IL CUORE MALATO

Un cuore di pietra,

un cuore ferito,

un cuore bucato sulla sabbia della bieca Melilli

con tutto il suo sacro san Sebastianello,

la marina baciata dalle ciminiere infette

al dolce sapore di idrocarburo,

di gpl e nafta,

di benzina al dolce sapore di prugna,

come il confetto storico per la cacca.

Verrà la morte per il cuore offeso

e avrà gli occhi di Billy la Bella.

Due stent,

datemi due stent

per non morire di marlboro e multifilter,

di muratti bianche e nere per l’ambassador,

l’energumeno culatta arrivato con la piuma sul cappello

per annunciare agli idioti e ai beoti la bustina idrolitina,

il toccasana per l’acqua tossica di una città tragica,

Syracusae,

Syracusarum,

Syracusis,

Syracusas,

Syracusae,

Syracusis,

un nome pluralia tantum,

un perfido teatro dalle carni macellate dalla ybris greca,

una accidiosa città dalle strade sanguigne e insanguinate,

la urbs dal tombino killer e dalla popolazione inurbs.

Un cuore di pietra è stato bucato per amore,

per la morte che verrà anche senza i suoi occhi,

per quel caffè sospeso

che ancora attende di essere sorbito presso il bar di Francesco,

in pieno Hàrah Làgin e al civico 62

e con il resto di due.

Intanto baciami Ciccio

che la mamma non c’è,

altrimenti dirò alla mamma

che ieri mi hai toccato.



Salvatore Vallone



Harah Lagin, 24, maggio, 2024

CAREZZA DEL VENTO

30 / 11 / 2.000

Ogni settimana mi reco immancabilmente al cimitero per far visita a quello che resta su questo mondo della grande maman Immè, l’unica donna che sento madre, mia madre, con il cuore e con la mente.

L’unica cosa che maman non ha potuto fare è partorirmi, perché era vergine, signorina fiori d’arancio e di pelle bianca, odiava gli uomini e di mese in mese ha lasciato che le sue uova immacolate si perdessero nella discarica avvolte in un panno di lino o nella fogna della laguna mentre faceva pipì.

Ogni settimana, per promessa e per amore, vado in cimitero a trovare la tomba che contiene la carcassa ormai consunta di una grande donna, di una signora che in vita è stata una gentildonna, generosa ed egoista nella giusta dose.

Venezia è una città del tutto originale, unica al mondo come i suoi abitanti, uno strano santuario odoroso di sacro e di profano, la meta di allegri pellegrini che vengono da tutto il mondo per farsi spennare come polli di primo pelo, una fogna a cielo aperto nei giorni in cui lo scirocco tira fuori dall’acqua tutto il fetore delle pratiche intime, il fuoco degli obiettivi con flash incorporato di infinite macchine fotografiche strette nelle piccole mani di uno sciame di giapponesi.

Non vorrei aggiungere altro in assoluzione o in condanna dell’imputato, ma soltanto precisare che in tanta bontà o in tanta malora il cimitero non poteva essere diverso dal resto della città: un posto particolare e tranquillo che sta in piedi da solo con le croci di pietra bianca e con gli angeli della morte sopra un’isola in mezzo alla laguna, un’isola che soffre, come tutte le altre isole, del male oscuro dell’acqua alta.

Quando il vento di tramontana spinge il mare dentro gli argini dei bastioni e piazza San Marco in tutto il suo splendore e con tutti i suoi tesori va sott’acqua, anche il cimitero viene inondato con tutta la superbia delle sue tombe e tutta la miseria dei suoi morti.

E’ impressionante vedere le croci e gli angeli affiorare dall’acqua dentro un’isola ricoperta di un liquido verdastro e stranamente limpido.

Se poi pensi che con le tombe anche le salme sono possibilmente finite sott’acqua, allora senti nelle tue ossa ancora vive un senso di freddo che lentamente diventa gelo e capisci tutti quei veneziani che hanno scelto i loculi più alti o la cremazione per chiudere in bellezza e al caldo questa strana vita.

Finire da morto al quinto piano, quando in vita hai sofferto di vertigini e desiderare di essere ricordato dai parenti quando in vita nessuno si è mai preso cura di te, è una necessità psicologica e un bisogno fisico; da qualche parte e in qualche modo devi finire semplicemente perché non puoi scomparire del tutto e nel nulla.

Povera maman Immè, povera la mia maman !

Povera maman tutta bagnata !

Chissà quanto freddo avrà, specialmente di notte e senza la benedetta coperta termica che riscaldava le sue ossa e senza la sua Ascingha che correva premurosa a ogni richiamo del campanello.

Negli ultimi anni di vita maman era tanto preoccupata per questa impietosa invasione del mare veneziano nel territorio dei morti e aveva voluto per il suo involucro una tomba in marmo di Carrara perfettamente sigillata, una tomba degna di una gentildonna con le lugubri sculture degli angeli alati nelle parti laterali, ma ripeto sigillata, una tomba a chiusura ermetica come i barattoli del caffè per non essere costretta a morire due volte, la prima in base al corredo genetico e la seconda per annegamento.

Maman non aveva minimamente considerato da veneziana purosangue di farsi tumulare in terraferma; odiava i veneziani rinnegati che per avere un comodo bagno con bidet o per curare l’artrosi si erano trasferiti a Mestre o nei dintorni.

La terra di Marco Polo era ancora viva e bisognava tenerla in vita con dignità e con decoro non solo per i turisti, ma soprattutto per i veneziani; i primi erano necessari per dare lustro ai secondi.

Maman aveva speso fior di milioni per questa tomba speciale e dopo averla vista finalmente ultimata in tutto il suo splendore, aveva detto con ironia che era meravigliosa ma che aveva un solo difetto, quello di essere la casa elegante e sicura di una donna morta.

Era tremendo per lei conoscere con precisione il posto dove gli altri avrebbero depositato il suo povero corpo ormai senza vita.

Una volta appagato il suo amor proprio e una volta risolta l’angoscia di essere dimenticata, maman non aveva voluto più andare in cimitero a rivedere la sua ultima dimora o a visitare i suoi morti nel giorno comandato del due novembre; quando cadeva la commemorazione dei defunti, maman immancabilmente si ammalava delle più strane e sconvolgenti malattie, ma io avevo ben capito che in effetti non sopportava di sapere dove sarebbe andata a finire da morta e tanto meno se di tanto in tanto i suoi amati resti sarebbero andati sott’acqua e se di tanto in tanto i suoi amati avanzi si sarebbero sciupati o conservati meglio sotto il fango della laguna veneziana.

La mia maman conteneva l’angoscia della morte semplicemente non frequentando le chiese e non bazzicando i cimiteri, dimenticando i tristi luoghi della fine e i tristi tempi del distacco; quando si sentiva più vicina al doloroso passo e al triste momento, dalla sua bocca prendevano il volo immancabilmente, come i piccioni dal campanile di san Marco al richiamo del granoturco, i vaghi discorsi sul rispetto da portare necessariamente ai defunti e i precisi ricatti morali sulla riconoscenza che io le dovevo e soprattutto da morta.

Queste erano le sue interessate prescrizioni: almeno una visita la settimana e le rose rosse sulla tomba, soltanto le rose rosse, perché quelli erano stati i suoi fiori per tutta la vita.

Per maman tutti i fiori erano belli, ma le rose erano gli unici fiori degni di questo nome e soprattutto le rose rosse.

Per questa necessità aveva anche lasciato un cospicuo conto in banca a mio nome, perché era sicura che io ero la sola e ultima persona al mondo che avrebbe mantenuto fede alla promessa e che io ero la sola e ultima persona al mondo che sarebbe andata puntualmente a trovarla ogni settimana in cimitero con l’alta marea o con la bassa marea, con lo scirocco o con il borino, con la bronchite o con la diarrea, con lo sballo isterico o con la morte nell’anima.

In questo aveva ragione perché mi aveva educata e sensibilizzata ben bene ai ricatti affettivi.

Dei suoi parenti e dei suoi affini giustamente non poteva fidarsi, perché da tanto tempo aveva capito sulla sua pelle che gli eredi naturali si sarebbero impipati alla grande dei suoi bisogni psicologici e tanto meno delle sue disposizioni.

Maman non era tenera con nessuno e quello che pensava non lo mandava a dire con gli ambasciatori, te lo sputava nel piatto proprio mentre mangiavi; per quanto riguarda quello che il suo cuore sentiva e voleva esprimere, quest’argomento è rimasto sempre ignoto come i martiri della guerra e avvolto da sacro pudore anche se io, alla fine, penso di averlo capito.

E così ho preso il vaporetto, la linea quattro per la precisione, e mi sono recata come ogni settimana in cimitero armata di sacro rispetto e senza tanti fronzoli per la testa, munita di quel giusto sentimento che da viva maman meritava, che da morta merita e meriterà sempre.

Ma qual’è il giusto sentimento ?

Ecco, mentre mi trovavo nel vaporetto, la linea quattro per la precisione, e guardavo dal finestrino l’acqua verdastra della laguna sono arrivati i fronzoli, i tanti fronzoli che affollano di tanto in tanto la mia mente e che avevo accuratamente messo da parte nello sgabuzzino; mi ero augurata di non tirarli fuori almeno in questa giornata che di per se stessa è tutta dedicata al dolore del ricordo, più che ai morti o a quelli che si sono imbarcati per chissà quale destinazione.

E così i miei fronzoli sono partiti con l’immagine di quella gentildonna aristocratica e sono approdati alla sua superbia, un orgoglio senza fine che anche da morta traspariva senza stonare in quella foto che lei stessa aveva scelto da tempo per la sua tomba: una fotografia a colori che rappresentava la grazia di una signorinella fiori d’arancio e il cipiglio di un generale in pensione.

E così i miei fronzoli sono partiti dal ricordo della sua generosità e sono arrivati al fascino ricattatorio che esercitava su di me; a quella donna non avevo mai saputo dire di no da quel giorno in cui mi disse che cercava proprio me, che mi aspettava da tempo, che ero benvenuta nella sua casa, che sarebbe stata molto severa con me, che sarebbe stato molto duro vivere con lei, ma che tutto questo era necessario per il mio riscatto e che il gioco valeva sempre la candela.

