A MIA MADRE

“Tutta sfolgorante è la vetrina,

piena di balocchi e profumi,

entra un dì la mamma e il suo bambino

tra lo sfolgorio di quei lumi:

“comandi signora,

ciprie e colonie coty”.

 

Da bambino volevo comprarti un cane,

un pastore tedesco,

per difenderti da tutti i mali del tempo e della storia,

perché si accucciasse sui tuoi piedi sopraffini di donna pensierosa

e li scaldasse nelle giornate di tramontana e di scirocco,

affinché ti fosse fedele nel tempo e nella storia

come un soldatino solerte e ubbidiente del ‘99,

come avrei voluto essere io per te.

 

Da bambino volevo comprarti una scimmietta,

uno scimpanzé africano,

per farti ridere di tutto e di niente

quando i tuoi pensieri da soavi diventavano severi

e le ciglia si aggrottavano dentro le orbite dei tuoi trasognati occhi neri,

quasi come prima di piangere,

uno scimpanzé dispettoso per farti ridere di tutto e di niente,

come avrei voluto essere io per te.

 

Da bambino volevo comprarti una saponetta,

una saponetta al gelsomino,

Lux o Palmolive o Camay,

perché odorassi di quella dolce essenza nel bene e nel male,

dopo il risveglio e prima del sonno,

dopo la realtà e prima del sogno,

una saponetta profumata tutta per te.

L’avrei comprata nel mercato di Ortigia,

nel luogo all’aroma d’impostura

dove tu andavi nell’ora dell’addio

quando i mercanti erano disposti a vendere il bene e il male.

L’avrei regalata a te

a mo’ di “non ti scordar di me, la vita mia legata è a te”,

il pegno di un tenero amante,

come avrei voluto essere io per te.

 

Da bambino volevo comprarti le parole più belle

e le parole più argute,

le parole di un vate o di un fanciullino,

per inanellarti una poesia immortale,

per ricordarti anche dopo il big bang,

magari parole prese in prestito

in una vecchia antologia della quinta elementare,

tipo

“Contessa che è mai la vita?

E’ l’ombra di un sogno che fugge.

La favola bella e breve è finita,

il vero immortale è l’amor.”

 

Da bambino volevo…come avrei voluto essere io per te.

Quante cose avrei voluto da bambino.

Quante cose avrei voluto dire e fare da bambino con te.

Ma tu,

mia adorabile e adorata madre,

te ne sei andata da sola e in silenzio nel giorno di san Lorenzo,

mentre le stelle cadevano senza esser viste.

Sei partita verso il chissà dove,

verso il chissà quando,

senza disturbo e senza impiccio.

Sei andata in qualche parte dall’altra parte

senza la banda e senza rumore.

Tu,

donna di popolo,

ti sei alzata senza salutare

lasciandomi addosso tutto quello che avrei voluto dare a te,

tutto quello che avrei voluto fare per te:

un pastore tedesco,

uno scimpanzé africano,

una saponetta al gelsomino,

le parole più belle e più argute.

Oggi, nel congedare una disperata speranza,

ti penso e ti ripenso

mentre Luciano Tajoli canta ancora

dallo sgangherato grammofono al civico 15 di via Savoia

per ricordarmi che

“Tutta sfolgorante era la vetrina,

piena di balocchi e profumi,

entrava un dì la mamma e il suo bambino

tra lo sfolgorio di quei lumi:

“comandi signora,

ciprie e colonie coty”.

 

Salvatore Vallone pose in dolce ricordo di Lei

 

Siracusa, 20 agosto 2010

 

TUTTO VA E ANDRA’ BENE

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato che ero a casa dei nonni paterni.

Io dormivo e mi squillava il cellulare, rispondeva mia cugina e al telefono c’era una mia zia defunta.

Le diceva di dirmi di stare tranquilla, che tutto va bene e che tutto andrà bene.”

Io sono Catarina.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato che ero a casa dei nonni paterni.”

Il ricorso ai nonni è un’operazione psicoterapeutica di inaudita portata e non costa niente. Serve a storicizzare e rafforzare l’identità psichica, a rivedere le figure dei genitori, ad alleviare i sensi di colpa, a sperimentare la psicodinamica dell’alleanza, a elaborare un approccio temperato con lo scorrere del Tempo. E altro, tanto di altro e a volontà dei nipoti che operano investimenti psichici su queste figure notevoli con un buon riscontro e tornaconto. I nonni fanno soltanto bene all’economica psichica delle emozioni e dei sentimenti e alla psicodinamica affettiva. Ripeto, tutto a gratis, anzi con il vantaggio di un bonbon o di una mancia e senza il ricatto di “fare i bravi”.

Catarina è esempio di questo benefico riscontro e ricorso ai nonni. Li vuole talmente bene ed è tanto attaccata, li può capire perché ha preso tanto da loro al punto di affidarsi in una forma meravigliosa di empatia e simpatia: “ero a casa dei nonni”. Catarina li ha frequentati nell’infanzia e nel periodo formativo in cui le paure e le angosce evolutive sono più forti e si ha bisogno di una valvola di sfogo e di un veicolo di comprensione. Catarina si conosce anche attraverso l’influenza che ha consentito ai nonni di esercitare su di lei in base ai suoi bisogni emergenti nel corso dell’evoluzione psicofisica. La protezione e l’affettività si sposano simbolicamente in questo “ero a casa dei nonni”.

