SEMPRE IN GIAPPONE

TRAME DEI TRE SOGNI

PRIMO SOGNO

“(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, stavamo camminando in una via tipo ferrovia in cui in alto c’era una fila di trenini giocattolo appesi.

Subito dopo stavamo parlando del lavoro del mio fidanzato nell’ambito delle linee elettriche perché da molti pali dell’energia scendevano migliaia di fili lasciati liberi e ogni tanto prendevo delle scosse.”

SECONDO SOGNO

“(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, ci siamo trovati con Laura (amica del mio fidanzato).

Lei voleva prendere un caffè shakerato, ma i ragazzi del bar le avevano detto che non potevano darle il caffè finché non fosse andata in hotel a lasciare tutto quello che aveva (zaini e borse) in modo che sapessero che non era una ladra.

Lei si è rifiutata.

Nel frattempo che stavano facendo il caffè, mettevano sopra il bicchiere una carta, tipo scottex, tutta sporca di caffè e non capivo il motivo e continuavo a toglierlo.”

TERZO SOGNO

“(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, io e il mio fidanzato. Dovevamo andare a mangiare e siamo entrati in un ristorante e abbiamo trovato la mia famiglia, compreso mio nonno deceduto a marzo, e abbiamo mangiato tutti assieme.

Un mio cugino mi ha messo in guardia sull’acqua giapponese e io l’ho rassicurato che stavamo comprando acqua da 0,5 € oppure da due litri.”

Questi sono i tre sogni “giapponesi” di Giuliana.

INTERPRETAZIONE DEL PRIMO SOGNO

(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, stavamo camminando in una via tipo ferrovia in cui in alto c’era una fila di trenini giocattolo appesi.”

Giuliana si sogna sempre in compagnia del suo “moroso” semplicemente perché si pensa preferibilmente in relazione con una persona affettivamente sicura. Non è una donna sola e isolata, non è una donna che vive nella timidezza e nella clausura, tutt’altro!

Giuliana ama la compagnia e l’esotico, gli usi e i costumi dell’Oriente come Erodoto, è aperta alle novità e alle diversità nell’identico, insomma Giuliana è una donna curiosa, disponibile e disposta ad acquisire le ricchezze umane presenti sul mercato psico-socio-culturale.

Giuliana non sa mai “come ci sia arrivata” in questo mitico Giappone. Magari ha fatto nella realtà diversi viaggi nel mitico Oriente e come turista, non certo per caso, ma con cognizione di causa. Magari ha assorbito tutto il materiale originale che i cugini giapponesi propongono al ben capitato ospite. E’ anche vero che in sogno ci portiamo dietro e addosso la nostra storia psicofisica, la nostra umana formazione evolutiva e la nostra “organizzazione psichica reattiva”, la nostra personalità, la nostra struttura, il nostro carattere, per dirla in maniera grossolana e per intenderci. E’ anche vero che da svegli ci portiamo, sempre dietro e addosso, tutto il bagaglio di cui ho detto ampiamente prima, ma nella vigilanza la rivisitazione psichica è meno evidente perché siamo distratti dalla forza della realtà e non ci rendiamo conto che siamo sempre noi gli interpreti di questi mondi apparentemente nuovi e diversi.

Giuliana “non sa mai come ci sia arrivata” è un “lapsus” che la identifica, è un tradimento psichico che la contraddistingue nelle sue incertezze esistenziali. Giuliana è un essere in evoluzione con andamento lento ma progressivo. In questo modo arriva dove vuole e va anche ripetutamente in Giappone, dove abita una sua “parte psichica” originale e personale. Le manca la consapevolezza in questa sua ripetuta verità biblica, indiana e araba: “non so come ci sia arrivata”. Il “non so” sa di inconsapevolezza e di mancato gusto di sé, indica una uno stato psichico crepuscolare e ipnotico, un obnubilamento della coscienza e una riduzione delle funzioni vigilanti dell’Io. “Come ci sia arrivata” annuncia traguardi sempre “in fieri” che non necessitano di un ossessivo e pedante uso della razionalità e dei “processi secondari”. Giuliana è una donna “evanescente” nel senso ottimo della parola, “esce fuori dal vano”, non tollera i vuoti e per questo motivo tende continuamente a riempirli, magari creandosi delle dipendenza psichiche e relazionali: vedi la continua presenza in sogno del suo ragazzo, del suo fidanzato, del suo uomo, della figura maschile a cui si affida e di cui si fida, almeno per l’evenienza vissuta dormendo e sognando.

Procedere diventa allettante.

Giuliana sta “camminando” insieme ad altri “in una via tipo ferrovia”. Traduco subito. Nel cammino della sua vita la nostra eroina si imbatte sulla questione psico-esistenziale della morte, del distacco, della separazione, delle perdite affettive, insomma si imbatte nel suo personale “fantasma di morte”, un prodotto elaborato nel primo anno di vita e che si è trascinata dietro, come tutti del resto, nella vita futura corrente. Giuliana recupera e aggancia in sogno il suo nucleo depressivo primario e lo offre in compagnia degli altri e con quella vena di bonaria superficialità di una donna che si è premurata di concedersi tutte le ciambelle di salvataggio per non soffrire e per non addolorarsi oltremodo nel suo viaggio di vita. Questo è il senso e il significato simbolici di “una via tipo ferrovia”.

Subito dopo stavamo parlando del lavoro del mio fidanzato nell’ambito delle linee elettriche perché da molti pali dell’energia scendevano migliaia di fili lasciati liberi e ogni tanto prendevo delle scosse.”

La “ferrovia” indica il distacco e la perdita, ma le “linee elettriche” del suo “fidanzato” danno veramente la scossa alla nostra Giuliana che associa senza colpo ferire Eros a Thanatos, l’erotismo alla Morte, nella figura notevole e nella persona mirabile del suo “fidanzato”, un vero lavoratore di quell’Eros che con le “scosse” finali fa perdere veramente la testa alla nostra eroina, Thanatos. Giuliana compone l’allegoria della neurofisiologia dell’amplesso sessuale in questo capoverso, attestando della sua buona disposizione erotica e sessuale nei riguardi del suo “fidanzato”, un maschio esperto di migliaia di fili che scendono liberamente dall’alto delle linee elettriche, un uomo che sa ben disimpegnarsi dalla ragione quando si tratta di lasciarsi andare al moto eccitante del sistema neurovegetativo. In effetti è Giuliana che “proietta” nel “fidanzato” la sua disposizione all’orgasmo e la sua psicofisiologia sessuale. In questo dialogo con il suo uomo Giuliana manifesta la predilezione al veicolo della parola per migliorare la “coscienza di sé” e la “coscienza della coppia”. Questa relazione porta a quell’intesa erotica e sessuale che nell’amplesso trova altre parole e altre forme di linguaggio, il linguaggio del corpo in primo luogo.

Il primo sogno si ricompone e trova la sua fine e il suo fine.

INTERPRETAZIONE DEL SECONDO SOGNO

(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, ci siamo trovati con Laura (amica del mio fidanzato).”

La solita inconsapevolezza e la solita sub-liminalità di Giuliana aprono il secondo sogno giapponese, il secondo sogno esotico che lascia ben sperare in una rinnovata disposizione erotica e sessuale “proiettata” in “Laura”, “l’amica del suo fidanzato”. Giuliana è una donna aperta alle amicizie anche femminili, per cui si porta a spasso in sogno le amiche senza alcuna gelosia. Meglio: Giuliana si difende in sogno dalle sue pulsioni e dai suoi istinti “proiettandoli” nell’amica del suo fidanzato, “Laura”, la donna dello schermo per l’appunto. Siamo in tre, ma siamo sempre in due, io e il mio fidanzato, io la fidanzata e sempre io nelle vesti di Laura e amica del mio fidanzato. Il gioco delle parti è istruito e Giuliana può procedere nell’elaborazione dei contenuti importanti del sogno dopo essersi tutelata sull’onore e sulla privacy.

Lei voleva prendere un caffè shakerato, ma i ragazzi del bar le avevano detto che non potevano darle il caffè finché non fosse andata in hotel a lasciare tutto quello che aveva (zaini e borse) in modo che sapessero che non era una ladra.”

Giuliana mette subito in azione “Laura” e la relaziona con il desiderio di “un caffè shakerato” e con “i ragazzi del bar”. Traduco: Giuliana è in piena eccitazione erotica e sessuale e si relaziona con l’universo giovanile maschile presente in loco. Giuliana è una donna in piena salute psicofisica che vive bene la sua femminilità e la sente pulsare nel corpo specialmente quando si trova in situazioni seduttive. Purtroppo, Giuliana non vive bene questa sua disposizione erotica e sessuale, per cui si costringe a censurarla e la “proietta” sull’amica Laura apparendo intonsa a se stessa e agli occhi del fidanzato. Ed ecco che introduce dei limiti, delle condizioni e dei divieti alla sua eccitazione e al suo desiderio seduttivo proiettando sui ragazzi del bar l’impossibilità di sorbire il “caffè shakerato”, oltretutto e oltremodo agitato, le sue censure e le sue difese psicofisiche al coinvolgimento e alle relazioni pericolose per la sua innocenza e semplicità di donna fidanzata. Giuliana impone alla disinibita e vogliosa “Laura” tramite “i ragazzi del bar” di liberarsi della sua femminilità ingombrante ed eccessiva, “(zaini e borse)”, tutti contenitori e simboli dell’universo psicofisico femminile, prima di poter sorbire il tanto desiderato caffè shakerato. Questa procedura deve avvenire nel contesto anonimo di un hotel: un’ulteriore difesa dal riconoscimento delle proprie pulsioni e dal desiderio di coinvolgimento. Questa operazione è anche funzionale a evidenziare in maniera conclamata l’innocenza di Laura, pardon di Giuliana, in riguardo ai tradimenti e ai furti di ragazzi del bar, quelli che sanno fare e indurre shaker e in specie al caffè, all’apparato neurovegetativo, agli organi sessuali insomma. Giuliana tratta così male se stessa, si censura e si condanna al ruolo di “ladra”. Insomma vive male se stessa, “ladra”, e nello specifico il suo corpo di donna, “(zaini e borse)”. Un bisogno profondo di asessuarsi e di desessualizzarsi per non incorrere nel senso di colpa e nella condanna del “Super-Io”. Il fantasma della “mangia-uomini” e della femmina immorale è legato all’infanzia e all’adolescenza, al periodo in cui gli adulti le hanno instillato giudizi e condanne in riguardo alla vita erotica e sessuale, nonché in riguardo al suo corpo. Questo materiale censorio si è aggiunto a quello che la stessa Giuliana aveva elaborato naturalmente da sola nella ricerca del calibro giusto per pesare e vivere le sue abbondanze e le sue prosperità in crescita. Vediamo come va a finire questo psicodramma molto importante per l’evoluzione psicofisica della nostra protagonista.

Lei si è rifiutata.”

Fortunatamente Giuliana si rifiuta di abdicare al corpo e ai bisogni del corpo, si rifiuta di viversi in angelica e asessuata versione, si rifiuta di esaltare la Mente e di “sublimare la sua libido” nel mille per mille dei suoi redditi eterei, si rifiuta di lasciare il suo zaino e la sua borsa in un hotel anonimo, si rifiuta di non essere femminilmente seduttiva e recettiva. Insomma, fortunatamente Giuliana supera il suo conflitto psichico ed esalta la sua identità psicofisica femminile e si relaziona con l’universo maschile adducendo tutto il suo corredo e tutti i suoi accessori color rosa. Diventa interessante proseguire nella decodificazione del sogno, per vedere dove si condensa questo psicodramma di una donna che oscilla tra la sicurezza della sua identità femminile e questa contrastata offerta relazionale al maschio.

Nel frattempo che stavano facendo il caffè, mettevano sopra il bicchiere una carta, tipo scottex, tutta sporca di caffè e non capivo il motivo e continuavo a toglierlo.”

L’eccitazione sessuale della coppia sale e si profila l’eiaculazione. Il bisogno del salvifico preservativo si fa urgente e arriva il momento in cui si sporca di sperma. Giuliana è contraria all’uso del contraccettivo per svariati motivi e manifesta la sua predilezione al rapporto sessuale a rischio. Questa è la traduzione simbolica del capoverso. Giuliana rievoca tramite la difesa dell’amica, “proiezione”, la sua problematica sessuale e il suo contrasto sull’uso del profilattico. I simboli dicono che “fare il caffè” si traduce in fare sesso con la valenza eccitativa in risalto, il “bicchiere” è il simbolo dell’organo sessuale femminile in quanto recipiente, “una carta, tipo scottex” equivale al preservativo e alla sua artificialità assorbente, “sporca di caffè” rappresenta la versione negativa dell’eiaculazione e dello sperma, “non capivo il motivo” condensa la caduta della vigilanza in nome di una pulsione al contatto epiteliale, “continuavo a toglierlo” attesta di una naturale pulsione alla gravidanza. Si rileva come Giuliana si stacca dal contesto e si limita a descrivere quello che vede attribuendo a Laura e al gruppo la psicodinamica sessuale: meccanismi psichici di difesa della “proiezione” e dello “spostamento”. Questo capoverso è l’allegoria del coito protetto e la pubblicità del profilattico. Con questa scena si conclude il secondo sogno misterico di Giuliana, un prodotto psichico molto coperto e condensato.

INTERPRETAZIONE DEL TERZO SOGNO

(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, io e il mio fidanzato. Dovevamo andare a mangiare e siamo entrati in un ristorante e abbiamo trovato la mia famiglia, compreso mio nonno deceduto a marzo, e abbiamo mangiato tutti assieme.

Giuliana è sempre in Giappone e con il “fidanzato”. Continua la sagra psico-drammatica e dal versante prevalentemente sessuale si sposta in quello affettivo e familiare: “dovevamo andare a mangiare”. Gli “investimenti di libido” sono formali e convenzionali, non hanno alcun trasporto privato e intimo: “siamo entrati in un ristorante”. Si evidenziano gli affetti appresi ed esercitati in famiglia, gli investimenti familiari quotidiani e ripetitivi, quelli che che coinvolgevano anche il “nonno deceduto a marzo”, quelli che si desumono nella simbologia “dell’abbiamo mangiato tutti insieme”, di quel rito quotidiano a cui non si dà la giusta importanza nella convivenza moderna. Giuliana rievoca la sua vita affettiva in famiglia e ripesca la figura del nonno per testimoniare la sua sensibilità depressiva alla perdita e per confermare lo spessore modesto delle sue relazioni: tutti insieme, ma senza brillare in sceneggiate napoletane strappalacrime per quanto riguarda il sentimento dell’amore tra parenti.

Un mio cugino mi ha messo in guardia sull’acqua giapponese e io l’ho rassicurato che stavamo comprando acqua da 0,5 € oppure da due litri.”

Ecco che arriva il censore nella figura del “cugino”. Giuliana “proietta” la sua preoccupazione sulla consistenza della linfa vitale e sul valore degli affetti. Si conferma l’educazione e la disposizione di Giuliana a investimenti relativamente modesti in riguardo alla “libido” e alla vitalità affettiva, si conferma la freddezza formale rilevata in precedenza. Un uomo, “un mio cugino”, assume il ruolo di tutore dell’energia di una donna che per se stessa, in effetti, non spende molto e si manifesta modesta nell’autostima e nell’autonomia psicofisica.

In tutti e tre i sogni Giuliana c’è e volentieri si apparta senza approfondire e assumere su se stessa l’alienato psichico, senza operare quel ricompattamento di cui abbisogna per vivere meglio se stessa, per risolvere le dipendenze affettive, per gustare le sue relazioni di vario tipo e di vario genere.

Il trittico di Giuliana può concludersi con questa prognosi.

L’ACQUA “MANGIATORELLA”

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovo all’interno del recinto della villetta del vicino, che abita alla fine della stradina dove abito io.

Sto aspettando che mi portino delle confezioni di acqua ordinate.

Il muro di cinta non c’è più per poter vedere meglio l’inizio della stradina e per controllare quando arriva l’acqua.

Accanto a me ho una bottiglia di acqua Mangiatorella da 2 litri, poggiata a terra, che cerco di vendere senza alcun risultato in quanto le persone, a cui cerco di venderla, trovano caro il prezzo.”

Simone

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mi trovo all’interno del recinto della villetta del vicino, che abita alla fine della stradina dove abito io.”

Prima di iniziare l’analisi del sogno di Simone, mi corre l’obbligo di esaltare le virtù miracolose e gustative dell’acqua delle sorgenti calabresi di Stilo, un borgo che affonda le sue radici nella Magna Grecia del settimo secolo a.C. E la Storia non si riduce all’acqua fresca minerale e oligominerale, ma è soprattutto Cultura e tradizione, così come la Natura incontaminata è garanzia di qualità e soprattutto di Civiltà. Nella mia permanenza in Siracusa bevo soltanto acqua “Mangiatorella”, dal momento che l’acqua locale è semplicemente imbevibile e non aggiungo altro. Mi addolora soltanto il fatto che con queste buone usanze e costose necessità si riempie il globo terracqueo di orrenda e terribile plastica. Troverò un rimedio per non inquinare, come tutti del resto.

Dopo il personale preambolo vado all’interpretazione del sogno di Simone.

Simone è al chiuso, si è recintato nello spazio altrui, nel “recinto della villetta del vicino”. Ha sentito il bisogno di “spostarsi” psicologicamente nel vicino e nelle sue capacità e abilità relazionali, nelle sue modalità contenute di offerta di sé agli altri. Niente di eccezionale e di massimamente estroverso, si tratta di una giusta difesa dall’invadenza altrui e di una esposizione misurata alle insidie della società. Simone manifesta la sua ritrosia al coinvolgimento smodato e garibaldino e si identifica nei modi di essere verso gli altri del suo vicino di villetta. Cosa condivide Simone con quest’ultimo e cosa apprezza di questo signore? Per il momento il sogno non lo dice, ma degna di nota è la propensione e l’intenzionalità della sua coscienza verso questa figura di uomo, una persona equilibrata tra l’interno e l’esterno della casa, ma con un “recinto” che sa di difesa e di gabbia, di blocco di energie psicofisiche e di paura sociale. Il “recinto” è simbolo di contenimento degli investimenti genuini di “libido” e di chiusura verso il coinvolgimento e la condivisione. Inoltre, il “recinto” sa di formalità e di camuffamento difensivo. L’affinità psichica e l’ammirazione sociale portano Simone a un’identificazione con questo personaggio, significativo e non anonimo, che è l’ultima esperienza relazionale vissuta: “abita nella stradina dove abito io”. Dimenticavo: il sogno si svolge tra le “villette”, quindi ci troviamo in un ambito psichico altolocato, non si tratta di semplici e proletarie case, si tratta di “organizzazioni psichiche” ben stimate e ricche di amor proprio. E’ importante che non sfocino nel narcisismo.