Mentre maman nutriva la pretesa di concedermi la possibilità di una rinascita umana e sociale, io per difendermi da tanto bene e da tanto male, piovuti all’improvviso e stranamente da un grigio cielo veneziano, pensavo alla sua cospicua disponibilità finanziaria: quella mi serviva e quella mi avrebbe salvato.

E così i miei fronzoli sono arrivati a tutte le volte che mi difendevo dalla sua insolenza e la trattavo da rimbambita per affermare la mia dignità ancora una volta infranta, sia pure per amore.

Ma tu vai a capire che si tratta di amore ?

E allora ti viene voglia di maltrattare la vecchia maledetta nelle cose in cui tu hai potere e possibilmente rubi sul resto della spesa o aumenti la dose del sonnifero, sputi dentro la minestra o le fai le boccacce di nascosto, le auguri una brutta morte o desideri sperperare tutti i suoi soldi in un sol boccone nel famigerato casinò sottocasa.

Con i fronzoli nella mente pensi e ripensi a tutta quella gente che hai incontrato nella tua vita e che voleva redimerti come se tu fossi Maria Maddalena, ma che in effetti aveva soltanto bisogno della tua patata e non aveva alcun rispetto della tua persona.

Con i fronzoli nella mente pensi e ripensi a tutti quei clienti che volevano redimerti come se tu fossi ancora la sorella di Maria Maddalena, ma che in effetti avevano solo bisogno, se erano capaci, di montarti addosso per un pugno di dollari e con l’egoismo dei bambini dimenticati in un orfanotrofio o nella giungla africana.

Sempre con i fronzoli nella mente pensi e ripensi a tutti quegli uomini bianchi che da piccola nella foresta ti curavano una ferita toccandoti in maniera strana dove non sentivi male o che ti chiedevano un bacino e altro in cambio di un bonbon.

E mentre con i fronzoli nella mente pensi e macini a ruota libera tutti i tuoi strani pensieri, ti accorgi che stai guardando con un fascino particolare l’acqua verdastra e fredda della laguna, che stai fissando con una strana eccitazione l’acqua infida e gelida della laguna, che per fortuna hai i piedi ben saldi sul fondo del vaporetto, un vaporetto che, scivolando dolcemente sull’acqua, ti sta portando nel cimitero più strano del mondo.

I fronzoli nella mente ti fanno pensare per un attimo che potresti tuffarti e morire sotto il peso dei sensi di colpa e del fango, ti fanno pensare che stai per morire immersa nell’abbraccio dell’acqua fredda della laguna, dentro l’acqua torbida dei canali, quell’acqua che attrae e uccide con la sua viscida mollezza, quell’acqua che ti unge come l’olio santo del prete e nello stesso tempo ti infanga, ti opprime, ti toglie il respiro trascinandoti verso il basso; tu, finalmente, non fai niente per contrastare ciò che hai deciso che deve accadere.

Con i fronzoli nella mente pensi e ripensi che ti sei buttata nel canale e sei ormai ricoperta dall’acqua e stai annegando, che sei sfinita e devi uscire da qualche parte, devi uscire dal tuo corpo per respirare in qualche modo e per liberarti dal peso dell’oppressione.

L’acqua torbida dei canali di Venezia attrae e uccide chi vuole essere ingoiato dal fango; anch’io, come maman, a questo punto sarei morta e sarei sott’acqua.

I fronzoli della mente sono arrivati nei miei pensieri e ho desiderato intensamente il suicidio, ma ho anche pensato che è tremendo e macabro sapere da vivo dove vai a finire una volta che sei partito da questa vita e ancora una volta ho dato ragione a maman.

Il suicidio è un remare contro e contro natura, un controsenso soprattutto basato sull’illusione di restare in qualche modo quello che eri da vivo anche se non hai più il corpo, perché lo hai lasciato sotto l’acqua dei canali o del balordo cimitero di Venezia.

Quando sei morto non hai più la memoria perché non hai più il cervello; la tua storia la raccontano a modo loro i tuoi figli ai nipotini, se hai scelto e avuto la fortuna di metterne al mondo per ripetere la tua disgrazia.

Senza cervello io non potrei essere più Ascingha e allora scelgo di continuare a vivere perché ho ancora tante cose da fare e da dire.

Se penso che maman si era addirittura da anni preparata il corredo funebre, gli abiti da indossare una volta morta, e lo aveva ben riposto con i gioielli nel primo cassetto del canterano, oggi riesco a capire gli uomini primitivi e la pietà di chi resta a vivere: l’illusione di chi muore si sposa con il culto di chi rimane.

Chi ha imparato a sopravvivere sa cosa significa vivere e vivere tutto e tanto.

Chi ha imparato a sopravvivere è un uomo solo, perché ha come esempio soltanto se stesso; tutto il resto, anche se non è in più, decisamente non serve.

Bonjour monsieur le docteur.

SIGNORINELLA

ATTO QUARTO



Bei tempi di baldoria,

dolce felicità fatta di niente,

brindisi coi bicchieri colmi d’acqua

al nostro amore povero e innocente.”



Eravamo poco baldi

per far la giusta baldoria,

eravamo sciocchi e incontinenti.

I padri ci avevano castrato,

le madri ci avevan troppo amato,

le nonne lavavano i piatti dopo il parco pranzo:

ditalini rigati con la salsa e patate fritte una per una.

Felicità è assenza di affanno,

è presenza di un demone

che non turba le note vitali del nostro concerto.

Amami

per quello che è consentito dal codice Rocco:

un tutto che si ricongiunge con il suo nulla,

un maschio che cerca la sua morbida mela in Svizzera,

una femmina che cerca il suo melograno sulle pendici dell’Etna,

un androgino occultato nell’occulto dei giardinetti pubblici.

Brindiam,

su brindiamo, brindiamo, brindiamo!

Oggi è tempo di pace e di solidarietà.

Quanta acqua è passata fortunatamente sotto i ponti dell’eroico Piave!





Il Giardino degli aranci, 28, gennaio, 2024



Salvatore Vallone



DALL’INNOCENZA AL TRAUMA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Al di là di quello che pareva l’orto della casa dei miei genitori, si apre una grande distesa di acqua cristallina dalle sfumature acquamarina.

L’acqua sale e io sono in cima a un sasso che guardo l’acqua limpida arrivare ai mie piedi.

Al di là, giusto al confine di quello che era l’orto dei miei genitori e questa distesa d’acqua, sento un miagolio.

Un animale ha azzannato un gatto. Si tratta forse di un cane… e io mi sveglio urlando con un senso di tenerezza dispiacere e anche un po’ di disperazione per quel mio micio che forse ha perso la vita…”

Ecco il mio sogno!

Agata

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

Al di là di quello che pareva l’orto della casa dei miei genitori, si apre una grande distesa di acqua cristallina dalle sfumature acquamarina.”

Agata esordisce con i suoi forti bisogni di autonomia psichica e di emancipazione dalle dipendenze affettive. Rievoca la vita all’interno della sua famiglia, in particolare l’ambito relazionale e la socializzazione, e offre le figure di genitori aperti che non l’hanno bloccata e rinchiusa in carcere. Non solo, ma questi genitori hanno favorito lo sguardo “al di là” della loro convivenza proprio perché Agata “apre davanti a sé una grande distesa di acqua cristallina con sfumature acquamarina”.

Cosa significherà questo insieme di parole in versione apparentemente estetica e retorica?

Agata in sogno si sta dicendo che fuori dalla famiglia le sembrava, “pareva”, di aver trovato la sua identità di donna e il suo universo femminile, una crescita ben gradita e vissuta senza alcun senso di colpa. Agata non aveva maturato conflitti e contrasti nel suo essere donna e nel suo evolversi al femminile. Tutto questo era stato consentito dall’autonomia che le era stata insegnata e che aveva acquisito in ambito familiare. In sogno Agata rielabora la scoperta della sua femminilità, il tempo in cui si viveva bene ed era contenta della sua prosperità.

La simbologia vuole che “l’orto” rappresenti l’affettività familiare e che “l’acqua” si traduca nell’universo psicofisico femminile, che “al di là” è una tensione a crescere con le gioie e le paure connesse, che “pareva” ha il sapore della nostalgia e dell’illusione, un “phainomen”, un fenomeno, qualcosa che appare e che suppone dietro di sé un’essenza o una sostanza da cui proviene, almeno secondo il pensiero filosofico. Secondo la Psicoanalisi fenomenologica “pareva” è la verità del vissuto e a quella ci si attiene senza la necessità di ricercare e di approfondire almeno per quel momento in cui emerge. Ricordo che questo “pareva” è un punto cardine nell’interpretazione del sogno di Agata perché allude a una illusione, richiama il dolore di un vissuto che da bello traligna in brutto, da buono in cattivo, da positivo in negativo. In effetti si tratta di un vissuto e basta, formativo e da ascrivere all’evoluzione della “organizzazione psichica reattiva” di Agata.

Procedendo si chiarisce il quadro psicodinamico.

L’acqua sale e io sono in cima a un sasso che guardo l’acqua limpida arrivare ai mie piedi.”

In questa formazione psicofisica del suo essere femminile Agata rimette l’accento sull’autonomia dalla famiglia e sulla personale formazione attraverso i vari vissuti evolutivi: “l’acqua sale”, “divento donna”, “il mio corpo matura in grazie all’ormonella”. Agata inizia mettendo in atto, da brava adolescente che ha tutto da vivere e da imparare, la giusta difesa della “sublimazione della libido” e lo dice simbolicamente con “io sono in cima a un sasso”. Questo processo difensivo dall’erotismo e dalla sessualità non è spropositato o eccessivo. Si tratta di una normale difesa di fronte alle novità psicofisiche dell’adolescenza e delle variazioni ormonali e soprattutto corporee, seno e glutei Agata prende sempre più consapevolezza di essere stata una bambina e di essersi evoluta in una ragazza e il tutto per arrivare alla coscienza di essere una donna: “guardo” la mia femmina e la mia femminilità con il giusto senso del potere e senza sensi di colpa. Agata matura il potere che le viene dall’ambito sociale per la sua dimensione femminile e si piace e si compiace senza cadere nell’isolamento narcisistico. I “piedi” sono simboli fallici a riprova del senso del potere che Agata elabora e assorbe durante la crescita senza incamerare traumi e angosce inutili. Ritorno a dire che in tutto questo prospero processo Agata è stata aiutata e favorita dall’ambiente familiare, ma non dimentichiamo il “pareva” e “l’al di là”. Ripeto: Agata è cresciuta e ha una buona consapevolezza del suo corpo e della sua psicologia femminile, nonché del potere culturalmente donato dall’universo maschile in maniera ambigua e interessata alle donne, uno scettro a metà tra sesso ed estetica. Agata è una bella ragazza che si piace e che piace e questo lei lo sa.

