L’AEREO TUTTO MATTO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Una settimana fa ho fatto questo sogno che mi è rimasto impresso e ho deciso di raccontarlo sperando di averne un’interpretazione che mi possa alleggerire l’inquietudine che mi ha lasciato.

Ero in una città straniera, forse sud America, con mia moglie e mio figlio, che nel sogno ha l’età della realtà, 24 anni.

Dobbiamo prendere l’aereo per il ritorno.

Questo sogno è pieno di tunnel e gallerie. Il primo tunnel è trasparente, mio figlio lo attraversa ballando, ma quando esce è visibilmente drogato (qui la droga sembra libera, a disposizione).

Saliamo sull’aereo, io solo a fianco del pilota, ma non c’è una cabina di pilotaggio, né il secondo pilota.

Mia moglie e mio figlio sono seduti dietro qualche posto, come in corriera.

L’aereo inizia un percorso pazzesco, infila una galleria dove passa a stento, poi uno scivolo con acqua ma non decolla, continua fino ad un hangar dove io, non so per quale motivo, scendo e quando faccio per risalire l’aereo è decollato.

Un uomo che mi sembra un ufficiale mi dice di aspettare l’aereo alla tabaccheria che si trova a 10 minuti in fondo al corridoio.

Una rivenditrice di giornali mi dice che in realtà sono 20 minuti.

Mi sveglio.”

Peter

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno è da sempre, più che inquieto, inquietante perché non si comanda e non si può giostrare a piacimento in riguardo ai contenuti. Lo subiamo e temiamo che sia foriero di chissà quali ambigui messaggi. Nel tempo matura una larvata idea che si possa trattare di materiale psichico personale e allora aumentano le “resistenze” a voler conoscerne il vero significato.

Tutti vogliono “sapere di sé” o tutti non vogliono “sapere di sé”?

In questi dubbi amletici ci sostiene la simbologia che ci consente di non capire il vero significato del sogno, per cui spesso lo liquidiamo con la famigerata frase “chissà cosa voleva dire”. E chiaro che ci siamo imbattuti nelle nostre “resistenze”.

Cos’è la “resistenza”?

Trattasi di una difesa dell’Io intenzionata a impedire la consapevolezza del materiale psichico rimosso. Così disse Freud dopo la cosiddetta scoperta dell’Inconscio, dopo il ritrovamento di questa dimensione psichica dove andavano a finire e si sedimentavano tutti i vissuti ingestibili dalla Coscienza a causa del loro carico di angoscia. Freud era partito dalla pratica occasionale e fortuita dello stato ipnotico e con la paziente di Breuer, Anna O. e al secolo Bertha Papphenaim. Si era accorto che Anna o Bertha andava in uno stato di “trance” e ricordava esperienze dell’infanzia che la vedevano al fianco e in accudimento del padre malato. E dopo queste “abreazioni”, scariche nervose associate alla verbalizzazione del ricordo, Bertha stava bene. Questa fenomenologia e questa psicodinamica si esplicano anche nella veglia, ma sono contenute da un meccanismo di difesa dell’Io vigilante e cosciente che Freud chiamò “rimozione”. Per continuare a vivere ogni uomo non può sostenere il materiale psichico con tutto il suo carico emotivo, per cui naturalmente accantona e dimentica formando la dimensione psichica “Inconscio” che tanto inconscia non è semplicemente perché può essere ricordata dietro a stimoli e a pressioni. Siamo alla fine dell’Ottocento.

Insisto: che cos’è la “resistenza”?

Sir Fancis Bacon, agli inizi del Seicento e nell’intento di fornire all’Occidente una metodologia alla ricerca scientifica, professò in primo luogo l’assoluto bisogno di sgombrare la “Mente” umana dagli errori, dalle abitudini, dai condizionamenti, dalle illusioni, da quelle che definì “eidola”. Nel “Novum organon” ingiunse all’uomo occidentale di liberarsi dagli “idola tribus”, dagli “idola specus”, dagli “idola fori” e dagli “idola teatri” al fine di procedere, dopo la pulizia psichica e mentale, al procedimento scientifico basato sul processo logico dell’aristotelica “induzione”, “passaggio dal particolare all’universale”, l’opposto della “deduzione”, “passaggio dall’universale al particolare” per l’appunto. Cominciamo dagli errori della “tribù umana”, gli idoli psicologici e metodologici, passiamo agli errori legati alla “spelonca” di Platone, gli idoli delle sensazioni e delle percezioni, procediamo con gli errori del “foro”, gli idoli prodotti dalle relazioni e dalle comunicazioni umane, concludiamo con gli errori del “teatro”, gli idoli insiti nei sistemi filosofici. Questo è il sistema delle “resistenze” che impedisce l’avvento della verità secondo Francesco Bacone, una vera “piazza pulita” dei condizionamenti psico-culturali e delle metodologie religiose e filosofiche sedimentate nel corso dei millenni. Bisogna far “tabula rasa” per cominciare a costruire le verità scientifiche, quelle veramente oggettive e sperimentabili. Non è poco, se ci pensate, quello che che propone un uomo del Seicento per cominciare a costruire un “Uomo Nuovo” come il suo “Organon”, lo strumento antropologico. L’esigenza alla “catarsi” dagli errori e dalle false immagini sull’Uomo e sulla Realtà è stata sempre viva e regolarmente uccisa dalle strutture imperanti, il famigerato Potere.

E cosa si può dire in conclusione di quell’uomo che non scrisse nulla e che tutto lasciò dire ai suoi discepoli?

Sul problema delle “resistenze” Socrate ebbe da dire e da proporre in contrapposizione ai suoi colleghi Sofisti. La teoria orale coincide con la metodologia praticata: la “ironia”, la perdita progressiva delle false verità e convinzioni su se stessi e sulle proprie conoscenze. L’obiettivo del “conosci te stesso” è possibile soltanto con la destrutturazione progressiva dell’uomo, con la messa in discussione degli schemi culturali e la critica dei valori imperanti per procedere alla costruzione di una base umana su cui impiantare l’uomo nuovo, quello che “sa di sé” dopo aver saputo di “non sapere di sé e dell’altro”. La metodologia antropologica socratica è un esempio antico sulla necessità evolutiva di procedere da parte dell’uomo verso la ricerca e la scoperta degli autentici valori etici e sociali nella vera “agorà” e nell’autentica “polis”, città stato. Le “resistenze” sono sempre in agguato per fissare e consolidare le conquiste fatte negando l’essenza evolutiva dei processi psico-bio-culturali.

In tanta compagnia sta bene anche Epicuro con il suo lapidario tetra-farmaco per raggiungere l’ataraxia: bisogna liberarsi dell’angoscia che nasce dal pensiero degli dei, dal pensiero della morte, dai desideri eccessivi, dagli ideali politici. La Religione, la Psicologia, l’Etica e la Politica di vecchio stampo lasciavano il posto alla costruzione dell’uomo a-tarattico, privo di inutili angosce semplicemente perché aveva razionalizzato il suo quadro esistenziale e la sua collocazione nella Realtà.

Adesso tutto quello che ho detto adattatelo ai tempi attuali e “occhio ai dissennatori e ai dissennati”, mediatici e non.

E dopo Carosello tutti a nanna, come una volta!

Arriviamo e serviamo il sogno di Peter: un uomo separato rievoca la moglie possessiva e il figlio in piena crisi nascondendo tra le pieghe della moglie la propria madre, la figura da cui non ha saputo emanciparsi, una madre fagocitante o assente, in ogni caso una madre critica nell’abbondanza e nella penuria. Quest’uomo, divorato dal problema con la madre e con la moglie, non ha saputo collocarsi in maniera adeguata ed efficace nei riguardi del figlio e lo ha abbandonato all’alleanza conflittuale con la madre. Resta nel quadro un uomo solo che non riesce a realizzare ciò che desidera e di cui ha bisogno, un legame affettivo corretto e utile. Il prosieguo sarà di aiuto e supporto a quanto drasticamente affermato. Si sa che i sogni non te le mandano a dire le loro verità e, allora, non resta che far tesoro di questi salvifici e diretti messaggi.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Ero in una città straniera, forse sud America, con mia moglie e mio figlio, che nel sogno ha l’età della realtà, 24 anni.”

Peter esordisce alla Camus, da “straniero” in casa sua e in special modo da estraneo nelle relazioni importanti e significative con la moglie e con il figlio ormai adulto. Peter ha qualche conto sospeso con queste due figure che, a giusto titolo, possiamo definire inquiete e inquietanti nei suoi vissuti. Il prosieguo del sogno darà il giusto conforto a questo disagio psichico ed esistenziale di Peter. Del resto, chissà quante volte un marito e un padre si è trovato in conflitto con la moglie e con il figlio. Importante è venirne fuori al meglio possibile nelle condizioni date e, come sempre, la “coscienza di sé”, non dico che aiuta, è indispensabile.

I simboli dicono che la “città straniera” rappresenta la parte psico-relazionale non condivisa e poco assimilata, il “sud America” nasconde la vitalità esotica e trasgressiva, “mia moglie” e “mio figlio” sono gli oggetti conflittuali d’investimento, “l’età della realtà” dimostra che il contrasto è ancora in atto.

Dobbiamo prendere l’aereo per il ritorno.”

La figura privilegiata e protagonista del conflitto di Peter è la figura femminile nella duplice versione di madre e di moglie. “L’aereo” è una chiara simbologia della figura materna nella valenza “fagocitatrice”, una donna oltremodo affermativa nel suo essere protettiva e nel destare sensi di colpa proprio per il fatto che, a modo suo, è di essenziale aiuto ai familiari. Questa è una madre di cui i figli hanno bisogno da piccoli perché risolve tanti problemi ed è anche una donna che spesso prende il posto del marito assente. Insomma, questo “aereo” è da prendere soltanto se necessario semplicemente perché condensa la “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella possessiva e colpevolizzante, quella che crea dipendenze psicofisiche senza fine e al solo fine di appagare il suo esasperato narcisismo. Eppure l’importanza della madre in questo contesto è fuori discussione, sia nel viaggio di andata e sia nel viaggio di “ritorno”, sia nel fare e sia nel riflettere sul fatto compiuto e anche con una vena di nostalgia. La madre possessiva fa sempre le cose a puntino e al completo, non lascia mai niente al caso e tutto prevede anche per controllare i suoi “fantasmi” persecutori. E’ come il Principe del Machiavelli che nel buon governo e nella tirannia deve sempre prevedere l’imprevedibile.

Questo sogno è pieno di tunnel e gallerie. Il primo tunnel è trasparente, mio figlio lo attraversa ballando, ma quando esce è visibilmente drogato (qui la droga sembra libera, a disposizione).”

Nella sua psicodinamica con la moglie e con il figlio Peter riflette e rievoca i suoi “tunnel” e le sue “gallerie”, le sue costrizioni profonde e i suoi obblighi sociali, i suoi vissuti intimi e le sue emozioni non adeguatamente riconosciute, il suo mondo interiore ricco di contrasti e di conflitti a cui non ha saputo dare piena consapevolezza. Eppure Peter sa dell’esperienza profonda e coatta del figlio, il bisogno impellente a variare lo stato di coscienza e a far uso di sostanze stupefacenti. In ogni caso, questo figlio, che padre e madre non a caso accompagnano in tanta malora sudamericana, accusa qualche trauma psichico e non sta per niente bene, almeno nel vissuto paterno. Nello specifico Peter ritiene che il figlio sia vittima consapevole della madre, “trasparente”, e che abbia riconosciuto la sua dipendenza da cotanta figura senza riuscire a venir fuori dal “tunnel” della droga: esce ballando dal tunnel, un chiaro simbolo del cordone ombelicale materno. La droga è la chiara “traslazione” della figura materna, uno “spostamento” della dipendenza dalla madre alla sostanza. Tutto questo trambusto psicofisico avviene sempre secondo la buona novella onirica di Peter.

La simbologia esige che “ballando” si traduca in una disinibizione psicomotoria e in una espressione linguistica del corpo, “trasparente” in lucida consapevolezza e sindrome di convenienza, il “tunnel” in legame materno, la “droga” in variazione dello stato di coscienza inteso alle sfere subliminali.

Saliamo sull’aereo, io solo a fianco del pilota, ma non c’è una cabina di pilotaggio, néil secondo pilota.”

Anche Peter ha bisogno di salire nell’aereo, anche Peter non ha risolto del tutto la dipendenza da sua madre, dalla figura materna oltremodo protettiva e colpevolizzante, il suo “aereo” di origine. Anche Peter non ha scelto a caso questo tipo di donna come moglie. Peter ha ripetuto lo schema familiare e da una “madre” possessiva è passato a una “donna” possessiva da prendere in “moglie” e da farci famiglia. La questione psicofisica del figlio nella sua criticità viene totalmente presa in carico dalla madre. Trattasi di un costume familiare molto diffuso: il marito e il padre godono di un potere effimero, nonostante le apparenze ufficiali e sociali. Il quadro dice che in questa famiglia, perché di questo si tratta quando è presente la triade “madre-padre-figlio”, vige un profondo matriarcato, vige la “legge del sangue”: la “donna-madre” è al potere al di là della sua invisibilità e della sua visibilità. Tutti sono sull’aereo e dipendono dalla “moglie-madre”. Peter, nonostante il tentativo di raddoppiarsi nel pilota, non ha la cabina di regia e, quindi, non può occuparla, e non ha neanche l’ausilio del secondo pilota. Peter è proprio in netta minoranza in questa gestione totale della “moglie-madre”. Si arguisce anche che l’Io di Peter esercita un potere effimero nelle deliberazioni e tanto meno nelle decisioni da prendere nell’ambito della politica familiare. Insomma il potere maschile del padre e del marito è stato completamente assorbito in questa psicodinamica familiare dalla “moglie-madre” e in riguardo a una questione clinica del figlio.

I simboli si traducono in questo modo: “pilota” o gestione razionale dell’istanza psichica Io, “cabina di pilotaggio” o rafforzamento della funzione Io, “secondo pilota” o idem.

Mia moglie e mio figlio sono seduti dietro qualche posto, come in corriera.”

Il meccanismo di difesa della “conversione nell’opposto” si evidenzia immediatamente, a conferma di quanto si diceva in precedenza. Moglie e figlio formano una diade all’interno della Madre e appaiono docili e remissivi: “sono seduti dietro”. Tutto il contrario, ma Peter non può in sogno dirsi la verità e, per continuare a dormire, la camuffa a suo apparente vantaggio: io sono il capo e loro dipendono da me. La corriera è una ulteriore simbologia del potere materno nel suo essere un grande grembo con annesso un apparato sessuale. La divisione e la sperequazione della “madre-figlio” e del “padre-marito” sono oltremodo segnate. Questa determinazione psichica è spesso la causa della rottura dell’unità familiare, così come queste alleanze psichiche, apparentemente naturali, sono motivo di conflitto tra i vari membri della famiglia. La suscettibilità della “legge del sangue” impone il dettame mafioso “o con me o contro di me” senza alcuna possibilità di mediazione come in tutte le dittature sociopolitiche.

L’aereo inizia un percorso pazzesco, infila una galleria dove passa a stento, poi uno scivolo con acqua ma non decolla,”

Ed ecco a voi, signore e signori, lo psicodramma tanto atteso!

Peter vive malissimo la figura della moglie. Questa santa donna ne combina di tutti i colori e ne sa una più del diavolo. A livello di logica concettuale e consequenziale è oltremodo fuori di testa. Si mette in situazioni anguste di sofferenza e si procura emozioni a dir poco negative. Quando si lascia andare non arriva mai al dunque. In ogni caso questa madre è sempre estremamente realista e oggettiva, concreta e pragmatica e non si lascia mai prendere da idee e da ideali, da sublimazioni e da spiritualismi. Questa donna è massiccia e materialista, coatta e azzardata, pratica e pragmatica. Peter non è per niente contento di sua moglie e del suo carattere così affermativo. Non sa che fare con una una donna “fallico-narcisistica”, una donna che concepisce ed esercita il potere nella versione prevaricatrice.

I simboli traducono “percorso” in schema logico, “pazzesco” in ardito e non condivisibile, “galleria” in profondità e oscurità psichiche femminili, “a stento” in costrizione, “scivolo con acqua” in abbandono e lubrificazione sessuale, “non decolla” in non sublima e non si abbandona.

continua fino ad un hangar dove io, non so per quale motivo, scendo e, quando faccio per risalire, l’aereo è decollato.