Perché quelli paterni?

Per affinità storiche e psichiche elettive. Erano i nonni a portata di mano e l’esercizio degli affetti si è dimostrato proficuo. Può incidere anche una predilezione di Catarina per il padre, ma non si evince dal sogno. Adesso bisogna individuare la contingenza e l’urgenza per cui Catarina, sognando, ricorre ai nonni.

Io dormivo e mi squillava il cellulare, rispondeva mia cugina e al telefono c’era una mia zia defunta.”

Catarina non aveva una piena coscienza di sé, “io dormivo”, anzi era in uno stato di obnubilamento e di “rimozione”, per dirla con un meccanismo di difesa principe.

Ma da cosa si sta difendendo Catarina dopo aver cercato la protezione dei nonni nel precedente quadretto onirico?

Dal suo “fantasma di morte” associato alla “zia defunta”. In questa operazione si fa aiutare dalla “cugina” che equivale pari pari alla “traslazione” difensiva di se stessa anche per non incorrere nell’incubo e per non svegliarsi. Nonostante lo squillo del “cellulare”, ossia uno stimolo comunicativo di buona portata, Catarina non si svegliava, non aveva la forza per essere consapevole della sua angoscia di morte. Ha tirato in ballo la cugina come alleata e come tramite per continuare a dormire e a sognare. La “zia” morta cerca un collegamento con la nipote viva per comunicare essenzialmente il ridestarsi dell’angoscia legata al “fantasma di morte” che qualche evento ha riesumato. Vediamo cosa precisa il sogno.

Le diceva di dirmi di stare tranquilla, che tutto va bene e che tutto andrà bene.”

L’angoscia depressiva è collegata al “fantasma di morte” e all’evento drammatico e tragico della pandemia da “coronavirus”. Catarina fa un giro largo per dire a se stessa tramite la cugina, se stessa, di “stare tranquilla” e per ripetersi il motto ufficiale che esorcizza l’angoscia di morte destata dalla pandemia e che recita “tutto andrà bene”, rafforzato dalla constatazione di fatto che “tutto va bene”. Il messaggio ben augurante della zia viene dall’aldilà e, quindi, è massimamente credibile, come a suo tempo credibili sono stati i nonni per Catarina.

Riepilogando: Catarina tiene in vita i nonni e li presenta come persone affidabili e protettive. Di poi lascia emergere il suo “fantasma di morte” e l’angoscia annessa. Nella terza scena si collega alla causa del suo disagio, la pandemia e le aspettative di un esito prospero. Attraverso il sogno Catarina elabora tematiche personali e collettive, la paura di morire, la speranza che la drammatica situazione si concluda al più presto e in maniera fausta.

Anche le figure dei nonni hanno una valenza individuale e collettiva, per cui tutti insieme incrociamo le dita e in coro gridiamo “in culo alla balena”, anzi “in culo al virus”. Anche questo gesto goliardico aiuta a vivere meglio un tempo ingrato e pesante.

LA CRISI DEL SACRO

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di passare vicino alla chiesa della mia città e di sentire una musica non adatta ad un luogo sacro.

Decido di entrare per vedere chi sta suonando l’organo con musiche “blasfeme” e capisco che hanno collegato una radio all’altoparlante che però si sente più fuori che dentro.

Resto attonita nel constatare che stanno svuotando la chiesa; fuori ci sono dei furgoni che stanno caricando con tutto ciò che c’era in chiesa.

Non c’è più l’altare, né i quadri, né i banchi… È quasi vuota! E la chiesa sembra molto più piccola.

Chiedo ad un sacerdote cosa stia succedendo; lui, sorridendo, mi risponde che hanno deciso di chiudere quella chiesa.

Esco sconvolta con l’intenzione di segnalare sui social quello che sta accadendo all’insaputa di tutti. Come possono chiudere un luogo sacro, simbolo di tanti momenti importanti della comunità?!”

Questo è il sogno di Rasia.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di passare vicino alla chiesa della mia città e di sentire una musica non adatta ad un luogo sacro.”

In tempo di “coronavirus” abbiamo assistito alla crisi della “sacralità” ufficiale. In particolare la Chiesa cattolica è stata oscurata nelle chiese e nelle funzioni. Le chiese sono state chiuse e le cerimonie sacre sono state sospese. I sacramenti non sono stati amministrati. I morti hanno ricevuto una benedizione sommaria quando era possibile. L’Eucaristia non ha nutrito bene i seguaci di Cristo. Questo è un dato psico-culturale che ha colpito la “Coscienza collettiva”, al di là delle fede convinta o tiepida nei riguardi dei misteri religiosi. Rasia avverte questa caduta del sacro, del culto, del rito e la rappresenta in sogno come un’anomalia musicale all’interno di una chiesa qualsiasi, una chiesa tra le tante che condensa il bisogno di sacro di tutti gli uomini, al di là dell’appagamento che ognuno di poi concede a se stesso. La “musica non adatta al luogo sacro” attesta del linguaggio e della comunicazione religiose che si sono trasformate all’improvviso. Rasia è sensibile alla “religione” e nota il cambiamento della “religiosità”. Non si può più pregare in chiesa, non si può rivolgere lo sguardo all’altare nella ricerca di una consolazione e di un conforto, non si può ricevere un sacramento. I tempi sono tristi e assurdi e la Chiesa ha dovuto seguire le ingiunzioni della Scienza in funzione della risoluzione della tragica pandemia. Ricordo che “la chiesa” e il “luogo sacro” sono simboli della “sublimazione della libido”, ma per il momento questo dato non è importante. Ci si può limitare al cambiamento sociale e alla nuova destinazione d’uso che si profila per i credenti in riguardo alla chiesa ufficiale. In ogni caso la preghiera individuale non abbisogna di luoghi sacri, perché, dove si esterna, porta il carisma della fede.

