UN SIRTAKI

Un sirtaki,

lo balliamo un sirtaki?

Ho cento vestiti d’organza nell’armadio

che attendono un ballo,

non dirmi di no,

non ora.

Ho camminato a lungo per le stesse strade,

ho pensato a noi due

mentre le percorrevo passo dopo passo,

salite e discese,

fiato che si spegne e ritorna,

ritmo,

vita immediata,

morte infinita.

Cosa ci facciamo così lontani?

Voglio stare seduta su un tronco secco di un albero

a guardarti mentre inventi intrecci disarmanti,

voglio crescere dal fuori al dentro come gli amanti.

Coltivami,

abbi pazienza.

Rinasco come l’erba selvatica,

come le rose che buttano i fiori

senza sapere che ci vorranno cinquant’anni

per capire che un fiore è un fiore,

un fiore,

un fiore.



Sabina



Trento 10, 02, 2024







ATTENTA AI LUPI !

TRAMA DEL SOGNO

Ho sognato che utilizzavo una specie di slittino sull’asfalto.

Questo slittino aveva qualche difetto nell’uso e un tecnico ne ha smontato la seduta sorridendo del fatto che la base fosse una teglia rotonda da forno cambiandola quindi con un pezzo più consono all’uso.

Mi ritrovo subito dopo, a piedi, camminando in una strada stretta dove dovevo fare molta attenzione ai mezzi, anche di grossa dimensione, che vi transitavano per non esserne travolta ed ero molto prudente nel mio avanzare.

Proseguendo il cammino mi trovo in un campo in piena notte e sono vicino ad un albero, forse un gelso. Sono insieme ad altre persone che però in quel momento non vedo perché è buio.

D’improvviso capisco che di fronte a me stanno arrivando dei lupi di corsa. Resto immobile, pensando di fare cosa giusta e sperando che i lupi non si accorgano di me.

Sfrecciano accanto a me sfiorandomi a velocità supersonica e io mi copro la faccia con le mani pensando che, se dovessero assalirmi, per lo meno salverei il viso dai loro morsi.

I lupi passano ignorandomi. Sento le persone con cui ero insieme che parlano e questo mi fa capire dove andare per riunirmi a loro.”

Lupetto

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato che utilizzavo una specie di slittino sull’asfalto.”

Trattasi di uso improprio di uno strumento, un “qui pro quo”, un’ambivalenza e un’ambiguità, trattasi di uno “spostamento” e di una “traslazione”, di un mettere le cose giuste nel posto sbagliato. E tutto questo per difesa psichica, per non vivere l’angoscia affrontando in maniera diretta e congrua le evenienze della vita, le occasioni del quotidiano, le tentazioni della convivenza, le seduzioni della socializzazione, gli ammiccamenti della faccina che sorride.

La “specie di slittino” in questione simbolicamente si decodifica nel lasciarsi andare al godimento, al gusto della vita e della vitalità, al culto dei bisogni e delle pulsioni del corpo, al proprio “psicosoma”, quello che non si dismette mai di calzare vita natural durante. Lupetto “utilizzava una specie di slittino”, Lupetto non viveva bene il suo corpo e la sua vitalità, Lupetto non era il suo corpo, Lupetto si sublimava e si nobilitava, Lupetto era angosciata dalla “libido” del suo corpo, dall’energia vitale che la teneva in essere e in esistere. “L’asfalto” è ruvido e improprio, incongruo, è per i masochisti che vogliono soffrire non godendo del corpo e della propria “libido”. L’asfalto non è ecologico.

Sintesi: Lupetto è in conflitto con i propri bisogni organici e le proprie pulsioni sessuali.


“Questo slittino aveva qualche difetto nell’uso e un tecnico ne ha smontato la seduta sorridendo del fatto che la base fosse una teglia rotonda da forno cambiandola quindi con un pezzo più consono all’uso.”

Ecco come si evolve la “libido”, ma non soltanto quella di Lupetto, quella universale. Passa da un contesto familiare a un ambito specialistico e tecnico. L’educazione sessuale si snoda dalla famiglia alle sedi più appropriate, quelle mediche e psicologiche. Lupetto rievoca in sogno la sua educazione sessuale e la sua relazione con il corpo, oggetto di eros e di amore.

Ricapitolo le simbologie con la semplicità dei segni. Lo “slittino” ha a che fare con la vita sessuale. Il “difetto nell’uso” ricorda una distorsione della bambina e una carenza moralistica dell’ambiente educativo. Chiaramente la bambina si difende dalle tensioni e dalle angosce di un corpo che si evolve nelle sensazioni e nei desideri, nei bisogni e nelle pulsioni, nell’erotismo della “libido”. Il “tecnico” che smonta rappresenta un educatore o un medico, nonché la stessa Lupetto che evolve i suoi conflitti secondo le evenienze psicofisiche dell’adolescente che si fa donna.

Insomma Lupetto in un certo periodo della sua giovane vita si è trovata a sistemare il corpo e la mente in riguardo alla sessualità e al desiderio, anche se offre in sogno un quadro meccanico e poco psicologico:”smontato la seduta”. A mio giudizio il sogno sta dicendo a Lupetto che è passata da una fase familiare a una fase sociale nell’educazione sessuale e nei vissuti in riguardo al proprio corpo. “Più consono all’uso” non significa sacrificarsi, bensì adattarsi nel sociale ed essere adatta alla convivenza. Questo è un prezzo che si paga per avere i vantaggi dello stare insieme e l’adattamento è una forma importante dell’Intelligenza umana.

Mi ritrovo subito dopo, a piedi, camminando in una strada stretta dove dovevo fare molta attenzione ai mezzi, anche di grossa dimensione, che vi transitavano per non esserne travolta ed ero molto prudente nel mio avanzare.”

Nel cammino di sua vita la bambina, evoluta in donna, ha incontrato difficoltà e ha dovuto istruire le sue difese psicologiche per non incorrere nei traumi di avventure relazionali rischiose e non consone all’educazione e alle istanze morali del “Super-Io”. In sostanza, Lupetto ha lesinato le sue storie erotiche sessuali per paure proprie e prescrizioni educative. Nello specifico si vede chiaramente l’angoscia sessuale della deflorazione e dell’attività sessuale, del coito immaginato come una violenza: la strada stretta e i mezzi anche di grossa dimensione. La prudenza è una inibizione erotica e sessuale che ha lo svantaggio di non essere travolta dalla carica della “libido”. Il “transito nella strada stretta dei camion” giustifica ampiamente la decodificazione: angoscia della deflorazione e del coito.

Proseguendo il cammino mi trovo in un campo in piena notte e sono vicino ad un albero, forse un gelso. Sono insieme ad altre persone che però in quel momento non vedo perché è buio.”

