MA L’AMORE NO – ATTO QUARTO

Forse te n’andrai

e d’altri amori le carezze cercherai,

ahimè!

E se tornerai, già sfiorita

ogni dolcezza troverai in me.”

Ahimè!

Ahi me, misero e tapino,

ahi me, pecorone e cacasotto,

ahi me, nato male e malnato,

ahi me, cornuto dalla nascita,

ahi me, edipico e impotente!

E così ti mando via,

non vai via tu,

ti mando via io,

ma non basta,

ti istigo a delinquere,

ti do un uomo con cui concubire,

un maschio con cui concubare,

come Soeren con il suo don Giovanni,

con il suo seduttore senza nerbo

e tutto miele melenso mieloso,

quello che seduceva e non concludeva mai,

quello che conduceva con sé e non quagliava.

E così a Cordelia procurerà Pierino e Pincopallo,

Giobattino e Giobatta,

Sempronio e Bortolo

e tutti lo faranno becco e contento,

mentre lei sarà la scervellata di turno,

la traditrice di sempre,

la sempliciotta veneta delle baruffe chioggiotte,

la cammarera di Jonny u pizzaiolo.

Che stereotipi, mamma mia!

Ma siamo in chiesa o in tribunale,

siamo in un bordello o in un casino,

siamo in un lupanare o in discoteca,

siamo nella camera dei lord o dei comuni,

siamo nella redazione di un giornale o di una rivista,

siamo in un telegiornale pubblico o privato?

Dove siamo, perbacco baccone?

Ditemi chi è questo scellerato,

nato becco e morto cornuto,

che auspica le carezze cazzute di un maschio

mandando la donna da amare con cura e premura

nelle braccia di un bracconiere dal fucile facile.

Povera donna,

deve anche tornare

dopo essere stata in vario modo svarionata

a causa di un uomo affetto da impotentia coeundi,

da impotentia vivendi,

da impotentia existentialis,

potest nihil,

nihil potest,

o podestà,

nihil potest,

o capitano,

nihil potest,

o cavaliere,

nihil potest,

o gerarca,

nihil potest,

o mammasantissima,

nihil potest,

o giudeo,

nihil potest,

o marrano,

nihil potest,

o buffone,

nihil potest,

o colonnello.

Qui ci vuole un soldato,

un buon soldato,

un vero soldato,

un soldatino di ferro e non un generale di latta,

qui ci vuole il mio amico Scarpel,

il fante Luigino,

il bersagliotto Gaspare,

il marinaio Carmelo.

Qui ci vuole un maschio con i posperi e i coglioni,

qui ci vogliono i maschi di Sergio,

un bello, un cattivo, un buono.

Ma anche questa è stereotipia.

Mamma mia quanta stereotipia!

Questa è la solita becera stereotipia sulle donne.

O Carlotta,

tu mi hai messo nelle vene una passione sottile,

la ricerca di un nuovo soggetto,

di un nuovo verbo,

di un nuovo predicato.

Leggerò il tuo “Memoria delle mie puttane allegre”,

in ricordo oppositivo de “Le mie puttane tristi” di Marquez,

Domani lo comprerò nella libreria di Rosario,

l’antica e vetusta casa del libro di Rosario Mascali

in via delle Maestranze al civico 72,

nella fetida e rattizzata isoletta di Ortigia

ormai in preda a extra e in,

a comunitari e a non comunitari,

a uomini e a caporali,

a mezziuomini e a briganti,

a ominicchi e a ladroni,

a quaraquaquà e a politicanti.

Compratelo anche voi,

o arditi marinai,

nelle vostre moribonde librerie.

Io domani andrò in Ortigia.

Di poi andrò a votare.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 15, 09, 2022

MA L’AMORE NO – ATTO TERZO

Io lo veglierò, io lo difenderò

da tutte quelle insidie velenose

che vorrebbero strapparlo al cuor,

povero amor.”

Ditemi,

chi è quell’uomo

che sembra un angelo,

sorride a tutti

e tutti gli sorridono,

cammina per le strade come in estasi,

chi è?

Io,

io sono io,

proprio io,

solo io

che amo te

e vivo solamente

per amare te.

