RAVIOLI, POLENTA, FORMAGGIO E VINO ROSSO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Gentile Signor Vallone, ho fatto questo sogno.

La mia amica era ospite a casa mia ed era col compagno.

Nella realtà io non conosco il suo compagno, ma nel sogno era un ometto leggermente tarchiato, però ben messo, coi baffetti, molto simpatico.

Ce lo avevo vicino a me: vicino a me c’era lui e vicino a lui la mia amica.

Ci hanno portato a casa dei ravioli da mangiare e poi la mia amica ha detto “La polenta”.

C’era questa polenta che stava arrivando e del formaggio.

C’era del vino rosso, però ho detto “io non bevo vino”.

È finito il sogno.


Questa amica era una mia compagna di elementari che ho rivisto dopo una vita due anni fa e da allora ci scriviamo e sentiamo ogni giorno e ci vediamo spesso. Tra noi non c’è mai stato niente, solo amicizia.
Nella vita sono astemio.
Se riesce a dare un’occhiata al mio sogno, mi farebbe piacere.
Grazie anticipatamente


Davide”

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

La vita affettiva ha le sue radici nella nascita e si rafforza nell’infanzia. La prima conoscenza del bambino è il suo primo “fantasma”, le sensazioni e i vissuti di acuto dolore e di benefico sollievo. Questa è la sintesi primaria del cosiddetto “affetto”: “fare qualcosa per”. La psicodinamica recita: “colui o colei che solleva dal dolore, ama e chi è sollevato dal dolore si lega a lui o a lei”. E’ una normalissima teoria dell’attaccamento parentale che pone in rilievo e in risalto il corpo e le sensazioni, l’allucinazione e la fantasia nel momento della nascita e nelle primissima infanzia. Va da sé che i genitori sono determinanti in questo esordio psicofisico dei figli. Userò il termine “Madre” per definire il genitore che accudisce il figlio e a cui si attacca il bambino per le sue esigenze evolutive secondo la psicodinamica di fusione, di individuazione e di separazione.

La Madre archetipo e la madre in carne e ossa sono le artefici di questo itinerario psicofisico del figlio dopo il doloroso travaglio e il pericoloso parto. Si nasce nel trauma e si conferma il trauma. “Il trauma della nascita e la nascita del trauma” era il tema di un pionieristico Congresso degli anni ottanta in una Italia bacchettona che aveva una concezione indifferente, né positiva e né negativa, del bambino. In tanto traffico psicosomatico e in tanto scambio di sofferenza la “diade madre-figlio” si rompe con il parto e trova la giusta soluzione nell’individuazione della madre e del figlio. Ma si è soltanto reciso il “cordone ombelicale anatomico”, perché il figlio e la madre mantengono il “cordone ombelicale psichico”. La madre sa che il figlio dipende da lei in tutto e per tutto e che la sua sopravvivenza è legata al suo accudimento. Il figlio sente e percepisce chiaramente che dipende da quella figura che lo riscalda, lo accarezza, lo rilassa e sa alleviargli i dolori dello stomaco. Dal dolore nasce l’amore, dalla dipendenza fisica nasce l’affettività. Il bambino concepisce la madre come colei che lo nutre e miracolosamente risolve la sua fame. Il bambino conosce la madre e la rappresenta con il suo personale “fantasma”, quello che scinde nel “seno buono”, quello che mi nutre e mi fa star bene, e nel “seno cattivo”, quello che non mi nutre e mi fa star male. Sto rispolverando le teorie della grande Melanie Klein. Purtroppo quello che scrivo non è farina del mio sacco. Si tratta della “posizione schizo-paranoide” e della “posizione depressiva”, si tratta delle emergenze psicofisiche e dei tratti psichici che il bambino matura durante il primo anno di vita. Il figlio si sente beneficamente legato alla madre e ne vive l’assenza come la perdita di se stesso, prima che dell’oggetto necessario per la sua sopravvivenza, un oggetto bramato più che amato. Il latte materno è essenziale per elaborare la continuità della vita e per traslare il legame affettivo di riconoscimento e di riconoscenza nel famoso e famigerato, nonché abusato, sentimento d’amore. L’ambivalenza del “fantasma della madre” e il suo immenso potere si evolvono nella formazione del bambino e travalicano pari pari nella sua “organizzazione psichica reattiva” in tutte le tappe del suo sviluppo. La “Madre” è affetto, è potere, è piacere, è conflitto, è colei che mi ha generato e che fa per me, colei che mi nutre e mi accudisce, colei che mi riempie e mi fa sentire forte, colei che mi accarezza e mi fa sentire vivo, colei che contiene le mie angosce, colei che mi libera lo spazio per sentirmi onnipotente. La Madre è per il figlio l’anticamera della sua immaginazione e della sua Fantasia in riferimento a se stesso come individuo e alla realtà come mondo di oggetti. La “Madre” è l’oggetto meraviglioso che il figlio investe concretamente nel lembo del suo lenzuolino o nel suo pupazzetto, nel pizzo del fazzolettino o in un povero calzino, nel rocchetto di filo o nella bambolina di ruvida pezza. Il bambino è attore protagonista di se stesso e mette in scena i suoi “fantasmi”. La “Madre” è il suo fidato e indiscusso impresario teatrale, Colei che si mette in seconda fila e lo lascia recitare a braccio e agire senza vincoli e divieti.

Signori e signore, questa è la “Legge della Madre”, la “Legge del Sangue”, quella che viene prima della “Legge del Padre”, quella che miticamente e mitologicamente vide, nel primo millennio e nei versi del poeta Esiodo, la Dea Madre Gea allearsi con i figli in opposizione al Padre e alla sua tirannica Legge della violenza che esigeva i figli da annientare e da divorare: vedi all’uopo Ouranos e Kronos. E Gea e i figli non furono da meno.

Riprendendo la Psicologia dinamica della vita affettiva, la “Madre” è l’origine della Vita e la maestra della Vita affettiva. La “Madre” è, come dicevo in precedenza, il rifugio e il sostegno del bambino, il contenitore delle sue angosce, la figura e la persona che gli consente di sperimentare l’onnipotenza narcisistica, quella meravigliosa sensazione di essere l’attore e il protagonista indiscusso della relazione con lei. Benedetta, allora, sia quella “Madre” che permette al figlio dopo la fusione di maturare la sua indipendenza nella forma di uno “spazio di transizione”, un passaggio verso la Realtà senza rinunciare alla sua soggettività e alla sua creatività elaborativa. La “Madre” è Colei che in questo transito evolutivo viene condensata dalla Fantasia del bambino in un “oggetto” concreto prima di diventare un “Simbolo” e in sollievo all’angoscia della solitudine e in preparazione al passaggio nel mondo veramente oggettivo, nella Realtà degli uomini e delle cose, nella Realtà della Storia e della Cultura.

E il migliore augurio esige, insieme agli auspici di buon viaggio, che questo processo avvenga in maniera non traumatica proprio grazie a quello spazio tra il bambino e la mamma, spazio che il figlio userà per tutta la vita come la sua personale officina di elaborazione dei dati e la sua fucina di originalità psichica: la sua ineguagliabile e inimitabile “organizzazione psichica reattiva”, la sua personalità e il suo carattere.

Ho tessuto uno psicoanalitico “Elogio della Madre”, una preghiera laica per una figura sacra. Ho stigmatizzato il “latte” del seno come lo strumento psicofisico e il futuro simbolo della cura e della premura materne. Il Padre subentra successivamente nella formazione psichica del bambino e viene vissuto nell’ambivalenza di una figura che protegge e blocca, rassicura e limita, concede e impone. L’istanza psichica del “Super-Io” si formerà nel bambino grazie alla figura paterna anche se non trascura altre cause come le costrizioni e le limitazioni vissute dal bambino nelle malattie e nella espressione coatta del corpo e delle sue funzioni. La Vita affettiva è depositata nella “Madre” e in misura diversa si evolve nel “Padre”.

“In nome della Madre e del Padre” recita la preghiera di Melanie Klein e di Donald Winnicot, entrambi inglesi, la psichiatra e il pediatra successivamente formati dalla Psicoanalisi di Sigmund Freud con il dosaggio delle dovute prevalenze e dei necessari aggiustamenti.

E la “famiglia”?

La parola “famiglia” ha una etimologia latina che tira in ballo il “famulus”, lo schiavo e il servitore, coloro che vivono sotto lo stesso tetto e condividono usi e costumi. La “famiglia” è il luogo dell’esercizio degli affetti, è il luogo dell’economia e dello scambio di cure e di premure, è il luogo dell’apprendimento delle modalità di interagire affettivamente, è il luogo dell’educazione nel significato di “tirare fuori da sé” grazie all’abilità maieutica dei componenti del nucleo sociale. La “famiglia” è l’alcova dell’intimità erotica e sessuale.

Approfondire non guasta.

Il “grado”, il “quoziente”, la “quantità”, la “qualità”, la “modalità” e la “relazione” descrivono le psicodinamiche affettive e ne sono gli attributi. Il “grado” si attesta nel procedere degli investimenti affettivi secondo criteri di intensità nell’accrescimento e nella riduzione. Il “quoziente” traduce il latino “quante volte” ed esprime la cifra della distribuzione degli investimenti affettivi. La “quantità” esprime la consistenza materiale, organica e sensoriale dell’affetto. La “qualità” descrive gli attributi e le proprietà dell’affetto. La “modalità” descrive la forma in cui viene veicolato l’affetto. La “relazione” pone nessi tra affetto ed affetto, tra i vari investimenti ricercando, per l’appunto, le associazioni possibili. In famiglia il bambino impara la “topica” o la forma, la dialettica o la “dinamica”, la “economia” o l’intensità degli investimenti affettivi.

Come ci si vuol bene e come ci si ama?

Quanto ci si vuol bene e ci si ama?

Il segno tangibile dell’affetto è il “Corpo, per cui, se mi vuoi bene, accarezzami e saziami di baci. La pelle è la vasta prateria su cui si può liberamente scorrazzare. Di poi, si potrà passare dal concreto all’astratto per far contento il maestro di scuola, ma il bambino vuole sempre e solamente sentire i corpi e vivere i sensi. E questo contatto è per sempre e non esiste alcuna astrazione platonica che possa sostituire la massa corporea. Non esiste alcuna dimensione sacra che può fare a meno dei nervi e delle sinapsi, delle ghiandole e degli ormoni, delle sensazioni e delle percezioni. Questo è il “come” ci sia vuol bene e ci si ama.

Il “quanto ci si vuol bene e ci si ama” tende all’infinito, come le equazioni matematiche intese verso l’indefinito e l’insaziabile, verso la “Fisica dei quanti” e l’obesità. L’affetto è quel cibo concreto che non sazia e che ha bisogno di essere oggettivato in quel qualcosa di originale che bisogna inventare per essere unici e felici: gli ineffabili “Baci perugina”. La “bocca” è l’organo erogeno, il veicolo del piacere che si irradia e arriva dentro fino all’animo, così come la “pelle” è l’arena su cui fanno scorribanda le carezze. La misura non è mai colma, ma anche in questo settore il monito resta quello epicureo e stoico: “Est modus in rebus. Sunt certi, denique, fines quos ultra citraque nequit consistere rectum”, “esiste una misura nelle cose, esistono dei confini al di là e al di qua dei quali non si attesta la rettitudine”. La “aurea mediocritas” nella psicodinamica affettiva ha svariate modalità e ampi margini di praticabilità proprio perché è d’oro. I genitori che hanno maturato l’amore del proprio destino di uomini, sanno prendersi amorosa cura dei figli senza minare la loro potenziale creatività con divieti e ricatti, con l’autoritarismo bieco del despota ignorante e con le angosce e le ansie non risolte nell’infanzia. Lo spazio concesso ai bisogni di onnipotenza del bambino, tramite la rassicurazione affettiva ed erotica delle carezze e delle coccole, diventa per la sua evoluzione una palestra in cui inventare e rafforzare i futuri “investimenti di libido” prima di cimentarsi con la dura o avara realtà oggettiva. L’amore dei genitori si esalta nella Fantasia e diventa creatività da immettere nelle scelte e nelle decisioni della vita sociale di tutti i giorni.

Ho maritato Melanie Klein e Donald Winnicot e ho contaminato le loro teorie sulla vita psichica e affettiva del bambino: leggete della prima “Il mondo adulto e le sue radici nell’infanzia” e del secondo “Il bambino e la famiglia”. Del resto, Winnicot aveva una formazione kleiniana e si era discostato in seguito attenuando certe posizioni drastiche della Melanie proprio perché da solerte pediatra aveva una icona ben precisa sulla teologia psicofisica della “Madre” e del “Figlio”.

Concludo questo “excursus” dicendo che nel corso dell’interpretazione del sogno di Davide si capirà meglio quanto ho descritto e affermato in questo preambolo.

Buona prosecuzione.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

La mia amica era ospite a casa mia ed era col compagno.”

Il sogno di Davide propone immediatamente un triangolo: io, la mia amica e il compagno. Due uomini e una donna occupano il palcoscenico del teatro psichico di Davide ed esordiscono proponendo il tema delle relazioni. Non si mostrano schermaglie di alcun tipo, ma si profila una psicodinamica di grande interesse. Il simbolo chiave è “a casa mia” e si traduce “dentro di me”. Nell’interiorità di Davide esiste una sensibilità al triangolo relazionale. L’ospitalità è una buona virtù, specialmente in questi tempi tristi e cupi, e Davide tiene dentro la figura femminile della “amica” in maniera blanda e senza un grande coinvolgimento. Davide si profila come un tipo socialmente propenso e come un personaggio schivo che ha affrontato la vita affettiva e le relazioni in maniera composta e diplomatica, civile e lineare, senza grandi coinvolgimenti e senza smodate emozioni. Sin da piccolo ha imparato ad affrontare la sfera affettiva, “posizione psichica orale”, con bonarietà e pacatezza, senza esplosioni sicule e senza sceneggiate napoletane. Questa formazione parte dal primo anno di vita. Verso i cinque anni Davide si è imbattuto nella “posizione psichica edipica” e ha affrontato la relazione conflittuale con i genitori sempre con la conosciuta compostezza e con l’assorbita linearità. Davide era un bravo bambino, un figliolo obbediente e ligio alle regole sociali, un ragazzino sensibile agli affetti e agli investimenti psichici di “libido orale”: un adolescente tranquillo. Il sogno di Davide presenta subito la griglia delle relazioni affettive. I simboli dicono che la “amica” rappresenta l’oggetto del desiderio e la difesa dal desiderio di una donna, “ospite” conferma il desiderio moderato e l’accoglienza civile, “casa” si traduce nella mia organizzazione psichica, “compagno” condensa il sentimento composto della rivalità.

Davide si porta dentro la donna che attribuisce a un altro per difesa dal coinvolgimento affettivo.

Nella realtà io non conosco il suo compagno, ma nel sogno era un ometto leggermente tarchiato però ben messo, coi baffetti, molto simpatico.”

Ma chi sarà mai questo “ometto leggermente tarchiato e però ben messo”?

Chi sarà mai il “compagno coi baffetti e molto simpatico” della mia amica?

Sicuramente è una produzione psichica di Davide, gli appartiene ed è la “proiezione” di un modello che lo riguarda in pieno. Questo ometto, senza infamia e senza lode e molto simpatico con i baffetti, è l’immagine che Davide ha di se stesso, un uomo modesto, moderato, modico: un uomo da tre “m”. Ma essendo anche un uomo “ben messo”, dobbiamo aggiungere una quarta “m” al corredo psicofisico di Davide: un uomo che non si conosce bene a livello di affetti e di intensi coinvolgimenti. Davide si sdoppia, senza alcun pericolo psichiatrico ma soltanto per difesa, nel compagno della sua amica per confermare la sua ritrosia alle relazioni di grosso spessore e la sua accettabile socialità. Davide non è un orso o un porcospino, è un uomo che si distribuisce in dosi giuste in tutte le relazioni sociali e affettive. Non è un uomo freddo, ma è un uomo tiepido, di quelli che non lasciano il segno perché rientrano nella norma piatta e convenzionale. Davide è un uomo che si lascia dimenticare, pur essendo nei suoi desideri molto simpatico e con i “baffetti”: il compagno della sua amica. Si tratta sempre di figure maschili senza infamia e senza lode. Vediamo i simboli: “ometto” è a metà tra il vezzeggiativo e il dispregiativo, “tarchiato” attesta di una consistenza materiale e di un attaccamento alla propria materia, “ben messo” conferma quanto detto prima con l’aggravante dell’avarizia di una persona che possiede ma trattiene e non regala, i “baffetti” sono simbolo di virilità narcisistica più che donativa, “simpatico” equivale a una persona che partecipa alle emozioni e che sta insieme agli altri.

Ce lo avevo vicino a me, vicino a me c’era lui e vicino a lui la mia amica.”

Davide conferma che il compagno lo riguarda più da “vicino” rispetto alla sua amica, rafforza l’interpretazione che si tratta della sua immagine sociale e della bella copia di se stesso in ambito relazionale. Davide attribuisce l’amica al compagno per una forma di timidezza e di difesa dal coinvolgimento con una donna. Quest’ultima lo attrae e lo interessa in maniera veramente modica, modesta e moderata anche se lui è ben messo. Ritornano le quattro “m” a definire Davide nelle relazioni affettive e sociali: un uomo timoroso che, purtuttavia, frequenta la gente. Tra Davide e la donna c’è un altro Davide che ammorbidisce il contatto e consente un cauto avvicinamento. Davide è timido e timoroso, è il ragazzo cauto e ligio che è venuto fuori dalla “posizione psichica edipica”, dalla conflittualità con i genitori. Davide non è stato aiutato dal padre e dalla madre a essere maggiormente vivo e vivace quando si era messo tra di loro. Davide è stato veramente un buon figlio e non ha fato le giuste ribellioni, quelle che gli avrebbero consentito di competere, di desiderare con ardore e di affermarsi. La simbologia doppia di “vicino” conferma la prossimità dell’immagine ideale all’immagine reale, il blando desiderio di Davide di essere aggressivo e di avere una donna, “vicino a lui la mia amica”.

Ci hanno portato a casa dei ravioli da mangiare e poi la mia amica ha detto “La polenta”.

Ecco la svolta chiarificatrice nel sogno di Davide!

Compaiono i simboli concreti degli affetti, i cibi di casa e i cibi di famiglia: “ravioli” e “polenta”. Davide si mostra e pone in primo piano la vita e la vitalità affettiva, i simboli della tavola e della famiglia. Al di là della qualità campanilistica dei cibi, i ravioli emiliani e la polenta veneta, il cibo o il “mangiare” appartiene agli esordi della vita, la “posizione psichica orale”, alla dimensione affettiva e alla sopravvivenza psicofisica. “Chi mi nutre mi ama” grida l’infante, colui che non ha parola, con la mimica e con gli atti. I miei genitori son quelli che alleviano i morsi della fame dentro il mio stomaco: una sensazione per un “imprinting”.

Così materialmente, dice il solito metafisico moralista, nasce il sentimento dell’amore di un figlio verso la madre?

Ebbene sì, la Psiche e il Corpo si compenetrano e si esprimono.

Se Davide, dopo essersi sbilanciato, si accontenta di un piatto di ravioli, l’amica, che sa più di lui e possibilmente è una donna navigata, vuole anche “la polenta”, non per indicare la sua origine veneta, ma per mettere l’accento sull’importanza dei legami e sull’abbondanza degli affetti. Davide ha trovato pane per i suoi denti e le sue tre “m” vacillano perché la sua amica nei suoi desideri e nei suoi vissuti è una donna che dà grande importanza al simbolico cibo. Davide attribuisce alla sua amica quello che lui stesso desidera e che non sa concedersi: un quintale di affetti e una tonnellata d’amore. Emergono in sogno i suoi bisogni profondi e trascurati nella vita reale a causa di questo suo dispensarsi per quello che basta: modestia, moderazione, modicità.

Ma non è ancora finita, per cui prepariamoci a un degno finale.

C’era questa polenta che stava arrivando e del formaggio.”

Arriva in tavola anche il “formaggio”, un condensato d’amore materno e non. E’ proprio vero che l’appetito viene mangiando. Si rafforza in Davide il bisogno di avere e di dare affetto, di scambiare sentimenti e di investire “libido orale”.

Ma qual’è l’inghippo del nostro attore protagonista del sogno e della psicodinamica?

Non è maturata adeguatamente la “posizione psichica genitale” con i suoi specifici investimenti di “libido” e il coinvolgimento verace nel dare e nel ricevere affetti e sentimenti. Davide è rimasto affisso all’infanzia e ai bisogni di quel periodo così importante e formativo, non ha conciliato e saputo coniugare “oralità” e “genitalità”, affettività e investimenti condivisi. Davide sta scoprendo la sua dimensione psichica meno appagata, quella affettiva e quella sentimentale. La simbologia di “stava arrivando” è l’allegoria del desiderio del bambino che poteva esprimersi e dare di più, ma che non ha trovato sul suo cammino la giusta guida. A genitori freddi possono conseguire figli freddi per via d’imitazione e d’apprendimento, così come possono venir fuori rampolli fortemente determinati nella partita doppia “orale”, il dare e il ricevere affetti e l’esternare sentimenti. Davide non si è ribellato a questa regola dell’educazione affettiva e sentimentale vigente in casa sua e maturata in lui per imitazione.

C’era del vino rosso, però ho detto “io non bevo vino”.

“In vino veritas !”

Ma guarda caso, alla fine del sogno si manifesta la conferma della psicodinamica onirica e delle caratteristiche psichiche di Davide. “Io non bevo” significa “io non mi abbandono”, “io non faccio una piega”, “io sono composto emotivamente ed affettivamente”, “io non mi piego e figuratevi se mi spezzo”, “io non vario lo stato di coscienza”, “io non sono un dissennato seguace del dio Dioniso”, “io non partecipo a nessuna processione in onore di nessun dio”, “io sono modico, moderato, modesto e in specie nella gestione delle emozioni e soprattutto degli affetti”.

Ma Davide non vuole essere così. Davide vuole essere disinibito ed estroverso, aperto e generoso, vuole investire “libido genitale” e vuole evolversi dall’affettività da dipendenza, “libido orale”. E’ come se Davide a livello affettivo fosse rimasto al palo della sua infanzia e non fosse cresciuto con la carica donativa e con il dare affetto e amore agli altri. Ecco che mantiene una posizione moderata, ma è astemio non per natura o per vocazione, è astemio per educazione e imitazione. Ha imparato che l’affettività deve andare in quel modo e ha deciso che deve andare in quel modo e non nel suo modo e a modo suo. Questo corredo l’ha ereditato dalla sua famiglia e dai suoi genitori. Da lì Davide non si schioda ed è convinto di essere nel giusto perché è una persona socievole e cortese, possibilmente gradevole. In effetti Davide è un uomo bloccato, fermo, rigido, pauroso nell’esternare affetti. E’ un uomo che non si butta e che mantiene un certo riserbo quando si tratta di concludere una storia in bellezza: la bellezza dei sensi e dei sentimenti, la bellezza e la bontà di un coinvolgimento a trecentosessanta gradi.

Ed ecco che è “astemio” nella vita !

Peggio per lui !


“Questa amica era una mia compagna di elementari che ho rivisto dopo una vita due anni fa e da allora ci scriviamo e sentiamo ogni giorno e ci vediamo spesso. Tra noi non c’è mai stato niente, solo amicizia.
Nella vita sono astemio.”

E allora cosa bisogna fare con questa amica delle scuole elementari ?

Davide approfondisci e coinvolgiti, falle la corte e seducila. Del resto, questo è quello che tu vuoi nel profondo e che anche lei gradisce se ti frequenta e gode della tua bella ma composta persona. Sii generoso con lei e sopratutto con te stesso. Stravolgiti, coinvolgiti, sciogliti e fai tutto quello che non hai fatto fino adesso. Sarai più simpatico e meno formale e non lascerai attendere quella donna paziente che gradisce un evento normale ma per te eccezionale. Ricordati che una donna sa aspettare, ma quando esaurisce il tempo, non ce n’è per nessuno. Il benefico sogno ti dice come sei, come sei fissato e cosa devi fare. Bevi simbolicamente, alienati un po’ perché sei tanto rigido e ti neghi le cose belle della vita, le relazioni meravigliose con le donne che ci circondano, le creature gioiose e non cupe.

Che questa interpretazione ti sia di spinta e di giovamento per rimettere le cose a posto nella tua “casa”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Davide sviluppa la psicodinamica della parsimonia negli investimenti di “libido genitale”, relazioni amorose, ascritta a un blocco emotivo di tipo “orale” che impedisce l’aggressività necessaria per il coinvolgimento erotico e sessuale. Davide si offre alle donne in maniera civile e sociale, ma non affonda i colpi anche di fronte alla disponibilità altrui. Sta fermo sui suoi passi e non procede a causa di una difficoltà a variare lo stato di coscienza e di vivere nuove emozioni. Il sogno non manifesta traumi particolari e specifici, ma evidenzia che la “posizione orale” non si è corroborata nella “posizione edipica” e non è travalicata nella “posizione genitale”. Davide è una persona troppo equilibrata. Possiede un “Io” che a fatica compone i divieti e i limiti imposti dalla rigidità dell’istanza psichica “Super-Io” e le pulsioni e i conflitti inerenti all’istanza psichica “Es”.

PUNTI CARDINE

L’interpretazione del sogno di Davide si snoda grazie a “Ci hanno portato a casa dei ravioli da mangiare e poi la mia amica ha detto “La polenta”. C’era questa polenta che stava arrivando e del formaggio. C’era del vino rosso, però ho detto “io non bevo vino”.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

I “simboli” sono stati analizzati cammin facendo. Di particolare rilievo sono quelli alimentari che hanno corredato il titolo del sogno: “ravioli”, “polenta”, “formaggio” e “vino rosso”. Quest’ultimo condensa la capacità di variare lo stato di coscienza e di lasciarsi andare, nello specifico di passare da uno stato di vigilanza razionale a uno stato sub-liminare intriso percettivamente di pulsioni e di emozioni.

L’archetipo inquisito nel sogno di Davide è indirettamente la “Madre” e il suo corredo affettivo, “orale”.

Il “fantasma del cibo” è massicciamente presente nella versione moderata: non diventa un grande amore e non traligna in grande odio. Parla genericamente di affettività.

Il sogno di Davide presenta l’istanza psichica “Es” o rappresentazione dell’istinto e della pulsione in “ravioli da mangiare” e in “La polenta” e in “del formaggio” e in “del vino rosso”. L’istanza censoria e morale “Super-Io” è in azione in “io non bevo vino”. L’istanza vigilante e razionale “Io” si vede in “Ce lo avevo vicino a me”.

La “posizione psichica” dominante e visibile nel sogno di Davide è la “orale” o affettiva con la “libido” corrispondente e si coglie in “ravioli”, “polenta”, “formaggio” e in “vino”. Le “posizioni edipica e genitale” si desumono ma non si evidenziano.

I “meccanismi psichici di difesa” usati nell’elaborazione del sogno sono la “condensazione” in “ravioli” e in “polenta” e in “vino” e in “formaggio”,

lo “spostamento” in “tarchiato” e in “baffetti” e in “ben messo”,

la “proiezione” in “polenta” e in “Nella realtà io non conosco il suo compagno”,

la “figurabilità” in “Ce lo avevo vicino a me: vicino a me c’era lui e vicino a lui la mia amica.”

La “regressione” è presente nei termini richiesti dalla funzione onirica. Non sono presenti la “sublimazione” e la “compensazione”.

Il sogno di Davide manifesta un deciso e persistente “tratto psichico orale” all’interno di una “organizzazione psichica orale”. La dominante affettiva connota l’economia e la dinamica psicologiche di Davide.

Le “figure retoriche” formate da Davide sognando sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “casa” e in “vino”, la “metonimia” o nesso logico in “ravioli” e in “polenta” e in “formaggio”.

L’allegoria del desiderio affettivo si trova in “C’era questa polenta che stava arrivando e del formaggio.”

La “diagnosi” dice di una difficoltà dell’istanza “Io” nel comporre i divieti e i limiti dell’istanza “Super-Io” e le pulsioni desideranti dell’istanza “Es”. Ne nasce un conflitto psiconevrotico che si compone nella riduzione degli investimento di “libido orale e genitale”, nonché nel coinvolgimento affettivo ed erotico.

La “prognosi” impone a Davide di buttarsi nella vita e nella vitalità rafforzando e rinforzando le relazioni con quella disinibizione necessaria per migliorare il gusto del quotidiano vivere. Il sogno dice che in quella amica dovrebbe privilegiare la donna e offrire “genitalmente” le doti migliori e tarpate della sua persona e della sua “organizzazione psichica reattiva”. Davide deve ribaltare l’educazione ricevuta in riguardo alla vitalità affettiva e rassicurarsi senza ritenere di essere soggetto di minor diritto o figlio di un dio minore.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella psiconevrosi legata alla difficoltà dell’Io di conciliare le pulsioni dell’Es e i divieti del “Super-Io”: “psiconevrosi ansioso depressiva” classica con possibili conversioni isteriche e formazione di sintomi nel caso in cui le tensioni sono eccessive e non possono essere smaltite secondo norma.

Il “grado di purezza” del sogno di Davide è “buono” perché la linearità del racconto sottende una forte valenza simbolica. Davide nel suo breve sogno non ha aggiunto e non ha tolto, è stato misurato e in linea con la sua condotta personale e sociale.

La causa scatenante del sogno di Davide è stata la frequentazione dell’amica e il significato profondo che evoca questa figura femminile nello stato esistenziale del protagonista.

La “qualità onirica” è decisamente “schematica” e “sintetica”. In poche parole Davide immette un quadro, più che uno squarcio, della sua dimensione psichica affettiva.

Il sogno di Davide si è sviluppato nella terza fase del sonno REM alla luce della sua compostezza e pacatezza.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione del senso dello “udito” in “ho detto “io non bevo vino”. Per il resto domina il senso della “vista” contrassegnato dalla staticità descrittiva di “Ce lo avevo vicino” e “Ci hanno portato” e “C’era questa polenta” e “C’era del vino rosso”.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Davide è stimato “buono” a causa della semplicità dei simboli esibiti e della psicodinamica svolta. Il grado di “fallacia” è minimo.

DOMANDE & RISPOSTE

A leggere il sogno di Davide è stata la signora Maria. Sono contento di questa scelta semplicemente perché questa donna è talmente curiosa che mi consente di fare la mia bella figura. E poi, essendo una mamma di tre figli, di affetti, di cure e di premure ne sa tanto di più di altre persone. Oltretutto è molto gradita ai marinai per la sua chiarezza e spontaneità popolare e anche perché il marito produce l’eccellente “prosecco” veneto di Conegliano e Valdobbiadene.

Domanda

Dopo le sviolinate comincio subito affrontando il tema del sogno di Davide. Lei ha detto che il modo di amare lo impariamo dai genitori e amiamo così come loro ci hanno insegnato. Ma non è possibile cambiarlo o dobbiamo sempre propinare la solita pappa riscaldata?

Risposta

Preciso meglio perché tu hai tirato le somme in maniera frettolosa. L’amore e le sue modalità non si riducono alla solita storia della pubblicità della portentosa e inimitabile “Nutella” all’olio di palma, quella che voleva l’immutabilità della ricetta originale e della trasmissione da madre a figlio e a figlia “per secula seculorum amen”. Il bambino vive e apprende le modalità affettive familiari, il come ci si scambia gli affetti e l’uso che si fa del corpo in famiglia, ma ha la possibilità di rielaborarle e di evolverle in base ai suoi vissuti e alle sue riflessioni togliendo quello che lo ha danneggiato e mettendo quello che lo ha rinforzato. In più potrà essere innovativo e al passo con i tempi, ma non deve fissarsi e bloccarsi nell’amare e nell’investire la sua “libido”. Se non riesce ad evolversi e ad emanciparsi dalle modalità familiari, perpetua la stasi e il blocco.

Domanda

E’ vero, adesso mi ricordo che in qualche parte dell’interpretazione ha detto questo, ma non in maniera così chiara come adesso. Quindi, in famiglia bisogna comunicare l’affetto con il corpo e con le parole. Ma lo sa che è veramente difficile? Io non ho fatto fatica con i miei figli maschi, ma non ricordo che mio padre non mi abbracciava spesso e che io non mi buttavo tra le sue braccia perché mi vergognavo e non avevo tanta confidenza. Mio marito è un orso con i figli. Glielo dico sempre di essere affettuoso con i ragazzi, ma lui mi risponde che lui queste cose non le ha mai viste nella sua famiglia. Ecco la storia della Nutella di cui parlava lei prima. Eppure sembra facile dire ai figli ti voglio bene, ma non è così perché ci vergogniamo di dirlo o pensiamo che sia scontato.

Risposta

E’ proprio così, ma bisogna rompere gli schemi tradizionali perché sono molto dannosi per la crescita dei figli.

Domanda

E cosa mi dice dei genitori freddi come il ghiaccio?

Risposta

Sono semplicemente micidiali. Fanno crescere i figli in un ambiente gelido e in corpi anestetizzati per il mancato uso dei sensi. Questi genitori procurano un danno psichico notevolissimo nel corpo e nella mente perché non favoriscono la relazione del figlio con se stesso in primo luogo e poi con gli altri. Come diceva Winnicot, il figlio deve elaborare e costruire uno spazio di transizione verso la sua realtà di corpo e mente con il concorso della presenza affettiva della madre, una persona che non lo blocca e fa sentire la sua vicinanza senza impedirgli di desiderare. Di poi, il bambino sarà pronto ad andare verso la realtà delle persone e delle cose senza traumi e con la giusta cautela e serenità. Non si chiuderà in se stesso se avrà costituito con la sua Fantasia e Immaginazione questo spazio tutto suo come trampolino di lancio verso la Realtà con la “erre” maiuscola, quella che non ti perdona se sbagli e che non ti esalta e rassicura.

Domanda

Sempre la madre c’è in ballo. Gira e rigira la madre è coinvolta in tutto e per tutto. Ma questa volta non mi lascio fregare chiedendogli del padre e della sua funzione, perché lei mi risponderebbe che chiama madre la figura che cura il figlio e che può essere anche il padre o qualsiasi altra persona. E allora le chiedo se non le sembra che noi donne siamo veramente sovraccaricate di fatica, di sacrificio, di responsabilità e alla fine, come se non bastasse, ci si accusa di aver cresciuto dei figli disastrosi. Magari ci sarà qualche psicologa che ci chiederà come abbiamo fatto a mettere insieme questo bel capolavoro di figlio o questo bel mostro.

Risposta

Sei sanguigna in quello che dici. Incarni la legge della Madre, quella del sangue e dei legami forti e interiorizzati. Allora, la madre ha una funzione determinante e unica nel fare un figlio e una funzione importantissima nell’educarlo perché nella primissima infanzia è lei la protagonista della situazione. Mi chiedi cosa deve fare per essere una buona madre e per non essere di danno nell’evoluzione psicologica del figlio. Ti rispondo con la semplicità della massaia che deve far quadrare i conti per arrivare alla fine del mese. La madre deve avere un rapporto tutto senso e carezza, un contatto corpo a corpo che fa sentire vivo il figlio e stimola la sua intelligenza. Attenzione ho detto intelligenza e non cervello perché le sue prime conoscenze avvengono attraverso l’elaborazione dei “fantasmi”. La buona madre non deve comunicare al figlio sensazioni dolorose e tanto meno manifestare ansia e tristezza. Deve comunicare soltanto sensazioni buone e belle senza scaricare sul figlio le sue frustrazioni e le sue inibizioni traumatiche insieme a tutte le tensioni nervose che le accompagnano.

Domanda

Mi spieghi subito perché ha detto “intelligenza e non cervello”, prima che mi dimentico.

Risposta

Il bambino appena nato è intelligente, ha una sua intelligenza al di là della maturazione funzionale del suo cervello. La madre stimola il figlio e produce in lui delle reazioni che dimostrano la comprensione dell’interazione in atto. L’approccio con la madre è importantissimo perché i suoi stati interiori sono relazionati con il bambino. Lo stato psico-affettivo della madre, più che il suo comportamento, interagisce con il figlio in maniera naturale e spontanea ed entrambi modificano i loro stati sensoriali in maniera tale che ciascuno di loro sente cosa sta vivendo l’altro. Attraverso le sensazioni legate all’imitazione e alla riproduzione di espressioni facciali e di movimenti e di suoni, madre e figlio vivono sensazioni che sono la base per lo sviluppo psichico del bambino. Sensibilizzarsi su queste onde è importante per capire le cause anche dell’autismo. Le esperienze di “sintonizzazione affettiva” madre e figlio sono l’inizio della formazione psichica e della ‘organizzazione reattiva”. Lo sviluppo del bambino è più precoce di quanto si pensa ed è un processo a due e in cui partecipano due attori. Mentre prima si pensava che era soltanto il bambino a rispondere agli stimoli materni, adesso il processo formativo è esteso anche alla madre. L’interazione cenestetica, globalmente sensoriale, della “diade madre-figlio” è determinate per l’evoluzione psichica, affettiva e cognitiva e sociale, del bambino. Rispondo alla domanda e concludo. Lo sviluppo cognitivo del bambino non è soltanto legato alla maturazione del cervello.

Domanda

Dicendomi queste cose, lei mi fa star male. Io non sapevo che potevo dare ai miei tra figli un disturbo psichico come l’autismo e magari non accarezzandoli e non comunicando con loro attraverso i sensi. Che le carezze stimolavano il cervello lo avevo letto da qualche parte, ma che si arrivasse fino a questo punto non lo immaginavo. Ma è proprio sicuro?

Risposta

Queste sono teorie nuovissime anche se affondano le radici nel passato e non le ho elaborate io. Poi ti dirò i vari autori che hanno contribuito a formare nel tempo questa prospettiva psicoanalitica sullo “autismo” o del disturbo dello spettro autistico, una patologia che coinvolge principalmente il linguaggio e la comunicazione, l’interazione sociale e gli interessi del bambino. Ti definisco l’autismo secondo la griglia psicoanalitica. Si tratta del fallimento dei processi evolutivi determinato da alcuni primi eventi nell’interazione “madre-bambino” che giocano un ruolo importante nella formazione delle strutture mentali necessarie allo sviluppo delle relazioni oggettuali. Gli autori partono dalle teorie di Klein, Malher, Bowlby, Spiz, Winnicot per arrivare alle teorie di Kanner sulla carenza di calore affettivo nei genitori, di Bettelheim sulle madri frigorifero e sull’equiparazione dei bambini autistici alla reazione psicologica dei prigionieri nei campi di concentramento tedeschi, di Justin con la divisione dell’autismo in “organico” e dovuto a danni cerebrali e a deficit sensoriali e in “psicogeno” causato a traumi precoci di separazione, di Alvarez che ha notato che i due piani si possono avvicinare tanto, di Stern che ha introdotto la concezione bidirezionale “madre-figlio”, di Hobson che insiste sull’interazione “madre-figlio” per lo sviluppo delle abilità sociali e cognitive e per cui lo sviluppo intellettivo non dipende dalla maturazione del cervello. E mi fermo.

Domanda

Lei approfitta della mia ignoranza per tirare fuori tutte le teorie più difficili e per mettersi in mostra. Eppure ho capito tutto quello che ha detto. La madre influenza il figlio sin dai primi giorni di vita con le sue emozioni e i suoi stati d’animo e il figlio sente le emozioni della madre e stabilisce con lei una intesa che lo fa evolvere bene e senza disturbi per la sua intelligenza e la sua socializzazione. Tra i due si crea una sintonia attraverso i sensi che è la condizione per evitare rischi dell’autismo e di altri disordini infantili. Con i figli bisogna essere caldi e calorosi e tramettere sensazioni positive e carezzarli senza essere nervosi e invadenti, perché loro sentono tutto e possono essere danneggiati nello sviluppo. Certo che tutto questo vale se si fa nel tempo e non per una sola volta. E poi non bisogna abbandonarli e farli sentire soli. Non bisogna farli piangere quando chiamano di notte per qualsiasi motivo e bisogna consolarli sempre facendo sentire il calore del corpo più che le parole, ma anche quelle vanno bene. Spero di aver capito e di aver detto quasi tutto.

Risposta

Tu sei una donna portentosa e sei stata una madre ineccepibile perché, senza saperlo, hai messo in atto per istinto materno quanto hai detto, visto che i tuoi figli sono quasi da laurea.

Domanda

Parliamo del sogno di Davide. Forse ha avuto dei genitori affettivamente freddi come quelli che c’erano nel nostro Veneto negli anni trenta e fino agli anni sessanta e anche dopo con il miracolo economico del nord-est. Specialmente i padri sono stati assenti e da quello che ho capito non basta la presenza e la qualità. Come ha detto lei, ci vuole la quantità e tutto quello che ci va dietro. Mio marito diceva che bastava la qualità e invece io gli ho sempre detto che i figli sono come il prosecco, hanno bisogno di tante cure e della presenza costante dell’enologo. Il vino buono non si fa da solo. Bisogna agire perché i nostri figli non siano infelici e disadattati. Le dirò anche che ne vale la pena e che, quando me li vedo tutti e tre insieme la sera a tavola, mi sento veramente felice e mi commuovo, ma non glielo faccio vedere.

Risposta

Il sogno di Davide dice proprio quello che mirabilmente tu hai sintetizzato. Ha imparato dai genitori, ma se ne può e deve distaccare. E’ stato pigro nel persistere nell’errore e nel non darsi una bella spruzzata di vernice rossa e specialmente con le donne. Guarda che se i tuoi figli vedono la mamma contenta e con qualche lacrima che brilla negli occhi ti danno una bella sgorlata di pacche sul cul e di buffetti sulle guance.

Domanda

Proprio vero. Ma sono anch’io all’antica in questo. Gira e rigira ha ragione lei e le sue teorie. Per quanto riguarda il problema di Davide, io preferisco che l’uomo faccia l’uomo e faccia il primo passo e poi al resto ci penso io. Io mi sono innamorata anche della dinamicità del mio uomo e della sua sfrontatezza. Sulle prime mi arrabbiavo, ma poi sai quanti problemi mi risolveva.

Risposta

E’ il caso di chiudere qui e prima delle confidenze.

Domanda

Lo penso anch’io.

Risposta

Grazie e alla prossima.

Per l’interpretazione del sogno di Davide ho scelto un testo semplicissimo che risale all’anno 1959 ed è cantato da Domenico Modugno. Il titolo è “Io” e tratta della realizzazione maschile attraverso l’investimento di “libido genitale”, l’amore verso una donna. Si mette in rilievo la pienezza dell’Io, della “organizzazione psichica reattiva” dell’uomo nel donare se stesso, in corpo e psiche, alla donna investita da tanta grazia.

GLI ZOMBIE DI CHINA

LA LETTERA

Buongiorno dottore,

innanzitutto mi compimento per il Suo blog, chiaro anche per i “profani” della materia e pieno di spunti, e La ringrazio per l’opportunità che dà di interpretare i sogni.”

Cara China,

mi rassicura quello che mi dici sulla chiarezza. Gli “spunti” confermano che le conoscenze si toccano, si intersecano, si condividono e che i sogni sono sognati da dormienti e vissuti da svegli. Il “Sapere” ha “Sapore” se va condiviso e se non si tiene in un cassetto ad ammuffire. Restituisco quello che ho imparato a coloro che me lo hanno insegnato. “Profano” è colui che si trova fuori dal tempio e non ha le parole per dire la sua, per cui non gli resta che attendere nella sua veste laica che il Verbo scenda e si faccia carne. Ma noi siamo figli del popolo, ex proletari, e non attendiamo alcuna divinità che riveli la verità di un sogno che resta inafferrabile nella sua sostanza. A tutt’oggi sono convinto che della funzione onirica e del suo prezioso contenuto conosciamo soltanto una minima parte. La funzione del Cervello e della Mente resta ampiamente ignota. La Materia psichica immessa nel sogno si spiega con difficoltà e con qualche acrobazia. Non demordo e vado avanti come Amatore Sciesa di fronte alla propria casa e prima di essere affidato al plotone di esecuzione: “tiremm innanzi!”.

LA DOMANDA

Sono sempre stata curiosa di capire come mai parecchi miei sogni li vivo quasi quale spettatrice: io sono la protagonista della vicenda e vi partecipo appieno, ma al tempo stesso assisto alla scena quasi come fossi al cinema a vedere un film.

Che cosa significa questo?”

I sogni sono camuffamenti di sottili questioni psichiche che ci riguardano in pieno e che ci mettono in primo piano.

Su questo non ci piove.

Per rivivere i nostri temi intimi e privati, i massimi e i minimi, usiamo i meccanismi psichici dell’universale “processo primario”: la “condensazione”, lo “spostamento”, la “simbolizzazione”, la “drammatizzazione”, la “rappresentazione per l’opposto”, la “figurabilità”. A questi aggiungiamo i “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia, quelli che usiamo anche e soprattutto da svegli, per cui la verità psichica del sogno, “contenuto latente”, viene elaborata e occultata nella trama del sogno, “contenuto manifesto”. Qualora questi “meccanismi” non funzionano, scatta il risveglio improvviso sotto forma di incubo.

Il tuo sognare da spettatrice e le sensazioni di distacco emotivo ti permettono di continuare a dormire e a sognare, ma ti indicano anche un tratto psichico caratteristico della tua persona o meglio della tua “organizzazione psichica reattiva”: il coinvolgimento ragionato e ben ponderato.

Possibilmente nel vivere la tua vita tendi a usare il “processo secondario”, la Ragione e i suoi principi logici, nonché la difesa della “razionalizzazione” e la riflessione, per inquadrare i tuoi dati, siano essi “fantasmi” e siano essi concetti.

Possibilmente nella tua vita tendi a usare il “meccanismo psichico di difesa” dello “isolamento” e scindi l’emozione dal vissuto e la tensione dal fatto. Ti servi della freddezza e tendi a coinvolgerti in maniera pacata e oculata.

Possibilmente nella tua vita corrente tendi a “intellettualizzare” i carichi emotivi.

Possibilmente il tuo partecipare a metà dipende da qualche complesso d’inferiorità e da qualche senso di inadeguatezza, quasi un non sentirsi soggetto di pieno diritto e un viversi come la figlia di un dio minore.

Possibilmente procedendo spero di trovare conferma a quanto supposto.

Altrimenti vuol dire che mi sono sbagliato e mi tocca riconoscere di essere in piena fallacia.

IL SOGNO

Inoltre le descrivo un sogno parecchio frequente: devo lottare contro gli zombie che invadono la città per difendere la mia famiglia (a volte è mia madre, più spesso i miei bambini piccoli); solitamente vivo il sogno senza particolare angoscia, ma con la consapevolezza che c’è un pericolo da affrontare e che sempre i nemici sono zombie.

La ringrazio e Le auguro buon lavoro.

Cordiali saluti

China”

I sogni ricorrenti toccano i nostri punti sensibili e i nostri tratti psichici delicati. Trattano anche di problemi e di conflitti in atto e che si protraggono nel tempo impedendoci di essere occupati da altro. Nel tuo caso si presentano gli “zombie”, il simbolo della parte psicofisica che vivo male e che non riesco a rianimare, un “fantasma di morte” nella versione depressiva della perdita e della carenza di vitalità, una psicoastenia o un conflitto con il mio corpo birichino che non risponde spesso ai miei desideri e ai miei comandi.

Nel breve sogno China dice a se stessa: “devo lottare contro la mia tendenza a non fare e a non reagire alle avversità e alle contrarietà della vita, oltretutto mi sento tanto responsabile di fronte ai miei figli da difendere e a mia madre da proteggere e tutto questo carico è sulle mie spalle. Tutto questo non mi crea angoscia, ma il mio nemico principale è sentirmi priva di vitalità e sempre stanca.”

La consapevolezza stempera l’angoscia e la risolve nell’ansia, nella consapevolezza di un problema e di uno stato di persistenza del conflitto tra un desiderio di benessere e una realtà impegnativa.

Ma cosa si può nascondere dietro uno zombie?

China è una figlia, una donna, una moglie, una mamma che viene lasciata sola ad affrontare una situazione esistenziale che il sogno presenta e prospetta. E’ un classico quadro di famiglia italiana e nordica in cui la donna è dipinta con le sfumature grige, ma non quelle erotiche, quelle della caduta dell’entusiasmo e della gioia di vivere perché oberata dagli impegni e dai doveri dei ruoli, un carico che non consente spazio per se stessi. E allora China ha invertito il suo quadro e se stessa, si è messa in piedi poggiando sulla testa, le sue capacità logiche e razionali che la portano a farsi una ragione di tutto e anche di quello che non vuole e non può essere portato alla mercé dei processi logici. Ecco che si profila l’uso eccessivo della “razionalizzazione” da parte di China e la sua difesa dall’angoscia di sentirsi morta a se stessa e alle cose di una donna a vantaggio dei figli e della madre, a prosperità degli altri. China si sta esaurendo a livello psicofisico proprio con l’uso eccessivo della difesa della “razionalizzazione”, proprio poggiando sulla testa nel procedere quotidiano della sua vita e negando i piedi e i bisogni collegati alla concretezza materiale del suo essere femminile. China deve ribaltarsi e convertirsi spazialmente, deve poggiare sui piedi e prendere consapevolezza dei suoi bisogni materiali prima di procedere all’assoluzione dei bisogni altrui. China è la classica brava donna che tutela gli altri e anche gli adulti e li assolve dalle loro responsabilità. In questo senso China si vive come uno “zombie”. Del resto, per essere di buon ausilio agli altri, deve essere in gran forma e in giusta disposizione psichica. China deve riprendere le coordinate della sua vita e rispolverare la carica della “libido genitale”, il vero senso e il vero significato del donare e del donarsi senza operare alcun sacrificio della sua persona.

Resta la domanda: “se China ama gli altri, chi amerà China?”

La risposta è la seguente ed è la sola: “China amerà China!”

Se non si è fortemente dotati di amor proprio e di un buon senso dell’Io, non si può operare “genitalmente”, se non si è ben vissuta “posizione fallico-narcisistica” non si possono amare degnamente gli altri, siano essi i figli e i genitori. Questa è la vera essenza della “posizione psichica genitale” e della “libido” corrispondente, quella carica di piacere che non ha dimenticato l’affettività, il potere, l’amor proprio, il conflitto. Una China che si vuole bene, che sa di farcela e che conosce la dura legge delle relazioni si può riversare nel mare agitato della vita in attesa della bonaccia, ma soltanto per tutelare i minori e gli anziani e non certo gli adulti indolenti e opportunisti.

Questo è il sermone domenicale del pastore e reverendo Salvatore Vallone, ministro della chiesa psicoanalitica dei sogni e dei desideri.

PSICODINAMICA

Il breve sogno di China descrive il travaglio esistenziale di una donna che deve distribuirsi nell’accudimento dei figli e della madre con la sua “libido genitale” e non riesce a investire su se stessa essendosi capovolta a causa del prevalente e dominate uso del meccanismo di difesa della “razionalizzazione” e dell’uso dei “processi secondari”. China non si piace e si distacca dalle emozioni che potrebbero rendere la sua vita degna di entusiasmo e di gioia.

PUNTI CARDINE

Il nodo dell’interpretazione si attesta in “devo lottare contro gli zombie che invadono la città per difendere la mia famiglia”, “devo combattere quella parte di me oltremodo sacrificata e che si sente devitalizzata”.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Il “simbolo” presente e dominante nel breve sogno di China è lo “zombie”, la parte debolmente animata del proprio essere psicofisico, la perdita depressiva della vitalità e della pulsione istintiva.

Il “fantasma di morte” si condensa nella “parte negativa” della caduta delle forze e delle emozioni.

L’istanza psichica “Es”, rappresentazione delle pulsioni e dell’istinto, è manifesta in “gli zombie che invadono la città”. L’istanza psichica “Super-Io”, censura e limite, si mostra in “devo lottare contro”. L’istanza psichica “Io”, vigilanza e razionalità, “solitamente vivo il sogno”, si presenta nella consapevolezza dei temi e nella posizione di protagonista e di spettatore.

Le “posizioni psichiche” richiamate sono la “orale” perché China è sola e non avverte affetti per lei, la “genitale” perché China si sente in dovere di aiutare e proteggere.

La “regressione” è presente nei termini richiesti dalla funzione onirica.

La “sublimazione” e la “compensazione” non sono presenti.

Il sogno di China mostra un tratto psichico “depressivo” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”: ama e protegge, ma non si sente amata e protetta.

La “figura retorica” della “metafora” è formata in “zombie”. Quest’ultimo ha la funzione di “metonimia” nel senso di significare la perdita della vitalità.

La “diagnosi” dice espressamente che China razionalizza le sue carenze affettive e investe la sua “libido genitale” nella cura dei suoi cari. Questa operazione psichica non la esime dal sentirsi poco vitale e in perdita depressiva.