Lupetto descrive in sogno il travaglio psichico della sua educazione erotica e sessuale: la solitudine di un “campo”, l’ignoranza della psicodinamica in atto. La “piena notte” illustra l’assenza della luce della consapevolezza, manifesta la latitanza della “coscienza di sé” in espresso riferimento all’evoluzione psicofisica dell’infanzia e dell’adolescenza. Insomma, Lupetto è in famiglia e vive in società, ma non è aiutata da nessuno e non si fida degli altri, “in quel momento non vedo perché è buio”. Il quadro è universale e molto diffusa è l’inadeguatezza del sistema educativo familiare e scolastico proprio in riguardo al corpo e ai suoi diritti. Lupetto è vicina a un “albero, forse un gelso”, un simbolo androgino di padre e di madre, una figura genitoriale ambigua che aiuta e protegge, un “padre-madre”, padre è “l’albero”, madre è “il gelso” per le sue caratteristiche di un frutto-capezzolo. La bambina non si è saputa districare tra il padre e la madre nella sua evoluzione psichica in riguardo alla sua vita sessuale.

D’improvviso capisco che di fronte a me stanno arrivando dei lupi di corsa. Resto immobile, pensando di fare cosa giusta e sperando che i lupi non si accorgano di me.”

Guardate come sta procedendo simbolicamente il sogno: dallo “slittino sull’asfalto” alla “teglia rotonda da forno”, dalla “strada stretta con i mezzi di grossa dimensione” alla “piena notte con l’albero di gelso”. Il tema portante nella diversità degli oggetti è l’angoscia del trauma della deflorazione e della sessualità. Cambiano gli oggetti, ma resta la psicodinamica con il progressivo disvelarsi dell’intensità emotiva e delle strategie che Lupetto ha usato suo bengrado per superare gli aspetti più difficili della sua evoluzione psicofisica. Pensate che, se ci fosse stata una buona educazione sessuale con figure rassicuranti e protettive, la donna non avrebbe elaborato questo sogno e avrebbe tenuto un altro atteggiamento psicofisico sempre in riguardo alla dinamica evolutiva della vita sessuale.

A questo punto arrivano “i lupi di corsa”. Lupetto vive l’aggressività sessuale maschile come un pericolo di vita e usa la strategia psichica dell’evitamento, cerca di non mettersi nelle situazioni propizie a incontri pericolosi che potrebbero essere forieri di violenza. In sostanza la bambina cresce con quest’angoscia della sessualità mortifera e con il vissuto del maschio violento. La donna si serve della massima prudenza e della mimetizzazione per non incorrere nella violenza altrui. “Resto immobile” si traduce in cresco senza tante manifestazioni del mio corpo e con tutti gli accorgimenti delle censure e delle condanne che provengono dall’educazione ricevuta in riguardo alle umane dinamiche erotiche e sessuali. Lupetto è cresciuta senza dare nell’occhio con eclatanze seduttive ed erotiche, ha vissuto da buona ragazzina gli eventi psicofisici evolutivi e le relazioni umane che la vita le ha man mano messo davanti. Lupetto è cresciuta con le sue paure e ha evitato che si manifestassero come angosce, ha vissuto in maniera difensiva il suo corpo e le sue movenze psichiche, si è tirata indietro da una vita pericolosa e spericolata. Qualche dubbio permane, pur tuttavia, nella donna in riguardo a questa strategia relazionale che sin da bambina ha istruito nei riguardi dell’universo maschile e vissuto come violento nelle sue manifestazioni sessuali, ha problematizzato oltremodo la deflorazione e il coito, non ha ricevuto aiuti e strumenti adeguati a un sano superamento di queste necessarie paure. Lupetto è vissuta “pensando e sperando” che i maschi non si interessassero del suo bagaglio psicofisico femminile.

Sfrecciano accanto a me sfiorandomi a velocità supersonica e io mi copro la faccia con le mani pensando che, se dovessero assalirmi, per lo meno salverei il viso dai loro morsi.”

Guardate come la paura traligna nell’angoscia, la paura della vita sessuale degenera nell’angoscia di morte per violenza sessuale. “Sfrecciano”, mi “sfiorano”, “mi copro la faccia con le mani”, “salverei il viso dai loro morsi”. Lupetto è il suo “viso”, Lupetto è la sua “faccia”, simboli dell’esposizione e dell’esibizione sociale. I “morsi” sono le violenze maschili nell’esercizio della vita sessuale, tracce che non devono evidenziarsi nel pubblico arengo e che devono restare eventualmente nel privato. Si manifesta una sorta di educazione moralistica che tutela i membri della famiglia, la donna in particolare, dalla gogna sociale, dal rimbrotto e dal pettegolezzo, dalla maldicenza e dalla cattiveria. Esiste un privato ed esiste un pubblico, il primo da vivere come natura vuole, il secondo come cultura vuole. Ma la Natura è la vera e la prima Cultura. Il resto consegue e non sempre viene elaborato e partorito al meglio dagli uomini arroganti. La Natura è un Sistema interattivo di oggetti, una Grande Monade, la più alta Entelechia.

I lupi passano ignorandomi. Sento le persone con cui ero insieme che parlano e questo mi fa capire dove andare per riunirmi a loro.”

Lupetto ha superato le sue paure e si sente anche inadeguata a un certo momento della sua vita: tanto rumore per nulla o per poco. L’amplificazione data dall’ambiente e ridata da lei stessa alla sessualità è stata eccessiva e non ha portato buoni frutti, tutt’altro, ha contribuito all’isolamento. Ed ecco che Lupetto decide di uniformarsi al gruppo nel momento in cui ha razionalizzato la sua angoscia in riguardo all’aggressività sessuale maschile e nel caso specifico alla deflorazione e al coito.

Tutto bene quel che finisce bene. Soltanto al Male non c’è mai fine.

L’ARTE DEL MORSO

TRAMA DEL SOGNO

 

Ho sognato di iscrivermi a una scuola di arte per artisti che usano la tecnica del morso per produrre le proprie opere.

Nel cortile della scuola c’era la scultura di un grande albero di marmo morsicato da una artista famosa del morso. Lì, sotto l’albero, gli insegnanti ci facevano un test d’ingresso di gruppo in cui dovevamo morsicare una maglietta semplice di un bellissimo tessuto viola chiaro e farne un capo artistico.

Allora tutti davamo dei morsi e notavo che il tessuto sotto i miei denti si tagliava facilmente come fossero forbici. Alla fine, aggiustando gli angolini del morso più volte, facevo una mezzaluna non perfetta ma con una bella forma. Intanto sentivo dire da una insegnante che era normale dover morsicare più volte per fare un buon lavoro e che per chi aveva una dentatura perfettamente dritta era più facile.

Alla fine tutti presentavamo il progetto agli insegnanti e venivamo ammessi a pieni voti.

Subito iniziavano le lezioni in cui ci esercitavamo a produrre mordendo diversi materiali come il legno, il marmo, il mio preferito era il marmo.

Ad un certo punto mi prendo il tempo di fare un bel disegno a mano di due donne che lavorano con delle reti su una barca nel mare di notte.

Ad un certo punto mi prendo il tempo di fare un bel disegno a mano di due donne che lavorano con delle reti su una barca nel mare di notte.

Mi diverto molto nella scuola e sono molto brava, tutti apprezzano tanto la mia arte, in particolare un professore ciccione che però un giorno mi chiude in un frigorifero perché davo fastidio e disturbavo la classe. Comunque nel frigorifero non ci stavo e continuava ad aprirsi così io uscivo.