Peter è colpito dalle stranezze della moglie e sta tessendo l’elogio dei difetti e delle eccentricità di questa donna. Comunica anche che è stato scaricato dalla signora. Peter conclude in gloria, suo malgrado o suo bengrado, la storia matrimoniale e familiare lasciando che la moglie vada per le sue tangenti e rimanendo a piedi dentro un hangar che sembra essere il polo di discordia della coppia e della rottura della famiglia. L’aereo decollato senza il pilota, il copilota e l’assistente rappresentano proprio la simbolica libertà conquistata da Peter nei riguardi della moglie e della madre del figlio ventiquattrenne e con problemi di dipendenza da sostanze.

I simboli dicono che “l’hangar” è la casa dell’aereo, “scendo” è una dissociazione ideologica e un volontario e benefico processo di perdita, “risalire” è un ravvedimento e un ripristino di equilibri turbati, “l’aereo” è la parte negativa del fantasma della madre-donna, “decollato” è la fuga risolutiva più che una “sublimazione di libido”.

I due coniugi hanno attraversato un periodo critico e si sono separati inciampando, come sempre, anche su questioni di divisione di beni materiali. Resta un figlio con il problema psicofisico dell’assunzione di sostanze che non è da poco nella rottura della famiglia.

Un uomo che mi sembra un ufficiale mi dice di aspettare l’aereo alla tabaccheria che si trova a 10 minuti in fondo al corridoio.”

Ecco che interviene il “Super-Io”, l’istanza psichica censoria e limitante, nonché guardiana del “principio del dovere”, nella figura dell’ufficiale, un militare oltremodo preciso e che suggerisce un collegamento con la moglie in un luogo per loro significativo, la “tabaccheria”, là dove simbolicamente si acquista la possibilità di variare lo stato di coscienza, là dove si smercia la sostanza che sbalordisce. Il tempo fissato nei “10 minuti” è generico o è un riscontro personale di cui sa Peter, mentre “in fondo al corridoio” dispone per un’ultima istanza di ritrovamento e di conciliazione.

Il senso del dovere di Peter ha fatto qualcosa per appianare il conflitto delle diversità caratteriali con la moglie e delle strategie nella gestione del figlio e del suo problema. Peter tenta di stabilire degli accordi da cui non derogare. Questo capoverso ricorda quello che solitamente succede nei conflitti di coppia e nelle separazioni a opera del giudice.

Una rivenditrice di giornali mi dice che in realtà sono 20 minuti.”

Il senso del dovere, degnamente rappresentato dalla figura militare dell’ufficiale, ha i suoi tempi. L’Io mediatore e realistico, nonché sociale, ha bisogno di un tempo di attesa più lungo, a conferma che con il dovere ci si impone una soluzione e non si discute, mentre, parlando e deliberando in ambito sociale, i tempi di una possibile riconciliazione si allungano.

I simboli dicono che la “rivenditrice di giornali” è la pubblica opinione, “in realtà” attesta che si tratta del principio omonimo a cui ubbidisce l’istanza psichica razionale “Io”.

A questo punto Peter ha sviluppato in sogno la sua bella psicodinamica di divergenza e di separazione dalla moglie, per cui svegliarsi è anche opportuno.

Questo è quanto si è potuto desumere dal sogno di Peter.

PSICODINAMICA

Il sogno di Peter sviluppa in maniera oltremodo simbolica ed emotivamente pacata la psicodinamica del dissidio di coppia e della rottura dell’unità familiare. Introduce un figlio in crisi di dipendenza e comunque in forte disarmonia psichica come concausa del dissidio che porta alla separazione. Evidenzia nella moglie e nella madre una caratteristica fortemente negativa: la parte possessiva e manipolatrice del “fantasma della madre”, nonché un forte pragmatismo utilitaristico che è in conflitto con l’apparente bonarietà del protagonista.

PUNTI CARDINE

Il sogno di Peter si lascia ben capire e decodificare in “Mia moglie e mio figlio sono seduti dietro qualche posto, come in corriera. L’aereo inizia un percorso pazzesco, infila una galleria dove passa a stento, poi uno scivolo con acqua ma non decolla, continua fino ad un hangar dove io, non so per quale motivo, scendo e quando faccio per risalire l’aereo è decollato.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è già ampiamente detto e soprattutto dello “aereo” come “parte negativa” del “fantasma della madre”. Mi tocca rilevare che questo “fantasma” appartiene a Peter e ha le sue radici nel modo in cui ha vissuto sua madre. Di poi, lo stesso “fantasma” è stato ridestato dal modo di apparire e di comportarsi della moglie con lui e con i figli.

“L’archetipo della Madre” è presente.

Il “fantasma” presente riguarda la “madre” nella “parte negativa”.

Nel sogno di Peter sono presenti le istanze psichiche “Io”, “Es” e “Super-Io”. L’istanza vigilante e razionale “Io” si individua in “pilota” e in “cabina di pilotaggio” e in “secondo pilota”. L’istanza pulsionale “Es”, rappresentazione dell’istinto” si manifesta in “Dobbiamo prendere l’aereo per il ritorno.” e in “tunnel” e in “gallerie” e in “hangar” e in “mai decolla”. L’istanza limitate e censoria “Super-Io” si vede nella figura di “un ufficiale”.

La “posizione psichica genitale” è dominante nel sogno di Peter: “Ero in una città straniera, forse sud America, con mia moglie e mio figlio,” e in “Mia moglie e mio figlio sono seduti dietro qualche posto, come in corriera.”

Il sogno di Peter usa i seguenti “meccanismi psichici di difesa”: la “condensazione” in “aereo” e in “tunnel” e in “galleria” e in “hangar” e in “ufficiale”, lo “spostamento” in “città straniera” e in “ballando” e in “droga” e in “seduti dietro” e in “decollato”, la “conversione nell’opposto” in “sono seduti dietro”, la “figurabilità” in “aereo”, la “drammatizzazione” in “L’aereo inizia un percorso pazzesco, infila una galleria dove passa a stento, poi uno scivolo con acqua ma non decolla, continua fino ad un hangar dove io, non so per quale motivo, scendo e quando faccio per risalire l’aereo è decollato.”

Il “processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” non si evidenzia, mentre la “regressione” appare nei termini richiesti dalla funzione onirica. La “compensazione” non figura.

Il sogno mostra un tratto “orale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”: Peter manifesta problematiche affettive pregresse che ostacolano la sua collocazione in famiglia e i suoi “investimenti di libido”.

Il sogno di Peter forma del seguenti figure retoriche: la “metonimia” o relazione di somiglianza in “aereo” e in “tunnel” e in “galleria” e in “hangar”, la “metonimia” o relazione logica in “ufficiale” e in “decolla” e in “tabaccheria” e in “città straniera” e in “droga” e in “seduti dietro”.

La “diagnosi” dice che Peter presenta lacune conflittuali pregresse nella sua formazione affettiva e che ha ben maturato nella sua “organizzazione psichica reattiva”. Tale corredo e specifiche esigenze “orali” Peter ha portato in carico nella sua vita di coppia e familiare, candidandosi a una figura femminile similare alla figura materna o al suo contrario. La conflittualità affettiva con la madre si è riverberata nella moglie e nella madre di suo figlio, nonché in quest’ultimo in quanto figura in cui ha rivisto parti di sé.

La “prognosi” impone a Peter una proficua psicoterapia al fine di ben razionalizzare la sua formazione affettiva e i tratti caratteristici della sua “organizzazione psichica reattiva”. Nello specifico Peter deve capire quanti “fantasmi” ha proiettato nella donna, nella moglie, nella madre e nel figlio. Di poi, potrà cominciare a riappropriarsi dell’alienato e riprendere le fila della sua vita e delle sue relazioni significative e importanti, “in primis” il figlio e la moglie, “in secundis” le relazioni affettive e sociali. La madre di tutte le guerre psichiche si profila ancora una volta essere la relazione conflittuale con i genitori: “posizione psichica edipica”. Partire da lontano per arrivare vicino è più che mai fondamentale in questo caso.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella “sindrome depressiva” e nell’acuirsi dei “fantasmi di perdita affettiva”. E anche in questo caso sarà importante capire e diagnosticare il tipo di depressione. Il sogno lo individua in uno “stato limite”.

Il “grado di purezza onirica” è “buono” perché il sogno non ha subito contaminazioni logiche e si è mantenuto su piani narrativi comprensibili e altamente simbolici.

La causa scatenante del sogno di Peter, “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta nell’esacerbarsi di una questione familiare o di coppia.

La “qualità onirica” può essere stimata nell’ordine del “surreale”.

Il sogno di Peter può appartenere alla seconda fase del sonno REM alla luce della sua carica emotiva e della sua acrobatica descrizione simbolica.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione della globale “cenestesi”, stasi e movimento: “esce” e “saliamo” e “c’è” e “sono seduti” e “infila” e “scivolo dietro” e “non decolla” e “decollato”.

Il “grado di attendibilità” del sogno di Peter è “buono” alla luce della chiarezza dei simboli e della loro lineare interazione. Il “grado di fallacia” è “minimo”.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Peter è stata letta da un collega, nonché grande amico, di Siracusa. Sono conseguite le seguenti riflessioni.

Collega

Un sogno decisamente importante e delicato. Si presta a una lettura profonda che riguarda l’infanzia, il primo anno di vita direi, di Peter e si presta a una lettura relazionale successiva che riguarda la coppia e la famiglia. Sto sintetizzando a modo mio quello che tu hai scritto. Il bambino Peter ha trasportato i suoi vissuti affettivi e le sue modalità d’amare e d’investire “libido genitale” nella moglie e nel figlio. Dalla madre si è sentito poco o troppo amato, ignorato o divorato. In ogni caso la donna, la moglie e la madre le ha vissute allo stesso modo. Nel sogno la madre si mangia il figlio e il marito, sempre secondo i vissuti di Peter. Due piani e due letture si riconfermano, una antica e l’altra successiva nel tempo. I due piani sono presenti nella psiche di Peter e lo condizionano ancora oggi nella maniera di voler bene e di amare. Ha bisogno di essere affettivamente divorato o ignorato e di collocarsi come figlio, ma cerca anche di essere autonomo e adulto e non sempre ci riesce. Insomma è un sogno ricco di implicazioni e di riferimenti, ma il piano di lettura resta quello iniziale: un bambino e un adulto ai ferri corti con l’affettività. Lo definirei un sogno “orale” più che “genitale” e semplicemente perché riguarda l’infanzia di Peter.

Salvatore

I riferimenti al presente possono essere i problemi del figlio. Ma chi è il figlio di Peter? Peter stesso o suo figlio? Entrambi. Magari il figlio ha avuto problemi di dipendenza, oltretutto legati nella radice alla sfera affettiva e a disturbi della stessa, e da lì Peter è partito per rispolverare i suoi mobili antichi con la formula fenomenale del sogno. Dalla dipendenza affettiva alla dipendenza da sostanze o dal gioco la distanza è breve, molto breve, quasi collima. Non dimentichiamo anche che i problemi seri dei figli, tipo la tossicodipendenza o la disabilità, spesso separano i coniugi, piuttosto che avvicinarli e rafforzarli nel comune impegno di affrontare situazioni delicate e a volte angoscianti.

Collega

La tossicodipendenza è la traslazione di un forte disturbo della sfera affettiva, è un tentativo fai da te di cura, un’auto-terapia, come le soluzioni alcoliche delle depressioni, quando un uomo o una donna ricorrono all’alcool o al vino o ai farmaci per non sentire l’angoscia di morte bussare alla porta. La depressione è la malattia non soltanto filosoficamente mortale, ma è soprattutto il fantasma primario che somatizziamo come prima conoscenza associandolo alla funzione materna del nutrirci. Stiamo parlando di esordio nella vita e non di riflessioni senili o di speculazioni mature. Abbasso i filosofi e viva gli psicologi, anzi e meglio, spazio alle Psicologie filosofiche.

Salvatore

Quando il problema della tossicodipendenza da eroina si presentò negli anni settanta in maniera acerba nel Veneto, le neonate famiglie borghesi si trovarono impreparate a tanta disgrazia sociale e a tanto disagio psichico. Le strutture sociosanitarie erano impreparate all’evento traumatico e i vari preti d’assalto e di cosiddetta “sinistra” più o meno operaia si arruffarono per carpire i milioni messi a disposizione dai ricorrenti governi democristiani & “company”. La vecchia e protettiva famiglia patriarcale si era scrollata di dosso il parassita feudatario di turno e si era smembrata in piccoli gruppi neocapitalisti con tanto di campi da coltivare e di fabbrichette da accudire. I figli non erano più protetti dai nonni e dalla vecchie, dagli zii e dai compari, dal gruppo familiare allargato. Specialmente i disabili in ogni senso furono emarginati e non trovarono una collocazione e un ruolo. Ecco che la famiglia borghese, anteponendo il profitto all’economia psichica, di fronte alla tossicodipendenza dei figli si smembrava e non riusciva a trovare il bandolo della matassa per ricostituirsi in maniera efficace. In quel periodo tanti erano i casi di giovani abbandonati a se stessi e agli effetti letali delle droghe pesantissime perché tagliate in maniera rocambolesca e con tanta fantasia. Quanti morti non riconosciuti dai familiari e quanti funerali evasi anche dalle suore per vergogna! Il sogno di Peter mi ha ricordato quel periodo eroico per tanti aspetti del Veneto, il miracolo del nord-est, e tanto doloroso per le giovani vite perdute nel tunnel della coazione a variare lo stato di coscienza per non cadere nelle spire della depressione. Infatti i giovani coinvolti nella tossicodipendenza erano i più deboli, psicologicamente parlando, ed era facile individuare la famigerata sindrome depressiva nelle loro trame psichiche. Cadevano nell’assunzione di droga i giovani che avevano un tratto o una organizzazione psichica a risonanza depressiva. Se era nevrotica ne uscivano dopo la prima batosta se non incorrevano in una “overdose” per ignoranza. Se erano fondamentalmente depressi non ne venivano fuori perché usavano l’eroina come farmaco antidepressivo che li faceva star bene e così non avvertivano l’angoscia di base. E le famiglie non sapendo che pesci pigliare li lasciavano al loro destino o a qualche comunità di varia natura e di varia cultura. Il novanta per cento sono in cimitero.

Collega

Certamente le varie comunità erano benemerite nell’aiutare alla meglio i giovani dipendenti da sostanze stupefacenti, ma tante erano approssimative. Mancavano la Psicoterapia e la Psicologia. La Psichiatria aveva soltanto strumenti chimici e costrittivi. La Cultura condannava e non capiva. La Religione condannava e si divideva in due. Tornando al sogno di Peter si può affermare senza ombra di dubbio e di smentite che non era semplice e non era indolore. In ogni caso è servito quanto meno a responsabilizzare Peter e indurlo a una sana razionalizzazione per vedere meglio nella sua vita passata e presente per costruirsi un futuro degno di un sano benessere e di un prospero equilibrio.

Salvatore

Aggiungo che, se poi riesce anche a ricucire le relazioni troncate o distorte, avrà fatto, per se stesso in primo luogo, un bel lavoro e un buon cammino.

In conclusione della travagliata interpretazione del sogno di Peter e in sollievo alla delicata psicodinamica propongo l’ironia sorniona sul tema delle difficoltà relazionali e soprattutto delle dinamiche familiari. All’uopo ho scelto la canzone di Stefano Rosso “Una storia disonesta”. Correvano gli anni settanta.

IL SOGNO DI ICARO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato di essere un pilota di aereo.
Mi hanno accompagnato presso un aereo militare di ultimissima generazione.
Salgo e vedo pochi comandi.
Sono solo e cerco di capire come si pilota muovendo le due leve che ci sono.
Riesco a muovere l’aereo a terra, ma non in modo corretto e così faccio retromarcia.
La pista, più che una pista, sembra una normale strada per le auto.
Scendo e vado a chiedere di essere istruito su come si piloti quell’aereo.”
Icaro

INTERPRETAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno del mitico Icaro era di poter volare come gli uccelli, il sogno del soprannominato Icaro è quello di razionalizzare la figura materna e di potersi disporre verso le altre donne in maniera sicura e costruttiva, senza pendenze e senza inganni.
Mi chiedeva a suo tempo un amico gentile e pensieroso: “ma perché mia madre quand’ero adolescente non mi ha insegnato anche a far l’amore?”
Le madri insegnano quasi tutto ai figli secondo la loro formazione psichica e la loro visione del mondo, ma non li educano abbastanza sulla vita sessuale e non li istruiscono praticamente in questi delicati settori. Tra falso senso del pudore e angoscia dell’incesto si perpetuano storicamente grandi errori culturali.
Il moderno Icaro nel suo sogno manifesta, inoltre, l’iter che ha seguito nella sua evoluzione psicofisica per approdare alla consapevolezza della sua vita sessuale.
Passo dietro passo l’interpretazione si snoda in questa semplice maniera come da promessa fatta.