La “prognosi” obbliga China a recuperare la sua “libido fallico-narcisistica” nella forma dell’amor proprio per poi investirla nell’amore verso gli altri, “posizione genitale”. China, inoltre, deve riprendersi le sue emozioni genuine e viverle senza l’esigenza difensiva di razionalizzarle stemperandone la carica vitale.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella degenerazione del “fantasma di morte” in una “psiconevrosi depressiva” legata alla perdita psichica di parti vitali di sé e in una caduta della qualità della vita.

Il “grado di purezza onirica” è ottimo in grazie alla brevità del sogno.

La “causa scatenante” del sogno di China è la sua costante sensazione di sentirsi stanca e di fare sempre le stesse cose: psicoastenia e monotonia.

La “qualità onirica” del sogno di China è la poderosa sintesi.

Il grado di attendibilità dell’interpretazione del sogno di China è “massimo”, per cui il grado di fallacia è “minimo”.

Il sogno di China avviene solitamente dalla terza fase del sonno REM.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nel senso della vista.

DOMANDE & RISPOSTE

Un sogno così breve è ricco di implicazioni che si possono desumere da un simbolo o da una semplice parola colloquiale.

Cosa si può, ad esempio, tirare fuori da “zombie” oltre quello che si è detto?

Ho interpellato un mio amico e collega, Stefano, e abbiamo interagito nel modo seguente.

Salvatore

Cosa pensi della lettera-sogno di China?

Stefano

Hai detto abbastanza, ma io sono stato colpito dal fatto che questa figlia protegge la madre. Che protegga i figli è normale, ma che protegga la madre è indice di una maturazione umana non indifferente. Cosa dici tu?

Salvatore

Perbacco, eccome! Non ci avevo tanto pensato e non mi ero soffermato su questo punto. Una donna che protegge la madre ha veramente maturato al massimo consentito dalle leggi psicologiche la “libido genitale” della omonima “posizione”, ma anche portato a buon fine la “libido edipica” e ha superato a pieni voti la “posizione”. Si può veramente affermare che China ha riconosciuto la madre dopo aver vissuto la dipendenza e il conflitto nel corso della sua evoluzione psichica.

Stefano

Ma non basta e sai perché? Perché China rievoca la figura di Enea che, in fuga dall’incendio di Troia, si carica sulle spalle il padre Anchise e lo salva da sicura morte. Qualcosa di simile nella mitologia antica lo troviamo nella figura di Antigone che si mette al servizio del padre Edipo ormai cieco, ma credimi non riesco a trovare una figura equivalente nella mitologia di una figlia con la mamma. Non dimenticare che anche presso i Greci la Cultura era di un maschilismo spropositato. E allora cosa vuoi trovare di femminile in termini così nobili? Niente, io non trovo. Vedi tu che sei più vecchio e, si suppone, più esperto.

Salvatore

Ti ringrazio nel ricordarmi che ormai conto sulla groppa settantadue autunni, ma non so se sono più esperto di te sulla mitologia. Io non sono formato alla scuola junghiana, mentre tu sai di simboli, di archetipi e di ombre sicuramente in maniera più completa del sottoscritto. Intanto ti dico che la madre vecchia nessun greco se l’è mai messa sulle spalle e l’ha protetta. Però ti dico che sono tantissime le figlie che si sono prese cura delle madri nell’età senile e che le hanno servite e riverite con grande devozione e riconoscimento. Ma fortunatamente queste donne non passano alla storia e non sono ricordate. Certo China si esalta come persona e personalità nel momento in cui sente il bisogno di aiutare la madre, di disporsi “genitalmente” verso di lei, di adottarla, come dico spesso, e di sollevarla dalle angosce della vecchiaia e soprattutto dell’abbandono.

Stefano

Voglio farti ancora notare che China è una donna completa nella sua formazione perché attraversa le varie tappe o “posizioni” con disinvoltura. Dagli affetti è passata al potere, dall’amor proprio all’amore verso gli altri e il conflitto edipico lo ha ben superato. Ma cosa le manca? Le manca qualcosa nel primo anno di vita. Lì si è sentita sola e poco amata e lì ci doveva essere la figura materna. China si è portata dietro qualche carenza che l’ha fatta sentire sempre bisognosa di sentimenti buoni e che si traducono nell’immagine simbolica dello “zombie”. Allora le è mancata quella carezza della madre che oggi lei elargisce nei suoi vissuti più belli. Dei figli si può dire che normalmente li protegge assumendo un ruolo psichico maschile di combattente. Perché? Ma perché con lei c’è un uomo carente o non c’è una figura maschile valida e capace. China è sola anche se sta in tanta compagnia, ma è la classica figura di donna che fa tanto e si esaurisce nel tanto dispensare e nel tanto fare. Nel sogno di China non c’è un uomo. Significherà qualcosa? Forse non c’è stato un padre degno o forse non c’è un marito altrettanto degno di lei. Ma lei è una grande donna che resta anonima perché è normale e si è formata secondo natura.

Salvatore

Ti piace China, quasi quasi dico che ti ha suscitato un buon transfert. Cosa ti rievoca?

Stefano

Mi rievoca mia madre con mio padre. Credo che io non farò mai il sogno che ha fatto China di proteggere mia madre o tanto meno mio padre. Mi hanno allevato in maniera spartana e sono venuto fuori non certo ateniese.

Salvatore

Non a caso hai scelto il mestiere di psicoterapeuta. Sai che dietro questa figura professionale si nasconde un bambino infelice? Certo tu puoi parlare in questi termini così schietti perché hai alle tue spalle una lunga analisi, ma diciamo che anche tu alla fine hai riconosciuto i tuoi genitori come i simboli delle tue origini e tutto è andato a posto.

Stefano

Certo ne parlo così perché li ho messi nel posto giusto, ma credo che non me li caricherei sulle spalle come Enea e non li proteggerei dagli zombie come China.

Salvatore

China è una donna che della semplicità e della sintesi fa una ricchezza. Non ha bisogno di fronzoli e di merletti, è già grande di suo. Avrà tempo e modo per convertire i suoi zombie alla giusta filosofia di vita. Saprà emanciparsi da qualsiasi dipendenza.

LE PAROLE DI UNA STORIA

Silenzio.

Il silenzio è l’eccitante attesa

che le tue parole emergano,

prendano forma,

si muovano,

si atteggino,

manifestino gli occulti pensieri del tuo cervello antico,

quell’ipotalamo

che non significa lo stare sotto il letto

o la camera nuziale del cavallo.

Quali bisogni primari di sussistenza,

quali desideri affettivi di sopravvivenza

scendono oggi dalle stelle per te,

solo per te,

animula, vagula, blandula”

che mi lasci sempre in trepida attesa della danza delle tue parole

nel teatro della mia stanza,

quelle fascinose parole

che si muoveranno insolenti

e rimbalzeranno impertinenti

da un muro all’altro

alla ricerca di un piacere che sazia,

il piacere di dire,

alla ricerca di una gioia che invade,

la gioia di parlare,

alla ricerca di un orgasmo che frastorna,

l’orgasmo di crear parole.

Quali forme,

quali coreografie,

quale sintassi,

quale semiotica,

quali sensi,

quali significati

oggi tu esibirai,

o testarda bambina inascoltata.

E io insisto,

persisto

e mi consisto,

ma tu ti attesti

in un silenzio di bassa lega

per difendere la confusione mentale

di una giovane e promettente testa,

una mente di belle speranze.

Il silenzio lambisce i tuoi anni

e li lascia senza senso e senza significato,

senza quei contenuti

che un buon proletario della parola

non vuole ricordare e tanto meno possedere.

Abbasso il capitalismo mentale

e viva la povertà del dire,

la rassegnazione e il tuo silenzio.

Amen.

I tuoi silenzi e le tue parole mancate

adesso sono sospiri

che prendono forma

nell’attesa di un liberatorio turpiloquio,

un catartico sproloquio

contro il padre, la madre, lo spirito santo

e tutti i tabù messi dentro il tuo cuore

da un pederasta assassino dall’animo gentile.

Quanta rottura di palle

dentro un foglio di carta

che pretende di essere scritto dalle tue parole

e solcato dal tuo silenzio.

Se adesso segni un poderoso “vaffanculo”,

arriva la critica letteraria

con la sua benemerita censura

e il tuo foglio,

solcato dall’inchiostro di una bavosa Bic,

non avrà alcun valore sul mercato.

Se poi, esasperata e impenitente,

recidiva e testarda,

aggiungi un mezzo “porco”

o un “porco” intero

affinché la canzone risuoni meglio,

la frittata è fatta,

il licenziamento è assicurato,

l’onore è perduto

e alla fine la mamma ti punirà

per questo deplorevole e increscioso incidente diplomatico.

Tu sai della mamma,

tu sapevi che la mamma non ha mai sopportato le parolacce

e in specie nella bocca dei bambini,

figuriamoci nella bocca delle bambine.

E tu sei una bambina,

se non sbaglio.

Al di là del tuo essere trasandata e dinoccolata,

sotto i capelli corti c’è un cervello di donna.

Sì,

sì che è vero!

Del resto la tua femminilità si vede negli occhi vogliosi.

Tu sei una futura donna

e speriamo che da grande non diventi una traviata,

dico e confermo “traviata”

perché puttana non si può dire,

la mamma non vuole,

la mamma è in agguato,

la mamma ti punirà per tutto questo,

tu sai che la mamma punisce sempre e comunque

i bambini che dicono le parolacce

e massimamente le bambine.

Ma come fai tu a parlare,

se non hai imparato altro che parolacce.

Tu conosci soltanto parolacce

e non parole.

Tu parli soltanto con parolacce

e non con parole.

Tu parli con parole cariche di rabbia,

tu parli il vero parlare,

il linguaggio dimenticato

che non fai fatica a ricordare

perché non l’hai mai imparato

e ti appartiene soltanto per Inconscio collettivo.

Basta,

io non ho altro da dire e da dirti.

Ma suvvia,

adesso sciorina i tuoi panni sporchi in Arno

e sciacquali con un bel turpiloquio,

disinfetta con la candeggina le migliori gemme della lingua madre,

purifica pian pianino le parolacce

e con gli scarti intreccerai una preziosa collana

da portare in dono al tuo papà

nel tradizionale pellegrinaggio dei figli dei separati,

oggi qui, domani là.

Perché, bambina mia, ti ostini a non parlare?

Perché, bambina mia, ti ostini a non parlare della parola e delle parole?

Perché non vuoi parlare degli inutili e fastidiosi suoni

chiamati significanti,

quelli che liberamente hanno un senso

e necessariamente ingemmano un tuo significato.

Quanti segni!

Mio Dio, quanti segni nell’arca di Noè!

Altro che animali e cromosomi,

i tutori dei geni della razza secondo la loro specie,

secondo la loro specie,

secondo la loro specie.

Quanti segni nell’arca di Noè!

Parole,

solo parole,

tante parole.

Dio, quante parole!

E ognuna?

Ognuna secondo la sua lingua,

secondo la sua lingua,

secondo la sua lingua.

E tutte?

Tutte secondo la loro lingua,

secondo la loro lingua,

secondo la loro lingua.

Parole ordinate per geni,

parole ordinate per cromosomi,

parole ordinate per cellule,

parole ordinate per sinapsi,

parole ordinate per organi,

parole ordinate per apparati,

parole ordinate per funzioni,

parole ordinate per corpi,

parole ordinate per razza,

parole ordinate per cultura,

parole ordinate per civiltà.

E l’arca?

L’arca va.

Noè è un buon nocchiero,

ma la tempesta è infame.

Le acque confuse invadono le trachee,

inondano le corde vocali,

bagnano le ugole.

E allora le gole gorgheggiano

e i gargarismi fondono insieme

le parole e i segni.

i segni e le parole,

le capre e i cavoli,

Desdemona e Amleto,

Ulisse e Penelope,

Edipo e Giocasta,

il pene e la vagina,

la polenta e gli uccellini.

Così è e non hai il diritto di chiedere il perché.

E allora?

Allora addio purezza ariana,

addio per sempre,

ti ho perso e non ti troverò mai più.

Basterà un olocausto

per rabbonire il dio del vento,

Eolo il bastardo

che ha soffiato sulle parole

e le ha spinte fuori dallo stomaco e dalla mente,

le ha costrette a uscir fuori,

a emettersi in flatus vocis

come petardi puzzolenti

sparati dall’intestino retto,

significanti e significati,

armoniche armonie concettuali,

rime condensate in soavità verbali

e ritmi detti da una bocca sensuale

che bacia le parole,

le tante parole inanellate

e trasformate in collane di perle da Poseidon,

il dio del mare e degli infiniti fragori.

E alla fine?

Poi,

alla fine resta soltanto una grande confusione.

Che confusione!

Dio, che confusione!

Una torre di Babele.

Gente,

quanta gente!

Tanta gente che parla,

parla e parla,

riparla e riparla,

straparla,

emette suoni,

usa parole,

una borsa-valori di parole

che nessuno vende o compra.

Un bordello.

Dio,quanto bordello!

Una storia infinita di bordelli

dove parlano,

tutti vogliono parlare,

tutti sanno di parlare.

Il folle,

derubato del suo delirio,

osserva, tace e si addolora.

Il saggio sa di non sapere,

osserva, tace e si addolora.

Il folle e il saggio dicono di non dire più parole.

Que sais je”!

Rien!

Rien de rien.”

Cantava la Piaf

nelle maleodoranti cantine di Parigi,

nei cabaret esistenzialisti

con i pochi seni calati in un lugubre dolcevita nero.

Rien!

Rien de rien.”

Neanche parole a mimetizzare il niente,

ma solo un lontano flatus vocis

che in eco sussurra e dice:

R – I – E – N

N – I – E – N – T – E

N – A – D – A

N – I – C – H – T – S

N – O – T – H – I – N – G

Eppure,

eppure nella torre di Babele

si sono scatenate le oche:

qua-qua-quà,

qua-qua-quà,

qua-qua-quà.

E i mass media fanno in coro:

bla-bla-bla,

bla-bla-bla,

bla-bla-bla.

I profeti, i sofisti, i tuttologi,

tutti in coro fanno

quà-quà-quà-bla-bla-bla,

quà-quà-quà-bla-bla-bla

quà-quà-quà-bla-bla-bla.

Babele e Babilonia,

Sodoma e Gomorra: l’insostenibile leggerezza della parola.

E tu cosa fai?

Tu cerchi ancora un uomo saggio,

silenzioso e ignorante,

l’uomo giusto per la nostra salvezza.

Arriverà un Cristo

che si porterà sulla croce

tutte le parole dell’universo,

i quà-quà-qua,

i bla-bla-bla.

Per oggi basta,

torno dopo,

bevo un aperitivo,

un “sanbitter”,

c’est plus facile”

anche se non è poi tanto buono.

Adesso,

silenzio, si gira,

si inizia a girare il vero film,

un film finalmente muto.

Ma poi,

chissà cosa voleva dire quell’imbecille,

quel mezzo uomo che sculettava come un frufrù

in pieno centro commerciale

con una borsa di plastica ricolma di parole

e rossa come il viso di Che Guevara

nelle magliette e tra le tette di giovani donne innamorate.

Salvatore Vallone

da “La cosa parla” Il linguaggio dell’Inconscio anno 1997

L’ODISSEA DI SABINA

TRAMA DEL SOGNO E DECODIFICAZIONE

E’ il mio primo sogno-terrore del 2019 e devo cercare di capire.”

Sarà così?

Di certo il “sogno-terrore” è un breve romanzo composito di scuola ermetica, un sogno che non ha niente di terribile e di terrificante, ma tanto di “numinoso” e di “noumenico”, di portentoso e di pensabile, di sacro e di profano, di erotico e di sessuale. E’ fuor di dubbio che il sognare assolve la fertilità della Fantasia di Sabina, la predilezione e l’autocompiacimento alla scrittura e a scrivere immancabilmente di sé.

Come potrebbe essere il contrario se al centro della nostra attenzione si impongono i nostri “fantasmi”?

Chi scrive dell’altro ha sempre un “sé” ben preciso che tiene dentro i polpastrelli mentre danzano sulla tastiera. E così, tra un sogno e un terrore, la stupefacente Sabina entra in pompa magna nell’anno nuovo con il preciso intento di capire quella “se stessa” truffaldina che di notte viaggia al massimo, incurante del risparmio energetico, nei suoi mari prediletti mostrando di prediligere all’Ulisse di Omero l’Ulisse di Joice. E navigando a vele spiegate Sabina vive la sua Odissea, un poema che si può leggere intero e si può capire a pezzi.

Va bene così.

Ah, dimenticavo!

Di certo, Sabina non poteva iniziare l’anno meglio di così. Chi arriverà alla fine, capirà.

Guardo un film in bianco e nero, molto vecchio: attrici e attori americani, macchine lussuose. Inseguimento in strada tra due macchine piene di gente ricca; si inserisce una moto. Curva a sinistra, incidente. A questo punto sono nel sogno, che diventa a colori, e percorro un tratto di strada con un signore anziano ed elegante che fa parte della scena dell’incidente. Passa una carrozza con a bordo la regina Elisabetta II e lui saluta con un gesto militare.”

Sabina si guarda dentro nel tempo andato, regredisce al tempo della giovinezza e pensa al suo bisogno di nobiltà e di diversità, nonché alla sua vitalità sessuale e al suo spiccato erotismo, alle vesti indossate con un forte desiderio di apparire tra la gente mentre si accompagna a un padre a colori che ha l’eleganza di un re. Il fascino del padre ideale si sposa con l’omaggio devoto alla figlia e dovuto alla sua femminilità, il tutto sempre nei desideri allucinati di Sabina.

Sabina rievoca la figura ideale del padre e il suo desiderio di essere la sua principessa tra seduzione ed erotismo. Le scene oniriche si rincorrono e si mescolano con la stessa valenza intrigante: la ricerca di essere e di apparire, di esserci e di mostrarsi, di compromettersi e di godere, di esibire e di esibirsi. La sintesi è semplicemente affrescata da una professionista dell’amor proprio e del culto delle parole: Sabina. La simbologia sessuale è tanta e notevole come il passaggio dal bianco e nero ai colori. Ci si aspetta di meglio e si percepisce che il prosieguo del sogno non tradirà l’attesa e sarà anche di buon auspicio.

Ci voltiamo per tornare indietro e la strada è diventata collinare, con salite e discese. Non è asfaltata. Davanti a noi vediamo del fumo che si alza dietro ad un dosso e ci avviciniamo per vedere: c’è un uomo a cavallo che emette fumo (non so se il cavallo o l’uomo). Scappa. Io scendo il pendio che mi separa da lui per raggiungerlo. Sono a piedi e mi muovo come se sciassi, freno mettendo i piedi di lato, quasi mettendomi in mostra per la mia maestria davanti all’uomo elegante, che è accanto a me.”

Nei suoi trascorsi Sabina trova la naturale altalena dell’umore e del desiderio, l’attrazione del maschio e il fascino della seduzione. Allontana la figura paterna per mettere in mostra le sue belle e preziose merci e si lascia andare al moto dei sensi dietro la rassicurazione della presenza di un uomo elegante come il padre. Sabina si sta costruendo “in nome del Padre”, partendo dal parallelo “padre e uomo” e ricercando il giusto mezzo. Il contrasto in riguardo alla vita affettiva e sessuale ha trovato un picco e una commistione e cerca una mediazione tra l’originalità e la contaminazione. Continua la sequenza erotica nel lasciarsi andare “sciando” e frenando con la “maestria” di una donna che gioca e giocando impara a essere con il maschio come la sua natura comanda. La simbologia della fuga e del rincorrersi, nonché del fumo e dell’eccitazione, viene costruita con parole “significanti” che sono un “tutto dire” per la gioia delle buone anime di Umberto Eco e di Andrea Zanzotto, un professore e un poeta mai adeguatamente compianti specialmente alla luce dei tempi. Sabina combina i “segni” del testo dentro un contesto che non appare ma si lascia intuire. Lunga vita ai “sensi” e riposino in pace i “significati”.

E se non credete, se giustamente diffidate, provate voi a spiegare gli arcani di questa donna enigmatica in apparenza e ricca nella sostanza.

Improvvisamente, sono in un garage pieno di sabbia in terra; io so che è un garage, ma potrebbe essere un deserto di notte, con la sabbia non illuminata dal sole. C’è un tunnel sulla destra che porta ad una tomba egizia piena di tesori e capisco che i diversi gruppi di persone coinvolte nell’incidente vogliono avere l’esclusiva del tesoro ed eliminare gli altri.”

La competizione è tratto distintivo di una Sabina che, tornando indietro nei suoi ricordi e nei suoi vissuti, ritrova la sua “tomba egizia piena di tesori”, l’identità psicofisica e il narcisismo necessario per tante rivali. Si celebra il trionfo dell’individualismo nelle dimensioni profonde di Sabina e l’aridità del deserto affettivo si sposa con la coscienza obnubilata. Ogni donna cerca la sua identità di corpo e di mente, ma non tutte arrivano a scoprire i tesori dell’individualità emergente dal profondo psico-storico. Sabina opera in sogno lo scavo archeologico che non esige di essere capito, ma soltanto di essere eseguito nonostante l’ostacolo di reperire ciò che non è stato vissuto e tanto meno convissuto. Il deserto di notte è il luogo giusto per sorbire il tè tra la sabbia esotica dell’antico Egitto e il mistero del tunnel che porta sulla destra a una tomba piena di tesori. L’intraprendenza e l’ottimismo non mancano alla giovane Sabina che cerca nel suo futuro di godere dei suoi tesori nascosti: la sua fantasia erotica e la sua carica vitale. Ricordo che “il tè nel deserto” è un prezioso film di Bernardo Bertolucci che vale sempre la pena di avere in casa e di vedere quando si è in crisi semplicemente perché si è smarrita la Fantasia tra le pieghe di qualche lenzuolo in qualche albergo della periferia di Cefalù. Ribadisco che il quadro dipinto da Sabina con le parole sa di tinte dense e di profumi esotici, quelli della giovane età quando gli ormoni danzano e le idee seguono magicamente il ritmo. Non a caso ho introdotto la Pittura. Chi proseguirà, vedrà.

Sono fisicamente diventata una donna anziana, l’iconografia dell’esploratrice-investigatrice dei romanzi di Agatha Christie. Mi dico che devo nascondermi per bene e approfittare di un momento di distrazione degli altri per entrare nel tunnel che porta al prezioso sepolcro. Improvvisamente sono dentro, ma mi trovo in un grande palazzo pieno di piani e scale, semi-buio e vuoto, sembra un ospedale abbandonato; è pulito e domina un colore arancio-ocra.”

La “regressione” temporale cessa e Sabina ritorna la donna di oggi, quella che mette insieme l’esperienza vissuta e la saggezza, la storia e la filosofia secondo il sommario scritto sulla sua pelle di donna che vanta l’antecedenza rispetto agli altri: una “donna anziana” che “sa di sé”, della sua luce e del suo buio, del suo pieno e del suo vuoto, dei suoi momenti “up” e dei suoi momenti “down”, del suo essere “in” e del suo essere “out”. Per questo motivo Sabina deve difendersi coprendo le sue nudità innocenti e le sue vulnerabilità latenti. Tutto il mondo fuori di lei non deve sapere che è una donna complessa nella sensibilità e ricca di sfaccettature che variano dall’umore allegro e disinibito alla pensosità solenne. Sabina è una donna che sa sublimare e che non disdegna la più concreta incarnazione del suo essere femminile. Ma i dolori non mancano nel ballo apparente di rose e fiori. Il colore “arancio-ocra” è pulito e dominante con le sue esigenze di buona vitalità e di sana gelosia del tempo andato con tutte le sue concessioni e le sue promesse. La solitudine è un piatto che va gustato caldo e non in compagnia di un freddo “fantasma di morte”, altrimenti non funziona e non vale.

Io sono tornata me stessa, forse più giovane di come sono nella realtà, non so, non ho contezza del mio aspetto fisico in quel momento del sogno. Corro, corro tantissimo su è giù per le scale, sto scappando ed ho paura, l’adrenalina a mille. Qualcuno mi sta cercando e io non devo farmi trovare. Passo da un piano all’altro, la luce è molto fioca; faccio più gradini alla volta, sempre di corsa. Sono al settimo piano e mi dico che devo scendere al primo e corro fino ad arrivarci.”

Il presente si profila a Sabina, dopo l’apparente viaggio di andata e ritorno nel Tempo, nella forma di una donna in piena salute che sa del suo corpo in evoluzione, di un corpo che vive alla grande nella ricerca di ferine sensazioni e di forti emozioni, di orgasmi tra slanci e ritrosie, tra desideri e paure, con l’Es a mille e l’Io che tituba in questa altalena della vitalità e in questo trionfo della “libido”. Signori, l’orgasmo è servito e ci si può accomodare nella riflessione e nella paura dell’eccesso, nella titubanza di essersi lasciata troppo andare e nel recupero di una forma di consapevolezza possibile in tanto trambusto dei sensi. Tra la “sublimazione” dell’istinto e delle forze corrispondenti e la caduta nella materialità più istintiva Sabina vive bene il corpo e la mente, prediligendo la concretezza della realtà vissuta e di tutta quella che c’è da vivere, correndo su e giù tra una “sublimazione della libido” e un abbandono alla materia più sacra, navigando tra le seduzioni delle sirena e la poca ragione della marinaia. Sabina ha dipinto un quadro di scuola “fauvistica”. Più che mai adesso bisogna andare avanti per curiosità e per capire.

Sono al primo piano, sento passi; cerco di muovermi senza farmi sentire, i passi si avvicinano. Corro in una stanza aperta sul corridoio e mi metto in un cantone dietro quella che doveva essere una porta, ma che non c’è più. Resto immobile, trattengo il respiro. Una persona avanza nella mia direzione, confido che non mi trovi. Invece entra e mi si para davanti. E’ mio fratello, è vestito da infermiere. Gli chiedo come ha fatto a capire che ero proprio in quel punto, nonostante il palazzo sia enorme e pieno di scale e stanze, e lui mi dice: “Ho sentito il tuo profumo”. Allora gli rispondo: “Che sciocca, sono così abituata a portarlo che non mi rendo mai conto di averlo”.

Sabina è tornata al presente psichico e tenta di occultare e di occultarsi di fronte al nuovo che avanza nelle relazioni. Si difende come una bambina timorosa dagli assalti e dalle minacce che vengono da dentro e da fuori. Le soluzioni sono più facili a essere pensate che a essere realizzate perché non sempre la donna di oggi è così spavalda e aggressiva come può sembrare a coloro che la insidiano nel cammino della vita. Si profila un uomo in questo gioco erotico che rievoca le tentazioni dell’infanzia e dell’adolescenza, il tempo in cui si desidera e si teme di essere scoperti mentre la carica vitale si distribuisce lungo i nervi e scende per la schiena secondo il freudiano “principio del piacere”. Sabina è braccata di fronte alla sua disposizione femminile di muovere e di commuovere, di sentire e di percepire, di vivere e di viversi. Dentro di lei scopre la presenza maieutica e l’immagine di una persona vicina e conosciuta, un alleato insperato che l’aiuta a conoscersi meglio e a viversi in maniera dignitosa. Sabina si è fatta scoprire nelle dimensioni semplici di madre Natura, nonostante le grandi complicazioni difensive che ha costruito dentro di sé per non esporsi agli altri con le sue debolezze e le sue fragilità. Il suo piccolo Dio le dice che ha sentito il suo odore di donna mentre si aggirava nel mercato dell’esistenza tra la gente con tutto quel patrimonio che si porta addosso. Sabina è costretta a ricredersi e a rivedere le sue portentose e mirabili sorti progressive. I talenti hanno prosperato i frutti desiderati e la “coscienza di sé” è ormai buona. La sorniona e la maliarda si è fatta scoprire dall’uomo che cercava, un animale misto di istinto e di talento. Le storie obsolete d’amore e di senso non fanno per lei. Sabina, la donna profumata che non sente il suo profumo, aspira e merita ben altro.

Mi porta via, poi non è più mio fratello, è un infermiere sconosciuto; con me viene scortato un altro prigioniero. L’infermiere gli chiede: “dov’è finito il mio cioccolatino?” e lui risponde: “frugami pure, non ce l’ho”. Io dico all’infermiere che non può averlo rubato, perché anche il mio accendino è sparito, quindi deve essere caduto. Infatti, ci chiniamo entrambi e sul pavimento ci sono sia il mio accendino che un grande cioccolatino rettangolare. Lui lo prende e fa il gesto cortese di offrirmelo, ma io, sempre per cortesia, rifiuto.”

Le schermaglie seduttive di donna Sabina non sono finite, anzi stanno iniziando. Tra maschere carnevalesche e interposte persone si ritrova con l’uomo giusto a metà tra l’ostetrico, colui che aiuta a scoprirti, e il posseduto, colui che è preda del fascino femminile: un infermiere e un prigioniero. In queste sponde si esalta e scorre la femminilità di Sabina, tra una dolcezza erotica e una leggera consapevolezza, quella carezza e quella percezione che accende la sensualità e la sessualità. Il maschio è eccitato e pronto a essere ricevuto dalla mezza coscienza femminile che deve controllare soltanto quanto è bello essere desiderata e desiderare. Questo brano del sogno di Sabina tocca picchi di poesia erotica che nulla invidia alla magia dei versi simbolisti di Baudelaire. Il quadro marcato è, infatti, di scuola ermetica e simbolista, da post-Impressionismo, di quando i pittori, francesi e non, della nuda Realtà fotografica, segnata da macchie forti di grasso colore, passarono alla “proiezione” sulla tela delle emozioni e dei simboli classicamente umani. La trama elaborata del sogno di Sabina è da preferire al Realismo volgare di un qualsiasi poeta o pittore francese anche ispirato. Ripeto, quello che descrive Sabina è di qualità ermetica e simbolista, post-impressionista. Anche in questo tratto distintivo la donna conferma la sua complicazione totale rispetto alla parziale confusione maschile. L’allegoria creata da Sabina in sogno è da mondo iperuranio e Platone esulta di fronte a tanta combinazione di parole che descrivono tra le righe una donna seduttrice e un uomo vittima del femminile imbroglio. La seduzione si completa nel gran rifiuto opposto dalla donna alle offerte maschili di una prepotente eccitazione e di una degna reverenza. La cortesia del rifiuto è finalizzata non certo al pudore, ma al gioco del rafforzamento del narcisismo. Sabina non è innamorata, è soltanto tutta presa da sé.

Non so come, ma mi ritrovo nuovamente a scappare, forse con mio fratello come alleato o forse con qualcun altro. Io scappo e corro a perdifiato (in questo sogno non faccio altro che correre) e alla mia destra si apre una porta e una donna non giovane mi afferra un lembo di una sciarpa di seta lilla che improvvisamente porto al collo e tira: mi sento strangolare, ma riesco a sciogliermi dalla sciarpa e scappo ancora. Altri mi avvinghiano uscendo da stanze lungo il corridoio, ma ho sempre la meglio e fuggo.”

Sabina è in fuga da sé, ha opposto all’altro il gran rifiuto del narcisismo, l’orgoglio della donna che se la tira, la superbia della donna che non si coinvolge per poi pentirsi di questo andar di qua e di là alla scoperta di un’America che si trova in casa, in se stessa, nel suo “habitat” psicofisico. Non le resta che correre e fuggire dalla sua donna attuale e dalla sua donna di ieri lasciando di stucco e di sasso tutti quelli che la desiderano e la seducono. Ma questo non è un “barbatrucco”. Manca sempre a Sabina l’ultimo pezzo del puzzle per completare l’opera. Nel suo futuro prossimo c’è una donna non giovane da accettare e da considerare dopo la scorribanda nell’età giovanile, una persona che tenta e tormenta con le infide promesse della buona e bella presenza del corpo e della mente. Gli istinti e le pulsioni escono allo scoperto a dire e ricordare che quel che non è stato vissuto non ritornerà, come il tempo andato. Lo psicodramma di Sabina tocca punte di sentimento struggente nel presentare il senso del Tempo che ti lascia vincere e che si presenta alla fine con il conto da pagare e come il solerte cameriere del ristorante alla moda in cui non volevi finire. Sabina avverte l’angoscia nel sentirsi strangolare, ma riesce a sciogliersi dal legame sensuale ed erotico, “la sciarpa”, per scappare ancora frastornando e frastornandosi. Lei non si era mai accorta del suo profumo e del suo odore di donna semplicemente perché ci era e ci è abituata a convivere. La nostalgia del “non vissuto” si fa sentire e il dolore si consola con tutto quello che ha vissuto prima di concludere concretamente l’avventura delle relazioni più contorte e avvincenti, quelle che si fanno ancora ricordare e che addolorano. Vediamo dove va parare una Sabina braccata dalle sue pulsioni desideranti.

Intravedo luce e finalmente appare una donna a darmi una mano: è la stessa donna che ero io prima, quando mi vedevo anziana. Si chiama Fauve. La avverto di non mettersi il profumo, altrimenti si farà prendere. Lei è molto sicura di sé e mi dice di non preoccuparmi, sa badare a sé stessa e ce la farà, non ha alcuna intenzione di uscire da quel posto senza aver trovato quello che cerca. Mi fa andare verso l’uscita con un uomo.”

Come volevasi dimostrare. Ho anticipato tutto il quadro, ma mi è piaciuto tanto avere scoperto anzitempo i veli delle commedie di Sabina, quelle che non sono tralignate in farsa semplicemente perché la nostra eroina sa recuperare se stessa e i suoi rimpianti. La donna ragiona e ha la luce della consapevolezza dalla sua parte, ma si chiama Fauve, un nome bellissimo e da mitologia francese. Sabina ha una precisa identità psicofisica e non è un evanescente ectoplasma in cerca di reincarnazione, tutt’altro, è una donna selvaggia e ferina. Sabina è tornata la donna di sempre con qualche consapevolezza in più: “quant’eran belli i tempi in cui profumavo di donna e seminavo l’odore sulla mia scia. Allora evitavo e fuggivo, adesso rimpiango le occasioni mancate e negate al mio prestigio femminile. La sicurezza di oggi è stata pagata a caro prezzo e il trovare un degno compagno non mi esime dal rimpianto di andare verso l’uscita. L’archetipo del Tempo scuote fortemente il “fantasma del tempo” nella sua “parte buona”, l’evoluzione e il progresso, nella sua “parte cattiva”, l’andare verso la fine. Gli esistenzialisti sono stati serviti nel loro ottuso pessimismo, ma anche Orazio grida il suo “carpe diem” in sollievo a tanto sogno, a tanto viaggio di Sabina nel mare dei ricordi inscritti nel bastimento del suo corpo senziente e vitale.

Ma come non tirare in ballo Beaudelaire?

“Pedro, adelante cum judicio.”

Non ricordo altro. Mi sono svegliata con un’angoscia tale che non sono riuscita ad addormentarmi per più di un’ora. Era notte fonda ed ero terrorizzata. Allora ho cercato di andare incontro allo spavento, di guardarlo in faccia, e mi sono calata nel peggio dei pensieri possibili per scatenare una reazione, anche se di panico, ma dalla mia mente cosciente nessuna scintilla ha acceso la miccia di emozioni incontrollabili. Avevo solo un senso di angoscia.”

Ci mancherebbe che Sabina, dopo aver scritto in un’ora di sonno la sua Odissea seduttiva ed erotica, dopo aver descritto il viaggio della sua “libido” tra Scilla e Cariddi e tra gli scogli delle Sirene, avesse ancora qualcosa da aggiungere e da rivivere. L’angoscia è eccitazione, perché la trama del sogno di Sabina è la descrizione dell’itinerario sensuale sulla mappa nautica del Corpo ed è la rievocazione dei marinai che hanno tentato di avventurarsi in quel mare e che ci hanno lasciato le penne per essere nostalgicamente ricordati come gli eroi che hanno compiaciuto donna Sabina. Questo stato di eccitazione era il massimo e niente poteva scalfirlo o superarlo. Sabina ha dato il meglio di sé e della storia avventurosa della sua crescita umana, quella contraddistinta oggi dal ricordo di un orgasmo che tarda a venire. La coscienza della mentenon accende nessuna scintillae la miccia delle emozioni incontrollabili è pronta a non tralignare nell’angoscia del tempo perduto e del tempo vissuto. Ecco in conclusione l’allegoria dell’orgasmo secondo il vangelo di Sabina: “scatenare una reazione, anche se di panico, ma dalla mia mente cosciente nessuna scintilla ha acceso la miccia di emozioni incontrollabili.”

Nota: mentre correvo non sentivo alcuna fatica fisica.”

Come quando eri ragazzina e correndo sentivi il piacere del tuo essere femminile. Il non sentire fatica equivale al piacere di una emozione che cresce e accende la miccia. Classica è la simbologia erotica e sessuale del “correre” e dell’anestesia della fatica.

Grazie, caro Maestro

Sabina”

Appena ricevuto il malloppo, mi sono smarrito nei meandri psichici delle parole e dei concetti. Ne sono venuto fuori in maniera originale e trovando un’altra strada rispetto a quella convenzionale.

Ti sono in debito, cara Sabina, di un gallo da sacrificare a Esculapio, il dio della Medicina che i Greci onoravano per le guarigioni ricevute: gli “ex voto” di pagana memoria. Sono guarito dall’indolenza e dall’accidia di fronte a tanta roba, nonché dalla scarsa stima in riguardo alla creatività.

Grazie a te e… che un buon demone mi assista sempre !

PSICODINAMICA

Il lungo sogno di Sabina rievoca in maniera altamente personale l’insieme del tempo vissuto tra eccitanti viaggi di andata e dolorose nostalgie di ritorni. Può essere definito l’Elogio del Tempo e della Libido, la dimensione bio- astronomica e l’energia vitale che scorrono sempre tra le parole, i sensi e i significati della originale trama tessuta da Sabina. Tra flussi di coscienza che richiamano l’Ulisse di Joice e ricerche nostalgiche alla Omero di una ricomposizione del “Tutto” turbato, il linguaggio di Sabina denota una spiccata capacità di cogliere i valori del “significante”, quello che la parola significa per lei, il suo simbolo, quello personale elaborato nel corso del vivere quotidiano e tenuto dentro nel divenire delle stagioni. Se l’Ulisse contemporaneo nella visione di Joice si smarrisce nei meandri delle parole e dei flussi di coscienza alla ricerca di un senso da dare alla vita, Sabina si rivolge al suo passato per trarre gli auspici del presente senza alcuna vena disfattista e con quella leggera e sottile nostalgia che aiuta a ricordare e a rafforzare il presente quotidiano e a ridurre il dolore delle truffe del Tempo. Ma quello che impressiona in questo sogno abilmente composto da Sabina è il nome della donna nel finale: Fauve. Il richiamo al movimento pittorico del “Fauvismo” nella Francia del 1905, iniziato casualmente da Matisse e oscillante tra Impressionismo ed Espressionismo, non è casuale. Sabina esegue nel suo sogno anche un ritorno alla Natura con il colore puro e non mischiato, possibilmente spruzzato a tocchi sulla tela onirica per intendere l’istinto, il selvaggio, il ferino, il bestiale, l’Es freudiano, i tuffi nell’Inconscio al di là dei sentimenti, della Filosofia e della Cultura. Sabina lascia spazio al ritorno alla purezza dei suoi colori, ma non trascura la “proiezione” dei simboli e la ricerca della consapevolezza.

Mi si chiederà cosa c’entra il sogno di Sabina con la corrente pittorica, oltretutto transitoria, del Fauvismo?

Io rispondo che c’entra, perché Sabina nel suo sogno richiama con il nome femminile Fauve le pennellate della sua “libido” a tinte massicce e alle prese con la seduzione e l’avventura dei sensi senza limiti e in espansione. E quando torna in sé, decora la sua tela con il ricordo delle “scintille che non accendono la miccia di emozioni incontrollabili”. E’ un senso doloroso legato all’aver tanto vissuto e il cui ricordo oggi piacevolmente resta di fronte all’incalzare inesorabile del Tempo.

Ecco la traduzione poetica di due brani del sogno di Sabina. La manipolazione è mia.

ALLEGORIA DEL COITO

Quell’uomo mi porta via,

ma non è mio fratello,

è un infermiere sconosciuto,

è un altro prigioniero.

Dov’è finito il mio cioccolatino?”

Frugami pure, io non ce l’ho”.

Anche il mio accendino è sparito.

Chiniamoci sul pavimento

alla ricerca del mio fuoco e del tuo cioccolatino.

Sii gentile e generoso!

Offrimelo,

anche se io per cortesia potrei rifiutare.

ALLEGORIA DELL’ORGASMO

Non so come,

ma mi ritrovo a scappare

con un uomo alleato

o forse con un altro nemico.

Io scappo e corro a perdifiato.

Corro,

corro a più non posso

come sa fare una donna

e nessuno mi acchiapperà.

Alla mia destra si apre una porta

e qualcuno mi afferra il lembo

di una sciarpa di seta lilla

che improvvisamente scende dal collo

e tutta mi avvince.

E tira,

tira a più non posso.

Mi sento strangolare.

Non riesco a sciogliermi dalla sciarpa

perché non voglio sciogliermi

e scappo ancora.

Altri mi avvinghiano

uscendo da buie stanze lungo il corridoio.

Sono i prigionieri,

ma io non so far altro che fuggire.

Non è finita.

Come avvinto dalla cultura francese, il sogno di Sabina si può tranquillamente associare allo scrivere versi di Baudelaire, ai “Fiori del male”, per restare in sintonia con l’erotismo e la “libido” in libera associazione con il Tempo, la costante e la variabile di Sabina.

L’OROLOGIO

di Charles Beaudelaire

Orologio, sinistro iddio, impassibile, spaventoso,

il cui dito ci minaccia e ci dice: “Ricordati!

I vibranti dolori, come al centro di un bersaglio,

presto si pianteranno nel tuo cuore riempito di sgomento;

il vaporoso piacere sfuggirà nell’orizzonte

come silfide in fondo al palcoscenico;

ti divora ogni istante un po’ di quella delizia

che ad ogni uomo fu accordata per il suo tempo.

Mormora tremila seicento volte, ad ogni ora, il Secondo:

Ricordati! – L’Adesso, con la voce

d’insetto, dice rapido: Io sono l’Allora,

ed ho succhiato con l’immondo pungiglione la tua vita.

Remenber! Souviens toi, prodigo! Esto memor!

(La mia gola metallica ogni lingua parla).

I minuti sono sabbie, o allegro mortale,

che non possono lasciarsi senza estrarne un po’ d’oro!

Souviens toi che il Tempo è un giocatore avido

che vince senza barare, ad ogni colpo. E’ legge.

Scema il giorno e già la notte cresce; ricorda!

Il baratro ha una sete perenne; la clessidra ormai si svuota.

Suonerà quanto prima l’ora in cui il divin Caso,

l’augusta Virtù,la tua sposa ancor vergine,

lo stesso Pentimento (ahimè, l’ultimo rifugio!),

ed ogni cosa, ti diranno: Muori, vecchio vigliacco, è troppo tardi ormai!”

Ma ancora non basta.

In questo esaltante prodotto culturale di Sabina, a metà tra la prosa e la poesia, elaborato nel mezzo e passa del cammin di nostra vita, si associa e va di pari passo lungo la via Sacra il buon Quinto Orazio Flacco con il suo immarcescibile “Carpe diem”, con la sua saggezza stoica ed epicurea, con la ricercatezza dei suoi versi. Il tema è sempre il Tempo.

ODE I, 11

Tu ne quesieris…

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi

finem di dederint, Leuconoe, nec Babilonios

temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati!

Seu plures hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,

quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare

Tyrrhenum, sapias, vina liques et spatio brevi

spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida

aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

VERSIONE LETTERALE

Tu non cercare…

Tu non cercare, il sapere non è lecito, quale a me, quale a te

fine gli dei hanno dato, o Leuconoe, non provare

i calcoli babilonesi. Al meglio, qualunque cosa accadrà, sopporta!

Sia che Giove ha dato parecchi inverni o come ultimo

questo che ora affatica il mar Tirreno tra le opposte scogliere,

sii saggia, mesci i vini e in uno spazio breve

taglia una lunga speranza. Mentre parliamo, sarà fuggito il tempo

invidioso: cogli il momento, quanto minimamente fidente nel futuro.

VERSIONE LETTERARIA

Carpe diem

O Leuconoe, non chiedere anche tu agli dei

quale destino hanno riservato alla nostra vita

perché è impossibile saperlo

e sarebbe come ricercare un senso logico

nei calcoli astrali dei Caldei.

Credimi, è meglio rassegnarsi,

sia se Giove ci concede ancora molti inverni

e sia se l’ultimo è proprio questo

che infrange le onde del mar Tirreno

contro l’argine delle scogliere.

Pensaci bene! Versati un po’ di vino

e soltanto per un breve tempo

concediti l’illusione di una speranza.

Mentre noi parliamo, il tempo impietosamente è diventato passato.

Godi l’attimo e non affidarti assolutamente al domani.

COMMENTO

Celebre e celebrata l’ode del “carpe diem” è stimata il capolavoro della poesia di Orazio; in essa i temi dominanti dell’Etica epicurea sono espressi in maniera lucida e sobria, essenziale e incisiva.

Il testo è dedicato a Leuconoe, la donna “dall’animo candido” o “dai pensieri ingenui”, in ogni caso una fanciulla preoccupata del domani a cui il saggio e maturo Orazio non lesina i suggerimenti più obsoleti e ricorrenti nella letteratura greca: Alceo, Saffo, Anacreonte, Bacchilide, Simonide, Mimnermo, Euripide, Epicuro. Di questi illustri antenati darò in seguito le prove.

Il poeta dissuade Leuconoe dall’interrogare gli astrologi babilonesi sul futuro che l’attende e le suggerisce la soluzione migliore di carpire alla fuga e alla rapina del Tempo la giornata presente, senza sperare in quell’ovvio domani che resta sempre affidato agli dei e depositato nel loro grembo.

Lo scenario più naturale dell’ode appartiene alla stagione invernale: il mare in tempesta e le onde che si infrangono sugli scogli a simboleggiare senza equivoci le ineffabili sofferenze della vita umana e l’ineffabile imprevedibilità di un destino situato tra scienza e magia.

In una formidabile sintesi poetica Orazio include molti temi: la fanciulla ingenua, la volontà degli dei, l’inesorabile scorrere del Tempo, l’ineffabile destino umano, la vita e la morte, la saggezza dell’uomo maturo, la ricerca di un’impossibile coscienza di sé, il tabù della conoscenza, la mitica astrologia, la volgare superstizione, la necessaria rassegnazione, la passiva accettazione del progetto degli dei, la cosciente illusione delle speranze, la benefica panacea del vino, l’angosciante fugacità del Tempo e la provvida soluzione del “carpe diem”.

L’ode muove da una circostanza immaginaria dal momento che non contiene indizi cronologici precisi che consentano una collocazione temporale plausibile; del resto, l’angosciante tema della rapina del Tempo appartiene alla “coscienza collettiva” insieme alle riflessioni logiche opportune e alle forti emozioni implicite, un tema che rientra nello “Immaginario collettivo” con tutto il corredo dei “fantasmi” psichici collegati all’angoscia della morte.

La concezione epicurea sulla felicità, la “atarassia” per l’appunto, ingiunge al comune e saggio mortale di vivere intensamente l’attimo e il Tempo presente per eliminare le angosce del futuro e della fine. In quest’ode Orazio affida a otto intensi e concisi versi un messaggio atavico e obsoleto a testimonianza della sua capacità di elaborare e riproporre in poesia i classici temi filosofici intorno alla situazione esistenziale e ispirati alla morale corrente.

Nell’approfondire la fugacità della vita umana Orazio non esorta a vivere banalmente la quotidianità, ma a essere padroni di se stessi, estimatori delle gioie consentite agli uomini e consapevoli dei propri limiti. Questi temi ricorrono nella sua poesia come se fossero radicati nella dimensione psichica profonda del poeta e fossero stati oggetto nella sua adolescenza di una drastica e difensiva introiezione.

L’autocontrollo del poeta appare manifesto dentro un coerente e adeguato modello espressivo, un testo denso e privo di ridondanza. Il procedere colloquiale, il tono e l’indeterminatezza, l’elegante musicalità del ritmo creano un fascino autentico e fanno del “carpe diem” un gioiello della Lirica di ogni tempo.

A proposito di Tempo sono questi i frammenti delle poesie greche sul tema, a ulteriore conferma che l’originalità umana è un’araba fenice che risorge sempre sulle sue ceneri.

Anacreonte, 44 D, sulla morte

“Le mie tempie son canute,

la mia testa è tutta bianca:

la gentile gioventù

è svanita, ho i denti vecchi:

poco tempo mi rimane

della bella vita ormai.

Così spesso mi lamento,

nel terrore di laggiù.

E’ terribile l’abisso

della morte, il passo è amaro.

Perché questa è verità,

che chi scende non risale.

Anacreonte, frammento 69D

Ho desinato con un pezzettino

Smilzo smilzo di focaccia;

ma di vino

ne ho tracannato un orcio fino in fondo;

e ora con la cetra

faccio la serenata alla mia bella.

Simonide, frammento 6 D

“Uomo qual sei, non dire mai quel che domani sarà

né se vedi uomo felice, quanto durerà.

Di una mosca dalle lunghe ali

non è così veloce il volo.

Frammento 9 D

“Degli uomini scarso è il potere,

sono gli affanni vani;

dolore su dolore è la breve vita.

Su tutti uguale pende l’inevitabile morte:

i vili e i forti ugualmente l’hanno in sorte.

Saffo, frammento 58 D

Morta tu giacerai,

ne più memoria sarà di te,

né rimpianto; ché non cogliesti

le rose della Pieria:

e ombra ignota anche nell’Ade

ti aggirerai,

tra scure ombre di morti

sperduta.

Bacchilide, Epinicio V 151 162

“Per un istante è ancora la dolce vita,

sentii venir meno le forze, oh misero,

dando l’ultimo respiro

piansi lasciando la bella giovinezza.”

Soltanto allora, come narrano,

l’impavido figlio di Anfitrione

bagnò gli occhi di pianto

lamentando la sorte dell’eroe infelice

e rispondendogli disse:

“Meglio per l’uomo non essere nato

E non vedere la luce del sole.”

Alceo, 39 D

Bisogna ubriacarsi ora, bere anche

se non si vuole, perché è morto Morsilo.

Frammento 90 D

Zeus manda pioggia. Un grande inverno

Dal cielo. Sono ghiacciati i corsi d’acqua…

E ammazzalo l’inverno. Butta fuoco,

mesci senza risparmio vino buono,

gira la lana morbida sul capo

Frammento 91 D

Non devi ai mali concedere l’anima.

a nulla giova soffrire e piangere,

o Bucchi. Far portare il vino

ed inebriarsi è il solo rimedio.

Frammento 104 D

sì, il vino è per gli uomini uno specchio.

Frammento 94 D

Gonfiati di vino: già l’astro

che segna la grave stagione,

dal giro celeste ritorna,

e ogni cosa è arsa di sete.

e l’aria fumiga per la calura.

Acuta tra le foglie degli alberi

la dolce cicala di sotto leali,

fitto vibra il suo canto, quando

il sole a picco sgretola la terra.

Solo il cardo è in fiore:

le femmine hanno avido il sesso,

i maschi poco vigore, ora che Sirio

il capo dissecca e le ginocchia.

Frammento 96 D

Beviamo. Le lucerne

perché attendiamo? Il giorno è solo un attimo.

Prendi, amor mio, le grandi,

le bellissime coppe variopinte.

Il vino, oblio dei mali,

diede il figlio di Semele e di Zeus,

ai mortali. Due parti

mescola d’acqua, una di vino; riempi

fin all’orlo il cratere.

Ed una coppa spinga l’altra giù.

Frammento 73 D

Bevi, bevi ed ubriacati,

Melanippo, con me. Credi tu forse,

quando varcato avrai

Acheronte, il gran fiume vorticoso,

credi tu che vedrai

la luce pura splendere del sole

un’altra volta? Amico,

non vagheggiare cose grandi mai.

Ma, pur saggio come era,

due volte, per volere della sorte,

il fiume vorticoso,

l’Acheronte, varcò; dolori immensi

il re figlio di Crono

laggiù gli diede da soffrire, sotto

la nera terra. Ma i pensieri tristi

scacciamo, finché giovani

siamo. Bisogna questa volta ancora

bere, e soffrire il male

che ancora voglia il dio farci soffrire.

Mimnermo, frammento 2 D

Noi siamo come foglie, che la bella stagione

di primavera genera, quando del sole ai raggi

crescono: brevi istanti, come foglie godiamo

di giovinezza il fiore, né dagli dei sappiamo

il bene e il male. Intorno stanno le nere dee:

reca l’una la sorte della triste vecchiaia,

l’altra di morte. Tanto dura di giovinezza

il frutto quanto in terra spande la luce il sole.

Ma, quando questa breve stagione è dileguata,

allora, anzi che vivere, è più dolce morire.