Alla fine del sogno c’era una scena strana. In un salotto c’era seduto su una poltrona un vecchio miserabile con lo sguardo perso e su un’altra poltrona di fronte un bambino che diceva: “non potete impedire al nonno di mettere le sue palline in faccia alla nonna”.

Poi mi sono svegliata.”

 

Questo originale sogno è opera di Koncetta.

 

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

 

Ho sognato di iscrivermi a una scuola di arte per artisti che usano la tecnica del morso per produrre le proprie opere.”

 

La creatività umana non ha limiti e censure. La Bellezza si eleva anche dalla bocca e trova nei denti lo strumento idoneo: questo è il “novum organon” imprevisto e imprevedibile dell’Estetica contemporanea e d’avanguardia.

Al meglio e al nuovo, per fortuna, non c’è mai fine e ostacolo.

Koncetta c’è, Koncetta esiste, Koncetta sta insieme agli altri e alla grande. Ha bisogno di esprimere la sua vena artistica, sente la Bellezza dentro e la vuole comunicare in una forma originale: l’aggressività maturata durante la “posizione psichica anale”.

Koncetta è una donna che non te le manda a dire le cose, Koncetta è una donna che fa le cose e le fa in maniera decisa e affermativa, quasi come se venisse fuori da una storia di costrizione e di forzata passività, da uno stato di inedia e d’inferiorità, da una coazione all’immobilismo psicofisico, da una serie di complessi di inferiorità e di blocchi psichici, da un carcere del corpo e della mente.

Koncetta vuole riscattarsi da cotanta disgrazia fisica e soprattutto psichica, assumendo sulle sue spalle quel giusto e degno “amor fati”, amore del proprio destino, e ha scelto il veicolo estetico per manifestare il suo mondo profondo. La sua epifania interiore esige una buona dose di aggressività.

Mettiamola come vogliamo, ma abbiamo a che fare con la “posizione psichica anale” e con le pulsioni sadomasochistiche che la contraddistinguono.

 

Nel cortile della scuola c’era la scultura di un grande albero di marmo morsicato da una artista famosa del morso. Lì, sotto l’albero, gli insegnanti ci facevano un test d’ingresso di gruppo in cui dovevamo morsicare una maglietta semplice di un bellissimo tessuto viola chiaro e farne un capo artistico.”

Koncetta ha dentro i suoi modelli e i suoi maestri, pardon la sua maestra, “una artista famosa del morso”, che addirittura morde il marmo con i suoi denti umani e di pura dentina. “La scultura di un grande albero di marmo” è il simbolo un padre anaffettivo e freddo o di una persona altrettanto anaffettiva e fredda. “Nel cortile della scuola” ci sono i bambini e le bambine, c’è la futura artista che diventerà famosa nella tecnica del morso: una bambina veramente aggressiva verso un padre fortemente anaffettivo oppure c’è una bambina che vede se stessa in questa drastica dimensione psichica di freddezza affettiva. Si tratta sicuramente di una “proiezione” nel marmo di parti psichiche della nostra protagonista, di Koncetta per l’appunto. E proprio e ancora per l’appunto sotto l’albero compaiono tanti genitori nella veste di insegnanti per propinare un test d’ingresso nel gruppo familiare con l’attributo affettivo di una “maglietta semplice” da mordere “per farne” un capolavoro di bellezza, “per farne un capo artistico”. Koncetta coniuga la sfera affettiva con la sfera estetica, i sentimenti d’amore con l’aggressività ferina del morso. Insomma, è oltremodo evidente che Koncetta sublima con la Bellezza e l’Arte la sua aggressività spostandola sull’oggetto grezzo da elaborare secondo i canoni della tecnica in voga. “Il bellissimo tessuto viola chiaro” sa tanto di sacro, come il morso sa tanto di sacrilego. Koncetta sta riesumando in sogno la lezione sull’affettività che ha ricevuto in famiglia e la descrive, meccanismo onirico della “figurabilità”, ammantata di bellezza, “sublimazione”, senza trascurare la forte carica aggressiva che è implicita nella formazione psichica maturata in famiglia.

 

Allora tutti davamo dei morsi e notavo che il tessuto sotto i miei denti si tagliava facilmente come fossero forbici. Alla fine, aggiustando gli angolini del morso più volte, facevo una mezzaluna non perfetta ma con una bella forma. Intanto sentivo dire da una insegnante che era normale dover morsicare più volte per fare un buon lavoro e che per chi aveva una dentatura perfettamente dritta era più facile.”

 

Oralità” e “analità” si sposano senza stridore nel sogno di Koncetta. Affettività e aggressività vanno a braccetto in questo quadro che sublima sempre più la situazione psichica e lo status esistenziale di Koncetta. I morsi, il tessuto, le forbici, la mezzaluna, l’insegnante che dice a tutti quelli che in un modo o nell’altro scatenavano la loro aggressività sublimando il sadomasochismo in “un buon lavoro” artistico.

Quanta aggressività si purifica nell’Arte, nella Religione, nella Morale, nell’Etica!

Quanta aggressività si sublima nella Guerra e nella Politica!

Koncetta sta sognando la sua dimensione psichica affettiva e sadomasochistica, “posizione orale e anale”, sublimandole nella Bellezza di un capolavoro estetico. Nella realtà corrente Koncetta sta rievocando la sua famiglia, la sua vita affettiva, la sua infanzia, la sua aggressività e, nel comporre umanamente tanto materiale vissuto, si serve del processo psichico della “sublimazione” dell’istinto nella Bellezza, nella dimensione estetica, nell’Arte. La “mezzaluna non perfetta” ricorda le origini etniche della nostra protagonista che è sempre più combattuta tra l’accettazione il rifiuto, tra la comprensione e il rigetto. Alla fine trova nella categoria della Bellezza la conciliazione etica dei suoi vissuti infantili: la sua affettività, la sua aggressività, la sua soccombenza, la sua rabbia trovano finalmente la giusta soluzione di convivenza. In tutto questo materiale composto inerisce “una insegnante”, mater et magistra, che spiega e induce all’uso dei denti nel migliore dei modi e secondo l’effetto estetico più “dritto”.

 

Alla fine tutti presentavamo il progetto agli insegnanti e venivamo ammessi a pieni voti.”

 

In questo modo Koncetta è cresciuta e si è evoluta in un contesto familiare e sociale dove l’aggressività è stata sublimata con la Bellezza e giustificata eticamente con la stessa moneta estetica. Il “progetto” è quello di vita, un buttarsi avanti antidepressivo e vitale. Non c’è spazio per la passività in questo universo onirico di Koncetta, così come ci sono sempre figure che insegnano e gratificano, esigono e riconoscono. Siamo all’interno di una comunità islamica dove il sacro si mescola e si coniuga con il rigore e non ha il sapore dell’acqua di rosa.

 

Subito iniziavano le lezioni in cui ci esercitavamo a produrre mordendo diversi materiali come il legno, il marmo, il mio preferito era il marmo.”

