UN’ATMOSFERA MAFIOSA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi incontro in un appartamento antico di Berlino con Giogiò e passiamo delle ore serene e in sintonia, come al solito.

Per un po’ di mesi non lo sento più e allora decido di scrivergli un sms al quale non risponderà mai.

Sono in Sicilia e incontro due suoi collaboratori che mi dicono che Giogiò è stato assassinato qualche mese fa e non si sa da chi.

Scopro che il suo capo mi sta cercando perché ha saputo di noi.

Organizzano una cena fastosa per commemorare Giogiò e io sono l’ospite d’onore.

C’era un’atmosfera mafiosa e a un certo punto il suo capo mi dice che sta per arrivare la portata speciale cucinata appositamente per me.

Entra un cameriere con un piatto pieno di carne e mi dicono che sono i testicoli e il pene di Giogiò e che li devo mangiare.

Tutti sono inorriditi, ma io calma li mangio. Sono brutti ma dolci e la carne è tenerissima e si scioglie in bocca.

Rispondo che sono buonissimi e che li trovavo fantastici quando era vivo e sono così anche ora.

Questo è per loro un affronto e allora mi fanno vedere delle foto. Lo avevano rapito, seviziato e lasciato morire: una sorta di regolamento di conti.

Allora capisco che sanno tutto di noi. Scappo e mi inseguono, mi nascondo in un negozio di parrucchiera e dopo molte ore il capo mi trova.

Entra, ma la sua attenzione è presa da delle parrucche da donna, ne sceglie una e si fa truccare e scopre che vestito così si vede bello.

Mi lascia perdere e se ne va.

Io esco e mi aspettano i carabinieri. Mi dicono che da mesi indagano sull’omicidio, ma che non avevano mai sospettato del suo titolare. Pensavano a qualche pista passionale e mi dicono che hanno scoperto che Giogiò aveva amanti ovunque. Una fissa a Torino.

I carabinieri mi fanno vedere una foto dell’appartamento di Torino e vedo che ci sono macchie secche bianche sui mobili in cucina. Mi dicono che pensavano fosse cocaina, ma invece erano sputi secchi di acqua e sale, tipo un gioco di bambini.

La cosa non mi turba. In cuor mio so che sono stata speciale e unica per lui. Mi ritrovo triste a casa, depressa e in lutto per la sua perdita. Mi sento tanto triste che devo raccontare la nostra storia a mia cugina.”

Così e questo ha sognato Mamai.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

La storia tra un uomo e una donna, una tra le tante storie tra un uomo e una donna che non si lascia catalogare per la sua intrinseca innocenza e naturale trasgressione, è degnamente rappresentata in sogno dalla protagonista in un momento di nostalgia canaglia e in un momento di composizione dei sentimenti e di remissione delle emozioni. Quando il marasma d’amore e di sesso, vissuto nello struggimento di un maremoto sensoriale, sembra irrimediabilmente passato, ecco che arriva il sogno a dirti creativamente quanto ti ha segnato e insegnato la meravigliosa esperienza vissuta. Il “tempo fuori” non ha sfiorato minimamente il carico di bellezza rimasto tra le maglie del “tempo dentro”.

Tutt’altro!

Il “tempo fuori” ha dato la possibilità al “tempo dentro” di maturare l’ironia e il distacco dal materiale psicofisico apparentemente archiviato.

E così, una donna chiamata Mamai si è trovata da bambina tanto legata al padre e da adulta realizza naturalmente le sue fantasie edipiche per superarle e abbandonarle dopo l’ampio appagamento. E’ quello che avviene nel cosiddetto “primo amore”, quello che non si sposa mai semplicemente perché è destinato a finire. Il “primo amore” si esaurisce perché non ha niente di originale e di creativo, è una minestra appetitosa ma riscaldata e come tutte le pietanze della tradizione non permette innovazioni e originalità. Il sogno è la storia di Mamai che realizza con Giogiò quello che ha allucinato con la fantasia nell’infanzia e nell’adolescenza nei confronti del padre e all’interno di una cornice sicula-mafiosa, un quadro obsoleto e stucchevole che mantiene le sue peculiarità creative perché altamente simbolico. Il sogno di Mamai è la sintesi di un romanzo drammatico che la buona penna del miglior Camilleri avrebbe elaborato e ricamato con la rigogliosità etnica e linguistica dell’esordio.

E cosa dire delle allegorie che Mamai intesse nel suo sogno a proposito dei riti “oro-incorporativi” e magici?

E cosa dire dell’inevitabile rimando a “Totem e tabù” di Freud?

Il sogno di Mamai è veramente un condensato di “processi e meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia, oltre che un barattolo di pillole letterarie su temi siculi di mafia e di amore. La donna non è vittima, ma è dominante e gestisce, senza alcuna paura reverenziale verso il maschio, la trama del suo prodotto psichico.

E’ opportuno delucidare la Mafia in quanto Cultura primaria, in quanto insieme di schemi interpretativi ed esecutivi dell’Uomo e della Realtà.

La Mafia è il simbolo della Madre e della sua Legge, la Legge del Sangue, la Ontogenesi e la Filogenesi, l’origine e l’amore della Specie. La Mafia originaria include il Matriarcato e il culto della dea Madre nel mistico onore e nella sacra obbedienza dovute per Natura al Principio femminile. La Madre è la sede degli istinti e delle pulsioni, istanza Es, delle emozioni e dei sentimenti, del sistema nervoso neurovegetativo e della Magia, dei riti e dei divieti, dei totem e dei tabù. Il Pensiero della Madre è la Fantasia e si esprime nella Poesia e nel Sogno, non nella Filosofia e nella Scienza. La Politica della Madre si realizza nei clan, organizzazioni di famiglie che condividono il Sangue e la sua Legge. Il Sangue è simbolo di Vita e di continuazione della Vita ed è depositato nella Femmina Madre, uovo, e si distribuisce nelle femmine madri. Ritornano le figure mitiche di Lilith e di Eva, nonché di Gea e di Demetra. Si rivedono le “parti buone e cattive” del Fantasma Madre. E’ da precisare che il Matriarcato e la sua Cultura si pongono come sistema interpretativo sin dall’origine, ma vengono nel tempo soppiantati dal Patriarcato e dalla sua Cultura. La Madre viene rimossa a livello collettivo e sopravvive nel sottobosco e nell’occultamento in pieno rispetto alla Verità la cui etimologia impone che si nasconda e che si mostri solo se ricercata e disoccultata: “a-letheia” o senza nascondimento. Il Regno delle Madri è l’anima occulta del sistema esistente dei Padri, è l’Invisibile concreto del Visibile altrettanto concreto, è la Matrice materiale del Corpo materiale. Il potere dei Padri è effimero e mutevole perché è l’epifania del potere delle Madri.

Tornando alla Mafia come organizzazione criminale, si desume che nel Tempo storico la Cultura delle Madri sia stata imitata e sia tralignata negli schemi della sopraffazione dei nemici e della prevaricazione degli estranei, dell’eliminazione e dello sterminio di tutti coloro che non si adeguano al sistema imposto dal gruppo di origine e di appartenenza, la Famiglia e le Famiglie: “Cosa nostra”. Quella che in origine era la Cultura della Madre e del Sangue è stata imitata nelle modalità organizzative e metodologiche dalla Cultura dei Padri e si è evoluta nelle Organizzazioni criminali o nel Capitalismo alternativo. Non sono estranee a tali principi e metodi le “Società segrete”, i “Beati Paoli” in Sicilia, la Massoneria in Europa, la Carboneria in Italia e “I Sublimi Maestri perfetti” e tutte quelle compagini che si sono date una Etica alternativa e occulta, una finalità politica e sociale in opposizione ai valori dominanti e agli schemi conclamati.

Il sogno di Mamai meritava tanto preambolo perché non è un semplice sogno e deve essere gustato come un cannolo di ricotta della premiata pasticceria Girlando di Avola: un qualcosa di veramente eccezionale.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Mi incontro in un appartamento antico di Berlino con Giogiò e passiamo delle ore serene e in sintonia, come al solito.

La tresca è antica e fascinosa, rientra tra le esperienze preziose della vita, avviene quando la serenità e la sintonia si combinano con i sensi e i sentimenti e nel mentre che l’ingrato tempo trascorre lasciando l’odore del “già vissuto” e del “già visto”. Mamai ha il suo Giogiò e insieme si trovano nella pacatezza di un incontro trasgressivo del loro tipo, quello che ben conoscono e che volentieri rinnovano con il ciclo delle varie lune. La ripetizione è monotonia e appartiene alle loro modalità d’approccio. Tutto è solito e antico e nello stesso tempo è insolitamente nuovo perché trascorre tra serenità e sintonia. Tutto ha bisogno ancora di essere rivissuto e la ripetitività infonde sicurezza ai giovani amanti.

La simbologia vuole che “mi incontro” sia un happening erotico e sessuale, “l’appartamento antico” sia la parte psicofisica trasgressiva e di volta in volta occupata secondo l’occasione, la “ore serene” siano i vissuti sgombri di nuvole, la “sintonia” sia quella dei sensi, “Berlino” sia un indizio soggettivo, un simbolo di Mamai per l’appunto.

Per un po’ di mesi non lo sento più e allora decido di scrivergli un sms al quale non risponderà mai.”

Il vissuto è stato vissuto e gli amanti hanno già dato ampiamente a se stessi in assenza di altro e di altri. Non resta che il ricordo e la possibilità di un ritorno, l’attesa di una riedizione del “già vissuto”. Del resto, gli amanti non vivono il tempo storico, non hanno continuità quotidiana, non interpretano l’esistenza nella sua banalità, non hanno beni da condividere e tasse da pagare, non subiscono le offese degli istrioni. Gli amanti vivono gli attimi, più o meno lunghi, che riescono a inventare e a riempire, si amano e si abbandonano, vivono e muoiono nello stesso tempo, si salvano e si uccidono insieme. Gli amanti mettono insieme brandelli di tempo e di storia, di carne e di sangue. L’attimo è la loro unità di misura psicofisica. Se trapassano nella continuità del tempo, gli amanti non esistono più semplicemente perché sono diventati marito e moglie, hanno comprato casa e figli, lavorano e si scannano, si abbuffano e si deprivano, guardano la tv e scrivono sms, fanno distrattamente l’amore la domenica mattina per dovere coniugale. Se si chiamano al telefono, non possono rispondere perché non hanno nulla da comunicare. Gli amanti muoiono e rinascono come l’araba fenice o come il ramarro. Ma, nel caso di Mamai qualcosa non va più nel verso giusto perché Giogiò non risponde, perché Giogiò non può rispondere. Mamai è cambiata. Mamai non è la stessa. Mamai non è quella di prima e di sempre. La trama dell’amore inquieto e fascinoso si complica e la questione psico-sociale diventa veramente drammatica.

Altro che Montalbano e le sue semplici trovate o “pinzate”!

Qui siamo prossimi al siciliano Sciascia e all’americano Mario Puzo!

Mamai sta per calare sul tappeto verde i suoi assi dalla manica delle memorie e delle ricordanze, nonché le sue affinità elettive in riguardo alle culture e ai personaggi. Seguirla sarà un piacere intrigante anche perché è una donna del Continente che ama la Sicilia.

Sono in Sicilia e incontro due suoi collaboratori che mi dicono che Giogiò è stato assassinato qualche mese fa e non si sa da chi.”

I conti tornano. Giogiò non può rispondere perché è passato tragicamente a miglior vita o a nuova dimensione, insomma ha cambiato sintonia. La Sicilia non promette niente di buono tra “collaboratori” e morti ammazzati, tra anonimi assassini e ambigui salotti. Questo cambio spazio-temporale è dei peggiori auspicabili, ma il sogno può nascondere fatti tragici e camuffarli con fatti surreali. Il mistero si profila e richiama il miglior detective che esiste sulla piazza o sul mercato. A tutti gli effetti risulta che Mamai ha chiuso l’attimo trasgressivo e creativo con Giogiò ed è trapassata nella storia di un amore già vissuto e nel ricordo di un amore perduto. Tutto è morto e la Sicilia offre il destro per gli intrighi più occulti e per i riti più originali.

Hanno ammazzato compare Giogiò!

Risuonano le assolate contrade del grido del bandezzatore, il messaggero del potere: “hanno ammazzato compare Giogiò!”

La “Cavalleria rusticana “ di don Giovanni Verga è a due passi, è nelle grida sconsolate e nelle contrade disperse, ma la verità è questa: Mamai ha ucciso compare Giogiò perché la loro storia di sesso e d’amore infelice non poteva trasfigurarsi in una storia di spirito e d’amore felice. La messa era finita e si poteva andare in pace. L’attimo era fuggente ed era trascorso come un lampo di calore nel tardo pomeriggio infilandosi tra i filari dei fichi d’India e il giallore delle gaggie.

Scopro che il suo capo mi sta cercando perché ha saputo di noi.”

Ecco che arriva il “mammasantissima” di turno nella figura esotica del “suo capo”!

Ecco che arriva il “Super-Io” di Mamai con l’istanza censurante o l’Io severo nella funzione di mediatore psichico e culturale!

Piace seguire la trama nella intrigante versione siculo-mafiosa, piuttosto che nella squallida versione psicoanalitica. Piace pensare a una tresca di amanti puniti dalla Legge del Sangue, quella dell’archetipo Madre, piuttosto che a una psicodinamica di colpevolizzazione della trasgressione e di ripristino dell’equilibrio turbato da tanta “ubris”, peccato originale di ira e di sconvolgimento dell’ordine costituito. Ma attenzione, che i riti sono diversi e non si tratta del solito lettino dello psicoanalista, perché in Sicilia la truculenza si sposa con la luce e il calore del sole, come insegna Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel suo “Gattopardo”. Nella realtà psichica la decodificazione esige che Mamai abbia preso coscienza della sua trasgressione e in preda ai sensi della morale costituita deve espiare le sue colpe dopo aver chiuso la fascinosa relazione e gli attimi eterni con Giogiò.

I simboli dicono che “scopro” equivale a prendo coscienza ed è funzione dell’Io, “il suo capo” equivale al mio Super-Io, “mi sta cercando” equivale a il senso di colpa mi assilla, “ha saputo di noi” equivale a ho preso coscienza della trasgressione.

Organizzano una cena fastosa per commemorare Giogiò e io sono l’ospite d’onore.”

Un grande uomo abbisogna di una grande commemorazione. La cena fastosa è pronta al macabro uso e al macabro rito. La protagonista non può che ubbidire alle istanze del suo narcisismo e mettersi in primo piano e direttamente coinvolta nei festeggiamenti. La prima donna non può che farsi fare la festa. La morte si onora con una cena di gran classe e con l’ospite da onorare in onore al compianto. Siamo nelle trame e nelle tresche della Sicilia di Camilleri, quello “buono” che scriveva la cultura siciliana vissuta e appresa dai nonni e non quello “cattivo” che sulle ali del successo e nel massimo delle finanze televisive suggeriva temi triti e ritriti sul filone arancione, più che giallo. Mamai rievoca la sua relazione amorosa con Giogiò dopo averla troncata e al fine di acquistare una migliore consapevolezza e di operare la giusta “catarsi” dei sensi di colpa. Nel rievocare le bellezze e i trionfi dei sensi, Mamai converte i vissuti e li camuffa servendosi dei meccanismi psichici del sogno, i famigerati e mai abbastanza esecrati “processi primari”.

I simboli dicono che la “cena fastosa” richiama la “libido orale” e le alte sfere della vita affettiva. Dopo la morte di Giogiò la passione cessa e lascia il posto agli affetti più sublimati. La “ospite d’onore” assolve il narcisismo di Mamai. Del resto, è lei che ha vissuto il lutto e che sta organizzando il funerale. Onore al merito!

C’era un’atmosfera mafiosa e a un certo punto il suo capo mi dice che sta per arrivare la portata speciale cucinata appositamente per me.”

Se non si fosse capito, ci troviamo di fronte all’archetipo culturale della “Sicilia”, la “Mafia” e la sua atmosfera. Non manca, di certo, il “Capo”, il “Mammasantissima”, non certo un volgare ragioniere con “pizzini” annessi, non certo uno spietato psicopatico criminale, non certo un capraio puzzolente di merda, ma un gentile e premuroso “capo dei capi”, “inizio degli inizi”, “principio dei principi”, “principe dei principi”, Colui a cui tutto si riconduce, il master Chef dei master Chef che ha pronta la “portata speciale cucinata appositamente” per Mamai.

Altro che Camilleri, altro che Verga, altro che Sciascia, altro che Brancati, altro che Pirandello, altro che Giuseppe Tomasi duca di Palma e principe di Lampedusa!

La funzione onirica tocca i suoi livelli più alti con la spontaneità con cui nasce l’origano nelle rupestri campagne di Palazzolo Acreide nei monti Iblei. Ricordo che la riunione conta soltanto maschi, eccezion fatta per l’ospite, Mamai l’ambigua, l’eletta e l’inquisita.

A livello psicodinamico quest’ultima proietta la sua consapevolezza del fatto e del misfatto sul “capo” di Giogiò, a metà tra l’Io e il “Super-Io”, al fine di espiare i suoi sensi di colpa. Tra il grottesco e l’ironico, tra la “sineddoche” e la “metafora” si consuma la vendetta del “mammasantissima”, ma a tutti gli effetti si esalta la capacità di Mamai di rappresentare dinamicamente in simboli il residuo desiderio e la fatale condanna. La “traslazione” è il meccanismo psichico di difesa che consente a Mamai di esprimere il conflitto tra la “libido” in fiore e la colpa ineludibile.

I simboli si esprimono in questi termini: “atmosfera mafiosa” o ambiguità psichica, “il suo capo” o istanza “Super-Io”, “sta per arrivare” o acquista consapevolezza, “portata speciale” o ipertrofia dell’Io, “cucinata appositamente per me” o mitomania narcisistica.

Entra un cameriere con un piatto pieno di carne e mi dicono che sono i testicoli e il pene di Giogiò e che li devo mangiare.”

Il sogno, meglio, la funzione onirica di Mamai si esalta in questo ambiguo incalzare degli eventi. Tra il “narcisismo” ruspante e il “sadomasochismo” conclamato la scena madre viene offerta con un piatto tragico alla greca. Mamai ricorda Medea nel prepararsi in sogno la guerra di tutte le guerre, la “libido” e la colpa, nonché la “conversione nell’opposto” e la “traslazione” della virilità rappresentata secondo la figura retorica della “sineddoche” negli organi sessuali del povero Giogiò, ormai morto e defunto ma inevitabilmente ricordato nei suoi nobili accessori. Di brutto Mamai si serve nel sogno la rievocazione del “meglio” del suo amante, la sessualità, e seguendo il suo senso di colpa rivive in maniera traslata l’empito e la passione della “libido genitale” che nell’attimo scatenava con Giogiò quando viveva bene la relazione poetica e volgarmente truffaldina. Mamai deve reincorporare per via traslata gli organi dell’orgoglio virile del suo uomo fatale. Pene e testicoli in un sol boccone non sono un piatto di tutte e di tutti i giorni. Mamai appaga il desiderio di riavere Giogiò e lo realizza in maniera traslata: la bocca è la “traslazione” della vagina e l’incorporazione orale attesta del buon senso del possesso di Mamai e dell’universo psicofisico femminile, oltre che dell’orgoglio del potere. Tutto questo psicodramma è reso possibile, sempre a Mamai, dall’angoscia di “castrazione” e dall’ambigua collocazione sessuale in onore della “libido” e del “Genio della Specie”.

In termini sintetici Mamai rievoca e attualizza il desiderio sessuale nei confronti di Giogiò in maniera traslata e dopo aver colpevolizzato la sua relazione estatica con lui. Degne di nota sono la “libido sadomasochistica” e la messa in atto della “posizione psichica anale” di Mamai.

I simboli dicono che il “cameriere” rappresenta l’alleato psichico per sviluppare la cruenta psicodinamica, il “piatto pieno di carne” condensa la libido sadomasochistica, “i testicoli e il pene” rappresentano il potere maschile ridotto in “sineddoche” ossia la parte per il tutto, (il povero Giogiò è ridotto ai suoi organi sessuali), “li devo mangiare” si traduce in un rapporto orale come “traslazione” difensiva del coito.

Tutti sono inorriditi, ma io calma li mangio. Sono brutti ma dolci e la carne è tenerissima e si scioglie in bocca.”

La domanda sorge spontanea: “ma che “mammasantissima” e che “mafiosi” ci sono ormai in giro per la nostra bella Sicilia, se inorridiscono di fronte alla calma e gustosa “traslazione” di un rapporto sessuale, oltretutto architettato impunemente da un’ardimentosa femmina?

E’ vero che tutto passa e niente è più come prima, ma uno stuolo di sedicenti carbonari o massoni non deve assolutamente inorridire per una scena di nobile sesso, per una religiosa incorporazione orale dei simboli del potere maschile. Una calma Mamai consuma il suo rito orgiastico in presenza di coloro che chiedevano ragione delle sue arti seduttive e la condannavano in quanto una “quasi” strega che prevaricava il maschio, oltretutto in odore di mafiosità. Nella descrizione sintetica del gusto è insito il piacere sessuale di quegli attimi vissuti di volta in volta con il suo complice: l’allegoria del coito e dell’orgasmo è servita in “io calma li mangio. Sono brutti ma dolci e la carne è tenerissima e si scioglie in bocca.”

Che bella ed eroica fine hanno fatto i gioielli di famiglia!

Traduco i simboli e approfondisco le psicodinamiche: “inorriditi” o “conversione nell’opposto” del desiderio, “calma” o controllo dell’Io, “li mangio” o rituale magico oro-incorporativo, “brutti” o compensazione attraverso caduta estetica, “dolci” o compensazione attraverso esaltazione sensoriale, “la carne è tenerissima” o totem e compensazione del trauma oro-incorporativo, “si scioglie in bocca” o “traslazione” orgasmica del coito.

Rispondo che sono buonissimi e che li trovavo fantastici quando era vivo e sono così anche ora.”

Si può ridere della Mafia e si possono benissimo irridere i mafiosi. E’ importante che il gioco si fermi all’allegorico e all’ironico e non traligni nella cruda realtà del crimine. Mamai mostra in sogno una bella faccia tosta e una portentosa reazione alla malasorte, Mamai è temeraria e sa far buon viso a cattivo gioco. Ha mangiato di gusto gli organi sessuali del suo amante, si è mostrata interessata e non si è tirata indietro, si è dimostrata una donna con i contro-coglioni mangiandosi in un sol boccone i coglioni del morto e adesso alza il tiro e rilancia la posta a questi mafiosi della domenica che sembrano monaci benedettini nell’ora della siesta. Mamai è proprio insolente e impertinente perché non solo conferma la colpa, ma non rinnega la bontà della vitalità erotica e sessuale del suo defunto amore. Da vivo e da morto il suo Giogiò è stato fantastico nei suoi attributi sessuali e nelle sue funzioni erotiche, “mutatis mutandis atque rebus”, cambiando la realtà dei termini in questione: dolce e tenero in vagina e in bocca. Del resto, questi organi reali collimano perfettamente a livello simbolico.

I simboli attestano la spregiudicatezza di Mamai in “rispondo”, la provocazione in “buonissimi”, l’irrealtà poetica in “fantastici”, la nostalgia e la rievocazione in “vivo” e in “così anche ora”.

Questo è per loro un affronto e allora mi fanno vedere delle foto. Lo avevano rapito, seviziato e lasciato morire: una sorta di regolamento di conti.”

“Est modus in rebus”, perbacco!

La funzione onirica di Mamai vuole proprio coniugare alla grande e al gran completo le trame di questa farsa, più che psicodramma, mafiosa. Recentemente anche il siciliano, attore regista, Pif ha scritto e filmato lo sceneggiato “La mafia uccide soltanto di domenica”. La Mafia non fa più paura perché non esiste. La Mafia è morta, è stata anzitempo uccisa dai burocrati e dai funzionari, dai borghesi e dagli affaristi, dai finanzieri e dagli uscieri, dagli stronzi e dai merdaioli, dagli opinionisti e dai politici, dai buffoni e dagli istrioni, dagli scrittori e dai poeti, dalle tv di stato e dalle tv di parte. Mamai colpisce ancora se stessa e chiede al suo intransigente “Super-Io” di dargli le prove di cotanta costosa decisione di chiudere definitivamente con l’immarcescibile e sessualmente fenomenale Giogiò. Mamai provoca e offende la cupola mafiosa che rappresenta la sua intransigenza morale e scarica aggressività sadomasochistica del peggior stampo “anale” sul povero stecchito amante: “seviziato” e “lasciato morire”. In effetti è stato un vero regolamento dei conti, ma dei conti di Mamai, quelli presentati dal suo “Super-Io” nel momento in cui esulava verso paradisi morali eterei e sublimava la trasgressione del passato con l’etichetta della bellezza della passione. Mamai non rinnega, tutt’altro, riconosce e considera, rivive e valuta senza rinnegare alcunché, ma senza addurre un ulteriore desiderio da vivere e una carica di “libido” da investire. Tutto si è svolto e si è composto come nei migliori cerimoniali di pompe funebri. Bontà della “razionalizzazione” che riesce a stemperare e a frenare le più grandi passioni, anzi direi che più grandi sono state e più facile è archiviarle secondo i meccanismi psichici del “farsene una ragione” dell’impossibilità di riviverle.
Vediamo i simboli: “affronto” o opposizione e competizione, “vedere foto” o prendere coscienza dei propri vissuti e funzione dell’Io, “avevano rapito” o castrazione, “seviziato” o libido sadomasochistica, “lasciato morire” o relegato consapevolmente nel dimenticatoio, “regolamento dei conti” o valutazioni critiche dell’Io.

Allora capisco che sanno tutto di noi. Scappo e mi inseguono, mi nascondo in un negozio di parrucchiera e dopo molte ore il capo mi trova.”

“Allora capisco di avere piena consapevolezza di quello che ho vissuto con Giogiò e di quello che avevo bisogno di sapere di me con Giogiò.”

Mamai conferma, qualora non bastasse quello che ha affermato in precedenza, che si tratta di una sua precisa trama onirica in cui rispolvera e ammoderna la sua storia truffaldina con l’amante, un’esperienza talmente bella e fascinosa che si può definire, senza ombra di dubbio e di smentita, costruttiva, in quanto è servita a realizzare le pulsioni edipiche che nell’infanzia e nell’adolescenza aveva vissuto nei riguardi del padre. Mamai riesuma la sua “posizione edipica” e la realizza con Giogiò ottemperando alla pulsione erotica e sessuale e, quindi, disponendosi al meglio verso il suo uomo e distogliendolo a una donna come nei migliori tradimenti o fatti di corna. Dopo aver vissuto il suo atavico desiderio e la sua antica pulsione, può chiudere con Giogiò e concludere la sua avventura adolescenziale. Ormai è donna a tutti gli effetti psichici e può passare alla “posizione genitale” e concentrarsi nell’investimento di “libido” della suddetta qualità. L’istanza censoria “Super-Io” ha imposto le sue norme morali e tutto si può concludere con il riconoscimento che la storia di sesso e di passione con Giogiò è stata veramente bella.

Vediamo come Mamai immagina in sogno il suo decorso psichico.

Usa il meccanismo psichico della fuga, “scappo”, e dell’espiazione della colpa, “mi inseguono”, si serve del camuffamento delle idee ossia se la racconta e si giustifica, “mi nascondo in un negozio di parrucchiera”, e finalmente rende conto al “Super-Io” della consapevolezza di tutto il quadro riesumato dal cimitero di un passato molto attuale ma superato perché riconosciuto. Mamai ha dato abbastanza ed è venuta fuori dal marasma grazie al meccanismo psichico di difesa della “razionalizzazione” della sua “posizione edipica”.

I simboli dicono che “capisco che sanno tutto di noi” si traduce in sono cosciente di quello che ho vissuto, “scappo” è uno dei tanti meccanismi di fuga dall’angoscia, “mi inseguono” attesta del persistere del senso di colpa, “mi nascondo in un negozio di parrucchiera” significa che mi sono rivolto a un analista e ho messo in discussione le mie idee e le mie convinzioni, “dopo molte ore” o il tempo necessario per la “razionalizzazione”, “il capo” o il mio “Super-Io” istanza morale e censoria, “mi trova” si traduce in viene considerato e ascoltato nella sua funzione di limitarmi nella realtà e di non aderire alla pulsione d’onnipotenza.

Entra, ma la sua attenzione è presa da delle parrucche da donna, ne sceglie una e si fa truccare e scopre che vestito così si vede bello.”

Si vede chiaramente che il “capo” era l’istanza psichica di Mamai. Il “Super-Io” viene addomesticato dall’Io anche tramite l’opera della parrucchiera o dell’analista e Mamai si giustifica con i suoi atti e i suoi vezzi di donna, si assolve con le sue filosofie difensive della trasgressione. Anche il “Super-Io” si ammorbidisce nelle sue censure e viene ridimensionato al punto che l’esperienza trasgressiva viene ascritta al processo psichico evolutivo di Mamai, la quale non può fare altro che essere soddisfatta, quasi orgogliosa, di questa sua capacità di aver vissuto il desiderio edipico e di averlo realizzato in barba al suo “Super-Io”. Mamai ascrive al tempio della bellezza la sua esperienza erotica e sessuale con Giogiò e sa ben camuffare con i modi di essere donna le sue esperienze vissute. Comunque bisogna dire che non ci sono più i “capi” bastone e i “mammasantissima” di una volta. Sono cambiati anche loro assieme alle mezze stagioni e alle mezze maniche.

I simboli dicono e confermano che “entra” indica coinvolgimento e approfondimento, “attenzione” e intenzionalità psichica dell’Io, “parrucche da donna” sono i modi di pensare e le filosofie difensive classiche delle donne, “sceglie”equivale ad affinità elettiva, “truccare” è un camuffamento difensivo da uso del meccanismo della “conversione” o della “traslazione”, “scopre” è funzione deliberativa e decisionale dell’Io, “vestito così” si traduce in difeso in questo modo, “si vede bello” richiama il senso estetico come difesa da tutti i mali individuali e sociali.

Mi lascia perdere e se ne va.”

Mamai si convince che non è più il caso di affliggersi e condannarsi per le sue trasgressioni erotiche e sessuali, per le relazioni del suo tipo, per i rapporti sensuali e sessuali, per le colpe reali e presunte. Mamai prende consapevolezza della quasi necessità evolutiva di vivere un patrimonio di trasgressioni compatibile con la sua formazione e in particolare con il suo essere femminile e la sua natura di donna per il fine di maturare anche e soprattutto la sua conflittualità con la figura paterna, la sua “posizione edipica”. Mamai esalta le doti del suo “Io” e rimette la bilancia psichica in equilibrio. In sostanza si è assolta attraverso il meccanismo di difesa della “razionalizzazione” ed è pronta a passare ad amare un altro uomo, quello giusto su cui investire la sua “libido genitale” e non uno su cui scaricare le sue pregresse psichiche pendenze. Ma attenzione, questo discorso vale per il momento in questione, perché la storia e la psicodinamica non si è ancora conclusa. Ogni male non viene per nuocere.

La simbologia si attesta nella tolleranza e caduta di rigore dell’istanza psichica censoria e morale del “Super-Io” in “mi lascia perdere e se ne va”.

Io esco e mi aspettano i carabinieri. Mi dicono che da mesi indagano sull’omicidio, ma che non avevano mai sospettato del suo titolare. Pensavano a qualche pista passionale e mi dicono che hanno scoperto che Giogiò aveva amanti ovunque. Una fissa a Torino.”

Come volevasi dimostrare. Il “capo” lascia il posto ai “carabinieri” e sempre di “Super-Io” si tratta, sempre di agenti punitivi della colpa e di funzionari della legalità stiamo parlando. Se il capo mafia incarnava un “Super-Io” drastico e violento in un ambito truffaldino, i “carabinieri” rappresentano la legalità sociale e l’ordine costituito, la benemerita Arma fedele nei secoli e oggetto di tante immeritate ilarità per il suo carico di cultura popolare. In sostanza, Mamai si autoaccusa nell’istanza “Super-Io”, il “titolare”, attraverso la nuova forma e versione legale e conforta la sua scelta di essersi liberata di Giogiò addossandogli un’ulteriore dose di trasgressione nei tradimenti in quel di Torino, ma anche in quel del Piemonte, del Lombardo Veneto e dell’Ovunque. Mamai si sta dicendo che è stata una donna procace e seduttrice e che aveva costruito una rete di uomini da amare come una vera agenzia di viaggi o una catena di supermercati. L’esame di coscienza Mamai lo fa seriamente e veramente scoprendo tutti i suoi altarini diffusi in tante chiese e non soltanto nella cupola mafiosa. La “pista passionale” risponde alla voce professione nella carta d’identità della giovane Mamai. Insomma la protagonista ha fatto le sue esperienze di crescita e ne è parzialmente orgogliosa ed è doverosamente consapevole di aver ecceduto in qualche fascia della sua prima giovinezza quando le urgenze affettive e le emergenze sessuali si mescolavano nel calderone di un corpo in evoluzione psico-ormonale.

I simboli dicono che “io esco” significa io risolvo, “mi aspettano i carabinieri” significa io penavo di aver risolto ma sono incorsa in un’altra condanna magari legittima e maggiormente consapevole, “da mesi indagano sull’omicidio” significa che da tempo razionalizzavo le mie esperienze e riflettevo su come risolverle, “non avevano sospettato del suo titolare” significa che Mamai non era appieno consapevole del come procedere nel giudizio su se stessa e sul suo contestato operato, “pensavano a qualche pista passionale” equivale a dire mi assolvevo adducendo le sensazioni e i sentimenti, “mi dicono che avevano scoperto che Giogiò aveva amanti dappertutto” significa che sono cosciente delle mie tante trasgressioni.

E “una fissa a Torino” cosa vuol dire?

Significa che Mamai di tutte queste battaglie e schermaglie privilegia la prima, quella “edipica”, quella che riguarda lei bambina e il padre.

I carabinieri mi fanno vedere una foto dell’appartamento di Torino e vedo che ci sono macchie secche bianche sui mobili in cucina. Mi dicono che pensavano fosse cocaina, ma invece erano sputi secchi di acqua e sale, tipo un gioco di bambini.”

E proprio l’appartamento di Torino, la madre di tutte le guerre e di tutte le trasgressioni, a essere inquisito. Mamai rievoca i suoi vissuti edipici e tra gli affetti reperisce le tracce affettive della sua infanzia e adolescenza: “le macchie secche bianche sui mobili in cucina”. Si tratta di affetti e desideri, di pulsioni e bisogni dettati da spinte ormonali intese alla variazione dello stato di coscienza, la “cocaina” o “l’ormonella”. Mamai ricorda che la sua infanzia è stata costellata da pulsioni erotiche e sessuali che adesso la donna individua nei resti delle secrezioni essiccate sulle lenzuola o sugli indumenti intimi. Tra i giochi di bambini esiste una vasta gamma di fantasie e di operazioni erotiche che Mamai raffigura in maniera egregia. Le traccie ormonali sono evidenti nel contesto onirico che si sta esaurendo senza nulla risparmiare ai particolari intimi che hanno costellato le esperienze e i viaggi della “libido” di Mamai bambina, adolescente e giovane donna. Tutto il pacchetto è ben servito al prezzo di essere ben razionalizzato e tolto dalla mani severe del “Super-Io” per non incorrere in condanne e in espiazioni di colpe che immancabilmente avrebbero compromesso la funzione sessuale.

I simboli li ho già spiegati. Non mi resta che procedere nel gran finale.

La cosa non mi turba. In cuor mio so che sono stata speciale e unica per lui. Mi ritrovo triste a casa, depressa e in lutto per la sua perdita. Mi sento tanto triste che devo raccontare la nostra storia a mia cugina.”

Avete visto che si trattava del padre!

Come interpretereste voi “In cuor mio so che sono stata speciale e unica per lui”?

Mamai ha avuto una storia di qualità edipica con Giogiò, un uomo su cui aveva investito quella “libido” a suo tempo vissuta nei riguardi della figura paterna. Mamai si è collocata con Giogiò come quella figlia bambina che aveva un rapporto speciale con il padre, che desiderava il padre come l’uomo del cuore e del corpo. La “razionalizzazione” del trambusto “edipico” è stata portata avanti ed effettuata in gran parte, così come il “riconoscimento” psichico del padre. Adesso non resta che il dolore della perdita di quel mondo incantato, un dolore ampiamente compensato dall’autonomia psicofisica di scegliere e di godere. Mamai non avrà più bisogno di Giogiò, di “mammasantissime” e di carabinieri. Le sue prime voglie sono state appagate e vissute in maniera traslata. Il primo amore è stato la realizzazione di quello che aveva immaginato da bambina e il cerchio si può chiudere qui, magari con l’aiuto di uno psicoanalista che è ben visibile nella figura della cugina a cui deve raccontare la sua storia per non incorrere nelle drastiche censure del “Super-Io” e per non danneggiasi con l’espiazione spietata dei sensi di colpa legati al non aver ottemperato al “comandamento” di non desiderare l’uomo di altre e di non aver onorato il padre. Mamai esagera con le parole e le autodiagnosi intorno alla depressione. E’ doloroso aver perso il padre edipico, ma è gioioso aver trovato il padre giusto e gustare l’autonomia psicofisica. Mamai adesso può innamorarsi ed amare senza il condizionamento dei poderosi “fantasmi edipici”, quelli che da bambina elaborava con le stimmate della realtà e che era intenzionata a vivere in tutto e per tutto. Dopo aver concretamente vissuto grazie a Giogiò le sue fantasie erotiche e sessuali, Mamai non perde alcunché, ma evolve il suo “status” psichico. Dalla “posizione psichica edipica” Mamai è passata alla “posizione psichica genitale” senza nulla togliere e senza nulla perdere in riguardo al suo corredo psichico evolutivo. Il quadro adesso ha bisogno di una buona integrazione e razionalizzazione, per cui ben venga qualsiasi cugina e magari con una formazione psicoanalitica che può ben valutare il travaglio intenso vissuto con il padre e con Giogiò, l’uomo edipico che sarà abbandonato al suo destino inconsapevole di strumento di crescita e che magari è cresciuto anche lui riformulando la sua “edipicità”. Il padre e la madre non si sposano, ma le fantasie su di loro si realizzano e si superano. Il ristagno nella “posizione edipica” impedisce l’avvento della “genitalità”, per cui la “relazione edipica” è destinata a fallire perché ha un termine temporale e un appagamento da dipendenza e, quando il romanzo è stato tutto riletto, la storia è finita e speriamo che nel frattempo non siano nati figli.

PSICODINAMICA

Il sogno di Mamai sviluppa la psicodinamica “edipica” all’interno di una originale cornice culturale mafiosa: la “traslazione” delle fantasie in riguardo al padre nella figura ineffabile di un colorato e portentoso amante. La trama del sogno non trascura alcunché della corretta e naturale evoluzione psicofisica che la figlia ha vissuto e rivive. Dall’attrazione alla seduzione, dal coinvolgimento erotico e sessuale all’orgasmo, dal senso di colpa all’espiazione, dal ripristino dell’equilibrio turbato al riconoscimento del padre per concludersi nella benefica “razionalizzazione” della perdita edipica, il sogno di Mamai si snoda nel turbamento composto e nella deliberazione intelligente denotando una buona “coscienza di sé”. Del resto, per fare un sogno di queste dimensioni e di questo colore, Mamai deve aver tanto lavorato su se stessa e sulla storia dei suoi vissuti. Per essere padrona in casa sua e per affrontare e umiliare il capo dei capi senza fare una piega, Mamai ne ha fatto di strada.

PUNTI CARDINE

Il punto cardine per eccellenza è il seguente: “La cosa non mi turba. In cuor mio so che sono stata speciale e unica per lui.” Questo capoverso finale rivela il basamento “edipico” della psicodinamica di Mamai, ma non sono da meno “Giogiò è stato assassinato” e “mi dicono che sono i testicoli e il pene di Giogiò e che li devo mangiare.” e “Allora capisco che sanno tutto di noi. Scappo e mi inseguono, mi nascondo in un negozio di parrucchiera”

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Mamai è stata letta da un uomo e da una donna che hanno voluto conservare l’anonimato.

Lei

Lei che è siciliano ha mai visto i mafiosi?