In tanta mirabile compagnia ci sta bene un prodotto culturale, giovane e leggero di musica, che tratta il tema del Tempo passato e tesse le lodi del Tempo andato tra un amore che non può ritornare e il Tempo che lo ha rubato e non te lo può restituire. Qualcuno dirà che ho associato il sacro e il profano in questo sogno di Sabina e che ho fatto i salti mortali per fare quadrare il Tutto.

Ha perfettamente ragione, ma non potevo fare diversamente di fronte a un sogno veramente originale e tanto ricco al punto di sembrare anomalo. La canzone scelta è degli anni sessanta e si titola “Quelli erano giorni” e ho scelto l’interpretazione di Mary Hopkin rispetto alle altre e specialmente rispetto a quella di Dalida anche per alleggerire il quadro.

Grazie & grazie e alla prossima !

” COL CAZZO !!! “

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Buongiorno dottor Vallone,

ho dato uno sguardo al suo blog, ma non ho trovato i riferimenti che cercavo per il mio sogno ricorrente, sogno che faccio periodicamente da quando sono piccola, sempre lo stesso.

Mi ritrovo in un luogo chiuso e all’improvviso sopra di me vola una bestia enorme, quasi come fosse un drago di colore scuro che mi dice di essere il diavolo, non usa altri termini tipo Satana o lucifero, si presenta proprio come Diavolo.

Io non ho paura, brandisco una spada enorme e cominciamo una lotta fino a che io lo trafiggo e lui muore.

Questo è quanto succedeva durante il sogno, ma l’ultima volta che ho sognato il diavolo, si è manifestato in modo diverso, e questa volta mi ha fatto paura.

Ho sognato che ero a letto con mia figlia che stava dormendo mentre io leggevo un libro ed improvvisamente tra il muro e l’abat-jour ho cominciato ad intravvedere l’ombra di un viso che continuava a cambiare forma ma che sapevo non poteva che essere lui, che poi si è palesato dicendo solo: “sono io”.

D’istinto ho messo una mano sopra mia figlia come a proteggerla, ma lui non la stava nemmeno guardando, il suo volto andava e veniva come nella nebbia, scuoteva la testa lentamente come a dire di no, con un sorriso di scherno.

Poi si è fermato e mi ha detto: “questa volta non vinci tu”. Io gli ho risposto con aria di sfida (mi scusi il linguaggio, ma è esattamente quello che ho detto): “col cazzo!!!”.

Lui mi ha preso di scatto la mano che avevo libera ed ha cominciato a stringerla, sempre più forte. Le sue unghie entravano nel dorso. Allora con il braccio che proteggeva mia figlia ho preso lo slancio ed ho cercato di colpire il suo volto con un pugno chiuso, ma mi sono svegliata.

Fine del sogno. Sa cosa mi preoccupa? Non l’averlo sognato, ormai siamo conoscenti da anni, mi permetta la battuta per sdrammatizzare, ma non essere riuscita a batterlo di nuovo, avere questa cosa in sospeso, come se avesse creato un legame…una continuità…non ho paura, so che posso batterlo.

Bene, pubblichi pure la parte che le sembra più curiosa. A questo punto però mi prendo gioco di questo diavolo e mi firmerò Lilith.

La ringrazio per il tempo che mi vorrà dedicare.

Mi sono scordata di aggiungere che al risveglio la mano mi doleva molto e per qualche giorno ho sentito il dolore.”

INTERPRETAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Può un sogno riproporsi dall’infanzia fino all’età matura della maternità?

Lilith conterà quarant’anni e ha una figlia. Da quando è piccola fa lo stesso sogno e soltanto negli ultimi tempi ha modificato il finale.

Partiamo dal commento.

Fine del sogno. Sa cosa mi preoccupa? Non l’averlo sognato, ormai siamo conoscenti da anni, mi permetta la battuta per sdrammatizzare, ma non essere riuscita a batterlo di nuovo, avere questa cosa in sospeso, come se avesse creato un legame…una continuità…non ho paura, so che posso batterlo.”

Quando finisce il “sogno a occhi chiusi”, inizia il “sogno a occhi aperti”, si dà il via all’esercizio del quotidiano vivere con la forza e la sicurezza di quel bagaglio che abbiamo nel tempo composto amorevolmente come il migliore destino possibile, un fardello più o meno ordinato che ci portiamo sulle spalle con la giusta discrezione. Lilith conosce bene se stessa e non è una donna paurosa, è consapevolmente ironica ed emotivamente compatta. Lilith sa del suo “diavolo” perché da sempre ha ingaggiato una lotta con una “parte psichica di sé”, un benevolo conflitto che l’ha determinata nel mettere insieme i pezzi della sua Psiche, nell’organizzare i “fantasmi” e le esperienze vissute, nel comporre i traumi e i contrasti. Lilith è una donna in continua competizione e in ironico superamento di se stessa, una “femmina dialettica” che trova la sua armonia nella “coincidenza degli opposti” alla Greca e alla Tedesca, alla Eraclito e alla Hegel. Lilith sa che “in medio stat virtus”, che la virtù sta nel mezzo, ma gli opposti le danno l’ebbrezza di vivere. Da una risoluzione trovata e sperimentata Lilith riparte verso nuove conquiste e verso proficue evoluzioni e sempre in combutta con quel “diavolo” che cresce insieme a lei come uno strano alleato nel cammino della vita. La scelta del nome, Lilith, non avviene a caso, perché l’eroina del sogno è ancora oggi la prima creatura femmina composta dal fango e non da costole altrui, è l’Archetipo dell’universo femminile, è l’idea platonica della Donna, è il Principio femminile da cui la Vita si origina e si evolve. Lilith è se stessa e non è la compagna di Adamo, è la parte “sinistra” del corredo ontogenetico e filogenetico, è Colei che contiene nel ventre le Ragioni e l’Amore dell’Essere, è la Domina delle fascinose prerogative. Lilith non è una subdola Madonna di Botticelli circondata di angeli e di bambini per un bonario effetto serra, Lilith è l’affermazione del “diritto naturale” dell’identità femminile, un batuffolo di bianca ovatta senza padroni e senza schiavi. Lilith è ogni donna che si incontra in piazza o in spiaggia, dal fornaio o in ospedale, magari dove meno te l’aspetti, in una linda officina tra motori e filtri.

Questa è la nostra Lilith, quella del sogno.

Di quella del mito son piene le fossa e cammin facendo si complicheranno le carte sul tavolo dell’osteria tra un bicchiere di vino e uno stuzzichino, tanto per gradire.

Il titolo “col cazzo!!!” è rispettoso della protagonista e significativo, è desunto dal racconto del sogno ed è un “lapsus mentis”, un tradimento inconsapevole degno di essere annoverato nel testo di Freud “Il motto di spirito e le sue relazioni con l’Inconscio”. L’accusa di turpiloquio “col cazzo!!!” si addebita alle educande del collegio delle suore di sant’Orsola, semplicemente perché l’espressione linguistica contiene la chiave di volta del sogno di Lilith. Si può tranquillamente affermare che il “punto cardine”, non soltanto dell’interpretazione del sogno ma addirittura della formazione psichica, (“organizzazione psichica reattiva”,) e della struttura psichica evolutiva di Lilith si incentra su questa arcaica simbologia maschile, mitica, mitologica, culturale e personale: la “falloforia” o “fallogogia”, i riti e le processioni solenni in onore di Priapo e di Dioniso.

Ma sorbole, chi eran costoro?

Nel mondo tracio e greco del primo millennio a.C.n. erano le divinità dell’abbondanza e della variazione dello stato di coscienza, i numi della Vita e della Vitalità, i simboli tutelari della “Libido”, l’energia sessuale del Principio psicofisico maschile rappresentato da un “fallo” esaltato dalle portentose dimensioni. E così, tra un rito dionisiaco e una processione priapica si celebravano e si celebrano le “falloforie”, le feste popolari della fertilità e della “libido” in versione maschile. E ancora oggi nelle processioni religiose dell’Italia centrale il sacro si mischia con il profano e quello che si definiva pagano si ritrova sublimato nelle feste popolari dei santi protettori di ogni luogo. Un ricordo personale è di supporto a quanto affermato sul tema delle “falloforie”, il sacro e nobile “col cazzo” di Lilith da cui siamo partiti. Svolgevo il servizio militare, per costrizione non per vocazione, in quel di Caserta e la curiosità mi spingeva spesso e volentieri a bighellonare per i colorati vicoli dei quartieri popolari di Napoli e forte dell’armatura della divisa di povero soldato innamorato. Tra tanto malaffare non correvo nessun pericolo proprio per il manifesto servizio che rendevo alla sacra patria. Una sera ho visto in una pasticceria di Forcella una strana torta verticale e composta di succulenti bignè alla panna: la “mazzariella” di san Giuseppe. Mi hanno spiegato che era un fallo, “o pesce”, che ricordava e compensava la paternità putativa di Giuseppe. L’anima popolare napoletana, celebre per le tradizione falloforiche, per onorarlo e consolarlo del torto subito da un sedicente spirito santo, aveva eretto un fallo cremoso fatto di bignè a loro volta “pannosi” o “appannati”. La voce dialettale dei genitori dice al bambino goloso di “non sfruculiare a mazzariella i san Giuseppe”, di non demolire la bella mazza di san Giuseppe. A causa della loro altezza i bambini immancabilmente toglievano i bignè in basso e la dolce costruzione rischiava di crollare. Anche questo ricordo serve a confermare la tesi culturale che vuole il sacro e il profano mescolarsi nell’evoluzione storica degli schemi, nonché la serietà pensosa del titolo del sogno di Lilith.

Altro che turpiloquio!

La verità risiede nel vino e nelle sfere istintive e profonde dell’essere umano. Adesso si può procedere con curiosità e “adelante cum iudicio”. Ricordo che ancora oggi in quel di Napoli “sfruculiare a mazzariella i san Giuseppe” si traduce civilmente “non rompere le scatole”, scurrilmente “non rompere i coglioni” o altro accessorio sessuale sempre maschile.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Mi ritrovo in un luogo chiuso e all’improvviso sopra di me vola una bestia enorme, quasi come fosse un drago di colore scuro che mi dice di essere il diavolo, non usa altri termini tipo Satana o Lucifero, si presenta proprio come Diavolo.”

Lilith esordisce nel suo teatro onirico con la componente psichica profonda e con una parte oscura che aspira a vedere la luce della consapevolezza. Il “luogo chiuso” attesta che la psicodinamica in emersione rientra tra i temi antichi e delicati, quelli tenuti all’oscuro tra una “rimozione” di poco spessore e una compiaciuta dimenticanza, quei temi che oscillano tra la limpida coscienza e una negligente vigilanza, quelle cose personali di una donna da tenere ben chiuse nella borsa originale di Louis Vuitton. Il preambolo è giusto per l’irruzione della Bestia, del Drago, del Diavolo, della Cosa secondo la Psicoanalisi di Lacan e l’Esistenzialismo di Sartre nella “Nausea”. La Bestia è enorme, il Drago è di colore scuro, il Diavolo è il Diavolo senza altri e mezzi termini. Non si incarna in Satana o in Lucifero, è la pura essenza della Divinità mutilata e ribelle, dell’Angelo edipico che uccide il Padre e non lo onora e non lo riconosce. Il Diavolo di Lilith è puro nella sua identità e non è contaminato da specifici connotati: segni particolari zero perché “si presenta proprio come il Diavolo”.

Non resta che chiarire per capire.

Lilith, visitando in sogno i suoi “habitat” psichici profondi, si imbatte nella “parte negativa” del “fantasma del Padre”, quella fatta di “bestialità”, di magia e di seduzione, di istinto e di attrazione. Il Diavolo è il padre neurovegetativo, quello che avvince e non lega, quello che attrae e rifiuta, quello che seduce e lascia indietro, quello ambiguo e per niente logico. Questo è il Padre secondo il Vangelo di Lilith, un padre senza nome per difesa. Non è colui che porta la luce della verità agli uomini, Lucifero, non è l’avversario o l’oppositore di Dio, Satana, ma è la “parte negativa” del “fantasma del padre” elaborata da Lilith nel corso della sua prolifica ed effervescente infanzia e nel corso dell’evoluzione psicofisica contraddistinta dalla “posizione edipica”. La bambina rappresenta il padre secondo le calde emozioni che sente e non secondo i freddi concetti, seleziona i vissuti in base alla convenienza sociale e all’intensità del desiderio e dell’attrazione. Lilith scinde, “splitting”, la sua rappresentazione primaria, “fantasma”, del padre nella “parte positiva” o buona, il padre che cura e rassicura, e nella “parte negativa” o cattiva, il padre che desidero e voglio per me. Lilith avanza nell’infanzia con la sua calda fantasia e approda alla conflittualità interiore tra una madre in cui identificarsi per essere una donna al femminile e una madre da allontanare perché l’oggetto del sentimento dell’invidia e del limite. Ma la ragazzina fa presto a decidere e non si perde in mille diplomatiche contrattazioni e chiacchiere come fa il maschietto. Lilith introietta il padre e se lo porta dentro con quel virulento “fantasma” da conservare intatto per non farlo morire in un gelido concetto logico e ineccepibilmente razionale. Lilith si porta dentro e dietro la sua preziosa “posizione psichica edipica” che esige in teatro la rappresentazione di un padre diavolo, di una madre strega e di una figlia principessa, una ragazzina che non attende alcun principe azzurro perché non vuole uccidere le fascinose emozioni che prova in questo psicodramma dell’amore impossibile che aiuta nel tempo a trovare l’amore possibile: dopo il primo amore, il padre, segue il secondo amore e quelli che verranno. Lilith sta crescendo tra le pulsioni e i desideri, tra le seduzioni del corpo e le insidie della Fantasia, tra i limiti dell’Io e le censure della Realtà. Ricordo che il “fantasma” del padre di Lilith in versione bestiale, dragonesca e diabolica, è ricco di sensualità e di erotismo e scuote fortemente la “libido” della nostra protagonista. Proseguire nell’interpretazione del sogno è particolarmente intrigante e, se son rose, fioriranno.

Io non ho paura, brandisco una spada enorme e cominciamo una lotta fino a che io lo trafiggo e lui muore.”

Lilith è una donna affermativa e volitiva, non è una tipa da quattro soldi e mezzo, non ha un oggetto che la limita fuori di sé, si esibisce e avanza le sue richieste di presenza e di appartenenza: Io non ho paura”. Non basta. Lilith è una donna armata di “spada enorme”, una donnache combatte e vince, una donna oltremodo fallica e potente che è destinata alla vittoria più cruenta, dolorosa e struggente: sensazioni e sentimenti, vissuti ed esperienze alla portata della nostra protagonista. La vitalità della “libido” e il trionfo del “narcisismo” si celebrano in queste poche e semplici parole intrecciate secondo la figura retorica dell’allegoria. Se vi capiterà di spiegare a qualcuno la psicodinamica della “posizione psichica fallico-narcisistica” nel corso dell’evoluzione degli investimenti di “libido”, usate la frase di Lilith. “Brandire una spada enorme” equivale a un sensazione fortissima di potere nella versione maschile, “cominciamo una lotta” si traduce in una serie di schermaglie seduttive ed erotiche, “fino a che io lo trafiggo” rappresenta la collocazione psicofisica maschile nel coito in versione orgasmica, “lui muore” è pari pari la condensazione simbolica dell’orgasmo. Lilith ha una specifica predilezione al protagonismo sessuale, ha una spiccata tendenza a partecipare in prima persona e senza traino all’attività erotica, ha un naturale coinvolgimento nella vitalità dei sensi e nel successivo abbandono ai moti del corpo e dell’animo. Convergiamo sul mito veterotestamentario di Lilith, quella che non voleva sottostare ad Adamo nel rapporto sessuale, quella che non voleva dipendere dal desiderio del maschio, quella che esigeva la presenza affermativa dei suoi sensi nella vitalità sessuale, quella che non voleva passivamente essere riempita dalla “spada enorme” ed essere ingravidata dal seme. Questa mitica e simbolica Lilith la troviamo perfettamente nella umanissima Lilith che ci ha regalato il suo mitologico sogno ricorrente che altro non è che la sua fascinosa “posizione edipica”, la sua reale e struggente conflittualità con il padre e la madre, una dialettica contraddistinta da un particolare trasporto nei riguardi della figura paterna.

Questo è quanto succedeva durante il sogno, ma l’ultima volta che ho sognato il diavolo, si è manifestato in modo diverso, e questa volta mi ha fatto paura.”

Come si diceva in precedenza, questa è la “posizione psichica edipica” che Lilith si è portata dietro in versione unica e ripetibile fino all’età adulta dentro i suoi sogni e con i connotati simbolici di Afrodite.

Afrodite, chi era costei?

La Fantasia greca la voleva generata dal seme uscito dal membro di Ouranos, reciso con una falce dentata dall’invidioso figlio Kronos, e dalla schiuma delle onde del mare Ionio dove era stato gettato. Afrodite nasce dall’incrocio tra il maschile sperma e la femminile acqua per portare agli uomini mortali i piaceri dell’erotismo e della sensualità. E’ una dea fallica e narcisista nel senso che esercita un forte potere seduttivo sugli uomini ed è ben consapevole della sua bellezza. E’ una dea femmina nel senso che rappresenta la recettività sessuale, la classica prerogativa femminile di accogliere il membro e di coltivare il seme. Afrodite condensa un “principio psichico maschile” e un “principio psichico femminile”, in quanto dea ha una equipollenza tra la “parte maschile” e la “parte femminile”, la massima “androginia” psichica.

Il sogno di Lilith si è evoluto, più che cambiato, in base ai vissuti e alle esperienze maturate nel tempo recente: “il diavolo si è manifestato in modo diverso”.La modificazione dell’apparizione onirica ha “fatto paura” a Lilith. La sicurezza affermativa è andata in crisi perché dentro di lei le carte sono cambiate. Del resto, questo sogno stereotipato non poteva durare tutta la vita semplicemente perché diventava una rigida difesa e negava l’evoluzione psichica. Sarà interessante capire quale vissuto o quale evento ha favorito nel tempo la modificazione della trama e della psicodinamica del sogno antico. La paura ha perso l’oggetto puntuale su cui si scatenava e rischia di tralignare in angoscia. Sembra che le cose non vanno come Lilith desidera e come Lilith comanda in base alle sue evoluzioni psicofisiche. Dopo aver rilevato che la persistenza in sogno del “fantasma” del padre e della trama, la psicodinamica edipica, conferma il principio della “intenzionalità della coscienza”, resta da assolvere la curiosità di sapere dove va a parare Lilith e la sua bella persona insieme al diavolo e agli angioletti del male.

Ho sognato che ero a letto con mia figlia che stava dormendo mentre io leggevo un libro ed improvvisamente tra il muro e l’abat-jour ho cominciato ad intravvedere l’ombra di un viso che continuava a cambiare forma ma che sapevo non poteva che essere lui, che poi si è palesato dicendo solo: “sono io”.

Questa è l’evoluzione del sogno di Lilith. La traduco con estrema chiarezza. “Sono diventata mamma di una innocente bambina e, riflettendo sull’esperienza della maternità e sulla mia vita, mi è venuta in mente l’immagine di mio padre così come si è evoluta nel corso degli anni. Il tempo passa e cambia i visi e le storie, ma la figura e la presenza di mio padre dentro di me io le conosco bene anche se non sono sempre le stesse.” Liith è stata costretta dall’esperienza della maternità e dalla nascita della sua bambina a rivedere la sua “posizione edipica”, il suo attaccamento dialettico e competitivo verso il padre. “Sapevo che non poteva essere che lui” equivale a “sentivo il suo gusto, il suo odore, la sua presenza rafforzata dalla manifestazione dell’identità: sono io”. Si presenta il “fantasma del padre” in versione evoluta, ma sempre dotato di una “parte buona” e di una “parte cattiva”. Vediamo i simboli. “A letto con mia figlia che stava dormendo” equivale a una fusione protettiva madre-figlia e all’istinto materno verso una bambina indifesa. “Mentre io leggevo un libro” si traduce “mentre riflettevo su me stessa e sulle mie esperienze.” “Improvvisamente tra il muro e l’abat-jour ho cominciato ad intravedere l’ombra” è la descrizione del processo di allucinazione e di esaltazione dei sensi, l’accentuazione nervosa che si risolve nella visione del diavolo in sonno tramite il sogno e a occhi chiusi. Lilith è in piena fase REM. “Un viso che continuava a cambiare forma” si riduce ai fotogrammi del cambiamento dei lineamenti paterni sotto le sferzate del tempo che passa e dietro i vissuti della figlia. “Sapevo che non poteva essere che lui” si traduce nell’allucinazione degli altri sensi e a un riconoscimento del padre tramite sensazioni. “Che poi si è palesato dicendo “sono io” dimostra che Lilith è la protagonista del sogno e dice a se stessa “ecco che sto sognando di nuovo mio padre”. Ho preferito tradurre le psicodinamiche simboliche piuttosto che i singoli simboli. Si capisce meglio e di più. Ma non è finita. Leghiamoci le cinture di sicurezza e andiamo avanti.

D’istinto ho messo una mano sopra mia figlia come a proteggerla, ma lui non la stava nemmeno guardando, il suo volto andava e veniva come nella nebbia, scuoteva la testa lentamente come a dire di no, con un sorriso di scherno.”

Lilith protegge sua figlia e protegge anche se stessa, protegge la sua maternità e il frutto della sua femminilità, protegge la sua “libido genitale”. La “figlia” è il suo essere figlia e il suo essere madre. Ne ha fatto di strada Lilith nel cammino della sua vita tra una seduzione da perfezionare e un conflitto da appianare, ma non ha mai smarrito la sua “verve” di donna fallica e il suo salutare autocompiacimento. La “mano” rappresenta una forma di benedizione e di possesso ed è in linea con la sacralità della Legge del Sangue che l’archetipo della Madre incarna e professa. Il diavolo di un padre non è interessato alla figlia di sua figlia. Il padre nel vangelo di Lilith è interessato e tutto preso da sua figlia. Si rifletta su quanta forza magnetica attrae la dimensione psichica di Lilith. Si pensi a quanto importante è stato ed è tuttora nella psiche profonda ed emersa la figura paterna per la figlia, un padre rappresentato in un diavolo che non è per niente malefico e che stranamente è molto interessato a competere in un duello amoroso e istintivo tra un maschio e una femmina: “d’istinto”. La parte erotica e seduttiva del padre è tutta presa dalla figlia. Meglio: Lilith sogna di essere tutta presa dalla figura paterna, al di là del fatto di essere diventata madre. Ecco che Lilith descrive i lineamenti del padre come evanescenti e indistinti, in un gioco di chiaroscuri nel rimando con le folate di nebbia. Questa è l’allegoria della caduta progressiva della coscienza e dell’obnubilamento mentale che precede a chi si lascia andare al moto dei sensi e all’erotismo per approdare all’orgasmo: “andava e veniva”. Ma ecco che subentra l’angoscia dell’incesto. Il padre dice di no. Meglio: Lilith fa dire al padre di no e aggiunge “un sorriso di scherno” a completare l’opera morale di un mancato incesto come nelle migliori tragedie greche o nelle migliori psicodinamiche mitologiche. Vedi la trilogia di Edipo scritta da Sofocle e su cui Freud impiantò il famigerato e tanto discusso “complesso di Edipo”. Eppure è così evidente in questo sogno di Lilith e in tantissimi sogni che quasi viene a noia questa dialettica intima tra genitori e figli. L’istanza morale “Super-Io” è intervenuta per non benedire le nozze tra padre e figlia come l’istanza pulsionale “Es” comandava di libero imperio. Lo “scherno” dentro “un sorriso” è l’allegoria brillante della difesa dall’incesto nella forma poetica e filosofica dell’ironia, quella disposizione psichica tendente a perdere le inutili convinzioni e le perfide certezze per adire a una migliore “coscienza di sé”. Lilith sta crescendo, Lilith sta maturando, Lilith sta superando se stessa, sta andando “al di là” di sé, Lilith ha iniziato a razionalizzare la figura paterna passando dal desiderio al senso del limite e per approdare al senso del dovere. La maternità ha prodotto lo scherzetto da prete di distoglierla dal padre e di indurla ad abbandonare le pulsioni incestuose e i desideri indicibili di avere un figlio dal padre, fantasie di cui sono piene le bambine in universale durante il tormentato struggimento della “posizione edipica”, un periodo che va e lascia le ferite da cicatrizzare indicando la guarigione nella “libido genitale” e nella sua legge: “ama un altro uomo e diventa madre”.

Grazie Lilith per quello che sogni e per le conferme che dai con la tua vena creativa che sa di antico e di moderno, di individuale e di collettivo, di “universale” direi. Ma ancora il conflitto e il dilemma non sono composti e la parola va alle armi per uno strano e nuovo duello.

Poi si è fermato e mi ha detto: “questa volta non vinci tu”. Io gli ho risposto con aria di sfida (mi scusi il linguaggio ma è esattamente quello che ho detto): “col cazzo!!!”.

Decodifico: Lilith è ancora in lotta con se stessa e mette alla prova il suo “fantasma del padre”. Rispolvera la “parte negativa” conflittuale come se volesse riparare un’offesa o un rifiuto. Lilith va alla ricerca della vendetta. E’ diventata mamma e ha portato sua figlia con sé mostrandola al padre e mostrandosi una mamma protettiva e capace, ma la sua sete di rivalsa non si è placata e non si placa. Lilith dice a se stessa di non far vincere la parte desiderante e di dare ascolto alla riformulazione della figura paterna e di comporre il conflitto seppellendo l’ascia di guerra, ma l’indomita guerriera è ancora sul piede di guerra ed è armata di quello che ha sempre desiderato, essere maschio e avere potere. L’identificazione nella figura materna non è andata a buon fine e la figura paterna ha avuto dentro Lilith una buona fortuna. Lilith ha invidiato l’universo maschile e si è legata come la bambina del papà che da donna lo conquisterà. Lilith ha coltivato mire espansionistiche sul padre ed è entrata in conflitto con la madre, ma alla fine si è identificata in lei senza essere stata accontentata dal padre nelle sue richieste di possesso e di gestione. Viene fuori una donna fallica che non demorde e fa un “lapsus”: “io non mollo in questa disputa e ti avrò perché io voglio il potere su di te”. Volevo i pantaloni e volevo essere maschio, ma non essendo la mia natura biologica consenziente ho ripiegato nel potere sul padre e, adesso che sono mamma, mi sono distaccata da lui e devo dare ragione a lui e a quella parte di me che con la nascita della bambina ha preso definitivamente atto che sono donna. Ma dentro qualcosa resiste e non molla. Lilith vuole ancora vincere sul padre introiettato e non sul padre reale da riconoscere. La strada davanti si snoda in maniera prospera e la figliolanza aiuta. Lilith passa dalla “posizione edipica” alla “posizione genitale” amando meglio i suoi uomini e se stessa.

Lui mi ha preso di scatto la mano che avevo libera ed ha cominciato a stringerla, sempre più forte. Le sue unghie entravano nel dorso. Allora con il braccio che proteggeva mia figlia ho preso lo slancio ed ho cercato di colpire il suo volto con un pugno chiuso, ma mi sono svegliata.”

Il desiderio di potere si esalta nell’aggressività. Lilith combatte con se stessa e non sa come punire le sue mire espansionistiche sul padre e non sa come sistemarlo. Preferisce espiare il senso di colpa facendosi male da sola. La relazione con il “padre diavolo” e il desiderio di lui sono stati intensi e forti, direttamente proporzionali al dolore che in questa relazione traslata comincia dalla “mano” e finisce con “le unghie che entrano sul dorso”. Questa è la “traslazione” del coito, lo “spostamento” del desiderio di seduzione e di possesso del padre negativo, quello incestuoso. Il padre rifiuta ed è più forte e Lilith deve espiare il senso di colpa. Con il braccio che proteggeva la figlia, con il potere della madre Lilith si riscatta e cerca di mollare il suo desiderio e con il “pugno chiuso” rifiuta la relazione edipica, ma non la risolve perché deve riconoscere il padre. Il sogno dice che grazie alla figlia da quel momento Lilith ha rafforzato il suo essere femminile e si è staccata dal padre, ma ci dice anche che ancora non ha mollato l’osso e quanto ferino era il desiderio carnale e il bisogno di possesso del padre. La figura paterna è stata decisamente impegnativa e la figura materna non è stata accettata per cui l’identificazione è in via di completamento. Il sogno non ci dice se la figlia di Lilith stava a sinistra o a destra, ma diciamo che, se la figlia è sulla sinistra, significa che Lilith prende slancio dal suo essere femminile e dal potere di donna, se è sulla destra, prende slancio dal suo essere maschile ossia dal suo potere di madre. Insomma il sogno può finire qui perché ha detto tanto e in maniera chiara della psicodinamica edipica che Lilith si porta dentro da bambina. Soltanto la maternità ha scalfito questo grande amore verso il padre e il sentimento non è soltanto romantico, ma è anche e soprattutto molto bello perché è inserito in una cornice estetica di grande emozione.

Fine del sogno. Sa cosa mi preoccupa? Non l’averlo sognato, ormai siamo conoscenti da anni, mi permetta la battuta per sdrammatizzare, ma non essere riuscita a batterlo di nuovo, avere questa cosa in sospeso, come se avesse creato un legame…una continuità…non ho paura, so che posso batterlo.”

E’ finito il sogno, ma la psicodinamica non è finita di certo, è in sospeso come una relazione dorata ed evolutiva, come quelle storie che non finiscono mai e che ti lasciano in bocca un gusto tra il dolce e l’amaro. Lilith ancora deve fare tanti passi avanti dentro di lei e deve procedere verso il “riconoscimento” del padre, al di là della sua presenza e della sua assenza, dei suoi capelli biondi o neri, delle sue provvidenze e delle sue mancanze.

Lilith scrive in sogno la seguente lettera con le seguenti parole.

“Mio caro papà,

sei stato e sei per me un intrigo psichico che ancora mi piace, che mi porto dentro e dietro volentieri. Le nostre lotte sono le mie fantasie, quelle che ancora mi fanno compagnia e mi danno la forza di ricordarmi che avrei voluto essere maschio come te per starti vicino o essere femmina per averti in tutti i sensi. Grazie a questo conflitto sono cresciuta come l’erba del campo, fresca e bella per amarti. Ho coltivato la mia Afrodite senza averne coscienza e secondo la mia natura. Mi son voluta bene e non ho saputo fare a meno del potere e dell’amor proprio. E da donna fallica e narcisista ti dico ancora che “col cazzo” che mi cambierei con un’altra donna e “col cazzo” che ti cambierei con un altro padre. Il mio sogno è la mia lettera d’amore per te, quel sentimento struggente che non mancherà mai a me e che non ti farò mai mancare. Che questo amore si chiami Edipo o che si chiami Sigmund, io ho conosciuto e conosco te e il tuo nome, quello del mio adorato papà, il mio profumato diavolo, quello giusto per una degna figlia.

Sempre tua, Lilith.”

Bene, pubblichi pure la parte che le sembra più curiosa. A questo punto però mi prendo gioco di questo diavolo e mi firmerò Lilith. La ringrazio per il tempo che mi vorrà dedicare.”

Della scelta del nome ho già detto che non avviene a caso. E’ dettata da un “lapsus mentis”, un tradimento psichico in base al quale sintetizzo e sposto la verità che ho intuito e condensato in un nome, quasi presagendo che il mito di Lilith la riguardasse in tutto e per tutto. Lilith era la compagna “alla pari” di Adamo. Nella guerra culturale con il maschio non accettò la superiorità di Adamo simbolicamente attestata dallo stare sopra nell’amplesso sessuale. Adamo chiese a Dio di dargli la donna giusta e sottomessa in ogni senso. Per attestarne la dipendenza, Dio la estrasse dalla costola e la forgiò così bene da far dire ad Adamo che “questa si che è carne della mia carne e sangue del mio sangue, questa sì che mi va bene, non disturba e non ha tante fisime”. E di quell’altra, della cazzuta Lilith, quella che non te le mandava a dire e che aveva una buona “coscienza di sé”, quella è una donna negativa e merita di essere relegata nella parte brutta del “fantasma”. La facciano diventare il simbolo della donna che seduce, avvince e rovina e uccide il maschio. In tanta disgrazia di donna si proiettano le angosce del maschio in riguardo alla sessualità. La nomineremo regina del Male e dei demoni maligni di ogni dove e di ogni quando.” E così Lilith è stata ben servita nella Storia e nella Cultura. Può assommare nel suo malefico “entourage” le streghe medioevali e le streghe di ultima generazione, le Erinni, le Furie, le Moire, le divinità della morte. Il “Principio femminile” si è scisso tra le signore della Vita e della Morte, le donne che fanno figli sono di Eva, le donne che seducono e rovinano il maschio sono di Lilith.

Cosa dire ancora della nostra Lilith?

Piace così com’è e come si presenta, con le sue prerogative affermative e il suo esserci ed essere presente, il suo dire la sua, il suo farsi notare, la sua abbondanza di parole, quella donna che dell’imbarazzo non sa che farsene e sicura procede anche con un conto in sospeso: risolvere la figura del padre e riconoscerlo come la sua origine.

Buon viaggio nei meandri della tua psiche o moderna Lilith!

Prenditi gioco di te stessa, non disdegnare la compagnia e nella tua sicurezza lasciati seguire e curare senza ritenerlo una debolezza. Continua con la tua ironia e prenditi gioco di te e delle tue debolezze per farne forze e grimaldelli per continuare a vivere al meglio e senza danno. Grazie Lilith di esserti affidata ai tuoi sogni e di avere regalato i tuoi gioielli al nostromo e ai marinai di questo democratico “blog”, quello che non chiude i porti a nessuno e che non ha odi razziali e fobie ancestrali da difendere o da scaricare sui malcapitati di tutte le lingue e di tutti i colori.

Mi sono scordata di aggiungere che al risveglio la mano mi doleva molto e per qualche giorno ho sentito il dolore.”

La chiosa finale di precisazione mette l’accento sulla partecipazione nervosa e sulla capacità suggestiva che la funzione onirica possiede al punto di procurare una contrattura psicosomatica.

Cosa è successo?

Lilith ha tenuto la mano talmente stretta partecipando all’emozione delle varie scene del sogno che per alcuni giorni ha avvertito il dolore. Per la mezzora in cui è durato il sogno il dolore si è rinforzato e strutturato ed è direttamente proporzionale all’intensità del sentimento provato verso il diavolo, pardon verso il padre. Questa è la prova vivente che i disturbi psicosomatici esistono. Ricordo che la mano è stata stretta “sempre più forte” e che “le sue unghie entravano nel dorso”. Mancavano il sangue e l’ematoma e si poteva gridare al miracolo.

Potenza della Psiche! Amen.

PSICODINAMICA

Il sogno di Lilith celebra la psicodinamica “edipica” nei termini di un ironico e vibrante psicodramma condito di tanta tensione e di tanta emozione. La figura paterna è protagonista e dal triangolo interessato manca la madre. La trama sviluppa la “parte negativa” del “fantasma del padre” e mostra la dialettica relazionale e il protagonismo della figlia. La possibilità di esperire questo tipo di sogno si lega alla elaborazione della “posizione psichica fallico-narcisistica” di Lilith che fa da base all’ulteriore salto verso le dimensioni del desiderio e del trasporto. Il sogno di Lilith ha uno sfondo erotico di natura sadomasochistica, ma convertito al positivo da una verve ironica e da uno spirito satirico che si lasciano spiegare con una certa qual consapevolezza del forte legame che ha con il padre. Il sogno non si esime dal considerare la “posizione psichica genitale”, anzi ne fa lo strumento che impedisce la reiterazione del sogno e la modificazione leggera ma essenziale. La maternità di Lilith è la causa scatenante di una evoluzione psichica che lascia ancora la figura paterna in grande considerazione. Il sogno si può ritenere l’inno all’amore contrastato verso il padre e la presenza di note caratteristiche corporee e carnali ne fanno una disinibita, sia pur coperta dai simboli, modalità di sentire e di desiderare durante la concretezza vitalistica dell’infanzia e dell’adolescenza. Questo sogno non dispone a condividere a tesi ottimistica che vuole il bambino buono allo stato di natura ed esente da pulsioni libidiche. Rousseau aveva torto e Freud aveva ragione.

PUNTI CARDINE

I punti cardine per la corretta interpretazione del primo sogno si fissano su “un drago di colore scuro che mi dice di essere il diavolo” e in “brandisco una spada enorme e cominciamo una lotta fino a che io lo trafiggo e lui muore.” Il secondo sogno si esalta in “questa volta non vinci tu” e in “col cazzo!!!”.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

I “simboli” presenti nel sogno di Lilith sono “bestia” o istinto, “drago” o padre magico, “diavolo” o padre seduttivo, “spada” o fallo, “enorme” o enfasi, “trafiggo” o coito, “muore” o orgasmo, “libro” o storia psichica, “ombra” o parte psichica oscura, “nebbia” o obnubilamento della coscienza, “volto” o chiarezza logica, “cazzo” o potere fallico, “mano” o relazione, “unghie” o aggressività sessuale maschile, “pugno” o chiusura.

Gli “archetipi” rievocati sono il “Padre” e la “Sessualità maschile”. Ho parlato della “parte negativa” del Principio femminile nella figura archetipica di Lilith.

Il “fantasma” presente e dominante nel sogno di Lilith riguarda il “padre” nella sua “parte negativa”, la seduzione e l’incesto.

Il sogno di Lilith mostra l’azione dell’istanza psichica vigilante e razionale “Io” in “Io non ho paura” e in “sapevo” e in “non poteva che essere lui” e in “mi ha detto” e in “gli ho risposto. L’istanza psichica pulsionale e rappresentazione dell’istinto “Es” si evidenzia in “brandisco una spada enorme e cominciamo una lotta fino a che io lo trafiggo e lui muore.” e in “Col cazzo!!!” e in “Le sue unghie entravano nel dorso.” L’istanza psichica censoria e morale “Super-Io” è presente in “scuoteva la testa lentamente come a dire di no, con un sorriso di scherno.”

Il sogno di Lilith esalta la “posizione psichica edipica” in “una bestia enorme” e in “un drago di colore scuro” e in “il diavolo”,

la “posizione psichica fallico-narcisistica” in “brandisco una spada enorme”,

la “posizione psichica anale” con la relativa “libido sadomasochistica” in “io lo trafiggo e lui muore” e in “Le sue unghie entravano nel dorso.”,

la “posizione psichica genitale” in “ero a letto con mia figlia” e in “D’istinto ho messo una mano sopra mia figlia come a proteggerla,”.

Il sogno di Lilith usa i seguenti “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia: la “condensazione” in “bestia” e in “spada” e in “nebbia” e in “cazzo” e in “pugno” e in altro, lo “spostamento” in “drago” e in “diavolo” e in mano” e in “unghie”, la “simbolizzazione” in “diavolo”, la “drammatizzazione” in “Mi ritrovo in un luogo chiuso e all’improvviso sopra di me vola una bestia enorme,” e in altre parti scenografiche ad alta intensità emotiva, la “figurabilità” in “brandisco una spada enorme” e in “Le sue unghie entravano nel dorso.”.

E’ presente il processo psichico di difesa della “regressione” nei termini richiesti dalla funzione onirica e non dalla trama del sogno. Il processo della “sublimazione” non si configura nella psicodinamica istruita, mentre il processo della “materializzazione” o della visione concreta della rappresentazione è usato con destrezza.

Il sogno di Lilith manifesta nell’evidenza allucinatoria un tratto psichico “edipico” all’interno di una cornice psichica “fallico-narcisistica”. Si pone la domanda se domina la relazione conflittuale con il padre o la buona e bella convinzione che Lilith ha di se stessa. Del resto, entrambe le posizioni sono quasi contemporanee. Optare per l’interazione delle due è cosa saggia e giusta anche perché Lilith merita di essere considerata nella sua totalità. E’ una donna molto ricca di idee e di emozioni, di slanci e di riflessioni. Non a caso nel sogno introduce anche la “posizione genitale”, il suo essere madre, quasi per completare la sua epifania in pieno accordo con i suoi bisogni e desideri di essere vista ed apprezzata. Riepilogo: il sogno di Lilith mostra una “organizzazione psichica reattiva”, struttura psichica evolutiva, “fallico-narcisistica-genitale”, un complesso di “fantasmi” e di vissuti ben dosato nell’amor proprio e nella disposizione agli altri.

Le figure retoriche formate da Lilith nel suo sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “bestia” e in “spada” e in “cazzo” e in “trafiggo” e in altro,

la “metonimia” o relazione logica in “drago” e in “diavolo” e in “unghie” e in “pugno”,

la “iperbole” o esagerazione espressiva in “io lo trafiggo e lui muore”,

la “enfasi” o forza espressiva in “col cazzo!!!”.

La vena poetica del sogno di Lilith si condensa e si ritrova nel crudo realismo e nel rendere “pop” i tormenti psichici. Lilith, del resto, è una donna che comunica e regala tanto di sé.

Analizziamo le allegorie forgiate dall’intraprendenza poetica di Lilith. “Brandisco una spada enorme” è allegoria della “posizione fallico-narcisistica”.

“Il suo volto andava e veniva come nella nebbia,” è allegoria della caduta progressiva della coscienza e dell’obnubilamento mentale, nonché del ritmo sessuale e della ricerca dell’orgasmo.

“Con un sorriso di scherno” è l’allegoria della difesa dall’incesto.

La “diagnosi” dice di una “posizione edipica” dominante e ancora in fase di sistemazione o accomodamento. Dice di una armonica mistura psichica che non disdegna il narcisismo e la maternità, l’amor proprio con l’altruismo. Dice di una ricchezza di temi e di tratti che non rischiano la povertà.

La “prognosi” impone a Lilith di maturare la conflittualità con la figura paterna e con la figura maschile procedendo al superamento delle formule “onora il padre” e “uccidi il padre”. Più che mai è indicata questa prognosi o questo consiglio-comando psicoterapeutico, perché Lilith trasvoli con energia verso il “riconosci il padre” come il simbolo delle origini, come il suo re e non come il suo angelo del male. All’interno di questa “razionalizzazione edipica” Lilith deve inserire la figura materna affinché l’opera sia completa ed esauriente, dal momento che la sua femminilità si acquieti anche nell’attesa nel desiderio.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in una “psiconevrosi edipica” e nello specifico in una sindrome d’angoscia o istero-fobica qualora i “meccanismi di difesa” non riescano a contenere e a far defluire l’effervescenza dei “fantasmi” e dei vissuti.

Il “grado di purezza onirica” è “buono”, Il sogno è ricorrente e si basa sulla persistenza nella psiche della trama conflittuale con il padre e sulla direzione costante verso questa figura. Contaminazioni razionali nella trama del sogno sono improbabili alla luce della drammaticità e dell’originalità del prodotto psichico sfornato ripetutamente.

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Lilith si attesta nella persistenza della relazione conflittuale edipica, per cui basta anche un pensiero rivolto alla figura paterna o similare per ridestare la formazione del sogno. Diciamo meglio: la psiche di Lilith è in gran parte “imprittata” dalla figura paterna.

La “qualità onirica” è decisamente “surreale” in omaggio alle intemperanze metafisiche e alle acrobazie simboliche della nostra protagonista.

Il sogno di Lilith è altamente emotivo anche se reiterato. Ogni volta è come la prima volta a livello emotivo e non a livello narrativo. Si verifica nella fase REM del sonno e nella seconda per l’agitazione e per la memoria. Questo sogno può avere la durata di mezzora.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione del senso del “tatto” in “Le sue unghie entravano nel dorso”, della “vista” in “ho cominciato ad intravvedere l’ombra di un viso che continuava a cambiare forma” e dello “udito” in “dicendo sono io”. Nel complesso il sogno è ad alta intensità emotiva e coinvolge l’apparato sensoriale sollecitandolo in maniera importante.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Lilith è “ottimo” alla luce della chiara simbologia, per cui il “grado di fallacia” è “minimo”. Pur nella sua eccezionalità il sogno del “diavolo” è molto diffuso e richiama sempre lo stesso “fantasma” e la stessa figura genitoriale.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Lilith è stata letta da una collega di Siracusa che ha voluto mantenere l’anonimato. E’ venuta fuori la seguente discussione via “skype”.

Collega

Molto interessante, come sempre del resto, quello che riesci a tirare fuori da un sogno, ma non soltanto a livello personale, soprattutto a livello culturale. Si vede che la tua formazione di base è storica e filosofica. Ma, secondo te, il padre di Lilith è vivo?

Salvatore

Perbacco se è vivo! E’ vivissimo dentro di lei al punto che è arduo razionalizzarlo e riconoscerlo, farlo diventare il simbolo maschile delle sue radici. Lilith deve fare questo percorso di auto-consapevolezza perché non può bloccare la necessaria evoluzione psicofisica. Anche se questa benedetta donna è meravigliosa con i suoi diavoli e le sue streghe, deve superare la conflittualità edipica, come si sta accingendo a fare. Superarla non significa ometterla o dimenticarla, tutt’altro! Lilith si è costruita sul basamento paterno e materno, edipico, per cui superarla significa il riposo della guerriera, ridurre il narcisismo al rango di amor proprio, non dare necessariamente un pugno in faccia a chi si propone con le sue prepotenze e le sue difficoltà. Significa acquisire una buona autonomia dentro e superare le dipendenze che, bene o male, la conflittualità con il padre stabilisce e struttura. Questo è quanto riguarda il papà dentro Lilith. Se il papà è ancora vivo nella realtà esterna, Lilith deve comportarsi in un modo ben preciso. Se il papà è partito per il “chissà dove” o il “chissà quando” o il “chissà nulla”, Lilith deve fare sempre qualcosa. Prima che tu mi chieda cosa deve fare Lilith, ti dico che i dati del sogno non consentono di dire se il padre è vivo o è morto. E su questo punto non mi pronuncio. Allora, riprendo il discorso di prima. Se il padre è vivo, Lilith deve goderselo al massimo consentito dalle umane leggi e deve arrivare al punto di adottarlo e di farne oggetto di culto. Questo approccio non crea dipendenza o regressione, tutt’altro, è catartico dei sensi di colpa e non si può equiparare al comandamento “onora il padre” perché la figlia si colloca nella sua piena autonomia e ha liberamente scelto questo atteggiamento e questa modalità affettiva. Se il padre è morto, Lilith sulle prime avrà faticato a raccapezzarsi sull’irrimediabilità della perdita e avrà controllato il suo “fantasma di morte”, per poi passare alla “razionalizzazione del lutto” attraverso il certosino riattraversamento dei vissuti e dei conflitti connessi alla intensa e struggente dialettica psichica vissuta con il padre. Lilith dovrà senza riscontro esterno assolvere i sensi di colpa che inevitabilmente chi muore lascia ai sopravvissuti di qualsiasi grado di parentela. Da quello che dice il sogno, Lilith ha avuto o avrà a che fare con la sua vitalità interiore ed esteriore. E’ una figlia che ha tanto vissuto, è una donna che ha tanto da dire, è una madre che ha tanto da insegnare.

Collega

Sorprende il fatto che Lilith non faccia menzione della madre nel sogno, neanche un minimo tradimento sulla presenza in lei di questa figura importante. Non dimentichiamo che è una donna e che ha dovuto identificarsi in qualche modo nella figura materna. Invece è tutta presa dal diavolo del padre.

Salvatore

Proprio vero, Lilith può aver vissuto la madre nella assoluta normalità, ma la relazione con il padre è stata più fascinosa e struggente, direi “sognante”. La sua non è una fuga dalla madre per ripiegare sul padre, il suo è proprio amore allo stato puro e ferino verso l’universo maschile condensato nel padre.

Collega

Se si fosse identificata totalmente nel padre, avrebbe maturato una identità maschile e avrebbe scelto una relazione omosessuale. Invece è stata proprio attratta dal maschio e ha scelto il primo maschio della sua vita e ne ha fatto il primo amore: il padre. Il problema può essere rappresentato dal fatto che se l’è portato dentro e dietro tanto tempo, fino a quando non è diventata mamma, quasi a dire a se stessa “adesso sono femmina a tutti gli effetti” e l’oggetto dell’amore adesso è anche mia figlia. Questo ha contribuito a staccarla dal padre e a maturarla verso sogni diversi.

Salvatore

Aggiungerei anche che dal padre ha assorbito l’aggressività e la caparbietà, perché lei non ha sognato quest’uomo sotto forma di un re o di un principe, ma lo ha sognato come un “diavolo” e con tanta ironia, un quasi sarcasmo. Questa carica di umorismo le è servita per non prenderlo sul serio e per non prendersi sul serio. Certo che Lilith da bambina aveva una soglia bassa per quanto riguarda la frustrazione, ma, crescendo e ampliando i suoi orizzonti psichici, ha alzato l’asticella al punto giusto per non subire delusioni e inutili tormenti.

Collega

Penso che tu non abbia colto un dato importante che è questo: la “parte maschile” e la “parte femminile” della psicologia di Lilith. Lei ha esaltato la “parte maschile” e ha raddoppiato le cose da maschi pur restando femmina. Immagino una bambina che giocava con i maschietti e che solidarizzava con i fratelli, ma che è stata sollecitata dalla mamma a essere una bambina e a vestire da bambina. Penso anche che a questo punto sto esagerando e che va bene l’interpretazione del sogno e sono sicura che a Lilith servirà per migliorarsi come persona con i suoi simili e con gli affetti più cari.

Salvatore

Pienamente d’accordo. Lilith ha una “androginia” propensa al maschile, come Afrodite. In ogni caso quello che attrae il maschio è anche questo potere che la donna esibisce. Lilith non è una femmina lessa e bacucca come oggi la tv spazzatura impone e manifesta. Averne di Lilith in questo mondo e in questa società! Lilith è una donna di potere, fallica al punto giusto e nel modo giusto.

Collega

Adesso ti pongo un problema importante e che tu conosci bene: quanto fa bene e quanto fa male l’interpretazione di un sogno attraverso la via telematica. Io sono ferma nel mio lavoro dentro una stanza chiusa e nell’intimità del viso a viso. Io sono ancora ferma alla possibilità di avere una relazione umana e non virtuale. So che quello che tu fai con l’interpretazione dei sogni non ha niente a che vedere con la psicoterapia vera e propria, così come penso che la psicoterapia ha bisogno di un analista in carne e ossa che ascolta e che può spiegare e con cui puoi interloquire come essere umano. So che mi dirai che tu sei uno scrittore di cose psicologiche e che sei aperto alle novità di tutti i tipi, quindi puoi anche non rispondermi.

Salvatore

Sono discorsi vecchi, triti e ritriti. Io sono uno che studia il sognare e il sogno. Chiedo ai colleghi e alla gente di collaborare e di sostenere questa mia mania antidepressiva possibilmente spedendomi un loro prodotto psichico. Loro sanno che riceveranno una decodificazione dove parlerò, né più e né meno, di quello che già sanno o paventano. La relazione è umana, ma avviene in forma informatica ma non distaccata. Io al novantanove per cento non conosco le persone che hanno collaborato e collaborano con me e a cui ho offerto e offro la mia competenza e la mia ricerca. Cammin facendo ci si accorge che l’interpretazione del sogno eseguita in maniera “blog” aiuta a confermare e a rafforzare le certezze o a dissipare i dubbi, ci si accorge che ha la funzione di “razionalizzare il rimosso” e il trauma, come ha fatto Freud con se stesso quando ha iniziato a fare l’autoanalisi interpretandosi i sogni. La teoria si è evoluta e la pratica dell’interpretazione si è affinata ed è venuto fuori quasi un “sistema-paradigma psichico” desunto da tante teorie e da tanti teorici. Questo non è il punto di arrivo perché il traguardo non esiste. Il sogno è talmente ignoto in gran parte che qualsiasi sbocco anche metapsichico è possibile, come puoi constatare in altri “blog” o in altri articoli sull’argomento che appaiono in rete. Io sono quello che mantiene i piedi in terra e non cado nella superstizione. Il mio “blog” ha la funzione di divulgare una discutibilissima modalità di interpretare i sogni. E fortunatamente non ce ne sono tanti, ti assicuro.

Collega

Condivido.

Salvatore

La razionalizzazione migliora la presa di coscienza. Oggi nel “blog” sono presenti duecentoventicinque decodificazioni di sogni, l’ottanta per cento di donne e il venti per cento di uomini. Basta estrarre i simboli portanti dal sogno e scriverli in alto a destra dove c’è la lente d’ingrandimento e ti vengono fuori i sogni che hanno trattato questi simboli o questi temi. Puoi leggere qualcosa che ti riguarda con il distacco emotivo di chi diffida o con la curiosità di chi vuol sapere.

A questo punto il contatto si è interrotto e non si è potuto ripristinare.

Meglio così!