Al di là, giusto al confine di quello che era l’orto dei miei genitori e questa distesa d’acqua, sento un miagolio.”

La scena onirica ripiega su se stessa e ritorna alla scena iniziale precisando che tra l’ambito familiare e l’autonomia psicofisica conquistata si colloca la sua femminilità: “sento un miagolio”. Agata rievoca in sogno il momento in cui ha avuto la prima avvisaglia del suo essere femmina. Il “miagolio” tratta simbolicamente dell’universo femminile. Dopo un’introduzione lineare e proficua dell’evoluzione psicofisica di Agata, il sogno introduce un particolare vissuto che è insito nel “miagolio”. Appena Agata si è staccata senza traumi e senza colpe dall’economia psichica della famiglia, succede un qualcosa che turba l’equilibrio e l’armonia psicofisica; il tutto sempre in riguardo alla sua evoluzione femminile.

Un animale ha azzannato un gatto. Si tratta forse di un cane… e io mi sveglio urlando con un senso di tenerezza dispiacere e anche un po’ di disperazione per quel mio micio che forse ha perso la vita…”

C’è stato un trauma e non di poco conto: “un animale ha azzannato un gatto”. Agata è stata vittima di una violenza sessuale da parte di un individuo che ha scaricato sulla giovane donna la sua perversione arrecandole un danno significativo. L’azzannare simbolicamente equivale a una perdita violenta della verginità, a una deflorazione abusata e a una rottura traumatica dell’imene. Agata ha descritto nella prima parte del sogno la sua evoluzione psicofisica al femminile con il senso del potere annesso, per poi tornare indietro e rievocare il suo trauma di perdita della verginità in maniera violenta. “Quel mio micio che forse ha perso la vita” offre la dimensione dell’evento traumatico e significa “sono stata segnata da questa esperienza per tutta la vita e gli effetti negativi me li porterò dietro nel tempo”.

La dialettica psichica tra i sentimenti della “tenerezza dispiacere” e della “disperazione”, anche se “un po’, esprimono il travaglio che Agata ha dovuto vivere e il dolore che ha dovuto subire, tutto materiale psichico che ha dovuto sistemare nel tempo per continuare a vivere con quel rammarico, quel cruccio e quella rabbia che la “razionalizzazione” del trauma non assolverà in tutto e per tutto. Resta quel fondo naturale d’insoddisfazione che esige la sua ricompensa per tanto torto ingiustamente subito.

Quante donne hanno vissuto la morte del proprio gatto dopo averlo sentito inutilmente miagolare e quante donne volevano risolvere la loro verginità in una maniera degna e senza avere il senso della violenza e della svendita di un bene prezioso non soltanto a livello culturale, ma soprattutto a livello psichico. Tantissime e tutte adducono in primis una mancata educazione sessuale e una maggiore confidenza con i genitori, un affidamento anche didattico alle istituzioni preposte, una cultura misogina e pedofiliaca negli ambiti religiosi.

Nonostante i genitori siano “maieutici” nel far crescere i figli al meglio, poi subentra quel “mostro” che è dentro di noi e che circola in mezzo a noi a rovinare la festa con grave danno per l’avvenire psichico ed esistenziale. Attenti genitori che favorite giustamente l’emancipazione dei vostri figli a non destare un vissuto di freddezza affettiva e di assenza. Calibrate bene il vostro progetto educativo dispensando equamente il dovere e il piacere, il senso e il sentimento, la ragione e la riflessione.

Forse Agata aveva bisogno di un supporto psichico e affettivo che gli è stato tolto troppo presto. Forse Agata si è trovata nel posto sbagliato al momento giusto. Forse e forse, ma il succo del sogno dice che Agata non è una donna femminilmente felice.

Il sogno di Agata merita di essere ben ponderato da ognuno di noi trattando un tema attualissimo e antico come la violenza sulle donne, per cui si può chiudere degnamente con questo invito.

Grazie.

SULL’ARGINE DESTRO DEL CANALE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovo sull’argine di un canale pieno d’acqua limpida che scorre in maniera tranquilla.

Sono sulla parte destra e vedo che sulla parte sinistra ci sono tante case strette, vecchie, attaccate l’una all’altra e disposte su diversi piani, ma non vedo le fondamenta.

Sull’argine sinistro c’è della gente povera.”

Amodio

INTERPRETAZIONE

Mi trovo sull’argine di un canale pieno d’acqua limpida che scorre in maniera tranquilla.”

Meno male che l’acqua è limpida, perché vuol dire che ci troviamo in assenza di sensi di colpa e in una situazione psichica linda e chiara, magari semplice, ma la semplicità è un pregio ed è da preferire alle contorsioni mentali e all’erudizione confusa.

Tutti ci siamo trovati un canale d’acqua a fianco, perché tutti viviamo in grazie alla “libido, l’energia, che di sua natura si lascia gustare e godere, ma che dalla nostra formazione psichica spesso si lascia temere e addirittura negare.

Tutti ci siamo immersi nelle acque limpide o torbide di un fiume o di un canale, così come tutti abbiamo fatto la pipì nell’acqua del mare in cui ci bagnavamo durante le vacanze estive. Tutti abbiamo attestato che la nostra vita si lega e si fonde con la figura materna e che nella sua acqua abbiamo respirato e siamo cresciuti per nascere.

Amodio sta sull’argine indefinito della sua vita e dell’ecoulement della sua energia, è in fase di serena riflessione magari dopo eventi anche traumatici che lo hanno segnato e impressionato come le pellicole fotografiche di un tempo.

Amodio è fermo e tranquillamente guarda l’orizzonte mentre la sua pienezza di forza e di energia è in attesa d’investimento, non certo un’attesa contemplativa di scuola buddista e neanche per ammirare la sofferenza umana, tutt’altro. Amodio sta prendendo coscienza dell’abbondante cornucopia della sua dea fortuna.

Sono sulla parte destra”

Che simbologia abbraccia la “destra”?

La “destra” rappresenta l’universo psichico maschile, il padre, la ragione, il sistema nervoso centrale, il presente, la realtà psicofisica in atto, la forza volitiva, l’aggressività ponderata, l’origine in riguardo al maschile e al padre, l’istanza psichica “Io” e la coscienza di sé.

Amodio è sulla “parte destra” della sua corrente di vita, dei flussi energetici della sua “libido”, della consapevolezza della sua carica erotica e sessuale.

Amodio è sornione, sta a guardare dopo aver deliberato, scelto, deciso e agito il suo piano esistenziale in atto e dopo averlo ben inserito nelle sue radici.

Amodio è un sornione che “sa di sé” e che ancora cerca la sua giusta collocazione o per lo meno la migliore collocazione possibile nel mondo alle condizioni date.

Amodio cerca di star bene, cerca il busillis della sua esistenza navigando tra Scilla e Cariddi e senza lasciarsi andare al richiamo seduttivo e infido delle infelici Sirene. Amodio è realista più del re o della regina Elisabetta, visto che di re e di nobili fortunatamente non ce ne sono quasi più.

Amodio è sulla parte “destra” della sua vita, è attestato come una roccia e con destrezza sui suoi argini e più non dimandare.

e vedo che sulla parte sinistra ci sono tante case strette, vecchie, attaccate l’una all’altra e disposte su diversi piani, ma non vedo le fondamenta.”

Poteva mancare la “sinistra”, anzi la “parte sinistra”?

Certamente no, ed eccola che si apparecchia e si presenta con tutte le sue connotazioni simboliche, con il suo corredo di rappresentanza: l’universo psichico femminile, la madre, il passato, la regressione, l’emozione, il crepuscolo della coscienza, l’obnubilamento mentale, la recettività, l’affettività, il sistema nervoso autonomo o neurovegetativo, il subconscio, la pulsione, l’istinto, la morte e i “fantasmi” psichici di tutte le qualità.

Infatti Amodio vede tante “case strette, vecchie”, vede il suo passato psichico, la sua formazione e i suoi “fantasmi”, il divenire di alcune parti della sua “organizzazione psichica reattiva”, della sua personalità, della sua struttura. Nello specifico Amodio vede l’angustia culturale e la pochezza degli stimoli del suo ambiente familiare e formativo, riflette sui ruoli che si giocavano e sui valori che si imponevano nella famiglia patriarcale dei tempi fortunatamente andati. Ma, purtroppo, Amodio non vede le sue radici, non vede “le fondamenta” di queste case disposte a diversi livelli in ordine d’importanza e di frequenza. Tutto questo non significa che Amodio non ha radici, tutt’altro, ne ha tante e non tutte assimilate perché il bambino è stato impedito nell’assorbimento dei contenuti psichici e culturali da un sistema familiare repressivo e autoritario, un “luogo psichico” dove i bambini valevano meno del quattro di coppe nel gioco del tressette. Si tratta delle famiglie fasciste che sono prosperate anche nell’Italia repubblicana per mancanza di alternative fascinose e di nuove prospettive. Si è perpetuata l’assunzione della minestra autoritaria fascista nelle famiglie democratiche soltanto nel titolo della forma politica. E Amodio rientra in questo contesto storico e culturale di cui ha detto con calore e passione anche perché è stato il mio contesto: il Veneto e la Sicilia negli anni cinquanta erano molto simili nei valori della povertà, negli schemi feudali e nei residui fascisti.

Amodio si è fatto le fondamenta da solo, ma conserva il dolore di non aver potuto, più che saputo, approfittare di una formazione più affettuosa nei contenuti e ricca di stimoli innovatori. Il sogno dice chiaramente e impietosamente di questa lacuna avvolta dalle nebbie del “non vissuto” e del “non detto”.

Sull’argine sinistro c’è della gente povera.”

