandoti in maniera strana dove non sentivi male o che ti chiedevano un bacino e altro in cambio di un bonbon.

E mentre con i fronzoli nella mente pensi e macini a ruota libera tutti i tuoi strani pensieri, ti accorgi che stai guardando con un fascino particolare l’acqua verdastra e fredda della laguna, che stai fissando con una strana eccitazione l’acqua infida e gelida della laguna, che per fortuna hai i piedi ben saldi sul fondo del vaporetto, un vaporetto che, scivolando dolcemente sull’acqua, ti sta portando nel cimitero più strano del mondo.

I fronzoli nella mente ti fanno pensare per un attimo che potresti tuffarti e morire sotto il peso dei sensi di colpa e del fango, ti fanno pensare che stai per morire immersa nell’abbraccio dell’acqua fredda della laguna, dentro l’acqua torbida dei canali, quell’acqua che attrae e uccide con la sua viscida mollezza, quell’acqua che ti unge come l’olio santo del prete e nello stesso tempo ti infanga, ti opprime, ti toglie il respiro trascinandoti verso il basso; tu, finalmente, non fai niente per contrastare ciò che hai deciso che deve accadere.

Con i fronzoli nella mente pensi e ripensi che ti sei buttata nel canale e sei ormai ricoperta dall’acqua e stai annegando, che sei sfinita e devi uscire da qualche parte, devi uscire dal tuo corpo per respirare in qualche modo e per liberarti dal peso dell’oppressione.

L’acqua torbida dei canali di Venezia attrae e uccide chi vuole essere ingoiato dal fango; anch’io, come maman, a questo punto sarei morta e sarei sott’acqua.

I fronzoli della mente sono arrivati nei miei pensieri e ho desiderato intensamente il suicidio, ma ho anche pensato che è tremendo e macabro sapere da vivo dove vai a finire una volta che sei partito da questa vita e ancora una volta ho dato ragione a maman.

Il suicidio è un remare contro e contro natura, un controsenso soprattutto basato sull’illusione di restare in qualche modo quello che eri da vivo anche se non hai più il corpo, perché lo hai lasciato sotto l’acqua dei canali o del balordo cimitero di Venezia.

Quando sei morto non hai più la memoria perché non hai più il cervello; la tua storia la raccontano a modo loro i tuoi figli ai nipotini, se hai scelto e avuto la fortuna di metterne al mondo per ripetere la tua disgrazia.

Senza cervello io non potrei essere più Ascingha e allora scelgo di continuare a vivere perché ho ancora tante cose da fare e da dire.

Se penso che maman si era addirittura da anni preparata il corredo funebre, gli abiti da indossare una volta morta, e lo aveva ben riposto con i gioielli nel primo cassetto del canterano, oggi riesco a capire gli uomini primitivi e la pietà di chi resta a vivere: l’illusione di chi muore si sposa con il culto di chi rimane.

Chi ha imparato a sopravvivere sa cosa significa vivere e vivere tutto e tanto.

Chi ha imparato a sopravvivere è un uomo solo, perché ha come esempio soltanto se stesso; tutto il resto, anche se non è in più, decisamente non serve.

Bonjour monsieur le docteur.

LA SOLITUDINE

 

Sono solo ormai.

Anche se sono ancora giovane,

sono solo ormai.

Credimi,

non c’è più nessuno accanto a me,

non ho più nessuno vicino a me.

L’ultimo uomo è andato via

lasciandomi più solo di prima,

più solo che mai.

L’ultima donna è andata via

lasciandomi più solo di prima,

più solo che mai.

Allora mi sono ricordato di te,

di te che, quando chiedevi, chiedevi troppo

e sapevi che chiedevi troppo.

Che esagerato!

Che esagerata!

Tu volevi da me quello che io non ero,

quello che non sapevo essere,

quello che non potevo essere.

Come potevo darti tutto questo vuoto?

Penso ancora l’assurdità di quello che chiedevi:

un nulla mischiato con il niente per stare in piedi.

Eppure, oggi ti vorrei ancora.

Forse non mi crederai,

ma ricordati lo stesso di me,

di me che sono ancora qui per te

e che non sono il Pio o la Pia,

non sono Paolo o dei Tolomei.

Eri come l’oro per me,

l’oro e l’argento nei paramenti sacri dei preti di una volta,

il monumento della città nella piazza del duomo.

Tutti hanno degli eroi

quando non lo sono,

tutti chiedono

quando vogliono qualcosa,

chiedono a chi può sentirli,

a chi ha orecchie per intendere,

a chi ha posperi e coglioni,

lo sai.

Vuoi cambiare vita?

La cambio io la vita a te,

quella vita che non ce la fa a cambiare me.

Bevi qualcosa.

Cosa volevi?

Vuoi fare l’amore con me?

La cambio io la vita

che mi ha deluso più di te.

Portami al mare,

fammi sognare

e dimmi che non vuoi più morire.”



Salvatore Vallone



Il Giardino degli Aranci, Harah Lagin, 31, 01, 2024







SIGNORINELLA

ATTO QUARTO



Bei tempi di baldoria,

dolce felicità fatta di niente,

brindisi coi bicchieri colmi d’acqua

al nostro amore povero e innocente.”