Io

Ricordo di aver visto in un bar nel 1964 e alle cinque del mattino in quel di Pachino un uomo di cinquant’anni particolarmente elegante con tanto di vestito all’americana e scarpe di pelle di coccodrillo. Era il mese di settembre, il tempo della vendemmia di uve particolarmente pregiate e forti. Aveva ordinato una birra e parlava in lingua italiana con la cadenza dialettale palermitana. Aveva un seguito, ma in quel momento era solo e si vantava di avere tanti amici. Io facevo colazione con il cappuccino e il cannolo di ricotta appositamente riempito con canditi e perle di cioccolato. Ricordo che ero in procinto di andare in barca per la pesca a traino tra Pachino e Portopalo di Capo Passero. Non è finita. Ho conosciuto un siciliano in soggiorno obbligato nel Veneto. Era l’anno 1973. Vestiva in maniera ricercata e ostentava un portafoglio stracolmo di bigliettoni delle vecchie lire. Parlava in italiano con l’accento siciliano e aveva una precisa etica fatta di cortesia e di solidarietà. Queste sono le mie dirette esperienze. Nel frattempo ho conosciuto tanti delinquenti e mascalzoni, ma non avevano niente a che fare con questi discutibili e inquietanti personaggi.

Lui

Cosa pensa degli scritti di Andrea Camilleri?

Io

Ho citato Camilleri e tanti scrittori siciliani per sostenere la tematica e la coreografia del sogno di Mamai. Camilleri ha avuto la grande fortuna di avere avuto una famiglia, nonni e genitori in particolare, che faceva della parola e del racconto un’arte di comunicazione. L’adulto Camilleri è partito da questi temi etnici per costruire i suoi romanzi e le sue migliori opere, quelle che hanno una particolare eco popolare e che nascono dai ricordi del tempo antico in cui la Sicilia si faceva onore nel bene e nel male con i suoi personaggi e le sue filosofie di vita e di morte. Questa è la produzione letteraria che prediligo. Il resto è richiesto dal mercato televisivo ed è scritto insieme a sceneggiatori che non hanno radici in quel di Porto Empedocle e dintorni, i luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza di Camilleri.

Lei

Mi spiega la parola “mafia”?

Io

L’etimologia è contrastata e oscilla tra l’arabo e il francese, tra il toscano e il piemontese. I significati sono anch’essi in opposizione e oscillano tra lo spavaldo, il vanaglorioso, l’elegante, il bello, il coraggioso, il forte e il volgare, il delinquente, il prevaricatore, il violento, il criminale. In ogni caso prevale la distinzione dalla massa e l’identità psichica e sociale.

Lui

Quale origine ha la mafia secondo lei?

Io

Mi piace pensare che sia originata dalla società segreta dei “Beati Paoli” e dal Mutuo soccorso popolare nella Sicilia borbonica sin dal Settecento. Per il resto confermo che è una Cultura del Sangue originata dall’archetipo Madre che mantiene in essere gli opposti di Vita e di Morte con tutto il corredo umano e sociale che comporta nel Bene e nel Male. Nel tempo storico e nelle circostanze politiche questa Cultura si è offerta alla prostituta di turno adattandosi come un camaleonte specialmente alle esigenze del Capitalismo.

Lui

Cosa pensa del bandito Salvatore Giuliano e dei vari killer delle varie stragi consumate in Italia fino ai nostri giorni?

Io

Salvatore Giuliano era un povero ignorante che nel banditismo ha trovato la sua personale vocazione. E’ passato alla storia per la strage dei braccianti agricoli a Portella della Ginestra del primo maggio del 1947 e per i contatti avuti con alcuni ufficiali americani per una separazione della Sicilia dalla Repubblica italiana e un’adesione alle stelle della bandiera americana. Aveva valori primari e ferini, come quelli che sono venuti dopo. Sulla questione dei rapporti della Mafia con pezzi deviati dello Stato sin dagli anni settanta, ricordo soltanto che Falcone e Borsellino sono emblemi di chiara estrazione sicula assieme ai tanti martiri servitori di uno Stato ingrato che non li tutelava abbastanza dalla criminalità organizzata, più che dalla Mafia.

Lei

Mi spiega i riti magici che lei ha definito oro-incorporativi?

Io

Un principio fondamentale della Magia è da sempre, nei secoli dei secoli, l’assimilazione: se mangi di quello, diventerai come quello. La pozione è la dose che permette di incorporare il potere ricercato e di realizzare il fine voluto. L’assunzione avviene prevalentemente per bocca, ma può anche avvenire per irraggiamento o per contatto. E’ necessario il “mago” per caricare la sostanza di potere e per convogliare sull’oggetto l’energia della Natura. Ricordo che il pensiero magico del bambino si basa sullo stesso principio e usa lo stesso meccanismo di difesa dall’angoscia. Freud raccontava di aver visto spesso la nipotina di due anni che, ogni volta che la madre si assentava, andava a prendere il rocchetto del filo da cucire e lo lanciava sotto l’armadio dicendo “non c’è” e poi lo tirava fuori dicendo “adesso c’è”. Esorcizzava magicamente la sua angoscia di abbandono e di morte. Il pensiero magico e la Magia hanno origine nei primordi dell’umanità e sopravvivono semplicemente perché sono la traduzione nella realtà, il rito, dei meccanismi psichici di difesa dall’angoscia di perdita depressiva. I più importanti sono “l’annullamento” e lo “spostamento”. Il primo converte l’angoscia nella modalità accettabile di un rito, il secondo crea un feticcio proprio spostando l’angoscia da un oggetto a un altro. Molti culti e riti religiosi sono basati su questi meccanismi psichici e sui principi umanissimi e naturali della Magia.

Lui

Perché dovremmo leggere “Totem e tabù” di Freud?

Io

Per capire concretamente questi concetti e per essere consapevoli di cosa inneschiamo ogni volta che ci troviamo in circostanze di assoluta normalità come in un supermercato o in una piazza davanti a un manifesto o in una chiesa. Il “totem” esiste per giustificare magicamente il tabù, il divieto. Si arriva prima a vietare qualsiasi azione con il totem rispetto alla spiegazione e alla presa di coscienza. Comunque, se leggi il libro di Freud, capirai di più te stesso e il mondo che ti circonda, ma soprattutto eviterai di leggere i libri che quotidianamente ti propinano in qualsiasi programma televisivo.

Lei

Cosa mi dice dei riti dionisiaci in riferimento alla trama del sogno di Mamai?

Io

Il rito dionisiaco nell’antica Grecia era una psicodinamica di gruppo che consentiva alla gente di variare lo stato di coscienza con l’ausilio del vino e della danza in rievocazione del dio Dioniso che era rappresentato da un capretto. Quest’ultimo nel corso del rito veniva ucciso e sbranato: incorporazione per bocca del dio traslato nel povero animale. Lo stato di coscienza vigilante veniva ridotto fino ad arrivare alla pura espressione neurovegetativa dando sfogo agli istinti primari e alle pulsioni sfrenate. La sessualità rientrava in questa provocazione e l’orgasmo coronava l’orgia collettiva. Prima che Nietzsche individuasse in questi riti l’origine della tragedia, il culto di Dioniso serviva alla gente per esaltare il corpo e i suoi diritti fino ad arrivare all’estasi, all’esaltazione dei sensi. Mamai sogna i suoi orgasmi negli incontri ravvicinati e del suo tipo con il suo Giogiò vivo.

Lui

Il complesso di Edipo non si realizza perché è un inganno che porta a un fallimento della coppia?

Io

Il “primo amore” investe il genitore del sesso opposto, avviene nell’infanzia e si rafforza nell’adolescenza. La “libido edipica” si manifesta come amore o come odio e la “posizione psichica” corrispondente porta i figli a elaborare un cumulo di fantasie e di desideri funzionali alla loro evoluzione psichica. Codesta “posizione” si supera attraverso la “razionalizzazione” e la consapevolezza dell’impossibilità di tale unione e consente l’identificazione e l’identità psichiche: si nasce maschi e femmine, ma si diventa maschi e femmine. La soluzione ottimale è il riconoscimento del padre e della madre e la cessazione della conflittualità e delle ambiguità. In tal modo avviene l’emancipazione dal modello genitoriale e la libera scelta del futuro partner. Il mancato riconoscimento porta a cercare il padre o la madre nell’uomo o nella donna che prima o poi si sceglie. Realizzati i desideri e le fantasie in riguardo al primo amore, la relazione cessa per esaurimento e incapacità di formulare nuovi progetti e liberi intenti. Questo processo è ben visibile nella psicodinamica del sogno di Mamai. L’uomo edipico e la donna edipica incorrono in un fallimento della relazione di coppia semplicemente perché vanno avanti con le loro tangenti fino all’esaurimento della “libido”. Giogiò era un amore edipico per Mamai e può morire insieme alla relazione gratificante. Adesso Mamai è pronta per un investimento libero e creativo.

Lei

Mi può dire quali “meccanismi psichici di difesa” usano le donne per assolvere i loro tradimenti sessuali?

Io

Non soltanto le donne, ma anche i maschi usano gli stessi meccanismi. Sono strumenti difensivi universali nelle culture monogame. Nelle culture poligame vigono lo stesso ma con qualche variante. La “razionalizzazione” consente di giustificare, la “compartimentalizzazione” si attesta nel relegare il fatto a una parte della vita e della persona, la “legittimazione” permette la giustificazione della colpa, la “assoluzione” si serve della svalutazione della propria persona.

Lei

Mi faccia degli esempi.

Io

Un esempio al femminile esige che la donna sia consapevole della sua colpa, la riservi alla sua vita privata con il famigerato “sono fatti miei”, la ritenga giusta perché il suo uomo la maltratta, si assolva condannandosi e definendosi una persona poco per bene.

Lui

E della trilogia filmistica del “Padrino” di Coppola cosa mi dice?

Io

Mario Puzo ha scritto della Mafia americana meglio di un siciliano di Palermo o di Corleone. Coppola ha riprodotto la sceneggiatura in maniera realistica. Il migliore è il primo film, quello dedicato a don Vito Corleone. Gli altri sono buoni, ma risentono di una pressione del mercato e dell’industria, come i lavori di Camilleri. Quelli liberamente sentiti sono venuti fuori veramente bene, gli altri sono funzionali al dio quattrino.

Lui

Mi dica i titoli a cui si riferisce.

Io

“Il cane di terracotta” e “La forma dell’acqua”, per quanto riguarda il filone del “Commissario Montalbano”. Delle altre opere degne di nota sono “Il birraio di Preston” e “Il gioco della mosca”. Aggiungo che Camilleri ha tradotto in lingua italiana il dialetto di Agrigento nei costrutti e nelle semansi. Non è poco.

Lei

Mi dice qualcosa di Medea?

Io

Mi tocchi sulla carne viva. Sono nato e cresciuto a Siracusa e il teatro greco era ogni due anni la scena delle tragedie greche. La rappresentazione di Medea, interpretata dalla bravissima e bellissima Ilaria Occhini, mi affascinava tantissimo proprio per la sua enigmatica figura. Se io dovessi spiegare agli psicologi il “fantasma femminile” ricorrerei a Medea perché contiene la “parte positiva” e la “parte negativa” in maniera evidente: la donna madre e la donna maga, la donna che ama e la donna che uccide, la donna che seduce e la donna che annienta. Medea coniugava la ragione e il furore, la deliberazione e la passione, la scelta e il desiderio, la verginità e la maternità, l’essere amorevole con l’essere cruenta. Di Medea hanno scritto Apollonio di Rodi, Diodoro siculo, Euripide, Ovidio e Draconzio. Ognuno ha dato il suo ritratto aggiungendo e togliendo tratti e fatti.

Lei

Il “tempo fuori” non ha sfiorato minimamente il carico di bellezza rimasto tra le maglie del “tempo dentro”. Le faccio i complimenti per questa importante sintesi, ma in ultimo le chiedo cosa intendeva dire nella conclusione dell’interpretazione del sogno di Mamai?

Io

Le coppie edipiche, quelle che sono destinate a finire dopo la realizzazione traslata delle fantasie e dei desideri, quelle che a un certo punto della convivenza si trovano senza poter nulla dare e nulla inventare, quelle che si trovano nell’impossibilità di investire “libido genitale” per immaturità evolutiva, ebbene, queste coppie spesso hanno messo al mondo dei figli. Consegue che il trauma della separazione coinvolge direttamente anche la formazione psicologica di questa parte delicata e indifesa della famiglia.

Dopo questa raffica di domande mi sento spolpato all’osso e felice di essere ancora vivo sotto un ulivo secolare della mia Sicilia. In degna conclusione del sogno di Mamai scelgo la scena iniziale della prima parte del “Padrino” a testimonianza del mutuo soccorso, del rapporto personale, della sostituzione allo Stato da parte dell’organizzazione criminale, dei valori e dei disvalori che la contraddistingue.

L’AEREO TUTTO MATTO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Una settimana fa ho fatto questo sogno che mi è rimasto impresso e ho deciso di raccontarlo sperando di averne un’interpretazione che mi possa alleggerire l’inquietudine che mi ha lasciato.

Ero in una città straniera, forse sud America, con mia moglie e mio figlio, che nel sogno ha l’età della realtà, 24 anni.

Dobbiamo prendere l’aereo per il ritorno.

Questo sogno è pieno di tunnel e gallerie. Il primo tunnel è trasparente, mio figlio lo attraversa ballando, ma quando esce è visibilmente drogato (qui la droga sembra libera, a disposizione).

Saliamo sull’aereo, io solo a fianco del pilota, ma non c’è una cabina di pilotaggio, né il secondo pilota.

Mia moglie e mio figlio sono seduti dietro qualche posto, come in corriera.

L’aereo inizia un percorso pazzesco, infila una galleria dove passa a stento, poi uno scivolo con acqua ma non decolla, continua fino ad un hangar dove io, non so per quale motivo, scendo e quando faccio per risalire l’aereo è decollato.

Un uomo che mi sembra un ufficiale mi dice di aspettare l’aereo alla tabaccheria che si trova a 10 minuti in fondo al corridoio.

Una rivenditrice di giornali mi dice che in realtà sono 20 minuti.

Mi sveglio.”

Peter

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno è da sempre, più che inquieto, inquietante perché non si comanda e non si può giostrare a piacimento in riguardo ai contenuti. Lo subiamo e temiamo che sia foriero di chissà quali ambigui messaggi. Nel tempo matura una larvata idea che si possa trattare di materiale psichico personale e allora aumentano le “resistenze” a voler conoscerne il vero significato.

Tutti vogliono “sapere di sé” o tutti non vogliono “sapere di sé”?

In questi dubbi amletici ci sostiene la simbologia che ci consente di non capire il vero significato del sogno, per cui spesso lo liquidiamo con la famigerata frase “chissà cosa voleva dire”. E chiaro che ci siamo imbattuti nelle nostre “resistenze”.

Cos’è la “resistenza”?

Trattasi di una difesa dell’Io intenzionata a impedire la consapevolezza del materiale psichico rimosso. Così disse Freud dopo la cosiddetta scoperta dell’Inconscio, dopo il ritrovamento di questa dimensione psichica dove andavano a finire e si sedimentavano tutti i vissuti ingestibili dalla Coscienza a causa del loro carico di angoscia. Freud era partito dalla pratica occasionale e fortuita dello stato ipnotico e con la paziente di Breuer, Anna O. e al secolo Bertha Papphenaim. Si era accorto che Anna o Bertha andava in uno stato di “trance” e ricordava esperienze dell’infanzia che la vedevano al fianco e in accudimento del padre malato. E dopo queste “abreazioni”, scariche nervose associate alla verbalizzazione del ricordo, Bertha stava bene. Questa fenomenologia e questa psicodinamica si esplicano anche nella veglia, ma sono contenute da un meccanismo di difesa dell’Io vigilante e cosciente che Freud chiamò “rimozione”. Per continuare a vivere ogni uomo non può sostenere il materiale psichico con tutto il suo carico emotivo, per cui naturalmente accantona e dimentica formando la dimensione psichica “Inconscio” che tanto inconscia non è semplicemente perché può essere ricordata dietro a stimoli e a pressioni. Siamo alla fine dell’Ottocento.

Insisto: che cos’è la “resistenza”?

Sir Fancis Bacon, agli inizi del Seicento e nell’intento di fornire all’Occidente una metodologia alla ricerca scientifica, professò in primo luogo l’assoluto bisogno di sgombrare la “Mente” umana dagli errori, dalle abitudini, dai condizionamenti, dalle illusioni, da quelle che definì “eidola”. Nel “Novum organon” ingiunse all’uomo occidentale di liberarsi dagli “idola tribus”, dagli “idola specus”, dagli “idola fori” e dagli “idola teatri” al fine di procedere, dopo la pulizia psichica e mentale, al procedimento scientifico basato sul processo logico dell’aristotelica “induzione”, “passaggio dal particolare all’universale”, l’opposto della “deduzione”, “passaggio dall’universale al particolare” per l’appunto. Cominciamo dagli errori della “tribù umana”, gli idoli psicologici e metodologici, passiamo agli errori legati alla “spelonca” di Platone, gli idoli delle sensazioni e delle percezioni, procediamo con gli errori del “foro”, gli idoli prodotti dalle relazioni e dalle comunicazioni umane, concludiamo con gli errori del “teatro”, gli idoli insiti nei sistemi filosofici. Questo è il sistema delle “resistenze” che impedisce l’avvento della verità secondo Francesco Bacone, una vera “piazza pulita” dei condizionamenti psico-culturali e delle metodologie religiose e filosofiche sedimentate nel corso dei millenni. Bisogna far “tabula rasa” per cominciare a costruire le verità scientifiche, quelle veramente oggettive e sperimentabili. Non è poco, se ci pensate, quello che che propone un uomo del Seicento per cominciare a costruire un “Uomo Nuovo” come il suo “Organon”, lo strumento antropologico. L’esigenza alla “catarsi” dagli errori e dalle false immagini sull’Uomo e sulla Realtà è stata sempre viva e regolarmente uccisa dalle strutture imperanti, il famigerato Potere.

E cosa si può dire in conclusione di quell’uomo che non scrisse nulla e che tutto lasciò dire ai suoi discepoli?

Sul problema delle “resistenze” Socrate ebbe da dire e da proporre in contrapposizione ai suoi colleghi Sofisti. La teoria orale coincide con la metodologia praticata: la “ironia”, la perdita progressiva delle false verità e convinzioni su se stessi e sulle proprie conoscenze. L’obiettivo del “conosci te stesso” è possibile soltanto con la destrutturazione progressiva dell’uomo, con la messa in discussione degli schemi culturali e la critica dei valori imperanti per procedere alla costruzione di una base umana su cui impiantare l’uomo nuovo, quello che “sa di sé” dopo aver saputo di “non sapere di sé e dell’altro”. La metodologia antropologica socratica è un esempio antico sulla necessità evolutiva di procedere da parte dell’uomo verso la ricerca e la scoperta degli autentici valori etici e sociali nella vera “agorà” e nell’autentica “polis”, città stato. Le “resistenze” sono sempre in agguato per fissare e consolidare le conquiste fatte negando l’essenza evolutiva dei processi psico-bio-culturali.

In tanta compagnia sta bene anche Epicuro con il suo lapidario tetra-farmaco per raggiungere l’ataraxia: bisogna liberarsi dell’angoscia che nasce dal pensiero degli dei, dal pensiero della morte, dai desideri eccessivi, dagli ideali politici. La Religione, la Psicologia, l’Etica e la Politica di vecchio stampo lasciavano il posto alla costruzione dell’uomo a-tarattico, privo di inutili angosce semplicemente perché aveva razionalizzato il suo quadro esistenziale e la sua collocazione nella Realtà.

Adesso tutto quello che ho detto adattatelo ai tempi attuali e “occhio ai dissennatori e ai dissennati”, mediatici e non.

E dopo Carosello tutti a nanna, come una volta!

Arriviamo e serviamo il sogno di Peter: un uomo separato rievoca la moglie possessiva e il figlio in piena crisi nascondendo tra le pieghe della moglie la propria madre, la figura da cui non ha saputo emanciparsi, una madre fagocitante o assente, in ogni caso una madre critica nell’abbondanza e nella penuria. Quest’uomo, divorato dal problema con la madre e con la moglie, non ha saputo collocarsi in maniera adeguata ed efficace nei riguardi del figlio e lo ha abbandonato all’alleanza conflittuale con la madre. Resta nel quadro un uomo solo che non riesce a realizzare ciò che desidera e di cui ha bisogno, un legame affettivo corretto e utile. Il prosieguo sarà di aiuto e supporto a quanto drasticamente affermato. Si sa che i sogni non te le mandano a dire le loro verità e, allora, non resta che far tesoro di questi salvifici e diretti messaggi.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Ero in una città straniera, forse sud America, con mia moglie e mio figlio, che nel sogno ha l’età della realtà, 24 anni.”

Peter esordisce alla Camus, da “straniero” in casa sua e in special modo da estraneo nelle relazioni importanti e significative con la moglie e con il figlio ormai adulto. Peter ha qualche conto sospeso con queste due figure che, a giusto titolo, possiamo definire inquiete e inquietanti nei suoi vissuti. Il prosieguo del sogno darà il giusto conforto a questo disagio psichico ed esistenziale di Peter. Del resto, chissà quante volte un marito e un padre si è trovato in conflitto con la moglie e con il figlio. Importante è venirne fuori al meglio possibile nelle condizioni date e, come sempre, la “coscienza di sé”, non dico che aiuta, è indispensabile.

I simboli dicono che la “città straniera” rappresenta la parte psico-relazionale non condivisa e poco assimilata, il “sud America” nasconde la vitalità esotica e trasgressiva, “mia moglie” e “mio figlio” sono gli oggetti conflittuali d’investimento, “l’età della realtà” dimostra che il contrasto è ancora in atto.

Dobbiamo prendere l’aereo per il ritorno.”

La figura privilegiata e protagonista del conflitto di Peter è la figura femminile nella duplice versione di madre e di moglie. “L’aereo” è una chiara simbologia della figura materna nella valenza “fagocitatrice”, una donna oltremodo affermativa nel suo essere protettiva e nel destare sensi di colpa proprio per il fatto che, a modo suo, è di essenziale aiuto ai familiari. Questa è una madre di cui i figli hanno bisogno da piccoli perché risolve tanti problemi ed è anche una donna che spesso prende il posto del marito assente. Insomma, questo “aereo” è da prendere soltanto se necessario semplicemente perché condensa la “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella possessiva e colpevolizzante, quella che crea dipendenze psicofisiche senza fine e al solo fine di appagare il suo esasperato narcisismo. Eppure l’importanza della madre in questo contesto è fuori discussione, sia nel viaggio di andata e sia nel viaggio di “ritorno”, sia nel fare e sia nel riflettere sul fatto compiuto e anche con una vena di nostalgia. La madre possessiva fa sempre le cose a puntino e al completo, non lascia mai niente al caso e tutto prevede anche per controllare i suoi “fantasmi” persecutori. E’ come il Principe del Machiavelli che nel buon governo e nella tirannia deve sempre prevedere l’imprevedibile.

Questo sogno è pieno di tunnel e gallerie. Il primo tunnel è trasparente, mio figlio lo attraversa ballando, ma quando esce è visibilmente drogato (qui la droga sembra libera, a disposizione).”

Nella sua psicodinamica con la moglie e con il figlio Peter riflette e rievoca i suoi “tunnel” e le sue “gallerie”, le sue costrizioni profonde e i suoi obblighi sociali, i suoi vissuti intimi e le sue emozioni non adeguatamente riconosciute, il suo mondo interiore ricco di contrasti e di conflitti a cui non ha saputo dare piena consapevolezza. Eppure Peter sa dell’esperienza profonda e coatta del figlio, il bisogno impellente a variare lo stato di coscienza e a far uso di sostanze stupefacenti. In ogni caso, questo figlio, che padre e madre non a caso accompagnano in tanta malora sudamericana, accusa qualche trauma psichico e non sta per niente bene, almeno nel vissuto paterno. Nello specifico Peter ritiene che il figlio sia vittima consapevole della madre, “trasparente”, e che abbia riconosciuto la sua dipendenza da cotanta figura senza riuscire a venir fuori dal “tunnel” della droga: esce ballando dal tunnel, un chiaro simbolo del cordone ombelicale materno. La droga è la chiara “traslazione” della figura materna, uno “spostamento” della dipendenza dalla madre alla sostanza. Tutto questo trambusto psicofisico avviene sempre secondo la buona novella onirica di Peter.

La simbologia esige che “ballando” si traduca in una disinibizione psicomotoria e in una espressione linguistica del corpo, “trasparente” in lucida consapevolezza e sindrome di convenienza, il “tunnel” in legame materno, la “droga” in variazione dello stato di coscienza inteso alle sfere subliminali.

Saliamo sull’aereo, io solo a fianco del pilota, ma non c’è una cabina di pilotaggio, néil secondo pilota.”

Anche Peter ha bisogno di salire nell’aereo, anche Peter non ha risolto del tutto la dipendenza da sua madre, dalla figura materna oltremodo protettiva e colpevolizzante, il suo “aereo” di origine. Anche Peter non ha scelto a caso questo tipo di donna come moglie. Peter ha ripetuto lo schema familiare e da una “madre” possessiva è passato a una “donna” possessiva da prendere in “moglie” e da farci famiglia. La questione psicofisica del figlio nella sua criticità viene totalmente presa in carico dalla madre. Trattasi di un costume familiare molto diffuso: il marito e il padre godono di un potere effimero, nonostante le apparenze ufficiali e sociali. Il quadro dice che in questa famiglia, perché di questo si tratta quando è presente la triade “madre-padre-figlio”, vige un profondo matriarcato, vige la “legge del sangue”: la “donna-madre” è al potere al di là della sua invisibilità e della sua visibilità. Tutti sono sull’aereo e dipendono dalla “moglie-madre”. Peter, nonostante il tentativo di raddoppiarsi nel pilota, non ha la cabina di regia e, quindi, non può occuparla, e non ha neanche l’ausilio del secondo pilota. Peter è proprio in netta minoranza in questa gestione totale della “moglie-madre”. Si arguisce anche che l’Io di Peter esercita un potere effimero nelle deliberazioni e tanto meno nelle decisioni da prendere nell’ambito della politica familiare. Insomma il potere maschile del padre e del marito è stato completamente assorbito in questa psicodinamica familiare dalla “moglie-madre” e in riguardo a una questione clinica del figlio.

I simboli si traducono in questo modo: “pilota” o gestione razionale dell’istanza psichica Io, “cabina di pilotaggio” o rafforzamento della funzione Io, “secondo pilota” o idem.

Mia moglie e mio figlio sono seduti dietro qualche posto, come in corriera.”

Il meccanismo di difesa della “conversione nell’opposto” si evidenzia immediatamente, a conferma di quanto si diceva in precedenza. Moglie e figlio formano una diade all’interno della Madre e appaiono docili e remissivi: “sono seduti dietro”. Tutto il contrario, ma Peter non può in sogno dirsi la verità e, per continuare a dormire, la camuffa a suo apparente vantaggio: io sono il capo e loro dipendono da me. La corriera è una ulteriore simbologia del potere materno nel suo essere un grande grembo con annesso un apparato sessuale. La divisione e la sperequazione della “madre-figlio” e del “padre-marito” sono oltremodo segnate. Questa determinazione psichica è spesso la causa della rottura dell’unità familiare, così come queste alleanze psichiche, apparentemente naturali, sono motivo di conflitto tra i vari membri della famiglia. La suscettibilità della “legge del sangue” impone il dettame mafioso “o con me o contro di me” senza alcuna possibilità di mediazione come in tutte le dittature sociopolitiche.

L’aereo inizia un percorso pazzesco, infila una galleria dove passa a stento, poi uno scivolo con acqua ma non decolla,”

Ed ecco a voi, signore e signori, lo psicodramma tanto atteso!

Peter vive malissimo la figura della moglie. Questa santa donna ne combina di tutti i colori e ne sa una più del diavolo. A livello di logica concettuale e consequenziale è oltremodo fuori di testa. Si mette in situazioni anguste di sofferenza e si procura emozioni a dir poco negative. Quando si lascia andare non arriva mai al dunque. In ogni caso questa madre è sempre estremamente realista e oggettiva, concreta e pragmatica e non si lascia mai prendere da idee e da ideali, da sublimazioni e da spiritualismi. Questa donna è massiccia e materialista, coatta e azzardata, pratica e pragmatica. Peter non è per niente contento di sua moglie e del suo carattere così affermativo. Non sa che fare con una una donna “fallico-narcisistica”, una donna che concepisce ed esercita il potere nella versione prevaricatrice.

I simboli traducono “percorso” in schema logico, “pazzesco” in ardito e non condivisibile, “galleria” in profondità e oscurità psichiche femminili, “a stento” in costrizione, “scivolo con acqua” in abbandono e lubrificazione sessuale, “non decolla” in non sublima e non si abbandona.

continua fino ad un hangar dove io, non so per quale motivo, scendo e, quando faccio per risalire, l’aereo è decollato.

Peter è colpito dalle stranezze della moglie e sta tessendo l’elogio dei difetti e delle eccentricità di questa donna. Comunica anche che è stato scaricato dalla signora. Peter conclude in gloria, suo malgrado o suo bengrado, la storia matrimoniale e familiare lasciando che la moglie vada per le sue tangenti e rimanendo a piedi dentro un hangar che sembra essere il polo di discordia della coppia e della rottura della famiglia. L’aereo decollato senza il pilota, il copilota e l’assistente rappresentano proprio la simbolica libertà conquistata da Peter nei riguardi della moglie e della madre del figlio ventiquattrenne e con problemi di dipendenza da sostanze.

I simboli dicono che “l’hangar” è la casa dell’aereo, “scendo” è una dissociazione ideologica e un volontario e benefico processo di perdita, “risalire” è un ravvedimento e un ripristino di equilibri turbati, “l’aereo” è la parte negativa del fantasma della madre-donna, “decollato” è la fuga risolutiva più che una “sublimazione di libido”.

I due coniugi hanno attraversato un periodo critico e si sono separati inciampando, come sempre, anche su questioni di divisione di beni materiali. Resta un figlio con il problema psicofisico dell’assunzione di sostanze che non è da poco nella rottura della famiglia.

Un uomo che mi sembra un ufficiale mi dice di aspettare l’aereo alla tabaccheria che si trova a 10 minuti in fondo al corridoio.”

Ecco che interviene il “Super-Io”, l’istanza psichica censoria e limitante, nonché guardiana del “principio del dovere”, nella figura dell’ufficiale, un militare oltremodo preciso e che suggerisce un collegamento con la moglie in un luogo per loro significativo, la “tabaccheria”, là dove simbolicamente si acquista la possibilità di variare lo stato di coscienza, là dove si smercia la sostanza che sbalordisce. Il tempo fissato nei “10 minuti” è generico o è un riscontro personale di cui sa Peter, mentre “in fondo al corridoio” dispone per un’ultima istanza di ritrovamento e di conciliazione.

Il senso del dovere di Peter ha fatto qualcosa per appianare il conflitto delle diversità caratteriali con la moglie e delle strategie nella gestione del figlio e del suo problema. Peter tenta di stabilire degli accordi da cui non derogare. Questo capoverso ricorda quello che solitamente succede nei conflitti di coppia e nelle separazioni a opera del giudice.

Una rivenditrice di giornali mi dice che in realtà sono 20 minuti.”

Il senso del dovere, degnamente rappresentato dalla figura militare dell’ufficiale, ha i suoi tempi. L’Io mediatore e realistico, nonché sociale, ha bisogno di un tempo di attesa più lungo, a conferma che con il dovere ci si impone una soluzione e non si discute, mentre, parlando e deliberando in ambito sociale, i tempi di una possibile riconciliazione si allungano.

I simboli dicono che la “rivenditrice di giornali” è la pubblica opinione, “in realtà” attesta che si tratta del principio omonimo a cui ubbidisce l’istanza psichica razionale “Io”.

A questo punto Peter ha sviluppato in sogno la sua bella psicodinamica di divergenza e di separazione dalla moglie, per cui svegliarsi è anche opportuno.

Questo è quanto si è potuto desumere dal sogno di Peter.

PSICODINAMICA

Il sogno di Peter sviluppa in maniera oltremodo simbolica ed emotivamente pacata la psicodinamica del dissidio di coppia e della rottura dell’unità familiare. Introduce un figlio in crisi di dipendenza e comunque in forte disarmonia psichica come concausa del dissidio che porta alla separazione. Evidenzia nella moglie e nella madre una caratteristica fortemente negativa: la parte possessiva e manipolatrice del “fantasma della madre”, nonché un forte pragmatismo utilitaristico che è in conflitto con l’apparente bonarietà del protagonista.

PUNTI CARDINE

Il sogno di Peter si lascia ben capire e decodificare in “Mia moglie e mio figlio sono seduti dietro qualche posto, come in corriera. L’aereo inizia un percorso pazzesco, infila una galleria dove passa a stento, poi uno scivolo con acqua ma non decolla, continua fino ad un hangar dove io, non so per quale motivo, scendo e quando faccio per risalire l’aereo è decollato.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è già ampiamente detto e soprattutto dello “aereo” come “parte negativa” del “fantasma della madre”. Mi tocca rilevare che questo “fantasma” appartiene a Peter e ha le sue radici nel modo in cui ha vissuto sua madre. Di poi, lo stesso “fantasma” è stato ridestato dal modo di apparire e di comportarsi della moglie con lui e con i figli.

“L’archetipo della Madre” è presente.

Il “fantasma” presente riguarda la “madre” nella “parte negativa”.

Nel sogno di Peter sono presenti le istanze psichiche “Io”, “Es” e “Super-Io”. L’istanza vigilante e razionale “Io” si individua in “pilota” e in “cabina di pilotaggio” e in “secondo pilota”. L’istanza pulsionale “Es”, rappresentazione dell’istinto” si manifesta in “Dobbiamo prendere l’aereo per il ritorno.” e in “tunnel” e in “gallerie” e in “hangar” e in “mai decolla”. L’istanza limitate e censoria “Super-Io” si vede nella figura di “un ufficiale”.

La “posizione psichica genitale” è dominante nel sogno di Peter: “Ero in una città straniera, forse sud America, con mia moglie e mio figlio,” e in “Mia moglie e mio figlio sono seduti dietro qualche posto, come in corriera.”

Il sogno di Peter usa i seguenti “meccanismi psichici di difesa”: la “condensazione” in “aereo” e in “tunnel” e in “galleria” e in “hangar” e in “ufficiale”, lo “spostamento” in “città straniera” e in “ballando” e in “droga” e in “seduti dietro” e in “decollato”, la “conversione nell’opposto” in “sono seduti dietro”, la “figurabilità” in “aereo”, la “drammatizzazione” in “L’aereo inizia un percorso pazzesco, infila una galleria dove passa a stento, poi uno scivolo con acqua ma non decolla, continua fino ad un hangar dove io, non so per quale motivo, scendo e quando faccio per risalire l’aereo è decollato.”

Il “processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” non si evidenzia, mentre la “regressione” appare nei termini richiesti dalla funzione onirica. La “compensazione” non figura.

Il sogno mostra un tratto “orale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”: Peter manifesta problematiche affettive pregresse che ostacolano la sua collocazione in famiglia e i suoi “investimenti di libido”.

Il sogno di Peter forma del seguenti figure retoriche: la “metonimia” o relazione di somiglianza in “aereo” e in “tunnel” e in “galleria” e in “hangar”, la “metonimia” o relazione logica in “ufficiale” e in “decolla” e in “tabaccheria” e in “città straniera” e in “droga” e in “seduti dietro”.

La “diagnosi” dice che Peter presenta lacune conflittuali pregresse nella sua formazione affettiva e che ha ben maturato nella sua “organizzazione psichica reattiva”. Tale corredo e specifiche esigenze “orali” Peter ha portato in carico nella sua vita di coppia e familiare, candidandosi a una figura femminile similare alla figura materna o al suo contrario. La conflittualità affettiva con la madre si è riverberata nella moglie e nella madre di suo figlio, nonché in quest’ultimo in quanto figura in cui ha rivisto parti di sé.

La “prognosi” impone a Peter una proficua psicoterapia al fine di ben razionalizzare la sua formazione affettiva e i tratti caratteristici della sua “organizzazione psichica reattiva”. Nello specifico Peter deve capire quanti “fantasmi” ha proiettato nella donna, nella moglie, nella madre e nel figlio. Di poi, potrà cominciare a riappropriarsi dell’alienato e riprendere le fila della sua vita e delle sue relazioni significative e importanti, “in primis” il figlio e la moglie, “in secundis” le relazioni affettive e sociali. La madre di tutte le guerre psichiche si profila ancora una volta essere la relazione conflittuale con i genitori: “posizione psichica edipica”. Partire da lontano per arrivare vicino è più che mai fondamentale in questo caso.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella “sindrome depressiva” e nell’acuirsi dei “fantasmi di perdita affettiva”. E anche in questo caso sarà importante capire e diagnosticare il tipo di depressione. Il sogno lo individua in uno “stato limite”.

Il “grado di purezza onirica” è “buono” perché il sogno non ha subito contaminazioni logiche e si è mantenuto su piani narrativi comprensibili e altamente simbolici.

La causa scatenante del sogno di Peter, “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta nell’esacerbarsi di una questione familiare o di coppia.

La “qualità onirica” può essere stimata nell’ordine del “surreale”.

Il sogno di Peter può appartenere alla seconda fase del sonno REM alla luce della sua carica emotiva e della sua acrobatica descrizione simbolica.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione della globale “cenestesi”, stasi e movimento: “esce” e “saliamo” e “c’è” e “sono seduti” e “infila” e “scivolo dietro” e “non decolla” e “decollato”.

Il “grado di attendibilità” del sogno di Peter è “buono” alla luce della chiarezza dei simboli e della loro lineare interazione. Il “grado di fallacia” è “minimo”.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Peter è stata letta da un collega, nonché grande amico, di Siracusa. Sono conseguite le seguenti riflessioni.

Collega

Un sogno decisamente importante e delicato. Si presta a una lettura profonda che riguarda l’infanzia, il primo anno di vita direi, di Peter e si presta a una lettura relazionale successiva che riguarda la coppia e la famiglia. Sto sintetizzando a modo mio quello che tu hai scritto. Il bambino Peter ha trasportato i suoi vissuti affettivi e le sue modalità d’amare e d’investire “libido genitale” nella moglie e nel figlio. Dalla madre si è sentito poco o troppo amato, ignorato o divorato. In ogni caso la donna, la moglie e la madre le ha vissute allo stesso modo. Nel sogno la madre si mangia il figlio e il marito, sempre secondo i vissuti di Peter. Due piani e due letture si riconfermano, una antica e l’altra successiva nel tempo. I due piani sono presenti nella psiche di Peter e lo condizionano ancora oggi nella maniera di voler bene e di amare. Ha bisogno di essere affettivamente divorato o ignorato e di collocarsi come figlio, ma cerca anche di essere autonomo e adulto e non sempre ci riesce. Insomma è un sogno ricco di implicazioni e di riferimenti, ma il piano di lettura resta quello iniziale: un bambino e un adulto ai ferri corti con l’affettività. Lo definirei un sogno “orale” più che “genitale” e semplicemente perché riguarda l’infanzia di Peter.

Salvatore

I riferimenti al presente possono essere i problemi del figlio. Ma chi è il figlio di Peter? Peter stesso o suo figlio? Entrambi. Magari il figlio ha avuto problemi di dipendenza, oltretutto legati nella radice alla sfera affettiva e a disturbi della stessa, e da lì Peter è partito per rispolverare i suoi mobili antichi con la formula fenomenale del sogno. Dalla dipendenza affettiva alla dipendenza da sostanze o dal gioco la distanza è breve, molto breve, quasi collima. Non dimentichiamo anche che i problemi seri dei figli, tipo la tossicodipendenza o la disabilità, spesso separano i coniugi, piuttosto che avvicinarli e rafforzarli nel comune impegno di affrontare situazioni delicate e a volte angoscianti.

Collega

La tossicodipendenza è la traslazione di un forte disturbo della sfera affettiva, è un tentativo fai da te di cura, un’auto-terapia, come le soluzioni alcoliche delle depressioni, quando un uomo o una donna ricorrono all’alcool o al vino o ai farmaci per non sentire l’angoscia di morte bussare alla porta. La depressione è la malattia non soltanto filosoficamente mortale, ma è soprattutto il fantasma primario che somatizziamo come prima conoscenza associandolo alla funzione materna del nutrirci. Stiamo parlando di esordio nella vita e non di riflessioni senili o di speculazioni mature. Abbasso i filosofi e viva gli psicologi, anzi e meglio, spazio alle Psicologie filosofiche.

