AKHTER MABIA 4

Savar, mag mash, 200…

Cara figlia Mabia, Allah, il Consolatore, ti benedica sempre e non ti dimentichi mai.

Ricordati che il Perdonatore aiuta sempre chi a Lui si affida e specialmente i figli dispersi nel mondo tra gli infedeli e che corrono ogni giorno il rischio di diventare miscredenti.

Il nostro Dio è come una madre buona che custodisce i propri figli per non perderli e li tiene sotto la Sua protezione.

E’ la tua ma che scrive alla sua cara e preziosa e dolce figlia Mabia.

Cara ma Mabia, a te e a tutti gli altri io mando baci e saluti dalla mia lontananza e dalla mia solitudine.

Spero che tu, Pervez e Joshim stiate bene.

Anche noi stiamo bene, ma io sento molto la vostra mancanza.

Da tanto tempo non ricevo una tua lettera e ogni notte non riesco a dormire pensando a te, figlia mia preziosa e mamma felice di un figlio maschio, quel figlio maschio che la volontà di Allah a me non ha voluto mai tenere in vita.

Ti ho spedito due lettere, ma non ho ricevuto una tua risposta e per questo motivo sono ancora più preoccupata.

Non so perché tu non mi scrivi più, ma io so che senza tue notizie io sto male, tanto male e che mi ammalerò sempre di più.

Non mi resta che attendere ogni giorno quella tua lettera che non arriva mai, ma quando arriverà la leggerò cinque volte al giorno dopo la preghiera per ringraziare il Giusto e per curare questo mio dolore.

Io leggo sempre tante volte quello che tu mi scrivi e così mi sento meno sola e meno lontana.

Ormai sono passati tanti anni da quando sei partita e spero che nel mese di agosto tu ritornerai da me, perché mi hanno detto che in questo mese in Italia non si lavora e finalmente ci si riposa e allora tutti ritornano nella casa del loro paese.

Non posso pensare che tu non verrai perché io non riesco ad attendere un altro anno.

Credimi, io non voglio neanche pensare di dover aspettare ancora un altro anno senza rivederti.

Credi alla tua ma: io non posso più attendere di riabbracciare mia figlia Mabia e mio nipote Pervez e sono sicura che di questo dolore morirei in un batter d’occhio.

La tua nana vai è venuta trovarmi e mi ha detto che ti ha sognato e che tu le dicevi che nel mese di agosto saresti venuta e lei ha anche visto che voi tre arrivavate a casa felici e contenti.

Di questo sogno siamo rimaste soddisfatte e abbiamo pianto di gioia come due stupide bambine che avevano ricevuto in dono tanti shart e tanti pent.

Figlia Mabia, come puoi dimenticare quello che c’è stato tra noi due, il nostro stare sempre insieme come amiche e il nostro bel parlare; anche per questo motivo sento tanto la tua mancanza.

Noi due eravamo madre e figlia e nello stesso tempo eravamo due amiche.

Tu non puoi capire cosa prova una mamma nell’avere una figlia da tanti anni lontana in terra straniera, ma, se lo vuoi capire, manda Pervez per tanti anni da me in Bangladesh e tu resta pure in Italia senza di lui.

Soltanto così capirai e imparerai la lezione.

Allora io già aspetto Pervez e così saremo pari.

Di una cosa sono sicura: io non mi sento bene.

Forse per curare questa mia malattia basterà che tu mi scrivi una lettera al mese.

So che ci tieni alla salute della tua ma e allora mi manderai la medicina che ti ho chiesto; io sono già in attesa di tue notizie e così mi sento già meglio e forse sono anche quasi guarita.

Ieri sono andata a Dakka a casa della tua shashuri e ho saputo che una persona porterà la moglie in Italia e ho pensato di mandare qualcosa per te, per Pervez e per Joshim.

Spero di vivere tanti anni per goderti più che posso, ma se le cose vanno così, per me è meglio morire.

Un bacio forte forte al mio piccolo Pervez e auguri a tuo marito.

A te va tutta la mia gioia di essere la tua povera ma.

AKHTER MABIA 3

Savar, boishac mash, 200…

Allah, l’Unico e il Vero Dio, ti benedica e sia Generoso e Consolatore con te, così come tu sarai fedele e devota a Lui per tutta quella vita che il Suo grande amore ti ha donato.

Alla mia cara figlia Mabia mando tanti auguri e tanti baci.

E’ un baba addolorato nel cuore che scrive questa lettera e spera che voi tutti almeno stiate bene perché la stessa cosa non posso dire di me e di ma.

Il tempo passa e il cibo non manca, ma questa non è la ragione della nostra vita e tanto meno della nostra felicità.

Il mio pensiero è sempre rivolto a coloro che non vedo ormai da tanto tempo e soprattutto al piccolo Pervez, il nipote maschio che il Provvidente ha voluto dare alla mia famiglia attraverso il sangue di mia figlia e che bacio con tutto il calore del mio cuore.

Mia cara Mabia, figlia rara del tuo infelice baba, da mesi ormai purtroppo io non ricevo una tua lettera e sono preoccupato per questo tuo silenzio, perché non avere notizie delle persone che tu vuoi bene é sempre motivo di grande sofferenza.

Il tuo baba è addolorato anche se come capo della famiglia dovrebbe essere forte in ogni momento e non dovrebbe dimostrare i sentimenti fragili delle donne, ma io non ci riesco e non me ne vergogno e comunque non sono come tua ma che piange sempre e per niente.

Non so se ho sbagliato in qualche cosa con te; se é così, allora tu mi devi subito perdonare e mi devi mandare al più presto una lunga lettera perché io non riesco a stare bene senza avere tue notizie.

Ho saputo di voi da altre persone che sono tornate in Bangladesh e da quello che mi hanno detto io sono convinto che voi non state molto bene.

Di notte faccio brutti sogni e questa è la conferma che voi non siete felici.

Cara Mabia sono tanto preoccupato e soltanto una tua lettera farà di nuovo sorridere il mio povero e vecchio cuore.

Immagino che lasciare il proprio paese deve essere tanto duro; io posso solo pensarlo perché non mi sono mai mosso da Savar se non quando ho combattuto sulla Via di Allah e quelle volte che sono andato a Dakka per pregare nella grande Moschea o per comprare qualche inutile cianfrusaglia.

Credo che vivere in un altro paese sia una cosa brutta e così io sto male per voi che siete lontani.

La tua ma sta male e piange sempre perché vi vuole vedere, ma io le dico che non si può perché siete troppo lontani, ma lei non capisce niente perché è testarda e continua a insistere su cose impossibili e dice cose senza senso che non stanno né in cielo e né in terra.

Ti prego di farmi sapere se hai bisogno di qualcosa: profumi, vestiti, dolci e forse un pacco pieno di misti, seloarkamis, shari, holud, goromosla ti farà sentire meno la lontananza e io potrò finalmente essere perdonato del fatto che ti ho lasciato partire senza poter fare niente, anche se questa debolezza non me la perdonerò fino a quando avrò la memoria per ricordarla.

Avrei dovuto impedirtelo e così saremmo rimasti tutti insieme, ma sono stato uno stupido e adesso non posso fare più nulla per farti tornare indietro.

La tua ma vi pensa sempre e ha comprato un paio di orecchini d’oro per te, un anello d’argento per tuo marito, shart e pent per il piccolo Pervez.

Sono sicuro che sarete contenti di ricevere le cose del vostro paese e i doni dei vostri genitori e quanto prima ve li spedirò.

Io ho sempre voglia di mandarvi tante cose e anche quella frutta che da tanto tempo non mangiate come il mango, la papaia, il kadal, quei frutti che io ancora coltivo nel mio campo e che a te piacevano tanto quando da bambina rallegravi la mia casa con la tua presenza e la tua felicità.

Cara Mabia, com’è potuto succedere questa separazione tra me e te e che senso ha questa nostra lontananza ?

Certo che quella volta che ho deciso di farti sposare Joshim ero malato e non ragionavo bene perché altrimenti non lo avrei permesso e soprattutto non ti avrei fatto andare via dalla tua casa.

Anche la tua ma pensa sempre a te e a Pervez e chiede quando ritornate a casa; la poverina non riesce a capire perché siete andati via dal vostro paese dove si mangiava dignitosamente e si viveva con gioia.

Vi mando tanti saluti, vi auguro di stare bene e per questo prego ogni giorno Allah, il Misericordioso, che dappertutto vede e sempre provvede.

Mabia cara, ho saputo che non stai tanto bene, ma ricordati di pregare ogni giorno perché pregare fa soltanto e sempre bene al cuore, per cui nella felicità e nella disgrazia prega e così ti sentirai più tranquilla.

Allah aiuta sempre chi a Lui si affida con il cuore puro.

Ancora tanti saluti e tanti baci per te e per Pervez.

Il tuo inquieto baba.

Credimi !

E credimi sempre !

AHKTER MABIA 2

Savar, ashar mash, 200…

Cara Mabia,

è la tua sorella Jasmina che finalmente trova la forza e il coraggio di scriverti e di rispondere alla tua lettera e di ringraziarti per avermi detto che sono bella.

Prima di tutto mando saluti e auguri a te, a tuo marito e un bacio al piccolo Pervez.

Non posso dirti che noi stiamo tutti bene, ma io spero che voi stiate bene.

Quando prego, io non vi dimentico mai e chiedo ad Allah di aiutare sempre mia sorella maggiore e la sua famiglia che vivono lontano da noi.

Io sento tanto la vostra mancanza, così pure baba, ma e Rita.

Mabia, perché non scrivi a ma ?

Lei è sempre tanto preoccupata per te e aspetta ogni giorno una tua lettera.

Tu non sai che quando arriva una tua lettera, ma la legge dieci o venti volte e dice che vi vede e che vi ascolta; le piace leggerla tante volte perché sente meglio come voi state.

Secondo me in queste situazioni la povera ma impazzisce e per l’amore che ha per te e per Pervez il suo cervello non funziona bene.

Anche ba è sempre contento quando riceve una tua lettera e la legge una sola volta di giorno, ma di notte, quando non riesce a dormire, io ho visto che legge di nascosto la tua lettera cento volte.

Tu sai che ba vuole apparire sempre forte e a volte ci riesce talmente bene che sembra duro e cattivo, ma in effetti è un povero baba che deve soffocare le sue emozioni e i suoi dolori per fare il forte.

Una donna deve piangere, un uomo deve essere freddo e insensibile, ma queste cose tu le conosci bene e non sono una novità per te.

Devi però pensare che noi non possiamo vedervi e per questo motivo è importante che tu scrivi qualche lettera e devi fare presto questo per ma e per baba perché loro vivono male se non hanno tue notizie.

Credimi che ma si era anche ammalata di una malattia del cuore e non riusciva più a mangiare e il fochir ha detto che era piena di gin maligni, ma non è riuscito a guarirla con i suoi sortilegi perché i gin cattivi sono rimasti nella pancia di ma e non sono mai diventati gin buoni.

Tu non ci crederai, ma da quando sei partita ma e baba sono invecchiati tanto e si sono ammalati di crepacuore.

Quando incontro le tue vecchie compagne di scuola mi chiedono di te e non mancano mai di salutarti con tanto affetto e io non posso fare a meno di vedere nei loro occhi tanta invidia per te e per il coraggio che hai avuto nel lasciare la nostra povera terra e andare nel cuore del mondo dove ci sono tante possibilità di vivere sicuramente meglio, maggiore libertà e maggiore dignità per le donne e soprattutto il rispetto per i loro diritti.

Tu sai che il nostro paese è per le donne una miserabile prigione e che noi viviamo in attesa di essere scelte da un uomo come un animale e di morire di parto, perché l’unica cosa che devi saper fare è quella di restare incinta e di fare un figlio maschio.

Se non sei capace di fare figli, sei del tutto inutile e puoi anche crepare, ma se non sei capace di fare figli maschi vali quasi niente, ma sei sempre buona per riprovare come una capra a essere ancora montata dal caprone e tutto questo fino a quando non muori di emorragia come è successo anche a te quando hai avuto Pervez e per fortuna hai avuto un figlio maschio.

In ogni caso a quarant’anni sei già una vecchia senza denti e con il corpo ridotto come un sacco tutto rotto.

Vedi il destino che ha avuto la nostra ma con le sue tante gravidanze e la morte di tutti i suoi figli maschi appena nati; quasi per dispetto le morivano e quasi per dispetto le sono rimaste soltanto le figlie femmine, proprio quelle che forse baba non voleva.

Ma questo non è vero, perché il nostro ba, Mabia tu lo sai e me lo hai anche scritto, ci ha voluto più bene di un figlio maschio, ma certo che di questa mancanza ha sempre sofferto, anche se lo ha fatto capire e non lo ha mai detto a noi figlie direttamente.

Io so che a ma lo dice ogni volta che è arrabbiato e con tanta cattiveria, ma poi so anche che gli passa tutto e ritorna buono come prima.

Non resta che consolarci dicendo, come dice ma, che così ha voluto Allah e sia fatta sempre la volontà del Misericordioso; io ti dirò in confidenza e tu non lo devi dire a nessuno e tanto meno a ma e a baba, che a me questa consolazione non basta più e che non sopporto più questa differenza tra maschi e femmine e mi dico spesso che noi siamo più importanti dei maschi e mi chiedo come farebbero a nascere i maschi senza le femmine.

E poi il dottore di Dakka mi ha detto, quando sono andata perché per un po’ di tempo non ero impura e non avevo il sangue, che non siamo noi mogli a stabilire se un figlio è maschio o femmina, ma sono i mariti.

Ma questo non dobbiamo dirlo a baba, perché non ci crederebbe e si arrabbierebbe e direbbe come sempre che è la femmina che per nove mesi fa i figli nella pancia e che è colpa sua se non nasce maschio, ma quando nasce maschio non è merito suo.

Gira e rigira è sempre la solita storia; noi donne nel nostro paese valiamo poco più di niente e non abbiamo gli stessi diritti degli uomini, ammesso che abbiamo qualche diritto, ma di doveri e di umiliazioni ne abbiamo sempre tanti e per non dire troppi.

Eppure noi sorelle siamo state fortunate perché ba, dopo la delusione che ha avuto, ci ha voluto bene e ci ha fatto crescere senza sacrifici inutili.

Tu sei stata tanto fortunata perché hai subito avuto Pervez e non hai mai perso un figlio dopo averlo partorito, ma forse questo merito non è bastato agli occhi di tuo marito se, come ci scrivevi, oggi ti maltratta e ti fa soffrire.

Hai visto che brutto destino è quello di nascere femmina, ma solo nei nostri paesi e nella nostra religione, perché in Occidente è tutto diverso per la donna e in meglio, perché viene rispettata e ha lo stesso potere di un uomo, si fa desiderare e si veste come vuole, si trucca e si fa vedere anche nuda, ma soprattutto non è sottomessa a un uomo e fa tutto quello che può fare perché lavora e guadagna i dollari come un maschio.

Da noi, se una donna non vuole l’uomo che la chiede in moglie, il giorno dopo le gettano addosso l’acido, quello che vendono nei negozi di Dakka, le bruciano il viso e così tutti possono vedere che sei sfregiata e segnata per tutta la vita come una donna cattiva e infedele che non si è sottomessa all’uomo.

Ti ricordi di Namira, la nostra vicina di casa ?

E’ stata sistemata per sempre con l’acido perché non voleva l’uomo che i suoi le avevano scelto e adesso vive in una baracca nella periferia di Dacca facendo ai soldati le cose che loro vogliono.

E’ stata abbandonata da tutti e ha il viso e il collo bruciati dall’acido; dimmi tu se questa è una cosa giusta e i colpevoli non sono neanche stati ricercati perché è una cosa frequente che diventa normale e giusta.

Noi donne abbiamo questo diritto di essere sfregiate e poi ci lamentiamo di non avere diritti, ma non c’è solo Namira, ci sono tante giovani donne che sono state vittime di questa violenza e il nostro governo non fa niente per la giustizia e non mette in carcere questi delinquenti e forse anche li difende.

Adesso Mabia, tu che sei in Italia e conosci tante cose, dimmi se questa è una cosa giusta !

Lasciamo perdere le cose brutte e ti dico subito che tu hai fatto bene ad andare via dal Bangla, perché qui non è cambiato e non cambia niente e per noi donne non ci sono diritti, ma solo i doveri del Corano.

Gli uomini pregano cinque volte al giorno rivolti verso Makka, ma non si ricordano niente di quello che leggono e di quello che dicono.

Ma sia sempre fatta la volontà di Allah e andiamo avanti così perché non si può fare niente per cambiare le cose e altrimenti bisogna scappare via come hai fatto tu nella speranza di trovare il paese giusto per non soffrire.

Io ricordo che tu eri la figlia preferita di ba e forse in te lui ha visto quel figlio maschio che la povera ma non gli ha potuto dare ed eri ribelle perché sei cresciuta femmina con la testa di un maschio.

Come sta Pervez ?

Come va a scuola ?

Che scuola sta facendo ?

E’ bene che studi tanto perché così può diventare importante ed è fortunato a trovarsi in Italia e speriamo che diventi un dottore come quelli di Dakka.

E tu, Mabia, come stai e cosa fai ?

Scrivimi e parlami dell’Italia, di questa terra generosa che, secondo quello che mi dici e che sento, dà tanti taka agli operai stranieri al punto che riescono anche a mantenere le famiglie che hanno lasciato nel loro paese e possono anche comprarsi la macchina.

Parlami delle tue nuove abitudini, di cosa mangi, di come vivi, di che lavoro potresti fare, di come ti trovi con gli italiani e dimmi se in Italia ci sono i nostri cibi e le nostre spezie.

Se ti serve qualcosa, scrivimi e io ti spedisco quello che ti manca.

Ma sono sicura che non hai bisogno di niente e che ti trovi nel centro del mondo.

Nella nostra famiglia succedono sempre le stesse discussioni e le stesse liti e sempre per i soliti motivi; lo zio si comporta male con ma e l’accusa di non aver saputo fare un maschio e di avere sfornato solo figlie femmine.

Anche la nonna si comporta male con ma e sempre per lo stesso stupido motivo.

Sembra che nella nostra famiglia la cosa più importante sia quella di riavere indietro quei figli maschi che sono morti.

Ma risponde che lei i figli maschi li ha saputo fare e che il Misericordioso li ha voluti con sé nel Giardino e glieli ha tolto per una vita migliore.

Mi ricordo che, quando tu eri a casa, sapevi rispondere bene allo zio e alla nonna dicendo quello che pensavi e che era giusto dire a queste persone cattive.

Io, invece, non ho il coraggio di parlare e di ribellarmi e non posso fare niente per impedire che ma pianga; io capisco che ba dovrebbe difenderla, ma questo non succede e la povera ma è ormai malata per tutte queste cose stupide.

Tu sei fortunata perché sei in Italia e vai avanti nella tua vita; tu potresti lavorare e mantenerti senza dipendere da un uomo che non ti ama specialmente dopo tutto quello che fai e hai fatto per lui.

Tu sai che noi donne in Bangladesh non possiamo lavorare e dobbiamo solo aspettare qualcuno che ci sceglie come una capra per avere un figlio maschio e ci ingravida di anno in anno fino a quando possibilmente moriamo dissanguate durante il parto o restiamo sterili e non serviamo più a niente.

Ma queste cose te le ho già scritte e perdonami se le ho ripetute.

Cara Mabia mi rendo conto che gira e rigira cado sempre sugli stessi argomenti, ma si vede che queste ingiustizie mi fanno soffrire e che io sono tanto infelice.

Ma la cosa più importante adesso è che tu scriva a ma per farla stare bene e a ba per tranquillizzarlo; noi non possiamo fare niente per dare la felicità e la salute a ba e a ma.

Ti ho già detto cosa fa ma quando riceve una tua lettera e se tu la vedessi, io sono sicura che scriveresti una lettera al giorno tutta per lei.

Cara fortunata e sfortunata sorella, cosa devo dirti io che sono rimasta ad ammuffire in questa povera nostra terra e che non vedo un futuro giusto per me.

Sei fortunata perché hai avuto il coraggio di partire e sfortunata perché sei partita con l’uomo sbagliato.

Del resto in Bangladesh tutti gli uomini sono sbagliati perché sono stati educati dalla religione e dalle madri a essere i primi; la cosa più strana è che siamo noi donne che prima li partoriamo e poi li facciamo sentire grandi, siamo noi donne che prepariamo le nostre future disgrazie.

