LA CANTILENA DI JACOB

Din din din pomarè,

din din din pomarè,

din din din pomarè,

dindin, onignorè.

Stavo crescendo,

ma non sono più cresciuto,

sono ancora vivo,

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Dan dan dan signorè,

dan dan dan signorè,

dan dan dan signorè,

dandan, onignorè.

La notte tutto appare più vero,

come di giorno tutto era vero,

ti prego di accudirmi

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Oh oh oh magazè,

oh oh oh magazè,

oh oh oh magazè,

ohoh, onignorè.

E’ stato proprio come sai,

tutto è stato irrimediabilmente,

con Ilse e gli altri bambini ho giocato, come con te

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Iè iè iè santorè,

iè iè iè santorè,

iè iè iè santorè,

ièiè, onignorè.

Non portarmi rancore,

se sono partito anzitempo,

tienimi ancora nel tuo cuore,

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Hem hem hem gamasè,

hem hem hem gamasè,

hem hem hem gamasè,

hemhem, onignorè.

Ho appena appena giocato con la vita,

quella che vedo in te,

nel tuo sguardo felice,

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Im im im immodì,

im im im immodì,

im im im immodì,

imim, onignorè.

Porta i miei saluti,

porta la gioia a chi ancora mi ricorda,

ricorda di portarmi i giochini e le leccornie

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 25, 01, 2021

NEL GIORNO ONOMASTICO DEI MIEI GENITORI

Siracusa, 8 dicembre 1954

Tema

I miei genitori

Svolgimento

Mio padre si chiama Concetto.

Mio padre è detto Nnittulu.

Mio padre è sentito Nzuliddru.

Mia madre si chiama Concetta.

Mia madre è detta Tita.

Mia madre è sentita Titina.

Oggi è l’Immacolata.

Oggi i miei genitori fanno l’onomastico.

Oggi a casa mia si mangia brodo di carne con i pizzulati e le polpettine.

Oggi a casa mia si mangia la carne bollita con le patate fritte una per una e tagliate a forma di cerchio da mia mamma che ha tanta pazienza e anche se è la sua festa si siede davanti al focolare e frigge le patate con amore per tutti noi.

Come frutta ci sono i mandarini e le bucce non si buttano perché servono la sera per giocare a tombola. Io spero di fare almeno un terno e una cinquina, così poi mi compro la palla di gomma bianca puzzolente e gioco per strada con i miei cugini.

Come dolce ci sono i cannoli di ricotta che ha mandato lo zio Pippo Giudice e la zia Lucia Giarratana come regalo. I miei zii sono molto buoni e con le loro ricchezze tolgono tanti pensieri a mia madre quando fa la spesa perché sono macellai come mio nonno e puzzano di sangue.

Noi siamo sei figli e riempiamo tutta la tavola assieme alla nonna Lucia e alla zia Assuntina che viene da Tripoli e porta le sigarette, il tè e la cioccolata quando i finanzieri la fanno passare senza guardare nelle sue valige. Ma ci guardano sempre e rubano le leccornie a causa della divisa e le portano a casa ai loro bambini. Almeno lo spero.

La zia Assuntina è magica perché ha tanti soldi e fa tanti regali che tira fuori dalla sua valigia piano piano e quando meno te lo aspetti.

Mia nonna dicono che è cattiva, ma a me regala sempre le caramelle di carrubba per la tosse perché io soffro di bronchite e non respiro bene la notte quando mi vengono i gattini nel petto mentre dormo. Per questo mia madre mi spalma il petto di Vicks Vaporub alla menta.

Mia madre mi regala sempre le sue polpettine perché sono il più piccolo, il cacaniro, il figlio che fa la cacca sul nido.

Questa non l’ho mai capita, come la festa dell’Immacolata.

Padre Raffaele Cannarella ha detto che Immacolata concezione significa che la Madonna è nata senza peccato originale e non che era sposa di Giuseppe come poteva essere mia madre per mio padre.

Questa non l’ho capita.

Perché dobbiamo nascere con il peccato, non l’ho capito.

Perché si chiama originale se ce lo abbiamo tutti, non l’ho capito.

Il maestro ha detto che siamo tutti originali perché siamo tutti diversi, ma io non penso di essere diverso dagli altri. Però il maestro ha sempre ragione e dice tante cose difficili da capire. Il mio maestro si chiama Salvatore Grillo e fa anche il poeta, il musicista e il pittore. Ha scritto una canzone sulla Sicilia e a Messina gli hanno dato un premio di mille lire. Il mio maestro ha i capelli lunghi e ricci e sembra un pazzo. Però è sempre pulito e i capelli se li lava con lo sciampo Palmolive, quello che non usa mia madre perché costa caro.

Mia madre si lava e mi lava con il sapone Palmolive all’olio d’oliva dentro la bagnarola e anche i capelli li lava con questo sapone che fa bruciare gli occhi.

Io chiamo mia madre mamma e basta.

Mio padre lo chiamo papà.

Dopo la festa dell’Immacolata tutto torna come prima a casa mia e devo dire che non è male. Se continua così fino alla fine della scuola elementare, mi sta bene anche se non capisco tante cose, ma sono sicuro che mi rifarò perché sono curioso come una scimmia dell’Africa dove abita la zia Assuntina.

Questi sono i miei genitori e questo sono io che sono loro figlio.

scolaro Vallone Salvatore

classe terza C del primo Circolo

scuola Elementare di via dei Mergulensi n° 23

Siracusa

MERCI

Merci!

Merci!

Quel plaisir, madame de Bovary!

Le belle parole fanno sempre bene al corpo,

plus que a l’evanescente ame,

a questo corpo che cerca ancora guai

in questa giornata austera e senza ozio,

in questo dì tutto dedicato al negozio che non c’è,

in questa notte da certificare al bobby di quartiere

dentro un innaturale coprifuoco di pace e benevolenza.

Viva il Duce,

viva il Duce,

che ci dà l’acqua e la luce!

Cara Catherine,

ti scrivo la presente

con il grado sociale e civile di nullafacente e di nullatenente.

Non sono, di certo, un politico da telecinco

e tanto meno un giornalista da tivvusettete,

per cui non essere gelosa del tuo Pasquale,

Totonno per gli amici,

perché tuti i me vol e nisuni me cioe.

Sol che ti,

vecchia madame,

solo tu mi vuoi e mi vuoi bene,

tu che ogni mattina lasci sul lattice del materasso

le impronte di quel corpo che solo a me par di donna.