Strappi dal mio cuore,

o insidia velenosa,

il povero amor che mi sostiene,

mi avvince,

mi avvinghia,

mi scalza,

mi sobbalza,

mi annichilisce,

mi svariona,

mi disorienta.

O insidia,

o insidia,

perché non rendi poi

quel che prometti allor?

Perché di tanto inganni gli innamorati?

Quelli dell’amore vegliato,

quelli dell’amore difeso,

gli innamorati della Retorica,

dell’arte di convincere per esaurimento scorte,

dell’Eristica,

dell’arte di trascinare insieme alle parole,

di persuadere,

dell’arte di appagare con dolcezza le voglie matte,

dell’Oratoria,

dell’arte del bel parlare forbito ed ecologico.

Ma quel che è bello non è sempre buono

e quel che è buono non è sempre bello.

Manca la via di mezzo del giusto,

manca il giusto,

l’amore giusto che va dall’avvocato azzeccagarbugli

e si fa difendere a botte di carte da cinquecento,

le ex spigliate e sudate carte della banca europea,

quella del drago dragon ammazzabuffon,

quella del Cerutti Gino,

il mago del bar del Giambellino,

quello che da solo gioca al biliardo.

Quante storie e quante parole

per un amore andato a male

dentro il cartone del latte

in un frigo che va a corrente alternata

per insolvenza di bolletta boom e boom.

Andè tutti a cagher!

Mi vui sol che na femena da amar.

Sbalie o son just?

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 09, 2022

MA L’AMORE NO – ATTO SECONDO

Ma l’amore no, l’amore mio non può

disperdersi nel vento con le rose,

tanto è forte che non cederà,

non sfiorirà.”

Le rose al vento,

la rosa scarlatta,

le rose hanno le spine,

la rosa s’incarna,

la rosa è anche rossa.

Ma cos’è questa rosa?

Cos’è questa rosa

che deve disperdersi nel vento insieme all’amore?

Questa rosa così forte non perderà i petali,

non invecchierà lentamente fino a morire,

resterà viva,

sempre viva,

è eterna e onnipotente,

omnia potest

perché questo amore è mio,

è il mio amore,

quello di un uomo che ama una donna,

ama la rosa,

ama la sua rosa.

Ma tutto questo non è amore.

Il vento soffia e nevica la frasca,

ma le rose non sfioriscono,

la rosa bianca,

la rosa gialla,

la rosa rossa,

la rosa nera,

la rosa scarlatta,

la rosa mulatta,

la rosa rosata,

la rosa.

Io, tu e le rose.

Quante rose attorno a noi

che ammicchiamo e accattoniamo,

che odoriamo e slinguazziamo.

Finalmente un po’ di coraggio!

Sursum corda,

animo ragazzi,

in alto i calici,

andiamo alla conquista delle rose.

Rosa dolze e aulentissima

c’apari in ver la state,

le donne ti desiano pulzelle e maritate.

Forte è la focora

che spinge il testosterone

verso la Botanica simbolica di una donna d’amare.

Ma tutto questo, oggi, non è amore.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 20, 08, 2022

MA L’AMORE NO

ATTO PRIMO

Guardando le rose fiorite stamani,

io penso che domani saranno appassite.

E tutte le cose son come le rose

che vivono un giorno, un’ora e non più.

Quanto pessimismo individuale e cosmico!

Quanta sfiga personale e collettiva!

Quale disgrazia incombe su questi uomini di ieri,

su queste donne appassionate e devote,

sempre di ieri cinquanta,

baffute e naturali,

senza trucco e senza inganno,

che si facevano sognare loro malgrado,

che ci facevano desiderare nostro malgrado.

Povere donne e poveri uomini di ieri!

Il Pessimismo è alla Jacopo e alla Giacomo,

alla Arthur e alla Arturo inculato da Zoe la sciancata,

alla Soeren il matto dopo il rifiuto di Regina,

alla Francoise ben parodiata da Catherine,

la sensual garbata partita dianzi per le Langhe infernali.