 

La vita è dura e l’esercizio del vivere è arduo semplicemente perché devi difenderti dalle insidie sociali, dalle minacce della gente, dai pregiudizi e da tutto quel materiale culturale e ideologico che rende travagliata la convivenza. Koncetta ha imparato a “mordere la vita” nelle sue varie sfaccettature e qualità, ma soprattutto si è istruita, suo malgrado, a sublimare le relazioni affettive più dure, “il marmo”, è stata costretta a dare forma ai bisogni umani di solidarietà e alle emozioni sottili di condivisione. Tutto il quadro resta dentro una cornice di magnifica “sublimazione” dell’aggressività. E così la vita va e la nave può attraversare l’oceano o il mare mediterraneo.

 

Ad un certo punto mi prendo il tempo di fare un bel disegno a mano di due donne che lavorano con delle reti su una barca nel mare di notte.”

 

Come dicevo in precedenza, Koncetta non è estranea ad avventure di sopravvivenza esistenziale psicofisica, ha dovuto affrontare pericoli insieme a un’altra donna “su una barca nel mare di notte”, ha dovuto duplicarsi e raddoppiarsi e scindersi per essere più forte, ha sublimato con “un bel disegno a mano” la complicazione dei suoi pensieri e dei suoi vissuti nelle circostanze in cui l’hanno vista protagonista di situazioni oltremodo complesse e complicate. Koncetta non si è persa d’animo anche nelle solitudine affettiva perché ha trovato dentro di lei la disposizione a usare il processo della “sublimazione” degli affetti e delle angosce collegate nella Bellezza, nel versante estetico a lei congeniale, non per studi effettuati all’università del Cairo, ma semplicemente per sua sensibilità evoluta e acquisita. Le “reti” sono il complesso dei ragionamenti che Koncetta ha elaborato sempre secondo canoni di accettazione e sopportazione che trovano nella Bellezza il giusto accomodamento umano ed esistenziale.

 

Mi diverto molto nella scuola e sono molto brava, tutti apprezzano tanto la mia arte, in particolare un professore ciccione che però un giorno mi chiude in un frigorifero perché davo fastidio e disturbavo la classe. Comunque nel frigorifero non ci stavo e continuava ad aprirsi così io uscivo.”

 

Koncetta è abituata all’aggressività sublimata e alla freddezza affettiva, è “molto brava” perché è cresciuta in contesti familiari di quel calibro e ha vissuto le esperienze sociali di quella qualità. Da questi ricoveri così problematici si è sempre difesa con la “sublimazione” dell’aggressività e la “conversione” estetica della sua rabbia, la Bellezza e le sue cariche. Il “professore ciccione” condensa una figura maschile anaffettiva dalle cui mire Koncetta ha saputo districarsi e sulla quale ha saputo esercitare ironia e distacco. Koncetta non è fatta di quella pasta e sa stare nella sua famiglia e nella sua società anche non condividendola. Appare sempre nel sogno una grande capacità di adattamento e un desiderio di fuga da quegli ambiti angusti e da quei contesti competitivi. Koncetta ha accettato le sue fredde radici e se ne è voluta staccare con l’ironia della “sublimazione”: “nel frigorifero non ci stavo e continuava ad aprirsi così io uscivo”. Attenzione al “professore ciccione” che può essere anche la “condensazione” di una madre fredda.

 

Alla fine del sogno c’era una scena strana. In un salotto c’era seduto su una poltrona un vecchio miserabile con lo sguardo perso e su un’altra poltrona di fronte un bambino che diceva: “non potete impedire al nonno di mettere le sue palline in faccia alla nonna”.

 

Arriva “alla fine del sogno la scena strana”, quella che funge da chiave di volta per la comprensione del prodotto psichico di Koncetta. Si tratta della “scena primaria” del coito tra i genitori immaginato dalla figlia e si tratta anche del trauma di aver assistito al rapporto sessuale dei genitori. Koncetta ha elaborato e subito queste scene senza avere gli strumenti razionali per comprenderle e giustificarle, per sistemarsele dentro: “non potete impedire”. Il “vecchio miserabile con lo sguardo perso” è la versione negativa della figura paterna e maschile in generale nella disposizione sessuale e deprivata d’affetto. Potevo intitolare il sogno di Koncetta “le palline del nonno in faccia alla nonna”, ma ho preferito mettere in risalto la “sublimazione” a cui è stata costretta dalla sua sensibilità di bambina che assiste a scene di ordinaria violenza in certi contesti familiari e sociali particolarmente anaffettivi.

Questo è in abbondanza quanto dovuto al sogno di Koncetta.

 

IO E MIO FRATELLO

TRAMA DEL SOGNO

Salve, se le fa piacere, mi interpreti questo sogno. La ringrazio.

Sogno di avere 11 o 12 anni e di essere una immigrata mulatta orfana, insieme al mio fratellino un po’ più piccolo, che ha una specie di ritardo lieve, viviamo in una casa abbandonata in un luogo isolato nella campagna.

La zona in cui abitiamo è un po’ tetra, non lontano c’è una cittadina sul mare dove io e mio fratello andiamo tutti i pomeriggi a fare un giro, io con i pattini e lui con lo skate.

Non abbiamo amici e non siamo benvoluti perché siamo stranieri e poveri, allora qualche volta ce la prendiamo col mondo e facciamo qualche sciocchezza come tirare sassi alle vetrine o prendere a calci i bidoni, siamo due bambini.

Invece a casa io mi occupo di tutto come si deve, per far vivere mio fratello decentemente, e tengo sempre pulita la nostra casa fatiscente.. faccio ciò che posso. Tuttavia abbiamo una vicina di casa, una donna vecchia e acida che ci odia e ci vuole mandare via minacciandoci di chiamare i servizi sociali.

Io e mio fratello viviamo con la paura che questo succeda e ci capitino brutte cose.. ed una notte decidiamo di andare ad uccidere la vecchia, la facciamo anche a pezzi e la seppelliamo lì vicino sotto ad un albero.

Passa del tempo in cui siamo sereni, finché un giorno si presenta la sorella della vecchia e fa partire delle indagini sulla sua scomparsa, spiando la scena dalla finestra sentiamo questa che dice ai poliziotti “sono stati loro, l’hanno seppellita là”.

Allora la stessa notte andiamo a disseppellire le ossa e a buttarle in un fiume, io cerco di tranquillizzare mio fratello dicendogli che se non trovano le ossa non possono provare niente.

Il giorno dopo tornano i poliziotti e vedono la terra smossa e si mettono a cercare al fiume.. allora io decido con mio fratello che dobbiamo lasciare quel posto e andiamo alla stazione per prendere un treno.

Tutto ad un tratto quando un treno passa io mi butto sotto… e dopo sto nuotando.”

Questo sogno appartiene a Koncetta.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Salve, se le fa piacere, mi interpreti questo sogno. La ringrazio.”

E’ sempre un piacere per me interpretare un sogno, in specie se possiede il travaglio psichico e culturale di Koncetta, una serie di conflitti psicodinamici assolutamente naturali.

Ricordo che nel mio lunghissimo viaggio di ricerca sul sogno sono partito dall’interpretazione umanistica per approdare a quella strettamente psicologica di scuola psicoanalitica. Oggi mi trovo ancora a viaggiare in territori non meno tranquilli, quelli che stanno tra la Poesia e il Sogno. Domani navigherò sul mare tempestoso su cui fluisce il Sogno e la Morte.

Mi sono evoluto come Koncetta e ancora è tutto in discussione.