Solo tu ti mostri così gentile a me che ti miro

e mi dai per gli occhi una dolcezza al core

che intender non la può chi non la prova.

Quanti ne hai provati e regalati bonbons,

e non soltanto al core,

tu,

mia adorable Catherine,

sensibile come la gatta Nerina da Caltabellotta,

tu che leggi di notte i Fasci immarcescibili di Bruno la Vespola

per pulire la tua povera pelliccia di cincillà al covid

a che nessun ti veda,

a che nessun ti spii,

a che nessun ti giudichi

come la solita donna di provincia in cerca di fregole

anche quando il giorno è di caucciù

e fatica ad affidarsi alle tenebre

per grazia ricevuta e mai restituita.

Tu,

mia charmant Catherine,

sensibile come la donna dell’inquieto Gustave,

guardi ogni sera la Lily nello specchio lucido e colorato

per amarti di più e sognare i ritrovati amori

anche quando le stelle non riescono a venir fuori

per formare un firmamento di necessità d’argento,

come prescritto dai codici fascisti di Alfredo,

non quello che su tuo invito ti bacia,

ma quello che ancora oggi ti uccide.

E allora,

rinasci bel fiore a la baia del sol,

quando caliente stringi in mano il biglietto di solo andata

andando con dignità in culo alla vita e al mondo crudele

che ti ha voluta femmina,

una femena granda come la micidiale guerra targata 1914.

E il tuo Pasquale?

Il tuo Pasquale canta sempre a Capri con Peppino

o mondo crudele,

è l’ora dell’addio,

ma non vuole morire

per fare dispetto ai seguaci di Charles,

ai crumiri di brutte speranze

che predicano ogni sera la selezione naturale,

la morte fredda per asfissia

di coloro che hanno già abbastanza vissuto.

Il tuo Pasquale non vuole morire

perché deve ancora annerire di merda quei loschi figuri

che lasciano il talamo coniugale al cuculo di turno.

Ah,

quanti cornuti affollano questa lurida piazza

seduti sulle panchine inquiete

di questa sporca città semigreca e semiaraba!

Ah,

quanti vecchi fanno del cul trombetta

a questa torma di tossici

che non vedrà mai lo cielo della vecchiezza!

All’uopo e alla bisogna

sappi che pulisco sempre il mio corpo con il gel,

in specie i testicoli ormai grigi e smunti dall’uso,

che riduco al minimo i bisogni innaturali con la tv,

che mi sparo una riga di whisky di Portopalo

per ammazzare il colesterolo e i satanassi in circolo.

Epicuro e Buddha mi stanno sempre a fianco

in questo bel ballo di san Vito che ancora mi agita,

così come il tuo ricordo ambito di doni mai ricevuti

e le tue perfide malefatte di bella donna di provincia

che vuole di giorno andare da Saint-Denis a Paris

nella disperata ricerca del braccetto di Tizio,

del soldo di Caio,

del parafulmine di Sempronio,

del sale e pepe di Bortolo,

del savoir faire di Giobatta,

detto Giobattino e da sempre definito culu vasciu

per le sue gambe oltremodo corte.

Se la memoria non m’inganna,

mia cara Catherine,

cordialmente mi firmo e mi attesto come il sempre e solo

tuo Salvatore Vallone

Post scriptum: sarà poi vero che dalla Morte nasce la Vita più forte?

Carancino di Belvedere, 06, 01, 2021

ALL’AMICA RISANATA

Carissima,

hai sempre tanto vissuto

e cercato le tue giuste dimensioni di pensiero e di azione.

Sei stata sempre una guerriera.

Adesso è tempo di riposo.

Goditi quello che hai costruito.

L’inquietudine lasciala agli altri.

Salvatore

Carancino di Belvedere, 07 , 01, 2021

IL TENERO CALAMARO

TRAMA DEL SOGNO

“Mia madre mi ha preparato un fritto misto di pesce.

C’era un calamaro e provo a staccare i tentacoli.

Era ancora vivo.

E’ scappato e si è nascosto sotto la tovaglia e si vedevano gli occhietti.

Guardo per terra e c’erano tanti gattini piccoli.”

Angelina ha composto questa sua trama psichica in sogno.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mia madre mi ha preparato un fritto misto di pesce.”

Il legame affettivo di Angiolina con la madre e di immediata rilevanza. La figlia lo esibisce subito a conferma della sua dipendenza e della sua devozione. Il possessivo “mia” rientra nel gergo linguistico e nella modalità affettiva. La “Madre” è una figura universalmente suggestiva ed enigmatica. Si tratta di un “archetipo”, un simbolo universale atavico e di scuola junghiana, a conferma che la nascita è un fenomeno ontogenetico e filogenetico che trova nel vissuto di ogni donna la sua versione personale. Tutti i vissuti sulla “mamma” sono identici nella base e diversissimi nei tratti. Anche tra fratelli vige la dinamica dell’identità e della diversità nel vissuto introno alla “madre” e questa difformità si spiega con l’elaborazione nei primi mesi di vita del “fantasma di morte” da parte di ogni figlio, per cui le variabili affettive variano con le sensazioni e i sentimenti vissuti. Angiolina parte alla riscossa nel suo sogno con la dipendenza affettiva dalla madre. Niente di pericoloso, tutto nella norma perché senza danno. La simbologia del “fritto misto di pesce” si attesta nella sfera affettiva più che sessuale. E’ un cibo consono alla tradizione familiare e ai gusti della figlia, almeno in questo esordio del sogno, perché nel prosieguo questo prelibato “fritto misto di pesce” si può colorare di una valenza simbolica importante. Provo ad andare avanti e a calibrare bene la semplicità apparente delle parole e la complessità dei simboli.

C’era un calamaro e provo a staccare i tentacoli.”

Angiolina viene colpita da un “calamaro” e si concentra su questo mollusco cefalopode bello e fritto per un suo personale “fantasma”, a conferma di quanto dicevo in precedenza: il simbolo universale si riempie di connotati psichici personali. Da un “calamaro”, morto da frittura in olio extravergine d’oliva bollente, Angiolina procede verso il suo simbolico “calamaro” a cui prova “a staccare i tentacoli”.

Ricapitolo.