Tous le garcons e les filles de mon age

hanno tutti qualcuno da amare,

tutti i ragazzi e le ragazze della mia età

fanno insieme progetti d’amore

e la mano nella mano

se ne van piano piano,

se ne van per le strade a parlare dell’amore.

Solo io devo andare sola sola

senza uno straccio di uomo che mi ami.

Allora era così.

Guai a dire uno straccio di donna.

E la Juliette dove la mettiamo?

Tutta vestita di nero la Greco

avec Jean Paul e Simone al Bec de Graz de Paris,

i due menagrami dell’Esistenza filosofica

con le Gauloises eternamente

tra le labbra smunte e ossidate dalla nicotina,

con le dita gialle di impudicizia carnale,

trasgressivi e maledetti in attesa del Rien,

du Rien de rien,

toujours sans regretter rien,

ostinati nel rifiuto dei santi e delle statuette di gesso,

della pittura sacra nelle gallery del boulevard de la Seine.

L’Esistenzialismo è un Umanismo?

L’Essere è veramente il Niente?

Mancava lo Straniero di Albert

per completare l’opera dei Pupi francesi.

Carissimi stramaledetti,

Orlando e Rinaldo e Angelica,

vengo a voi e vi dico che

la Vita non è dolore,

non è angoscia sacra o profana,

la Vita non è una colpa da espiare,

non è un peccato mortale,

non è ubris e tantomeno condanna.

La Vita è alla Orazio,

al carpe diem e alla va in mona.

Tutto è nulla,

ma l’Amore è Tutto e sempre,

l’Amore vincerà sull’Odio,

checchè ne dica Empedocle di Akragas

e le sue quattro radici,

l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco,

le sostanze famose di Silvanetta da Barcellona

in quell’alberghetto bordello di Onè di Fonte.

Eppure si desiderava,

ma eravamo i tabù a quadretti di liquirizia pura,

gli eredi di quei fascisti e di quella cultura

che non era morta nel 1943.

Albergava nei nostri cuoricini ignudi

e nelle nostre menti infanti.

Eccome albergava!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 01, 05, 2022

AL MARE

Domani andrò al mare.

Domani ti telefonerò.

Al mare tutti telefonano ogni giorno.

Al mare tutti telefonano a tutti sempre.

Io non voglio essere da meno.

Al mare tutti telefonano.

Io non sono diverso.

Al mare tutti telefonano a tutti.

Io domani andrò al mare.

Io domani ti telefonerò dal mare.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 02, 09, 2022

LA CABINA TELEFERICA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di trovarmi all’interno di una villa con un gruppo di persone di cui ricordo chiaramente soltanto il mio vicino di casa.

Qualcuno voleva ucciderci tutti.

A un certo punto entriamo in una cabina mobile sospesa in aria che dal palazzo porta al giardino e, mentre siamo tutti all’interno, la teleferica si spezza e cadiamo nell’erba senza alcuna conseguenza.

Il mio vicino di casa non vuole mollare la presa della cabina, ma, dopo avergli assicurato che non si sarebbe fatto male, si lascia andare senza conseguenze.

Mi trovo all’interno della cabina e dopo all’esterno e sono al suolo e non ho una visuale dall’alto.

Sono minacciato dal tizio che voleva ucciderci, ma me la cavo con degli stratagemmi e con le parole.

Ricordo di essermi trovato anche dentro un ascensore.”

Così e questo ha sognato Mario.

INTERPRETAZIONE

Ho sognato di trovarmi all’interno di una villa con un gruppo di persone di cui ricordo chiaramente soltanto il mio vicino di casa.”

Mario all’inizio del suo sogno socializza bene e si trova bene nella massa anonima. Soltanto per il suo “vicino di casa” mostra una certa memoria, per il resto tende a rimuovere, a non pensare, a non concentrarsi, come se la precisione mentale e la vigilanza psichica fossero operazioni minacciose per la sua integrità mente-corpo. Questa tendenza alla smemoratezza e alla superficialità è indizio di tanto travaglio psichico incorporato e sempre in procinto di emergere e di esprimersi. Aggiungo che il “vicino di casa” è l’alter ego o l’alleato psichico o lo schermo su Mario cui può “proiettare” i suoi vissuti traumatici e le sue angosce profonde, i suoi film dell’orrore e le sue fantasie truffaldine. Meglio avere sempre un portacenere a portato di mano, piuttosto che buttare la cenere e la cicca in mezzo alla strada e tanto meno d’estate sulla spiaggia.