E allora che senso ha lamentarsi e ribellarsi ?

Non mi resta che dirti di comportarti bene con tuo marito, di non farlo arrabbiare e se fa qualcosa di male, cerca di sopportare: voi due dovete stare bene perché altrimenti ma e ba stanno male.

Mabia devi accettare il fatto che sei nata donna e che donna vuol dire essere inferiore e devi sempre portare pazienza con tuo marito: questo ha insegnato ma a Jasmina, a Rita e a Mabia.

Però pensa anche che sei in Italia e che puoi lavorare ed essere indipendente, pensa che sei fortunata perché puoi anche separarti se tuo marito continua a maltrattarti perché la legge italiana ti difende: questo dice Jasmina a Mabia e ricordati che in Italia i maschi non ti buttano l’acido in faccia per segnarti di disonore per tutto il resto della tua vita.

Ti dico delle cose che ti sembreranno strane, come strana è ma senza le tue lettere, ma sono le cose che penso e che mi girano nella testa ogni giorno e specialmente quando mi annoio a fare sempre le stesse cose.

Quanto desidero partire dal Bangla e venire in Europa e possibilmente in Italia dove si vive meglio, ma ancora non sono riuscita ad avere il permesso neanche come turista; per una donna non sposata e che ha soli quindici anni esiste soltanto la possibilità di avere il visto dell’ambasciata quando sei sposata ed è veramente difficile partire da clandestina e io ho anche paura.

Forse ci vogliono tanti taka per avere il visto, ma io non ne ho e quindi non mi resta altro da fare che sognare e aspettare che qualcuno mi scelga in moglie, ma sia ma che ba non vogliono darmi a nessuno specialmente dopo lo sbaglio che hanno fatto con te.

Tu non puoi immaginare quanto desidero vedere con i miei occhi l’Occidente con il suo modo di pensare e di vivere; sono sicura che per una donna significa finalmente la libertà.

Sono sicura che non tornerei più a Savar e infatti tanta gente non torna più in Bangla una volta che ha conosciuto cosa significa vivere meglio.

Potrei lavorare anch’io e sentirmi finalmente una persona libera nella testa e nel cuore.

E’ finita la carta e malvolentieri devo chiudere questa lettera, ma in compenso non ripeterò sempre le stesse cose e tu ti sentirai libera dalle mie inutili chiacchiere.

Tanti saluti da tua sorella Jasmina e speriamo di rivederci presto e possibilmente in Italia.

Perdonami per le tante cose stupide che ti ho detto, ma io sono fatta così e vedo in te il mio esempio e speriamo che il Buon Allah non legga mai questa lettera e, se la leggerà, speriamo che mi perdoni, altrimenti mi aspetta il Fuoco eterno.

Ma quello che sento è anche giusto che io lo dica almeno alla persona a cui posso dirlo, invece di tenermi tutto dentro e di costringermi da sola a sognare quel mondo che non c’è e che appartiene soltanto ai miei poveri desideri.

Ti risaluta la chiacchierona sorella Jasmina.

AKHTER MABIA 1

Dì: “Egli Allah è Unico,

Allah è l’Assoluto.

Non ha generato, non è stato generato

E nessuno è uguale a Lui”.

Sura CXII Al-Ikhlâs – Il Puro Monoteismo

San Biagio di Callalta, 11 settembre 200…

Cara Jasmina e cara Rita,

amate sorelle che Allah ha voluto come gioia della nostra famiglia dopo il grande dolore della morte dei fratellini, sappiate che le mie preghiere sono rivolte ogni giorno all’Onnipotente in vostro favore e ricordate sempre che l’Onnisciente conosce l’inizio e la fine di tutto, possiede il destino delle nostre vite e che soltanto a Lui, il Misericordioso, noi apparteniamo; tutto il resto è sicuramente poco o niente.

Alla piccola Rita e alla bella Jasmina la sorella maggiore Mabia manda baci, tanti baci e auguri, tanti auguri.

Amate sorelle, sangue del mio stesso sangue, vi scrivo questa lettera perché voglio parlarvi di me e della mia vita in Italia e perché penso che possa esservi utile sapere come vanno le cose in un altro paese, un paese occidentale, affinché possiate fare le scelte giuste nella vostra vita, una vita che io auguro piena di gioie e di soddisfazioni.

Purtroppo in questo momento non posso dire la stessa cosa di me e della mia vita a conferma che non è mai tutto oro quello che brilla sotto il sole, anche se il sole è quello splendente dell’Italia.

Magari voi mi pensate felice con Joshim e ricca di tutto quello che voi non avete e che tanto desiderate, ma in effetti l’unica mia felicità e l’unica mia ricchezza è il bellissimo Pervez, un figlio d’oro che dà un senso e un significato alla mia vita terrena e sempre dopo la grande devozione che tutti dobbiamo portare al nostro vero padre Allah, perché noi siamo prima di Allah e soltanto dopo siamo del nostro sangue.

Voi ricordate che io avevo quindici anni quando baba e la sua famiglia prima mi hanno contrattata con la famiglia di Joshim e alla fine mi hanno sposata con Joshim. Voi dovete sapere che io avevo sedici anni quando ho partorito Pervez, un figlio maschio, rischiando di morire prima dissanguata e poi per infezione.

Voi ricorderete che io avevo diciannove anni quando sono salita sull’aereo a Dakka per sbarcare in Italia, portandomi addosso l’angoscia di un paese straniero tutto da scoprire e la speranza di una vita migliore tutta da vivere secondo i meravigliosi discorsi che nel nostro paese facevano i parenti di tutti quelli che erano già partiti per questa strana avventura o per questa stupida disgrazia.

Questi sono i momenti più importanti della mia vita e sono impressi nella mia memoria e nel mio cuore come immagini che non si possono cancellare e che non potranno mai sbiadire.

Oggi ho soltanto ventisette anni e mi sento vecchia e senza desideri.

A volte ho la sensazione che siano trascorsi tanti anni da quando sono partita dal Bangla e vi ho lasciato per seguire mio marito Joshim e venire in un paese ricco come l’Italia dove c’è la possibilità di avere un lavoro, di vivere bene in ogni senso, di trovare un antibiotico in farmacia, di avere tante comodità e di mantenere con la stessa paga non solo la tua famiglia, ma anche quella che hai lasciato in miseria nel tuo paese.

Quest’ultima è una cosa giusta perché onora i nostri precetti religiosi e rispetta le nostre tradizioni, ma non è una cosa giusta e non è motivo di orgoglio la necessità di lasciare il nostro paese per il bisogno di sopravvivere e non per la libera scelta di andare da un’altra parte del mondo.

Non è giusto essere costretti a lasciare il proprio paese per avere dagli altri e non per dare agli altri.

Il Corano, infatti, dice chiaramente che saranno i figli, che hanno fede in Allah, a provvedere alla sopravvivenza dei genitori e dei familiari, almeno fino a quando il Giusto li vorrà tenere in vita e non li vorrà riprendere con Sé nel Giardino delle Delizie.

Ma tutto questo vale soltanto per i maschi.

Voi sapete che la nostra Religione non permette alla donna di lavorare e di realizzarsi fuori dalla famiglia.

La nostra fede dice chiaramente che gli uomini sono preposti alle donne per causa della preferenza che Dio ha concesso loro quando ci ha creati e che essi devono onorarle spendendo generosamente i loro beni.

Nel nostro paese questi giusti precetti di Allah si praticano con la fede e senza alcuna difficoltà anche perché la povertà non permette una vita diversa e migliore.

In Italia, invece, le donne lavorano e non sono sottoposte all’uomo e le leggi dello stato sono uguali per tutti e anche per noi stranieri, specialmente se diventiamo con il tempo cittadini italiani.

La religione cristiana non impedisce alla donna di lavorare, ma noi sappiamo che questa religione è imperfetta e che i cristiani sono nel peccato e nell’ingiustizia perché non hanno i comandamenti dell’unico vero Dio, l’Onnipotente e il Misericordioso Allah.

Carissime Jasmina e Rita, voglio dirvi che l’Italia è tutto un altro mondo rispetto al Bangla e che ci sono cose buone e cose meno buone come in tutte le cose che ci sono al mondo e che capitano nella vita di ogni persona.

Non vi nego che tante volte ho pensato che mi piacerebbe lavorare e sentirmi più utile e ho pensato anche che, se io potessi lavorare, potrei avere un’altra paga e potrei mandare a tutti voi quello che basta per vivere meglio così come Joshim fa con i suoi genitori da quando siamo arrivati in Italia e immancabilmente ogni mese va nell’ufficio postale e manda i taka alla sua famiglia.

Del resto io ho tanto tempo durante la giornata e a volte mi annoio a non fare niente perché, dopo che ho portato Pervez a scuola, dopo che ho pregato e ho finito le faccende di casa, mi resta tanto tempo a disposizione, tutto tempo che potrei utilizzare lavorando e guadagnando tanti taka anche perché qui il lavoro non manca.

Ma queste sono tentazioni di Iblis e dei gin maligni, per cui sia sempre fatta la volontà di Allah, l’Onnipotente, l’Unico che tutto vede e che a tutto provvede.

Non vi nego che, nonostante i vantaggi dell’Italia, spesso sento la nostalgia della mia terra, delle persone, delle cose e degli odori che mi hanno circondato fino a quando ho dovuto lasciar tutto e partire per seguire mio marito Joshim lontano dal mio paese.

Sembra incredibile, ma ho tanta nostalgia del calore del nostro clima e dei profumi e degli aromi della nostra terra.

A volte, invece, ogni cosa mi sembra che sia come sempre e niente mi appare nuovo sotto il sole, a volte mi manca tutto e non ho neanche un desiderio da realizzare: la salute va e viene per colpa di qualcuno, il lavoro non mi è permesso dalla religione, la gente mi guarda con occhi freddi, il denaro alla fine è sempre poco e non basta mai per vivere con tranquillità, il riso è amaro e nero come mi diceva baba quando ero piccola, l’amore, che forse non c’è mai stato, non è neanche arrivato con l’Italia, con il tempo e con il figlio maschio.

Il dottore italiano mi ha detto che questa è un po’ di depressione e mi ha dato delle pillole; il fochir di Savar mi avrebbe scacciato i gin maligni e mi avrebbe dato delle erbe ricostituenti; il molovì di Dakka mi avrebbe accusato di non avere abbastanza fede in Allah e di non accettare la Sua volontà.

Come cambia la mentalità da un paese all’altro, ma la cosa più bella è che tu riesci a capire qual’è la verità e puoi scegliere la cosa più giusta.

Una cosa meravigliosa in questa brutta situazione è proprio Pervez, un figlio maschio e bello come il sole, un bambino dagli occhi neri come il carbone e dalla pelle scura.

Eppure tutto questo non mi basta e a volte mi sento male senza avere nessuna malattia.

Come vi dicevo, in Italia non c’è il fochir per curare le malattie del corpo e non c’è il molovì per curare le malattie del cuore; in Italia ci sono i dottori e per ogni malattia c’è un dottore speciale.

Il dottore giusto mi ha detto che soffro di malinconia e mi ha anche consigliato di ritornare nel mio paese e dalla mia famiglia.

Ma come faccio ?

E’ semplicemente impossibile perché non posso lasciare mio marito per ritornare in Bangla, il paese del mio cuore ma pur sempre un paese povero, un paese che mi sembra ancora più povero adesso che ho vissuto e vivo nella bella e ricca Italia.

Devo rassegnarmi a rimanere qui, devo vincere la malinconia e la nostalgia, magari scrivendo a voi tutto quello che mi viene in mente per non dimenticare la mia vita passata, la mia famiglia, la mia gente e la mia terra.

A cosa mi può servire star bene o star male ?

La mia vera e unica malattia si chiama Joshim ed è lui che mi fa star male.

Adesso mi sento sola e ho tanta voglia di piangere, ma non posso farlo perché Pervez è vicino a me e soffre sempre quando mi vede in lacrime.

E’ un bambino sensibile e intelligente e almeno nella mia vita c’è questo figlio maschio che adoro come la cosa più preziosa che il buon Allah mi ha dato dopo la fede.

Per il resto, tutto il mondo è paese; soltanto gli odori sono diversi e gli uomini si differenziano per gli aromi che si portano dentro il naso e dentro il cuore sin dalla nascita e, come vi dicevo prima, a me mancano tantissimo gli odori della mia terra e i sapori della mia casa.

La mia nostalgia è una semplice questione di calore e una stupida questione di clima e la colpa è soltanto di quel sole che è di tutti e che ci guarda stupito da lassù ridendo delle nostre debolezze.

Cara Rita e cara Jasmina, vi prego di non dire niente di quello che vi ho scritto a baba e a ma, perché si preoccuperebbero inutilmente e non potrebbero aiutarmi in nessun modo.

Vi prometto che sistemerò ogni cosa e che nella prossima lettera troverete tanta allegria e magari un bel paio di calze italiane di gran moda.

Dimenticavo di dirvi che Aniria ha avuto una bambina e che il marito Massud per un anno non l’ha proprio considerata, per cui io l’ho aiutata volentieri con il cuore e con le braccia in questo momento bello e difficile della sua vita.

Come vedete, care sorelle, anche all’estero ritorna il solito e triste ritornello del destino delle figlie femmine; dopo il disprezzo dei padri e la vergogna delle madri arriva immancabilmente anche la rabbia del marito.

Per fortuna il nostro baba non è stato cattivo con noi anche se ancora oggi dice che avrebbe tanto desiderato un figlio maschio.

Chiudo questa lunga lettera e a voi due mando gli auguri di una vita felice e senza speranze inutili, una vita dedicata in primo luogo al nostro Allah e rispettosa dei Suoi precetti; tutto il resto arriva da solo direttamente dal cielo e senza che voi apriate la bocca per chiedere.

La vostra sorella Mabia vi bacia con tanta dolcezza e vi saluta con tanta nostalgia.

Rita ricordati di imparare l’arabo per studiare bene il Corano e porta i miei cari saluti al vecchio molovì di Savar che quando ero piccola mi ha insegnato soprattutto la pazienza e l’umiltà, sempre nella speranza che la sua memoria sia ancora buona com’era grande la sua devozione ad Allah quando mi indicava la giusta via della nostra fede.

Credetemi !

L’UTERO BUONO E INTELLIGENTE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo in uno studio medico per una visita ginecologica di controllo.

Avevo la sensazione che fosse la prima volta e mi sono chiesta se era corretto quello che stavano facendo i medici.

Avevano tolto l’utero e lo avevano appoggiato sul tavolo.

L’utero era bianco a forma di cuore e sembrava un piccolo cervello.

Dopo me l’avrebbero reinserito.

Non mi sentivo a disagio, ma mi sembrava strano che fosse quello il modo di fare il controllo.

Mi aveva accompagnato o mia madre o il mio uomo e la stanza era asettica.”

Questo e in questo modo ha sognato Samantha.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Samantha verte sulla maternità e sulle varie possibilità di diventare madre che la Scienza medica ha regalato alle donne, nello specifico le diverse modalità della fecondazione assistita. La ricerca scientifica ha dato un grande contributo alla risoluzione delle varie patologie in riguardo alla maternità e alla sterilità, un problema diffuso tra le donne più di quanto si possa pensare. Per “par condicio” bisogna aggiungere che l’uomo non naviga in acque migliori e che il suo seme è in crisi a causa del danno procurato dall’azione endocrina dei pesticidi usati in agricoltura e assunti attraverso gli alimenti.

La “fecondazione assistita” può essere “omologa” o “eterologa”. La prima si attesta nella fecondazione del seme e dell’uovo della coppia. L’operazione può avvenire per inoculazione dello spermatozoo nell’utero o “in vitro” prelevando e sposando l’uovo e il seme. Di poi, il complesso “gametico” viene introdotto nell’utero. L’attecchimento auspicato ha buone probabilità di riuscita. La “fecondazione eterologa” ha diverse varianti e comporta il ricorso a un uovo o a uno spermatozoo che non appartiene alla coppia o il ricorso a entrambe le cellule per realizzare una gravidanza. La dinamica biologica si attesta nella fecondazione “in vitro” e nell’immissione dell’embrione nell’utero della futura madre. In gran parte dell’Europa e del mondo moderno questo trattamento è proceduto e procede liscio a vantaggio della donna e del suo diritto a realizzare la maternità, ma nel Belpaese benpensante la legge 40 sulla fecondazione medicale eterologa è incappata in divieti e ulteriori precisazioni che hanno richiesto dieci anni di tempo e l’intervento della Consulta per arrivare al traguardo della sua completezza e senza moralistiche mutilazioni.

Samantha si porta in sogno il suo problema di donna che desidera un figlio e che non riesce ad averlo, di donna che si sottopone ai giusti e anche dolorosi trattamenti per realizzare il suo istinto materno. Il sogno di Samantha può essere definito un meditato “inno alla maternità” finalmente possibile.

Potevo titolare l’interpretazione del sogno di Samantha meccanicamente “La fecondazione artificiale”, mettendo in rilievo la preziosa componente scientifica sull’umanissima e contrastata questione della maternità, ma ho preferito condensare la frase di Samantha “L’utero era bianco a forma di cuore e sembrava un piccolo cervello” in “L’utero buono e intelligente”. In effetti, questa è la verità oggettiva, più realista dello stesso re. L’utero è “buono” perché consente la trasmissione della Specie, “Filogenesi”, e incarna un valore etico, è un bene sociale e come tale va tutelato con adeguati schemi culturali a cui devono conseguire le doverose politiche e le giuste leggi. L’utero è “intelligente” perché è un organo teleologico, contiene meccanismi anatomo-bio-fisiologici intesi a svolgere e realizzare un progetto, la gravidanza e il parto. La funzione dell’utero ha un fine: teleologia dal greco “telos” e “logos”. Più vivo e intelligente di così, non è possibile. In Filosofia questo concetto lo trovate nella “monade” di Leibniz: “entelechia” o “ho il fine dentro”.

Dedico l’interpretazione del sogno di Samantha a tutte le donne che prima dell’anno 2004, mi ripeto volentieri, (prima della legge 40 sulla fecondazione medicale con limitazioni su quella eterologa e successive modificazioni nell’anno 2014 su sentenza della Consulta), sono state costrette dalla miopia e dalla stupidità culturali e dall’inettitudine politica a ricorrere alla fecondazione eterologa medicale assistita nei paesi europei culturalmente aperti e veramente civili e democratici, la Spagna in primo luogo. Dedico questo lavoro a tutte le donne che sono state costrette a trasferirsi in terra straniera e a seguire un pellegrinaggio procedurale e burocratico per realizzare il progetto consapevole di diventare madre. A loro e ai loro amati e travagliati figli, nonché a tutti gli psicoterapeuti che hanno lavorato con loro, va il riconoscimento e il plauso per avere operato in una situazione veramente difficile contro l’ottusità della Cultura e della Politica.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Mi trovavo in uno studio medico per una visita ginecologica di controllo.”

Samantha esordisce direttamente con i “fantasmi” e i vissuti che occupano il suo spazio psichico, gli organi sessuali e il progetto di una gravidanza. Samantha è pronta a diventare madre e si prepara con la testa e con il corpo all’evento della fecondazione. La scena non è certamente poetica ed edulcorata, ma va bene anche la freddezza di un lindo e asettico studio medico per portare avanti la giusta emozione della presa di coscienza sulle potenzialità del proprio essere femminile.

I simboli dicono che lo “studio medico” rappresenta una difesa dall’angoscia depressiva di perdita tramite la competenza rassicurante, la “visita ginecologica” è una rivisitazione della propria femminilità organica in funzione di un rafforzamento psichico, il “controllo” sa di una presa di coscienza dell’Io nel tenere in equilibrio le spinte pulsionali-desiderative dell’Es e le spinte limitanti e inibitrici del “Super-Io”.

Avevo la sensazione che fosse la prima volta e mi sono chiesta se era corretto quello che stavano facendo i medici.”

In effetti, era “la prima volta” che Samantha faceva una visita ginecologica funzionale alla maternità, per cui la sensazione è giustissima. Anche “i medici” sono al posto giusto e nella funzione corretta, ma Samantha manifesta una giusta “resistenza” alla gravidanza attraverso la sua perplessità.