Comunque, è sempre un piacere.

Sogno di avere 11 o 12 anni e di essere una immigrata mulatta orfana, insieme al mio fratellino un po’ più piccolo, che ha una specie di ritardo lieve, viviamo in una casa abbandonata in un luogo isolato nella campagna.”

Koncetta regredisce temporalmente e sviluppa la tematica conflittuale della sua adolescenza, della sua identità psichica, del suo spirito materno, delle sue difficoltà esistenziali, della sua solitudine, della sua carenza affettiva.

Quanta roba simbolica in poche righe!

Chiaramente Koncetta parla di sé anche quando parla del “fratellino”; quest’ultimo le serve per sviluppare la sua pulsione affettiva, i suoi investimenti di “libido genitale”, l’energia più buona, più bella e più giusta: amare se stessi e gli altri. Proprio lei che è “orfana” e “mulatta” e “immigrata”, nel senso di “sola”, “diversa” e “solitaria”, proprio Koncetta esordisce con una carta psichica di identità che abbraccia la sua prima infanzia per trasportarsi nel tempo attuale. Del resto, la formazione psichica in universale avviene proprio nei primi anni di vita, infanzia e adolescenza. Il “ritardo lieve del fratellino” è un semplice complesso d’inferiorità di Koncetta in riguardo al registro mentale e intellettivo. Della “casa abbandonata” e del “luogo isolato nella campagna” ho detto in precedenza, ma la metafora della struttura psichica di Koncetta, la “casa” e della difficoltà a relazionarsi, il “luogo”, sono apprezzabilissime per la loro carica poetica elaborata e immessa dai meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “condensazione” e dello “spostamento”. Il Sogno è nella sua essenza Poesia.

La zona in cui abitiamo è un po’ tetra, non lontano c’è una cittadina sul mare dove io e mio fratello andiamo tutti i pomeriggi a fare un giro, io con i pattini e lui con lo skate.”

Il meccanismo psichico della “compensazione” viene in soccorso di Koncetta in tanta desolazione psichica ed esistenziale, “zona tetra” abitata nell’infanzia e nell’adolescenza quando si formano le umane “organizzazioni psichiche”, e colora con la “cittadina” e il “mare” gli abbozzi di un miglioramento delle relazioni sociali e del mondo psicologico. Koncetta è cresciuta e ha recuperato gli schemi psichici della socializzazione e delle relazioni significative. Koncetta vive in sodalizio e in accudimento con il fratello manifestando la sua duttilità psichica e le sue capacità di adattamento, oltre che di concretezza: “fare un giro, io con i pattini e lui con lo skate”. Con i pattini Koncetta scorre sulla realtà psichica e relazionale in atto.

Va benissimo aver recuperato la tanta pregressa desolante difficoltà umana ed esistenziale. Le risorse non mancano a questa donna “immigrata”, “mulatta” e “orfana”. Koncetta si sta evolvendo verso il meglio consentito dalle situazioni che sta vivendo.

Non abbiamo amici e non siamo benvoluti perché siamo stranieri e poveri, allora qualche volta ce la prendiamo col mondo e facciamo qualche sciocchezza come tirare sassi alle vetrine o prendere a calci i bidoni, siamo due bambini.”

Fa sempre capolino nel sogno il “fantasma” dell’isolamento e della solitudine. Koncetta si lascia quasi rifiutare dagli altri per compensare le sue difficoltà a inserirsi nel gruppo. L’aggressività di tanto sconforto è la ciliegina sulla torta: “tirare sassi alle vetrine” o rifiuto della propria immagine, “prendere a calci i bidoni” o scarico l’aggressività verso gli altri per via traslata. “Siamo due bambini” è la giustificazione e l’assoluzione di questo disagio psichico per la conflittuale accettazione di sé e dello status umano. Koncetta sta svolgendo in sogno il suo sforzo di accettarsi e di farsi accettare e lo inserisce in un quadro di amore materno verso il “fratellino” bisognoso di cure e di protezione. In effetti, il “fratellino” è sempre Koncetta che ama se stessa, il suo amor proprio e la sua autostima in crescita, il recupero di sè.

Invece a casa io mi occupo di tutto come si deve, per far vivere mio fratello decentemente, e tengo sempre pulita la nostra casa fatiscente.. faccio ciò che posso.

Ecco l’amor proprio e il recupero della consapevolezza delle sue capacità di affermazione e d’azione!

Le lamentele, in specie le auto-lamentazioni, sono inutili e non servono perché Koncetta ha le carte in regola per la sua evoluzione psichica ed esistenziale, per formare la sua “organizzazione psichica” e ripulirla dai sensi di colpa e dalle recriminazioni contro gli altri e il mondo infame che l’ha rifiutata e discriminata. Koncetta ha recuperato se stessa, si è data da fare per sistemare i suoi conflitti e le sue angosce, la “casa fatiscente” anche se conserva l’orgoglio delle sue radici e le nobilita, “sublimazione”, al meglio possibile, “faccio ciò che posso”. Ritorna il quadro di una donna che si è data tanto da fare nella sua evoluzione psichica, sociale e culturale, umana per dirla con una sola parola e quella giusta per l’appunto. Spicca sempre la “libido genitale”, l’istinto materno verso il suo essere stata una bambina in grande difficoltà esistenziali. Questa “genitalità” si allarga alla sua dimensione psichica materna. Koncetta è una buona madre di se stessa e dei suoi figli, tutti rappresentati nel sogno simbolicamente nella figura del “fratellino”.

Tuttavia abbiamo una vicina di casa, una donna vecchia e acida che ci odia e ci vuole mandare via minacciandoci di chiamare i servizi sociali.”

Questa è la classica rappresentazione onirica della “parte negativa del fantasma della madre”, la strega, “la donna vecchia e acida”, la madre che uccide con l’anaffettività e abbandona, che discaccia e “odia”. Questa rappresentazione appartiene a Koncetta ed è una parte del “fantasma della madre”, quella “negativa” che ha elaborato nella sua primissima infanzia, primo anno di vita per la precisione, quando la sua mente pensava e usava soltanto il meccanismo della scissione, lo “splitting”. L’esperienza affettiva di Koncetta con la madre è stata estremamente problematica e conflittuale: è “orfana”, senza madre e padre. Del resto, nel sogno ha un fratello che tratta come figlio dimostrando una ottima “libido genitale” negli investimenti. Koncetta è stata costretta dalle esperienze della sua vita a maturare prima del tempo e soprattutto in riguardo alla sua femminilità e al suo esser donna: ha accudito e amato un fratello. Nei fatti è possibile, nel sogno il fratello è la “proiezione” della sua bambina, della cura che ha riservato alla sua persona per sopravvivere in un mondo adulto particolarmente disastrato e moralmente discutibile. Si spiega il ricorso ai “servizi sociali”, una minaccia e un episodio reale che sono immaginate nel sogno per attestare della precarietà etica in cui la sua famiglia viveva. Il demone è la figura materna. Insomma, Koncetta ha maturato importanti carenze affettive e si è riscattata amandosi.

Ben fatto!

Io e mio fratello viviamo con la paura che questo succeda e ci capitino brutte cose.. ed una notte decidiamo di andare ad uccidere la vecchia, la facciamo anche a pezzi e la seppelliamo lì vicino sotto ad un albero.”