Qualcuno voleva ucciderci tutti.”

Quanta aggressività mortifera sin dall’esordio!

Mario esplode con la sua carica aggressiva nei confronti di quella gente massificata e anonima che lo circonda, come se avesse un conto in sospeso con gli altri, come se temesse la presenza delle persone anonime per quello che possono pensare, dire e fare. Mario vuole liberarsi di tutti quelli che vive come una seria minaccia alla sua sopravvivenza, alla sua persona e alla sua dignità. “Tutti volevano uccidere qualcuno”, questo è il corretto e giusto capovolgimento della frase di Mario. E questo “qualcuno” era proprio Mario. Pur di difendersi, cosa non si fa di legittimo e di illegittimo. Datemi una pistola e mi difenderò da solo e grazie alla legge, come gli americani e i soliti idioti.

Ma perché Mario ce l’ha tanto e a morte con la gente che lo circonda?

Perché questa paturnia paranoica?

A un certo punto entriamo in una cabina mobile sospesa in aria che dal palazzo porta al giardino e mentre siamo tutti all’interno, la teleferica si spezza e cadiamo nell’erba senza alcuna conseguenza.”

Mario in apparenza salta di palo in frasca, ma in effetti resta fermo a elaborare la sua carica aggressiva e la investe in ogni dove e in ogni quando, anche nell’aria dove ci si può librare come una libellula. E’ interessante la caduta dall’alto verso il basso, in quanto descrive il processo psichico difensivo di “materializzazione”, di ricorso alla realtà e ai suoi principi, di destituzione della tendenza, altrettanto difensiva, alla “sublimazione della libido”, di mettersi al servizio degli altri per essere accettato perché sono io il primo a non accettarmi, di ricevere una carta d’identità sociale da chi frequento e da chi mi frequenta e anche da coloro che non mi conoscono e però mi vedono. La catastrofe incombe nell’economia psichica di Mario e non si può stare con i piedi per terra e camminare regolarmente e magari correre su un verde prato o sulla realtà che promette benessere e prosperità. No, si deve sempre cadere e rompersi le ossa del collo, farsi male perché dagli altri m’aspetto soltanto male e perché non posso che meritare soltanto disprezzo. La “cabina mobile sospesa nell’aria” rappresenta una protezione, un involucro che tutela Mario come una placenta o un grembo che accoglie un feto. Per fortuna tutto bene è quel che finisce bene. Mario atterra insieme agli altri semplicemente perché ha ridotto la sua carica aggressiva e può sognare che tutti si salvano dopo la fantasiosa marachella della teleferica che si spezza. Mario può ripartire dal prato, dall’erba dove è caduto, può riprendere dalla vita di tutti i giorni. L’attacco di paranoia acuta è passato, ma non è del tutto superato. Prima o poi ritorna come le fasi della capricciosa luna.

Il mio vicino di casa non vuole mollare la presa della cabina, ma, dopo avergli assicurato che non si sarebbe fatto male, si lascia andare senza conseguenze.”

Ahi ahi ahi, una parte di Mario, il “vicino di casa”, l’alleato, “non vuole mollare la presa della cabina” ed è rimasto attaccato alla teleferica e completamente sospeso nel vuoto. Sarebbe stato troppo bello che Mario si fosse sbarazzato della sua carica persecutoria e si fosse allineato con gli altri e riconciliato con la società. Non è così, perché la tendenza paranoica persiste nel tratto che è stato esaltato dal vivere quotidiano, un tratto che esige una diffidenza degli altri, una minaccia negli altri, un’avversione al giudizio supposto degli altri sulla sua persona. Purtuttavia, Mario riesce a convincere se stesso a lasciarsi andare e a conciliarsi con la realtà anche se difficile e problematica. Ricordo che la “cabina” rappresenta quel grembo materno e protettivo da cui Mario deve staccarsi per acquistare la sua autonomia psicofisica. E questa operazione esegue l’onnipotente Mario e al completo e tutto intero: lui in persona e il suo “vicino di casa” altrettanto in persona.