Salvatore

Quando il problema della tossicodipendenza da eroina si presentò negli anni settanta in maniera acerba nel Veneto, le neonate famiglie borghesi si trovarono impreparate a tanta disgrazia sociale e a tanto disagio psichico. Le strutture sociosanitarie erano impreparate all’evento traumatico e i vari preti d’assalto e di cosiddetta “sinistra” più o meno operaia si arruffarono per carpire i milioni messi a disposizione dai ricorrenti governi democristiani & “company”. La vecchia e protettiva famiglia patriarcale si era scrollata di dosso il parassita feudatario di turno e si era smembrata in piccoli gruppi neocapitalisti con tanto di campi da coltivare e di fabbrichette da accudire. I figli non erano più protetti dai nonni e dalla vecchie, dagli zii e dai compari, dal gruppo familiare allargato. Specialmente i disabili in ogni senso furono emarginati e non trovarono una collocazione e un ruolo. Ecco che la famiglia borghese, anteponendo il profitto all’economia psichica, di fronte alla tossicodipendenza dei figli si smembrava e non riusciva a trovare il bandolo della matassa per ricostituirsi in maniera efficace. In quel periodo tanti erano i casi di giovani abbandonati a se stessi e agli effetti letali delle droghe pesantissime perché tagliate in maniera rocambolesca e con tanta fantasia. Quanti morti non riconosciuti dai familiari e quanti funerali evasi anche dalle suore per vergogna! Il sogno di Peter mi ha ricordato quel periodo eroico per tanti aspetti del Veneto, il miracolo del nord-est, e tanto doloroso per le giovani vite perdute nel tunnel della coazione a variare lo stato di coscienza per non cadere nelle spire della depressione. Infatti i giovani coinvolti nella tossicodipendenza erano i più deboli, psicologicamente parlando, ed era facile individuare la famigerata sindrome depressiva nelle loro trame psichiche. Cadevano nell’assunzione di droga i giovani che avevano un tratto o una organizzazione psichica a risonanza depressiva. Se era nevrotica ne uscivano dopo la prima batosta se non incorrevano in una “overdose” per ignoranza. Se erano fondamentalmente depressi non ne venivano fuori perché usavano l’eroina come farmaco antidepressivo che li faceva star bene e così non avvertivano l’angoscia di base. E le famiglie non sapendo che pesci pigliare li lasciavano al loro destino o a qualche comunità di varia natura e di varia cultura. Il novanta per cento sono in cimitero.

Collega

Certamente le varie comunità erano benemerite nell’aiutare alla meglio i giovani dipendenti da sostanze stupefacenti, ma tante erano approssimative. Mancavano la Psicoterapia e la Psicologia. La Psichiatria aveva soltanto strumenti chimici e costrittivi. La Cultura condannava e non capiva. La Religione condannava e si divideva in due. Tornando al sogno di Peter si può affermare senza ombra di dubbio e di smentite che non era semplice e non era indolore. In ogni caso è servito quanto meno a responsabilizzare Peter e indurlo a una sana razionalizzazione per vedere meglio nella sua vita passata e presente per costruirsi un futuro degno di un sano benessere e di un prospero equilibrio.

Salvatore

Aggiungo che, se poi riesce anche a ricucire le relazioni troncate o distorte, avrà fatto, per se stesso in primo luogo, un bel lavoro e un buon cammino.

In conclusione della travagliata interpretazione del sogno di Peter e in sollievo alla delicata psicodinamica propongo l’ironia sorniona sul tema delle difficoltà relazionali e soprattutto delle dinamiche familiari. All’uopo ho scelto la canzone di Stefano Rosso “Una storia disonesta”. Correvano gli anni settanta.

UN FIGLIO DAL PADRE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Questo è un sogno fatto decine di anni fa… forse ero ancora adolescente, ma ancora lo ricordo perché mi turbò molto.

Ero in una piazza e al centro di questa c’era una colonna.

Riesco ad elevarmi da terra così tanto e in modo inspiegabile da riuscire a vedere cosa c’è sopra questa colonna: un essere, a metà tra un feto e un extraterrestre, che sembra morto.

La visione di questo essere mi lasciò molto turbata sia in sogno e sia da sveglia.”

Aliena

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

L’adolescenza è l’età della transizione verso una formazione composta del proprio “Sé”, della propria “organizzazione psichica reattiva”. I contenuti sono stati acquisiti sotto forma di “fantasmi”, di esperienze vissute, di dati psichici, di concetti e la loro riformulazione e il loro riattraversamento si presentano come il compito dell’esistenza. Inizia l’età dello “amor fati”, della prima “coscienza di sé”, delle prime scoperte, delle “prime volte” e delle tante successive “prime volte”. L’identità sessuale è ormai conclamata dopo il gioco delle identificazioni nel padre e nella madre, dopo l’avventura “edipica” che ha portato la bambina e il bambino a vivere la “angoscia di castrazione” in maniera diversa: la prima come un dato fisiologico di fatto e il secondo come la punizione della colpa di aver desiderato la madre.

Il “Tempo” trascorre e si lascia misurare dall’umana Tecnica con orologi solari, orologi meccanici, orologi digitali, orologi atomici, orologi astronomici.

Il “Tempo” trascorre e si lascia misurare nella Natura dalle varie lune, dalle luminose albe, dai portentosi tramonti, dalle ballerine maree, dalle ricorrenti stagioni, dai colori degli alberi, dall’intensità della luce, dall’enigmatico buio.

Il “Tempo” trascorre e si lascia misurare nel Corpo dalla vita, dai ritmi circadiani, dalla biologia endocrina, dalla pubertà, dal menarca, dalla mestruazione, dalla prima eiaculazione, dalla fecondità femminile, dalla gravidanza, dalla pelle liscia, dalle rughe, dal trionfo degli ormoni, dalla menopausa, dalla vecchiaia, dalla morte.

Il “Tempo” trascorre e si lascia misurare nella testa dei Filosofi come creazione, come “tutto scorre”, come “carpe diem”,come principio “a posteriori”, come illusione, come principio “a priori”, come categoria immanente, come categoria trascendentale, come slancio vitale, come “ecoulement”, come breve eternità, come “non so”.

Epperò!

Quanta nostalgia per le clessidre, le meridiane e gli orologi a cucù!

L’adolescenza è “il tempo delle mele” e delle seduzioni, il tempo in cui si esce dall’infanzia e si cominciano a usare le ingannevoli parole. Il Corpo emerge e si impone, ma la Psiche tentenna e rallenta i flussi e riflussi dell’impertinente Tempo e le insolenze della “libido”. Si impara a diventare adulti verso i vent’anni, dopo aver cominciato a essere maschi e femmine tra i dieci e i quattordici anni.

Nel frattempo l’adolescenza è sostenuta dal processo di difesa della “sublimazione” tra una scarica di “ormonella” andata a buon fine e una repressa sull’altare del dovere. E così l’adolescente sogna di volare o di essere talmente pesante da non riuscire a camminare, figuriamoci a correre. Tra il cielo e la terra sono sempre inciampati gli adolescenti che non riescono a trovare la via di mezzo, la giusta altezza su cui librarsi in volo senza farsi male, senza precipitare nei baratri delle colpe istillate ad arte da madri improvvide e da padri osceni, nonché nei “fantasmi” costruttivi delle “castrazioni” e delle “mutilazioni”. Da questi ultimi parte la bambina per crescere nell’adolescenza al femminile, insomma per diventare donna.

Il viaggio tormentato verso la “felicità infelice” dell’adolescenza è costellato di desideri e di rinunce, di polvere e di sangue, di complicità e di divisioni, di prove e di errori.

In questo tormentato viaggio verso l’identità psichica, visto che quella fisiologica è conclamata nel corpo, interviene a soccorso “dell’infelice felice” il “processo di difesa” dall’angoscia della “sublimazione della libido”.

Freud l’aveva individuato e definito “una deflessione di cariche istintuali dagli originari fini sessuali verso altri propositi più nobili e socialmente utili.” L’istinto sessuale cambiava oggetto e fine e trovava una soddisfazione sostitutiva. Le cariche istintuali, in particolare quelle sessuali, nelle vicissitudini del loro percorso potevano essere “desessualizzate” attraverso una serie di compromessi in maniera che la loro originaria connessione con i fini istintuali originari si attenuava al punto di non essere individuata.

La Legge e l’Ordine sono “sublimazioni dell’erotismo anale”. La Cultura sottrae energie sessuali per destinarle a investimenti sociali, per cui la Civilizzazione comporta un grosso sacrificio della sessualità. Nella Civiltà vige il disagio: troppe restrizioni per un uomo anarchico e poligamo. Il Maschile e il Femminile sono il risultato o il precipitato di “sublimazioni” di cariche sessuali e di “formazioni reattive” alla conflittualità con i genitori.

Il complesso di Edipo ha come soluzione ottimale la “sublimazione” dell’amore verso il genitore del sesso opposto e la “formazione reattiva” nei confronti dell’angoscia di punizione da parte del genitore dello stesso sesso proprio identificandosi per paura in lui: identificazione nell’aggressore e alleanza con il nemico.

Questo diceva Freud tra le tante pagine degne di un grafomane che scaricava le sue angosce tra le volute dei sigari olandesi e lo scrivere di tutto e di più.

Il sogno di Aliena ha ispirato queste libere e minime “Considerazioni”. Il resto sarà di comprensione e di approfondimento di un “Sapere”, quello psicoanalitico che si è proposto come un “Sistema” di interpretazione dell’Uomo e del suo Mondo grazie alla sua “epistemologia”, “metodologia” ed “ermeneutica”: principi primi o verità evidenti, discorso sulla procedura scientifica, proprietà e capacità di interpretazione. Chiarisco ancora e meglio: “epistemologia” o discorso su ciò che viene prima, “metodologia” o discorso sul metodo o su come ho condotto la mia mente e la mia ricerca, “ermeneutica” da Ermes, il dio che rivelava agli uomini i messaggi e le volontà degli dei, il messaggero degli dei, quindi la Scienza che interpreta e chiarisce i dati raccolti e inquadrati.

E Sigmund Freud ne fu contento, ma tanto contento anche perché si trovava in compagnia degli altri grandi “sistemisti”: Platone, Aristotele, Hegel, Marx, tutta gente che aveva dato una griglia universale di spiegazione dell’uomo e della sua Realtà. E scusate se è poco.

Il sogno di Aliena poteva titolarsi “Tra un feto e un extraterrestre” riprendendo le parole della protagonista, ma ho preferito “Un figlio dal padre” proprio perché il sogno è un compendio e un’estrema sintesi di teorie fondamentali sulla Psicoanalisi dell’infanzia e dell’adolescenza. Trattati interi di pagine e pagine, oltretutto polverose e pallose, si riducono miracolosamente nell’immagine “sopra questa colonna: un essere, a metà tra un feto e un extraterrestre, che sembra morto.”

Quanta capacità di “figurare” e di “condensare”!

Quante conferme sulla realtà dei “fantasmi” e dei vissuti!

Due letture necessitano a questo prodotto psichico a metà tra grammatica e pratica, tra teoria e realtà, tra pensiero e azione: una da profondo psichico e un’altra da Psicosociologia comprendente alla Max Weber.

La prima dice dell’allucinazione del desiderio di avere un figlio dal padre in riparazione della consapevolezza della reale castrazione e dello “inganno del clitoride”. Al pene, fisiologicamente impossibile, nella bambina consegue la maternità impossibile e la gravidanza impedita semplicemente perché legate alla figura paterna. La bambina è costretta a “sublimare” le forti pulsioni desiderative del ruolo femminile acquisito e della identificazione nella madre. La bambina ha iniziato il tragitto vero la risoluzione della “posizione edipica” e della conflittualità con i genitori. Il desiderio del pene nella bambina si evolve e si trasforma nel desiderio di avere un figlio dal padre. L’avvicinamento al potere della gravidanza è progressivo dopo aver messo le cose al giusto posto. Il passaggio dalla “libido fallico-narcisistica” alla “libido genitale” è iniziato.

La seconda interpretazione, quella di superficie e leggera, la potete leggere cammin facendo. E scusate ancora se è poco.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Questo è un sogno fatto decine di anni fa… forse ero ancora adolescente, ma ancora lo ricordo perché mi turbò molto.”

Aliena ha un sogno ricorrente. Aliena è una donna matura che “regredisce” naturalmente in sogno e si “fissa” nell’adolescenza, approda in una memoria che è rimasta viva e vegeta dentro di lei senza mostrare i segni del Tempo, condensata in una dimensione psicofisica di “breve eterno”. L’adolescenza è l’età giusta per fare “certi sogni edipici” e per rielaborare il tragitto che ha portato all’emancipazione possibile dal padre e dalla madre. Questa operazione si appresta a compiere Aliena e la sua ripetitività attesta di quanto beneficamente travagliato è stato questo periodo evolutivo della sua vita, nonché la figura paterna. Il turbamento è direttamente proporzionale alla progressione dei “fantasmi”, delle associazione delle immagini con le emozioni. Il sogno è sintesi di un viaggio psicofisico tra il padre e la madre. Diamo inizio alle danze oniriche.

Ero in una piazza e al centro di questa c’era una colonna.”

Aliena esordisce con la sua dimensione sociale e la sua abilità relazionale. La “piazza” rappresenta simbolicamente le offerte agli altri di “parti” psicofisiche di noi compatibili con il senso della morale e del limite, i dettami della istanza censoria “Super-Io”. Aliena depone “al centro” della sua esibizione sociale la figura paterna in versione eroica e altamente sublimata agli occhi della gente che gira in quello spazio sociale. La “colonna” rappresenta simbolicamente il “padre” nella sua forza, autorità e autorevolezza, tutte doti riconosciute dalla gente, nei vissuti di Aliena, al suo papà. Non dimentichiamo che la “colonna” è un simbolo fallico universale nelle architetture antiche e nelle “agorà” delle città più famose. Il padre è vissuto da Aliena come un uomo dotato di sessualità maschile.

Riassunto: Aliena tira in ballo la figura paterna e gli attributi del potere riconosciuti dalla gente, un padre di cui la figlia è particolarmente fiera e che è centrale nella sua formazione psichica.

Riesco ad elevarmi da terra così tanto e in modo inspiegabile da riuscire a vedere cosa c’è sopra questa colonna:”

Aliena istruisce la sua abilità a usare il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” e, superando le leggi di gravità, può prendere coscienza del suo desiderio più antico e indicibile che ha opportunamente portato in alto, talmente in alto da deprivarlo della carica erotica e sessuale. L’inspiegabile si spiega inquadrando il desiderio della figlia tra le pulsioni fortemente sublimate che ancora non svelano il loro contenuto.

Vediamo i simboli: “riesco” attesta della capacità affermativa e della lucidità progettuale di Aliena, “elevarmi” condensa il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”, “inspiegabile” ossia non riconducibile alle funzioni razionali dell’Io a conferma che si tratta di desideri che hanno sede nell’istanza pulsionale “Es”, “riuscire a vedere” riconferma la sicurezza del vissuto in atto e la sua riconducibilità alla consapevolezza dell’Io, “sopra questa colonna” si traduce in cosa ho desiderato di mio padre e ho adeguatamente sublimato.

un essere, a metà tra un feto e un extraterrestre, che sembra morto.”

L’oggetto della pulsione e del desiderio di Aliena è quello di avere un figlio dal padre, una classica fantasia delle bambine di fronte alla prestanza fisica, alla aitanza emotiva e al successo sociale del padre. Questo è l’impossibile tabù di Aliena. Bisogna censurarlo, colpevolizzarlo e possibilmente punirsi per avere tanto osato immaginare e desiderare. Degna di nota è l’operazione di camuffamento operato dal meccanismo di difesa della “figurabilità”, a metà tra la realtà di “un “feto” e l’irrealtà di “un extraterrestre” che come il desiderio cade dalle stelle. Oltremodo degna di nota è l’operazione di condanna operata dall’istanza “Super-Io” nell’ucciderlo e nel dichiararne la quasi morte. Questa è la realtà della fantasia di Aliena nei riguardi del padre e anche l’immediata censura.

I simboli dicono che “essere” risponde all’oggetto psichico in atto, la “metà” è una mezza verità e una mezza fantasia, il “feto” appartiene al corredo dell’universo psichico femminile e della madre per la precisione, “l’extraterrestre” condensa l’assurdità del desiderio, “sembra” è l’apparenza, “morto” è la “proiezione” dell’aggressività in espiazione della colpa.

La visione di questo essere mi lasciò molto turbata sia in sogno e sia da sveglia.”

La presa di coscienza del vero significato del sogno era impossibile, per cui Aliena accusa un giusto turbamento. Più che l’immagine ibrida di un umano e di un extra, è inquietante quello che la ragazza presente e intuisce all’ingrosso. Sempre di un figlio si tratta, bello o brutto “ogni scarrafone è bello a mamma soia”. Del resto, l’adolescenza è ricca di fantasie di gravidanza nella versione attrattiva e nella versione repulsiva. Il vissuto della giovane donna dipende anche dall’educazione sessuale che ha ricevuto in famiglia e in società. Con le fantasie e con i ragionamenti Aliena adolescente è turbata dalla possibilità di avere un figlio. La fantasia “edipica” di avere un figlio dal padre non poteva desumerla da questo sogno, per cui la presa di coscienza nella sua totalità oggettiva era impossibile.

Questo è quanto dovevo al sogno di Aliena.

PSICODINAMICA

Il sogno di Aliena svolge lo psicodramma della fantasia sessuale di avere un figlio dal padre, la fantasia edipica per eccellenza che induce a dire che, se manca nella vita di una giovane donna, non va mica tanto bene per il suo sviluppo psichico. La psicodinamica si snoda attraverso la simbologia sociale del padre e la successiva colpevolizzazione del “tabù” infranto dalle pulsioni e dal desiderio.

PUNTI CARDINE

Il punto cardine del sogno di Aliena è il seguente: “sopra questa colonna: un essere, a metà tra un feto e un extraterrestre, che sembra morto.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

I “simboli” portanti del sogno di Aliena sono “piazza” o relazione sociale, “centro” o dominanza, “colonna” o figura paterna, “elevarmi” o del processo psichico di difesa della “sublimazione, “feto” o della maternità, “extraterrestre” o desiderio colpevolizzato, “morto” o dell’espiazione della colpa.

Il sogno di Aliena rievoca l’archetipo “Padre” nella valenza edipica e nella classica fantasia, compensativa della “castrazione”, di avere un figlio dal padre come emblema del potere femminile: il figlio è il fallo della madre.

Il “fantasma dell’incesto” è ampiamente trattato da Aliena nel sogno, nonché il “fantasma di castrazione” nella versione “positiva” della maternità e negativa della maternità impossibile e impedita.

Il sogno di Aliena presenta in azione l’istanza psichica “Io”, razionalità e vigilanza della coscienza, in “Ero in una piazza” e in “Riesco ad elevarmi”.

L’istanza psichica “Es”, rappresentazione dell’istinto e della pulsione, si manifesta chiaramente in “sopra questa colonna: un essere, a metà tra un feto e un extraterrestre, che sembra morto.”

L’istanza psichica “Super-Io”, limite e censura, agisce in “che sembra morto”.

La “posizione psichica” è quella “edipica” e si manifesta in “c’era una colonna” e in “cosa c’era sopra questa colonna”: il padre e il figlio incestuoso e immediatamente censurato.

I meccanismi psichici di difesa usati da Aliena nel sogno sono la “condensazione” in “colonna” e in “feto” e in “extraterrestre”,

lo “spostamento” in “centro” e in “elevarmi”,

la “figurabilità” in “a metà tra un feto e un extraterrestre”,

la “drammatizzazione” in “Riesco ad elevarmi da terra così tanto e in modo inspiegabile da riuscire a vedere cosa c’è sopra questa colonna:”,

la simbolizzazione” in “colonna”.

Il processo psichico di difesa della “regressione” è in azione nei termini funzionali all’attività del sogno: parla per immagini e per azioni.

Il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” è dominante nel sogno e nello specifico in “riesco a elevarmi da terra”.

Il sogno di Aliena mostra un deciso tratto “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva edipica”. L’adolescente reagisce alla pulsione compensativa della “castrazione” con la fantasia desiderante di avere un figlio dal padre, vissuto “tabuico” immediatamente censurato e colpevolizzato.

Il sogno di Aliena forma le seguenti figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “elevarmi” e in “feto” e in “extraterrestre”,

la “metonimia” o relazione logica in “colonna” e in “piazza” e in “morto”,

la “enfasi” o forza espressiva in “un essere, a metà tra un feto e un extraterrestre, che sembra morto.”

Questa è la “allegoria” della “sublimazione della libido”: “Riesco ad elevarmi da terra così tanto e in modo inspiegabile da riuscire a vedere cosa c’è sopra questa colonna:”.

La “diagnosi” dice di una classica ed evolutiva “fantasia edipica” in riparazione dell’angoscia di “castrazione” successiva allo “inganno del clitoride” e in via di assimilazione dell’identità femminile e del conseguente vissuto riparatore e spostato del figlio come “fallo” o recupero del potere narcisistico perduto.

La “prognosi” impone ad Aliena la “razionalizzazione” della pulsione incestuosa e la maturazione dalla “posizione fallico-narcisistica” verso la “posizione psichica genitale” in superamento della conflittualità con la madre e in una propizia identificazione in quest’ultima. L’adolescente si evolve nella donna attraverso la presa di coscienza della sua identità femminile e della sua specifica sessualità e funzione genitale.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in una recrudescenza della “libido edipica” e in una “psiconevrosi depressiva” a causa dell’acuirsi del sentimento della perdita: nessun pericolo per l’equilibrio psichico, ma tanta tristezza da quasi dolore.

Il “grado di purezza onirica” è stimato “buono” a causa della brevità e della semplicità del sogno, un sogno dell’adolescenza e ricorrente che è stato molato dalle frange difensive e ridotto all’osso, per cui non può mentire o camuffarsi pur mantenendo la rappresentazione enigmatica.

La causa scatenante del sogno di Aliena, il “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta nella visione o nel ricordo del padre, in qualsiasi associazione a cotanta figura.

La “qualità onirica” è “nostalgico-regressiva”, ma rientra anche nell’ordine “magico e metafisico” a causa del paradosso legato alla combinazione tra il desiderio extraterrestre e l

a materia umana vivente del feto.

Il sogno di Aliena si svolgeva nella seconda fase del sonno REM e produceva la tensione di cui parla: “La visione di questo essere mi lasciò molto turbata sia in sogno e sia da sveglia.”

Il “fattore allucinatorio” esalta il senso della “vista” in “riuscire a vedere”, la “cenestesi” o sensazione globale in “riesco ad elevarmi da terra e in modo inspiegabile” e in “turbata”. Il sogno di Aliena è breve ma intenso.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Aliena è “buono” a causa della sua brevità e semplicità simbolica. Il “grado di fallacia”, di conseguenza, è “scarso”.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Aliena è stata accuratamente meditata da un lettore anonimo, nonché mio amico. E’ conseguito questo dialogo.

Amico

L’interpretazione profonda di cui parlavi può sintetizzarsi, non vorrei essere volgare, “il figlio sopra il glande del padre”, là dove viene fuori lo sperma. Può darsi che Aliena abbia saputo di questo meccanismo neurofisiologico o abbia fatto un’esperienza adolescenziale con un amico e sia stata impressionata dalla polluzione. Può darsi che sia stata istruita a scuola o in parrocchia sulla sessualità. Insomma Aliena ha effettivamente sognato un tema che è veramente universale semplicemente perché da ragazzini si ha tanta eccitazione sessuale in corpo e da qualche parte e in qualche modo bisogna sfogarla, checché ne dicano i genitori, gli insegnanti e i padri o le madri spirituali, quelli che sono adulti e che sono costretti a sublimare la loro libido e scaricano le loro frustrazioni sessuali sui ragazzi giovani e li terrorizzano con le minacce famose “se ti tocchi, non crescerai e diventerai scemo”, tutta roba che resta dentro e che ti viene fuori da adulto quando meno te l’aspetti e magari mentre stai facendo sesso. E così tutto va a puttane. Mi ricordo che avevo un padre spirituale che mi massacrava con i suoi divieti della masturbazione e, quando mi confessavo, voleva sapere solo quello, se mi toccavo e sembrava che godesse da quanto era invidioso. E poi vai a sentire che fanno il processo ai preti pedofili e così sia. Cose da pazzi, a pensarci mi viene tanta rabbia e tanto rancore anche verso i miei genitori che non mi hanno protetto e istruito e mi hanno lasciato alla mercé degli invidiosi e degli ignoranti che di sesso non dovevano sapere bel niente per libera scelta. Forse ho esagerato e non ho fatto la domanda, ma mi sogno sfogato. Se vuole ripartiamo con le domande.

Salvatore

Ma non ci penso proprio. Continua, se vuoi, con i tuoi ricordi e le tue osservazioni.

Amico

Mi fa tenerezza questa ragazzina che era innamorata del padre e che per crescere attizza la fantasia come se fosse la sua morosa. Il fatto che sia rimasta turbata significa, secondo me, che nessuno l’aveva aiutata nell’educazione al corpo e alla sessualità. Sempre a proposito degli adolescenti, io credo che oggi siano più scaltri e l’educazione sessuale se la fanno su internet guardando l’impossibile. Ma sono sicuro che non gli fa bene questa esagerazione. Prima niente e adesso tutto e di più. Ci sono dei siti che del sesso fanno la loro bandiera e il loro commercio.

Salvatore

Ieri si eccedeva nel rigore puritano e oggi si eccede nell’esibizione oscena. L’educazione sessuale deve essere data ai ragazzi dai genitori e in base alle richieste che i figli avanzano in progressione. Le risposte devono essere basate sulla verità e sulla realtà, non sulle metafore e sulle favole. L’oscenità e la brutalità sulla rete danneggia la corretta evoluzione della “libido” ed esalta la componente voyeuristica più del dovuto, nonché la personale elaborazione sul tema. L’adolescente sarà sessualmente un adulto pacato e poco creativo nel darsi e nel dare piacere. In ogni caso la pornografia non è una forma di arte, non è erotismo estetico alla Tinto Brass, è l’esplosione delle perversioni e delle pulsioni ferine. La pornografia è la “parte negativa” del “fantasma della sessualità”, quella che esalta l’aggressività al punto di farla coincidere con la violenza. L’operazione non va proprio bene.

Amico

Cambiando discorso, cosa dici della proposta di rivedere il film “Il tempo delle mele” con la splendida Sophie Marceau adolescente? E’ particolarmente indicato per il sogno di Aliena a mio modesto parere.

Salvatore

Quanti anni avevi in quel 1981?

Amico

Appena vent’anni e portati bene. Che tempi erano quei tempi! So che questo discorso è da vecchi e allora bando alle chiacchiere e chiudiamola qua.

Salvatore

Per l’appunto. Grazie e alla prossima.

TRA PASSATO & PRESENTE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“E’ estate e sono al mare, in piedi sulla parte alta di uno scoglio che a gradoni scoscesi penetra nell’acqua. Ci sono molte coppie di giovani e sono ragazza anch’io; siamo tutti in costume da bagno, ho un filarino con un ragazzo molto bello che mi bacia e sfiora con naturalezza. Sto bene, sono a mio agio con me stessa e con quello che c’è intorno (mi sento come mi sentivo realmente da ragazza, il corpo in mostra, baluardo di un infinito presente, e la mente proiettata di diritto su un futuro certo). Scendiamo in gruppo a vedere com’è il mare e lo trovo bellissimo. Ad un tratto noto che in realtà c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa, ma mi piace anche questo, sono estasiata da tutto quello che vedo.

Sono nel mio presente, ora, e cammino (ma a momenti guido) con la mia nipote adorata lungo l’argine di un ampio torrente in piena, sebbene con l’acqua calma e chiara; nel paesaggio c’è anche un grande fiume, incantevole. Proseguo ed arrivo ad un bivio: sulla destra scende una strada che porta al tratto di mare visto in precedenza e sulla sinistra un’altra arriva ad un pontile che dà sul lago di Garda. Vado da entrambe le parti, mi sento serena, c’è una bella luce, il paesaggio e la natura mi riempiono di felicità. Sono in compagnia di alcune donne, credo componenti della mia famiglia o care amiche.

Poi ritorno ragazza sullo scoglio ed è calata la sera. Con me c’è il gruppo di giovani di inizio sogno e ci stiamo divertendo, si ride, forse ci stiamo preparando per una festa. Mi giro e sulla sinistra vedo avanzare mio padre; il suo viso nel sogno non è affatto quello di mio padre: ha gli occhiali e una chierica, indossa un vestito elegante ma ordinario, grigio chiaro, sembra un travet. Sono così contenta di vederlo, mi si riempie il petto di gioia. Lo abbraccio forte e lui mi sorride e mi stringe a sé. Mi siedo su uno dei gradoni naturali dello scoglio e lui è su quello sottostante, mi gira la schiena e io allargo le mie gambe e le mie braccia e lo cingo forte nell’incavo del mio corpo. Provo un potente sentimento di amore che mi appaga pienamente. Non ho mai amato mio padre con il sentimento che provo nel sogno; ho amato mia madre così, vorrei dire “in modo così puro”. Era come se nel sogno provassi per la prima volta per un uomo un sentimento deprivato del suo potere seduttivo.”

Mi sono svegliata.

Questo è il sogno di Sabina

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Possono convivere in sogno passato e presente magari in una notte di mezza estate?

Certo, nel “breve eterno”!

Il sogno di Sabina è l’esempio di come la Psiche riesce a tenere nell’arco consapevole del suo orizzonte i “fantasmi” e le esperienze vissute al di là della loro qualità. La “coscienza di sé” è la consapevolezza di questo materiale psico-esistenziale fermata nel momento storico considerato. Il Vivere porta a trascurare la Psiche a vantaggio del Pragma, il vissuto psicologico rispetto al fatto occorso nella sua concretezza. Il sistema delle “resistenze” è funzionale alla difesa dell’equilibrio tra corpo e mente con il suo impedire l’afflusso alla coscienza del materiale psichico dimenticato o “rimosso”, così come il sistema dei “processi e meccanismi di difesa” opera in maniera articolata per lo stesso fine omeostatico: il contenimento dell’angoscia.

E così, vivendo e sin dal primo vagito, il trauma e l’angoscia scandiscono i tempi e i modi della riflessione su se stessi e sulla propria formazione. Il bambino infante usa i seguenti “meccanismi di difesa”, definiti per l’appunto “primari”: il “ritiro primitivo” che consiste nel non vivere l’angoscia fuggendo dalla realtà e disinvestendo, il “diniego” che si attesta nel rifiuto dell’angoscia e nella negazione della perdita, il “controllo onnipotente” che si esplica nel potere esercitato nel conflitto con la realtà traumatica, la “idealizzazione e svalutazione primitive” che si esercita nell’esaltazione della protezione da parte dei genitori e nella successiva delusione, la “proiezione” e la “introiezione” e la “identificazione proiettiva” che si giustificano con la difficoltà del bambino di capire la dialettica tra mondo interiore e mondo esterno e nell’attribuire all’altro il proprio passato psichico, la “scissione delle imago” e la scomposizione dei “fantasmi” nella “parte positiva” e nella “parte negativa”, la “dissociazione” che si attesta nella difesa dall’angoscia attraverso lo sdoppiamento dell’Io.

Questo è il corredo psichico difensivo del bambino. L’adulto userà “meccanismi e processi” sofisticati ed evoluti per difendersi dall’angoscia che è la “malattia mortale” secondo le Religioni monoteistiche, la filosofia di Epicuro, di Kierkegaard, di Schophenauer, di Heidegger, di Sartre e di altri filosofi che hanno posto l’accento sulla consapevolezza umana intorno alla fine e all’uopo hanno ricercato il fine della vita in base alla loro formazione psichica, ai loro “fantasmi” e alle loro esperienze vissute. Anche i filosofi hanno proiettato nelle loro opere il corredo composto dei loro turbolenti “fantasmi” e i tratti caratteristici delle loro “formazioni psichiche reattive”. Il processo difensivo è ancora più evidente nelle opere poetiche. Quindi, anche i poeti non sono esenti da “proiezioni” catartiche e da contaminazioni tra il privato e il pubblico. Provate a leggere Leopardi in chiave psicodinamica e ne vedrete delle belle.

Il sogno di Sabina si snoda narrativamente ponendo di tanto in tanto, quasi per gradire, qualche simbolo consistente e massiccio a testimoniare che il “processo primario” è in funzione, qualora qualcuno non se ne fosse accorto. E così tra il racconto e la rievocazione del passato la Fantasia immette i “fantasmi” per condire al meglio la minestra, di per se stessa gustosa e piccante sullo stile anni settanta. Sarà interessante scindere la narrazione descrittiva dalla simbologia dei “fantasmi” e tra ricordi e desideri, tra pulsioni ed emozioni il piatto della nostalgia sarà alla fine ben ricolmo di ricche e sfiziose primizie che il Tempo non è riuscito a consumare con le sue tinte grige e le sue sfumature altrettanto grige.

Il film di Sabina è in tre tempi e si svolge con un rimando temporale rincorrendo la figura paterna e materna. Il fine è quello di sistemare la “posizione edipica” partendo dall’adolescenza e arrivando alla maturità. Sabina non accettava il padre e si sentiva rifiutata. Nel sogno non solo lo recupera e lo riconosce, ma lo adotta al fine di integrare la sua identità psichica e di migliorare la comprensione della sua storica relazione con l’universo maschile.

Il tragitto interpretativo è diviso in tre parti ed è oltremodo interessante.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

IL SOGNO DEL PASSATO

E’ estate e sono al mare, in piedi sulla parte alta di uno scoglio che a gradoni scoscesi penetra nell’acqua. Ci sono molte coppie di giovani e sono ragazza anch’io; siamo tutti in costume da bagno, ho un filarino con un ragazzo molto bello che mi bacia e sfiora con naturalezza.”

La vena narrativa non manca nel disegnare questo quadretto anni settanta della serie “un giorno d’estate al mare”. Sabina è una ragazza tra le tante, ma è super, come la benzina e le sigarette di allora. Guarda caso, lei si trova tra le altre adolescenti accoppiate, ma è in piedi e sulla parte alta dello scoglio. Il senso dell’alto-locazione, più che dell’ipertrofia, dell’Io, è appariscente in questa seducente e sedicente “ragazza” che non si fa mancare il “filarino con un ragazzo molto bello”. Sabina non si limita al corteggiamento di un liceale, procede verso la naturalezza della “libido orale” ed epiteliale. Questo spaccato da “Sapore di sale” del mitico Gino Paoli è talmente delicato e semplice da diventare eccitante nella lettura e nell’attraversamento di desideri ed emozioni universalmente vissute tra i meridiani e i paralleli dell’inquinato pianeta. E l’incauto lettore debitamente ringrazia la ragazza che con naturalezza sogna e si descrive mentre attraversa la penultima fase REM del suo sonno.

Sto bene, sono a mio agio con me stessa e con quello che c’è intorno (mi sento come mi sentivo realmente da ragazza, il corpo in mostra, baluardo di un infinito presente, e la mente proiettata di diritto su un futuro certo).”

L’esibizione del benessere e della sicurezza avviene in maniera pacata ma decisa. Sabina rievoca e commenta orgogliosamente una fase importante della sua vita e della sua formazione psichica, l’adolescenza o “il tempo delle mele”. Il passato ritorna al presente nelle posture psicofisiche di base per proiettarsi in un gratificante futuro: il “breve eterno” è servito su una insalatiera d’argento come quella della coppa Davis. Quest’operazione è resa possibile dal “corpo in mostra” e disposto all’altro, nonché dalla “mente” certa del “futuro” e sicura del suo diritto naturale. Sabina è il suo corpo, Sabina è la sua mente, il corpo è baluardo e la mente è progetto. Su queste fondamenta Sabina costruisce la sua casa nella fusione dei tempi del ricordo, della vita in atto e dell’attesa. Vedi cosa combinano il Corpo e la Mente quando sono a briglia sciolta e in un attimo di distrazione dell’Io.

Scendiamo in gruppo a vedere com’è il mare e lo trovo bellissimo. Ad un tratto noto che in realtà c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa, ma mi piace anche questo, sono estasiata da tutto quello che vedo.”

Fino a questo punto il sogno di Sabina si è lasciato spiegare tra narrazione e riflessione senza ricorrere a pericolose e strane acrobazie simboliche. Del resto, la ragazza è semplice e sofisticata al punto giusto, per cui si lascia cogliere nelle sue linee e nei suoi archi, nelle sue rotondità e nelle sue piramidi. Socializza bene Sabina, non ha remore e blocchi nel suo giovanile motore di adolescente che cerca di conoscersi nel gruppo. Ma il vero gruppo è la sua “gruppalità” interna, il complesso delle sue istanze e la rete delle sue relazioni, i mille modi di rappresentare le sue pulsioni e gli altrettanto mille nodi che intesse tra le varie parti di sé.

“Il mare è bellissimo”.

Ecco la simbologia tanto attesa e tanto ampia!

Sul mare si è tanto discusso, tanto si discute e tanto si discuterà, come è giusto nel consorzio dell’umana ignoranza e della recidiva presunzione.

E’ il simbolo dell’Inconscio freudiano?

E’ il simbolo della Vita e del Vivere?

Rappresenta la parte fascinosa e misteriosa della Madre?

Raffigura l’ardimento e la sfida umana all’apparente Indefinito?

E’ quello che ognuno di noi vuole?

Ecco, è sicuramente il nostro “significante”!

Di certo il Mare è un po’ di tutto, ma per Sabina è soprattutto il suo presente che si infutura. Ma lei non si accontenta della normalità rassicurante, non si appaga di ammirare il mare e di viverlo come il suo spazio d’investimento. Sabina cerca la simbologia complessa e fa interagire il mare con l’estuario di un fiume, rappresenta il Principio Maschile e il Principio Femminile nella fusione di un meraviglioso e poetico coito primordiale. Il Fiume è maschio e rappresenta il Padre e il suo estuario è l’orgasmo che acquieta la tensione dello scorrimento e la ricerca della fine, mentre il Mare è femmina e rappresenta la Madre che accoglie e annega lo spasmo del nobile consorte nelle sue ampie anse. Sabina tocca apici mitologici in questa poetica quanto inconsapevole descrizione proprio rappresentando in maniera originale la scena del “Coito primordiale”. Ma attenzione, è tutta farina del suo sacco semplicemente perché non risulta immagine mitologica simile tra le mie conoscenze e le mie erudizioni. Non mi risulta che Zeus si sia trasformato in “potamos”, fiume, per accoppiarsi con la Dea di turno frutto delle sue brame erotiche e dei suoi istinti sessuali. Ma la meraviglia non è ancora finita. State attenti che Sabina, introducendo l’amplesso primario della coppia genitoriale, sta rispolverando la sua conflittualità con i suoi genitori, “posizione psichica edipica”, ed evidenzia i suoi sensi di colpa nelle acque limacciose e verdastre. Ma non è finita la storia perché Sabina dimostra di aver risolto la sua scomoda collocazione tra padre e madre e dichiara “apertis verbis” che è “estasiata da quello che vede” e non lesina di aggiungere che le piace, prova godimento nella visione del padre e della madre in simbiosi. Certo che il Mare è più grande del Fiume, certo che la Madre domina nel vissuto della Figlia, certo che la figura materna è maestosa nella visione della figlia, certo che la mamma è tanta per Sabina. Il Padre Fiume viene accolto nel suo disperdersi i mille rivoli neurovegetativi nell’ampio e misterico Grembo della Madre. La madre è dominante nella psicologia formativa di Sabina.

Sintetizzo questo ampio quadro allegorico. Sabina rievoca la sua “posizione edipica” rappresentando in maniera personale la mitica fusione maschio-femmina. In quest’operazione dimostra di aver riconosciuto il padre e la madre, per cui il benessere psicofisico necessariamente consegue.

I simboli e gli archetipi sono il “mare” o l’esercizio del vivere al femminile, il “fiume” o l’insinuazione maschile, “l’estuario” o la dilatazione maschile, “l’acqua verdastra e limacciosa” o dei sensi di colpa, “estasiata” o la caduta della vigilanza e la variazione dello stato di coscienza, “vedo” o sono consapevole

IL SOGNO DEL PRESENTE

Sono nel mio presente, ora, e cammino (ma a momenti guido) con la mia nipote adorata lungo l’argine di un ampio torrente in piena, sebbene con l’acqua calma e chiara; nel paesaggio c’è anche un grande fiume, incantevole.”