Angiolina è in pieno feeling affettivo con la madre e nello specifico sta rispolverando la sua dimensione materna, l’identificazione psichica al femminile che ha operato a suo tempo nella madre e che l’ha portata a scegliere la possibilità di gustare i frutti della maternità. La maniera in cui procede è particolarmente traumatica perché “stacca i tentacoli al calamaro”, opera una mutilazione vitale a un organismo che tanto echeggia il feto e la sua conformazione fisiologica. Inoltre, la scelta di un mollusco che vive nel mare conferma la dimensione materna e nello specifico la gravidanza. Qualcosa non è andato a buon fine, per cui questa gravidanza va incontro a un aborto indesiderato che lascia il segno nelle dimensioni profonde della psiche di Angiolina. Tra il gusto di una frittura mista di pesce e la rievocazione di un aborto il passo è simbolicamente consequenziale, grazie ai meccanismi della “condensazione”, dello “spostamento” e della “figurabilità”.

Portento numinoso dell’umano sognare!

Era ancora vivo.”

Il feto “era ancora vivo”. Miracolo dell’istinto materno, del “fantasma della maternità” che ogni bambina coltiva nel suo corpo e nella sua psiche, del desiderio di Angiolina di portare al culmine la sua femminilità con l’avere un figlio, di completare la sua personale evoluzione psicofisica con l’esercizio completo della “posizione genitale”. Perché di questo si tratta, di vivere appieno e secondo natura la psicobiologia della maternità, la “genitalità”, senza ricorrere a “processi e meccanismi di difesa” per risolvere la frustrazione della maternità e l’angoscia dell’incompiuta e dell’indeterminato. Se poi la donna ha subito una perdita indesiderata del feto, un aborto spontaneo e naturale, allora lo psicodramma si complica e acquista spessore. In questo caso bisogna operare la “razionalizzazione della perdita, come se si trattasse di un “lutto”, in quanto si è rievocato e messo in circolazione il “nucleo psichico depressivo” elaborato nella prima infanzia. La delicatezza di questa impietosa situazione è oltremodo evidente negli strascichi emotivi e nelle psicosomatizzazioni che innesca in rievocazione del trauma subito. Il processo psichico di difesa della “sublimazione” della maternità è il più usato e naturale, almeno nel mondo contemporaneo e nella cultura occidentale. Proseguendo in questo excursus legato al sogno di Angiolina e destato dalla psicodinamica della maternità, un cenno sull’interruzione volontaria della gravidanza è opportuno, dal momento che si tratta di un fenomeno complesso che va letto su registri diversi. Mi limito a sensibilizzare sul danno psicofisico subito dalla donna quando si trova a scegliere se proseguire o interrompere la gravidanza. L’importanza dell’educazione sessuale e dell’uso degli anticoncezionali è la prognosi giusta e la tutela massima per evitare congestioni oltremodo traumatiche e complicate, a causa della delicatezza di un nucleo così sensibile come quello della maternità.

Procedo con l’interpretazione del sogno di Angiolina.

E’ scappato e si è nascosto sotto la tovaglia e si vedevano gli occhietti.”

Da truce il linguaggio diventa tenero e il “calamaro” da cefalopode si trasforma in un tenero bambino che si nasconde impaurito sotto la coperta del lettone della madre in cerca d’aiuto e in attesa che il pericolo sia passato. L’allucinazione onirica di Angiolina rievoca il suo trauma di donna che tenta l’avventura gioiosa della maternità con esito negativo, nonostante “gli occhietti” espressivi del calamaro sotto la tovaglia della tavola. Dalla morte alla vita e alla sopravvivenza, questo è il viaggio del povero “calamaro bambino”, questo era il desiderio infranto di Angiolina. Le capacità figurative del sogno trovano la rappresentazione giusta per alternare la realtà del trauma alla realtà del desiderio nel povero “calamaro” che acquista le sembianze di un “bambino” impaurito. “E’ scappato” attesta anche della fuga dalla dolorosa realtà da parte di Angiolina, che è chiamata ad archiviare e a razionalizzare una mancata maternità anche se il cuore si ribella e ridà la vita a un “calamaro” fritto nella sua vera forma di un “bambino”. In questo caso il sogno ha anche la funzione di lenire il dolore attraverso la manifestazione del desiderio: un prendersi avanti con la “razionalizzazione del lutto”.

Guardo per terra e c’erano tanti gattini piccoli.”

Il sogno di Angiolina sembra saltare di palo in frasca, ma il simbolismo poetico consente con la sua Logica di rafforzare la psicodinamica in maniera lineare e consequenziale. Angiolina prende coscienza che ha ancora altre possibilità di diventare mamma, “per terra ci sono tanti gattini piccoli”, nella materialità del suo corpo. Angiolina ha ancora altre uova da fecondare. Il “gattino” è simbolo della femminilità e condensa nello specifico la fecondazione, il feto. Dopo il “calamaro” subentra il “gattino” in questo sogno di Angiolina che usa la sua sensibilità verso il mondo animale per attestare anche i suoi drammi personali. La consolazione resta sempre il nuovo tentativo di una gravidanza che compensa, ma non risolve, il senso depressivo della perdita vissuta. Angiolina viaggia in un sentiero lastricato di calamari e gattini sulla scia di un istinto materno che non molla e si ripresenta a ogni piè sospinto con tutte le credenziali delle esperienze vissute.

Il sogno di Angiolina tocca con la sua stravaganza figurativa una problematica dei tutte le donne che s’imbattono nella possibilità di evolvere la propria “libido” nella “genitalità” massima che soltanto una donna può vivere proprio dando la vita a un altro essere vivente, il figlio. Quest’esperienza è negata all’universo maschile e la sua “libido genitale” si dirige verso altre forme sublimate di creatività.

Così si dice in giro, ma io non ne sono del tutto convinto. L’esperienza vissuta di una fecondazione, di una gravidanza e di un parto sono e restano il maestoso capolavoro che soltanto una donna concepisce, compone e può vivere.

L’OSPITE

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato che avevamo un ospite in casa e che dormiva nel letto al secondo piano.

La mia compagna mi informa che sta per uscire con un’amica, ma, uscendo dal bagno, vedo che, invece, sta salendo al piano superiore dove c’è l’ospite, vestita solo di una sottoveste trasparente.

Io la richiamo con sentimento di gelosia chiedendole dove pensa di andare svestita così e lei, tranquillamente, risponde che deve portare gli asciugamani puliti al dott. Tal dei Tali (non ricordo più il cognome).”