Viva la libertà e viva la vita!

Mi trovo all’interno della cabina e dopo all’esterno e sono al suolo e non ho una visuale dall’alto.”

Mi sento protetto all’interno della madre, ma posso anche stare fuori dal grembo e vivere la realtà di tutti i giorni anche se non riesco del tutto a essere concreto e a materializzarmi abbandonando il processo di “sublimazione” della mia aggressività quando non mi sento importante e voluto bene dalla gente. Mario dice a se stesso di non essere un uomo concreto e pratico, fattivo e costruttivo per se stesso e di non poter continuare a “sublimare la sua libido” mettendosi al servizio degli altri, invece di realizzare il suo bene e di vivere il suo piacere. Mario è onnipotente e ha il dono dell’ubiquità, si trova dappertutto e in ogni luogo trova un problema, accusa una difficoltà, presenta un trauma da risolvere. Mario oscilla maledettamente tra il bisogno di dipendenza e la necessità dell’autonomia psicofisica. Mario deve liberarsi dalla tutela della figura materna e aspirare alla libera gestione della sua persona e delle sue risorse umanissime. Mario non vuole perdere nulla, vuol continuare a “sublimare”, a “materializzare”, a stare con gli altri e ad aggredire la gente da cui non si sente apprezzato e amato. Fa tutto lui in questo bailamme tutto napoletano, più che francese.

Sono minacciato dal tizio che voleva ucciderci, ma me la cavo con degli stratagemmi e con le parole.”

L’attacco di paranoia è ritornato in pieno e con tutte le sue cariche mortifere, ritorna il “qualcuno” dell’inizio del sogno che aveva minacciato di uccidere tutti e adesso si presenta come il “tizio”, quella parte psichica paranoica di Mario che si sentiva insidiato nella sua sopravvivenza dagli altri e dal loro giudizio. Ritorna quel Mario che tende ad aggredire per non essere aggredito e che immancabilmente si sente aggredito da tutti e da nessuno perché non può fare a meno di vivere in mezzo agli altri anche se ne teme la presenza mentale e visiva, la presenza e il giudizio. Ma le risorse del nostro attore protagonista sono quasi infinite, per cui Mario ricorre alla razionalizzazione del suo stato psicofisico con le parole e i ragionamenti, con le azioni e le arti retoriche, con i sotterfugi contingenti e le illusioni momentanee. E in questo modo può andare avanti con il suo conflitto intrapsichico, la paranoia, e il suo conflitto relazionale, la gente maligna. “Accettare se stesso tramite la razionalizzazione”: questo è il progetto psicoterapeutico principe in questa surreale diatriba di Mario con se stesso.

Ricordo di essermi trovato anche dentro un ascensore.”

Ritorna la protezione della madre e il bisogno di essere tutelato. “L’ascensore” ha il pregio di andare su e giù, di “sublimare la libido” e di “materializzare la libido”, di nobilitarla nel piacere altrui e di concretizzarla nel piacere personale. “L’ascensore” è veramente il simbolo giusto per attestare il simbolismo della condizione psichica altalenante e ballerina di Mario. Bisogna tendere all’autonomia psicofisica, qualunque sia lo psicodramma esistenziale di Mario. Bisogna liberarsi dalle dipendenze e rassicurarsi sulla presenza degli altri, al di là delle loro impressioni e convinzioni. Bisogna che Mario faccia perno su se stesso e non elabori pericolose fantasie persecutorie che gli fanno perdere il contatto logico e vigilante con la realtà, la vera e oggettiva realtà e non la neo-realtà che Mario tende a costruire per difendersi dal coinvolgimento e dal rischio sociale. Bisogna che Mario si comprometta con la gente e si mischi con gli altri rischiando di godere. E allora ben venga il detto antico del “chi non risica non rosica” e la memoria, altrettanto antica, del “cave dementiam”, “occhio alla paranoia”, che è una brutta bestia, aggiungo io.