Passata è in sogno l’adolescenza e la donna si manifesta nel suo splendore e nella sua controllata irruenza psicofisica mentre lascia scorrere la sua vita senza farsi mancare l’amor proprio e tenendo in grande considerazione la figura maschile nella persona del padre idealizzato. Nell’hic et nunc, nell’aqui y ahora, nel suo presente Sabina vive e si vive rafforzandosi nell’amor proprio tramite la giovane nipote che si porta a spasso come se fosse la Sabina adolescente del precedente sogno. La vitalità della “libido” è in eccesso ed è da gestire con giudizio. Ma la “libido” non è mai in eccesso, come la femminilità evidente e il bel portamento. L’uomo ideale si insinua in questo quadro bucolico come l’eredità della “parte buona” del padre. L’adolescente è diventata donna e ha razionalizzato la sua “posizione edipica” riconoscendo il padre e sistemandolo secondo norma e secondo dovere.

Proseguo ed arrivo ad un bivio: sulla destra scende una strada che porta al tratto di mare visto in precedenza e sulla sinistra un’altra arriva ad un pontile che dà sul lago di Garda.”

Come Edipo, giovane e intraprendente, piomba con il suo carro nel quadrivio di Tebe dove incontra Laio, il padre sconosciuto, e lo uccide per una questione apparente di precedenza, anche Sabina nel corso della vita arriva a un bivio, perviene a una presa di coscienza sulla sua “destra” e sulla sua “sinistra”. Sabina è chiamata a deliberare sul futuro basato sulla storia psico-familiare e sulla sua formazione o a decidere di tornare indietro sui suoi passi e ristagnare ancora sul padre e sulla madre, sul pontile e sul lago, sul maschio e sulla femmina, sulla sua relazione conflittuale con i genitori e le loro enigmatiche figure. Anche Edipo era di questa pasta e si avviava a consumare la tragedia a lui dedicata e ampiamente voluta dagli dei dell’Olimpo anche per dare l’opportunità a un certo doctor Sigmund Freud di dare sfogo alla sua genialità creativa e alla sua grafomania. Nel sogno sul tempo passato di Sabina c’era l’estuario di un fiume e il mare, nel sogno sul tempo presente c’è un pontile e un lago. La simbologia è la stessa, ma manca la monumentalità della scena e l’entità dei componenti.

Vuoi mettere un misero pontile che si insinua sia pur nel lago di Garda con il mare che assorbe e dona la pace a un fiume in piena dilatazione dei sensi? Eppur la Madre domina sempre sia nel suo essere “mare” e sia nel suo essere “lago”.

Potenza dei suoi insegnamenti e delle sue virtù!

Cosa suggerisce la simbologia del pezzo considerato?

Il “bivio” rappresenta la deliberazione e la scelta, la “destra” rappresenta il maschile e il futuro e la ragione e la realtà, la “sinistra” rappresenta il femminile e il sistema neurovegetativo e il passato e il crepuscolo della coscienza, il “pontile” rappresenta la protuberanza e l’insinuazione maschili, il “lago” rappresenta la ponderatezza oscura del femminile o l’acqua cheta.

Vado da entrambe le parti, mi sento serena, c’è una bella luce, il paesaggio e la natura mi riempiono di felicità. Sono in compagnia di alcune donne, credo componenti della mia famiglia o care amiche.”

Onnipotenza e ubiquità sono le doti dell’infanzia, quell’età che in Sabina non è mai fortunatamente tramontata e che si trasporta dietro nel cammin di sua vita quasi dicendo che è riuscita a comporre in armonia il passato con il presente e che attualmente la sua vita gode ottima salute secondo l’ultimo bollettino meteopsicorologico. Sabina riconosce il suo passato e il suo presente perché ha composto il padre e la madre nel “simbolo delle sue origini”. Tale nobile e proficua operazione ha maturato i frutti di una buona armonia psicofisica. La carta d’identità psichica di Sabina è la seguente: riconoscimento e “sapere di sé”, disinibizione e disimpegno. Una lucida razionalità si accompagna a una buona emotività, un buon demone governa le fattezze e le movenze del corpo. Finalmente Sabina è in compagnia di se stessa e degli altri, sa relazionarsi con le sue “parti psichiche” e con gli oggetti dei suoi investimenti di buona “libido”.

La simbologia dice che “serena” equivale a mancanza di nubi o ataraxia e assenza di affanni, “luce” o ragione e processi secondari, “paesaggio” o “status” psichico in atto, “natura” o ciò che nasce, “felicità” o buon demone o spirito vitale, “donne” o del potere femminile, “famiglia” o “gruppalità” interiore e parti psichiche in relazione, “amiche” o confidenza tra sé e sé.

RITORNO AL SOGNO DEL PASSATO

Poi ritorno ragazza sullo scoglio ed è calata la sera. Con me c’è il gruppo di giovani di inizio sogno e ci stiamo divertendo, si ride, forse ci stiamo preparando per una festa.”

Il sognare consente di giocare con il Tempo e magari di beffarlo con una innocente manovra della memoria che permette alla saltimbanco Sabina di spostarsi a suo piacimento tra le pieghe dei ricordi più gratificanti e intimi. L’animo si muove tra le note di una musica scandita dalle pulsioni e dalle emozioni di una donna matura che rievoca la sua adolescenza e il suo corpo alla ricerca della giusta identità. L’adolescenza viene rivissuta da Sabina nello spazio temporale di un giorno: “sullo scoglio è calata la sera”, il momento del passaggio da uno stato di entropia ormonale a uno stato di migliore consapevolezza del proprio patrimonio genetico. Sabina celebra in sogno il passaggio dall’adolescenza alla prima giovinezza, dal “tempo delle mele” al “tempo delle albicocche”, dall’acerba adolescente alla pienezza della donna. Vediamo come si vive e si descrive Sabina: socievole, gioviale, disponibile, gioiosa.

La simbologia conforta l’interpretazione affermando che “divertendo” equivale a stabilisco una dialettica relazionale o socializzo mantenendo la mia personalità, “si ride” equivale a si amoreggia, “festa si traduce in “dies festus” o giorno solenne e atto alle cerimonie e alle condivisioni pubbliche.

Mi giro e sulla sinistra vedo avanzare mio padre; il suo viso nel sogno non è affatto quello di mio padre: ha gli occhiali e una chierica, indossa un vestito elegante ma ordinario, grigio chiaro, sembra un travet.”

Sabina non è contenta e si complica la vita psichica continuando a sognare temi consistenti e di grande spessore: il padre e la sua “posizione edipica”. Ma quanto importante è stata questa figura nell’economia e nella dinamica evolutiva di questa benedetta e sacrosanta donna?

Sabina rivive il passato e sulla scena onirica fa arrivare “mio padre”: “mio” indica un possesso significativo. Ma non può rappresentare il padre reale con i suoi pregi e i suoi difetti, le sue virtù e i suoi disvalori, Sabina deve presentare il padre ideale e idealizzato. I tratti del viso non sono affatto quelli del padre reale, è un uomo calibrato, razionale, avveduto ed è soprattutto un uomo sublimato, un gran sacerdote dalla “chierica” che ha rinunciato al mondo materiale con il taglio di cinque ciocche dei capelli. Per il resto il padre è un “monsù Travet”, un uomo qualunque con la distinzione dell’ordinario grigiore di una figura che ha attratto per quello che non possiede e che la figlia ha immaginato che avesse e fosse dotato. Degna d’interesse è la “sublimazione” del padre nella “chierica”: l’impedimento difensivo dall’attrazione sessuale. Sabina si difende in sogno dal coinvolgimento erotico con la figura paterna provvedendo alla sua svirilizzazione. Così marcia la “posizione edipica” secondo la “buona novella” della protagonista.

Vediamo i simboli. La “sinistra” è regressione e ritorno al passato, il “viso” è il complesso dei tratti caratteristici esibiti nel sociale, gli “occhiali” sono la versione ambivalente della razionalità nel rafforzamento e compensazione di debolezza, la “chierica” è la “sublimazione della libido”, il “vestito” è l’insieme dei modi psichici di apparire, “elegante” equivale a essere suo padre e fuori dal gregge, “ordinario” è tutto ciò che non è straordinario, “grigio” è privo di slancio vitale, “travet” è rafforzamento di ordinario e grigio.

Sabina non ha una buona opinione del padre e lo vive come una figura di poco spessore, ma ha operato tutte le difese del caso come tutte le bambine, lo ha accettato e se ne è staccata.

Sono così contenta di vederlo, mi si riempie il petto di gioia. Lo abbraccio forte e lui mi sorride e mi stringe a sé. Mi siedo su uno dei gradoni naturali dello scoglio e lui è su quello sottostante, mi gira la schiena e io allargo le mie gambe e le mie braccia e lo cingo forte nell’incavo del mio corpo. Provo un potente sentimento di amore che mi appaga pienamente.”

La psicodinamica “edipica” in riguardo alla figura paterna non si è conclusa e Sabina la porta avanti dal rifiuto all’accettazione, dalla razionalizzazione al riconoscimento, dall’inclusione all’adozione. Il quadro non si era composto durante l’adolescenza e le pennellate si sono spiattellate ancora sulla tela. Come sosteneva e insegnava Carlo Ravasini, “l’Edipo non si risolve mai del tutto e meno male”. Vediamo come e in che modo Sabina è andata avanti nel suo amorevole travaglio. La donna associa il sentimento alla consapevolezza, la gioia all’immagine interiore o alla “parte positiva” del “fantasma del padre”. L’empatia e la simpatia diventano di casa. Il padre e la figlia ormai si capiscono e soffrono insieme di quella dolorosità nostalgica basata sul tempo perduto e su quello che potevamo mangiare e per pudore non hanno consumato. Lo stare insieme diventa intrigante e seduttivo, acquista un colore erotico che va dal rosso passione al giallo gelosia per sfumarsi definitivamente sul verde vitale della realtà in atto. Il pudore ancora è vincente e la “sublimazione” si colora di tinte delicate che sfumano dalla recezione sessuale traslata all’avvolgimento in un abbraccio protettivo pudicamente posizionato di spalle e in una forma di ingravidamento. Sabina incorpora il padre nel suo grembo come quel figlio che avrebbe voluto nelle sue fantasie avere dal padre e che adesso è diventato accudimento materno del padre, l’adozione di un uomo che a suo tempo fu figlio e oggetto di multicolori sensazioni e di indicibili emozioni, di losche fantasie e di foschi pensieri, un padre che adesso è oggetto di cura e di premura.

I simboli dicono che “contenta di vederlo” si traduce in piena e soddisfatta della mia consapevolezza nei riguardi del padre, “riempie il petto di gioia” si traduce in appagata nel sentimento e nell’emozione, “abbraccio forte” si traduce in lo assimilo e lo faccio mio, “mi sorride e mi stringe a sé” si traduce in mi scatena pulsioni e desideri, “mi siedo su uno dei gradoni naturali dello scoglio” si traduce in ho potere, “lui è su quello sottostante” si traduce in ha bisogno di me, “mi gira la schiena” si traduce in ho pudore e mi difendo dal coinvolgimento diretto, “allargo le gambe e le mie braccia” si traduce in mi dispongo alla fusione erotica e al coinvolgimento affettivo, “lo cingo forte nell’incavo del mio corpo” si traduce nella traslazione dell’ingravidamento, “provo un potente sentimento d’amore” si traduce nella sublimazione della libido, “mi appaga pienamente” si traduce in pieno funzionamento della difesa psichica.

Questo è il paragrafo più allegorico e poetico perché contiene ed esprime la psicodinamica edipica completa di Sabina nei riguardi del padre. Non è da meno per le donne di qualsiasi parte del globo terracqueo.

Non ho mai amato mio padre con il sentimento che provo nel sogno; ho amato mia madre così, vorrei dire “in modo così puro”. Era come se nel sogno provassi per la prima volta per un uomo un sentimento deprivato del suo potere seduttivo.”

Nel sogno si fanno anche riflessioni e quest’operazione richiede che il sonno non sia pesante, che le fasi REM o nonREM siano blande e che magari Sabina si stia svegliando dolcemente emozionata dal vissuto tenero e materno verso il padre. Sabina si prende cura del padre ed è pronta ad amarlo “in modo così puro”. La “sublimazione della libido” soccorre la figlia adulta nel capire che lo stesso trattamento affettivo e sentimentale che aveva riservato alla madre, adesso lo può vivere con il padre. I corollari erotici e seduttivi del potere femminile si sono evoluti nella capacità di amare il genitore con la stessa moneta della madre. Sabina non vuole ripetere con i suoi uomini la modalità erotica e affettiva che in passato riservava al padre, per cui introduce la benefica presa di coscienza, “razionalizzazione”, che le permette di liberarsi dalla “coazione a ripetere” e di liberare l’inventiva sulle altre svariate modalità di “investimento di libido” sull’oggetto del proprio desiderio. E’ importante che la donna non scarichi sul partner quello che ha vissuto nei confronti del padre e che da lui non pretenda la compensazione delle sue frustrazioni erotiche e affettive. Sabina ha ben razionalizzato la sua psicodinamica edipica e adesso è una donna libera di amare l’uomo senza essere condizionata dalla ricerca nell’uomo del padre buono o del padre cattivo, del padre vissuto secondo il “fantasma”.

Vediamo i simboli: “in modo così puro” equivale alla sublimazione della libido o desessualizzazione, “deprivato del suo potere seduttivo” significa che ho abbandonato la “posizione fallico-narcisistica” e mi sono evoluta nella “posizione psichica genitale”.

Questo è quanto dovuto al sogno di Sabina.

PSICODINAMICA

Il sogno di Sabina svolge la psicodinamica edipica in riguardo alla figura paterna secondo le linee guida di un processo evolutivo che viaggia dalla conflittualità al riconoscimento per poi adire all’adozione e all’accudimento amoroso e sublimato del padre.

PUNTI CARDINE

I punti cardine dell’interpretazione del sogno di Sabina s’incentrano in “c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa,” e in “Proseguo ed arrivo ad un bivio: sulla destra scende una strada che porta al tratto di mare visto in precedenza e sulla sinistra un’altra arriva ad un pontile che dà sul lago di Garda.” e in “mi gira la schiena e io allargo le mie gambe e le mie braccia e lo cingo forte nell’incavo del mio corpo.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei simboli si è detto lungo il tragitto. Tra il narrativo e discorsivo il sogno di Sabina offre simbologie allargate in allegorie. La più creativa è l’allegoria del coito edipico: “c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa,”.

L’archetipo del “Padre” si manifesta nella sua maestosità in “c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare”. L’archetipo della “Madre” si evidenzia in “mare” e in “lago”.

Il “fantasma” dominante riguarda il padre.

Sono ampiamente distribuite nel sogno di Sabina l’istanza vigilante “Io”, l’istanza “Es” rappresentazione dell’istinto, l’istanza censurante e limitante “Super-Io”.

La “posizione psichica edipica” trova la sua epifania e il suo trionfo attraverso le fasi globali. La “posizione genitale” consegue naturalmente.

I meccanismi psichici di difesa sono la “condensazione”, lo “spostamento”, la “simbolizzazione”, la “figurabilità”. Quest’ultima si esalta in “c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa”. Il “processo psichico di difesa della “regressione” appare nelle esigenze psicofisiche oniriche, ma è la “sublimazione della libido” a trovare la sua forza nelle varie circostanze descritte dal sogno.

Il sogno di Sabina esibisce un deciso tratto “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”.

Sabina elabora nel sogno le figure retoriche della “metafora”, “metonimia”, “enfasi”, ma dominante è la “allegoria”.

La “diagnosi” dice di un’evoluzione completa della “posizione edipica” e nello specifico della relazione con la figura paterna: dalla conflittualità alla razionalizzazione, dal riconoscimento all’adozione.

La “prognosi” impone a Sabina di integrare e compattare le conquiste fatte, nonché di disporle a buon fine nei riguardi della figura maschile che ammette alla sua condivisione e allo scambio dei doni psicofisici.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in una “psiconevrosi edipica”: isteria, angoscia, fobica e ossessiva, depressiva.

Il “grado di purezza onirica” è “buono” nel suo conciliare la narrazione con la logica consequenziale attraverso il ricamo dei pezzi da novanta, i simboli.

La “causa scatenante” del sogno di Sabina è un riferimento al padre o a una figura similare, nonché la nostalgia del bel tempo vissuto.

Le “qualità oniriche” sono decisamente l’atemporalità e la diacronia. Il “breve eterno” si sposa con il rivivere il passato.

Il sogno di Sabina si è svolto nella terza fase del sonno REM alla luce della spedita conciliazione del fattore narrativo con il fattore simbolico.

Il “fattore allucinatorio” trova riscontro nell’esaltazione del senso della vista. Le sensazioni di movimento sono presenti in maniera progressiva e senza alta incidenza.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Sabina è sicuramente “buono” perché i simboli sono evidenti e interagiscono senza stridore. Il “grado di fallacia” è veramente minimo.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Sabina è stata valutata da un lettore che di mestiere fa il ragioniere in un’impresa di pompe funebri e per hobby recita in commedie dialettali. So che si chiama Tatai, rifacimento di Gaetano, e che si vanta in giro di essere mio amico.

Tatai

Innanzitutto voglio sfatare il fatto che il mio lavoro porti sfortuna. Questo pregiudizio è frutto della paura della gente di aver bisogno di questo servizio. Ma lei deve sapere che la mia azienda sponsorizza una squadra di calcio amatoriale e i giocatori portano sulla maglietta la dicitura “con …asso hai un buon trapasso” e il prossimo anno faremo pubblicità all’urna ecologica con l’immagine di una bambina bionda seduta su un prato verde e con la dicitura “nonno raccontami ancora”. Cosa pensa lei, che è bravo nella pubblicità, di questa bella mia trovata?

Salvatore

Che tu fossi un personaggio eccentrico, mi era chiaro e risaputo. Confermi la tua eccezionalità e la tua sicilianità nel raccontare e nel chiedere, ma ti ricordo che poi dobbiamo parlare del sogno di Sabina e non delle tue bravate. Comincio. Una volta c’era il becchino, ma oggi è giusto che ci sia l’impresa dell’aldilà con tutti i “confort” che possono alleviare i sensi di colpa dei cari parenti sopravvissuti. Voi beccamorti siete operatori del “fantasma di morte”, siete benemeriti funzionari del triste congedo, sapete di psicologia e di sociologia, di semiotica e di psicoanalisi, di finanza e di speculazione e anche di malaffare nello spartirvi le povere salme fuori dagli obitori. Siete destinati a funzionare sempre e vi siete organizzati anche a livello di corporazione e non soltanto. La pubblicità sulle magliette della squadra di calcio era stata fatta negli anni settanta, mentre l’altra l’ho già vista presso il cimitero di Siracusa qualche anno fa. Quindi non mi resta che dirti che sei un imbroglione e un istrione, un ciarlatano e un millantatore. So che per te sono tutti complimenti, mentre per una persona normale sarebbero soltanto offese.

Tatai

Come mi conosce bene! Quando mi dice queste cose mi fa accapponare la pelle. Lei è sempre sul pezzo ed è difficile prenderlo per il culo. Allora il sogno di Sabina è semplice e l’ho capito all’ingrosso e al dettaglio. Ho capito anche cosa vuol dire adottare il padre o la madre. Lei sa della mia situazione di figlio che accudisce il padre paralitico e quindi ha sfondato una porta aperta. Non c’è cosa più bella di vedere mio padre ogni giorno ridere per le mie sciocchezze e sorridere per il fatto che non gli faccio pesare i servizi più intimi. Mio padre è sempre fresco e odoroso come una rosa di maggio e la zagara dell’arancio quando è sbocciata. La sfortuna dell’incidente sul lavoro, poteva essere morto fulminato dalla corrente elettrica, ha cambiato la sua vita, ma ha avuto il merito di avere educato dei buoni figli e in particolare il sottoscritto.

Salvatore

L’accudimento materiale e pratico è la degna conseguenza del riconoscimento psichico. Prendersi cura dei genitori significa umana premura e disposizione all’altro in assimilazione non solo del comune “amor fati”, ma soprattutto dell’essenza empatica e simpatica dell’essere umano. Lenisce i nostri sensi di colpa e la nostra angoscia di perdita. E’ una psicoterapia laica che induce ancora una volta a dire grazie all’altro e in questo caso al padre e alla madre.

Amico

Essenza empatica e simpatica? Comunque, dottor Vallone mi ricordo che quand’ero piccolo non c’era l’INPS e non esisteva la pensione. I figli mantenevano i genitori e se ne facevano carico e, se vuole, i maschi davano i soldi e le femmine provvedevano al sostentamento dei nostri vecchi. Ma lei non immagina come si stava bene in questa nobiltà d’animo e, mi creda, non era una nobile miseria. Io so di avere avuto un rapporto difficile con mia madre perché non mi dava la libertà di cui avevo bisogno. Era una donna paurosa, ma comunque è stata forte nell’affrontare la disgrazia di suo marito, mio padre. Che campino cent’anni ancora. Io ci sto e sono sicuro che ci sarò sempre per loro.

Salvatore

Sei un istrione, ma, quando non ti nascondi, sai tirare fuori il bravo ragazzo. Ti dico che empatia e simpatia significano sentire e condividere emozioni e sentimenti. So che lo sai e che è un tuo modo naturale e congenito di scassare i “cabbasisi” alla Montalbano di Camilleri.

Tatai

Lo sapevo. Vuole che io, attore dilettante sopraffino, non sappia cosa significano empatia e simpatia? Dunque a Sabina io dico dal profondo della Sicilia di campare tranquilla e di non farsi problemi inutili. Se viene in Sicilia, non solo la ospitiamo, ma le insegniamo pure a capire meglio tutto quello conta nella vita. Il sole e la luce aiutano tanto a vivere bene e a dare il giusto peso alle cose. Il mare è uno splendore. Se poi consideriamo una buona pasticceria e una gustosa tavola calda, il capolavoro dell’esistenza è bello e fatto.

Salvatore

E io aggiungo per Sabina che si nasce maschi o femmine, ma si diventa maschi e femmine attraverso il gioco delle identificazioni. Le dico ancora che il maschile e il femminile, androginia, sono tratti psichici simbolici che si ascrivono a tutti gli uomini e al di là della loro identità sessuale. Mi spiego: se Sabina si mostra forte, sta realizzando un tratto psichico simbolicamente maschile. Se, per converso, è dolce e remissiva, sta agendo un tratto psichico simbolicamente femminile. L’androginia psichica si realizza nell’esercizio di caratteristiche simboliche ascritte all’universo maschile e femminile. Noi siamo il precipitato anche di questi tratti che assorbiamo in famiglia e filtriamo criticamente in seguito, lasciando per noi quelli che si confanno alla nostra formazione e che sono stati assorbiti nella nostra “organizzazione psichica reattiva”.

Tatai

Ho capito e non ho capito. Comunque è una cosa tra voi due, questo l’ho capito e sono affari vostri.

Salvatore

Oltre che un “grillino” dell’ultim’ora, sei anche un ruffiano gentile. Sappi che resti il siciliano più gradevole del mondo perché conosci mezza Divina commedia a memoria, perché sei un attore dialettale dilettante, perché sei catanese e perché vendi casse da morto con il sorriso sulle labbra e la battuta sempre pronta per sdrammatizzare. Sarà quel che sarà, ma ancora una volta mi hai fatto sorridere di gusto e mi hai fatto capire le giuste regole del buon vivere insieme agli altri.

Tatai

Certo e se non ha capito bene, le spiego meglio tutto quanto magari davanti a una pasta al forno o a un timballo di melanzane, quello con le polpettine di mia madre s’intende. Per quanto riguarda il “grillino”, pensi che non mi sono iscritto alla Lega e così dormirà sonni tranquilli. Alla sua età dormire è un buon segno di salute. Se poi sogna, meglio ancora. Comunque non voglio certo salutarla dicendole “sempre a sua disposizione” perché le voglio bene e lo voglio vivo e arzillo, ma comunque non si sa mai. Ah, dimenticavo di dirle che le urne ecologiche sono il nostro pezzo forte e che fino a luglio sono in offerta speciale. Alla prossima, ma sono certo che non mi chiamerà.

Salvatore

Tu sei un gran figlio di “buttana”, nel senso che sei un gran simpaticone. E invece ti chiamerò per sdrammatizzare. Salutami il papà e digli che lo penso sempre e che gli voglio tanto bene. Appena passo da Catania vengo a trovarvi.

Cara Sabina,

al posto della signora Maria di Col San Martino, ti è toccato un burlone siciliano che non è da meno. Ogni male non viene per nuocere. Comunque, “baciamo sempre le mani” e specialmente a una donna eccezionale.

I CARABINIERI ARMATI DI MITRA E DI SIRINGHE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovo con mia madre seduta sul divano.

Il cortile di casa mia è pieno di carabinieri armati di mitra puntati.

Mio marito viene spintonato e messo in un angolo. I carabinieri armati entrano e demoliscono la casa.

Una carabiniera spiega che deve fare un prelievo a mia madre e ha il liquido di contrasto per mettersi sulle tracce dell’assassino.

Una prima siringa è piena di sangue rosso. L’altra è più piccola ed è piena di liquido bianco.

A questo punto io mi giro e metto via sei uova nella scatola apposita.

Sento mia madre che si lamenta perché le hanno fatto male.

Vado in cantina e trovo un accendino. Penso di tenerlo e invece non lo tengo perché è una prova del delitto.

Lo consegno a un investigatore che non lo considera una prova.

A questo punto mi sono svegliata.”

Questo sogno appartiene a Merkel.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

In quanti modi si può rappresentare in sogno la maternità e specialmente quando una donna è stata duramente provata e desidera ancora diventare madre?

Merkel offre il suo modo di recuperare e di riparare il trauma, un modo decisamente originale nella drammaturgia e nelle immagini con tanto di carabinieri armati di mitra e di siringhe. Al di là della capacità immaginativa di Merkel, il sogno colpisce perché presenta un intervento drastico dell’istanza psichica “Super-Io” nel vietare la gravidanza e nel condannare la protagonista all’espiazione della colpa. La Poetica della tragedia di Eschilo si ridesta a nuova vita dopo ventiquattro secoli e sentenzia che Merkel si è macchiata di violenza contro se stessa incorrendo in un aborto e adesso deve espiare la colpa prima di iniziare una nuova gravidanza. Tecnicamente si rievoca la “ubris” e la “catarsi” greche a firma Letteratura e Filosofia. A tal proposito leggete il “Prometeo incatenato” di Eschilo e la “Poetica” di Aristotele e troverete la conferma della “poetica” implicita nel sogno di Merkel. Il conflitto psichico ed esistenziale si condensa dentro e viene veicolato dalle istanze desideranti e pulsionali dell’Es e dalle istanze repressive del “Super-Io”. In questo duello “armato di mitra e di siringhe” il povero “Io” sta a guardare perché è impossibilitato a dire la sua non sapendo mediare tra spinte pulsionali e contro-spinte morali.

Fin qui il discorso culturale e psicodinamico sul contenuto.

La rappresentazione delle scene oniriche è degna dell’originale uso del meccanismo della “figurabilità”, il trovare le immagini adeguate a rappresentare in maniera camuffata lo psicodramma in atto. Il risultato è quantomeno brillante ed efficace anche nello stemperare le eventuali tensioni.

Il titolo è articolato perché il sogno è complesso nella sua sintetica formulazione: una serie di simboli squadernati l’uno dietro l’altro in un “bailamme” emotivo a metà tra l’eccesso e il difetto, tra l’osteria e la parrocchia, tra la “casa chiusa” e la “casa del popolo”. Non pensate alle classiche barzellette sui carabinieri. Il tema è oltremodo delicato e sia sempre onore all’Arma “fedele nei secoli” più di una perpetua con il suo reverendo parroco di campagna.

La decodificazione in progressione chiara e distinta è da preferire in questo vario e variopinto sogno.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Mi trovo con mia madre seduta sul divano.”

La realtà psichica di Merkel vede in atto la sua relazione con la madre, un legame particolarmente importante e privilegiato che si snoda tra accudimento affettivo e identificazione al femminile. E’ questo il senso di essere sedute in un “divano” che le contiene e le abbraccia entrambe. Merkel non poteva comporre una scena migliore per esprimere il forte attaccamento alla madre, la sua identità femminile, il suo ruolo di donna e e la sua funzione genitale. “Io e mia madre” e “io come mia madre” sono le due sintesi psichiche azzeccate in questo promettente esordio del sogno.

I simboli: “mi trovo” o tratto psichico in atto, la “madre” o l’identificazione al femminile e la genitalità, “divano” o la condivisione affettiva.

Il cortile di casa mia è pieno di carabinieri armati di mitra puntati.”

Ma Merkel si imbatte subito in un conflitto tutto personale. La sua potente istanza psichica “Super-Io” censura il desiderio di maternità relegandolo tra i divieti che inibiscono le pulsioni naturali dell’Es. Merkel non può diventare madre in imitazione della madre e dopo la completa identificazione in lei. Gli impedimenti psicofisici della maternità sono tanti e particolarmente agguerriti, come i sensi di colpa da espiare in riguardo alla procreazione. Merkel deve aver commesso un qualcosa che non permette adesso la libera espressione dell’istinto materno e la realizzazione della gravidanza. Merkel si è macchiata di un reato e deve espiare la colpa. Lo psicodramma è tutto interiore e vede la donna lesinare la possibilità di diventare madre.

Il “cortile di casa mia” rappresenta l’esibizione di se stessa, la sua identità sociale di donna e non di madre. I “carabinieri” sono i simboli della legge del “Super-Io”, rappresentano la punizione della colpa, mentre “i mitra puntati” accentuano il senso di colpa e sono simboli di un fallo che violenta e punisce.

Ma cosa ha mai fatto e vissuto Merkel per avere dentro tanto rigore morale e per esercitare tanta tirannia su se stessa e sulle sue autentiche aspirazioni di donna?

Non resta che augurarci un prospero prosieguo del sogno.

Mio marito viene spintonato e messo in un angolo. I carabinieri armati entrano e demoliscono la casa.”

Talmente forte è il senso di colpa che Merkel arriva al punto di svirilizzare il marito riducendolo al rango marginale di uomo inutile. Il “Super-Io” inibisce e comanda ingiungendo che Merkel non può diventare madre. La psiche è devastata dal senso di colpa e in preda alla pulsione autodistruttiva. Merkel ha subito un aborto che l’ha demolita, per cui il maschio non serve perché è lei che deve risolvere la sua situazione psichica liberandosi dai sensi di colpa e risolvendo al meglio il trauma subito nel corpo.

La “casa” è il simbolo della “organizzazione psichica reattiva”, il “marito” rappresenta il maschio deputato legittimamente alla fecondazione, i “carabinieri armati” confermano il rigore della censura della colpa.

Una carabiniera spiega che deve fare un prelievo a mia madre e ha il liquido di contrasto per mettersi sulle tracce dell’assassino.”

Il discorso onirico si fa contorto perché si presenta una figura femminile in versione armata da “carabiniera”. Si tratta di una “proiezione” della stessa Merkel che individua nella madre una corresponsabilità nella colpa dell’aborto. Si cerca la prova biologica di colui che è responsabile di cotanto misfatto, non certo di colui che l’ha fecondata, ma di colei che ha voluto l’aborto e il trauma psichico conseguente. Merkel ha i conti in sospeso con la maternità e con la figura materna.

La psicodinamica di questo capoverso è intrigata e si sviluppa tra le figure della figlia e della madre in un gioco di sospetti e di ricerca della verità.

Chi sarà mai il colpevole?

Di certo Merkel sta sognando di sé e del trauma che ha inibito la sua capacità di essere madre, inibizione legata all’enorme senso di colpa che si porta dentro un “Super-Io” smisurato e tirannico.

Una prima siringa è piena di sangue rosso. L’altra è più piccola ed è piena di liquido bianco.”

Per fare un figlio ci vuole il sangue dell’uovo e lo sperma. Questo è il potere fallico di dare la vita e per questo sono entrambi dentro una siringa che è un classico simbolo fallico. Merkel sta rispolverando come si fa un figlio. La fecondazione è possibile in questo modo e questa è l’allegoria della fecondazione.

A questo punto io mi giro e metto via sei uova nella scatola apposita.”

Ma cosa c’entra questo diversivo da reparto di supermercato?

E’ funzionale a distrarre e a confondere le carte in tavola?

Assolutamente no!

E’ logico e consequenziale, ma di quella Logica e consequenzialità del “processo primario” e dei simboli.

Questa è la verità della “filogenesi” materna, del culto della Madre per la Vita. Questa è l’allegoria dell’Amore della Specie” e della conservazione della Vita. Questo è il progetto umano e scientifico di Merkel: conservare le sue uova non soltanto nel grembo, ma secondo la Scienza medica congelandole per avere la possibilità di programmare una gravidanza in futuro. Quando la sistemazione psichica di Merkel migliorerà e si allenteranno i sensi di colpa, la disposizione alla maternità sarà possibile e serena.

Vediamo i simboli di questa allegoria filogenetica: “mi giro” o rifletto sul passato o sul futuro, “metto via” o appropriazione e possesso o libido anale, “sei uova” o cellule o gameti femminili in abbondanza, “scatola apposita” o utero o grembo materno.

Sento mia madre che si lamenta perché le hanno fatto male.”

Chissà quali e quanti tormenti fisici ha dovuto affrontare Merkel per avere o per perdere un figlio, dal momento che in sogno si proietta ancora nella “madre che si lamenta”. Merkel ha subito un prelievo e ha sentito dolore. La fecondazione e le operazioni ginecologiche avvengono con dolore.

Ma cosa non fa una donna per avere un figlio e specialmente a una certa età! Anche quando le rimane soltanto l’utero, dopo la menopausa, se insorge l’istinto materno e il desiderio-bisogno di avere un figlio, non esiste dolore o controindicazione, tanto meno persona, che ferma la donna.

Vado in cantina e trovo un accendino. Penso di tenerlo e invece non lo tengo perché è una prova del delitto.”

Merkel va nel suo “Subconscio”, il luogo psichico, “topos”, dove attraverso il meccanismo di difesa principe della “rimozione” ha depositato le sue angosce ingestibili dalla Coscienza o “Io”, e recupera la possibilità di una blanda presa di coscienza della sua pulsione materna. Ma non dimentichiamo che in quelle profondità è depositato anche il trauma. Questa possibile e fievole consapevolezza non riesce a razionalizzarla, per cui la tirannia del “Super-Io” impedisce alla verità di affiorare. Quest’ultima viene traslata, “non lo tengo”, e sarà affidata a qualcuno, a un alleato che può rafforzare la luce di un semplice accendino in una presa di coscienza della colpa a suo tempo commessa e depositata dentro di lei e che ha contribuito a ingigantire l’istanza “Super-Io”. Si conferma che Merkel è stata traumatizzata e non riesce a espiare i sensi di colpa e a liberarsene per procedere con una nuova gravidanza.

I simboli e le simbologie: “cantina” o il luogo del materiale psichico rimosso perché ingestibile dalla coscienza dell’Io, “accendino” o lieve e flebile consapevolezza, “tenerlo” o del possesso dettato dalla “libido anale” o della paura di perdita depressiva di materiale rimosso, “non lo tengo” o tentativo di razionalizzazione del trauma rimosso, “prova” o rafforzamento sadomasochistico del senso di colpa, “delitto” o della colpa reale o del senso di colpa a cui conseguono punizione ed espiazione.

Lo consegno a un investigatore che non lo considera una prova.”

Per risolvere il suo trauma Merkel si è affidata a uno psicoterapeuta che l’ha fatta ragionare sul trauma e sulla difesa masochistica di tenerlo in azione nel serbatoio psichico. L’ha liberata dal senso di colpa e dalla resistenza a razionalizzarlo per procedere nella vita con i progetti importanti. La luce dell’accendino è diventata la luce di un falò, per cui Merkel può procedere senza pesi e senza inganni nel realizzare i suoi bisogni e i suoi desideri. Adesso è pronta alla fecondazione naturale o artificiale per vivere una gravidanza e il sogno giustamente si interrompe anche perché tutto quello che consegue è tutto da vivere.

I simboli dicono che “l’investigatore” è lo psicoterapeuta che ha portato avanti la razionalizzazione e l’interpretazione del trauma, “non considera una prova” si traduce in assoluzione della colpa e risoluzione della pulsione masochistica.

PSICODINAMICA

Il sogno di Merkel sviluppa in maniera originale la psicodinamica della relazione “madre-figlia” in espresso riferimento alla maternità e alla capacità procreativa. Esibisce un portentoso senso di colpa legato possibilmente a un trauma pesante che appesantisce l’istanza psichica “Super-Io” nella sua funzione di censura morale. Quest’ultima degenera ottusamente in inibizione difensiva dalla “razionalizzazione” del senso di colpa e da una gravidanza riparatrice. Il quadro psicodinamico è segnato da un equilibrio compromesso tra le istanze “Io”, “Es” e “Super-Io”. Il sogno si conclude con il riavvio auspicabile della loro armonia in grazie a un provvidenziale intervento psicoterapeutico e a una definitiva assoluzione del malefico senso di colpa.

PUNTI CARDINE

I punti cardine dell’interpretazione del sogno di Merkel sono i seguenti: “Una carabiniera spiega che deve fare un prelievo a mia madre e ha il liquido di contrasto per mettersi sulle tracce dell’assassino.” e “A questo punto io mi giro e metto via sei uova nella scatola apposita.” Sono presenti il senso di colpa, la gravidanza e la filogenesi, i tre punti si cui si innesta lo psicodramma di Merkel.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è già ampiamente detto.

E’ presente indirettamente l’archetipo “Madre” e la Filogenesi in “Una prima siringa è piena di sangue rosso. L’altra è più piccola ed è piena di liquido bianco. A questo punto io mi giro e metto via sei uova nella scatola apposita.”

Il “fantasma” presente e dominante nel sogno di Merkel è quello della “maternità” nella versione “negativa” in “I carabinieri armati entrano e demoliscono la casa.” e in versione “positiva” in “metto via sei uova nella scatola apposita.”

Le istanze psichiche attive nel sogno di Merkel sono il “Super-Io” censorio e limitante in “Il cortile di casa mia è pieno di carabinieri armati di mitra puntati.” e in “I carabinieri armati entrano e demoliscono la casa.” e in “Una carabiniera spiega”,

l’Es pulsionale e rappresentazione dell’istinto in “Una prima siringa è piena di sangue rosso. L’altra è più piccola ed è piena di liquido bianco.” e in “metto via sei uova nella scatola apposita.”,

l’Io razionale e vigilante in “sento, “vado”, “penso” e in “accendino”.

Il sogno di Merkel manifesta l’imperterrita azione della “posizione psichica genitale” in “Una prima siringa è piena di sangue rosso. L’altra è più piccola ed è piena di liquido bianco.” e in “metto via sei uova nella scatola apposita”. La “posizione psichica anale” si presenta in “Sento mia madre che si lamenta perché le hanno fatto male.”

Il sogno di Merkel usa i “meccanismi psichici di difesa” della “condensazione” in “carabinieri armati” e in “mitra” e in “siringhe” e in “casa” e in “cortile” e in “sangue” e in “liquido” e in “scatola” e in “cantina” e in “uova” e in altro,

lo “spostamento” in “mitra puntati” e in “marito spintonato” e in “investigatore”, la “proiezione” in “sento mia madre” e in “carabiniera”,

la “rimozione” in “vado in cantina”,

la “figurabilità” in “Il cortile di casa mia è pieno di carabinieri armati di mitra puntati.” e in “Una prima siringa è piena di sangue rosso. L’altra è più piccola ed è piena di liquido bianco.”.

Il “processo psichico di difesa” della “regressione” è presente nelle modalità necessarie alla formazione del sogno.

Il “processo psichico di difesa” della “sublimazione” non compare in esercizio.

Il sogno di Merkel evidenzia un consistente tratto psichico “genitale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva orale”.

Il sogno di Merkel formula le seguenti “figure retoriche”: la “metafora” o relazione di somiglianza in “casa” e in “ mitra” e in “siringa” e in “sangue” e in “uova” e in “scatola” e in “investigatore”, la “metonimia” o nesso logico in “carabinieri armati” e in “entrano” e in “demoliscono” e in “spintonato” e in “mi giro e metto via”, la “enfasi” o forza espressiva in “Una prima siringa è piena di sangue rosso. L’altra è più piccola ed è piena di liquido bianco.”.