Per il sogno di Lilith ho scelto la storia di una donna che teme i “diavoli” nella veste dei “dissennatori”: Antonia Soares, una donna che fa fatica a lasciarsi andare in ogni senso. Ricordo che la strega medioevale, a cui Lilith fa da madrina, nel testo classico del “Malleus maleficarum”, a firma dei monaci domenicani Sprenger e Kramer e datato 1487, era accusata di essere l’artefice del maleficio della perdita della “coscienza di sé” e della vigilanza nel maschio tramite la seduzione e il coito. Questa è la chiara “traslazione” dell’orgasmo e della colpevolizzazione della sessualità da parte delle strutture ecclesiastiche, quelle che ancora oggi discutono sulla pedofilia dei ministri e dei gerarchi della Chiesa. La storia di Antonia conferma che la figura del “dissennatore” è un “fantasma” ed è distribuito equamente tra maschi e femmine perché rappresenta l’angoscia di morte legata alla “castrazione”, alla perdita della vitalità sessuale a causa del senso di colpa istillato ad arte dal Padre e dalle gerarchie culturali dominanti.

Buona meditazione e… alla prossima !

CIAO AMERIGO

Ciao Amerigo,

infelice compagno di viaggio,

è meglio che ti scriva

perché non va bene che ti telefoni sempre.

Cosa potrebbero pensare i benpensanti?

Potrebbero pensare quello che pensano i malpensanti.

Sai,

non riesco a contenermi,

sono esuberante e trabocco energia anche dal reggiseno.

A volte mi sento scoppiare

e non riesco a mantenere la giusta distanza da te,

da te che sei il mio scarico a senso unico,

il mio cesso personale.

Anticipatamente ti chiedo scusa

se t’investo e ti travolgo con le mie originali paranoie,

ma tu, Michele e Lucia,

tu, Pasquale e Nicola,

siete in questo momento i miei punti di riferimento,

i paletti della mia vigna malata di peronospora.

Sì, certo, è vero

che io chiamo al telefono anche Renata,

che parlo con Gigi e a volte con Nicoletta,

ma tu resti il mio interlocutore privilegiato.

Nicoletta mi ha detto di proteggermi,

probabilmente perché in questo periodo sono in carne viva

e tutto ciò che viene da fuori mi fa male.

Ho chiesto a mia madre

se ha messo acqua nella boccetta del Serenase.

Lei ha detto di no,

ma tanto non me lo direbbe mai.

E se anche fosse, fanculo e fanstraculo.

Io dico le cose e neanche mi ricordo

o forse sono gli altri a dirle al posto mio

dicendo poi che le ho dette io.

Sono tutti stronzi

e poi ti incantano con le belle parole

e ti fregano solo perché sei ingenua

e non sei cresciuta abbastanza.

Non so se questa frase sia diretta a me o a te.

Tu non ti fai fregare, vero?

Stai attento,

mi raccomando,

perché a volte io parlo convinta di quello che dico,

ma è solo così

perché le parole e la voce non sono collegate al pensiero.

Le parole e la voce sono soltanto parole e voce.

Te l’ho detto

che i tormenti della mia vita scorrono di quattro anni in quattro anni

e che cominciano dai quattordici anni

perché del tempo precedente non ricordo nulla.

Te l’ho sempre detto.

O forse non l’ho detto a te

ma l’ho detto a qualche altro stronzo.

Comunque il primo atto inizia con la confusione in testa

e così mi sono frastornata,

il secondo con il dolore dentro

e così mi sono sposata,

il terzo con la ricerca di me stessa

e così sono entrata in comunità,

il quarto atto con il Centro diurno

e questo è stato ed è il più intenso e difficile

perché non si tratta più di una commedia,

ne va del mio equilibrio psicofisico,

ne va della mia vita.

La posta in gioco è alta, molto alta.

E poi ti avevo anche detto

che in questo gioco perverso qualcuno poteva uscire di senno

per opera dei dissennatori

e che forse questo qualcuno potevo essere io.

I dissennatori!

Lo sai chi sono i dissennatori?

Sono quelli che ti mangiano i bei ricordi

e ti fanno rivivere soltanto quelli brutti,

ma guai se ti baciano sulla bocca

perché potresti morire.

Potrebbero succhiarti il cervello direttamente dalla bocca.

L’unico modo per sconfiggerli

è cercare con tutte le tue forze di evocare un bel ricordo,

forse il più bello in assoluto

e con quella forza i dissennatori spariscono

dopo aver pronunciato le parole magiche “expeto patronum”.

Mi correggo,

non potresti morire,

ma potresti essere completamente svuotato,

ridotto a un essere inutile,

incapace di accorgersi del mondo esterno

perché non ci sei e quindi non puoi viverlo,

forse come se tu fossi un sasso.

Non mi viene in mente nessun bel ricordo,

forse i combattimenti che facevo a judo e la grinta che avevo,

grinta che, se ancora oggi avessi, andrei dritto per la mia strada

senza aver bisogno di niente e di nessuno.

Avrei così la forza di reagire,

cosa che sto facendo incazzandomi con Carmelo, con la Dora

e con chiunque ostacoli in certi momenti il mio percorso,

chiunque, come tu hai detto, sconvolga la mia logica,

chiunque io trovi sul mio cammino

che crede con belle parole di togliermi la ragione,

ragione intesa come condizione psichica.

Costui è il dissennatore, per l’appunto.

Tu non sei un dissennatore,

Dora invece sì,

specialmente quando mi dice che sono soltanto una figlia dei fiori

e che è ora di smettere di farsi le seghe mentali.

Ma Dora, si sa, è una persona molto concreta

e non accetta le astrazioni,

i sogni,

le fantasie,

i deliri,

perché lei conclude e arriva sempre a realizzare qualcosa.

Questo per me è un brutto ricordo.

E dove sono i bei ricordi del Centro diurno,

dove sono i bei ricordi con lei,

dove sono le nostre battaglie contro il sistema psichiatrico?

Ora le battaglie le faccio io anche contro di lei,

ma ti assicuro che le mie battaglie sono molto distruttive.

Per quanto tempo durerà questa lotta inutile

dove non ci saranno né vinti, né vincitori.

Non pregherò Dio,

ma chiedo a me stessa la forza di stare distante da Dora

anche solo emotivamente,

perché giustamente, come dice Nicoletta, mi devo proteggere.

Tu non sei un dissennatore.

Io ti vivo come una persona interiormente fragile,

ma esternamente forte.

Tu sei sensibile,

ipersensibile direi,

per quanto forse tu non lo voglia ammettere

e così ti fai venire il mal di schiena.

Ricordo che eri rimasto sconcertato

del fatto che ogni volta che parlavo di me e del mio corpo

ti dicevo che sentivo una forte puzza.

La puzza, sai, non ti deve far venire angoscia,

perché in fondo l’olfatto è uno dei primi sensi di ogni bambino,

è qualcosa che ti porta alle origini

ed è comunque qualcosa che ti fa riconoscere te stesso o l’altro.

E’ delizioso sentire il profumo degli altri,

tanto quanto è rassicurante per me sentire la puzza dei miei piedi.

Le lenzuola io non le cambio tanto spesso

e così sento la mia puzza,

ma, se le cambio e profumano, mi sento soffocare

perché le lenzuola diventano l’altro da me.

Quando sono a letto,

io sono un tutt’uno con le lenzuola, il cuscino e le coperte

e questo è per me rassicurante.

Sai una cosa?

Credo di essere riuscita a tirar fuori qualcosa di bello

perché adesso mi sento molto tranquilla

e Dora, o chi per essa, non c’è più.

Tu li senti i profumi

o sei forse distratto e preso da tutto ciò che ti circonda

e non hai nemmeno il tempo di cagare?

Sì, lo so, vado da un estremo all’altro

e la mezza via è, invece, la giusta posizione.

La mezza via è sempre stata la giusta posizione,

ma quando manca il filtro e ti ritrovi in carne viva,

allora,

è meglio non sentire niente perché si sente troppo.

Il filtro può essere qualcun altro.

Il filtro può essere uno qualsiasi.

Puoi essere tu

che in questo momento stai filtrando la mia rabbia,

può essere Michele

che in questo momento sta filtrando la mia confusione.

In fondo cos’è la rabbia

se non l’espressione vitale di una confusione.

E che cos’è la confusione

se non una lotta vitale contro i dissennatori

per cercare un ricordo, una speranza, un progetto,

magari il più bello in assoluto e per quanto limitato,

un progetto in cui devi credere perché lo vedi.

Lo devi vedere quest’orizzonte,

perché il mare più bello è quello che ancora dobbiamo navigare.

Soltanto in questo modo i dissennatori spariscono

e non hai più paura di loro.

Se questa lettera la leggerai stasera,

ti auguro una buona notte,

altrimenti buona giornata se la leggerai domani.

Comunque grazie di tutto e,

mi raccomando,

stai attento anche tu ai dissennatori

e combattili sempre con tutte le forze fisiche e trascendentali.

“Expeto patronum!”

Elaborato in Pieve di Soligo e nel mese di Maggio dell’anno 1989

Salvatore Vallone

LA COLONIA ESTIVA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Un sogno ricorrente che facevo da bambina era vedere la mia casa che andava a fuoco.

L’angoscia che ne derivava era tanta perché immaginavo che assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.

Il sogno si presentava d’estate quando ero in colonia, posto dove non mi piaceva stare e che mi provocava disagio e forte nostalgia di casa.

Anche quando tornavo a casa, alla fine delle tre settimane, il disagio si ripresentava con crisi di pianto che non riuscivo a trattenere all’ora di pranzo o cena, quando ci si trovava insieme a tavola e che mi provocava ansia perché non capivo cosa mi stava succedendo.”

Pulcino

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI PERSONALI

La “colonia estiva” era il toccasana per le famiglie numerose e per i genitori improvvidi che popolavano l’Italia fascista e post fascista, più che democratica e repubblicana. Eravamo tanto poveri in tutti i sensi, c’era poco da mangiare, eravamo tutti magri, la dieta era naturale e non prescritta da alcun medico, i morsi della fame ti braccavano di notte e nel mezzo del sonno ti svegliavi con la dolorosa contrazione dei muscoli dello stomaco. Il Regime aveva messo a dura prova l’italica Intelligenza e la crudele Guerra aveva distrutto il bel Paese. L’oro era stato regalato alla Patria in cambio del vile metallo. Conservo ancora le “fedi” di ferro che erano state date ai miei genitori in cambio degli anelli nuziali d’oro. Che brutto imbroglio!

E i bambini?

I bambini non stavano a guardare, erano sempre impegnati perché l’Italia fascista aveva un culto per l’infanzia e per l’educazione della nuova generazione agli inossidabili valori della Famiglia, della Patria, del Dovere, del Duce, del Libro e del Moschetto. I libri sussidiari delle scuole elementari avevano proprio l’intento di coniugare lo studio e le armi, la grammatica e la pratica, la forza e la vittoria. Tra padri fanatici e madri necessariamente compiacenti l’Italia andava verso i destini imperiali in Africa. Intanto le colonie estive al mare o in montagna prosperavano sotto l’egida della benemerita “Opera dei balilla e dei figli della lupa”, le organizzazioni per l’assistenza e l’educazione fisica e morale della gioventù. Tutti in divisa ed equamente divisi in maschi e femmine, come nelle scuole. E di bambini ce n’erano tanti e tanti, tutti quelli che sopravvivevano al parto e alle malattie epidemiche. Si calcolava che una donna diventava madre a diciotto anni e di anno in anno procreava con indiscutibile chirurgica precisione per dare i figli alla Patria e per compiere il suo Dovere di femmina e di italiana. Le politiche per l’incremento demografico colmavano la misura e premiavano con qualche lira la Vita che si affermava sulla Morte. Eros e Thanatos erano sempre insieme e sempre in conflitto. E d’estate si andava tutti al mare non per mostrare le chiappe chiare, ma per educarsi ai valori della Famiglia, della Patria e del Dovere. E se tu non facevi parte del coro, se facevi lo sberleffo al Duce, le manganellate e le purghe di olio di ricino erano belle e pronte per farti cambiare idea. Oppure il Regime ti mandava a sue spese in una “colonia penale”, una colonia non estiva ma punitiva, un carcere o un penitenziario a scelta tra queste bellissime isole italiane: Pianosa, Tremiti, Montecristo, Pantelleria, Capraia, Ventotene, Ponza. Favignana.

Che tempi erano quei tempi!

Qualche grillo parlante ieri e oggi immancabilmente dice che sono passati, ma non c’è niente di più falso. Il Fascismo era apparentemente passato perché la sua nefasta Cultura era intatta nell’animo “imprittato” dei sopravvissuti alla barbarie politica e alla furia omicida degli invasori. La Scuola era autoritaria e per niente a misura di bambini, nonostante Maria Montessori e la scuola di Barbiana inventata da un prete di campagna, don Lorenzo Milani. Anche l’Italia repubblicana con finalità democratiche ha portato avanti negli anni cinquanta e sessanta il costume toccasana della “colonia” e del “collegio” laico o religioso, organi micidiali per l’infanzia e per l’economia psichica dei bambini. In famiglia e a turno i genitori seminavano il terrore per ottenere l’ordine con la famigerata frase “se non fai il bravo, ti mando in collegio”. La “colonia” sbarellava l’infanzia già precaria di suo e rafforzava i “fantasmi” già inquieti per natura. Se si era fortunati c’era qualche ente comunale o statale o di categoria che d’estate raccattava i poveri bimbi italiani e li collocava nelle località amene del paese per farli divertire e per nutrirli meglio, per educarli a essere forti e liberi, per essere migliori cittadini e provetti cristiani. I moderni e repubblicani ricoveri erano gestiti da suore e da educatori dello stampo ideologico e culturale postbellico. In tanta benefica disgrazia si esaltavano e si incrementavano i disturbi psicosomatici dell’infanzia e dell’adolescenza, del tipo le conversioni isteriche e le somatizzazioni dell’angoscia, i disturbi dell’appetito, del sonno, della respirazione, della vescica e altro a volontà e al vostro buon cuore. Ogni bambino aveva già il suo organo debole e la sua funzione precaria. Qualche bambino era già malato di tubercolosi o di enuresi, di asma o di anoressia. La lontananza dalla famiglia e dalla casa esasperava l’equilibrio psichico, strizzava la Psiche come un cencio e le scariche delle tensioni facevano il resto portando a compimento l’opera nefasta iniziata dai genitori e consumata dagli educatori.

E la mia famiglia?

I miei fratelli scapparono di notte dalla colonia di montagna e secondo le dinamiche delle favole dei fratelli Grimm alla ricerca della mamma e del papà, angosciati come se fossero stati strappati al grembo e al nido. Furono riacciuffati e adeguatamente puniti, ma non furono espulsi come avrebbero gradito. Le altre mie sorelle si facevano compagnia: di giorno si tenevano per mano e di notte si addormentavano abbracciate.

Ma si era stupidi o si era bambini?

Si era bambini.

Io ero un gran mascalzone e mi ero catapultato direttamente a casa dopo i primi giorni di noia e di insopportabile disciplina. Io non facevo la pipì a letto di notte, ma il bambino che dormiva nel letto a castello sopra di me, purtroppo per lui, era enuretico. E i maestri? Ci picchiavano con le bacchette di bambù nelle nocche delle dita se, per caso, eri normalmente vivace. Ricordo che sono scappato dalla colonia marina direttamente dal gabinetto e dopo essermi letteralmente cagato addosso perché non ero riuscito a liberarmi dai legacci a forma di bretelle che la suora aveva incrociato al mattino per darmi una mano a vestirmi. Riuscii a fare quei pochi chilometri in tanto travaglio, ma il ritorno a casa fu un nuovo dramma perché mio padre non condise la mia decisione e fece ballare la cinghia di cuoio di fronte all’indisciplina. Quella fu la mia prima vittoria sulla sopraffazione. Io soffrivo di broncospasmo dentro l’umido scirocco dell’isola di Ortigia e a causa del naturale “fantasma di abbandono”. La diagnosi della vecchia maga, a cui mia madre si era rivolta per un piatto di ceci, era stata la seguente: “stu picciriddru iavi u scantu” o “questo bambino soffre di spavento”. Una diagnosi in linea con la Psicoanalisi di Freud e con la Medicina psicosomatica di Georg Groddeck o di Franz Alexander. Mia madre, intanto e in attesa di farmaci migliori, mi curava con il benefico balsamo “vicks vaporub” e mi ungeva il petto con tutto il suo amore. Lei sapeva che questa era la cura migliore e che la “colonia” era un inferno per i bambini, ma il suo “sapere” era tenuto in poco conto.

Chiudo il serbatoio dei ricordi e delle riflessioni personali per passare al racconto e al sogno della bambina Pulcino.

Niente di nuovo sotto il sole!

Sono confermate le psicodinamiche di abbandono e i “fantasmi” associati secondo le coordinate dell’angoscia e della somatizzazione: “conversione isterica” e “formazione di sintomo” in attesa della benefica e salutare “razionalizzazione” del rimosso o della “presa di coscienza” del “ritorno del rimosso”, quel rigurgito psichico causato da pensieri incontrollabili o da eventi casuali.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Un sogno ricorrente che facevo da bambina era vedere la mia casa che andava a fuoco.”

Il “sogno ricorrente” attesta la tesi che vuole la Psiche occupata per un periodo di tempo dal materiale emerso e in corso di elaborazione al fine di poter operare un ordinato smaltimento dei “fantasmi” e dei vissuti, al di là della loro qualità. Esempio: la conflittualità traumatica è soltanto un parte di questo contenuto introiettato. La Psiche è intenzionata, è diretta e si dirige verso esperienze possibili di quel tipo e di quella qualità. Il sogno esprime sempre e soltanto il materiale psichico in atto. Il sogno “ricorrente” conferma la “teoria della persistenza” e ha la benefica funzione di smaltire le energie nervose in eccesso, quelle che disturbano l’equilibrio omeostatico e hanno necessariamente bisogno di essere trattate, ripulite ed espulse.

Da bambina” dimostra che l’infanzia e l’adolescenza sono tappe evolutive delicate e intense, proprio perché ricche di novità e di forti emozioni. Pulcino si trova addosso i vissuti e i “fantasmi” delle “posizioni orale, anale e fallico-narcisistica” ed è in procinto di partire per la conflittualità “edipica” con i genitori. Vedi che trambusto e che complicazione abitano nell’animo di una graziosa “putea”?

Vedere” equivale a una salutare forma di “presa di coscienza” compatibile con l’età e con la funzione “Io”. Purtroppo questa consapevolezza è simbolica e non si evolve in una “presa di coscienza”, ma se ci fosse stato lo psicologo a interpretare il sogno della bambina, la consapevolezza da simbolica sarebbe diventata razionale e avrebbe apportato una ventata di aria pura nella stantia atmosfera sub-liminare o subconscia. Spiegare a una bambina che si tratta di una psicodinamica e che significa quel che significa, è semplicemente salutare.

La mia casa” si riduce simbolicamente alla mia struttura psichica evolutiva, alla mia “organizzazione psichica reattiva”, alla “mia casa psichica” con annessi d’arredo e connessi abitativi. La “mia casa” attesta di un buon amor proprio e di un incipiente senso dell’Io. Pulcino ha i piedi per terra, ma non può evitare a se stessa i traumi inferti dal destino infame e dalla superficialità culturale dei suoi genitori.

Andava a fuoco” si traduce in un investimento eccessivo di “libido”, in un eccesso di tensione nervosa direttamente proporzionale al trauma subito e in corso di smaltimento. La Psiche è interessata da un afflusso improvviso di tensioni collegate alle paure e alle angosce che la bambina Pulcino sta vivendo e sperimentando sulla sua pelle. Questo vale per la bambina. Di per se stesso il “fuoco” simboleggia la purificazione estrema dai sensi di colpa e la metamorfosi dei contenuti psichici in gestione tramite i “meccanismi di difesa” atti a commutare i vissuti magari nell’opposto e a deprivarli della loro carica autolesionistica e distruttiva: “isolamento”, “intellettualizzazione”, “annullamento”, “volgersi contro il sé”, “formazione reattiva”, “sessualizzazione”, “sublimazione”, “formazione di sintomo”, “conversione isterica”.

L’angoscia che ne derivava era tanta perché immaginavo che assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.”

L’angoscia” è la tensione nervosa che consegue a una paura senza oggetto specifico, deriva dal tedesco antico “angst” che si traduce “mi stringe” e si caratterizza a livello somatico per un nodo alla gola che ostacola il corretto e naturale andamento del respiro: blocca la fisarmonica. Spiego meglio: “l’ansia” è la tensione nervosa necessaria per affrontare un pensiero o un’impresa, la “paura” è la giusta e naturale tensione verso il pensiero e l’impresa, la “fobia” si attesta nello “spostamento” inconsapevole dell’oggetto dell’ansia e della paura in un altro oggetto che lo rievoca, “l’angoscia” è una dolorosa reazione nervosa senza un manifesto oggetto esterno, è un accadimento psichico interno e apparentemente privo di causa. Pulcino reagisce al trauma dell’incendio della sua casa, all’angoscia della mancata consapevolezza della sua intensa rabbia distruttiva, all’impotenza di capire e di reagire, con l’angoscia di cui si è detto. Pulcino sta doppiamente male, per il trauma reale esterno e per la tensione, altrettanto reale, interna: “l’angoscia era tanta”.

Immaginavo” spiega la formazione del “fantasma”, l’allucinazione che condensa il trauma interno ed esterno: “assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.” Attenzione! La bambina Pulcino associa il suo tormento psicofisico, l’angoscia, all’autodistruzione, una pulsione sadomasochistica, che coinvolge i suoi “genitori”. Spiego meglio: la bambina scarica la sua aggressività contro se stessa e contro le persone responsabili della sua angoscia, i genitori. Lei si è sentita morire e loro erano stati insensibili, non l’avevano difesa da questo tormento struggente. Sembra che la bambina tema l’abbandono e la solitudine, ma in effetti sta reagendo simbolicamente all’abbandono da parte dei suoi genitori formulando la giusta allucinazione, il “fantasma depressivo di perdita”.

Il sogno si presentava d’estate quando ero in colonia, posto dove non mi piaceva stare e che mi provocava disagio e forte nostalgia di casa.”

Tutto il quadro si compone nelle forme giuste e consequenziali. La bambina Pulcino elaborava questo sogno in una precisa contingenza della sua infanzia e adolescenza, “d’estate quando ero in colonia”. La “colonia”, il soggiorno estivo che si dispensava ai bambini fortunatamente nei tempi andati o per divertimento o per cura ricostituente, incorreva in una dolorosa esperienza di perdita e ridestava il “fantasma” che i bambini avevano elaborato per conto loro e secondo natura nella “posizione psichica orale” e nel primo anno di vita in riguardo all’abbandono della mamma e all’inedia conseguente. E giustamente la bambina Pulcino conferma che era un “posto dove non mi piaceva stare e che mi provocava disagio e forte nostalgia di casa.” Ecco spiegata la “sindrome dell’abbandono” meglio di uno specialista e di un teorico. Essa consiste nel dolore depressivo legato alla perdita dell’agio e del ritorno, nel cambiamento del luogo e nella difficoltà all’adattamento. Questo quadro è apparentemente esterno, ma in effetti è tutto interiore. Non si tratta di un’incapacità dell’intelligenza operativa della bambina Pulcino, la capacità di adattamento nello specifico, ma emerge uno psicodramma struggente e sottile che si consuma in maniera traumatica e addirittura condizionando di brutto la formazione psichica in atto anche in base a quanto Pulcino aveva elaborato nel “fantasma di abbandono” durante il primo anno di vita e negli anni successivi. Mi spiego meglio. Se il bambino e l’adolescente hanno esaltato il nucleo psichico depressivo della perdita perché ci hanno troppo filato sopra, ampliamento del “fantasma”, e perché effettivamente hanno subito delle perdite significative, basta anche la morte di un animale e non necessariamente di un familiare, ecco che allora l’esperienza traumatica della “colonia” diventa veramente pericolosa perché cementa e struttura il nucleo depressivo che può a macchia d’olio allargarsi ed esplodere nel tempo in una sindrome depressiva. Se invece il bambino o l’adolescente non hanno elaborato e infiorettato il solito “fantasma depressivo di perdita”, allora l’esperienza della colonia resta sempre traumatica, ma viene assorbita e risolta come un tratto depressivo e una sensibilità alla perdita restando in un ambito clinico conflittuale, “psiconevrosi depressiva”. E la stessa bambina Pulcino insegna che il “rifiuto del posto”, il “disagio” e la “forte nostalgia di casa” sono conflitti interiori e si traducono nei seguenti tormenti.

Il “rifiuto” non è topico e logistico, del luogo e del posto, ma è la “traslazione” dell’aggressività diretta verso i responsabili adulti di questa infame trovata, gli artefici di tanto intrattabile dolore, i genitori, proprio loro. La bambina si trova di fronte alla costrizione di vivere un’esperienza che non riesce a capire e a giustificare. Si chiede: “ma perché i miei genitori mi mandano via di casa?”, “perché non mi vogliono più bene?”, “ma cosa avrò fatto di male per essere punita in questo modo?” La bambina Pulcino si ritrova dentro vissuti spropositati e deve affrontare emozioni intense rispetto al fatto in se stesso, tutto quel marasma psichico che va dall’odio verso i crudeli genitori al senso di colpa per averli odiati. I genitori dicono a loro volta: “vai a divertirti con gli altri bambini”,”ti fa bene alla salute l’aria del mare o della montagna”, “vedrai che impari questo e impari quello”. La bambina ribatte dentro di lei “ma io sto bene con voi e a casa mia”, ma è costretta dal bieco autoritarismo dei genitori a ubbidire e a soccombere.

Il “disagio” non si attesta nella mancanza dell’agio di cui gode in casa. Anche in questo caso il vissuto non è diretto verso l’esterno, ma verso l’interno e si traduce in un conflitto psichico e in una disarmonia psicofisica perché inevitabilmente le tensioni in eccesso vengono somatizzate e sono di lesione alle funzioni organiche. La prima a essere colpita è la respirazione. Prima di addormentarsi il bambino sente che il respiro non va in fondo, che fa fatica a respirare, che gli manca il fiato e che la fisarmonica non si apre tutta. Il respiro è collegato elettivamente alla figura materna essendo una funzione vitale ed essendo la madre la persona e la figura deputata alla vita. Anche l’enuresi, la pipì notturna, (il mancato controllo della funzionalità della vescica dovuta a un afflusso di tensione nervosa destato dall’emergere in sogno del “fantasma” che apre la valvola di scarico e risolve in parte l’angoscia), è in agguato insieme alla grande vergogna di aver bagnato il lenzuolo. Si ridestano tutti gli “organi deboli” e le funzioni delicate sotto lo stimolo incessante del “fantasma di abbandono”, la versione evoluta del “fantasma di morte in vita”. Di poi, l’eccesso emotivo durante il giorno si può convertire nell’umore o nell’appetito, nella tristezza e nella distorsione della percezione della fame. Il momento più brutto della giornata per il bambino abbandonato in colonia è la sera, quando va a dormire. Prima di prendere sonno affluiscono nella sua mente un mare di ricordi e di dolorose fantasie che aumentano a dismisura il tenore nervoso. Il pianto è il primo “meccanismo di difesa”, ma non tutti i bambini fanno ricorso alle lacrime per scaricare la tensione dell’angoscia di trovarsi soli in un mondo sconosciuto e infido. Ripeto, la mancanza di agio, “disagio”, è tutta interiore, una disarmonia tra le angosce e la realtà, un eccesso di tensione nervosa che disturba l’equilibrio psicosomatico.

La “forte nostalgia di casa” è sempre un’elaborazione interiore del trauma dell’abbandono e delle degne tensioni che si scatenano nel teatro psichico della bambina Pulcino. “Nostalgia” si traduce dal greco “dolore del ritorno” ed è la “sindrome di Ulisse”, almeno così come lo presenta Omero nella sua “Odissea”. Dopo aver peregrinato per volontà punitiva degli dei nel Mediterraneo e per ben dieci anni, Ulisse finalmente può rientrare a Itaca per ritrovare il padre Laerte, il figlio Telemaco e la moglie Penelope. La bambina si trova in colonia, lontano dai suoi genitori e dalla sua casa, e sente forte lo struggimento del ritorno.

Chi poteva garantire la bambina sul ritorno a casa e chi poteva rassicurarla sull’amore dei suoi genitori?

Questo è un punto molto delicato della “sindrome di abbandono”. L’angoscia domina qualsiasi rassicurazione sul ritorno in famiglia e sul ripristino della normalità. Di giorno si manifesta la paura, di notte quest’ultima traligna nell’angoscia perché emergono i “fantasmi” nella fase ipnoide del sonno, prima di addormentarsi e quando si è ancora abbastanza svegli e consapevoli.

Anche quando tornavo a casa, alla fine delle tre settimane, il disagio si ripresentava con crisi di pianto che non riuscivo a trattenere all’ora di pranzo o cena, quando ci si trovava insieme a tavola e che mi provocava ansia perché non capivo cosa mi stava succedendo.”

Il danno psichico non era da poco e aveva i classici strascichi del trauma di abbandono. Ripeto: già il bambino lo elabora da sé e tra sé e sé anche nelle migliori e protettive situazioni familiari, anzi più protetto e sicuro è e si sente e ancor di più e più facilmente pensa alla situazione opposta e scatena le sue fantasie di abbandono e di solitudine e di morte per inedia. Tre settimane di soggiorno in colonia sono micidiali per la sensibilità della bambina e hanno tutte le condizioni per inserirsi tra le pieghe profonde della sua Psiche. Quando il sistema psichico non riesce a contenere l’angoscia e la tensione nervosa, ecco che arriva immancabilmente il disturbo psicosomatico, la “conversione isterica” o la “formazione del sintomo” facendo perno sulla memoria dell’esperienza vissuta. Le crisi di pianto sono classiche ed elementari e sono la migliore scarica della tensione nervosa, la reazione naturale e universale. Se poi avvengono davanti alla tavola imbandita e al simbolo dell’unità familiare, ecco che il pianto si collega logicamente come una “metonimia”, figura retorica, a ricordare che il trauma e le lacrime sono l’eredità di quella mutilazione temporanea degli affetti familiari di cui il bambino ha sofferto. Pulcino, non sapendo a cosa collegare queste lacrime, si meraviglia e si addolora ancora di più sentendosi fuori posto o malata, comunque in crisi. La Psiche camuffa ma non dimentica e ripropone in altre forme il trauma e lo rappresenta con una logica associativa e simbolica nella veglia, come succede nei sogni. Anche i sintomi non avvengono a caso, ma sono rappresentativi della qualità del trauma e dell’angoscia, come ho detto in precedenza. Riguardano la sfera affettiva e gli apparati e le funzioni che simbolicamente sono investite di quel significato: il respiro e lo stomaco in rievocazione dell’amore materno, la vescica in liberazione dell’angoscia che si accumula nel sonno e in sogno. Niente avviene a caso e tutto ha una sua finalità, una sua teleologia.

Questo è quanto potevo dire sull’esperienza umana e onirica della bambina Pulcino.

PSICODINAMICA

Le note oniriche rilevano ed evidenziano in maniera sintetica ed efficace la psicodinamica collettiva e universale della “sindrome di abbandono” e del “fantasma di morte” nella versione “orale”, quello elaborato nella “posizione psichica orale” e intenzionato espressamente alla sfera affettiva. La bambina Pulcino rievoca nei suoi ricordi l’angoscia e il dolore del trauma, nonché la struggente nostalgia di un ritorno in famiglia e il desiderio di ripristinare la sua armonia psicofisica dopo il notevole turbamento. Lo strascico psicosomatico conferma la persistenza nel tempo immediato, nel futuro prossimo e nel futuro remoto, dell’universalità dei sintomi, della condivisa simbologia e del comune Linguaggio del Corpo. Questa tesi è stata elaborata da Franz Alexander nella sua miliare “Medicina psicosomatica” e da Georg Groddeck nel suo originale e prezioso “Il libro dell’Es”.

PUNTO CARDINE

Nel breve sogno di Pulcino il punto cardine dell’interpretazione è “assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.” Questa precisazione non contempla il conflitto edipico, ma si riferisce alla prima infanzia e al legame di dipendenza affettiva della bambina dal padre e dalla madre, relazione e intensità equamente distribuite.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Nel breve sogno di Pulcino sono presenti i “simboli” della “casa”, del fuoco”, della “colonia”.

Si evidenzia l’archetipo “Corpo” nell’essere portatore di angoscia e nel rappresentare la “sindrome dell’abbandono”.

Si manifesta il “fantasma di morte” nella versione “orale”, l’affettività e l’abbandono.

E’ presente l’istanza psichica deputata alla consapevolezza vigilante, l’Io, in “non capivo cosa mi stava succedendo” e in “vedere”, l’istanza pulsionale “Es” in “la mia casa che andava a fuoco.” e in “immaginavo che assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.”. L’istanza censurante e limitante “Super-Io” non si manifesta.

Nel breve sogno di Pulcino è rispolverata la “posizione psichica orale”, la dimensione affettiva elaborata e assimilata nel primo anno di vita e portata avanti nel corso dell’evoluzione psicofisica.

I “meccanismi psichici di difesa” usati da Pulcino nel sogno sono la “condensazione” in “casa” e in “fuoco”, lo “spostamento” in “colonia” e in “bruciati”, la “figurabilità” in “vedere la mia casa che andava a fuoco.” e in “assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.”. Il sogno di Pulcino mostra in maniera chiara il “meccanismo psichico di difesa” della “conversione isterica” ossia di come l’angoscia si somatizza nel sintomo o in una serie di sintomi: “il disagio si ripresentava con crisi di pianto”.

Il processo psichico di difesa della “regressione” è presente nei termini richiesti dalla funzione onirica. Non è presente l’azione purificatrice e benevola della “sublimazione della libido”.

Il sogno ricorrente di Pulcino evidenzia un tratto “orale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” a dominanza “orale”. Mi spiego meglio: si tratta di un sogno dell’infanzia a stretto dominio affettivo e non evidenzia la maturazione psichica di Pulcino. Si può affermare che la protagonista adulta è molto sensibile alla vita affettiva e al suo esercizio, tratti ereditati da quel periodo e rafforzati da quella triste esperienza.

Le “figure retoriche” elaborate dalla Fantasia creativa di Pulcino sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “fuoco” e in “casa”, la “metonimia” o relazione di senso logico in “colonia”. L’allegoria dell’abbandono si colloca in “ posto dove non mi piaceva stare e che mi provocava disagio e forte nostalgia di casa.”

La “diagnosi” dice di angoscia d’abbandono somatizzata in maniera elettiva e non a caso o alla carlona, ma in organi significativi come gli occhi.

La “prognosi” impone a Pulcino di considerare sempre la sua sensibilità alla perdita affettiva e di rincuorarla con l’esternazione della sua carica “orale”: giovialità e partecipazione emotiva.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in un “ritorno del rimosso” e nella somatizzazione d’angoscia in un sintomo elettivo degli affetti come lo stomaco e il respiro: “conversione isterica” o “formazione di sintomo”.

Il “grado di purezza onirica” si può stimare “buono” dal momento che il sogno è ricorrente e verte su esperienze vissute. Non esistono contaminazioni e accrescimenti da parte dei “processi secondari” al risveglio perché la trama è semplice e lineare.

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Pulcino è sempre l’associazione al trauma vissuto nella piena consapevolezza e reiterato, vissuto più volte. Magari nel pomeriggio Pulcino ha pensato ai suoi genitori o ha vista una bambina e di notte il sogno era pronto a manifestarsi.

La “qualità onirica” è la “semplicità” e l’umanità del tema.

Il sogno di Pulcino può vedere la luce nella seconda fase del sonno REM e nel passaggio alla fase nonREM. Questo non è un sogno da quasi risveglio perché ha un simbolismo forte ed efficace.

Il “fattore allucinatorio” si mostra nel senso della “vista” in “vedere la mia casa che andava a fuoco.”

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno ricorrente di Pulcino è “massimo” alla luce dell’evidenza supportata dalla protagonista. Il “grado di fallacia” è minino”.

DOMANDE & RISPOSTE

A grande richiesta è tornata la signora Maria, veneta a denominazione di origine controllata ma non fanatica da “Liga” o da “Repubblica serenissima di san Marco”, con la sua terza media e con l’esperienza collaudata di mamma, una donna massiccia e pratica che legge tanto e che ama essere informata, una donna tosta che non te le manda a dire.

Domanda

Proprio vero e comincio subito. La volta scorsa mi ha spiegato “Ultimo tango a Parigi”, questa volta mi deve spiegare “l’alienazione parentale”. Mi deve dire che cos’è e cosa ne pensa. Ne hanno parlato in televisione a “Presa diretta” insieme a un progetto di legge sull’affidamento dei figli.

Risposta

“Presa diretta” è un ottimo programma di inchiesta giornalistica. Riccardo Iacona e i suoi collaboratori sono professionalmente capaci e socialmente impegnati, all’incontrario di tanti giornalisti polemici e saccenti, fanatici e prevaricatori che occupano tanto spazio dentro il video di questo o di quell’editore. Provo a rispondere alla tua domanda, ma vado a salti. Il progetto di legge in discussione presso la commissione parlamentare prende il nome dal senatore leghista che lo ha proposto, l’avvocato Stefano Pillon, e tende a rivedere l’affidamento dei figli con particolare attenzione alla figura paterna, all’assegno mensile e con la convinzione di fondo che la madre sia privilegiata dalla Legge a livello economico e a livello affettivo e psicologico. Infatti, questa proposta di legge tende a eliminare nell’affidamento condiviso la quota finanziaria che il padre è tenuto a versare alla madre per il mantenimento dei figli e propone tempi uguali per il soggiorno e l’educazione. Per questi scopi la proposta Pillon fa riferimento alla “sindrome di alienazione parentale o genitoriale”, PAS, elaborata nel 1985 dal medico americano Gardner, da lui definita come una sindrome psichiatrica. Questa neonata malattia non è stata accettata dagli organismi internazionali sulla pubblica Salute e, nello specifico, sulla Salute mentale. Purtroppo, questa sindrome in tanti casi è stata fatta propria da qualche giudice americano e non. L’ideatore dell’alienazione parentale sostiene che uno dei genitori viene estromesso dalla famiglia dopo la rottura della coppia e viene distolto dall’esercizio psicologico ed educativo dei figli. Nello specifico storico e senza tanti fronzoli la madre, nel novantanove per cento dei casi, scredita costantemente la figura paterna al punto di suggestionare il figlio o la figlia nel rifiuto del padre fino a indurli a non frequentarlo più. Questo diabolico condizionamento materno consente di formulare la tesi che nelle separazioni c’è un genitore “alienante” e un genitore “alienato”. Gardner formula anche una griglia con precisi criteri per l’individuazione e la diagnosi della “sindrome di alienazione parentale”. Insisto nello spiegare che se un figlio di separati rifiuta uno dei genitori e non vuole più andare da lui per vivere nei giorni prescritti dalla Legge e dal giudice, c’è una madre o un padre “alienante” e una madre e un padre “alienato”. Quest’opera di alienazione avviene tramite messaggi costanti di discredito e suggestioni di rifiuto. Tanta roba viene inoculata ad arte dai genitori facendo perno sull’attaccamento affettivo e sulla dipendenza psichica del figlio o della figlia. Questi ultimi non vogliono vedere e frequentare il padre perché sono stati oggetto di smaccato plagio e di subdolo indottrinamento. In ogni caso non hanno scelto di loro arbitrio e volontà. Tutto questo casino psicodinamico è una ideologia che va concretamente contro la madre e la donna. E’ lei l’artefice del misfatto. Chiaro? Ma non finisce qui. Bisogna ricordare sempre che le conquiste fatte dalla donna in riguardo ai diritti civili oggi stanno subendo un duro attacco da parte di gruppi fondamentalisti cattolici medioevali e da parte della Lega che è al governo con tutto il suo scarno bagaglio di cultura storica e di idee portanti, con le sue fobie casalinghe e le sue paranoie piccolo-borgesi.

Domanda

Sì, ma lei, lei dottor Vallone, cosa dice a proposito?

Risposta

La terminologia “alienazione parentale” è confusa e il significato è ambiguo. Riguarda, infatti, i figli come soggetto e oggetto di alienazione, un genitore come oggetto alienato e l’altro genitore come soggetto alienante. La questione psichica è tremenda e complessa, specialmente se a essere l’artefice di tanto diabolico misfatto è la madre. I figli sono affetti da questa terrificante sindrome e sono oggetto in quanto sono stati condizionati da un genitore, l’alienante, e sono soggetto in quanto rifiutano l’altro genitore, l’alienato. Preciso che in Psicopatologia il termine “alienazione” richiama il “meccanismo psichico di difesa” della “scissione dell’Io”, il cui uso dispone a una sindrome pesante di perdita di contatto con la realtà e a quella che si definisce in gergo la “follia”. Il quadro dell’alienazione parentale è esagerato nei termini e nella realtà. Io ritengo che queste posizioni pseudo psichiatriche e giuridiche, progetto di legge Pillon compreso, hanno in primo luogo una base culturale di manifesta, più che occulta, “misoginia”, odio contro le donne. La donna madre viene discriminata e vilipesa nel suo essere stimata la causa attiva di una difficile e complicatissima questione, l’accettazione da parte dei figli della figura paterna. Non soltanto, ma la madre viene sminuita nel ruolo e nelle funzioni psicofisiche pregresse e in atto. La madre ha accudito i figli anche andando a lavorare e adesso viene accusata di approfittare della Legge per derubare in ogni senso l’ex marito e il padre dei suoi figli, riducendolo al lastrico e in certi casi all’accattonaggio, per l’obbligo di versare la quota mensile stabilita dal giudice all’atto della sentenza di separazione. E allora il padre dal profondo del suo amore verso i figli chiede di non versare più il becco di un quattrino e di avere lo stesso trattamento logistico dell’ex moglie: il figlio starà tre giorni con il padre e tre giorni con la madre e la domenica sarà distribuita equamente. Ogni genitore manterrà economicamente il figlio senza dover dare all’altro alcunché, dividendo soltanto le spese straordinarie. Se questo non viene accettato dalla madre, che si è ampiamente sacrificata nel crescere il figlio e se quest’ultimo rifiuta di andare dal padre, allora si tratta di “alienazione parentale”: la madre ha fatto il lavaggio al cervello al figlio e lo ha messo contro il padre. Fino a questo punto mi sono talmente ripetuto che è tutto necessariamente chiaro. Continuo. Parliamo anche dello psicodramma del sentimento dell’odio degli adulti genitori separati che coinvolge i figli. Le loro beghe psicofisiche irrisolte sono traslate sui figli con la diagnosi che questi ultimi sono stati manipolati e alienati. Della Psicologia del figlio, bambino o adolescente, di cosa effettivamente vive il diretto interessato nessuno dice niente e nessuno si pone il problema, se non in termini generici e falsamente protettivi. I due genitori persistono come famiglia anche da separati grazie al figlio e persistono alla grande nell’esercizio del sentimento dell’odio. Il loro psicodramma non è finito e viene ancora esteso al figlio. Quest’ultimo era stato già colpito dentro e fuori dalla dialettica e dalla separazione dei genitori, ma non è bastato, perché adesso deve odiare il padre ed è stimato incapace di intendere e di volere e malato di alienazione. Poveri figli!

Domanda

Allora? Mi dica dei figli, visto che prima ha difeso la madre e dopo ha condannato entrambi i genitori.

Risposta

La Psicologia dell’infanzia è complessa e non so da dove partire. Comunque ci provo a dire qualcosa d’incompleto. Intanto i figli coinvolti sono quelli che vanno dai due ai dodici anni. Gli adolescenti e i giovani sono toccati in parte dalla separazione dei genitori, sono più autonomi e strutturati a livello psicologico per cui non si prestano facilmente a operazioni di manipolazione e di plagio. Premessa vuole che i figli hanno bisogno del padre e della madre, ma se la coppia genitoriale si rompe, la famiglia resta anche se in spazi diversi. La logistica non elimina i circuiti affettivi e formativi. I bambini accettano la separazione dei genitori con minore difficoltà rispetto a quello che pensano i genitori stessi, i benpensanti e i moralisti. La comunicazione non avviene a caso e all’improvviso, ma dopo una dialettica litigiosa della coppia genitoriale, oltretutto molto dannosa per i bambini. “Ogni male non viene per nuocere”, recita in preghiera il bambino insieme a un “amen”. Il bambino è preso e impegnato dalla sua evoluzione psicofisica e dalle sue dinamiche relazionali, per cui affronta la separazione dei genitori come un miglioramento della sua condizione e non come una perdita. La “sindrome e l’angoscia dell’abbandono” non scattano se non in pochissimi casi. I bambini, le femmine in particolare, hanno una buona capacità di razionalizzare e di adattarsi, hanno una buona intelligenza operativa sin dai quattro anni, sono particolarmente giudiziose. L’evento storico della separazione dei genitori non si traduce in un dramma interiore semplicemente perché i genitori sono vivi e vegeti e la famiglia è intera e salva. Il bambino concepisce che si è rotta la coppia e i giochini della mamma e del papà, ma non si è rotta la famiglia ed è convinto che adesso ha degli agi in più, adesso ha due case e due persone da manipolare con i suoi argomenti e con le sue strategie. Paradossalmente sono i figli che operano la “alienazione genitoriale” nel senso che intuiscono che possono godere meglio le figure dei genitori e usarle a proprio uso e consumo facendo perno sui loro fasulli sensi di colpa. Adesso la bambina in piena “posizione edipica” ha il papà tutto per lei e ha eliminato la conflittualità con la mamma che le procurava un inutile stress. Adesso il bambino edipico ha la mamma tutta per sé e senza l’ostacolo del padre rompiscatole. I figli si adattano alla nuova situazione psicofisica e logistica meglio di quanto i genitori e gli adulti pensano. Per loro ci sono tutte le opportunità di ben “alienare” il padre o la madre a loro vantaggio. Attenzione a non oltrepassare la misura della decenza, altrimenti dopo sono guai seri.

Domanda
Lei sta dicendo delle cose sconcertanti, sta ribaltando la frittata, sta dicendo che sono i figli ad approfittare della separazione per vivere meglio e di più i genitori. Ma è sicuro?

Risposta

Non è il genitore che aliena l’altro genitore, ma è il figlio che ha tutta la convenienza di vivere liberamente e senza vincoli sia la madre e sia il padre. E i genitori, in preda ai sensi di colpa di aver rotto il giocattolo della famiglia, li amano di più rispetto a prima, mentre i figli trovano davanti a loro una prateria dove scorrazzare con le mille richieste e le mille voglie che immancabilmente elaborano. Ma i genitori persistono nella perfida dialettica di coppia che li ha portati alla soluzione effimera della separazione e traslano vicendevolmente la loro aggressività adducendo che il bambino o l’adolescente ha subito l’alienazione parentale e che è malato di questo strano e neonato morbo, quando invece il figlio non è mai stato così bene in vita sua come da quando i genitori hanno smesso di rompere le scatole con i loro teatrini domenicali e non. Ripeto. Alla luce delle “posizioni psichiche” affettive o “orali”, aggressive o “anali”, autocompiacimento e potere o “fallico-narcisistiche”, conflittuali o “edipiche”, il bambino riceve meno danno di quello che si pensa, si adatta alla nuova situazione psicofisica e relazionale, vive la rottura della coppia e non della famiglia, sente di avere più potere contrattuale con entrambi i genitori. Cosa resta in questo bailamme? Restano pari pari i conflitti di coppia, il risentimento e l’odio. E qui cominciano i guai seri. Dopo la separazione si cerca la rivincita in base al senso di sconfitta umana che ogni membro della coppia ha vissuto. L’alienazione parentale è un’ulteriore aggressione dell’uno verso l’altro coinvolgendo i figli che sono, di certo, più intelligenti e capaci dei genitori. Maria, se mi dici che ti basta e posso fermarmi qui, mi fai un grande piacere.

Domanda

Assolutamente no. Mi dica qualcos’altro.

Risposta

Vado avanti, ma ci penserò due volte prima di richiamarti. L’alienazione parentale non ha motivo di essere e di esistere. L’alienazione è un concetto filosofico, economico, sociologico, psichiatrico, psicologico, giuridico: Feuerbach e Marx, scuola di Francoforte e Marcuse, Kraepelin e altri, Freud e Max Weber, Basaglia e l’Antipsichiatria. L’alienazione psichiatrica significa che una persona è fuori di se stessa, è mentalmente inferma, non applica il “principio di realtà” e ha perso il contatto con la realtà, è di danno a se stessa e agli altri, e chi più ne ha, più ne metta. Ma cosa c’entra una madre, un padre e un figlio, una famiglia, in tanta disgrazia di parole, di scienze e di ordinamenti giuridici? Ripeto: una madre o un padre possono lavorare psicologicamente un figlio in maniera che non riconosca uno dei genitori? E’ semplicemente impossibile alle condizioni di normalità date e supposte, ripeto, alle condizioni date e supposte di andamento psico-esistenziale normale. Ma è possibile la “proiezione” dell’odio, oltre che sul partner, anche sul figlio ritenendolo un emerito ebete o imbecille. Ma il figlio è più intelligente di quanto gli adulti di ogni professione pensano.

Domanda

Passo al sogno di Pulcino. Quando leggo quello che scrive a volte mi emoziono perché lei le cose le fa sentire sulla pelle e nello stomaco, come se accarezzasse e scavasse dentro nello stesso tempo. Ma voleva fare l’archeologo da piccolo?

Risposta

Mi compiaccio di questo tuo trasporto. Pensa quanto sono potenti le parole e i discorsi. Non sei andata molto lontano dalla realtà dei fatti. Io sono nato a Siracusa, una città bellissima che pessimi amministratori, in sequela dagli anni cinquanta, hanno resa quella che è oggi, una città sporca, inquinata, disordinata e fatiscente, una città non vivibile. Negli anni cinquanta le sue bellezze naturali sono state svendute per un pugno di dollari alle industrie chimiche e petrolifere italiane e americane. Pensa che hanno impiantato nel meraviglioso litorale i macchinari dismessi nel Texas e fino al duemila hanno permesso ai petrolieri russi di costruire una pericolosissima raffineria a ridosso della città. Tutto per un pugno di miseri salari e per morire di tumore vario e variopinto a tutte le età. Ma non basta. Il ministro dell’ambiente è stato per tanti anni una donna di Siracusa, ma l’inquinamento e la “munnizza” hanno continuato a dominare e a prosperare insieme all’incuria e all’indolenza. Dicevo che sono nato e abitavo in Ortigia, lo scoglio o l’isoletta su cui era stato costruito il centro storico e ho vissuto quotidianamente tra rovine di templi greci su cui si era insediata la cultura romana, cristiana, araba, normanna, angioina, spagnola, savoiarda italica, un crogiolo di tratti culturali e di dominatori da cui il popolo di Ortigia non si è mai liberato in onore alla sua storica indolenza e accidia: vedi il Gattopardo. Mio padre era profugo dalla Libia ed era impiegato presso la Sovrintendenza alle antichità, il Museo per intenderci. Mi ha imposto di frequentare il Liceo classico, mentre io avrei preferito imparare il mestiere di macellaio dai miei zii o in ultima istanza sarei diventato anche prete pur di sfuggire al suo autoritarismo. Quindi l’Archeologia mi ha seguito ogni giorno e, quando mi affacciavo dal balcone, vedevo i resti del tempio di Apollo e, se andavo in cattedrale, mi trovavo dentro un tempio greco, un “peripteros” per la precisione dedicato ad Athena. Vengo alla tua domanda. L’interpretazione dei sogni è come uno scavo archeologico secondo Freud, perché si riportano alla luce non i resti, ma i vissuti din base della nostra formazione psichica. Poi, se io li descrivo bene, è merito di una buona sensibilità e di tanto esercizio. Comunque, l’allegoria dello scavo archeologico in riguardo al sogno è appropriatissima.

Domanda

Se mi spiega una volta per tutte che cos’è il “fantasma di morte”, giuro che non glielo chiederò più. Del resto fra poco partirà e allora non ci si vedrà.

Risposta

Il “fantasma di morte” si colora in base alla “posizione psichica” che si vive e che si sta elaborando. Nella “posizione orale” ha i colori dell’abbandono e della dipendenza affettiva e l’angoscia è di solitudine: primo anno di vita. Nella “posizione anale” l’angoscia è di frammentazione e il colore è dell’aggressività sadomasochistica all’interno della ricerca dell’autonomia: dal secondo al terzo anno di vita. Questa è una situazione molto delicata e pericolosa per il futuro e bisogna superarla bene perché si sperimenta e s’incamera la possibilità della violenza. Nella “posizione fallico-narcisistica” l’angoscia è di mutilazione e ha i colori dell’auto-gratificazione e dell’esaltazione, nonché dell’isolamento: quattro e cinque anni. Nella “posizione edipica” l’angoscia è di “castrazione” e i colori sono quelli della colpa e dell’espiazione: dal quinto al dodicesimo anno di vita. Nella “posizione genitale” l’angoscia è di perdita depressiva dell’oggetto d’investimento e d’amore con caduta nell’indeterminato psichico. Il colore è quello del riconoscimento dell’altro e si avanti dalla pubertà a vita natural durante. In questa posizione si matura il sentimento d’amore e di cura dell’altro e, se si forma una coppia, bisogna ricordarsi sempre che la “libido genitale” si esercita e si rimpinza sempre, non è una ricchezza che si consuma e finisce e specialmente se ci sono figli. Riflettete gente, riflettete!