Così può andare.

Sto aspettando che mi portino delle confezioni di acqua ordinate.”

La “acqua” è un simbolo talmente arcaico che è mezzo parente dell’archetipo e nello specifico del simbolo universale della Madre, per il fatto che rievoca la Vita della Terra e il liquido amniotico in cui sguazza e si nutre il feto. Nel tempo greco fu l’archè, il principio, del Tutto vivente secondo il pensiero cosmogonico di Talete. Nel sogno di Simone la “acqua” rappresenta l’energia, la “libido”, la vitalità, le cellule, gli ormoni, il corpo. Non siamo lontani dalla verità possibile, se affermiamo che Simone è in crisi di vitalità e attende di ricostituirsi a livello psicofisico e che da questo punto di vista il suo vicino di villetta è un esempio da imitare e da invidiare, un termine quanto meno di confronto e di apprezzamento. Queste energie arrivano dall’esterno, “mi portino” e la situazione è ansiogena, oltre che di dipendenza, “sto aspettando”. Un altro punto di rilievo, “ordinate”, attesta e conferma la capacità decisionale e altolocata di Simone, il suo buon senso dell’Io e le sue idee ben chiare sulle gerarchie e sui ruoli sociali. Ancora bisogna rilevare che l’acqua di Simone non è quella che sgorga da una fredda sorgente della Sila, ma una buona acqua imbrigliata nella bottiglia di plastica e confezionata sempre nella pellicola di plastica. Questo è il senso simbolico delle “confezioni” ed è in linea con i tempi, ma è anche vero che i “processi primari” sono fantasiosi e potevano ricorrere alla “condensazione” e allo “spostamento” magari tirando in ballo una sorgente delle Dolomiti. Simone vive il suo tempo e partecipa volentieri agli usi e ai costumi, nonché alle abitudini della gente con cui vive e quotidianamente si relaziona.

Il muro di cinta non c’è più per poter vedere meglio l’inizio della stradina e per controllare quando arriva l’acqua.”

Dal “recinto” al “muro di cinta”, anche se ex, il passo non è breve, è drammatico, ma per fortuna Simone se ne è sbarazzato, “non c’è più”, nonostante la sua utilità per capire meglio, “vedere” e per difendersi, “controllare”. Allora, ricapitolando, Simone attende che le sue energie vitali si ricostituiscano nel suo “recinto”, nelle sue giuste difese sociali, e dopo aver smantellato le sue difese spasmodiche dagli altri, “il muro di cinta” che consentiva una difesa eccezionale ma patologica dagli altri. Certo che questa dipendenza da chi gli porta a casa le energie vitali è una pessima strategia esistenziale e un pericoloso affidamento che giustamente lo mettono all’erta e accrescono il bisogno di controllare. Importante che non diventi una paranoia. La verità psicologica del sogno è che Simone è molto preoccupato per la sua salute e per le sue energie vitali. L’acqua è l’antidoto alla sua ipocondria, alla sua paura di stare male e di perdere le forze e la vita. Simone deve stare all’erta e deve affidarsi agli altri per tutelare la buona salute del suo corpo. Per tale necessità stressa la mente in operazioni ansiogene di ispezione e di controllo delle situazioni interne ed esterne. “Quando arriva l’acqua” è una questione di vita o di morte. Questa esagerazione è funzionale a una migliore comprensione del messaggio del sogno.

Accanto a me ho una bottiglia di acqua Mangiatorella da 2 litri, poggiata a terra, che cerco di vendere senza alcun risultato in quanto le persone, a cui cerco di venderla, trovano caro il prezzo.”

Confermo il prezzo “caro” della bottiglia da due litri di acqua Mangiatorella, ma aggiungo che il costo è ampiamente giustificato dalla qualità dell’acqua e dalle proprietà diuretiche, un’acqua dolce e benefica: una confezione da sei bottiglie da due litri viaggia in Siracusa da supermercato in bottega sui quattro euro. “Accanto a me” attesta dell’ausilio di un farmaco, la bottiglia con la marca attesta ancora della marca del farmaco, i due litri attestano ulteriormente del bisogno di Simone di rivitalizzarsi e delle sue paure di psicoastenia. La bottiglia è “poggiata a terra” in senso di distacco e di bisogno di alienazione del bene vitale: vuole venderla per ben due volte e per fortuna senza risultato. Simone incontra delle resistenze a curasi, non accetta la sua paura di astenia e di perdita delle energie, le sue debolezze psichiche e rifiuta di avere accanto l’alleato, l’aiuto, il sostegno. Simone orgogliosamente nega la sua sensibilità all’equilibrio psicofisico perché la vive come una debolezza a cui non indulgere. Importante che non rimetta in piedi il “muro di cinta” e che elimini anche il “recinto”, operazione che aveva “traslato” nella vendita dell’acqua Mangiatorella. Nel suo bisogno di liberarsi dalle dipendenze accumula dipendenze peggiori. Meglio conoscersi e sapere i propri punti deboli, piuttosto che disconoscerli e rifiutare i sani rimedi della mamma e della nonna: “toh, bevi un sorso d’acqua che ti passa tutto!”

MIO FIGLIO E MIA MADRE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovavo in un parco naturalistico con mio figlio.

C’erano tanti animali liberi che correvano, cervi e rinoceronti.

C’era anche un torrente di acqua limpida e ho sollecitato mio figlio a tuffarsi.

Lui si è tuffato e il torrente si è ridotto a una pozza d’acqua che piano piano l’ha inghiottito. Solo la mano era fuori.

Ho cercato di dargli la mia mano per tirarlo fuori.

Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.

Mi sono svegliato angosciato.”

Simone è il sognatore in questione.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Annuncio subito che questo sogno si decodifica secondo le coordinate simboliche di un doppio registro: “Simone e sua madre”, “il figlio di Simone e la madre”, ossia la moglie di Simone e sempre secondo i vissuti di Simone. Entrambe le interpretazione sono presenti e possibili. La prima è profonda, la seconda meno, ma funge da causa scatenante, “resto diurno”, del sogno. La prima risale all’infanzia, la seconda all’età matura.

Parto per questa ardua impresa.

Mi trovavo in un parco naturalistico con mio figlio.”

Il quadretto onirico presenta il padre e il figlio in una cornice di vera Natura. E’ veramente degno di menzione per l’eccezionalità qualitativa e comporta nell’immediato una riflessione. L’agiografia, la pittura dei santi e non soltanto, mostra sempre la Madonna con il bambino e quasi mai Giuseppe con Gesù infante. Anche la pittura laica ha scelto e preso questo orientamento culturale.

Avete mai visto un quadro o un affresco sul tema della paternità?

Un figlio e tanto meno una figlia in braccio al padre?

Io ignoro, almeno per il momento. La spiegazione antropologica culturale esige che la madre con il figlio condensi simbolicamente l’Origine e il primato occulto del “principio femminile”, mito greco di Gea. Il padre con il figlio contiene la simbologia del potere culturale e politico, nonché la trasmissione di questo potere.

La spiegazione psicoanalitica, sempre su “padre-madre-figlio-figlia”, richiama la “posizione psichica edipica”, la conflittualità tra padre e figlio e la “castrazione” psichica di quest’ultimo a opera del primo e sempre nei vissuti del figlio. La spiegazione psicoanalitica rievoca la primordiale ostilità verso il padre da parte dei figli e l’imposizione dei tabù per la convivenza sociale dopo il parricidio da parte di quei figli terribili. Mentre, per quanto riguarda la madre con il figlio, la Psicoanalisi ha un occhio di riguardo perché la relazione ha un contenuto etico e filogenetico di Amore della Specie che oscura il desiderio incestuoso del figlio: il primato femminile e la dipendenza dell’universo maschile. Se poi, per par condicio, consideriamo la diade “padre-figlia”, la dialettica psico-culturale s’imbatte nel tema dell’incesto e della violenza paterna almeno durante la giovinezza del padre, mentre nella vecchiaia la dialettica acquista i toni della devozione e dell’amore filiale, “pietas” verso il padre: il tema psico-culturale della figlia Antigone e del padre Edipo. Una figlia in braccio al padre in una tela pittorica, sacra e profana, risulta assente nella mia debole memoria e nella mia tanta ignoranza.

Questi accenni antropologici come inizio dell’interpretazione di un sogno non vanno proprio male. Del resto, ho sempre sostenuto che un sogno non è un semplice sogno, è tanto di più, è un prodotto psichico che contiene veramente tanto di altro. Evoca tanta Cultura, per esempio. Nulla di nuovo sotto il sole e la luna.

Convergo sul tema onirico di Simone.

La rara e preziosa diade “padre-figlio” si trova in un ambito di intimità affettiva e protettiva dove dominano, per l’appunto, i bisogni naturali e sono estromessi le artificialità formali, oltretutto destituite di carica emotiva e sentimentale. Simone si sta dicendo in sogno che sta bene con suo figlio e che vive bene il ruolo di padre anche nella veste familiare, quando le manifestazioni psichiche vertono sull’intimo e sul privato. Non si tratta della classica gita al parco del Gran Sasso o di Vindicari o di Pantalica, si tratta della simbolica solidarietà che si stabilisce tra padre e figlio quando si convive e, possibilmente nei casi di divorzio, quando il figlio soggiorna con il padre per obblighi di legge e soprattutto per bisogni formativi psichici. Insomma Simone ama suo figlio e sicuramente è molto attaccato alla sua creatura a tutti i livelli. Questo è il significato psichico di “mi trovavo con mio figlio in un parco naturalistico”: il senso intimo e vitalistico della paternità.

Consideriamo anche la tesi che Simone rievoca la sua infanzia e il suo bambino dentro. Quel figlio è quel se stesso proteso nel desiderio di un padre ideale. Simone si “sposta” in suo figlio e si attesta come quel padre che è e come un buon modello di padre che cura il figlio nel versante psicofisico e che avrebbe desiderato.

C’erano tanti animali liberi che correvano, cervi e rinoceronti.”

Questa è la classica descrizione simbolica dell’universo degli affetti, delle pulsioni e dei bisogni allo stato puro, quando gli istinti sono liberi di esprimersi nel migliore teatro e nelle forme diverse. Tutta la fenomenologia dell’amore parte dal basso e, di poi, include l’alto, parte dal sistema neurovegetativo e arriva alla consapevolezza dell’Io e alla razionalizzazione. La base dell’amore paterno è l’istinto di investire nel figlio liberamente la “libido”, quell’energia vitale del padre che occupa i suoi spazi pulsionali e sentimentali. Il padre provvede alla sopravvivenza e al benessere del corpo del figlio e in questo compito filogenetico non è da meno della madre. Queste sono situazioni che richiedono un intervento sanguigno e ancestrale. Simone ama suo figlio con quel trasporto sensoriale ed emotivo che rievoca le frustrazioni della paternità e i sensi di colpa legati all’assenza. Il padre sta compensando ampiamente con il figlio tutta una serie di istinti e di pulsioni che si traducono nei bisogni consapevoli di un uomo devoto al suo ruolo e al suo compito per profonda convinzione. Gli “animali” rappresentano simbolicamente gli istinti e sono tutti maschi e “liberi” come in una prateria naturale e ricca di vita. Niente è addomesticato dalla Cultura o dall’abitudine, tutto il sistema neurovegetativo è allo stato puro o quasi. Simone è orgoglioso del suo essere maschile e del figlio maschio. Si tratta di corrispondenza di amorosi sensi, di empatia e di simpatia, si tratta di “filia” e di “pathos”.

Quello che Simone ha descritto per il figlio, vale anche per se stesso nell’infanzia.

C’era anche un torrente di acqua limpida e ho sollecitato mio figlio a tuffarsi.”

Dopo l’elogio della paternità Simone sposta, trasla, proietta sul figlio i suoi bisogni di assolvere eventuali sensi di colpa. E’ questo il senso del “torrente” e il significato della “acqua”. Quest’ultima, oltretutto, è “limpida”, è quasi pura, è esente da qualsiasi colpa e travaglio psicologico sulla colpevolezza. Simone non si sente in colpa nei confronti del figlio e si tuffa tramite il figlio in questo bagno che non può essere catartico per il motivo suddetto. Il sollecitare a “tuffarsi” indica la ricerca di un eventuale residuo di colpa, ma in ogni caso l’azione del “torrente” è forte e liberatoria da eventuali scorie psichiche non pienamente ripulite dalla consapevolezza e dalla razionalizzazione. Simone ha una buona e limpida “coscienza di sé”, almeno fino a questo punto. Il padre si sta gestendo con il figlio in maniera egregia e costruttiva, analizzando le sue pulsioni e le sue colpe. Le prime sono ottime e le seconde altrettanto. Meglio di così c’è il paradiso delle “uri”, le fanciulle dagli occhi neri di cui parla il Corano. Non dimentichiamo, comunque, che la simbologia del “torrente” e della “acqua limpida” indica l’energia vitale, la “libido” disinibita.

Lui si è tuffato e il torrente si è ridotto a una pozza d’acqua che piano piano l’ha inghiottito. Solo la mano era fuori.”

Da pieno e poderoso il sogno di Simone si colora all’improvviso di un drammatico evento: la fagocitazione materna. Mostra la “parte psichica negativa” del “fantasma della madre” elaborato nella primissima infanzia, la madre che annienta e divora il figlio, la madre che crea forti dipendenze e non libera, la madre che ama e ricatta, la madre che disconosce e uccide l’autonomia psicofisica del figlio. Si conferma la doppia lettura del sogno, una di superficie e l’altra profonda, una che riguarda il figlio di Simone e l’altra che riguarda lo stesso Simone.

Meglio: Simone sta rievocando la sua storia psichica o è preoccupato per la relazione del figlio con la madre?

Ci sono entrambe le possibilità e le problematiche. In ogni caso si privilegia Simone e la sua storia psichica e si afferma che il figlio e la sua relazione con la madre funge da “causa scatenante”, resto diurno”, del sogno di Simone. Mi spiego ancora meglio. Simone padre è preoccupato per la dipendenza eccessiva dal figlio dalla madre, sua moglie o ex moglie, e nel sogno elabora la sua storia psichica di dipendenza da sua madre. Chiarito ogni equivoco e dubbio, la simbologia dice che la “pozza d’acqua” rappresenta la “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella che crea dipendenze e non favorisce l’autonomia: “Piano piano l’ha inghiottito”. “La mano” che “era fuori” rappresenta la sola relazione salvifica possibile dalle grinfie nefaste della madre, simbologia, rafforzata e inequivocabile, della terra e dell’acqua. Questa “mano”, che Simone lascia fuori dal fango nello psicodramma onirico del figlio, è la sua. Si cerca disperatamente a questo punto il salvatore, il “deus ex machina” della tragedia greca che risolveva alla fine tutti gli enigmi e i conflitti che agli uomini mortali non era data possibilità di soluzione e di ripartenza per il prossimo travaglio delle umane sorti, per la prossima tragedia.

Ho cercato di dargli la mia mano per tirarlo fuori.”

Cosa può fare un padre di fronte al figlio che viene divorato dalla madre?

Cosa può fare un figlio di fronte alla madre possessiva che non lo riconosce come l’altro da sé, come l’oggetto esterno da amare e non da distruggere, come l’oggetto esterno su cui investire la sua “libido genitale” e non “orale”, insomma come il figlio?

Chi ha dato a suo tempo una mano a Simone?

Di certo, al figlio è il padre in persona, Simone, a tentare il salvataggio. Quel padre è mancato a Simone bambino. Gli è mancata quella figura che poteva salvarlo dalle insidie della madre immatura e ferma all’esercizio della “libido orale”, una madre ferma a contenere il rischio depressivo e per questo motivo indotta naturalmente a tenere i figli con sé vita natural durante. Simone realizza con suo figlio il desiderio di un padre presente che a suo tempo lo avrebbe tirato fuori dalle sabbie mobili della madre possessiva e in odore di depressione per la sua immaturità psichica. Gli ha “dato la mano”, non lo ha afferrato con la “mano”. Il salvataggio del figlio non è energeticamente consono e proporzionale al pericolo della madre fagocitatrice e del pericolo di annientamento che sono sul drammatico tappeto. La simbologia riporta in auge la “mano” e il “tirarlo fuori”, lo strumento relazionale e la soluzione del dramma senza ricorrere al “deus ex machina” di prima o all’imponderabile di sempre. Sulla scena sono presenti una madre possessiva, un padre preoccupato che ricalca in parte la figura di suo padre, un figlio in piena crisi di dipendenza e alla ricerca di una possibile autonomia. Tutti questi personaggi sono lo stesso Simone, sia nell’essere traslati nel figlio e sia nell’essere attribuiti al figlio. Lo psicodramma è del padre e il figlio è lo strumento per rivivere e riattraversare le esperienze vissute a suo tempo.

Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.”

Simone ha fato di tutto per salvarsi dalle spirali maligne della madre, ma non c’è riuscito anche perché l’azione salvifica del padre non è stata a suo tempo incisiva e determinante. Simone adesso, vedendo il tipo di relazione del figlio con la madre, rivive la stessa psicodinamica e lo stesso dramma. La scena biblica dell’essere “inghiottito dalla terra” si risolve nella semplice dipendenza psichica dalla figura materna per bisogno della madre di avere un ruolo, una funzione, un compito, una collocazione storica al fine di evitare la perdita di senso, di significato e di valore, la sua larvata “depressione” da “oralità” non risolta e non superata perché non evoluta nelle successive “posizioni psichiche”. E in quest’ultima minaccia psicopatologica incide anche la solitudine della madre e l’angoscia della perdita, favorita da altre perdite subite, tra cui ci può essere un marito assente o un uomo superficiale. Certo che la dipendenza del figlio dalla figura materna non evoca soltanto l’adolescenziale “posizione edipica”, il conflitto con il padre e il bisogno di possesso della madre, evoca soprattutto il forte legame affettivo della prima infanzia che ha rasentato la morbosità, la quasi malattia.

Il meccanismo psichico del “processo primario” che gestisce la scenografia del sogno, la “figurabilità”, ha trovato la sua eccellenza nel rappresentare allegoricamente lo psicodramma in questione: “Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.”

Nulla da aggiungere, perché tutto si è compiuto nel migliore dei modi psicologici, nonostante la crudele atrocità del quadro finale.

Altro che il figlio in braccio al padre!

I RADICCHI ROSSI E VERDI

TRAMA DEL SOGNO

Anastasia ha fatto questo lungo e variegato sogno.

“Mi trovo a casa mia e ho voglia di andare a prendere del radicchio nel campo. Guardando fuori dalla finestra vedo la casa di fronte con il campo annesso e so che là ci sono dei bellissimi radicchi.

Allora parto e vado sul campo camminando lungo dei solchi lasciati dalle ruote di un trattore, pieni di acqua e fango. Devo star attenta a non sporcarmi le scarpe.