Giampi

PREAMBOLO INTRODUTTIVO

Freud racconta che nella sua primissima infanzia era geloso della madre, che, oltretutto, aveva visto nuda: “vidit matrem nudam”. Lo scrive in latino da buon puritano che praticava in parte la cultura, non la religione, ebraica. Il blocco psichico era dentro di lui e la lingua antica nobilitava la traduzione della sua pulsione affettiva ed erotica verso la madre. Prima di addormentarsi il piccolo Sigmund riceveva le carezze e i baci della madre e dopo vedeva che la sua amata si allontanava con il padre. Si origina la teoria del complesso di Edipo, la “posizione psichica edipica”, in cui la conflittualità con i genitori si accentua intorno ai cinque anni per non risolversi mai del tutto. Preciso che Edipo appartiene agli antichi Greci e alla trilogia tragica del grande Sofocle. Diamo sempre a Cesare quel che è di Cesare.

La Psicologia dell’infanzia ci dice, anche ed ancora, che i bambini vivono l’angoscia dell’abbandono, del tradimento, dell’umiliazione, dell’ingiustizia, dell’invalidazione, del rifiuto. Oltre al sentimento di gelosia e al bisogno di possesso, ogni bambino e ogni bambina non vogliono sentirsi dire dai loro genitori le seguenti bestemmie: “non ti voglio più, vattene via”, “sei un cretino”, “lo dico al maestro e al papà o alla mamma”, “me ne vado e ti lascio solo”, “non capisci niente”, “sbagli sempre”, “non sei capace di far niente”, “l’altro è più bravo e più bello di te”.

Volete colpire un bambino?

Ebbene, questi sono i proiettili tremendi che potete mettere nella canna della vostra imbecillità, le armi usate spesso e volentieri come se fossero gli strumenti ineguagliabili della migliore educazione sacra e profana. Io predico e vado predicando l’evangelo dell’infanzia, ma non immaginate quante volte sulla spiaggia o in giro per i borghi assisto a scene orrende e orribili di questo tipo. Il mio intervento è immediato e altrettanto violento, ma non serve a estirpare la pianta maligna dell’ignoranza sui temi portanti della Psicologia evolutiva, anche perché nel nostro Belpaese quest’ultima è di poco spessore e tenuta in misero conto. Ancora in Italia si respira l’aria della benamata e pur cara Psichiatria kraepeliniana e farmacologica, altro che psicologo scolastico o di base e di ospedale. Siamo all’età della pietra e i tanti Ordini professionali, regionali e nazionali, non hanno fatto e non fanno alcunché di costruttivo e incisivo, vivacchiano tra un gettone di presenza e un altro, tra una nobile chiacchiera e una strategia di sopravvivenza a lungo termine, politica professionale. Non mi dilungo sull’Ente di assistenza e previdenza che elargisce pensioni di fame, ma dico soltanto insieme a Paolo che “era meglio morire da piccoli, che vedere sto schifo da grandi” o da vecchi.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato che avevamo un ospite in casa e che dormiva nel letto al secondo piano.”

Giampi ha dentro una figura non ben razionalizzata, “ospite”, rimossa nel Profondo, “dormiva”, intima, “nel letto”, sublimata per difesa dall’angoscia, “al secondo piano”. Giampi sta rievocando una personalissima “introiezione” e le sue modalità difensive da tanto ingombro. La “rimozione” è servita a dimenticare o a disinnescare il tormento procurato da questo “ospite” che si porta dentro, “in casa”, così come la “sublimazione” esalta la carica aggressiva destinandola a un uso compatibile con la morale corrente. Questo capoverso può essere stimato l’allegoria della “introiezione edipica” della figura genitoriale e la soluzione difensiva dall’angoscia più diffusa tra i bambini e le bambine. A questo punto del sogno si chiede una migliore precisazione dei termini della questione in ballo. Procedere non costa niente e specialmente di questi tempi in cui si è costretti dall’isolamento a rispolverare gli antichi e primari affetti.

La mia compagna mi informa che sta per uscire con un’amica, ma, uscendo dal bagno, vedo che, invece, sta salendo al piano superiore dove c’è l’ospite, vestita solo di una sottoveste trasparente.”

Cambia apparentemente la scena, perché a tutti gli effetti esiste una consequenzialità molto logica in questo capoverso che maschera la dimensione psichica “edipica” sotto l’egida dei sentimento della rivalità e della gelosia. Giampi è un uomo che si accompagna a una donna, “la mia compagna”, molto seduttiva, “vestita solo di una sottoveste trasparente”, o molto delicata a livello psichico, non dico debole, ma sensibile all’ambiente esterno da cui si difende con azioni seduttive. Almeno così la vive il suo uomo. Il sentimento di gelosia di Giampi si manifesta nel farla “uscire con un’amica”, nel farsi abbandonare in un isolamento compatibile con la normalità del trauma abbandonico: niente di eclatante, ma la scena vista e rivista nella quotidianità e che nel sogno si carica di significati simbolici e di emozioni antiche. La “compagna” sta “uscendo dal bagno”: Giampi la colora di sensualità e la intinge di intimità. Questa donna è vissuta con una forte connotazione femminile, nella sua parte psichica seduttiva e intrigante. Ma l’oggetto dell’azione della conquista non è Giampi, il legittimo compagno, ma “l’ospite del piano superiore”, l’uomo che viene scelto dalla donna come bersaglio di una schermaglia erotica e fortemente sensuale. La scena onirica è costruita da Giampi come dalle migliori scenografie di film colorati di rosa e di modeste luci rosse. Ricordo che la migliore seduzione è quella che non smaschera scadendo nel visibile, ma lascia intravedere e immaginare sostando nell’invisibile. A questo punto ritorna il bambino Sigmund, di cui scrivevo all’inizio dell’interpretazione del sogno di Giampi, che vedeva la madre coccolarlo e poi abbandonarlo andando via abbracciata al marito, meglio al padre di Sigmund. Giampi sta facendo in sogno la stessa cosa, sta svolgendo la medesima psicodinamica “edipica”, sta rivivendo la famigerata triangolazione, “io, mammeta e papeta”, per dirla simpaticamente alla napoletana. Proseguire serve a confermare quanto coraggiosamente affermato.

Io la richiamo con sentimento di gelosia chiedendole dove pensa di andare svestita così e lei, tranquillamente, risponde che deve portare gli asciugamani puliti al dott. Tal dei Tali (non ricordo più il cognome).”