La “allegoria della fecondazione” è presente in “Una prima siringa è piena di sangue rosso. L’altra è più piccola ed è piena di liquido bianco.”. L’allegoria della Filogenesi o amore per la Specie è presente in “A questo punto io mi giro e metto via sei uova nella scatola apposita.”.

La “diagnosi” dice della riedizione di un trauma collegato alla funzione psicofisica procreativa e di una ipertrofia dell’istanza psichica “Super-Io” che inibisce, in grazie di un poderoso senso di colpa, la pulsione alla gravidanza. La conclusione del sogno offre l’incipiente processo di “razionalizzazione” del trauma rimosso e lascia ben sperare sulla prospera risoluzione del quadro clinico anche grazie alla psicoterapia.

La “prognosi” impone a Mrkel di portare avanti la psicoterapia e di disporre al meglio per la sua pulsione di gravidanza. Ricorrendo al metodo naturale o ricorrendo alla procreazione assistita, è opportuno che Merkel valuti in maniera ponderata la disponibilità a diventare madre. L’appagamento della “libido genitale” è importante ma non è determinante per l’economia psichica e per il prosieguo esistenziale. Necessario migliorare la qualità della vita attraverso il ridimensionamento dell’istanza limitante e censoria “Super-Io” e risolvere in maniera favorevole le inibizioni che hanno impedito il corretto funzionamento del sistema delle energie e delle tensioni.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in un mantenimento del rigore e della tirannia del “Super-Io” e nella traduzione critica di una psiconevrosi fobica e ossessiva con crisi di panico e conversione isterica. L’istanza censoria e limitante rischia di prendere il posto dell’Io e di limitare l’efficacia della sua mediazione razionale a favore di una visione persecutoria della realtà sociale con la formulazione di una formazione mentale paranoica.

Il “grado di purezza onirica” del sogno di Merkel è “buono” perché la contaminazione dei “processi secondari” o razionali non hanno potuto mutare l’ordine delle scene alla luce della linearità simbolica. Merkel al risveglio non ha potuto inserire alcunché a causa della forza emotiva del sogno e della conseguente facile memorizzazione.

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Merkel è legata a un’esperienza del giorno precedente che ha innescato il processo di elaborazione onirica. Ricordo anche che il persistere per mesi e mesi di una questione psichica favorisce la formulazione di sogni formalmente diversi ma uguali nella sostanza. Il “resto diurno”, scoperto da Freud, è un pilastro di sicurezza tra tutti gli enigmi che il sognare ancora si porta dentro e dietro. Mi convinco sempre più che la ricerca scientifica è indietro a causa della complessità del fenomeno onirico che non a caso è stato sempre trascurato.

La “qualità onirica”, l’attributo che abbraccia la psicodinamica del sogno di Merkel, si può definire “tragica” o “superegoica” a causa della massiccia presenza del senso di colpa e del bisogno di espiazione. Ricordo che i sogni possono essere ordinati per categorie e inquadrati per contenuti in quanto il materiale elaborato non va fuori dal seminato psicofisico umano, formazione e organizzazione. In qualsiasi razza e cultura il sogno è il minimo comune denominatore dell’uguaglianza effettiva tra gli uomini.

Il sogno di Merkel può essere stato elaborato nella seconda fase del sonno REM e in entrata nel sonno nonREM. Tale collocazione psico-neurologica si giustifica con l’intensità emotiva e la determinazione nel concludere il sogno da parte di Merkel.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione del senso dell’udito in “Una carabiniera spiega” e in “sento mia madre che si lamenta” e per il resto domina il senso della “vista”. Il senso del movimento si avverte in “vado in cantina”. In ogni caso il sogno di Merkel rientra nella norma cenestetica.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Merkel si attesta nell’ordine del “buono”, per cui il “grado di fallacia” è “minimo”. La chiara interazione tra i simboli consente di affermare che la psicodinamica della censura della maternità riguarda l’economia psichica di Merkel in questo periodo della sua vita.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Merkel è stata sottoposta alla riflessione di una collega, nonché carissima amica, di Siracusa che vuole mantenere l’anonimato. E’ venuto fuori il seguente dialogo.

Collega

Innanzitutto cosa si può dire alle donne che non ritengono necessaria l’esperienza della maternità per la loro realizzazione personale?

Salvatore

Mi sta bene questa domanda e preciso subito che la risposta è incompleta. Distinguo subito alcuni livelli della questione.

A “livello sociale” non è assolutamente necessario diventare madri per realizzarsi come persone. La donna negli ultimi cinquantanni ha fatto notevoli progressi nel mondo del lavoro e delle istituzioni, ha accresciuto la sua funzione sociale e le sue competenze. Dalla scienza alla politica, dallo sport alla ricerca, dalle comunicazioni alla scuola, la donna è presente in tutti i settori della società civile con prestigio e umiltà, con dignità e sensibilità, con le sue doti migliori e non sempre adeguatamente riconosciute. Tanto cammino deve ancora fare perché non le è stato regalato nulla di niente, anzi è stata sempre ostacolata dal maschilismo destrorso e clericale, come avviene ancora oggi.

L’essere sociale comporta l’essere “politico”, l’essere della donna inserita in un sistema di scelte che la riguardano anche nella possibilità di avere o non avere un figlio. Se lo Stato non attua politiche che favoriscono il lavoro femminile e l’istituto sociale “famiglia”, la donna viene limitata ma non impedita in questa prerogativa fisica e psichica. La donna dimostra oggi un grande coraggio nell’affrontare una gravidanza e nel formare una famiglia. La donna è chiamata a conciliare la sua realizzazione personale con l’amore della Specie, ma non è aiutata e tutelata dalle leggi. L’opportunità lavorativa e la parità con il lavoro maschile sono tappe importanti nell’emancipazione della donna.

Per quanto riguarda l’aspetto “culturale” devo dire che si sta affermando un pericolosissimo schema che vuole la donna regina della casa e del focolare, tutta dedita a fare e accudire figli, dipendente economicamente dal marito e relegata in ruolo settoriale. Da parte di gruppi integralisti di religione cattolica che si riconoscono nelle politiche della cosiddetta Destra sovranista sta venendo fuori un quadro ideologico e un progetto politico sulla figura femminile più medioevale del Medioevo: la donna angelicata o la donna strega. Questo attacco infame è in atto anche in Parlamento con proposte di legge sul diritto di famiglia, sulla revisione della legge sul divorzio e sull’aborto, sul ridimensionamento socio-politico della donna. Non esistono vie di mezzo, la donna deve tornare a fare figli, accudire la casa e il marito che la mantiene. Il tutto in nome dell’istituto Famiglia. Inoltre, la donna che non lavora risolve l’annosa questione sociale della disoccupazione maschile. Incredibile ma vero !

A “livello psicologico” la donna sente nel suo corpo la pulsione alla maternità e si concepisce si da piccola come destinata ad avere dei figli. La “razionalizzazione” del cosiddetto “istinto materno” stabilisce un conflitto psichico che non sempre la donna riesce a comporre e tanto meno a risolvere. La Natura spinge da una parte e la Cultura rallenta l’opera dall’altra parte al punto che si stabilisce un conflitto psicosociale tra la “parte psichica”, “Es”, che esige la realizzazione della maternità e l’altra parte psichica, “Super-Io”, che teme la gravidanza e il parto. In ogni caso l’esperienza della maternità appartiene alla donna e si deve lasciare alla sua discrezione. La donna decide quando e come avere un figlio e condivide la sua scelta possibilmente con il partner su cui ha investito la sua affettività e la sua progettualità psico-esistenziale. La modalità di ragionare in maniera personale ed esclusiva, come ai tempi del ‘68 e dintorni quando la donna richiedeva per sé la piena autonomia e il pieno possesso del figlio, della serie “il figlio è mio e lo gestisco io” come gridava anche del suo utero, va rivisitata e rivista alla luce degli eventi storici e culturali. Inoltre, il figlio ha bisogno di una coppia per formare una famiglia e ha bisogno nella sua formazione dell’altra figura per sviluppare in maniera ottimale le varie tappe formative della sua “organizzazione psichica”. La donna decide anche la metodologia della gravidanza e del parto, nonché la modalità della fecondazione, assistita o non, omologa o eterologa. Per quanto riguarda l’utero in affitto, ricorrere a un’altra donna per portare avanti un figlio omologo o eterologo, è una scelta straordinaria nella bontà e nella bellezza del gesto, al di là delle solite obiezioni moraliste del mercimonio.

Collega

Quindi sei a favore delle famiglie omosessuali?

Salvatore

La Sessualità non è un dato biologico e basta. La Sessualità è una questione talmente complessa da non ridursi a occasionali disquisizioni tra giornalisti, politici e gli intramontabili e immarcescibili opinionisti, quelli che non hanno né arte e né parte come i nostri attuali politici rousseauiani o i cosiddetti politici leghisti darwinianamente evoluti in nazionalisti sovranisti, quei “lumbard” e quei “veneti ciò”, non solo maschi ma anche femmine e madri, che negli anni settanta odiavano i meridionali, “terroni”, al punto di augurarne la morte nel grembo materno, oltre che attraverso la vulcanologia e la tettonica a zolle. Insomma la Sessualità è un “Archetipo” e si ascrive al Principio Maschile e al Principio Femminile e include alla grande la Psiche e il Simbolo come espressioni del Vivente e del Pensiero. Si tratta di “Forme Universali”, non volgarmente del “cazzo” e della “figa” di Giobatta, di Irene o di Andrea. Questi ultimi sono le realtà viventi di una “Idea” che si è fatta “Carne” individuandosi nei vissuti dei maschi biologici e delle femmine biologiche. Dai “fantasmi”, rappresentazioni primarie, e da queste esperienze psichiche emergono i tanti Giobatta, le tante Irene e le altrettanto Andrea o Saffo. Tutti hanno diritto di maternità e di paternità. La figliolanza consegue con i suoi diritti. Per il bambino i genitori sono quelli che si prendono cura di lui, quelle figure che alleviando i suoi dolori lo accudiscono e lo proteggono. La maternità e la paternità sono un fatto biologico e naturale, ma si condensano nella sostanza e a tutti gli effetti nella sostanza psicologica. Anche coppie omosessuali sono genitori quasi perfetti come gli obsoleti e tradizionali maschio e femmina. E i figli si possono avere in tutti i modi consentiti dalla Scienza. Maternità naturale, omologa, eterologa, in affitto e in condominio sono giuste e lecite in base allo “Giusnaturalismo” o Diritto Naturale che prescrive il diritto alla Vita e alla Conservazione della Vita. Il Diritto di Famiglia è positivo, si cala nella Storia e nella Cultura e varia di epoca in epoca e deve conseguire al Diritto Naturale universale e immutabile, deve attenersi ai principi iscritti nel Corpo che vive e che ha diritto a vivere anche se non ha un nome e non è registrato presso l’ufficio anagrafe della città di Varese. Non posso sopprimere la Vita e le varie vite che esistono sul pianeta e in cui mi imbatto. Il Diritto Naturale vale anche per tutti gli animali, per il mio amico gatto Pietro detto Peter, per i vegetali e anche per i minerali, atomi compresi. La Natura è piena di vita: “olon zoon” greco e presocratico, “tutto è vivo”. Questa è Ecologia “ante litteram”. L’universo era vissuto dall’uomo greco antico come palpitante di emozioni e pulsante di battito vitale, animato e dotato di buoni demoni, pan-psichicizzato. La Terra oggi è la discarica della degenerazione industriale e della Demenza al potere.

Collega

Sei fuori di testa. Esprimi dei concetti nobili in un momento storico e culturale in cui si sta approvando la legge sulla legittima difesa che consente a chiunque di uccidere a poco prezzo, quasi in svendita, qualsiasi malintenzionato che pecca contro il settimo e decimo comandamento del Vecchio Testamento ebraico di tremila anni fa.

Salvatore

Mi piace essere fuori testa. Questa è la mia “libido” in atto e la mia sacra follia, il mio spirito dionisiaco e il mio demone socratico. Ho riletto un filosofo greco che in passato non avevo ben assimilato: Platone. L’uomo dalle “spalle larghe” o dalla “fronte spaziosa” non era un filosofo greco, era un alieno che scriveva dialoghi attualissimi: vedi il Buddismo nel mito di Er e nel dialogo “Repubblica” e la teoria sulla Sessualità, nonché l’androginia psichica, nel dialogo “Convito”, per la precisione l’intervento di Aristofane in paragrafi XIV, XV, XVI.

Collega

Sono tempi duri per le donne, come sempre, del resto. La condizione e la situazione femminili hanno connotati tragici a causa delle tante vittime della quotidiana violenza maschile, oltretutto al novanta per cento proveniente dall’ambito familiare. Il cosiddetto “femminicidio” è fuori controllo e lo Stato è assente in questa tragedia sociale. Del resto, se si pensa che fino al 1981 esisteva nell’ordinamento giuridico italiano la norma che tutelava il maschio nel cosiddetto “delitto d’onore”, per cui la violenza sulle donne era concepita con attenuanti che meritavano una consistente riduzione della pena. La prevalenza dell’offesa era il tradimento sessuale, l’adulterio e l’offesa ai valori personali dell’onore e della solidarietà familiare, oltretutto consacrati nel sacramento del matrimonio. La legge 442 ha posto rimedio all’ingiustizia medioevale perpetuata dai codici Zanardelli e Rocco, ma la violenza sulle donne è continuata e continua con i “femminicidi” dettati da motivi di insana gelosia e di perversione criminale. Purtroppo è di questi tempi qualche sentenza di riduzione di pena, addirittura dimezzamento, a uomini condannati per l’uccisione della moglie o della compagna e si è tirato in ballo la diagnosi psicologica di impeto e di crisi emotiva. Come se non bastasse, addirittura si è ridotta la pena in un caso stupro perché la donna non era piacente e quindi doveva essere consenziente. Incredibile, ma vero! Questa mia disamina la sentivo di dire e di denunciare, Ma torno all’argomento della gravidanza e della maternità e ti chiedo: si parla tanto di istinto materno, ma in cosa consiste effettivamente questa naturale pulsione?

Salvatore

D’accordissimo su quello che hai detto e ti ringrazio per averlo affermato e chiarito da donna e da psicologa che volontariamente è andata spesso in aiuto ai migranti approdati a Lampedusa in questi anni. La tua dedizione umana e professionale ti fa onore e ti rende degna di dire e di denunciare semplicemente perché tu hai visto, hai sentito e quindi sai. Passo a rispondere alla tua domanda. Parto da lontano. La parola “istinto” deriva dal latino “instinguere” e si traduce “eccitare”. Si tratta di una energia e di una forza che viene da dentro, endogena o anche endocrina, che turba l’equilibrio psicofisico in atto e che indirizza il comportamento e l’azione del Vivente verso il ripristino dell’equilibrio psicofisico turbato attraverso la scarica e l’appagamento di questa energia che si può tranquillamente chiamare “libido”. Ci si chiede se è prettamente ed esclusivamente corporea e nervosa o ha anche implicazioni e concorsi psichici e mentali. La risposta esatta è la seconda. Non esiste alcunché che si possa definire esclusivamente organico e destituito dall’azione della Mente e della Psiche. Anche l’istinto è un dato e un fatto “psicosomatico” nel senso che riguarda l’uomo e i diversi “gradi” della sua “consapevolezza”. L’istinto si distingue dalla “pulsione”, la quale deriva dal latino “pellere” e che significa “spingere”. Rispetto all’istinto la pulsione ha una componente psichica maggiore in quanto si tratta di una “spinta” che viene sempre da dentro, endogena ed endocrina, e che si riversa nell’azione e nel comportamento attraverso la solita “presa di coscienza” che dispone all’azione e all’appagamento.

Che differenza c’è tra “eccitare” e “spingere”?

La differenza che esiste tra “istinto” e “pulsione” si attesta nel rapporto temporale del prima e del poi. L’istinto viene avvertito come una perturbazione sensoriale che si evolve mentalmente nella “pulsione” ossia nella disposizione all’azione e all’appagamento del bisogno emerso per ripristinare sempre l’equilibrio turbato. Confermo che non esistono istinti e pulsioni di esclusiva base organica e biologica-chimica semplicemente perché essi hanno sempre un grado di consapevolezza: la vitalità si coniuga con lo psichico. Di conseguenza, quando parliamo di “istinto materno” intendiamo dire che una donna avverte lo scombussolamento sessuale ormonale e si può disporre psicologicamente alla fecondazione. Ma bisogna considerare anche la formazione psichica della donna e la sua “organizzazione psichica reattiva” e soprattutto è da considerare la maturazione della “libido genitale”. Le donne sentono l’istinto materno e la pulsione a diventare madri, ma non tutte le donne si dispongono a realizzare la maternità.

Collega

Mi spieghi in che modo influisce la formazione e la struttura psichica?

Salvatore

Vado in sintesi e possibilmente chiara. La “organizzazione psichica reattiva” deve evolversi e maturare negli investimenti di “libido” in maniera equipollente e distribuita nell’attraversamento delle varie “posizioni psichiche” durante il cammin di nostra vita. E questa psicodinamica vale per maschi e per femmine. Dalla “posizione orale”, affettività e dipendenza, si passa alla “posizione anale”, potere e autonomia. Di poi si vive la “posizione fallico-narcisistica”, autocompiacimento e isolamento, e la “posizione edipica”, conflitto e identificazione, per approdare alla “posizione genitale”, riconoscimento dell’altro e investimento sessuale. In maniera ottimale il processo evolutivo si snoda fino all’adolescenza e comporta l’acquisizione dell’autonomia psichica. Ma nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si conserva e si evolve, per cui è sempre possibile la “regressione” e la “fissazione”, due processi psichici di difesa dall’angoscia che consentono anche di riattraversare e di rivivere le tappe della nostra formazione. Niente di psicopatologico in questo tornare indietro a forme di pensiero e a modi di vivere il proprio “psicosoma” e di investire la “libido”, se la psicodinamica avviene senza disturbare l’equilibrio e la funzione mediatrice dell’Io tra spinte pulsionale dell’Es e spinte morali del Super-Io. In ogni caso l’equipollenza evolutiva e la distribuzione armonica dei vissuti consente di attingere senza alcun danno e con gusto al nostro passato che non è mai tramontato ma che è rimasto presente e in atto nella nostra fucina psicosomatica.

Dopo questo preambolo si può dire che una donna che ha vissuto l’evoluzione degli investimenti di “libido” in maniera armonica e li ha distribuiti e integrati, si dispone alla maternità in maniera “genitale”, senza intoppi psichici conflittuali, esclusion fatta per le normali angosce del travaglio e del parto, quelle che vengono immediatamente razionalizzate alla visione del figlio senza degenerare nelle sindromi puerperali.

La donna che ha una prevalenza qualitativa e quantitativa “edipica” e che mantiene il contatto con questa “posizione psichica”, si disporrà alla maternità realizzando una parte dei suoi “fantasmi”, nello specifico quello di avere un figlio dal padre, e con particolare reattività nervosa rievocando la conflittualità con le figure genitoriali.

La donna che ha una prevalenza “fallico-narcisistica” si disporrà alla maternità con la difficoltà di aprirsi all’altro e di perdere il culto di se stessa e della propria immagine. La gravidanza deforma il corpo.

La donna che ha una prevalenza “anale” si disporrà alla maternità con riluttanza e considerando il mantenimento del suo potere senza incorrere in processi di perdita dell’aggressività.

La donna che ha una prevalenza “orale” si dispone alla maternità con entusiasmo e devozione esprimendo il suo grande bisogno di amare e di essere amata.

Desumo che la donna “genitale” e “orale” sono particolarmente propense alla maternità, mentre la donna “edipica”, “fallico-narcisistica” e “anale” hanno una naturale propensione a razionalizzare l’istinto materno e a controllarlo. Ogni mamma, del resto, ha i suoi tratti psichici individuali. Attenzione e concludo, può capitare che la donna fa un figlio con “posizioni psichiche” diverse in atto. Una donna “orale può partorire un figlio a vent’anni e può diventare mamma a quarantanni in piena “posizione genitale” o “fallico-narcisistica” o “anale” o “orale”. Posso affermare che in una famiglia i figli non hanno avuto la stessa “mamma psichica”. Le sfumature e le conversioni psichiche sono all’ordine del giorno nella maturazione evolutiva di una donna che aspira a diventare madre. Da questo quadro si può desumere l’educazione che la madre darà al figlio in base alla sua “posizione psichica “dominante. Ma questo discorso si farà quando capiterà.

Collega

Senti, vorrei farti una domanda delicata che mi preme molto. Mi è capitato di aiutare tante donne nigeriane che per fortuna erano approdate a Lampedusa, giovani donne in stato di gravidanza a seguito di stupro continuo e continuato nei campi di prigionia in Libia. Cosa è giusto fare in questi drammatici casi da parte dello psicoterapeuta?

Risposta

Ti rispondo subito e semplicemente: lo psicoterapeuta deve fare quello che farebbe con una adolescente bianca di San Paolo di Solarino o di Catania. Devi aiutarla a parlare, scaricare e capire cosa le è successo e le sue angosce. Anche se non conosce la lingua, capisce lo stesso. Dopo quest’opera di purificazione si passerà alla presa di coscienza progressiva della situazione psico-esistenziale in atto. Mi dirai che i tempi stringono e che la psicoterapia corretta non si può fare in quelle condizioni. E io ti ridico che in primo luogo bisogna liberarsi dai pregiudizi culturali accumulati senza che ce ne accorgiamo, di poi si può procedere nella difficilissima situazione. Se lo stato di gravidanza è avanzato, la tua azione sarà meno drammatica perché non contemplerà la scelta di tenere il figlio o di non tenerlo e di procedere a una interruzione di gravidanza terapeutica. Questo è l’intervento liberatorio nell’immediato, di poi è necessario affidare queste giovani donne a una struttura di accoglienza e di sostegno. Quello che hai visto e vissuto tu e i tuoi colleghi e i medici, i politici non lo immaginano neanche. La superficialità e la xenofobia sono mali incurabili nella classe paranoica che governa e che ha tratto il consenso aizzando e scatenando nelle folle il “fantasma paranoico” del “ci stanno invadendo e ci stanno derubando”, per cui “dobbiamo liberarci dello straniero”. Lo psicoanalista Franco Fornari ha scritto proprio sul tema della “proiezione paranoica del lutto” gestita dall’ignoranza dell’arruffapopolo e arruffafantasmi di turno. Leggerlo fa solo che bene, specialmente in questi tristi tempi.

Collega

Quindi bisogna più che mai analizzare il “contro-transfert”, il vissuto dello psicoterapeuta, proprio perché siamo vissuti e viviamo in una cultura non certa esterofila e amorosa e di conseguenza siamo stati viziati e non abbiamo tanto riflettuto sui messaggi educativi familiari e sociali. Va benissimo. Un’ultima cosa: consiglierei di vedere il film degli anni sessanta di Pietro Germi intitolato “Divorzio all’italiana” che tratta il tema dell’articolo 587 del codice penale sul delitto d’onore. Che barbarie, ma soprattutto al Sud e al Nord quanta gente, maschi e femmine, che non pensava e approvava l’inciviltà imperante. E dire che l’Italia di allora era governata dai democristiani, dai socialisti, dai repubblicani, dai liberali e dai socialdemocratici. Quante teste che non pensavano! Quanti preti e quante suore inutili! Quante donne assoggettate! Quanti uomini potenzialmente assassini e tutelati dalla Legge 587!

Salvatore

Bene! Allora procuratevi il film di Germi e con Marcello Mastroianni che ironicamente tratta il tema dell’onore maschile fondato sul possesso di un organo sessuale il cui uso non deve essere cambiato dalla donna con un equivalente attrezzo e al quale la donna deve assoggettarsi “vita natural durante” in quanto lei è proprietà del marito.

Buona visione e alla prossima!

LA POETICA DEL SOGNO

“Morire, dormire.

Dormire, forse sognare.

Poche immortali parole e sono lì,

sul palcoscenico che il sogno ogni notte mi offre,

a recitare lo spettacolo che ho scritto e che interpreto,

le mille vite parallele possibili,

il desiderio di non morire mai.

Fin da bambina è stato così,

andare a dormire significava andare a sognare,

vivere altre vite.

Amavo il buio,

nel buio scomparivano i confini

e lo spazio era a mia disposizione,

una infinita via di fuga.

Col buio arrivavano i sogni,

ma non ho fatto altro che sognare anche di giorno,

gran parte della vita l’ho vissuta nella mia mente.

Sono stata una bambina docile e una ragazza esuberante,

due caratteristiche che convivono nella donna che sono diventata;

la sorte è stata clemente e ho amato esserci,

amo la vita,

lo stupore della fioritura della ginestra.

Ho nostalgia,

nostalgia della vita,

dell’amore,

di me bambina e di me ragazza,

di tutte le volte in cui ho stretto il mio corpo a quello di un uomo,

di tutti gli uomini,

di ciò che non ho avuto,

del desiderio,

che è sempre fame di vivere.

E adesso… ‘sto’ tale di cui sento in lontananza la voce,

lui che scandisce il conto alla rovescia

e avanza inesorabile.

Va a finire che dovrò offrirgli un caffè in segno di ospitalità,

e non è nemmeno il mio tipo.

Ho sognato che ero felice.

Questa è la “buona novella” di Sabina

Morire, dormire.

Dormire, forse sognare.

Il Sonno è da sempre equiparato alla Morte, una breve sospensione della Vita. Non è il Sonno eterno e tanto meno il Sonno dei giusti, è “il Sonno dei sogni”, quello che ti permette di essere un piccolo dio cavalcando superbamente la Fantasia e di non essere un misero mendicante raccattando a destra e a manca con la Ragione. Il Sogno è di tutti anche se tutti non ricordano la trama. Il Sogno è la democrazia universale che dispensa il pane quotidiano come il buon fornaio di Pablo Neruda e non è “La vida es sueno” di Pedro Calderon de La Barca. Il Sogno non è futile e illusorio anche se tocca le note filosofiche della fugacità e della vanità dell’esistenza. Il prezioso sillogismo di Sabina dice che “la Morte è Sonno”, “il Sonno è un Sogno”, “la Morte è un Sogno”. Aristotele ringrazia. Piace pensare con l’audace Sabina che il suo sillogismo sia non soltanto una verità logica, ma anche e soprattutto una verità massiccia come la lava dell’Etna, il vulcano di Ades e la dimora di Persefone, almeno per i sei mesi invernali.

Poche immortali parole e sono lì,

sul palcoscenico che il sogno ogni notte mi offre,

Giovanni non a caso insegna che “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. La Parola è l’energia primaria di quel Principio che tutto contiene e da cui il Tutto scaturisce. La Parola non muore. La Parola si evolve da energia a rumore, da rumore a suono, da suono a significato, da significato a significante “et in saecula saeculorum, amen”: dal Principio si arriva a Sabina passando attraverso le sonorità del Tempo astronomico e del Tempo storico. Questa formidabile donna si attesta nella sua roccaforte di parole “significanti”, i segni e i vessilli che sanno di lei, e si catapulta sul suo palcoscenico notturno seguendo i doni del crepuscolo della sua coscienza, quella sospensione che regala un appuntamento ineludibile a cui la generosità della notte non fa mancare l’intimità e la privatezza di un teatro e di un palcoscenico dove si recita veramente a soggetto nella periferia dei sensi e dei ricordi.

Sia benedetto colui che si vuol bene e non si fa mancare i suoi sogni.

a recitare lo spettacolo che ho scritto e che interpreto,

le mille vite parallele possibili,

il desiderio di non morire mai.”

Sabina è un’attrice vanagloriosa e vanitosa, esordisce come il “Miles gloriosus” di Plauto e recita il suo canovaccio con la sua soggettività emergente. Le rime traducono le esperienze vissute, i versi trasudano le allucinazioni, il poema contiene quel che “cade dalle stelle”, i suoi “de sideribus”. Sabina sa che i sogni sono suoi e di nessun altro, ma non si ferma a questa consapevolezza perché arriva a echi buddisti di Siddharta Gautama e metafisici di Platone: “le mille vite parallele possibili”.

Quante vite hai vissuto e quante ne vivrai!

Quante scelte farai nelle vite che verranno prima di acquistare quella consapevolezza che fa volare verso l’alto e ritornare nel grembo della Grande Luce!

O forse stai pensando a come puoi riempire questa vita e a quali scelte puoi fare cambiando di un grado la tua prospettiva?

Di certo, hai pensato e desiderato in tutte le tue vite “di non morire mai” e soprattutto di vincere quell’angoscia di morte e di convertirla nella vita eterna, nel tuo “breve eterno” che dura tutto il tempo di una vita e si realizza nello spazio di un Corpo che esige e di una Mente che vuole. Il Tempo non esiste, mia cara, il Tempo si dilata all’infinito e nel sogno si mischia con il passato e il futuro secondo le regole di una buona pietanza.

Fin da bambina è stato così,

andare a dormire significava andare a sognare,

vivere altre vite.

Se il sonno non fa paura, cosa non riesce a fare l’onnipotenza della bambina!

Sabina è infante, “senza la parola”, ma il suo pensiero vola alto verso le sfere incontaminate dell’autonomia, del far da sé intessendo un sogno nel sonno, un dono a sorpresa da ripetere tutte le notti e secondo i vari copioni da inventare. La realtà non è gratificante e merita una fuga notturna tra i progetti possibili e in attesa di essere realizzati. Sabina si butta in avanti e questo slancio può bastare in attesa di una degna ricompensa.

Ah se avessi avuto un’altra mamma e un altro papà!

Ah se non fossi nata bianca, rossa e verde!

La bambina anticipa giustamente la donna e le scelte possibili e inammissibili. Sabina studia il presente sognando quello che vuole vivere e si prepara al lieto evento di una “nuova sé”, ma una nuova sé “fuori serie”.

Amavo il buio,

nel buio scomparivano i confini

e lo spazio era a mia disposizione,

una infinita via di fuga.

Sabina segue le sue inclinazioni crepuscolari, le fantasie e le allucinazioni: una bambina dai contorni oscuri in onore a Demetra e a metà tra Athena la “virago” e Afrodite la seduttrice. Già si pensa vaga e vagante negli spazi evanescenti di un “apeiron”, di tanti indefiniti e indistinti spazi tutti da occupare con l’aiuto del buio amico. E le espropriazioni proletarie non finiscono mai.

Quelli erano i giorni, quelli erano i tempi!

Padrona della sua Fantasia Sabina illuminava gli spazi che regolarmente occupava. E l’Infinito non costava niente, era a portata di immagine e di fantasma, ma soprattutto era a gratis. E andava di fuga in fuga come il coniglio di Alice nella ricerca del paese delle meraviglie. Finalmente Sabina è padrona in casa sua. Il buio le ha dato il potere di plasmare il suo spazio vitale.

Col buio arrivavano i sogni,

ma non ho fatto altro che sognare anche di giorno,

gran parte della vita l’ho vissuta nella mia mente.”

La bambina non ha paura dei sogni, la bambina non ha paura di se stessa, la bambina cresce in bellezza e progredisce in immaginazione. Sabina vive il buio della Notte e la luce del Giorno. Fobetore, Fantaso e Morfeo escono per lei da una porta d’avorio e le portano in dono i sogni veritieri, il suo desiderio di creare e di crearsi. Nel contempo i sensi crescono, si raffinano e allucinano la Fantasia secondo i temi tragici delle fiabe antiche e secondo le trame sornione delle favole moderne.

E la Mente?

La Mente non sta a guardare e partorisce i “fantasmi” e i ragionamenti sul tema “vorrei” o “vorrei vivere”. Non è per niente vero che “l’erbavoglio cresce sempre nel campo del vicino”. Sabina ha il suo bel da fare nel dividere le fantasie e le immaginazioni dai fatti quotidiani dell’avara realtà. Sabina vive tra il Giorno e la Notte, tra le pieghe di una vita che stenta a farsi riconoscere alla Luce del sole.

Benedetto sia il Sogno e chi lo manda!

Sono stata una bambina docile e una ragazza esuberante,

due caratteristiche che convivono nella donna che sono diventata;

la sorte è stata clemente e ho amato esserci,

amo la vita,

lo stupore della fioritura della ginestra.”

I fiori gialli della ginestra mandano fuori di testa Sabina, una bambina docile, una ragazza esuberante, una donna complessa e dotata di yn e yang, della Notte e del Giorno, della “coincidentia oppositorum”. La ginestra non è quella eroica e triste del combattente Giacomo Leopardi in quel di Napoli e appena sotto il Vesuvio, non è quella del deserto che prospera anche tra le rupi calcaree di Siracusa, la Ginestra è Sabina con i suoi fiori gialli di rabbia e di gelosia, con i suoi slanci vitali e superbi, con le sue cose a posto e tutte da regalare al suo godimento. Sabina è stata anche ai ferri corti con la Vita, ma la Sorte è stata clemente e ha “amato esserci” in questa valle di stupore esuberante. La vena autodistruttiva ha toccato regolarmente le rive narcisistiche di un corpo ancora oggetto d’amore e in attesa di assorbire con gli odori del deserto di lava anche l’amore del proprio destino. Disposta a “sapere di sé” e a imparare, dotata di rotondità e fecondità, Sabina trasborda di ormoni e di sensualità nel suo incedere elegante e con gli occhi sognanti tra le strade della sua contrada natia e della sua straniera città. La ginestra è fiorita e non è ombrosa, tutt’altro, la ginestra è luminosa. Eros trionfa su Thanatos. La Sorte evoca il mito di Er di Platone, così come “l’Esserci” calza bene con il “Dasein” di Martin Heidegger.

Ho nostalgia,

nostalgia della vita,

dell’amore,

di me bambina e di me ragazza,

di tutte le volte in cui ho stretto il mio corpo a quello di un uomo,

di tutti gli uomini,

di ciò che non ho avuto,

del desiderio,

che è sempre fame di vivere.”

La nostalgia è il dolore del trasognato ritorno, è la “sindrome di Ulisse”, di ogni uomo e di ogni donna che cerca Itaca per ritrovare le sue radici e per definitivamente reciderle. Sabina desidera soffrire per tornare a vivere la sua bambina e la sua adolescente dentro, quelle che avevano sempre qualcosa in più da chiedere e da vivere. Sabina desidera soffrire per rivivere la “se stessa” adulta nel trionfo dei sensi e nel calore erotico di una fusione del suo tipo: l’androgino è ricostituito, andate in pace. Sabina è ormai intera, mille volte intera, tutte le volte che ha sentito il suo maschio e la sua femmina calzare a fagiolo com’era in principio e prima che l’invidia degli dei separasse la loro quasi perfetta unione, la loro quasi perfetta intesa.

Quanti sono gli uomini di Sabina?

Uno, nessuno, centomila grida il drammaturgo alla ricerca della vera identità di una donna che del vivere ha fatto un’arte di pienezza e di abbondanza. La fame del desiderio la sostiene e la tiene dritta con la schiena anche se il “non nato di sé” ancora addolora e copre di uggia le giornate dedicate alla paturnia.

E adesso… ‘sto’ tale di cui sento in lontananza la voce,

lui che scandisce il conto alla rovescia

e avanza inesorabile.”

La dialettica tra Kronos e Thanatos è da Titani e non s’addice a piccole donne che crescono in un cortile alle spalle di una collina e tanto meno sotto una montagna del Trentino. Il Tempo regala la consapevolezza della Morte non prima di aver concesso un qualche sentore del “chi sono io?” e una qualche avvisaglia del “conosci te stesso”. Fortunatamente la Morte sarà quella di un’altra vita scelta tra le tante vite possibili e di un’altra morte liberamente scelta per questa vita. Anche la fine aspira a diventare un desiderio di rinascita, una Pasqua. Pitagora e il grande Buddha ringraziano per la preferenza accordata, così come è scritto sulle carte oleate delle migliori pasticcerie siciliane.

Va a finire che dovrò offrirgli un caffè in segno di ospitalità,

e non è nemmeno il mio tipo.”

Sarà l’uomo del definitivo orgasmo questo Kronos maschio che si presenta con un Thanatos altrettanto maschio?

Sarà ancora quel maschio da accogliere per il definitivo congedo dagli inganni di un caffè sorbito a gocce nel bistrot del lungomare di Marina di Melilli?

Ma a quanti uomini Sabina ha detto di no?

Ho sognato che ero felice.”

La felicità è “eudaimonia”, è presenza di un buon demone dentro, è sentire la vitalità dei sensi e la forza dei sentimenti prima di bere la cicuta.

Sogno, oh sogno delle mie brame, dimmi, chi è la più bella del reame?

LA NOTTE DI ANTONIA SOARES

Io cercavo da tempo una stanza, ma la stanza non c’era.

Vorrei andarmene e passare la notte all’aperto, vorrei sparire e farmi inghiottire dal buio, vorrei andare in Portogallo a trovare Fernando Pessoa, vorrei dormire sulla sua tomba…, sento solo odio, rabbia, disprezzo, fuggire via, fuggire lontano.

Fuggire dove?

Vorrei sparire e farmi inghiottire dal buio.

E quell’ombra ritorna.

Si era nascosta dietro a una nuvola,

ma ora ritorna.

E tu continui a dare la colpa alla gente,

ma forse non ti accorgi

che sei tu a non valere niente.

Vattene gatto nero,

vattene all’inferno,

vattene ombra scura lontano dai pensieri,

ma quando tutto tace e tutto dorme,

ecco che allora si risvegliano i sospiri,

che come forte vento ti portano via la pace e la luce del sole.

La notte ti è amica,

la notte ti è vicina,

non ti lascia mai sola,

ma ti accompagna alla scoperta di una nuova vita.

Ma quell’ombra scura ti mette paura,

ti porta lontano,

ti toglie il respiro,

ti soffoca

e tu guardi fuori e c’è la notte.

Ma la notte è buona.

da “La stanza rosa” di Salvatore Vallone

LE CIMICI SULLE GAMBE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo in un dormitorio di montagna e svegliandomi ho pensato: “come sono morbide e pulite queste lenzuola”.

Poi alzandomi mi sono accorta di essere piena di cimici sulle gambe e anche il mio cane ne era ricoperto.

Faticavano a venire via perché appiccicose come il velcro.

Nel sogno era presente una persona che conosco.

Ci trovavamo in quarantena.

Io sono corsa a cercare delle armi e ho estratto due coltelli da un cassetto nel muro e ne ho consegnato uno al conoscente.”

Questo sogno appartiene a Katiuscia.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Quante volte ci si è trovati nella vita corrente ad attendere una benedetta mestruazione?

Quante ansie sono state vissute dopo un benefico amplesso a rischio e culminato nell’orgasmo in simultanea?

“Exigendum pilulae monumentum aere perennius”.

Parafrasando Orazio, dico che “bisogna innalzare un monumento più resistente e duraturo del bronzo alla pillola antifecondativa.

Ma come la mettiamo con la “passione”?

Come possiamo archiviare quel moto comune dei sensi che si avvicina alla sofferenza del “cumpatior”, del “soffro insieme” a te per godere?

Epicuro suggeriva tra i suoi farmaci per raggiungere la mancanza di affanni, “ataraxia”, quello di non abbandonarsi alle passioni, ma il suo infedele seguace Orazio soffriva tanto per l’astinenza sessuale e per il rifiuto delle donne apprezzate anche se poteva ricorrere allo schiavetto in una cultura che ammetteva l’omosessualità senza grandi scombussolamenti etici e religiosi.

La “passione” è il complotto raffinato degli istinti e la percezione sottile delle pulsioni. La “passione” è il trionfo dei sensi e trova il suo acuto nel “tilt” orgasmico. La “passione” è una sofferenza sublimata nel corpo, uno strano dolore che ti fa sentire vitale e ti fa percepire il tuo buon “demone”. Dioniso era il maestro dello spirito a lui dedicato: vivere il corpo nella sua dimensione neurovegetativa con l’abbassamento della soglia della vigilanza al minimo consentito dalle funzioni vitali.

Il sogno di Katiuscia inerisce in questo contesto a piene mani e a pieno diritto con il suo dire “ma come si fa a ragionare quando sei nel profondo dei tuoi sensi e nel pieno delle tue emozioni?” Questa giovane donna si è trovata coinvolta in un grande trasporto e senza la copertura della pillola o del preservativo e non è riuscita a controllarsi e a dirigere l’eiaculazione del suo uomo su sentieri non pericolosi. Ecco che immancabilmente arriva la strizza al culo e l’inizio dell’attesa di una mestruazione che taglia la testa al toro e ripristina l’equilibrio nervoso turbato.