I “medici” rappresentano gli alleati psichici e il rafforzamento del progetto, oltre che la competenza ufficiale. Samantha è decisa a procedere nel suo progetto di maternità e passa dalla sensazione della “prima volta” alla domanda sulla correttezza procedurale. Samantha è giustamente in agitazione conflittuale e vive in sogno queste titubanze. La “prima volta” racchiude simbolicamente il mito del “non nato di sé” e il desiderio imperioso di sperimentarsi su territori psichici limitrofi al proprio essere psicofisico, affermato e consolidato, di natura femminile.

Avevano tolto l’utero e lo avevano appoggiato sul tavolo.”

Come volevasi dimostrare. Samantha si trova in un contesto veramente paradossale ma massimamente significativo. L’organo inquisito è l’utero e la sua capacità di portare avanti un embrione, un feto. L’essere “appoggiato sul tavolo” conferma l’importanza determinante della funzione materna. Il quadretto elaborato in sogno da Samantha coniuga l’effetto sorpresa con la debolezza dell’organo e con la riduzione delle emozioni. Si deve rilevare come la dinamica chirurgica è descritta in maniera naturale, senza enfasi e drammaturgie, e non procura emozioni di rifiuto o di dolore. Tutto è come Natura vuole.

Samantha sta mettendo in discussione e in trattamento la sua capacità di diventare madre.

I simboli dicono che “tolto” condensa una perdita depressiva, “l’utero” è l’attributo fondamentale della Madre e sintetizza la capacità procreativa, “appoggiato” racchiude una forma di offerta e di reverenza, il “tavolo” rappresenta l’altare profano dell’esibizione.

L’utero era bianco a forma di cuore e sembrava un piccolo cervello.”

Il meccanismo della “figurabilità” mette insieme nell’utero l’intelligenza e l’affetto, il “sistema nervoso centrale” e il “sistema neurovegetativo”, l’emisfero destro e l’emisfero sinistro del Cervello, l’emozione e la natura, il sentimento e la funzionalità. Il colore “bianco” attesta della verginità e dell’innocenza dell’organo. La Natura ha concepito l’organo della procreazione inserendo il sentimento della vita e dell’amore, Filogenesi, “a forma di cuore”, ma non ha dimenticato di inserire la scheda programmatica, “un piccolo cervello”, l’Intelligenza finalizzata alla fecondazione, alla gravidanza e al parto.

Si può procedere senza inciampo.

Dopo me l’avrebbero reinserito.”

Questa è la dinamica tecnica della fecondazione assistita. Samantha sta sognando l’intervento medico che preleva l’uovo, lo feconda “in vitro” e lo reinserisce nell’utero per la naturale e normale gestazione. Non ci dice se lo spermatozoo è del suo compagno o di un donatore anonimo, a riprova che la donna è tutta presa dal suo ruolo femminile e dalle sue prerogative biologiche e genitali. “Il figlio è sempre della madre”, così recita un vecchio adagio nella bocca dei gelosissimi uomini siciliani. “Mater semper certa est, pater nunquam” recita un detto latino dell’antica Roma a testimoniare che la Madre è l’ineludibile e l’essenziale per la procreazione e per la trasmissione della Specie. E così è anche nel sogno di Samantha. Del maschio e del maschile non c’è traccia fino a questo momento.

“Reinserito” è simbolo della fecondazione e della “traslazione sublimata” del coito: al posto del pene subentra l’embrione e il potere della madre.

Non mi sentivo a disagio, ma mi sembrava strano che fosse quello il modo di fare il controllo.”

Samantha è consapevole che l’intervento è funzionale al suo benessere per cui non accusa “disagio”, non si sente con conflitto con il suo “agio” perché sta facendo un intervento a lei vicino nella mente e nel cuore: “agio” deriva dal latino “adiacens”. Samantha accetta di buon grado l’eccezionalità del fatto, il suo utero che esce ed entra impunemente dal suo grembo, ma accusa un senso di estraneità che riguarda non la mente ma il corpo: “le sembra strano” equivale a “le sembra un corpo estraneo” in associazione con il controllo ginecologico. In tutto il sogno Samantha non ha realizzato che sta elaborando il suo desiderio-progetto di fecondazione medicale assistita.

Mi aveva accompagnato o mia madre o il mio uomo e la stanza era asettica.”

La conclusione del sogno è degna di una figlia della Dea Madre: voglio diventare madre e mi serve un maschio. La “madre” è importante perché afferma che Samantha in lei si è identificata e lei sta naturalmente ripetendo, più che imitando. Il “mio uomo” è altrettanto importante per il senso del possesso che non è affettivo ma funzionale alla sua maternità, il mio strumento procreativo, colui che mi serve per ingravidarmi e realizzarmi come madre e mettere in riedizione il grande rito psico-biologico del “Principio femminile”. Ogni gravidanza e ogni parto sono unici se visti nella loro essenza perché condensano nello Spazio e fuori dal Tempo la sacralità della Nascita, ma sono anche l’ennesima ripetizione nel Tempo e nello Spazio della “prima volta” dei mitici progenitori. In tutto questo mirabile e semplice contesto Samantha preme a dire che dentro di lei non ha emozioni e sensi di colpa, una freddezza difensiva che attesta di un “meccanismo psichico di difesa” dall’angoscia che si chiama “isolamento” e che consiste nel deprivare l’emozione dal fatto, la tensione dall’intervento ginecologico. Samantha giustamente si difende dalla paura e da eventuali angosce con i meccanismi psichici della veglia e del sonno, “condensando”, “spostando” e “isolando”.

I simboli sono “accompagnato” in funzione di rafforzamento psichico e di alleato, “madre” o dell’universo psichico femminile e delle sue prerogative, il “mio uomo” o dello strumento procreativo in onore alla maternità, “la stanza” riguarda la parte della “organizzazione psichica reattiva” coinvolta, “asettica” si traduce senza macchia e senza colpa e senza emozione partecipativa, il giusto distacco e il giusto approccio per evitare le tensioni inutili.

Questo è quanto contiene il sogno di Samantha.

PSICODINAMICA

La psicodinamica del sogno descrive lo psicodramma di una donna che ricerca la gravidanza attraverso l’assistenza della Scienza medica e con tutte le perplessità e le ansie della novità. Samantha sogna il delicato “iter” di fecondazione assistita per realizzare il suo desiderio di vivere l’esperienza psicofisica della maternità. Di grande interesse è il vissuto gratificante e la visione psichica dell’utero: cuore e bontà, cervello e intelligenza.

PUNTI CARDINE

Il punto cardine del sogno di Samantha è il seguente: “Dopo me l’avrebbero reinserito.” a proposito dell’utero. Questa operazione chirurgica attesta simbolicamente che non si tratta di perdita depressiva d’organo, bensì di benefico acquisto di embrione.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” ho ampiamente detto. Rilievo merita la discorsività narrativa che contiene tanta simbologia.

Il sogno di Samantha tira in ballo l’archetipo o simbolo universale della “Madre” e della funzione genitale in “L’utero era bianco a forma di cuore e sembrava un piccolo cervello.”

Il “fantasma della gravidanza” è presente senza essere chiamato per nome: “Dopo me l’avrebbero reinserito.” La “parte buona” del “fantasma” è la maternità, la “parte negativa” è l’angoscia di morte.

Il sogno di Samantha presenta l’azione dell’istanza psichica della vigilanza e della ragione “Io” in “mi trovavo” e in “avevo la sensazione” e in “non mi sentivo” e in “mi sembrava strano” e in “mi aveva accompagnato”. Si tratta di valutazioni nel corso della narrazione del sogno che appartengono alla consapevolezza dell’Io. L’istanza pulsionale “Es”, rappresentazione dell’istinto, è contenuta in “Avevano tolto l’utero e lo avevano appoggiato sul tavolo.” L’azione censoria e limitante del “Super-Io” è assente.

La “posizione psichica genitale” è dominante nel sogno di Samantha: “L’utero era bianco a forma di cuore e sembrava un piccolo cervello. Dopo me l’avrebbero reinserito.” Riconosce la madre e se la porta dietro dimostrando una buona identificazione in lei e nella sua funzione genitale, per cui la “posizione psichica edipica” è ampiamente superata. La presenza del suo uomo rafforza la “posizione psichica genitale” grazie all’investimento di “libido” che comporta.

Il sogno di Samantha usa i seguenti “meccanismi psichici di difesa”: la “condensazione” in “utero” e in “cuore” e in “cervello” e in altro,

lo “spostamento” in “appoggiato” e in “tavolo” e in “reinserito” e in “disagio” e in “asettica”,

l’isolamento” in “Non mi sentivo a disagio, ma mi sembrava strano che fosse quello il modo di fare il controllo.”

La “figurabilità” si esalta in “Avevano tolto l’utero e lo avevano appoggiato sul tavolo. L’utero era bianco a forma di cuore e sembrava un piccolo cervello.”

Il processo psichico di difesa della “regressione” è presente nei termini richiesti dalla funzione onirica.

“Compensazione” e “sublimazione” non risultano pervenute.

Il sogno di Samantha mostra un tratto psichico “genitale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”. Il desiderio e il progetto di avere un figlio sono mentalmente lucidi e moderatamente emotivi.

Il sogno di Samantha forma le seguenti figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “utero” e in “cuore” e in cervello” e in altro, la “metonimia” o nesso logico in “visita ginecologica” e in “tolto” e in “appoggiato” e in “reinserito” e in “accompagnata”.

Desta vario interesse l’intreccio simbolico o “allegoria” “L’utero era bianco a forma di cuore e sembrava un piccolo cervello.”

La “diagnosi” dice di una disposizione e di una reazione pacata alla fecondazione assistita. Samantha allucina in sogno la procedura medica e la tratta con il meccanismo dello “isolamento”, scindendo l’emozione dal fatto.

La “prognosi” impone a Samantha di portare avanti la “razionalizzazione” dell’evento e di rafforzare la convinzione della giustezza della sua scelta di diventare madre ricorrendo alla scienza medica.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in una psiconevrosi fobica e ossessiva con crisi di panico nel momento in cui la “razionalizzazione” dell’evento e il meccanismo dello “isolamento” non funzionano.

Il “grado di purezza onirica” è “buono” alla luce del fatto che la chiarezza espositiva e narrativa non è di lesione alla interazione dei simboli.

La “causa scatenante” del sogno di Samantha si attesta nella memoria del suo progetto di maternità e nell’associazione di una esperienza sanitaria nel corso della vita quotidiana.

La “qualità onirica” è “allegorica“. Nella linearità narrativa” e degna di nota la rappresentazione per immagine: “figurabilità”.

Il sogno di Samantha rientra per le sue caratteristiche formali ed emotive nella fase terza del sonno REM.

Il “fattore allucinatorio” si serve del senso della “vista” e della “cenestesi” in “avevo la sensazione” e in “non mi sentivo a disagio”.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Samantha è “ottimo” alla luce dell’interazione lineare dei simboli, per cui il “grado di fallacia” è “minimo”.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Samantha è stata letta da una donna che ha preferito l’anonimato. E’ conseguito questo dialogo.

Domanda

Come donna e come madre le posso dire che non è facile ricorrere alla fecondazione assistita anche perché la donna sente di non essere all’altezza del compito se non fa tutto in maniera naturale. Non so se mi sono spiegata.

Risposta

Si definisce la “sindrome della madre imperfetta”. Le donne che diventano madri sentono il dovere di partorire un figlio quasi perfetto nel corpo. Qualsiasi nota caratteristica che stona o deroga dai canoni che la donna ha elaborato in nove mesi di gravidanza e di attesa prima di vedere il suo capolavoro, viene in un primo tempo vissuta come incapacità nell’aver forgiato un corpo non conforme alla sua norma e come una deroga dalle aspettative. In effetti la donna in gravidanza rielabora il “fantasma del figlio” elaborato durante l’adolescenza e la giovinezza, quando ha concepito e assimilato la sua capacità di procreare. L’immagine del figlio si scinde in “bello” e “brutto”, in come voglio io e come non voglio io, con questi tratti e senza questi tratti, in un angioletto o in uno “scarrafone”. Anche se la futura madre professa e grida che non vede l’ora di vederlo perché non vede l’ora di partorire e di liberarsi dell’amato ingombro, in effetti è in attesa di comprovare se la sua onnipotenza ha funzionato, se il figlio è a sua immagine e secondo la sua somiglianza come fece il Padre eterno con Adamo, più che con Eva. La gravidanza e il sacro mistero psico-biologico della maternità richiama nella donna il “meccanismo psichico di difesa” del “controllo onnipotente”, quello che ha usato da bambina nei riguardi dei suoi genitori nell’esorcizzare le angosce di abbandono, lo stesso di cui si è servita giocando a fare la mamma con le sue bambole imitando il comportamento della figura materna, in vista dell’identificazione in lei e alla ricerca di un progetto di vita e di realizzazione personale. Quindi, già con la normalità ci sono problemi e conflitti, figuriamoci se la fecondazione avviene “in vitro” e dopo una serie di operazioni mediche. La “sindrome del genitore imperfetto” si esalta e viene fuori in maniera prepotente anche perché l’itinerario della maternità è travagliato e conflittuale. Alle solite paure di fare un figlio disabile, “proiezione” delle angosce della madre sul feto e rifiuto di quest’ultimo perché rappresenta una minaccia di morte, si aggiungono altre esigenze voluttuarie del tipo che sia bello e quasi perfetto e che non sia uno “scarrafone”, nonostante il fatto accertato nei film e nella musica leggera che “ogni scarrafone è bello a mamma soia”. E la psicodinamica si complica sempre più. In ogni caso la maternità naturale o assistita nelle sue varie forme deve sempre soddisfare la volontà della donna. Questo rispetto è oggettivamente imprescindibile, il resto rientra nella soggettività dei vissuti della candidata, esigenze e paure comprese. Per il resto, il mai abbastanza compianto Pino Daniele insegna che ogni figlio, oggettivamente brutto come uno scarafaggio, è bello, che dico bello, bellissimo, per la sua mamma. E anche Sofia Loren “docet” nei film di napoletana ispirazione come “Ieri, oggi e domani” e altri firmati da Vittorio De Sica.

Domanda

Nel sogno di Samantha compare un uomo e anche la madre. Lei ha ben spiegato il significato. Cosa mi può dire di quelle donne che ricorrono alla fecondazione assistita eterologa mettendoci soltanto l’utero?

Risposta

Ti riferisci alle donne che ricorrono alla banca del seme e dell’uovo, lo fanno fecondare “in vitro” e poi lo ricevono e lo fanno crescere nel loro utero. Si tratta di donne altamente autonome e molto sensibili a mantenere la loro libertà dal maschio come se fosse una loro ideologia e una loro vitale esigenza. Sono donne navigate che magari hanno tanto lavorato per la loro realizzazione personale e dopo i cinquantanni prendono coscienza del bisogno di avere un figlio, di realizzare la loro maternità quando è soltanto possibile nel modo prima descritto. La Scienza medica è al servizio di questa donna che ha un tardivo risveglio dell’istinto materno. Proprio quando incorre nella perdita della possibilità di procreare con la menopausa, questa donna prende coscienza di non accettare la “mutilazione” della sua “libido genitale”. In questo caso esiste anche l’atto di non ricorrere al compagno e al suo seme perché questa donna è allergica ai legami e alle dipendenze e non ha una grande stima del maschio. Insomma la risposta è una sola: questa donna va rispettata e appagata nella sua scelta e decisione. Aggiungo senza mezzi termini che questa donna presenta una “organizzazione psichica reattiva” decisamente “fallico-narcisistica”, una sorta di Afrodite che concilia il maschile nello sperma di Urano e il femminile nella schiuma del mare Ionio, una donna che di fronte all’angoscia di perdita della menopausa e della maternità reagisce in maniera narcisistica e onnipotente chiedendo a sé di avere un figlio in condizioni estreme. Questa donna è degna di psicoterapia dopo il parto, semplicemente perché ha maturato sotto le sferzate dell’angoscia depressiva di perdita la “posizione genitale” e la “libido” corrispondente, sentendo il bisogno di amare non più soltanto se stessa ma anche un figlio. Questa donna avverte a cinquantanni l’esigenza di investimenti di “libido genitale” riconoscendo un figlio da amare ma non un uomo su cui investire la sua “libido” in ogni senso, sia quella erotica e sia quella genitale. Quindi il problema dell’onnipotenza ancora esiste ed è in circolazione psichica. Bisogna intervenire per facilitare l’evoluzione senza snaturare la donna nella sua “organizzazione psichica reattiva” di base, ma aiutandola a non ripetere lo schema “fallico-narcisistico” sul figlio durante lo svezzamento e insegnandole che il figlio non è un suo possesso o un oggetto di potere gratificante, ma è un individuo e appartiene a se stesso e a nessun altro e come tale va vissuto, aiutato e rispettato.

Domanda

Ma come crescerà questo bambino senza la figura paterna? Lei ha sempre detto che il padre è necessario per il corretto sviluppo psichico del figlio.

Risposta

Riconfermo e ribadisco che la figura paterna è importante quanto la figura materna per l’evoluzione psichica del bambino e soprattutto per la sua identità psichica, per la sua “posizione edipica”, per la formazione dell’istanza psichica “Super-Io”, per la relazione con la realtà e i suoi principi, nonché per la socializzazione. Ma è anche vero che gli orfanelli del dopo guerra si identificavano nella figura del prete o di qualsiasi uomo o persona su cui operavano un investimento di “libido”. Mi spiego fuor di metafora e di esempi. Il bambino ha un’autonomia di scelta delle figure di cui ha progressivamente bisogno, per cui una figura al di là della madre certamente la trova e la investe per la sua evoluzione psicofisica e per l’elaborazione delle “posizioni psichiche” formative. Certo questo bambino avrà una mamma avanti con gli anni e confrontandosi con i coetanei chiederà perché le mamme degli altri bambini sono più giovani, insomma qualche domanda indiscreta la farà alla sua mamma. Sono sicuro che quest’ultima avrà la risposta giusta da dargli dal profondo del suo potente narcisismo.

Domanda

Ma è giusto avere un figlio in età avanzata e in questo modo?

Risposta

Sia fatta la volontà della donna che vuole diventare madre e “più non dimandare”. Comunque c’è un dibattito sulla “Bioetica” e anche sulla fecondazione assistita. Si confrontano due tesi fondamentali. In primo luogo il “principio della dignità della vita umana” e quindi del rispetto della Vita. In questo senso la “Etica della responsabilità” e del timore si esprime nella paura che la Tecnologia possa provocare danni irreparabili. Inoltre la Chiesa cattolica è schierata su una posizione fortemente caratterizzata dalla difesa della “sacralità della vita umana”e considera la vita presente sin dal concepimento e fino alla stadio della morte cerebrale totale. Di conseguenza la posizione della Chiesa in materia di aborto, eutanasia, tecniche di riproduzione artificiale e manipolazioni genetiche è di severa condanna. In secondo luogo il “principio della qualità della vita” che fa riferimento in linea di massima alla Bioetica laica, la quale afferma alcuni criteri umani di riferimento: la “non maleficenza” (evitare il male), le “beneficenza” (favorire il bene del paziente), la “giustizia” e in particolare la “autonomia” (che suppone la libertà di scelta del paziente e il suo consenso informato). I principi di questa nuova visione dell’Etica argomentano a favore di un ruolo nuovo dell’ammalato o del soggetto nelle decisioni. Quindi si supera anche il Codice deontologico della Medicina che attribuiva al medico una posizione di superiorità rispetto al paziente nella scelta della cura. All’interno dell’Etica laica si sono espresse posizioni teoriche ancora più radicali come quella di Peter Singer che ha disegnato i termini di una vera e propria rivoluzione etica sostituendo gli antichi comandamenti della Morale cristiana con altri che possono essere condensati in “rispetta il desiderio delle persone di vivere e di morire” e “non togliere mai la vita e cerca sempre di evitare che lo facciano gli altri”. Singer ha sostenuto che è compito dello Stato proibire il suicidio cioè promuovere la Moralità e agire beneficamente verso i propri cittadini. Inoltre ha sostenuto che il potere può essere legittimamente esercitato su un cittadino contro il suo volere soltanto per impedire che egli arrechi danno agli altri. Argomentava a favore dell’Eutanasia per una persona incurabilmente malata che chiede al suo medico di aiutarla a morire in un momento scelto da lei e che non reca danno a nessuno. Singer ha sostituito il “crescete e moltiplicativi” con “metti al mondo dei bambini soltanto se sono desiderati”. La sua posizione radicale ha comportato anche un nuovo modo di guardare gli animali che sono considerati non più come oggetto del dominio dell’uomo, ma come dotati di diritti analoghi a quelli degli uomini in quanto considerati esseri capaci di soffrire. Di conseguenza gli animali hanno lo stesso “diritto alla Vita” che noi attribuiamo agli esseri umani e quindi è immorale ucciderli. In questi anni si sta diffondendo una posizione equilibrata e concreta che suggerisce un approccio pragmatico. Questa prospettiva propone un “Metodo” che parta dai casi reali da affrontare nella loro specifica situazione e da sottoporre all’analisi ragionata degli altri: una posizione che si richiama alla “Etica del dialogo e del confronto” e che sembra essere la più fruttuosa per il futuro non soltanto per la Bioetica, ma anche per le altre Etiche applicate alla pratica umana.