“Ho sognato di essere un pilota di aereo.”

“L’aereo” è simbolo della madre e dell’universo psicofisico femminile. Il “pilota” rappresenta la funzione vigilante e razionale dell’Io in riguardo al tema. Icaro si chiede: “come mi devo comportare con mia madre in riguardo alla mia dipendenza e alla mia autonomia? Icaro deve gestire i fantasmi della relazione con la madre e usa la ragione per cercare la possibile verità e per capirsi meglio.

“Mi hanno accompagnato presso un aereo militare di ultimissima generazione.”

Icaro ha maturato la giusta aggressività sessuale e manifesta un notevole fascino verso la figura materna. La bellezza materna ha prodotto nel figlio una forte attrazione e una buona autostima. Icaro ha una madre affermativa e moderna, nonché degna e adatta ai suoi desideri e alle sue qualità. Non si fa mancare niente coniugando “l’aereo militare” e “l’ultimissima generazione”.

“Salgo e vedo pochi comandi.”

Icaro sta ridestando nel suo sogno la “posizione edipica”, la sua conflittualità nei vissuti riguardanti il padre e la madre, nello specifico la madre. Il bambino ha pochi strumenti di conoscenza per controllare istinti e pulsioni, desideri e ambizioni. “Salgo” attesta di una “sublimazione difensiva della libido”, così come “vedo” attesta di un grado di consapevolezza in riguardo alla questione psichica che sta svolgendo in sogno. I “comandi” rappresentano il potere di Icaro in riguardo all’autocontrollo e alla coscienza di sé. Icaro è un adolescente, sta crescendo e non può avere le certezze psicofisiche di un uomo.

“Sono solo e cerco di capire come si pilota muovendo le due leve che ci sono.”

Icaro non ha alleati in questo trambusto psicofisico dell’adolescenza e tanto meno figure educative che possono aiutarlo a capire e a capirsi su questi tormentose questioni: “come si vive e si gestisce la sessualità?” e “come devo concepire e realizzare la mia vita istintiva?” Le “due leve” sono strumenti fallici. Icaro ha una buona identità maschile, sa di essere maschio e di avere attributi equivalenti e idonei, ma non si capisce nel contrasto tra emozione ragione, istinto e coscienza: “Che funzione ha l’Io nella vita sessuale?” e “Come si usano gli organi sessuali?”

“Riesco a muovere l’aereo a terra, ma non in modo corretto e così faccio retromarcia.”

Nella realtà e nella vita pratica Icaro sa giostrarsi con la madre, ma nella vita sessuale deve abbandonare l’immagine fascinosa di una donna rappresentata da un “aereo militare” e tecnologicamente all’avanguardia. Icaro deve lasciare la madre al padre e dirottare le sue aspirazioni su figure femminili possibili per i suoi desideri e consentite dalla legge del padre. La correttezza, “in modo corretto”, evoca il senso del dovere, le istanze morali del “Super-Io”. Icaro è alla ricerca della gestione della sua dimensione psicofisica sessuale e ha evocato in sogno la madre, causa dei suoi conflitti. Meglio: Icaro ha riesumato il vissuto ambivalente e pericoloso che riguarda la figura materna. La “retromarcia” non è una soluzione regressiva del tipo “ritorno bambino”, ma è il “disinvestimento della libido” dalla madre per procedere al “controimvestimento” su una figura laica e non sacra. Icaro sa della sua “posizione edipica” e sa ben operare nella concretezza della vita quotidiana.
“La pista, più che una pista, sembra una normale strada per le auto.”

Il sogno vola verso la verità reale: “la mia normalità psichica in riguardo alla sessualità si deve dirigere verso le altre donne e non verso la madre”. La “pista” rappresenta una soluzione obbligata, mentre la “strada” è legata alla scelta di Icaro. “L’auto” condensa il sistema neurovegetativo e nello specifico la funzione sessuale. Adesso Icaro ha abbandonato le sue, modeste per la verità, mire espansionistiche nei riguardi della madre e si dirige verso l’universo femminile circostante. Questa scelta è “normale”, consentita dalle leggi degli uomini e delle divinità. Icaro ha raggiunto una buona “coscienza di sé” sul tema in questione.

“Scendo e vado a chiedere di essere istruito su come si piloti quell’aereo.”

Come volevasi dimostrare. Bisogna sistemare dentro la figura materna per poter agire fuori con le altre donne. Tutto questo processo educativo ha richiesto l’insegnamento di altri e non dei genitori, magari le chiacchiere con gli amici o un’enciclopedia del sesso, magari Wikipedia e qualche illustrazione, magari qualche filmino ambiguo. “Come si pilota l’aereo” si traduce “come si risolve l’attrazione verso la madre” e “come si procede con le altre donne.”
Più semplice di così non è possibile.

RICHIESTA AI MARINAI

Se questa chiarezza e semplicità vanno bene, fatemi in qualche modo un riscontro.
Preciso che siamo sempre in un ambito scientifico, ma la comunicazione è democratica e non fascista.
Grazie mille e altre mille e ancora altre mille da Salvatore Vallone.

 

L’AEREO…

IN VOLO, ATTERRATO E PRECIPITATO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Sono in volo su un aereo insieme ad altri passeggeri e stiamo per atterrare su un posto meraviglioso con spiaggia bianca e mare cristallino.
Ma ci sono delle turbolenze, così il comandante è costretto a dirottare l’aereo. Alcuni passeggeri si lanciano con il paracadute, mentre io rimango.
L’aereo allora atterra, ma non su una vera pista d’atterraggio, si tratta di una strada deserta, come abbandonata, circondata da una fitta vegetazione.
Mi guardo intorno e vedo allora le rovine mortali di un aereo precipitato.
Tra me e me allora penso “almeno mi sono salvata”.
Questo è il sogno di Giovanna.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

La collega Tullia Cianchelli ha interpretato questo sogno nell’ultima pubblicazione di “dimensionesogno.com”. La sintonia di un suo invito e di una mia richiesta si è concretizzata nell’accordo di “postare” in successione la sua e la mia decodificazione del “sogno di Giovanna”, in maniera che i tanti marinai possano constatare direttamente le affinità ideologiche e le diversità metodologiche, le vicinanze culturali e le distanze ideologiche, ciò che unisce e ciò che divide nell’approccio sperimentale al sogno che entrambi tenacemente tentiamo.
Al di là di questo confronto, va da sé che il grande pregio di questa collaborazione si attesta nella ricerca del nuovo e nella condivisione del vecchio intorno all’inquietante fenomeno psicofisico del sogno.
Come non apprezzare la sintesi densa di un buon “sapere” e di un originale “dire” della collega?
Si allargano gli orizzonti conoscitivi per chi ricerca e per chi legge.
Da qualche parte di non definito e di non definitivo fortunatamente si arriverà e così resteranno la soddisfazione e il fascino di aver tentato di raggiungere un approdo mobile e di suo, forse, inesistente.
Inizio la mia interpretazione del sogno di Giovanna.
Il titolo “L’aereo… in volo, atterrato e precipitato” si giustifica con l’importanza che il sogno riserva all’autonomia psicofisica della protagonista e nello specifico alla riformulazione progressiva della figura materna con il giusto e dovuto riconoscimento a Giovanna adeguato e possibile.
La nostra protagonista rispolvera le soluzioni progressivamente date alla consistente relazione con la madre, “posizione edipica”, e rievoca la realtà psichica pregressa nella simbologia protetta e incantata dell’aereo in volo per traghettarsi alla realtà psichica in atto, l’aereo atterrato tra mille turbolenze, senza trascurare nel suo “360°” la fase aggressiva e mortifera quando l’odio verso la madre l’aveva costretta alla desolazione mortifera, l’aereo precipitato.
Ancora: il sogno di Giovanna si snoda per contrasti emotivi e per opposizioni sentimentali, tutti scenari vissuti e compatibili con la sua storia psichica. La drammaturgia onirica alterna bellezze a bruttezze, estetica a disarmonia, commedia a dramma, stasi a tensione per sfociare nella migliore soluzione possibile alla condizioni psichiche date.
Ancora: tre soluzioni alla “posizione edipica” di Giovanna, quella dell’Es, quella dell’Io e quella del Super-Io, la triade desiderio-ragione-morale secondo i rispettivi principi del piacere, della realtà e del dovere.
Problema: tutto questo materiale psichico è nel sogno di Giovanna o nel sogno a occhi aperti dell’interprete Salvatore Vallone?
Dubbio umano e questione sempre aperta.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Sono in volo su un aereo insieme ad altri passeggeri e stiamo per atterrare su un posto meraviglioso con spiaggia bianca e mare cristallino.”

Giovanna è una giovane donna che, come tante altre, ricerca il miglior rapporto possibile con la madre, una figlia che sta portando a risoluzione la “posizione edipica”, la conflittualità con la madre su cui ha operato una “identificazione” a favore della sua “identità” psichica femminile. La risoluzione è prospera, anzi ottima e feconda, più di quanto prospettato dalla stessa Giovanna, quasi una sistemazione idilliaca nell’angolo migliore del suo cuoricino di figlia devota e riconoscente. L’entusiasmo e il fascino non mancano in questo esordio del sogno a conferma di una buona disposizione al benessere psicofisico.
Vediamo i simboli.
“L’aereo” è il classico recipiente che rievoca il grembo materno sublimato e quella dipendenza psichica resa accettabile dal vario interesse che può venire a una figlia.
Attenzione all’ingombro e alle dimensioni della madre!
Il “volo” condensa il processo psichico difensivo della “sublimazione della libido”. Giovanna ha risolto le competizioni edipiche con la madre e ha composto nel modo più dignitoso il desiderio del padre per adire al migliore equilibrio psicofisico possibile.
“Gli altri passeggeri” rappresentano la condivisione del “mal comune” di avere una madre, un fattore che diventa un “mezzo gaudio” quando esiste il contorno di alleati, i “passeggeri”, che consente di portare avanti il sogno senza turbolenze atmosferiche, visto che siamo in volo. Tecnicamente “gli altri passeggeri” sono un rafforzamento psichico, nonché una difensiva “traslazione”.
“Atterrare” significa prendere realtà e concretezza, riconciliarsi con la madre concreta, quella in carne e ossa, quella tutta ciccia e tutta tette, e riconoscerla nelle sue componenti materiali e pragmatiche. Si tratta del meccanismo psichico di difesa della “materializzazione”, uno strumento psichico di cui poco si parla nella nostra cultura a causa della sua base teosofica.
Il “posto meraviglioso” è proprio quel dato oggettivo da amare e “degno di essere visto”. La simbologia e l’etimologia di “meraviglioso” coincidono nell’affetto e nella concretezza di un vissuto consapevole e attraente. Il “posto” è chiaramente un luogo psichico, la “condensazione” di emozioni e sentimenti realmente vissuti. Evoca l’utopia che etimologicamente si traduce “dov’è il posto” o il “non posto” o il “posto inesistente”: vedi “Utopia” di Tommaso Moro, scritto nel lontano 1516.
“Spiaggia bianca e mare cristallino” condensano l’idealizzazione retorica di una realtà psichica in atto che si sposa con le profondità misteriose della vita psichica, uno stato ideale e concreto, innocente e privo di sensi di colpa.
Questa è la soluzione psichica dettata dall’istanza pulsionale “Es”, dal desiderio e dal sentimento di Giovanna.
Questa è “utopia”?
Decisamente no, perché è un vissuto, un dato psichico.

“Ma ci sono delle turbolenze, così il comandante è costretto a dirottare l’aereo.”

Giovanna si accorge che la relazione con la madre non è poi andata così a buon fine come l’aveva idealizzata e scopre che il riconoscimento della madre reale non è così spedito come nei suoi desideri. Persistono dei conflitti nelle modalità di risolvere gli strascichi della “posizione edipica”. Non è poi tutto oro quel che brilla. A un’ottima e gratificante risoluzione del rapporto con la madre subentra una drammatica dialettica di contrasti e di ambivalenze.
Subentra un “comandante” e una costrizione al dirottamento che impongono una soluzione ispirata al senso morale e al “principio del dovere”.
Se in precedenza la risoluzione era di pertinenza “Es”, questa è dettata dall’istanza morale “Super-Io”.
Vediamo e discutiamo i simboli.
Le “turbolenze” rappresentano gli sconquassi emotivi e gli affanni sentimentali, non certo irreparabili e incomponibili, che accompagnano la vita psichica di una figlia che visita i “fantasmi” elaborati e dedicati alla madre.
“Il comandante” dell’aereo non è il marito o il padre reali, ma è il padre introiettato da Giovanna sotto forma dell’istanza psichica “Super-Io”, quella che assegna il compito morale e stabilisce il senso del limite. In tante turbolenze emotive il “Super-Io” offre la sua soluzione in riguardo al conflitto con la figura materna.
“Costretto a dirottare l’aereo” esige che la soluzione “meravigliosa” non è possibile ed è “utopia”. Esiste anche la soluzione ispirata al senso del dovere, sempre in riguardo alla madre, “l’aereo” per l’appunto. “Dirottare” rappresenta un’emergenza psicologica a cui far fronte e un derogare dalla norma precedente, quella basata sul “principio del piacere”, per convergere sul drammatico “dovere”. Il comandamento prescrive “onora la madre”.

“Alcuni passeggeri si lanciano con il paracadute, mentre io rimango.”

Giovanna in sogno ha proposto a se stessa le soluzioni del “piacere” e del “dovere” e anche quelle del distacco pericoloso e depressivo, della caduta “con il paracadute”. Giovanna sceglie di non separarsi in maniera traumatica, ma di restare con la madre e con le dipendenze che, tutto sommato, non sono poi da buttar via: quella “sindrome di convenienza” di cui parlano gli psichiatri quando non sanno che pesci pigliare. Giovanna poteva separarsi dalla madre in maniera traumatica perdendola di brutto, ma ha preferito andare in progressione e secondo il “principio di realtà”, senza il “dovere” e senza il “piacere” e con tutti i vantaggi e gli svantaggi del caso.
Decodifichiamo i simboli.
I “passeggeri” rappresentano i rafforzamenti e gli alleati su cui “proiettare” la sua possibilità di risolvere la problematica materna attraverso il distacco della caduta traumatica.
Il “paracadute” attenua il trauma del distacco dalla madre e significa l’uso di un “meccanismo psichico di compensazione” nel suo procedere dall’alto verso il basso, nel progressivo passaggio dal “processo di sublimazione” al “processo di materializzazione”, dal cielo alla terra, dal desiderio alla concretezza. Il “paracadute” è chiaramente un antidepressivo e, come tutti i farmaci, lavora sulle tensioni ma non risolve i conflitti psichici.
“Io rimango” attesta della soluzione dell’Io che permane nella relazione con la madre senza traumi e senza violenze, con le annesse dipendenze ma con la consapevolezza di non avere fatto una scelta di piena autonomia. “Io rimango” si traduce in termini psicodinamici “stallo”, il “rimango” con riduzione dell’evoluzione al minimo consentito dalla legge sull’equilibrio di Giovanna. La consapevolezza esclude la pericolosa “negazione” dello sviluppo e il permanere in stato di minorità psichica.

“L’aereo allora atterra, ma non su una vera pista d’atterraggio, si tratta di una strada deserta, come abbandonata, circondata da una fitta vegetazione.”

La soluzione dell’Io di “razionalizzare” la dipendenza dalla madre avviene dopo la dismissione della “sublimazione” con una visita alla madre concreta e reale. Ma questa soluzione e questa realtà psichiche comportano il senso della solitudine, dell’abbandono insieme allo struggimento e al tormento. Giovanna ha paura di non essere in grado di vivere bene questo realistico distacco dalla madre.
Decodifichiamo.
“La vera pista d’atterraggio” è la normale concretizzazione della relazione con la madre e la normale evoluzione razionale di un rapporto basato sulla concretezza.
La “strada deserta” rappresenta una soluzione affettivamente arida e a rischio solitudine e isolamento.
“Abbandonata” si spiega da sé. Giovanna proietta quello che sente dentro.
“Circondata da una fitta vegetazione” equivale ai mille tormenti che assalgono attraverso i mille pensieri e le mille preoccupazioni, gli affanni legati all’assenza della madre e alla rottura della simbiosi. La dipendenza non è poi la fine del mondo perché Giovanna non è pronta per vivere la sua autonomia psichica.