Decido di entrare per vedere chi sta suonando l’organo con musiche “blasfeme” e capisco che hanno collegato una radio all’altoparlante che però si sente più fuori che dentro.”

Rasia è stata colpita da questa metamorfosi del luogo e del costume, da questa blasfema commutazione di un luogo sacro e adibito al culto in un luogo irriverente e peccaminoso. Rasia si sente dentro cristiana anche se fuori la fede è stata destituita dei suoi fondamenti, la chiesa e i sacramenti. “L’altoparlante” dà il senso della fanfara e delle fanfaronate, del rumore fine a se stesso e per niente significativo. Rasia taglia la testa al toro, “decido”, ed esige spiegazioni in maniera direttamente proporzionale all’intensità del suo bisogno di fede. La distonia tra il “fuori” e il “dentro” la rasserena e la dispone a ulteriori riflessioni. Se “fuori” la fede è inappagata e blasfema, “dentro” vibra ancora con una buona e solita tonalità. Questa dialettica tra “interno-esterno” è sorprendente per la maniera figurata formulata in sogno da Rasia. L’organo”, il classico strumento musicale delle cerimonie sacre, è usato da Rasia nel suo significato greco “organon”: lo strumento che contiene il sacro, la summa teologica del Cristianesimo.

Resto attonita nel constatare che stanno svuotando la chiesa; fuori ci sono dei furgoni che stanno caricando con tutto ciò che c’era in chiesa.”

Il “sacro” è svuotato del suo senso e del suo significato. Il sentimento acritico dell’affidamento e della fede non riceve appagamento dal luogo e dal contenuto. In assenza di “carisma” si rischia che si svuoti anche il bisogno prepotente di credere. I “furgoni” si caricano di morti. Sono i camion dell’Esercito italiano che trasportano le bare dei morti. I furgoni portano via il senso del sacro della Vita, la ragione per il cristiano di vivere e di soffrire. Lo Stato è intervenuto e ha svuotato la Chiesa e la Chiesa si è lasciata svuotare dallo Stato. “Attonita” si traduce simbolicamente “stordita dal tuono”. Rasia è stordita dall’eclatanza del fatto blasfemo e dalle sue conseguenze.

Come si può vivere senza la fede, “invisibilia”, e senza le tracce visibili, “visibilia”, del sentimento del divino?

Dio non è mai morto, se il Figlio è morto, è poi risorto. Tanto meno è morto da “coronavirus” anche se per tre mesi.

Non c’è più l’altare, né i quadri, né i banchi… È quasi vuota! E la chiesa sembra molto più piccola.”

Il luogo del “sacro” è stato ridimensionato e svuotato dei suoi simboli e dei suoi riti, del suo significato profondo e del suo collegamento con il mistero del divino. La memoria del sacrificio, la rappresentazione del trascendente, gli strumenti dei fedeli sono stati asportati e svuotati del loro senso e significato. Il “vuoto” domina in questa chiesa ulteriormente ridimensionata dalla vanità e dalla crudeltà dei tempi. Rasia è addolorata per la perdita del suo riferimento privilegiato, la fede e il sacro, ma è oltremodo arrabbiata contro questa spoliazione della religione da parte del potere temporale, lo Stato. Il Cristianesimo ha subito una violenza inaudita e terribile, peggiore della persecuzione, lo svuotamento dei suoi contenuti spirituali e mistici, più che teologici. Per questo motivo il sogno di Rasia abbraccia tutte le fedi presenti sul tappeto storico in questo tempo di pandemia. Rasia si chiede come è stato possibile abdicare alla Fede a favore della Scienza, meglio, come è stata subito esclusa la salvifica Fede dal concorso alla ripresa dal lutto e dal dolore. Proprio la Fede, che sconfigge la morte e muove le montagne, è stata accantonata a favore di strategie materiali, veramente corporee, tecniche e logistiche.

Chiedo ad un sacerdote cosa stia succedendo; lui, sorridendo, mi risponde che hanno deciso di chiudere quella chiesa.”