Poi mi inoltro verso dei filari di viti per raggiungere l’orto dei vicini e ci devo andare di nascosto per non farmi scoprire.

Mentre guardo l’orto, mi accorgo che dalla parte opposta, in pieno campo, ci sono due uomini che stanno discutendo e io cerco di nascondermi anche da loro, ma mi accorgo di avere sulle spalle un asciugamano bianco e sicuramente, se non lo tolgo, mi vedranno.

Però non lo tolgo e continuo a camminare veloce e passo sotto un filare di viti per raggiungere l’orto e prendere i radicchi. Sono proprio belli, rigogliosi, verdi e rossi.

Quando mi avvicino all’orto incontro la padrona di casa con la figlia. A quel punto non posso più andare a prendere il radicchio e mi metto a chiacchierare dicendo che facevo una passeggiata.

Mi invitano in casa. Entro e trovo dentro tante persone, la stanza è molto buia. E la figlia mi dice che è triste perché la mamma soffre di Alzheimer ed inoltre ogni volta che vanno al supermercato questa signora si mette a ballare e mette in imbarazzo la figlia.

Allora io prendo la signora fra le braccia e la invito al ballo, lei prima tentenna, ma poi comincia a girare e siamo come dei veri ballerini e lei è molto felice. Intanto la figlia mi dice che sia lei che il marito hanno perso il lavoro per accudire la madre e che si sono messi a fare dei lavoretti da vendere per sbarcare il lunario.

Mi porta nell’altra stanza. Ci sono tanti tavoli con sopra dei lavori fatti a uncinetto. Nei primi ci sono delle donne sedute, con la testa china e tristi, che guardano dei centrini bianchi non inamidati e non stirati che stanno proprio male, allora le invito a sistemarli se li vogliono vendere.

Negli altri tavoli ci sono invece dei bouquet di fiori fatti in lana o gialli o rosa. Molto belli. Ma forse sono costosi e non voglio spendere troppo. Vorrei prenderli per i regali di pasqua, ma li voglio rossi e non ci sono.

Allora vado a vedere nella stanza accanto. Trovo un bel ragazzo, un maestro di musica che sta insegnando a degli alunni cosa sono le “note dure”, io non so di cosa stia parlando. Mi invita a sedermi e a prendere appunti sul quaderno. Il quaderno è bello, illustrato, solo che al momento di scrivere mi accorgo che nella maggior parte della pagina ci sono delle illustrazioni di colore nero e perciò non si vede cosa scrivo.

Penne bianche non ce ne sono, perciò scrivo a tratti qua e là sapendo che comunque farò fatica poi a studiare. Gli chiedo se ha altri quaderni e lui mi risponde che sarà meglio che ci faccia degli esempi per memorizzare la lezione.

Usciamo dall’aula e lo abbraccio e poi invito tutti a casa mia e ci prendiamo un caffè. Quando spreparano e col vassoio vanno al lavandino, fanno per rovesciare le tazze con ancora del caffè giù per lo scarico, allora li fermo per paura che rompano le belle tazze rosse ed oro che sono del servizio di mia mamma e li porto in bagno sulla vasca che è molto più capiente.

Qui apro gli scuri e la finestra per far entrare la luce e mi sveglio.”

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mi trovo a casa mia e ho voglia di andare a prendere del radicchio nel campo. Guardando fuori dalla finestra vedo la casa di fronte con il campo annesso e so che là ci sono dei bellissimi radicchi.”

Anastasia non ama la solitudine anche se sta bene a “casa” sua e con se stessa. E’ una donna irrequieta e dalla mille voglie e soprattutto non sa fare a meno della vita e della vitalità affettive al punto che è disposta a relazionarsi con facilità, pur di portare nella sua “casa” psichica i benefici privilegiati dalla sua persona. Il “radicchio bellissimo” è un attraente cibo affettivo di cui Anastasia è particolarmente ghiotta. L’esordio del sogno di Anastasia parla di “voglia” e di conquista, di un bisogno di socializzare affermativo e positivo. La decisionalità non è un difetto di Anastasia, così come la titubanza non si manifesta nell’aggressione alla “casa di fronte” e al “campo annesso” dove trionfano in pompa magna dei “bellissimi radicchi”. Anastasia inizia il sogno tessendo l’inno all’amor proprio, agli affetti e alla gente che la circonda.

Allora parto e vado sul campo camminando lungo dei solchi lasciati dalle ruote di un trattore, pieni di acqua e fango. Devo star attenta a non sporcarmi le scarpe.”

Anastasia rievoca il tempo in cui ha cominciato a relazionarsi e a scambiare la merce psichica con gli altri. Il “campo” rappresenta la società e le modalità che segnano la rete delle relazioni. Il senso del “camminando lungo dei solchi” descrive la tradizione e quanto detto prima in riferimento agli insegnamenti impartiti e imposti dai maestri e dalle maestre, nozioni intrise di sensi di colpa e in specie alle bambine in odore di procace adolescenza. Il “trattore” ha un suo peso reale e simbolico e con le sue ruote ci va giù di brutto nell’imprimere gli schemi culturali nelle coscienze delle giovani leve. Le “scarpe” sporche rappresentano le colpe metafisiche e psichiche in riguardo alla sessualità femminile e il senso del peccato in riferimento specifico alla vagina, come nel tempo delle streghe medioevali e dei monaci del “nome della rosa”. Stai “attenta”, Anastasia, al fango dei maschi e alle cattiverie delle madri che spesso e volentieri sono più bigotte delle suore dell’asilo. Anastasia dice a se stessa: “devo stare attenta a non colpevolizzare la mia sessualità in questo contesto di mondo così arcaico e tradizionalista.” Degna di nota è l’allegoria della forza della tradizione in “camminando lungo dei solchi lasciati dalle ruote di un trattore, pieni di acqua e fango.”

Poi mi inoltro verso dei filari di viti per raggiungere l’orto dei vicini e ci devo andare di nascosto per non farmi scoprire.”

Anastasia ricorre ai sotterfugi e si occulta per non essere smascherata nelle sue furtive intenzioni. “L’orto del vicino è sempre più bello” recita un antico adagio per attestare che si preferiscono e si privilegiano le cose degli altri rispetto alle proprie. Anastasia si è sentita emarginata in famiglia se pensa di trovare più attenzione e miglior fortuna presso i vicini e soprattutto nel loro “orto”, là dove simbolicamente si consuma il rituale affettivo. L’orto produce quel cibo che è simbolo di amore e di investimenti affettivi. I “filari di viti” rientrano nel paesaggio veneto e non hanno rilievo simbolico. Chiaramente Anastasia sa che i suoi genitori non approverebbero questo suo ripudio nei loro confronti e soprattutto in materia di affetti. Oltretutto, lei stessa avverte un senso di colpa nella preferenza accordata ai vicini e ai loro radicchi verdi e rossi. L’esigenza di esplorare il mondo circostante è più forte dei timori di essere punita.

Mentre guardo l’orto, mi accorgo che dalla parte opposta, in pieno campo, ci sono due uomini che stanno discutendo e io cerco di nascondermi anche da loro, ma mi accorgo di avere sulle spalle un asciugamano bianco e sicuramente, se non lo tolgo, mi vedranno.”

Il sogno di Anastasia è iniziato portando avanti una valenza affettiva e su questo bisogno moderato di un amore diverso prosegue senza tentennamenti. Anche l’universo maschile attrae Anastasia, “ci sono due uomini” che non sono censori, come temeva, ma persone normalissime che discutono. Anastasia ha un atteggiamento ambivalente, perché da un lato vuole nascondersi per non essere scoperta nella sua magagna e dall’altro lato ci tiene a essere notata grazie all’asciugamano bianco che porta sulle spalle. La donna è attratta e teme il rimprovero per essere sfacciata e in specie con gli uomini di una certa età. Ma perché Anastasia si deve nascondere? Perché i genitori non sono stati provvidi nelle manovre di affidamento quand’era bambina. Una madre severa ed arcigna e un padre lontano ed egoista completano l’opera in questo leggero psicodramma familiare.

Però non lo tolgo e continuo a camminare veloce e passo sotto un filare di viti per raggiungere l’orto e prendere i radicchi. Sono proprio belli, rigogliosi, verdi e rossi.”

Anastasia ha bisogno di relazioni significative e di affetti nuovi e diversi, per cui procede con la sua intraprendenza ad accaparrarsi i “radichi” più “belli” e “rigogliosi”, quelli “verdi e rossi”. La disinibizione si sposa con il timore del rifiuto e della censura, ma Anastasia ha le idee molto chiare su quello che vuole: stabilire relazioni affettive con persone diverse dal suo ambito familiare, allargare la cerchia delle sue conoscenze e delle sue amicizie. Anastasia rievoca la ragazzina che ha trovato difficoltà ad emergere in famiglia per la presenza ingombrante di fratelli e sorelle, per cui va a cercare e a mangiare i “radicchi” da un altra parte, là dove non ci sono rivalità e censure. L’orto del vicino è veramente vitale, oltre che bello, ricco di linfa ed anche eccitante. Così sogna la sfera affettiva la protagonista di questo sogno rurale. Relazionarsi e conoscere la gente è veramente coinvolgente e fascinoso.

Quando mi avvicino all’orto incontro la padrona di casa con la figlia. A quel punto non posso più andare a prendere il radicchio e mi metto a chiacchierare dicendo che facevo una passeggiata.”

Ecco realizzato il progetto affettivo di Anastasia. Doveva costruire un sogno dove poter rubare i radicchi era possibile ed, invece, s’imbatte proprio nella persona interessata, la padrona dei radicchi e oltretutto con la figlia. Anche in questa famiglia ci sono ostacoli, per cui è necessario cambiare strategia senza cambiare il progetto di fondo che resta quello di relazionarsi con persone estranee all’ambito familiare e di cercare miglior fortuna affettiva esibendo le migliori doti. Anastasia passeggia e nel passeggiare sperimenta le sue capacità sociali e la sua intelligenza operativa. La vita, del resto, impone di sapersi arrangiare e di far buon viso a cattivo gioco. Anastasia è un camaleonte e non è, di certo, seconda a nessuno nell’esibire la sua sfacciataggine. Il radicchio, che voleva rubare, si può anche ottenere in maniera suadente e diplomatica. Questa è una buona trovata e una proficua presa di coscienza che consente ad Anastasia di togliersi d’imbarazzo proprio esibendo una invidiabile faccia di bronzo.

Mi invitano in casa. Entro e trovo dentro tante persone, la stanza è molto buia. E la figlia mi dice che è triste perché la mamma soffre di Alzheimer ed inoltre ogni volta che vanno al supermercato questa signora si mette a ballare e mette in imbarazzo la figlia.”

Anastasia si è intrufolata nelle dinamiche relazionali e ha appagato il suo bisogno di stare con la gente essendo consapevole delle difficoltà che comporta conciliare le diversità caratteriali e le traversie umane. Non tutte le storie tra le persone sono rose e fiori, oltretutto la disabilità spesso è motivo di esclusione e non di arricchimento. La presenza di tanta gente significa la possibilità d’imbattersi in tanti modi di essere e in tante modalità di relazionarsi e questa è una ricchezza se non diventa imbarazzo e rifiuto. Anastasia si è mossa proprio per conoscere gente nuova e per stare con persone diverse. E’ partita da casa sua per le avventure sociali rischiando di trovarsi in imbarazzo e di non saper che pesci pigliare nelle situazioni più strane in cui si può trovare. Ma la donna dei “radicchi verdi e rossi” è intraprendente e non demorde di fronte a un conclamato morbo di Alzheimer, anzi pensa che può essere foriero di creatività e di sana follia.

Allora io prendo la signora fra le braccia e la invito al ballo, lei prima tentenna, ma poi comincia a girare e siamo come dei veri ballerini e lei è molto felice. Intanto la figlia mi dice che sia lei che il marito hanno perso il lavoro per accudire la madre e che si sono messi a fare dei lavoretti da vendere per sbarcare il lunario.”

La follia e la solidarietà ballano con i corpi di Anastasia e della signora che “soffre di Alzheimer”. La disinibizione non è soltanto sociale, ma si estende alla felicità dei ballerini anomali che non hanno bisogno di terapia, ma soltanto della felicità di liberare i corpi alle armonie e senza l’imbarazzo di trovarsi a ballare in un supermercato tra scaffali ripieni di cianfrusaglie buone per i veri dementi. Anastasia e la signora madre si sono riconciliate nei giri del walzer e nella concessione reciproca di un ballo ad ampie volute, come quelli dei bambini prima di sentire la testa girare e di stramazzare a terra. I ballerini sono felici di essere leggeri come l’aria che respirano senza affanno e godono delle espressioni che di giro in giro il loro corpo esprime. Ma la vita, purtroppo, scorre senza l’Alzheimer e coloro che vivono sono costretti a sopravvivere, ad andare sopra la vita, per cui non sanno ballare e non sono malati, sono sani mentalmente ma non fanno ampie volute con le gambe inesperte e intirizzite. La cicala canta e la formica lavora, l’Alzheimer balla e la normalità sbarca il lunario. Anastasia si sta proprio divertendo in questo surreale e così umano bordello di ballerini zoppi e di “radicchi rossi e verdi”, di disoccupati e di badanti in odore di eredità. I veri ballerini tentennano, ma poi cominciano a girare, ballano da soli e si lanciano senza paracadute nel vuoto delle aspettative sociali. E’ commovente questa solidarietà di Anastasia verso la follia creatrice e disinibita di una madre prossima alla dipartita.

Mi porta nell’altra stanza. Ci sono tanti tavoli con sopra dei lavori fatti a uncinetto. Nei primi ci sono delle donne sedute, con la testa china e tristi, che guardano dei centrini bianchi non inamidati e non stirati che stanno proprio male, allora le invito a sistemarli se li vogliono vendere.”

Anastasia sta visitando le sue stanze relazionali, attraversa le sue modalità d’approccio e i suoi bisogni di stare con la gente, nonché i desideri di potere e di primato. Anastasia sa e sa guardare, valutare, invitare, consigliare queste donne tristi e sedute con la testa china sopra abbozzi di ordinaria follia e di quotidiana amministrazione. Anastasia è un caporione, un arruffapopolo, un capobanda che chiama le donne al risveglio e alla rivoluzione, la ribellione dell’uncinetto e del ricamo. La bambina ha sofferto tanto nella sua famiglia, aveva poco spazio e ha tanto immaginato il suo Ronzinante e i suoi mulini a vento. Di Sancho Panza non sapeva che farsene, perché non era affetto dal morbo di quel signore chiamato Alzheimer e che ha dato il nome alla mente dei vecchi quando diventa bambina sotto le frustate dell’angoscia di morte.

Negli altri tavoli ci sono invece dei bouquet di fiori fatti in lana o gialli o rosa. Molto belli. Ma forse sono costosi e non voglio spendere troppo. Vorrei prenderli per i regali di pasqua, ma li voglio rossi e non ci sono.”

Il mercato rionale del sabato continua con le sue esposizioni floreali nelle stanze sociali di Anastasia. Si contratta e si vende al miglior acquirente. Ma Anastasia è moderata nelle spese e negli investimenti quando richiedono un suo intervento diretto. E’ generosa nel sociale, ma non trascura i suoi interessi. Fa regali a Pasqua, nel giorno della rinascita, ed è esigente nella qualità e nella forma. Il capoverso è contraddistinto da una vivace allegria e da una “verve” relazionale che mostra chiaramente le varie dialettiche che si possono instaurare tra la gente. Il giallo, il rosa e il rosso sono i colori giusti per descrivere lo stato d’animo brillante di Anastasia quando si trova con le varie persone. Pochi simboli e tante dinamiche sono presenti in questo sogno narrativo e accuratamente descrittivo.

Allora vado a vedere nella stanza accanto. Trovo un bel ragazzo, un maestro di musica che sta insegnando a degli alunni cosa sono le “note dure”, io non so di cosa stia parlando. Mi invita a sedermi e a prendere appunti sul quaderno. Il quaderno è bello, illustrato, solo che al momento di scrivere mi accorgo che nella maggior parte della pagina ci sono delle illustrazioni di colore nero e perciò non si vede cosa scrivo.”

Di stanza in stanza Anastasia procede curiosa e trova anche “un bel ragazzo”, addirittura “un maestro di musica” che insegna l’essenza delle “note dure”.

Ma cosa saranno mai queste “note dure”?

E chi sarà mai questo “bel ragazzo”?

La simbologia esige che le prime siano le disarmonie psichiche dell’esistenza e i traumi inevitabili nei quali incorre chi vive e esperisce le normali evenienze della vita. Anastasia sta rivivendo e sta tirando fuori in sogno qualcosa di intimo e privato che appartiene al corredo delle sue esperienze traumatiche: un uomo che insegna “a degli alunni” la parte dolente dell’esistenza umana. Il “bel ragazzo” maestro di vita appartiene alla cerchia delle persone significative e importanti di Anastasia. Si tratta di un uomo giovane e positivo che viene inizialmente rifiutato: “io non so di cosa stia parlando”. Anastasia si difende dai vissuti collegati a questa persona proprio perché la “nota dura” lo riguarda e la riguarda. Anastasia ha vissuto una storia con questa persona o meglio ha condensato e spostato in questa persona le dure esperienze affettive vissute a suo tempo. Anastasia è invitata da questo maestro di musica vitale, da questo “bel ragazzo”, “a prendere appunti sul quaderno”, a scrivere una storia fatta di tanti pezzi per dare forma alla relazione. La storia può essere bella e ricca di umanissimi temi, ma, nel momento in cui Anastasia deve viverla, qualcosa non va nel giusto verso: il quaderno è coperto da “illustrazioni di colore nero” che non consentono di scrivere alcunché e soprattutto di averne consapevolezza. Anastasia non ha potuto scrivere e vivere la storia con quest’uomo perché il colore nero, simbolo del lutto e della perdita, ha reso impossibile l’operazione e l’esperienza. La storia si è conclusa traumaticamente o con la rottura o con il lutto, la morte del “bel ragazzo” e del “maestro di musica” esperto nelle “note dure”, nella parte negativa dell’esistenza. Pur tuttavia, Anastasia non si rassegna e tenta di scrivere la sua storia anche se la consapevolezza è drastica e drammatica. La funzione onirica stempera la descrizione di questa trauma e riduce la carica d’angoscia, consentendo al sogno di procedere nella sua trama e ad Anastasia di continuare a dormire. Questo è il nucleo del sogno, il trauma della perdita. Anastasia nell’andare in mezzo alla gente si imbatte nell’uomo della sua vita e lo perde senza avere la possibilità di scrivere una storia insieme a lui.

Penne bianche non ce ne sono, perciò scrivo a tratti qua e là sapendo che comunque farò fatica poi a studiare. Gli chiedo se ha altri quaderni e lui mi risponde che sarà meglio che ci faccia degli esempi per memorizzare la lezione.”