Domanda

Sono soddisfatta di quello che mi ha detto.

Risposta

Abbiamo fatto una bella scorribanda. Grazie e alla prossima!

E per concludere in bellezza, ecco a voi “O scarrafone” cantata da Pino Daniele. Si parla anche della famigerata “Lega” e siamo nell’anno 1991, anni formidabili per un’Italia affamata di giustizia alla “mani pulite” e prossima preda del salvatore dei suoi interessi privati, prima che pubblici. E tutta gente che ancora circola grazie al potere acquisito con la proprietà dei mass media.

IO & MIO PADRE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato di aver ricevuto una lettera scritta con un inchiostro color oro.

Io e mio padre dovevamo consegnarla presso una casa.

Io e mio padre siamo saliti con questa lettera in mano su un vagoncino delle montagne russe che andava velocissimo e verso l’alto.

Io non sono riuscita a sostenere l’ebbrezza della velocità e mi sono lanciata fuori dal vagoncino, mentre mio padre ha continuato il viaggio sulle montagne russe.”

Questo è il sogno di Mara.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sentimento d’amore della figlia nei riguardi del padre è una delle settecentosettantasettemila meraviglie dell’universo umano e sicuramente la più scandalosa e contestata nella bigotta e chiesaiola Cultura occidentale. Non è da meno la psicodinamica amorosa del figlio verso la madre, anzi, quest’ultima è archetipica e risale ai primordi dell’umanità. Il Principio femminile che incorpora il Principio maschile si rileva nella cultura greca e nello specifico in Gea gravida di Urano, Krono e Zeus. Si trasla nella cultura cristiana in Maria di Nazareth gravida di Gesù Cristo e si tramanda fino ai giorni nostri in qualsiasi rappresentazione verbale o visiva della diade “Madre-Figlio”. Confermo tranquillamente che quest’ultima è stata privilegiata nella storia culturale dell’uomo occidentale rispetto alla diade “Padre-Figlia”. Il mito di Edipo abbraccia entrambe le psicodinamiche e le esibisce chiaramente e senza tanti fronzoli nell’esordio e nella conclusione: Giocasta ed Edipo, Edipo e Antigone, la madre e il figlio, la figlia e il padre. Freud da buon ebreo dell’Occidente privilegiò la relazione “madre-figlio” e ne fece il monumento della sua Psicoanalisi ancor prima di erigere la lapide al padre con la “Interpretazione dei sogni”. “Vidit matrem nudam”: ahi ahi ahi! Il piccolo Sigmund aveva appena due anni e la vide allontanare abbracciata al padre lasciandolo solo e rifiutato. La concezione della donna nella cultura del Novecento non gli dava il destro per considerare maggiormente la Psicologia di Antigone, la figlia che accompagnò il padre nelle peripezie della sua colpa e della sua vecchiaia, nell’espiazione della sua “ubris” parricida e incestuosa. L’andare contro l’ordine naturale nella cultura occidentale antica è uno schema psicologico condensato nella legge dell’uniformità della Natura, in base alla quale quest’ultima non procede per salti e senza quella consequenzialità sperimentata nel tempo e nello spazio. Ancora qualche nota sulla questione “Madre-Figlio” e “Padre-Figlia”. Le chiese e i musei sono pieni di cosiddetti capolavori che vedono Maria con il figlio bambino e adulto, natalità e morte, al seno e in braccio con le braccia deposte e penzoloni con tutta la “pietas” possibile e passibile secondo le intenzioni del sublime e umano Michelangelo. Ma di Padre e Figlia niente è pervenuto, a mia modesta memoria, nelle arti scultoree e pittoriche. Nella Letteratura, di certo, non mancano le testimonianze anche sotto forma di accenni e di parti dell’opera. Il motivo è profondo e il simbolismo dice che la relazione “Padre-Figlia” è contrassegnata da incestuosa violenza e da deroga trasgressiva alla Legge di Natura. La natura di questo vissuto profondo si condensa nel concavo che riceve e nel convesso che penetra, nella recettività sessuale femminile e nella penetrazione sessuale maschile. L’adescamento femminile è protettivo, la seduzione maschile è subdola. Il Principio maschile contiene la colpa primordiale della violenza. Il Principio femminile è permeato di filogenesi, Eros e amore della Specie, mentre il Principio maschile è contraddistinto da pulsione distruttiva e mortifera, Thanatos. Se il Padre si associa alla Morte come distacco ineluttabile, la Madre aiuta la dipartita consolando la perdita, sentimento della “pietas”. Vedi di Michelangelo la scultura della “Madonna di Bruges” e la pittura della “Madonna con il bambino”. Per quanto riguarda la relazione Madre-Figlio e la Morte vedi la “Pietà vaticana”, una scultura ineffabile nei contenuti sul tema in questione.

Passo al sogno di Mara.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Ho sognato di aver ricevuto una lettera scritta con un inchiostro color oro.”

L’esordio del sogno non poteva essere più altolocato e degno di una nobiltà d’altri tempi, quando l’orgoglio si sposava all’amor proprio senza stridore e con naturalezza. Mara si fa recapitare da se stessa una storia importante e una psicodinamica universale degna di tutte le figlie delle migliori famiglie del globo terracqueo. I contenuti e i tratti della storia psichica sono stati vissuti intensamente e fissati in maniera indelebile nella “tabula rasa” della psiche della nostra protagonista.

Da chi Mara si fa mandare la lettera?

Quale storia e quale psicodinamica sono in chiamate in ballo?

Intanto i simboli dicono che “aver ricevuto” attesta di una disposizione psichica recettiva e di una disponibilità a trattare e a contrattare, “una lettera” si traduce in una storia intima e privata, “scritta” equivale a esperienza consapevolmente vissuta, “inchiostro” declina l’intensità sofferta e la fissazione emotiva, “color oro” testimonia della sacralità e della nobiltà umane del contenuto dell’esperienza vissuta che si sta profilando.

Io e mio padre dovevamo consegnarla presso una casa.”

Mara non è da sola e, guarda caso, è in compagnia del padre, una vicinanza che è una comunione d’intenti e di progetti: la storia intima e privata appartiene a una persona e alla “organizzazione psichica reattiva” di questa ben capitata. Essendo presente la figura paterna si tratta con la massima evidenza della “posizione edipica”, della conflittualità con il padre e la madre. Coordinando, Mara si sta riappropriando della sua relazione con il padre ed è in via di razionalizzarla proprio riattraversandola ed evidenziando gli aspetti più intriganti e formativi per la sua organizzazione psichica.

I simboli dicono che “io e mio padre” rappresentano degnamente la coppia edipica, “dovevamo” è ingiunzione morale dell’istanza psichica Super-Io, “consegnarla” si traduce in affidarla alla comprensione ossia decodificarla nei suoi segni, “presso una casa” attesta della presenza di questa esperienza all’interno di una struttura psichica evolutiva.

Il motivo, per cui Mara attribuisce ad altri la destinazione della lettera, s’incentra nella difesa dello “spostamento” anonimo di materiale psichico altamente personale e caldo.

Io e mio padre siamo saliti con questa lettera in mano su un vagoncino delle montagne russe che andava velocissimo e verso l’alto.”

Ed ecco la chiave d’interpretazione del sogno di Mara!

Il “vagoncino delle montagne russe” può essere un buon mezzo di trasporto per la lettera d’amore da consegnare a una fortunata estranea anche se non si spiega come può avvenire la dinamica di recapito e, in specie, se il vagoncino va verso l’alto. Fuor di metafora Mara sta rievocando la sua storia d’amore con il padre e sta riesumando le emozioni e le sensazioni che hanno contraddistinto tale rapporto. Nello specifico Mara mette l’accento sull’intensità dei vissuti e sulla “sublimazione della libido”. Quest’ultima è un’operazione di difesa direttamente proporzionale alla forza delle pulsioni e dei desideri.

Il “vagoncino delle montagne russe” è simbolo della consapevolezza dell’intensità dei vissuti, “velocissimo” idem, “verso l’alto” è la direzione della “sublimazione” delle cariche erotiche.

Tutto è come nella norma più spietata. Mara sogna la sua “posizione psichica edipica” e la maniera in cui l’ha gestita nel corso della sua formazione.

Io non sono riuscita a sostenere l’ebbrezza della velocità e mi sono lanciata fuori dal vagoncino,”

La consapevolezza non basta, la composizione delle emozioni e delle pulsioni in una cornice naturale non basta all’adolescente, per cui viene in soccorso di Mara il meccanismo della “rimozione” e della espulsione dalla coscienza di questo materiale delicato e altamente formativo della vita affettiva e sessuale, nonché dell’identità psichica. Mara non riesce a gestire la “posizione edipica” e la rimuove, la dimentica, la ridimensiona e la colloca nella sfera psichica profonda, la scarica nel dimenticatoio nel duplice senso di luogo e di energia. Le emozioni erotiche e le cariche sessuali investite nella figura paterna avevano raggiunto un’intensità tale da produrre la necessità difensiva di un depotenziamento.

La simbologia parla di “sostenere l’ebbrezza” nel senso della caduta della vigilanza della coscienza di fronte all’orgasmo, “fuori del vagoncino” si traduce in fuori dal corpo ricorrendo alla mente e bloccando il processo naturale dell’orgasmo.

mentre mio padre ha continuato il viaggio sulle montagne russe.”

Mara si stacca dall’attrazione paterna e dalla morsa edipica al prezzo di dover razionalizzare il suo trasporto sessuale e lasciando il padre adulto ed esperto a vivere autonomamente la sua vita sessuale. Mara risolve la “posizione edipica” dopo intensa vitalità attraverso la risoluzione della paura dell’incesto. Questa soluzione di rimuovere le sue pulsioni erotiche e sessuali paga il prezzo di una difficoltà della funzionalità sessuale, l’anorgasmia, l’incapacità a lasciarsi andare al moto dei sensi con la caduta della vigilanza.

Il simbolo del “viaggio sulle montagne russe” è il lasciarsi andare all’orgasmo e ai movimenti psicofisici nell’esercizio erotico e sessuale.

Si conclude il viaggio onirico di Mara e la rievocazione della sua polivalente relazione con il padre.

PSICODINAMICA

Il sogno di Mara sviluppa la “posizione edipica” e nello specifico i vissuti erotici e sessuali in relazione al padre. La risoluzione del trambusto emotivo e libidico è avvenuta tramite la “sublimazione” e la “rimozione”. Tale operazione rischia di danneggiare la vitalità sessuale con l’anorgasmia. Mara ha bloccato la sua pulsione edipica nel momento in cui la sua carica sessuale cresceva e l’attrazione diventava emotivamente intensa.

PUNTI CARDINE

Il sogno di Mara ha la sua chiave interpretativa per quanto riguarda la “posizione edipica” in “Io e mio padre siamo saliti con questa lettera in mano su un vagoncino delle montagne russe che andava velocissimo e verso l’alto.” In riguardo alla vita sessuale determinante è “Io non sono riuscita a sostenere l’ebbrezza della velocità e mi sono lanciata fuori dal vagoncino,”

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Mara è stata analizzata da Mariano, uno studente di Liceo delle scienze umane. Alla fine mi ha posto le seguenti domande.

Mariano

A scuola in letteratura greca la professoressa non ci ha spiegato i miti e i personaggi come fa lei, anzi non ha fatto nessun riferimento ai simboli, ha raccontato la storiella e chi si è visto si è visto. Ma siamo sicuri che lei dice cose vere e non emerite minchiate?

Salvatore

Mariano si è capito chiaramente che siamo nella meravigliosa Sicilia e nella bellissima città di Siracusa, Ortigia per la precisione, resa bruttissima dalle autorità a loro modo costituite e di tutti i tipi, ordini e gradi, resa sporchissima dai siracusani. A Siracusa si paga la tassa dei rifiuti più alta d’Italia per avere merda dappertutto e discariche a cielo aperto. Dirti che sei un giovane ignorante non è offensivo, ma è anche vero che potresti istruirti da solo, visto che la scuola si ferma a quattro nozioni, almeno a quello che dici. Purtroppo tutto quello che io scrivo non è farina del mio sacco, ma è una sintesi di tante teorie e scuole sull’argomento mito e Grecia antica. Per quanto riguarda la Psicoanalisi è meglio non parlare, perché l’argomento è sicuramente tabù.

Mariano

Invece di Psicoanalisi io sono informato perché ho letto alcuni romanzi di Alberto Moravia e ho visto che il professore d’italiano ha approfondito alcuni concetti sulla vita sessuale e sul rapporto tra figli e genitori. Ho letto “La noia” e “Agostino” e mi sono piaciuti tanto per la loro profondità. Certo c’è tanto pessimismo. Oggi noi giovani viviamo in maniera più semplice e meno contrastata, magari siamo superficiali, ma va bene così, anzi è meglio così.

Salvatore

Ti consiglio di rileggerli tra due anni e magari capirai di più.

Mariano

Ma lei pensa che sono ignorante perché non so le cose che sa lei?

Salvatore

Tu sei ignorante perché ignori tantissimo. Sei stato deprivato della giusta istruzione e delle dovute conoscenze e la tua famiglia non è stata uno stimolo giusto per farti crescere. Non parliamo della società e tanto meno delle autorità inesistenti. Mi addolora il fatto che sei stato fregato e te ne renderai conto quando porterai a cena la persona ambita e ti renderai conto di non avere argomenti di cui parlare e di essere un sempliciotto.

Mariano

Perché, secondo lei, se io vado a cena con la mia fidanzata devo parlare di filosofia e di teologia e di miti e di sogni. Io sono molto più concreto e non so se mi sono spiegato abbastanza.

Salvatore

Ho capito benissimo e non è proprio il caso di spiegarti ancora. Ti sei riscattato ai miei occhi, ma resti un povero diavolo che non sa di essere figlio di dio. Vedi, Mariano, ti hanno tolto la possibilità di capire e di spiegare in tanti altri modi il mondo in cui vivi e la persona che sei. Questo è gravissimo e per te è un danno difficile da sanare. Se ti dico che hai poche categorie interpretative, mi capisci?

Mariano

Certo che capisco, ma credo che non sia essenziale avere le sue categorie per essere intelligenti o intellettuali. Poi, io voglio essere un uomo concreto che vive di fatti e non di parole o di idee. A cosa serve capire un sogno, ammesso che sia vero quello che lei ha scritto?

Salvatore

Vedi come sei ristretto nella tua testolina. La materia grigia ha chiesto diritto d’asilo ad altra testa e adesso è profuga e forse il ministro degli interni con i suoi decreti non la farà arrivare da nessuna parte. Ciao e stammi bene. La poesia che segue non è roba per te. Lascia perdere, che a essere intelligenti si paga una tassa molto alta. Meglio un drink in compagnia dei soliti noti. Dopo si torna a casa a piedi, mi raccomando.

DEDICATO A MIO PADRE

Non mi piacciono le sagre e nemmeno le giostre,

il Carnevale,

la notte di San Silvestro,

la baraonda d’ordinanza,

il piacere relegato al suo più infimo significato.

Sono nata libera,

non portarmi sulle montagne russe

e il guinzaglio mettilo ai tuoi cani.

Non regalarmi velocità da centrifughe domestiche.

E non sono il tuo postino,

non consegno i tuoi messaggi alati alle mie rivali,

non chiedermi nulla di cui io possa un giorno pentirmi.

Non insegnarmi la tentazione di pensieri funesti,

potrei rivolgerli contro di te,

sai che lo farò,

ma forse lo fai proprio per armare la mano che ti annienterà,

così ognuno avrà modo di espiare la sua colpa.

Padre,

è stato così difficile difenderti dalle insidie del tempo,

ho avuto l’impulso di lasciarmi cadere dalla rupe di cartapesta

delle tue montagne di cartapesta

quando ho compreso che non erano le Alpi generose

dei tuoi racconti di fiaba.

Ho resistito al piacere di farti pagare il peccato primordiale

di non avermi amata come si ama una donna.

E adesso che è finita ed è ricominciata

e finita e ricominciata ancora e per sempre,

dannazione eterna di un amore umano,

vengo a riscuotere il mio credito.

Portami dentro di te,

dove scrivi parole con la tua penna di carne

e il tuo inchiostro di sangue,

imprimile sulla mia pelle acerba,

affinché io possa imparare a incidere un degno epitaffio

sulla pietra ruvida della tua tomba.

Monterò la guardia davanti alla porta del tuo regno

e braccia umane non avranno accesso alle tue braccia,

né bocche lascive alla tua bocca narrante.

Sabina

DEDICATO AD AMALIA

NOSTALGIE

In un nero asfalto rovente di luglio,

nel blu terso ma ingannevole del cielo,

stava,

una tra tante,

la palazzina più improbabile per una vacanza estiva.

In uno dei suoi interni abitava nonna Amalia.

Ogni mio ormai lontano ricordo estivo si perde lì,

tra un miscuglio di odori e fragranze amorevoli

e piccole grandi storie di vita.

“Cossa ti vol par cena, ‘more?”

“ Pasta e fagioli, nonna!”

Colonnina di mercurio alle stelle,

non una bava che spirasse gentile …

ma nemmeno un’esitazione:

con il grembiule colorato accuratamente allacciato

in due asole dietro la schiena,

nonna Amalia dedicava volentieri il suo pomeriggio

alla lunga trafila del minestrone di fagioli …

la sua Vellutata.

L’odore carezzevole non impiegava molto

ad uscire dal cucinino

e a diffondersi disubbidiente ovunque.

Dalla poltrona nera,

in un angolo della sala da pranzo,

gambe rigorosamente accavallate e calzino al ginocchio,

spalle magre ed incavate

ed il baffetto nero in un viso emaciato ma sorridente,

il nonno guardava.

“Ainsandra!” chiamava, camuffando il mio nome.

“Assa star el pan, ché no’ te magni pì!”

E misurando le parole

per non affaticare il respiro già rapito dalla silicosi,

richiamava alla memoria la sua prigionia,

sul finir della seconda Guerra,

per aver rubato una patata …

“Quanta era la fame?”

E la nonna, sorridendo:

”Ghe gera toni e rombi tutto el dì …

aerei che voeava bassi!

Bruta a guera!

Ma to nono el gera al sicuro … in preson!”

Rubare una patata?

Felice per una prigionia?

Avere il coraggio di sorridere

seduto in una sedia nera

a contare i giorni di un vita che si sta spegnendo?

Cucinare con l’unico intento di far felice qualcuno che non sia te stesso!

Chi oggi?

E chi passerebbe mai una vacanza estiva

al caldo del secondo piano

di una palazzina odorosa di pasta e fagioli,

tramutando ora quel semplice passato in un nostalgico presente?

Alessandra

L’estate dell’infanzia non è un tempo,

è un luogo,

un trasferimento di elementi dal dovere al piacere,

la felicità,

la corsa,

l’aria calda,

la grande noia sdraiati sull’asfalto.

Non scorre,

attraversa,

è la vita parallela possibile e certa.

Un ponticello di legno tra la fine di maggio

e l’ottobre piovoso del ritorno,

mica lo vedi crescere un papavero,

nemmeno se lo guardi fisso e a lungo.

Però trasmuta in un girasole alto e giallo,

in una pannocchia con le foglie secche,

le favole imparate a scuola

in fila davanti al grande orizzonte che si dipana.

“Bambiniii”,

urlava la mamma dalla finestra della cucina,

“È pronto, a tavola!”.

E di corsa, la gara a perdifiato,

sandali coi buchini tagliati sul davanti

e chi arriva prima domani è il capo della banda.