E adesso avanti con la prossima volta e non con il prossimo errore!

Una riflessione sulla bontà della pillola anticoncezionale è d’obbligo per il suo essere stata finalmente la “VERA AMICA DELLE DONNE”. Sia onorato, allora, il dottor Haberlandt che sin dal 1930 aveva intuito la possibilità anticoncezionale degli ormoni e siano degnamente riconosciuti i biologi e i medici americani che realizzarono la pillola antifecondativa nel 1958 in un crescendo diffusivo che visita l’Europa sin dal 1961. La donna non aveva conosciuto la libertà di disporre del suo corpo in un ambito così delicato e vitale, vedi l’alto tasso della mortalità per parto, e finalmente poteva comandare il gioco e il ballo delle sue gravidanze ingurgitando la pillola veramente giusta, quel farmaco miracoloso che faceva tanto bene all’emancipazione e alla sopravvivenza femminili. Prima la donna doveva sottostare al rischio del micidiale e deleterio “coitus interruptus”, quel cosiddetto rapporto sessuale che non era mai interrotto al punto giusto e non lo poteva, del resto, essere. Prima doveva sottostare al dominio culturale del maschio che ingravidava a suo piacimento e con sacra incoscienza al grido di “La patria lo vuole” o “In nome di Dio”. E anche con queste premesse religiose e metafisiche i cimiteri si riempivano dei feretri delle infelici donne.

Il sogno di Katiuscia non si ferma all’incidente sessuale passionale e alla pillola mancata, ma si allarga alla seconda fase dello psicodramma: la gravidanza indesiderata ma non evitata. Katiuscia inscena nella parte finale del sogno una breve ma incisiva rappresentazione dell’intervento chirurgico che suppone e contiene la fase cruenta con le immagini dei coltelli estratti da un cassetto nel muro e condivisi con il complice, quasi a voler alleggerire il cumulo dei sensi di colpa e a voler distribuire il suo fardello di rincrescimento e di risentimento per un atto estremo da nessuno voluto ma da nessuno evitato. Il cassetto nel muro contenente i due coltelli attesta con la sua simbologia la freddezza e la netta opposizione a una gravidanza improvvida e la ricerca di una collaborazione al fine di condividere un evento storico e un fatto concreto da non ripetere perché in primo luogo si consuma sul corpo e sulla psiche delle donne.

Da queste considerazioni sul sogno di Katiuscia è impossibile non rilevare il diuturno conflitto tra Eros e Thanatos, la passione verso la Vita e la passione verso la Morte. Non resta che trarre i migliori auspici da cotanto conflitto tra forze umane tutte da vivere e da governare.

Viva la pillola con le sue controindicazioni e viva il rustico profilattico Hatù degli anni settanta!

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Mi trovavo in un dormitorio di montagna e svegliandomi ho pensato: come sono morbide e pulite queste lenzuola”.

Katiuscia riflette su un’esperienza intima vissuta nel pieno di un innamoramento. E’ ben convinta, “svegliandomi”, di essere stata protagonista di una nottata alla grande e del suo tipo e di avere scambiato affetti e carezze all’interno di una relazione pulita e morbida. L’opposizione tra il “dormitorio” e lo “svegliandomi” attesta di uno stato psichico che oscilla tra la consapevolezza della veglia e l’abbandono dei sensi, tra la vigilanza e la caduta nell’orgasmo. Il suo partner è condensato e spostato nelle “lenzuola”, così come la qualità del rapporto è codificato tra il carnale morbido e il pulito sentimentale.

E la “montagna”?

La “montagna attesta di quella storia di senso e di sentimento che ti capita nella vita tra capo e collo quando meno te l’aspetti, di quella relazione fatta d’attrazione e di seduzione che nel suo essere carnale risente della “sublimazione della libido”, di quella nobilitazione della sessualità adatta all’innocenza perché senza premeditazione e senza organizzazione: un moto vitale e spontaneo del corpo che lievita sulle ali della leggerezza.

Vediamo i simboli: “mi trovavo” o sono consapevole dell’esperienza vissuta o sono sul pezzo, “dormitorio” o la caduta della vigilanza dell’Io, “montagna” o della “sublimazione della libido” o del “tutto è puro per i puri”, “svegliandomi” o ritorno alla consapevolezza dell’Io, “ho pensato” o funzione deliberativa dell’Io, “morbide” o sensualità e libido epiteliale, “pulite” o esenti da sensi di colpa o ingenue o innocenti, “lenzuola” o il luogo dello scambio affettivo ed erotico o l’avvolgimento psicofisico.

Poi alzandomi mi sono accorta di essere piena di cimici sulle gambe e anche il mio cane ne era ricoperto.”

Ah, queste cimici ci stanno come i cavoli a merenda!

Ma come si combina un amplesso rilassante e consumato in un rifugio di montagna con l’aggressione di fastidiose e orribili cimici?

E non soltanto a Katiuscia va la nostra comprensione, ma anche al povero cane!

La Logica cade e lascia il posto alla sorella maggiore Simbologia.

Ricapitoliamo: Katiuscia rievoca la sua notte d’amore puro e sincero, poetico e mistico quanto carnale e sensuale, e anche la sua sorpresa e il rischio di essere rimasta incinta. Ripresa dalle delizie dell’amplesso carnale nell’alcova mistica di montagna, Katiuscia prende coscienza di aver ricevuto il seme del suo misterioso uomo in preda a reciproco orgasmo. La caduta della vigilanza dell’Io aveva aperto una prateria alle pulsioni erotiche e sessuali dell’Es. La “proiezione” sul cane, simbolo dell’alleato psichico e funzionale a stemperare l’angoscia della imprevista gravidanza, attesta dell’intensità della sorpresa e dell’abbondanza del seme eiaculato non certo sulle gambe, ma direttamente in vagina. Non si tratta dello squallido esito finale di un “coitus interruptus”, ma del finale glorioso di un film di passione.

Consultiamo i simboli per consolazione della corretta interpretazione: “alzandomi” o della ripresa della vigilanza e della consapevolezza dell’Io, “mi sono accorta” o idem, “essere piena di cimici” o del coito a rischio o del rapporto sessuale talmente bello che si è concluso con la gloria dei sensi e dei Salmi veterotestamentari o del Cantico dei cantici o concretamente con il rischio dell’involontaria fecondazione, “sulle gambe” o “traslazione” dalla vagina e funzionale alla riduzione dell’angoscia di gravidanza, “anche il mio cane” o dell’alleato psichico sempre funzionale a quanto detto prima.

Faticavano a venire via perché appiccicose come il velcro.”

Il “velcro”, chi era costui?

Trattasi di un sistema di chiusura, di adesione e di fissaggio tra due parti, un sistema meccanico e non chimico come qualsiasi collante. Le “cimici” inquisite e dispettose non si lasciavano staccare dalla loro presa. Questa è l’allegoria dello spermatozoo tenace e imperterrito che feconda l’uovo e non si lascia staccare da alcunché, come l’embrione, del resto, quando è ben attecchito nell’utero. La foga e lo sforzo di Katiuscia nel liberarsi di queste inopportune “cimici” sono destinati all’insuccesso. La frase, “Faticavano a venire via perché appiccicose come il velcro”, è anche la “traslazione” del coito amoroso e passionale, della serie due corpi in uno, due cuori e una sola anima nella versione sublimata e romantica. A tutti gli effetti Katiuscia sta rievocando nel sogno una relazione sessuale appassionata e che ha rischiato di andare a buon fine, di concludersi nella fecondazione e nella gravidanza. La paura di Katiuscia è stata tanta e di buona qualità, così come il coito è stato gratificante e creativo al punto di concludersi in un orgasmo obnubilante. Anche i corpi degli innamorati amanti erano tenaci e avvinti come il “veltro” usa fare con i tessuti e gli oggetti.

I simboli confortano l’interpretazione e dicono che “faticavano” condensa l’attrazione e la pulsione sessuale in corso d’opera, “venire via” o del distacco e della separazione o della rottura della simbiosi, “appiccicose” o della classica densità dello sperma o della fusione, “velcro” o dell’unione magnetica e della presa attrattiva, seduzione e fusione.

Nel sogno era presente una persona che conosco.”

Oh, finalmente compare l’uomo “velcro” che ha il “velcro” sotto forma di “appiccicose cimici”, quell’individuo prezioso ed esecrabile che ha infettato anche il povero cane!

Finalmente appare il maschio che aspettavamo!

Era necessaria questa figura per giustificare e supportare l’interpretazione del sogno di Katiuscia. Ricapitolando: la figura maschile appare e viene vissuta in maniera generica e anonima in base al meccanismo della “conversione nell’opposto”, della serie “quanto più mi interessi e tanto meno ti cago”. Questo è l’uomo di Katiuscia, questo è il maschio con cui ha avuto una storia d’amore e di sesso in una baita di montagna durante una escursione o una vacanza e con cui ha rischiato la gravidanza a causa del trasporto erotico ed emotivo. Oppure questo è il compagno speciale di Katiuscia con cui consuma la sua passione e corre volentieri i suoi rischi di donna attratta e innamorata.

Ricordo che in “persona che conosco” viene operata una forma di censura proprio riducendo il livello dell’interesse e il quoziente dell’affetto. Ma i guai non vengono mai da soli, dice l’adagio popolare e, infatti, la storia non finisce qui.

Ci trovavamo in quarantena.”

Si evidenzia e si rafforza l’attesa per comprovare lo stato psicofisico della protagonista e, di riferimento, lo stato psichico del suo “conoscente”. Katiuscia attende l’epifania mestruale per debellare una gravidanza indesiderata o non programmata. La “quarantena” è il periodo di isolamento o di segregazione delle persone infette o delle persone in stato di peccato che hanno fatto ricorso all’espiazione della colpa scontando la pena comminata dalla comunità in difesa dei valori e della salute. Entrambi si trovano in “quarantena” psicofisica. La simbologia non poteva essere migliore, perché include l’attesa temporale alla colpa della negligenza.

Ma la cosa non finisce ancora e il quadro diventa complesso e particolarmente violento.

Io sono corsa a cercare delle armi e ho estratto due coltelli da un cassetto nel muro e ne ho consegnato uno al conoscente.”

Come al solito è la donna che si allerta nel caso di una gravidanza indesiderata e si mette in moto con le paure e le idee per risolvere il quadro clinico: “sono corsa”. Katiuscia pensa a soluzioni drastiche, del tipo ricorrere all’interruzione volontaria della gravidanza. Le “armi” rappresentano le difese usate in maniera violenta, il “coltello” è un classico simbolo fallico in versione lacerante, il “cassetto” condensa l’universo psichico femminile nella forma recettiva del grembo, il “muro” sa di insensibilità e di chiusura, la “consegna al conoscente” attesta del bisogno di una partecipazione e di una condivisione. In sintesi chiarificatrice, Katiuscia fa presente al suo uomo la disposizione a ricorrere a una interruzione volontaria di gravidanza accentuandone l’aspetto fisicamente violento e psicologicamente traumatico. L’eventuale malaugurato progetto comporterà l’anestesia fisica e psichica, il meccanismo di difesa dello “isolamento” con la sua azione di scindere l’emozione e il sentimento dal fatto in se stesso. Questo è il significato complesso del “cassetto nel muro”. La condivisione è sempre auspicabile in una buona coppia, specialmente su questioni che riguardano la vita e la morte.

Il ricco e delicato sogno di Katiuscia è stato interpretato.

PSICODINAMICA

Il sogno di Katiuscia sviluppa la psicodinamica dell’interruzione volontaria della gravidanza legata a un rapporto sessuale particolarmente fascinoso e privo di quei freni inibitori che potevano consentire un migliore autocontrollo e sciupare il crescendo della “libido”. La parte finale attesta del bisogno di una condivisione e di una deliberazione consapevole e in assoluzione dei sensi di colpa indotti da una risoluzione finale di rifiuto e di soppressione chirurgica.

PUNTI CARDINE

Il sogno di Katiuscia si lascia spiegare tramite i seguenti nodi di svincolo: “mi sono accorta di essere piena di cimici sulle gambe” e “Ci trovavamo in quarantena.” e “ho estratto due coltelli da un cassetto”. L’andamento del sogno segue la Logica simbolica in maniera inequivocabile e progressiva.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è ampiamente detto nel corso della decodificazione del sogno.

Il richiamo allo “archetipo Madre” in versione gravidica è ben visibile: Le “cimici” e la “quarantena”.

Il “fantasma della maternità” nella “parte negativa” si individua chiaramente in “ho estratto due coltelli da un cassetto nel muro” e anche nell’avere scelto le cimici orripilanti come simboli degli spermatozoi.

Il sogno di Katiuscia esibisce l’azione incisiva dell’istanza vigilante e razionale “Io” in “ho pensato” e in “mi trovavo” e in “svegliandomi” e in “mi sono accorta”.

L’istanza “Es”, rappresentazione delle pulsioni, si manifesta chiaramente in “come sono morbide e pulite queste lenzuola”. e in “essere piena di cimici sulle gambe” e in “ho estratto due coltelli da un cassetto nel muro”.

L’istanza limitante e censoria “Super-Io” non ha ricovero in questo sogno.

Il sogno di Katiuscia presenta la “posizione psichica genitale” nel disporsi all’amplesso sessuale e nel rischio della gravidanza, così come presenta la “posizione psichica anale” quando ricorre all’esercizio della “libido sadomasochistica” in “ho estratto due coltelli da un cassetto nel muro”.

Katiuscia usa nel suo sogno i seguenti “meccanismi e processi psichici di difesa”: la “condensazione” in “montagna” e in “cimici” e in “velcro” e in “lenzuola morbide e pulite” e in “coltelli” e in armi”,

lo “spostamento” in “alzandomi” e in “svegliandomi” e in “cane” e in “gambe” e in “appiccicose” e in “quarantena”, e in “cassetto sul muro”,

la “figurabilità” o rappresentazione in immagine in “Faticavano a venire via perché appiccicose come il velcro.” e in “ho estratto due coltelli da un cassetto nel muro”,

la “conversione nell’opposto” in “era presente una persona che conosco.”,

la “proiezione” in “e anche il mio cane ne era ricoperto.”,

la “drammatizzazione” in “ho estratto due coltelli da un cassetto nel muro”.

Il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” è ben visibile in “Mi trovavo in un dormitorio di montagna”.

Il processo psichico di difesa della “regressione” è presente nei termini dovuti alla funzione onirica e non in parti del sogno.

Il processo psichico della “compensazione” non figura attivo.

Il sogno di Katiuscia mostra un netto tratto “genitale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”: la sessualità e la maternità anche se in versione indesiderata.

Le “figure retoriche” coniate da Katiuscia nel sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “cimici appiccicose” e in “velcro” e in “coltelli” e in “cassetto nel muro”,

la “metonimia” o nesso logico in “dormitorio” e in “montagna” e in “svegliandomi” e in “lenzuola morbide e pulite” e in “ci trovavamo in quarantena”,

la “enfasi o forza espressiva in “Io sono corsa a cercare delle armi e ho estratto due coltelli da un cassetto nel muro e ne ho consegnato uno al conoscente.”

E’ formata la “allegoria” dell’embrione in “Faticavano a venire via perché appiccicose come il velcro” e la “allegoria” della coppia in “Nel sogno era presente una persona che conosco. Ci trovavamo in quarantena.”

La “diagnosi” dice di un rischio di restare incinta in rapporto sessuale appassionato e non protetto e con deliberazione finale concordata di eventuale interruzione volontaria di gravidanza.

La “prognosi” impone a Katiuscia la giusta cautela nel coito con l’uso dei contraccettivi maschili o femminili per vivere al meglio la sua “libido genitale” senza ricorrere a sistemi drastici che pesano tantissimo sulla “psicologia femminile” vita natural durante.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in una “psiconevrosi fobico-ossessiva” e alla caduta della buona disposizione erotica e sessuale a causa di un controllo e di un autocontrollo nel coito per paura della fecondazione e della gravidanza.

Il “grado di purezza onirica” è “buono”. La trama del sogno non ha subito ridimensionamenti o aggiustamenti e la sinteticità procede nella consequenzialità simbolica.

La causa scatenante del sogno di Katiuscia si attesta in un ricordo del giorno precedente legato all’esperienza della maternità.

La “qualità onirica” si attesta nella determinazione finale in risoluzione concordata e in alleviamento del senso di colpa: “prescrittività”.

Il sogno di Katiuscia si è svolto nella seconda fase del sonno REM perché presenta emozioni e sensazioni di una certa virulenza.

Il “fattore allucinatorio” si compiace dell’uso dei seguenti organi di senso: “tatto” in “come sono morbide e pulite queste lenzuola” e in “Faticavano a venire via perché appiccicose come il velcro., la “vista” in “mi sono accorta di essere piena di cimici sulle gambe”. La cenestesi globale è presente in “sono corsa”.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Katiuscia è “buono” alla luce della consequenzialità dei simboli. Il “grado di fallacia” è veramente “scarso”.

DOMANDE & RISPOSTE

Ci voleva una donna del popolo e ho chiesto alla signora Maria, moglie e madre comprovata, di leggere e commentare l’interpretazione del sogno di Katiuscia. Questo è stato il nostro colloquiare.

Maria

Prima di passare al sogno, vorrei sapere come si può a vent’anni superare psicologicamente un trauma da proiettile sulla schiena che ti lascia paralizzato. E’ da quando è successo il fatto criminale che resto sbalordita dalle reazioni positive di questo giovane che vedo in “tv” e di cui raccontano i giornali.

Salvatore

Ti apprezzo moltissimo per questo tuo cauto prendere l’argomento alla larga e senza fare nomi e cognomi. E’ giusto parlarne in generale e interpretarlo secondo la griglia psicoanalitica. Questo caso riguarda e richiama il meccanismo psichico della “razionalizzazione della perdita o del lutto”. Di fronte al trauma criminale improvviso la persona reagisce con il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia del “controllo onnipotente” e in questa operazione di reazione e di ripresa viene sostenuta dal sostegno medico, dall’incentivo della pubblica opinione e dalla speranza di una soluzione ottimale. Come tutte le “razionalizzazioni della perdita” lo sfondo depressivo è sempre presente anche se non si mostra nella sua sostanza. Il tempo richiesto si attesta nei soliti due anni di elaborazione e di maturazione della nuova situazione psicofisica ed esistenziale. L’altro fattore importante da considerare in questo decorso clinico è la “organizzazione psichica reattiva” che è chiamata in causa. In base alla prevalenza della qualità formativa cambia la reazione alla perdita e la forma della “razionalizzazione”. Vediamo in breve le modalità reattive al trauma psicofisico. La “organizzazione psichica reattiva orale” tira in ballo l’affettività e la dipendenza per cui si attacca alle persone dell’ambiente e richiede rassicurazione e protezione in tanta situazione critica. La “organizzazione psichica reattiva anale” mette in atto l’aggressività e l’autonomia ed esaspera il senso del potere e dell’individualità con lo spirito critico e con la pulsione sadomasochistica nell’aggredire e nell’aggredirsi. La “organizzazione psichica reattiva fallico-narcisistica” trova pane per si suoi denti nell’esaltazione della sua irripetibile individualità e reagisce con l’esasperazione dell’autocompiacimento eroico. La “organizzazione psichica reattiva edipica” riesuma la conflittualità e reagisce con l’aggressività e la ricerca continua della ricomposizione e della riformulazione del trauma nell’attesa di riconoscerlo dopo averlo rifiutato. La “organizzazione psichica reattiva genitale” elabora oggettivamente il trauma e lo inserisce nella realtà operando a suo vantaggio nelle condizioni date secondo le linee dello “amor fati”, accettazione e cura del proprio destino di uomo. In questo tragitto la psicoterapia è basilare nella diagnosi della “organizzazione psichica” e nell’accompagnare a maturazione eventuali punti critici e nel riempire sempre eventuali vuoti psichici nella formazione. Questo si può e si deve fare per una prognosi fausta nella difficile evoluzione della “razionalizzazione della perdita”. Concludo dicendo che il clamore sociale non aiuta la riformulazione dell’equilibrio psicofisico perché esalta l’onnipotenza narcisistica.

Maria

Ho capito. Grazie. Passo a Katiuscia e chiedo se il sogno dice che ha subito qualche violenza. E poi le chiedo perché non ha mai usato il termine aborto e ha preferito interruzione volontaria della gravidanza.

Salvatore

La seconda domanda mi impone di dirti che trovo innaturale la parola aborto per la sua etimologia: lontano dall’origine della vita. La donna non nega la sua natura femminile quando decide di interrompere la gravidanza o si mette contro il “Genio della Specie”, la donna mantiene le sue prerogative materne anche se devasta in primo luogo se stessa. La legge 194 del 1978 è importante per le donne perché riconosce e tutela un diritto sacrosanto della donna in riguardo alla sua funzione procreativa e la emancipa dalle varie dipendenze culturali maschili, nonché religiose e ancestrali. Ma la legge 194 è ritenuta dalle donne un eccezionale ricorso per la loro sopravvivenza. Le donne non ambiscono a farsi male, ma vogliono essere tutelate nell’autodeterminazione della gravidanza e nelle strutture ospedaliere competenti, evitando di ricorrere come in passato a pratiche illegali e mortifere. Per quanto riguarda Katiuscia, il sogno dice della sua sensibilità all’interruzione della gravidanza, ma nulla aggiunge in rafforzamento di una esperienza vissuta. Sorprende, pur tuttavia, l’immediata associazione alla soluzione violenta in caso di coito passionale e di fecondazione indesiderata. Il collocare i coltelli dentro un cassetto nel muro può essere interpretato come un tirare via gli attrezzi chirurgici di morte da un utero insensibile e induce a pensare che Katiuscia compia la “razionalizzazione” del trauma subito distribuendo le responsabilità anche al suo uomo o al “conoscente”. La simbologia non è così “sanguigna” da consentire un orientamento verso un’esperienza traumatica vissuta dalla protagonista. In ogni caso è molto fredda.

Maria

Mi ha impressionato la “quarantena” e mi sono ricordata del rito della purificazione che mia nonna raccontava a noi bambine. Dopo il parto la madre veniva riammessa nella comunità cristiana del paese dopo quaranta giorni necessari per purificarsi del fatto che, per avere un figlio, era stata sessualmente congiunta con il marito e, quindi, era impura. Anche il sangue del parto influiva in questo rito che affondava la sua origine nei secoli.

Salvatore

La “quarantena” di Katiuscia significa l’attesa della mestruazione per tagliare la testa al toro, ma ha anche una radice culturale del tipo che ricordava tua nonna. In ogni caso si tratta di una purificazione della colpa lampantemente commessa.

Maria

La passione è una cosa buona e specialmente quella amorosa. Ricordo che da piccola mi piaceva ascoltare le canzoni napoletane che il bisnonno aveva imparato ad amare sul fronte del Piave nel 1918 perché le sentiva dai soldati napoletani, tutta povera gente che non è tornata a casa e che adesso puoi trovare nel cimitero di guerra di Fagarè della Battaglia.

Salvatore

Sia sempre maledetta la guerra insieme a coloro che la provocano e la professano, insieme ai fomentatori d’odio, i portatori psichici di castrazione, quelli che additano un lutto da vendicare senza sapere che hanno la morte dentro.

Maria

Riprendo il discorso sulla pillola. Anch’io ne ho fatto uso, ma poi ho dovuto smettere per gli effetti collaterali. Su consiglio del ginecologo ho messo la spirale. Devo dire che mi sono trovata bene. In ogni caso è sempre meglio essere padroni in casa propria. Ecco, mi piace dire essere padroni del proprio corpo e della propria mente.

Salvatore

Ogni donna sa trovare il suo giusto equilibrio per il suo benessere psicofisico e per la sua vita sessuale, nonché per disporre le sue gravidanze secondo i suoi bisogni e i suoi progetti.

Maria

Consiglio alle giovani donne di avere in borsetta sempre un preservativo, anzi una scatola di preservativi, tra i trucchi e le cianfrusaglie, se non hanno la pillola in corpo. Possono sempre servire. Un’altra cosa importante: che facciano sesso invece di bere e di massacrarsi il cervello con gli stupefacenti. Io ho tre figli maschi e ai due grandi ho già impartito le giuste direttive: rispetto della donna e testa sulle spalle e poi puoi dare sfogo al patrimonio dei coglioni. Non so se mi sono spiegata.

Salvatore

Come al solito ti sei spiegata molto bene. Sei una donna eccezionale. Penso proprio di essermi innamorato di te.

Maria

Va là, va là! Non mi dica queste cose, altrimenti ci credo. E poi, io sono impegnata. Come si conclude il sogno di Katiuscia? Avevo pensato ai poveri soldati napoletani del nonno e alla passione di cui tanto ha parlato lei e mi sono ricordata di una canzone intitolata proprio “Passione napoletana” e interpretata da Mina. E così concludiamo in lacrime e in bellezza.

Salvatore

Come faccio a dirti di no?

Grazie e alla prossima, o preziosa creatura!

I LUNGHI LEVERAGGI DELLE DONNE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo nella cucina di casa mia e, spostandomi in soggiorno, sono passato davanti al televisore che ha attirato la mia attenzione. Stavano trasmettendo un telegiornale e le immagini arrivavano dalla Cina.

Erano immagini nitide e dai colori vivi. Una ragazza cinese, ripresa da sopra la testa, giaceva su un tavolo. Era senza naso ed aveva il volto coperto di sangue. Pensavo fosse morta, ma la scena mi ha lasciato comunque indifferente. Nessun commento da parte dei giornalisti.

L’inquadratura proseguiva spostandosi di lato. Ora vedevo chiaramente il volto ed i capelli neri raccolti a coda. I lineamenti erano chiaramente di una ragazza cinese, il naso ora c’era ed il viso non più insanguinato. Aveva gli occhi semichiusi e mi sono accorto che non era morta ma viva.

Tremava impaurita mentre una pinza d’acciaio cromato mossa da dei lunghi bracci, sempre d’acciaio, le strappava dal ventre squarciato e insanguinato, dei lembi di carne che mi sembravano le ovaie e le buttava in un secchio posato per terra.

Un’altra donna, ripresa di spalle, le stava seduta accanto rivolta verso il viso della ragazza stesa. Non l’ho vista in faccia, ma mi ero fatto l’idea che fosse di origine europea e comunque non cinese. Aveva capelli color castano chiaro ed il taglio era simile a quello di mia moglie.

Non ho visto se fosse questa donna a manovrare le pinze, ma i lunghi leveraggi che le comandavano partivano proprio da davanti a lei.”

Questo è il sogno di Morfeo.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Vado al dunque dopo aver tanto riflettuto su questo prodotto psichico “sui generis”. Il sogno di Morfeo è importante perché descrive come un uomo può vivere il trauma, drammatico per l’essenza femminile, della perdita della capacità di diventare madre. Morfeo è colpito dalle ferite iscritte nel corpo di una donna e si difende dal cogliere le ferite iscritte nella psiche di una donna costretta alla sterilità. Morfeo è colpito da tanto strazio e lo rielabora secondo le sue coordinate maschili e la sua formazione psichica, ma non partecipa emotivamente per naturale difesa. Il rapporto tra “quello che sogna e scrive” e “quello che vive in sogno” è decisamente a favore del primo.

Morfeo è “formale” di nome e di fatto, è un “presta-sembianze”, come nella mitologia greca da cui ha tratto lo pseudonimo richiamando il “sogno” e il “sognare”, ma anche la “morfina”, il farmaco della “ataraxia” e del “nirvana”, la ricetta chimica per eliminare gli affanni e le angosce. Morfeo non ha scelto a caso questo nome. Ha commesso un inconsapevole “lapsus” esprimendo in questa opzione qualcosa di sé e della sua “organizzazione psichica reattiva”. Morfeo è un uomo molto controllato che si distribuisce con la giusta misura nei coinvolgimenti emotivi.

Eppure nel sognare il suo psicodramma questo asettico Morfeo riesce a tessere le lodi delle donne e del loro potere nel subire e nel dare, nel soffrire e nel gioire, nell’essere e nell’esserci. Il titolo, “I lunghi leveraggi delle donne”, sottende le grandi complicate leve dello “Psicosoma Femminile”, la complicazione armonica della Vita e della Morte, il Corpo mistico della Donna depositato sull’altare della dea Demetra e della figlia Persefone. Quest’ultima è sposa di Ade, dio degli Inferi, ed è destinata a rappresentare l’ambivalenza tra la Vita e la Morte nei sei mesi di soggiorno sulla terra che rinasce, primavera-estate, e nei sei mesi di soggiorno nel Regno delle ombre, autunno-inverno. Morfeo si è immesso con il suo sogno in un territorio estremamente vasto e “morfologicamente” complesso, l’universo psicofisico femminile e la possibilità di gustare o non gustare i dolci e succosi chicchi del melograno, la fecondazione e la gravidanza.

Procedendo nelle considerazioni aggiungo che potevo intitolare il sogno di Morfeo “Elogio dell’Archetipo Madre” in onore alla Psicologia analitica di Jung, lo psicoanalista che tanto ha studiato la simbologia del “Principio Femminile”. Infatti, l’effetto sorprendente del sogno è che Tutto inizia e Tutto finisce nel segno del “Femminile”: la donna oggetto d’insulto e la donna riscatto dall’insulto, la donna cinese mutilata e la donna europea iperdotata. La cornice antropologica è meravigliosamente “super partes” e sopra le razze: il minimo comune denominatore è l’Essere Femminile. Il finale è degno del sottile acume di Ingmar Bergman sulla Psicologia Femminile. Nello specifico suggerisco la visione del film “Persona” del 1966.

Avanti con il sogno di Morfeo.

Lo psicodramma poteva essere letto come una formidabile “proiezione” d’aggressività verso le donne, una forma acuta di misoginia, un odio naturale che affonda le radici nella “posizione anale” di Morfeo e nell’esercizio della “libido sadomasochistica”. Niente di innaturale e patologico, perché l’aggressività rientra nella normale evoluzione dell’energia del “Vivente” definita “Libido”. Ma questa lettura descrittiva risultava settoriale e non assolveva la sensibilità di Morfeo verso una sua esperienza dolorosissima, non descriveva un uomo che descrive il suo “iter” doloroso, quasi un calvario, in riguardo a un fatto reale che la sua funzione onirica ha rielaborato secondo i “meccanismi di difesa” a lui congeniali, “l’isolamento” dell’emozione dal fatto o la freddezza. Quando il sogno è descrittivo di un fatto occorso e di un’esperienza vissuta, il protagonista lo rielabora secondo i canoni della sua sensibilità e si difende con i “meccanismi psichici” prediletti, quelli che lo fanno star bene per uso consolidato.

Ma il sogno non si esaurisce in queste linee interpretative complesse e drammatiche. Accanto alla “libido sadomasochistica” Morfeo associa nella parte finale del sogno la “libido fallico-narcisistica” della omonima “posizione psichica”. Per la precisione l’esaltazione della donna si evidenzia nel dotarla di “pinze” e di “lunghi leveraggi”, nonché di capacità di comando e di manovra, di un buon Cervello e di una ottima Mente. Morfeo è un convinto ammiratore dell’universo femminile e un assertore dei diritti delle donne al punto che ripara simbolicamente il trauma della maternità mutilata con il recupero degli strumenti di potere nei millenni ascritti e attribuiti all’universo psichico maschile, il fallo e la gestione delle leve del potere.

Meglio di così, credetemi, Morfeo non poteva fare.

Per un sogno decisamente impegnativo questo preambolo può bastare.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Mi trovavo nella cucina di casa mia e, spostandomi in soggiorno, sono passato davanti al televisore che ha attirato la mia attenzione. Stavano trasmettendo un telegiornale e le immagini arrivavano dalla Cina.”

Traduco: “ero immerso nei miei ricordi, pensavo ai miei affetti e mi è venuto in mente la scena di un episodio successo tanto tempo fa”.

Morfeo scartabella tra le sue memorie e trova un fatto che l’ha colpito, un evento traumatico. Per rivederlo in sogno ha bisogno di staccarsene e lo fa diventare una semplice notizia del telegiornale e addirittura un notiziario cinese tanto per non capirci niente. I simboli sono la “cucina” e il “soggiorno” della “casa”, quel materiale che nella sua “organizzazione psichica reattiva” riguarda l’affettività e la comunicazione. Il “televisore” è lo strumento difensivo che attenua l’angoscia dei vissuti, così come il “telegiornale” rappresenta una maniera di staccarsi emotivamente da quello che lo riguarda direttamente e che sta per entrare in scena. La “Cina” rappresenta l’esotico e il diverso, un polo ambivalente di attrazione e di repulsione per Morfeo. Le “immagini” sono le rappresentazioni allucinate dei suoi “fantasmi”.

Procedere significa capire.

Erano immagini nitide e dai colori vivi. Una ragazza cinese, ripresa da sopra la testa, giaceva su un tavolo. Era senza naso ed aveva il volto coperto di sangue. Pensavo fosse morta, ma la scena mi ha lasciato comunque indifferente. Nessun commento da parte dei giornalisti.”

Traduco: “il trauma era ben vivo dentro di me e riguardava una figura femminile che rischiava di morire ed era inerte e senza alcun potere, oltre che gravemente malata nella sua identità femminile. Per difendermi dall’angoscia non mi sono coinvolto, mi sono raffreddato e non ho tirato fuori alcuna riflessione su questo fatto traumatico che stava emergendo in me.”

Morfeo rievoca un trauma legato a una donna che ha subito un intervento chirurgico importante. Questo ricordo vivido avviene tra chiarezza mentale e distacco emotivo. Morfeo si anestetizza e mette in atto il “meccanismo psichico di difesa” dello “isolamento”: separazione dell’emozione dal fatto, freddezza. La “ragazza cinese” condensa la figura femminile non coinvolgente e addirittura di altra razza, “sopra la testa” riguarda il simbolo della vigilanza ossia è cosciente anche se giace su un tavolo operatorio. L’essere “senza naso” conferma che non ha potere, deve subire e non può reagire, mentre il “volto coperto di sangue” attesta dell’evento cruento di cui la donna anonima cinese è consapevole.

Morfeo sta operando da lontano la rappresentazione di un trauma che lo ha toccato da molto vicino.

L’inquadratura proseguiva spostandosi di lato. Ora vedevo chiaramente il volto ed i capelli neri raccolti a coda. I lineamenti erano chiaramente di una ragazza cinese, il naso ora c’era ed il viso non più insanguinato. Aveva gli occhi semichiusi e mi sono accorto che non era morta ma viva.”

Morfeo ama i particolari e ci prova gusto nell’analizzare i suoi vissuti, quasi come se vantasse esperienze professionali di questo tipo. Persiste la freddezza nel visionare il quadro e la parsimonia nel vissuto. La donna è cinese ed è molto lontana e diversa dalla effettiva donna che Morfeo vuole rappresentare nel sogno. La donna aveva una certa “coscienza di sé” e la rianimazione funziona veramente bene nell’ospedale in cui si trova.

Viva la vita che riaffiora dopo tanta paura e tanta angoscia !

Tutto bene quel che finisce bene.

Ripeto: Morfeo sta rievocando i particolari del suo ben controllato travaglio emotivo di fronte a un’esperienza traumatica che lo ha coinvolto direttamente. Il simbolo degli “occhi semichiusi” dice di una consapevolezza obnubilata. Il “naso” attesta del potere che ritorna con la vitalità. “Il volto e i capelli neri raccolti a coda” identificano una donna cinese che indirettamente è una figura femminile prossima a Morfeo. Di rilievo è la freddezza analitica con cui il protagonista del sogno si sta difendendo dall’angoscia depressiva di perdita di una persona cara. La funzione onirica ce la sta mettendo tutta per non far scattare l’incubo: la coincidenza del “contenuto latente” con il “contenuto manifesto”. Mi spiego meglio e mi spiego prima. Se questa donna cinese, con tanto di viso e di coda di cavallo nera, si trasformasse nel viso della persona interessata, il risveglio immediato sarebbe assicurato insieme all’incubo.

Tremava impaurita mentre una pinza d’acciaio cromato, mossa da dei lunghi bracci sempre d’acciaio, le strappava dal ventre squarciato e insanguinato dei lembi di carne che mi sembravano le ovaie e le buttava in un secchio posato per terra.”

Ecco la scena madre in tutta la sua cruenta realtà e verità !

In sogno Morfeo è un esperto chirurgo che opera con apparecchiature all’ultimo grido, quei robot dall’Elettronica potente che hanno superato l’avanguardistica ma ormai obsoleta laparoscopia. Adesso l’intervento chirurgico lo fa il robot muovendo in maniera meccanica le sue lunghe e complicate leve, i “leveraggi” per l’appunto, grazie alla guida intelligente che al computer opera il chirurgo. L’intervento riesumato da Morfeo riguarda la sterilizzazione di una donna, la perdita della possibilità di procreare legata all’asportazione delle ovaie. O Morfeo è un chirurgo ginecologico o è un uomo che è stato toccato da vicino da un intervento invalidante nella persona a lui vicina. Propendo per la seconda, perché un chirurgo non si porta il lavoro a casa e per giunta di notte. Preferisce dormire per essere in forma il giorno dopo con tutte le leve e con le pinze di acciaio cromato che deve far muovere con delicatezza e perizia. Di certo, Morfeo offre una compiaciuta descrizione sadomasochistica, del tipo “strappava dal ventre squarciato e insanguinato dei lembi di carne che mi sembravano le ovaie”. E, come se questa chiarezza non bastasse per avere la patente del sadomasochismo, “le buttava in un secchio posato per terra”, nel cestino dei rifiuti organici dell’ospedale. La descrizione è traumatica e la freddezza si coglie in “acciaio” e in acciaio cromato”.

La donna, cinese per difesa, è viva, ma ha perso la possibilità di avere figli.

Qualche simbolo non guasta in tanto quadro cruento: “pinza” e “lunghi bracci” sono organi del sadismo, “acciaio cromato” equivale a freddezza, “strappava” è la sadica conferma e scinde l’emozione dal fatto, “squarciato” rappresenta l’ulteriore rafforzamento del sadismo e del compiacimento, “lembi di carne e ovaie” sono gli organi della fertilità femminile, “buttava” è un dispregiativo e indica il distacco che il chirurgo deve avere per operare, “secchio” è simbolo del femminile in accezione dispregiativa.

La precisione chirurgica di Morfeo nella cruenta descrizione attesta di una sua precisa freddezza che controlla le emozioni ma che descrive le scene in maniera perfetta.

Un’altra donna, ripresa di spalle, le stava seduta accanto rivolta verso il viso della ragazza stesa. Non l’ho vista in faccia, ma mi ero fatto l’idea che fosse di origine europea e comunque non cinese. Aveva capelli color castano chiaro ed il taglio era simile a quello di mia moglie.”

Morfeo è colpito dalla solidarietà femminile, dal reciproco ausilio tra donne in difficoltà, da un mutuo soccorso al femminile che è degno delle migliori società e associazioni filantropiche dell’Ottocento. La donna europea consola la donna cinese. Tra donne ci si aiuta e al di là delle razze. Dopo tanto sadismo ci sta bene l’altruismo, la solidarietà e l’universalità dei sentimenti. Morfeo alla fine del sogno si dà la coordinata giusta per capire e mette in ballo sua “moglie” nel “taglio” dei capelli, un tratto di riconoscimento. La “cinese” era la moglie di Morfeo ed è la donna che nella realtà ha subito l’intervento di asportazione delle ovaie. Morfeo ha sognato quello che ha vissuto in un delicato momento della sua vita. Ha sdoppiato la moglie in colei che fa l’intervento e in colei che lo subisce e per renderla irriconoscibile in sogno l’ha fatta cinese. Ma alla fine il sogno ha dato un indizio di comprensione, un punto chiave per capire di chi si tratta e di cosa si tratta.