Eravamo poco baldi

per far la giusta baldoria,

eravamo sciocchi e incontinenti.

I padri ci avevano castrato,

le madri ci avevan troppo amato,

le nonne lavavano i piatti dopo il parco pranzo:

ditalini rigati con la salsa e patate fritte una per una.

Felicità è assenza di affanno,

è presenza di un demone

che non turba le note vitali del nostro concerto.

Amami

per quello che è consentito dal codice Rocco:

un tutto che si ricongiunge con il suo nulla,

un maschio che cerca la sua morbida mela in Svizzera,

una femmina che cerca il suo melograno sulle pendici dell’Etna,

un androgino occultato nell’occulto dei giardinetti pubblici.

Brindiam,

su brindiamo, brindiamo, brindiamo!

Oggi è tempo di pace e di solidarietà.

Quanta acqua è passata fortunatamente sotto i ponti dell’eroico Piave!





Il Giardino degli aranci, 28, gennaio, 2024



Salvatore Vallone



PILLOLE DI VITA

Acetamol,

paracetamolo,

tachipirina non di marca,

degna di un ex proletario

che adesso se la gode in quel di Guascogna,

500 mg di veleno

per un corpo contestato e non vaccinato a suo tempo,

con Gianna che reclama il mio amore

e io che non riesco a dire bagliola o amore mio

a questo peluche di una cagnetta

che deve fare pipì tre volte al giorno

e cacca alla bisogna,

tutta quella che vuole e dove vuole,

in tre ettari di terreno, sine die e nisi obmolumenta,

anche sul parabrezza di questa station wagon

che è mezza marcia e mezza rossa,

una carcassa del ‘68 ad ampio uso e disuso,

una al mattino,

una a mezzodì,

una la sera.

O madonna del natale,

tu che insegni la sacralità del parto

e la mortalità dei bambini mai nati,

quelli che volevano e non potevano.

Ci sarà in questo ospedale dei poveri

un santo Raffaele che gradisce

e percepisce duemila e ottocento sesterzi

per curare i testicoli erniosi di Tersite.



Salvatore Vallone



25/ 12/ 2023 in quel di Karancino, giardino degli aranci.

NEL MIO SOGNO

Eri nel mio sogno.

C’era il solito bellissimo giardino su un pendio,

pieno di alberi e un prato folto d’erba verde.

Che meraviglia!

Non sai (ma sì, lo sai) quante volte avrei voluto scriverti,

chiederti come stai,

come vivi

e a cosa pensi.

Passo molto del mio tempo mentale,

l’unico tempo che vale,

in tua compagnia.

Ti parlo di stupori

che mi salvano da giornate altrimenti sempre uguali,

passate a lavorare nello studio bello bello

con ragazze belle e fatue che mi chiedono

se lasciare il moroso o comprarsi una borsa.

Sabi, mi dicono, fatti una pausa caffè con noi,

e io mi alzo

e parlo

e rido

e vabbè,

non è il mio mondo,

ma quale mondo è mai stato il mio?

Mi sono fermata a casa con i miei fratelli e mia madre.

Facevamo il gioco del vocabolario

ed era tutto là,

c’era un senso.

C’era anche tanta altra gente,

tutti leggermente fuori fase.

Amore, calore, malinconia e parole.

Sono stata felice e fortunata,

chissà se lo sono ancora.

Le persone se ne vanno,

resta la memoria

che vira in immaginazione,

la parte migliore di noi,

il dono prezioso che valica le barriere dello spazio-tempo.

Vale sempre la pena,

direi,

esserci

e compiere questo viaggio.
Vedi,

cose così,

pensieri che cadono come foglie,

niente di più.

Forse è per questo che non ti scrivo spesso.

E tu come stai?

Come vivi?

Cosa pensi?

A spasso con te, sempre.

Sabina

LUCIA

Lei abitava nella via delle maestranze

di una città disoccupata e negligente

al numero civico settantadue

e oscillava come un pendolo

tra un balconcino e un terrazzino

per non farsi notare dal suo amore segreto.

Lucia era cristiana

e aveva gli occhi azzurri e scagliati di verde,

frequentava la chiesa sotterranea della Giudecca,

studiava latino e greco presso il Liceo del conte Gargallo

in via dei Mergulensi al civico sempre settantadue.

Un bieco assassino scaricò la sua furia omicida

sul suo corpo adolescens e segnato dalla verginità.

Ah, se avessi accettato il mio anello nuziale!

Oggi io non sarei cieco e tu una santa.

Salvatore Vallone

Harah Lagin, 13, 12, 2023

 

THANATOS

Thanatos

ci attanaglia,

ci tampina,

me tapina!

Avanti un altro tampone

per il prossimo coglione

che negligentemente ci rovina.

Quanti cani dovete portare a pisciare, cagare, sniffare?

Scusate l’espressione,

di sicuro preferite la locuzione

“fare i bisognini”.

I negozi per animali devono restare aperti

per i nostri amici a 4 zampe, poverini!