Ecco che il figlio Giampi dà parola al suo vissuto e con forza esprime in maniera traslata anche la sua rabbia verso questa donna non soltanto seduttiva e fedifraga, ma anche vanagloriosa ed eccessiva: “ dove pensa di andare svestita così”. “Svestita” ha una duplice valenza interpretativa. Da un lato si traduce seduttiva e dall’altro si denota come indifesa. Il “tranquillamente” manifesta il duplice registro, il “qui pro quo”, il “lapsus” interpretativo che esige l’innocenza della donna e la malafede di Giampi che ha preso lucciole per lanterne, ha mischiato i suoi fantasmi edipici con la normale mansione della compagna che “deve portare gli asciugamani puliti al dott. Tal dei Tali”, di cui “non ricorda più il cognome”, anonimato, perché altrimenti rischia di svegliarsi trovandosi davanti al nome del padre. Ricordo che “gli asciugamani” rappresentano simbolicamente l’assoluzione dei sensi di colpa con la loro funzione di assorbire e pulire. Giampi provvede a risolvere la “psicodinamica edipica” con la disposizione ad accettare la madre come moglie di suo padre, senza sensi di colpa per la sua gelosia e il suo bisogno di possesso.

La risoluzione dell’equivoco psichico mette fine al sogno così universale e così scontato di un figlio così normale. E questi sono tutti complimenti in ambito psichico.

A Giampi non resta che portare avanti la “razionalizzazione” delle figure genitoriali e dei suoi vissuti in loro riguardo, abbandonando la “sublimazione” e la “rimozione” e riconoscendoli come le precipue e originali radici della sua persona: “riconosci il padre e la madre” prescrive il comandamento psicoanalitico. Io aggiungo “adotta anche il padre e la madre”, dopo aver preso consapevolezza del tormento edipico che ti ha formato a livello psichico.

Buona fortuna a chi cammina e arriva sempre a destinazione.

AUTORITRATTO 2

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia follia,

io ed Erasmo che mi elogia.

Siamo in due,

siamo sempre in due,

il me savio e il me matacin,

mi che son dentro e mi che son fora,

mi che me manca un bojo e una poenta brustolada,

mi che son just e mi che son sbalià.

Il me perbenino fu rapito sul monte con il cappello in mano

dal paron che dispensa ananassi e satanassi,

il me sacranone e sacrarmenta viaggiò nei pascoli eterni

con la schiena dritta senza piegarsi davanti a nisuni,

neanche con l’ammollo o con il pizzo.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia follia,

io e me mare Concetta Giudice,

detta Tita o Titina,

mia madre che m’annaca,

che mi dondola cantando la ninna nanna,

insomma.

Siamo ancora in due,

il me bambinello e il me mentecatto,

il me picciriddru con la sucalora in mano

che si tocca il pisello,

il me in astinenza da rete quattro

con il cervello freddo di Libeccio,

il me amoroso e niuru infame,

fortemente abbronzato da madre natura

sotto i colpi micidiali dello Scirocco,

il me affetto da lasette nei bronchi umidi di catarro

e odorosi alla menta del benemerito vicks vaporub.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia radice,

io e me pare Concetto,

detto ‘Nnittulu,

ridetto ‘Nzuliddru.

Siamo ancora in due,

il me derelitto e il me gran sior,

io e il resto in saldo degli spermatozoi del dopoguerra

di un padre provato dalla caduta dell’amato Fascismo,

io e il derivato di un relitto militare,

formato cacciatorpediniere,

io e l’escremento infetto di una nave spitalera

ferocemente bombardata dagli Inglesi ubriachi,

io e le quattro travi portanti di un bastimento

ricolmo di migranti che coltivavano un sogno,

una chimera,

un’illusione,

un miraggio,

un pane condito con il sangue degli avi,

trasportati a suo tempo dalla mia Africa nel mondo civile

per l’Etica protestante e lo spirito del Capitalismo,

per la Camorra e la Mafia dell’uomo bianco miricano.

Sia sempre lodato e ringraziato Salvuccio Kunta Kinte,

quel tzeno innalzato al cielo africano dalla pietas del padre.

Sia maledetto il machete dello yankee bastardo

che non riuscì a tagliare le dita dei suoi piedi.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia follia,

io e Alex Haley che m’incanta.

Siamo ancora e sempre in due,

io e Kunta Kinte dei Mandinka,

il me siculo e il me veneto,

il me libero e il me schiavo,

il me dotor e il me contadin.

Siamo ancora e sempre in due,

io e le varianti del mio virus,

così personali,

così vitali per l’aldiqua e l’aldilà,

io incoronato il 19 di gennaio dell’anno gentium 1947

dalla levatrice signorina Calvo Carmela

al civico 23 di via Emanuele Giaracà,

io poeta terrone e patriot italiano,

nonché capo del carrarmato M113,

dono natalizio degli Usa all’italica plebe in quel 1945,

me contastorie e contaballe,

io e le mie fave tarde a spuntare

in quest’inverno da favola noir,

io e i miei ciciri migna restii alla luce

sotto questo cielo che oggi sposa Saturno e Giove,

sotto la solita buona stella ‘mbriaca,

la stella cometa stordita e sperduta dentro un cielo limpido

come la luce di Lucifero,

Venere,

stella del mattino,

stella maris,

l’astro d’argento che brilla lassù

e indica ai saggi la strada della vera vita

sotto l’augusta volta celeste tibetana.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 31, 12, 2020

AUTORITRATTO 1

AHIME’

Ahimè,

ahi me,

me desperation da greco teatro antico,

me Ilaria Occhini,

me Ivo Garrani,

me attore di altri,

me derelitto,

me tapino,

me sgarrupato,

me adolescens,

me solo soletto,

me mangiatore di patate di Vincent,

me pietà di Michelangiolo.

EHIME’

Ehimè,

ehi me,

me anch’io,

me che non trasparo,

me che ci sono,

me mi vedi,

me verecondo,

me spudorato,

me insolente,

me m’incazzo,

me impertinente,

me narciso non gaudente,

me becchino del Merisi.

IHIME’

Ihimè,

ihi me,

me piagnisteo,

me brontolon,

me cacasotto,

me minchiemari,

me esistenzialista,

me sagrestano,

me comunista,

me Jean Paul Sartre,

me coion,

me urlo,

me Edvard.

OHIME’

Ohimè,

ohi me,

me maraveggia,

me portento,

me numinoso,

me poeta,

me contadino,

me bellino,

me cazzuto,

me sopraffino,

me impenitente,

me tosto,

me luce del Sanzio.