La crisi del sacro trova deboli difensori nei ministri del carisma, nei dispensatori della Grazia di Dio, a riprova che i tempi sono veramente eccezionali e che la Chiesa ufficiale si è subordinata a coloro che hanno deciso anche per lei, il potere temporale, lo Stato laico che dispone la chiusura delle chiese senza porsi il problema della Fede dei suoi cittadini e della consolazione all’angoscia di morte. Rasia è stata colpita dai morti senza funerale, più che dalla morte fisica. E’ rimasta “attonita” per il ridimensionamento della Chiesa e per la passività delle strutture ecclesiastiche nell’obbedire alla Legge dello Stato posponendo la Legge di Dio. Il “sorridendo” del chierico sa di intelligente accettazione e di sorniona fiducia sul primato dello spirito sulla materia. “Hanno deciso”, non i nemici della Chiesa, i legislatori per salvare il corpo dalla morte.

Esco sconvolta con l’intenzione di segnalare sui social quello che sta accadendo all’insaputa di tutti. Come possono chiudere un luogo sacro, simbolo di tanti momenti importanti della comunità?!”

La carenza di sacro e di carisma, il privilegio del laico e del profano hanno colpito la dimensione psichica di Rasia più a livello sociale, che a livello personale se sente il bisogno di alleanza e di comunicazione. La scoperta dell’inganno perpetrato dallo Stato ai danni della Chiesa, dal corpo ai danni dell’anima, dall’ospedale ai danni della chiesa, è una presa di coscienza da condividere e da regalare ai suoi simili, ai correligionari che si trovano all’improvviso mutilati dei luoghi sacri e dell’esercizio visibile della Fede religiosa. Il luogo è “sacro” perché è un simbolo della crescita individuale e collettiva. Uno spazio anonimo del Comune acquista carisma attraverso l’investimento sublimato dell’energia vitale che dal corpo che muore si riabilita nell’eternità dell’anima. Rasia è stata colpita da piazza San Pietro deserta e dal Papa che irradiava il divino ai fedeli del mondo e non soltanto, a tutti gli uomini che in quel momento hanno trovato nell’affidamento alla fede sollievo alle angosce della propria e altrui morte. Ed è proprio vero che la Chiesa impedita ha trovato nei “social” e nell’Elettronica un valido veicolo di compensazione per la trasmissione del suo messaggio di salvezza.

Nel tempo del virus dovevamo assistere anche a questo spettacolo desolante e depressivo e si fa anche questo sogno. Il “fantasma di morte” e la sua angoscia colpiscono le varie sensibilità e di sensibilità Rasia ne ha da vendere.

PREGHIERA PER GLI SCONOSCIUTI

Invoco invano la mia immaginazione

per rievocare la tua immagine.

Il mio cuore è un manto erboso

mosso dai caldi venti di caduta,

la mia testa una fitta foresta di pensieri,

alcuni fedeli,

altri mercenari e altri prigionieri.

Io sono un mistero per me stessa.

Si fa buio,

si ammassano i ricordi.

Mi abbandono alla malinconia,

che è nemica dei sogni.

Nelle infruttuose speculazioni notturne

frugo all’interno dell’anima

per capire se ti ho inventato

solo per stare dentro lo sguardo di qualcuno.

L’eco delle nostre conversazioni rimbalza

sui tronchi dei miei alberi secolari

e si perde nel fiato che espiro.

L’erba si muove, sei arrivato.

Respiro.

Polmoni, sangue, cuore.

Devo aver letto

che attendere significa aspettarsi qualcosa

che non succederà,

ma ho letto molte cose

e ho perso il filo.

Mi visitano i personaggi dei romanzi,

i loro discorsi riempiono le distanze,

sovrapponendosi in epoche disuguali.

Ho risentito Anna Karenina

che insegna la preghiera della sera al suo bambino:

“Proteggi tutti i conoscenti e gli sconosciuti”.

Non c’è altro da dire,

altro da fare.

Tutto questo tempo,

tanto e tutto uguale,

troppo per poter creare.

Ho bisogno di non avere tempo

per fare quello che voglio fare,

di ritagli di minuti tra la fine del pasto

e il letto per poterti scrivere.

Ho bisogno di rubarlo, questo tempo.

Invece adesso lo perdo soltanto

e non sono in grado di mettere sul banco

il fardello delle mie passioni.

Forse non c’è bisogno di quello che posso creare,

è tutto fermo,

permane l’assenza,

scompare l’illusione che sia reciproca.

Ma esiste sempre un elemento imprevisto

e torneremo nel continuo esordio.

Voglio lasciare andare i morti.

Voglio che tu stia in ascolto mentre piango.

Sara

Treviso, lunedì 20 del mese di Aprile dell’anno 2020

PSICOANALISI DEL GRUPPO

L’uomo è un vivente sociale, un animale che abita nella “polis”, città stato della Grecia antica, fa delle scelte e prende delle decisioni insieme agli altri. Aristotele: “zoon politicon”.

Un gruppo è costituito da individui intesi a evolversi psicologicamente in persone.

Ogni persona ha una organizzazione psichica, una sua struttura evolutiva, un suo carattere, una sua personalità, una sua gruppalità interna, una sua modalità culturale, interpretativa ed esecutiva, una sua rete di relazioni interne che dispongono verso l’esterno secondo modalità esperite e tendenti alla finalità e all’innovazione.

La coppia è un gruppo biologico e la famiglia è la cellula della società.