Ho anticipato l’elaborazione del capoverso finale del sogno di Amodio. La povertà in questione è quella psico-culturale e verte nella mancata conquista di strumenti interpretativi ed esecutivi da dare alle nuove generazioni. Amodio si è sentito nel tempo defraudato di questa possibilità di avere a sua disposizione strumenti di analisi e di sintesi, di spirito critico soprattutto e di una lingua nazionale con cui superare gli angusti confini del suo paese d’origine, quella lingua che unisce e allarga i confini mentali perché consente la comunicazione con l’altro e soprattutto con il “simile” spesso definito erroneamente “diverso”.

La riflessione onirica di Amodio si può ritenere parzialmente conclusa, semplicemente perché il tema trattato investe ulteriori riflessioni e approfondimenti, nonché investimenti di recupero del mal tolto culturale e del non vissuto umano. Proprio vero che finché c’è vita, c’è qualcosa da fare e tanto da brigare per stare bene.

LE BALENE

TRAMA DEL SOGNO

Ho sognato di essere in riva al mare insieme a dei conoscenti che, ad un certo punto, decidono di tuffarsi in acqua senza alcun timore, per raggiungere la sponda opposta di quello che mi sembra la foce di un fiume.

Il mare è molto mosso e il vento è forte.

Io non mi fido a tuffarmi anche perché ci sono molte balene che saltano nell’acqua impetuosa e che mi fanno paura temendo di essere mangiata.

Ritengo possibile raggiungere l’altra sponda camminando lungo la spiaggia, ma arrivata ad una curva rocciosa, il vento mi spinge indietro con alti spruzzi d’acqua.

Desisto e dopo non molto, il tempo migliora, il cielo è blu, il sole splende e il mare calmissimo. A quel punto non sento più l’interesse di dover raggiungere l’altra sponda.”

Moby Dick

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di essere in riva al mare insieme a dei conoscenti che, ad un certo punto, decidono di tuffarsi in acqua senza alcun timore, per raggiungere la sponda opposta di quello che mi sembra la foce di un fiume.”

Siamo in famiglia e ci troviamo di fronte all’avvenire: “in riva al mare”. I “conoscenti” sono i familiari, per l’appunto. Si vive e si va avanti nella vita con la ricerca coraggiosa di mete agognate, con la forza della giovinezza e il sostegno della famiglia.

Tuffarsi in acqua” si traduce in un coinvolgimento esistenziale fatto di consapevolezza e non di pulsioni inconsce: esserci ed essere sul pezzo anche se questo “tuffarsi in acqua” evoca la figura materna.

La foce di un fiume” significa la parte finale di un percorso e di un cammino operativo, il traguardo di tanti sforzi, ma include anche l’ultima fase del parto e la nascita, l’emancipazione della figlia Moby dalla augusta genitrice.

TRADUZIONE ESTETICA

Mi tufferò in acqua senza alcun timore

insieme a voi,

fratelli e sorelle,

insieme a tutti i nati da madre.

Non avrò paura di annegare,

non sarò fagocitata da colei che mi ha liberata

e da cui mi sono staccata,

non sarò divorata dal nulla inconsapevole ed eterno,

questo mare che tutto bolle e ribolle

o che sta fermo sulla linea dell’orizzonte.

Torno indietro e rivivo mia madre.

Sono cresciuta e sono grande.

Conosco bene mia madre

e saprò anche liberarmi del suo abbraccio fatale,

dalle sue ansie e dalle sue angosce.

Mia madre è importante,

come tutte le madri per tutti i figli.

Il mare è molto mosso e il vento è forte.”

La vita e il vivere si traducono in forti emozioni e impetuosi sentimenti che rasentano lo stordimento e richiedono tanta forza per essere affrontati.

TRADUZIONE ESTETICA

Sul mare non luccica l’astro d’argento,

né placida è l’onda,

né prospero è il vento.

La donna sente dentro,

la donna sente fuori,

la donna si perde nel turbinio dei sensi

insieme alla vita che le scorre vitale

e non è mai appagata in questa ricerca

di una se stessa che è mare,

di una se stessa che è vento.

Portami via con te, o mare, o vento!

Datemi l’ebbrezza di una giornata felice

a bordo dei miei sensi e dei miei sentimenti.

Io non mi fido a tuffarmi anche perché ci sono molte balene che saltano nell’acqua impetuosa e che mi fanno paura temendo di essere mangiata.”

Moby non si lascia andare alle sue emozioni e non si affida alle sue tempeste emotive, perché Moby non si affida alle madri che nuotano nel mare della vita e delle gravidanze. Moby ha paura di essere fagocitata dalla madre, ha bisogno di essere protetta dalla madre, desidera essere nel grembo materno. Moby svela il possessivismo materno che l’ha connotata nella sua esistenza e il suo travaglio a liberarsi dalla madre e dal suo mondo incantato fatto di favole e di regressioni. Moby ha paura della madre e di essere madre. Troppo tormento, troppa tempesta, troppe competizioni e Moby ha timore, è timida, è gentile, è umile, è piccola, è all’erta con le novità repentine.

TRADUZIONE ESTETICA

Madre della terra,

o madre mia carnale,

che vai nuda e sicura con le altre madri

incontro alle tempeste della vita di donna,

vergine di umiltà,

ricca di possesso e potere,

o mamma mia di sempre,

prenditi cura di me

che non so ancora nuotare,

che non so ancora salire le cime tempestose

che portano nel fondo del mare,

di quel mare,

di questo mare,

gli oceani interiori che ribollono dentro fragili e forti membra,

fragili di affanni,

forti di tenacia.

Di sale brilli nell’altare,

di sale il tuo pane sapeva

quando eri stanca di essere madre.

Tienimi con te,

mettimi dentro di te,

nel tuo ventre ampio e calorosamente caldo

che un giorno mi ha visto con te.

Proteggimi dal bene infido

e dammi la forza

di non cedere alle lusinghe del destino infame.

Fa’ che io sia padrona

del mio incedere elegante

in questa sfilata della vita che scorre

anche sui marciapiedi della graziosa cittadina

che mi vide timorosa

e oggi mi scopre civetta.

Ritengo possibile raggiungere l’altra sponda camminando lungo la spiaggia, ma arrivata ad una curva rocciosa, il vento mi spinge indietro con alti spruzzi d’acqua.”

La dialettica psichica della diade “madre-figlia” è aspra e la libertà è lontana vista dalla spiaggia, non è lineare, il conflitto è acceso e il vento spinge a regredire con forti prepotenze materne. La figlia è entrata in conflitto con la madre: “posizione psichica edipica”. Tutto è normale e come da copione, ma la “curva rocciosa” attesta di forti ostacoli intercorsi e interposti nella liquidazione della conflittualità con la madre. Moby ha tanto sofferto per le irruenze emotive e sentimentali vissute durante la sua psicodinamica con la madre e di riferimento con il padre, per cui “l‘altra sponda” non è stata di facile approdo, in special modo per via agevole: “camminando lungo la spiaggia”.

TRADUZIONE ESTETICA

Vento,

ancora il vento mi porta l’odore acre della competizione,

ancora una spiaggia si allontana dai miei occhi ingenui

e ancora il mare mugugna e muggisce

in tanta tempesta dei sensi e degli umori.

Quanta necessità sofferta per far crescere la libertà dentro!

Mamma,

mormora la bambina,

mentre pieni di pianto gli occhi,

per la tua piccolina non compri mai balocchi,

mamma tu compri soltanto le ciprie per te.

Colonie aromatiche della compagnia delle Indie

per una donna d’alta classe,

una boccetta di chopard casmir

per la signorina che verrà,

una bambolina di pezza ruvida con diadema di perle marine

per il regno fantasioso

di una principessa minore e del suo re maggiore.

Desisto e dopo non molto, il tempo migliora, il cielo è blu, il sole splende e il mare calmissimo. A quel punto non sento più l’interesse di dover raggiungere l’altra sponda.”

L’altra sponda” è la libertà dopo la guerra, dopo il conflitto, dopo la sofferenza acuta di rinunciare a un pezzo di radice. La vera e veritiera “altra sponda” è l’autonomia psicofisica, il fare legge a se stessa nel corpo e nella mente, la soluzione delle pendenze edipiche, lo scioglimento dei nodi marinari che tenevano attraccata la barca al molo. Moby mostra a se stessa con il suo sogno la psico-dialettica che ha vissuto e le psicodinamiche che ha istruito per la risoluzione del suo “complesso di Edipo”, tappa che l’ha particolarmente attratta per la figura femminile della madre, fascinosa e misterica nel suo essere l’origine della sua esistenza.

Desisto”, posizione psicologica buddista, non mi coinvolgo, mi lascio andare, cesso di combattere, apatia stoica di chi conosce il vero, latino “de-sisto”, mi colloco da una parte in un’altra parte. Questo verbo così chiaro è altrettanto profondo e ricco di implicazioni mistiche, culturali, religiose, filosofiche, semiologiche e tanto altro. In un semplice “desisto” sono condensati l’approdo e la ricerca ulteriore della verità personale, figlia di quella Verità collettiva e assoluta che non si nasconde più all’occhio smagato e all’intelletto libero di chi ha tanto cercato e finalmente trovato dopo tanto cammino, come Moby.

Il tempo migliora” si traduce sto crescendo e sto risolvendo le mie dipendenze e pendenze, edipiche nel nostro caso, sto maturando e anche l’umore si assesta in una dimensione psichica matura.

Il cielo è blu”, tutto è più tranquillo in me e fuori di me, “sublimo” l’angoscia con la migliore consapevolezza, ho collocato i miei valori in un luogo superiore e le mie verità al di là di ogni discussione logora e logorante, insomma mi sono liberata del “fantasma” materno e adesso mi sento compatta.

Il sole splende”, la luce della ragione illumina il camino della vita e dell’azione, la consapevolezza si è estesa al “senso di sé” ed è diventata autocoscienza, “sapere di sé. “Cogito ergo sum” e sono cartesianamente una persona pensante e fattiva, associo il pensiero all’azione come la Storia di Benedetto Croce, insomma, procedo nell’esistenza con lo strumento della Ragione e del Sapere.

Il mare calmissimo” contiene una forma di atarassia, di assenza di angoscia, di apatia stoica che, non è caduta della vitalità emotiva e sentimentale, bensì padronanza di sé tramite la “coscienza di sé”, ampliamento del “sensus sui”, maturazione della persona e della personalità, compattezza psichica. Il “mare” è simbolo dell’inconscio vitalistico e neurovegetativo, oltre che dell’esistenza.