UHIME’

Uhimè,

uhi me,

me disdegno impetuoso,

me ribrezzo schifente,

me profondo ribrezzo,

me orgoglio e pregiudizio,

me leghista puareto,

me forzista sfascista,

me giornalista col ghigno,

me politico gnurant,

me grillino azzoppato,

me schifio ribrezzoso,

me duchessa di Quentin.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 24, 12, 2020

IN VIAGGIO CON IL PADRE E LA MADRE

TRAMA DEL SOGNO

“Sto guidando per andare a Verbania, credo che sono sola e sto pensando che è una bella zona e vorrei mostrarla a V. (un mio amico tedesco che sto ospitando a casa).

Arrivo davanti a un complesso di chiese di pietra, le osservo bene tutte dalla più antica alla più recente, fino ad una la cui costruzione è stata bloccata secoli fa ed ora il comune sta completando l’opera con strutture di cemento che formano figure astratte, tipo parco artistico contemporaneo.

Risalgo in macchina, forse non sono più da sola, ma proprio non so chi ci sia con me, nemmeno se è femmina o maschio, potrebbe essere V come mia nonna (nel sogno da qualche parte la presenza di mia nonna c’è).

Guido lungo una strada tutta curve sulle colline costeggiate da numerosi resort con spa e piscine all’aperto bellissime. Penso che ho un problema di artrite al mignolo (??? ho venticinque anni) e mi decido ad entrare in una spa per farmi fare un massaggio, intanto comincio già da sola a massaggiarmi il mignolo contratto fino a distenderlo del tutto.

Mi accoglie un signore anzianissimo e buffo in costume che mi guida nuotando attraverso una piscina fino alla zona massaggi, lo seguo nell’acqua e poi aspetto in piedi in corridoio…sempre forse in compagnia di qualcuno, ma non so.

Mentre attendo la massaggiatrice, arriva una coppia, un uomo che ho già visto nella mia infanzia (Giacomo o Jacopo) insieme ad una ragazzina. Quando arriva la massaggiatrice offre loro un caffè, la ragazzina fa per prenderlo, ma poi la donna lo ritrae dicendo che il caffè non fa bene ai bambini.

Sono in una camera d’albergo seduta sul letto con mia madre, guardando il telegiornale in tv. Un servizio mostra l’uomo di prima arrestato per pedofilia e si vedono le immagini di lui assieme a molte bambine e adolescenti.

Inizio a parlare con mia madre e dico di conoscere quell’uomo, lei mi conferma che era un suo amico e di avermelo fatto incontrare, io mi agito e le chiedo diretta se lui abbia abusato di me, lei mi dice “non credo, perché eri molto piccola e non parlavi, a lui piacciono le bambine che parlano”…

Comincio a incazzarmi e disperarmi e le chiedo se mi ha mai lasciato sola con lui, lei mi risponde che è successo, allora io chiedo cosa sa di quella volta…lei mi risponde “so che ti ha accarezzata dappertutto e che non riusciva a entrare ma nemmeno a staccarsi”…

Inizio un lungo pianto isterico, mi sento schifata e mi allontano da mia madre…esco di lì, ma sono piegata in avanti dal dolore…vado verso il mio fidanzato, non so quale dei due, poi prendo il telefono chiamo F (primo fidanzato) voglio raccontargli, ma riesco solo a piangere in una maniera strana, lui non riesce a capirmi e dopo un po si stanca mi prende in giro e riattacca…

Mi sveglio facendo versi disperati. Al risveglio ripenso all’uomo, ma non sono più sicura di averlo visto per davvero o lo confondo con un’altra persona.”

Giglio

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Sto guidando per andare a Verbania, credo che sono sola e sto pensando che è una bella zona e vorrei mostrarla a V. (un mio amico tedesco che sto ospitando a casa).”

Giglio guida, Giglio crede di essere sola, Giglio amoreggia con se stessa e non disdegna di affidarsi a un uomo che non c’è e che è dentro di lei, un uomo straniero che l’attrae, un tipo di maschio. Giglio non è per tutti e di tutti, Giglio sa di sé e sa dove andare, Verbania per l’appunto, sa quello che desidera perché l’ha immaginato da bambina. Giglio pensa alle sue bellezze e le vuole condividere, vuole mostrarle. Siamo sull’apparente vago e sul decisamente certo, siamo nel corpo e nel suo patrimonio di pulsioni ben organizzate e di bisogni ben calibrati. Lo straniero dentro la casa di Giglio non è tanto “tedesco”, è una persona familiare e ha radici antiche: un ospite degno e giusto, santo come una figura sacra. Procedere in questo lungo sogno è veramente poetico, un prodotto psichico tutto da scoprire e da inventare.

Arrivo davanti a un complesso di chiese di pietra, le osservo bene tutte dalla più antica alla più recente, fino ad una la cui costruzione è stata bloccata secoli fa ed ora il comune sta completando l’opera con strutture di cemento che formano figure astratte, tipo parco artistico contemporaneo.”

“Un complesso di chiese di pietra” rappresenta la difesa dal coinvolgimento affettivo e il raffreddamento della “libido”. Tale operazione titanica viene eseguita attraverso il processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione”, “le chiese”, e il meccanismo di “conversione”, “di pietra”. Giglio ha una buona consapevolezza analitica della sua evoluzione psicosessuale, “le osservo bene tutte dalla più antica alla più recente”, e si sofferma all’attualità dei suoi blocchi e delle sue remore, attribuendo al suo “Super-Io” la censura morale della sua vita erotica e riconvertendo la suddetta con la vena creativa e la Fantasia. La Bellezza e i suoi sensi soccorrono Giglio in quest’adeguamento esistenziale della sua vitalità e della sua energia vitale, la “libido”. Nonostante “le strutture di cemento” non dispongano bene per la sessualità, si può apprezzare l’astrattezza delle figure e il “parco artistico contemporaneo”. Giglio conferma la sua evoluzione psicosessuale verso forme estetiche di buona fattura che riducono le difese della “sublimazione”. La Bellezza è sempre fonte di godimento globale. Confermo: Giglio ha ben chiara la sua evoluzione psicosessuale da sublimata e contratta a bella e degna, nonché etica e sana. Impressiona la Poetica del Sognare, la “figurabilità” in primis.

Risalgo in macchina, forse non sono più da sola ma proprio non so chi ci sia con me, nemmeno se è femmina o maschio, potrebbe essere V come mia nonna (nel sogno da qualche parte la presenza di mia nonna c’è).”