L’interpretazione analitica del sogno bizzarro di Mario si può concludere con questa prognosi e con i detti popolari e non.

Alla prossima.

CANTO D’AMORE ARABO

Voglio proprio te,

voglio che tu diventi mia moglie.

Ora che sei diventata l’amata del mio cuore

vai a prendere gli anelli,

o sposa di tutte le spose.

Ho annunciato alla famiglia

che tu sei l’amata del mio cuore.

Voglio che tu sia la mia passione e la mia follia,

per me dolcissima,

o amata del mio cuore.

Voglio fare per te un corteo nuziale.

Non mi bastano i sospiri

per te che sei tutta delicatezza e leggerezza,

o amata del mio cuore.

Voglio farti camminare su fiori,

voglio cantare di te,

voglio che tutti parlino di te,

o amata del mio cuore,

tu che sul mio cuore riposi,

tu che accresci la mia felicità

e sotto le miei ali dormi.

Traduzione di Bruna Gelardi

Siracusa, 20, 08, 2022


A MILANO

A Milano non crescono i cardi,

i cardi mariani in onore della Madonna nera,

tanto meno i cardi silvestri in odore di rose rosse,

drupacee vespertine e asteracee maioline,

rampicanti e rampanti come i lumbard sui grattacieli di vetro

della benemerita ditta Pamela & Lisa di Conegliano veneto,

i cardoni non abitano in qualche attico sopraffino di vip e controvip

pagato da altri come se niente fudesse al culo,

tutta gente di merda o gente di classe

che ostenta augelli maldestri alle tose in calore

e scassa le balle oneste dei poveri pescatori di frodo nell’Adda,

quelli che nell’esodo festoso di luglio

gustano già gli effetti malefici del controesodo infausto di giugno.

Dammi una crianza, o benemerita pulzella di Orleans!

Dammi e dimmi balle sgarrupate, o statuetta di gesso che piangi!

Dammi quel beneplacito assurdo di pentobarbital,

una fialetta al giorno per essere un Mitridate,

un re bafè, biscotto e minè,

che aveva una figlia bafiglia, biscotta e miniglia,

innamorata di un bavoso, fetoso, biscotto e minoso.

Oppure favoriscimi le tre fialette che ho firmato per Red,

il gatto rosso,

per Pietro primo,

il piccolo selvatico

che non ho capito che stava male

e non l’ho afferrato di forza

per portarlo dalle care e dai cari dottori.

La dottoressa mi disse candidamente:

la prima rilassa,

la seconda ottunde,

la terza ammazza.

Cazzo e stracazzo!

Tutti e tutto in culo, porca paletta!

Red, adesso, abita da me,

in un monumento barocco di pietra bianca di Noto

che ho edificato per la vittima ignota del coronavirus,

la persona felina più bella del mondo,

Red,

Pietro primo il piccolo.

Lugete Veneres Cupidinesque,

come ho pianto io

in quel giorno di tanta malora,

di stravento e di naufragio.

A barca rotta ogni vento è ostile.

A Milano non crescono le lattughine e i fiori di zucca,

non crescono i lampascioni e la valerianella,

crescono soltanto candele di sego e di formentone

per ricordare il Natale degli umili e dei giusti,

la nascita dei vespri siciliani

e dei cardoni amari della betulla,

per onorare il lutto di Natale e di Pasqua,

la piccola vita svanita nel nulla

di un arrivo previsto e mai pervenuto,

i mai nati ma nati,

i vissuti mai adeguatamente.

Onde di luce,

candele accese nei borghi della metropoli

e nelle contrade dello spazzacamino,

il povero lavoratore del fumo che non feconda,

non scopa la fuligine,

non pulisce la ragnatela,

non fuligina e non fulighia,

come Tonino il carpentiere

che non ha più i ferri del mestiere

ed è costretto alla sua cassintegrazione,

a farsi una sega, insomma.

E così le donne felici ristagnano a braccia vuote

con una perdita difficile da elaborare,

neanche con una nuova formidabile gravidanza,

neanche dal più costoso degli psicoanalisti freudiani e non.

Ma queste son tutte cazzate,

sono solo canzonette smunte da minchie e da tette.