E’ giusto e sacrosanto che, a questo punto, Moby non senta il bisogno e “l’interesse di dover raggiungere l’altra sponda”, la madre o un altro traguardo, il padre o un altro obiettivo.

Sembra rinuncia e rassegnazione e invece è la rappresentazione in sogno della SAGGEZZA, della “sapientia sui”. Moby non è approdata nell’altra sponda, ma è approdata nel suo porto. Adesso l’angoscia della perdita è appagata e automaticamente scomparsa. Nulla chiede in Moby di sopravvivere, tutto chiede di vivere.

TRADUZIONE ESTETICA

Desisto,

mi colloco altrove,

atarassia,

il senza angoscia,

la cura di Franco,

un disco,

un quarantacinque giri di allora,

di quando ero una ragazzina tutta madre e tutta chiesa,

niente casa del popolo,

così come voleva la mamma,

la mia balena,

la saggezza è sapore di sale,

non quello altrui,

è il mio sale,

il mio sale in zucca,

il mio mare salato,

mare immenso e salato,

mare e marosi,

io so di me,

io finalmente so di me,

tu, o mare, non mi agiti

perché non sei agitato,

sei ammarato nella marina,

mentre il tempo soffia sulle vetuste scene

dei teatri antichi e greci,

quando si recita il soggetto di Edipo,

l’uomo dai piedi ritorti,

figlio del mare e della luna,

figlio di Laio e Giocasta,

figlio delle stelle di Tebe,

solo in un quadrivio all’europea

con precedenza a destra e a sinistra,

comme vous voulez,

sotto questo cielo intirizzito dall’incesto,

stupito e stupefatto dalle donne dionisiache

che in corteo sbranano il capretto

secondo la sanguinolenta processione del fine settimana,

sempre sotto il sole

che di lassù dice

e afferma che è di tutti

e appartiene anche a te,

anche a noi,

come la strada che mi porta da te

e mi allontana dalla madre,

dalla balena,

dal mare.

La sponda fa da sponda,

poi non serve.

Grazie madre!

Io non gioco più al biliardo

nella solita sala del monte di Belluno.

TOI – 1452b

Ti regalerò un piccolo pianeta,

un piccolo pianeta con due stelle,

le stelle binarie,

un pianeta pieno d’acqua al venti per cento,

di quel che manca è pieno di eudaimonia,

i buoni demoni,

i demoni del bene,

gli istinti vitali di Dioniso il matto,

gli angeli della cuccagna

che fan l’amore con madama Dorè

in tutte le chiese del circondario,

nei conventi abitati dagli ultimi monaci,

gli uomini soli e veri

che sono sopravvissuti alle tivvù caccose

e ai professori mercenari e scontati al centodieci per cento,

come le facciate dei palazzi fatiscenti di Forlimpopoli.

Quanti buoni demoni!

Tanti,

ma tanti e poi altrettanti.

Ma quanti sono questi demoni?

Sono tanti

quanti quelli che dentro sentiva Socrate

quando era fatto di cicuta e di peperoncino,

quando era fatto di poche parole e di tanti perché,

Socrate,

il figlio di Sofronisco e di Fenarete,

il fratellastro di Patrocle,

il marito di Santippe,

il sofista anomalo,

il marito anomalo,

il padre anomalo,

il misogino normale,

l’omosex normale,

il filosofo senza filosofia,

il perditempo dell’agorà,

quello che non scrisse nulla per pigrizia,

quello che ciondolava per le strade anfose,

quello che dormiva sotto i portici dipinti,

le stoà di Pirrone,

non il gesuita di don Fabrizio,

non il ruffiano del Gattopardo,

lo stoico Pirrone,

quello del giusto mezzo,

non la 500 di Nane Agnelli e di Viktoir Valletta anni 50,

quello dell’in medio stat virtus,

quello del sunt denique certi fines,

quos, ultra citraque, nequit consistere rectum,

non quello di Quinto Orazio Flacco da Venosa,

il furbastro che allettava gli schiavetti a piacimento

nella sua casetta parva sed apta ei,

non questo e non quello,

ma il demone che ti comprerò io,

me misero tapino,

senza un soldo nel taschino,

senza un cane e un topino,

ti offro un TOI-1452b con stelle incorporate,

con acqua a volontà

per gli sciacqui orali e per il bidet a ogni ora,

con le dovute cure e premure

per gli obesi e i nullatenenti,

per i politici e i giornalisti,

per Charlene e Marlene,

per Ilary e mastro don Gesualdo,

per i re e le regine,

per i matti e le mattine,

per chi ancora ha voglia di fottere e di fottersi

in questo nostro pianeta a rimasuglio,

un pianeta stupito con due stelle,

stelle binarie,

un pianeta pieno d’acqua al venti per cento,

ma di quel che manca è pieno di daimonia.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 20, 09, 2022

LA DEPRESSIONE

TRAMA DEL SOGNO

“Cammino in una strada di montagna facendo un giro largo, l’unico per attraversare qualcosa.

Arrivo in cima e mi trovo in una casetta non finita con una cucina, due stanze e un bagno solo con water e senza finestra. Le stanze sono in calcinaccio.

Dentro una delle camere c’è un giovane disteso su un letto tipo ospedale, probabilmente un malato che non poteva camminare.

Io esco per non guardare e per non sapere.

Torno indietro, c’è un pezzo a strapiombo e io soffro di vertigini.

C’è mia sorella e qualcun altro.

C’è una parete di montagna dove sgorga acqua e alcuni cercano di bloccare, ma in realtà non si blocca perché cade fuori.”

Questo è il sogno di Fede.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Cammino in una strada di montagna facendo un giro largo, l’unico per attraversare qualcosa.”

L’esordio del sogno è critico e non positivo, nonostante il paesaggio alpino. Fede è una donna che sublima la sua “libido” e in maniera oltretutto non appagante. La sua vita scorre in maniera incerta e le sue relazioni risentono di un’approssimazione che non contempla il coinvolgimento affettivo e umano. Fede è una donna apatica che vaga nel cammino di sua vita facendo giri larghi, senza sapere il perché delle sue esperienze e senza conoscere l’intensità emotiva delle sue azioni. Fede sublima la sua “libido” negli investimenti sociali, non approfondisce e non si lega, resta sul generico a livello mentale e sul labile a livello affettivo, difetta nell’individuazione dei suoi obiettivi e dei suoi progetti. Fede è veramente apatica e demotivata, è una donna che nelle sue esperienze non va al dunque e al perché. La domanda che sorge legittima è la seguente: da cosa si sta difendendo Fede con questo suo atteggiamento di vaghezza subliminale?

Arrivo in cima e mi trovo in una casetta non finita con una cucina, due stanze e un bagno solo con water e senza finestra. Le stanze sono in calcinaccio.”

Il “processo di difesa della “sublimazione della libido” non funziona tanto bene anche se arriva a giusto compimento. Il beneficio non è proficuo. Fede si ritrova, infatti, con una casa psichica “sgarrupata”, come diceva il bambino di “Io speriamo che me la cavo”, il libro del formidabile maestro napoletano Marcello D’Orta: la “casetta” non è una casa e oltretutto non è “finita”, l’affettività non si spreca, l’intimità e la sessualità sono ridotte e senza tante prospettive. “Le stanze sono in calcinaccio” si traduce nella precarietà psichica di cui si diceva in precedenza. Fede rievoca in sogno un momento non certo felice e armonioso della sua vita, un periodo in cui accusa una caduta della vitalità e dell’affettività, un deficit d’amor proprio in primo luogo. Fede è veramente in crisi e non trova gli strumenti giusti per reagire a tanto indefinito sconquasso. In primo luogo difettano il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “razionalizzazione” e la funzione vigilante dell’Io. La fatiscenza domina questo quadretto da geometra alle prime armi.

Dentro una delle camere c’è un giovane disteso su un letto tipo ospedale, probabilmente un malato che non poteva camminare.”

Il sogno manifesta i simboli della psicodinamica in corso e in maniera spietata. Fede si è innamorata di un uomo “malato” e se lo porta dentro. Fede è legata a “un giovane disteso su un letto d’ospedale”, un uomo incapace di vivere con i piedi per terra e non legato al “principio di realtà”. Questo giovane accusa una precarietà della funzione vigilante e razionale dell’Io, è depresso e non sa vivere nella concretezza di tutti i giorni e nella condivisione sociale. Fede si ritrova legata dentro a un uomo che la stuzzica come madre e non come donna. Questo “giovane malato” non è traducibile nella parte psichica maschile di Fede e semplicemente perché il tono narrativo e descrittivo fa propendere la decodificazione verso una presenza interiore di ordine affettivo. Fede è innamorata di quest’uomo. Fede è una donna che tende a legarsi a uomini precari in opposizione alla sua affermatività o in sintonia alla sua debolezza psichica. Nel primo capoverso del sogno si è celebrata la “sublimazione” che non funziona e la struttura che non è compatta ed elegante, quindi il cerchio si può chiudere dicendo che Fede non sta bene e non riesce più a “sublimare la libido” nei confronti di un uomo che la blocca e la coarta con la sua inettitudine depressiva.

Io esco per non guardare e per non sapere.”

Ritorna in scena la Fede asettica e svogliata che non vuole assolutamente coinvolgersi maggiormente in una situazione di coppia che la vede vittima di un uomo di per se stesso depresso e ai ferri corti con la vitalità e la concretezza pragmatica. “Io esco” significa “io mi alieno, non prendo coscienza” e non oggettivo i miei stati d’animo e i miei vissuti al riguardo di questo signore malato di cui sono innamorata o penso di essere legata. “Per non guardare” equivale a una auto-consapevolezza impedita. Fede non vuole prendere atto di stare con un uomo che sta male ed è combattuta tra l’aiutarlo e l’abbandonarlo ai suoi pesanti disagi scegliendo se stessa e il suo benessere. Bisogna anche aggiungere che il conflitto di Fede si giustifica con il fatto che questa lampante depressione del giovane evoca il suo tratto depressivo e solletica in lei l’esplorazione di un nucleo profondo e adeguatamente rimosso a suo tempo, dopo il primo anno di vita per l’esattezza. “Per non sapere” si decodifica in “per non avere il gusto di me”, per non rivivere quel tratto depressivo che mi porto dentro e per non destare il nucleo dormiente di abbandono e di perdita. Fede è affascinata dalla malattia psichica ed esistenziale dell’uomo che si porta dentro e dietro. Fede non sa decidere se reagire affermando la consapevolezza della situazione in cui si trova o se lasciarsi andare alla sua depressione tramite quella del suo uomo per sondare questo tratto qualitativo della sua formazione psichica infantile. Riepilogando: Fede si trova ad assistere il suo uomo caduto in depressione e non sa scegliere la sua autonomia anche perché affascinata da questa sindrome psicopatologica che tutti indistintamente abbiamo sperimentato e accantonato nel corso della nostra formazione evolutiva.