Ci voleva una penna con l’inchiostro bianco per scrivere su una pagina nera e listata a lutto, per cui Anastasia si adegua alla situazione in atto pur sapendo che farà fatica a razionalizzare la perdita: “scrivo a tratti qua e là sapendo che farò fatica poi a studiare”. Anastasia continua a dormire e a sognare e si chiede se avrà altre storie da scrivere in “altri quaderni” e si risponde che dovrà procedere con la “razionalizzazione del lutto”, con la presa progressiva di coscienza del trauma che l’ha colpita. “Memorizzare la lezione” si traduce proprio nel far tesoro di quello che è successo.

Come reagirà Anastasia a tanta disgrazia e come sopporterà tanto dolore?

Diventa interessante procedere con l’interpretazione del sogno per rispondere a questa giusta domanda.

Usciamo dall’aula e lo abbraccio e poi invito tutti a casa mia e ci prendiamo un caffè. Quando spreparano e col vassoio vanno al lavandino, fanno per rovesciare le tazze con ancora del caffè giù per lo scarico, allora li fermo per paura che rompano le belle tazze rosse ed oro che sono del servizio di mia mamma e li porto in bagno sulla vasca che è molto più capiente.”

La solidarietà e la condivisione sono i valori culturali e i sentimenti che accompagnano l’odissea sociale di Anastasia. Un abbraccio per saluto al maestro di musica dalle note dure e una festa sociale per tirasi su il morale sono gli antidoti al dolore della perdita. Quando la festa è finita e si ritorna alla altrettanto dura realtà di tutti i giorni, Anastasia ha il problema delle “tazze”, si imbatte nel prezioso tema della sua femminilità: cosa farò del mio essere donna, della mia sessualità, delle “belle tazze rosse ed oro, quelle che mi ha dato mia mamma quando mi ha partorito e quando mi sono identificata psicologicamente in lei?” La “vasca da bagno capiente” è la soluzione all’eventuale rottura del servizio di porcellana. La simbologia si traduce in un figlio, quest’ultimo sarà la riparazione al trauma della perdita. Il grembo “capiente” di Anastasia è pronto per il parto. Le “note dure” sono proprio queste: Anastasia sogna il trauma della perdita del suo uomo e la compensazione della maternità. Dopo tanto girovagare tra la gente alla ricerca dei “radicchi rossi e verdi” da prendere furtivamente nell’orto della vicina, Anastasia si imbatte nel tema portante del sogno, la perdita e l’acquisto affettivi. Il buon radicchio trevigiano conferma la sua bontà psichica e simbolica nell’ordine degli affetti familiari e sociali.

Qui apro gli scuri e la finestra per far entrare la luce e mi sveglio.”

Il sogno si è concluso e si può andare in pace. Anastasia ha rielaborato con pacatezza e con i meccanismi di difesa del sogno la sua buona “razionalizzazione del lutto” e la buona compensazione dell’esperienza della maternità. Apre “gli scuri e la finestra” per risvegliarsi e dare il buongiorno al suo “Io” vigilante e razionale. Inizia la giornata nella realtà dopo il sonno e dopo il sogno.

La lunga interpretazione del lungo sogno di Anastasia trova qui la sua fine.

LA BORSA DI UNA DONNA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato di avere un appuntamento con due amiche in un caffè della mia città.

Arrivata in anticipo, mi rendo conto, vedendomi riflessa su una vetrina, che sono vestita con abbigliamento che di solito uso per dormire, ma non è un vero e proprio pigiama.

Decido di tornare a casa a cambiarmi, visto che ho tempo e vado verso l’auto (una BMW 5 che, nella realtà, ho venduto nel 2011).

Il tempo peggiora e apro l’ombrello.

Io riesco a ripararmi, ma nella mia borsa è entrata tanta acqua.

Ricordo vagamente dove è parcheggiata l’auto.

Passo sotto un portico di un condominio, convinta di trovare l’auto subito al di fuori di esso, ma non c’è.

Vado in un parcheggio lì vicino, dove entro anche in un giardino tappezzato di tessuto chiaro così come i cani, forse due levrieri, avvolti in questo tessuto (mi pare azzurrino) che li decora con un grande fiocco.

Torno indietro, ma non riesco a trovare la mia auto. Intanto la pioggia si fa sempre più intensa.”

Bernie

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Ogni sogno ha la sua chiave interpretativa. Se ben si considera la trama, si trova l’elemento dominante attorno al quale si snoda l’intreccio dei simboli, quel cardine attorno al quale girano gli eventi raccontati. Nel sogno di Bernie questo cardine è “nella mia borsa è entrata tanta acqua”. Il completamento del quadro e della psicodinamica è proprio la conclusione: “Torno indietro, ma non riesco a trovare la mia auto, nel frattempo la pioggia si fa sempre più intensa.”

Bernie ha ben confezionato il suo sogno immettendovi in maniera ordinata e corretta la sua esperienza di donna che s’imbatte nella maternità. E’ un sogno che elabora la “posizione psichica genitale” della protagonista senza vanagloria e senza struggimento, il desiderio e il rischio di una gravidanza in un periodo ben preciso della sua vita, quando era proprietaria di “(una BMW 5 che, nella realtà, ho venduto nel 2011).” La stessa Bernie con la sua precisazione colloca temporalmente i contenuti del suo sogno. Si tratta di un’esperienza vissuta nel 2011 dal suo corpo e dalla sua mente, dalla sua “auto” e dalla sua sensibilità, un vissuto ambivalente che ha bisogno di essere ripulito dai sensi di colpa, abbisogna di “catarsi”, come suggerisce la simbologia della pioggia che “si fa sempre più intensa”.

Il sogno di Bernie è ben formulato e ben raccontato, è ricco di simboli e di allegorie, quasi una favola moderna senza tante stranezze, ma con quel qualcosa in più che fa distinguere il sacro dal profano, il privato dal pubblico, il desiderio dal dolore.

Interpretarlo sarà compito gradito alla luce della compostezza simbolica ed emotiva, della linearità narrativa e sentimentale.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Ho sognato di avere un appuntamento con due amiche in un caffè della mia città.”

Bernie esordisce con la sua vena relazionale e con il suo bisogno di gente, di persone a cui esibire il suo e con cui condividere l’altrui. Le “due amiche” rappresentano la parte relazionale migliore della protagonista, così come il “caffè” rievoca il luogo poetico e creativo dello scambio. La “mia città” è lo spazio protettivo d’investimento delle energie, un luogo ampio che denota la sicurezza con cui Bernie distribuisce e agisce le sue pulsioni sociali. A tutti gli effetti simbolici Bernie ha un incontro ravvicinato del suo tipo con se stessa. È in procinto di tirare fuori dal suo cilindro psichico l’oggetto magico che l’attrae e la cruccia.

Arrivata in anticipo, mi rendo conto, vedendomi riflessa su una vetrina, che sono vestita con abbigliamento che di solito uso per dormire, ma non è un vero e proprio pigiama.”

Bernie è ansiosa e ha la consapevolezza di esibire una “parte psichica” intima e privata secondo una modalità compatibile agli occhi degli altri, alla visione della gente, alla sensibilità della folla. Bernie ricorda un periodo della sua vita in cui si fidava e si affidava al prossimo con spigliatezza e con disinvoltura, un’età in cui le promesse del domani si coniugavano con i desideri e le aspettative aspiravano a concretizzarsi. Bernie si compiace di se sessa, ha coscienza di essere una bella donna e sfodera il suo narcisismo nell’immagine e nei modi di relazionarsi. Ricordo che ci sono dei luoghi, oltre che la casa, in cui è normale esibirsi in in un “quasi pigiama”.

I simboli dicono che c’è ansia nell’arrivare “in anticipo”, che “mi rendo conto” è una funzione dell’Io e attesta di una presa di coscienza, così come alla “posizione psichica narcisistica” appartiene la consapevolezza di “vedendomi riflessa su una vetrina”. Ancora: il “vestita” condensa i modi di trasparire e di apparire, “l’abbigliamento che di solito uso per dormire” dice che si tratta di modalità psichiche molto personali e quasi intime che possono essere esibite perché non sono “un vero e proprio pigiama”.

Decido di tornare a casa a cambiarmi, visto che ho tempo e vado verso l’auto (una BMW 5 che, nella realtà, ho venduto nel 2011).”

Bernie precisa il tempo della trama rievocata nel sogno. Oltre alla normale “regressione” onirica, abbiamo una “regressione” temporale finalizzata a combinare in parole e in immagini le fila di un discorso già fatto e di un’esperienza già vissuta. Bernie torna indietro nel tempo e si veste dei panni di quel momento della sua vita e s’imbatte, non certo a caso, nella vita intima e sessuale di allora. Interessante è la precisazione vigile del tipo di macchina, “una BMW 5”, e dell’alienazione del bene, “ho venduto nel 2011”, come a dire che Bernie rispetto a quel tempo si è rinnovata nella sostanza e nei modi. Il viaggio a ritroso è iniziato e il sogno trova il materiale psichico da comporre in base alle intensità emotive che contiene. Non resta che seguirlo con diligenza e cortesia.

Analisi della simbologia: “decido” attesta della volitività dell’Io nel deliberare e letteralmente significa “taglio” i fronzoli e vado al sodo, “tornare a casa a cambiarmi” si traduce con “rientro in me stessa e rifletto sulla prossima esibizione delle mie “parti psichiche”, “visto” è una funzione valutativa dell’Io consapevole, ”ho tempo” si traduce “posso e ho potere” secondo una padronanza degli eventi che stanno per emergere, “l’auto” contiene l’apparato sessuale e genitale con i suoi automatismi neurovegetativi. “Vado verso” è il simbolo del principio della “intenzionalità della coscienza” scoperto da Brentano, del fatto che la psiche si dirige sempre verso un “oggetto” ben preciso. Bernie, infatti, sta sognando e spontaneamente e naturalmente si sta dirigendo verso una esperienza importante e formativa della sua vita.

Il tempo peggiora e apro l’ombrello.”

Il sogno si avvia verso la rievocazione di un qualcosa di pesante, per cui è opportuno, se non necessario, difendersi dalle tensioni e dalle emozioni connesse. Bernie si avvia verso il dolore e si tutela con la copertura della sua Mente e del suo Corpo, delle sue idee e delle sue sensazioni. Il breve quadretto è la precisa allegoria dei “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia che istruiamo quando l’equilibrio psicofisico può vacillare: la crisi può arrivare ed è tempo di difendersi dagli eccessi emotivi. Bernie si dispone all’equilibrio migliore possibile nelle condizioni date.

La simbologia attesta che “Il tempo peggiora” traduce l’insorgenza di forti emozioni, così come “apro l’ombrello” rappresenta i “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia. Il prosieguo del sogno ci dirà da cosa inizia a difendersi Bernie.

Io riesco a ripararmi, ma nella mia borsa è entrata tanta acqua.”

Bernie è sana e salva, è integra. Soltanto la sua “borsa” è in crisi. Componiamo i due elementi onirici nei simboli corrispondenti e viene fuori che Bernie ha vissuto un trauma nel suo grembo e nel suo apparato genitale. L’allegoria della gravidanza è perfettamente riprodotta in “nella mia borsa è entrata tanta acqua”. Il “processo primario” offre alla funzione onirica i meccanismi della “condensazione” e della “figurabilità” per rappresentare un dato psicofisico, la gravidanza per l’appunto.

Ma perché Bernie è tanto contrariata dal desiderio di gravidanza o dal fatto che è incinta?

Ma perché Bernie scinde il suo grembo dal resto del suo corpo?

Domande lecite, ma bisogna procedere con garbo per capire.

I simboli dicono che “riesco a ripararmi” attesta della difesa da un pericolo, così come la “borsa” coniuga il grembo femminile e la recettività sessuale, “è entrata” significa fecondazione, “tanta acqua” è simbolo del liquido amniotico e della maternità. Il meccanismo di difesa della “razionalizzazione” sta tutto perfettamente dentro a “riesco a ripararmi”. Bernie usa il cervello per non farsi male o per non cadere nelle spire di un’intensa “paura senza oggetto” come l’angoscia.

Ricordo vagamente dove è parcheggiata l’auto.”

Bernie ha subito una violenza, ma non una violenza violenta, una violenza legale come quelle domestiche e familiari che tantissimo contraddistinguono i nostri tempi e le relazioni tra un uomo e una donna. Il sogno dice chiaramente che Bernie ha subito un trauma genitale, possibilmente un ingravidamento che esulava dalla sua volontà e dalla sua programmazione. Bernie aveva ben considerato che facendo sesso poteva restare incinta, ma l’eiaculazione e la fecondazione sono avvenute a sua insaputa. Questa è una violenza domestica, ma non basta. Quando è successo il fatto, Bernie era impreparata, non c’era nel coito, non partecipava all’amplesso. Il suo organo sessuale non percepiva e non era in sintonia con il partner.

Vediamo i simboli.

Il “ricordo vagamente” attesta simbolicamente di uno stato sub-liminare della coscienza e di una caduta della vigilanza dell’Io. Quello che è auspicabile nell’amplesso sessuale per approdare all’orgasmo, non è quello che sta vivendo Bernie. Il sogno dice chiaramente di una sua assenza dalla dinamica e di un distacco dal quadro in movimento. “L’auto” rappresenta l’organo sessuale e l’automatismo neurovegetativo, “vagamente” è caduta della vigilanza, “parcheggiata” dice della collocazione e della partecipazione psicofisiche. Il tutto simbolico conferma quanto detto in precedenza.

Passo sotto un portico di un condominio, convinta di trovare l’auto subito al di fuori di esso, ma non c’è.”

Bernie è alla ricerca della sua identità sessuale femminile e istruisce le difese per non incorrere in altri traumi proprio collocandosi in mezzo alla gente. Bernie sa che la folla consente un rafforzamento della propria identità psichica, ma questa operazione, classica dopo un trauma, non funziona.

Vediamo i simboli. Il “portico” rappresenta una difesa psichica e una copertura relazionale. Il “condominio” condensa lo stare insieme e la convivenza sociale. “Convinta di trovare l’auto” attesta della ricerca d’identità psicofisica femminile. “Al di fuori di esso” si traduce senza smarrire la mia individualità. “Non c’è” è la vanificazione della ricerca.

La situazione di Bernie è contraddistinta da una leggera angoscia dell’indistinto e dell’indifferenziato. La donna cerca la sua femminilità e non la trova, per cui si sente nella terra di nessuno: una brutta sensazione.

Vado in un parcheggio lì vicino, dove entro anche in un giardino tappezzato di tessuto chiaro così come i cani, forse due levrieri, avvolti in questo tessuto (mi pare azzurrino) che li decora con un grande fiocco.”

Bernie aggiunge al suo sogno elementi che avvalorano l’interpretazione. “I cani”, avvolti nel tessuto azzurrino e decorati con un grande fiocco, parlano di natalità e chiariscono il suo vissuto di diventare madre. Bernie nel 2011 ha vissuto l’esperienza della maternità in maniera contrastata, rivede la realtà di allora e ne rivive le sensazioni. Questa “regressione” è terapeutica perché è funzionale al recupero di “parti di sé” che in passato Bernie non aveva potuto rielaborare. Il sogno oscilla tra il desiderio di maternità e la realtà di un’esperienza infausta. Il prosieguo chiarirà la vertenza.

I simboli dicono che il “parcheggio” è un’area di sosta per la macchina, un luogo di attesa intriso di intimità. Il “giardino” rappresenta la realtà psichica in atto e in versione bella e ovattata, “tappezzata di tessuto chiaro”. I “cani” indicano la dipendenza psichica. “Avvolti in questo tessuto” conferma la protezione affettiva. Il “fiocco” azzurro è indizio della nascita di due maschietti nella cultura e nei balconi delle case della gente.

Torno indietro, ma non riesco a trovare la mia auto. Intanto la pioggia si fa sempre più intensa.”

La difesa della “regressione” non è bastata e non è servita ad attenuare il dolore della maternità contrastata o mancata, del desiderio inappagato o della imposizione subita. Bernie è ai ferri corti con la sua “femmina”, più che con la sua “femminilità”. Non riesce a ritrovarsi nella vita e nella vitalità sessuale. Per il momento l’unica operazione psichica possibile e salutare è quella di alleviare i sensi di colpa, di operare una “catarsi” delle pendenze psichiche a suo carico, di tutto quel materiale che rimprovera a se stessa e alla sua immaturità nel sapersi affermare e imporre.

I simboli attestano di una marcia indietro in “torno indietro” e di una revisione del materiale psichico emerso, di un’incapacità a ritrovarsi a livello sessuale e di un bisogno di riformularsi per andare avanti nella sua vita: “non riesco a trovare la mia auto”. La “pioggia” lava i sensi di colpa che inevitabilmente arrivano e inesorabilmente infieriscono sul problema o sul trauma. “Sempre più intensa” esprime l’intensità del cumulo di colpe da espiare. In ogni caso l’effetto “pioggia” è decisamente salutare e lascia ben sperare per un’efficace presa di coscienza e una robusta ripresa della “razionalizzazione” dei vissuti. Al di là di tutti i traumi e i dolori, si può tranquillamente affermare che l’anno 2011 non è stato fausto per la protagonista del sogno. In questo non si è lontani dal vero.

Nota finale: il sogno di Bernie si chiude con l’effetto psicoterapeutico in atto e in prosieguo e riconferma, qualora ce ne fosse bisogno, quanto il sognare sia benefico e salutare per la nostra vita corrente.

PSICODINAMICA

Il sogno di Bernie svolge in maniera pacata la psicodinamica della maternità contrastata, elabora la “posizione psichica genitale” e si colloca temporalmente in un’esperienza vissuta nel 2011 dal suo corpo e dalla sua mente. Il vissuto viene ripulito dai sensi di colpa da una “catarsi” ben simboleggiata dalla pioggia “sempre più intensa”.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è ampiamente detto. Il sogno di Bernie ne contiene tantissimi. Degni di nota sono i seguenti: “caffè”, “vetrina”, “abbigliamento”, “auto”, “ombrello”, “borsa”, “acqua”, “auto”, “portico”, “pioggia”.

Non si sono evidenziati “archetipi” o simboli universali in maniera conclamata. La maternità è risolta da Bernie come esperienza personale.

Il sogno di Bernie richiama il “fantasma” dell’identità sessuale in riferimento alla maternità.

Sono presenti le seguenti istanze psichiche: l’Io vigilante e razionale in “vedendomi” e in “mi rendo conto” e in “visto” e in “decido”, l’Es o rappresentazione delle pulsioni in “nella mia borsa è entrata tanta acqua. Ricordo vagamente dove è parcheggiata l’auto”. Il “Super-Io” o istanza psichica censoria e limitante non è presente.

Il sogno di Bernie presenta la “posizione psichica fallico-narcisistica” in “riflessa su una vetrina” e la “posizione psichica genitale” in “nella mia borsa è entrata tanta acqua.”