La cena con la mamma e la nonna, che bellezza!

Arrivava l’ora delle storie,

quelle della guerra,

quelle della fame,

quelle che come siete fortunati voi non lo sapete,

non mangiare prima di cena,

lavati le mani e siediti composta.

E la polenta cucinata nella fornesela,

con gli anelli tolti ad uno ad uno,

fino a far sprofondare il paiolo

nel buco magico di quel forno estuoso.

La nonna sempre vestita a modo,

la gonna sotto al ginocchio e la camicetta,

non si sa mai se ti succede qualcosa,

bisogna arrivare decorosi all’ospedale.

Non una goccia di sudore,

la grande abitudine al dovere.

E noi,

gambe sbucciate,

capelli arruffati e piedi sporchi,

noi, un futuro da insegnare, curiosi e attenti all’estasi dei grandi.

Vorresti andare al mare?

No, voglio dormire con te e la nonna, questa notte,

e, se un giorno muori,

promettimi che avrai una bara matrimoniale,

perché vengo con te.

È estate,

non è ancora tempo per morire.

E le cicale, fuori, e i grilli,

e dormire subito col capino sulle tue pappe,

mamma.

Sabina

Amalia abiit.

Amalia è partita con il respiro affannato dalla polmonite,

l’animo sereno di chi sa il cammino,

l’intelligenza raffinata di sempre

dentro quel corpo ineffabile di donna

di un popolo che non c’è più.

Amalia è un sogno inventato all’alba in quattro e quattrotto,

un desiderio impudico di mangiarsela tutta,

una certezza dell’amore quando l’amore è cresciuto.

Amalia è una donna che ha dentro tutti i suoni

di un’orchestra di periferia,

una marea di strumenti a due passi dalla laguna,

tra la campagna e il cielo.

Amalia solum abiit, non obiit.

“O nonna, o nonna, come sei bella!

La racconti ancora alla tua putea la novella

di lei che cerca il suo perduto amor?”

“Sette paia di scarpe ho consumate per ritrovarti.

Sette verghe di ferro ho logorate

per appoggiarmi nel fatale andare.

Sette fiasche di lacrime ho colmate,

tutte di lacrime amare.”

E tu?

Tu dormi alle mie grida disperate.

Il gallo canta

e non torni ancora al tuo paese.

Intanto ansimando fugge la vaporiera

e io resto sola come l’aratro in mezzo alla maggese.

Cura solum ut valeas, mea dulcissima avia!


Salvatore

Ero piccola.

Quand’ero piccola, una delle cose che mi piaceva di più

era scivolare sugli scalini di marmo nella casa della nonna.

Era una vecchia casa,

una casa vecchia come la mia nonna.

Gli scalini erano bassi, larghi e arrotondati.

Potevo tranquillamente andar giù senza farmi male.

Nella mia fantasia bambina ero tanti personaggi:

un bel cavaliere medioevale,

un coraggioso capitano di ventura,

un sordido lanzichenecco,

un povero soldato,

un fedele legionario,

un perfido mercenario.

In ogni caso ero sempre un maschio, mai una femmina.

In ogni caso ero sempre armata, mai indifesa.

Tutto questo succedeva quand’ero piccola,

quand’ero bambina,

quand’ancora non pensavo da grande,

quand’ancora non avevo la valigetta ventiquattrore e l’ombrello firmato,

quand’ancora non nascondevo i seni dentro un classico doppiopetto,

un doppiopetto decisamente maschile, oltretutto gessato.

Scivolavo e immaginavo.

Scivolavo e mi perdevo nelle mie fantasie.

Iniziavo dal secondo piano perché dal terzo non si poteva.

Al terzo piano c’era il soler,

il granaio lungo e buio,

l’emblema di spazi paurosamente ignoti,

la casa sonora dei topi,

il luogo del tempo passato,

la carta d’identità della mia stirpe.

Dal secondo andavo in giù fino al piano mezzano

dove c’era il mobiletto intarsiato con sopra il vaso decò.

Poi mi restava l’ultima rampa,

quella che mi sbatteva ai piedi della luminosissima porta d’entrata,

la porta del mio paradiso.

Il salone era regolare con il suo pavimento di marmo,

una distesa di giallo e di rosa.

Ai lati erano disegnate delle bande rosse

che sventravano la casa da nord a sud tra due signorili punti luce.

Proprio qui a Natale trionfava l’abete

dentro un vecchio tino ricolmo di terra nera,

l’albero più vero e più vivo del paese.

Tutto era secondo natura dalla mia nonna.

Tutto era secondo cultura dalla mia nonna.

Come si mangiava bene dalla mia nonna!

La mia nonna faceva gli gnocchi freschi con le patate del Piave

e le polpette di carne col pan gratà e il prezzemolo.

La mia nonna faceva il risotto con i porcini del suo bosco

e lo speo de costesine de porzel e il cunicio.

La mia nonna faceva le cotolette di manzo con l’aceto

e le patatine fritte con l’olio extravergine d’oliva.

Qualche volta mi faceva anche i bastoncini di merluzzo,

quelli del capitano con tanto di cappello dorato,

perché la mia nonna nel tempo si era fatta più moderna.

Quanti riti dalla mia nonna!

Il rosario si recitava tutti insieme il primo novembre,

il giorno di tutti i santi e il giorno prima del ricordo dei nostri morti,

dopo aver mangiato le castagne arrostite sulla stufa a legna,

quella con i cerchi concentrici di ferro che si tiravano su con la pinza

per muovere la legna e fare tanta fiamma.

E per san Nicolò al mattino trovavo la bambola di pezza

insieme ai melograni e alle noci nel piatto di coccio accanto al letto.

E poi, ogni cinque gennaio, di sera, si bruciava la vecia

nella granda buberata,

si mangiava la pinza con l’uvetta e le nocciole,

si beveva un goto de vin santo

e si traevano gli auspici per i prossimi raccolti

in base ai capricci del vento e del fumo.

Quant’era bello!

Sapevi chi eri, dove stavi e dove andavi.

Ma la nonna non era sola.

Viveva con lei la prozia,

secca come un baccalà e brutta come la fame di febbraio.

La prozia diceva sempre che niente le passava dal gargarozzo

e che riusciva a mandar giù soltanto yogurt e ricotta.

Epperò!

La strega ciabattava con le sue pattine

e si trascinava come un fantasma per fermarsi davanti alla tv

e così potevo dar l’addio ai cartoni animati.

La prozia era tanto cattiva

e non capivo come potesse vivere con la mia nonna.

Lei era tanto buona e mi chiedeva sempre del mio papà.

Con lui non sei felice vero?

No, con lui non sono felice,

è vero,

ma neanche con la mamma sono felice

ed è vero.

Io li volevo tutti e due e insieme.

Anca se i litighea,

dovevano stare insieme per me,

dovevano farlo per me,

per quella loro bambina che non aveva mai chiesto di nascere

e tanto meno nella loro casa.

Lassem perder!

Andiamo a cogliere i lapoi nell’orto e i fichi dall’albero,

ma non quelli spappolati sull’erba e mangiati dagli osei.

Prendiamo anche i fiori di zucca

che poi ti faccio le frittelle.

Che brava la nonna!

Che buona la mia nonna!

Ma la bambina è confusa,

tanto confusa al punto che confonde la B con la V e viceversa.

Ma che malattia è staquà?

E’ tutta colpa delle maestre che non sanno fare più il loro mestiere!

Intanto nel roseto della nonna c’è un gallo e una gallina con i pituset,

un nanetto di marmo senza più colori addosso,

una rana verde per il muschio e per la rabbia di non poter saltare,

la cuccia di cemento di Briciola con le pignatte dell’aqua e del pan,

qualche stroz di qua e qualche stroz di là.

Tutto è come dio comanda.

Sul davanti il giardino è più curato,

anche il fosso è pulito e pieno d’acqua

e sembra un ruscello.

Ci sono le violette dove prima c’erano i noccioli.

Quante noccioline tostava la nonna

e quante torte faceva con il lievito Bertolini!

E quando si andava a letto?

Sentivo il fruscio del copriletto di raso color porpora,

sentivo lo scricchiolio dell’armadio di noce

e della specchiera in legno massiccio scuro.

La nonna diceva sempre che il legno era vivo

e che di notte si muoveva per sbadigliare.

Quanta paura!

Nonna,

nonna,

vieni qua e stai con me.

Nonna,

se resto qui stanotte a dormire,

tu non muori, vero?

“Ma va là,

sta bona.

Cossa di tu mò?

Vien qua,

giochemo a indovina indovinello.

Cominicia per A e finisce per E.

Cossa eo poh?

Son qua ai pie del let.

Ociu che te ciape!

Le frittelle dovevi portargliele,

o Caterinella,

altrimenti non avresti dovuto chiederghe la farsora.

Le campane da Maron le sonava tanto forte da buttare giù le porte,

le porte le iera de fero,

volta la carta e ghesè un capeo.

Un capeo?”

E io immaginavo le carte

e mi addormentavo bona bona come voleva la mia nonna,

mentre il mio papà chissà dov’era.

Lui, però, è un poverino

perché non sa cosa si è perso.

Lui ancora oggi non sa cosa si perde.

Ma io sì,

io so cosa si è perso

e cosa si perde il mio papà.

Si è perso

e si perde una vita di cento e mille anni.

Poverino!

Lui è solo

ed è solo perché in vita sua non ha mai avuto una nonna come la mia

e una cucina come quella della mia nonna.

Eppure quella era la sua mamma.

Eppure quella era la sua casa.

Jessica

CURA UT VALEAS, TIRESIA!

Sabina,

vorrei che tu, Andrea e io

fossimo presi per incantamento

e su di un peschereccio snello e leggero

andare dove piace

e dove porta il vento.

Porto Empedocle è lontano ormai.

La guerra dei fascisti è finita

e la bicicletta Montante è arrugginita.

Tutti sono tornati a casa

e tu sei partito per Roma

senza la valigia di cartone

e con tanti copioni in testa,

con il linguaggio curioso ro picciriddru babbu

e con la lingua del soldatino italiano.

E così sei diventato grande,

o Andrea!

E adesso che niente ti manca

e sei cieco come Tiresia

tu,

tu sogni una piazza,

la tua fottuta gente,

tanta gente a cui racconti i cunti,

i tuoi racconti,

li cunti ri li cunti pi li picciriddri.

Di poi,

passata l’estasi delle parole,

girerai tra i presenti con la coppola in mano

a ritirare l’obolo degli onesti,

la mercé dei giusti,

la ricompensa del poeta,

pane, amore e fantasia.

Oggi, caro mio, i tempi sono biechi,

da vomito e da voltastomaco,

e gli occhi non sono aperti all’altezza del cuore,

ma sono affossati nel cervello del buco del culo.

Vai pure,

se vuoi e quando vuoi,

ma nel congedo cantaci con la rauca voce,

annerita da milioni di marlboro rosse,

e sorseggiando un whisky,

la canzone dell’asinello,

quella che cantava il piccolo Vito Corleone in quarantena,

quella che nonna Pina ti sussurrava per addormentarti

e per acquietare la tua fervida fantasia tra le pieghe del sonno,

nel sogno,

dentro quel paesaggio assolato di Vicata,

tra contadini bruciati nelle stoppie

e immorali vigili urbani all’ombra della frasca.

“Avia nu sciccareddru,

ma tantu sapuritu,

a ‘mia mi l’ammazzaru,

poviru sceccu miu.

Chi beddra vuci avia,

paria nu gran tinuri,

sceccu beddru ri lu mi cori

comu iu t’aia scurdà.

E quannu cantava facia:

iaa, iaa, iaa!

Sceccu beddru ri lu me cori

comu iu t’aià scurdà”

L’asinello muriu,

l’asinello non c’è più,

il bell’asinello del mio cuore,

quello che cantava in Italiano il Siciliano,

il gran sacerdote della Parola vetusta e moderna,

iaa, iaa, iaa,

si è taliato attorno,

ha capito tutto,

ha dato un bacio ai bambini,

ha ringraziato la moglie e le figlie,

ha annusato l’aroma del tabacco preferito

e ha scritto la parola fine al suo ultimo romanzo,

quel capolavoro della sua vita

che immancabilmente la signora di Palermo domani pubblicherà.

Cerca di star bene, Tiresia!

salvatore

Così, tutto procede come sempre.

Uno che va, uno che viene.

Vecchie parole che restano,

nuove affidate ad altri,

qualche orfano che ora si sente solo

e attende fiducioso l’arrivo della santa indifferenza.

E’ finita,

è tempo di navigare soli per miglia e miglia,

nella burla infinita messa in scena dalla notte dei tempi,

in cerca di un senso,

o di se stessi,

o di qualcuno che si spera di ritrovare.

Tutto intorno mare, cielo, sole, vento, un temporale,

i tuoi gelsi e i miei larici

piegati in segno di rispetto al passaggio del cantore.

Ho visto api listate a lutto che ingravidavano fiori.

sabina

IN VIAGGIO CON SABINA

Sabina,

vorrei che tu, Andrea e io

fossimo presi per incantamento

e su di un vascello snello e leggero

andare dove piace

e dove porta il vento.

Quante miglia abbiam percorso

per tornare sempre indietro,

là dove eravamo partiti infanti,

ricchi di suoni

e senza le parole per dire,

linguaggio-dotati e senza lingua,

muniti di un corpo

che anelava sciogliersi in echi,

la lingua del petel,

lo scioglilingua dei putei,

quello con cui Andrea deliziava gli amici a ‘zena,

quello regalato al putel Federico da Rimini,

quello che in pieno naif circola ogni notte nei filò

e nei teneri sogni di inquieti tosetti e di inquietanti tosette.

Pin Penin

valentin
pena bianca
mi quaranta
mi un mi dòi mi trèi mi quatro
mi sinque mi sie mi sète mi òto
buròto
stradèta
comodèa–

Pin Penin
fureghin
perle e filo par inpirar
e pètena par petenar
e po’ codini e nastrini e cordèa–

le xe le comedie e i zoghessi de chèa
che jeri la jera putèa

Pin Pidin
cossa gastu visto?
‘Sta piavoleta nua
‘sto corpesin ‘ste rosette
‘sta viola che te consola
‘sta pele lissa come sèa
‘sti pissigheti de rissi
‘sti oceti che te varda fissi
e che sa dir “te vòi ben”
‘ste suchete ‘sta sfeseta–

le xe belesse da portar a nosse
a nosse composte de chéa
che jeri la jera putéa

Pin Penin
valentin
o mio ben,
te serco inte’l fogo inte’l giasso
te serco e no ghe riesso
te serco e no ghe la fasso,
pan e dedin
polenta e nasin–
chi me fa dormir
chi me fa morir
tuta pa’l me amor
chi me fa tornar
coi baseti che ciùcia
coi brasseti che struca
co la camiseta più bèa–

le xe le voje i caprissi de chèa
che jeri la jera putèa

Pin pidin
valentin
pan e vin
o mio ben,
un giosso, solo un giosso,
te serco inte’l masso
te serco fora dal masso
te serco te serco e indrio sbrisso,
chi xe che me porta’l mio ben
chi me descanta
chi me desgàtia
chi me despìra
pan e pidin
polenta e nasin
polenta e late
da le tetine mate
da le tetine beate–

i xe zoghessi de la piavoleta
le xe le nosse i caprissi de chèa
de chèa
che jeri la jera putèa.

Sabina,

vorrei che tu, Mara e io

fossimo presi per incantamento

e su di un bastimento snello e leggero

andare dove piace

e dove porta il vento.

L’usignolo vola ancora sul cielo assolato

e fa della sua voce un gorgheggio di vita.

La sirena che incantava i marinai di Ulisse

tra Scilla e Cariddi

non c’è più

e non stimola i nostri sensi.

Vorrei che Mara,

ancora snella e leggera,

navigasse per diporto nel nostro mare

tra le terre emerse.

Ah, questa vita!

Più la insegui

e più ti allontana come una matrigna,

più la godi

e più consuma a cento all’ora in autostrada

i beni preziosi della donna

che cantando viveva il suo sogno.

La maga è adesso in cimitero, come nonna Lucia.

Strappata ai nostri occhi,

funere mersit acerbo

e il sapore è di sale,

come lo pane altrui,

per chi ricorda le sue parole

ancora suonare nel cellulare del viandante in attesa di ospizio.

“Vò e arivò,

ora veni lu patri to

e ti porta la siminzina,

la rosamarina, lu basiricò.

U papà à gghiutu a caccia

a sparari a lu ciccì,

lu ciccì s’innabbulò

e u papa nenti puttò,

ma ti potta la siminzina,

la rosamarina, lu basiricò.

Figghiu miu fa la vovò,

figghiu miu fa la vovò.”

Sabina,

vorrei che tu, Salvatore e io

fossimo presi per incantamento

e su di una barca snella e leggera

andare dove piace

e dove porta il vento.

Ah, ancora questa vita!

Più la insegui e più ti respinge.

In quel dopoguerra di morti

e in quel cimitero di vivi

scorre la teatralità di una madre

che invoca il figlio morto ammazzato.

Un bambino di pelle scura è guardingo

e attaccato al lembo del vestito nero della madre

che si trascina tra bianche lapidi di scadente marmo.

“Mamma, mamma,

il panino con la mortadella tagliata con il coltello dove si compra?

E i biscotti Colussi di Perugia?

Mamma, tu compri soltanto le ciprie per te.”

Le parole di un dolore risuonano

in quell’assolato pomeriggio di un venerdì bestiale

sotto forma di lauda

tra nenie e canti,

tra preti e suore,

tra monaci trappisti

che ricordano chi sei

e che fine farai.

Ciatu,

ciatu miu!

Figghiu

figghiu ,

iancu comu nu gigliu.

Figghiu miu,

sulu miu,

figgh’i ta mattri,

figghiu miu

ca mi muriu,

figghiu miu risgraziatu,

figghiu miu

mottu ammazzatu.

Ciatu,

ciatu miu!

Figghiu miu,

ca mi muriu.

Macar’a mmia m’ammazzaru,

figghiu amaru.

Matri assassinata,

matri risgraziata!

Figghiu miu,

figghiu assancatu,

figghiu risgraziato,

assancatu ri la me vita,

figghiu,

pi’mmia è finita.

Sulu miu,

ciatu miu,

ciatu,

ciatu,

mottu ammazzatu,

figghiu sdisanuratu.

Pi’mmia

nun ci po fari nenti,

po me tuluri

nun ci sunu curi,

nun ci sunu primuri.

Sulu vileni

pi li me peni!

caia’ffari senza ri tia?

Figgh’i Maria,

figghiu ra Beddramattri

mi lassasti nura nura.

Quanta primura!

Mi lassasti sula sula,

sula coma nu cani

‘nmenz’a na strata,

com’a na cannalata

ca ietta sancu

ro cori stancu.

Stancu iè lu me cori,

si nun ti po’ amari.

Comu nda nu mari

senza pisci

lu me beni tuttu svanisci,

sinni và o ventu

senza suspiri,

senza lamentu.

Ma iù c’aia ‘ffari?

Rimmillu tu!

M’aia ‘mmazzari?

M’aia ‘mmazzari

cu lu cuteddru,

figghiu miu beddru?

M’aia ‘mmazzari

cu la lupara,

sotti maiara?

M’aia ‘mmazzari

cu lu vilenu

uò sutta nu ttrenu?

Figghiu sdisanuratu,

figghiu mottu ammazzatu!

Tu rommi

e nu’mmi senti,

tu rommi

e nun t’arruspigghi

mancu a li me schigghi,

figghiu addummisciutu,

ristinu miu scunchiurutu!

C’aia ‘ffari?

Rimmillu tu!

M’aia ‘mmazzari?

Tu rommi

e nu ‘mmarrispunni.

Tu nun mi senti

e nu’mmi parri.

“Rommi rommi,

picciriddru,

c’ò papà

à ‘cchiappatu n’ariddru,

rommi rommi,

picciriddru,

aranciu và

iè aranciu veni,

nun ti scantari

ro vabberi,

se ti nesci

sancu ro peri,

scinni scinni,

rommi rommi,

ioca ioca.”

“Uno alla luna,

due al bue,

tre la figlia del re,

quattro ma ‘zzia o tiattru,

cinque è una incrociatura,

sei battiscopa,

setti puppetti,

otto risotto,

nove alle uova,

reci senza nenti,

unnici iurici,

durici iè na camurria,

tririci santa Lucia

ca pamma.”