Torno indietro, c’è un pezzo a strapiombo e io soffro di vertigini.”

Dopo la “sublimazione della libido”, dopo essersi prestata e prodigata verso l’uomo di cui è innamorata con un notevole spirito di sacrificio, Fede reagisce con il processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione”, torno indietro”, andando direttamente a visitare e a rivivere quel nucleo depressivo che ha incamerato nel primo anno di vita in riferimento alla figura materna e che consisteva nell’angoscia di abbandono e di perdita di cotanta figura protettiva e vitale. Nel regredire s’imbatte subito nel suo “fantasma di morte”, per dirla in termini tecnici, elaborato nella prima infanzia e che è rimasto dentro senza la necessità di essere razionalizzato. Ecco che la giovane donna si innamora di una persona affetta da sindrome depressiva ed ecco che reagisce mettendo in gioco e rievocando la sua potenziale depressione. Adesso si vedrà la qualità della “razionalizzazione” che Fede ha operato a riguardo del suo “fantasma di morte”. Se quest’operazione salvifica non è stata adeguata, Fede farà fatica a separarsi e a stare bene ripristinando un equilibrio che in atto non c’è e che richiede una profonda comprensione dei “fantasmi” della prima infanzia. Il “pezzo a strapiombo” significa la caduta depressiva e la perdita affettiva della figura materna da parte di Fede. “Io soffro di vertigini” equivale all’incapacità di maturare il senso della libertà e dell’autonomia psicofisica, al mantenimento di una dipendenza da una figura oltremodo rassicurante. Fede sa di non essere autonoma e di avere bisogno di dipendere. Ma una cosa è la dipendenza dalla madre, un’altra cosa è la “traslazione” dalla figura materna in un uomo che oltretutto ha bisogno di dipendere da lei. La dipendenza, in effetti, si attesta nella “regressione” al suo passato infantile e alla mancata “razionalizzazione” dei “fantasmi” elaborati da piccola.

C’è mia sorella e qualcun altro.”

Ecco il ritorno all’infanzia, alla famiglia e al sentimento della rivalità fraterna: “mia sorella e qualcun altro”. Fede rievoca tramite la depressione del suo uomo la sua vita in famiglia, la sua relazione con la madre, le sue paure primarie di non essere amata e di essere abbandonata, il “fantasma di morte” elaborato dalla sua psiche infante, il sentimento della rivalità fraterna, la rabbia maturata per la paura che la sorella le portasse via una quota dell’amore materno, il suo senso di precarietà e d’incompletezza psicofisiche e di necessaria dipendenza da figure significative. Questi stimoli sono fascinosi perché inducono a una presa di coscienza del nucleo depressivo, del come la depressione del mio uomo stimola la mia depressione latente. Ma certi viaggi non vanno fatti da soli perché sono pericolosi e ci vuole il compagno giusto per poter guardare il paesaggio e per ritornare alla vita quotidiana senza trasportare vissuti antichi al presente e subire danni da se stessi per operazioni “fai da te”.

C’è una parete di montagna dove sgorga acqua e alcuni cercano di bloccare, ma in realtà non si blocca perché cade fuori.”

Ecco la madre nella “acqua che sgorga da una parete di montagna”!

Fede s’imbatte nella logica consequenziale del suo sogno dopo aver sublimato la sua energia nel servizio al suo uomo, dopo essere regredita all’infanzia e al periodo in cui aveva elaborato e introiettato il nucleo depressivo secondo norma psichica evolutiva, dopo essere regredita al sentimento della rivalità fraterna e alla rabbia collegata. Fede, attratta dal fascino di questi suoi vissuti scatenati dalla caduta depressiva del suo uomo, si collega alla madre di tutti i vissuti, alla figura protagonista dei suoi “fantasmi”, la madre per l’appunto, e la santifica simbolicamente in una zona sacra e sublimata come la “parete di montagna” e la simboleggia nella classica e universale “acqua che sgorga”, madre che accorre in sostegno e in aiuto della figlia piccola e senza parola, “infante”. A questo punto, dopo la opportuna e buona “regressione” difensiva dall’angoscia di abbandono e di solitudine, Fede tenta di razionalizzare il suo stato di coscienza di donna adulta in crisi a causa della depressione del suo uomo, “alcuni cercano di bloccare” il ricorso alla madre e la “regressione” all’infanzia. Purtroppo Fede amaramente prende atto del fatto che la sua evoluzione psicofisica non contempla la “razionalizzazione” della figura materna e del nucleo depressivo infantile, del suo primario “fantasma di morte”, per cui si candida alla sofferenza di non saper decidere cosa fare con la sua depressione, più che con quella del suo uomo. Quel periodo formativo della sua vita è rimasto grezzo e senza le rifiniture di una buona comprensione della sua bambina dentro l’attuale donna. Spesso la vita non porta alla necessità di elaborare il nucleo depressivo maturato nella prima infanzia, per cui in seguito basta la convivenza con una persona che il suddetto nucleo lo ha fortemente esaltato senza razionalizzarlo e senza esserne padrone, per buttarci in una crisi patocca e delicata. Se ne può venire fuori con un’adeguata psicoterapia analitica, dal momento che si tratta di materiale profondo che va riattraversato e ricomposto dall’Io razionale. In particolare la figura materna va rivisitata e messa al posto giusto senza tanti tentennamenti e paure di irreparabile perdita.

E del suo uomo depresso?

Che vinca sempre l’amor proprio prima della generosa abdicazione. Se non razionalizza il suo nucleo depressivo, Fede non può essere d’aiuto al suo amato bene in crisi. “Parabola significat” che nella nostra vita corrente ci imbattiamo sempre in stimoli che mettono a dura prova la nostra formazione psichica e siamo costretti a rispondere in prima istanza con i nostri vissuti incamerati a suo tempo. E fu così che una donna di nome Fede incontrò l’amore in un uomo che soffriva di depressione e che tanto la scombussolò come il sogno attesta e testimonia.

Questo è quanto e in abbondanza si poteva dire del complesso e delicato sogno di Fede.

SEMPRE IN GIAPPONE

TRAME DEI TRE SOGNI

PRIMO SOGNO

“(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, stavamo camminando in una via tipo ferrovia in cui in alto c’era una fila di trenini giocattolo appesi.

Subito dopo stavamo parlando del lavoro del mio fidanzato nell’ambito delle linee elettriche perché da molti pali dell’energia scendevano migliaia di fili lasciati liberi e ogni tanto prendevo delle scosse.”

SECONDO SOGNO

“(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, ci siamo trovati con Laura (amica del mio fidanzato).

Lei voleva prendere un caffè shakerato, ma i ragazzi del bar le avevano detto che non potevano darle il caffè finché non fosse andata in hotel a lasciare tutto quello che aveva (zaini e borse) in modo che sapessero che non era una ladra.

Lei si è rifiutata.

Nel frattempo che stavano facendo il caffè, mettevano sopra il bicchiere una carta, tipo scottex, tutta sporca di caffè e non capivo il motivo e continuavo a toglierlo.”

TERZO SOGNO

“(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, io e il mio fidanzato. Dovevamo andare a mangiare e siamo entrati in un ristorante e abbiamo trovato la mia famiglia, compreso mio nonno deceduto a marzo, e abbiamo mangiato tutti assieme.

Un mio cugino mi ha messo in guardia sull’acqua giapponese e io l’ho rassicurato che stavamo comprando acqua da 0,5 € oppure da due litri.”

Questi sono i tre sogni “giapponesi” di Giuliana.

INTERPRETAZIONE DEL PRIMO SOGNO

(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, stavamo camminando in una via tipo ferrovia in cui in alto c’era una fila di trenini giocattolo appesi.”

Giuliana si sogna sempre in compagnia del suo “moroso” semplicemente perché si pensa preferibilmente in relazione con una persona affettivamente sicura. Non è una donna sola e isolata, non è una donna che vive nella timidezza e nella clausura, tutt’altro!

Giuliana ama la compagnia e l’esotico, gli usi e i costumi dell’Oriente come Erodoto, è aperta alle novità e alle diversità nell’identico, insomma Giuliana è una donna curiosa, disponibile e disposta ad acquisire le ricchezze umane presenti sul mercato psico-socio-culturale.

Giuliana non sa mai “come ci sia arrivata” in questo mitico Giappone. Magari ha fatto nella realtà diversi viaggi nel mitico Oriente e come turista, non certo per caso, ma con cognizione di causa. Magari ha assorbito tutto il materiale originale che i cugini giapponesi propongono al ben capitato ospite. E’ anche vero che in sogno ci portiamo dietro e addosso la nostra storia psicofisica, la nostra umana formazione evolutiva e la nostra “organizzazione psichica reattiva”, la nostra personalità, la nostra struttura, il nostro carattere, per dirla in maniera grossolana e per intenderci. E’ anche vero che da svegli ci portiamo, sempre dietro e addosso, tutto il bagaglio di cui ho detto ampiamente prima, ma nella vigilanza la rivisitazione psichica è meno evidente perché siamo distratti dalla forza della realtà e non ci rendiamo conto che siamo sempre noi gli interpreti di questi mondi apparentemente nuovi e diversi.