La famiglia ha una “organizzazione psichica collettiva” che si forma e si evolve attraverso l’interazione delle “organizzazioni psichiche” dei vari membri a cominciare dalla coppia.

La famiglia possiede, di conseguenza, una connotazione psichica originale e individuale, come se fosse una persona, incentrata sulle modalità di pensare e di agire, di intendere e di volere, di sentire e di ragionare, di interpretare e di eseguire.

Ogni famiglia possiede un “Es”, un “Io, un “Super-Io”, le istanze psichiche freudiane estese e applicate al gruppo.

Ogni famiglia ha un corredo di istinti e di pulsioni, ha una rappresentazione dei bisogni e dei desideri, ha una intimità, ha una sub-liminalità e un “principio del piacere”: istanza psichica “Es”.

Ogni famiglia ha una modalità razionale e logica, una sua vigilanza e una auto-consapevolezza, una linea di pensiero e di azione, un esercizio del “principio di realtà” e della volontà, ha una sua filosofia di vita e una sua subcultura: istanza psichica “Io”.

Ogni famiglia ha una gradazione del senso del dovere e del limite, del divieto e del tabù, della censura e della morale: istanza psichica “Super-Io”. Ogni famiglia vive al suo interno una rete di azioni possibili e tollerabili, non impedibili, che contempla e fissa la legalità al suo interno. La tensione interattiva del gruppo è volta a realizzare il valore della tolleranza.

Ogni famiglia è un’isola libera che trova il suo significato all’interno dell’arcipelago. La famiglia non è, di certo, anarchia e follia, è un microcosmo autonomo nel macrocosmo. La sua libertà è condizionata dal contesto e dalla tradizione, ma soprattutto dalle funzioni psichiche che al suo interno vedono la luce e la vita, agiscono e si evolvono.

L’istituto familiare è un gruppo umano caratterizzato nella sua formazione dalle modalità psichiche evolutive di cui l’individuo è portatore. La Psiche individuale e la Psiche della famiglia si servono degli stessi “meccanismi” e “processi” psichici di difesa dall’angoscia e sviluppano contenuti propri, sia come persona e sia come gruppo. La prima privilegia ed elabora i vissuti individuali in riguardo a se stesso e alla realtà esterna, la seconda privilegia ed elabora i temi sociali della relazione e della convivenza.

La combinazione e l’interazione delle “organizzazioni psichiche” all’interno del gruppo familiare caratterizzano la qualità dei vissuti dei vari membri e del gruppo stesso. In quest’opera educativa il condizionamento psichico delle figure genitoriali è di grande influenza e importanza per la formazione dei figli e per la trasmissione culturale dei valori. Di poi, le strutture scolastiche assolvono il compito di arricchire l’identità storica e sociale, nonché di allargare il contesto della collettività nazionale e internazionale.

I processi di identificazione e l’identità psicosociali completano il percorso educativo e formativo della persona e del gruppo.

Partiamo dalla cellula biologica della società, la famiglia, inquadrandola per comodità teorica e sempre applicando lo schematismo psichico evolutivo della persona.

Una famiglia può definirsi a prevalenza “orale”, “anale”, “fallico-narcisistica”, “edipica”, “genitale”. Il termine “prevalenza” attesta della compresenza interattiva degli altri fattori secondo incidenze minori. Lo stato puro è utopico.

La famiglia a prevalenza “orale” si connota per l’affettività e per il sentimento che mette in circolazione e fa prevalere al suo interno e che esibisce all’ambiente esterno. E’ sensibile alla perdita di questi attributi e, di conseguenza, tende a strutturare tratti depressivi. L’affabilità e la volitività, la generosità e l’afflato emotivo sono dominanti nella fenomenologia e negli investimenti sociali rispetto alle altre caratteristiche psichiche maturate nel corso della sua evoluzione. La recettività prevale sulla donazione sociale.

La famiglia a prevalenza “anale” è caratterizzata dall’esercizio dell’aggressività nel versante interno ed esterno: sadismo e masochismo. La valenza mentale è la diffidenza e la ritrosia, la valenza psichica è fobica e ossessiva con tratti paranoici. La parsimonia nel dispensare affetti ed emozioni struttura difficoltà espressive e comunicative. L’avarizia connota la degenerazione degli investimenti materiali, così come l’aggressività per difesa paranoica si può evolvere nella violenza. La famiglia a prevalenza “anale” accusa conflitti nell’acquisizione e della distribuzione dei sentimenti e dei messaggi collettivi, nonché a livello razionale tende a coltivare le sue cognizioni e le sue convinzioni. Gli scambi psicosociali sono contraddistinti dalla dialettica della chiusura e del rifiuto.

La famiglia a prevalenza “narcisista” è auto-referente e superba, onnipotente e sprezzante, ostica e fredda. Tende all’isolamento per orgoglio e pregiudizio. La sua autonomia è apparente e la sua dipendenza non viene riconosciuta in alcun settore. La rete delle relazioni è altolocata e subalterna alla nobiltà psichica e al valore del gruppo familiare. I fattori e i veicoli altruistici sono disconosciuti nella vera essenza e vengono esaltati a proprio vantaggio e a propria esaltazione. L’isolamento domina socialmente nonostante il bisogno di manifestarsi per autoesaltazione, ma la famiglia a prevalenza “narcisistica” non si accorge dell’esistenza degli altri e tanto meno del loro concorso alla formazione della società. L’autolesionismo è il nucleo psichico che si evidenzia quando viene socialmente giocato nel massimo dell’esaltazione e dell’onnipotenza. La sfida con se stessi tocca corde sensibili e l’onnipotenza si converte nell’impotenza, ma la ripartenza è la tappa successiva al fallimento.