Santa Luciuzza,

santa Luciuzza beddra

ramm’a vista i ll’occhi

pi’vviriri u figghiu miu

mott’ ammazzatu

comu nu sdibbusciatu.

Santa Luciuzza

facitamilla cantari ancora

a canzuneddra

ca’nnicu’nnicu

u’ddumisceva.

Facitaccilla sentiri

pi’ll’uttima vota

a canzuneddra

o figghiu miu,

ca s’addummisciu

troppu presto.

Facitammillu addummisciri

pi’ll’uttima vota

u figghiu miu,

iè poi ‘cciù rugnu a motti.

Sugnu sicura

ca mi senti

iaccussì

sinni và ‘cchiu tranquillu

senza tuluri,

cu ‘ssa mattri

ca ‘cci canta a canzuneddra

ca’cci piaceva tantu.

Figghiu,

figghiu miu,

ciatu,

ciatu miu,

cosa ruci,

‘ggioia ri lu mi cori,

quanti maiari

aia ‘cchiamari?

Quanti rinari

m’aia ‘mmanciari

pi ‘ppaiari

tutti sti maiari!

Viniti ccà,

maiari,

viniti ‘cca!

Cantammaccilla a canzuneddra

o figghio miu.

Cantamaccilla bona,

cu’ttutt’o cori

iè fotti fotti,

ca nana ‘ssentiri

tutti l’ancili ro parariso.

Iancilu iera

iè ‘mmurriu ammmazzatu

comu nu sdibbusciatu.

Cantammaccilla fotti fotti,

c’a ‘vvinciri

macari a motti.

Po ciatu miu

quanti maiari

aià ‘cchiamari?

Quanti rinari

m’aia manciari

pi ‘ffari cantari

tutti sti maiari?

“San Franciscu i Paula

cunsatimi la taula,

cunsaammilla

cu ‘ppani iè pisci

ca stu figghiu

s’addummisci”.

Fozza maiari,

mittitici cori

ndò ripitiari!

“Quant’è beddru

stu figghiu,

Maria.

Si lu vonu rubbari la ‘ggente,

ma so mattri iè vigilanti,

lu talia

cu’ ll’occhi e la menti.”

Fozza maiari,

mittitici cori

ndò ripitiari.

“Rommi rommi,

fai lu sonnu,

ti lu fai beddru loncu

beddru loncu cuant’a lu mari,

picchì si ‘nnicu

iè ‘tt’ arripusari.”

C’aia ‘ffari senze i tia,

figgh’i Maria.

Beddru,

figghiu beddru

abbola,

abbola coma n’aceddru,

abbola abbola,

abbola vicinu,

abbola luntanu,

abbola senza scantu

‘ndo campusantu

figghiu amaru

abbola abbola

‘ndo cimiciaru.

Sabina,

vorrei che tu, Andrea e io

fossimo presi per incantamento

e su di un peschereccio snello e leggero

andare dove piace

e dove porta il vento.

Porto Empedocle è lontano ormai.

La guerra dei fascisti è finita

e la bicicletta Montante è arrugginita.

Tutti sono tornati a casa

e tu sei partito per Roma

senza la valigia di cartone

e con tanti copioni in testa,

con il linguaggio curioso ro picciriddru babbu

e con la lingua del soldatino italiano.

E così sei diventato grande,

o Andrea!

E adesso che niente ti manca

e sei cieco come Tiresia

tu,

tu sogni una piazza,

la tua fottuta gente,

tanta gente a cui racconti i cunti,

i tuoi racconti,

li cunti ri li cunti pi li picciriddri.

Di poi,

passata l’estasi delle parole,

girerai tra i presenti con la coppola in mano

a ritirare l’obolo degli onesti,

la mercé dei giusti,

la ricompensa del poeta,

pane, amore e fantasia.

Oggi, caro mio, i tempi sono biechi,

da vomito e da voltastomaco,

e gli occhi sono aperti

all’altezza del cuore,

a metà tra il cervello e il buco del culo.

Vai pure,

se vuoi e quando vuoi,

ma nel congedo cantaci con la rauca voce,

annerita da milioni di marlboro rosse,

e sorseggiando un whisky,

la canzone dell’asinello,

quella che cantava il piccolo Vito Corleone in quarantena,

quella che nonna Pina ti sussurrava per addormentarti

e per acquietare la tua fervida fantasia tra le pieghe del sonno,

nel sogno,

dentro quel paesaggio assolato di Vicata,

tra contadini bruciati nelle stoppie

e immorali vigili urbani all’ombra della frasca.

“Avia nu sciccareddru,

ma tantu sapuritu,

a ‘mia mi l’ammazzaru,

poviru sceccu miu.

Chi beddra vuci avia,

paria nu gran tinuri,

sceccu beddru ri lu mi cori

comu iu t’aia scurdà.

E quannu cantava facia:

iaa, iaa, iaa!

Sceccu beddru ri lu me cori

comu iu t’aià scurdà”

Sabina,

vorrei che tu, Raffaele e io

fossimo presi per incantamento

e su di un veliero snello e leggero

andare dove piace

e dove porta il vento.

Napoli è vicina a Castellammare

se la guardi dalla luna,

mio caro Papiluccio.

Il salto è breve

e, se giri per Mergellina,

arrivi direttamente nei Quartieri spagnoli

e magari passi per Forcella.

Tu attore di te stesso,

commediografo del popolo,

libero creatore che cerca il pubblico nel porto,

nel molo dell’Immacolatella,

tra marinai, scaricatori, prostitute, gagà, fini dicitori.

Tu scugnizzo nella quotidiana lotta per il tempo giusto

e per le parole importanti,

tu marionetta che canta le canzoni

di una Napoli addormentata sotto il Vesuvio

aspettando la Guerra grande,

aspettando il Fascio infame,

aspettando la Repubblica dei pochi,

aspettando Pompei.

Tu te la ridi

e fai finta di non capirci niente

in una rumba de scugnizzi

fatta di rumori che diventano suoni,

di suoni che non potranno mai diventare parole.

Sabina,

vorrei che tu, Lorenzo e io

fossimo presi per incantamento

e su di una zattera snella e leggera

andare dove piace

e dove porta il vento.

Gentile studente,

partito a Trento dal paese della Fantasia,

dal paese senza più campanelli,

esulato da nonne incantate

e suonatrici di versi in vernacolo,

a rima baciata e a rima incrociata,

studente gentile,

che le mele hanno visto imperterrito attore di se stesso

tra donne galanti e lune cadenti,

sopravvissuto alle ristrettezze dei tempi,

studente povero di natura,

piuma al vento nel vernacolo di un folle Pirandello

e nelle tele di un Guttuso colorato da mille Muratti,

tu guardiano della fonetica e del suono

tra teatri antichi e gente incivile,

che ci fai tu,

esile come un fuscello,

tra i banchi di scuola e nei salotti inglesi?

Scrivi versi e suoni terzine,

prelevi senza ritegno dalla Grecia antica

per inculare il presente

tra un mito, un dramma satiresco,

una lanx satura,

un piatto ricolmo di primizie dell’orto,

come comandava il menù di Lucilio il grande.

A te che fai della gavetta la morale di un dio,

il giusto comandamento dell’ebreo errante,

a te,

che ai potenti fai papè satan, papè satan aleppe,

sia dolce l’attesa dei tuoi talenti in boccia,

in odore e in attesa di fiore.

Interno della prigione.

Dioniso è in piedi, con le manette ai polsi.

Entrano le Baccanti e lo circondano.

CORO

Ma bene bene bene!

Gli hanno messo le catene.

E ve meravigliate?

È arrivato er cecato,

lui gli ha dato retta.

E che c’ha guadagnato?

‘na bellissima manetta!

Che poi,

si lasciava fare a noi,

accoppavamo er vecchio

e bona notte ar secchio!

No ghe sa far,

par mi xe troppo blando.

È vero,

nun è degno der comando!

BALLATA DEL GABBIO

Ah camerate mie che delusione,

so’bona e cara, mo’ però m’arrabbio,

m’arrabbio e dite mpo’ si ‘un c’ho raggione,

er nostro capo se fa mette ar gabbio.

Xe vera, me parèa che xera un fico,

un capo co le pale, un tipo tosto,

e ‘nvece è sceso a patti cor nemico

e se la fici mettiri in quel posto.

È solo un artro servo der potere,

cantamo tutte assieme un alleluja per Dioniso,

er dio de le galere, santo patrono de la gattabuia!

Nun semu fatti dilla stissa pasta,

faciva u granni capu delle folle,

ma poi si fici amicu di la casta,

grannissimu fitusu e minchia molle.

Me sa che non avrai questo reame

e non darai l’assalto alla gran reggia,

starai ligatu cca comu ‘n salami,

comu ‘n palluni unchiatu di scorreggia!

Inzomma, come un servo der potere!

Cantamo tutte assieme un alleluja per Dioniso,

er dio de le galere, santo patrono de la gattabuia!

Il Coro si porta in proscenio.

Ciao ciao ciao,

se ne trovamo n’artro,

uno più figo, uno più ganzo, uno più scaltro,

non come te, fregnone, cagasotto, pezzo di fesso …

Sabina,

vorrei che tu, Sabina e io

fossimo presi per incantamento

e su di una gondola snella e leggera

andare dove piace

e dove porta il vento.

Vorrei baciare i tuoi capelli d’oro,

le labbra tue e gli occhi tuoi sognanti,

vorrei cantare le tue canzoni strane

in quel dialetto canterino e squillante

tra i tintinnii di argentini suoni

e i fischi ventosi di coriacee montagne.

Vorrei ballar con le movenze antiche di un popolano canto,

vorrei raccontarti la favola bella e leggiadra

del vero immortal che è l’amor,

quella che ieri t’illuse

e che oggi t’illude,

o donna Sabina,

tu che cerchi,

tu che cerchi sempre

e anche tra gli asinelli stufi di dormire sui banchi di scuola,

tu che, annoiata in una domenica noiosa,

ti sei proprio assopita tra Gozzano e Pascoli

nell’ascolto del tempo che va,

tra la madre e il padre

nell’ascolto del tempo che va.

Nunc et semper bibendum est!

Se te te levi prest, ala bonora

neta ben el muset e le zatele

cossì te sei za asiada per nar fora

a zugar ensema ale matele.

No sta far storie se ghe en po’ de vent,

no l’è mai mort nissun per do goze,

dame da ment a mi, scolta sta voze,

no sta badarghe al temp, che el volta via.

Ti zuga, bela popa, ven l’istà.

No te conto bosie, mi son na stria:

te te desmisi che l’è zamai nà.

Contaminazione e miscellanea,

il detto e il ridetto è a cura di Salvatore Vallone

in Carancino di Siracusa e nel mese di Luglio dell’anno 2019

LA BASE DI “ESSERE”

LA PREMESSA

Questo testo è stato elaborato da un ragazzo di undici anni nell’ambito dell’attività scolastica.

IL TESTO

LA BASE DI “ESSERE”

Ditemi … cosa per voi significa “essere”?

Può per voi essere vivere, essere materia, essere umani, avere la morte…

Non voglio rovinare la vostra impressione su “essere”, ma intendo cercare di esprimere i miei e i vostri pensieri riguardo la base di tutto.

Siamo già tutti nati se stiamo leggendo o narrando questo testo, siamo parte dell’immenso universo, dunque.

Alcuni possono dire di nascere appena pensano, poiché, senza il pensiero non c’è differenza tra vivo o morto.

Per poter vivere bisogna sentirsi vivi.

Voler esserci, poter esserci e ciò spiega l’importanza della popolarità.

Se non si è popolari, non si è vivi, ma basta un qualsiasi essere vivente con se stessi per essere vivi.

Inoltre, se si vuole essere più vivi o anche immortali, si può lasciare traccia di se stessi e godersi la vita.

Alcuni altri pensano che pensare sia essere. Che l’uomo sia stato creato per pensare.

E’ anche vero che vivendo, pensando ed essere umani ed essere materia sia “essere”.

Ma l’umanità è troppo terrena per significare l’universo.

Essere fatti con ciò che è l’universo, pensare, vivere invece sono significati di essere con cui l’uomo poter fondersi con l’universo eternamente.

Con questo testo mi oppongo all’ateismo, l’umanità senza religione, che crede di sapere di più, la quale non sa però fondere l’universo con l’uomo.

Quindi per conquistare l’universo bisognerà essere religiosi ed avere un pensiero più esteso, oltre l’umanità.

Che voi, dopo questo testo, siate!

L’ANALISI PSICO-FILOSOFICA

Ditemi … cosa per voi significa “essere”?

NOTE FILOSOFICHE

“Significare l’Essere”, due parole antiche come l’universo e moderne come l’avvento dell’homo sapiens, si traduce in “interpretare i segni dell’Essere”. Si invoca quella Semiologia tanto cara a Umberto Eco, la Scienza dei segni, con tanto di “significante” e di “significato”, di soggetto datore di senso e di soggetto capace di decodificare il testo semplicemente perché possiede il Codice. Ma l’Essere richiamato nella cultura dell’Occidente ha un suo epigono, Parmenide di Elea in Campania, il filosofo della Magna Grecia a cui si attribuisce la seguente sintesi teorica, nonché tautologica: “l’Essere è e non può non Essere, il non Essere non è e non può Essere”. Nella soluzione della questione cosmogonica e nella ricerca del Principio da cui il Tutto Vivente, Natura e Uomo, si origina, Parmenide introdusse la sua teoria Ontologica, Metafisica e Logica in base alla quale l’essenza del Tutto si riduceva all’Essere non inteso, quindi, nella sua visibilità empirica ma nella sua matrice, alla Kant non nel fenomeno ma nel noumeno. La sua enunciazione programmatica ha una valenza logica inequivocabile, “l’Essere è”, infatti, traduce nel predicato quello che è contenuto nel soggetto, ma questa Verità è l’essenza del Tutto Vivente e ha una valenza ontologica immanente. Parmenide esordisce sulla questione filosofica Essere, è il primo filosofo che la analizza, ma tutti i filosofi successivi, greci ed europei fino a Heidegger e Sartre, si sono cimentati sul tema. Anche quando la Filosofia considera il “Non Essere”, ammette “l’Essere”. Platone, Aristotele, Agostino ed Hegel sono stati i filosofi che espressamente si son fatti carico dell’analisi dell’Essere.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Mi sto chiedendo chi sono io nella sostanza e non soltanto in quel che appaio.”

NOTE PSICOLOGICHE

La richiesta del ragazzo di esprimersi sul significato dell’Essere è da dialogo platonico ed è ricca di implicazioni provocatorie verso gli interlocutori. Questo giovane talento non te le manda a dire le cose e dimostra a livello psicologico di avere un conto in sospeso con l’ambiente e con coloro che lo abitano: “per voi”. Si tratta di una bonaria aggressività e di una sana provocazione che, di certo, non dispongono per una serenità nell’affrontare la vita di ogni giorno e attestano di una vaga aureola di superiorità, un “complesso di superiorità” che sa tanto di difesa dal coinvolgimento, un “Io ipertrofico” che tende a differenziarsi nobilmente dagli altri. Tutto questo ci può stare tranquillamente in un adolescente in vena di affermazione dopo l’elaborazione della “posizione fallico-narcisistica”. Il “per voi” dovrà evolversi in “per noi” nella successiva “posizione psichica genitale” in riconoscimento della rete sociale e delle relazioni anche pericolose che immancabilmente costellano il selciato dell’esistenza.

Procediamo per ammirare le meraviglie del paesaggio e dei dintorni.

Può per voi essere vivere, essere materia, essere umani, avere la morte…”

NOTE FILOSOFICHE

La Vita, la Materia, l’Umanità, la Morte sono Essere nella convinzione comune. Il richiamo a Parmenide e Platone è nella Vita o essenza del Tutto: “essere vivere”. Il richiamo ad Aristotele ed Epicuro è chiaro nella Materia: “essere materia”. Il richiamo a Jaspers e Heidegger è inequivocabile “nell’essere umani”. Il richiamo a Sartre e Camus è oltremodo visibile “nell’avere la morte”. Ricordo che l’Essere ha una valenza Ontologica o discorso sull’essere, Metafisica o al di là della Natura, Logica o categoria di predicabilità, Antropologica o in riguardo all’uomo, Etica o in riguardo ai costumi e ai comportamenti, Religiosa o in riguardo alla soluzione dell’angoscia di morte.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Sono vivo, ho un corpo, sono un uomo, devo morire.”

NOTE PSICOLOGICHE

Degno di nota è ancora il ricorso agli altri e alla loro opinione, nonché il culto di avere interlocutori e di assumere un ruolo di prestigio misto a nobile tolleranza. L’identità psichica del nostro filosofo in erba procede sempre per differenziazione dagli altri e per alto-locazione difensiva da un coinvolgimento più intenso. Persiste il “fantasma del voi”, nella “parte positiva” gli altri da me e nella “parte negativa” gli altri contro di me. Degli interlocutori il ragazzo non sa fare a meno, ma mantiene un doveroso distacco e un’accentuata provocazione.

Non voglio rovinare la vostra impressione su “essere”, ma intendo cercare di esprimere i miei e i vostri pensieri riguardo la base di tutto.”

NOTE FILOSOFICHE

La preoccupazione verte ironicamente sulla questione antropologica e sul rispetto dei simili, ma si tratta di un’impressione, non di una verità globale e metafisica. L’Essere di cui parla il nostro speculatore è decisamente l’Essere metafisico, l’essenza del Tutto, la Forma o l’Idea di Platone. Siamo in un ambito decisamente ontologico, discorso su ciò che è, e stiamo superando il territorio labile e ballerino della “impressione”, delle sensazioni, dei fenomeni, di ciò che appare, delle false verità legate ai sensi e alle percezioni non fondate sulla “coscienza di sé”. La direzione successiva è la Ragione che si apre alla Metafisica, come è successo a tutti i filosofi, da Cartesio in poi, che sono stati costretti a usare i ponteggi metafisici, a ricorrere a un “deus ex machina” per supportare le loro teorie e addirittura i loro sistemi logici e gnoseologici.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Sto proprio cercando di capirmi nel profondo e sono alla ricerca della mia essenza.”

NOTE PSICOLOGICHE

L’atteggiamento di benefattore dell’umanità nel delucidare e partecipare le verità fondamentali, “la base di tutto”, denota una notevole e democratica onnipotenza socialmente tollerabile e compatibile con il ruolo del maestro di vita, dell’eroe che porta agli uomini la buona novella che rende l’umanità migliore e bella, del Prometeo degno del dono del fuoco. Il compito è veramente nobile e pretenzioso: “cercare di esprimere i miei e i vostri pensieri riguardo la base di tutto”. Queste sono le note psicologiche e soteriologiche del giovane protagonista, ma il vero viaggio metafisico, dopo le necessità logiche e il dialogo a senso unico con gli immaginari interlocutori, si sta avvicinando.

Siamo già tutti nati se stiamo leggendo o narrando questo testo, siamo parte dell’immenso universo, dunque.”

NOTE FILOSOFICHE

Appare lo stesso “ottimismo” logico di Aristotele e della Cultura greca in base al quale non è necessaria una dimostrazione scientifica dell’esistenza della Realtà dal momento che è visibile e, di conseguenza, innegabile. “Batti la testa contro la colonna del tempio di Athena e poi mi dici se la Realtà esiste o non esiste”: diceva l’uomo greco dell’agorà all’incauto Sofista che voleva anche discutere dell’esistenza di un mondo oggettivo. L’adolescenza ingenua del nostro giovane filosofo ammette la Sensibilità dell’Esistente e trascura quella Logica verso la quale sta marciando con intenti metafisici degni di un mistico e di un seguace di Buddha. “Siamo studenti vivi e vegeti, se stiamo lavorando sotto le direttive dei nostri bravi Professori e della nostra benemerita Scuola”. Non basta questa condivisione di condizione e di funzione, perché “siamo parte dell’immenso universo”. Questa è la verità innegabile e tutta da dimostrare dal momento che non basta la constatazione empirica. I sensi ci ingannano, diceva anche Cartesio nella ricerca di poggiare la sua teoria scientifica sul “cogito ergo sum” e di passo in passo cadde nel “genio maligno” per abbracciare la Divinità che non inganna proprio in virtù della sua bontà implicita. Insomma trionfa un’istanza “panteistica” e fusionale. Tutti siamo parte del “Tutto Vivente”. Quest’istanza primaria e culturale dell’umanità greca è in linea con la semplicità mentale del nostro giovane pensatore. Una religiosità naturale che vuole l’Uomo in fusione con la Natura secondo le linee di una simbiosi madre-figlio. Spinoza è richiamato in questa posizione filosofica, così come la teosofia buddista. La prima esigeva che l’uomo fosse un “modo” degli attributi “Pensiero” ed “Estensione” di Dio, la seconda affermava l’evidente condivisione della “Vita” da parte dell’Uomo e di tutta la Natura.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Io esisto insieme agli altri e mi sento la parte di un Tutto.”