Giuliana “non sa mai come ci sia arrivata” è un “lapsus” che la identifica, è un tradimento psichico che la contraddistingue nelle sue incertezze esistenziali. Giuliana è un essere in evoluzione con andamento lento ma progressivo. In questo modo arriva dove vuole e va anche ripetutamente in Giappone, dove abita una sua “parte psichica” originale e personale. Le manca la consapevolezza in questa sua ripetuta verità biblica, indiana e araba: “non so come ci sia arrivata”. Il “non so” sa di inconsapevolezza e di mancato gusto di sé, indica una uno stato psichico crepuscolare e ipnotico, un obnubilamento della coscienza e una riduzione delle funzioni vigilanti dell’Io. “Come ci sia arrivata” annuncia traguardi sempre “in fieri” che non necessitano di un ossessivo e pedante uso della razionalità e dei “processi secondari”. Giuliana è una donna “evanescente” nel senso ottimo della parola, “esce fuori dal vano”, non tollera i vuoti e per questo motivo tende continuamente a riempirli, magari creandosi delle dipendenza psichiche e relazionali: vedi la continua presenza in sogno del suo ragazzo, del suo fidanzato, del suo uomo, della figura maschile a cui si affida e di cui si fida, almeno per l’evenienza vissuta dormendo e sognando.

Procedere diventa allettante.

Giuliana sta “camminando” insieme ad altri “in una via tipo ferrovia”. Traduco subito. Nel cammino della sua vita la nostra eroina si imbatte sulla questione psico-esistenziale della morte, del distacco, della separazione, delle perdite affettive, insomma si imbatte nel suo personale “fantasma di morte”, un prodotto elaborato nel primo anno di vita e che si è trascinata dietro, come tutti del resto, nella vita futura corrente. Giuliana recupera e aggancia in sogno il suo nucleo depressivo primario e lo offre in compagnia degli altri e con quella vena di bonaria superficialità di una donna che si è premurata di concedersi tutte le ciambelle di salvataggio per non soffrire e per non addolorarsi oltremodo nel suo viaggio di vita. Questo è il senso e il significato simbolici di “una via tipo ferrovia”.

Subito dopo stavamo parlando del lavoro del mio fidanzato nell’ambito delle linee elettriche perché da molti pali dell’energia scendevano migliaia di fili lasciati liberi e ogni tanto prendevo delle scosse.”

La “ferrovia” indica il distacco e la perdita, ma le “linee elettriche” del suo “fidanzato” danno veramente la scossa alla nostra Giuliana che associa senza colpo ferire Eros a Thanatos, l’erotismo alla Morte, nella figura notevole e nella persona mirabile del suo “fidanzato”, un vero lavoratore di quell’Eros che con le “scosse” finali fa perdere veramente la testa alla nostra eroina, Thanatos. Giuliana compone l’allegoria della neurofisiologia dell’amplesso sessuale in questo capoverso, attestando della sua buona disposizione erotica e sessuale nei riguardi del suo “fidanzato”, un maschio esperto di migliaia di fili che scendono liberamente dall’alto delle linee elettriche, un uomo che sa ben disimpegnarsi dalla ragione quando si tratta di lasciarsi andare al moto eccitante del sistema neurovegetativo. In effetti è Giuliana che “proietta” nel “fidanzato” la sua disposizione all’orgasmo e la sua psicofisiologia sessuale. In questo dialogo con il suo uomo Giuliana manifesta la predilezione al veicolo della parola per migliorare la “coscienza di sé” e la “coscienza della coppia”. Questa relazione porta a quell’intesa erotica e sessuale che nell’amplesso trova altre parole e altre forme di linguaggio, il linguaggio del corpo in primo luogo.

Il primo sogno si ricompone e trova la sua fine e il suo fine.

INTERPRETAZIONE DEL SECONDO SOGNO

(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, ci siamo trovati con Laura (amica del mio fidanzato).”

La solita inconsapevolezza e la solita sub-liminalità di Giuliana aprono il secondo sogno giapponese, il secondo sogno esotico che lascia ben sperare in una rinnovata disposizione erotica e sessuale “proiettata” in “Laura”, “l’amica del suo fidanzato”. Giuliana è una donna aperta alle amicizie anche femminili, per cui si porta a spasso in sogno le amiche senza alcuna gelosia. Meglio: Giuliana si difende in sogno dalle sue pulsioni e dai suoi istinti “proiettandoli” nell’amica del suo fidanzato, “Laura”, la donna dello schermo per l’appunto. Siamo in tre, ma siamo sempre in due, io e il mio fidanzato, io la fidanzata e sempre io nelle vesti di Laura e amica del mio fidanzato. Il gioco delle parti è istruito e Giuliana può procedere nell’elaborazione dei contenuti importanti del sogno dopo essersi tutelata sull’onore e sulla privacy.

Lei voleva prendere un caffè shakerato, ma i ragazzi del bar le avevano detto che non potevano darle il caffè finché non fosse andata in hotel a lasciare tutto quello che aveva (zaini e borse) in modo che sapessero che non era una ladra.”

Giuliana mette subito in azione “Laura” e la relaziona con il desiderio di “un caffè shakerato” e con “i ragazzi del bar”. Traduco: Giuliana è in piena eccitazione erotica e sessuale e si relaziona con l’universo giovanile maschile presente in loco. Giuliana è una donna in piena salute psicofisica che vive bene la sua femminilità e la sente pulsare nel corpo specialmente quando si trova in situazioni seduttive. Purtroppo, Giuliana non vive bene questa sua disposizione erotica e sessuale, per cui si costringe a censurarla e la “proietta” sull’amica Laura apparendo intonsa a se stessa e agli occhi del fidanzato. Ed ecco che introduce dei limiti, delle condizioni e dei divieti alla sua eccitazione e al suo desiderio seduttivo proiettando sui ragazzi del bar l’impossibilità di sorbire il “caffè shakerato”, oltretutto e oltremodo agitato, le sue censure e le sue difese psicofisiche al coinvolgimento e alle relazioni pericolose per la sua innocenza e semplicità di donna fidanzata. Giuliana impone alla disinibita e vogliosa “Laura” tramite “i ragazzi del bar” di liberarsi della sua femminilità ingombrante ed eccessiva, “(zaini e borse)”, tutti contenitori e simboli dell’universo psicofisico femminile, prima di poter sorbire il tanto desiderato caffè shakerato. Questa procedura deve avvenire nel contesto anonimo di un hotel: un’ulteriore difesa dal riconoscimento delle proprie pulsioni e dal desiderio di coinvolgimento. Questa operazione è anche funzionale a evidenziare in maniera conclamata l’innocenza di Laura, pardon di Giuliana, in riguardo ai tradimenti e ai furti di ragazzi del bar, quelli che sanno fare e indurre shaker e in specie al caffè, all’apparato neurovegetativo, agli organi sessuali insomma. Giuliana tratta così male se stessa, si censura e si condanna al ruolo di “ladra”. Insomma vive male se stessa, “ladra”, e nello specifico il suo corpo di donna, “(zaini e borse)”. Un bisogno profondo di asessuarsi e di desessualizzarsi per non incorrere nel senso di colpa e nella condanna del “Super-Io”. Il fantasma della “mangia-uomini” e della femmina immorale è legato all’infanzia e all’adolescenza, al periodo in cui gli adulti le hanno instillato giudizi e condanne in riguardo alla vita erotica e sessuale, nonché in riguardo al suo corpo. Questo materiale censorio si è aggiunto a quello che la stessa Giuliana aveva elaborato naturalmente da sola nella ricerca del calibro giusto per pesare e vivere le sue abbondanze e le sue prosperità in crescita. Vediamo come va a finire questo psicodramma molto importante per l’evoluzione psicofisica della nostra protagonista.

Lei si è rifiutata.”

Fortunatamente Giuliana si rifiuta di abdicare al corpo e ai bisogni del corpo, si rifiuta di viversi in angelica e asessuata versione, si rifiuta di esaltare la Mente e di “sublimare la sua libido” nel mille per mille dei suoi redditi eterei, si rifiuta di lasciare il suo zaino e la sua borsa in un hotel anonimo, si rifiuta di non essere femminilmente seduttiva e recettiva. Insomma, fortunatamente Giuliana supera il suo conflitto psichico ed esalta la sua identità psicofisica femminile e si relaziona con l’universo maschile adducendo tutto il suo corredo e tutti i suoi accessori color rosa. Diventa interessante proseguire nella decodificazione del sogno, per vedere dove si condensa questo psicodramma di una donna che oscilla tra la sicurezza della sua identità femminile e questa contrastata offerta relazionale al maschio.

Nel frattempo che stavano facendo il caffè, mettevano sopra il bicchiere una carta, tipo scottex, tutta sporca di caffè e non capivo il motivo e continuavo a toglierlo.”

L’eccitazione sessuale della coppia sale e si profila l’eiaculazione. Il bisogno del salvifico preservativo si fa urgente e arriva il momento in cui si sporca di sperma. Giuliana è contraria all’uso del contraccettivo per svariati motivi e manifesta la sua predilezione al rapporto sessuale a rischio. Questa è la traduzione simbolica del capoverso. Giuliana rievoca tramite la difesa dell’amica, “proiezione”, la sua problematica sessuale e il suo contrasto sull’uso del profilattico. I simboli dicono che “fare il caffè” si traduce in fare sesso con la valenza eccitativa in risalto, il “bicchiere” è il simbolo dell’organo sessuale femminile in quanto recipiente, “una carta, tipo scottex” equivale al preservativo e alla sua artificialità assorbente, “sporca di caffè” rappresenta la versione negativa dell’eiaculazione e dello sperma, “non capivo il motivo” condensa la caduta della vigilanza in nome di una pulsione al contatto epiteliale, “continuavo a toglierlo” attesta di una naturale pulsione alla gravidanza. Si rileva come Giuliana si stacca dal contesto e si limita a descrivere quello che vede attribuendo a Laura e al gruppo la psicodinamica sessuale: meccanismi psichici di difesa della “proiezione” e dello “spostamento”. Questo capoverso è l’allegoria del coito protetto e la pubblicità del profilattico. Con questa scena si conclude il secondo sogno misterico di Giuliana, un prodotto psichico molto coperto e condensato.

INTERPRETAZIONE DEL TERZO SOGNO

(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, io e il mio fidanzato. Dovevamo andare a mangiare e siamo entrati in un ristorante e abbiamo trovato la mia famiglia, compreso mio nonno deceduto a marzo, e abbiamo mangiato tutti assieme.