Bernie usa nel sogno i seguenti “meccanismi psichici di difesa”: la “condensazione” in “caffè” e in “abbigliamento” e in “pioggia” e in “borsa” e in altro, lo “spostamento” in “auto” e in “cani”, la “figurabilità” in “Il tempo peggiora e apro l’ombrello” e in “nella mia borsa è entrata tanta acqua”, la “razionalizzazione” in “riesco a ripararmi”. Il processo psichico di difesa della della “regressione” è manifesto in “Vado in un parcheggio” e in “torno indietro”, oltre che nei limiti della funzione onirica.

Il sogno di Bernie manifesta un tratto “genitale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” a metà tra il “fallico-narcisistica” e il “genitale”.

Le “figure retoriche” elaborate da Bernie nel suo sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “pigiama” e in “casa” e in “ombrello” e in “borsa” e in “portico” e in “pioggia”, la “metonimia” o nesso logico in “auto” e in “acqua”. Ricordo le allegorie della gravidanza in “nella mia borsa è entrata tanta acqua” e dei meccanismi psichici di difesa dall’angoscia in “Il tempo peggiora e apro l’ombrello”.

La “diagnosi” dice di una maternità contrastata e di un possibile trauma al riguardo e con recupero dell’identità sessuale femminile.

La “prognosi impone a Bernie di tenere sempre sotto controllo la pulsione alla maternità tramite la “razionalizzazione” e di investire in maniera efficace le energie nell’amor proprio e nel gusto intenso delle proprie azioni e della propria vita.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in un “ritorno del rimosso” e in una conversione del contrasto e del trauma in un sintomo psiconevrotico con caduta della qualità della vita e dell’umore.

Il “grado di purezza” del sogno di Bernie è “buono” in quanto la simbologia è vasta e combinata in maniera consequenziale.

La “causa scatenante” del sogno di Bernie può essere un semplice ricordo o una libera associazione.

La “qualità” del sogno di Bernie è il movimento nello spazio.

Il sogno di Bernie può essere stato elaborato durante la seconda fase del sonno REM.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nel senso della “vista” in “vedendomi riflessa”, ma soprattutto nel movimento in “arrivata” e in “tornare” e in “passo” e in “vado” e in “entro” e in “torno indietro”.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Bernie è “buono”. La presenza di tanti simboli ha trovato la giusta interazione.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Bernie è stata sottoposta alla riflessione di una lettrice anonima che di mestiere fa l’avvocato. Sono emerse le seguenti domande e sono conseguite le seguenti risposte.

Domanda

Come immagina Bernie?

Risposta

Bernie è una persona compatta che vive tra la bellezza e l’altruismo.

Domanda

Lei ha fatto riferimento alla violenza domestica sulle donne. Mi spiega meglio?

Risposta

Le violenze sulle donne e sui minori avvengono per il novanta e passa per cento entro le mura domestiche e sono di vario tipo e di varia qualità. E’ violenza psichica dire al proprio figlio che è un cretino ed è violenza fisica dargli una sberla. Ma le due violenze, purtroppo, non sono separabili perché non esiste una violenza nel corpo che non si riverberi nella psiche e viceversa. E’ violenza psichica la prevaricazione tra moglie e marito ed è violenza fisica qualsiasi offesa al corpo. Vale quanto ho detto prima. Tralascio la violenza omicida che colpisce l’universo femminile in questo periodo. Aggiungo che dentro l’alcova spesso si consumano illegalità inaudite e violenze sottili. Nel sogno di Bernie ci può essere una violenza da parte del partner nel rischio di gravidanza causato da un atto inconsulto e deliberatamente personale. Spesso la donna non viene consultata sull’esito finale del coito e viene vissuta culturalmente alla mercé del maschio e trattata come l’oggetto di scarico della sua “libido” e della sua volontà di potenza. Riporto un dato statistico su questo insano costume in Africa, ma la questione è internazionale. Una donna nigeriana partorisce cinque o sei figli se non muore di parto. La relazione tra natalità e produzione dei beni di sopravvivenza è tragica. La prima viaggia in progressione geometrica, la seconda in progressione aritmetica, (moltiplicando o addizionando), per cui la selezione naturale, che è già tremenda con l’alta soglia della mortalità infantile, è inevitabile per mancanza di cibo. Le organizzazioni internazionali stanno insegnando alle donne i metodi contraccettivi, ma devono insegnare soprattutto agli uomini a non disperdere il seme in qualsiasi anfratto. L’invasione del vecchio continente da parte di questa gente è una fuga naturale verso la vita e non si può risolvere con leggi repressive, bensì con politiche di educazione e di sostegno a lungo termine.

Domanda

Sono pienamente d’accordo e aggiungerei che il quadro delle violenze va rivisto dal legislatore e che i codici devono essere aggiornati nei tanti modi di arrecare danno al prossimo. In sostanza, se il mio uomo eiacula nella mia vagina senza il mio consenso, questa è una violenza e soprattutto in prospettiva di una gravidanza indesiderata e di tutto quello che comporta nell’esistenza di una donna. Non a caso le femministe gridavano nel mitico “sessantotto” che “l’utero è mio e me lo gestisco io”. Si riferivano soprattutto al diritto all’aborto e all’uso di contraccettivi.

Risposta

La rivoluzione culturale del “sessantotto” è stata uno spartiacque tra il passato fascista e il rinnovamento liberale. Non si sono mai valutati abbastanza i benefici effetti che essa ha prodotto nella mentalità della gente. Al di là delle degenerazioni terroristiche, il movimento mondiale del “sessantotto” ha visto l’alleanza tra operai e studenti e ha contribuito a demolire le monolitiche certezze e strutture del passato.

Domanda

Tornando a Bernie, l’anno 2011 è stato un brutto periodo della sua vita.

Risposta

Il 2011 è stato un momento di transizione tra la donna ancora adolescente nella mentalità e la donna che si impegnava socialmente con una convivenza o con un matrimonio e che portava in evoluzione le sue potenzialità. Credo che sia stato un anno formativo e di svolta. Ogni male non viene per nuocere. Tutto si evolve e non si può restringere in categorie morali.

Domanda

In quale luogo si può indossare il pigiama senza stridore?

Risposta

In ospedale non fa alcuno stridore. Forse Bernie ha rievocato questo tipo di esperienza. Spesso nei sogni ricorrono queste situazioni di grande preoccupazione e il sognarle ha un effetto psicoterapeutico doppio: scarica le tensioni congelate e, se il sogno viene interpretato e capito, aiuta la “razionalizzazione” del trauma.

Domanda

Interessante, ma ci vuole uno specialista del sogno per farlo funzionare al cento per cento, uno come lei che ci sa fare nel settore. Appartiene a una scuola o ha fondato una scuola per caso?

Risposta

Risposte negative: non appartengo a niente e a nessuno, non potrei essere fondatore di alcunché semplicemente perché i fondamenti teorici della mia modalità interpretativa non sono miei. Io ho rielaborato parte del “Sapere” psicoanalitico in riferimento al sogno e l’ho applicato secondo una griglia che, nello spazio di tre anni e soprattutto grazie al contributo dei marinai che mi hanno mandato i loro sogni, ho approfondito e aggiustato al meglio. Niente di originale nel mio lavoro, tutto è stato detto. Io sono un eclettico che ha messo insieme, sempre in riguardo al fenomeno onirico, un quadro teorico e pratico che era congeniale alla mia formazione.

Domanda

Mi racconta qualcosa della sua formazione?

Risposta

Negli anni settanta, quando la facoltà di Psicologia sfornava i primi psicologi, eravamo un pugno di amici che studiavano a Milano l’ipnositerapia e l’ipnosi fantasmatica con il benamato Giammario Balzarini, il fondatore della prima scuola di psicoterapia psicologica in quel di Cremona. Ci siamo ritrovati per quattro indimenticabili e proficui anni e ci siamo formati sui fantasmi e sul loro significato: Analisi immaginativa. Il resto è venuto da sé. Giammario ci ha lasciati, ma i suoi allievi hanno portato avanti la scuola. In quel periodo ho avuto la possibilità di avere come docenti psicoanalisti del calibro di Carlo Ravasini e Diego Napolitani, nonché la Mirella Novelli Curi che oltre a sapere le teorie, sapeva anche insegnare da dio.

Domanda

Il suo lavoro sul blog è assolutamente gratuito?

Risposta

Assolutamente e, come ho scritto, io restituisco tutto quello che ho ricevuto dalla gente in termini di conoscenze della psiche. Posso affermare che tra la pratica e la grammatica, tra le teorie psicologiche e la psicoterapia io preferisco la seconda e semplicemente perché ho imparato sul campo tutto quello che non c’era sui libri o che non avevo letto.

Domanda

So che si definisce poeta contadino.

Risposta

Io sono fondamentalmente contadino e coltivo i miei alberi in Sicilia durante la buona stagione. D’inverno torno nel laborioso e civile Veneto che mi ha ospitato dal 1973. In tutte le stagioni e ogni sabato immancabilmente pubblico un articolo sul blog. Attualmente gli archivi contengono 215 interpretazioni di sogni che dimostrano anche l’evoluzione della teoria e della pratica. Più che poeta, sono uno scrittore di cose psicologiche.

Domanda

Quale canzone ha scelto per il sogno di Bernie?

Risposta

La scelta è obbligata: “la borsa di una donna” cantata dalla voce originale di Noemi. Il testo è particolarmente bello nella sua semplicità ed è scritto a più mani da uomini. Non mi dilungo e ve lo propongo. Alla prossima e grazie mille e ancora mille.

“SOPRA E SOTTO DI ME”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo su un altopiano e cercavo la strada per scendere, ma vi erano soltanto strapiombi e non strade.
Riesco a trovare una via percorribile che però è sopra un ghiacciaio, ma, appena inizio a percorrerla, inizia il disgelo.
Riesco a risalire mentre sotto di me il ghiaccio si trasforma in rivoli d’acqua sempre più grossi.”

Nivea

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il titolo evoca, trattandosi oltretutto di metodologie psicoanalitiche, posizioni erotiche e sessuali naturalissime, non necessariamente da Kamasutra: “sopra e sotto di me”.
Niente di più sbagliato!
Il titolo del sogno di Nivea richiama, invece, la simbologia spaziale: il nord, il sud, l’est e l’ovest. Meglio: l’alto e il sopra, il basso e il sotto, la destra e l’oriente, la sinistra e l’occidente.
Affermo che si tratta di “archetipi”, di simboli universali elaborati e usati da sempre da tutti gli uomini e di “segni” presenti in tutte le culture.
Ai punti cardinali si associano anche precisi “processi” e “meccanismi” psichici, oltre che specifiche psicodinamiche.
Vediamoli.
Il nord, l’alto, il sopra rappresentano il sacro, il divino, il Padre, il processo di “sublimazione della libido”, il “Super-Io” con le sue censure e limitazioni.
Il sud, il sotto, il basso condensano la materia, la colpa, il peccato, la morte, il processo di incarnazione e di materializzazione, la contaminazione, il demoniaco.
L’est, la destra, l’oriente contengono, sempre simbolicamente e in universale, l’universo psichico maschile, le funzioni razionali o processo secondario, l’istanza psichica “Io”, il sistema nervoso centrale o volontario, la consapevolezza, il principio di realtà, il progresso, l’evoluzione.
L’ovest, la sinistra, l’occidente abbracciano l’universo psichico femminile, la Madre, il sistema neurovegetativo o involontario, l’Es, le pulsioni, il crepuscolo della coscienza, la caduta della vitalità, il distacco, il processo psichico della “regressione”, il “processo primario” e la “Fantasia”.
Ripeto: i punti cardinali sono simbologie universali, elaborate culturalmente e in grazie all’universalità dell’angoscia di morte e della “Fantasia”, quel “processo primario” che contraddistingue l’umanità nell’elaborazione libertaria ed emotivamente allucinatoria di temi riguardanti la collocazione dell’uomo nella realtà interna ed esterna.
Il sogno di Nivea si serve delle simbologie del “sopra” e del “sotto” ed evoca di conseguenza i processi psichici e i simboli impliciti: sopra di me il ghiacciaio e sotto di me il ghiaccio che si scioglie in rivoli d’acqua, quell’energia che si libera dalla rigidità monolitica e va a investirsi in azioni e fatti. Nivea si è data finalmente il potere di avere ai suoi piedi la gestione di se stessa in piena autonomia.
In ultima istanza è opportuno precisare che la scelta del nome “Nivea” è per via associativa al ghiaccio e non per “proiezione” della glacialità psicofisica o tanto meno per un “lapsus” in riguardo all’antica marca di una crema lenitiva e di bellezza, quella benamata crema “Nivea” che mia madre, donna di popolo, spalmava sul suo corpo sopraffino.
A questo punto è opportuno bandire i ricordi personali e dare spazio alla decodificazione.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mi trovavo su un altopiano e cercavo la strada per scendere, ma vi erano soltanto strapiombi e non strade.”

Nivea rievoca in sogno la dimensione sublimata della sua “libido”, quando la vita erotica e sessuale, la vitalità corporea se vi aggrada, era gestita in maniera più spirituale che materiale, quando censurava le pulsioni più naturali per moralismo e sotto l’incalzare dell’istanza psichica “Super-Io”: “mi trovavo su un altopiano”.
Cultura familiare e cultura sociale remavano contro i diritti sacrosanti del corpo e non concepivano il misticismo della materia.
Nivea era una ragazzina di buona famiglia e di buona educazione, aveva uno “status” sociale fatto di buone norme e di sacri principi.
“Mi trovavo” rende il senso del permanere e del durare, dello spazio e del tempo, ma soprattutto della casualità della nascita e della coscienza puntuale. L’altopiano non è la montagna del santo, non è l’alto più alto dell’estasi, ma è lo spazio umano adatto a una degna “sublimazione della libido” in una famiglia degli anni sessanta, quando la censura, ecclesiastica e non, impediva la libera espressione degli istinti e del profano.
In tanto perbenismo Nivea “cercava la strada per scendere”, tentava di realizzare il desiderio di lasciarsi andare e di vivere il suo corpo e le sue potenzialità.
“Scendere” non è un simbolo di perdita, non è un cadere depressivo, ma è una ricerca verso il piano materiale.
La “strada” rappresenta la metodologia, il modo di esperire e d’investire la carica vitale e vitalistica, la “libido” per l’appunto. Nivea ci prova e ce la mette tutta per uscire dal limbo rassicurante della normalità psico-esistenziale, ma ha paura e vive qualche angoscia legata ai “fantasmi” elaborati e introiettati. In quest’opera di disagio ha tanto contribuito l’azione improvvida e precoce del “Super-Io”. Nivea è stata responsabilizzata e si è educata per difesa dall’angoscia di coinvolgimento e di abbandono proprio attraverso l’adesione alla norma familiare e sociale imperante e diffusa.
L’angoscia è depressiva e di perdita ed è mirabilmente rappresentata dagli “strapiombi”: soluzioni traumatiche di grande distacco affettivo e di notevole perdita affettiva. Nel momento in cui Nivea si lascia andare a vivere le sue pulsioni erotiche sessuali, la sua “libido” in generale, teme di perdere l’affetto e la protezione dei genitori e della famiglia e di essere estromessa dalla società in cui è inserita. Lo “strapiombo” porta inevitabilmente alla solitudine ed è condannato dalle buone norme del “Super-Io” individuale e collettivo. Non ci sono “strade”, non ci sono altre modalità di conciliare i diritti del corpo con i doveri della comunità d’appartenenza, oltretutto ben introiettati per difesa dalla nostra eroina. Manca l’educazione sessuale ed è presente la sessuofobia clericale e religiosa. Siamo nell’Italia bacchettona degli anni sessanta.

“Riesco a trovare una via percorribile che però è sopra un ghiacciaio”

Il “ghiacciaio” condensa un “fantasma di morte” da anaffettività, la perdita degli affetti protettivi dei genitori e del gruppo di appartenenza.
Mai simbologia fu più poetica e azzeccata!
Sul “ghiacciaio” quante angosce sono state consumate e quanti versi sono stati scritti dai poeti e dai cantastorie!
Se non sei come noi, ti espelliamo e muori.
Quante minacce di questo tipo e quante depressioni si sono istruite e inanellate in queste povere e semplici parole!
Nivea ha bisogno d’identificarsi in qualcuno e da sola non può condividere alcunché, non può permettersi di fare da sé e ha bisogno di riferimenti psichici e materiali di sostegno e di sopravvivenza.
Questo è un vero dramma dell’infanzia e Nivea lo sta sognando e lo ha formulato con poche e semplici parole che conchiudono una psicodinamica drammatica di evoluzione solitaria.
“Percorribile” si traduce con possibile e compatibile con le esigenze personali e sociali, con la formazione psichica in atto e le regole della convivenza: un’operazione logica necessaria per non incorrere nel danno distruttivo delle emozioni e della sfera affettiva. “Percorribile” esclude la solitudine dentro e fuori.

“ma, appena inizio a percorrerla, inizia il disgelo.”

Appena investe consapevolmente la sua “libido”, Nivea converte evolutivamente le sue energie in autonomia psicofisica, Dal ghiaccio all’acqua il passo chimico è notevole e compatibile. Nivea esce alla grande dal blocco mortifero delle energie vitali e converte la freddezza affettiva in “libido” da investire progressivamente. Nivea inizia essere autonoma e calibrata nel progressivo coinvolgersi e dà veste a una nuova donna diminuendo le resistenze a capire se stessa e a vivere insieme agli altri con un corpo “campo d’amore” e che, come tutti i campi, è simbolicamente da arare.
Il “Super-Io” ha ridotto la tirannia e ha lasciato spazio alle pulsioni dell’Es con la complicità deliberativa dell’Io. Nivea prende atto dei diritti del corpo e delle sue pulsioni erotiche e sessuali, della sua energia vitale: un inno alla vita e alle concrete funzioni neurovegetative.

“Riesco a risalire mentre sotto di me il ghiaccio si trasforma in rivoli d’acqua sempre più grossi.”

Una lieve “sublimazione della libido” per attenuare le angosce assorbite nella formazione psichica è sempre utile quando non è necessaria, purché sia lieve e non pesante: questo è il senso e il significato simbolico di “risalire”.
Il “riesco” rappresenta una consapevolezza dell’Io e la conseguente messa in atto del “sapere di sé” nelle azioni e nei fatti: una bella ed efficace parola su cui si basa la psicoterapia del fare o ergoterapia. Nivea sta sciogliendo le sue energie vitali e femminili. I “rivoli d’acqua” sono chimicamente il passaggio dallo stato solido allo stato liquido della materia, una bella evoluzione psichica per quanto riguarda gli investimenti della “libido”. E, per giunta, sono in crescendo, dal momento che Nivea si è rassicurata sulle sue capacità. Un buon finale, estremamente simbolico, che dispone per uno stato di benessere dell’autrice del sogno; dalla freddezza affettiva e dal blocco degli investimenti della “libido” alla libera espansione sotto forma concreta e godibile.