Questa è la carica aggressiva del sentimento dell’odio, la difesa di Koncetta di se stessa e del fratellino nella forma dell’uccisione della vecchia, aggravata dallo scempio del corpo e dall’occultamento del cadavere nella forma del seppellimento “sotto ad un albero”. Koncetta può fare questo in sogno perché si rafforza con la difesa del “fratello”. Raddoppia se stessa nella donna e nella bambina, difende la sua realtà femminile e la sua realtà psichica di bambina indifesa. Koncetta uccide simbolicamente la madre per sopravvivere, per non soccombere ai colpi mortali della madre fredda e priva di affetti vitali. Il meccanismo onirico della “figurabilità” si presenta e offre a Koncetta la possibilità di dipingere la liberazione dalla madre, il riscatto dalla crudeltà materna. In sostanza, Koncetta ha risolto la sua “posizione edipica” secondo la formula dello “uccidi il padre e la madre”. E’ lontana, almeno per ora, dal salvifico “riconosci il padre e la madre” e non contempla la formula “onora il padre e la madre”. Il tutto a prescindere dalla realtà familiare di Koncetta, perché si parla espressamente dei suoi vissuti personali e originali. Mi spiego: Koncetta può anche non avere avuto una famiglia, come il sogno suggerisce, ma ha elaborato ugualmente dentro di lei le figure del padre e della madre. Per difendere se stessa, si è rafforzata e si è sbarazzata della madre cattiva, come nelle migliori fiabe. In tal modo Koncetta è maturata prematuramente nell’amore di sé e degli altri, nella “posizione genitale”. Questo è il viaggio che vivono le donne anzitempo responsabilizzate e abbandonate a se stesse, come nelle migliori famiglie piene di ghiaccio e di qualsiasi latitudine e longitudine. Non c’entra niente il fatto che Koncetta è “immigrata”, “mulatta” e “orfana”, il vissuto verso la madre è fortemente vivo e vivace nel versante conflittuale. Ancora: la simbologia del “seppellire” non si traduce in “rimozione”, dimenticare per sopravvivere, tutt’altro, è la scarica dell’odio mortifero verso una figura particolarmente importante e significativa che è stata vissuta in maniera negativa.

Passa del tempo in cui siamo sereni, finché un giorno si presenta la sorella della vecchia e fa partire delle indagini sulla sua scomparsa, spiando la scena dalla finestra sentiamo questa che dice ai poliziotti “sono stati loro, l’hanno seppellita là”.

Il misfatto è compiuto, andate momentaneamente in pace. Il senso di colpa è soffocato dal vantaggio ottenuto con questa risoluzione aggressiva nei riguardi della figura materna. Koncetta odia la madre crudele e sopravvive alla sua assenza. Ma i salmi non finiscono sempre in gloria, a volte si concludono con il ritorno sulla scena del defunto sotto la forma e la veste di un fac-simile, di una figura equivalente ed equipollente a testimoniare che i “fantasmi” che espelliamo dalla porta prima o poi rientrano dalla finestra proprio quando meno ce ne accorgiamo, quando abbassiamo le difese psichiche. “Passa del tempo in cui siamo sereni”: i meccanismi e i processi psichici di difesa dall’angoscia hanno fatto il loro dovere, hanno funzionato bene e hanno contenuto la carica nervosa legata al senso di colpa, In questo caso il meccanismo inquisito è la “rimozione”. Koncetta si è dimenticata del vissuto negativo e del sentimento annesso al “fantasma della madre”, poi un episodio qualsiasi lo ha rievocato fungendo da causa scatenante dell’affioramento, meglio del “ritorno del rimosso”. Si traduce in questo modo “finché un giorno si presenta la sorella della vecchia e fa partire delle indagini sulla sua scomparsa”. Ma ancora non basta: il “Super-Io”, “i poliziotti”, di Koncetta non ce la fa a reggere il peso della colpa, per cui esige immediatamente la punizione, esige di pagare il fio, esige di espiare il tragico reato. Koncetta spia dalla finestra, sente riemergere il ricordo del vissuto rimosso in riguardo alla madre, “l’hanno seppellita là”, e non può fare a meno di riconoscere che la “rimozione” non ha funzionato perché adesso la sua istanza psichica repressiva, il “Super-Io”, esige l’espiazione della colpa, la condanna. Il prosieguo del sogno di Koncetta è sempre più intrigato e intrigante, ma lineare e comprensibile.

Allora la stessa notte andiamo a disseppellire le ossa e a buttarle in un fiume, io cerco di tranquillizzare mio fratello dicendogli che se non trovano le ossa non possono provare niente.”

Potrei dire che questa è l’allegoria, la psicodinamica simbolica, del meccanismo principe di difesa dall’angoscia, la “rimozione”, il seppellire, mentre in disseppellire equivale pari pari al “ritorno del rimosso” per cause scatenanti occasionali e alla “presa di coscienza” del rimosso affluito. Quest’ultima impedisce al materiale psichico emerso dal profondo di trasformarsi soprattutto in un doloroso sintomo e per l’appunto psicosomatico. Koncetta prende coscienza e razionalizza la sua tremenda aggressività nei riguardi della figura materna, rivede la sua “posizione edipica” e passa al riconoscimento della madre per quelli che sono stati i suoi vissuti e al di là della effettiva consistenza esistenziale della augusta e improvvida genitrice. Ripeto che i figli degli immigrati sono costretti a una emancipazione rapida dalle figure genitoriali per motivi culturali e politici che non sto a discutere, perché porterebbero il mio discorso su altri versanti che non attengono la decodificazione del sogno di Koncetta. Voglio, però, sottolineare come il sogno è uguale per tutti ed è la base di ogni democrazia diretta alla Greca o alla Rousseau. Usiamo tutti gli stessi “meccanismi” e trattiamo i dati personali con le stesse capacità creative: Poesia.

Torno al sogno.

Koncetta dopo aver vissuto il “ritorno del rimosso” in riguardo alla madre, può prendere consapevolezza e razionalizzare la sua “posizione edipica” o subirlo e convertirlo in sintomo, insomma questo “ritorno del rimosso” è formativo in qualsiasi modo, ma bisogna trattarlo in maniera che sia il meno traumatico e logorante possibile.

Allora la stessa notte andiamo a disseppellire le ossa e a buttarle in un fiume”. Koncetta si serve dell’acqua di “un fiume”, simbolo di vita che si evolve, “tutto scorre” di Eraclito, per ripulire i sensi di colpa della sua avversione mortifera verso la figura materna: “catarsi” greca della colpa dopo la “ubris”, il peccato originale dei Greci, l’ira e il turbamento dell’equilibrio voluto dagli dei. Koncetta inserisce i suoi nuovi vissuti riparatori nella sua struttura psichica, “meglio “organizzazione”, e compatta la sua persona e la sua personalità per darsi all’azione nel mondo sociale e nelle relazioni significative. Koncetta è sempre accompagnata dal “fratellino”, il suo alleato e il suo rafforzamento per portare alla superficie un trauma di quel tipo: l’uccisione psichica della madre. Koncetta capisce che è un danno gratuito e auto-procurato, per cui intelligentemente passa alla riesumazione delle “ossa”, unica condizione per provare qualcosa e sempre a se stessa e no di certo agli altri e tanto meno al mitico fratellino orfano, mulatto e abbandonato.