NOTE PSICOLOGICHE

Di notevole conforto è il doppio ricorso al “siamo” in attestazione di un ripiego momentaneo dal “voi” dei precedenti capoversi e di una proficua e salutare condivisione di sorte e di destino di uomini: “amor fati”. Obbligo rilevare che si tratta di atteggiamenti della formazione umana in un soggetto particolarmente sensibile a se stesso e agli altri. Il nostro adolescente tra un nobile e sacro pensiero individualistico non trascura lo stare insieme nel Collettivo e nel Sodalizio. E’ questa certamente una dialettica psichica profonda che il ragazzo ha vissuto sin dalla prima infanzia intessendo una psicodinamica che oscilla tra se stesso e il corpo, se stesso e la mamma, se stesso e il papà, se stesso e i suoi pensieri, se stesso e gli oggetti, se stesso e gli altri, se stesso e la ricerca di uno “spazio psichico” dove depositare i suoi vissuti prima di condividerli, un “luogo” ideale e concreto su cui stendere i suoi doni prima di consegnarli agli abitanti dello stesso spazio. Il conflitto psichico è delicato e porta a collocazioni che oscillano dalla netta chiusura alla provvida apertura, dalla spartana esclusione all’ateniese affidamento, dal riconoscimento di sé al rifiuto del mondo fino all’inclusione necessaria in uno Spazio di Tutti e in un Luogo di Tutte le Cose visibili.

Alcuni possono dire di nascere appena pensano, poiché, senza il pensiero non c’è differenza tra vivo o morto.”

NOTE FILOSOFICHE

L’affermazione è inquietante nella scarna formulazione e nel ricco contenuto. Il Pensiero è Vita ed è l’artefice della “Coscienza di Sé”, quell’Auto-consapevolezza che Socrate definiva nel suo metodo antropologico “conosci te stesso” e che l’Uomo greco aveva degnamente scritto nel frontone del tempio di Delo a Delfi. La Morte è assenza di Pensiero. La Vita senza Pensiero è Morte. La Vita è Pensiero intenzionato alla “Coscienza di Sé”. Più che sull’oggetto esterno il Pensiero si dirige su se stesso, sceglie se stesso come oggetto privilegiato della sua indagine. In questa introversione si attesta trionfante la Vita. E’ degna di nota, inoltre, la rievocazione della teoria filosofica, di Scuola esistenzialista e firmata da Martin Heidegger, tra “vita autentica” e “vita inautentica” o banale. La distinzione tra i morti in vita, “esistenza banale”, e i vivi in vita, “esistenza autentica”, è calata di peso nelle poche parole messe in croce dal nostro intraprendente ragazzo ed è basata sulla “Coscienza di sé” ottenuta con l’esercizio maieutico del Pensiero. L’angoscia dell’Esistenzialismo ancora non si manifesta, ma s’intravede tra le righe di quanto in maniera apodittica viene affermato.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Sono consapevole di essere vivo perché penso e per me la morte è assenza di coscienza.”

NOTE PSICOLOGICHE

La predilezione per il soggiorno in se stesso e il ritorno nell’intimo e nel privato è oltremodo da considerare in questa sillogistica combinazione di concetti che concludono nell’affermazione “la consapevolezza del Pensiero è Vita e l’inizio del Vivere”. La “proiezione” difensiva su “alcuni possono dire di nascere” stempera l’angoscia di un diretto coinvolgimento in questa acrobazia filosofica e denota l’importanza accordata agli altri e il bisogno di gestirli attraverso una condivisione di idee e di convinzioni. Ancora bisogna aggiungere che il nostro amico ha proiettato in poche parole la sua esperienza vissuta, “erlebnis”, quella che lo ha visto precocemente razionale e pronto a stemperare le emozioni e le sensazioni. Il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “razionalizzazione” ha messo in scena la “coscienza di sé” che ha dato il giusto grado alla freddezza della Morte e al calore della Vita. Razionalizzare gli istinti e le pulsioni con la testa di un bambino significa aver privilegiato per necessità difensiva il Logos rispetto a Eros e Thanatos, la Ragione tra l’Amore e l’Odio, tra la Vita e la Morte, tra la fusione e la scissione. Questo precoce e gigantesco Logos è tutto personale e va condiviso con giudizio e a giuste dosi. Gli altri non potrebbero capire quello che io cerco di contenere e circoscrivere.

Per poter vivere bisogna sentirsi vivi.”

NOTE FILOSOFICHE

La “Coscienza di sé” è la condizione del Vivere. La Vita può essere presente, ma di Essa nulla si può dire se non è “esperienza vissuta”, “erlebnis”, e per essere tale esige l’auto-consapevolezza. Il “sentirsi vivi” non si attesta nell’esaltazione allucinatoria dei sensi e nella formazione dei “fantasmi”, ma nella necessità di un “Io” che ragioni e a cui tutti i vissuti individuali si riconducano per essere ordinati nella formazione psicologica di ogni persona: “organizzazione psichica reattiva”. La possibilità della Vita è la Coscienza e le sue funzioni razionali, “processi secondari”. Paradossalmente si può vivere senza un “Io” coordinatore dei vissuti e la caoticità entropica è una forma di Vita, ma l’Io è la condizione “sine qua non” l’uomo “autentico” esiste, all’incontrario dell’uomo “banale” che si lascia vivere senza alcuna consapevolezza dei suoi vissuti. I richiami filosofici sono la “res cogitans” di Cartesio, l’Io dell’Idealismo, l’Io della Fenomenologia di Husserl e l’Io di Freud. La frase è talmente sintetica che i contenuti si spargono a larga vena. La sua apoditticità suppone un Sapere filosofico vasto e ampio che il ragazzo non può avere. E allora? Lo spiego nelle note psicologiche.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Mi sento vivo quando provo emozioni e ne sono consapevole.”

NOTE PSICOLOGICHE

La sicurezza dell’affermazione dispone per una riflessione costante e progressiva su se stesso. L’autore si è macerato in tanto speculare tra sé e in sé sacrificando la gioia di vivere e il disimpegno della sua età a favore di un travaglio filosofico adulto più che adolescenziale. Le conoscenze filosofiche sono la “razionalizzazione” di quelle sensazioni e di quelle emozioni che il giovane talento ha accantonato a favore dei grandi ragionamenti sintetici. Le teorie e le tesi rientrano nella formazione psicologica e nel patrimonio delle idee dell’adolescenza. Del resto, i filosofi hanno immaginato i loro sistemi da bambini e da adulti li hanno trascritti in maniera complicata, quando nella loro Filosofia non hanno traslato i loro traumi irrisolti e la loro follia sublimata. Non c’è bisogno di ricorrere al Buddismo o a Pitagora o a Platone e riprendere in mano la teoria della “trasmigrazione delle anime” per spiegare quello che è successo e che sta succedendo al nostro baldo ragazzo. E’ tutto compreso nella formazione psicologica ed è a gratis. Certo, è anche vero che pochi giovani hanno così potenti i processi di astrazione. Se ogni male non viene per nuocere, è proprio vero che ogni bene viene per giovare.

Voler esserci, poter esserci e ciò spiega l’importanza della popolarità.”

NOTE FILOSOFICHE

“Esserci” è la traduzione del “Dasein” di Heidegger che è collegato alla “esistenza banale”, mentre “l’Essere” o il “Sein” appartiene alla “esistenza autentica” e la connota secondo le linee esistenziali dello “Essere per la Morte”, la disposizione psicofisica all’assurdità del morire e la soluzione all’angoscia del Nulla. La scelta della “esistenza autentica” comporta il superamento della “esistenza banale”, il “Sein” è la scelta, salutare più che evolutiva, del “Dasein”. In quest’ultimo è inclusa la vita sociale e le relazioni di massa che frastornano l’angoscia del Nulla a cui l’uomo è inesorabilmente candidato e destinato. L’uomo inautentico e banale è destinato a frastornarsi con il successo e la popolarità, a riempire le sue bisacce con il fumo della vanità mediale. “Voler esserci”, volere il “Dasein” significa ignorare la possibilità della vera “coscienza di sé”, quella che coordina le esperienze vissute e disegna il quadro del Vivere e della Vita. L’importanza della popolarità comporta il sacrificio dell’Io e l’impossibilità del Vivere e della Vita. L’Io è sacrificato al rumore dei media e alla massificazione dell’informazione. Volere e potere, quest’ultimo inteso come categoria della possibilità da Kierkegaard in poi, sono associati allo “Esserci”, alla “esistenza banale”, e confermano quante energie si investono nel Nulla di una Coscienza mai nata o pienamente abortita. La “popolarità” ha un prezzo umano altissimo, perché, impedendo la benefica “coscienza di sé”, impedisce la maturazione dell’uomo “banale” nell’uomo “autentico”. La “popolarità” è il frutto deleterio di improvvide e inconsulte scelte di Vita che allontanano dalla Verità.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Voglio affermarmi orgogliosamente e voglio essere conosciuto dalla gente.”

NOTE PSICOLOGICHE

Il giovane filosofo è combattuto dalla dialettica del suo tempo e della sua psicodinamica: Essere e non apparire o Non Essere ed apparire? L’adolescenza ha una valenza psicofisica non indifferente nella scelta precoce di usare la testa e i “processi secondari”, la Ragione per intenderci, e dare poco credito agli ormoni e alle emozioni, ai “processi primari” del tipo la Fantasia e le allucinazioni creative. Di quest’ultimo trambusto psicofisico il nostro amico teme l’irruenza e l’assenza di un “Io” coordinatore e legislatore della Natura umana. Aspira alla popolarità, vuole essere conosciuto e vuole colpire con le idee originali che ha tanto pensato e finalmente partorito in grazie agli stimoli costruttivi di una buona scuola e di competenti maestri. Vuole e non vuole, si concede e si ritira: questa è la psicodinamica istruita.

Se non si è popolari, non si è vivi, ma basta un qualsiasi essere vivente con se stessi per essere vivi.”

NOTE FILOSOFICHE

Il nobile discorso filosofico e le alte speculazioni sull’Essere e sulla Coscienza dell’Io si stanno dirigendo giustamente verso orizzonti sociali e verso tematiche personali: la popolarità e la relazione sociale, la gloria di essere personaggi pubblici e la modestia moderata di avere poche relazioni. Si rileva un conflitto psichico tra le pieghe della Filosofia sociologica di Comte, la “Fisica sociale” della relazione dell’io e del tu. Il falso mito della Vita e dell’Essere nella società e la Verità di una relazione significativa e di buon valore confliggono nell’animo del giovane intraprendente. La convinzione che la giusta e vera esistenza non è quella “banale”, fatta di miti e di riti formali, ma quella “autentica”, basata sulla qualità di una libera ricerca sul senso dell’Essere e del Vivere, emerge nella predilezione per le relazioni ristrette a poche persone significative e maieutiche, quelle figure che aiutano a maturare i veri sensi e gli autentici significati dell’Essere uomini.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Mi piacerebbe essere riconosciuto dagli altri, ma mi basta avere relazioni fidate e soprattutto un buon rapporto con me stesso.”

NOTE PSICOLOGICHE

Dopo un’apertura verso problematiche filosofiche di ampio spessore metafisico e di grossolana materialità, quale vivere la vita senza consapevolezza perché deprivati di quella “coscienza di sé” che nessun maestro ha insegnato a ricercare, il nostro giovane e inquietante eroe converge verso l’intimo e il privato e svela le sue note caratteristiche e formative, le sue predilezioni psicologiche e i suoi “fantasmi”. Degno di nota è la funzione esercitata da un tema attuale, la popolarità, con un tema psicologico, il narcisismo, nonché la scelta personale del ridimensionamento dei valori dominanti in riguardo al prestigio sociale.

Inoltre, se si vuole essere più vivi o anche immortali, si può lasciare traccia di se stessi e godersi la vita.”

NOTE FILOSOFICHE

L’attrazione verso gli altri e verso le tematiche culturali in atto è forte e contrastata. Adesso il nostro baldo ragazzino sente il richiamo della società e dei suoi miti come la popolarità e il successo, sta valutando la possibilità di vivere una Vita come costume comanda e come società propone secondo i valori edonistici del consumismo psicologico e della massificazione sociale al fine di emergere dall’anonimato. “Godersi la vita” si traduce nell’uso degli strumenti atti al benessere del Corpo e della Mente. “Lasciare traccia di se stessi” equivale all’essere nobili individualisti e maestri benefattori. Quest’ultimo valore non è consono alla “esistenza banale” e si avvicina all’onnipotenza dell’immortalità del messaggio lasciato in eredità ai posteri.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Ho paura di morire e vorrei vivere in maniera tranquilla e magari fare nella vita delle cose importanti che possano essere ricordate.”

NOTE PSICOLOGICHE

Sopravvivere a se stessi è veramente un “meccanismo di difesa dall’angoscia di morte”, è un “andare sopra la vita” per disporre di sé in maniera irreale e contraria agli eventi naturali. Dall’uso della Ragione l’adolescente filosofo sta passando ai problemi personali, sta evidenziando le angosce di base dopo aver fatto un uso precoce della “razionalizzazione”, meccanismo di difesa principe. Dalla Filosofia, che ha elaborato per lenire le angosce, alla Psicologia, il passo è breve e siamo in territori limitrofi. La psicodinamica usata dal ragazzo è di andata e ritorno, di uscita e di entrata, d’investimento e di introspezione, di relazione con gli altri e di relazione con se stesso. Il processo è proficuo e doloroso.

Alcuni altri pensano che pensare sia essere. Che l’uomo sia stato creato per pensare.”

Come non detto! Il giovane prodigio è tornato alla Filosofia e ha spolverato ben bene gli assunti di base del pensiero di Parmenide e di Hegel: l’identità di Pensiero e di Essere. Spiego: “l’Essere è e non può non essere” è un assioma, una tautologia, un principio logico di identità A è A codificato da Aristotele nel suo “Organon” e si identifica con il Tutto vivente, la Realtà Uomo-Natura. Il Tutto è Essere e l’Essere è Pensiero. “Tutto ciò che è reale è razionale e tutto ciò che è reale è razionale” è il principio che governa e giustifica lo Spirito assoluto di Hegel costituito da Idea, Natura e Spirito. La seconda frase del ragazzo pone il problema se l’uomo è stato creato per pensare e si assume la responsabilità di ammettere la creazione come motore del Tutto: “In principio Dio creò il cielo e la terra” e poi fece “l’uomo a sua immagine e secondo la sua somiglianza”. Accede alla verità primordiale ebraica di un Dio che pensa la realtà, la dice, esempio “sia la luce e la luce fu” e la crea. L’uomo può solo pensare il Tutto creato da Dio per ritrovare l’autore. Dal Panlogismo al Creazionismo biblico il salto non è da poco, ma tutto è consentito a una giovane mente aliena da conoscenze filosofiche e in preda alla risoluzione delle sue angosce esistenziali. Dalla Metafisica dell’Essere e dello Spirito assoluto si è trasbordati nel Genesi biblico.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Ma la mia sostanza è davvero soltanto il pensiero?”

NOTE PSICOLOGICHE

“Alcuni altri” è la chiara “proiezione” di se stesso e delle sue perplessità: “ma io devo soltanto e assolutamente pensare?”, e ancora “Ma io mi riduco alla mia razionalità?”, e ancora “Il mio essere è il mio pensare?”. Come si nota chiaramente le domande sono “filosoficissime”, tanto speculative che di più non si può neanche se si usa un buon candeggio, ma sono assolutamente “psicologicissime” perché vertono sulla collocazione personale in se stesso prima che nel mondo. Il giovane si sta chiedendo semplicemente “Chi sono io?” e si sta rispondendo in maniera razionale rispetto a un suo coetaneo che avrebbe usato i “processi primari” piuttosto che i “processi secondari”, la Fantasia piuttosto che la Ragione. Si tratta della solita difesa dall’angoscia e del solito uso di ragionamenti e del ridimensionamento dei “fantasmi” e delle emozioni implicite. Mi spiego meglio e mi ripeto: il ragazzo ha operato sin dal primo anno di vita e precocemente con i “meccanismi di difesa secondari” e ha ridotto al minimo l’uso dei “meccanismi di difesa primari”. Ancora meglio: il ragazzo si è difeso dalle cariche energetiche dei suoi “fantasmi”, rappresentazioni primarie degli istinti e delle pulsioni, razionalizzando le sue esperienze e raffreddando la sua realtà interiore. Procediamo con fascino e curiosità in attesa di altri sconvolgenti richiami a teorie filosofiche e ad assunti di base della “organizzazione psichica reattiva”, struttura, della nostra giovane promessa.

E’ anche vero che vivendo, pensando ed essere umani ed essere materia sia “essere”.”

NOTE FILOSOFICHE

Ritornano la tesi e la convinzione che il Vivere e l’esercizio della Vita si assimilino e si equiparino al Pensiero, inteso come attività riflessiva di stampo razionale e come “processo secondario”. Non basta, perché Vivere, investimenti di energia, e Pensare, la Mente, coincidono con la Materia umana, il Corpo. L’essenza dell’Uomo contiene un Corpo che vive e una Mente che pensa. Il nostro filosofo sta facendo i conti con la “Materia” ed è costretto a distinguere sempre più tra Platone e Aristotele, tra l’Essere dell’Idea e l’Essere della Metafisica e della categoria logica. Cartesio con la “res cogitans” e la “res extensa”, Spinoza con il suo panteismo e l’unicità della sostanza Dio, Hegel con il panlogismo e Husserl con il platonismo capovolto sono richiamati nel sincretismo spietato di questa lapidaria frase. Ricordo che l’Essere è la sostanza metafisica e la categoria logica che abbraccia il Corpo e la Mente. Fin qui la Filosofia!

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“E’ anche vero che io ho un corpo che vuole vivere e godere e che non sono soltanto pensiero.”

NOTE PSICOLOGICHE

La Psicologia dice chiaramente che il ragazzo sta cercando “sé in sé” senza un maestro. E’ alle prese con la questione amletica del privilegiare il Corpo o la Mente. Alla fine taglia la testa al toro e risolve ricorrendo alla sua unità psicosomatica. Bel colpo! L’intento programmatico esistenziale si attesta nel mantenere in fusione la Mente e il Corpo e il progetto di Vita è degno di essere vissuto insieme agli altri. E’, oltretutto, vero che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. L’introspezione è certamente l’abilità metodica su cui il giovane si è elettivamente cimentato ed esercitato nel suo scavo archeologico alla ricerca delle essenze “eidetiche”, mentali, quelle idee platoniche che sa che sono dentro di lui e non certo fuori. Ma sarà poi vero che l’armonia tra il Corpo e la Mente è la Felicità? La ricerca porta il ragazzo a partorire la sua Verità e sarà interessante vedere dove va a parare in questa sua nobile e aristocratica tensione dialettica.

Ma l’umanità è troppo terrena per significare l’universo.”

