KRISCRI

E’ polvere di stella antica,

frammento intergalattico dell’universo infame,

venuta a cresimare la materia magna e picciola.

Kriscri è caduta da un cielo antico e ancora bruto

a portare virtute e canoscenza,

a donare i mille volti dei suoi tanti occhi,

le mille smorfie dei suoi atomi unici e asociali.

E’ Gorgone e Afrodite,

è Athena e Ares.

Ora traluce in Grecia

e ora straspare in Europa,

di tanto in tanto ammicca e cincischia tra i cafoni

e allora vedi che è francese come la spingola napoletana,

come la Juliette e come la Edith,

in specie quando gorgoglia il nasino all’insù,

un estro tracotante di quel Bello

che sovrabbonda nella boccuccia di rosa canina,

che contempli tra le aiuole armoniose delle città di mare.



Salvatore Vallone



Hàrah Làgin, 02, 07, 2024

VENERE

Venere,

Venere è morta,

i suoi monti sono crollati con i loro ghiacciai marmoladi,

la nostra Venere non ospita la vita di vital libido,

la culla della vita sulla Terra è un inferno nella via Lattea,

la chimica delle sue nuvole è alterata e zozza,

i biomarcatori segnalano che non metabolizza lo zolfo.

Lo zolfo, accidenti, lo zolfo!

Non metabolizza, accidenti, non metabolizza!

Cosa mi dici mai?”

Così sentenzia topo Gigio

con la sua accattivante voce da fesso di una volta.

E Afrodite?

Afrodite è morta,

anche Afrodite è morta,

è annegata tra le onde verdastre del mare Ionio

in mezzo a quelle isole che fea feconde

con il solo suo sorriso e senza ormoni aggiunti,

senza extension e senza unghie finte

e colorate al cerume del barbiere di una volta,

senza botulo per i trucchi maldestri e per gli inganni sottili,

senza botole per gli allocchi e grana per i parmigiani.

Sticazzi!”

Pesco direttamente dal romanesco.

Urano è stato amputato dal figlio Krono,

non ha più i posperi e i coglioni.

Il Cielo, ormai, è senza stelle,

ha perso i suoi teneri gioielli,

morirà in un nobile ostello della trista vecchiaia

nei pressi di una augusta Avola antica,

in collina,

nell’aria fresca della sera

e tra le carezze della notte.

Mecojoni!

Ripesco direttamente dal romanesco.

Krono si trascina il senso di colpa

di aver castrato il bonario padre

e di aver fatto uno scempio del cazzo.

Si sa in giro e da sempre

che il Tempo è un emerito coglione:

non rende mai quel che promette allor,

come la Natura di quel di Recanati,

quella che di tanto inganna i figli suoi.

Sticazzi e mecojoni!

Figuriamoci se non fossero stati figli suoi.

Ho ripescato entrambi direttamente dal romanesco.

Quanno ce vò, ce vò.

E in tutto questo baillamme sotto e sopra le stelle,

Gea che fa?

Gea sta a guardare

tra una tetta e l’altra da far succhiare ai figli e ai finti figli,

la Madre attende il nuovo poderoso membro

per essere ingravidata e far contento Darwin,

mentre il vecchio membro galleggia grigio e inerte,

passivo,

inanimato,

sulle onde del pelago antico tra le terre

in attesa di una porzione di pinna di squalo,

in attesa delle solite comari di Windsor,

delle pulzelle delle case regnanti,

delle soubrettes maritate con i ballisti imbellettati,

della solita e intramontabile Charlene maritata al principe,

della solita e sorridente Meghan maritata al principino,

il figlio di una benemerita, a nostro dire, principessa.

Le cose sono chiare

e i giochi sono ormai fatti.

Fottetevi, se vi pare e se vi garba!

Venere e Afrodite sono morte,

sono morte di vero crepacuore

nella redazione del giornale gaio del momento,

tra maschi & maschi che si cercavano sbavando,

tra femmine & femmine che si cercavano implorando,

tra maschi & femmine che si cercavano sbuffando.

Oh Plato,

maior et minor,

oh Platone,

oh Convivio,

oh Banchetto,

oh Simposio.

oh Aristofane,

oh Socrate,

oh Alcibiade,

oh Agatone,

oh Erissimaco,

oh Pausania,

oh Fedro.

Insomma,

un oh vada a tutta la compagnia cantante,

uomini senza donne in cenacolo gaio.

Deh,

orsù,

oh uomini senza donne

raccontate a Mariaccia la storia dell’Amore,

del Bello,

del Buono,

del Cattivo,

del Giusto,

dell’Infame,

raccontateci la trama di un film di Sergio il leone.