“Mi guardo intorno e vedo allora le rovine mortali di un aereo precipitato.”

Giovanna opera una prima poderosa presa di coscienza di questa scelta di dipendenza dalla madre e rievoca con terrore la soluzione “dell’aereo precipitato”, quella dell’Es: “uccidi la madre” dal momento che non sai onorarla e non sai riconoscerla. La risoluzione della “posizione edipica” comportava per Giovanna “le rovine mortali” di un odio mortifero e di una violenza istintiva, nonché l’essere successivamente divorata dall’espiazione dei sensi di colpa attraverso una serie di sintomi nevrotici ad alto tasso di somatizzazione. Secondo Freud dalla mancata soluzione del conflitto con la madre e il padre conseguono soltanto psiconevrosi e si escludono danni psicotici, ma certo che la degenerazione dei sintomi si approssima a uno stato limite conclamato. Le “rovine mortali” confermano la rottura violenta della simbiosi e l’avvento di un “fantasma di morte” sotto forma di una consistente depressione da perdita e da colpa.
“Mi guardo intorno e vedo” equivale al massimo della consapevolezza, all’esaltazione della visione razionale e della deliberazione che serve per decidere, alla chiarezza mentale che Giovanna ricava dalla presa di coscienza.
“Le rovine mortali” sono un originale conio semantico e poetico, versi degni del Foscolo dei “Sonetti” in cerca delle giuste “illusioni”. I termini sono pessimistici e peggiorativi di uno stato di per se stesso drammatico. Il concetto di “rovina” e di “mortale” rievoca l’animazione mancata di un corpo vivente e non di pietre tombali definibili “sepolcri”, a testimonianza dell’uso spontaneo dei meccanismi poetici dei “processi primari”. La creatività non manca nei simboli dell’Immaginazione e nelle metafore della Fantasia. Al di là della costruzione poetica è degno di rilievo il “fantasma” ultra depressivo di morte, con raddoppiamento della perdita e del distacco, qualora Giovanna avesse usato con la madre una strategia di distacco particolarmente audace e ardita.
“Aereo precipitato” si tratta della soluzione traumatica della “posizione edipica”, la figlia che uccide la madre dopo averla aggredita secondo le coordinate psichiche dell’istanza pulsionale “Es”. Negare la madre e persistere nel rifiuto portano alla vittoria della solitudine sulla pretesa illusione di autonomia.

“Tra me e me allora penso “almeno mi sono salvata”.”

La continua presenza dell’Io pensante e riflessivo di Giovanna testimonia del travaglio riservato alla risoluzione della relazione con la madre, “posizione edipica”, alla ricerca di un esito non traumatico e desolante. Giovanna può affermare alla fine del suo sogno che è rimasta impaniata nell’edipico e che ha stabilito con la madre una relazione di dipendenza compatibile con il suo amor proprio senza andare in depressione: “almeno mi sono salvata”, almeno mi sono conservata e preservata da rischi pesanti.
“Tra me e me” significa introspezione riflessiva. Dopo aver elaborato i dati della questione, Giovanna opera un movimento di ritorno con la contorsione di una buona atleta che si è giostrata tra Scilla e Cariddi, tra l’amore e l’odio nei riguardi della figura materna.
“Penso” appartiene all’attività dell’Io e riguarda la funzione razionale, latino “puto”, stimare e valutare come operazioni propedeutiche alla presa di coscienza.
“Almeno mi sono salvata” si traduce “almeno mi sono conservata e tutelata” dalla desolazione psichica tramite la presa di coscienza della soluzione edipica migliore possibile. Del resto, la relazione con la madre non deve essere risolta nella maniera classica del riconoscimento. Spesso basta la consapevolezza della dominanza della figura materna e del bisogno di lei per un equilibrio psicofisico in divenire.
Questo è quanto.

PSICODINAMICA

Il sogno di Giovanna sviluppa in termini progressivi e ordinati la psicodinamica in riguardo alla relazione con la madre all’interno della “posizione edipica”. In particolare evidenzia il desiderio, la paura e la realtà del “come è andata”. All’uopo propone tre soluzioni: quelle dell’Es, dell’Io e del Super-Io: la pulsione a uccidere, la consapevolezza di una dipendenza possibile e compatibile con la sua autonomia, il senso del dovere e del rispetto. I tre aerei presentano le tre soluzioni del conflitto con la figura materna, ma Giovanna predilige e realizza la seconda: la consapevolezza di una dipendenza possibile e compatibile con la sua autonomia.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Giovanna evidenzia nettamente l’azione delle tre istanze psichiche “Io”, “Es” e “Super-Io”.
La funzione vigilante, razionale e basata sul “principio di realtà” dell’Io si manifesta in maniera inequivocabile in “Mi guardo intorno e vedo” e in “Tra me e me allora penso”.
La funzione pulsionale e basata sul “principio del piacere” dell’Es (rappresentazione dell’istinto) si mostra chiaramente in “Ma ci sono delle turbolenze” e in “strada deserta, come abbandonata, circondata da una fitta vegetazione.” e in “le rovine mortali di un aereo precipitato”.
La funzione limitante, morale e basata sul “principio del dovere” di kantiana memoria del “Super-Io” si palesa in “il comandante è costretto a dirottare l’aereo”.
In riguardo alle “posizioni psichiche” emerse nel sogno di Giovanna si evince con chiarezza che la “posizione edipica” è dominante e, nello specifico, si evidenzia in “Sono in volo su un aereo” e in “dirottare l’aereo” e in “io rimango” e in “L’aereo allora atterra”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa dall’angoscia presenti nel sogno di Giovanna sono i seguenti:
la “condensazione” in “aereo” e in “posto meraviglioso” e in “una strada deserta, come abbandonata, circondata da una fitta vegetazione” e in “rovine mortali” e in “aereo precipitato”,
lo “spostamento” in “passeggeri” e in “il comandante è costretto a dirottare l’aereo”,
la “proiezione” in passeggeri” e in “abbandonata”,
la “idealizzazione” in “spiaggia bianca e mare cristallino”,
la “figurabilità” in “posto meraviglioso con spiaggia bianca e mare cristallino” e in “rovine mortali di un aereo precipitato.”
Nel sogno di Giovanna agisce il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” in “Sono in volo”, così come il processo della “materializzazione” in “atterrare”.
Il processo psichico di difesa della “regressione” si presenta nella funzione onirica ripristinando allucinazione e azione al posto dell’esercizio normale dei sensi e del pensiero.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Giovanna evidenzia un tratto edipico dominante all’interno di una “organizzazione psichica orale” caratterizzata dalla consapevolezza di una dipendenza accettabile dalla madre. L’affettività si coniuga con l’autonomia in una forma di composizione, più che risoluzione, edipica.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Giovanna forma le seguenti figure retoriche:
la “metafora” o relazione di somiglianza in “aereo”e in “paracadute” e in “fitta vegetazione”,
la metonimia o relazione di senso logico in “volo” e in “atterrare” e in “comandante” e in “dirottare” e in “almeno mi sono salvata”,
la “sineddoche” o parte per il tutto e viceversa in “spiaggia bianca e mare cristallino”,
la “enfasi” o forza espressiva in “le rovine mortali di un aereo precipitato”.
Il sogno di Giovanna coniuga il racconto con il simbolismo in maniera distribuita e non eccelle in creatività poetica.

DIAGNOSI

La diagnosi dice chiaramente di una specifica soluzione edipica: dipendenza dalla madre ben razionalizzata e ben compensata al punto che si può benissimo affermare che la risoluzione è pragmatica e frutto di un’abile composizione dell’Io tra spinte dell’Es e controspinte del Super-Io.

PROGNOSI

Giovanna deve far perno sulla sua abilità psichica a comporre e a mediare per evitare l’insorgere del rimosso e la dittatura del dovere, le ansie dell’autonomia e le angosce della solitudine, nonché le imposizioni e le prescrizioni morali. La metafora del progressivo “camminare” nell’esistenza, usata dalla mia collega, è azzeccatissima. Mantenere l’equilibrio affettivo distribuendo gli investimenti di “libido” è un progetto importante.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi edipica, isterica o fobico ossessiva o depressiva, nel caso di un aumento della dipendenza dalla figura materna, magari in un momento di crisi affettiva. All’uopo Giovanna deve ben valutare il riverbero delle delusioni affettive.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Giovanna è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Il simbolismo prevale di gran lunga sul fattore narrativo.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Giovanna, “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta in una riflessione sulla relazione con la madre o in un incontro fortuito con figure affettivamente simili.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Giovanna coniuga il dramma con l’avventura secondo una formula di pacatezza. La compresenza di una vita in vacanza e di una vita tra rovine mortali non producono lo sconcerto che meriterebbero.

REM – NONREM

Il sogno di Giovanna si è svolto nella fase seconda del sonno REM alla luce del forte simbolismo e delle implicite emozioni.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

Al di là del generale coinvolgimento dei sensi, Giovanna allucina in sogno espressamente la “vista” in “mi guardo intorno e vedo”.
La cospirazione dei sensi si manifesta nel senso della stabilità in “sono in volo” e in “atterra” e in “rimango”.
Per il resto, il sogno di Giovanna presenta sensazioni semplici ed emozioni lineari, un prodotto decisamente ben calibrato e, di certo, non esagerato.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività o l’oggettività, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Giovanna, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque” in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Giovanna, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “2” a causa della chiara simbologia e della evidente psicodinamica.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo aver letto attentamente il sogno di Giovanna nella versione della dottoressa Cianchelli, Lost”, e nella mia versione, L’aereo…”.

Domanda
Più che una domanda faccio una valutazione. La decodificazione della sua collega è da “dottoressa”, mentre la sua è da “professore”.

Risposta
Pienamente d’accordo.

Domanda
Per me è stato sorprendente che dite quasi le stesse cose in maniera diversa. La dottoressa è più sintetica e più precisa, mentre lei è, a volte, vago e generico anche se dice tante cose.

Risposta
E’ proprio vero. Condivido.

Domanda
Ma siete sicuri che l’aereo è proprio il simbolo della madre?

Risposta
Del grembo sicuramente. L’aereo è un buon contenitore attrezzato per tutte le acrobazie psicofisiche.

Domanda
Ma esiste una sola scuola per interpretare i sogni?

Risposta
Certamente no. Lo studio dei simboli è antichissimo come l’uomo che lo ha elaborato e naturalmente applicato. Si tratta dei “processi primari” basati sui meccanismi della condensazione, dello spostamento, della simbolizzazione, della drammatizzazione, della rappresentazione per l’opposto e della figurabilità.

Domanda
Appartenete alla stessa scuola?

Risposta
Non lo so e non saprei dire, ma dall’interpretazione del sogno di Giovanna si nota una forte vicinanza.

Domanda
Il sogno usa i simboli, ma spesso nell’interpretazione usate altri simboli. Mi ha colpito un casino la dottoressa Cianchelli quando conclude il suo lavoro dicendo che “Tra il volo e lo schianto, c’è forse da imparare a camminare.” Introduce il simbolo del camminare. E’ vero?

Risposta
Verissimo! L’arte della parola è un linguaggio e quello dei simboli è arte.

Domanda
Mi spiega meglio?

Risposta
La lingua italiana è un insieme di parole, il vocabolario, un insieme di segni grafici e fonetici che includono sensi e significati. Quando il senso lo dai tu, come nel sogno, e vai al di là del significato comune per esprimere i tuoi vissuti, allora stai creando e sei il poeta di te stesso, ti stai esprimendo per simboli. Questi ultimi sono personali e soggettivi o collettivi e oggettivi. La decodificazione del sogno si basa su questi ultimi. Per intervenire sui primi, i simboli soggettivi, è necessario interpretare il sogno sul lettino dello psicoanalista e procedere con certosina pazienza.

Domanda
Discorso complicato. Ma come affronta lei l’interpretazione di un sogno che le è arrivato da persone che non conosce?

Risposta
Lo leggo e lo lascio depositare. Quando mi sveglio di notte, rifletto e immancabilmente mi riaddormento. Quando lo riprendo, butto giù la bozza interpretativa e poi lo rivedo e lo compongo. Le migliori intuizioni sui simboli e sulle psicodinamiche avvengono di notte. Non a caso si chiama “contenuto latente” e io lo cerco e lo trovo al buio.

Domanda
Giovanna la mandiamo in terapia?

Risposta
A me sembra chiaro che Giovanna ha potuto fare questo sogno perché si è lasciata seguire nella conoscenza di se stessa. Il suo sogno è il monumento alla sua psicoterapia. Ha sognato con chiarezza simbolica quello che ha vissuto nel corso della sua esperienza analitica.

Domanda
Ma che madre ha avuto Giovanna?

Risposta
Una madre normalissima, come tante che affollano le nostre strade e i nostri cammini. La bambina si è tanto legata e ha fatto fatica a staccarsi secondo i suoi bisogni.

Domanda
E dei bisogni delle madri cosa mi dice?

Risposta

Esiste una categoria di madri che fatica a riconoscere i figli come altro da sé e che non tagliano il cordone ombelicale psichico nel tempo giusto. Le madri possessive hanno una storia psichica contraddistinta da forti bisogni affettivi e proiettano sui figli quello che hanno desiderato per loro e che non hanno ricevuto. Sono donne che hanno composto la relazione con i loro genitori, “posizione edipica”, mantenendo una vena carismatica verso il padre e assumendola sulle spalle: matriarcato.

Domanda
Accetta altri collaboratori?

Risposta
A braccia aperte, sia per il confronto e l’approfondimento e sia perché ho più tempo per lavorare in campagna e andare al mare.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il brano scelto tratta la risoluzione della psicodinamica edipica, la relazione conflittuale con i genitori, questa tappa fondamentale nella formazione della “organizzazione psichica reattiva”, carattere o personalità.
Evidenzia, inoltre, come si può “concludere” la psicoterapia di un conflitto psicosomatico molto tosto.
Si può capire qualcosa soltanto leggendolo.