Domanda

Quella della bambina era angoscia di perdita dell’affetto dei suoi genitori ed era causata dal fatto che l’avevano mandata in colonia. Invece di divertirsi ha rischiato di ammalarsi di depressione. Ma non le sembra esagerato?

Risposta

Assolutamente no. Hai un’altra spiegazione? La bambina Pulcino ha detto che piangeva senza sapere perché e che dopo lo ha collegato all’angoscia che provava nella colonia al pensiero della sua famiglia e della sua casa. La somatizzazione è stata il pianto e le è andata bene, perché poteva essere più pesante qualora avesse avuto delle lacune psichiche di altro tipo.

Domanda

Mi spieghi questa che non l’ho capita.

Risposta

Metti il caso che le altre “posizioni psichiche” fossero state vissute malamente e ci fossero stati altri traumi, allora la situazione psicofisica della colonia avrebbe scatenato un marasma più intenso.

Domanda

Lei è molto suscettibile e permaloso. Non le si può dire niente che subito si inalbera. O le dico quello che penso o altrimenti andiamo a prendere il cappuccino e la treccia all’uvetta da Ceschin.

Risposta

Ti chiedo scusa. Comunque dopo andiamo in pasticceria, ci mancherebbe altro. Dopo tutta questa scarpinata è il minimo che possa succedere tra me e te.

Domanda

Lei ha parlato di Medicina psicosomatica. Ne so qualcosa anch’io con i problemi che ho sulla pelle e che passano soltanto con il cortisone e soltanto per un giorno. Me la spiega.

Risposta

La pelle è il teatro preferito dai “fantasmi” e della angosce per esibirsi. La psiche trova la pelle a portata di mano e pronta alla necessità di parlare con i sintomi. Ti spiego. Quanto subiamo un trauma o viviamo un’esperienza dolorosa, non potendoci stare dietro con la riflessione, usiamo il “meccanismo psichico di difesa” della “rimozione” e ce ne dimentichiamo. L’energia nervosa che non abbiamo espresso e consumato e che era legata a quel fatto, viene ingoiata e, quando il sistema non ce la fa più a tenerla giù, si somatizza e si scarica su qualche organo e su qualche funzione. Questa scarica non avviene a caso, ma viene colpito l’organo debole o quello che ha una significato simbolico con la qualità del vissuto o del trauma. Tecnicamente: il “ritorno del rimosso” porta alla “formazione di sintomi”. Si passa da un fattore psicologico a un fattore corporeo. Tecnicamente: quando la tensione nervosa è forte, deve in qualche modo scaricarsi e allora abbiamo una “conversione isterica”. E’ tutta salute perché ti consente di continuare a vivere.

Domanda

Bene, ho capito. Ma quanti sono questi disturbi?

Risposta

Bisogna essere cauti nella diagnosi di disturbo psicosomatico, perché spesso concorrono altri fattori in via di scoperta, come i disturbi alimentari e altro, e può essere la punta dell’iceberg di una malattia seria. Del resto, a cosa serve sapere se è psicosomatico? Se passa con il trattamento psicoterapeutico ed è un disturbo che viene dopo tanto stress, vuol dire che era d’origine psichica. Importante che si conoscano le cause e si sappia gestire con il cervello e con la presa di coscienza. Comunque non è soltanto la “razionalizzazione” a risolvere un disturbo psicosomatico, possono essere utilissimi anche gli altri “meccanismi di difesa”. E aggiungo che le cosiddette malattie organiche hanno sempre un concorso psicologico.

Domanda

Lei sta complicando le carte. Si guarisce in tanti modi da un disturbo psicosomatico?

Risposta

Certo, dipende da quali meccanismi di difesa usi. Se usi la “sublimazione” e la tua aggressività la scarichi nello sport o nel volontariato e ti assolvi al meglio, le tensioni decrescono e non riescono a ferire l’organo bersaglio. Il disturbo decresce, ma l’organo resta sempre debole. Altri “meccanismi” ti daranno intanto una remissione del sintomo, ma il problema si evolve e non si risolve del tutto.

Domanda

Mi spiega l’organo debole?

Risposta

L’organo e la funzione che nel corso dell’evoluzione psicofisica sono stati interessati da traumi e hanno risentito di malattie si definiscono per comodità “organo debole” o “organo bersaglio”. Bisogna anche considerare la cultura della famiglia per quanto riguarda la malattia, cultura nel senso degli schemi di interpretazione in vigore nella realtà familiare. Se in casa la mamma ha sempre mal di testa e il papà accusa bronchite a nastro, anche il bambino sarà sensibile a questi disturbi anche se è perfettamente sano. L’organo debole è individuale, ma è anche familiare. Spesso i bambini per non andare a scuola accusano una serie di disturbi che non hanno ma che ben conoscono in famiglia. Per un vantaggio secondario si danno malati e non godono dei vantaggi primari di essere in buona salute. Succede spesso che l’organo debole familiare diventi organo debole individuale non per ereditarietà, ma per trasmissione culturale. Si è sensibili a certi tipi di malattie e non si conoscono altri tipi di disturbi. Si può anche stabilire in una famiglia la scala delle sensibilità d’organo o di funzione. Ripeto, la suggestione e l’immedesimazione, così come il vantaggio secondario, hanno importanza nell’economia psico-culturale del gruppo familiare. In sintesi e dopo questa tiritera ti dico che l’organo debole può essere malato ma può essere sano.

Domanda

Ma la colonia fa così tanto male? E il servizio militare faceva bene o male?

Risposta

Maria, tu sei tanto curiosa e poni domande che meritano un’ampia discussione, ma io mi limito alla sintesi. Il bambino non può essere mandato in colonia senza subire un danno psicologico, un trauma e senza rafforzare un disturbo che magari ha già in famiglia. E’ un’esperienza da non far vivere ai bambini. Dai dieci anni in poi si può favorire l’autonomia e il distacco dalla famiglia per un periodo breve. Anche in questo caso il piano e il progetto devono essere ponderati. Non si può mandare un ragazzino da solo a Londra per tre settimane affidandolo alla hostess di un college. La Psiche viene forzata e il danno si presenta in seguito. Meglio non conoscere la lingua inglese, piuttosto che portarsi dietro fobie e crisi di panico.

Domanda

Ma lei è troppo protettivo.

Risposta

Sicuramente, ma questo mi risulta dal lavoro clinico. Meglio rimandare certe esperienze di distacco e di separazione all’età giovanile. Per quanto riguarda il servizio militare il distacco avveniva all’età di diciotto-venti anni, un periodo della vita in cui si gradisce fare da sé. In Italia il servizio militare coincideva con il primo viaggio fuori regione ed era una opportunità di crescita umana, più che militare.

Domanda

Lei ha fatto il servizio militare?

Risposta
Perbacco e ho girato l’Italia per colpa del “sessantotto” e della contestazione giovanile. Io avevo una laurea in filosofia ed ero ritenuto un rivoluzionario marxista-leninista-maoista già prima di aprir bocca e anche per il fatto che ero barbuto.

Domanda

Tanta carne sul fuoco, come sempre.

Risposta

Eh già.

La canzone adatta al tema della lontananza dagli affetti è una poesia di Paolo Conte, “Azzurro”, degnamente interpretata dall’autore.

IL MIO AMICO GIORDANO

LA LETTERA

“Ciao Salvatore,

sono il bambino Giordano e ho nove anni. La mamma mi ha detto che sei amico dei bambini e di scriverti. Devo dirti che non riesco a dormire perché ho troppi pensieri (compiti, scuola, paura di dormire).

Vorrei che qualcuno dormisse vicino a me, ma non mio fratello. Di solito prendo sonno e dopo mi sveglio senza motivo e non riesco più a dormire. Ho paura che c’è qualcuno giù e che venga su a farmi male.

A me piace sentire la tv accesa perché mi fa addormentare. Sentire i rumori dei canali belli mi tranquillizza. Mi piace sentire la mamma che parla, che manda i messaggi alle sue amiche e manda i messaggi vocali.

Mi piace se alza a tutto volume la tv e quando tira lo sciacquone del bagno. Non prendo sonno quando qualcuno mi fa vedere brutti canali e una volta mi è rimasta impressa una cosa che la nonna mi ha fatto vedere. Adesso voglio che mi si toglie dalla mente questa cosa e prego la mamma di togliermela dalla testa.

Non riesco a dormire perché ho paura. Ieri mi era entrato fumo negli occhi e avevo paura di non poter aprire gli occhi e mio fratello era preoccupato per me.

Quando vado a dormire e non riesco a dormire, ho paura di essere sveglio soltanto io.

Dopo un po che sono sveglio, ho paura che sento i rumori e che entrano i ladri in casa e vengono su a farmi male e a prendermi. Ho paura che vengono su i mostri quando vado a dormire e chiudo gli occhi e mi sento un bruciore e non riesco a dormire.”

LA RISPOSTA

Amico mio Giordano,

ti ringrazio per le belle parole e per avermi regalato le tue paure. Io sono amico dei bambini perché sono cresciuto fuori, ma dentro sono rimasto un piccolo mascalzone. Vedrai che in qualche modo ti spiegherò quello che ti succede e così riuscirai a capire le tue paure e le butterai giù nel cesso tirando lo sciacquone, come fa la mamma ogni sera con tuo grande sollievo. Intanto tu non sei un bambino. A nove anni sei promosso “ragazzo” perché stai crescendo e il tuo corpo e la tua mente sono in evoluzione.

Hai visto quante cose pensi appena vai a letto?

Da sveglio e anche mentre dormi la tua mente e il tuo corpo continuano a lavorare, a sognare e a vivere. I pensieri ci sono sempre perché sei un ragazzo sano, i pensieri sono i tuoi pensieri e li devi amare e curare come fai con il tuo corpo dandogli da mangiare e facendo la doccia. Anche quelli che tu definisci pensieri brutti, il ladro, il mostro, le paure, i canali, sono soltanto pensieri che produci tu con la tua mente e che ti fanno paura soltanto perché pensi che potrebbero realizzarsi. Ma sono l’energia della tua mente, quella che usi anche per fare i compiti e per ragionare con la gente.

A proposito di compiti, devi essere uno scolaro bravo e diligente, devi imparare quello che ti insegnano le maestre e i maestri, ma soprattutto devi essere un buon figlio e imparare dai tuoi genitori e dai tuoi nonni. Più impari e meglio è per la tua vita futura. E’ meglio essere istruito piuttosto che un felice ignorante.

I compiti sono tanti e troppi?

Ce la fai, perché tu non sei una “mammoletta”, sei un ragazzo in gamba, uno che sta crescendo sano e bello, uno che si vuole bene, che non si lamenta e che vuole mettersi sempre alla prova. I compiti non sono il problema e tu non devi confondere le capre con i cavoli, non devi mischiare le tue paure con le azioni che ti servono per diventare “grande” in ogni senso. Allora i compiti e la scuola non devono farti paura semplicemente perché sono parte della tua vita di ragazzo che sta imparando e che sta crescendo. Lo studio non è fatica, è piacere, è la gioia di conoscere te stesso e quello che ti circonda. Come ti dicevo prima, più impari e più potere avrai nella tua vita futura. Devi essere curioso e chiedere, chiedere e ancora chiedere, devi sfruttare tutti gli adulti che ti circondano a cominciare dal papà e dalla mamma.

Passiamo adesso a tuo fratello, quello che non vorresti che dormisse vicino a te e che non può aiutarti a superare le tue paure. E’ vero che tuo fratello non ti può essere d’aiuto perché, diciamoci la verità, tu vorresti la mamma al tuo fianco in quel letto e non il fratello che in qualche modo ti porta via una parte delle attenzioni e dell’affetto dei tuoi genitori, quel fratello che spesso vivi come un rivale e un rompiscatole. In effetti è tuo fratello e ci sta bene anche lui nella famiglia.

Riesci a immaginare la tua casa senza tuo fratello?

Sì, ma per un minuto e mezzo e dopo lo cercheresti come amico, compagno di giochi e complice quando ci si deve difendere dai genitori brontoloni e stanchi e a volte anche distratti. Con tuo fratello puoi e devi soprattutto parlare, regalargli i tuoi pensieri rivestiti delle tue parole.

Sai quanto ti serve e ti fa bene parlare?

Tantissimo, perché ti scarica le tensioni e ti libera dalle paure. E poi, le tue parole sono i regali che tu fai agli altri. Stai però attento a non esagerare e a diventare antipatico. Abbandona quindi il sentimento di rivalità verso tuo fratello e vivilo come un complice, un ragazzo che ha i suoi pensieri e le sue paure, i suoi pregi e i suoi difetti, il tuo unico e irripetibile fratello insomma.

Ma che cos’è la paura di dormire?

Cosa significa il fatto che vado a letto e mi vengono in mente i brutti pensieri?

Facendo i conti all’ingrosso, caro Giordano, tu hai ancora tanto bisogno della mamma, una mamma in carne e ossa, tutta ciccia e tutta massiccia, quella che ti cura e che non ti fa mancare niente, quella che ha anche un altro figlio, quella che deve anche darsi da fare con il papà, quella che va a lavorare e che porta a casa i soldini per non farti mancare niente, quella a cui sei tanto legato e di cui sei quasi innamorato. Questo è il vero problema. Ed ecco che, quando scende la sera e arriva il buio e bisogna andare a dormire, ti viene fuori questo bel sentimento e la vorresti al tuo fianco e tutta per te. Questo è il vero problema da risolvere e non il mostro, il ladro e i brutti canali. Il tuo bel problema è la mamma e, aggiungo, anche il papà. Le tue paure sono queste: “cosa farei io se non avessi la mamma?”, “e se restassi solo?”, “e se mi abbandonassero?”. Ecco che la tua testolina matta allora pensa al ladro, al mostro e alle altre brutte cose.

Così, caro amico mio, come puoi dormire?

Se pensi alle tue paure, ti innervosisci e basta. La soluzione è questa. Non potendo eliminare il pensiero, cambia la paura in qualcosa di bello e di buono. Pensa a quanto sei legato alla mamma, alle sue abitudini, alla casa, alla famiglia, alle tue cose, ai tuoi amici, alle tue amichette, al tuo cane, al tuo gatto e al tuo elefante immaginario. Non dimenticare mai di prenderti cura della mamma e di farla contenta, ma non dimenticare che il papà ha bisogno del tuo affetto anche se è tanto impegnato nel lavoro e lo vedi poco. Cerca di frequentarlo di più e così prenderai da lui quel coraggio e quella sicurezza che adesso ti mancano soltanto perché sei un ragazzo che sta crescendo nel corpo e nella mente. Le paure falle diventare belle, trasformale come un mago in pensieri affettuosi e in fantasie, in sogni da vivere e in progetti da realizzare. Vai a letto con tutta l’allegria della tua giovane età e con tutta la spensieratezza dei tuoi desideri.

Concludo dicendoti che tutto quello che tu stai vivendo, lo vivono tutti i bambini e i ragazzi di questo mondo e senza alcuna distinzione, lo ha vissuto la mamma e il papà, lo abbiamo vissuto tutti e nello stesso modo.

Anche il tuo amico Salvatore è stato un bimbo e un ragazzo pieno di paure e di pensieri. Anch’io ho avuto una mamma bellissima e buonissima. Si chiamava Tita, era figlia di un macellaio ed era tutta ciccia e tutta trippa. Aveva il solo difetto di avere sei figli: Giovanni, Lucia, Franca, Ines, Pia e Salvatore. Io ero il più piccolo. Pensa quanto avrei dovuto soffrire se fossi stato geloso dei miei fratelli, se mi fossi lasciato prendere dal sentimento della rivalità fraterna. Anch’io sono stato innamorato della mia mamma e ho cercato sempre di godermela a più non posso insieme ai miei fratelli. Con loro ho fatto il patto di non lottare anche perché me le avrebbero date di santa ragione. Ti devo confidare che anch’io ho scritto una lettera alla mia mamma Tita nel lontano 1953.

Ti racconto.

C’era stata la guerra e c’era tanta povertà, ma noi bambini eravamo contenti di stare insieme a giocare di giorno nella strada senza macchine e, anche se avevamo tanta fame, bastava non pensarci e l’appetito passava subito. Ma la notte cominciavano i guai. Quelle paure che tu mi hai raccontato le avevo non soltanto io, ma anche tutti i miei compagni. E così ho scritto alla mia mamma Tita e le ho detto che la notte mi spaventavo per i ladri, per gli zingari, per i vecchi senza denti, per le vecchie brutte e anche per i fantasmi di cui raccontava la zia Carmela. Lei prima mi ha rassicurato e consolato, dopo mi ha portato da una vecchietta buona che mi ha spalmato l’olio santo d’oliva nella pancia e ha recitato le sue preghiere in latino. Mia madre l’ha pagata con un pugno di ceci e io sono guarito per sempre.

Ma sai perché?

Non perché credevo a quello che aveva fatto la maga, ma perché ho capito quanto mi voleva bene la mia mamma e quanto desiderava che io stessi bene. Di fronte a tutto questo mare di amore non potevo fare altro che nuotare sicuro e senza annegare. Sono diventato grande a otto anni. Da allora mi sono preso cura della mia mamma e quando avevo dieci lire compravo dieci caramelle di carrubba, cinque per lei e cinque per me. Quando avevo cento lire, compravo un arancino di riso fritto per me e uno per lei e, se avevo duecento lire, compravo un cannolo alla ricotta per me e uno per lei. Poi mi sono avvicinato a mio padre e gli ho chiesto di portarmi con lui allo stadio per la partita di calcio e, tu non ci crederai, quell’anno la squadra del Siracusa ha vinto il campionato di serie C ed è stata promossa in serie B. Pensa che gioia!

E allora, caro amico mio, vedi che stai perdendo tempo con le tue paure?

Vedi che non ti stai godendo la vita, la tua bella persona, la tua mamma, tuo fratello, tuo papà, i nonni e tutte le persone che ti vogliono bene?

E allora, “su con le recie” e “in culo alla balena”!

Mi raccomando di voler bene anche agli animali e alle piante. E se cominci a innamorarti di qualche ragazzina, ricordati che è tutta salute per te e per la mamma.

E sai ancora cosa ti dico?

Per festeggiare la tua vittoria sulle paure, pianta un albero nel terreno del nonno, un melo o un pero o quello che tu vuoi, e così ti vedrai crescere sicuro e sereno insieme a lui. Da parte mia quando andrò in Sicilia, pianterò due ulivi nel mio giardino e li chiamerò Giordano e Gregorio. Come prova manderò la foto alla tua mamma.

Caro Giordano, caro amico mio, questo è il prezzo che bisogna pagare per crescere e per crescere bene. Se adesso tu pensi alle tue paure e a quello che ti ho detto, ti accorgi che le cose più importanti sono volersi bene e voler bene, esprimere sempre le proprie emozioni e i propri sentimenti. Le altre cose sono tutte stronzate. E ricordati sempre che hai avuto un gran “culo” nascendo nella tua famiglia.

Ti voglio bene.

Credimi!

Salvatore

P.S. Ogni tanto qualche parolaccia puoi dirla. Ti fa soltanto bene scaricare i nervi quando immancabilmente arrivano. Stai lontano dal fumo che giustamente fa male agli occhi.

Concludo dicendoti che, quando non riesci a dormire, sveglia pure la mamma e tuo fratello e insieme recitate questa divertente scenetta. Sarà un problema trovare gli asini, ma so che in qualche modo ce la farai.

E se non hai capito bene le parole, ascolta questa versione.

I CINQUE SOGNI DI BICELLA

TRAME DEI SOGNI – CONTENUTI MANIFESTI

PRIMO SOGNO

“Ho sognato di essere in una stanza dalla quale si vedeva il mare azzurro e calmo. C’erano tanti libri grigi, penso fossero dei romanzi. E poi pensavo al numero 19 di questo mese che era la ricorrenza di un compleanno.”

SECONDO SOGNO

Ho sognato di essere in una barca e pranzavo lì. Ricordo che ero sola e c’era un grande silenzio. Guardavo il mare ed era il tramonto.

TERZO SOGNO

Ho sognato di essere in una chiesa per un evento. C’era anche mia cugina e qualche prete. Avevo degli orecchini verdi, bianchi e un ciondolo azzurro. Ne mettevo uno per ognuno, gli altri li riponevo in uno scatolino, ma mi cadevano a terra. Poi li prendevo. C’era tanta gente.

QUARTO SOGNO

Ho sognato di essere in aperta campagna dove c’erano due strade, una larga e un’altra molto stretta. Io salivo in quella stretta e arrivata in cima c’era un burrone e non potevo andare avanti né ritornare indietro.

QUINTO SOGNO

Ho sognato che partecipavo ad un balletto classico dove c’erano tante ballerine e una musica eccezionale. Alla fine dello spettacolo andavo in campagna da una mia cugina che festeggiava un compleanno. Terminata la cena ritornavo a teatro per un altro spettacolo.

Bicella è il vezzeggiativo di Bice, che a sua volta è l’abbreviativo di Beatrice.

DECODIFICAZIONI – CONTENUTI LATENTI

CONSIDERAZIONI

Questa è un’occasione da non perdere, una contingenza più unica che rara. Bicella mi ha spedito nell’arco di un mese ben cinque sogni e in ossequio alla sua poderosa capacità di sintesi. La brevità delle sue produzioni oniriche si coniuga con l’intensità emotiva e l’abbondanza simbolica, a conferma che la memoria sintetica del sogno non è da meno della memoria analitica. Un sogno breve è privo di resistenze e di remore che si istruiscono naturalmente al risveglio, manca dei camuffamenti intercorsi anche mentre si sogna, non ha pezze giustificative più o meno logiche che ostacolano l’interpretazione. Il sogno breve è tutto là e ti chiede soltanto di prenderlo in amorevole cura e di tradurlo nel linguaggio logico della veglia.

Ma c’è di più.

Per la prima volta nella mia pluriennale ricerca ho la possibilità di comparare i sogni, di tirare fuori lo stato psichico profondo della protagonista, di rilevare cosa persiste e cosa si ripete con immagini e fantasmi diversi ma con simbologia identica o quanto meno attinente. Si tratta di una possibilità eccezionale che mi è offerta per puro caso e senza alcuna deliberazione. Mi ripeto volentieri: effettuare la comparazione di cinque sogni è motivo di entusiasmo e di reverenza, per cui mi calo con timore e tremore, nonché con certosina pietà, nello studio dei “cinque sogni di Bicella”.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

PRIMO SOGNO

Ho sognato di essere in una stanza dalla quale si vedeva il mare azzurro e calmo.

Bicella visita la sua parte psichica adibita e abilitata alle relazioni con l’esterno, con la realtà che la circonda, con il mondo fuori di lei ed esibisce in questa benefica apertura la sua sensibilità verso la Natura.

Ma questa scelta di direzione, questa “intenzionalità” della sua coscienza non è ancora tutto.

Ben difesa nella sua “organizzazione psichica reattiva”, ben stabilizzata nella sua struttura evolutiva, consapevole del personale “PsicoSoma”, Bicella esibisce in sogno anche la sua sensibilità introspettiva, nonostante l’apparenza ingannevole di guardare fuori: meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “proiezione”. Bicella si guarda dentro e prende consapevolezza del suo “mare azzurro e calmo”, della sua esistenza, della sua vita nel suo essere e nel suo divenire, e ferma un fotogramma del suo “presente psichico”, del suo “breve eterno”: la personale realtà psichica in atto. Il colore “azzurro”, chiara attenuazione del rilassante e soporifero “blu”, attesta di un benefico autocontrollo, a metà tra la vivacità esistenziale del verde e la reattività vitale del giallo. Bicella precisa nel mare “calmo” il giusto controllo della “libido”. Bicella è una donna saggia, “sa di sé” e accetta il suo “status” psicofisico ed esistenziale “azzurro”.

C’erano tanti libri grigi, penso fossero dei romanzi.”

Nella sua stabilità psicofisica in atto Bicella rievoca i ricordi del passato, le memorie condensate nelle sue esperienze vissute e necessariamente le riattualizza. Il senso del Tempo che passa, la nostalgia del “già visto” e del “già vissuto” si condensa nei “libri grigi”, i “romanzi”, le storie vissute, le esperienze desiderate e le esperienze fatte. Un velo “grigio” di tristezza avvolge i ricordi e le rievocazioni di un passato che si attualizza in questo “mare” di saggezza e di consapevolezza, in una distesa azzurra e calma. La psicodinamica scorre composta e senza apparente movimento, come nel mare tranquillo che sotto ribolle di correnti armoniche e ben compensate.

E poi pensavo al numero 19 di Gennaio che era la ricorrenza di un compleanno.”

Il ricordo pacato del passato si condensa e precisa in un numero che Bicella fissa e che sa. Il simbolo della “ricorrenza” si associa al ritorno in mente del concreto numero “19”, un dato individuale e significativo per la nostra protagonista. Il Tempo si presenta nella versione circolare e annuncia il ritorno del “compleanno”, la “ricorrenza” di un pensiero e di un ricordo. Il tempo gira su se stesso come in una dolce centrifuga e viene equiparato al ritorno in mente di una persona significativa che ha a che fare con il numero “19”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Bicella esprime la psicodinamica di una nostalgia pacata e ben razionalizzata intorno alle esperienze vissute ed estrae dal suo “già vissuto” una data per lei significativa. Bicella è ben attestata nella sua struttura psicofisica e manifesta una buona “coscienza di sé”. Degna di rilievo è la nota di tristezza inscritta nel colore “grigio” e nell’inesorabilità circolare del Tempo. Bicella è una brava massaia che sa mettere a posto gli oggetti nel suo arredo.

SECONDO SOGNO

Ho sognato di essere in una barca e pranzavo lì. Ricordo che ero sola e c’era un grande silenzio. Guardavo il mare ed era il tramonto.”

Bicella si trova nella situazione esistenziale in atto, nella contingenza della vita che sta vivendo. La “barca” è un simbolo generico femminile e attesta dello strumento di navigazione che usiamo nel mare della Vita. Vale per i maschi e per le femmine, a riprova che il Principio femminile e le Madri sono le depositarie della Specie e dell’amore della Specie: “ontogenesi” e “filogenesi”. La “barca” è l’oggetto protettivo della vita che si eredita dalla Madre e che permette di navigare con una certa sicurezza nel mare dell’esistenza. Bicella dimostra di volersi bene, “pranzavo”, e di non farsi mancare alcunché in questa “posizione psichica” ibrida che include la “libido orale”, la “libido fallico-narcisistica” e la “libido genitale”: esercizio degli affetti, gratificazione e amor proprio, amore verso l’altro o l’oggetto dell’investimento. Le tre “posizioni psichiche” richiamate hanno in comune la sfera affettiva e l’energia che viene dispensata in modalità diverse. Mi spiego. Appena nati si prende confidenza con l’affettività e la si vive in prima persona, di poi si ama se stessi per portare a maturazione l’investimento affettivo sull’altro, l’oggetto esterno, la persona degna di essere amata.

In tanta mescolanza affettiva e in tanti intrecci relazionali Bicella è “sola”, è in compagnia di se stessa. L’assenza dell’altro induce a stimare l’essere “sola” nello spazio psichico che conchiude la perdita dell’oggetto d’amore e la forzata autonomia. Il “grande silenzio” taglia la testa al toro e fa propendere verso una forma di solitudine legata a un vissuto di perdita in via di “razionalizzazione”. Il “silenzio” è assenza di vitalità affettiva sia nel dare e sia nel ricevere, è simbolo della riduzione degli investimenti di “libido genitale” e dello scambio amoroso, dell’isolamento e della non condivisione, del forzato stato esistenziale di solitudine. “Guardavo” attesta della “presa di coscienza” e della consapevolezza dell’Io sulla situazione esistenziale di cui si diceva in precedenza. Il “mare” è simbolo del vivere e della situazione psicofisica in atto. Bicella sa di sé e della sua vita. La vena di tristezza dei simboli “sola” e “silenzio” trova il suo coronamento nel “tramonto”, la terza età, la fase matura della vita che si avvia inesorabilmente verso la riduzione della vitalità.

PSICODINAMICA

Bicella si vuole particolarmente bene in questo preciso momento della sua vita e in una situazione psicofisica contraddistinta da tristezza per la solitudine e da progressiva perdita della vitalità. La compostezza e la consapevolezza dimostrano un buon uso del prospero meccanismo di difesa dall’angoscia della “razionalizzazione”, nello specifico in riguardo ai vissuti e ai “fantasmi depressivi di perdita”. Ben venga la terza età, se si ha la barca giusta per navigare su un mare ammaliato dal canto lontano delle perfide Sirene. La partenza può attendere.

TERZO SOGNO

Ho sognato di essere in una chiesa per un evento. C‘era anche mia cugina e qualche prete.”

Bicella istruisce il “processo psichico” di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” di fronte a una situazione esistenziale o a un fatto preciso della sua vita: “una chiesa per un evento”. Quest’ultimo non è meglio precisato nella sua sostanza. Si fa accompagnare dalla figura femminile della cugina per rafforzarsi nell’impresa delicata che si accinge a vivere. Il “prete” è una figura maschile in perfetta linea con la “sublimazione”, un alleato e un uomo con cui non è possibile relazionarsi in maniera amorosa, un oggetto tabù per gli investimenti di “libido”. Il “qualche” conferma la genericità della figura. La donna Bicella sublima la sua vita sessuale e si vieta di vivere concretamente la “libido”. La “chiesa” rappresenta simbolicamente il luogo della sofferenza e del dolore all’interno di una cornice permeata dagli esiti depressivi del “fantasma di morte”. La “chiesa” è simbolicamente anche il luogo dell’espiazione dei sensi di colpa.

Avevo degli orecchini verdi, bianchi e un ciondolo azzurro. Ne mettevo uno per ognuno, gli altri li riponevo in uno scatolino, ma mi cadevano a terra.”

I colori sono ricorrenti nelle brevi trame dei sogni di Bicella. Ritorna l’azzurro e si manifestano il bianco e il verde. Le simbologie dicono che l’azzurro rappresenta il vivere e l’agire composto e ponderato, il “bianco” denota una forma di innocenza e la verginità psichica di un mancato coinvolgimento, il “verde” contiene la vitalità e l’attualità degli investimenti di “libido” in forma ben consapevole. Bicella vive la sua vita dispensando in piena consapevolezza ingenuità, compostezza e intensità: una donna che sa il fatto suo e che si comporta nelle varie evenienze con le modalità che ritiene adeguate. Questi colori e queste caratteristiche riguardano gli “orecchini” e il “ciondolo”.

Che simboli sono?

“L’orecchino” rappresenta la sensibilità femminile e il potere della seduzione, componente fallica come dal mito della nascita di Afrodite. Non manca nella simbologia dell’orecchino il feticismo e la distinzione sociale in una con la pulsione sadomasochistica. Almeno così leggo nel mio “dizionario psicoanalitico dei simboli onirici”, ma non è ancora finita perché alla voce “orecchio” leggo “relazione seduttiva e complicità erotica, traslazione della libido genitale” e il tutto va a braccetto con la simbologia dell’orecchino. Ma vediamo quale sorpresa ci riserva il “ciondolo”: condensazione del potere psicofisico maschile, componente altrettanto fallica e traslazione di un tratto psichico genitale.

Vediamo di poter capire per poter spiegare.

Bicella si trova in chiesa e sta sublimando la sua sessualità e il suo potere seduttivo di donna. Si abbiglia dei suoi attributi erotici e sessuali, si manifesta in ambito sociale con modestia e compostezza e usa la discrezione senza eccedere nell’esibizione del potere femminile. L’atto di riporre gli ammennicoli in eccesso dentro “uno scatolino” è l’allegoria del coito perché il recipiente è simbolo della ricettività sessuale femminile. Ma questo rapporto sessuale genitale non si può fare a causa di un processo di perdita, la caduta degli orecchini “a terra”. Bicella ha subito un processo di perdita progressiva del suo potere femminile di seduzione e della sua “libido genitale”. La psicodinamica simbolica dice di una frustrazione della dimensione erotica e sessuale. Niente di eccezionale e di particolarmente scandaloso e semplicemente perché la scena si rappresenta in un teatro psichico contraddistinto da orgogliosa consapevolezza e da elegante signorilità.

Poi li prendevo. C’era tanta gente.”

Il recupero della sua psicodinamica è immediato. Bicella ricompone la sua persona e la sua figura sociale dopo il trauma e assorbe la carica emotiva collegata all’evento critico. La “tanta gente” attesta di una distribuzione e di una condivisione dell’angoscia depressiva di perdita. “Prendevo” equivale a una riassimilazione del ruolo femminile, quello giusto agli occhi degli altri e alla valutazione sociale, sempre secondo il vangelo di Bicella, secondo quello che lei stima socialmente utile e plausibile. Dopo lo sconquasso ben assorbito Bicella si ripropone e si manifesta nella trama di un processo di perdita ben razionalizzato.

PSICODINAMICA

Il breve e intenso sogno di Bicella mostra la psicodinamica di reazione a un evento traumatico che ha messo in discussione la sua entità psicofisica femminile e la sua dimensione sociale. Nel versante erotico e sessuale è presente la “sublimazione della libido” a causa di una frustrazione delle pulsioni e nel versante sociale si manifesta la ricomposizione della persona dopo il trauma. L’evento critico è stato razionalizzato e la condivisione da parte degli altri attesta di una distribuzione dell’angoscia depressiva di perdita.

QUARTO SOGNO

Ho sognato di essere in aperta campagna dove c’erano due strade, una larga e un’altra molto stretta.”

Bicella si trova nel cammino della sua vita davanti a un bivio, due direzioni possibili che comportano una scelta ponderata e in linea con le sue caratteristiche psichiche. E’ l’allegoria dell’esistenza di cui parlavano e parlano ancora i filosofi e i poeti, nonché la gente comune che s’imbatte nelle mille traversie del quotidiano vivere. “L’aperta campagna” è la metafora dell’indefinito che esige di essere circoscritto per operare una deliberazione a cui far conseguire una decisione. La “campagna aperta” rappresenta la disposizione a vivere e a scegliere una definizione psichica per non cadere nell’evanescente e nel depressivo. Le “due strade” condensano due soluzioni alla problematica esistenziale in atto e in reazione a un evento che ha determinato lo stato psichico di indeterminazione, quello spazio presente che aspira a essere circoscritto. Le “due strade” sono due scelte esistenziali e due soluzioni possibili, due scelte di vita e due possibilità di istruire i migliori “meccanismi di difesa” dall’angoscia, quelli che sono in sintonia con la “organizzazione psichica reattiva” di Bicella. Una possibilità e una soluzione è “larga”, presenta una speditezza e una comodità, oltre che una riduzione di sofferenza. Il “meccanismo di difesa” dall’angoscia “largo” è quello che procura meno dolore e quello maggiormente usato dalla gente e, quindi, quasi normale: la “rimozione” per esempio. Una possibilità e una soluzione è “molto stretta” quando presenta sofferenza e oltrepassa la soglia del dolore e mette a dura prova la tolleranza. Bicella chiede a se stessa una coraggiosa disposizione ad accollarsi le conseguenze di un esito infausto. Il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia particolarmente indicato a questa pulsione sadomasochistica è “l’annullamento”, la conversione accettabile della carica nervosa in un rito o in un sintomo. Oppure si può ricorrere alla sempre verde “sublimazione” che consente di sentirsi attivi e sempre sul pezzo anche nelle contingenze sfortunate della vita.

Io salivo in quella stretta e arrivata in cima c’era un burrone e non potevo andare avanti né ritornare indietro.”

Bicella sceglie il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”, “Io salivo”, e abbraccia la soluzione più dolorosa, la strada “quella stretta”. Si desume che la nostra protagonista si sia trovata disposta a percorrere un cammino angusto e abbia scelto di procedere eroicamente secondo le sue tendenze psichiche e le sue intenzioni mentali. “Arrivata in cima”, dopo aver esperito la “sublimazione della libido”, dopo aver nobilitato le cariche pulsionali in fini accettabili e utili anche al prossimo, Bicella si è accorta che rischiava la depressione ridestando il suo pregresso “fantasma di perdita”: “un burrone”. Bicella ha preso coscienza che si è trovata, di sublimazione in sublimazione, a non avere vie di scampo e soluzioni di progresso nel suo cammino esistenziale. Le strade sono finite, non ci sono più soluzioni all’angoscia, al dolore e alla psicodinamica in atto. L’impossibilità di progredire e di retrocedere è descritta in termini pacati, ma è drammatica. Bicella è costretta ad accettare la realtà dei fatti e a ricercare nuove soluzioni che per il momento non si profilano all’orizzonte. Lo stato di costrizione è pesante dal momento che comporta la coartazione psichica. La “sublimazione” ha funzionato e l’ha portata o a cadere nel burrone dando sfogo alla pulsione depressiva e sadomasochistica o a fermarsi in cima alla ricerca di un altro meccanismo psichico di difesa più idoneo e meno doloroso per il suo stato psichico. Il sogno si conclude in questa attesa e in questa convinzione di non dover regredire ma di accettare il presente, di riflettere su quello che le è successo e che si porta addosso. Bicella non ha più la forza di sublimare generosamente la sua energia vitale, si sta ingiungendo di vivere meglio, di ben usare le sue potenzialità e di tradurle in atto, sta chiedendo a se stessa di accomodarsi comodamente nel suo spazio esistenziale.

PSICODINAMICA

Il sogno di Bicella manifesta la psicodinamica della ricerca dei “meccanismi” e dei “processi psichici di difesa” dall’angoscia in riferimento all’evento traumatico non meglio precisato. L’uso della “sublimazione della libido” si mostra esaurito pur nella sua benefica azione, per cui Bicella si imbatte nella possibilità della depressione e nella necessità di evitarla ricercando altre soluzioni di difesa più proficue e meno dolorose.

QUINTO SOGNO

Ho sognato che partecipavo a un balletto classico dove c’erano tante ballerine e una musica eccezionale.”

Bicella fa parte di un gruppo, socializza, sta in mezzo alla gente e si colloca in maniera elegante e con posture antiche e moderne, immortali e classiche, con modalità collettive e universali di fronte alle traversie della vita. Bicella passa dall’isolamento individualistico e dalla superbia di una condizione problematica a fondersi con la gente e a identificarsi anche con le sofferenze comuni. Bicella partecipa, esce fuori dal suo splendido isolamento e si scopre una delle “tante ballerine” che affrontano la musica classica e la “musica eccezionale”, quelle esperienze che capitano a tutte e non tutti i giorni fortunatamente. Bicella stempera le sue angosce e il suo dolore nel “balletto classico”, scarica le sue tensioni nel muoversi in armonia con il mondo e con le altre donne. La similarità di condizione è il presupposto di questa condivisione di atteggiamenti nel cammino della vita.

Alla fine dello spettacolo andavo in campagna da una mia cugina che festeggiava un compleanno.”

Dopo l’esibizione sociale del proprio stato psichico, “spettacolo” compatibile con la difesa della propria intimità, Bicella si avventura negli affetti familiari e nella consolazione e nell’esorcismo del tempo che passa, “un compleanno”. Quest’ultimo ritorna e si manifesta nel rito del festeggiamento amaro dell’ineluttabilità e dell’ineludibilità del trascorrere del Tempo. Dopo aver visto la soluzione armonica del dolore nel ballo classico e nella reazione delle donne, Bicella ricorre agli affetti familiari per dare un senso alla ripresa psichica e alla reazione consapevole al dolore.

Terminata la cena, ritornavo a teatro per un altro spettacolo.”

“La cena” è consumo di “libido orale”, è affettività, è un volersi bene e un voler bene, è famiglia, è identità psichica e sociale, è stare nel gruppo, è difesa naturale dall’angoscia depressiva di solitudine. Bicella trova nella famiglia la panacea ai suoi mali psico-esistenziali e al trauma occorso, trova nei suoi cari e negli affetti antichi la soluzione dello psicodramma e la condivisione del travaglio di una “razionalizzazione della perdita” depressiva. Dopo l’esercizio degli affetti in ambito affidabile e sincero, Bicella può tornare a recitare il suo ruolo nel teatro sociale, a esibirsi in mezzo agli altri in maniera formale, un altro spettacolo” intessuto con le sue caratteristiche personali. Vivere con gli altri è una “catarsi”, una purificazione che fa tanto bene nel non farti sentire un marziano sul pianeta terra. Tra il privato e il pubblico il dolore trova la sua epifania e l’angoscia si condivide e si annacqua volentieri perché questa essenza mortale dell’uomo non è un vino buono. Meglio vivere insieme agli altri e tutti accucciati nelle città. E così la vita va.

PSICODINAMICA

Il sogno di Bicella svolge la psicodinamica della consapevolezza di condividere un trauma, di portarlo nella società e di stemperarne l’angoscia condividendola con i familiari secondo le conosciute movenze affettive. Tra privato e pubblico le ferite cercano la loro cicatrice secondo le coordinate di una benefica “razionalizzazione”. La nuova ripresa psicofisica è in via di formulazione e a dispetto del tempo che scorre.

COMPARAZIONE

Bicella è ben attestata nella sua struttura psicofisica e manifesta una buona “coscienza di sé” con una nota di tristezza e un sentimento di pacata nostalgia sul “già vissuto”.

Bicella ricorre all’amor proprio in questo preciso momento della sua vita e in una situazione psicofisica contraddistinta da solitudine e dai “fantasmi depressivi di perdita”.

Bicella reagisce a un evento traumatico che ha messo in discussione la sua entità psicofisica femminile e la sua dimensione sociale. Si serve del processo psichico di difesa della “sublimazione” per ricomporre la sua persona dopo il trauma. L’evento critico è stato razionalizzato e la condivisione da parte degli altri favorisce la distribuzione dell’angoscia depressiva di perdita.

Quando l’uso della “sublimazione” non funziona, Bicella si imbatte nel rischio della depressione e reagisce ricercando altre soluzioni di difesa più proficue e meno dolorose.

Bicella è consapevole del bisogno di condividere il trauma per stemperarne l’angoscia e ricorre ai familiari e alle conosciute movenze affettive. La ripresa psicofisica avviene con una sana e spedita “razionalizzazione” del trauma.

COMMENTO

Per spiegare il meccanismo psichico di difesa della “razionalizzazione del lutto” le interpretazioni dei cinque sogni di Bicella sono gli strumenti opportuni perché evidenziano le modalità psichiche di affrontare, di vivere e di reagire a una perdita significativa. Spesso ho analizzato sogni che riguardavano la “razionalizzazione del lutto” e a quei lavori vi rimando, ma i cinque sogni di Bicella evidenziano il migliore corredo in riguardo all’angoscia, al dolore, alla nostalgia, al rischio di ammalarsi e alla soluzione finale di portare alla consapevolezza il dolore e di inserirlo nella realtà dei fatti.

Come si è ampiamente rilevato, i cinque sogni di Bicella hanno come comune denominatore il vissuto della “perdita”, un tratto psichico distintivo che immancabilmente evoca il “fantasma” incamerato nella primissima infanzia con tutte le turbolenze di allora e ingrossate dalle angosce successive riguardanti le altre perdite inevitabilmente vissute. Viene confermata la tesi che il sogno elabora il materiale psichico in atto e che la Psiche non procede per salti, come la Natura secondo la Filosofia greca. Mi spiego. La Psiche elabora in tempi consistenti e duraturi i vissuti che emergono e la occupano e non riesce a liberarsi del tema e dell’emozione in breve tempo anche se usa un meccanismo di difesa rapido e valido come la “razionalizzazione”. Nel sogno questo materiale si manifesta in maniera simbolica e turbolenta seguendo la dinamica delle libere associazioni, per cui richiama e coagula tutte le esperienze vissute e le esperienze similari che riguardano sempre colui che sogna. Il principio della “intenzionalità della coscienza” esige che la Psiche sia sempre occupata da un contenuto e diretta verso l’elaborazione di quest’ultimo. La Psiche è particolarmente attratta dalla complicazione e dalla complessità piuttosto che dalla semplicità, oltre al fatto che manifesta interesse magnetico verso determinati vissuti per lei degni di analisi. Questo è il “principio dell’intenzionalità della coscienza” elaborato da Brentano, ripreso e approfondito dalla scuola filosofica della “Fenomenologia”. L’assemblaggio dei dati in via di configurazione suscitano l’interesse della Psiche al punto che quest’ultima interviene a complicare eventi e vissuti significativi per l’attenzione e l’attrazione in lei suscitate. La Psiche seleziona i suoi contenuti e sceglie quelli che sono di suo precipuo interesse. Il “principio della intenzionalità della coscienza” è intrigante perché non si conosce bene il funzionamento e non si spiega altrettanto bene il perché delle scelte operate. La teoria dell’associazionismo non soddisfa pienamente, del resto è datata Ottocento e inizia con il “Positivismo” empirico inglese di Stuart Mill e di Spencer. In ogni caso si tratta di magnetismo psichico ispirato e dettato dal principio antico in base al quale “simile simili cognoscitur” o “il simile è conosciuto o si assimila al simile”. E’ un discorso lungo che rimando ad altra occasione. Intanto buona fortuna agli stranieri che approdano sulle coste di Siracusa.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” presenti nel sogno di Bicella si è già detto cammin facendo. Degni di rilievo sono quelli riguardanti i colori “grigio”, “azzurro”, “verde”, “bianco”. Degni di importanza sono “mare”, “libri”, “barca”, “silenzio”, “tramonto”, “chiesa”, “prete”, “orecchini”, “ciondolo”, “scatolino”, “campagna”, “strade”, “stretta”, “larga”, “salivo”, “burrone”, “balletto”, “ballerine”, “compleanno”, “cena”, “teatro”, “spettacolo”. Vista l’abbondanza dei simboli è sorprendente la combinazione logica all’interno del sogno e con le tematiche degli altri sogni, a conferma che la Psiche “non procedit per saltus” come Madre Natura, per cui domani il sole sorgerà a oriente. State pur tranquilli. E così domani sognerete con gli stessi “meccanismi” e con i contenuti psichici che stanno premendo o si stanno azzuffando dentro di voi.

L’archetipo richiamato è la “Vita” in “il mare azzurro e calmo” e in “guardavo il mare”.

Il “fantasma” evidenziato riguarda la “perdita”: “Ricordo che ero sola e c’era un grande silenzio. Guardavo il mare ed era il tramonto.”

Sono presenti le istanze psichiche “Io” o vigilanza della coscienza, “Es” o rappresentazione dell’istinto e pulsione, “Super-Io” o limite e censura.

“Io” è presente in “si vedeva” e in “pensavo” e in “ricordo” e in “guardavo”.

“Es” è presente in “Avevo degli orecchini verdi, bianchi e un ciondolo azzurro. Ne mettevo uno per ognuno, gli altri li riponevo in uno scatolino, ma mi cadevano a terra.”.

“Super-Io” è presente in “Poi li prendevo” e in “C’era tanta gente” e in “io salivo in quella stretta”.

I sogni di Bicella presentano in prevalenza la “posizione psichica orale” e la “posizione psichica genitale”: affettività, riconoscimento dell’altro, condivisione e donazione. Fa capolino la “posizione fallico-narcisistica” in “pranzavo”, il giusto amor proprio che è la condizione per amare gli altri, per emergere in pompa magna in “Avevo degli orecchini verdi, bianchi e un ciondolo azzurro.”.

I “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia presenti e in atto sono la “condensazione” in “mare” e in “barca” e in “ciondolo” e in altro, lo “spostamento” in “chiesa” e in “prete” e in “in cima” e in altro, la “proiezione” in “mare azzurro e calmo”. La “figurabilità” la fa da padrona e crea bellissime allegorie in “si vedeva il mare azzurro e calmo. C’erano tanti libri grigi, penso fossero dei romanzi.” e in “Guardavo il mare ed era il tramonto.” e in “Avevo degli orecchini verdi, bianchi e un ciondolo azzurro. Ne mettevo uno per ognuno, gli altri li riponevo in uno scatolino, ma mi cadevano a terra.” e in “aperta campagna dove c’erano due strade, una larga e un’altra molto stretta. Io salivo in quella stretta e arrivata in cima c’era un burrone e non potevo andare avanti né ritornare indietro.”

I “processi psichici di difesa dall’angoscia in atto sono la “regressione” per quanto riguarda la funzione onirica e qualcosa si desume in “C’erano tanti libri grigi, penso fossero dei romanzi.”. La “sublimazione” si evidenzia nettamente in “Io salivo” e qualcosa si desume in “qualche prete” e in “chiesa”.

I sogni di Bicella manifestano un tratto psichico “depressivo” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva”, struttura evolutiva”, di qualità “orale” e “genitale”: affettività e disposizione psichica all’altro e all’oggetto d’amore senza abdicare all’amor proprio. “Depressivo” si traduce “sensibile alla perdita”.

I sogni di Bicella elaborano le seguenti figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “barca” e in altro, la “metonimia” o relazione logica in “libri grigi” e in altro. Le “allegorie” abbondano: “essere in aperta campagna dove c’erano due strade, una larga e un’altra molto stretta.” o allegoria dell’esistenza. “Avevo degli orecchini verdi, bianchi e un ciondolo azzurro. Ne mettevo uno per ognuno, gli altri li riponevo in uno scatolino,” o allegoria del coito.

La “diagnosi” dice di una progressiva “razionalizzazione” del trauma e di un tratto psichico depressivo in agguato se stimolato da una perdita affettiva.

La “prognosi” impone a Bicella di portare avanti la “razionalizzazione” del trauma e di considerare sempre la sua sensibilità alla perdita. La vita sociale e l’esercizio dell’affettività sono gli antidoti indicati ed efficaci.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nel mancato funzionamento della “razionalizzazione” e nell’insorgere di una “psiconevrosi depressiva”.

Il “grado di purezza onirico” è “buono”. I cinque sogni di Bicella non hanno subito accomodamenti logici a causa della loro brevità.

Il “resto diurno”, causa scatenante del sogno o “resto notturno”, si attesta nel ricordo del trauma vissuto e subito o in qualche associazione fortuita. In ogni caso, il trauma della perdita e i “fantasmi” ridestati stazionano e sono sensibili a essere proficuamente elaborati in sogno. Capire il sogno è terapeutico proprio perché ti aiuta ad accelerare lo smaltimento delle tensioni legate all’esperienza vissuta, a razionalizzare il lutto, a ricordarlo senza che si scatenino le angosce sulla propria morte e le tensioni dolorose sulla morte altrui.

La “qualità onirica” è cromatica e paesaggistica con una notevole vena esistenziale. Vedi “vedeva il mare azzurro e calmo. C’erano tanti libri grigi,” e “Avevo degli orecchini verdi, bianchi e un ciondolo azzurro.” e “Guardavo il mare ed era il tramonto.” e “in aperta campagna dove c’erano due strade, una larga e un’altra molto stretta. Io salivo in quella stretta e arrivata in cima c’era un burrone”.

I cinque sogni di Bicella appartengono alla penultima fase del sonno REM e all’incipit delle successiva fase nonREM. Sono sogni che si fanno dalle “tre” in poi.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione dei seguenti sensi: la “vista” in “si vedeva il mare azzurro e calmo” e in “guardavo il mare ed era il tramonto.”, “l’udito” in “c’era un grande silenzio”.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione dei sogni di Bicella è “buono”. Il “grado di fallacia” è “minimo” a causa della brevità e della limpidezza simbolica.

REPETITA IUVANT”

Le ripetizioni aiutano a capire meglio e a scoprire quale tematica è consistente e persiste nelle psicodinamiche di Bicella. Nei cinque sogni si presentano due volte i seguenti simboli: “compleanno”, “mare”, “campagna”, “azzurro”, “spettacolo”. Traduco: “compleanno” o ritorno ciclico del tempo con nota depressiva d’angoscia e tendenza alla ritualità, “mare” o metafora della vita e dell’esistenza, “campagna” o realtà psichica in atto, “azzurro” o vitalità pacata e riflessiva, “spettacolo” o esibizione sociale con difesa. Bicella è presa dalla sua esistenza e dalla sua vitalità, nonché dalle problematiche in atto. Tende a vivere tra la gente e a dare di sé un’immagine adeguata e congrua. E’ particolarmente sensibile alla fuga del tempo. Quello che ancora si può evincere da questi ritorni simbolici sarà aggiunto dall’interessata.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione dei sogni di Bicella è stata visionata da un collega. E’ venuto fuori il seguente dialogo.