NOTE FILOSOFICHE

Questa è la frase più inquietante per uno studioso di Filosofia e di Psicologia. Anche la terminologia è degna di stupore e di interesse, una sintesi pregna di concetti da persona che ha tanto riflettuto anche linguisticamente e che sa il fatto suo. La domanda non è veramente peregrina: “un adolescente può assemblare senza difetti logici i concetti di “umanità troppo terrena”, di “significare” e di “universo”?” Ritorna il “significare”, ritorna il caro Umberto Eco e la Semiologia, il discorso sui “segni”, “signa” latino, le insegne delle legioni romane: ridurre tutto “l’universo” a segni, attribuire ai segni “significanti” e “significati”, decodificarli e tradurre l’universo in un insieme di “segni” da parte di un uomo troppo terreno. Misticismo e materialismo trovano una loro composizione nell’atto del “significare”, un’operazione che nobilita e distingue l’eccellenza umana materiale. Empito filosofico panteista decisamente degno di Benedetto Spinoza ed empito teosofico buddista albergano in un uomo “Materia e Mente” collocato in un universo come parte del “Tutto Vivente”. La Filosofia greca presocratica si sposa alla Filosofia post-socratica negli assunti culturali di base dell’uomo fuso nell’universo e dell’uomo capace e forte del suo “significare” in Logica, attribuire “segni”, ridurre in “segni”, decodificare i “segni”. Umberto Eco dall’alto o dal basso del suo “Nulla eterno” sorride ridicendo che la Semiologia siamo noi, è un’umana capacità logica di inquadramento dei dati e che il giovane fenomeno non ha fatto altro che tirare fuori ciò mentalmente ha elaborato.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Del resto, io sono un ragazzo modesto rispetto a quello che mi circonda e non posso capire e spiegarmi tutto.”

NOTE PSICOLOGICHE

Ma questo baldo e speculativo giovane si sta dirigendo verso la “sublimazione” della Materia e si sta approcciando alla sua parte spirituale inserendosi nel Tutto e trovando in esso il suo significato etereo. Del resto, un adolescente in piena formazione psicofisica vive notevoli trambusti ormonali e sconquassi relazionali ed è chiamato a rispondere alle annose questioni del “chi sono io” e del “dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Una difesa psicologica dal suo corpo in tempesta è quanto meno doverosa e necessaria. La nobilitazione delle volgari pulsioni è concessa e permessa dalla Filosofia e dal Filosofare. Ritorna il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “razionalizzazione”, benefico di suo ma non a tutte le età. Se poi si associa il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”, l’evoluzione psicofisica è particolarmente complessa e delicata. Ricapitolando la psicodinamica, si tratta di poderose capacità di astrazione messe in circolazione per un’adeguata difesa dal Corpo e dalle pulsioni, un “Io” chiamato in causa con i suoi meccanismi e processi di difesa per difendersi dalle aggressioni armate dell’istanza “Es”, il serbatoio dinamico degli istinti e delle pulsioni, nonché delle emozioni genuine e incontrollabili.

Essere fatti con ciò che è l’universo, pensare, vivere invece sono significati di essere con cui l’uomo poter fondersi con l’universo eternamente.”

NOTE FILOSOFICHE

Il sorprendente giovane conferma che l’uomo è immerso nell’universo come sua parte e partecipa della stessa sostanza, di poi opera l’atavica distinzione tra “Materia” e “Spirito”, tra il laico Corpo e la nobile Mente. L’uomo è fatto di Materia, ma l’uomo ha qualcosa di più che lo contraddistingue e differenzia dal resto dell’universo, l’uomo ha l’Essere nei due “significati” di Pensare e di Vivere, di Pensiero e di Vita. Dall’universo che contiene il “Tutto Vivente”, uomo compreso, dal “pan-Cosmismo” che esige il “Tutto materia vivente”, il nostro prepotente filosofo passa senza colpo ferire a differenziare l’Uomo nobilitandolo con il Pensiero e la Vita, meglio quella consapevolezza del Vivere che è annessa e si traduce nell’Essere. Cari lettori, capite che le questioni sono già complicate, ma vi avverto che si stanno complicando ancora di più, per cui fate in tempo a rifocillarvi di fosforo per ridestare la vostra intelligenza. Allora, ricapitolando e allargando il discorso, le attività umane nobili sono il Pensiero etereo e l’astratto Vivere; entrambi rientrano nella grande Madre dell’Essere come “significati”, portano i segni e i sensi parziali dell’Essere. Il Dio di Spinoza è il grande Essere da cui derivano gli infiniti “attributi” e da cui conseguono gli infiniti “modi” dell’unica Sostanza Essere, Dio. Pensiero e Materia sono i “modi” che riguardano direttamente l’Uomo. Ma non basta, perché il giovane talento dopo la fusione panteistica riporta tutto nell’individualità e opera la scissione dall’Essere secondo le coordinate greche già conosciute. L’uomo si è staccato dal Tutto Vivente, “Ilozoismo”, e ha commesso il peccato originale della Cultura greca, la “ubris” o ira o violenza. L’autonomia del “conosci te stesso” si paga con il senso di colpa di aver rotto l’unità del “Tutto” e di avere affermato la “Parte”, come Adamo quando disubbidisce all’ingiunzione di Dio. Dal “Tutto” ti stacchi individuandoti e al Tutto ritorni affinché la Morte non sia angoscia e il distacco non sia un perdita depressiva. Il prezzo che si paga all’autonomia psichica e alla “coscienza di sé”, Essere come Pensare e Vivere, si riscatta in quanto è l’unica possibilità che l’Uomo ha per poter ritornare al Tutto Cosmico e per purificare la colpa della necessaria rottura dell’unità e dell’equilibrio del Tutto Vivente.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Eppure mi piacerebbe essere parte di un tutto e stare bene senza differenziarmi dagli altri.”

NOTE PSICOLOGICHE

Il giovane talento sta parlando di sé in termini filosofici, usa il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “proiezione” per non prendere coscienza del suo normale bisogno di dipendenza affettiva e psichica. Continua a usare il meccanismo di difesa della “razionalizzazione” traslandolo nella Filosofia, in un concetto sul Cosmo, la Grande Madre, che oscilla tra fusione e distacco, proprio le psicodinamiche che ha vissuto e sta vivendo in questo momento della sua esistenza: autonomia e far legge a me stesso o dipendenza psichica dalla madre e dal padre. Questa è la sua strenua battaglia in linea con i tempi e con le relazioni. Uscito dalla “posizione psichica edipica”, conflittualità con i genitori, si avvia verso la “posizione psichica genitale”, sessualità rivolta all’oggetto del desiderio e senso-sentimento di donazione. Questo passaggio è importante per l’evoluzione psichica. Ma bisogna anche considerare l’esito della “posizione psichica fallico-narcisistica” nella quale il soggetto si compiace di se stesso e delle sue capacità chiudendosi in una dimensione solipsistica. L’autocompiacimento delle proprie doti intellettive e della propria persona è ben visibile nel nostro piccolo genio, così come l’amor proprio. Si profila nel paragrafo il ritorno alla fusione dopo il distacco, il ritorno al padre e alla madre dopo la separazione, ma sono psicodinamiche “in fieri” e che si possono controllare. E’ opportuna una nota sul concetto del “Tempo”. Quest’ultimo viene concepito non lineare ed evolutivo, ma circolare e basato sulla ripetizione degli schemi dinamici e dei contenuti. Il “breve eterno” psichico, la dimensione del presente in atto nell’Io consapevole, spiega questa intuizione del ragazzo: tutto ciò che è presente nella coscienza esiste e di questo si può parlare sempre al presente.

Con questo testo mi oppongo all’ateismo, l’umanità senza religione, che crede di sapere di più, la quale non sa però fondere l’universo con l’uomo.”

NOTE FILOSOFICHE

Pensate, pensate! Un ragazzo di undici anni si oppone all’ateismo con un testo umanistico sintetico che suppone conoscenze e formazione filosofiche di alto livello. Il processo psichico di “sublimazione” dell’angoscia depressiva della perdita funziona bene e viene chiamato in causa. Il grande peccato originale viene fissato “nell’umanità senza religione” che crede di sapere di più del creatore, Scienza, e non sa fondersi con l’universo e non sa vivere in simbiosi, il Panteismo di Spinoza. Spiego: dice il ragazzo intraprendente che l’uomo deve fondersi e non scindersi con l’universo creato da Dio e che la Scienza è anti-ecologica. L‘uomo deve tornare a Dio da cui proviene e la “coscienza di sé” è fondamentale per questo recupero dell’unità del Tutto Vivente. Allora, l’uomo si è scisso da Dio creatore dell’universo e a lui deve ritornare tramite la “coscienza di sé” e non il “Sapere” generale che è arrogante e peccaminoso perché è come un competere con il Creatore. L’uomo crede di sapere più di Dio, ma la Scienza non serve per il ritorno al Padre o alla Madre o al Tutto Vivente e semplicemente perché salvifica e indispensabile è soltanto la “coscienza di sé”. L’Uomo ricerca il suo posto nell’universo e la sua dipendenza da Dio, da un Assoluto, da un Principio. La Religione è da intendere non come un insieme di temi fideistici desunti da varie professioni storiche, ma come un bisogno psicologico di dipendenza e di ricollocazione di un Uomo alla deriva nell’universo. Il giovane talento si schiera contro l’assenza e la negazione di Dio. Non è vero che Dio è morto, al contrario è l’Uomo che senza Dio è Nulla.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Io non posso vivere da solo. Devo vivere con gli altri e devo avere dei valori importanti, ma soprattutto devo riconoscere quelli che mi stanno attorno sin da quando sono nato.”

NOTE PSICOLOGICHE

Ritorna il processo di difesa dall’angoscia depressiva di perdita della “sublimazione”. Il meccanismo, sempre di difesa, della “razionalizzazione” supporta l’elevazione al cielo e il richiamo verso l’alto. A undici anni tale ricorso e tali usi sono assolutamente normali se usati nelle giuste dosi. La “libido” o energia vitale non è gustata nella sua essenza istintiva e pulsionale, ma viene edulcorata e commutata tramite la Ragione e la speculazione in una ricerca astratta di verità storiche e ataviche. L’Io prevale sull’Es, come si è rilevato in precedenza, le attività di vigilanza e di autocontrollo controllano le pulsioni e offrono un adolescente cresciuto in fretta per difesa e più razionale di un cosiddetto adulto in circolazione nei circuiti televisivi e politici. Riemerge il bisogno di chiusura in un ambito familiare dopo un’apertura al mondo e a coloro che lo abitano. Il giovane è in contrasto con l’introversione e l’estroversione intese come strategie psicologiche ed esistenziali. In questo conflitto l’uso della Ragione non lo aiuta, ma lo allontana dalla giusta collocazione psicologica di un “sé” adolescente. Chi spada ferisce, di spada perisce. Troppa e precoce razionalità non formano il genio, ma un bambino in sofferenza.

Quindi per conquistare l’universo bisognerà essere religiosi ed avere un pensiero più esteso, oltre l’umanità.”

NOTE FILOSOFICHE

La proposta costruttiva e soteriologica è, di conseguenza, quella di tornare alla fusione con Dio creatore tramite la sua creazione, l’Universo, e di avere gli orizzonti allargati e alieni dalle bassezze terrene e materiali, “un pensiero più esteso, oltre l’umanità”. Alzare lo sguardo al Cielo e rifondersi con il Creatore tramite il creato, “l’universo”, in cui l’Uomo è stato a suo tempo inserito a pieno titolo privilegiato. La grecità della “ubris” si fonde nuovamente con il Panteismo e la Religione viene intesa come avere un Pensiero, una Filosofia allargata che specula non scientificamente sulla Realtà vivente, ma globalmente come ricerca della giusta collocazione dell’Uomo, la creatura che si pone come “significante”, che “sa di sé” e delle sue mirabili capacità progressive, del suo ruolo e del suo metodo per risolvere i suoi problemi e le sue angosce. L’Uomo è colui che interpreta i “segni”, decodifica, e dà i “significati” alle Cose della Realtà Vivente proprio perché ha in prima istanza dato a se stesso la Verità di sé, la coscienza del suo Essere. I richiami filosofici abbondano e sono gli stessi che abbiamo incontrato nel corso di questa analisi polivalente, a metà tra la Filosofia e la Psicologia dinamica.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Per affermarmi chiedo a me stesso di avere tanti ideali e tante relazioni umane significative e non formali.”

NOTE PSICOLOGICHE

Le angosce di un ragazzo di undici anni che si è ben individualizzato, che “sa di sé”, che viaggia verso l’autonomia psicofisica e che deve risolvere le dipendenze psichiche e soprattutto affettive dai genitori e dalla famiglia, queste sono le angosce e i conflitti del nostro spigliato giovane. Tra una benefica “regressione” difensiva al grembo materno e un bisogno di essere privilegiato in un ruolo nobile e impegnativo scorre il recupero da parte del protagonista di una umanità che va oltre l’umano. Cosa vuol dire “oltre l’umanità”? Si richiama la filosofia disorganica di Nietzsche e il testo “Umano, troppo umano” e la speculazione sul Superuomo, andare “oltre l’Uomo” per l’appunto. I concetti di “Super” e di “Oltre” prospettano una dimensione psichica al di là della consapevolezza dell’Io. Freud aveva individuato l’Inconscio come la dimensione psichica ancora inconsapevole e che vuole emergere alla Coscienza con tutto il suo carico energetico, un buon alleato per far nascere tutto quello che si è prospettato in noi e che ancora non ha trovato la sua naturale realizzazione: la creatività e la Fantasia non divergono dalla Scienza tramite e in grazie al Sapere di sé, condizione unica per la risoluzione dei conflitti psico-relazionali. Atteggiamenti psichici e modalità mentali sono stati tradotti in pensieri e in Scienza. Dalla dipendenza all’emancipazione tramite il “sapere di sé” come condizione del “sapere dell’Altro” e della Natura, è questo il tragitto che segue L’Essere tramite il Pensiero. Senza autocoscienza il Pensiero non progredisce e l’uomo non è autentico nel suo vivere e non può reinserirsi nel “Tutto Vivente” da cui ci si era scisso.

Che voi, dopo questo testo, siate!”

NOTE FILOSOFICHE

La conclusione del testo tesse religiosamente l’elogio dell’arroganza e della buona onnipotenza, quella che non si lascia aggredire e combattere per la sua connaturata generosità. Sorprendente e incredibile è il monito del pontefice massimo che ha elargito la buona novella, la metodologia umana ed esistenziale intorno alla Verità e alla sua gestione. La Verità è sempre ammantata di sacro e si nasconde per lasciarsi cogliere soltanto dall’uomo che la cerca e le toglie il Velo di Maya. Fu così al tempo dei Greci e dei grandi sacerdoti, fu così al tempo di Socrate, di Budda e di Cristo, fu così al tempo delle religioni monoteistiche. Con la morte di Dio l’uomo è rimasto solo e attende il prossimo Ente e la sua Verità. Mi piace concludere con la rielaborazione dei temi di Nietzsche.

TRADUZIONE PSICOLOGICA

“Questo è l’augurio che faccio a me stesso dopo la presa di coscienza che mi ha consentito questa riflessione sul significato di Essere. Adesso sono pronto a migliorarmi.”

NOTE PSICOLOGICHE

Il nostro benamato ragazzo benedice quel popolo a cui ha elargito la sua Verità e auspica il ritorno all’Essere tramite il Pensiero. L’auspicio è rivolto a se stesso e il bisogno della “coscienza di sé” è la traduzione del suo cammino di vita e del suo travaglio psichico. Dalla Ragione al ritorno al sacro e al mistero, questo è il processo seguito e foriero di buoni progressi.

Dai, allora, caro e sconosciuto amico mio, metticela tutta e avanti con giudizio e con modestia. La strada intrapresa è quella giusta. Buttati fuori e comprova con gli altri che quello che tu pensi è condivisibile e accettabile. E non dimenticare mai il corpo quando esci con la persona che ti attizza.

Questo è quanto.

DOMANDE & RISPOSTE

L’analisi del testo del giovane portento è stata affidata alla riflessione di un collega con cui condivido la formazione filosofica e psicologica, nonché la passione per gli spaghetti alle cozze e i cannoli alla ricotta della Fattoria Italia in quel di Solarino. Il colloquio è stato proficuo e chiarificatore.

Collega

Ho visto che ti sei dilungato nell’analisi di questo testo. Ti è piaciuto? Ma un ragazzino di undici anni può scrivere queste cose?

Salvatore

Mi è piaciuto un casino e non mi ha sorpreso. Non ho alcun dubbio che si tratta di farina del suo sacco. Il testo non può essere stato manomesso o copiato o ispirato da chissà chi e da chissà cosa. Lo ha scritto in maniera consona alla sua età e formazione. Non può aver copiato perché quello che afferma è logico-consequenziale e dimostra di averlo ben elaborato e capito. Non poteva certo scrivere quello che non sapeva e che non aveva pensato. E poi la titubanza della forma fa capire il travaglio del cimento più grande di lui e alla sua portata non per grazia ricevuta, ma per la tendenza a macerarsi sui grandi problemi e sui grandi sistemi che poi sono i suoi conflitti e i suoi dubbi.

Collega

E allora come lo spieghi questo exploit?

Salvatore

Questo ragazzo ha messo per iscritto le tematiche umane universali e lo ha fatto seguendo linee principali della sua formazione psichica. E’ un giovane prevalentemente introverso che si è costruito dopo tanta riflessione e che ha privilegiato sin da piccolo la sua razionalità e ha trascurato le sue emozioni. Tecnicamente ha preso paura della vita dei “fantasmi” ed è stato educato al cinquanta per cento a ragionare sulle cose e per il resto ha scelto di usare la testa. A livello psicodinamico ha usato “meccanismi psichici di difesa dall’angoscia adulti e secondari”, ma anche i “meccanismi primari” sono presenti. Comunque il ragazzo da piccolissimo, primo anno di vita, ha elaborato pochi “fantasmi” perché per paura li ha voluti subito razionalizzare e capire. Da questa esigenza primaria di soluzione dell’angoscia nasce il filosofo, meglio la tendenza riflettere e a filosofare sui temi essenziali dell’esistenza. Tutto qua! Secondo me ha una buona dose di narcisismo e un culto di sé che lo ha portato a differenziarsi dagli altri e a coltivare se stesso. E questo tratto psichico va considerato perché danneggia il gusto della vita.

Collega

Ma quello che hai tirato fuori di filosofico capisco che risponde a verità e non è strappato con i denti, ma mi pare che ti sei troppo allargato sui temi anche perché il tuo amore per la Filosofia non è mai tramontato. Pensi che chi leggerà la decodificazione potrà condividere quello che hai scritto?

Salvatore

Io lavoro di gusto e per mio gusto, tutto il resto è importante ma non determinante. Mi diverto finalmente a essere libero di trovare connessioni e richiami senza dover rendere conto agli addetti ai lavori. Le implicazioni e le contaminazioni mi esaltano. Io sono un teorico della necessità di riattraversare tutto quello che è stato detto in vario modo anche perché tutto è stato detto e adesso si tratta soltanto di approfondirlo, di rimetterlo insieme e di applicarlo alla scienza per migliorare la realtà degli uomini e della Natura dell’Essere, per dirla con le note del ragazzo.

Collega

Che idea ti sei fatto di questo ragazzo?

Salvatore

Dimmi la tua.

Collega

Sai che non sono bravo a descrivere e a cogliere i dettagli come te, soprattutto a metterli insieme per formare un quadro plausibile.

Salvatore

Minchiate! A te la parola.

Collega

Un bambino introverso si è evoluto in un ragazzo che teme di essere diverso dai suoi coetanei e che tende a isolarsi per la paura di non essere capito. Da piccolo si è risparmiato le angosce legate alle rappresentazioni del suo Io e ha precocemente cominciato a ragionare e a farsi una ragione di tutto. La paura della sua strategia adulta lo ha esaltato ma anche addolorato per la difficoltà a mettersi in contatto mentale ed emotivo con i suoi simili. Il meccanismo di difesa poco usato è lo “splitting”, la scissione delle rappresentazioni mentali primarie o fantasmi, a tutto favore della “razionalizzazione”. Come vedi, ho confermato quello che hai detto.

Salvatore

Per paura ha goduto poco la bontà creativa della sua Fantasia. La parola è stata usata per i grandi concetti e non per le mille stronzate dell’infanzia.

Collega

Ai genitori cosa dici?

Salvatore

Che hanno un figlio eccezionale e geniale e suggerisco, a loro e a tutti quelli che interagiscono, di materializzarlo al massimo, di portarlo con i piedi per terra e di insegnarli alla Feuerbach che “l’uomo è anche e soprattutto ciò che mangia” o qualcosa di simile.

Collega

Stasera a casa tua?

Salvatore

Il proverbio dei contadini siciliani dice in lingua italiana che “quando è ora di mangiare arrivano tutti i miei compari, ma quando è ora di lavorare non arriva neanche un cornuto per aiutarmi”. Ecco, tu sei uno di questi cornuti! Ci vediamo dopo, ma non ti presentare senza una guantiera di cannoli di Girlando.