IO SONO IL MIO SIMBOLO

Ho ancora paura d’invecchiare.
Sono sempre stata morbosamente attratta dagli anziani e dalla loro precaria condizione.
E’ terribile subire di giorno in giorno l’inesorabile degrado del corpo, la progressiva flaccidezza dei muscoli, la traumatica fragilità delle ossa, le dolorose disfunzioni dei vari organi, la sconcertante caduta della vitalità, il macabro rattrappirsi della pelle e tutti quei penosi fenomeni dell’invecchiamento che si evolvono naturalmente in una putrida decomposizione.
Eppure questa è la vita e la morte, questo è il ciclo biologico che ruota insieme al sole, ai pianeti, ai satelliti, alle comete e alle galassie, questa è l’aria, questa è la terra, questa è l’acqua, questo è il fuoco di ogni essere vivente e in questa sublime cornice ci sono anch’io: questa sono io.
Uccidono ancora oggi le infami parole che la fantasia malata dell’uomo di quel tempo aveva messo in bocca al suo padreterno dopo il peccato originale in condanna dell’ingenuo Adamo e dimentico dell’infelice Eva: “…ritornerai alla terra… perché tu sei polvere e in polvere ritornerai.”
Che uomo !
E che padreterno !
Entrambi micidiali anche per un elefante nano e adulto.
Quella “terra” non era la prospera dea “madre” della mitologia greca, ma il tragico risultato di un’orrenda metamorfosi.
Che padre perverso e crudele la fantasia umana, incalzata dall’angoscia della fine, aveva partorito con l’aiuto di una fredda ostetrica chiamata “morte” !
Che figlio vanaglorioso e vulnerabile la fantasia umana, incalzata dall’angoscia della morte, aveva partorito senza l’amor proprio e senza l’amorosa coscienza della propria realtà !
Queste orrende elaborazioni poggiavano su un pessimistico vissuto del corpo e della natura biologica ed erano le fantasie di un uomo che nel massimo momento di esaltazione schizofrenica si faceva figlio di Dio per occultare la sua disperazione di fronte alla presunta ineluttabilità del nulla.
Altro che eterno ritorno o vita eterna !
Eppure queste squallide creazioni umane sono ancora in circolazione, legate a filo doppio con l’angusta concezione di una materia deperibile e con l’ingenuo desiderio di un paradiso gratificante; queste fantasie perverse continuano a volare elegantemente nel cielo come l’aquila alla ricerca del picco più alto per il suo caldo nido o continuano a razzolare goffamente nel fango come la gallina nella speranza di beccare un altro verme per le sue preziose uova.
Del resto, finché l’uomo persisterà nell’alienazione e nella svendita di se stesso per risolvere l’angoscia della vita e della morte e si lascerà convincere dalla prima offerta di un “al di là” nei truffaldini mercati del centro e della periferia, la salute mentale e la civiltà ne soffriranno e prospereranno soltanto le industrie delle onoranze funebri, le multinazionali delle chiese, la borsa valori del sacro, gli studi dei cuculi e i covi satanici.
L’uomo deve cogliere il suo vero essere nel corpo e nell’ ”al di qua” senza vivere la vita e la vecchiaia con il terrore di un’anticamera della morte.
Il vecchio uomo derelitto si guardava ogni mattina allo specchio, scopriva i tragici segni del tempo sulla sua carne e imparava a leggerli senza avvertire il bisogno di apprendere da un vero semiologo la giusta arte dell’interpretazione.
Incalzato dall’angoscia della morte questo povero prestigiatore tirava fuori dal suo cilindro una decodificazione funesta con la stessa abilità di Umberto Eco durante una lezione sui segni di un’immagine pubblicitaria o di un cartello stradale.
Quest’uomo allo specchio si accorgeva dalla pelle che il tempo aveva insultato e costantemente offeso il suo corpo e che a nulla era valso l’aver scritto un elogio della vecchiaia e della morte sotto forma di consolazione.
Il dramma, più o meno lungo, della sua vita era stato inciso con il bulino dall’invidioso tempo sulle colorate pagine della sua pelle; in esse era disegnata l’orribile mappa di un doloroso viatico.
Quest’uomo allo specchio poteva anche affermare che la sua vita era stata contrassegnata dalla felicità più intensa e che aveva dichiarato regolarmente al fisco la sua sfrenata gioia di vivere, ma adesso era costretto a prendere atto che l’insulto del tempo non aveva risparmiato il suo corpo, che era invecchiato secondo le leggi di una maledetta natura e che non poteva disdire l’ultimo fatale viaggio.
Era sempre un uomo angosciato alla ricerca di una qualsiasi Samarcanda.
Era sempre un povero prestigiatore licenziato anche dal circo più sgangherato della periferia emiliana.
Lo specchio era stato l’ambasciatore che non portava pena e il testimone della sua pretesa e illusoria caduta dal cielo, quel cielo tanto invidiato a quei miseri e umili fratelli che non si erano mai ribellati al Padre e alla Madre, a Dio.
La tanto agognata natura immortale risaliva a stolti progenitori ammalati di onnipotenza e mai abbastanza ebbri dell’illusione di sopravvivere.
Ma anche questa orribile farsa appartiene fortunatamente al mio passato.
La voce adesso risuona dentro di me: “devi riconoscere le tue radici !”
Ecco il vero comandamento: “riconosci il Padre e la Madre”.
“Quale erede di questi corpi e di queste figure ricordati che nel cielo non ci sono più i tuoi desideri che attendono di cadere sulla terra per realizzarsi, ma soltanto le tue illusioni e le tue angosce che attendono di dissolversi nello spazio infinito o di essere risucchiate in un personale big-bang.”
Lo specchio mi ha dato finalmente l’immagine di un corpo reale e di una mente originale, mi ha offerto la coscienza della loro completezza, mi ha regalato il senso della loro bellezza: la mia creatività simbolica.
Da bambina, come un selvaggio, avevo una tremenda paura del suo riflesso e mi atterriva la visione di un altro me stesso che stava di là e di un altro me stesso che stava di qua.
Allora io dov’ero ?
Io ero la bella addormentata nel bosco e giacevo nella pietosa e rassicurante culla di un orfanotrofio.
A questo punto era necessario raccattarmi frammento per frammento come un coccio infranto e ricucirmi pezza per pezza come un sacco rotto, ma avevo finalmente capito che io ero questa qui e stavo solamente di qua.
In passato come Orfeo abbracciavo la mia ombra e mi disperavo quando le braccia stringevano il vuoto al mio petto; allora non ero in grado di porre a me stessa neanche un mitico “chi sono”.
E nello scorrere inesorabile di un tempo galantuomo ho cominciato a spezzare le catene della schiavitù, a liberarmi dalle ambiguità della dipendenza, a emergere come soggetto e ad amarmi come persona, mediando la realtà del mio corpo con la realtà della sua immagine, integrando il corpo concreto con il corpo vissuto e tutto sempre all’ombra di un profondo amor proprio.
E il corpo tabù ?
E’ finito nel cesso con le mie contrastate cacchine.
Il mio corpo e la mia mente hanno finalmente conquistato le grazie raffinate di un generoso “hic et nunc” e di un gratificante “aquì y ahora”.
Con la benefica compiacenza della vera fantasia il mio corpo si è anche fatto simbolo ed ha risolto l’angoscia di morire proprio accettando la sua vitalità e scoprendo la sua creatività: adesso io sono il mio fuoco, la mia terra, la mia acqua, la mia aria.
Per tanto tempo sono stata il corpo dei miei genitori e la parola della tradizione; mi ero ridotta al silenzio, ero “senza parola” come una sapida barzelletta dell’inimitabile “settimana enigmistica”, ma adesso posso predicare a me stessa la mia parola perché io riconosco il Padre e la Madre, la Vita e la Morte, il vero Dio.
Domani penserò anche agli altri.
Intanto Eros e Psiche si amano alla grande e si sono trasferiti a Maser nella splendida villa di Andrea Palladio in mezzo alle verdi colline trevigiane e con l’immancabile biglietto da visita nell’atrio, le statue in marmo dedicate da Antonio Canova al loro felice amore.
Edonè è venuto alla luce con un bel fiocco azzurro per la gioia dei genitori, dei nonni e di tutto il vicinato.
Narciso ha finalmente messo giudizio e si comporta da buon semidio; qualcuno giura di averlo visto in intimità con Eco nel boschetto del Montello.
Dioniso si ubriaca di tanto in tanto, ma si sa che questa è la sua naturale trasgressione; per il resto è generoso come sempre, la compagnia femminile non gli manca e predilige le tettone.
Tanhatos è andato in pensione e le sue ancelle sono rimaste senza lavoro, ma con i benefici della cassa integrazione possono girare vezzose per le vie del centro in cerca di sballo: Lachesi si è rifatta il seno, Cloto ha smaltito la cellulite e Atropo ha scoperto le gioie del sesso.
Le allegre sorelle hanno gettato nel Piave il fuso, lo stame, il metro e la forbice; il solito qualcuno assicura che apriranno una sartoria alla moda in piazza dei Signori a Treviso e con le loro firme il successo è assicurato.

IL DOLORE DEL RITORNO AL PASSATO
E LA GIOIA DEL RITORNO ALLA VITA

Per non morire mai più nella mia vita e per cominciare finalmente a vivere mi sono distesa con cadenza periodica sull’abbozzo di un divano simile a un catafalco.
Il pendolo del tempo ha oscillato con armonia e il rituale profano si è ripetuto per anni secondo i pallidi cicli della bianca luna e in onore al mio nuovo essere femminile.
Il mio navigatore era uno strano cuculo e si chiamava come il vecchio siracusano che a suo tempo mi aveva restituito alla vita chiamando una linda e solerte ambulanza.
Mi ha invitato ad andare a ruota libera con i miei pensieri e a tradurli da aborti di emozioni in rozzi suoni, da rozzi suoni in rudimenti di parole.
Sono andata a ruota libera con i miei pensieri e ho cercato la lingua giusta per il linguaggio del mio corpo e della mia mente.
Ho rivissuto il bisogno di potere e l’angoscia di morte, ho vissuto il progressivo “sapere di me” e il dolore per quei tanti qualcosa di mio che non avevo gustato semplicemente perché non ero riuscita a dar loro la vita, ho imparato il fare simbolico e ho assistito al morire della morte.
In questi esotici viaggi sono stata sempre protetta da una stanza bianca e sono stata seguita dai poster della necropoli di Pantalica, del teatro greco di Siracusa, di un balcone barocco con inferriata araba, della fonte Aretusa con il papiro egiziano, del tempio greco di Athena adattato in cattedrale cristiana e di un bambino voglioso che si tocca il pisello.
Sono riuscita a liberare la mia mente, a sentire il mio corpo, a ritrovare la lingua dimenticata e a inventare le parole giuste per il linguaggio di Mara.
Il mio “altro” era nato a Siracusa, non era vecchio e non era giovane, vestiva sempre in doppiopetto grigio senza essere mai elegante.
Del suo viso oggi ricordo soltanto i tratti marcati di uno strano Ulisse.

Salvatore Vallone

Correva l’anno 1987 in quel di Pieve di Soligo.

“LOST”

Questo è il lavoro ricevuto dalla dottoressa Tullia Cianchelli, un prezioso contributo alla ricerca sul sogno.

“LOST”

“Sono in volo su un aereo insieme ad altri passeggeri, e stiamo per atterrare su un posto meraviglioso, con spiaggia bianca e mare cristallino. Ma ci sono delle turbolenze, così il comandante è costretto a dirottare l’aereo. Alcuni passeggeri si lanciano con il paracadute, mentre io rimango. L’aereo allora atterra, ma non su una vera pista d’atterraggio, si tratta di una strada deserta, come abbandonata, circondata da una fitta vegetazione. Mi guardo intorno e vedo allora le rovine mortali di un aereo precipitato. Tra me e me allora penso “almeno mi sono salvata”.
Giovanna

Ho scelto di intitolare il sogno di Giovanna “Lost”, in omaggio alla famosa serie televisiva, esempio emblematico di quel senso di perdita, di precarietà, di instabilità del senso della speranza, che dilaga nel nostro tempo, e nel sogno di Giovanna in primis, e che ci rappresenta tutti come naufraghi, superstiti, in bilico tra perdita di senso e bisogno di riorganizzazione.
Colpisce nel sogno infatti la rappresentazione di scenari opposti, raffigurati nelle loro qualità estetiche più estreme ai fini del processo simbolico in atto. Paesaggi paradisiaci, veri e propri giardini dell’eden investiti di luce e colori sgargianti, cedono il posto ad ambientazioni desolanti, dimenticate dal Dio della Genesi, dove ogni cosa parla di morte e di abbandono.
Come ci è finita Giovanna?
Seguiamo allora la processualità onirica.
Giovanna sogna di essere in volo su un aereo insieme ad altri passeggeri. Stanno per atterrare su un posto meraviglioso, con spiaggia bianca e mare cristallino.
Se l’aereo contenente passeggeri al suo interno rappresenta simbolicamente il grembo materno, il contenitore primario, l’ambiente uterino protettivo alla radice della vita biologica e psichica, Giovanna sente di permanere in una condizione di dipendenza fusiva con la madre stessa, dove l’angoscia abbandonica, col suo corredo di fantasie arcaiche dell’essere “gettati nel mondo”, possa essere controllata mediante l’assunzione di una posizione di passività ad oltranza rispetto al seno, così come attraverso l’idealizzazione di uno stato di unione e sicurezza del quale si prova nostalgia, a prescindere dalla qualità effettiva delle cure ricevute.
Giovanna vorrebbe altresì che la risoluzione della dipendenza, e dunque la conquista dell’emancipazione e dell’autonomia psichica avvenisse senza strappi né turbamenti (il posto meraviglioso), in continuità con lo stato paradisiaco perduto, ma è qui che il processo onirico inserisce il primo colpo di scena, il ritorno del rimosso: le turbolenze.
Giovanna cioè ha tentato di separarsi da una madre ingombrante, ma le resistenze al cambiamento, come difese dall’angoscia, le hanno impedito di assumere una posizione attiva nel processo separativo, di cercare cioè dentro di sé quelle risorse-strumenti di salvataggio (“alcuni passeggeri si lanciano con il paracadute, mentre io rimango”), che la sognatrice sente di dover mettere in campo per evitare lo schianto.
Giovanna vorrebbe in altre parole affidarsi a quelle difese che le permetterebbero di planare dolcemente al suolo senza sfracellarsi, ma il rischio è troppo alto e la liberazione da una dipendenza cieca e mortifera appare ancora impraticabile, per cui rimane ancorata all’universo materno nel bene e nel male. La decisione di restare è presa da quella parte di lei che si sente prigioniera, ostaggio dei suoi oggetti simbiotici e pericolosi al tempo stesso.
Giovanna allora finirà per schiantarsi?
Come risolverà il suo inconscio il terrore dell’annientamento e della disintegrazione, della perdita irreparabile di sé, se sente di non essere stata sostenuta dalla madre nel naturale senso di onnipotenza infantile, nell’ipotesi che Giovanna-bambina ha fatto a suo tempo di essere in grado di soddisfare i suoi bisogni anche da sé?
Ecco allora che il lavoro onirico si fa carico di incombenze esistenziali gravose e compie il suo dovere. L’aereo riesce ad atterrare, Giovanna si vede fuori dal grembo alle prese con scenari interiori complementari, la strada abbandonata e infestata di vegetazione. L’”estasi oceanica”, in una dimensione di estrema pace e di contatto con l’universo, identificata dalle forme acquatiche cristalline, in cui è quasi impossibile trovare qualcosa di negativo nell’esistenza, è ormai perduta; l’incantesimo simbiotico è rotto e svela tutti i chiaroscuri di una maturazione che procede per frustrazioni e senso di realizzazione, senso di perdita e riconciliazioni.
Ma l’’incollamento alla madre come prototipo di un senso illimitato di bontà e ricchezza è sostituito dal suo fantasma negativo, la madre divorante e castrante che bisogna abbattere con violenza, farla precipitare dentro di noi con il suo corredo di morte e devastazione (le rovine mortali di un aereo precipitato), come se in Giovanna dipendenza cieca e fusiva da una parte (soluzione claustrofilica), e sfida onnipotente e distruttiva dall’altra (angoscia claustrofobica) costituiscano i due estremi di una dimensione psichica che la vorrebbe ora passiva ed obbediente, ora odiosa e meritevole di punizione, e pertanto ancora in cerca di una soluzione soggettiva che attinga a ciascuno dei due discorsi la parte sana.
Giovanna si sente ora priva della protezione del vincolo materno, senza alcuna possibilità di rivolgersi ad un oggetto interno protettore ormai distrutto, e avverte un senso di svuotamento (la strada deserta e in stato di abbandono), e di minaccia (la fitta vegetazione come una “selva oscura”). Il cambiamento, cioè, è vissuto come catastrofe, come il crollo del suo Io precedente e di tutta l’organizzazione che vi corrispondeva. Ed ecco il punto centrale del sogno: Giovanna si consola dicendo a sé stessa “almeno mi sono salvata!”.
Ma da cosa?
Ci sta forse dicendo che il senso di perdita e di abbandono è preferibile all’annientamento di sé dentro il fagocitante grembo materno, o che è invece pronta a scambiare la morte con la dipendenza, ovvero che il senso di svuotamento di sé, incapsulato dentro le maglie della dipendenza, rappresenti l’unica possibilità di vita e di salvezza, e che questo lasci sopraggiungere in lei un senso di pace, o almeno di sollievo?
Giovanna è consapevole di tutto questo.
Riuscirà allora, nel suo mondo interno dove la madre è distrutta e dove lo è anche Giovanna, a ricomporre i rottami?
Non resta che incamminarsi.
Tra il volo e lo schianto, c’è forse da imparare a camminare.

dottoressa Tullia Cianchelli

“LE CHIAVI DELL’AUTO”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Sono in una casa che nel sogno è mia, una casa con delle finestre che danno su un precipizio ma con una veduta molto estesa.
Devo uscire con una collega che ha fretta perché deve tornare al lavoro e mi sta aspettando al piano inferiore perché io non trovo le chiavi dell’auto.
Salgo a cercarle e chiudo le finestre che sono però malmesse e non si chiudono bene. Mi preoccupo perché così potrebbero entrare dei malintenzionati.
Dalla finestra vedo arrivare un piccolo aereo che perde quota e cade al suolo vicino a questa mia casa, ma a quanto pare, nessuno si è fatto male.
Mi trovo sempre dentro questa casa nella camera da letto. Non sono sola. Ci sono almeno un paio di persone che si muovono per la stanza… colleghi/e di lavoro.
Un collega, che nella realtà è un uomo mite, con un salto si pone sopra di me che sono semidistesa sul letto vestita mentre leggo un libro, ma è un metro sopra me. Non mi sfiora nemmeno, è come se fosse sospeso nell’aria ed è sorprendentemente nudo.
Mi si propone in modo baldanzoso perché, dice che ha aspettato tanti anni, ma oggi, che è il suo ultimo giorno di lavoro, (in realtà è in pensione da qualche anno) vuole stare con me.
Io rifiuto questa avance in modo pacato, spiegandogli che non mi sembra il caso che abbia questo atteggiamento con me.
Mi giro verso il comodino per accendere la lampada da lettura, ma la luce non si accende… deve essersi bruciata la lampadina.
Scendo a piano terra e trovo le chiavi dell’auto sopra un tavolino vicino all’ingresso.
Come ho fatto a non vederle!
Era proprio lì che dovevano essere; perché non le ho cercate lì da subito?!
In casa vedo anche i miei genitori, a quel punto esco con la mia collega.”