Collega

Cinque sogni sono serviti a scoprire cosa?

Vallone

Primo: la Psiche non ha una attività ballerina e discontinua, non salta di palo in frasca in quanto a movimento, è determinata dalla persistenza di determinati contenuti in base alla contingenza dei vissuti e delle evenienze esistenziali. La Psiche non è soggetta a entropia e non confonde i suoi dati. Le attività psichiche non producono disordine, ma ordinano i dati in base al “principio dell’associazionismo”. La Psiche si tutela dal possibile disordine attraverso le attività di entrata e di uscita dei dati, come un lago limpido che ha un emissario e un immissario. Questa è l’allegoria giusta per capire le attività psichiche e la cosiddetta “salute mentale”. Più si invecchia è più il lago dev’essere limpido.

Collega

Buona questa allegoria e buona la teoria. Tu dici che l’attività psichica in sogno è come nella veglia, si svolge in maniera uniforme e con il persistere costante di temi e di tratti personali. In sogno però il linguaggio è simbolico, mentre nella veglia il linguaggio è logico-consequenziale.

Vallone

Hai sintetizzato benissimo. Da svegli non possiamo essere mentalmente ballerini e discontinui nelle attività psichiche, altrimenti rischiamo di essere ricoverati in un padiglione psichiatrico per un grave disturbo di personalità o qualcos’altro di pesante: dico meglio, altrimenti siamo di danno a noi stessi e agli altri. Quella continuità funzionale e quella permanenza dell’identità psichica garantiscono un “Io” in buona salute dinamica. Ma quali contenuti ha la Psiche? Ha gli stessi contenuti che ha in sogno. Da sveglio l’Io sta vivendo ed elaborando quello che poi di notte in sogno traduce in psicodinamiche simboliche.

Collega

Senti, tu predichi sempre di essere chiari e popolari, ma mi sembra che non ci stiamo riuscendo. I discorsi sono astrusi. Proviamo a parlare come mangiamo.

Vallone

Hai proprio ragione. Allora diciamo che noi siamo a livello psicologico sempre pieni della nostra storia, di come abbiamo vissuto noi stessi e gli altri, di come abbiamo interpretato le cose e il mondo attorno a noi. In ogni momento della nostra vita abbiamo dentro ricordi su esperienze vissute che non cambiano in fretta e da un giorno all’altro, ma persistono per un certo tempo in attesa di evolversi ed evolvendosi variano.

Collega

Esempio: se io sto per diventare padre, tirerò fuori i vissuti di mio padre e di figure simili, la mia vita da figlio, la relazione con mia madre e le mie sorelle e anche qualche trauma che immancabilmente si presenta.

Vallone

Nel caso di Bicella la Psiche era piena dell’esperienza di perdita, un lutto, la perdita di una persona amata, e questa angoscia depressiva e questo dolore reale se li è portati dietro da tempo, magari da due anni, il tempo della “razionalizzazione del lutto”, in maniera sempre più stemperata. Tutto questo materiale di giorno viene pensato e diventa oggetto di pianto e di ragione, si dice in gergo “farsene una ragione”, mentre di notte viene sognato ed elaborato con i meccanismi primari. Aggiungo che nell’essere sognato si scaricano tensioni e si può capire meglio cosa abbiamo dentro.

Collega

Bene, adesso è tutto più chiaro. Ma la scoperta in cosa consiste?

Vallone

Più che una scoperta è una conferma. Tu sai benissimo che non si scopre un bel niente, ma che si approfondisce e precisa soltanto il tema e la modalità di funzionamento della Psiche. Bicella è interessata da tempo ai contenuti affettivi ed esistenziali, pur avendo una vita ampia e variopinta. Di nuovo c’è che cinque sogni nello spazio di un mese e coerenti nel tema non li avevo ancora trovati dopo averne analizzati ben duecentoventuno nel “blog” e chissà quanti nella pratica clinica. Il sogno è classico, ma non è ballerino. Tratta la stessa tematica in maniera diversa. Se io nella veglia sono preso da un conflitto e ci penso, immancabilmente la notte lo elaboro. Di nuovo rispetto al passato c’è che non sapevo che per due mesi o sei mesi sognerò quasi sempre la stessa cosa nella sostanza ma non nella forma.

Collega

Si evidenzia una sensibilità depressiva nei cinque sogni di Bicella.

Vallone

Come al solito un evento traumatico tira fuori il passato e in questo caso scatena la sensibilità alla perdita. I sogni dicono che i livelli di tensione sono ben contenuti dalle sponde e che il torrente non è particolarmente rapido. La “razionalizzazione del lutto” è stata salvifica per Bicella e non ha scatenato ulteriore marasma.

Collega

Cos’è e cosa consigli per la depressione?

Vallone

Puoi dirlo tu in sintesi.

Collega

La depressione è una caduta della vitalità degli investimenti di “libido”. La persona si ritrae e non ha la forza di rivolgersi all’esterno, si contrae e in questo modo fa ristagnare le sue buone energie. Queste ultime si ritorcono contro la persona perché non possono stare dentro inutilizzate. Allora a livello mentale abbiamo la “noia” o la patologia del pensiero, non si hanno desideri, non si formulano idee, non si fanno progetti. A livello emotivo si vive il dolore di questa incapacità di agire e di fare e aumenta il rischio che si aggravi e diventi insopportabile. Quando le tensioni superano la soglia di tolleranza, si somatizzano inevitabilmente e beneficamente per consentire la continuazione della vita. Sembra un paradosso, ma i disturbi psicosomatici attestano del buon funzionamento della macchina “psico-soma”. E’ come la reazione della febbre all’azione di un virus o di una malattia.

Vallone

Freud parlò anche di rabbia inespressa per quanto riguarda la depressione.

Collega

Come si cura se si aggrava?

Risposta

Eterno problema. Con la psicoterapia, psicoanalitica e non. Sugli psicofarmaci non mi pronuncio, ma certamente un farmaco non mi cambia i connotati psichici che ho incamerato nell’evoluzione storica e culturale della mia esistenza. La “psiconevrosi depressiva” va curata concretamente stando in mezzo alla gente e rafforzando la propria identità sociale in primo luogo. Di poi afferrando le cause della propria introversione e della difficoltà a esternare e ad aggredire nei giusti modi, della difficoltà a scaricare la tensione e a difendersi dagli immancabili agguati altrui. La “depressione grave o maggiore” abbisogna di essere curata con gli ausili necessari. Aggiungo che la depressione è grave quando è invalidante e impedisce alla persona di vivere anche al minimo consentito dalla psicodinamica in atto. Allora c’è anche il rischio del suicidio.

Vallone

Va bene. Ci fermiamo, ma prima aggiungo che la canzone, scelta per “i cinque sogni di Bicella” e per il tema che tratta, è “Imparerò a volare” cantata da due vecchi poeti e compagni, Guccini e Vecchioni. Il testo è di Roberto Vecchioni ed è dedicato ad Alex Zanardi. Esalta la bellezza del vivere e la grandezza del coraggio di vivere, il gran “culo” che contiene la vita se la sai prendere nel verso giusto a tutte le età e specialmente in quella “anziana”: “io sono un vivente che viene prima di voi”. Bicella sarà contenta di questa scelta. Alla prossima e intanto GRAZIE & GRAZIE e ricordate che “questo venire al mondo è stato un gran colpo di culo”. E allora “buon volo a tutti”!

GLI SCENARI DI “ONIRIC WOMEN” 2

PSICODINAMICA DELLA PRIMA PARTE

Il sogno di Sabina svolge la psicodinamica della “posizione edipica” con particolare predilezione nei riguardi della figura paterna, usa il meccanismo della “scissione” per non incorrere nell’incubo e nel risveglio immediato e per gestire le angosce legate ai virulenti “fantasmi” del padre e della madre, mostra una buona risoluzione della relazione psichica con il padre attraverso il recupero della componente affettiva e affermativa, tralascia la relazione con la madre e non ne condivide le modalità in cui gestisce se stessa e il suo ruolo. Sabina si serve del meccanismo psichico della “figurabilità” in un contesto speculare rafforzando la presa di coscienza sulla “posizione edipica” e usa la simbologia dello Spazio e del Tempo facendo coincidere la nostalgia con l’appagamento in atto, la consapevolezza del passato con lo stato di coscienza presente. Sabina vive nel suo presente psicofisico, nel suo “breve eterno” e al di sopra dello Spazio e del Tempo convenzionali. Sabina è nella contingenza del suo “SpazioTempo”, là dove la sua energia si irradia con il “grande scoppio” quotidiano degli investimenti operati vivendo. Sabina esibisce orgogliosamente un buon “sapore” di se stessa perché lei “sa di sé”.

TRAMA DEL SOGNO 2 – CONTENUTO MANIFESTO

“Le gemelline vanno nella piscina all’aperto sotto casa. Io sono la loro baby sitter, ma non ho voglia di scendere a guardarle, sono stanca, sono a letto e ho bisogno di dormire.

L’appartamento è lo stesso di prima ed è la riproduzione della zona notte dei miei genitori della casa in cui vivevo da ragazzina, solo che dove c’era il ripostiglio c’è la stanza in cui sto dormendo e dove c’era la stanza dei miei c’è una cucina con delle donne, che si apre su un salone spazioso e luminoso.

Mi alzo e guardo le gemelline dal balcone a ringhiera a destra. Devono fare due iniezioni a testa, ma io non sono molto brava a farle e chiedo a una signora che è in cucina di scendere ed espletare il compito.

Poi vado alla finestra del salone, che dà sulla sinistra della casa, e le vedo mentre attraversano un parco. È diventato autunno, sono allegre, stanno bene, sono bambine.”

OSSERVAZIONI FINALI

Nessuna angoscia al risveglio, solo confusione nel ricordare le immagini del sogno, che diventano più chiare mano a mano che passo dallo stato immediatamente successivo al sonno a quello di piena coscienza.

Caro Maestro, mi dica qualcosa, quando Lei spiega mi sembra che sia facile capire e capire mi placa. Forse è questo il senso della conoscenza, guardare l’abisso senza temerlo.

Sabina

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Le “osservazioni finali” di Sabina confermano alcune verità di “scienza umanistica” che sono state progressivamente acquisite sul sogno e sui suoi dintorni psicofisici. Sabina non sente alcuna angoscia al risveglio, dopo aver tanto rielaborato i suoi “fantasmi” e i suoi vissuti sotto la protezione dei meccanismi del “processo primario”: “il sogno è il guardiano del sonno” ed è reso possibile dalla Fantasia e tutelato dalla funzione simbolica, il famoso “Linguaggio dimenticato” o quasi di Fromm. Sabina accusa soltanto “confusione” nel ricordare le immagini del sogno e questo stato è legato al suo maniacale estro analitico e al suo conclamato gusto del particolare. La “confusione” si attesta nell’inquadramento e nella fusione dei dati, nella vendemmia dei particolari, nel mettere insieme capre e cavoli trovando il nesso logico e il tramite simbolico. Senza alcun intervento vigile e consapevole Sabina dormendo ha dipinto il suo sogno con una serie di scenari e di scenette familiari degne della migliore umana “comedia”, un’opera non certo boccaccesca e tanto meno dantesca, un’opera sicuramente proletaria e senza endecasillabi e senza terzine, senza rima alternata o baciata. Sabina è artista nel suo dormire semplicemente perché i sogni li ha sognati da sveglia e da bambina, in grazie alla fertilità della sua benefica Fantasia e alla virulenza dei suoi succulenti “fantasmi”. Il passaggio progressivo dal sonno alla veglia è descritto da Sabina come il processo che viaggia dall’offuscamento emotivo alla lucidità della coscienza, come il tragitto che va dalla dimensione psicofisica profonda alla dimensione razionale, dalle tenebre alla luce, dall’Es all’Io, dal “principio del piacere” al “principio della realtà”, dalla rappresentazione degli istinti alla concettualizzazione consapevole e funzionale al “sapere di sé”. La luce della Fantasia è calda come i “fantasmi” che costruisce, quelli che popolano la creatività e sostengono l’Io nel suo centro e nei suoi dintorni. La luce della Ragione è fredda, è LED, ma estremamente utile per avvinghiare le mille tentazioni dell’angoscia di morte, il nobile e tremendo basamento del Vivente, umano e non, come voleva e scriveva il nevrotico Arthur Schophenauer nel suo “Mondo come volontà e rappresentazione”. Emerge in Sabina che sogna e trova la sua mirabile epifania la diuturna diversità quantitativa e qualitativa tra la Fantasia e la Ragione, i “processi primari” e i “processi secondari”, tra il sistema neurovegetativo e il sistema nervoso centrale, tra l’emisfero cerebrale destro e l’emisfero sinistro. Si tratta di un’apparente diversità e di un inesistente conflitto semplicemente perché la dinamica evolutiva e circolare, alla Hegel per intenderci, avviene all’interno dell’unità psicosomatica chiamata “Uomo”. Si tratta dei tanti “modi umani” di manifestarsi, si tratta degli “attributi umani” del Pensiero e del Corpo, dell’unita “Psico-Soma”. Quest’ultima è la Verità soggettiva e oggettiva, l’assunto ideale e reale di base, la Sostanza e la Unità imprescindibili da cui naturalmente si deduce e si giustifica, si produce e si comprende tutto l’ineguagliabile e inimitabile “Prodotto Umano Lordo”. Non si tratta dell’apice di una platonica o aristotelica piramide, ma di uno “Psico-Soma” uno e tutto, greco “olon”, che svolge e sviluppa in un processo dinamico circolare ed evolutivo gli “attributi umani” psicofisici e li individualizza e concretizza nei “modi umani” della Psiche e del Corpo, il suddetto “Prodotto Umano Lordo”, il neonato PUL.

Ritornando alle osservazioni finali di Sabina, si deve precisare che il passaggio dallo stato ipnoide dell’ultima fase del sonno REM alla consapevolezza vigilante della veglia segna il ritorno alla Realtà esterna e al suo principio. Si spera e si prega di non dimenticare il bagaglio ripieno di emozioni e il fardello ricolmo delle primizie psicofisiche appena vissute, ma soprattutto di ricordare e razionalizzare le consapevolezze che il sogno tra le pieghe e tra le righe ha regalato.

E allora è “facile capire e il capire placa”.

Questa è l’allegoria della “presa di coscienza” coniata da Sabina. E’ proprio questo il senso della conoscenza e della “coscienza di sé”, quel “sapere” contingente del tuo “breve eterno” che ti permette di “guardare l’abisso senza temerlo”.

Questa è l’allegoria della consapevolezza dell’angoscia depressiva di perdita, la coscienza di quella “morte in vita” che ogni uomo coraggioso può capire e di cui può dire, quell’uomo che sa tradurre l’angoscia del vuoto in un parlare “genitale”, in un benefico e concreto atto d’amore fatto di parole e di discorsi, un sentire l’altro come l’oggetto del proprio benessere e senza respingimenti o imposte da pagare, senza chiudere i porti e senza sentirsi perseguitati.

Andiamo al “dunque onirico” dopo tante nobili “chiacchiere” più o meno pertinenti.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Le gemelline vanno nella piscina all’aperto sotto casa. Io sono la loro baby sitter, ma non ho voglia di scendere a guardarle, sono stanca, sono a letto e ho bisogno di dormire.”

Dopo aver sviluppato la relazione con il padre e la madre, “posizione psichica edipica”, Sabina analizza il sentimento della “rivalità fraterna”, la sua contrastata relazione con le sorelle e i vissuti al riguardo, nonché la sua specifica e irripetibile individualità e diversità da tutto il resto del mondo, “gemelline” comprese e soprattutto. Ricordo che Sabina si è voluta già orgogliosamente differenziare dalle “gemelline” nella prima parte del sogno, proprio quando diceva che “due sono gemelline femmine e uno forse è un maschietto, ma a tratti è una femmina.” Sabina ha attribuito alle sorelle la “parte femminile” e l’ha raddoppiata con gli attributi di “gemelline” e di “femmine” e ha loro negato la “parte maschile”, la componente attiva e fattiva a favore di quella passiva e remissiva, sempre simbolicamente parlando. In sostanza ha mutilato l’androginia psichica delle sorelle, attributo psichico che ha voluto riservare interamente a se stessa. Come dire: “io sono la sorella cazzuta, quella che ha potere e sa affermarsi, quella che entra in competizione con il padre e che mette in discussione la madre, io sono diversa da voi due perché sono “androgina”, coniugo in me con naturalezza la “parte maschile” e la “parte femminile”, mentre voi due siete doppiamente femmine e condensate la remissività e la passività materne”. Magari Sabina ha apprezzato le grazie femminili delle sorelle, ma non ha condiviso la loro accettazione dello “status” familiare e la loro identificazione “patocca” nella figura materna. Insomma, Sabina si è voluta distinguere dalle sorelle e ha voluto fare parrocchia a se stessa e con se stessa. Sabina manifesta un orgoglio virile che assorbe nella sua psiche grazie al conflitto con il padre e al respingimento difensivo della madre.

Sabina è la “baby sitter” delle sorelle, ma è in crisi.

Inizia nella seconda parte del sogno e con la partecipazione diretta e con il coinvolgimento non mediato da alcuna difesa, tipo la “precedente scissione”, l’elaborazione dell’immagine psichica di Sabina, la visione di se stessa in questo quadro familiare. E in questa ardua impresa la descrizione simbolica tocca picchi di alta poesia in prosa. Sabina non vuole coinvolgersi e non vuole condizionare le sorelle, per cui le lascia giocare, le lascia nella loro infanzia tutta al femminile, le lascia nell’ignoranza di sé. Sabina è stanca di dover convincere le sorelle sulla situazione familiare particolare e vuole riflettere su se stessa e sulla sua condizione. Sa che è forte e diversa da loro, ma non vuole prevaricarle con ragionamenti e prese di coscienza che loro, le “gemelline” femmine, non hanno fatto e non possono fare. Sabina pensa a se stessa e ha tanto bisogno di “rimuovere” questo conflitto aspro con la sua famiglia e di lasciar cadere le armi e l’aggressività per raggiungere l’autonomia che consegue al conflitto e la “razionalizzazione” del trauma. Il riposo del guerriero è meritatissimo. La combattente può riposare dopo aver speso tante energie nell’economia e nella dinamica psichiche della sua famiglia. Emerge in sogno una forma di “ataraxia”, assenza di preoccupazioni e di affanni, se volete di angosce, una nota caratteristica della sapienza indiana e greca di qualche millennio fa. Questa è l’allegoria della “ataraxia”, questa è l’allegoria del “nirvana” occidentale e personale secondo il vangelo personale di Sabina: “non ho voglia di scendere a guardarle, sono stanca, sono a letto e ho bisogno di dormire.”

La simbologia conferma e spiega il quadro in questo modo. Le sorelle sono ingenue e innocenti perché sono rimaste ancorate nelle spire materne, giocano e si liberano di eventuali sensi di colpa, quelli che sicuramente Sabina ha accumulato in tanta lotta e in tanto contrasto e che in questo caso proietta sulle “gemelline”. Sabina “sa di sé” ed è più avanti rispetto a loro, per cui può stare a riflettere sulle sue consapevolezze e curare le sue ferite.

“Gemelline” o del sentimento della rivalità fraterna con rafforzamento della parte femminile, “piscina” o luogo della purificazione dei sensi di colpa in riguardo alla figura materna, “all’aperto” o in ambito sociale e senza approfondimento, “sotto casa” o estromettendo il vissuto e il problema, “baby sitter” o superiorità e potere di gestione o una forma di “Super-Io”, “non ho voglia” o assenza di “libido” da investire, “scendere” o rimuovere o dimenticare e non affrontare il problema, “guardarle” o prendere coscienza, “stanca” o psicoastenia da nirvana, “a letto” o ancora psicoastenia da ataraxia, “dormire” o rimuovere.

Voglio approfondire l’interpretazione e dico e ridico che Sabina riflette se stessa nelle sorelle, proietta i suoi vissuti in loro mostrando in sogno le sue paure di quello che poteva diventare, una mammoletta tutta coniugata al femminile qualora avesse rimosso la figura materna e si fosse identificata totalmente in lei, la “piscina all’aperto sotto casa”. Sabina ha scelto di non rimuovere e di prendere coscienza dei suoi infidi “fantasmi” in riguardo alla madre, ha scelto di essere una donna affermativa e di avere il coraggio del suo “Io”. Ha ripulito i sensi di colpa per viversi al meglio e nella maniera autentica. La stanchezza è il prezzo minimo che si paga a tanto travaglio. Il sonno consegue come una blanda dimenticanza dopo aver tanto vissuto: il giusto riposo del guerriero, la greca “ataraxia”, l’indiano “nirvana”.

E’ proprio vero che a volte “repetita iuvant” e specialmente per uscire dalle ambiguità difensive del sogno, ma è altrettanto vero che spesso le “cose che si ripetono” rompono e anche tanto.

Chiedo ai marinai la venia della buonafede.

L’appartamento è lo stesso di prima ed è la riproduzione della zona notte dei miei genitori della casa in cui vivevo da ragazzina,”

Traduco immediatamente per non perdere la forza e la bellezza del “lavoro onirico”. Sabina ritorna indietro nel tempo e rivive le fantasie intime e i desideri indicibili nei riguardi dei genitori, rievoca la sua adolescenza ricca di pulsioni e di intenti, rivive la sua giovanile età con i turbamenti e gli struggimenti della bambina di fronte agli adulti. Sabina usa la “regressione” per dare ragione ai suoi vissuti edipici e per confermare il tempo psicofisico in cui i suoi “fantasmi” si sono manifestati nel teatro della prima parte del sogno. Sabina è al presente con la consapevolezza dei suoi trascorsi, del suo passato insomma. Questa è la conferma del “presente psichico in atto”, della teoria sul tempo come distensione dell’anima di Agostino di Tagaste, del dubbio di Freud sulla dimensione psichica temporale, del “breve eterno” che dura il tempo di una vita: la Psiche è fuori dal Tempo anche se vive nel Tempo e si serve delle categorie del passato e del futuro soltanto e solamente riconducendole al presente, “riattualizzando”. Nella modalità della “riattualizzazione” le esperienze vissute del passato e le aspettative progettuali del futuro trovano la loro congrua e ineludibile epifania.

I simboli sono i seguenti: “appartamento” o casa psichica in versione fredda, “riproduzione” o difesa psichica dal coinvolgimento diretto, “zona notte” o intimità e pulsioni, “miei genitori” o le origini in versione conflittuale, “casa” o “organizzazione psichica reattiva”, “in cui vivevo” o i vissuti, “da ragazzina” o turbolenza psicofisica e adolescenza evolutiva.

solo che dove c’era il ripostiglio c’è la stanza in cui sto dormendo”

Sabina non può più rimuovere perché è adulta e ha preso coscienza della relazione conflittuale con i genitori, non può infilare tutto nel “ripostiglio” e magari in maniera disordinata per confondersi di più. Oggi può solo dormire sulla maturazione psichica portata avanti e non senza trambusto. Dopo la risoluzione della “posizione edipica” Sabina si dispone alla riflessione prima di riformulare il giusto vissuto in riguardo al padre e alla madre, prima di “riconoscere” il padre e la madre come le sue imprescindibili origini, prima di ridurli a simboli e dopo aver tentato di onorarli e di ucciderli. Li aveva “onorati” ed era rimasta schiava, li aveva “uccisi” ed era rimasta sola. Le restava il salvifico monito “Riconosci il padre e la madre”. Ricordo ai marinai che questa psicodinamica edipica la trovate, a metà tra racconto e saggio e a basso costo, nel mio ultimo testo “Io e mia madre”, psicodramma dell’anoressia mentale, pubblicato nel marzo dello scorso anno. Potete leggere sulla destra del blog l’intervista e la recensione. Cliccate la mia immagine in compagnia del gatto Pietro.

Vado ai simboli: “ripostiglio” o rimozione nella dimensione subconscia, “stanza” o parte della struttura psichica in atto e nello specifico la riflessione dell’Io, “sto dormendo” o stato subliminale che favorisce l’assimilazione delle emozioni e dei vissuti collegati.

e dove c’era la stanza dei miei c’è una cucina con delle donne e che si apre su un salone spazioso e luminoso.”

E la dove c’era la stanza dell’intimità dei genitori, quella che ha evocato le fantasie edipiche, c’è la realtà delle figlie cresciute e che si dispongono alla vita sociale con la consapevolezza di essere una famiglia ricca di valori e di intelligenza, ma soprattutto c’è la vita affettiva e l’esercizio del volersi bene. La “cucina” è il simbolo della “libido genitale”, il luogo dove si prepara il cibo, lo spazio dove nel tempo si esercitano gli affetti e i sentimenti dell’amore verso i genitori e i fratelli, quell’amore fraterno che è all’opposto del “sentimento della rivalità fraterna” e che tocca spesso il picco dell’odio con assoluta naturalezza e normalità. Il sentimento dell’odio si sperimenta nella primissima età verso il padre e la madre e verso i fratelli. Freud definì il bambino “perverso polimorfo” mettendo in rilievo soprattutto le pulsioni sessuali e le fantasie sul tema, ma, in effetti e prima di tutto, il bisogno “orale” di accudimento e di sopravvivenza spinge l’esercizio degli affetti a sperimentare il sentimento dell’odio più fottuto. La famiglia nei vissuti di Sabina ha avuto un recupero affettivo. Così come ha recuperato il padre, recupera anche le sorelle: “e vissero tutti felici e contenti”. Di poi, emergono nel quadro onirico le doti sociali e relazionali, il fascino di queste donne, che alla fine è quello di Sabina, di sapersi offrire con disponibilità attraente e con magnetismo erotico, tutti investimenti di libido genitale”.

I simboli sono i seguenti: “stanza dei miei” o la parte edipica, “cucina” o il luogo della “libido genitale” e degli investimenti affettivi maturi, “delle donne” o le sorelle o le gemelline o dell’universo psichico femminile nel versante del potere o “dominae” latino “padrone”, “si apre” o disposizione alla condivisione e alla relazione amorosa, “salone” o la parte sciale e conviviale e relazionale e la disposizione allo scambio della formazione genitale, “spazioso” o educazione allargata e aperta verso il prossimo e seduzione e accoglienza, “luminoso” o dove non manca la ragione e la riflessione e il fascino intellettuale.

Sabina celebra l’orgoglio di stare e saper stare con la gente e tra la gente.

Mi alzo e guardo le gemelline dal balcone a ringhiera a destra. Devono fare due iniezioni a testa, ma io non sono molto brava a farle e chiedo a una signora che è in cucina di scendere ed espletare il compito.”

Dopo l’offerta al maschio o agli altri si passa alla sessualità e Sabina si trova in alto sul suo “Io” consapevole, sul suo scanno di sapienza e di saggezza, mentre le sorelle sono nelle pastoie dell’imitazione della madre e degli eventuali sensi di colpa. Sabina tiene in gran conto il rischio di mischiarsi a loro in un infido e pericoloso ritorno al passato al fine effimero e impossibile di evitare l’evoluzione e il progresso. Le “gemelline” abbisognano di educazione sessuale, devono imparare a far sesso e a stare con i maschi. Sabina non è in grado di fare da “mater et magistra” su questi temi delicati semplicemente perché questo compito spetta alla madre. E, infatti, chiede alla madre, “la signora che è in cucina” o nell’ambito familiare delle relazioni, di aiutare le ragazze ad assimilare il ruolo femminile, la recettività sessuale e l’esercizio erotico. La similarità con la madre “piscina” si consuma e si completa anche nell’insegnamento della sessualità. E Sabina sta a guardare e a non confondersi con le sorelle. Lei è diversa per formazione e per le prese di coscienza che ha operato in famiglia durante la infanzia e l’adolescenza. Le sorelle si sono formate in maniera consona alla madre, mentre lei è la ribelle e si è individuata proprio differenziandosi: unica e irripetibile più che mai. Le sorelle saranno da meno nell’apportare tratti caratteristici e innovativi alla personale “organizzazione psichica reattiva”, la loro struttura evolutiva.

Vediamo i simboli: “mi alzo” o gesto affermativo di ripresa dopo la riflessione e il riposo del guerriero, “guardo” o prendo consapevolezza, “gemelline” la parte femminile di sé che ha portato in evoluzione e in diversificazione dalle sorelle, “balcone” o dall’alto del suo Io , “la ringhiera” o coazione logica dell’Io, “a destra” o della progressione o della lucidità della coscienza sul passato, “iniezioni” o della sessualità genitale ed educazione sessuale, “io non sono molto brava a farle” o io non sono una buona didatta e non voglio sostituirmi alla madre, “una signora” o la madre, “che è in cucina” o che appartiene alla famiglia e all’esercizio degli affetti, di “scendere” o di materializzarsi ed espletare il compito di educarle.

Poi vado alla finestra del salone, che dà sulla sinistra della casa, e le vedo mentre attraversano un parco. È diventato autunno, sono allegre, stanno bene, sono bambine.”

Il “riattraversamento” della relazione con le sorelle e dell’ambito familiare da parte di Sabina rileva l’assenza del padre e la presenza massiccia della madre, quasi in compensazione del fatto che nel precedente scenario onirico Sabina l’aveva occultata e tenuta ai margini del teatro familiare. Adesso Sabina riflette dall’alto della sua formazione e si relaziona con la parte regressiva della sua personalità. Riporta il “già vissuto” al “presente” e rivive un collage di emozioni e di ricordi, regredisce e vede le sorelle che vivono la vita delle relazioni e la loro vita nel “presente di quel tempo passato”. Il “parco” è il simbolo della vita e del vivere. Si obnubila la coscienza di Sabina e la tristezza incombe. La consolazione arriva nella consapevolezza che le gemelline sono senza peccato e senza coscienza, stanno bene così. La loro infanzia è senza tormenti, all’incontrario di quella di Sabina. Si riconferma la differenza dei vissuti e la diversità dei “fantasmi” rispetto alle sorelle. Sabina è razionale e affermativa in grazie al conflitto con il padre e all’identificazione nella sua “parte positiva”, Marlon Brando per intenderci, e le sorelle sono preda della madre, bambine educate al femminile in tutto tondo. Questo è quanto risiede nel sogno di Sabina. E’ tutta farina del suo sacco psichico ed è la sua “verità”, quella che emerge e non si nasconde.

Chissà le gemelline che sogni fanno?

Vediamo i simboli: “Vado” o intenzionalità della coscienza scoperta da Franz Brentano, “finestra o della relazione, “salone” o della socialità e delle relazioni e della condivisione, “sinistra” o regressione e passato, “casa” o organizzazione psichica reattiva, “vedo” o sono consapevole, “attraversano” o vivono, “un parco” o la vita in atto, “autunno” o declino degli investimenti della “libido” e raffreddamento emotivo , “allegre” o innocenti e senza coscienza di sé, “stanno bene” o equilibrio psicofisico, “sono bambine” o sono dipendenti e senza parole.

Questo è quanto dovevo al sogno di Sabina, ma non escludo che, se lo rivedo tra un anno, potrò dire qualcosa di più e di diverso alla luce dell’evoluzione che ha assunto l’arte scientifica dell’umana interpretazione dei sogni nella mia ricerca e nei duecentoventi sogni interpretati e fruibili nel mio “blog”. La ricchezza dei contenuti e l’ampliamento della griglia interpretativa sono evidenti e sperimentabili. Tra verità soggettive e verità oggettive il cammino della conoscenza prosegue esibendo i suoi dati umani anche ai Farisei.

PSICODINAMICA

La seconda parte dell’Odissea familiare di Sabina parte dalla psicodinamica del “sentimento della rivalità fraterna” e prosegue accentuando la diversità dei vissuti verso i genitori e della formazione psichica. Sabina si differenza dalle sorelle soprattutto nell’operazione di identificazione nella madre. Mentre Sabina resta sulle sue e nel conflitto con il padre trova la “parte maschile” della sua “androginia” psichica, le gemelline assorbono per difesa una dipendenza dalla figura materna. Sabina ha sofferto, ma ne è valsa la pena. La “regressione” all’adolescenza insieme alle sorelle produce in Sabina una leggera tristezza sul senso del tempo che passa. Remando all’indietro e dando ossigeno ai tizzoni della fanciullezza vissuta e mai perduta, Sabina rievoca in sintesi un tema letterario tanto gettonato dai migliori poeti e letterati che sono andati “alla ricerca del tempo perduto”.

Vale “Silvia rimembri ancora quel tempo di tua vita mortale, quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi e tu, lieta e pensosa, il limitare di gioventù salivi…”, ma vale su tutti “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust, sette volumi monumentali intrisi di Letteratura e di Filosofia, di Psicoanalisi e di Antropologia culturale e soprattutto dei tormenti esistenziali dell’uomo Marcel.

E cosa dire di “Lessico famigliare” di Natalia Ginsburg?

Perché non rivedere “Amarcord” di Fellini Federico, un sognatore a occhi aperti che ha proiettato i suoi tanti “fantasmi” sopra una tela cinematografica fissando i canoni della Bellezza surreale?

L’operazione involontaria del sognare di Sabina attinge a piene mani su modalità psichiche squisitamente umane come l’adolescenza e il “già vissuto” che non riesce mai a diventare passato a causa di quella maledetta capacità di esserci e di essere presenti anche nel passato. Sabina contamina il “già vissuto” e il “già detto” assumendo un atteggiamento tutto suo che traduce in immagini i suoi personali resoconti servendosi di parole altrettanto personali.

PUNTI CARDINE

I “punti cardine” dell’interpretazione del sogno di Sabina sono i seguenti: “io sono la loro baby sitter” e “zona notte dei miei genitori della casa in cui vivevo da ragazzina”.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

La sezione di “simboli” si è particolarmente individualizzata. Mentre in passato traducevo il simbolo collettivo e universale, adesso lo individualizzo nel contesto che il sognatore sviluppa, per cui oscilla tra il personale e il collettivo. Mi avvicino sempre più alla dimensione soggettiva senza trascurare la gente che ci circonda e ci condivide.

Il sogno di Sabina sottende i “fantasmi” del padre e della madre nella versione edipica e i “fantasmi” dei fratelli secondo il “sentimento della rivalità”.

Gli “archetipi” del Padre e della Madre si rincorrono senza evidenziarsi nei termini di una totalità universale.

Le istanze Io, Es e Super-Io sono in azione. L’Io vigilante e razionale si manifesta in “mi alzo e guardo” e in “chiedo” e in “vado alla finestra” e in “vedo”. L’istanza “Es” o rappresentazione delle pulsioni si manifesta in “sono stanca, sono a letto e ho bisogno di dormire.” e in “devono fare due iniezioni” e “mentre attraversano il parco”. Nella quasi totalità il sogno elabora materiale psichico particolarmente sensibile e degno di condensare e di rappresentare emozioni e pulsioni. L’istanza “Super-Io”, censoria e limitante, fa capolino in “baby sitter”.

Il sogno di Sabina sviluppa la “posizione psichica edipica” in combutta con l’azione turbolenta di un “sentimento della rivalità fraterna” che cerca sempre l’appagamento e il privilegio affettivo dei genitori.

I “meccanismi” e i “processi” di difesa dall’angoscia presi in carico da Sabina nel suo sogno sono i seguenti:

la “condensazione” in “piscina” e in “zona notte” e in “stanza” e in “ripostiglio” e in “cucina” e in “salone” e in “iniezioni” e in “destra2 e in “sinistra” e in “parco” e in “allegre” e in “bambine” e in “autunno,

lo “spostamento” in “baby sitter” e in “signora”,

la “rimozione” in “ripostiglio” e in “ho bisogno di dormire”,

la “regressione”, in “zona notte dei miei genitori della casa in cui vivevo da ragazzina”,

la “figurabilità” in “L’appartamento è lo stesso di prima ed è la riproduzione della zona notte dei miei genitori della casa in cui vivevo da ragazzina, solo che dove c’era il ripostiglio c’è la stanza in cui sto dormendo e dove c’era la stanza dei miei c’è una cucina con delle donne, che si apre su un salone spazioso e luminoso. Mi alzo e guardo le gemelline dal balcone a ringhiera a destra”.

Il sogno di Sabina coniuga ed evidenzia un tratto “orale” e un tratto “edipico”, l’affettività nella rivalità fraterna e la conflittualità nella scelta di cosa prendere e di cosa lasciare in riguardo alle figure genitoriali. La “organizzazione psichica reattiva” è intenzionata alla “genitalità”, ma è supportata da un forte amor proprio che la colora di un “narcisismo” alla greca o alla latina, un impulso all’autocompiacimento equilibrato dal dettame filosofico epicureo e stoico di Orazio: “est modus in rebus.” Esistono dei limiti al di qua e al di là dei quali non si attesta la rettitudine.

Il sogno di Sabina forma le seguenti figure retoriche:

la “metafora” o relazione di somiglianza in “zona notte” e in “ripostiglio” e in “iniezioni” e in “parco” e in “autunno” e in altro,

la “metonimia” o relazione di senso logico in “destra” e in “sinistra” e in “dormire” e in altro,

la “enfasi” o forza espressiva in “non ho voglia di scendere a guardarle, sono stanca, sono a letto e ho bisogno di dormire.”

Sono presenti le seguenti allegorie: la presa di coscienza in è “facile capire e il capire placa”, la consapevolezza dell’angoscia depressiva di perdita, la coscienza della “morte in vita” in “guardare l’abisso senza temerlo”. L’allegoria della “ataraxia” greca e del “nirvana” occidentale in “non ho voglia di scendere a guardarle, sono stanca, sono a letto e ho bisogno di dormire.”

La “diagnosi” dice del “sentimento della rivalità fraterna” che si interseca con la conflittualità edipica in riguardo privilegiato alla figura materna.

La “prognosi” suggerisce a Sabina di coltivare la sua irripetibile individualità mantenendo al caldo la capacità analitica di sviscerare il “particolare” ma con la preghiera di razionalizzarlo al più presto e senza trascinarlo nel tempo effimero.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nell’invasione dei “particolari” e nel loro mancato coordinamento con pregiudizio per la sfera emotiva: ansia diffusa. Resta sempre in agguato la “psiconevrosi edipica” qualora si verifichi un “deficit” contingente di “razionalizzazione” dei turbolenti “fantasmi”.

Il “grado di purezza” del sogno di Sabina è sull’ordine del “buono”. Anche se narrato in maniera logica e consequenziale, la ricchezza dei simboli attesta che il processo di accomodamento e di acconciatura del sogno è minimo.

Il “resto diurno” è confermato nel colloquio riflessivo con la sorella.

La “qualità onirica” è “analitica” con mille rimandi a temi e situazioni ad alto valore estetico e letterario. Esistono nuclei passibili di ulteriori sviluppi narrativi. Ma a questo ci penserà Sabina se ne ha voglia. Voglio dire che i suoi temi sono degni di essere allargati e trattati per iscritto secondo prosa o secondo poesia. Sabina ha una grande capacità di cogliere nelle parole i valori del “significante”.

Il sogno è stato composto a partire dalla seconda fase del sonno REM.

Il “fattore allucinatorio” esalta il senso della “vista” in “guardo le gemelline dal balcone” e in “e le vedo mentre attraversano un parco.”

Il “grado di attendibilità” della decodificazione del sogno di Sabina è “discreto”. Ci sono dei punti di snodo dell’interpretazione che si sono rivelati particolarmente delicati e ambigui. Il “grado di fallacia” è “mediocre”.

DOMANDE & RISPOSTE

Era doveroso che fosse la signora Maria in carne e ossa a leggere l’interpretazione del sogno di Sabina e a portare i suoi commenti e le sue richieste.

Domanda

Più in carne che ossa e da buona veneta con lo spiedo e il cabernet in tavola, ma comunque va bene così: il mio motto è “meglio cento giorni da leone che un giorno da pecora”. Comincio dicendole che ho capito una buona parte dell’interpretazione del sogno di Sabina anche perché lei spesso si ripete. Meglio così! Ho qualche domanda sui riferimenti che lei fa alla filosofia e ad altro, ma prima le chiedo se lunedì sera ha visto sul canale due il film “Ultimo tango a Parigi”.

Risposta

E tu pensi che se la RAI, la famigerata e benemerita “radio audizioni italiana” di antica data, si sforza a dare un film d’autore dopo tanta quotidiana merda di cuochi, di giornalisti, di politici, di opinionisti, di astrologi e di varia umanità, io non vedo il capolavoro di Bernardo Bertolucci in versione restaurata e originale? Ma certo che l’ho rivisto e me lo sono anche rigustato con quarantacinque anni in più sul groppone. Come ha ben detto nell’introduzione il poliedrico Carlo Freccero, uno che ha studiato all’Università e che sa fare molto bene il suo mestiere di scrittore e di critico, si tratta di un film che risale all’anno 1972 e che è stato non solo censurato, ma addirittura, “horribile dictu”, condannato al rogo di tutti i “negativi” presenti nel mercato italiano. I “negativi” erano i fotogrammi delle pellicole in celluloide ed erano molto sensibili al fuoco: vedi la scena in “Nuovo cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore dell’incendio della sala cinematografica. Tra parentesi:(meno male che ne avevano occultato due copie). Non basta: Bernardo Bertolucci fu condannato a qualche anno di galera, pena sospesa con la condizionale, per offesa al “comune senso del pudore”, per oscenità e fu privato dei diritti civili per cinque anni. Correva l’anno 1976. Ancora oggi ci si chiede cos’è il “comune senso del pudore”, come si stabilisce e si fissa il “comune senso del pudore, con quale ipocrisia si colora il “comune senso del pudore. Ma tu pensa come eravamo ridotti sotto la dittatura della “democrazia cristiana” e del “partito socialista” negli anni ‘70 e ‘80. Almeno quei politici erano istruiti e sapevano ben baciare i banchi delle varie chiese romane, gli ultimi uomini discutibili ma a loro modo “etici” prima dell’avvento della “plutocrazia” e della “paranoia”, governo in mano ai mercanti capitalisti di reti televisive e agli avventurieri afflitti da mania di persecuzione, i sedicenti comici sovranisti e gli istrioni populisti. Soltanto nel 1987 c’è stata una nuova sentenza che ha assolto dall’accusa di oscenità “Ultimo tango a Parigi” e lo ha restituito alla visione critica e al gusto maturo degli spettatori adulti, insomma alla consapevolezza intelligente degli italiani. Questo lavoro di Bertolucci non è un film buttato là così per caso o per capriccio o per fare cassetta, come si usa oggi con gli attori di grido che fanno veramente cagare con le “Vacanze di Natale”, le “Vacanze di Capodanno” e con la povera “Befana”. “Ultimo tango a Parigi” non è un film con due tette al vento, la peluria abbondante di un pube femminile e quattro posizioni sessuali da equilibrista contorsionista e tirate fuori dalle mille e passa posizioni del formidabile artistico Kamasutra. “Ultimo tango a Parigi” non è un film erotico, non è un film pornografico ante literam, non è una volgare commedia all’italiana, è semplicemente un film drammatico, un capolavoro tanto studiato e ben calibrato nei minimi particolari visivi, musicali, teorici, culturali e chi più ne ha più ne metta. E’ uno “spaccato” squisitamente antropologico degli anni settanta inquadrato e recitato nella capitale dell’Esistenzialismo e della Psicoanalisi, la mitica e fascinosa Parigi, la città della Rivoluzione, dell’Arte, della Filosofia e della libera espressione umana. La trama, pur tuttavia, era stata concepita nel clima intellettuale della “Roma puttana” di Roberto Rossellini, Michelangelo Antonioni, di Pier Paolo Pasolini, di Alberto Moravia, di Federico Fellini e di tanti altri registi e scrittori in un clima trasgressivo di “Grande Bellezza”. Ricordo che Pasolini di giorno insegnava e scriveva, di notte viveva il suo Eros e il suo Thanatos come i protagonisti dei suoi romanzi e di “Ultimo tango a Parigi”. E nella notte dei quartieri popolari e pulsanti di erotica vitalità trovò la gioia dei sensi e la sua morte violenta come Paul. Correva l’anno 1975, ma questo è un altro discorso.

Domanda

Meno male. Me lo spiega un po’? Io ho visto il film e mi è piaciuto e ho anche capito che quello che vedevo non era quello che significava e che non c’era niente di volgare e di osceno. Mio marito non era d’accordo, ma io l’ho visto con i miei figli grandi. Alla fine mi hanno detto che non erano per niente scandalizzati e che su “yu porn” c’è veramente il disastro più completo per quanto riguarda quelle cose e gli organi sessuali. Vede che non riesco a dire le parole “culi”, “cazzi” e “tette” e “fighe”, vede come sono condizionata dall’educazione ricevuta da bambina in casa e in parrocchia dalle suore e dai preti. Incredibile ma vero!

Risposta

Hai visto? E’ proprio così! Siamo prodotti psichici e culturali condizionati in buona parte. Allora, cominciamo, ma ti do soltanto le coordinate per iniziare prima a gustare il film e poi a capirlo. Ricordati che prima un film si vive e poi si capisce se si vuole, altrimenti può anche finire tutto là, nell’averlo visto, sentito e vissuto.

Bertolucci e Arcalli hanno scritto la trama del film considerando essenzialmente come “cornice” la Filosofia dell’Esistenza e la Psicoanalisi e mettendoci dentro come “contenuto” le storie di vita di un uomo qualsiasi e di una donna qualsiasi, due modelli di modi ineludibili di vivere. Procedo a spiegarti meglio.

Dall’Esistenzialismo Bertolucci e Arcalli hanno preso la concezione pessimistica dell’uomo, il suo andare inesorabilmente verso la morte, la solitudine e le angosce, il senso del Nulla e il suicidio come sua affermazione, il senso della nausea e il dolore dell’inautenticità, la banalità dell’esistenza e la condanna all’anonimato, l’impossibilità di cogliere un senso di autenticità del vivere semplicemente perché non esiste. La Morte è assurda e la Vita è un andare verso la Morte e verso la realizzazione dell’assurdità. Questa è l’evoluzione del pensiero di Kierkegaard, di Schophenauer, di Jaspers e di altri filosofi che è arrivata ad Heidegger e a Sartre, gli ultimi teorici dell’Esistenzialismo e aggiungo fortunatamente, perché non si può vivere da frati trappisti. Anzi, questi ultimi con il loro continuo “fratello ricordati che devi morire” avevano la certezza della resurrezione dell’anima e del ritorno nella casa del Padre, mentre gi esistenzialisti non avevano nessuna speranza, neanche quella del “Nulla eterno” di Ugo Foscolo nel meraviglioso sonetto “Alla sera”.

Dalla Psicoanalisi classica Bertolucci e Arcalli hanno preso la griglia psicoanalitica del primo Freud, quello degli “Studi sull’isteria” e dei “Saggi sulla sessualità infantile” e della “Interpretazione dei sogni”, e i principi del secondo Freud, quello del dopo prima guerra mondiale, quello traumatizzato dalla distruzione del mondo civile che aveva elaborato i nuovi principi psichici dell’uomo, Eros e Thànatos, Vita e Morte, quello che aveva tirato in ballo la pulsione erotica e sessuale in opposizione alla pulsione autodistruttiva in associazione al micidiale meccanismo psichico di difesa della “coazione a ripetere”, della pulsione a rimettere in circolazione vissuti e comportamenti archiviati e mai superati perché mai capiti e razionalizzati. Seguimi senza avere la paura di non capire.

In questo benefico “baillame” filosofico e psicoanalitico Bertolucci e Arcalli, due “studiati” come dite voi veneti che non fate il tifo per la Lega nord, hanno calato anche qualche digressione e approfondimento della Psicoanalisi del francese Lacan, lo psicoanalista che aveva preso di mira l’Inconscio e l’aveva collocato visibilmente nella Parola, “le ca on parle”, la cosa o l’Inconscio parla o si parla. Questo significa che nel film Bertolucci e Arcalli avevano collocato anche una polivalenza della parola e del linguaggio: la parola come silenzio, la parola come rumore, la parola come suono, la parola come pulsione, la parola come emozione e la parola come ragione.

Ma non basta ancora, perché nel film abbiamo due personaggi, Paul e Jeanne, due sconosciuti e due vittime dell’Esistenza e del Nulla che la contraddistingue, un uomo e una donna che hanno storie di vita diverse e un esito finale identico, la morte. L’interesse comune è quello di viversi nell’indeterminato e senza definirsi, di non usare la storia personale e le parole, di viversi di volta in volta nell’attimo e nel frammento e nell’assenza del tempo e della continuità storica, di esaltare Eros e Thànatos del secondo Freud attraverso le fasi dello sviluppo psicosessuale del primo Freud: fase “orale”, “anale”, “fallico-narcisistica” e “genitale” attraverso l’esaltazione della “libido” collegata e collocata negli organi erogeni deputati, la bocca, la mucosa anale, gli organi sessuali in versione individuale con la masturbazione e in versione di coppia con il coito. Non basta, perché tutto questo contenuto viene inquadrato nella cornice “edipica” dei due protagonisti: la loro relazione conflittuale e ambivalente con i genitori. Ti spiego. Paul ha quarantacinque anni e Jeanne ha vent’anni, una coppia edipica decisamente. Lui può essere suo padre e lei può essere sua figlia. Ancora: Paul ha appena perso per suicidio la moglie Rosa, una donna che l’aveva tradito con un altro uomo e con cui aveva un vissuto chiaramente conflittuale e di dipendenza, come si vede e si capisce nella scena in cui lui parla al feretro composto e di straordinaria bellezza nonostante il tanto strazio che la donna si era inferto con il rasoio, simbolo fallico di violenza. Jeanne era innamorata in maniera ambigua del padre colonnello e alla fine uccide Paul con la pistola del padre. La pistola è un simbolo fallico. Insomma, cara Maria, vedi che da tutte le parti viene fuori in questo film tanto di cultura e niente di zozzura. Viene fuori un impasto intellettuale di grande pregio e di buon conio da recitare principalmente in una casa disadorna e tutta da riempire con la libera espressione delle emozioni e degli orgasmi. La “casa” è il simbolo della struttura psichica in atto ed è quasi vuota perché saranno Paul e Jeanne a metterci dentro e di volta in volta le loro suppellettili psicofisiche. Attenzione: ho detto psicofisiche, non corporee e basta, esperienze vissute fino al midollo erotico in esorcismo dell’angoscia di morte.

Domanda

Lei, dottore, mi sta aprendo gli occhi. Continui a spiegarmi, per favore.

Risposta

Procedo più chiaramente possibile. Hai visto che nelle scene cosiddette di sesso c’è la “posizione orale” nel bacio e non nel sesso orale reciproco, nella “posizione anale” c’è la scena del rapporto coadiuvato dal burro, nella “posizione fallico-narcisistica” c’è la scena di Jeanne che si masturba, nella “posizione genitale” ci sono tutte le scene dei rapporti sessuali basati su una libera e paritaria espressione della “libido” individuale, ora attiva e ora passiva. Non ha senso parlare di stupro e di violenza sessuale in questo film, perché i due protagonisti umanamente hanno un comune denominatore, quello di uscire dall’angoscia esistenziale attraverso la sessualità istintiva e pulsionale, uscire da Thanatos attraverso Eros, quello di vivere lo “spirito dionisiaco” di Nietzsche e di omettere le parole anagrafiche e i grandi ragionamenti, di andare al di là del Tempo e della Storia nell’attimo eterno e nell’anonimato indefinito. Il fine è sempre quello di esaltare i valori erotici del corpo, di sconfiggere la noia, di difendersi dalla nausea, di riempire la vacuità, di commutare l’angoscia del Nulla nelle gioie inespresse dei sensi. La sessualità vitalistica è Vita e l’orgasmo è l’antidoto della Morte per inedia. Eros e Thanatos sono dialetticamente intesi nella scimmia umana, Paul e Jeanne, che fa il verso alle evanescenti creature angeliche e che mostra il sesso e il culo come le creature diaboliche che si oppongono al culto banale dell’obbedienza e del conformismo a qualsiasi tipo di divinità. In tanta opera di distruzione del Tempo e della Storia resiste e domina lo Spazio con la geometria e il volume della stanza e dei corpi, la prima pulsante e i secondi intrisi di vitalità orgiastica.

Domanda

Ma perché Jeanne uccide Paul alla fine?