PSICODINAMICA

Il sogno di Nivea sviluppa la psicodinamica evolutiva della “libido” da uno stato di “sublimazione” a uno stato di “materializzazione”, dal ghiaccio all’acqua. Nivea rielabora l’uso del “processo psichico di difesa dall’angoscia della sublimazione” e lo evolve in una concreta vitalità e in un provvido gusto di sé e delle proprie azioni. Tale operazione psichica è possibile perché l’Io riduce l’azione limitante e moralistica del “Super-Io” tornando a essere padrona a casa sua e disponendo al meglio le difese e gli investimenti.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Nivea evidenzia l’istanza psichica “Super-Io” in “ma vi erano soltanto strapiombi e non strade.” e in “che però è sopra un ghiacciaio”.
L’istanza psichica “Io” è presente in “mi trovavo” e in “riesco a trovare” e in “riesco a risalire”.
L’istanza psichica “Es” agisce in “ma vi erano soltanto strapiombi” e in “sopra un ghiacciaio” e in “inizia il disgelo”e in “il ghiaccio si trasforma in rivoli d’acqua sempre più grossi.”
Le posizioni psichiche “orale” e “genitale” si richiamano negli investimenti affettivi e di “libido” in genere: disposizione a dare e a ricevere.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Nivea usa i meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “condensazione” in “altopiano” e in “strapiombi” e in “strada” e in “via percorribile, dello “spostamento” in “scendere” e in “risalire” e in “sotto di me” e in “rivoli d’acqua sempre più grossi”, della “figurabilità” in “Riesco a risalire mentre sotto di me il ghiaccio si trasforma in rivoli d’acqua sempre più grossi.”.
E’ ben presente il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” in “altopiano” e in “risalire”.
Il “processo psichico della “regressione” riguarda la normale funzione del sogno.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Nivea evidenzia un tratto psichico “orale” all’interno di una cornice “genitale”: affettività e sessualità.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Nivea usa le figure retoriche della “metafora” in “altopiano” e in “strapiombi” e in “ghiacciaio” e in “rivoli d’acqua”, della “metonimia” in “scendere” e in “risalire” e in “sotto di me”.

DIAGNOSI

Il sogno di Nivea dice di un passaggio evolutivo dal processo psichico di difesa dell’angoscia della “sublimazione della libido” alla progressiva e concreta serie di investimenti vitali, affettivi, erotici e sessuali.

PROGNOSI

La prognosi si attesta in un rafforzamento degli investimenti e in una riduzione dell’uso del processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un uso eccessivo del processo della “sublimazione” e in una caduta del gusto erotico e sessuale.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Nivea è “5” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

QUALITA’ ONIRICA

Il sogno di Nivea è squisitamente simbolico ed evidenzia le qualità del meccanismo psichico della “condensazione”, un pilastro del “processo primario” e della “Fantasia”.

REM – NONREM

Il sogno di Nivea è avvenuto nella fase mediana del sonno REM alla luce della sua compostezza formale e del suo simbolismo spiccato: un sogno da “maraviglia” e da natural miracolo.

FATTORE ALLUCINATORIO

Il sogno di Nivea chiama in causa i sensi della “vista” in “mi trovavo” e in “vi erano” e in “riesco a trovare” e in “riesco a risalire”. E’ assente l’esercizio degli altri sensi, per cui è dominante l’allucinazione visiva.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande.

Domanda
Preoccupa il sogno di Nivea?

Risposta
Per niente. Anzi, fa piacere sapere di quanto sia plastica e duttile la psiche nel bene e nel male.

Domanda
Ma l’acqua non era un simbolo femminile? Nel sogno di Nivea è un simbolo di energia.

Risposta
Giusto! E’ un simbolo della “libido”, dell’energia vitale e quest’ultima ha origine nell’universo psicofisico femminile. Vita e libido sono simboli inclusi nell’acqua, un principio femminile.

Domanda
Cosa deve fare Nivea in base al sogno?

Risposta
Usare meno possibile la “sublimazione” e vivere bene la “libido” con tanti investimenti variegati e non monotoni. Con un gioco di parole direi che Nivea da donna “casa e chiesa” deve evolversi in donna “casa del popolo” escludendo la donna del “casino”.

Domanda
Perché si usa tanto la “sublimazione”?

Risposta
Perché ci difende dall’angoscia.
Perché la cultura occidentale ha base religiosa e sessuofobica.
Perché il sistema educativo è costrittivo, autoritario e moralistico.
Perché i genitori sono poco libertari, poco pazienti e perché hanno rimosso la loro adolescenza, hanno dimenticato i loro travagli evolutivi.

Domanda
Cos’è la cultura?

Risposta
La cultura a livello psicologico è un insieme di schemi interpretativi ed esecutivi della realtà.
A livello sociologico è un insieme di valori condivisi e convissuti.
A livello semiologico è un complesso di segni e di significati.
In ogni caso la “cultura” non è il complesso delle conoscenze acquisite. Questa si definisce erudizione.
La “cultura” comporta un grado, più o meno profondo, di assimilazione e d’introiezione degli schemi, dei valori e dei segni. Più si assimila e si introietta e più la “cultura” acquisisce “civiltà”. Tutti i popoli sono colti, ma non tutti i popoli hanno lo stesso grado di civiltà. Ripeto: la civiltà si misura in base al modo e all’intensità dell’introiezione e dell’assimilazione degli schemi e dei valori e dei segni culturali. Aggiungo che l’assimilazione e l’introiezione non devono essere totali, ma devono mantenere un margine di autonomia critica.
Assimilazione e introiezione sono pericolose quando negano l’evoluzione e politicamente degenerano nelle dittature più nefaste.

Domanda
Nelle sue interpretazioni dei sogni da tempo non usa il termine “inconscio”.

Risposta
E’ un lungo discorso, ma rispondo brevemente e semplicemente. L’Inconscio come dimensione psichica, definito in tal modo più che scoperto da Freud, è un’ipotesi di lavoro, un assunto metodologico che consente di procedere per dimostrare una tesi. L’Inconscio non esiste semplicemente perché “ciò che non è consapevole” non ha realtà e “ciò che non ha realtà” non ha parola e, quindi, ciò che non ha parola non si può definire.
Questa è la tesi della Filosofia, ma non è per niente una verità assoluta: tutt’altro!
Il primo Freud praticava l’ipnosi e si era accorto che in stato sub-vigilante nei suoi pazienti affioravano dei ricordi lontani. Ciò che è subconscio non è inconscio. La nostra psiche e la nostra mente non possono tenere sotto controllo tutto il materiale vissuto e acquisito. Una parte minima, molto minima, occupa lo stato di coscienza. Il resto è Subconscio e con uno stimolo adeguato viene portato a galla e ricordato. Questa è anche l’operazione del sogno: uno stimolo del giorno precedente scatena di notte un sogno. Ma su questi argomenti ritornerò in altra occasione per meglio precisarli e approfondirli.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

L’adolescenza è il momento più delicato e interessante della vita e dell’evoluzione psicofisica, una serie di anni in cui il corpo e la mente sono in distonia, un’età di mezzo tra la maturità sessuale acquisita e una serie di fantasmi irrequieti e ignoranti.
Nel corpo di donna si annida una testa di bambina.
Nel corpo di un uomo si annida la testa di un giovinetto.
Speriamo tanto che in questo tempo incerto e inquieto non nasca un figlio o una figlia mentre si esploramo i misteri del dio Eros.
Speriamo che durante l’adolescenza la mamma e il papà siano ancora insieme a insegnare le cose giuste, perché questo è il tempo in cui si elaborano mille e mille paturnie, si vivono mille e mille sensazioni, si maturano mille e mille paure.
Il sogno di Nivea richiama l’adolescenza e a Lei io dedico una storia, una storia veneta maturata in quel di Pieve di Soligo, una storia che muove e commuove quel qualcosa di adolescente rimasto beneficamente ancora dentro.

LE PAROLE DI FANTAJESSICA

Ero piccola.
Quand’ero piccola, una delle cose che mi piaceva di più
era scivolare sugli scalini di marmo nella casa della nonna.
Era una vecchia casa,
una casa vecchia come la mia nonna.
Gli scalini erano bassi, larghi e arrotondati.
Potevo tranquillamente andar giù senza farmi male.
Nella mia fantasia bambina ero tanti personaggi:
un bel cavaliere medioevale,
un coraggioso capitano di ventura,
un sordido lanzichenecco,
un povero soldato,
un fedele legionario,
un perfido mercenario.
In ogni caso ero sempre un maschio, mai una femmina.
In ogni caso ero sempre armata, mai indifesa.
Tutto questo succedeva quand’ero piccola,
quand’ero bambina,
quand’ancora non pensavo da grande,
quand’ancora non avevo la valigetta ventiquattrore e l’ombrello firmato,
quand’ancora non nascondevo i seni dentro un classico doppiopetto,
un doppiopetto decisamente maschile, oltretutto gessato.
Scivolavo e immaginavo.
Scivolavo e mi perdevo nelle mie fantasie.
Iniziavo dal secondo piano perché dal terzo non si poteva.
Al terzo piano c’era il soler,
il granaio lungo e buio,
l’emblema di spazi paurosamente ignoti,
la casa sonora dei topi,
il luogo del tempo passato,
la carta d’identità della mia stirpe.
Dal secondo andavo in giù fino al piano mezzano
dove c’era il mobiletto intarsiato con sopra il vaso decò.
Poi mi restava l’ultima rampa,
quella che mi sbatteva ai piedi della luminosissima porta d’entrata,
la porta del mio paradiso.
Il salone era regolare con il suo pavimento di marmo,
una distesa di giallo e di rosa.
Ai lati erano disegnate delle bande rosse
che sventravano la casa da nord a sud tra due signorili punti luce.
Proprio qui a Natale trionfava l’abete
dentro un vecchio tino ricolmo di terra nera,
l’albero più vero e più vivo del paese.
Dalla mia nonna tutto era secondo natura.
Tutto era secondo cultura, dalla mia nonna.
Come si mangiava bene dalla mia nonna!
La mia nonna faceva gli gnocchi freschi con le patate del Piave
e le polpette di carne col pan gratà e il prezzemolo.
La mia nonna faceva il risotto con i porcini del suo bosco
e lo speo de costesine de porzel e il cunicio.
La mia nonna faceva le cotolette di manzo con l’aceto
e le patatine fritte con l’olio extravergine d’oliva.
Qualche volta mi faceva anche i bastoncini di merluzzo,
quelli del capitano con tanto di cappello dorato,
perché la mia nonna nel tempo si era fatta più moderna.
Quanti riti dalla mia nonna!
Il rosario si recitava tutti insieme il primo novembre,
il giorno di tutti i santi e il giorno prima del ricordo dei nostri morti,
dopo aver mangiato le castagne arrostite sulla stufa a legna,
quella con i cerchi concentrici di ferro che si tiravano su con la pinza
per muovere la legna e fare tanta fiamma.
E per san Nicolò al mattino trovavo la bambola di pezza
insieme ai melograni e alle noci nel piatto di coccio accanto al letto.
E poi, ogni cinque gennaio, di sera, si bruciava la vecia
nella granda buberata,
si mangiava la pinza con l’uvetta e le nocciole,
si beveva un goto de vin santo
e si traevano gli auspici per i prossimi raccolti
in base ai capricci del vento e del fumo.
Quant’era bello!
Sapevi chi eri, dove stavi e dove andavi.
Ma la nonna non era sola.
Viveva con lei la prozia,
secca come un baccalà e brutta come la fame di febbraio.
La prozia diceva sempre che niente le passava dal gargarozzo
e che riusciva a mandar giù soltanto yogurt e ricotta.
Epperò!
La strega ciabattava con le sue pattine
e si trascinava come un fantasma per fermarsi davanti alla tv
e così potevo dar l’addio ai cartoni animati.
La prozia era tanto cattiva
e non capivo come potesse vivere con la mia nonna.
Lei era tanto buona e mi chiedeva sempre del mio papà.
Con lui non sei felice vero?
No, con lui non sono felice,
è vero,
ma neanche con la mamma sono felice
ed è vero.
Io li volevo tutti e due e insieme.
Anca se i litighea,
dovevano stare insieme per me,
dovevano farlo per me,
per quella loro bambina che non aveva mai chiesto di nascere
e tanto meno nella loro casa.
Lassem perder!
Andiamo a cogliere i lapoi nell’orto e i fichi dall’albero,
ma non quelli spappolati sull’erba e mangiati dagli osei.
Prendiamo anche i fiori di zucca
che poi ti faccio le frittelle.
Che brava la nonna!
Che buona la mia nonna!
Ma la bambina è confusa,
tanto confusa al punto che confonde la B con la V e viceversa.
Ma che malattia è staquà?
E’ tutta colpa delle maestre che non sanno fare più il loro mestiere!
Intanto nel roseto della nonna c’è un gallo e una gallina con i pituset,
un nanetto di marmo senza più colori addosso,
una rana verde per il muschio e per la rabbia di non poter saltare,
la cuccia di cemento di Briciola con le pignatte dell’aqua e del pan,
qualche stroz di qua e qualche stroz di là.
Tutto è come dio comanda.
Sul davanti il giardino è più curato,
anche il fosso è pulito e pieno d’acqua
e sembra un ruscello.
Ci sono le violette dove prima c’erano i noccioli.
Quante noccioline tostava la nonna
e quante torte faceva con il lievito Bertolini!
E quando si andava a letto?
Sentivo il fruscio del copriletto di raso color porpora,
sentivo lo scricchiolio dell’armadio di noce
e della specchiera in legno massiccio scuro.
La nonna diceva sempre che il legno era vivo
e che di notte si muoveva per sbadigliare.
Quanta paura!
Nonna,
nonna,
vieni qua e stai con me.
Nonna,
se resto qui stanotte a dormire,
tu non muori, vero?
“Ma va là,
sta bona.
Cossa di tu mò?
Vien qua,
giochemo a indovina indovinello.
Cominicia per A e finisce per E.
Cossa eo poh?
Son qua ai pie del let.
Ociu che te ciape!
Le frittelle dovevi portargliele,
o Caterinella,
altrimenti non avresti dovuto chiederghe la farsora.
Le campane da Maron le sonava tanto forte da buttare giù le porte,
le porte le iera de fero,
volta la carta e ghesè un capeo.
Un capeo?”
E io immaginavo le carte
e mi addormentavo bona bona come voleva la mia nonna,
mentre il mio papà chissà dov’era.
Lui, però, è un poverino
perché non sa cosa si è perso.
Lui ancora oggi non sa cosa si perde.
Ma io sì,
io so cosa si è perso
e cosa si perde il mio papà.
Si è perso
e si perde una vita di cento e mille anni.
Poverino!
Lui è solo
ed è solo perché in vita sua non ha mai avuto una nonna come la mia
e una cucina come quella della mia nonna.
Eppure quella era la sua mamma.
Eppure quella era la sua casa.

 

Il brano è stato elaborato liberamente da Salvatore Vallone nell’anno 1996.

 

VIAGGIO NELL’ALDILA’…con biglietto di ritorno

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

Mi trovo a lavorare in una specie di centro cure termali.
Cammino per lunghi corridoi bianchi, molto luminosi, piastrelle color giallo miele.
Lungo i corridoi nella parte bassa ci sono dei buchi nel muro dove sono alloggiate delle fontane in marmo grezzo color giallo nero dove vi sono dei catini per prendere l’acqua e portarli nelle varie stanze.
Noto con stupore che sia le fontane che i catini sono stati scavati in maniera molto rudimentale.

Poi mi trovo seduta in autobus con davanti tre signore distinte, vestite bene di nero con delle bluse con dei fiori rossi, stanno tutte rammendando a mano dei pezzi di stoffa nera.
Noto che di fianco a loro c’è una mia zia che sta rammendando a mano una specie di coprispalle da donna molto leggero, da una parte di colore avorio chiaro e dall’altra il disegno allegro e vivace dei vestiti di Arlecchino.
Vedo che fa delle cuciture e poi taglia i vari fili rimasti per una lunghezza di circa due centimetri e li lascia là.
Mi dico che se fossi stata io li avrei tagliati ad uno ad uno a mano che saldavo e avrei aspettato di farlo alla fine, ma mi rendo conto che facendolo alla fine li taglierei meglio e tutte alla stessa lunghezza.

Poi col sogno ritorno all’interno della “spa” e sto accompagnando in un corridoio una signora in una delle stanze per il trattamento.
Realizzo che io non sono mai stata lì e non so cosa ci sia dentro quelle stanze. Infatti, faccio entrare lei, ma io non vedo oltre la porta.
Incuriosita cammino per il corridoio e incontro una mia cugina che tranquilla mi saluta sorridente.
Noto una porta lasciata semiaperta e senza farmi vedere da nessuno sgattaiolo dentro per vedere cosa c’è. All’interno noto le solite pareti bianche e poi un’immensa struttura di marmo grezzo giallo nero che sembra essere stata scavata nella roccia. Anche questa molto rudimentale come una caverna.
Dentro ci sono delle vasche, delle fontanelle, dei getti d’acqua, ma spruzzano molto poco e mi metto li a pensare come si possa mettere in opera i congegni per farla funzionare.
Non capendo entro e salgo sopra una piattaforma stretta che c’era all’interno della vasca e mi distendo aspettando che succeda qualcosa.
Infatti, pian piano con la pressione del mio corpo dei piccoli getti d’acqua partono da sotto di me e cominciano a spruzzare sempre di più facendomi un piccolo massaggio e capisco che lentamente andranno a riempire la vasca e io mi godrò il bagno.
A questo punto mi sveglio.”