Il sogno è firmato da Lorena.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Quanta fatica e quanto travaglio per essere padroni delle “chiavi” della propria inestimabile “auto”!
Il sogno di Lorena oscilla tra il “narcisismo fallico” di una donna consapevole del suo potere erotico-sessuale e la “libido genitale” di una donna disposta a stare con un uomo senza dimenticare a casa il suddetto potere.
Ho scelto il titolo simbolico suggerito dal sogno, “le chiavi dell’auto”, ma potevo decodificarlo e titolarlo “padrona della mia sessualità” dal momento che “l’auto” condensa la sessualità e le “chiavi” rappresentano il potere fallico-narcisistico della donna consapevole del suo status psichico.
Le “chiavi dell’auto” coniugano la “posizione fallico-narcisistica” e la “posizione genitale”, l’amor proprio nel privato e l’autostima nel sociale, la masturbazione solipsistica e l’amplesso sessuale con un uomo.
Nel bel mezzo di questa sana evoluzione si presentano i “genitori” e la “casa” in cui Lorena ha elaborato i “fantasmi” dell’infanzia e dell’adolescenza, ha maturato le tappe della sua “formazione psichica reattiva”.
Il sogno di Lorena è un saggio psicoanalitico che può spiegare in un consesso di “apprendisti stregoni” lo svolgimento della psicodinamica sessuale e della presa di coscienza edipica, quelle che sboccano naturalmente nell’autonomia psicofisica: un sogno da antologia che combina “posizione fallico-narcisistica”, “posizione genitale” e “posizione edipica”.
Ancora una nota non da poco: il sogno di Lorena viaggia tra passato, presente e futuro, snocciola la dimensione temporale con la semplicità della mente dei bambini per approdare alla conferma che la psiche concepisce soltanto un presente consapevole in atto e proteso verso il passato e verso il futuro, un “breve eterno” e una “durata reale” che determinano la coscienza dell’umana esistenza.
Procedo nell’interpretazione del sogno con la buona intenzione di essere chiaro per divulgare al meglio la metodologia psicoanalitica e senza cadere in semplificazioni eccessive.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Sono in una casa che nel sogno è mia, una casa con delle finestre che danno su un precipizio ma con una veduta molto estesa.”

Lorena esordisce con il simbolo di “una casa” sua nel sogno, il simbolo della sua “organizzazione psichica reattiva”, la condensazione della sua struttura storica e culturale, “una casa con delle finestre” che attestano delle relazioni sociali e della disposizione a lasciarsi andare verso gli altri.
Ma ecco che si presenta una prima caratteristica psichica di Lorena: la perdita depressiva e l’angoscia di abbandono in queste “finestre che danno su un precipizio”. Quest’ultimo è un simbolo di caduta e condensa un “fantasma di perdita”, proprio quello classico che i bambini elaborano in riguardo ai genitori e riassumibile nel seguente concetto: “e se non ci fossero la mamma e il papà?”
Si evince che Lorena è regredita in sogno ai suoi cinque anni e ha recuperato l’angoscia d’abbandono contenuta nel “fantasma di morte” e riferita ai suoi genitori. Lorena si trova nella casa della sua infanzia e della sua adolescenza quando immaginava, oltre che il precipizio della solitudine, anche un mondo insieme agli altri e una vita futura sociale, una prospettiva fatta di “una veduta molto estesa”, di ampi spazi psichici da attraversare e da occupare.
Lorena compensa la solitudine con la socialità ed elabora una consapevole prospettiva prossima e raggiungibile, la veduta di un avvenire immaginato e desiderato.

“Devo uscire con una collega che ha fretta perché deve tornare al lavoro e mi sta aspettando al piano inferiore perché io non trovo le chiavi dell’auto.”

Dopo la “regressione” e il ritorno al passato con presente e prospettiva futura, Lorena si offre nel suo presente di donna che lavora e si relaziona “con una collega che ha fretta”. Questa alleata è sempre donna Lorena che lavora e che si relaziona al ritmo frettoloso della vita moderna e del mondo adulto, una dimensione psichica che si trova nel “piano inferiore”. “Lorena adulta” si sta aspettando nella base concreta della sua pragmatica personalità perché ha voluto visitare in sogno la “Lorena bambina”, quella che “non trova le chiavi dell’auto”, quella che non è padrona della sua sessualità, quella che non ha il “potere fallico-narcisistico” e la “libido genitale”. Trattasi di un passaggio simbolico evolutivo che scende dall’alto verso il basso a testimoniare di una materializzazione acquisita dalla bambina nel diventare donna, trattasi di una passaggio dalla “sublimazione della libido” alla concretizzazione della stessa, di un accantonamento della spiritualità a favore del corpo affetto da “ormonella” e da “libido”.

“Salgo a cercarle e chiudo le finestre che sono però malmesse e non si chiudono bene. Mi preoccupo perché così potrebbero entrare dei malintenzionati.”

“Lorena adulta” visita le radici della sua formazione sessuale e le sublima, le depriva della carica erotica e sessuale come una brava bambina: “salgo a cercarle”.
In questa operazione difensiva Lorena si “preoccupa” seriamente soprattutto delle relazioni sociali e “chiude le finestre”, tenta di chiudersi in casa per la paura del coinvolgimento, è una bambina timida, ma per fortuna “le finestre sono malmesse e non si chiudono bene”.
Preoccuparsi ha una radice etimologica di un’anticipata occupazione spaziale della coscienza da parte della Mente con materiale ansiogeno, parla di una difesa preventiva e di un pregiudizio che blocca le esperienze possibili come quelle che toccano il corpo.
Quale paura rischia di diventare angoscia nel teatro psichico di “Lorena bambina”?
La risposta è immediata: “potrebbero entrare dei malintenzionati.”
Cribbio, chi sono costoro?
Malintenzionato è colui che “dirige la coscienza in maniera maldestra”, colui che occupa spazi altrui per fini egoistici. Nell’infanzia i malintenzionati sono sempre individui malevoli e maligni che offendono la purezza dell’infanzia e in una cultura sessuofobica si tratta di offese inferte al corpo erotico. Lorena aveva introiettato dall’ambiente familiari le giuste paure relazionali e le giuste remore a offrirsi agli altri senza senza le opportune cautele. Ai dettami dell’ambiente si sommano le paure della bambina e il gioco è fatto.

“Dalla finestra vedo arrivare un piccolo aereo che perde quota e cade al suolo vicino a questa mia casa, ma a quanto pare, nessuno si è fatto male.”

La madre di Lorena non è così ingombrante, è “un piccolo aereo” che la figlia non è capace di sublimare per cui lo fa cadere e materializzare a suo fianco senza creare alcun danno psicofisico: nessuno si è fatto male.”. Lorena ha ben sistemato la madre dentro di lei nel corso della sua evoluzione psichica.
Si ripresenta il movimento dall’alto verso il basso, classico del portare a realtà la figura materna senza inopportune nobilitazioni sacrali, una mamma in carne e ossa risolta in maniera indolore. Lorena non ha idealizzato la madre, “a quanto pare”, alla luce dei vissuti di oggi, a quanto appare dentro e fuori di lei. Ritorna il gioco spazio-temporale, dal tempo dell’infanzia all’età adulta, dalla conflittualità edipica all’alleanza dell’età adulta.
Tutto questo è accaduto a Lorena “vicino a questa mia casa”, nel suo sistema psichico relazionale.

“Mi trovo sempre dentro questa casa nella camera da letto. Non sono sola. Ci sono almeno un paio di persone che si muovono per la stanza… colleghi/e di lavoro.”

Inizia l’arduo, quanto naturale, itinerario che porta Lorena al ritrovamento delle “chiavi della sua macchina”: il riepilogo della socializzazione e della sessualità, la modulazione delle relazioni a sfondo erotico e sessuale. Lorena parte dalla sua formazione psichica dell’infanzia, “mi trovo dentro questa casa”, e precisa che si trova “nella camera da letto”, il luogo simbolico dell’intimità erotica e sessuale dove giustamente è in fascinosa condivisione: “non sono sola”. Sicuramente è in buona compagnia di se stessa dal momento che non accusa alcuna titubanza o tanto meno angoscia, dal momento che alcune persone “si muovono per la stanza” secondo natura e senza eclatanza. Lorena rievoca in sogno alcune figure importanti della sua vita affettiva e sessuale.

“Un collega, che nella realtà è un uomo mite, con un salto si pone sopra di me che sono semidistesa sul letto vestita mentre leggo un libro, ma è un metro sopra me. Non mi sfiora nemmeno, è come se fosse sospeso nell’aria ed è sorprendentemente nudo.”

Ecco una classica fantasia erotica dell’infanzia!
Ecco Lorena sognante e in balia dei sensi che allucinano la scena del desiderio!
Ecco un amore sublimato, sempre classico dell’infanzia!
Ecco la figura di un collega mite che trasla la figura maschile che affascinava Lorena adolescente!
Il tutto si snoda secondo il gioco dell’andirivieni “passato-presente”, la psicodinamica temporale che governa e contraddistingue questo prodotto psichico di una “Lorena bambina” compiaciuta nel suo libro da leggere e nel mondo adulto da desiderare: “sono semidistesa sul letto vestita mentre leggo un libro”.
La difesa della “sublimazione della libido” è ben espressa nell’essere “un metro sopra di lei” e sospeso nell’aria.
La pulsione erotica è evidente nell’uomo mite e “sorprendentemente nudo” sopra di Lorena.

“Mi si propone in modo baldanzoso perché, dice che ha aspettato tanti anni, ma oggi, che è il suo ultimo giorno di lavoro, (in realtà è in pensione da qualche anno) vuole stare con me.”

L’evoluzione psicofisica ha un prezzo e un travaglio: le emozioni e i desideri che scendono dalle stelle, “de sideribus”, e che si realizzano dopo tanta attesa. Ancora il tempo governa il ritmo onirico di Lorena che ha aspettato tanti anni, ma oggi si è liberata e sa parlare d’amore e sa concretizzarlo in esperienze vissute.
Lorena trasla ancora una volta “se stessa” bambina nella “se stessa” adulta e proietta nel collega la sua mitezza nel desiderare e la sua baldanza nel proporsi e godere.

“Io rifiuto questa avance in modo pacato, spiegandogli che non mi sembra il caso che abbia questo atteggiamento con me.”

La difesa dal coinvolgimento erotico di Lorena è basata sulla “razionalizzazione”, “spiegandogli” ossia “spiegandosi” che certe cose non si devono fare perché, più che essere impossibili, sono impraticabili. “Lorena adulta” mette le barriere razionali per difendersi dai coinvolgimenti improvvidi e sconvolgenti dell’adolescenza.
“Atteggiamento” è simbolica postura psichica, modo di essere desiderante in atto: imbarazzo di Lorena di fronte ai moti del suo corpo e ai voli del suo desiderio.
“Rifiuto” è simbolica alienazione del proprio corredo dei sensi: tutte difese di allora e paure di oggi, sempre secondo l’andata e il ritorno del magico tempo psichico.

“Mi giro verso il comodino per accendere la lampada da lettura, ma la luce non si accende… deve essersi bruciata la lampadina.”

Lorena si trova nel piano superiore della sua casa a rievocare la sua infanzia erotica e desiderante, una serie di vissuti inserita in un sistema pericoloso di relazioni con se stessa e con gli altri. Lorena è costretta a passare dall’adolescenza alla giovinezza e con il trascorrere del tempo è costretta maturare le sue prime prese di coscienze, ad “accendere la lampada da lettura, ma” fortunatamente la ragione lascia spazio ai sensi e alle pulsioni, “la lampadina deve essersi bruciata”.
Lorena ha mantenuto in esercizio ragione ed emozione, non ha ucciso la fantasia e ha continuato a scrivere e a leggere sensualmente i suoi libri, le sue esperienze di vita e di vitalità.

“Scendo a piano terra e trovo le chiavi dell’auto sopra un tavolino vicino all’ingresso.”

Evviva la concretezza!
Lorena si sveglia dal tormento incantato dei sensi durante l’adolescenza e “scende a piano terra”, punta da donna alla consapevolezza della sua “libido fallico- narcisistica” per poi passare all’esercizio del potere seduttivo ed erotico, “le chiavi dell’auto” che necessariamente per la simbologia del sogno devono trovarsi in basso e “all’ingresso”, prima di uscire nel mondo sociale e adulto. Acquisita la consapevolezza, donna Lorena è pronta a investire la sua “libido genitale”.

“Come ho fatto a non vederle! Era proprio lì che dovevano essere; perché non le ho cercate lì da subito?!

La coscienza di sé” ha i suoi tempi e richiede una giusta valutazione dell’Io, un’adeguata acquisizione della sintesi tra senso e ragione. Ogni tempo ha i suoi occhi e le sue consapevolezze, le sue viste e le sue vedute, i suoi desideri e le sue ambizioni.
“Ogni cosa al suo posto e il suo posto a ogni cosa” recitava e recita ancora una benemerita iscrizione nel muro dell’officina di un contadino ordinato: “Era proprio lì che dovevano essere;”.

“In casa vedo anche i miei genitori, a quel punto esco con la mia collega.”

Molto bello e molto umano questo passaggio conclusivo di un sogno intenso e pacato, a conferma dei tanti conflitti vissuti e risolti, le classiche psicodinamiche familiari e relazionali. Lorena esce di casa congedandosi dai suoi genitori senza recriminazioni perché è arrivata “a quel punto”, il punto giusto della sua autonomia psichica.
Buon viaggio, Lorena, nel cammino della tua vita!
Ah, dimenticavo!
“La mia collega” è l’immagine ideale e il rafforzamento dell’immagine di sé.