A Milano ci sono le ville del popolo,

le case sospese sull’arcobaleno a equo canone,

le case di Giufà e di Barbazucon,

le case dei casini e dei tiramisù,

le dimore che echeggiano di odori osceni,

quelli della povera gente berluscata

che veniva dal Sud con il treno del Sud.

Oh, brutta razza di minchioni!

Oh, emerite teste di cazzumst!

A Milano crescono soltanto i trunzi re brocculi.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 06, 2022

CIAO FERNANDO

Ciao Fernando,

oggi mi sento triste e completamente assente.

Mi sento estranea a me stessa

e sto cercando con questa lettera

un punto d’incontro tra la me stessa esterna e la me stessa interna.

La cosa è difficile,

tremendamente difficile.

Significherebbe la risoluzione della schizofrenia,

la guarigione da un male oscuro,

uno dei tanti mali oscuri,

ammesso e non concesso che la scissione sia una malattia.

Mi hanno detto

che star bene significa impegnarsi e fare le cose.

Allora dovrei star bene

perché partecipo alle attività del Centro diurno dei matti

e a casa mi do da fare anche se in maniera fantasiosa,

il solito mio modo creativo,

quello che alla lunga mi ha fottuto.

E invece non sto bene,

non sto per niente bene, porca paletta.

Ma se non mi ritrovo,

dove sono andata allora?

Dove sono andata a finire?

Perché ci deve essere sempre questa distinzione tra interno ed esterno

per essere normali e soprattutto per stare bene?

E allora perché quando sono completamente esterna,

come in questo periodo,

mi sento triste

e sento che mi manca qualcosa,

sento che mi manca una me stessa,

una partecipazione emotiva,

un coinvolgimento?

E perché quando sono completamente interna,

come in altri periodi,

sto male

e non riesco più a partecipare alla vita di tutti i giorni?

Dove sta la modulazione?

Dove sta la via di mezzo?

Dove sta l’equilibrio?

Dove sta l’incastro?

Dove si può trovare?

Si compra?

Si impara?

Si capisce?

Si sente?

Si sente dove?

Sono forse i farmaci che te lo danno?

Io, di certo, no!

Io non riesco a trovarlo e tanto meno a darmelo.

Non so,

non so proprio.

Mi sento triste

perché tutto è come un battito d’ali di farfalla

e niente si ferma,

niente si fa sentire

come vera partecipazione di una me stessa,

una me stessa qualsiasi,

in tutte le cose che faccio.

Forse m’incasino la vita per niente.

In fondo, se non fosse per questi momenti di tristezza,

le cose andrebbero abbastanza bene.

Se non fosse per questi momenti di tristezza,

non potrei dire che mi sento triste.

Meno male,

perché almeno un pochino mi sento,

almeno un pochino sono viva.

Eppure a volte le distanze si fanno enormi

e quasi mi spaventano.

Mi spaventa l’assenza,

la mia assenza

o meglio l’assenza di una parte di me.

Può spaventare l’assenza di chi va in ferie e ti lascia sola?

Forse questa non spaventa affatto,

ma rende soltanto tristi e malinconici.

Forse è normale sentirsi così.

Magari non va bene

essere troppo in contatto con se stessi

perché si perdono delle occasioni,

le occasioni di stare con gli altri,

di viverla questa vita

per quanto a volte possa sembrare piatta e superficiale.

Tutto questo non mi piace,

Fernando,

non mi piace affatto.

Mi è molto difficile scegliere,

visto che in certi momenti ho la fortuna e la disgrazia di scegliere.

Mi è difficile scegliere

quella che chiamano la salute mentale.

In certi momenti preferisco rifugiarmi nella malattia

e questi momenti arrivano proprio quando sto meglio.

A volte preferisco rifugiarmi nei miei pensieri

per quanto a un certo punto il livello d’angoscia sale

e allora non penso più

e questo vuoto mentale mi spaventa.

Non so se la sensazione che ho alla testa

sia causata dal dormire male o dai farmaci,

ma di certo adesso penso troppo poco

e mi sento rallentata nel pensiero.