La famiglia a prevalenza “edipica” si presenta con un tasso polemico e conflittuale molto elevato al suo interno e all’esterno. La socializzazione è importante perché è la palestra dello scontro e del valore. La critica in eccesso procura enormi difficoltà nelle relazioni e tendenza all’isolamento per molestie procurate e subite in reazione e in difesa dall’ambiente sociale. Il comportamento oppositivo denota una modalità di pensiero divergente e tendente all’originalità. L’azione è contraddistinta dalla ricerca di un coinvolgimento dialettico e competitivo, nonché dalla tendenza a vivere negli altri quelle autorità da combattere e quelle imposizioni da rifiutare. La famiglia a prevalenza “edipica” ha bisogno della società per competere e per innovare, per contestare e progredire. Ha una valenza positiva nel favorire il progresso civile tramite il confronto e lo scontro. Ha seguaci e conoscenti indifferenti per mancato investimento. La malattia della famiglia è la frustrazione delle energie investite e la penuria dei risultati, a cui consegue un tratto psichico isterico nello scarico della frustrazione sociale.

La famiglia a prevalenza “genitale” assolve pienamente la formula aristotelica dell’animale politico. E’ amorevole e razionale, ubbidisce al “principio di realtà” senza trascurare il “principio del piacere” e il “principio del dovere”. Cura l’affettività e i sentimenti, i bisogni e le riflessioni, non sacrifica alcunché della costellazione delle pulsioni e dei desideri, così come razionalizza molto bene la sfera dei limiti sociali e delle imposizioni legali. La famiglia a prevalenza “genitale” ha capacità recettiva e altruistica, assorbe e restituisce, produce investimenti sociali solidali e partecipa alle psicodinamiche politiche senza fanatismo e con tolleranza. L’Io familiare “genitale” delibera e decide con equilibrio e armonia secondo i “processi secondari” della razionalità e senza smarrire la gioia dell’equilibrio tra la Mente e il Corpo. Il suo unico rischio è proprio quello di “regredire” a forme precedentemente vissute e problematiche per l’incompletezza e la parzialità della loro evoluzione.

L’IRREALE REALTA’

A noi che non possiamo avere contatto, l’incredibile irrealtà della realtà ci ha toccato all’improvviso sulla soglia di un pronto soccorso.

Abbiamo lasciato parlare gli occhi silenti.

Attendo le tue telefonate e inganniamo il pensiero del male impronunciabile guardando insieme a distanza cartoni animati.

Dieci minuti d’aria ti sono concessi e noi ci nascondiamo agli occhi della Security per farli diventare venti.

Sarebbe bello moltiplicarli all’infinito, come il miracolo dei pani e dei pesci sul lago di Tiberiade.

Ma tu non sei carcerato, sei soltanto ricoverato ai tempi del coronavirus.

Come un’innamorata di altri tempi corro con il cuore in gola per consegnare, all’ingresso di quella strada alberata dove timidamente le foglie stanno inverdendo in queste giornate di amara primavera, una lettera d’amore che ti verrà recapitata nella tua stanza n° 4, nella stazione 51.

Qualcosa nella tua linfa sta bollendo.

Spero che da tutto ciò scorra nuova linfa nel nostro amore, che ti sia di cura e dia nutrimento alle nostre anime sole e provate.

Ovunque conduca il viaggio, io cammino al tuo fianco.

Francy

Berlino, giovedì 30 del mese di Aprile dell’anno 2020

NOI SIAMO DEI LAVORATORI

IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO

Alla fine, come sempre del resto, il sentimento d’amore esce dal ghetto e trionfa tra la brava gente nei nobili gesti del quotidiano vivere.

Nonostante i menagrami, che dagli schermi televisivi pontificano sul loro nulla e soltanto per ritirare dal capo l’obolo serale, il popolo unito avanza e combatte il tiranno, il virus, la vanagloria degli imbecilli e la malasorte delle brutte compagnie.

E allora?

Allora tutti a fare il pane!

Noi siamo dei lavoratori, dei gran lavoratori, come diceva mia madre.

Non potendo andare in nessun luogo, tanto meno al mare a mostrar le chiappe chiare, si resta tutti in casa e si va in cucina a fare il pane insieme ai nostri affetti più veri.

Questo è il primo comandamento che spontaneo scatta dal sistema neurovegetativo appena si sente la costrizione del corpo in una gabbia di ferro o d’oro.

Il giorno si illumina d’immenso tra gli odori intimi della casa che amorosamente protegge e con la stessa facilità costringe.