Giuliana è sempre in Giappone e con il “fidanzato”. Continua la sagra psico-drammatica e dal versante prevalentemente sessuale si sposta in quello affettivo e familiare: “dovevamo andare a mangiare”. Gli “investimenti di libido” sono formali e convenzionali, non hanno alcun trasporto privato e intimo: “siamo entrati in un ristorante”. Si evidenziano gli affetti appresi ed esercitati in famiglia, gli investimenti familiari quotidiani e ripetitivi, quelli che che coinvolgevano anche il “nonno deceduto a marzo”, quelli che si desumono nella simbologia “dell’abbiamo mangiato tutti insieme”, di quel rito quotidiano a cui non si dà la giusta importanza nella convivenza moderna. Giuliana rievoca la sua vita affettiva in famiglia e ripesca la figura del nonno per testimoniare la sua sensibilità depressiva alla perdita e per confermare lo spessore modesto delle sue relazioni: tutti insieme, ma senza brillare in sceneggiate napoletane strappalacrime per quanto riguarda il sentimento dell’amore tra parenti.

Un mio cugino mi ha messo in guardia sull’acqua giapponese e io l’ho rassicurato che stavamo comprando acqua da 0,5 € oppure da due litri.”

Ecco che arriva il censore nella figura del “cugino”. Giuliana “proietta” la sua preoccupazione sulla consistenza della linfa vitale e sul valore degli affetti. Si conferma l’educazione e la disposizione di Giuliana a investimenti relativamente modesti in riguardo alla “libido” e alla vitalità affettiva, si conferma la freddezza formale rilevata in precedenza. Un uomo, “un mio cugino”, assume il ruolo di tutore dell’energia di una donna che per se stessa, in effetti, non spende molto e si manifesta modesta nell’autostima e nell’autonomia psicofisica.

In tutti e tre i sogni Giuliana c’è e volentieri si apparta senza approfondire e assumere su se stessa l’alienato psichico, senza operare quel ricompattamento di cui abbisogna per vivere meglio se stessa, per risolvere le dipendenze affettive, per gustare le sue relazioni di vario tipo e di vario genere.

Il trittico di Giuliana può concludersi con questa prognosi.

L’ACQUA “MANGIATORELLA”

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovo all’interno del recinto della villetta del vicino, che abita alla fine della stradina dove abito io.

Sto aspettando che mi portino delle confezioni di acqua ordinate.

Il muro di cinta non c’è più per poter vedere meglio l’inizio della stradina e per controllare quando arriva l’acqua.

Accanto a me ho una bottiglia di acqua Mangiatorella da 2 litri, poggiata a terra, che cerco di vendere senza alcun risultato in quanto le persone, a cui cerco di venderla, trovano caro il prezzo.”

Simone

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mi trovo all’interno del recinto della villetta del vicino, che abita alla fine della stradina dove abito io.”

Prima di iniziare l’analisi del sogno di Simone, mi corre l’obbligo di esaltare le virtù miracolose e gustative dell’acqua delle sorgenti calabresi di Stilo, un borgo che affonda le sue radici nella Magna Grecia del settimo secolo a.C. E la Storia non si riduce all’acqua fresca minerale e oligominerale, ma è soprattutto Cultura e tradizione, così come la Natura incontaminata è garanzia di qualità e soprattutto di Civiltà. Nella mia permanenza in Siracusa bevo soltanto acqua “Mangiatorella”, dal momento che l’acqua locale è semplicemente imbevibile e non aggiungo altro. Mi addolora soltanto il fatto che con queste buone usanze e costose necessità si riempie il globo terracqueo di orrenda e terribile plastica. Troverò un rimedio per non inquinare, come tutti del resto.

Dopo il personale preambolo vado all’interpretazione del sogno di Simone.

Simone è al chiuso, si è recintato nello spazio altrui, nel “recinto della villetta del vicino”. Ha sentito il bisogno di “spostarsi” psicologicamente nel vicino e nelle sue capacità e abilità relazionali, nelle sue modalità contenute di offerta di sé agli altri. Niente di eccezionale e di massimamente estroverso, si tratta di una giusta difesa dall’invadenza altrui e di una esposizione misurata alle insidie della società. Simone manifesta la sua ritrosia al coinvolgimento smodato e garibaldino e si identifica nei modi di essere verso gli altri del suo vicino di villetta. Cosa condivide Simone con quest’ultimo e cosa apprezza di questo signore? Per il momento il sogno non lo dice, ma degna di nota è la propensione e l’intenzionalità della sua coscienza verso questa figura di uomo, una persona equilibrata tra l’interno e l’esterno della casa, ma con un “recinto” che sa di difesa e di gabbia, di blocco di energie psicofisiche e di paura sociale. Il “recinto” è simbolo di contenimento degli investimenti genuini di “libido” e di chiusura verso il coinvolgimento e la condivisione. Inoltre, il “recinto” sa di formalità e di camuffamento difensivo. L’affinità psichica e l’ammirazione sociale portano Simone a un’identificazione con questo personaggio, significativo e non anonimo, che è l’ultima esperienza relazionale vissuta: “abita nella stradina dove abito io”. Dimenticavo: il sogno si svolge tra le “villette”, quindi ci troviamo in un ambito psichico altolocato, non si tratta di semplici e proletarie case, si tratta di “organizzazioni psichiche” ben stimate e ricche di amor proprio. E’ importante che non sfocino nel narcisismo.

Così può andare.

Sto aspettando che mi portino delle confezioni di acqua ordinate.”

La “acqua” è un simbolo talmente arcaico che è mezzo parente dell’archetipo e nello specifico del simbolo universale della Madre, per il fatto che rievoca la Vita della Terra e il liquido amniotico in cui sguazza e si nutre il feto. Nel tempo greco fu l’archè, il principio, del Tutto vivente secondo il pensiero cosmogonico di Talete. Nel sogno di Simone la “acqua” rappresenta l’energia, la “libido”, la vitalità, le cellule, gli ormoni, il corpo. Non siamo lontani dalla verità possibile, se affermiamo che Simone è in crisi di vitalità e attende di ricostituirsi a livello psicofisico e che da questo punto di vista il suo vicino di villetta è un esempio da imitare e da invidiare, un termine quanto meno di confronto e di apprezzamento. Queste energie arrivano dall’esterno, “mi portino” e la situazione è ansiogena, oltre che di dipendenza, “sto aspettando”. Un altro punto di rilievo, “ordinate”, attesta e conferma la capacità decisionale e altolocata di Simone, il suo buon senso dell’Io e le sue idee ben chiare sulle gerarchie e sui ruoli sociali. Ancora bisogna rilevare che l’acqua di Simone non è quella che sgorga da una fredda sorgente della Sila, ma una buona acqua imbrigliata nella bottiglia di plastica e confezionata sempre nella pellicola di plastica. Questo è il senso simbolico delle “confezioni” ed è in linea con i tempi, ma è anche vero che i “processi primari” sono fantasiosi e potevano ricorrere alla “condensazione” e allo “spostamento” magari tirando in ballo una sorgente delle Dolomiti. Simone vive il suo tempo e partecipa volentieri agli usi e ai costumi, nonché alle abitudini della gente con cui vive e quotidianamente si relaziona.

Il muro di cinta non c’è più per poter vedere meglio l’inizio della stradina e per controllare quando arriva l’acqua.”

Dal “recinto” al “muro di cinta”, anche se ex, il passo non è breve, è drammatico, ma per fortuna Simone se ne è sbarazzato, “non c’è più”, nonostante la sua utilità per capire meglio, “vedere” e per difendersi, “controllare”. Allora, ricapitolando, Simone attende che le sue energie vitali si ricostituiscano nel suo “recinto”, nelle sue giuste difese sociali, e dopo aver smantellato le sue difese spasmodiche dagli altri, “il muro di cinta” che consentiva una difesa eccezionale ma patologica dagli altri. Certo che questa dipendenza da chi gli porta a casa le energie vitali è una pessima strategia esistenziale e un pericoloso affidamento che giustamente lo mettono all’erta e accrescono il bisogno di controllare. Importante che non diventi una paranoia. La verità psicologica del sogno è che Simone è molto preoccupato per la sua salute e per le sue energie vitali. L’acqua è l’antidoto alla sua ipocondria, alla sua paura di stare male e di perdere le forze e la vita. Simone deve stare all’erta e deve affidarsi agli altri per tutelare la buona salute del suo corpo. Per tale necessità stressa la mente in operazioni ansiogene di ispezione e di controllo delle situazioni interne ed esterne. “Quando arriva l’acqua” è una questione di vita o di morte. Questa esagerazione è funzionale a una migliore comprensione del messaggio del sogno.

Accanto a me ho una bottiglia di acqua Mangiatorella da 2 litri, poggiata a terra, che cerco di vendere senza alcun risultato in quanto le persone, a cui cerco di venderla, trovano caro il prezzo.”

Confermo il prezzo “caro” della bottiglia da due litri di acqua Mangiatorella, ma aggiungo che il costo è ampiamente giustificato dalla qualità dell’acqua e dalle proprietà diuretiche, un’acqua dolce e benefica: una confezione da sei bottiglie da due litri viaggia in Siracusa da supermercato in bottega sui quattro euro. “Accanto a me” attesta dell’ausilio di un farmaco, la bottiglia con la marca attesta ancora della marca del farmaco, i due litri attestano ulteriormente del bisogno di Simone di rivitalizzarsi e delle sue paure di psicoastenia. La bottiglia è “poggiata a terra” in senso di distacco e di bisogno di alienazione del bene vitale: vuole venderla per ben due volte e per fortuna senza risultato. Simone incontra delle resistenze a curasi, non accetta la sua paura di astenia e di perdita delle energie, le sue debolezze psichiche e rifiuta di avere accanto l’alleato, l’aiuto, il sostegno. Simone orgogliosamente nega la sua sensibilità all’equilibrio psicofisico perché la vive come una debolezza a cui non indulgere. Importante che non rimetta in piedi il “muro di cinta” e che elimini anche il “recinto”, operazione che aveva “traslato” nella vendita dell’acqua Mangiatorella. Nel suo bisogno di liberarsi dalle dipendenze accumula dipendenze peggiori. Meglio conoscersi e sapere i propri punti deboli, piuttosto che disconoscerli e rifiutare i sani rimedi della mamma e della nonna: “toh, bevi un sorso d’acqua che ti passa tutto!”