La fluidità che c’è,

invece,

quando non sto molto bene,

per quanto confusa o isterica,

questa fluidità mi riempie

e allora mi sento

come quando ero incinta per la prima volta,

come quando aspettavo mia figlia.

Non mi sento sola

e le ore passano

perché i pensieri le fanno passare.

Invece adesso sono praticamente annegata nella banalità della vita

e, tutto sommato, ci si sta bene, sai.

Eppure mi sento triste,

non so esattamente perché a dire il vero,

ma mi sento triste,

profondamente triste.

La tristezza è l’unico contatto

che ho con la me stessa interna,

quella che abita dentro.

E quella che abita fuori,

la me stessa esterna,

che fine ha fatto?

Ma in quanti sono io?

Due, più di due, forse uno?

In quanti si deve essere?

In quanti siete voi?

Nei momenti in cui sono una soltanto

mi sento estremamente sola.

Nei momenti in cui sono due

mi sento meno sola.

Nei momenti in cui siamo tante

mi sento così e così.

Vedi,

oggi abbiamo fatto una riunione

con lo psichiatra e i familiari degli abitanti del Centro diurno

e queste due realtà,

unità sanitaria locale e famiglie dei matti,

mi sembravano distanti tra loro,

molto distanti,

quasi senza possibilità di alcun collegamento.

Io so già che sarò,

se tutto va per il meglio,

per metà giornata Unità sanitaria locale

e per l’altra metà Cooperativa di famiglie infelici.

Ci dovrebbe essere una complementarità,

ma non c’è

o meglio io non riesco a trovarla.

E poi le attività non dovrebbero essere negli stesi orari,

perché creano il conflitto di scegliere.

Credi forse che non mi piacerebbe far pallavolo?

Certo che sì,

ma non posso

perché è nell’orario della seduta di gruppo.

Mi sono presa quest’impegno

e non posso prendermi altri impegni.

Io non ho il dono dell’ubiquità

e la capacità di scegliere mi manca da sempre,

altrimenti non sarei in questo stato di ebete.

Mi sembra che in questa guerra

o in questo quello che è

mi devo schierare e,

piuttosto di farlo,

mi faccio in due, in tre e anche in tante.

Forse non è una guerra,

manca soltanto la comunicazione

e questa è una realtà,

la vera realtà.

Certi segnali purtroppo li leggo

e non vorrei.

Alcuni operatori del centro sono un po’ ostili

e io non vorrei perché mi sento in colpa.

Mi chiedo in che cosa ho sbagliato

e mi tormento

e dopo mi massacro.

E allora mi faccio in tanti pezzi,

piccole parti di me che funzionano ovunque io sono.

Ma io,

io nel mio complesso,

dove sono andata?

Dove mi attesto?

Dove consisto?

Chissà!

Forse dovrei starmene zitta

e non parlare mai,

ma, anche se non parlo,

è sempre così che funziona,

chi sta sopra di me fa di tutto

per far funzionare le cose a modo proprio

e così io non valgo un fico secco neanche a Natale.

E io?

Io mi do da fare,

vado avanti

e tutto il resto lo lascio stare.

E io faccio i bigliettini di auguri

e tutto il resto lo lascio stare,

io faccio il regalo di Natale

e tutto il resto lo lascio stare,

io scrivo nel giornalino “Penso positivo”

e allora penso anche positivo

e tutto il resto lo lascio stare.

Però sai una cosa, mio caro Fernando?

Mi sento triste e amareggiata lo stesso,

ma non fa niente,

lascio stare anche questo,

fumiamoci sopra una sigaretta

e tutto il resto lo lascio stare,

anzi lo lasciamo stare

visto che non sono da sola.

Scusami

se ancora una volta ti ho travolto con le mie paranoie,

ma è che mi sentivo triste

e mi sono partite tutte queste cose,

non so da dove,

visto che avevo la sensazione di vuoto alla testa.

Forse sono partite dalla penna,

forse sono partite dalla mano,

forse sono partite da chissà.

E allora?

Allora tutto il resto lo lasciamo stare.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, (TV), 20, aprile, 1992

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Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 17, 08, 2022