Risposta

Perché Paul si era innamorato di lei e lo dice con parole convenzionali e con modi diversi rispetto al passato sciupando e vanificando l’intensità del dramma della vita erotica che lui stesso aveva proposto a Jeanne sin dall’inizio della loro originale relazione e che la donna aveva accettato sulla scia del fascino di un padre erotico che si portava dentro e in preda finalmente all’appagamento delle sensazioni che aveva vissuto nell’infanzia e che si era trascinata intatte fino ai suoi vent’anni. Paul non si era proposto come l’uomo “maieutico” che avrebbe consentito a Jeanne il parto della “coscienza di sé”. Paul aveva additato il traguardo di fare risuonare le note vitalistiche che si sprigionano dal corpo e che oscillano inesorabilmente tra Eros e Thanatos, come nel pendolo di Galilei o nel fuso delle Moire. Simbolicamente Jeanne usa il fallo del padre, la pistola, per dire a Paul che lei non ha superato la sua “posizione edipica” e che può uccidere il padre perché cambia le carte in tavola passando dalla sessualità sfrenata a un anonimo e pacato sentimento d’amore di stampo borghese. Mentre Paul riconosce Jeanne come la sua donna ed è pronto ad amarla donandosi secondo i dettami della “libido genitale”, quest’ultima è ancora ferma al palo della tempesta tra Eros e Thanatos, è incapace di evolversi insieme al suo compagno di viaggio da due individui a una coppia. A Jeanne non resta che procedere da sola nelle sue traversie esistenziali alla ricerca di un poderoso calcio in culo per continuare a vivere anche quando in lei niente chiede di continuare ed è pronta per il suicidio. Questo è il prezzo che Jeanne paga al mancato riconoscimento del padre, alla mancata soluzione del conflitto edipico: la morte in vita. Anche lei segue Paul nella tomba dei sensi che non si sono evoluti in sentimenti. Mi ripeto in questo delicato passaggio. Paul, confutando se stesso e convertendosi ai valori borghesi del buon marito e del buon padre di famiglia, ( vedi lo stadio etico di Kierkegaard ), è morto nella mente e nel corpo. Lui ha superato la “posizione edipica”, ha risolto la dipendenza dalla madre quando ha scaricato i suoi struggenti “fantasmi” edipici sul feretro muto di Rosa, la moglie fedifraga e suicida in piena regola con la modalità e la moda esistenzialiste. Paul si è liberato dell’inciampo materno e si è proposto alla sua donna come uomo innamorato sottomettendosi e perdendo il fascino del maschio maledetto. Stava per fare una retromarcia fenomenale verso l’esistenza “banale”, quella fatta di padre, di madre, di figli, di lavoro, di casetta, di “baguette”, di lavatrice e di “citroen”, ma Jeanne non era nella sua lunghezza d’onda. Jeanne era ferma alla sua conformazione fisica e alla sua modalità psichica di vivere la vitalità andando incontro alla Morte con il cuore vuoto più che leggero.

Domanda

Ma Bertolucci cosa ci ha messo di suo nel film?

Risposta

Sono due gli sceneggiatori, ma l’ispirazione è di Bertolucci. Ha detto, infatti, che la trama del film nasce da un sogno che aveva fatto e che si era ripetuto, un sogno universale che consiste semplicemente nell’incontro per strada di una bellissima donna sconosciuta e nel fare l’amore con lei senza sapere la sua identità. Questa è la “posizione edipica” del piccolo Bernardo Bertolucci e da sempre di tutti i bambini del mondo. Questo è il caso di Edipo che senza saperlo sposa la madre Giocasta nella trilogia tragica di Sofocle: Edipo re, Edipo a Colono e Antigone. Spiego il sogno: la “bellissima donna” è la “parte positiva” del “fantasma della madre”, la seduzione erotica che ogni bambino elabora con desiderio e vive con struggimento. La donna è “sconosciuta” per non incorrere nel risveglio e nell’incubo. Non poteva trovarsi di fronte il viso della mamma. La “strada” è il luogo della realtà sociale e della pratica della vita, oltre che un film drammatico del primo Federico Fellini. “Fare l’amore” traduce l’esercizio della “libido genitale”, un coito incestuoso la cui realizzazione incorre ardentemente nel desiderio di ogni bambino nella forma di una calda fusione erotica corpo a corpo e nel coinvolgimento generico degli organi sessuali. In “Ultimo tango a Parigi” la “posizione edipica” è la cornice psichica profonda dei due protagonisti. Bertolucci aveva elaborato la sua e l’aveva proiettata nella trama del film e, di poi, tramite i “negativi in celluloide” nella grande tela cinematografica: “traslazione” e “proiezione” nei due personaggi del film. Per questi ultimi soltanto in questo quadro è possibile il riscatto dal Male di vivere e dalla Morte che impazza e domina. Soltanto attraverso l’esaltazione orgasmica dei sensi e nell’attimo può avvenire un momentaneo riscatto dall’angoscia umana di base. Entrambi ci riescono, ma lui soccombe nel momento in cui si stacca dallo “spirito dionisiaco” per accedere allo “spirito apollineo” per dirla alla Nietzsche, nel momento in cui passa da Eros e Thanatos alla Ragione che tutto comprende, spiega e assolve, per dirla alla Freud. Ricordo che Apollo era il dio della Ragione e dell’Arte. Quest’ultima era stata fissata dalla Grecia classica nella Bellezza composta e razionale: concetto di armonia tra le parti che trovi nelle opere di Fidia.

Domanda

Non riesco a crederci. Quello che mi dice lo capisco e mi si illuminano le scene del film e anche il cervello. Ma quanto ignorante sono e quanto ignoranti erano quelli della censura?

Risposta

Siamo a Roma. La presenza e l’ombra dello stato del Vaticano, e tutto quello che di oscurantista esso sottende e rappresenta, hanno avuto e hanno tanta importanza nel condizionare la nostra cultura su posizioni retrograde e rigide. La fissità indiscutibile degli schemi morali, la misoginia e la sessuofobia di base non hanno favorito la giusta evoluzione degli schemi interpretativi ed esecutivi dell’uomo e della realtà. Anche la funzione di controllo del territorio tramite le chiese e le parrocchie esercitava un orientamento non soltanto per le anime ma soprattutto per i corpi. Gli istituti politici e giuridici erano in linea con la fissità delle norme teologiche e queste ultime spesso erano dettate dagli organi ufficiali e ufficiosi della Stato Vaticano. La Cultura bloccata rendeva impossibile l’evoluzione della Civiltà. Nonostante la rivoluzione culturale del ‘68 e la rivoluzione delle donne, negli anni ‘70 si respirava un’aria viziata dappertutto e non era causata dalla libertà di fumare le “ms” o le “marlboro” dappertutto, ma dai residui fascisti e clericali che si erano ben depositati nelle testoline dei nostri genitori e negli interessi dei nostri politici. Oggi non ci sono più preti e le chiese sono chiuse. I loro patrimoni culturali e artistici vanno in malora come se fossero dei beni privati. E’ un vero peccato, perché quei beni sono di tutta l’umanità. Se il pontefice massimo riducesse d’imperio l’obbligo del celibato ecclesiastico nel sacramento dell’Ordine alla libera scelta del sacerdote, se il Papa allargasse il sacramento del matrimonio anche agli operai della sua vigna con l’esercizio della sessualità almeno genitale, avremmo veramente il boom economico auspicato maldestramente dagli istrioni contemporanei con i decreti sulla dignità del lavoro e avremmo meno pedofili: più preti, più lavoro intanto, meno bambini e adolescenti in pericolo, meno chierici da condannare soltanto moralmente. Le chiese aperte al culto religioso e al gusto storico e artistico degli uomini hanno anche la funzione di controllare il territorio e ridurre la disoccupazione. Nonostante i simboli di morte e le angosce del peccato che si portano dietro, siano benvenute tutte le religioni tolleranti e aperte ai tempi e alle culture. In caso contrario si perpetua quel rigore fideistico e morale che tanti danni causa negli uomini e nelle società, non ultimi la pedofilia e il terrorismo.

Domanda

Lei mi sta dicendo che la Chiesa ha contribuito alla condanna del film di Bernardo Bertolucci. Del resto, le streghe le condannava al rogo.

Risposta

Appunto, hanno “traslato” Bertolucci nel suo film e l’hanno bruciato vivo. La “traslazione” dell’omicidio è evidente. Come dire: “oggi come oggi, purtroppo, non posso ucciderti, ma ancora posso uccidere la tua creatura e posso costringere la tua fantasia perversa e il tuo cervello malato a non funzionare”. Questa è una violenza terribile. Pensa alla frase di Benito Mussolini su Antonio Gramsci quando lo relegò nel carcere a vita: “quella testa non deve più pensare”. Immagina se a Dante Alighieri avessero bruciato la Divina Commedia. Magari gli studenti avrebbero fatto festa, ma quanto terrore incute ancora oggi la condanna dell’opera di un uomo che esplora e cerca di comunicare delle verità difficili ma certamente vere, verità scoperte da altri che hanno subito la stessa sorte. I libri di Freud furono bruciati e il grande vecchio ne soffrì maledettamente. Oltretutto era molto impressionabile e vide in quel gesto nazista la fine del mondo civile e la sua stessa fine. Nonostante tutto e nonostante il tumore alla mascella continuava a fumare i suoi sigari olandesi e, non potendo aprire la bocca, si aiutava con una pinza da biancheria per infilarsi la morte in bocca. Si è detto che i tempi non erano maturi per la visione di “Ultimo tango a Parigi” e che la gente non poteva capire i contenuti filosofici e psicologici. E’ assolutamente falso. La gente è sempre pronta ad ascoltare e a capire le novità. Basta spiegarle nel modo giusto. Io sto spiegando a te la griglia d’interpretazione più importante del film “Ultimo tango a Parigi” e tu capisci e ti si illumina lo sguardo al pensiero che tra immagini erotiche e sessuali si possa nascondere un mondo di scoperte teoriche e pratiche, la filosofia esistenzialista e la teoria della “libido” e della sessualità umana. Ma se il potere ufficiale e ufficioso non permette la divulgazione perché teme di essere screditato e soppiantato, perché ha paura della tua crescita umana e intellettiva e ha bisogno di imporsi e di coartare la tua coscienza, allora ti condanna al carcere e ti condanna al rogo tramite la tua creatura, un film ben fatto e adatto all’evoluzione dei tempi. Da benefattori Bertolucci e Arcalli si sono trovati a espiare un reato esistente nei codici fascisti e inesistente nei codici psichici e filosofici, i codici naturali umani per intenderci. Dire che i tempi non erano maturi lascia l’amaro in bocca e induce la domanda di quando i tempi saranno maturi. Bisogna stare sempre attenti a tutte le novità umane, scientifiche e non. Dopo averle ben capite, si può esercitare lo spirito critico e decidere se aderire o se respingere, ma mai condannare e soprattutto al rogo. Che bruttura! Eppure è successa anche a Bertolucci e ad Arcalli nel “civile” 1976. Ti do qualche data storica per avere un’idea dei tempi: 1970 legge sul divorzio, 1978 legge sull’aborto, 1981 abrogazione del delitto d’onore. Specialmente per l’ultimo siamo veramente in grave e significativo ritardo, non mestruale, ma mentale. Vedi un po’ tu se questa è civiltà! Ma la malattia mentale al potere non finisce qua, tutt’altro! Si è aggravata nel nostro tempo con il dominio democratico degli ebefrenici e dei paranoici, i teorici dell’improvvisazione qualunquistica e i teorici del sentimento dell’odio e non solo razzista, ma quello spostato dai connazionali meridionali al migrante dal naso camuso e nel profugo dal viso olivastro, uomini, donne e bambini a cui viene negato il “diritto naturale” della vita e della conservazione della vita, quel “giusnaturalismo” elaborato nel Seicento da Ugo Grozio e da Alberico Gentile, i “diritti” oggettivati nel possesso di un corpo vivente che si antepongono ai “diritti positivi” di qualsiasi Stato e su cui quest’ultimo deve basare le sue Leggi, quei diritti di base che esigono che dove c’è vita c’é diritto a vivere, al di là del nome e del cognome e della nazionalità, al di là della religione e della cultura, al di là della teosofia di Budda. Tutti i porti sono aperti al naufrago sin da quando Ulisse peregrinava nel “mare nostrum”, il mare che sta tra le terre, per stare lontano dalla pallosa Penelope e per gustare le attenzioni mortali della maga Circe e delle graziose Sirene anche lui oscillando tra Eros e Thanatos come Paul e Jeanne. Anche il mio amico Pietro da buon gatto siracusano di razza rossa capisce questi principi naturali e richiede, se è possibile e con garbo ruffiano, la sua porzione di “kitekat” per non andare a uccidere un perfido topo di campagna. Ma la Follia si è impadronita del potere e degli uomini che direttamente lo rappresentano e lo esercitano, nonché di quelli che direttamente lo sostengono e lo giustificano. Erasmo se la ride a crepapelle nella sua tomba a Rotterdam dall’alto delle sue poche ceneri. Se non ci credi, prova a leggere “Elogio della follia”. “Ve l’avevo detto per ischerzo, ma vedo che siete caduti nella merda fino al collo”: ah, malefico olandese!

Domanda

Cosa mi consiglia di leggere per capire meglio non soltanto un film?

Risposta

E’ tremendo per un uomo non avere gli strumenti linguistici per esprimersi, non possedere i grimaldelli d’interpretazione e di critica del mondo che lo circonda per agire, non avere gli schemi di inquadramento dei dati che affluiscono in maniera copiosa nella sua zucca vuota. Oggi, insieme alla povertà materiale è da considerare la povertà degli strumenti interpretativi ed esecutivi. E così prosperano i ciarlatani e gli imbonitori, quelli che si azzuffano come i polli nel cortile dentro gli schermi televisivi, giornalisti e politici che dicono sempre le stesse cose e che ripetono le stesse litanie da decenni con le stesse facce, filosofi e critici d’arte che mettono a dura prova il loro sistema cardiocircolatorio e la nostra capacità di sopportazione con un turpiloquio gratuito e che fa senso, con una prevaricazione terribile come quella di non far parlare l’altro e di ingiuriarlo. Una grande responsabilità appartiene al sistema scolastico che non fornisce gli strumenti e gli schemi per interpretare la realtà, i dati, le notizie e le informazioni. Le varie e ricorrenti riforme scolastiche hanno deprivato le nuove generazioni della capacità di pensare e di parlare, di criticare e di elaborare, di riattraversare e di riattualizzare. Basta guardare la struttura dei libri di testo. La mia generazione all’incontrario era colma di ideologie e di strumenti per la comprensione dei tempi e delle culture: anche troppo! Platone, Aristotele, Hegel, Marx, Freud e altri minori erano di casa. Si pensava con la testa degli altri, più che con la propria. Ma del resto, anche la testa ha bisogno di crescere per avere la consapevolezza dell’impossibilità di essere autentici e della possibilità di essere autonomi. Inoltre, si comunicava tanto di più e non ci si isolava, si stava insieme e si ballava sopra un mattone in una balera, in una terrazza o nel salotto buono della mamma. Ma questa non era la felicità. Oggi le culture sono continuamente critiche e per niente statiche e soprattutto più evolute, ma il sistema educativo e d’istruzione non è al passo e chissà perché. Oggi è meglio di ieri e sicuramente il domani sarà ancora migliore perché avremo qualche scoperta scientifica da celebrare e da godere. Concludo il lungo pistolotto consigliandoti di prendere il sommario di filosofia di tuo figlio e nel terzo volume troverai Freud, Heidegger, Sartre. Leggili e se non capisci tutto, va bene lo stesso. Capirai in una seconda e terza lettura. Leggi di Alberto Moravia “La noia” e “Gli indifferenti” o altri romanzi che trovi in libreria a basso costo. Vuoi un’equivalente dinamica tra Eros e Thanatos? Leggi “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi, duca di Palma e principe di Lampedusa. Vedi poi anche il film di Luchino Visconti degli anni sessanta che è stato restaurato da qualche anno. Regalati “Ultimo tango a Parigi” e guardalo con occhi nuovi e con la mente sgombra da pregiudizi morali. Ne gusterai la bellezza e ti sentirai emotivamente coinvolta. Non dico che andrai in orgasmo, ma ti sentirai rimescolata dentro. Ti si allargheranno gli orizzonti di comprensione dei prodotti umani e ti accorgerai che “niente di nuovo sotto il sole” e che “tutto si ripete” e si allarga ad altre sfere della capacità umana di comunicare. Da tempo non resta che la “contaminazione” perché tutto è stato detto e scritto e tutto si può soltanto ridire e riscrivere con approfondimenti in base ai tempi e alle culture. E’ semplicemente impossibile essere originali e autentici. Poi riponi il “dvd” e i libri nella parte visibile della tua libreria.

Domanda

Che cavalcata! Sono stanca.

Risposta

Indubbiamente è venuto fuori da una tua curiosità un “papello” di roba. Torno al sogno di Sabina e propongo, in chiusura e restando sul tema, il video di una semplice e inestimabile poesia di Mariangela Gualtieri, “Ringraziare desidero”, oltretutto da lei recitata, personalmente e in persona, come direbbe il solito ridicolo comico di periferia politicamente promosso. Il tutto è in onore della vena creativa latente di Sabina.

Grazie & Grazie a tutti voi.

GLI SCENARI DI “ONIRIC WOMEN” 1

IL PREAMBOLO DELLA LETTERA

Caro Maestro,

approfitto del suo sprone a sottoporLe i miei sogni e Le chiedo di darmi lumi sul significato dell’ultimo in ordine di tempo.”

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Sabina mi dà del “Maestro”, “sua bontade”, mi vive come “Maestro” nell’interpretazione dei sogni, mi ritiene “Maestro” nell’analisi dei poliedrici prodotti psichici della funzione onirica. L’investimento e il riconoscimento sono gratificanti e impegnativi.

Ma perché da sempre abbiamo bisogno di “Maestri”?

Il Buddismo esortava ed esorta a cercare un maestro per addomesticare la nostra millenaria e travagliata “anima” e per meditare sulle verità che portano al ritorno nella Grande Luce, la Madre di tutte le scintille viventi.

Dioniso, semidio della Tracia, figlio di Zeus e di donna Semele, insegnava e insegna ai suoi seguaci l’ardore dell’estasi e la liberazione dei sensi attraverso i riti in suo ricordo e in suo onore: la tragedia e il dramma satiresco.

Pitagora era ed è il depositario delle verità dello Spazio, colui che insegnava e insegna i segreti del “punto-numero”, la Geometria e l’essenza matematica della Realtà. I suoi discepoli lo ammantavano di un mistico e acritico “Ipse dixit”, “lo ha detto lui stesso” e non si discute, e ancora oggi i teoremi parlano in suo favore con il famigerato “come volevasi dimostrare”.

Il metodo antropologico di Socrate induceva e induce a cercare un maestro per l’esercizio della “ironia” e della “maieutica” nella sempiterna ricerca del “conosci te stesso”, quella “coscienza di sé” che è resa possibile dalla destrutturazione delle false verità intorno al “vecchio Io” e nel parto mascolino del “nuovo Io”. Questa psicodinamica era istruita ventitré secoli prima che un certo Sigmund Freud rimescolasse le carte da laborioso ebreo.

Un greco “dalle spalle larghe”, Platone, maestro dell’Accademia, (il boschetto di ulivi sacro ad Athena, la dea della sapienza e delle arti), dopo i vani tentativi di realizzare lo Stato ideale nell’infida colonia di Siracusa, insegnava in Atene e insegna ancora oggi l’arte del buon governo dei Filosofi.

Un uomo umile che amava le donne nella inimitabile Grecità del lontano quarto secolo a.C., Aristotele, era il maestro del Liceo, il bosco consacrato ad Apollo Licio, e insegnava ai suoi discepoli la scienza del formare e del combinar concetti: “A è uguale ad A”, “A non è nonA”, “o è A o è nonA”, il “sillogismo”, principi e metodi che non sono tramontati.

Il buon Epicuro insegnava e insegna a lenire le angosce dell’uomo razionalizzandole con il “tetrafarmaco”, le quattro pillole filosofiche contro la paura della morte e degli dei, contro l’amore della patria e dei desideri innaturali.

Gesù Cristo, luminoso nella sua splendida veste di Figlio del Dio ebraico, era di necessità “Maestro” e insegnava e insegna a tutti gli uomini le verità etiche radicate nei diritti naturali del corpo vivente: un gius-naturalista “ante litteram”, prima di Ugo Grozio e di Alberico Gentile.

La ricerca del Maestro si può fermare nei “Saperi” che questi uomini hanno fondato e rappresentano: la Metafisica, l’Estetica, la Scienza matematica e fisica, la Psicologia, la Politica, la Logica, l’Etica, la Morale.

L’elenco è appena abbozzato. Mi piace ricordare Darwin e i “Padri” di tutti i bambini del mondo che nella pratica del quotidiano vivere insegnano e rassicurano i loro figli.

Tutti i Maestri sono benefattori dell’umanità e trovano il loro prototipo in Prometeo, l’uomo che regalò agli uomini il fuoco secondo la mitologia greca, un eroe elaborato secondo i meccanismi simbolici universali, i “processi primari”.

Maestro è colui che lenisce l’angoscia di morte offrendo in dono ai suoi simili un valido significato di vita.

La parola “maestro” deriva dal latino “magis” e “alter” e si traduce “il di più di un altro”, colui che è più forte di un altro o di tanti altri.

Dopo questo nobile “excursus” mi tiro fuori da tanta compagnia e posso dire a Sabina che qualsiasi conoscenza funzionale ad alleviare l’angoscia di morte, l’essenza dell’umano vivere secondo filosofi e poeti, comporta il riconoscimento “honoris causa” di “magister” nell’autore di una parziale e momentanea verità. Del resto, l’interpretazione del sogno è funzionale al “sapere di sé” e al conseguente benessere psicofisico, ma io gradisco l’etichetta di “scrittore di storie psicologiche”. Aggiungo che la parola “verità” si radica nel greco “a-letheia” e si traduce “senza nascondimento”. La verità si nasconde e il maestro la disocculta e la mostra ai discepoli.

“Avanti con il santo e senza che la processione si ingrumi”, diceva il buon prete durante la festa dell’amato san Sebastiano in quel di Avola.

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Prima mi permetto una rapida spiegazione dei miei meccanismi rappresentativi.

I miei sogni si svolgono spesso in scenari inventati o esistenti ma riadattati.”

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Hai perfettamente ragione, cara Sabina. I sogni sono sempre realtà psichiche, sia nella forma di rielaborazioni e riadattamenti dell’esistente e sia nella forma di creazione di scenari non elaborati a caso ma significativi. In quest’ultimo caso il meccanismo psichico principe è la “figurabilità”, l’umana capacità di dare immagine al vissuto, di rappresentare il “fantasma”, di allucinare la psicodinamica. Risulta determinante la selezione operata tra le diverse immagini che traducono una rappresentazione psichica e che meglio si prestano alla sua espressione visiva. Inoltre, la “figurabilità” consente di operare “spostamenti” da un concetto astratto a un’immagine concreta.

Freud afferma che nell’attività primaria della “figurabilità” viene richiamato un aspetto arcaico e filogenetico del pensiero e del linguaggio umani.

In origine il pensiero e le parole avevano un significato concreto: essi si traducevano in fatti reali e oggetti sperimentabili. Soltanto in seguito all’evoluzione culturale il pensiero e le parole hanno assunto un significato e un contenuto astratti. Il linguaggio del sogno non conosce le opposizioni logiche dei pensieri e delle parole, così come all’origine il linguaggio designava in un unico oggetto concetti diversi e opposti.

Quindi, è tutto ok, almeno fino a questo punto. Apprezziamo la creatività plastica di Sabina e procediamo con le sue parole.

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Ognuno di questi luoghi il più delle volte ha a che fare con il protagonista del mio sogno; ogni persona cardine del mio contesto affettivo ha una sua scenografia, una sorta di rappresentazione pittorica in cui li calo per definirli.”

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La funzione onirica distribuisce quotidianamente il pane come il buon poeta di Pablo Neruda e attribuisce a ogni sognatore il giusto corredo emotivo e affettivo da investire nel suo “lavoro” notturno. Il luogo, “topos”, evoca il “fantasma” e il vissuto, Il luogo è il teatro su cui si recitano le psicodinamiche di Sabina, la tela su cui si proiettano le figure pittoriche di Sabina, il materiale psichico incamerato al meglio e allucinato secondo un contesto ordinato che denota una buona autocoscienza, un proficuo “sapere di sé”. Il “topos” si è alleato con il “logos”, la “razionalizzazione”, e abitano in Sabina semplicemente perché vanno a braccetto in questo suo resoconto.

Una domanda nasce malevola e si pone spontanea: siamo sicuri che queste riflessioni non sono resistenze razionali e tentativi di addomesticare il sogno?

Sabina deve aver fatto un buon cammino psicoanalitico per poter affermare quanto comunica, Mostra una buona confidenza con le sue libere associazioni e con il meccanismo della “condensazione”. Definisco quest’ultimo per venire in aiuto a Sabina. La “condensazione” è una modalità del funzionamento dei processi onirici in base alla quale un’unica rappresentazione costituisce l’intersecazione di catene associative formate da altre rappresentazioni; su questa unica rappresentazione vengono investite e conglobate le energie psichiche relative a ciascuna rappresentazione. Un’unica rappresentazione, quindi, condensa tutte le altre rappresentazioni per via associativa.

Il mio compito è di chiarire il quadro anche complicando gli elementi della questione. Sarà Sabina a tirare le somme. Procedere è interessante e motivo d’orgoglio.

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Mi è difficile essere più essenziale nella narrazione dei miei sogni, perché la quantità di particolari presente nei luoghi in cui si svolgono cattura la mia attenzione mentre mi ci trovo, quindi al risveglio è tutto (o quasi) impresso nell’immediata memoria.

Le dovevo questa premessa.”

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L’analisi è una capacità intellettiva che si forma nel tempo con l’esercizio e con il concorso difensivo dei “fantasmi” personali. L’analiticità contiene e coniuga un bisogno di sicurezza e un gusto di chiarezza mentale. Ogni pregio ha il suo risvolto che non è necessariamente un difetto. In questo caso è una sensibilità intellettiva che denota una ricchezza dei dati e una propensione al gusto del particolare. Chi ha tanto fantasticato, ha tanto temuto e ha tanta capacità di analisi. Il sogno, quindi, propone un tratto della carta d’identità psichica di Sabina. Il “luogo” è il teatro o lo schermo in cui socialmente agiamo e traduciamo i pensieri e i progetti, i “fantasmi” e i desideri. Il “topos” è il “tramite” che consente la “proiezione” difensiva dei nostri vissuti. Dal mio “dizionario psicoanalitico dei simboli” desumo alla voce “luogo”: istanze psichiche Io, Es, Super-Io, prerogativa strutturale e vissuto in atto. Alla voce “analisi” risulta un tratto ossessivo e una ricerca difensiva dei nessi logici e dei particolari, nonché una resistenza alla consapevolezza del materiale psichico rimosso. “Luogo” e “analisi”, essendo presenti nella funzione onirica, sono tratti psichici caratteristici di Sabina, note che la individuano e ne fanno una persona irripetibile. La “memoria immediata” al risveglio attesta che il sogno è stato elaborato nelle fasi finali del sonno REM, quando, specialmente al mattino, il sogno è vivo e lucido.

RESTO DIURNO – CAUSA SCATENANTE

E ora il sogno, che ho riportato sul cellulare appena sveglia. L’unico resto diurno a cui posso riferirmi è una chiacchierata fatta ieri pomeriggio con mia sorella su quanto avesse avuto una sua importanza formativa positiva l’aver vissuto l’infanzia in anni in cui la povertà era comune a molti, nella nostra Italia degli anni ’60, e di quanto in fondo i bambini sappiano gioire del gioco e non del giocattolo.”

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Come non condividerti?

Io potrei parlarti degli anni ‘50 e ti illuminerei sulla fame dell’immediato dopoguerra e sui giochi di strada tra monelli, su quanto era gustoso il formaggino “Fanfulla” o quello bicolore della “Ferrero”, su quanto sapeva di buono il sapone Palmolive o Lux sulla pelle di mia madre, sugli orfanelli e sulle vedove dei pescatori saltati in aria a causa di un siluro impigliato nelle loro reti,…insomma io ti potrei rafforzare la convinzione del buon tempo andato e dei bambini gioiosi di agire insieme agli altri giocando a nascondino, a bandiera, ad acchiappa acchiappa, a mosca cieca, al pallone con la palla bianca e puzzolente di gomma.

La “causa scatenante” è aggiudicata e la nostalgia è ben sistemata.

Inizia il sogno.

TRAMA DEL SOGNO E DECODIFICAZIONE

Io spettatrice. Questo fa sì che la visione sia speculare: ciò che io vedo alla mia sinistra, nella scena del sogno è a destra.”

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Sabina mette in atto il meccanismo psichico di difesa della “scissione”, si stacca emotivamente dalla trama del sogno per continuare a dormire e guarda le scene come in uno specchio ossia convertite nello Spazio. Il movimento nello Spazio richiama simbolicamente il Tempo: quello che è collocato nel suo futuro appare nel suo passato e quello che appare nel suo passato è collocato nel suo futuro, quello che desidera è condensato nelle esperienze vissute, quello che è “da vivere” è sistemato nel “già vissuto”. Sabina mette in atto i “meccanismi e i processi psichici di difesa” che descriverò in seguito.

I simboli dicono che la “spettatrice” desidera acquisire una migliore consapevolezza e accrescere il “sapere di sé”, prendere coscienza del suo passato senza coinvolgersi in maniera diretta e convertendo la dimensione temporale e collocando spazialmente il “già vissuto” nel “da vivere” e il “da vivere” nel “già vissuto”: “visione speculare”. La coscienza del suo passato in sogno è il suo presente. Sabina è paga della sua autocoscienza. La “sinistra” è simbolo del passato e della “regressione”, mentre la “destra” è simbolo del presente e dell’evoluzione. Il movimento “da sinistra a destra” è simbolo del progresso, il movimento “da destra a sinistra” è simbolo del processo difensivo della “regressione”: questa è in parte la simbologia dinamica della spazio. Sabina fa coincidere la nostalgia con l’appagamento in atto, la consapevolezza del passato con lo stato di coscienza presente.

Il prosieguo darà i lumi necessari.

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È giorno. Condominio a sinistra, pareti esterne bianche. Accesso all’appartamento attraverso un balcone esterno con ringhiera che dà sul piazzale. Piano alto, forse terzo o quarto.”

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Sabina è consapevole del suo passato in famiglia e dell’offerta della sua innocenza agli occhi della gente. Oscilla tra il sociale e la difesa del personale e, a tal uopo, si serve del “processo psichico di difesa” dall’angoscia della “sublimazione della libido”. Sabina è in bilico tra l’esibizione nella società e la giusta difesa della sua intimità, ma propende tanto verso gli altri.

I simboli: “giorno” o consapevolezza, “condominio” o società, “sinistra” o passato, “pareti esterne” o difese dagli altri, “bianche” o innocenza, “accesso all’appartamento” o disponibilità, “balcone esterno” o offerta sociale di sé, “ringhiera” o difesa dagli altri, “piazzale” o relazioni sociali, “piano alto” o “sublimazione della libido”.

Più chiaro di così!

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Nell’appartamento abita una coppia di coniugi con tre bambini: due sono gemelline femmine e uno forse è un maschietto, ma a tratti è una femmina.”

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Ecco la classica famiglia italiana del “boom” economico negli anni sessanta! Ecco il gruppo familiare di Sabina “mutatis mutandis”, dopo aver cambiato le cose che devono essere cambiate!

Sapete lei chi è?

E’ il “maschietto che a tratti è una femmina”: “androginia psichica”. Sabina esordisce ponendo in ballo la sua collocazione all’interno della famiglia tra il “sentimento della rivalità fraterna”, le sorelle “gemelline”, e la sua latente e larvata conflittualità con i genitori, la sua “posizione edipica”. Prevedo che ne vedremo delle belle.

I simboli: “appartamento” o luogo psichico, “abita” o possesso, “coppia di coniugi” o rafforzamento dei genitori, “tre bambini” o figliolanza e fratellanza, “gemelline femmine” o rafforzamento del tratto femminile, “maschietto a tratti femmina” o androginia psichica. Ricordo che l’androginia psichica vale per tutti come la legge che esige a livello psichico la compresenza e l’azione di tratti psichici simbolicamente attribuiti all’universo maschile e di tratti psichici simbolicamente attribuiti all’universo femminile.

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La mamma è in casa da sola con i bambini. Ha un aspetto disordinato, agisce senza impegno, frettolosamente. Il volto tradisce l’ansia, la noia.”

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Sabina mostra il suo vissuto in riguardo alla famiglia: una madre sacrificata e lasciata sola con i figli. Una scena “già vista” e “già vissuta” nella realtà e che in sogno si presenta come attuale. La desolazione familiare è tutta in questo quadretto: “la mamma è in casa da sola con i bambini”. Ma non basta. Sabina affonda in sogno il colpo nella sua visione della madre: una donna disordinata, meccanica, ansiosa e annoiata. Si capisce il motivo per cui Sabina si è scissa tra spettatrice e attrice protagonista della scena familiare. Questo capoverso è fortemente descrittivo e la simbologia non serve. La scena ricorda i romanzi del Naturalismo francese dell’Ottocento, ha tanto di Emile Zola.

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Arriva il padre, giovane, aggressivo. Bello, braccia muscolose, sembra Marlon Brando in “Un tram che si chiama desiderio” (nota aggiunta da me mentre scrivo il sogno appena sveglia, perché così mi appare nell’immediatezza del ricordo).”

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La scena si completa e la psicodinamica, sempre più edipica, si complica. Il padre è vissuto da Sabina nella versione opposta della madre: un vero maschio e un vero uomo, un uomo affermativo e realizzato, volitivo e forte, la classica figura maschile che occupa i desideri proibiti e leciti di tutte le donne desiderose di protezione e di appagamento. La bellezza si coniuga con la giovinezza e l’aggressività muscolare.

Quant’è bella questa immagine del papà che la bambina Sabina ha introiettato a suo tempo!

E’ un classico dell’innamoramento e dell’attrazione edipica.

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Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine. Trambusto. Lui è il cattivo. Ma poi vedo tutti e tre i bambini, sono con lui, nessuno è morto. È un padre amorevole, nessuno l’ha capito e io che osservo sono felice che adesso lo vedano tutti.”

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La compostezza estetica e sentimentale della scena e dell’allegoria è turbata all’improvviso da un’allucinazione tragica, il padre assassino. In un capoverso Sabina illustra il meccanismo dello “splitting”, scissione, del “fantasma del padre”, il padre edipico, quello “buono” da cui si è sentita amata e quello “cattivo” da cui si è sentita respinta in un conflitto ricco di emozioni, struggimenti e tormenti, come nei migliori innamoramenti dei migliori film proiettati nei cinema di periferia. Sabina si è ricreduta sulla figura paterna e sulla sua funzione, non aveva saputo sistemare il padre dentro di lei e non aveva capito quanti investimenti aveva operato su quest’uomo del “tram desiderio”, su questo contrastato Marlon Brando dei giorni del dopoguerra che non aveva nulla da invidiare all’omonimo americano. La famiglia si è ricomposta nei vissuti di Sabina e il “fantasma” si è acquietato nella sua funzione vitale di adescare la creatività e di consentirle le migliori immagini: “figurabilità”.

Vi illustro i simboli.

“Non capisco” o obnubilamento della coscienza, “abbia ammazzato” o esercizio della “libido anale sadomasochistica”, “una delle bambine” o Sabina l’androgina, “trambusto” o forte carica emotiva in atto, “lui” o distacco, “il cattivo” o “parte negativa” del “fantasma del padre”, “vedo” o sono consapevole, “tutti e tre i bambini sono con lui” o rassicurazione tramite la “parte positiva” del “fantasma del padre”, “nessuno è morto” o nessuna perdita affettiva, “padre amorevole” come volevasi dimostrare o rafforzamento della “parte positiva” del “fantasma del padre”, “nessuno l’ha capito” o prima non avevo preso coscienza del fantasma paterno, “io che osservo” o scindendomi ho raffreddato i vissuti e sono andata indietro alla mia infanzia e adolescenza e ho recuperato la mia “posizione edipica” che è rimasta sempre viva in me e nella dimensione temporale presente pur appartenendo al passato. I conti tornano. Ancora: “io sono felice” o ho un buon demone dentro ossia “eudaimonia” greca legata alla presa di coscienza e alla condivisione del bene comune che aumenta la gioia. “Che lo vedano tutti” significa che Sabina si pone come la figlia che aiuta le sorelle a recuperare la figura paterna e l’immagine distorta che si erano formate. Manca la madre, ma ci sono buone speranze di un suo recupero e di una sua riapparizione nella scena familiare.

Bellissimo questo pezzo, degno del migliore Verismo italiano!

Brava Sabina!

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Non ricordo più la madre, è scomparsa dal sogno.”

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Mancava la madre, mancava l’altra protagonista della “posizione edipica” di Sabina, ed eccola!

Eccola nell’assenza e nella “rimozione” del “non ricordo”, una amnesia funzionale alla rielaborazione della contrastata figura paterna, un uomo sballottato, come i vasi di don Abbondio nel carro, tra il sentimento dell’amore e il sentimento dell’odio. La madre è stata rimossa dalla bambina quando era particolarmente affascinata dall’enigmatico padre e interessata a vivere i tragitti ormonali del suo giovane corpo, la “libido”. La madre “è scomparsa”, è stata esclusa anche dal sogno, così come il marito l’aveva esclusa dalla vita affettiva e sociale, relegandola nella dimensione coniugale del tipo Cenerentola. Sabina non mostra una visione positiva della madre e della figura femminile in generale semplicemente perché non si è voluta identificare in una donna sacrificata e ristretta a mansioni culturalmente obsolete. Sabina ha lottato per essere all’incontrario di sua madre e anche in questa operazione ha usato la sua tendenza onirica a ribaltare nell’opposto le psicodinamiche oniriche. “Scomparsa” si traduce in una carica aggressiva che elimina, “non ricordo” significa “rimozione”. Per completare l’opera spiego il meccanismo di difesa principe delle scoperte freudiane o meglio del lavoro di Freud, dal momento che la “rimozione” era stata scoperta già dai filosofi e nello specifico dal grande Anassimandro, da Cartesio e da Leibniz, nonché dagli Idealisti e nello specifico Schelling. Ma questa è tutta un’altra storia. Vado a delucidare. La “rimozione” è un meccanismo psichico di difesa che espleta la funzione attiva di bandire e di espellere dalla coscienza idee e impulsi inaccettabili da quest’ultima. Per tale necessità li relega nella dimensione profonda.

Procedo in pompa magna.

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Resta il padre a prendersi cura dei figli e a dare disposizioni sul loro accudimento dopo che lui sarà morto.”

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Sabina ha riconosciuto il padre dopo tante traversie emotive e conclude secondo i canoni popolari della sceneggiata napoletana: il padre dispone la cura dei figli dopo la sua morte.

Ma cosa vuol dire questo canovaccio alla Mario Merola?

La “posizione edipica”, l’aspra conflittualità di Sabina con il padre e la madre, è stata risolta con la presa di coscienza che la figura paterna è stata ben razionalizzata e liquidata come il simbolo della sua origine. Sabina ha riconosciuto il padre come l’altro da sé, come la figura sacra con tanto di carisma e di mistero, come il suo “significante” e non come il suo “significato”, come il “dux” romano portatore delle sue insegne militari, come il maestro che le ha indicato la direzione, come il “segno” semiotico del grande Umberto Eco di cui tanto si sente la mancanza in questi tempi tristi e grami. Sabina ha recuperato affettivamente il padre, “resta il padre a prendersi cura dei figli”, e allarga ai fratelli la sua conquista non per pudore ma per difesa, per spalmare la sua “angoscia di castrazione”, la sua “psiconevrosi edipica”. Sabina ricorre alla morte del padre, “quando lui sarà morto”, costruendolo come un eroe tragico di Eschilo, un uomo mortale che dispone l’accudimento dei figli affinché le sue colpe non ricadano sul suo seme. Tutto questo trambusto serve a Sabina per dire in poche parole che ha iniziato ad amare il padre come il suo simbolo. E nell’elaborazione del simbolo individuale, “suo padre”, quest’ultimo si eleva ala rango universale di “archetipo”, il “Padre”.

La simbologia dice che “resta” o “redde rationem” o resa dei conti, il “padre” o l’origine e il mistero, “prendersi cura” o risolvere l’affanno e lenire l’angoscia, “figli” o dipendenza, “dare disposizioni” o potere del dispensare “genitale” e autorevolezza del “Super-Io”, “accudimento” o affettività e protezione materne, “morto” o razionalizzazione del padre e riconoscimento.

Allacciate le cinture di sicurezza perché il sogno di Sabina ancora viaggia, sulle ali del successo ottenuto, con la sistemazione dell’ingombrante figura paterna e della sacrificata figura materna. Sabina ha trovato pane per i suoi denti nell’identificazione al femminile nella madre e nell’assimilazione della “parte positiva” del “fantasma del padre”: il padre buono e affettuoso che si prende cura della sua bambina e la rassicura nella navigazione tra le infide scogliere di Scilla e Cariddi.

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Fine della scena: anche il padre è scomparso e io da spettatrice passo ad essere protagonista del sogno. Termina così anche la mia visione speculare. Ora i riferimenti spaziali sono corretti.”

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Sabina si era scissa senza alcun pericolo psichiatrico perché il “meccanismo psichico di difesa” della “scissione” è stato usato in sogno e non nella veglia. Del resto, si sa che la funzione onirica usa anche “processi” e meccanismi” psichici delicati. Abbandonate le difese, Sabina può sognare secondo i criteri della sua correttezza, quelli che ritiene condivisi con gli altri.

Questa è la prima parte del sogno. Il prosieguo è rimandato alla prossima pubblicazione.

PSICODINAMICA

Il sogno di Sabina svolge la psicodinamica della “posizione edipica” con particolare predilezione nei riguardi della figura paterna, usa il meccanismo della “scissione” per non incorrere nell’incubo e nel risveglio immediato e per gestire le angosce legate ai virulenti “fantasmi” del padre e della madre, mostra una buona risoluzione della relazione psichica con il padre attraverso il recupero della componente affettiva e affermativa, tralascia la relazione con la madre e non ne condivide il ruolo. Sabina si serve del meccanismo psichico della “figurabilità” in un contesto speculare rafforzando la presa di coscienza sulla “posizione edipica” e usa la simbologia dello Spazio e del Tempo facendo coincidere la nostalgia con l’appagamento in atto, la consapevolezza del passato con lo stato di coscienza presente.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è analiticamente detto.

Gli “archetipi” richiamati sono il “Padre” e la “Madre”.

I “fantasmi” presenti sono quelli del “padre” e della “madre”, il primo nelle due “parti”, positiva e negativa, e il secondo soltanto nella “parte negativa”. Ve li mostro:“La mamma è in casa da sola con i bambini. Ha un aspetto disordinato, agisce senza impegno, frettolosamente. Il volto tradisce l’ansia, la noia.” e ancora “Arriva il padre, giovane, aggressivo. Bello, braccia muscolose, sembra Marlon Brando in “Un tram che si chiama desiderio” e ancora “Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine. Trambusto. Lui è il cattivo. Ma poi vedo tutti e tre i bambini, sono con lui, nessuno è morto. È un padre amorevole, nessuno l’ha capito e io che osservo sono felice che adesso lo vedano tutti.”

Ho riportato i brani per mostrare chiaramente sul campo il “fantasma” e le sue “parti”.

Il sogno di Sabina contiene l’azione dell’istanza “Io” o consapevolezza vigilante e razionale in “Io spettatrice. Questo fa sì che la visione sia speculare: ciò che io vedo alla mia sinistra, nella scena del sogno è a destra.” Si vede chiaramente il meccanismo di difesa della “razionalizzazione”, quella benefica che produce la consapevolezza del rimosso e ripulisce la “coscienza di sé”: quello che è nel mio passato è nel mio presente anche se mi difendo con la “scissione” dell’attrice e della spettatrice. Lacan aveva elaborato lo stadio dello “specchio” per indicare che il bambino acquista un rudimentale senso dell’Io nel momento in cui riconosce se stesso nel riflesso dello specchio. Sabina istruisce la stessa impalcatura e opera con la visione speculare a tutto vantaggio del suo “Io”. Notate ancora un intervento attivo dell’Io in “nessuno l’ha capito e io che osservo sono felice che adesso lo vedano tutti.”

L’istanza pulsionale “Es”, rappresentazione dell’istinto, si manifesta in “Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine. Trambusto. Lui è il cattivo. Ma poi vedo tutti e tre i bambini, sono con lui, nessuno è morto. È un padre amorevole,”.

Il “Super-Io”, limite e senso del dovere, nonché censura morale, agisce visibilmente in “Resta il padre a prendersi cura dei figli e a dare disposizioni sul loro accudimento dopo che lui sarà morto.”

Il sogno di Sabina elabora a iosa la “posizione psichica edipica”, la conflittualità con il padre e in parte con la madre.

Sabina usa in sogno i seguenti “meccanismi e processi psichici di difesa” dall’angoscia e dal risveglio:

la “scissione dell’Io” in “Io spettatrice.”, la “rimozione” in “Non ricordo più la madre, è scomparsa dal sogno.”,

la “condensazione” in “sinistra” e in “destra” e in altro,

lo “spostamento” in “uno forse è un maschietto, ma a tratti è una femmina.” e in altro,

lo “splitting” o “scissione delle imago” in “Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine. Trambusto. Lui è il cattivo. Ma poi vedo tutti e tre i bambini, sono con lui, nessuno è morto. È un padre amorevole, nessuno l’ha capito e io che osservo sono felice che adesso lo vedano tutti.”,

la “sublimazione” in “Piano alto, forse terzo o quarto.”,

la “figurabilità” in “È giorno. Condominio a sinistra, pareti esterne bianche. Accesso all’appartamento attraverso un balcone esterno con ringhiera che dà sul piazzale. Piano alto, forse terzo o quarto.” e in “Io spettatrice. Questo fa sì che la visione sia speculare: ciò che io vedo alla mia sinistra, nella scena del sogno è a destra.”,

la “regressione” nei termini previsti dalla funzione onirica e nella simbologia spaziale del movimento che da destra va verso sinistra.

Il sogno di Sabina mette in mostra un tratto psichico nettamente “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” di stampo “fallico-narcisistica”e intenzionata alla “genitalità”, autocompiacimento e amor proprio in direzione all’investimento di “libido” nell’altro.

Il sogno di Sabina forma le seguenti “figure retoriche”:

la “metafora” o relazione di somiglianza in “È giorno. Condominio a sinistra, pareti esterne bianche.” e in altro,

la “metonimia” o relazione di senso logico in “nessuno è morto” e in altro,

la “iperbole” o esagerazione espressiva, in “Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine.”,

la “enfasi” o forza espressiva in “Trambusto. Lui è il cattivo”,

la “allegoria” o combinazione simbolica dinamica in “Arriva il padre, giovane, aggressivo. Bello, braccia muscolose, sembra Marlon Brando in “Un tram che si chiama desiderio”.

La “diagnosi” dice di una risoluzione della “posizione psichica edipica” tramite la “razionalizzazione del rimosso” e l’esito del miglioramento della “coscienza di sé”.

La “prognosi” impone a Sabina di porre tanta attenzione nel mantenimento di una consapevolezza lucida della sua formazione psichica e dei suoi “fantasmi edipici”. Soprattutto quello materno abbisogna di essere ulteriormente elaborato nella “parte positiva”.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nel mancato funzionamento del meccanismo della “razionalizzazione” e nell’offuscamento della limpidità della coscienza: psiconevrosi edipica, ansioso-depressiva e fobico-ossessiva.

Il “grado di purezza” del sogno di Sabina è “discreto” al di là della discorsività narrativa con cui viene offerto. Sabina è molto creativa in sogno e compone quasi un romanzo o un dramma in esaltazione della sua vena creativa. Sabina si gusta il sogno e lo elabora come il romanzo di una parte della vita da scrivere nel migliore dei modi. Sabina, quando sogna, compone i quadretti estetici in ottemperanza alla sua vena creativa e alle sue fantasie dell’infanzia. Sabina si è tanto pensata narcisisticamente a suo tempo per compensare l’avarizia affettiva della realtà familiare.

La “qualità onirica” è decisamente “estetica” e “analitica”: culto della bellezza in un quadro informato di particolari gustosi.

Il sogno di Sabina si è svolto dalla seconda fase REM del sonno a causa della carica emotiva di medio spessore.

Il “fattore allucinatorio” si esalta nel senso della “vista” e soprattutto in “Io spettatrice. Questo fa sì che la visione sia speculare: ciò che io vedo alla mia sinistra, nella scena del sogno è a destra.” e in“Fine della scena: anche il padre è scomparso e io da spettatrice passo ad essere protagonista del sogno. Termina così anche la mia visione speculare. Ora i riferimenti spaziali sono corretti.”

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Sabina è “buono” alla luce dell’evidenza della psicodinamica “edipica” e della chiarezza collaudata dei simboli. Il “grado di fallacia” è, di conseguenza, “minimo”.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Sabina è stata letta e analizzata dalla signora Maria, donna di popolo e madre di tre maschi, nonché orgogliosamente fornita di una valida terza media.

Domanda

Questo sogno l’ho capito meglio degli altri perché mi ci sono ritrovata e specialmente nella relazione con il padre, ma anche la madre non mi è indifferente perché la mia era poco considerata, viveva in una famiglia patriarcale e contadina, lavorava in casa e fuori casa e doveva tacere.

Risposta

Quello che dici conferma che il padre e la madre sono figure importanti per tutti. La nostra formazione psichica è impensabile senza la loro presenza e la loro funzione perché sono figure imprescindibili. Anche gli orfanelli trovano il loro papà e la loro mamma nelle persone che li accudiscono e li circondano. Mi dispiace per tua madre, ma penso che sia stata tanto brava e duttile perché si è ben adattata al contesto familiare del Veneto prima patriarcale e poi borghese.

Domanda

Mi spieghi che non ho capito bene. Anzi, le dico io quello che mia madre mi ha sempre raccontato con un certo dolore ma senza piangere. La famiglia dei nonni era allargata e patriarcale. Tutti i membri lavoravano la terra del conte di Collalto nella pianura di Susegana. Vivevano in trenta dentro una casa colonica umida e scaldata dal “larin”. La casa era contrassegnata dalle insegne del conte, striscia rossa parallela in un fondo giallo. Erano servi della gleba marchiati per essere riconosciuti dal padrone. In quella famiglia comandava il vecchio più abile nell’organizzazione del lavoro, mentre la donna più anziana, la “vecia”, amministrava i pochi soldi. I bambini erano trattati come bestioline ed erano legati all’albero con il guinzaglio quando le madri andavano a lavorare nei campi. C’era una gran confusione di maschi e di femmine e di notte vigeva una gran confusione sessuale. C’erano i matti e i disabili in questo contesto familiare, et cetera, et cetera, et cetera. Questa era la famiglia contadina sfruttata dai nobili fancazzisti e parassiti. Dopo, con la riforma agraria della Repubblica italiana, ogni membro è andato per i fatti suoi con la sua famiglia e ha iniziato a emanciparsi e a lavorare i campi che aveva ereditato o comprato. Lavorava anche in fabbrica e ha creato con la fatica e il sudore il miracolo economico del “nord est”. Le risulta tutto questo?

Risposta

Tua madre era duttile a livello psicologico nell’adattarsi a simili tremende situazioni e intelligente nel capirle e nel metterci riparo per sopravvivere nel migliore dei modi.

Domanda

Ho dimenticato di dirle che la sera c’era il “filò” e si riunivano nella stalla per stare al caldo e per divertirsi insieme agli altri. Logicamente puzzavano di merda. Poi i figli e i fratelli hanno litigato e si sono divisi. Così dalla miseria sono passati a stare meglio lavorando tantissimo e guadagnando tanto di più. Mia madre ha lavorato sempre e ha avuto poche soddisfazioni, però mio padre le voleva bene e non le ha fatto mancare niente. Secondo me i tempi erano fatti in questo modo. C’era tanta ignoranza.

Risposta

La cultura è sempre in evoluzione e la maniera in cui intendiamo noi stessi e gli altri va sempre migliorando.

Domanda

Questo lo dice lei. A me sembra che le cose e le persone vanno sempre peggio. Comunque, mi può spiegare meglio questa signora Sabina e la famiglia in cui è cresciuta?

Risposta

Il sogno dice che Sabina è cresciuta in una famiglia dove il padre era dominante e poco presente e, se era presente, era poco affettuoso. La bambina ha sofferto tanto di questa freddezza paterna e si è curata da sola compensandosi con il volersi bene e cercando di farsene una ragione. Facendo così ha aumentato il suo amor proprio e ha tanto fantasticato, per cui da adulta si è trovata con una buona capacità di pensare e di esprimere le tante idee e le tante esperienze. Resta una donna affermativa che non è andata molto lontano dal “fantasma del padre” e che si è identificata più nel padre che nella madre. E’ una donna di potere e non una femminuccia qualsiasi: una donna fallica e narcisistica nella giusta dose e senza essere prevaricatrice, una donna che sa il fatto suo e che non te le manda adire, anzi te le viene a contare.

Domanda

Quando parla così, le darei un bacio. Ho capito e non solo ho capito, ma lei ha detto la stessa cosa che avevo pensato io.

Risposta

Due teste sono meglio di una e quattro occhi sono meglio di due.

Domanda

Ma il sogno non è finito?