C’era una volta Zeus,

c’era una volta la spiaggia stracolma di cicche,

c’erano Venere,

Afrodite,

Charlene,

Meghan,

Ilary,

Gea

e le allegre comari di Avola e dintorni

distese sulla cenere della spiaggia con il culo di fuori,

con le chiappe divise a metà

da un laccetto per uccellagione,

tutte fumanti perché fumavano,

tutte districanti la cicca là dove c’era la sabbia,

tutte intrise di oli minerali della Exo,

tutte incofanate nei cellulari di alto valore morale.

Era la saga delle tre C:

culi,

cellulari,

cicche,

culi nel senso di chiappe,

cellulari nel senso di solitudine,

cicche nel senso di mozziconi.

E tutti e tutte attendevano il 48 o il 47,

o muorto e il morto che parla,

ciucciando allegramente il veleno di Mitridate,

il re del Ponto e delle mafie locali,

per raggiungere l’immortalità dei sensi e dell’onore

sulla ruota lottuosa di Napoli e Palermo.

Venere è morta ancora una volta

in questa spiaggia di caucciù strano e inverecondo,

in tanta malora politica e democratica.

Non ci resta che Lui.

Viva il duce,

viva il duce

che ci dà l’acqua e la luce!

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere 04, 08, 2022

 

 

BRUNA E DIA

BRUNA E DIA

O

CANTO DELL’AMORE IMPETUOSO

 

 

Da una sponda all’altra dello stesso mare,

il mare nostrum,

antico e travagliato,

gli Amanti si affacciano,

si sentono,

si cercano,

si trovano,

si chiamano,

si invocano,

chiedono a un buon dio e a una buona dea

di raccogliere i sospiri di una prospera Fortuna,

quella che verrà in cornucopia e in tunica bianca

con i melograni ricchi di chicchi e di nobili virtù,

tanta famiglia nel cammino della vita.

E l’onda delle terre di mezzo,

il Mediterraneo,

scivolando e scivolando verso “il popolo del mare”,

ripete:

Diaaaaaaaaaaa “.

E l’altra onda, insinuandosi, ritorna

e risuona tra “le genti ibride”:

Brunaaaaaaaaaaa ”,

nella ricerca desiderosa del fertile rifugio

e si culla là dove Afrodite ancora oggi

sulle onde del greco mare insidia il Tempo

e impera sul gregge dei figli di Lilith.

E così l’idillio si consumò

e ancora si consuma

finché il mare di mezzo sarà ruffiano

con gli uomini e le donne che si ameranno

veramente amandosi,

come le dee e gli dei

di quell’Olimpo intelligente di quel tempo che fu.

 

 

Salvatore Vallone

poeta contadino

ierofante di Gea e Proserpina

 

 

Carancino di Belvedere, 09, 07, 2022

 

 

QUANDO ARRIVEREMO A SIRACUSA

Quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo aver attraversato il Mongibello,

il grembo infuocato di cui tutti siamo figli,

quello che da sempre fa cenere e lapilli,

quello che scaglia pietre nere agli uomini codardi

e faraglioni ai miti forestieri nel blu del mare Ionio,

quello da cui vergine immacolata nacque Afrodite

con il suo primo fecondo sorriso,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo questa Kaaba siciliana,

insozzata dai perfidi sacrilegi delle dee Madri,

dai sordidi segreti dei Beati Paoli,

dai codardi riti dei Padrini,

da don Pirrone e don Batassano,

da padron Toni e Bastianazzo,

dalla Longa e la Lupa,

da donna Lola e cumpari Turiddru,

da Maria Lavava e Santuzza Minnipriu,

da Ciccino Cirinciò, quello del mulino,

dopo,

dopo il cimelio mitico e oscuro dell’Aìtne

che brucia i suoi eterni anni e i malcelati martiri,

dopo questo instancabile e bonario Vulcano,

ombelico osceno di nostra Madre Terra corporale

e dei suoi sotterranei cordoni incandescenti

che dai gradoni dei monti Climiti dell’ameno Carancino

arrivano al regno di Partenope,

passando per lo Stromboli

e riposando dolcemente nei Campi Flegrei,

dopo questo grembo sanguinante di intricati effluvi

che lentamente vanno verso il mare

come una greggia che ripete la favola bella

della metamorfosi del magma primordiale in pezzi di vita,

dopo l’orgoglio del Caos compiaciuto nella nera lava,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo aver bussato con buonagrazia alla spelonca di Polifemo,

il Ciclope che ancora vaga per gli eterni pascoli con i suoi montoni

e che con un solo occhio domina l’orizzonte dei migranti

scorazzando con lo sguardo indomito

da Scilla a Cariddi e da Cariddi a Scilla

in attesa di un altro assurdo Ulisse

da impalare come un trappista convertito ai Catari,

dopo quell’Ulisse,

dopo quell’uomo che ancora cerca qualcuno con la lanterna,

dopo Diogene il greco,

dopo Archimede che assaggia la Natura

e grida il suo eureka in ognidove d’Ortigia

dopo aver saputo di un punto d’appoggio

a favore degli inetti di buona volontà,

quella leva che solleverà il mondo

fin dove Ercole pose li suoi riguardi

a che l’uom più oltre non si metta,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo la terra dei misteriosi Sicani