Le tappe evolutive della formazione sessuale di Giglio si alternano tra una guida alla “sublimazione” con giudizio e una ripresa matura verso l’appagamento intimo e privato. Soprattutto subentrano nel sogno le figure femminili che hanno portato la protagonista a identificarsi dalla parte a lei consona e confacente, “se è femmina o maschio”, ma non sa chi ci sia con lei, perché anche il versante maschile è stato curato nella propria formazione nel senso della “parte psichica maschile”, vedi “Androginia”. Giglio è una donna completa e si ritrova nella figura femminile della nonna e nel desiderio latente del maschio che c’è, non si vede, ma si sente tanto, il famigerato V. Meglio di così non poteva andare. Siamo sempre in un ambito di assoluta correttezza psico-evolutiva e lo stesso Darwin non disdegna l’applauso a una donna chiamata Giglio che se la dorme e si sogna.

Guido lungo una strada tutta curve sulle colline costeggiate da numerosi resort con spa e piscine all’aperto bellissime. Penso che ho un problema di artrite al mignolo (??? ho venticinque anni) e mi decido ad entrare in una spa per farmi fare un massaggio, intanto comincio già da sola a massaggiarmi il mignolo contratto fino a distenderlo del tutto.”

Il sogno con molta diplomazia e delicata accortezza svolge il tema del corpo e della “libido”, nonchè con espresso riferimento all’erotismo e, nello specifico, all’autoerotismo e senza nulla togliere alla seduzione e alle arti sorelle. E’ un sogno da “spa”, da “resort” e da “piscine”, è un sogno bellissimo perché dedicato al benessere psicofisico passando attraverso la base nobilmente materiale del Corpo. Giglio guida, Giglio è in amore, Giglio è partita per il pianeta Venere, Giglio è eccitata: “guido lungo una strada tutta curve sulle colline”. Giglio sceglie e non si lascia scegliere anche quando lascia che scelga l’altro, ma in questo frangente Giglio è in piena masturbazione: “comincio già da sola a massaggiarmi il mignolo contratto fino a distenderlo del tutto.” A venticinque anni il “mignolo” in questione è proprio il clitoride e non non certo il dito, oltretutto affetto da artrite. Il meccanismo della “figurabilità” ancora una volta ha ben provveduto a rappresentare anche attraverso lo “spostamento” la dinamica psicofisica in atto. L’artrite si riduce a uno stato di buona salute colpevolizzata e il capoverso si può catalogare tra le allegorie della masturbazione femminile con annesso orgasmo. Il senso di colpa è connesso alla vita sessuale ed è destato in prima istanza dal sistema educativo e culturale: sessuofobia.

Mi accoglie un signore anzianissimo e buffo in costume che mi guida nuotando attraverso una piscina fino alla zona massaggi, lo seguo nell’acqua e poi aspetto in piedi in corridoio…sempre forse in compagnia di qualcuno, ma non so.”

In un ambito d’intimità subentra una figura maschile, “un signore anzianissimo e buffo”, un educatore, un padre, uno che insegna, uno che mi guida nuotando attraverso una piscina fino alla zona massaggi”. Giglio sta rievocando in sogno la tematica evolutiva del suo erotismo e della sua sessualità e giustamente immette la figura paterna bonaria e buffa per stemperare l’angoscia dell’illecito e dell’incesto, dell’immoralità e della trasgressione acuta.

Una domanda è obbligatoria: la figura paterna contribuisce nella formazione della vita sessuale dei figli e nello specifico delle figlie?

La risposta è affermativa.

Il processo educativo è soprattutto auto-educativo e non rientra esclusivamente nella “posizione psichica edipica”, la conflittualità con i genitori, ma si spalma dalla posizione orale”, affettività, fino alla “posizione narcisistica” per influenzare la “posizione genitale” ossia la modalità di offerta e di relazione in funzione del proprio godimento e dell’altrui piacere. Questo processo e queste modalità sono rievocate in sogno da Giglio: l’influenza del padre nella sua formazione psichica e, nello specifico, in riguardo al corpo, l’erotismo e la sessualità. E’ questo il senso e il significato di “lo seguo nell’acqua e poi aspetto in piedi in corridoio”. Giglio ha ben calibrato la figura paterna sin dall’infanzia e l’influenza che ha avuto, meglio che lei ha dato, nella sua evoluzione psicofisica. L’attesa “in corridoio” attesta del tempo necessario a tale processo formativo, così come “la compagnia di qualcuno che non so” attesta dell’aleggiare della figura materna nel quadro onirico e dentro la psiche di Giglio, un tratto “edipico” in funzione della propria evoluzione. La madre non si vede chiaramente in sogno, ma è presente perché il padre è evidente nel suo essere figurato “vecchio e buffo” per non incorrere nell’incubo e nel risveglio immediato nel momento in cui i significati, “latente” e “manifesto”, del sogno coincidono.

Riepilogando: Giglio elabora l’importanza del padre nella conoscenza del corpo e della vita sessuale, la sua femminilità, proprio distraendola dalla figura materna: uscita dalla piscina e l’attesa in zona massaggi. Adesso il corpo è degno di essere amato e vissuto. È stato auto-battezzato.

Mentre attendo la massaggiatrice, arriva una coppia, un uomo che ho già visto nella mia infanzia (Giacomo o Jacopo) insieme ad una ragazzina. Quando arriva la massaggiatrice offre loro un caffè, la ragazzina fa per prenderlo, ma poi la donna lo ritrae dicendo che il caffè non fa bene ai bambini.”

Un ricordo personale trova posto in questo sogno poliedrico e universale di Giglio. Le madri siciliane tutelavano le figlie non soltanto dai maschi adulti, ma soprattutto dai padri, vissuti dalle mogli per natura violenti e incestuosi, nonché determinati da pulsioni sessuali irrefrenabili, affetti da un grado erotico e pulsionale di ferinità.

Una domanda si pone: si trattava di un vissuto traumatico irrisolto delle madri che avevano subito violenza durante l’infanzia o era un dato di fatto storico e culturale legato alla repressione sessuale e all’anaffettività dominante?

In medio stat veritas.

Ricordo che non lasciavano mai in casa le figlie sole con il padre e tanto meno permettevano loro di andare, sempre da sole, nei giardinetti, un luogo classico della pedofilia e dei maniaci sessuali. La guerra miserabile e la miseria morale avevano prodotto un imbarbarimento dei costumi e una tolleranza reverenziale da parte delle donne verso l’universo maschile, contrassegnato da una ferinità che esigeva lo scarico della “libido” al di là delle relazioni di sangue. Il maschio era larvatamente considerato un bruto a cui tutto era concesso e permesso. Anche il “tabù dell’incesto” poteva essere violato e non fungeva da barriera nei maschi in preda al raptus anche di fronte alle giovani figlie.