Questo sogno è firmato Totonna

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Totonna si svolge in due luoghi, il “centro di cure termali” e “l’autobus”, e ha come personaggi una “signora” e la “cugina” nella “spa” e “tre signore distinte” e la “zia” nell’autobus.
L’attrice principale è Totonna, l’autrice del sogno che ha la possibilità di “proiettarsi” nei vari personaggi del suo sogno chilometrico insieme alle problematiche connesse e ai fantasmi evocati.
La trama del sogno è divisa in due racconti apparentemente molto diversi tra di loro.
Nel primo Totonna appaga la sua curiosità di sapere e cerca il suo benessere psicofisico.
Nel secondo corregge il modo di procedere della zia nell’arte del cucito.
Il sogno è chiaro e lineare, ma a una prima lettura non si reperisce un nesso tra i due racconti. Il collegamento non è ovvio e tanto meno immediato, per cui si può anche ritenere che ci troviamo di fronte a due sogni diversi.
Tanti titoli si possono affibbiare al sogno di Totonna: “Viaggio nell’aldilà”, “…e io mi godrò il mio bagno”, “Aldilà: andata e ritorno”, La razionalizzazione del lutto”, “La risoluzione del fantasma di morte”.
Analizziamoli!
Viaggio nell’aldilà: in effetti si tratta di una fantasia su un luogo sacro e di morte come un cimitero o una chiesa con tanto di mistiche virtù.
“…e io mi godrò il mio bagno”: la frase conclusiva che attesta la purificazione dalle colpe e il ritorno alla vita con una notevole e nuova consapevolezza dopo aver visitato il regno dei più e soprattutto delle persone defunte come una signora e la cugina.
“Aldilà: andata e ritorno”. Totonna è la novella e moderna eroina che riesce a fare in sogno il viaggio nel regno dei morti e a ritornare linda e pulita con una verità per sé e per tutti gli uomini.
La mitologia e la letteratura dicono che nell’ardua e lugubre impresa erano riusciti Er il soldato armeno nel mito di Platone, Ulisse nell’Odissea di Omero, Enea nell’Eneide di Virgilio, Dante nella sua Divina commedia e qualcun altro che mi sfugge.
Per l’appunto, adesso tocca a Totonna!
“La razionalizzazione del lutto”: Totonna ha avuto delle perdite importanti e a livello psichico porta avanti quella presa di coscienza del “fantasma di morte” ridestato insieme agli immancabili sensi di colpa. La “razionalizzazione” riduce l’angoscia e prepara il terreno per maturare al meglio la propria fine senza inutili resistenze e dannose negazioni.
Ricordo che l’operazione psichica della “razionalizzazione del lutto” ha un decorso psichico di circa due anni.
“La risoluzione del fantasma di morte”: come dicevo prima, la morte dell’altro induce a una progressiva risoluzione del senso da dare al nostro morire e una riduzione dell’angoscia collegata alla fine psicofisica.
I “meccanismi psichici di difesa” determinano questa operazione di ricerca razionale ed emotiva, magari “sublimando” l’angoscia attraverso le tante religioni e le varie alienazioni psichiche, “negando” la morte e disponendosi con cinismo alla propria e all’altrui, “rimuovendola” fino alla fine o ricorrendo ad altre modalità psichiche sempre di difesa dall’angoscia.
Di fronte all’inconoscibile e all’ineludibile la psiche scatta con le sue difese più o meno valide e comprensibili.
Vediamo i riferimenti culturali e mitologici del sogno di Totonna: “La morte di Ivan Ilic” di Tolstoi e il mito greco delle “Moire”, le divinità femminili della Vita e della Morte: Cloto e Lachesi tessono il filo del fato e Atropo attende di tagliarlo. All’uopo vedi la cosmogonia di Esiodo e il mito di Er di Platone.
Totonna non è sola, ma in buona e nobile compagnia insieme anche a tutti quelli che spesso sognano la morte e il senso della vita, ma non se ne rendono conto semplicemente perché non possiedono il vocabolario dei simboli che hanno usato.
Non mi resta che provare a decodificare i simboli portanti di un sogno semplice ma ostico, un prodotto psichico allucinato dalla Fantasia e permeato di una patina surreale e mistica, un racconto dal contenuto apparentemente assurdo.
Un’ultima nota caratteristica: il sogno di Totonna è abitato esclusivamente da figure femminili.
Adesso devo procedere.
Se non riesco, metto un punto dove arrivo e alzo bandiera bianca sicuro della vostra benevolenza.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mi trovo a lavorare in una specie di centro cure termali.”

Totonna pensa al corpo e al suo benessere psicofisico. L’esordio è promettente per le carezze erotiche: “libido epiteliale” nonostante la sua collocazione lavorativa. Il processo di difesa dell’angoscia della “regressione” è a portata di mano e Totonna può tornare indietro nel tempo fino all’infanzia, quando la relazione corpo a corpo era quella privilegiata con la madre. Le “cure termali” hanno il significato di una psicoterapia basata sul calore degli affetti.

“Cammino per lunghi corridoi bianchi, molto luminosi, piastrelle color giallo miele.”

I “corridoi bianchi” rappresentano simbolicamente i collegamenti logici tra emozioni diverse. Se poi sono anche “luminosi”, e cromaticamente, “giallo miele”, rafforzano l’esigenza di sapere e richiamano l’estetica del sacro: la reattività psicofisica legata alla sensibilità e al mistero.
Le “piastrelle” contengono la freddezza degli affetti e la caduta delle emozioni.

“Lungo i corridoi nella parte bassa ci sono dei buchi nel muro dove sono alloggiate delle fontane in marmo grezzo color giallo nero dove vi sono dei catini per prendere l’acqua e portarli nelle varie stanze.”

Non è il corridoio di un ospedale, ma di una chiesa o di un cimitero, “buchi nel muro”, i loculi in cui alloggiano i corpi dei defunti che hanno ricevuto la degna purificazione dalla colpa e dal peccato, “fontane”.
Il “marmo grezzo” racchiude un “fantasma di morte” e di inanimazione. “L’acqua” è simbolo universale di “catarsi” della colpa e di purificazione del peccato, nonché il simbolo universale dell’universo femminile.
Totonna sta visitando la sua dimensione metafisica in riguardo alla fine della vita e alle incombenze dell’aldilà.
I “catini” sono simboli femminili e, nello specifico, del grembo e della recettività sessuale. Del resto, il sogno di Totonna è un dono privilegiato alle donne: vedi i personaggi.

“Noto con stupore che sia le fontane che i catini sono stati scavati in maniera molto rudimentale.”

Lo “stupore” attesta di una progressiva caduta della vigilanza razionale e di un procedere di Totonna verso sfere emotive di non facile riduzione alla comprensione logica: la dimensione mistica e le sfere del sacro con le profondità oscure, “rudimentale”.
Non si dimentichi che Totonna sta viaggiando nell’aldilà.

CONSIDERAZIONI NECESSARIE

Si è conclusa la prima parte del sogno di Totonna.
Una chiesa, un cimitero, una catacomba, una necropoli?
Un universo femminile investito di sacro e ricoperto di mistico?
La perdita della fecondità delle donne mature?
Una celebrazione della morte e della inanimazione?
Questo sogno, nel suo essere surreale, si lascia cogliere in queste coordinate.
Meglio così!
Procedo alla ricerca del meglio consentito dalla funzione onirica e dalle meravigliose capacità della Fantasia di Totonna.

“Poi mi trovo seduta in autobus con davanti tre signore distinte, vestite bene di nero con delle bluse con dei fiori rossi, stanno tutte rammendando a mano dei pezzi di stoffa nera.”

La scena onirica cambia decisamente e la stessa Totonna se ne rende conto: “poi”.
Si passa alla realtà vitale e libidica, “in autobus”, e Totonna è in compagnia di “tre signore distinte”, ossia ben individuate. Le donne sono “vestite bene di nero”, eleganti e in lutto, composte nel loro dolore ben digerito, un “fantasma di perdita” di Totonna ben razionalizzato e proiettato su queste figure che hanno la zona dei sentimenti protetta “con delle bluse” e dipinta “con dei fiori rossi”.
Queste donne sono ancora alle prese con l’accettazione della fine: “stanno tutte rammendando a mano dei pezzi di stoffa nera”. Totonna condensa in questo elegante modo il processo della “razionalizzazione del lutto”, ma non quello altrui, quello della propria morte.
Totonna vede e vive così la fine e il soggiorno nell’aldilà: razionalizzare bene il senso della morte, magari per vivere meglio e senza angoscia.

“Noto che di fianco a loro c’è una mia zia che sta rammendando a mano una specie di copri-spalle da donna molto leggero, da una parte di colore avorio chiaro e dall’altra il disegno allegro e vivace dei vestiti di Arlecchino.”

Una “mia zia” al posto di “mia madre”?
La “traslazione” è possibile, uno “spostamento” che riduce le emozioni e favorisce il prosieguo del sonno e del sogno.
“Rammendando a mano” equivale a connettere logicamente l’evento psicofisico morte, mentre la “specie di copri-spalle” attesta di un culto dei ricordi e di una difesa degli affetti.
Il cromatismo dello scialle viaggia tra l’anonimato caldo dello “avorio chiaro” e “il disegno allegro e vivace dei vestiti di Arlecchino”, quello fatto di pezze colorate a testimoniare della multiforme struttura psichica e dei variegati modi di apparire agli altri.
Domanda: chi può essere una figura nella storia psichica di Totonna che le ha insegnato a essere anonima e con tante facce?
Una madre in cui si è parzialmente identificata!
Le tante colorate pezze del vestito di Arlecchino sono doti e modi da augurare a tutti nella formazione psichica.

“Vedo che fa delle cuciture e poi taglia i vari fili rimasti per una lunghezza di circa due centimetri e li lascia là.”

La zia-madre sa legare mentalmente, sa giustificare logicamente, sa connettere razionalmente, ma non conclude al meglio perché lascia sospeso qualche discorso senza risolverlo.
Del resto, questo è l’atteggiamento mentale diffuso della vecchiaia: la morte logicamente si avvicina, ma l’emozione della vitalità non la riconosce e la tiene lontana. Di fronte all’incalzare del “fantasma di morte”, il tentativo di “razionalizzare” il proprio lutto è tortuoso e difficile quanto il tentativo di accettarlo.
Il sogno di Totonna conferma che il luogo è un cimitero e che il “fantasma” in circolazione e quello “di morte” con il suo carico di rito e di sacro. Non c’è spiegazione all’uniformità anonima della morte, specialmente se la persona ha maturato una personalità, “organizzazione psichica reattiva”, con le tante pezze colorate di Arlecchino.

“Mi dico che se fossi stata io li avrei tagliati ad uno ad uno a mano che saldavo e avrei aspettato di farlo alla fine, ma mi rendo conto che facendolo alla fine li taglierei meglio e tutte alla stessa lunghezza.”

Totonna si rende conto di avere una spiegazione diversa del vivere e del morire rispetto alla zia-madre e che l’assurdità del modo di cucire e di tagliare si giustifica con la situazione esistenziale e psichica: ognuno ha la sua filosofia di vita e di morte e la esprime in base a come vive e a come in vita vive la sua morte.
Questo è il fantasma di morte di Totonna sicuramente ridestato da un evento luttuoso intercorso.
Ribadisco: Totonna esibisce la sua concezione del vivere e del morire e la diversifica da quella della zia-madre. Come hanno insegnato le “Moire”, la vita e la morte sono legate al fuso della “Necessità”: la vita si identifica nel filare e la morte nel tagliare il filo. Resta nel libero arbitrio della persona il come filare e il come tagliare, come vivere e come morire o, meglio, come intendere la vita e come dare significato alla morte.
Questo è il senso di “Mi dico” e di “mi rendo conto”.

“Poi col sogno ritorno all’interno della “spa” e sto accompagnando in un corridoio una signora in una delle stanze per il trattamento.”

Ecco che cambia la scena: dall’autobus alla spa, dalla vita alla morte, dalla vitalità esistenziale al cimitero, dal profano vivere al sacro morire. Totonna sta “accompagnando” verso la morte “una signora” che ha umanamente accudito o alla cui fine ha assistito. Totonna è stata traumatizzata da questa doverosa esperienza e adesso, in sogno, si sta ripulendo, si sta liberando dai sensi di colpa e sta razionalizzando il lutto proprio elaborando la sua concezione della morte e della vita alla luce dell’esperienza suddetta.
Il “trattamento”,quindi, consiste nella “catarsi” e nel “sapere di sé.
Le “stanze” rappresentano simbolicamente la parte psichica incaricata a elaborare il “fantasma depressivo della perdita”.

“Realizzo che io non sono mai stata lì e non so cosa ci sia dentro quelle stanze. Infatti, faccio entrare lei, ma io non vedo oltre la porta.”

Per l’appunto!
Questo è il turno della vecchia e non di Totonna.
Totonna non sa della morte, nessuno le ha spiegato l’imponderabile e l’inconoscibile. Totonna sta visitando con la fantasia onirica l’esperienza della morte e la sta immaginando sullo strascico di qualche esperienza luttuosa traumatica: “Realizzo che io non sono mai stata lì e non so cosa ci sia dentro quelle stanze.”
La presa di coscienza da parte di Totonna della sua ignoranza in riguardo alla morte è dovuta semplicemente al fatto che non si tratta di un’esperienza vissuta. E’ il turno della signora e non di Totonna che si limita a essere una curiosissima accompagnatrice, una persona che assiste alla morte di un’altra persona.”Infatti, faccio entrare lei, ma io non vedo oltre la porta.”

“Incuriosita cammino per il corridoio e incontro una mia cugina che tranquilla mi saluta sorridente.”

Totonna vuol sapere della morte in maniera direttamente proporzionale al trauma vissuto nell’assistenza di una persona defunta: “incuriosita cammino”.
Questa persona è sua “cugina”, la chiave del sogno che nel vissuto di Totonna avanza “tranquilla” e “sorridente” verso la morte nei vissuti e nei desideri.
Il “mi saluta” rappresenta simbolicamente e ironicamente il distacco dalla realtà della vita.
Totonna sta razionalizzando il lutto e sta elaborando il suo “fantasma di morte” e il come staccarsi dalla vita al momento necessario.

“Noto una porta lasciata semiaperta e senza farmi vedere da nessuno sgattaiolo dentro per vedere cosa c’è. All’interno noto le solite pareti bianche e poi un’immensa struttura di marmo grezzo giallo nero che sembra essere stata scavata nella roccia. Anche questa molto rudimentale come una caverna.”

Totonna vuol sapere e la sua curiosità è infinita.
La “porta lasciata semiaperta” rappresenta l’accesso possibile alla verità. “Sgattaiolare” condensa la trasgressione infantile del sapere impedito, della presa di coscienza impossibile semplicemente perché l’esperienza non è stata vissuta. Totonna può soltanto ricorrere alla sua fantasia onirica per allucinare il suo “fantasma di morte” e per lenire l’angoscia della perdita e della fine.
Ritorna la “caverna rudimentale” come simbolo della tomba e “la struttura di marmo grezzo giallo nero” come simbolo del cimitero con “le solite pareti bianche”. Il quadro cromatico attesta della freddezza affettiva ed emotiva.

“Dentro ci sono delle vasche, delle fontanelle, dei getti d’acqua, ma spruzzano molto poco e mi metto li a pensare come si possa mettere in opera i congegni per farla funzionare.”

La caduta della vita e della vitalità, oltre che dell’essere femminile, si manifesta in “spruzzano molto poco”.
“Vasche”, “fontanelle” e “getti” sono simboli del grembo femminile, della vita e della “libido”. Totonna vive l’entusiasmo onnipotente di chi vuole sconfiggere la morte e ridare la vita, un risuscitare i morti: “mi metto li a pensare come si possa mettere in opera i congegni per farla funzionare.”.

“Non capendo entro e salgo sopra una piattaforma stretta che c’era all’interno della vasca e mi distendo aspettando che succeda qualcosa.”

Totonna non sa e, allora, desiste dal cercare di sapere in attesa “che succeda qualcosa”.
La “piattaforma stretta all’interno della vasca” è simbolo di un sano protagonismo e di una particolarità del suo stato.
Totonna si “distende”, si dipana, si chiarisce per “sapere di sé” e, nello specifico, del suo “cos’è la morte”.

“Infatti, pian piano con la pressione del mio corpo dei piccoli getti d’acqua partono da sotto di me e cominciano a spruzzare sempre di più facendomi un piccolo massaggio e capisco che lentamente andranno a riempire la vasca e io mi godrò il bagno.”

Questo è il ritorno alla vita di Totonna, un viaggio che procede piano piano e si conclude irrimediabilmente dopo essere stata a visitare la morte e i regni dell’aldilà.
Il corpo riprende vitalità perché ha un peso che si traduce in energia, una consistenza psicofisica oltretutto piacevolmente libidica: “la pressione del mio corpo”.
Il sistema neurovegetativo riprende il suo naturale decorso e comunica le giuste sensazioni di un benessere ben dosato nelle sue componenti.
L’acqua è energia femminile che la riporta al grembo materno, all’origine della sua vita.
“Io mi godrò il bagno” equivale a “io ritorno a vivere con la consapevolezza di chi ha vissuto esperienze che riconciliano con la vita e danno il senso migliore del vivere”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Totonna sviluppa la psicodinamica della “razionalizzazione del lutto” e approfitta di una dolorosa circostanza per visitare e riformulare, al meglio consentito dalle condizioni psichiche in atto, il “fantasma di morte” con gli annessi affettivi e i connessi emotivi della perdita e dell’inanimazione. L’operazione si conclude con esito fausto.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Totonna ha una massiccia presenza dell’istanza pulsionale “Es” e dell’istanza razionale “Io”.
“Io” è manifesto in “mi trovo”, “cammino”, “noto con stupore”, “mi trovo seduta”, “noto”, “vedo”, “mi dico”, “ma mi rendo conto”, “realizzo”, “non capendo”.
“Es” è manifesto in “centro di cure termali”, “lunghi corridoi”, “buchi nel muro”, “fontane in marmo grezzo”, “autobus”, “rammendando”, “taglia i fili”, sgaiattolo dentro per vedere cosa c’è”, “caverna”, “vasche”, “fontanelle”, “a riempire la vasca e io mi godrò il bagno”.
“Super-Io” è manifesto in “rammendando a mano dei pezzi di stoffa nera”, “io li avrei tagliati ad uno ad uno”, “io non vedo oltre la porta.”
La “posizione psichica” coinvolta è quella “orale”, quella che riguarda gli affetti e la conseguente possibilità di perdita depressiva degli stessi.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Totonna presenta i seguenti meccanismi psichici di difesa dall’angoscia: la “traslazione” e lo “spostamento” in “una mia cugina” e in “una signora” e in “una mia zia”, la “condensazione” in “corridoi” e in “buchi nel muro” e in “fontane in marmo grezzo”, e in “autobus” e in “caverna” e in “vasche”, la “figurabilità” in “un’immensa struttura di marmo grezzo giallo nero che sembra essere stata scavata nella roccia” e in “una piattaforma stretta che c’era all’interno della vasca e mi distendo aspettando che succeda qualcosa” e in “lentamente andranno a riempire la vasca e io mi godrò il bagno.”
E’ presente il processo psichico di difesa della “regressione” in “mi trovo seduta in autobus con davanti tre signore distinte” e in “c’è una mia zia che sta rammendando a mano”.
Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” è presente in “catini per prendere l’acqua” e in “io mi godrò il bagno”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Totonna evidenzia un tratto psichico depressivo all’interno di una “organizzazione psichica reattiva”, ex carattere, nettamente “orale”, sensibile agli affetti e all’esercizio degli stessi.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte nel lungo sogno di Totonna sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “fontane” e in “caverna” e in “acqua” e in “vasche e in “fontanelle”, la “metonimia” o relazione logica in “corridoi” e in “marmo grezzo” e in “taglia i fili”, la “enfasi” o forza espressiva in “un’immensa struttura di marmo grezzo giallo nero”, la “sineddoche” o parte per il tutto in “buchi nel muro dove sono alloggiate delle fontane in marmo grezzo color giallo nero”.
Il sogno di Totonna è ricco di simboli ed appare permeato di una vena poetica surreale.