PSICODINAMICA

Come ho detto in precedenza, il sogno di Lorena è un breve saggio psicoanalitico che può spiegare in un consesso di strizzacervelli lo svolgimento della psicodinamica sessuale e della presa di coscienza edipica, quelle che sboccano naturalmente nell’autonomia: un sogno da antologia che combina “posizione fallico-narcisistica”, “posizione genitale” e “posizione edipica”.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Lorena usa le istanze psichiche “Io”, “Es” e “Super-Io”.
La vigilanza razionale “Io” si manifesta in “sono” e “devo” e “salgo” e “vedo” e “mi trovo” e “io rifiuto” e “mi giro” e “scendo”.
La pulsionalità Es” è evidente in “con delle finestre che danno su un precipizio” e “io non trovo le chiavi dell’auto.” e “un piccolo aereo che perde quota e cade al suolo” e “nella camera da letto. Non sono sola.” e “con un salto si pone sopra di me” e “come se fosse sospeso nell’aria ed è sorprendentemente nudo.” e “la luce non si accende… deve essersi bruciata la lampadina”.
La censura morale limitante “Super-Io” si manifesta in “Io rifiuto questa avance”.
La posizione psichica “fallico-narcisistica” si mostra in “ io non trovo le chiavi dell’auto.”
La posizione psichica “genitale” si riscontra in “trovo le chiavi dell’auto sopra un tavolino vicino all’ingresso” e “a quel punto esco con la mia collega.”
La posizione psichica “edipica” si evidenzia in “Dalla finestra vedo arrivare un piccolo aereo che perde quota e cade al suolo vicino a questa mia casa, ma a quanto pare, nessuno si è fatto male” e in “In casa vedo anche i miei genitori,”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Lorena usa i seguenti meccanismi e processi psichici di difesa dall’angoscia:
la “condensazione” in “casa” e “finestre” e “precipizio” e “chiavi dell’auto” e “piccolo aereo” e “sopra di me” e “stare con me” e in altro,
lo “spostamento” in “camera da letto” e “malintenzionati” e “accendere la lampada” e “bruciata la lampadina” e in altro,
la “figurabilità” in “una casa con delle finestre che danno su un precipizio ma con una veduta molto estesa.” e “Dalla finestra vedo arrivare un piccolo aereo che perde quota e cade al suolo vicino a questa mia casa,” e “con un salto si pone sopra di me che sono semidistesa sul letto vestita mentre leggo un libro, ma è un metro sopra me” e “In casa vedo anche i miei genitori, a quel punto esco con la mia collega.”,
la “drammatizzazione” in “Mi si propone in modo baldanzoso” e “Come ho fatto a non vederle! Era proprio lì che dovevano essere; perché non le ho cercate lì da subito?!”
la “traslazione” in “Un collega, che nella realtà è un uomo mite”,
la “proiezione” in “Mi si propone in modo baldanzoso perché, dice che ha aspettato tanti anni, ma oggi, che è il suo ultimo giorno di lavoro, vuole stare con me.”
la “sublimazione” in “Salgo” e “sono semidistesa sul letto vestita mentre leggo un libro ma è un metro sopra me. Non mi sfiora nemmeno, è come se fosse sospeso nell’aria ed è sorprendentemente nudo.”
la “regressione” in “Sono in una casa che nel sogno è mia” e “Salgo a cercarle e chiudo le finestre che sono però malmesse e non si chiudono bene. Mi preoccupo perché così potrebbero entrare dei malintenzionati”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Lorena evidenzia un prospero tratto “fallico-narcisistico” all’interno di una cornice “genitale”. Il sogno sviluppa il passaggio evolutivo degli investimenti di “libido” verso la formazione di una “organizzazione psichica genitale”. Lorena ha espresso in sogno uno spezzone significativo della sua maturazione da adolescente a donna.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Lorena forma le seguenti figure retoriche:
la “metafora” o relazione di somiglianza in “casa” e “finestre” e “precipizio” e “chiavi” e “aereo” e “camera da letto”,
la “metonimia” o nesso logico in “auto” e “piano inferiore” e “malintenzionati” e “sopra di me” e “sospeso nell’aria” e “accendere la lampada” e “bruciata la lampadina”,
la “enfasi” o forza espressiva in “Come ho fatto a non vederle! Era proprio lì che dovevano essere; perché non le ho cercate lì da subito?!”.
La ricchezza del simbolismo dona colore poetico alla prosa lineare del sogno di Lorena.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di un passaggio evolutivo, andato a buon fine, dal potere narcisistico solipsistico all’offerta di sé e alla condivisione genitale.

PROGNOSI

La prognosi impone di rafforzare costantemente le acquisizioni in atto e lo stimolo alla conquista di ulteriori traguardi senza nulla perdere e con tutto da guadagnare.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un ritiro degli investimenti di “libido genitale” con la conseguente regressione e chiusura nel carcere narcisistico.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Lorena è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Il “simbolismo” prevale e domina il prodotto psichico di Lorena.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Lorena si attesta in uno stimolo del giorno precedente che riguardava una riflessione o un vissuto di benessere psicofisico.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Lorena è nettamente simbolica.

REM – NONREM

Il sogno di Lorena si è svolto nella fase seconda o terza del sonno REM alla luce del suo dominante simbolismo e della sua pacata formulazione.

FATTORE ALLUCINATORIO

I sensi allucinati nel sonno di Lorena sono i seguenti:
la “vista” in tutto il sogno e nello specifico “Dalla finestra vedo arrivare un piccolo aereo” e in “In casa vedo anche i miei genitori” e in “Come ho fatto a non vederle!”,
“l’udito” in “Mi si propone in modo baldanzoso perché dice”.
Allucinazioni globali e complesse da “sesto senso” non sono presenti a causa della pacatezza narrativa del sogno.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha formulato le seguenti domande dopo aver attentamente esaminato la decodificazione del sogno.
Domanda
Finalmente un sogno bello e buono.
Risposta
Tutti i sogni sono belli e buoni, “belli” perché sono formulati dal nostro “poeta dentro” che usa i “processi primari”, “buoni” perché indicano e insegnano, formulano e integrano, contribuiscono alla presa di coscienza e alla riparazione dei traumi.
Domanda
Ma Lorena sta proprio tanto bene o ha ancora qualche problema irrisolto?
Risposta
Per quello che riguarda il sogno, Lorena è arrivata a questo traguardo dopo un giusto travaglio. Che si goda questa contingenza positiva e questo equilibrio psicosomatico! Dentro di lei ci sono altre battaglie da vivere e altri traguardi da raggiungere. Il benessere psichico non consiste nell’assenza di preoccupazioni e di ansie e di angosce, “atarassia”, ma nella migliore consapevolezza della propria storia e organizzazione psichica. Meglio essere un Socrate insoddisfatto che una maiale soddisfatto.
Domanda
Perché Lorena viaggia in sogno tra passato, presente e futuro?
Risposta
Lorena usa in sogno la dimensione temporale con una familiarità inconsueta, ma, in effetti, non si sposta dal “presente psichico in atto”. Si sporge dal presente verso il passato che colloca in alto e verso futuro che colloca in basso, ma oscilla sempre in un “presente” spazialmente rappresentabile in un piano ben definito ed equilibrato.
Domanda
Lei dice che il tempo nella psiche non esiste e addirittura anche lo spazio. Che vuol dire?
Risposta
Freud aveva detto chiaramente che la questione “spazio e tempo” per la psiche era tutta da risolvere e che l’attività psichica era possibile al presente, quando anche il materiale inconscio veniva riportato alla coscienza. La consapevolezza è del presente sia che verta sul già vissuto e sia che verta sull’aspettativa. Agostino diceva la stessa cosa per l’anima cristiana.
Domanda
Cosa trova Lorena uscendo fuori di casa con l’amica e con le chiavi della sua auto?
Risposta
Trova un mondo di persone e di cose dove esercitare la sua “libido genitale” in concorso con le altre forme di maturazione psichica che ha sperimentato e portato in evoluzione.
Domanda
Non capisco, mi spieghi.
Risposta
Adesso Lorena è attrezzata al meglio possibile per le relazioni amorose e lavorative perché ha il narcisismo dell’amor proprio e la consapevolezza di donna, può scegliere e prendersi cura quotidianamente dell’oggetto d’amore, sa quello che la fa star bene e può chiederlo e procurarlo.
Domanda
Oggetto d’amore è il suo uomo?
Risposta
Certo, ma non necessariamente, perché sarebbe restrittivo. Oggetto d’amore è qualsiasi “investimento di libido” fortemente emotivo e adeguatamente consapevole.
Domanda
Perché l’aereo è simbolo della madre?
Risposta
E’ un contenitore e somiglia a un grembo gravido. In ogni modo tutto ciò che riceve e contiene si ascrive simbolicamente al corredo dell’universo femminile, così come tutto ciò che viola e incide appartiene al corredo psichico maschile.
Domanda
Quanti simboli conosce?
Risposta
Circa trentamila. Spero di ultimare al più presto il mio “dizionario psicoanalitico dei simboli onirici”.
Domanda
E il Natale che simbolo è?
Risposta
Appartiene all’archetipo o simbolo universale della “Madre” in quanto rievoca l’eterno naturale “nascere”: etimologia latina da “gnatum” e “gignere”, generare, di poi “natum”, nato.
Domanda
A proposito, allora buon Natale.
Risposta
Grazie e a tutti i miei affezionati marinai auguro una riflessione sull’origine mentre ubbidiscono volentieri alle tradizioni donative e culinarie. Il Natale è proprio una festività “genitale” perché si investono affetti e si scambiano sentimenti d’amore. E se avete una mamma ancora viva e vegeta, abbracciatela e struccatela anche da parte mia fino al punto di farla sentire viva dentro e fuori.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

La conclusione del sogno di Lorena è particolarmente bella e significativa: “In casa vedo anche i miei genitori, a quel punto esco con la mia collega.”
Esce di casa munita di chiavi e si separa dai genitori. Questo è un passaggio comune ai viventi umani che si emancipano in maniera tardiva dalle proprie radici.
Trovare una canzone di musica leggera adeguata è stato facile tenendo in considerazione la gioia di vivere in atto della donna Lorena e la dipendenza dal passato edipico della bambina Lorena: Alessandra Amoroso e la sua enigmatica e musicale “Vivere a colori” firmata da Elisa da Pordenone.
A suo tempo ho decodificato questo testo riscontrando l’esaltazione della “posizione edipica”.
Ripropongo la canzone e riproporrò quanto prima l’interpretazione.

 

 

IL  RISCATTO  AFFETTIVO  DI  GIULIANA

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“Giuliana sogna di dover partire in aereo con il figlio, la mamma e il suo compagno.

L’aereo ha problemi tecnici e lo sostituiscono. Di poi salgono e l’aereo parte.

Giuliana è seduta e ha sulla sinistra il suo uomo, la mamma è alla sua destra e alla destra della madre c’è il figlio, vicino al finestrino. Sono in prima fila e  vedono il panorama davanti.

A un certo punto il figlio e il compagno si accorgono che qualcosa non va.  Infatti l’aereo fa di nuovo rotta verso l’aeroporto. Tenta di atterrare, ma capiscono subito che non ce l’avrebbe fatta. L’aereo sbatte contro una struttura.

Si aspetta il colpo, ma non arriva. L’aereo riprende quota e si vedono delle fiamme nella parte anteriore. Poi l’aereo comincia a precipitare e Giuliana  prende le mani di tutti e tre e comincia a pregare con loro.

Non è disperata e sa che morirà, ma ha a fianco le persone più care. Il figlio è troppo lontano da lei, il figlio è vicino a sua madre e non a lei. Giuliana piange. Il figlio è più piccolo rispetto alla realtà e Giuliana vorrebbe abbracciarlo, ma non riesce e prova angoscia solo per questo motivo.

Poi non ricorda nulla, ma sa che non si è svegliata. Quando si sveglia non ha angoscia.”

 Giuliana ha condensato nel sogno la sua realtà affettiva, la madre, il figlio e il suo uomo. Tutti e quattro si trovano dentro un aereo che rappresenta simbolicamente la figura materna, il grembo protettivo, gli affetti primari e consolidati, la radice biologica e psichica, la figura più importante della vita, il fantasma più complesso e inquietante, un archetipo. Giuliana è madre e concepisce i suoi affetti all’interno della cornice materna, l’aereo, sua madre. Giuliana non è autonoma dalla figura materna, non ha liquidato la relazione edipica, si è evoluta senza risolvere la dipendenza affettiva dalla madre.

La decodificazione del sogno sottolinea in prima istanza il “dover partire”, la necessità di agire in un contesto conflittuale e con un disagio psichico di un certo spessore. Giuliana ha consapevolezza delle sue ambivalenze affettive in riguardo alla figura materna e dei suoi provvisori accomodamenti del conflitto. Infatti “l’aereo ha dei problemi e lo sostituiscono”: si presenta subito la qualità  del rapporto madre-figlia. La relazione è difficile e incorre in incongruenze, per cui occorre spostare la madre verso altre figure che possono compensare i bisogni affettivi di Giuliana, magari una nonna o un compagno o un figlio o un qualsiasi oggetto psichico similare che assolve il ruolo e la funzione della madre: “lo sostituiscono”.

“Di poi salgono e l’aereo parte”. Operazione compiuta! Nell’aereo ci sono tutti i suoi affetti, ma l’aereo sostituito contiene sempre la mamma, è sempre un aereo e soprattutto Giuliana sta dentro questo aereo: persiste la dipendenza affettiva e non s’intravede l’emancipazione e l’autonomia psichica.

Vediamo, a questo punto, quale terapia suggerisce il sogno sulla collocazione affettiva di Giuliana. Sulla sinistra c’è il suo uomo, a destra la madre e il figlio. L’uomo ha una collocazione regressiva che rimanda e riporta al passato. Si tratta della figura paterna, traslata nella figura del’uomo attuale di Giuliana. Questa traslazione attesta la buona relazione affettiva con il padre e la ricerca nel proprio uomo di connotati psichici paterni. Dal contesto si evince anche che quest’uomo non è il padre del figlio di Giuliana. Procediamo con la collocazione: la madre e il figlio si trovano a destra, nella realtà in atto e futuribile. Il figlio, in particolare, si trova vicino al finestrino con la possibilità simbolica di guardare il suo avvenire fuori dall’aereo materno. La madre è collocata sempre sulla destra ad attestare l’importanza psichica, oltre che affettiva, della sua figura per Giuliana, un bisogno contrastato e un conflitto inevitabile alla luce del fatto che Giuliana è cresciuta ed è a sua volta mamma. Giuliana è dentro l’aereo con la madre reale e con una  madre traslata, in ogni caso è sempre dentro l’aereo e non fuori ed è sempre alla ricerca di madre. Questo è il nucleo della questione, anche se Giuliana è “in prima fila e si vede il panorama davanti”: questa è la sua realtà psichica in atto.

“Il figlio e il compagno si accorgono che qualcosa non va.” L’aereo è inaffidabile e il rapporto madre-figlia è nuovamente in crisi e lo evidenziano il figlio e il compagno, gli uomini di Giuliana. La figura maschile del compagno oscilla nel sogno tra una connotazione paterna, a sinistra, e una connotazione protettiva, classica dell’uomo innamorato. Qualsiasi traslazione della madre in figure sostitutive non sortisce effetto positivo e non compensa i bisogni affettivi di Giuliana, per cui “tenta di atterrare, ma capiscono subito che non ce l’avrebbe fatta”. Il legame edipico con la madre è molto forte e strutturato nel tempo, per cui Giuliana non riesce ad atterrare per uscire fuori dall’aereo, non riesce a liberarsi di una madre massicciamente benefica e notevolmente ambigua. Anzi, “l’aereo sbatte contro una struttura”: Giuliana ha tentato di emanciparsi affettivamente dalla madre, ma si è imbattuta in forti resistenze al cambiamento e in notevoli difese dall’angoscia di abbandono, per cui è rimasta ancorata all’universo materno nel bene e nel male. I tentativi di emancipazione non hanno sortito l’effetto ricercato, ma non hanno destabilizzato la psiche di Giuliana in maniera traumatica: una madre ingombrante ha anche una sua utilità e offre tanti vantaggi secondari che sono sempre vantaggi. “Si aspetta il colpo, ma non arriva.”

Pur tuttavia, i conflitti con la mamma ci sono: “l’aereo riprende quota e si vedono delle fiamme nella parte anteriore”. Le fiamme, nello specifico, condensano l’impeto e la rabbia di Giuliana quando vive male la figura materna. “Poi l’aereo comincia a precipitare”: questa è una soluzione traumatica della parte affettiva del complesso di Edipo, la distruzione della madre. In questo modo si procede verso un concreto processo depressivo di perdita il precipitare. Ripeto per la precisione: il precipitare condensa simbolicamente la violenza traumatica di un “fantasma depressivo di morte”, non la morte biologica, ma la morte psichica, la classica perdita affettiva della madre e la conseguente angoscia di solitudine.  E adesso chi mi amerà?

“Giuliana prende le mani di tutti e tre e comincia a pregare con loro.” L’affettività è dominante e nell’aereo materno che precipita, per lasciare sola più che autonoma Giuliana, tutti si uniscono in un rito esorcistico dell’angoscia, la preghiera. E’ giusto notare come sono presenti tre generazioni nella sacralità della famiglia di Giuliana: la madre, lei e il compagno, il figlio. Il sogno ribadisce che il precipitare è una risoluzione traumatica della dipendenza psichica dalla madre. La maniera giusta di liberarsi dell’aereo non è ridurlo in pezzi, ma scendere comodamente dalla scaletta con tanto di tappetino color amaranto. La prima soluzione lascia in eredità l’angoscia di perdita, quella perdita che traligna nella solitudine depressiva.