(Ma prima, d’estate li abbandonavamo nei cigli delle autostrade).

E in Africa ci siamo dimenticati da decenni

della moria di denutriti bambini.

Ognuno ha le sue priorità,

le sue verità,

le sue velleità,

le sue vanità.

Oddio!

Come farò senza la parrucchiera,

l’estetista, la manicure e la ceretta?

Ma dove devi andare?

A CASA DEVI STARE!

Vedrai la ricrescita bianca,

le gambe irsute, le unghia non limate e pittate,

ma sentirai il mio CUORE,

quando la sera ti sentirò rientrare

e senza baciarti

ti chiederò:

come stai Amore?

Giulena

Palermo, lunedì 30 del mese di marzo dell’anno 2020

NOSTALGIA

Scavo con le mani dentro il petto,

sangue caldo,

vita che pulsa,

cuore.

Non ti ho mai perso,

non sei un treno,

sei una casa.

Nessuna morte all’orizzonte,

ciuf ciuf,

stazione.

Nulla che sappia di mani strette per un addio,

che poi si devono lavare.

La furia dell’amore non si lava,

stesi esausti dormiamo,

pregni di umori umani.

Incenso e mirra.

Doni.

SAZA

Il Giardino delle Dolomiti, 21, 04, 2023


LA STRANIZZA

Non essere schiavo dell’abitudine,

cambia sempre strada,

usa marche diverse e scandalose,

rischia colori nuovi nei tuoi abiti frufrù,

non stare muto come un boccalone,

impara,

regala le tue parole e le tue conoscenze,

concediti le passioni,

affidati,

lascia il nero sul bianco,

metti i puntini sulle i,

non essere palloso,

privilegia le emozioni nel cumulo e nel monte dei pegni.

Brillano gli occhi,

sbadigliano,

un sorriso balena,

il cuore sbatte su un errore del sentimento.

Evitiamo la morte a piccole dosi,

la posologia è a rischio,

l’ardente pazienza attende lo zio Michelino dalla triste Libia.

Naviga marinaio

e lasciati le sirene sempre sulla poppa.

Nonostante tu sia la mia rondine,

sei volata nel cielo sbagliato

dove i sogni capovolti inseguono il lavoro,

le travail melheureux,

putain de boulot.

Lentamente il tavolo si distrae

e rien ne va plus.

Maintenent non puoi neanche inseguire un merlo innamorato,

un tram in calore,

una caliera lucente al sidol,

una pignatta lucidata con la pomice di nonna Lucy.

I consigli sono sempre sensati e soppesati.

Ti vorrei, come le note del pentagramma,

sopra il tavolino sgangherato della taberna di Pompei.

Ogni sera mi penserai

anche se non sai alcunché dei sogni,

quelli che io non vendo e svendo,

le fantasie schizzate che porto con me,

nel borsellino dentro la tasca dei nuovi jeans

comprati nella torre d’avorio di questa scacchiera lucida.

Se non sai,

cosa vuoi sapere?

Cosa scriverai al migrante dal colore olivastro

che insegnava a Salgareda,

nel Veneto antico dei servi della gleba,

del conte di Collalto,

del marchese Brandolino d’Adda?

Mi dirai addio o forse no,

mi dirai semplicemente dei tuoi sogni:

finalmente non so di letame

dentro questa stalla della bassa Marca,

finalmente so di italiano e di inglese

e anca una scianta di latino, per gradire.

Per sempre tua, Caterina.

Salvatore Vallone

Karancino di Belvedere, 01, 04, 2023

RITORNO A CASA

Dentro la casa dei miei sogni

il pavimento è un grande prato di folta erba sottile,

di colore verde Irlanda,

in declivio verso il mare.

Cosa ci faccio qui, se ho una casa così bella?

Mi sdraio sulla battigia,

cerco,

cerco ancora.

Di notte m’illumina Venere,

all’alba Lucifero.

Nomi diversi per lo stesso corpo.

Sono in attesa di me stesso

sulla spiaggia incenerita di Avola,

sono un unoqualunque arguto e di ottima istruzione,

tempestoso nella mia natura di maschio

e volubile come una donna

quando l’orizzonte mi annoia.

Stereotipi.

I soliti stereopiti.

Obsoleti racconti si mescolano alle fiabe.

Eppure siamo noi,

creature di carne e carta,

imperituri,

noi che amiamo a lungo i nostri sogni,

noi con un’innata predisposizione narcisistica alla luce.

Gli amanti si suicidano all’alba.

Gianni e Nino si amavano in Sicilia nel 1980.

Stranizza d’amuri.

Furono ammazzati dagli assassini.

Pum, pum, due colpi alla fine del film.

Pum, pum!

Quanto sono selvaggi i sicilioti!

Dirti che ti voglio bene è poca cosa,

tu sei nel mio prato sin dai primi fili d’erba,

sei la mia Irlanda.

Ti attendo,

come io attendo Ulisse sulla spiaggia.

Chi arriverà?

Nessuno.

Pum, pum!

 

Sava

 

Karancino di Belvedere, 21, 03, 2023