Non ho visto se fosse questa donna a manovrare le pinze, ma i lunghi leveraggi che le comandavano partivano proprio da davanti a lei. ”

Una donna “fallica” di grande potere è quella che ha diretto l’intervento di asportazione da un lato e di salvezza dall’altro: la moglie di Morfeo. Quest’ultimo manifesta una grande ammirazione verso le donne in generale e in particolare verso quelle che ha squadernato dormendo sul suo palcoscenico onirico. Morfeo riconosce alla donna una grande capacità nel fare e nel subire. La concezione sull’universo femminile è positiva anche se mantiene la giusta ambivalenza verso l’insondabile dimensione psicofisica della maternità. In ogni caso l’attrazione è notevole e si coglie chiaramente nel suo tessere l’elogio e l’allegoria del valore femminile. Afrodite ringrazia dall’alto dell’Olimpo anche se non riesce a capacitarsi su come il suo potere erotico e seduttivo si sia evoluto nel manovrare pinze d’acciaio e lunghi leveraggi.

Questo è quanto potevo offrire all’apparente meccanico sogno di Morfeo e alla sua capacità di difendersi dall’angoscia vissuta a suo tempo. Là dove il sogno diventa descrittivo, nasconde una sensibilità direttamente proporzionale all’angoscia vissuta.

PSICODINAMICA

Il sogno di Morfeo sviluppa la psicodinamica cruenta di un trauma legato a un intervento chirurgico invalidante la capacità procreativa femminile. Morfeo presenta la sua difesa dal coinvolgimento emotivo e descrive in maniera cruda e truce l’essenza scenica dell’operazione soprattutto nell’esito finale e suppone la metodologia d’intervento. Il sogno ha una sua polivalenza perché può sortire interpretazioni diverse ma congrue nella sostanza. L’esibizione della “posizione psichica anale” con la “libido sadomasochistica” fa di Morfeo un buon chirurgo che la sublima mettendola al servizio del prossimo o un uomo coinvolto affettivamente che si difende attraverso la descrizione fredda dell’asportazione degli organi genitali interni. La propensione alla seconda direzione è supportata dal richiamo alla moglie, un esiguo richiamo che illumina il significato del sogno e la “organizzazione psichica reattiva” di Morfeo.

PUNTI CARDINE

Il punto cardine per l’interpretazione del sogno di Morfeo è il seguente: “Aveva capelli color castano chiaro ed il taglio era simile a quello di mia moglie.” Con una semplice associazione legata al taglio dei capelli, Morfeo si tradisce in sogno sempre in maniera coperta e utile alla decodificazione corretta del sogno.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

I simboli sono stati decodificati nel corso dell’interpretazione del sogno. Di rilievo sono i seguenti: “telegiornale”, “ragazza cinese”, “senza naso”, “volto coperto di sangue”, “capelli neri raccolti a coda”, “pinza”, “acciaio cromato”, “lunghi bracci”, “ventre squarciato e insanguinato”, “lembi di carne”, “ovaie”, “secchio”, “leveraggi lunghi”.

Il sogno di Morfeo richiama “l’Archetipo della Madre” e il “Principio Femminile” nella versione depressiva dell’Archetipo “Morte”.

Il “fantasma di morte” nella versione sadomasochistica della “mutilazione” è presente e ben visibile in “le strappava dal ventre squarciato e insanguinato, dei lembi di carne che mi sembravano le ovaie”.

Il sogno di Morfeo accusa la presenza della istanza vigilante “Io” in “pensavo” e in “ora vedevo” e in “non ho visto”. L’istanza pulsionale e rappresentazione dell’istinto è abbondantemente visibile in “Tremava impaurita mentre una pinza d’acciaio cromato mossa da dei lunghi bracci, sempre d’acciaio, le strappava dal ventre squarciato e insanguinato, dei lembi di carne che mi sembravano le ovaie e le buttava in un secchio posato per terra.” L’istanza limitante e censoria “Super-Io” non è in azione nello psicodramma rappresentato.

Il sogno di Morfeo presenta ampiamente la “posizione psichica anale” con la “libido sadomasochistica” corrispondente in “Era senza naso ed aveva il volto coperto di sangue.” e in “le strappava dal ventre squarciato e insanguinato, dei lembi di carne che mi sembravano le ovaie e le buttava in un secchio posato per terra.” Mostra la “posizione psichica fallico-narcisistica” con la “libido” corrispondente in “Non ho visto se fosse questa donna a manovrare le pinze, ma i lunghi leveraggi che le comandavano partivano proprio da davanti a lei.” La “posizione psichica genitale” si evidenzia nell’investimento di “libido” seguente: “Un’altra donna, ripresa di spalle, le stava seduta accanto rivolta verso il viso della ragazza stesa.”

Il sogno di Morfeo evidenzia i seguenti “meccanismi psichici di difesa”: la “condensazione” in “naso” e in “occhi” e in “pinza” e in “bracci” e in “leveraggi” e in altro, lo “spostamento” in “ragazza cinese” e in “la scena mi ha lasciato comunque indifferente. Nessun commento da parte dei giornalisti.” e in altro, “l’isolamento” in “la scena mi ha lasciato comunque indifferente.”, la “figurabilità” in “Tremava impaurita mentre una pinza d’acciaio cromato mossa da dei lunghi bracci, sempre d’acciaio, le strappava dal ventre squarciato e insanguinato, dei lembi di carne che mi sembravano le ovaie e le buttava in un secchio posato per terra.” e in altro.

Il processo psichico di difesa della “regressione” è presente nei termini dovuti all’esercizio della funzione onirica.

Il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” è assente.

Il processo psichico di difesa della “compensazione” è in esercizio in “Un’altra donna, ripresa di spalle, le stava seduta accanto rivolta verso il viso della ragazza stesa.” e in “Non ho visto se fosse questa donna a manovrare le pinze, ma i lunghi leveraggi che le comandavano partivano proprio da davanti a lei.”.

Il sogno di Morfeo mostra un tratto psichico “sadomasochistico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” decisamente “anale”. Sono presenti un tratto “narcisistico” e un tratto “genitale”.

Le “figure retoriche” formate da Morfeo nel sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “pinza” e in “acciaio” e in “leveraggi” e in altro, la “metonimia” o nesso logico in “pinza” e in “taglio di capelli” e in altro, la “enfasi” o forza espressiva in “Tremava impaurita mentre una pinza d’acciaio cromato mossa da dei lunghi bracci, sempre d’acciaio, le strappava dal ventre squarciato e insanguinato, dei lembi di carne che mi sembravano le ovaie e le buttava in un secchio posato per terra.”

Morfeo forma “l’allegoria del narcisismo” femminile in “Non ho visto se fosse questa donna a manovrare le pinze, ma i lunghi leveraggi che le comandavano partivano proprio da davanti a lei.”

La “diagnosi” dice della rievocazione di un trauma depressivo di perdita della funzione genitale e del successivo recupero psichico compensativo da parte di un uomo coinvolto affettivamente che riesce a ben isolare le emozioni dal fatto cruento.

La “prognosi” impone a Morfeo di razionalizzare progressivamente il trauma e di vivere le emozioni collegate in maniera tollerabile e reintegrando l’evento con le emozioni che ha relegato a livello profondo. Il recupero e la reintegrazione sono funzionali a una migliore offerta affettiva della sua persona. Un uomo tendenzialmente freddo non sempre è apprezzato e non sempre si piace. La rigidità va sempre attenuata anche perché, se non funziona il meccanismo psichico di difesa, la crisi psiconevrotica è immediata.

Il “rischio psicopatologico” si attesta, come dicevo prima, in un mancato funzionamento del “meccanismo principe dello “isolamento” e dell’uso del meccanismo della “rimozione” perché Morfeo ricorda tutto l’evento traumatico nei minimi particolari ma ha incarcerato le emozioni. Di conseguenza bisogna tutelarsi dall’insorgere di una “psiconevrosi isterica” con conversioni psicosomatiche e crisi di panico dovuta all’afflusso incontrollato delle tensioni incarcerate a livello profondo. Auspicabile è la “razionalizzazione” progressiva del trauma.

Il “grado di purezza onirica” è “buono” alla luce della precisa narrazione della trama del sogno. Le contaminazioni logiche e le pezze giustificative non compaiono.

La “causa scatenante” del sogno di Morfeo si attesta nel ricordo casuale o in una associazione all’evento traumatico a suo tempo occorso.

La “qualità onirica” o attributo globale e dominante del prodotto psichico è “cruenta” e “tecnologica”.

Il sogno di Morfeo è stato fatto nella penultima fase del sonno REM vista la precisione della memoria e delle descrizioni.

Il “fattore allucinatorio” si esalta nelle allucinazioni cruente più volte citate e nello specifico il senso della “vista” in “vedevo chiaramente…” e in “non ho visto”. Il sogno di Morfeo procura una “cenestesi” globale di repulsione delle scene cruente e truci, così come la prospera conclusione produce un riscatto sensoriale dalle precedenti scene.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Morfeo è “sufficiente” alla luce del fatto che il sogno possiede altre variabili interpretative di minor spessore rispetto a quella scelta e corroborata dal fatto che veniva richiamata per associazione libera la figura della moglie del protagonista. Il “grado di fallacia” è “medio”. Soltanto Morfeo può confermare la bontà o la debolezza dell’interpretazione.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Morfeo è stata sottoposta all’attenzione di una donna che ha voluto mantenere l’anonimato. E’ conseguita la seguente discussione.

Lettrice

Sono sbalordita del fatto che un uomo abbia rappresentato la realtà in maniera così precisa, perché a tutti gli effetti è quello che succede nelle sale operatorie, escluso il discorso del secchio. Quello che ha descritto Morfeo è veramente drammatico e veritiero. Anch’io sono rimasta impressionata dal fatto che lui racconta in maniera cruda e non partecipa emotivamente.

Salvatore

Usa doppi “meccanismi di difesa” dall’angoscia, quelli del sogno e quelli della veglia. Pensa quanto ha dovuto soffrire in silenzio quest’uomo di fronte alla patologia di una donna a lui oltremodo cara. Ha dovuto reprimere le sue emozioni e le sue tensioni per non appesantire il quadro già drammatico di suo.

Lettrice

Ma non si è fermato a descrivere l’operazione chirurgica, è andato oltre a sostenere la donna e a esaltare la bravura nell’affrontare situazioni così delicate. Non pensa che nella realtà chi ha condotto l’intervento può essere stata una donna?

Salvatore

Lo penso anch’io. Spero che questi dubbi me li risolverà Morfeo, magari mandandomi un giudizio sulla veridicità dell’interpretazione del suo sogno, magari via mail, così come ha fatto nello spedirmelo. Certo che se l’interpretazione non risponde alla realtà, vuol dire che il sogno esprime una forte aggressività di Morfeo verso le donne, misoginia. Ma la delicatezza e la sensibilità con cui tratta la moglie in sogno associandola al taglio di capelli e l’esaltazione finale del valore femminile dispongono per la conferma che Morfeo è tutt’altro che misogino.

Lettrice

Ma se lei avesse preso un granchio nell’interpretazione, cosa succederebbe?

Salvatore

Se il trauma non è legato al fatto, significa che Morfeo ha esternato in sogno la sua misoginia e la sua reverenza verso le donne, perché non dimentichiamo che alla fine le esalta con la figura della “ingegnera” elettronica che governa abilmente i leveraggi e le pinze. E’ sempre un prodotto psichico di Morfeo ed è per lui di grande insegnamento perché lo invita a ridurre la freddezza nell’approccio con le persone e con la realtà. Su certe caratteristiche non mi sono sbagliato. Vedi la “prognosi” e il “rischio psicopatologico”.

Lettrice

La solidarietà che hanno le donne tra di loro quando non sono nemiche, è un altro punto del sogno ben evidenziato e reale. E Morfeo lo ha colto e lei lo ha approfondito. Certo non era un sogno facile.

Salvatore

Era un sogno originale ed eccessivamente realistico anche se l’esperienza chirurgica traumatica è molto diffusa e tanti sono gli uomini che vivono l’esperienza della moglie o della compagna che viene deprivata dell’utero e delle ovaie in maniera drastica. Morfeo ha saputo dare una versione truce e non si è soffermato sugli aspetti empatici e affettivi perché è fatto così.

Lettrice

Lei non ha notato in Morfeo l’invidia della maternità? Ho letto che esiste da sempre e che il maschio la risolve in altre maniere.

Salvatore

Brava, hai toccato un bel tema. Ammirazione verso l’universo femminile ce n’è tanta, ma invidia della capacità di procreare non ne ho trovata. E’ proprio vero che il maschio si ingravida di altro e “sublima la libido” nelle creazioni artistiche e nelle scoperte scientifiche. Ma sono teorie vecchie come il cucco.

Lettrice

Interessante l’indicazione che ha dato di guardare il film “Persona” di Bergman. Speriamo che si trovi da qualche parte. Comunque tutta la produzione del regista svedese va rivista e analizzata ben bene anche se è a volte di difficile lettura e comprensione.

Salvatore

In un anno si potrebbe cominciare a capire qualcosa di Bergman e anche quello che lui stesso non ha capito e che ci ha lasciato in regalo.

Lettrice

Non ho domande, ma ho la canzone giusta per il tema proposto dal sogno di Morfeo.

Salvatore

“Donne” di Zucchero Fornaciari?

Lettrice

No! “Quello che le donne non dicono” di Fiorella Mannoia.

Salvatore

Buone tutte e due e allora: aggiudicate !

RAVIOLI, POLENTA, FORMAGGIO E VINO ROSSO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Gentile Signor Vallone, ho fatto questo sogno.

La mia amica era ospite a casa mia ed era col compagno.

Nella realtà io non conosco il suo compagno, ma nel sogno era un ometto leggermente tarchiato, però ben messo, coi baffetti, molto simpatico.

Ce lo avevo vicino a me: vicino a me c’era lui e vicino a lui la mia amica.

Ci hanno portato a casa dei ravioli da mangiare e poi la mia amica ha detto “La polenta”.

C’era questa polenta che stava arrivando e del formaggio.

C’era del vino rosso, però ho detto “io non bevo vino”.

È finito il sogno.


Questa amica era una mia compagna di elementari che ho rivisto dopo una vita due anni fa e da allora ci scriviamo e sentiamo ogni giorno e ci vediamo spesso. Tra noi non c’è mai stato niente, solo amicizia.
Nella vita sono astemio.
Se riesce a dare un’occhiata al mio sogno, mi farebbe piacere.
Grazie anticipatamente


Davide”

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

La vita affettiva ha le sue radici nella nascita e si rafforza nell’infanzia. La prima conoscenza del bambino è il suo primo “fantasma”, le sensazioni e i vissuti di acuto dolore e di benefico sollievo. Questa è la sintesi primaria del cosiddetto “affetto”: “fare qualcosa per”. La psicodinamica recita: “colui o colei che solleva dal dolore, ama e chi è sollevato dal dolore si lega a lui o a lei”. E’ una normalissima teoria dell’attaccamento parentale che pone in rilievo e in risalto il corpo e le sensazioni, l’allucinazione e la fantasia nel momento della nascita e nelle primissima infanzia. Va da sé che i genitori sono determinanti in questo esordio psicofisico dei figli. Userò il termine “Madre” per definire il genitore che accudisce il figlio e a cui si attacca il bambino per le sue esigenze evolutive secondo la psicodinamica di fusione, di individuazione e di separazione.

La Madre archetipo e la madre in carne e ossa sono le artefici di questo itinerario psicofisico del figlio dopo il doloroso travaglio e il pericoloso parto. Si nasce nel trauma e si conferma il trauma. “Il trauma della nascita e la nascita del trauma” era il tema di un pionieristico Congresso degli anni ottanta in una Italia bacchettona che aveva una concezione indifferente, né positiva e né negativa, del bambino. In tanto traffico psicosomatico e in tanto scambio di sofferenza la “diade madre-figlio” si rompe con il parto e trova la giusta soluzione nell’individuazione della madre e del figlio. Ma si è soltanto reciso il “cordone ombelicale anatomico”, perché il figlio e la madre mantengono il “cordone ombelicale psichico”. La madre sa che il figlio dipende da lei in tutto e per tutto e che la sua sopravvivenza è legata al suo accudimento. Il figlio sente e percepisce chiaramente che dipende da quella figura che lo riscalda, lo accarezza, lo rilassa e sa alleviargli i dolori dello stomaco. Dal dolore nasce l’amore, dalla dipendenza fisica nasce l’affettività. Il bambino concepisce la madre come colei che lo nutre e miracolosamente risolve la sua fame. Il bambino conosce la madre e la rappresenta con il suo personale “fantasma”, quello che scinde nel “seno buono”, quello che mi nutre e mi fa star bene, e nel “seno cattivo”, quello che non mi nutre e mi fa star male. Sto rispolverando le teorie della grande Melanie Klein. Purtroppo quello che scrivo non è farina del mio sacco. Si tratta della “posizione schizo-paranoide” e della “posizione depressiva”, si tratta delle emergenze psicofisiche e dei tratti psichici che il bambino matura durante il primo anno di vita. Il figlio si sente beneficamente legato alla madre e ne vive l’assenza come la perdita di se stesso, prima che dell’oggetto necessario per la sua sopravvivenza, un oggetto bramato più che amato. Il latte materno è essenziale per elaborare la continuità della vita e per traslare il legame affettivo di riconoscimento e di riconoscenza nel famoso e famigerato, nonché abusato, sentimento d’amore. L’ambivalenza del “fantasma della madre” e il suo immenso potere si evolvono nella formazione del bambino e travalicano pari pari nella sua “organizzazione psichica reattiva” in tutte le tappe del suo sviluppo. La “Madre” è affetto, è potere, è piacere, è conflitto, è colei che mi ha generato e che fa per me, colei che mi nutre e mi accudisce, colei che mi riempie e mi fa sentire forte, colei che mi accarezza e mi fa sentire vivo, colei che contiene le mie angosce, colei che mi libera lo spazio per sentirmi onnipotente. La Madre è per il figlio l’anticamera della sua immaginazione e della sua Fantasia in riferimento a se stesso come individuo e alla realtà come mondo di oggetti. La “Madre” è l’oggetto meraviglioso che il figlio investe concretamente nel lembo del suo lenzuolino o nel suo pupazzetto, nel pizzo del fazzolettino o in un povero calzino, nel rocchetto di filo o nella bambolina di ruvida pezza. Il bambino è attore protagonista di se stesso e mette in scena i suoi “fantasmi”. La “Madre” è il suo fidato e indiscusso impresario teatrale, Colei che si mette in seconda fila e lo lascia recitare a braccio e agire senza vincoli e divieti.

Signori e signore, questa è la “Legge della Madre”, la “Legge del Sangue”, quella che viene prima della “Legge del Padre”, quella che miticamente e mitologicamente vide, nel primo millennio e nei versi del poeta Esiodo, la Dea Madre Gea allearsi con i figli in opposizione al Padre e alla sua tirannica Legge della violenza che esigeva i figli da annientare e da divorare: vedi all’uopo Ouranos e Kronos. E Gea e i figli non furono da meno.

Riprendendo la Psicologia dinamica della vita affettiva, la “Madre” è l’origine della Vita e la maestra della Vita affettiva. La “Madre” è, come dicevo in precedenza, il rifugio e il sostegno del bambino, il contenitore delle sue angosce, la figura e la persona che gli consente di sperimentare l’onnipotenza narcisistica, quella meravigliosa sensazione di essere l’attore e il protagonista indiscusso della relazione con lei. Benedetta, allora, sia quella “Madre” che permette al figlio dopo la fusione di maturare la sua indipendenza nella forma di uno “spazio di transizione”, un passaggio verso la Realtà senza rinunciare alla sua soggettività e alla sua creatività elaborativa. La “Madre” è Colei che in questo transito evolutivo viene condensata dalla Fantasia del bambino in un “oggetto” concreto prima di diventare un “Simbolo” e in sollievo all’angoscia della solitudine e in preparazione al passaggio nel mondo veramente oggettivo, nella Realtà degli uomini e delle cose, nella Realtà della Storia e della Cultura.

E il migliore augurio esige, insieme agli auspici di buon viaggio, che questo processo avvenga in maniera non traumatica proprio grazie a quello spazio tra il bambino e la mamma, spazio che il figlio userà per tutta la vita come la sua personale officina di elaborazione dei dati e la sua fucina di originalità psichica: la sua ineguagliabile e inimitabile “organizzazione psichica reattiva”, la sua personalità e il suo carattere.

Ho tessuto uno psicoanalitico “Elogio della Madre”, una preghiera laica per una figura sacra. Ho stigmatizzato il “latte” del seno come lo strumento psicofisico e il futuro simbolo della cura e della premura materne. Il Padre subentra successivamente nella formazione psichica del bambino e viene vissuto nell’ambivalenza di una figura che protegge e blocca, rassicura e limita, concede e impone. L’istanza psichica del “Super-Io” si formerà nel bambino grazie alla figura paterna anche se non trascura altre cause come le costrizioni e le limitazioni vissute dal bambino nelle malattie e nella espressione coatta del corpo e delle sue funzioni. La Vita affettiva è depositata nella “Madre” e in misura diversa si evolve nel “Padre”.

“In nome della Madre e del Padre” recita la preghiera di Melanie Klein e di Donald Winnicot, entrambi inglesi, la psichiatra e il pediatra successivamente formati dalla Psicoanalisi di Sigmund Freud con il dosaggio delle dovute prevalenze e dei necessari aggiustamenti.

E la “famiglia”?

La parola “famiglia” ha una etimologia latina che tira in ballo il “famulus”, lo schiavo e il servitore, coloro che vivono sotto lo stesso tetto e condividono usi e costumi. La “famiglia” è il luogo dell’esercizio degli affetti, è il luogo dell’economia e dello scambio di cure e di premure, è il luogo dell’apprendimento delle modalità di interagire affettivamente, è il luogo dell’educazione nel significato di “tirare fuori da sé” grazie all’abilità maieutica dei componenti del nucleo sociale. La “famiglia” è l’alcova dell’intimità erotica e sessuale.

Approfondire non guasta.

Il “grado”, il “quoziente”, la “quantità”, la “qualità”, la “modalità” e la “relazione” descrivono le psicodinamiche affettive e ne sono gli attributi. Il “grado” si attesta nel procedere degli investimenti affettivi secondo criteri di intensità nell’accrescimento e nella riduzione. Il “quoziente” traduce il latino “quante volte” ed esprime la cifra della distribuzione degli investimenti affettivi. La “quantità” esprime la consistenza materiale, organica e sensoriale dell’affetto. La “qualità” descrive gli attributi e le proprietà dell’affetto. La “modalità” descrive la forma in cui viene veicolato l’affetto. La “relazione” pone nessi tra affetto ed affetto, tra i vari investimenti ricercando, per l’appunto, le associazioni possibili. In famiglia il bambino impara la “topica” o la forma, la dialettica o la “dinamica”, la “economia” o l’intensità degli investimenti affettivi.

Come ci si vuol bene e come ci si ama?

Quanto ci si vuol bene e ci si ama?

Il segno tangibile dell’affetto è il “Corpo, per cui, se mi vuoi bene, accarezzami e saziami di baci. La pelle è la vasta prateria su cui si può liberamente scorrazzare. Di poi, si potrà passare dal concreto all’astratto per far contento il maestro di scuola, ma il bambino vuole sempre e solamente sentire i corpi e vivere i sensi. E questo contatto è per sempre e non esiste alcuna astrazione platonica che possa sostituire la massa corporea. Non esiste alcuna dimensione sacra che può fare a meno dei nervi e delle sinapsi, delle ghiandole e degli ormoni, delle sensazioni e delle percezioni. Questo è il “come” ci sia vuol bene e ci si ama.

Il “quanto ci si vuol bene e ci si ama” tende all’infinito, come le equazioni matematiche intese verso l’indefinito e l’insaziabile, verso la “Fisica dei quanti” e l’obesità. L’affetto è quel cibo concreto che non sazia e che ha bisogno di essere oggettivato in quel qualcosa di originale che bisogna inventare per essere unici e felici: gli ineffabili “Baci perugina”. La “bocca” è l’organo erogeno, il veicolo del piacere che si irradia e arriva dentro fino all’animo, così come la “pelle” è l’arena su cui fanno scorribanda le carezze. La misura non è mai colma, ma anche in questo settore il monito resta quello epicureo e stoico: “Est modus in rebus. Sunt certi, denique, fines quos ultra citraque nequit consistere rectum”, “esiste una misura nelle cose, esistono dei confini al di là e al di qua dei quali non si attesta la rettitudine”. La “aurea mediocritas” nella psicodinamica affettiva ha svariate modalità e ampi margini di praticabilità proprio perché è d’oro. I genitori che hanno maturato l’amore del proprio destino di uomini, sanno prendersi amorosa cura dei figli senza minare la loro potenziale creatività con divieti e ricatti, con l’autoritarismo bieco del despota ignorante e con le angosce e le ansie non risolte nell’infanzia. Lo spazio concesso ai bisogni di onnipotenza del bambino, tramite la rassicurazione affettiva ed erotica delle carezze e delle coccole, diventa per la sua evoluzione una palestra in cui inventare e rafforzare i futuri “investimenti di libido” prima di cimentarsi con la dura o avara realtà oggettiva. L’amore dei genitori si esalta nella Fantasia e diventa creatività da immettere nelle scelte e nelle decisioni della vita sociale di tutti i giorni.

Ho maritato Melanie Klein e Donald Winnicot e ho contaminato le loro teorie sulla vita psichica e affettiva del bambino: leggete della prima “Il mondo adulto e le sue radici nell’infanzia” e del secondo “Il bambino e la famiglia”. Del resto, Winnicot aveva una formazione kleiniana e si era discostato in seguito attenuando certe posizioni drastiche della Melanie proprio perché da solerte pediatra aveva una icona ben precisa sulla teologia psicofisica della “Madre” e del “Figlio”.

Concludo questo “excursus” dicendo che nel corso dell’interpretazione del sogno di Davide si capirà meglio quanto ho descritto e affermato in questo preambolo.

Buona prosecuzione.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

La mia amica era ospite a casa mia ed era col compagno.”

Il sogno di Davide propone immediatamente un triangolo: io, la mia amica e il compagno. Due uomini e una donna occupano il palcoscenico del teatro psichico di Davide ed esordiscono proponendo il tema delle relazioni. Non si mostrano schermaglie di alcun tipo, ma si profila una psicodinamica di grande interesse. Il simbolo chiave è “a casa mia” e si traduce “dentro di me”. Nell’interiorità di Davide esiste una sensibilità al triangolo relazionale. L’ospitalità è una buona virtù, specialmente in questi tempi tristi e cupi, e Davide tiene dentro la figura femminile della “amica” in maniera blanda e senza un grande coinvolgimento. Davide si profila come un tipo socialmente propenso e come un personaggio schivo che ha affrontato la vita affettiva e le relazioni in maniera composta e diplomatica, civile e lineare, senza grandi coinvolgimenti e senza smodate emozioni. Sin da piccolo ha imparato ad affrontare la sfera affettiva, “posizione psichica orale”, con bonarietà e pacatezza, senza esplosioni sicule e senza sceneggiate napoletane. Questa formazione parte dal primo anno di vita. Verso i cinque anni Davide si è imbattuto nella “posizione psichica edipica” e ha affrontato la relazione conflittuale con i genitori sempre con la conosciuta compostezza e con l’assorbita linearità. Davide era un bravo bambino, un figliolo obbediente e ligio alle regole sociali, un ragazzino sensibile agli affetti e agli investimenti psichici di “libido orale”: un adolescente tranquillo. Il sogno di Davide presenta subito la griglia delle relazioni affettive. I simboli dicono che la “amica” rappresenta l’oggetto del desiderio e la difesa dal desiderio di una donna, “ospite” conferma il desiderio moderato e l’accoglienza civile, “casa” si traduce nella mia organizzazione psichica, “compagno” condensa il sentimento composto della rivalità.

Davide si porta dentro la donna che attribuisce a un altro per difesa dal coinvolgimento affettivo.

Nella realtà io non conosco il suo compagno, ma nel sogno era un ometto leggermente tarchiato però ben messo, coi baffetti, molto simpatico.”

Ma chi sarà mai questo “ometto leggermente tarchiato e però ben messo”?

Chi sarà mai il “compagno coi baffetti e molto simpatico” della mia amica?

Sicuramente è una produzione psichica di Davide, gli appartiene ed è la “proiezione” di un modello che lo riguarda in pieno. Questo ometto, senza infamia e senza lode e molto simpatico con i baffetti, è l’immagine che Davide ha di se stesso, un uomo modesto, moderato, modico: un uomo da tre “m”. Ma essendo anche un uomo “ben messo”, dobbiamo aggiungere una quarta “m” al corredo psicofisico di Davide: un uomo che non si conosce bene a livello di affetti e di intensi coinvolgimenti. Davide si sdoppia, senza alcun pericolo psichiatrico ma soltanto per difesa, nel compagno della sua amica per confermare la sua ritrosia alle relazioni di grosso spessore e la sua accettabile socialità. Davide non è un orso o un porcospino, è un uomo che si distribuisce in dosi giuste in tutte le relazioni sociali e affettive. Non è un uomo freddo, ma è un uomo tiepido, di quelli che non lasciano il segno perché rientrano nella norma piatta e convenzionale. Davide è un uomo che si lascia dimenticare, pur essendo nei suoi desideri molto simpatico e con i “baffetti”: il compagno della sua amica. Si tratta sempre di figure maschili senza infamia e senza lode. Vediamo i simboli: “ometto” è a metà tra il vezzeggiativo e il dispregiativo, “tarchiato” attesta di una consistenza materiale e di un attaccamento alla propria materia, “ben messo” conferma quanto detto prima con l’aggravante dell’avarizia di una persona che possiede ma trattiene e non regala, i “baffetti” sono simbolo di virilità narcisistica più che donativa, “simpatico” equivale a una persona che partecipa alle emozioni e che sta insieme agli altri.

Ce lo avevo vicino a me, vicino a me c’era lui e vicino a lui la mia amica.”

Davide conferma che il compagno lo riguarda più da “vicino” rispetto alla sua amica, rafforza l’interpretazione che si tratta della sua immagine sociale e della bella copia di se stesso in ambito relazionale. Davide attribuisce l’amica al compagno per una forma di timidezza e di difesa dal coinvolgimento con una donna. Quest’ultima lo attrae e lo interessa in maniera veramente modica, modesta e moderata anche se lui è ben messo. Ritornano le quattro “m” a definire Davide nelle relazioni affettive e sociali: un uomo timoroso che, purtuttavia, frequenta la gente. Tra Davide e la donna c’è un altro Davide che ammorbidisce il contatto e consente un cauto avvicinamento. Davide è timido e timoroso, è il ragazzo cauto e ligio che è venuto fuori dalla “posizione psichica edipica”, dalla conflittualità con i genitori. Davide non è stato aiutato dal padre e dalla madre a essere maggiormente vivo e vivace quando si era messo tra di loro. Davide è stato veramente un buon figlio e non ha fato le giuste ribellioni, quelle che gli avrebbero consentito di competere, di desiderare con ardore e di affermarsi. La simbologia doppia di “vicino” conferma la prossimità dell’immagine ideale all’immagine reale, il blando desiderio di Davide di essere aggressivo e di avere una donna, “vicino a lui la mia amica”.

Ci hanno portato a casa dei ravioli da mangiare e poi la mia amica ha detto “La polenta”.

Ecco la svolta chiarificatrice nel sogno di Davide!

Compaiono i simboli concreti degli affetti, i cibi di casa e i cibi di famiglia: “ravioli” e “polenta”. Davide si mostra e pone in primo piano la vita e la vitalità affettiva, i simboli della tavola e della famiglia. Al di là della qualità campanilistica dei cibi, i ravioli emiliani e la polenta veneta, il cibo o il “mangiare” appartiene agli esordi della vita, la “posizione psichica orale”, alla dimensione affettiva e alla sopravvivenza psicofisica. “Chi mi nutre mi ama” grida l’infante, colui che non ha parola, con la mimica e con gli atti. I miei genitori son quelli che alleviano i morsi della fame dentro il mio stomaco: una sensazione per un “imprinting”.

Così materialmente, dice il solito metafisico moralista, nasce il sentimento dell’amore di un figlio verso la madre?

Ebbene sì, la Psiche e il Corpo si compenetrano e si esprimono.

Se Davide, dopo essersi sbilanciato, si accontenta di un piatto di ravioli, l’amica, che sa più di lui e possibilmente è una donna navigata, vuole anche “la polenta”, non per indicare la sua origine veneta, ma per mettere l’accento sull’importanza dei legami e sull’abbondanza degli affetti. Davide ha trovato pane per i suoi denti e le sue tre “m” vacillano perché la sua amica nei suoi desideri e nei suoi vissuti è una donna che dà grande importanza al simbolico cibo. Davide attribuisce alla sua amica quello che lui stesso desidera e che non sa concedersi: un quintale di affetti e una tonnellata d’amore. Emergono in sogno i suoi bisogni profondi e trascurati nella vita reale a causa di questo suo dispensarsi per quello che basta: modestia, moderazione, modicità.

Ma non è ancora finita, per cui prepariamoci a un degno finale.

C’era questa polenta che stava arrivando e del formaggio.”

Arriva in tavola anche il “formaggio”, un condensato d’amore materno e non. E’ proprio vero che l’appetito viene mangiando. Si rafforza in Davide il bisogno di avere e di dare affetto, di scambiare sentimenti e di investire “libido orale”.

Ma qual’è l’inghippo del nostro attore protagonista del sogno e della psicodinamica?

Non è maturata adeguatamente la “posizione psichica genitale” con i suoi specifici investimenti di “libido” e il coinvolgimento verace nel dare e nel ricevere affetti e sentimenti. Davide è rimasto affisso all’infanzia e ai bisogni di quel periodo così importante e formativo, non ha conciliato e saputo coniugare “oralità” e “genitalità”, affettività e investimenti condivisi. Davide sta scoprendo la sua dimensione psichica meno appagata, quella affettiva e quella sentimentale. La simbologia di “stava arrivando” è l’allegoria del desiderio del bambino che poteva esprimersi e dare di più, ma che non ha trovato sul suo cammino la giusta guida. A genitori freddi possono conseguire figli freddi per via d’imitazione e d’apprendimento, così come possono venir fuori rampolli fortemente determinati nella partita doppia “orale”, il dare e il ricevere affetti e l’esternare sentimenti. Davide non si è ribellato a questa regola dell’educazione affettiva e sentimentale vigente in casa sua e maturata in lui per imitazione.

C’era del vino rosso, però ho detto “io non bevo vino”.

“In vino veritas !”

Ma guarda caso, alla fine del sogno si manifesta la conferma della psicodinamica onirica e delle caratteristiche psichiche di Davide. “Io non bevo” significa “io non mi abbandono”, “io non faccio una piega”, “io sono composto emotivamente ed affettivamente”, “io non mi piego e figuratevi se mi spezzo”, “io non vario lo stato di coscienza”, “io non sono un dissennato seguace del dio Dioniso”, “io non partecipo a nessuna processione in onore di nessun dio”, “io sono modico, moderato, modesto e in specie nella gestione delle emozioni e soprattutto degli affetti”.

Ma Davide non vuole essere così. Davide vuole essere disinibito ed estroverso, aperto e generoso, vuole investire “libido genitale” e vuole evolversi dall’affettività da dipendenza, “libido orale”. E’ come se Davide a livello affettivo fosse rimasto al palo della sua infanzia e non fosse cresciuto con la carica donativa e con il dare affetto e amore agli altri. Ecco che mantiene una posizione moderata, ma è astemio non per natura o per vocazione, è astemio per educazione e imitazione. Ha imparato che l’affettività deve andare in quel modo e ha deciso che deve andare in quel modo e non nel suo modo e a modo suo. Questo corredo l’ha ereditato dalla sua famiglia e dai suoi genitori. Da lì Davide non si schioda ed è convinto di essere nel giusto perché è una persona socievole e cortese, possibilmente gradevole. In effetti Davide è un uomo bloccato, fermo, rigido, pauroso nell’esternare affetti. E’ un uomo che non si butta e che mantiene un certo riserbo quando si tratta di concludere una storia in bellezza: la bellezza dei sensi e dei sentimenti, la bellezza e la bontà di un coinvolgimento a trecentosessanta gradi.

Ed ecco che è “astemio” nella vita !

Peggio per lui !


“Questa amica era una mia compagna di elementari che ho rivisto dopo una vita due anni fa e da allora ci scriviamo e sentiamo ogni giorno e ci vediamo spesso. Tra noi non c’è mai stato niente, solo amicizia.
Nella vita sono astemio.”

E allora cosa bisogna fare con questa amica delle scuole elementari ?

Davide approfondisci e coinvolgiti, falle la corte e seducila. Del resto, questo è quello che tu vuoi nel profondo e che anche lei gradisce se ti frequenta e gode della tua bella ma composta persona. Sii generoso con lei e sopratutto con te stesso. Stravolgiti, coinvolgiti, sciogliti e fai tutto quello che non hai fatto fino adesso. Sarai più simpatico e meno formale e non lascerai attendere quella donna paziente che gradisce un evento normale ma per te eccezionale. Ricordati che una donna sa aspettare, ma quando esaurisce il tempo, non ce n’è per nessuno. Il benefico sogno ti dice come sei, come sei fissato e cosa devi fare. Bevi simbolicamente, alienati un po’ perché sei tanto rigido e ti neghi le cose belle della vita, le relazioni meravigliose con le donne che ci circondano, le creature gioiose e non cupe.

Che questa interpretazione ti sia di spinta e di giovamento per rimettere le cose a posto nella tua “casa”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Davide sviluppa la psicodinamica della parsimonia negli investimenti di “libido genitale”, relazioni amorose, ascritta a un blocco emotivo di tipo “orale” che impedisce l’aggressività necessaria per il coinvolgimento erotico e sessuale. Davide si offre alle donne in maniera civile e sociale, ma non affonda i colpi anche di fronte alla disponibilità altrui. Sta fermo sui suoi passi e non procede a causa di una difficoltà a variare lo stato di coscienza e di vivere nuove emozioni. Il sogno non manifesta traumi particolari e specifici, ma evidenzia che la “posizione orale” non si è corroborata nella “posizione edipica” e non è travalicata nella “posizione genitale”. Davide è una persona troppo equilibrata. Possiede un “Io” che a fatica compone i divieti e i limiti imposti dalla rigidità dell’istanza psichica “Super-Io” e le pulsioni e i conflitti inerenti all’istanza psichica “Es”.

PUNTI CARDINE

L’interpretazione del sogno di Davide si snoda grazie a “Ci hanno portato a casa dei ravioli da mangiare e poi la mia amica ha detto “La polenta”. C’era questa polenta che stava arrivando e del formaggio. C’era del vino rosso, però ho detto “io non bevo vino”.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

I “simboli” sono stati analizzati cammin facendo. Di particolare rilievo sono quelli alimentari che hanno corredato il titolo del sogno: “ravioli”, “polenta”, “formaggio” e “vino rosso”. Quest’ultimo condensa la capacità di variare lo stato di coscienza e di lasciarsi andare, nello specifico di passare da uno stato di vigilanza razionale a uno stato sub-liminare intriso percettivamente di pulsioni e di emozioni.

L’archetipo inquisito nel sogno di Davide è indirettamente la “Madre” e il suo corredo affettivo, “orale”.

Il “fantasma del cibo” è massicciamente presente nella versione moderata: non diventa un grande amore e non traligna in grande odio. Parla genericamente di affettività.

Il sogno di Davide presenta l’istanza psichica “Es” o rappresentazione dell’istinto e della pulsione in “ravioli da mangiare” e in “La polenta” e in “del formaggio” e in “del vino rosso”. L’istanza censoria e morale “Super-Io” è in azione in “io non bevo vino”. L’istanza vigilante e razionale “Io” si vede in “Ce lo avevo vicino a me”.

La “posizione psichica” dominante e visibile nel sogno di Davide è la “orale” o affettiva con la “libido” corrispondente e si coglie in “ravioli”, “polenta”, “formaggio” e in “vino”. Le “posizioni edipica e genitale” si desumono ma non si evidenziano.

I “meccanismi psichici di difesa” usati nell’elaborazione del sogno sono la “condensazione” in “ravioli” e in “polenta” e in “vino” e in “formaggio”,

lo “spostamento” in “tarchiato” e in “baffetti” e in “ben messo”,

la “proiezione” in “polenta” e in “Nella realtà io non conosco il suo compagno”,

la “figurabilità” in “Ce lo avevo vicino a me: vicino a me c’era lui e vicino a lui la mia amica.”

La “regressione” è presente nei termini richiesti dalla funzione onirica. Non sono presenti la “sublimazione” e la “compensazione”.

Il sogno di Davide manifesta un deciso e persistente “tratto psichico orale” all’interno di una “organizzazione psichica orale”. La dominante affettiva connota l’economia e la dinamica psicologiche di Davide.