Risposta

Il sogno continua, ma era troppo lungo e troppo prezioso per bruciarlo in una sola puntata, per cui ho preferito spezzarlo in due senza mutilarlo.

Domanda

Ma quanto tempo ci mette per analizzare un sogno?

Risposta

Dieci ore, qualche minuto più o meno.

Domanda

Ma siamo sicuri che è tutto gratis?

Risposta

Sicurissimo e tu lo sai bene.

Domanda

Certo che lo so. Mi sembra così strano.

Risposta

Ho scritto e ho sempre detto che io restituisco in termini di conoscenze scientifiche o pseudoscientifiche quello che ho imparato dalle persone che ho aiutato a superare le difficoltà della loro vita in un preciso momento e semplicemente dando loro un metodo per inquadrarsi meglio e per ridurre le tensioni nervose, insomma per essere padroni a casa loro.

Domanda

Allora quello che lei scrive non è sempre scientifico?

Risposta

Il discorso si fa intrigante, ma io te lo faccio lo stesso. Il concetto di Scienza è complesso e variegato. Ogni tempo e ogni cultura elabora e afferma il suo concetto di Scienza. Aristotele diceva nel quarto secolo avanti Cristo che la Scienza è conoscenza delle cause. Se noi conosciamo di qualsiasi parte della realtà o di qualsiasi attività umana quattro cause, allora abbiamo la conoscenza scientifica. Le quattro cause erano e sono queste: la “causa formale” che risponde alla domanda “che cosa è questo”, la “causa materiale” che risponde alla domanda “di che cosa è fatto questo”, la “causa efficiente” che risponde alla domanda “da chi è fatto questo”, la “causa finale” che risponde la domanda “per quale scopo è fatto questo”. La Scienza doveva obbedire alla Logica, ai suoi principi e ai suoi procedimenti, e doveva formularsi secondo un discorso comprensibile e giustificato nelle sue affermazioni e nelle sue conclusioni. I “principi logici” era i seguenti: “identità” (A è A) in base al quale ogni concetto è uguale a se stesso, “non contraddizione” (A non è nonA)in base al quale ogni concetto non è uguale al suo opposto, “terzo escluso” (o è A o è nonA) in base al quale ogni concetto non è uguale al suo opposto. Il procedimento logico della Scienza era ed è il sillogismo, il mettere insieme concetti diversi in maniera compatibile e per aumentare le conoscenze. Questo concetto di Scienza si definisce “determinismo” ossia è così e non si discute perché la Logica non è opinione individuale ed è universale, valida per tutti gli uomini al di là delle culture a cui appartengono. Mi fermo, ma la prossima volta ti spiegherò il concetto di scienza di Cartesio, poi di Galilei, poi di Bacone, poi dei filosofi moderni e contemporanei.

Domanda

Ho capito e non ho capito. Lei segue Aristotele?

Risposta

Sì, sono determinista, ma ci sono altri tipi di scienza. Ma comunque io resto uno scrittore e uno psicologo che elabora il sognare e i sogni secondo una griglia fatta di tanti pezzi di tante teorie di altri: un eclettico o un sincretista. Mettila come ti pare meglio.

Domanda

Quando parla difficile lo ammazzerei. Insomma lei non è originale per niente, ma è uno che ha preso di qua e di là e ha messo su un’impalcatura per fare quello che fa, spiegare come si sogna e i sogni.

Risposta

Hai visto che hai capito benissimo. Perché ti sottovaluti?

Domanda

Avrei voluto tanto andare a scuola, ma non c’erano i soldi e poi io ero una femmina e non serviva perché mi sarei sposata, come dicevano in quel tempo le persone ignoranti e specialmente le mie nonne. Ma i miei figli studiano e due sono scritti all’Università di Padova, il grande in Legge e il secondo in Medicina, e sono tanto bravi. Il più piccolo vuole fare il contadino nei campi del padre, ma io gli ho già detto che senza laurea in Agronomia o in Enologia non va da nessuna parte. Ai miei figli ho sempre insegnato che la mangiatoia sta in alto e che per mangiare bisogna far fatica e allungare il collo.

Risposta

Tu sei una grande donna.

Domanda

Si ricordi che mi deve spiegare quelle cose sulla Scienza.

Risposta

Ogni promessa è un debito.

Per il sogno analitico e narrativo di Sabina propongo una storia di creativa amministrazione, non certo di ordinaria follia.

CARO SEBASTIANO

Caro Sebastiano,

c’è qualcosa che non va,

ma non in casa,

né fuori casa,

c’è qualcosa non va dentro di me

e non sono i pensieri o l’agitazione,

ma è qualcosa d’impalpabile,

qualcosa che non ha parole.

L’ineffabile!

Ecco, l’ineffabile, proprio l’ineffabile!

Tu sai cos’è l’ineffabile?

L’ineffabile è ciò che non si può dire

perché è stato detto.

Ma da chi è stato detto?

Chi ha detto l’ineffabile se non si poteva dire?

E come l’ha detto?

Con abito firmato o semplici jeans?

Sai, Sebastiano, queste non sono questioni da poco,

ma ne va di mezzo la mia dignità di malata mentale.

Almeno questa lasciatemela, vi prego,

voi che mi avete tolto anche i fiammiferi di legno,

quelli puzzolenti di zolfo,

gli zolfanelli per l’appunto.

Ma forse Sebastiano,

sai,

c’è che non c’è proprio niente che non va.

Va tutto bene.

Sto bene

e non è il Serenase che mi fa star bene

visto che lo prendo soltanto da tre giorni.

Non è il Clopixol che mi fa star bene

visto che l’iniezione l’ho fatta stamattina.

C’è quel qualcosa che non va che mi fa star bene.

Hai capito?

Mi sento senza corpo

perché il mio corpo non mi appartiene più

e non perché l’ho dato a qualcuno,

ma perché agisce per conto suo,

insomma va per i cazzi suoi.

Il mio corpo birichino è finalmente autonomo

e non mi fa paura.

A volte ha ansia,

a volte è tranquillo,

tre minuti dopo si agita,

all’improvviso vuole la Nutella

o vuole essere toccato.

E il mio Io?

Il mio Io è perplesso,

confuso,

sereno,

pacifico,

di merda.

Come vedi,

caro Sebastiano,

è tutto un casino

e niente è affidabile.

Ma sai cos’è?

C’è qualcosa che non va,

ma non c’è proprio niente che non va

e io non so più come sto.

Forse sto prendendo in giro tutti,

me compresa.

Ma come si fa a smettere?

In questo momento non c’è più nessuno attorno a me,

non c’è più nessuno vicino a me,

non ho un punto di riferimento,

non ho un viso da guardare,

ma ho un qualcosa di confuso,

un viso confuso con gli occhi di tutti,

un assembramento di occhi.

Ho ansia,

ma basta che ci penso un attimo e passa.

Chi stiamo prendendo in giro?

Recitiamo allora!

Oh, ciao, come va?

Non c’è male, grazie.

Si va sempre avanti e voi, invece, come state?

Beh, così così,

cosa volete,

sono gli acciacchi del tempo,

un giorno si ama,

un giorno si odia,

un giorno si cazzeggia,

un giorno ci si incazza.

In fondo siamo vivi.

Siamo vivi ogni giorno di giorno in giorno.

Così, Sebastiano, può andare?

Eppure c’è qualcosa che non va

anche se non c’è niente che non va.

Adesso comincia il dramma.

Caro Pinocchio,

il grillo te l’aveva detto

che a fare i monellacci si finisce in prigione o in ospedale,

ma tu non l’hai ascoltato,

tu l’hai ammazzato.

Ma non è stato Pinocchio.

E’ stata Luana che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Ma non è stata Luana.

E’ stata Mara che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Ma non è stata Mara.

E’ stato Vincenzo che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Ma non è stato Vincenzo.

E’ stata Mafalda che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Ma non è stata Mafalda.

Allora chi è stato?

Perbacco, voglio sapere chi è stato!

Intanto pensiamo al povero grillo.

Corri grillo,

corri lontano,

gioca,

salta

e tendi una mano,

sorridi alla gente che ti passa davanti,

nasconditi a Luana che vuol farsi avanti.

E’ Luana che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Luana ha le sbarre,

Luana è nelle sbarre,

Luana ha le sbarre nella mente e nel cuore.

Luana ha le sbarre dove il sangue scorre lento.

E’ Luana che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Povera Luana!

Tu grillo nascondi Luana,

falla dormire.

Tu grillo gioca,

tu salta,

tu non devi morire.

Chi grida?

E’ Luana che ha gridato,

ma neanche il vento l’ha ascoltata.

Nascondi Luana,

falla dormire,

tu grillo gioca,

tu salta,

tu non devi morire.

Ma queste sono tutte soltanto parole.

Il grillo è morto e non farà più cri, cri, cri.

Povero grillo e povera Luana!

Caro Sebastiano,

pensi ancora

che non c’è proprio niente che non va?

Salvatore Vallone

in Pieve di Soligo (TV) e nel mese di Marzo dell’anno 1996

LE BARE DI VETRO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Premetto che poco tempo fa ho visitato il cimitero di Lisbona e sono rimasta molto colpita dalle bare a vista nelle cappelle con porte di vetro trasparente.

Stanotte ho sognato di essere davanti alle bare mia, di mia madre e di mio padre.

La mia e quella di mia madre erano nel ripiano alto della cappella, erano bare di vetro trasparente e vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.

A guardare questa scena c’era a fianco a me mia madre alla quale esprimo il mio disappunto sul fatto che le bare siano di vetro; non mi va proprio che il mio corpo possa essere visto!

Sotto è steso mio padre, ma non è dentro una bara. Noto dei suoi movimenti quasi impercettibili e lo faccio notare a mia madre la quale cerca di convincermi che è morto, ma mio padre fa un movimento visibilissimo e allora lo chiamo a gran voce “Papà! Papà! Svegliati!”.

Lui apre gli occhi e si alza, inconsapevole di essere stato creduto morto.”

Lisbona

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Ho scelto come titolo “Le bare di vetro” per confermare la vena macabra del sogno e lo stupore che la stessa Lisbona ha sottolineato anche come possibile causa scatenante: “poco tempo fa ho visitato il cimitero di Lisbona e sono rimasta molto colpita dalle bare a vista nelle cappelle con porte di vetro trasparente.” Questo titolo è adatto a un buon film “horror”, quelli del migliore Dario Argento, e conferma la plasticità creativa dell’umana funzione onirica, il meccanismo della “figurabilità”, in base al quale a ogni idea si addice la giusta immagine. Noi, uomini viventi, siamo capaci di “impressionarci” fotograficamente con le nostre esperienze e con le nostre riflessioni. Non basta, perché riusciamo anche a tradurle in fantasie e in allucinazioni con assoluta naturalezza e spontaneità, senza aver deliberato da svegli alcunché di preciso al riguardo e senza sapere di avere dentro il regista giusto per girare il nostro film e lo sceneggiatore abile a dare le parole adatte al capitolo del nostro romanzo.

Federico Fellini aveva ragione, ma questo è un altro discorso.

Se il cammino psicoanalitico è arduo e si può definire “le parole per dirlo”, il sogno è più complesso semplicemente perché elabora da solo e senza il concorso diretto della nostra volontà “le immagini simboliche per dirlo”.

Il titolo del sogno di Lisbona poteva essere anche questo: “Papà, papà svegliami!”, riprendendo e modificando secondo dettami psicoanalitici la parte finale del sogno, il punto in cui Lisbona, in preda al giusto “raptus” e a un buon demone, dice “lo chiamo a gran voce “Papà! Papà! Svegliati!”, proiettando sul padre la sua intuizione e la sua conquista psichica: il “sapere di sé” e il “far da sé”, l’autonomia del pensiero e dell’azione, la buona novella di ogni bambino e adolescente.

Mi preme sottolineare che Lisbona ha vissuto il padre come “liberatore” delle sue energie psicofisiche più genuine dopo il ristagno difensivo nella protezione materna e dopo l’identificazione nella figura della madre, una psicodinamica della prima adolescenza e di quando il “corpo” è in distonia con la “mente” a causa dell’immediato risveglio degli ormoni e degli orologi biologici, il cosiddetto sviluppo “genitale” durante la turbolenta pubertà.

Questo vissuto del padre “libertador” da parte di Lisbona è una tappa universale e si estende a tutte le bambine in odore di donna. Ma la madre non è da meno in questo dolce psicodramma andato a buon fine e gustoso come le ciambelle della nonna cucinate nel forno a legna. La madre di Lisbona è di ostacolo, sempre nei vissuti della figlia, alla libera espansione delle energie psicofisiche che “odorano di futuro”, “adolescenza”. La madre di Lisbona è di blocco, sempre nei vissuti della figlia, all’avvento della “libido genitale”, quella che consegue alla “libido fallico-narcisistica”, all’isolamento compiaciuto e alla masturbazione psicofisica.

Nella “Politica” familiare il “Padre” è colui che apprezza e consente, propone e autorizza, apre e definisce, libera e condiziona, limita e impone. Il “Padre” è il simbolo dell’istanza psichica “Super-Io” e intorno alla sua figura si condensano la “Morale” e la “Legge”. Ma attenzione, perché di troppo “Padre” si resta schiavi.

Quello di Lisbona è il sogno di una figlia che è legata al padre a filo doppio; il primo è quello “edipico”, l’innamoramento della bambina, il secondo è quello conflittuale con la madre che, dopo essere stata la sua alleata e la sua maestra, viene vissuta come prevaricatrice nei riguardi del padre.

Un’esperienza significativa è quella di Lisbona che va a Lisbona, visita il cimitero, viene colpita dalla novità delle ultime dimore portoghesi e adatta il suo vissuto, a metà tra il trauma e la curiosità culturale, al simbolismo e all’allegoria della sua relazione pregressa e in atto con i genitori.

Operazione acrobatica brillante!

Le premesse sono promettenti e il seguito ancora di più, per cui non resta che metterci in cammino per seguire passo dopo passo il regalo psichico che Lisbona si è fatto.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

…ho sognato di essere davanti alle bare mia, di mia madre e di mio padre.”

L’esordio non poteva essere più inquietante. Lisbona fa di tutta l’erba un fascio e democraticamente si aggredisce e aggredisce i suoi genitori, si vede e li vede inanimati dopo aver operato la “scissione” difensiva per non incorrere nell’angoscia, nell’incubo e nel risveglio. Lisbona è “davanti alle bare”, le osserva stando con i piedi ben piantati a terra e con gli occhi ben vigili di fronte a tanta elegante desolazione. Abbiamo due Lisbone che non denotano alcuna pericolosa sindrome psichiatrica, bensì la solita difesa della funzione onirica per ottenere l’autorizzazione a procedere. Lisbona attesta del suo forte legame con i genitori nel bene e nel male e si vede in sogno unita a loro anche nella morte. Appare evidente che non si tratta di morte fisica, ma di qualcosa di altro che si andrà ad appurare cammin facendo.

La “bara” è il simbolo femminile del grembo che opprime la vitalità e rende inanimato il suo contenuto, la “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella mortifera che opprime e uccide, una “tanatocrazia” classica dell’archetipo Madre, la Signora che ha il potere della Vita e della Morte. La famiglia è unita e accomunata nella oppressione della vitalità e nella mancata nascita di “parti psichiche” che potevano vedere la luce. Rileviamo la presenza immediata in sogno della triade edipica, il triangolo “figlia-madre-padre”. Lisbona sta decisamente navigando durante il sonno nella “posizione psichica edipica”. Non ci sono dubbi in proposito. Si trova “davanti alle bare” ed è pronta all’analisi della psicodinamica del “fantasma d’inanimazione”, il “non nato di sé”, tutte le pulsioni e i bisogni che non hanno visto la luce o a cui non ha dato realtà.

La mia e quella di mia madre erano nel ripiano alto della cappella, erano bare di vetro trasparente e vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.”

Se l’esordio era repentino e impressionante, il prosieguo non è da meno. Lisbona si colloca in questo luogo d’inanimazione insieme alla madre nei luoghi alti della “sublimazione” e della superiorità, l’alto-locazione psichica, il “complesso di superiorità” che è sempre un problema e semplicemente perché è una difesa dalla “angoscia d’inferiorità”. Lisbona si è identificata nella madre e prende le sue parti per necessità psicofisica. In mezzo a tante difese, più o meno consapevoli, Lisbona ha piena consapevolezza del suo potere di donna e della sua ieratica figura, del suo marcato tratto narcisistico in occultamento di tutto quello che sarebbe dovuto conseguire ed esserci, la “genitalità”, la disposizione a vivere concretamente le relazioni sociali e l’investimento di “libido” sugli altri. E, invece, Lisbona insieme alla madre fa buona e bella mostra di sé e si appaga di questa surreale esibizione.

Ma quante cose si son perse e quante se ne perderanno queste due donne! Sono entrambe “morte” agli altri, paghe del loro potere di donne asettiche pure e caste, tutto fallo e niente arrosto, tutte belle e inanimate.

La parola va ai simboli.

Il “ripiano alto della cappella” è il luogo del “processo psichico di difesa” della “sublimazione della libido”, la difesa dall’angoscia del “non nato di sé”. Le “bare di vetro trasparente” attestano simbolicamente della consapevolezza difensiva che qualcosa dentro è inanimato o non è nato e aspirava a nascere. “Vedevo” conferma la presa di coscienza, mentre “i miei piedi con scarpe scure” rappresentano simbolicamente il potere fallico e il potere recettivo femminile, l’allegoria dell’androginia psichica, del “maschio-femmina” che Lisbona si porta dentro dall’assimilazione della madre: una forma accentuata di “identificazione”, una forma di “introiezione” della madre a scopo esorcistico dell’angoscia dell’indeterminato. “Avevo un vestito lungo bianco a balze”, un vestito ieratico, un abito sacro, un paramento della sacerdotessa di Demetra, un vestito classico delle signorinelle appena uscite dall’infanzia nelle famiglia della buona borghesia. Trattandosi di un abito indossato dentro la bara di vetro, l’opzione è decisamente per la sacralità dell’angoscia di non essersi espressa e di non esprimersi nelle proprie potenzialità, il senso di avere represso e incarcerato la parte migliore di sé che voleva nascere e che Lisbona non ha avuto il coraggio di lasciar uscire alla luce del sole. La sofferenza è maggiore perché la consapevolezza è limpida, “di vetro trasparente”.

Il riepilogo impone di dire che Lisbona sta attraversando in sogno la sua adolescenza, il periodo in cui si era identificata totalmente nella madre per difesa dall’angoscia dell’indeterminato ed era ricorsa al processo di difesa della “sublimazione della libido” per evitare le relazioni e il coinvolgimento. La sua “libido fallico-narcisistica” era servita per supportare la sua difesa e per evitare di evolversi nella “posizione psichica genitale” e nell’investimento della omonima “libido”. La giovanissima Lisbona è pienamente consapevole di tanto sacrificio e di tanto disagio, ma non riesce a fare altrimenti e a lasciarsi andare in abiti femminili adulti tra l’ammirazione tentatrice della gente. L’adolescente persiste e ruba tempo alla donna.

A guardare questa scena c’era a fianco a me mia madre alla quale esprimo il mio disappunto sul fatto che le bare siano di vetro; non mi va proprio che il mio corpo possa essere visto!”

Ed ecco il “busillis” della questione!

Ecco il conflitto di Lisbona!

Ecco l’angoscia dell’adolescente e procace donnina che deve aprirsi alle danze sociali con abiti femminili adulti!

Questa è l’allegoria del drammatico e bellissimo passaggio dall’infanzia all’adolescenza, dall’essere fisicamente indeterminata all’essere donna con annessi e connessi psicofisici ben evidenti. E’ il momento bellissimo in cui l’epifania femminile avviene e la giovane donna si mostra nel tempio.

Ma come ha vissuto questo trambusto psicofisico la bambina di prima?

Lisbona lo sa, ne è consapevole e opera un ritiro dagli investimenti della crescita e del nuovo traguardo. Lisbona vive male la sua evoluzione psicofisica e si rappresenta in sogno “dentro una bara di vetro” a esibire la sua “androginia”, il potere di donna fallica che ha esercitato nell’isolamento. E più si isola e più Lisbona si difende nel sentirsi bella. Il narcisismo aumenta in maniera direttamente proporzionale al ritiro dalla realtà e alla chiusura nella “tomba di vetro”.

Quante cose potevano nascere e quante esperienze si potevano vivere!

Se chiedete alle donne, in gran percentuale diranno di avere tanto sofferto questo passaggio dall’infanzia informe all’adolescenza formata, dal corpo senza forme al corpo con le forme.

Analizzo le simbologie.

L’alleanza con la madre è manifesta come la contrastata “identificazione” per alleviare il dolore della presa di coscienza dell’inanimato e del non vissuto e del “non nato”: “a guardare questa scena c’era a fianco a me mia madre”. “Esprimo” si traduce in sono consapevole e do parola al mio conflitto e al mio dramma di non aver saputo far agire la mia donna nella scena del mondo sociale tra le tavole del teatro comune. Il “disappunto sul fatto che le bare siano di vetro” esprime ancora il dolore della consapevolezza, il contrasto e il conflitto interiore sulla trasparenza razionale del mio stato innaturale di inanimazione e di blocco psicofisico, anche se ben supportato dal narcisismo dell’isolamento e dalla beatitudine della bellezza solipsistica e non condivisa. “Non mi va proprio che il mio corpo possa essere visto”.

Cosa vi avevo preannunciato?

Il problema dell’adolescente procace e cresciuta è l’essere vista dagli altri, il non riconoscersi per difesa dagli altri e per difesa da se stessa in primo luogo, dagli altri che appetiscono e da se stessa che ancora non è educata alle novità del suo corpo. Sono i suoi occhi e gli occhi degli altri a essere messi in ballo e in discussione. Lisbona signorina non ha confidenza con il suo corpo degnamente evoluto e non vuole essere guardata dalla gente.

Sotto è steso mio padre, ma non è dentro una bara.”

Ecco che nella scena onirica irrompe il padre con la giusta autorità e il giusto cipiglio che deve avere nei vissuti della figlia bambina. Il padre è disteso nel mondo della materia, nella realtà della concretezza: questa è la simbologia del “sotto”. Oltretutto il padre non è imprigionato nelle sue energie vitali, “non è dentro una bara”, appartiene alla famiglia ma non partecipa ai “fantasmi di inanimazione” della famiglia. Il padre è una figura positiva per la figlia che, dopo essersi identificata nella madre, si è sentita bloccata nel ruolo di donna che condivideva con la madre, una figura vissuta come rigida e bigotta nell’espletamento e nel disbrigo del corredo psicofisico femminile. Il padre, all’incontrario, è “maieutico” perché aiuta la figlia bambina a partorire la donna con travaglio spedito e lineare.

I simboli dicono che “steso” evoca un “fantasma di morte” e di distacco dalla realtà. Ma la sua diversità positiva si attesta nel fatto che è “sotto”, un simbolo filosofico del “pessimismo esistenziale” di un uomo che partecipa allo stesso destino delle sue donne, ma un uomo concretamente vivo e impegnato. “Mio padre” è il simbolo delle origini, delle radici e della trasmissione psicofisica, la figura da cui si eredita anche la colpa di essere nati nel peccato. “Non è dentro una bara” equivale a “non è come noi donne che ci sentiamo oppresse da un fardello d’isolamento e inanimate da un cumulo di tratti contenuti in un corpo da occultare e da non vivere bene”. Questa non è la cultura e la morale familiare, ma è la difesa psichica che Lisbona ha addebitato in sogno alla madre: meccanismo psichico dello “spostamento”.

Noto dei suoi movimenti quasi impercettibili e lo faccio notare a mia madre la quale cerca di convincermi che è morto;”

La figlia ha trovato nel padre la sua Pasqua di resurrezione e la sua migliore epifania: due piccioni con una fava.

Bel colpo!

Il padre è elemento positivo, si muove, è vivo ed è alleato della figlia, un maestro che le insegna a muoversi nel mondo e ad agire in esso. L’oppressione materna è stata ridotta e superata. L’identificazione nella madre, operata durante l’infanzia e l’adolescenza, è stata ridimensionata da Lisbona grazie al padre e al ricorso alla sua figura dinamica e alla sua diversità. Lisbona ha trovato nel padre quello che le mancava per iniziare a muoversi nello spazio e nel tempo, ha reperito la forza che le serviva per lasciare l’infida palude materna. In un contesto familiare disciplinato, bloccato nella cultura ufficiale e incapsulato nella formalità del comportamento, in un ambito sociale vissuto come contrario alla sua vitalità espressiva, l’adolescente Lisbona trova nel padre la possibilità di passare dal “narcisismo” al “genitale”, dall’isolamento compiaciuto all’offerta della sua persona, dall’investimento della “libido” non più in se stessa ma nell’altro, il tanto temuto oggetto esterno. Il giudizio nei riguardi della madre bloccante è severo. E’ proprio lei che mi ha suggerito che il papà non è da condividere come modello e da seguire come maestro, che mi ha quasi convinto che anche lui è inerte, passivo e inanimato. E’ proprio lei che mi ha ingiunto di non lasciarmi suggestionare da lui e dalla sua pretesa di essere nel giusto. Questa madre prevaricatrice, questa donna che inganna la figlia e vuole perpetuare i suoi maligni “fantasmi”, questa seguace dell’immutabilità della Nutella, sta tutta dentro i vissuti di Lisbona e si colloca con naturalezza dentro la storia e la cultura della famiglia. Quante madri hanno trasmesso alle figlie il senso di rassegnazione al ruolo e di immutabilità del destino femminile, un tragico insegnamento dettato da un fatalismo arabo e da una sadica compensazione della loro sofferenza: “mal comune è mezzo gaudio”. Queste donne non hanno fatto alleanza contro il nemico, ma hanno fatto alleanza con il nemico.

Benedette l’evoluzione storica e la rivoluzione culturale!

Benedette le “chat” che in tempo reale collegano il polo nord al polo sud!

Vediamo i simboli cosa dicono e cosa significano.

“Noto” è funzione dell’Io razionale e benefica presa di coscienza. “Movimenti quasi impercettibili” si traducono nella constatazione della figlia che il padre è punto inequivocabile di riferimento per la sua formazione sociale e punto essenziale di partenza per il suo distacco progressivo dalla figura materna in cui si è pienamente identificata. Lisbona sa che con giudizio e con discrezione deve cercare la sua strada e la sua dimensione psicofisica proprio alleandosi con il padre. “Lo faccio notare a mia madre” significa che Lisbona dialoga con se stessa e prende coscienza di essere troppo vincolata alla madre e di aver bisogno della figura maschile del padre per accostarsi alle altre figure maschili del mondo. E’ solo questo il modo di superare i suoi pudori e le sue vergogne di adolescente che ha da esibire un corpo maturo al punto giusto. “Cerca di convincermi che è morto “ equivale a una concezione negativa della madre, la “parte negativa” del “fantasma materno”, la donna prevaricatrice immaginata dalla figlia quando pensava secondo il meccanismo della “scissione” o “splitting”. Lisbona, in effetti, è sempre la ragazzina che si difende per l’ultima volta dalla madre, meglio da se stessa, dicendosi che non è cosa buona e proficua far ristagnare la vitalità e che, allora, bisogna superare le ultime resistenze alla presa di coscienza e convincersi che il padre è la figura a cui appellarsi per uscire dalle carceri e per non lasciare mai più imputridire le buone energie.

ma mio padre fa un movimento visibilissimo e allora lo chiamo a gran voce “Papà! Papà! Svegliati!”.

Ecco la conferma del quadro nella sua psicodinamica. Lisbona resuscita il padre e lo fa diventare il perno della sua rinascita. Questo è il travaglio di Lisbona. E’ lei l’autrice e la protagonista del sogno, il padre serve per consentirle di esprimere il suo vissuto al riguardo: come lei si è vissuta, si vive e risolve la questione relazionale. Il padre è il “deus ex machina” della tragedia greca, serve per risolvere definitivamente la questione tra gli uomini e il conflitto con gli dei. Per rinascere, la figlia adolescente scopre il padre come colui che l’aiuta a distaccarsi dal grembo materno e a superare le oscurità femminili per prendere luce e manifestarsi al mondo. Gli “altri” adesso sono le nuove allucinazioni del desiderio che prendono forma e diventano chiarezze. Lisbona ha avuto bisogno del padre per relazionarsi con il corpo adulto e con la mente adolescente e in via di evoluzione e di recupero della lentezza di assimilazione delle novità. Tutta colpa e tutto merito dei “meccanismi e dei processi psichici di difesa” dall’angoscia, se i tempi psicologici sono tanto più lunghi di quelli fisiologici.

I simboli dicono che “movimento visibilissimo” significa ho capito, ho preso coscienza che senza mio padre non vado da nessuna parte e che lo devo scoprire e portare con me per avanzare nella vita con l’amore del mio corpo da offrire agli altri e con il giusto amor proprio. Questo progresso è possibile dopo aver commutato il narcisismo in donazione e dopo essere uscita dall’isolamento accettando i rischi che comporta il vivere in società. Ecco che il padre da limite si evolve in colui che dà la forza, l’energia, il coraggio. Un po’ di padre fa bene sempre alle figlie adolescenti dopo aver congedato il complesso di Edipo. Un po’ di padre condisce bene la minestra come il sale marino. E’ questa la maniera migliore di viverlo e di viversi per fare il salto dal nido familiare alla società con tutto il corpo e tutta la mente e con tutti gli annessi e connessi.

I simboli dicono che “Papà! Papà! Svegliati!” è la “proiezione” pari pari del suo monito: “Lisbona! Lisbona” Svegliati!”, prendi coscienza della situazione in cui ti trovi. Ci vuole un padre da recuperare abbandonando le difese inutili e il ristagno delle energie. Dopo la madre ci vuole la forza del padre per vivere in maniera degna e apprezzabile: “in nome del padre, dopo quello della madre e della figlia”. Il triangolo edipico si è magicamente aperto e Pitagora inorridisce seduto sulle sue ceneri al pensiero di non aver previsto le malefatte di Edipo. “Movimento visibilissimo” equivale alla consapevolezza che il “principio di realtà” dinamico è basato sul padre e che esige azione pragmatica e attiva, utile e dilettevole. “lo chiamo a gran voce” è la parola simbolo di vita, gli do la vita dentro di me e lo investo di energia “genitale”, gli voglio bene intanto e dopo mi disporrò a chi verrà.

Lui apre gli occhi e si alza, inconsapevole di essere stato creduto morto.”

Questa frase è l’allegoria del “meccanismo psichico di difesa” dall’angoscia della “proiezione”. Lisbona attribuisce al padre la presa di coscienza della sua inanimazione e della sua inconsapevolezza di essere sbagliata per quanto riguarda il corpo la mente e le relazioni, gli investimenti di “libido”, il passaggio dal narcisismo alla genitalità, dall’isolamento all’offerta e al dono di sé agli altri. Lisbona ha scoperto, grazie alla “introiezione” operata della figura paterna, di avere corso il rischio di restare evoluta a metà, di ristagnare nella “posizione fallico-narcisistica” e isolata dagli altri, ma adesso che “sa di sé”, si può alzare e andare in giro tra la gente a dispensare il meglio di sé come una buona befana nel senso letterale della parola: “epifania” si traduce “mi mostro”. L’augurio è che quello di Lisbona sia sempre un bel vedere. Lisbona è pronta a esibire le parti migliori di sé. “Alzati e cammina”, come Lazzaro, si addice alla nostra resuscitata protagonista del sogno. Il miracolo è stato possibile grazie al padre, anzi grazie al ricorso al padre. Quando la madre la bloccava e la costringeva nelle ristrettezze solipsistiche, Lisbona adolescente ha scoperto la funzione del padre, quella di aiutare ad aprire gli occhi sul mondo, di indurre ad agire con forza e sicurezza, di dare le regole e i limiti del gioco sociale, di interagire nelle tortuose dinamiche relazionali: funzione dell’istanza psichica “Super-Io”. Se la Madre rappresenta simbolicamente la casa e gli affetti familiari, l’istanza psichica pulsionale “Es”, il Padre rappresenta l’azione fuori dalla casa. L’allegoria ricorrente nella creatività infantile è la seguente: il buon padre è il cacciatore che ogni sera torna a casa e porta il cibo ai suoi figli.

Vediamo i simboli.

“Lui apre gli occhi” equivale a “Lisbona prende coscienza” perché gli occhi rappresentano simbolicamente la visione logica e razionale e l’apertura agli altri, gli occhi rafforzano l’operazione di consapevolezza razionale, il “sapere di sé”. “Si alza” si traduce in si desta dall’inanimato e inizia ad agire, a prendere forza. E’ un termine sessuale maschile che sottintende l’erezione del pene, il simbolo del potere e dell’investimento di “libido”, la fierezza e l’azione. “Inconsapevole di essere stato creduto morto” dice chiaramente che Lisbona adolescente non sapeva di sé e della vitalità che aveva e poteva esprimere. Il risveglio è avvenuto attraverso il padre e abbandonando la madre che l’addormentava e che rappresentava per lei la chiusura al mondo in cambio della protezione, il carcere familiare e l’impossibilità di volare.

Questo è quanto potevo dire e ripetere sul sogno di Lisbona. Ne è valsa decisamente la pena.

PSICODINAMICA

Il sogno di Lisbona svolge la psicodinamica della figlia che va dalla madre per la “identificazione” e passa dal padre per l’azione in superamento del “fantasma di inanimazione” adolescenziale che porta a vivere male il corpo e ad aver paura di essere guardata con malizia. Tutto il travaglio edipico sul padre e sulla madre viene vissuto in maniera psicologica e non sfacciata, senza grandi accuse e senza furbesche inquisizioni. La funzione educatrice dei genitori è inserita nell’evoluzione psicofisica di Lisbona e viene risolta concretamente nella pronta esibizione al mondo e agli uomini del proprio corpo vitale e ricco di tesori. Questo sogno non è la solita rappresentazione della “posizione edipica” o di qualche sua variante, ma mostra la parte utile del padre e della madre in versione estetica. Senza acrimonia e senza polemica il sogno raggiunge la sfera di bellezza che lo rende universale e ben accetto alla pubblica coscienza e opinione. Inoltre, il sogno di Lisbona attesta che le esagerazioni sessuali sulla universale “posizione edipica” sono da abbandonare totalmente a favore di un consistente recupero della dimensione affettiva ed educativa.

PUNTI CARDINE

L’interpretazione del sogno di Lisbona si incentra e poggia sulle seguenti interazioni simboliche: “erano bare di vetro trasparente e vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.” e “c’era a fianco a me mia madre” e “non mi va proprio che il mio corpo possa essere visto!” e “lo chiamo a gran voce “Papà! Papà! Svegliati!”.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è ampiamente detto e ripetuto nel corso dell’interpretazione del sogno.

Il sogno di Lisbona richiama l’archetipo “Madre” in “bara” e “Padre” in “Lui apre gli occhi e si alza.

I “fantasmi” evocati da Lisbona in sogno riguardano la “madre” nella “parte negativa” della “inanimazione”.

E’ degnamente presente l’istanza “Es”, rappresentazione delle pulsioni, in “essere davanti alle bare mia, di mia madre e di mio padre.” e in “erano bare di vetro trasparente e vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.” e in “lo chiamo a gran voce “Papà! Papà! Svegliati!”.

Altrettanto degna nella sua presenza è l’istanza “Io”, vigilanza e realtà” in “esprimo il mio disappunto” e in “non mi va proprio” e in “noto” e in “le faccio notare”.

L’istanza “Super-Io”, limite e censura, è manifesta in “Sotto è steso mio padre, ma non è dentro una bara.” e in “mio padre fa un movimento visibilissimo”.

Il sogno di Lisbona rielabora a piene mani la “posizione psichica edipica”: conflittualità con i genitori. “essere davanti alle bare mia, di mia madre e di mio padre.” e in “a fianco a me mia madre alla quale esprimo il mio disappunto” e in “lo faccio notare a mia madre la quale cerca di convincermi che è morto” e in ““Papà! Papà! Svegliati!”. La “posizione fallico-narcisistica” si manifesta in “vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.” e in “non mi va proprio che il mio corpo possa essere visto!”

Il sogno di Lisbona si serve dei seguenti “meccanismi e processi psichici di difesa”:

la “condensazione” in “bara” e in “vetro trasparente” e in “piedi” e in “scarpe” e in “vestito” e in “sotto” e in “svegliati” e in “occhi”,

lo “spostamento” e la “proiezione” in “c’era a fianco a me mia madre alla quale esprimo il mio disappunto” e in “lo faccio notare a mia madre la quale cerca di convincermi che è morto;” e in “Lui apre gli occhi e si alza, inconsapevole di essere stato creduto morto.” e in “lo chiamo a gran voce “Papà! Papà! Svegliati!”.,

la “figurabilità” in “erano bare di vetro trasparente e vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.”,

la “identificazione” in “A guardare questa scena c’era a fianco a me mia madre”,

la “sublimazione” in “nel ripiano alto della cappella”,

la “regressione” è presente nei termini necessari alla funzione onirica.

Il sogno di Lisbona evidenzia un tratto decisamente “edipico” intenzionato verso una “organizzazione psichica genitale” e in superamento evolutivo delle pulsioni difensive narcisistiche.

Le “figure retoriche” elaborate da Lisbona nel suo sogno sono le seguenti:

la “metafora” o relazione di somiglianza in “bara” e in “vetro trasparente” e in “vestito” e in “occhi”,

la “metonimia” o relazione di senso in “piedi” e in “scarpe” e in “sotto” e in “steso” e in “svegliati” e in “si alza”,

la “sineddoche” o parte per il tutto e viceversa in “vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.”,

la “enfasi” o forza espressiva in ““Papà! Papà! Svegliati!”,

la “allegoria” o rappresentazione traslata della androginia psichica in “vedevo solo i miei piedi con scarpe scure” e dell’innocenza infantile in “un vestito lungo bianco a balze.” e della inanimazione psichica in “bare di vetro trasparente” e in “inconsapevole di essere stato creduto morto.”, della presa di coscienza in “Lui apre gli occhi e si alza”.

Il sogno di Lisbona è ricco di simboli e di interazioni simboliche o allegorie. Questa caratteristica rivela sensibilità estetica e culto per il bello.

La “diagnosi” dice che Lisbona ha vissuto un conflitto durante l’evoluzione psicofisica dall’infanzia all’adolescenza e, nello specifico, nella risoluzione della figura materna e nell’assimilazione delle modificazioni corporee. Si sottolinea la funzione maieutica del padre.

La “prognosi” impone a Lisbona di tenere sempre in considerazione questa tendenza alla dipendenza da figure femminili ritenute altolocate, ingiunge di approcciarsi alla figura maschile in maniera paritaria ritenendo superata la relazione “maieutica” con il padre.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella “regressione” difensiva con il ripristino della “posizione fallico-narcisistica” e nell’isolamento orgoglioso e superbo: “psiconevrosi ansioso-depressiva”. La folla e la gente sono il test di benessere psicofisico da propinarsi quotidianamente appena fuori casa e dopo il sonno e il sogno.

Il “grado di purezza onirico” è “buono”. Pur essendo formulato in maniera logica consequenziale, il sogno di Lisbona è ricco di simboli e di allegorie come si è rilevato in precedenza.

La causa scatenante del sogno, “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta nel ricordo del viaggio a Lisbona, come ha ben precisato la stessa Lisbona.

La “qualità onirica” è decisamente “surreale”, a metà tra la parapsicologia e la vena “horror”. Fai un viaggio e tra i souvenir ti porti a casa le fotografie impresse nella mente e nel corpo, idee e sensazioni.

Il sogno di Lisbona presenta una lucidità e una compostezza che lo collocano come possibile dalla seconda fase del sonno REM.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione dei seguenti sensi:

la “vista” in “vedevo” e in “guardava questa scena” e in “noto” e in “lo faccio notare”,

l’ “udito” in “lo chiamo a gran voce: “Papà! Papà! Svegliati!”

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Lisbona è “buono” semplicemente perché l’abbondanza dei simboli si è integrata nell’interazione logicamente corretta. La traduzione si è connessa alla psicodinamica senza pieghe e forzature. Il “grado di fallacia” è “minimo”.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogni di Lisbona è stata sottoposta all’attenzione di una donna che ha voluto mantenere l’anonimato e che ha posto le seguenti domande.

Domanda

Come dev’essere una famiglia per fare bene ai figli?

Risposta

La famiglia è la cellula della società e deve essere “aperta” e “dinamica” come l’insieme sociale che andrà a costituire. Di conseguenza, la famiglia non deve essere monolitica e repressiva, statica e bloccata, deve incarnare il principio dell’evoluzione ed essere al passo con il progresso dei tempi storici e culturali. I figli sono la parte indifesa da tutelare e da sostenere nella loro irripetibile individualità psichica. Nell’ambito familiare i figli reagiscono agli stimoli interni ed esterni, formano i fantasmi, vivono le esperienze e organizzano i vissuti. L’infanzia è tutta da vivere all’interno di una famiglia rassicurante e aperta che fa scorrere linfa vitale, “libido”, e “insegna” nel senso latino di “indicare la direzione”.

Domanda

Da quali errori ci si deve guardare nell’educazione dei figli? Nella risposta sia meno complicato, altrimenti non capisco.

Risposta

Giusto! Mi dico sempre di essere semplice e che non mi trovo in un palloso congresso di strizzacervelli, ma in mezzo alla brava gente che popola il mercato rionale di Ortigia, il luogo dove ho trascorso la mia infanzia. Gli errori tremendi da evitare in assoluto da parte dei genitori e che ho rilevato spesso nella mia pratica clinica sono i seguenti:

il “possessivismo”, vivere i figli come un bene personale e non riconoscerli come individui e persone uniche e irripetibili a livello psichico,

la “colpevolizzazione”, indurre sensi di colpa in reazione a quello che fanno o che non fanno, ai loro pensieri e alle loro azioni,

la “manipolazione”, servirsi dei figli per ottenere un risultato e usarli a proprio uso e consumo,

la “prevaricazione”, impedire con la forza e la minaccia la libera espressione psicofisica del bambino,

la “dipendenza”, strutturare una serie di limiti, di paure e di colpe che costringono il figlio ad aver paura di espandersi e di agire liberamente.

Aggiungo che, non rendendo autonomo un figlio, gli si fa del male, tanto male perché lo si lascia bambino per il resto della sua vita.

Adesso ti elenco quello che i bambini non vogliono dai loro genitori:

le bugie, perché perdono la fiducia e non sanno a chi affidarsi,

l’abbandono, perché l’angoscia li opprime,

la lite tra genitori, perché non sanno quale parte prendere,

la derisione, perché si sentono quasi nulla,

le minacce dell’uomo nero o del barbazucon, perché non sanno difendersi,

l’esclusione, perché si sentono tremendamente soli,

la freddezza affettiva, perché amano le coccole prima dei dolciumi,

le punizioni, perché fanno male al cuoricino,

il silenzio della mamma, perché si sentono impazzire dalla risposta che non viene per una punizione di merda,

essere lanciati in alto ed essere ripresi al volo dal papà, perché non si divertono e ridono per l’angoscia che stanno incamerando e per il trauma che maturerà in fobia.

I bambini voglio mangiare a tavola con la famiglia al completo perché si sentono parte di un gruppo coalizzato e forte.

Potrei continuare, ho un quaderno pieno di queste torture, ma mi fermo.

Domanda

Mi fa un esempio del male maggiore?

Risposta

La “colpevolizzazione” è sottile e tremenda, oltre che dannosissima per l’economia psichica del bambino. Spesso le mamme usano la seguente espressione per punire l’eccessiva vivacità del figlio: “tu mi farai morire”. Non commento e non aggiungo altro perché mi si accappona la pelle al ricordo di tutte le volte che in psicoterapia ho affrontato questi drammi sotto la veste di pericolosi disturbi.

Domanda

Scusi se insisto, mi spieghi meglio?

Risposta

Il bambino si fa i suoi sensi di colpa sottili e incisivi, se poi si aggiunge la madre a confermare la sua capacità maligna di procurare la morte della persona che ama e da cui in certo modo dipende, il dramma è completo. Il bambino cresce e da adulto e alla prima occasione gli si scatena il “fantasma” di essere la causa della morte delle persone care. E se poi viene a mancare la madre, la tragedia è totale e si trascina per tutta la vita. La psiconevrosi fobico-ossessiva può tralignare in disturbi “borderline”, se va bene. E tutto questo per quattro parole improvvide che ti ripeto in dialetto veneto” “ti me farai morir”.

Domanda

E se dico scemo a mio figlio?

Risposta

E’ una violenza sottile che nel tempo paga e paga tanto caro.

Domanda

E se gli do una sberla?

Risposta

E’ una violenza bella e buona, da codice penale e con l’aggravante che è avvenuto da parte di un genitore.

Domanda

Lei sta esagerando.

Risposta

Non sto esagerando. I traumi apparentemente minori sono i peggiori. Bisogna calcolare la sensibilità del bambino di fronte ai messaggi dell’ambiente, quindi è meglio essere amorevoli e non cattivi, autorevoli e non autoritari, realisti e non carnefici. Quelli della mia generazione ricordano molto bene la cinghia di cuoio del papà dopo le accuse della nonna o dopo un’innocente e creativa “infantil cazzata”. Quelle cinghiate sono stimmate, veri segni sulla carne che restano nella psiche a vita. E i maestri? Dove li mettiamo i maestri che con la bacchetta di bambù ti colpivano le nocche ed erano tutelati dai genitori e dalla legge? Io avrei gradito un padre cazzuto piuttosto che un padre ligio e prono al dovere e al riconoscimento dell’autorità più bieca che va contro il suo sangue. E i preti, quelli con le tonache nere svolazzanti, dove li mettiamo? E le suore, le vergini che si chiamavano madri senza aver avuto un figlio, dove le mettiamo? Facevano meno paura i comunisti, quelli che secondo i democristiani mangiavano i bambini. Quante storie! Potrei scrivere un romanzo alla Camilleri o una breve enciclopedia delle stronzate di merda, ma mi fermo per non incazzarmi. Non fa bene al cuore e alle arterie.

Domanda

La punizione non ci vuole allora, ma come si fa a educarli questi figli? Non possono fare quello che vogliono, bisogna metterci un limite.

Risposta

La spiegazione e il dialogo sono più importanti di qualsiasi punizione. E l’ironia e il paradosso non guastano mai in queste circostanze. Il genitore creativo che non fa quello che il bambino si aspetta è un poeta e merita il premio Nobel per la Felicità.

Domanda

Ma come avviene la formazione del carattere nel bambino? C’entra l’eredita in qualche modo?

Risposta

Il neonato non eredita niente a livello psichico, è una “tabula rasa” che si dispone a vivere, a registrare e a organizzare le varie esperienze, quelle che provengono dal suo interno e quelle che provengono dal suo esterno. Mentre a livello biologico il neonato ha ereditato un corredo genetico dai genitori, a livello psicologico si viene a trovare in un corpo e in una famiglia da vivere e da interpretare in prima persona e nel tempo successivo con l’ausilio dei genitori. La formazione psichica avviene progressivamente per libero vissuto del bambino e per insegnamento del padre e della madre e delle figure socialmente preposte, nonché per incidenza educativa di quella che chiamiamo, genericamente ma significativamente, “la Vita”. Questo processo evolutivo consente e giustifica l’irripetibilità psichica anche dei gemelli monozigotici, quelli simili nelle fattezze ma non nel cosiddetto carattere, meglio nella “organizzazione psichica reattiva”. La formazione viene prima dell’educazione. Quest’ultima deriva dal latino “ex ducere”, “tirare fuori da”, e presuppone la formazione psichica. Il bambino, parzialmente formato, è sollecitato dai genitori e dagli educatori a manifestare le sue tendenze e le sue inclinazioni. Questo è il vero significato di educazione e l’autentico processo dell’educare. Mi fermo, altrimenti non andiamo all’infinito e non finiamo più questo articolo. Mi scuso con te e con i marinai per le poderose sintesi. Sicuramente servono a stimolare ulteriori approfondimenti.

Domanda

Quando mi devo preoccupare per la salute psicologica dei miei figli piccoli?

Risposta

Ti devi preoccupare e devi correre ai ripari quando il bambino accusa dei disturbi psicosomatici, perché vuol dire che le tensioni nervose superano il livello di guardia, “omeostasi”, e allora il sistema psicofisico si mette in azione per smaltire l’eccesso che non riesce a risolvere per vie naturali. Questo è l’indiscutibile segnale che il bambino sta soffrendo. E allora ha bisogno di essere curato dallo psicologo.

Domanda

Quali sono questi disturbi?

Risposta

Preoccupati se tuo figlio di tre anni fa la pipì di notte senza svegliarsi, “enuresi”, se balbetta, se non mangia adeguatamente, se vomita, se non respira bene, asma psicogena, se strizza gli occhi o manifesta altre forme di “tic” nevosi, se dice di avere mal di testa, se è stitico o diarroico e se ha altre forme di somatizzazioni d’angoscia. Accertato che il bambino è sano a livello organico tramite il pediatra, è certo che sta scaricando l’angoscia tramite le funzioni corporee. E questi apparati non vengono scelti a caso, ma secondo un significato simbolico elaborato e acquisito delle varie funzioni. Il bambino ha intuito che la bocca e lo stomaco sono gli organi degli affetti, il respiro riguarda la figura materna e il continuare a vivere, la cacca la sua aggressività e così via. Il bambino costruisce simboli personali in base ai suoi vissuti formativi e usa simboli collettivi in base all’educazione.

Domanda

Non sapevo queste cose. Grazie per avermele dette. Comunque, devo dire che il sogno di Eleonora mi ricorda la favola de “La bella addormentata nel bosco”. Eleonora aspetta il padre che la sveglia dal sonno in cui era piombata. Il padre è come il principe azzurro per le giovani donne, è una figura importante per la loro vita sentimentale e sessuale. Anche per me lo è stato. Da bambina lo temevo e dopo l’ho riscoperto e mi ha aiutato tanto a diventare donna. Ero orgogliosa di uscire con lui a spasso anche perché per me era tanto bello e maschio. Mi sto convincendo che quando lei parla di Edipo non va molto lontano da quello che io ricordo di aver vissuto nei confronti di mio padre e di mia madre. Mi meraviglio che non faccio fatica ad ammetterlo. Anzi mi piace sapere che i miei genitori erano tanto importanti per me.

Risposta

Proprio vero. Come non condividerti.

Domanda

Il rapporto con il padre ha poco di sessuale da quello che ho letto.

Risposta

Il “pansessualismo” freudiano è da superare se non è già superato. La “posizione edipica” è tanto di più e abbraccia molte manifestazioni della scena psichica dei figli. In passato si è tanto esagerato con la riduzione della Psicoanalisi alla teoria della sessualità. La “libido” è energia che consente l’evoluzione e non il motore esclusivo o il trapezio delle nostre acrobazie sessuali.

Domanda

Mi sembra di aver capito che le donne anziane e alcune madri sono cattive e si ripagano con le figlie e con le nipoti.

Risposta

La senilità accresce la cattiveria e quest’ultima è segno di vecchiaia e di angoscia di morte. Di fronte alle giovani donne alcune madri e alcune nonne vivono il sentimento dell’invidia della gioventù e della fertilità. Non basta, perché tendono a proporre la ripetizione degli errori che non hanno saputo correggere in loro stesse ed evitare nel loro comportamento. Le donne vecchie tendono a perpetuare lo status sociale e culturale della donna. All’uopo istillano una forma di rassegnazione nelle figlie e nelle nipoti. Se una donna è stata vittima del proprio uomo, dirà alla figlia di sopportare e di ripetere la sua storia di sottomissione con la famosa frase “gli uomini sono fatti così, ti tocca stare buona e portare pazienza”. Teoria della Nutella e della sua immutabilità: “la nonna la dava alla mamma e la mamma la dà alla figlia e la figlia la darà alla figlia e cosi via “in secula seculorum, amen”. Sarà anche per questo motivo che le maestranze della “Ferrero” continuano a usare l’olio di palma nella preparazione del gustoso impasto di cacao e nocciole.

Domanda

Concludo io senza alcuna presunzione. Allora, posso dire che padri freddi, indifferenti e assenti sono dannosi per i figli. I genitori sono importanti per la loro corretta crescita fisica e psichica e per le future storie d’amore e di sesso. L’adolescenza è un periodo di turbamento, ma serve per diventare forti e superare le difficoltà della vita.

Ok!

Voglio anche scegliere la canzone: “La vita” cantata dai giovani siciliani del Volo o da Shirley Bassey. Veda lei, ma faccia come ho detto io. Scelgo questa canzone per dire alle adolescenti che davanti a loro si prepara una vita bella e che non abbiano paura di goderla.

Risposta

Obbedisco meglio di Garibaldi e allego entrambe le canzoni per non far torto a nessuno. Preciso che il Volo ha al suo interno due siciliani e un abruzzese.

Alla prossima.