“Giuliana non è disperata e sa che morirà, ma ha a fianco le persone più care.” Questa è la soluzione di Giuliana, quella possibile e compatibile con la sua economia psichica in atto. In effetti Giuliana si libera dell’aereo perché precipitando quest’ultimo si disintegrerà, ma ha vicino a sé la madre reale, quella di tutti i giorni, quella che occorre e soccorre sempre.

Adesso il problema si sposta sul figlio che “è troppo lontano da lei”: il sogno evidenzia che Giuliana ha sensi di colpa nei confronti del figlio. Ma questo è assolutamente normale. Guai a quelle mamme che non concepiscono sensi di colpa nei riguardi delle proprie creature! Guai alle madri che si ritengono onnipotenti e perfette! Grazie a questa consapevolezza Giuliana potrà migliorare se stessa in riguardo al figlio. Quest’ultimo è vicino alla nonna e piange. La nonna è ed è stata una presenza affettiva importante per il figlio. “Giuliana vorrebbe abbracciarlo”. Attenta Giuliana a non riprodurre il tuo conflitto con tuo figlio! Attenta a non diventare l’aereo di tuo figlio! Del resto, Giuliana ha vissuto questo tipo di madre e ne ha elaborato il fantasma, al di là di come effettivamente è stata sua madre. E’ sempre opportuno ricordare che “noi siamo i nostri sogni” e i personaggi che li popolano sono proiezioni di parti psichiche che ci appartengono. Il pianto di Giuliana contiene anche il sentimento della “pietas” materna, il senso della sacralità del suo essere madre, del suo aver vissuto l’esperienza di dare la vita. Giuliana si districa a livello psichico tra quel che ha vissuto e il provvidenziale riconoscimento del nuovo. Giuliana non è riuscita ad abbracciare suo figlio in sogno, come nella realtà non è riuscita ad abbracciare sua madre nella veglia. Tra madre e figlia non c’è stato rapporto corporeo che si è tradotto in calore affettivo e Giuliana lo manifesta in sogno, proiettandolo sul rapporto tra lei e il figlio dentro la cornice massiccia di un aereo. “Giuliana vorrebbe abbracciarlo, ma non ci riesce e prova angoscia solo per questo motivo”.

“Sa che non si è svegliata”: perché, visto che il sogno era così angosciante? Tecnicamente la risposta è che il livello di tensione non ha prodotto il risveglio perché il “contenuto manifesto” non coincideva con il “contenuto latente” e perché il conflitto di Giuliana è in via di risoluzione, dal momento che è presente nel sogno un grado di consapevolezza del conflitto, al di là della soluzione da rivedere. La tensione poteva essere gestita perché funzionava bene la “censura onirica”. “Quando si sveglia non ha angoscia”.

La prognosi impone a Giuliana di portare avanti senza drastiche soluzioni il riconoscimento della figura materna come simbolo della sua origine e di capovolgere il vissuto affettivo da bisogno di amore a esercizio di amore verso la madre. Intendo dire che Giuliana deve prendersi cura della madre, adottarla con il culto dell’accudire filiale e senza crearsi nuove dipendenze.

Il rischio psicopatologico si attesta nel’angoscia depressiva collegata al mancato riconoscimento globale della figura materna e al persistere di una relazione edipica con caduta della qualità della vita e pregiudizio verso le relazioni affettive di tutti i tipi, uomo e figlio “in primis”. Giuliana non deve collocarsi in maniera dipendente nelle relazioni affettive, ma in maniera attiva e autonoma.

Riflessioni metodologiche: dalle interpretazioni dei sogni si evince, qualora ce ne fosse bisogno, l’importanza determinante della figura materna nell’evoluzione psicofisica dei figli. Soprattutto il rapporto corporeo madre-figlio è prospero per la formazione dei fantasmi e del carattere, ma non solo. E’ determinate per sentire il corpo, per la consapevolezza cenestetica, la coscienza dei sensi e delle sensazioni. Le future relazioni libidiche saranno sempre basate su questa pregressa  e progressiva relazione con il proprio corpo instruita dalle carezze della madre e del padre.   Ma quante remore personali, culturali e moralistiche si presentano a ostacolare il rapporto corpo a corpo! Soprattutto i padri tendono a evadere questo bisogno dei figli, sia se sono maschi e soprattutto se sono femmine. Il padre non deve correre il rischio di proiettare i suoi fantasmi in riguardo alla sessualità nella relazione con i figli e la madre non deve correre il rischio di ripetere sul figlio la sua esperienza personale di freddezza ricevuta a suo tempo da i suoi genitori. Sul corpo senziente si basa la vita affettiva. Quest’ultima non è un’astrazione, ma un massiccio esercizio quotidiano che gratifica i genitori adulti e i figli infanti. Particolare attenzione va posta al complesso di Edipo, perché potrebbe essere rafforzato dai baci, dagli abbracci e dalle carezze soprattutto durante l’adolescenza. Il modo e la dose del contatto corporeo si evolvono con l’età. Una psiconevrosi edipica è assolutamente naturale e necessaria e fa bene alla formazione psichica; una frustrazione della “cenestesi” e dell’affettività nei primissimi anni di vita è particolarmente insidiosa e pericolosa. Il rischio psicopatologico grave è fortemente presente nei primi tre anni di vita, durante la “fase orale e anale” dell’evoluzione della libido. La cosiddetta “follia” s’incamera nella primissima infanzia, così come il morbo di Alzheimer si manifesta nell’età senile. Abbondare nelle carezze e procurare tante piacevoli sensazioni sono validi antidoti alle “psicosi” future, vaccini psicologici assolutamente naturali che la Cassa Mutua non passa.

ASSUNTINA TRA FOBIA E LIBERTA’

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“Assuntina sogna di trovarsi al mare con alcune donne.

Un aereo si dirige verso di loro volando molto basso e quasi sfiora le loro teste.

Assuntina non ricorda l’aereo che fine ha fatto. Forse è precipitato

Prende tanta paura e una delle donne la guarda e le dice: “Assuntina lascia perdere, non è cosa per te.”

Un sogno semplice e lineare con un “contenuto manifesto” sensato che può supporre la paura di Assuntina di viaggiare in aereo, un’aerofobia così diffusa tra persone di varia età e così resistente ai trattamenti psicoterapeutici, quasi come le malattie psicosomatiche delle pelle per la scienza dermatologica. Nella sindrome fobica del volare o dell’aereo si pensa che il problema sia legato all’insorgere di un “fantasma di morte”: se cade l’aereo, non c’è scampo e di certo si muore. Sbagliatissimo! Distinguiamo subito tra la “paura” dell’aereo e la “fobia” dell’aereo. Giustamente e normalmente si vola con una certa “paura”. La “fobia”, invece, non consente di volare perché l’oggetto dell’angoscia non è l’aereo, ma quello che simbolicamente rappresenta, il materiale rimosso a cui si collega e che si scatena con la cosiddetta “crisi di panico”. Mi preme precisare che la “fobia” è una paura con l’oggetto traslato, qualcosa al posto di qualcos’altro, mentre la “paura” ha sempre un oggetto preciso e azzeccato. La “fobia”, in quanto ha l’oggetto traslato, può tralignare nell’angoscia ed ecco che si presentano i sintomi della “crisi di panico”: mancanza di respiro, sudorazione, tremolio, paura di morire e quante altre orribili sensazioni si possono soggettivamente aggiungere. Chi più ne ha, più ne metta.

Mi sono dilungato per dare la possibilità a quelli che leggono l’interpretazione di questo sogno di usufruire di una conoscenza che può alleggerire emotivamente il problema di prendere l’aereo e che può aiutare coloro che soffrono di aerofobia conclamata a rimettersi in discussione e a cimentarsi con il malefico veicolo. La tesi di fondo è sempre la stessa: il “sapere di sé” è risolutivo e salvifico. Viva l’autocoscienza!

Riprendo in carico il sogno di Assuntina e ripeto che il “contenuto manifesto” istruisce una forma di paura dell’aereo, ma il “contenuto latente” è tutt’altro e lo voglio anticipare prima di dimostrarlo con la decodificazione. Questo è il classico sogno dell’ottimale risoluzione edipica in riguardo alla figura materna da parte delle figlie: l’accettazione della sconfitta e la consapevolezza dell’impari competizione, la sacralità della figura materna e l’opportuna identificazione nella madre per la conquista della propria autonomia.

Ebbene sì, cari lettori appassionati dei sogni come me, l’aereo di Assuntina non è quella volgare e colorata supposta volante tanto pericolosa per la mente e per il corpo, ma la figura materna, una madre potente e prepotente, una madre importante e consistente, una madre a misura dei bisogni dei figli e delle figlie che serve a formare il loro personale fantasma, “la parte positiva e la parte negativa della madre”. Mi preme ricordare a favore delle madri che si tratta sempre dei vissuti, evoluti in fantasmi, dei loro figli, senza alcuna affermazione e pretesa che nella realtà il loro operato sia stato di tale qualità e quantità.

Qualsiasi contenitore rievoca la figura materna per la sua recettività affettiva e genitale, qualsiasi recipiente è un grembo reale prima di nascere e un grembo traslato dopo essere nati. L’aereo condensa una madre possente a tutti i livelli, come la balena di Pinocchio o il lupo di Cappuccetto rosso e altri simboli similari e presenti a iosa nelle fiabe e nelle favole, materiale presente nell’ “Immaginario collettivo” come gli archetipi e come gli attributi, nel nostro caso, dell’archetipo “Madre”.

Assuntina sogna di trovarsi al mare con delle donne.” Queste ultime rappresentano l’alleanza e il “mal comune, mezzo gaudio” di toscana saggezza, la condivisione della stessa condizione psicofisica e la similarità di una psicodinamica: una questione al femminile e in questo ambito si colloca il problema e la soluzione nel finale del sogno. Il “mare”, come quello del mio “blog”, racchiude una simbologia vasta: la parte profonda e oscura della nostra psiche, l’Inconscio di Freud, il crepuscolo della ragione e il primato dell’emozione, l’universo psichico femminile e il mito dell’origine, il viaggio e il mistero da disvelare, il fascino dell’ancora fuso e confuso e che è in attesa d’individuarsi, l’evoluzione e il ritorno all’indistinto.

Ecco il dunque, ecco la chiave d’interpretazione del sogno di Assuntina e di tutte le aerofobie, delle psicodinamiche in riguardo alla figura materna: “un aereo si dirige verso di loro volando molto basso e quasi sfiora le loro teste”. Le madri “imprittano” non solo i pensieri, “le loro teste”, ma anche e soprattutto i cuori, formano la vita affettiva e la personalità, indirizzano la vita sessuale con l’identificazione. La madre che vola basso con il suo simbolico aereo condensa il bisogno di Assuntina di avere una madre presente ma non invadente, reale ma non immaginaria, effettiva ma non supplente delle sue debolezze. Assuntina è fuori dall’aereo e questo è altamente significativo a livello psicologico, perché vuol significare che non è fagocitata, non è dipendente, è autonoma, è libera, fa perno su se stessa, fa legge a se stessa. Pensate che iattura se Assuntina fosse stata dentro la madre come Pinocchio e come Cappuccetto rosso, pensate a quanta strada avrebbe dovuto ancora percorrere per la definitiva liberazione. Il riconoscimento del ruolo materno e l’identificazione al femminile hanno risolto la sua situazione edipica: Assuntina ha dato “a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, norma di evangelica memoria molto efficace per capire anche le fobie.

Assuntina non ricorda l’aereo che fine ha fatto. Forse è precipitato.” La liberazione dalla figura materna e l’averla messa al posto giusto dentro di lei non lascia sensi di colpa, ma riconoscimento dell’altro, della madre per l’appunto. Quest’ultima adesso può anche avere una sua collocazione, può anche cadere dal cielo dei desideri, può anche materializzarsi, può vivere una sua concreta dimensione, può essere l’altro da Assuntina, un “altro” molto importante e significativo, ma “l’altro” da Assuntina. Questo è il significato corretto del concetto di riconoscimento. Assuntina è paga della sua risoluzione proficua e della sua autonomia conquistata. Il precipitare dell’aereo non ha niente di drammatico, perché simboleggia la concretizzazione materiale, il meccanismo psichico di difesa opposto della “sublimazione”, la “materializzazione”. Assuntina è come la madre, vive la sua realtà di figlia nella piena autonomia esistenziale, psichica e materiale. Ha riconosciuto la madre e adesso può avere una coscienza di sé limpida e autonoma. Assuntina è stata figlia, adesso è donna, “domina”, padrona. Però ha preso “tanta paura” alla vista del ritorno minaccioso dell’aereo, del suo aereo, della madre introiettata nella fase edipica, ma è importante che si sia ripresa e abbia riaffermato la sua individualità. Questo vuol dire che il complesso di Edipo ce lo portiamo dentro e dietro perché non lo risolviamo mai del tutto, come le umane cose del resto. Non è dell’essere umano vivente la dimensione del “definitivo” e dell’“onnipotente”, al contrario di quella del “possibile” che lo contraddistingue, come Kierkegaard aveva indicato due secoli or sono per sue personalissime follie.

Ma il sogno di Assuntina non si è ancora fortunatamente concluso. “Una delle donne la guarda e le dice: Assuntina lascia perdere, non è cosa per te.” Le donne rappresentano l’universo femminile, la parte femminile conquistata con il riconoscimento e l’identificazione nella madre: la consolazione conseguente alla sconfitta della competizione funesta con la madre e la consapevolezza che le sconfitte servono per l’evoluzione psichica e per l’esistenza semplicemente perché ridimensionano i margini della folle onnipotenza. Non ti riguarda, “non è cosa per te”, per te che vuoi essere libera, per te che vuoi essere autonoma, per te che hai superato le dipendenze materne, per te che sei cresciuta e che hai un libero progetto di vita. Assuntina è pronta per una vita affettiva e sessuale ed è pronta a diventare madre a sua volta.

Chi ha lottato per conquistare la libertà, difficilmente la vuol perdere. Ma attenzione, perché si può presentare un campo di fobie minacciose per l’integrità dell’Io: “non si può morire dopo il successo”, “non si possono perdere le proprie cose conquistate con tanto sudor di fronte e stridor di denti”.

La prognosi impone ad Assuntina di essere sempre attenta e gelosa custode della propria autonomia e di non contrabbandarla con altre forme più sottili di dipendenza, di rafforzare la sua irripetibile individualità e di stabilire con la madre la relazione evoluta di “figlia della madre” e non di “madre-figlia”. Dalla superata prigionia materna dentro di lei, alla prigionia dell’aereo il passo non è breve, ma è sempre possibile. Se Assuntina soffre di aerofobia, il sogno ha preso due piccioni con una fava.

Il rischio psicopatologico si attesta nella “regressione” e nella “fissazione” a forme di gratificante dipendenza dalla madre o da figure similari o da limiti liberamente elaborati o da fobie di varia gamma con la conseguente caduta della qualità della vita e l’insorgere di una nevrosi ansiosa collegata alla crisi della propria autonomia psichica.

Riflessione metodologica: l’aerofobia non è la traslazione di un “fantasma di morte” nudo e crudo, ma è in prima istanza l’angoscia di tornare alla dipendenza materna, di una “regressione” e di una “fissazione” alla tappa gratificante della fusione madre-figlio. L’aereo riesuma la madre fagocitatrice, quella che divora i figli, la “parte negativa del fantasma della madre” che il bambino elabora si dal primo anno di vita, quando si chiede a suo modo: “e se la mamma mi abbandona?”. Le teorie della psichiatra infantile e psicoanalista Melanie Klein sono importantissime per far luce sulla psiche dei bambini proprio quando sono “infanti” e non hanno piena facoltà di parola e hanno una facoltà primaria di pensiero. Da madre si nasce e di madre si può morire. La morte più sottile non è quella dopo la vita, di cui nulla sappiamo, ma quella in vita, di cui tanto sappiamo e di cui tanto soffriamo. Risolta la dipendenza edipica, bisogna stare attenti all’attaccamento ai beni materiali, che è la traslazione delle conquiste fatte ed è direttamente proporzionale alla perdita della madre negativa e dei suoi tesori. Bisogna porre massima attenzione a non creare dipendenze di qualsiasi tipo, a meno che non siano pienamente consapevoli e accettate. Buona fortuna, Assuntina, da parte del tuo sogno! Buona fortuna a tutti quelli che non volano per un semplice “qui pro quo”, qualcosa al posto di un’altra cosa, da parte di “dimensione sogno.com”!