Le “figure retoriche” formate da Davide sognando sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “casa” e in “vino”, la “metonimia” o nesso logico in “ravioli” e in “polenta” e in “formaggio”.

L’allegoria del desiderio affettivo si trova in “C’era questa polenta che stava arrivando e del formaggio.”

La “diagnosi” dice di una difficoltà dell’istanza “Io” nel comporre i divieti e i limiti dell’istanza “Super-Io” e le pulsioni desideranti dell’istanza “Es”. Ne nasce un conflitto psiconevrotico che si compone nella riduzione degli investimento di “libido orale e genitale”, nonché nel coinvolgimento affettivo ed erotico.

La “prognosi” impone a Davide di buttarsi nella vita e nella vitalità rafforzando e rinforzando le relazioni con quella disinibizione necessaria per migliorare il gusto del quotidiano vivere. Il sogno dice che in quella amica dovrebbe privilegiare la donna e offrire “genitalmente” le doti migliori e tarpate della sua persona e della sua “organizzazione psichica reattiva”. Davide deve ribaltare l’educazione ricevuta in riguardo alla vitalità affettiva e rassicurarsi senza ritenere di essere soggetto di minor diritto o figlio di un dio minore.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella psiconevrosi legata alla difficoltà dell’Io di conciliare le pulsioni dell’Es e i divieti del “Super-Io”: “psiconevrosi ansioso depressiva” classica con possibili conversioni isteriche e formazione di sintomi nel caso in cui le tensioni sono eccessive e non possono essere smaltite secondo norma.

Il “grado di purezza” del sogno di Davide è “buono” perché la linearità del racconto sottende una forte valenza simbolica. Davide nel suo breve sogno non ha aggiunto e non ha tolto, è stato misurato e in linea con la sua condotta personale e sociale.

La causa scatenante del sogno di Davide è stata la frequentazione dell’amica e il significato profondo che evoca questa figura femminile nello stato esistenziale del protagonista.

La “qualità onirica” è decisamente “schematica” e “sintetica”. In poche parole Davide immette un quadro, più che uno squarcio, della sua dimensione psichica affettiva.

Il sogno di Davide si è sviluppato nella terza fase del sonno REM alla luce della sua compostezza e pacatezza.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione del senso dello “udito” in “ho detto “io non bevo vino”. Per il resto domina il senso della “vista” contrassegnato dalla staticità descrittiva di “Ce lo avevo vicino” e “Ci hanno portato” e “C’era questa polenta” e “C’era del vino rosso”.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Davide è stimato “buono” a causa della semplicità dei simboli esibiti e della psicodinamica svolta. Il grado di “fallacia” è minimo.

DOMANDE & RISPOSTE

A leggere il sogno di Davide è stata la signora Maria. Sono contento di questa scelta semplicemente perché questa donna è talmente curiosa che mi consente di fare la mia bella figura. E poi, essendo una mamma di tre figli, di affetti, di cure e di premure ne sa tanto di più di altre persone. Oltretutto è molto gradita ai marinai per la sua chiarezza e spontaneità popolare e anche perché il marito produce l’eccellente “prosecco” veneto di Conegliano e Valdobbiadene.

Domanda

Dopo le sviolinate comincio subito affrontando il tema del sogno di Davide. Lei ha detto che il modo di amare lo impariamo dai genitori e amiamo così come loro ci hanno insegnato. Ma non è possibile cambiarlo o dobbiamo sempre propinare la solita pappa riscaldata?

Risposta

Preciso meglio perché tu hai tirato le somme in maniera frettolosa. L’amore e le sue modalità non si riducono alla solita storia della pubblicità della portentosa e inimitabile “Nutella” all’olio di palma, quella che voleva l’immutabilità della ricetta originale e della trasmissione da madre a figlio e a figlia “per secula seculorum amen”. Il bambino vive e apprende le modalità affettive familiari, il come ci si scambia gli affetti e l’uso che si fa del corpo in famiglia, ma ha la possibilità di rielaborarle e di evolverle in base ai suoi vissuti e alle sue riflessioni togliendo quello che lo ha danneggiato e mettendo quello che lo ha rinforzato. In più potrà essere innovativo e al passo con i tempi, ma non deve fissarsi e bloccarsi nell’amare e nell’investire la sua “libido”. Se non riesce ad evolversi e ad emanciparsi dalle modalità familiari, perpetua la stasi e il blocco.

Domanda

E’ vero, adesso mi ricordo che in qualche parte dell’interpretazione ha detto questo, ma non in maniera così chiara come adesso. Quindi, in famiglia bisogna comunicare l’affetto con il corpo e con le parole. Ma lo sa che è veramente difficile? Io non ho fatto fatica con i miei figli maschi, ma non ricordo che mio padre non mi abbracciava spesso e che io non mi buttavo tra le sue braccia perché mi vergognavo e non avevo tanta confidenza. Mio marito è un orso con i figli. Glielo dico sempre di essere affettuoso con i ragazzi, ma lui mi risponde che lui queste cose non le ha mai viste nella sua famiglia. Ecco la storia della Nutella di cui parlava lei prima. Eppure sembra facile dire ai figli ti voglio bene, ma non è così perché ci vergogniamo di dirlo o pensiamo che sia scontato.

Risposta

E’ proprio così, ma bisogna rompere gli schemi tradizionali perché sono molto dannosi per la crescita dei figli.

Domanda

E cosa mi dice dei genitori freddi come il ghiaccio?

Risposta

Sono semplicemente micidiali. Fanno crescere i figli in un ambiente gelido e in corpi anestetizzati per il mancato uso dei sensi. Questi genitori procurano un danno psichico notevolissimo nel corpo e nella mente perché non favoriscono la relazione del figlio con se stesso in primo luogo e poi con gli altri. Come diceva Winnicot, il figlio deve elaborare e costruire uno spazio di transizione verso la sua realtà di corpo e mente con il concorso della presenza affettiva della madre, una persona che non lo blocca e fa sentire la sua vicinanza senza impedirgli di desiderare. Di poi, il bambino sarà pronto ad andare verso la realtà delle persone e delle cose senza traumi e con la giusta cautela e serenità. Non si chiuderà in se stesso se avrà costituito con la sua Fantasia e Immaginazione questo spazio tutto suo come trampolino di lancio verso la Realtà con la “erre” maiuscola, quella che non ti perdona se sbagli e che non ti esalta e rassicura.

Domanda

Sempre la madre c’è in ballo. Gira e rigira la madre è coinvolta in tutto e per tutto. Ma questa volta non mi lascio fregare chiedendogli del padre e della sua funzione, perché lei mi risponderebbe che chiama madre la figura che cura il figlio e che può essere anche il padre o qualsiasi altra persona. E allora le chiedo se non le sembra che noi donne siamo veramente sovraccaricate di fatica, di sacrificio, di responsabilità e alla fine, come se non bastasse, ci si accusa di aver cresciuto dei figli disastrosi. Magari ci sarà qualche psicologa che ci chiederà come abbiamo fatto a mettere insieme questo bel capolavoro di figlio o questo bel mostro.

Risposta

Sei sanguigna in quello che dici. Incarni la legge della Madre, quella del sangue e dei legami forti e interiorizzati. Allora, la madre ha una funzione determinante e unica nel fare un figlio e una funzione importantissima nell’educarlo perché nella primissima infanzia è lei la protagonista della situazione. Mi chiedi cosa deve fare per essere una buona madre e per non essere di danno nell’evoluzione psicologica del figlio. Ti rispondo con la semplicità della massaia che deve far quadrare i conti per arrivare alla fine del mese. La madre deve avere un rapporto tutto senso e carezza, un contatto corpo a corpo che fa sentire vivo il figlio e stimola la sua intelligenza. Attenzione ho detto intelligenza e non cervello perché le sue prime conoscenze avvengono attraverso l’elaborazione dei “fantasmi”. La buona madre non deve comunicare al figlio sensazioni dolorose e tanto meno manifestare ansia e tristezza. Deve comunicare soltanto sensazioni buone e belle senza scaricare sul figlio le sue frustrazioni e le sue inibizioni traumatiche insieme a tutte le tensioni nervose che le accompagnano.

Domanda

Mi spieghi subito perché ha detto “intelligenza e non cervello”, prima che mi dimentico.

Risposta

Il bambino appena nato è intelligente, ha una sua intelligenza al di là della maturazione funzionale del suo cervello. La madre stimola il figlio e produce in lui delle reazioni che dimostrano la comprensione dell’interazione in atto. L’approccio con la madre è importantissimo perché i suoi stati interiori sono relazionati con il bambino. Lo stato psico-affettivo della madre, più che il suo comportamento, interagisce con il figlio in maniera naturale e spontanea ed entrambi modificano i loro stati sensoriali in maniera tale che ciascuno di loro sente cosa sta vivendo l’altro. Attraverso le sensazioni legate all’imitazione e alla riproduzione di espressioni facciali e di movimenti e di suoni, madre e figlio vivono sensazioni che sono la base per lo sviluppo psichico del bambino. Sensibilizzarsi su queste onde è importante per capire le cause anche dell’autismo. Le esperienze di “sintonizzazione affettiva” madre e figlio sono l’inizio della formazione psichica e della ‘organizzazione reattiva”. Lo sviluppo del bambino è più precoce di quanto si pensa ed è un processo a due e in cui partecipano due attori. Mentre prima si pensava che era soltanto il bambino a rispondere agli stimoli materni, adesso il processo formativo è esteso anche alla madre. L’interazione cenestetica, globalmente sensoriale, della “diade madre-figlio” è determinate per l’evoluzione psichica, affettiva e cognitiva e sociale, del bambino. Rispondo alla domanda e concludo. Lo sviluppo cognitivo del bambino non è soltanto legato alla maturazione del cervello.

Domanda

Dicendomi queste cose, lei mi fa star male. Io non sapevo che potevo dare ai miei tra figli un disturbo psichico come l’autismo e magari non accarezzandoli e non comunicando con loro attraverso i sensi. Che le carezze stimolavano il cervello lo avevo letto da qualche parte, ma che si arrivasse fino a questo punto non lo immaginavo. Ma è proprio sicuro?

Risposta

Queste sono teorie nuovissime anche se affondano le radici nel passato e non le ho elaborate io. Poi ti dirò i vari autori che hanno contribuito a formare nel tempo questa prospettiva psicoanalitica sullo “autismo” o del disturbo dello spettro autistico, una patologia che coinvolge principalmente il linguaggio e la comunicazione, l’interazione sociale e gli interessi del bambino. Ti definisco l’autismo secondo la griglia psicoanalitica. Si tratta del fallimento dei processi evolutivi determinato da alcuni primi eventi nell’interazione “madre-bambino” che giocano un ruolo importante nella formazione delle strutture mentali necessarie allo sviluppo delle relazioni oggettuali. Gli autori partono dalle teorie di Klein, Malher, Bowlby, Spiz, Winnicot per arrivare alle teorie di Kanner sulla carenza di calore affettivo nei genitori, di Bettelheim sulle madri frigorifero e sull’equiparazione dei bambini autistici alla reazione psicologica dei prigionieri nei campi di concentramento tedeschi, di Justin con la divisione dell’autismo in “organico” e dovuto a danni cerebrali e a deficit sensoriali e in “psicogeno” causato a traumi precoci di separazione, di Alvarez che ha notato che i due piani si possono avvicinare tanto, di Stern che ha introdotto la concezione bidirezionale “madre-figlio”, di Hobson che insiste sull’interazione “madre-figlio” per lo sviluppo delle abilità sociali e cognitive e per cui lo sviluppo intellettivo non dipende dalla maturazione del cervello. E mi fermo.

Domanda

Lei approfitta della mia ignoranza per tirare fuori tutte le teorie più difficili e per mettersi in mostra. Eppure ho capito tutto quello che ha detto. La madre influenza il figlio sin dai primi giorni di vita con le sue emozioni e i suoi stati d’animo e il figlio sente le emozioni della madre e stabilisce con lei una intesa che lo fa evolvere bene e senza disturbi per la sua intelligenza e la sua socializzazione. Tra i due si crea una sintonia attraverso i sensi che è la condizione per evitare rischi dell’autismo e di altri disordini infantili. Con i figli bisogna essere caldi e calorosi e tramettere sensazioni positive e carezzarli senza essere nervosi e invadenti, perché loro sentono tutto e possono essere danneggiati nello sviluppo. Certo che tutto questo vale se si fa nel tempo e non per una sola volta. E poi non bisogna abbandonarli e farli sentire soli. Non bisogna farli piangere quando chiamano di notte per qualsiasi motivo e bisogna consolarli sempre facendo sentire il calore del corpo più che le parole, ma anche quelle vanno bene. Spero di aver capito e di aver detto quasi tutto.

Risposta

Tu sei una donna portentosa e sei stata una madre ineccepibile perché, senza saperlo, hai messo in atto per istinto materno quanto hai detto, visto che i tuoi figli sono quasi da laurea.

Domanda

Parliamo del sogno di Davide. Forse ha avuto dei genitori affettivamente freddi come quelli che c’erano nel nostro Veneto negli anni trenta e fino agli anni sessanta e anche dopo con il miracolo economico del nord-est. Specialmente i padri sono stati assenti e da quello che ho capito non basta la presenza e la qualità. Come ha detto lei, ci vuole la quantità e tutto quello che ci va dietro. Mio marito diceva che bastava la qualità e invece io gli ho sempre detto che i figli sono come il prosecco, hanno bisogno di tante cure e della presenza costante dell’enologo. Il vino buono non si fa da solo. Bisogna agire perché i nostri figli non siano infelici e disadattati. Le dirò anche che ne vale la pena e che, quando me li vedo tutti e tre insieme la sera a tavola, mi sento veramente felice e mi commuovo, ma non glielo faccio vedere.

Risposta

Il sogno di Davide dice proprio quello che mirabilmente tu hai sintetizzato. Ha imparato dai genitori, ma se ne può e deve distaccare. E’ stato pigro nel persistere nell’errore e nel non darsi una bella spruzzata di vernice rossa e specialmente con le donne. Guarda che se i tuoi figli vedono la mamma contenta e con qualche lacrima che brilla negli occhi ti danno una bella sgorlata di pacche sul cul e di buffetti sulle guance.

Domanda

Proprio vero. Ma sono anch’io all’antica in questo. Gira e rigira ha ragione lei e le sue teorie. Per quanto riguarda il problema di Davide, io preferisco che l’uomo faccia l’uomo e faccia il primo passo e poi al resto ci penso io. Io mi sono innamorata anche della dinamicità del mio uomo e della sua sfrontatezza. Sulle prime mi arrabbiavo, ma poi sai quanti problemi mi risolveva.

Risposta

E’ il caso di chiudere qui e prima delle confidenze.

Domanda

Lo penso anch’io.

Risposta

Grazie e alla prossima.

Per l’interpretazione del sogno di Davide ho scelto un testo semplicissimo che risale all’anno 1959 ed è cantato da Domenico Modugno. Il titolo è “Io” e tratta della realizzazione maschile attraverso l’investimento di “libido genitale”, l’amore verso una donna. Si mette in rilievo la pienezza dell’Io, della “organizzazione psichica reattiva” dell’uomo nel donare se stesso, in corpo e psiche, alla donna investita da tanta grazia.

GLI ZOMBIE DI CHINA

LA LETTERA

Buongiorno dottore,

innanzitutto mi compimento per il Suo blog, chiaro anche per i “profani” della materia e pieno di spunti, e La ringrazio per l’opportunità che dà di interpretare i sogni.”

Cara China,

mi rassicura quello che mi dici sulla chiarezza. Gli “spunti” confermano che le conoscenze si toccano, si intersecano, si condividono e che i sogni sono sognati da dormienti e vissuti da svegli. Il “Sapere” ha “Sapore” se va condiviso e se non si tiene in un cassetto ad ammuffire. Restituisco quello che ho imparato a coloro che me lo hanno insegnato. “Profano” è colui che si trova fuori dal tempio e non ha le parole per dire la sua, per cui non gli resta che attendere nella sua veste laica che il Verbo scenda e si faccia carne. Ma noi siamo figli del popolo, ex proletari, e non attendiamo alcuna divinità che riveli la verità di un sogno che resta inafferrabile nella sua sostanza. A tutt’oggi sono convinto che della funzione onirica e del suo prezioso contenuto conosciamo soltanto una minima parte. La funzione del Cervello e della Mente resta ampiamente ignota. La Materia psichica immessa nel sogno si spiega con difficoltà e con qualche acrobazia. Non demordo e vado avanti come Amatore Sciesa di fronte alla propria casa e prima di essere affidato al plotone di esecuzione: “tiremm innanzi!”.

LA DOMANDA

Sono sempre stata curiosa di capire come mai parecchi miei sogni li vivo quasi quale spettatrice: io sono la protagonista della vicenda e vi partecipo appieno, ma al tempo stesso assisto alla scena quasi come fossi al cinema a vedere un film.

Che cosa significa questo?”

I sogni sono camuffamenti di sottili questioni psichiche che ci riguardano in pieno e che ci mettono in primo piano.

Su questo non ci piove.

Per rivivere i nostri temi intimi e privati, i massimi e i minimi, usiamo i meccanismi psichici dell’universale “processo primario”: la “condensazione”, lo “spostamento”, la “simbolizzazione”, la “drammatizzazione”, la “rappresentazione per l’opposto”, la “figurabilità”. A questi aggiungiamo i “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia, quelli che usiamo anche e soprattutto da svegli, per cui la verità psichica del sogno, “contenuto latente”, viene elaborata e occultata nella trama del sogno, “contenuto manifesto”. Qualora questi “meccanismi” non funzionano, scatta il risveglio improvviso sotto forma di incubo.

Il tuo sognare da spettatrice e le sensazioni di distacco emotivo ti permettono di continuare a dormire e a sognare, ma ti indicano anche un tratto psichico caratteristico della tua persona o meglio della tua “organizzazione psichica reattiva”: il coinvolgimento ragionato e ben ponderato.

Possibilmente nel vivere la tua vita tendi a usare il “processo secondario”, la Ragione e i suoi principi logici, nonché la difesa della “razionalizzazione” e la riflessione, per inquadrare i tuoi dati, siano essi “fantasmi” e siano essi concetti.

Possibilmente nella tua vita tendi a usare il “meccanismo psichico di difesa” dello “isolamento” e scindi l’emozione dal vissuto e la tensione dal fatto. Ti servi della freddezza e tendi a coinvolgerti in maniera pacata e oculata.

Possibilmente nella tua vita corrente tendi a “intellettualizzare” i carichi emotivi.

Possibilmente il tuo partecipare a metà dipende da qualche complesso d’inferiorità e da qualche senso di inadeguatezza, quasi un non sentirsi soggetto di pieno diritto e un viversi come la figlia di un dio minore.

Possibilmente procedendo spero di trovare conferma a quanto supposto.

Altrimenti vuol dire che mi sono sbagliato e mi tocca riconoscere di essere in piena fallacia.

IL SOGNO

Inoltre le descrivo un sogno parecchio frequente: devo lottare contro gli zombie che invadono la città per difendere la mia famiglia (a volte è mia madre, più spesso i miei bambini piccoli); solitamente vivo il sogno senza particolare angoscia, ma con la consapevolezza che c’è un pericolo da affrontare e che sempre i nemici sono zombie.

La ringrazio e Le auguro buon lavoro.

Cordiali saluti

China”

I sogni ricorrenti toccano i nostri punti sensibili e i nostri tratti psichici delicati. Trattano anche di problemi e di conflitti in atto e che si protraggono nel tempo impedendoci di essere occupati da altro. Nel tuo caso si presentano gli “zombie”, il simbolo della parte psicofisica che vivo male e che non riesco a rianimare, un “fantasma di morte” nella versione depressiva della perdita e della carenza di vitalità, una psicoastenia o un conflitto con il mio corpo birichino che non risponde spesso ai miei desideri e ai miei comandi.

Nel breve sogno China dice a se stessa: “devo lottare contro la mia tendenza a non fare e a non reagire alle avversità e alle contrarietà della vita, oltretutto mi sento tanto responsabile di fronte ai miei figli da difendere e a mia madre da proteggere e tutto questo carico è sulle mie spalle. Tutto questo non mi crea angoscia, ma il mio nemico principale è sentirmi priva di vitalità e sempre stanca.”

La consapevolezza stempera l’angoscia e la risolve nell’ansia, nella consapevolezza di un problema e di uno stato di persistenza del conflitto tra un desiderio di benessere e una realtà impegnativa.

Ma cosa si può nascondere dietro uno zombie?

China è una figlia, una donna, una moglie, una mamma che viene lasciata sola ad affrontare una situazione esistenziale che il sogno presenta e prospetta. E’ un classico quadro di famiglia italiana e nordica in cui la donna è dipinta con le sfumature grige, ma non quelle erotiche, quelle della caduta dell’entusiasmo e della gioia di vivere perché oberata dagli impegni e dai doveri dei ruoli, un carico che non consente spazio per se stessi. E allora China ha invertito il suo quadro e se stessa, si è messa in piedi poggiando sulla testa, le sue capacità logiche e razionali che la portano a farsi una ragione di tutto e anche di quello che non vuole e non può essere portato alla mercé dei processi logici. Ecco che si profila l’uso eccessivo della “razionalizzazione” da parte di China e la sua difesa dall’angoscia di sentirsi morta a se stessa e alle cose di una donna a vantaggio dei figli e della madre, a prosperità degli altri. China si sta esaurendo a livello psicofisico proprio con l’uso eccessivo della difesa della “razionalizzazione”, proprio poggiando sulla testa nel procedere quotidiano della sua vita e negando i piedi e i bisogni collegati alla concretezza materiale del suo essere femminile. China deve ribaltarsi e convertirsi spazialmente, deve poggiare sui piedi e prendere consapevolezza dei suoi bisogni materiali prima di procedere all’assoluzione dei bisogni altrui. China è la classica brava donna che tutela gli altri e anche gli adulti e li assolve dalle loro responsabilità. In questo senso China si vive come uno “zombie”. Del resto, per essere di buon ausilio agli altri, deve essere in gran forma e in giusta disposizione psichica. China deve riprendere le coordinate della sua vita e rispolverare la carica della “libido genitale”, il vero senso e il vero significato del donare e del donarsi senza operare alcun sacrificio della sua persona.

Resta la domanda: “se China ama gli altri, chi amerà China?”

La risposta è la seguente ed è la sola: “China amerà China!”

Se non si è fortemente dotati di amor proprio e di un buon senso dell’Io, non si può operare “genitalmente”, se non si è ben vissuta “posizione fallico-narcisistica” non si possono amare degnamente gli altri, siano essi i figli e i genitori. Questa è la vera essenza della “posizione psichica genitale” e della “libido” corrispondente, quella carica di piacere che non ha dimenticato l’affettività, il potere, l’amor proprio, il conflitto. Una China che si vuole bene, che sa di farcela e che conosce la dura legge delle relazioni si può riversare nel mare agitato della vita in attesa della bonaccia, ma soltanto per tutelare i minori e gli anziani e non certo gli adulti indolenti e opportunisti.

Questo è il sermone domenicale del pastore e reverendo Salvatore Vallone, ministro della chiesa psicoanalitica dei sogni e dei desideri.

PSICODINAMICA

Il breve sogno di China descrive il travaglio esistenziale di una donna che deve distribuirsi nell’accudimento dei figli e della madre con la sua “libido genitale” e non riesce a investire su se stessa essendosi capovolta a causa del prevalente e dominate uso del meccanismo di difesa della “razionalizzazione” e dell’uso dei “processi secondari”. China non si piace e si distacca dalle emozioni che potrebbero rendere la sua vita degna di entusiasmo e di gioia.

PUNTI CARDINE

Il nodo dell’interpretazione si attesta in “devo lottare contro gli zombie che invadono la città per difendere la mia famiglia”, “devo combattere quella parte di me oltremodo sacrificata e che si sente devitalizzata”.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Il “simbolo” presente e dominante nel breve sogno di China è lo “zombie”, la parte debolmente animata del proprio essere psicofisico, la perdita depressiva della vitalità e della pulsione istintiva.

Il “fantasma di morte” si condensa nella “parte negativa” della caduta delle forze e delle emozioni.

L’istanza psichica “Es”, rappresentazione delle pulsioni e dell’istinto, è manifesta in “gli zombie che invadono la città”. L’istanza psichica “Super-Io”, censura e limite, si mostra in “devo lottare contro”. L’istanza psichica “Io”, vigilanza e razionalità, “solitamente vivo il sogno”, si presenta nella consapevolezza dei temi e nella posizione di protagonista e di spettatore.

Le “posizioni psichiche” richiamate sono la “orale” perché China è sola e non avverte affetti per lei, la “genitale” perché China si sente in dovere di aiutare e proteggere.

La “regressione” è presente nei termini richiesti dalla funzione onirica.

La “sublimazione” e la “compensazione” non sono presenti.

Il sogno di China mostra un tratto psichico “depressivo” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”: ama e protegge, ma non si sente amata e protetta.

La “figura retorica” della “metafora” è formata in “zombie”. Quest’ultimo ha la funzione di “metonimia” nel senso di significare la perdita della vitalità.

La “diagnosi” dice espressamente che China razionalizza le sue carenze affettive e investe la sua “libido genitale” nella cura dei suoi cari. Questa operazione psichica non la esime dal sentirsi poco vitale e in perdita depressiva.

La “prognosi” obbliga China a recuperare la sua “libido fallico-narcisistica” nella forma dell’amor proprio per poi investirla nell’amore verso gli altri, “posizione genitale”. China, inoltre, deve riprendersi le sue emozioni genuine e viverle senza l’esigenza difensiva di razionalizzarle stemperandone la carica vitale.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella degenerazione del “fantasma di morte” in una “psiconevrosi depressiva” legata alla perdita psichica di parti vitali di sé e in una caduta della qualità della vita.

Il “grado di purezza onirica” è ottimo in grazie alla brevità del sogno.

La “causa scatenante” del sogno di China è la sua costante sensazione di sentirsi stanca e di fare sempre le stesse cose: psicoastenia e monotonia.

La “qualità onirica” del sogno di China è la poderosa sintesi.

Il grado di attendibilità dell’interpretazione del sogno di China è “massimo”, per cui il grado di fallacia è “minimo”.

Il sogno di China avviene solitamente dalla terza fase del sonno REM.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nel senso della vista.

DOMANDE & RISPOSTE

Un sogno così breve è ricco di implicazioni che si possono desumere da un simbolo o da una semplice parola colloquiale.

Cosa si può, ad esempio, tirare fuori da “zombie” oltre quello che si è detto?

Ho interpellato un mio amico e collega, Stefano, e abbiamo interagito nel modo seguente.

Salvatore

Cosa pensi della lettera-sogno di China?

Stefano

Hai detto abbastanza, ma io sono stato colpito dal fatto che questa figlia protegge la madre. Che protegga i figli è normale, ma che protegga la madre è indice di una maturazione umana non indifferente. Cosa dici tu?

Salvatore

Perbacco, eccome! Non ci avevo tanto pensato e non mi ero soffermato su questo punto. Una donna che protegge la madre ha veramente maturato al massimo consentito dalle leggi psicologiche la “libido genitale” della omonima “posizione”, ma anche portato a buon fine la “libido edipica” e ha superato a pieni voti la “posizione”. Si può veramente affermare che China ha riconosciuto la madre dopo aver vissuto la dipendenza e il conflitto nel corso della sua evoluzione psichica.

Stefano

Ma non basta e sai perché? Perché China rievoca la figura di Enea che, in fuga dall’incendio di Troia, si carica sulle spalle il padre Anchise e lo salva da sicura morte. Qualcosa di simile nella mitologia antica lo troviamo nella figura di Antigone che si mette al servizio del padre Edipo ormai cieco, ma credimi non riesco a trovare una figura equivalente nella mitologia di una figlia con la mamma. Non dimenticare che anche presso i Greci la Cultura era di un maschilismo spropositato. E allora cosa vuoi trovare di femminile in termini così nobili? Niente, io non trovo. Vedi tu che sei più vecchio e, si suppone, più esperto.

Salvatore

Ti ringrazio nel ricordarmi che ormai conto sulla groppa settantadue autunni, ma non so se sono più esperto di te sulla mitologia. Io non sono formato alla scuola junghiana, mentre tu sai di simboli, di archetipi e di ombre sicuramente in maniera più completa del sottoscritto. Intanto ti dico che la madre vecchia nessun greco se l’è mai messa sulle spalle e l’ha protetta. Però ti dico che sono tantissime le figlie che si sono prese cura delle madri nell’età senile e che le hanno servite e riverite con grande devozione e riconoscimento. Ma fortunatamente queste donne non passano alla storia e non sono ricordate. Certo China si esalta come persona e personalità nel momento in cui sente il bisogno di aiutare la madre, di disporsi “genitalmente” verso di lei, di adottarla, come dico spesso, e di sollevarla dalle angosce della vecchiaia e soprattutto dell’abbandono.

Stefano

Voglio farti ancora notare che China è una donna completa nella sua formazione perché attraversa le varie tappe o “posizioni” con disinvoltura. Dagli affetti è passata al potere, dall’amor proprio all’amore verso gli altri e il conflitto edipico lo ha ben superato. Ma cosa le manca? Le manca qualcosa nel primo anno di vita. Lì si è sentita sola e poco amata e lì ci doveva essere la figura materna. China si è portata dietro qualche carenza che l’ha fatta sentire sempre bisognosa di sentimenti buoni e che si traducono nell’immagine simbolica dello “zombie”. Allora le è mancata quella carezza della madre che oggi lei elargisce nei suoi vissuti più belli. Dei figli si può dire che normalmente li protegge assumendo un ruolo psichico maschile di combattente. Perché? Ma perché con lei c’è un uomo carente o non c’è una figura maschile valida e capace. China è sola anche se sta in tanta compagnia, ma è la classica figura di donna che fa tanto e si esaurisce nel tanto dispensare e nel tanto fare. Nel sogno di China non c’è un uomo. Significherà qualcosa? Forse non c’è stato un padre degno o forse non c’è un marito altrettanto degno di lei. Ma lei è una grande donna che resta anonima perché è normale e si è formata secondo natura.

Salvatore

Ti piace China, quasi quasi dico che ti ha suscitato un buon transfert. Cosa ti rievoca?

Stefano

Mi rievoca mia madre con mio padre. Credo che io non farò mai il sogno che ha fatto China di proteggere mia madre o tanto meno mio padre. Mi hanno allevato in maniera spartana e sono venuto fuori non certo ateniese.

Salvatore

Non a caso hai scelto il mestiere di psicoterapeuta. Sai che dietro questa figura professionale si nasconde un bambino infelice? Certo tu puoi parlare in questi termini così schietti perché hai alle tue spalle una lunga analisi, ma diciamo che anche tu alla fine hai riconosciuto i tuoi genitori come i simboli delle tue origini e tutto è andato a posto.

Stefano

Certo ne parlo così perché li ho messi nel posto giusto, ma credo che non me li caricherei sulle spalle come Enea e non li proteggerei dagli zombie come China.

Salvatore

China è una donna che della semplicità e della sintesi fa una ricchezza. Non ha bisogno di fronzoli e di merletti, è già grande di suo. Avrà tempo e modo per convertire i suoi zombie alla giusta filosofia di vita. Saprà emanciparsi da qualsiasi dipendenza.

LE PAROLE DI UNA STORIA

Silenzio.

Il silenzio è l’eccitante attesa

che le tue parole emergano,

prendano forma,

si muovano,

si atteggino,

manifestino gli occulti pensieri del tuo cervello antico,

quell’ipotalamo

che non significa lo stare sotto il letto

o la camera nuziale del cavallo.

Quali bisogni primari di sussistenza,

quali desideri affettivi di sopravvivenza

scendono oggi dalle stelle per te,

solo per te,

animula, vagula, blandula”

che mi lasci sempre in trepida attesa della danza delle tue parole

nel teatro della mia stanza,

quelle fascinose parole

che si muoveranno insolenti

e rimbalzeranno impertinenti

da un muro all’altro

alla ricerca di un piacere che sazia,

il piacere di dire,

alla ricerca di una gioia che invade,

la gioia di parlare,

alla ricerca di un orgasmo che frastorna,

l’orgasmo di crear parole.

Quali forme,

quali coreografie,

quale sintassi,

quale semiotica,

quali sensi,

quali significati

oggi tu esibirai,

o testarda bambina inascoltata.

E io insisto,

persisto

e mi consisto,

ma tu ti attesti

in un silenzio di bassa lega

per difendere la confusione mentale

di una giovane e promettente testa,

una mente di belle speranze.

Il silenzio lambisce i tuoi anni

e li lascia senza senso e senza significato,

senza quei contenuti

che un buon proletario della parola

non vuole ricordare e tanto meno possedere.

Abbasso il capitalismo mentale

e viva la povertà del dire,

la rassegnazione e il tuo silenzio.

Amen.

I tuoi silenzi e le tue parole mancate

adesso sono sospiri

che prendono forma

nell’attesa di un liberatorio turpiloquio,

un catartico sproloquio

contro il padre, la madre, lo spirito santo

e tutti i tabù messi dentro il tuo cuore

da un pederasta assassino dall’animo gentile.

Quanta rottura di palle

dentro un foglio di carta

che pretende di essere scritto dalle tue parole

e solcato dal tuo silenzio.

Se adesso segni un poderoso “vaffanculo”,

arriva la critica letteraria

con la sua benemerita censura

e il tuo foglio,

solcato dall’inchiostro di una bavosa Bic,

non avrà alcun valore sul mercato.

Se poi, esasperata e impenitente,

recidiva e testarda,

aggiungi un mezzo “porco”

o un “porco” intero

affinché la canzone risuoni meglio,

la frittata è fatta,

il licenziamento è assicurato,

l’onore è perduto

e alla fine la mamma ti punirà

per questo deplorevole e increscioso incidente diplomatico.

Tu sai della mamma,

tu sapevi che la mamma non ha mai sopportato le parolacce

e in specie nella bocca dei bambini,

figuriamoci nella bocca delle bambine.

E tu sei una bambina,

se non sbaglio.

Al di là del tuo essere trasandata e dinoccolata,

sotto i capelli corti c’è un cervello di donna.

Sì,

sì che è vero!

Del resto la tua femminilità si vede negli occhi vogliosi.

Tu sei una futura donna

e speriamo che da grande non diventi una traviata,

dico e confermo “traviata”

perché puttana non si può dire,

la mamma non vuole,

la mamma è in agguato,

la mamma ti punirà per tutto questo,

tu sai che la mamma punisce sempre e comunque

i bambini che dicono le parolacce

e massimamente le bambine.

Ma come fai tu a parlare,

se non hai imparato altro che parolacce.

Tu conosci soltanto parolacce

e non parole.

Tu parli soltanto con parolacce

e non con parole.

Tu parli con parole cariche di rabbia,

tu parli il vero parlare,

il linguaggio dimenticato

che non fai fatica a ricordare

perché non l’hai mai imparato

e ti appartiene soltanto per Inconscio collettivo.

Basta,

io non ho altro da dire e da dirti.

Ma suvvia,

adesso sciorina i tuoi panni sporchi in Arno

e sciacquali con un bel turpiloquio,

disinfetta con la candeggina le migliori gemme della lingua madre,

purifica pian pianino le parolacce

e con gli scarti intreccerai una preziosa collana

da portare in dono al tuo papà

nel tradizionale pellegrinaggio dei figli dei separati,

oggi qui, domani là.

Perché, bambina mia, ti ostini a non parlare?

Perché, bambina mia, ti ostini a non parlare della parola e delle parole?

Perché non vuoi parlare degli inutili e fastidiosi suoni

chiamati significanti,

quelli che liberamente hanno un senso

e necessariamente ingemmano un tuo significato.

Quanti segni!

Mio Dio, quanti segni nell’arca di Noè!

Altro che animali e cromosomi,

i tutori dei geni della razza secondo la loro specie,

secondo la loro specie,

secondo la loro specie.

Quanti segni nell’arca di Noè!

Parole,

solo parole,

tante parole.

Dio, quante parole!

E ognuna?

Ognuna secondo la sua lingua,

secondo la sua lingua,

secondo la sua lingua.

E tutte?

Tutte secondo la loro lingua,

secondo la loro lingua,

secondo la loro lingua.

Parole ordinate per geni,

parole ordinate per cromosomi,

parole ordinate per cellule,

parole ordinate per sinapsi,

parole ordinate per organi,

parole ordinate per apparati,

parole ordinate per funzioni,

parole ordinate per corpi,

parole ordinate per razza,

parole ordinate per cultura,

parole ordinate per civiltà.

E l’arca?

L’arca va.

Noè è un buon nocchiero,

ma la tempesta è infame.

Le acque confuse invadono le trachee,

inondano le corde vocali,

bagnano le ugole.

E allora le gole gorgheggiano

e i gargarismi fondono insieme

le parole e i segni.

i segni e le parole,

le capre e i cavoli,

Desdemona e Amleto,

Ulisse e Penelope,

Edipo e Giocasta,

il pene e la vagina,

la polenta e gli uccellini.

Così è e non hai il diritto di chiedere il perché.

E allora?

Allora addio purezza ariana,

addio per sempre,

ti ho perso e non ti troverò mai più.

Basterà un olocausto

per rabbonire il dio del vento,

Eolo il bastardo

che ha soffiato sulle parole

e le ha spinte fuori dallo stomaco e dalla mente,

le ha costrette a uscir fuori,

a emettersi in flatus vocis

come petardi puzzolenti

sparati dall’intestino retto,

significanti e significati,

armoniche armonie concettuali,

rime condensate in soavità verbali

e ritmi detti da una bocca sensuale

che bacia le parole,

le tante parole inanellate

e trasformate in collane di perle da Poseidon,

il dio del mare e degli infiniti fragori.

E alla fine?

Poi,

alla fine resta soltanto una grande confusione.

Che confusione!

Dio, che confusione!

Una torre di Babele.

Gente,

quanta gente!

Tanta gente che parla,

parla e parla,

riparla e riparla,

straparla,

emette suoni,

usa parole,

una borsa-valori di parole

che nessuno vende o compra.

Un bordello.

Dio,quanto bordello!

Una storia infinita di bordelli

dove parlano,

tutti vogliono parlare,

tutti sanno di parlare.

Il folle,

derubato del suo delirio,

osserva, tace e si addolora.

Il saggio sa di non sapere,

osserva, tace e si addolora.

Il folle e il saggio dicono di non dire più parole.

Que sais je”!

Rien!

Rien de rien.”

Cantava la Piaf

nelle maleodoranti cantine di Parigi,

nei cabaret esistenzialisti

con i pochi seni calati in un lugubre dolcevita nero.

Rien!

Rien de rien.”

Neanche parole a mimetizzare il niente,

ma solo un lontano flatus vocis

che in eco sussurra e dice:

R – I – E – N

N – I – E – N – T – E

N – A – D – A

N – I – C – H – T – S

N – O – T – H – I – N – G

Eppure,

eppure nella torre di Babele

si sono scatenate le oche:

qua-qua-quà,

qua-qua-quà,

qua-qua-quà.

E i mass media fanno in coro:

bla-bla-bla,

bla-bla-bla,

bla-bla-bla.

I profeti, i sofisti, i tuttologi,

tutti in coro fanno

quà-quà-quà-bla-bla-bla,

quà-quà-quà-bla-bla-bla

quà-quà-quà-bla-bla-bla.

Babele e Babilonia,

Sodoma e Gomorra: l’insostenibile leggerezza della parola.

E tu cosa fai?

Tu cerchi ancora un uomo saggio,

silenzioso e ignorante,

l’uomo giusto per la nostra salvezza.

Arriverà un Cristo

che si porterà sulla croce

tutte le parole dell’universo,

i quà-quà-qua,

i bla-bla-bla.

Per oggi basta,

torno dopo,

bevo un aperitivo,

un “sanbitter”,

c’est plus facile”

anche se non è poi tanto buono.

Adesso,

silenzio, si gira,

si inizia a girare il vero film,

un film finalmente muto.

Ma poi,

chissà cosa voleva dire quell’imbecille,

quel mezzo uomo che sculettava come un frufrù

in pieno centro commerciale

con una borsa di plastica ricolma di parole

e rossa come il viso di Che Guevara

nelle magliette e tra le tette di giovani donne innamorate.

Salvatore Vallone

da “La cosa parla” Il linguaggio dell’Inconscio anno 1997