DIAGNOSI

La diagnosi del sogno di Totonna dice dell’insorgere di un moderato “fantasma di morte” in un quadro depressivo di perdita con implicita razionalizzazione del lutto: una “psiconevrosi d’angoscia” legata a esperienza vissuta.

PROGNOSI

La prognosi del sogno di Totonna si attesta in una progressiva presa di coscienza dell’esperienza del lutto e della perdita, nonché nel rafforzamento del gusto della vita e dell’esercizio della “libido”. Totonna è chiamata a godere, più che a soffrire, dopo il viaggio nell’aldilà. Meno male che aveva il biglietto di ritorno.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico è la degenerazione del tratto depressivo in “sindrome depressiva” nel caso in cui la “razionalizzazione del lutto” e della perdita non vada a buon fine: caduta della qualità della vita e dell’esercizio della “libido”.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Totonna è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
La simbologia si coniuga equamente con la discorsività logica e consequenziale.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Totonna si attesta in un’esperienza luttuosa vissuta in maniera contrastata e nel ricordo pomeridiano della stessa.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Totonna è decisamente surreale.

REM – NON REM

-Il sogno è un “modulo” di funzionamento del Cervello durante il sonno R.E.M. Meglio: dalle onde rapide e a basso voltaggio e dai movimenti vorticosi dei bulbi oculari la “Mente autocosciente” o “Io” legge l’attività dei moduli e produce il sogno. Questa è la teoria di Eccles, neurofisiologo.
– Il sogno è l’attività psichica del sonno e si svolge nelle fasi R.E.M. quando la funzione della memoria è favorita dallo stato di eccitazione del corpo. Questa teoria si è affermata negli anni 80.
-Oggi è degna di considerazione anche la teoria della “Continual Activation” sostenuta dalle ricerche delle neuroscienze: l’attività onirica è presente nelle fasi R.E.M. e NON R.E.M. del sonno.

Il sogno di Totonna è stato elaborato in uno stato di normale tensione psicomotoria e per la precisione in una fase R.E.M. mediana.

DOMANDE & RISPOSTE

Domanda
Come vive una persona anziana la morte?

Risposta
In base a come ha elaborato i “fantasmi depressivi di perdita” nel corso della vita e in base ai meccanismi psichici di difesa dall’angoscia che ha usato. Meglio: in base alla “organizzazione psichica reattiva” che ha maturato.

Domanda
Cosa significa?

Risposta
Mi spiego con un esempio. Se io uso il processo psichico di difesa della “sublimazione” nelle esperienze di perdita, elaborerò una sopravvivenza dopo la morte nobilitando l’angoscia in accettazione e quasi desiderio di morire per rinascere. Se io uso il processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione” e magari mi ammalo del cosiddetto morbo di Alzheimer fissandomi all’età infantile e alla “posizione orale”, ritorno infante e in questo caso elaborerò un demenza per non aver coscienza dell’ineludibilità della morte. Possiamo usare in soluzione dell’angoscia di morte circa ventidue meccanismi psichici di difesa. Potrei elencarli e indicare la modalità d’azione, ma rimandiamo a migliore circostanza.

Domanda
Cosa significa “razionalizzazione del lutto” e come avviene?

Risposta
Mediamente occorrono due anni per avere a livello psichico la piena coscienza della perdita di una persona significativa o anche di un animale solidale. Il segnale che il lutto è stato razionalizzato è il dolore al posto dell’angoscia e della rabbia per la perdita subita, il ritorno al “principio di realtà” per quanto riguarda il vissuto sulla persona che ci ha lasciati.
Dopo il lutto la psiche reagisce sempre in base ai meccanismi di difesa, come dicevo prima; ad esempio affermando la vita e distaccandosi dal dolore o negando il lutto in qualche modo o coinvolgendosi a livello emotivo al minimo o al massimo, sublimando l’angoscia in nobile accettazione del destino e in qualche forma di onnipotenza, scindendo il fatto morte dall’emozione della fine o in altre modalità.

Domanda
Il sogno dell’aldilà ha fatto bene a Totonna?

Risposta
Certamente sì! Questo sogno è terapeutico perché integra le pulsioni e le idee sulla morte, riformula il “fantasma di morte” nelle sue parti irrimediabili di perdita e di fine.

Domanda
E quelli che non piangono al funerale sono insensibili?

Risposta
No! Usano il meccanismo di difesa dello “isolamento”, non vivono l’angoscia ma sono consapevoli della perdita. Avranno tempo per soffrire quando il meccanismo di difesa ridurrà la sua azione.

Domanda
E quelli che piangono e si disperano?

Risposta
Usano il meccanismo di difesa della “conversione isterica” scaricando le tensioni anche in maniera teatrale.

Domanda
Insomma si soffre necessariamente.

Risposta
Certamente, ma si soffre soprattutto d’angoscia anche se non c’è il morto. L’angoscia è la malattia di base del vivente uomo, è universale ed è oggetto d’intervento da parte della cultura. Sull’angoscia leggi il testo di Soren Kierkegaard “Il concetto dell’angoscia e la malattia mortale”. Fa solo bene.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Al lutto subentra il “consolo” o la consolazione, alla perdita segue il conforto, alla morte consegue l’affermazione della vita, spesso l’onnipotenza della sopravvivenza. Il cibo è il degno antidoto all’angoscia della morte e della perdita. La solidarietà e la comunione familiare sono la prima reazione affermativa all’angoscia della perdita. Ogni morte rievoca il nostro personalissimo “fantasma di morte” e la consapevolezza della necessità della morte dipende da quali meccanismi di difesa mettiamo in atto.

Ho scelto come prodotto culturale la canzone “Il conforto” firmata da Ferro Tiziano e cantata in associazione a Carmen Consoli, un brano di scuola ermetica con valenza pop.
Provate a seguire il testo e a decodificarlo secondo i vostri “significanti”, secondo l’emozione che emerge in voi durante l’ascolto. Quella è la vostra verità sul tema.
Riflettete anche sulla bontà di essere in due e in sodalizio nell’affrontare le esperienze d’angoscia che la vita riserva.

 

 

IL  RICONOSCIMENTO  DELLA  MADRE TRA  ANDROGINIA  E  SOPRAVVIVENZA

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“Anna sogna di trovarsi di notte in un luogo illuminato soltanto dal riflesso della luna.

Davanti a lei c’è un canale sommerso dall’acqua che straripa e allaga i campi.

Anna vede soltanto il riflesso dell’acqua, ma sa che ci sono le sponde sotto forma di muretti e che fungono da passerelle.

L’acqua scorre impetuosa e Anna cammina velocemente sopra il

muretto-passerella destro seguendo il flusso forte della corrente.

A un certo punto si rende conto che deve tornare indietro e per risalire il canale deve spostarsi a sinistra e poi saltare a destra: così di continuo. Comincia a saltare a sinistra e a destra e riesce a farlo bene. Per un tratto vede suo figlio che risale il canale insieme a lei, ma dopo non lo vede più.

Risale la corrente con l’angoscia di cadere dentro l’acqua e di annegare.

Ma vede che ce la fa facilmente e che è semplice e divertente saltare a  sinistra e a destra.

Anna è contenta e soddisfatta di se stessa.”

Si prospetta l’interpretazione di un sogno veramente funambolico, non solo a livello dinamico, ma anche a livello simbolico dal momento che le condensazioni sono precise e di vasta portata; alcune hanno una valenza di “archetipi”, sono simboli universali che vanno al di là dell’elaborazione  culturale e individuale, altre sono ad ampio spettro perché includono temi culturali e filosofici. Si tratta nello specifico dei simboli della “acqua”, della “destra”, della “sinistra”, della “luna”. E’, inoltre, sorprendente come il sogno di Anna riesca a camuffare la figura materna e la psicodinamica collegata all’universo femminile con una simbologia assolutamente naturale: “l’acqua” e la “luna”. I simboli sono attinenti per diversi aspetti e per alcuni attributi.

Il sogno di Anna si può definire “come riconoscere la madre” nella fase finale del complesso di Edipo e mostra la dialettica madre-figlia senza trascurare le paure e le angosce che si accompagnano all’emancipazione relazionale e all’autonomia psichica.

Il sogno contiene ancora una caratteristica importante che si può definire “come si risolve il complesso di Edipo in una dimensione di sopravvivenza”: una forma di onnipotenza nell’andare sopra la vita. ”L’acqua scorre impetuosa e Anna cammina velocemente sopra il muretto-passerella destro seguendo il flusso forte della corrente.” Il sogno di Anna è coniugato al femminile e, oltre al funambolismo, presenta i caratteri acrobatici della magia. “Anna vede soltanto il riflesso dell’acqua, ma sa che ci sono le sponde sotto forma di muretti e che fungono da passerelle.” Trattasi dell’illusione ottica di camminare sulle acque da parte di un eventuale ingenuo spettatore e della consapevolezza di Anna del sostegno determinante dei muretti. Inoltre, Anna,  per risalire il canale, “comincia a saltare a sinistra e a destra e riesce a farlo bene.” Questa è la potenza plastica della “figurabilità” del sogno che supera i limiti della fisica gravitazionale e fa gridare al miracolo. Quanto meno Anna in sogno si permette delle gesta ginniche che nella realtà sono molto improbabili.

Il sogno di Anna si può, in ultima istanza, definire nel suo oscillare a destra e a sinistra come la dialettica psichica tra la “parte maschile” e la “parte femminile”, altrimenti detta “androginia psichica”, che per la sua prima formulazione ci riporta al “Convito”, un delizioso dialogo del grande Platone datato quarto secolo “ante Cristum natum”. Vi invito a leggerlo e nel caso specifico si tratta della parte VI, il discorso di Aristofane.

Partiamo con l’analisi del sogno estrapolando i simboli dominanti. Il sogno si svolge “di notte” a testimoniare che la coscienza è obnubilata. Anna è in uno stato crepuscolare, in una dimensione interiore e intima: al tema del sogno, che di per se stesso sviluppa l’interiorità, si associa anche l’atmosfera psichica di abbandono al sonno e al sogno, di disimpegno dalle mille attività della giornata, di riflessione su se stessa. Non basta la notte a connotare la scena onirica, ma si aggiunge come rafforzamento la fievole e bianca luce del “riflesso della luna”. La “luna” è il classico simbolo dell’universo femminile e nello specifico del ciclo mestruale, ma condensa anche il fascino e la seduzione nelle espressioni più crudeli. Si pensi alla “licantropia”, al tema favolistico del “lupo mannaro”, al delirio legato alla visione della luna piena e all’angoscia innescata dalla luna nuova. Quando è luminosa, la luna non contiene la “parte negativa” del fascino e della seduzione femminile, quella che, invece, contiene la “luna nera”, la luna nuova, quella minacciosa e infida che si sa che è in cielo ma non si vede, quella che guarda dall’alto e si nasconde agli occhi atterriti del povero maschio. Questa fase lunare condensa la “parte negativa della donna” in quanto minaccia il maschio nella sua virilità con la sua seduzione subdola, castrante e addirittura mortifera. Si richiamano a tal uopo i miti in riguardo a Lilith, alle sirene, alle maghe, alle streghe, tutte figure femminili improntate a tremendo danno per l’universo maschile soltanto perché portano il maschio alla perdizione con le lusinghe carnali, con le magie psichiche, con la decerebrazione, con la malattia mortale e con l’asportazione traumatica del membro. Ovvio che questa cultura è stata elaborata dai maschi sin dal tempo antico, a testimonianza del terrore che incuteva la femmina, più che la donna, con l’angoscia di castrazione collegata alla recettività sessuale del suo corpo e soprattutto con l‘angoscia collegata alla prorompente sessualità, così diversa da quella maschile e così impegnativa per il maschio. Nel sogno di Anna la luna è luminosa, quindi è femmina e seducente e fa da degno contorno coreografico al teatro femminile in cui si svolge la psicodinamica. La notte e il paesaggio oscuro, inoltre, condensano la femminilità neurovegetativa, l’intimità, la seduzione, la caduta della vigilanza e della razionalità, la creatività, la fantasia, i meccanismi del “processo primario”, proprio quelli che elaborano il sogno.

Procediamo con l’analisi.

Davanti ad Anna c’è “un canale sommerso dall’acqua che straripa e allaga i campi”. Il “canale” nella  sua funzione di regolamentare l’acqua ha una valenza maschile di natura logica e impositiva, mentre l’acqua è un attributo simbolico dell’archetipo “Madre”. Il simbolo femminile dell’acqua è dominante nel sogno di Anna in maniera direttamente proporzionale alla sua forza e alla sua potenza. L’acqua è regolata dal canale in cui impetuosa scorre, ma straripa e allaga il territorio circostante. L’acqua è l’elemento classicamente associato alla vita per la fertilità della madre terra e per il feto che naviga nel liquido amniotico durante la gravidanza. Va considerato che la donna forgia la vita nel suo grembo secondo il registro biologico del sistema neurovegetativo ed endocrino. L’acqua rappresenta, inoltre, l’energia vitale, lo slancio vitale, la forza irresistibile della natura, il sistema neurovegetativo, la “libido” di Freud depurata in parte dalla valenza sessuale e arricchita di una valenza energetica, il principio cosmogonico del primo filosofo greco, Talete.

Simboli maschili sono il canale con gli argini che non si vedono e la “destra”.

Rappresentano la direttività e la razionalità legate all’universo maschile. Ma la femminilità del sogno è anche direttiva e precisa. Anna coniuga la parte fallico-narcisistica introducendo nel sogno la sua parte maschile introiettata quando da bambina si viveva in attesa che si evidenziassero i caratteri sessuali. Anna “vede soltanto il riflesso dell’acqua”, è attratta dalla sua femminilità e dalla figura materna sopra cui cammina nella parte destra e seguendo il flusso della corrente. Anna domina la scena ed è padrona della sua psicodinamica, dal momento che va verso “destra” e procede sicura sopra il muretto dell’argine del canale: ”sa che ci sono le sponde sotto forma di muretti che fungono da passerelle”. Va giù di corsa con impeto e sicurezza nel giostrarsi con la sua femminilità e con la figura materna. L’identificazione ha avuto buon fine ed è arrivata all’identità psichica femminile con quel tratto maschile di impeto e di sicurezza. Fino a questo punto la parte progredente del sogno.

“A un certo punto si rende conto che deve tornare indietro”. Anna ha la consapevolezza di aver osato tanto e deve rivisitare, più che regredire, le sue conquiste saltando a sinistra e a destra, da una sponda all’altra del canale. Anna torna indietro a rafforzare la sua identità per l’insorgere di una normale paura di se stessa e della sua sicurezza. Del resto, il sogno di Anna ha visitato la madre e adesso deve rassodare le sue conquiste. Il figlio l’accompagna, ma Anna non ha un conflitto con la sua maternità, per cui può lasciarlo e non lo vede più. Si è soltanto ricordata che anche lei è mamma come la sua mamma. Il saltare a sinistra e a destra vuole attestare la completezza dell’ essere umano nella “androginia psichica”. Ogni persona, al di là del suo sesso biologico, a livello psichico possiede ed esprime quelle che simbolicamente si definiscono “parte maschile” e “parte femminile”, la parte razionale e la parte emotiva, la parte affermativa e la parte remissiva, la parte fallica e la parte recettiva: attributi del corredo psichico ascritto simbolicamente all’universo maschile e all’universo femminile. Nel rivisitare se stessa Anna mostra in sogno tutta la sua umana consistenza, l’angoscia di cadere nell’acqua. La femminilità ha un peso e un costo per essere portata in giro una volta libera dall’invadenza della figura materna. E’ questa la valenza edipica nell’ultima fase, il riconoscimento della figura materna per affermare se stessa come femmina. Si presenta l’angoscia di essere fagocitata dalla madre, di non riuscire a liberarsi dal possesso della figura materna. Anna ha fatto la sua ribellione alla madre per affermarsi come persona e ci è riuscita perché ha vissuto la madre come l’altro da sé e non necessariamente come una matrigna o una strega, la “parte negativa della madre”.

E’ semplice e divertente risalire e non regredire. E’ come se fosse il rafforzamento di una presa di coscienza. Anna sa di sé e della sua femminilità e si è riscattata dalla madre. Anna è appagata. Magari in sogno si è spaventata, ma dopo ha risolto anche la paura e ha rivisto la sua emancipazione e la sua autonomia psichica. Bisogna vivere la madre nella sua sacralità e nella giusta dimensione psichica e non come un ostacolo all’affermazione. L’identificazione si è risolta nell’identità, per cui ”Anna è contenta e soddisfatta di se stessa.”

La prognosi impone ad Anna di godere delle sue conquiste psichiche e di rafforzare il suo rapporto con la madre con una finalità generosa dopo aver tanto ricevuto. I genitori anziani vanno adottati dai figli e non depositati dolcemente in case di riposo, i nuovi “lager”. Anna deve portare avanti la sua autonomia con un intento donativo.

Il rischio psicopatologico si attesta nella “regressione” al conflitto con la madre per l’insorgere di un bisogno di dipendenza psichica a causa di una crisi affettiva. Consegue la caduta della qualità della vita con sintomi psicosomatici da psiconevrosi edipica.

Riflessioni metodologiche: il sogno di Anna induce a parlare sul destino del complesso di Edipo, in particolare sul tema se si risolve del tutto o se si trasforma. La risposta immediata è che il complesso di Edipo, meglio il paradigma edipico, non si risolve mai del tutto così come si prospetta nella teoria psicoanalitica e così come si propone ogni genitore e ogni figlio. La relazione edipica si può proiettare sui figli e capovolgere da parte dei genitori sotto l’incalzare dell’angoscia di morte legata all’evoluzione del tempo e all’involuzione organica della vecchiaia. Come si manifesta? Facilmente un padre e una madre non vogliono fare a meno del possesso del figlio o della figlia. Oltretutto nella senescenza i genitori hanno bisogno di essere serviti e mantenuti. Si generano in tal modo conflitti tra genitori e figli, tra famiglia d’origine e famiglia di nuova formazione. E’ famoso il mito della suocera cattiva. Non sono soltanto i figli che devono risolvere il complesso di Edipo, ma anche i genitori che si ritrovano a vivere quello che hanno già vissuto al loro tempo con i loro genitori. Si ripete la storia della “Nutella”: la nonna la dava alla mamma, la mamma la dà alla figlia, la figlia la darà a sua figlia e così nel tempo che sarà: una “coazione a ripetere” della squisita crema al cacao e alle nocciole da spalmare sugli affetti familiari. Ma, attenzione al diabete!