Si può procedere verso il capolavoro psichico del sogno di Koncetta.

Il giorno dopo tornano i poliziotti e vedono la terra smossa e si mettono a cercare al fiume.. allora io decido con mio fratello che dobbiamo lasciare quel posto e andiamo alla stazione per prendere un treno.”

Allora, ritorna l’istanza psichica censoria e morale del “Super-Io” di Koncetta a esigere la giusta punizione per pagare il fio della colpa orrenda del simbolico e psichico matricidio. Koncetta non è contenta della risoluzione data in precedenza e persiste nell’analisi del suo quadro psichico in atto. Koncetta si analizza e sente che il vissuto pregresso sulla madre è il suo punto debole e che non può trovare il suo giusto equilibrio tra spinte e contro-spinte se non mette a tacere dentro di lei il “fantasma della parte negativa della madre” e se non risolve al meglio la sua “posizione edipica”. Koncetta è inquieta e irrequieta a causa della psiconevrosi scatenata dal conflitto con la figura materna e allora le pensa tutte. Pensa che la “catarsi della colpa” del “fiume” non sia sufficiente a placare la tensione nervosa, la sua rabbia verso questa figura assente nella sua vita e quanto meno molto spartana, per cui, sempre insieme al suo alleato “fratello”, esperimenta la possibilità di pagare il fio della colpa proprio morendo, uccidendo quella parte di sé che tanto aveva osato in passato nei riguardi di una figura sacra come la madre. La “stazione” e il “treno” sono simboli di distacco, di partenza e di fine, insomma evocano il “fantasma di morte”, così come la fuga verso la morte per anaffettività è stato il rischio frequente corso da Koncetta. Si è dovuta amare da sola e amando la proiezione di se stessa, il “fratello”, questo meraviglioso oggetto transferale su cui condensa e investe tutte le sue buone energie per sopravvivere. Insomma, Koncetta si sta dicendo in sogno che ha rischiato di morire per mancanza d’amore e che è uscita da questa condizione d’inedia amandosi in maniera “genitale” senza scadere nel narcisismo.

Tutto ad un tratto quando un treno passa io mi butto sotto… e dopo sto nuotando.”

Il conto è stato saldato. Koncetta ha espiato le sue colpe. La madre cattiva elaborata nel suo “fantasma” al riguardo è stata buttata sotto il treno secondo le linee di un rito espiatorio primordiale, ma la nostra eroina non soccombe, tutt’altro risorge a nuova vita, rinasce, nasce a nuova vita dopo essersi buttata “sotto” e trapassa verso un “sopra” molto vitale e finalmente libero da colpe e da “fantasmi”.

Questa è la traduzione simbolica di “dopo sto nuotando”.

I tre puntini di sospensione tra “sotto” e “dopo” sono il capolavoro onirico di Koncetta.

Tutto bene quel che finisce bene.

Grazie Koncetta e al prossimo sogno con piacere!

LA TRASFIGURAZIONE DELLA MORTE

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato dei lumini di diverse dimensioni accesi.

Stavano in una conca grande come quella di un albero, ma senza l’albero.

La pioggia li spegneva, ma poi si riaccendevano da soli.”

Simone

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Il sogno mi è pervenuto a fine marzo, in pieno tormento individuale e collettivo da “coronavirus”, in piena ricerca di quella bussola che favorisce la navigazione tra i mari tempestosi dei “fantasmi” individuali e dei dettami collettivi di legge. Simone si imbatte nei suoi vissuti e cerca di contemperarli con i divieti ufficiali ricorrendo naturalmente, per sua formazione e disposizione psichiche, alla “Pietas” sulla Morte, alla consapevolezza del riconoscimento e della condivisione del fenomeno naturale del morire e manifestando la sua sensibilità verso la sacralità della memoria delle persone che la Morte ha portato via al nostro sguardo e al nostro gusto di sopravvissuti. In questa cornice psico-culturale Simone immette la sua emergenza psicologica, il suo bisogno di memoria, il suo bisogno di Padre, il suo bisogno di Madre nella naturale dipartita, nell’impatto con la Morte, escludendo il senso della fatalità e non confondendola con la Necessità naturale dei filosofi greci, gli atomisti per l’appunto. La Vita ha una sacra finalità e non si svolge secondo il gioco a dadi del Caso, né secondo l’immunità di gregge. Il suo sogno è l’allegoria della Morte individuale e universale, nonché della trasfigurazione della Morte individuale come salvezza dell’intera umanità. In tanta augusta impresa Simone si sostiene con i meccanismi onirici della “condensazione” per quanto riguarda la traduzione simbolica e della “figurabilità” per quanto riguarda la degna rappresentazione in semplici quadretti della trasfigurazione della Morte.

Ma tutto questo Simone non lo sa anche se lo fa.

Ho sognato dei lumini di diverse dimensioni accesi.”

Simone rappresenta in sogno un cimitero di campagna nelle notti d’agosto tra le tante e varie fiammelle, i fuochi fatui e le luminarie che i parenti accendono di tomba in tomba per illuminare la strada dell’aldilà ai cari defunti, per indicare la loro identità, per ridare loro energia, per ricordarli, per ragionare con loro intorno alla morte, per quel cumulo di simbologie che il “lumino acceso” condensa nell’elaborazione soggettiva e collettiva. Simone dà vita in sogno a un cimitero pieno di defunti diversi nel tempo e nello spazio, vivifica vite estinte e le surroga nell’energia caduca della cera che si consuma rischiarando, per quel poco che serve, la memoria di una vita spezzata e la speranza di una dipartita finalizzata religiosamente a una rinascita.

Una riflessione sul presente storico è d’obbligo.

Paradossalmente, ma non a caso, in questi tempi mortiferi avviene una “rimozione” individuale e collettiva della Morte, sollecitata per difesa dall’angoscia di finire la vita in una maniera ingloriosa e colpiti a tradimento da un invisibile sgorbio parassita di madre Natura con cui i Cinesi hanno giocato nei loro macabri mercati degli animali. Simone rievoca e rielabora il materiale rimosso secondo le coordinate psichiche che appartengono alla sua formazione umana, alla sua “organizzazione psichica”, alla sua evoluzione biologica e culturale, alla sua sensibilità etica e religiosa. Simone in sogno sublima la Morte e la rende bella e buona, se non in se stessa, almeno nella reazione fisica e simbolica degli uomini che hanno avuto la ventura di restare in questo mondo con le vesti di eterni bisognosi di un qualcosa che esiste e che si ha a portata di mano, anzi di Mente: la “coscienza di sé e della propria umanità”. Simone non ha dubbi che “questo è l’Uomo”, non ha le perplessità di Primo Levi dopo essere sopravvissuto allo sterminio nazista. Simone e tutti noi non sappiamo ancora di essere sopravvissuti allo stermino del “coronavirus”, sappiamo che dobbiamo vigilare sui “lumini accesi di varia dimensione”, sui morti di ieri e sui morti di oggi. Sappiamo che dobbiamo diligentemente vigilare sulla Morte, come insegna Cristo a detta degli evangelisti nella parabola della lampada a olio da mettere sulla finestra o da tenere accesa con la scorta d’olio perché non si sa quando arriva lo sposo, come nella parabola delle dieci vergini.