Non tutte le case sono le stesse e diversi sono coloro che le abitano, ma tutti amano il pane, tutti vogliono il pane, tutti sono fornai. E tutti hanno i segreti familiari, quelli della nonna e della mamma, quelli del paesello natio o del borgo antico, quelli del signor Drago o della signora Romico. Tutti conservano la pozione magica, combinano le farine giuste, le impastano accortamente con l’acqua e il lievito, con il latte e le noci, con le olive e i pomodori secchi, le lasciano riposare nei tempi raccomandati da madre natura e dalla zia Assuntina. Tutti si sbizzarriscono nel dare forma all’impasto, nella perizia d’infornarlo e di sfornarlo secondo tradizione e necessità. Il travaglio del fare il pane è un arcobaleno variopinto sospeso nel tinello sulle memorie che ci portiamo addosso come il marchio di fabbrica. In compenso il modo di mangiare il pane è quasi universale. In ogni caso l’originalità del fornaio è sempre il prezzo da pagare al narcisismo.

Quale magnetismo scatta nel riappropriarsi del rito più antico del mondo e nel metterlo in moto con il concorso allegro di tutta la famiglia?

Ogni mito ha il suo rito e insieme esorcizzano un divieto, un tabù: vietato morire!

Il pane è corpo, il nostro corpo, la metafora del corpo, il sostituto magico del corpo, la causa della colpa, la riparazione dell’angoscia, il nutrimento spirituale della materia, la trasfigurazione della morte, la vita eterna. Il pane è la Pasqua dei poveri di spirito che si nutrono di quotidiane rinunce e di eterne virtù.

E allora avanti con il Santo, altrimenti la processione s’ingruma.

La corsa al supermercato è di quelle senza fiato. La ricerca della migliore farina è d’obbligo, almeno fino a quando gli scaffali sono pieni. Di poi, qualsiasi intruglio di grano e di cereali andrà bene per celebrare il laico rito e fino alla contesa dell’ultimo pacco e prima dello scaffale vuoto.

Il lievito!

Ci vuole il lievito per fare il pane.

Quello di birra o quello chimico?

Meglio il lievito madre, quello liofilizzato che costa tanto perché fatto come madre natura comanda.

E la farina?

La zero o la doppio zero, la semola rimacinata di grano tenero o di grano duro?

Meglio la semola rimacinata di grano duro della Sicilia o del Tavoliere della Puglia?

Meglio quella della Sicilia.

Nella Trinacria i contadini sono poeti e sono talmente poveri che non hanno i soldi per comprare il disseccante o il pesticida. I contadini siciliani sono all’antica, come lo zio Nino Schiavone, dalla schiena ricurva ad angolo retto per colpa del manico corto della sua zappa e della terra bassa, il pioniere dei pomodori genuini e rossi, quelli concimati con il letame e non con le polveri chimiche della Montedison.

Intanto, tra un discorso e l’altro, è finito anche il lievito, qualsiasi tipo di lievito, naturale e innaturale. Non si trova più il lievito. Non importa si va avanti.

E il sale?

Tradizionale o trattato, grosso o fino, forse oltremodo iodato?

E l’acqua deve essere naturale o frizzante, quella dell’acquedotto o quella di Fiuggi?

Basta con i dubbi e le perplessità!

Noi siamo dei lavoratori, specialmente oggi, e non dei pelandroni, tanto meno dei ciarlatani.

A questo punto serve soltanto olio di gomito e amore per la Specie, serve la fame di una volta, quando il pane era l’unico alimento che si accompagnava al salato di qualche oliva o di un filetto di acciuga o di aringa.

Adesso che siamo quasi tutti chiusi in casa, curiamo il nostro corpo pensando anche all’anima. Tutti vogliamo sopravvivere e dotarci del pane quotidiano. Le mamme sono adibite al corpo e ai suoi bisogni, le mamme sono le panificatrici, le impastatrici della sacra combinazione di farina, acqua, lievito e sale. Tutti abbiamo una mamma fuori o dentro di noi.

Questo è l’immediato vaccino, quello che basta. Questa è l’Eucarestia degli ultimi, il buon nutrimento. Questo è il grembo della madre che ci ingravida e ci dà il pane in segno di amore. Questo è il profano mistero che fa bene a tutti perché si condivide e non richiede la fede.

La febbre da panificazione ha colpito l’italianità.

Un’ultima nota è d’obbligo.

Ricordate che non si butta il pane e si mette sulla tavola sempre nel verso giusto, non si capovolge mai. Il pane è Provvidenza, come il bastimento dei Malavoglia. Il pane non si disprezza. Ricordatevi sempre di Pollicino, altrimenti le fiabe a cosa servono.

Un consiglio è altrettanto d’obbligo.

Quando ti sei calato un “paninazzo cunzatu” con olio extravergine di oliva, origano, sale, pecorino fresco, peperoncino rosso e datterino di Pachino, sei in pace con te stesso e con il virus. Ti sei calato anche le tradizioni, le radici, il Cristianesimo e i valori mai perduti.

Buon appetito e ricordate sempre che, finché inforniamo il pane, è severamente VIETATO MORIRE e soprattutto in guerra.