e del mare che sta in mezzo,

là sulle irte scogliere dove le Sirene depongono il canto,

come le gabbianelle di primo uovo,

per lo sciocco marinaio infoiato di natural lussuria,

prima e dopo il folle volo

e infin che il mar fu sovra lui richiuso,

dopo,

dopo gli esuli Corinzi

delle doriche colonne e dell’umana polis,

dopo le stravaganze giuridiche dei violenti Romani,

spocchiosi e arguti per quello che alla Patria basta,

dopo i mosaici decadenti di Bisanzio

e i limoni portati in dono dagli Arabi

ai miseri braccianti di Avola e Pachino,

dopo i leziosi Francesi,

gli infingardi Spagnoli,

i monolitici Tedeschi,

i lassisti Borboni,

gli indolenti Savoia,

dopo gli ineffabili Italiani

e prima dell’amore di Federico lo svevo,

l’uomo mandato dal dio della Bellezza

a mostrare il morire della Morte,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

ancora dopo l’alcova mistica e carnale di Ades e Persefone,

gli dei innamorati degli oscuri anfratti e dei verdi prati,

sempre in vena di consumare sei semi di melograno in sei mesi

per dare vita alle messi di Demetra,

per dare un senso al logoro morire di un uomo

che sta tra il cielo e la terra e nel nulla più,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo che Eros e Thanatos si sono baciati con Pathos,

dopo tutto questo e altro ancora che dirti non so,

la Pietra bianca ci verrà incontro nella luce

solcata dalle acque tormentate di Anapo,

colui che si occulta alla vista,

il demone che non ha più occhi

per vedere l’amato bene,

la ninfa Ciane

che nelle notti di Aprile ancora grida vendetta,

la donna aggrappata al cocchio di metallo temprato di Ades

per impedire il ratto della sua Persefone,

per trattenere il dio perfido dall’infamia sulla bella donna,

Ciane,

la femmina percossa dal vanitoso scettro di un uomo

e immantinente disciolta in acqua sorgiva,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

quando sentirai il lamento innamorato di Anapo

scendere da Pantalica come acqua di fiume

per incontrare Ciane,

acqua con acqua in un amplesso di carnali umori,

dopo,

dopo che la pietà di Persefone

ha condensato in chiare perle turchine di sonante acqua,

nel profondo oscuro di ogni uomo

l’eterno replay della vita e della morte,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo che vedrai Aretusa finalmente e per sempre,

congiunta con Alfeo tra i papiri della fonte

dove Artemide ha posto i confini dell’eterno invisibile

per l’amata ninfa discesa nuda nelle acque fresche di Alfeo,

bella tra le belle

e appetita nella sua innocenza dal figlio del dio Oceàno,

e l’ha avvolta in una nuvola

per lasciarla cadere pioggia in quella fonte

dove ancora si bea con Alfeo

dei favori della dea e della forza del padre pietoso

che vede il figlio migrare per amore

tra le sponde dell’illustre mar Ionio,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo che sentirai la rabbia di Archimede

scagliarsi contro quel miles gloriosus

che tangeva i circoli

che con grazia e arguzia aveva spianato sull’arenile di Ortigia

nella ricerca di un punto d’appoggio

per i suoi sogni di bambino curioso,

dopo che ascolterai il pianto del console Marcello

per quella mente anzitempo spenta

dalla furia omicida di un bieco romano assassino,

dopo,

quando la Pietra diventerà più bianca,

allora,

soltanto allora saremo arrivati a Siracusa nella luce,

in Pietrabianca,

nel vallone Carancino,

là dove Anapo ancora scompare

nella gola che lo porta al mare nel liquido grembo di Ciane,

là dove Aretusa e Alfeo ancora amoreggiano

nella fonte senza tempo tra i ciuffi dei papiri egizi

che Iside ha regalato ai felici amanti,

soltanto allora e dopo tutto questo

saremo arrivati a Siracusa nella luce,

nel luogo sacro della mega-kalo-gakathia,

dove la Morte grande, bella, giusta e buona abita

nei corpi di gente indolente e accidiosa

che ancora s’inebria con l’oppio della Bellezza altrui,

che ancora recita il mitico

“c’era una volta a Corinto, in Grecia”

e dopo,

dopo che avrai contemplato l’umana trinità

nel tempio greco di Athena,

nella moschea araba di Allah,

nella chiesa cristiana di Lucia,

dopo tanta incurante e sonnolenta Bellezza,

allora saremo veramente arrivati a Siracusa nella luce,

e soltanto allora potremo dire “ben venga il Nulla”,

il Nulla eterno,

il Nulla più,

a che non si possa più dimandare

perché tutto è stato visto nella luce,

perché tutto è stato contemplato senza nascondimento.

Belvedere di Siracusa, 10 luglio 2020 Salvatore Vallone