E cosa mi dice Simone delle luci accese dei camion militari che in fila e nella notte piovosa portano le bare dei tanti morti senza la “pietas” dei familiari e senza le esequie?

Cosa mi dice Simone dei feretri che vanno alla cremazione in qualche lontano comune di un’altra regione, a che non resti alcunché del loro essere corporeo infetto?

Cosa mi dice Simone dei mille e altri mille corpi defunti che non trovano ospizio nei cimiteri?

Almeno la “pietas” italica non ricorre alle barbariche fosse comuni degli americani in cui riversare i corpi inanimati della gente povera del Bronx.

Simone si dice in sogno che sono brutti tempi e che la dea laica della naturale Necessità impone questo tragico rito e questo lugubre esilio. Questa amara consolazione non basta, di certo, a lenire l’imponderabile leggerezza dei nostri sensi e delle nostre ragioni, del nostro essere psicofisico fatto per la Morte e dotato di consapevolezza della caducità del Corpo e dell’eternità della Psiche, quella energia che sente e concepisce, purtroppo o meno male, la Malattia mortale e l’ineluttabilità della Morte.

D’ufficio è doveroso aggiungere che la simbologia del “lumino” si attesta in un surrogato che abbraccia l’ambivalenza e l’ambiguità della Vita e della Morte, della Ragione e dell’oscurità crepuscolare, del segnale che la vitalità si consuma e procede verso l’inerzia della passività. Il “lumino” dice, in quanto piccola luce artificiale, che il timore e il tremore della Morte sono sempre alle prese e in combutta con la bellezza e la serietà della Vita.

Stavano in una conca grande come quella di un albero, ma senza l’albero.”

I morti stavano dentro questo cimitero in braccio alla Madre e senza il Padre. La “conca grande” è un simbolo del grembo femminile, così come “l’albero” rappresenta il Padre e il suo rassicurante potere. La Madre e il Padre sono gli archetipi dell’origine del Tutto, uomo compreso, condensano la Filogenesi, l’Amore della Specie, quella che sconfigge la Morte ma non la elimina, quella che consente di avere una Specie migliore e più forte tramite la Morte. I morti, rappresentati dai poveri e indifesi “lumini”, appartengono simbolicamente alla “parte negativa” del Principio femminile, la Morte, la Madre che dà la morte, e sono abbracciati e protetti dalle Moire greche, affinché il passaggio sia lieve e non oltremodo doloroso, dal momento che manca il Padre, il principio maschile che concede la forza della Ragione e della auto-consapevolezza. Il grembo oscuro della Madre riporta i suoi figli all’indistinto e all’indeterminato da cui provengono e li rifonde in un Tutto anonimo e senza alcuna Luce. Mai rappresentazione della Morte è stata così decisa nei tratti tragici che non contemplano una sopravvivenza dopo il travagliato viaggio della vita, quella vita che tanta speranza e illusione ha seminato e semina tra i viventi superiori, quelli che hanno la Ragione e la “coscienza di sé”, i Viventi più alti nella scala della Scienza e dell’infelicità. Ma la laica rappresentazione non è finita, perché il sogno di Simone si allarga alla Metafisica collettiva nella risoluzione dell’angoscia della morte. La soluzione che Simone dà a se stesso si può estendere alla “cultura occidentale”, quella che ha visto i natali nella culla felice dell’Uomo greco.

Vediamola.

La pioggia li spegneva, ma poi si riaccendevano da soli.”

La “pioggia” è la manna del cielo, una combinazione simbolica tra maschile e femminile, un simbolo dell’androginia. La “pioggia”, infatti, nutre la terra e gli uomini, lava i sensi di colpa, purifica le sozzure degli istinti, è una madre benefica che cade dal cielo, il luogo dei desideri, ma è anche un “principio maschile” perché abbraccia e ingravida la terra dei beni fondamentali per la vita. Simone fa scendere la pioggia per spegnere i “lumini”, per togliere la speranza e la memoria, per vanificare la Vita dell’uomo singolo tramite l’opera nefasta di massificazione operata dalla Morte. La Morte, con la “emme” maiuscola, non ha un viso e non ha una storia, non si è incarnata nella vita di una sola esistenza. La Morte è di tutti anche se è individuale. La Morte è un valore collettivo e individuale, ha una cifra psichica legata al vissuto culturale della massa e dell’individuo, quelle persone che in vita la concepiscono e ne prendono consapevolezza, “amor fati”, secondo l’amorosa accettazione del proprio destino, secondo l’abilità di colui che a lei si appella per farla morire attraverso il suo fare simbolico: la riduzione a simbolo. A tal proposito vedi le Religioni monoteistiche e il Buddismo. La “pioggia” di Simone, che spegne la vita e non vivifica, è la pioggia del “coronavirus” e dei camion militari che sotto la pioggia portano i feretri anonimi di uomini e donne verso destinazioni ignote e verso il fuoco purificatore della solitudine e dello stento, privi di quelle esequie, civili o religiose, che Simone ha immaginato nella disperazione e nella solitudine. Ma non può finire così, oltre il danno anche la macabra beffa. E allora in sogno Simone si riscatta e opera il miracolo del credente, dell’uomo che ha fede e che professa il valore della Vita e anche della Morte. Ritrova il messaggio e la funzione di Cristo: la resurrezione e la Vita eterna. Ed ecco che i “lumini” si riaccendono da soli, ecco che l’operazione magica converte e riscatta tutto il dramma, individuale e collettivo, proprio ritornando nelle dimensioni della “pietas”. Ogni cosa ha un suo nome e ogni cosa ha un suo posto, ogni cosa è riconosciuta e soprattutto la morte individuale, al di là della Morte collettiva e culturale. In questo tempo maledetto, dove tutto è ridimensionato e la gente cerca di rimuovere l’angoscia della Morte, il sogno di Simone dice a ognuno di noi che non bisogna dimenticare e reagire in maniera maldestra, bisogna vivere e non sopravvivere, perché il dolore della morte apre alla simbologia della Morte, a quel fare simbolico in cui la Morte muore. La “Pietas” arriva a vanificare la Morte brutta e massificante, contribuisce a esaltare la vita individuale con i suoi drammatici vissuti e i suoi contrastati valori.

Nel tempo del “coronavirus” Simone grida forte e alto “viva la vita” e viva quei “lumini” accesi e soli che nessuno e niente riescono a spegnere.

Cosa si nasconde in un cimitero di campagna brillante dei suoi magici e baldanzosi “lumini”?

E’ veramente cosa degna e giusta portare in risalto il nucleo psico-teologico in cui la Vita e la Morte si uniscono e sono la stessa umana e divina Entità, il mistero della Pasqua nella figura del Cristo risorto, la rinascita dell’Uomo figlio di Dio che dopo il Battesimo ha riscattato l’umanità dall’angoscia di morte e dalla Morte brutta.

Che vi sia dolce e buona la Rinascita nella vita e dopo la vita!