“…

pace per il fornaio e i suoi amori,

pace per la farina,

pace per tutto il grano che deve nascere

…”

Così parlò Pablo nell’Ode alla pace.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), giorno 1, del mese di Maggio odoroso, dell’anno 2020

IL DONO

All’alba,

dopo la notte,

dopo la breve morte,

esulta il mio cuore e sospira

al pensiero di vedere ancora una volta

la tua aura diventare aurora

prima delle prime pavide ombre.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), giovedì 30 del mese di aprile dell’anno 2020

COME SI STA MUOVENDO LA FUNZIONE ONIRICA

Sono trascorsi due mesi dal forte impatto che la nostra Psiche ha subito a causa della pandemia da “coronavirus”.

Si è ridestato il “fantasma di morte” legato alla nostra formazione psichica e, nello specifico, ai vissuti riguardanti la perdita depressiva.

La Psiche ha elaborato il “nucleo” in maniera traumatica anche perché sollecitata dalle restrizioni e dai messaggi sanitari e politici.

La Psiche ha un’attività, presa di coscienza, molto più lenta rispetto agli eventi, per cui nell’immediato usa i “processi e i meccanismi di difesa” dall’angoscia per ripristinare il miglior equilibrio psicofisico possibile alle condizioni date.

In questa evenienza traumatica la “razionalizzazione” interviene a dare alla “angoscia” la connotazione di una forte “paura”, dal momento che si conosce la causa del trauma. La “angoscia” depressiva di morte, legata al riemergere del “fantasma”, si commuta e si stempera nella “paura” di morire.

Il meccanismo psichico di difesa che naturalmente e frequentemente viene usato è “l’isolamento”: la freddezza psichica ottenuta dalla scissione dell’emozione e della tensione dall’idea della morte e dalla rappresentazione mentale.

Consegue che la funzione onirica, l’attività psicofisiologica del sognare, acquista forza nello scaricare la “paura” di morire. Andiamo a dormire con questa “paura” e ci addormentiamo entrando nella fase REM massimamente agitati anche per la qualità del sonno stesso.

Nelle fasi successive del sonno, REM E NON REM, persistono le tensioni fomentate all’inizio del sonno dalla paura di morire. Progressivamente smarriscono la motivazione consapevole e degenerano in angoscia, sia perché non hanno l’oggetto e sia perché la tensione è massima e deve scaricarsi.

La tensione psicofisica in sonno non trova sempre nel sogno la salvaguardia per continuare a dormire e, allora, si scarica nell’incubo e nel risveglio immediato o si somatizza nella funzione respiratoria, in pieno rispetto al dato clinico che il virus colpisce i polmoni.

La funzione onirica si sta muovendo in questi ultimi due mesi in questa maniera: si ricorda poco del sogno e viene a mancare la “catarsi” delle tensioni, andiamo a letto con la “paura” che nel corso della notte si trasforma in “angoscia” e si somatizza scaricandosi nel respiro.

Appena svegli la funzione respiratoria si ristabilisce nei suoi normali ritmi, a conferma che, mancando la sequenza delle immagini, meccanismo onirico della “figurabilità”, la tensione aumenta e ristagna per poi scemare.

Questo è quanto volevo comunicarvi anche per una maggiore tranquillità.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), mercoledì 29 del mese di Aprile dell’anno 2020

LE FASI DELLA VITA, LA VITA IN FASI

Dobbiamo rinunciare all’armonia del caos,

nessuna attrazione,

nessuna gravità,

pianeti allo sbando in deserte autostrade siderali.

Le ombre non si incrociano,

un unico solitario riflesso di se stessi

stampato sulla strada nel raggio del proprio metro,

misura di solitudine,

vessillo di indifferenza.

Scompaio a voi,

priva di germi,

sterile.

L’intimità del tatto giace dentro guanti di plastica

e la paura di morire spia di sottecchi l’altro,

volti occultati da maschere funebri,

sospetto,

pericolo,

vittoria della ragione.

Non ci contempliamo più,

gli orizzonti sono chiusi,

il nostro corpo in sicurezza,

la nostra solitudine decretata.

Quando si fa la cosa giusta

il cuore è felice,

ma se sto facendo la cosa giusta

perché il mio cuore è così triste?

La sera arriva sempre in fretta,

ripetuta e senza promesse.

Sto cercando di trasformare il presente in un ricordo,

sto cercando di fidarmi.

Il cuore stretto nella sua gabbia d’ossa

batte al tocco di campane

che annunciano il passare delle ore

o il passaggio della morte,

il tempo che fugge e quello eterno insieme,

sottofondo di musica nei giorni dolorosi,

il tragico vuoto delle rose sopra assi di legno tutte uguali.

E tu che cerchi di dimenticare

l’attesa inutile della tua terra irraggiungibile.

Quanto è lontano il mare?

Quanto la nostra Africa ancestrale?

Oh, non si può raccontare,

non si può raccontare,

si deve stare in silenzio davanti ad un dolore.

L’esausta età dell’oro dorme lontana

e appoggiata al tronco di un ulivo

la faretra di Eros mostra le sue frecce arrugginite.

Nel viaggio senza peso l’aria trasporta carezze,

tutto è possibile,

l’onda ritorna,

nulla è perduto.

Trascorro settimane di sei giorni.

Il settimo è per me,

devo inventare l’incantevole maggio.

Sabina

Trento, domenica 26 del mese di Aprile dell’anno 2020