Stendo un velo pietoso su queste tragedie collettive e contemporanee e torno volentieri da Giglio e dal suo sogno così interessante e variegato.

Si presentano in scena la “massaggiatrice”, la mamma che fa tante carezze rilassanti e rassicuranti specialmente nell’infanzia, “una coppia”, la coppia “edipica”, il padre e la figlia, “l’uomo visto nell’infanzia” e Giglio, la “ragazzina” tanto innamorata e attratta dalla figura paterna: “Giacomo o Jacopo”. Arriva a questo punto la tentazione “edipica” di un legame forte e totale con il padre, ma la madre massaggiatrice, il “Super-Io” di Giglio, provvede a raffreddare i bollenti spiriti del “caffè” con il divieto del “caffè che non fa bene ai bambini”. Il capoverso è denso ma non irto di difficoltà interpretative, per cui lo spiego meglio onde evitare confusioni. La figlia è attratta dal padre, ma la madre pone il suo divieto a un legame morboso con il padre: così ragiona sempre Giglio bambina. In effetti è proprio lei che si è vietato il trasporto globale verso il padre e verso l’universo maschile adulto. Giglio ricorda la sua bambina che tanto sentiva, altrettanto desiderava e quasi tutto censurava. I personaggi sono sempre i tre soliti compari: “io, mammeta e papeta”, per dirla alla napoletana, un dialetto, quasi una lingua, che tanto esprime nel suo tratto universale.

Sono in una camera d’albergo seduta sul letto con mia madre, guardando il telegiornale in tv. Un servizio mostra l’uomo di prima arrestato per pedofilia e si vedono le immagini di lui assieme a molte bambine e adolescenti.”

Il “significato latente”, disoccultato in precedenza tramite l’interpretazione dei simboli, diventa quasi “manifesto”: “mia madre”, l’uomo di prima”, “arrestato per pedofilia”, le “molte bambine adolescenti”. Il “servizio del telegiornale in tv” comporta un raffreddamento emotivo e una istanza censoria compatibile con la continuazione del sogno. Non è da trascurare la gelosia di Giglio nell’attribuire al padre il trasporto affettivo verso le “molte bambine adolescenti”: sentimento della “rivalità fraterna”, scatenato dalla presenza di sorelle o fratelli e anche in assenza di questi immaginato dalla stessa Giglio e attribuito al padre tramite il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “traslazione”. Giglio si è riconciliata con la madre a cui aveva tolto il marito: “sono in camera d’albergo seduta sul letto con mia madre”. La solidarietà al femminile ricompone il quadro familiare e il padre resta un “fantasma edipico” che aleggia nelle psicodinamiche, oniriche e non, di Giglio. Notate l’anonimato della “camera d’albergo”. Il lettone dei genitori, trofeo ambito di tutti i bambini, sarebbe stato troppo compromettente e smascherante. Questo capoverso spiega il travaglio psicofisico di Giglio bambina nella sua “posizione edipica”.

Ma a cosa serve tanto trambusto universale evolutivo?

La risposta insiste sulla formazione psichica dei figli e, nello specifico, sulla formazione della “organizzazione” dei vissuti e dei “fantasmi” che reagiscono e interagiscono determinando con il vario dosaggio la struttura psichica, la, cosiddetta volgarmente, personalità. La risoluzione della “posizione edipica” implica il passaggio evolutivo alla “posizione genitale” matura e destinata all’investimento sull’altro, alla donazione amorosa che concilia la vita affettiva con la vitalità sessuale. Tramite quest’esperienza contrastata e intima con le figure genitoriali si formano individui caratterialmente e strutturalmente completi. Ma questo viaggio universale è sempre riempito dalle mille caratteristiche individuali e predilige destinazioni particolarmente gradevoli e gradite: i tratti psichici sono variazioni individuali sul tema universale della varia e ampia conflittualità con i genitori.

Inizio a parlare con mia madre e dico di conoscere quell’uomo, lei mi conferma che era un suo amico e di avermelo fatto incontrare, io mi agito e le chiedo diretta se lui abbia abusato di me, lei mi dice “non credo, perché eri molto piccola e non parlavi, a lui piacciono le bambine che parlano”…”

Giglio si riconcilia con la madre al fine di rafforzare la sua identità psicofisica e di viversi al meglio come la bambina evoluta in donna: identificazione e identità. La riconciliazione comporta il riconoscimento della figura femminile materna e del suo ruolo specifico di genitrice e di donna. Durante la pubertà la bambina si stacca dal padre e si avvicina alla madre riconoscendo che “il suo amico” era suo marito, nonché suo padre. Il ridestarsi dei sentimenti e delle sensazioni “edipiche” procura una certa agitazione in Giglio che non trova di meglio che ripescare i suoi desideri e le sue pulsioni di insidia da parte del padre elaborate e vissute quando era bambina. Giglio, in questa difesa estrema dal senso di colpa di aver tanto osato e altrettanto desiderato durante la sua formazione infantile, proietta sul padre la sua pulsione incestuosa e sulla madre la sua responsabilità incestuosa. In effetti, era lei e soltanto lei che desiderava in mille modi quell’uomo, Giacomo o Jacopo in precedenza, e che adesso chiede a se stessa ragione del suo vissuto di uso ed abuso di lei bambina proiettandola sulla madre che avrebbe dovuto difenderla da tanto mostro e da cotanta mostruosità. Non basta tutto questo trambusto sentimentale ed emotivo, Giglio dice a se stessa la sua spiegazione logica: ero infante, ero senza la parola, ero dominata dalle pulsioni e dai bisogni che tendevano al desiderio, ero senza il potere della parola, non avevo il verbo, non avevo il potere di una donna, avevo soltanto l’innocenza di una bambina, non sapevo tradurre i miei vissuti interiori in parole, non sapevo dare parola ai miei “fantasmi”, alle rappresentazioni emotive dei miei istinti, non avevo il fallo del verbo. Di conseguenza, senza il potere della parola mi era impossibile la consapevolezza e la coscienza di me stessa, il “sensus mei” eccedeva la presa di coscienza e la traduzione logica dei miei vissuti edipici e, nello specifico, la trama delle vaste relazioni con mio padre e con mia madre. La “parola” è il potere della comunicazione e della seduzione: “non parlavi e a lui piacciono le bambine che parlano”, le donne adulte che hanno un grado di auto-consapevolezza. Il padre non era incestuoso e gradiva le sue pari, quelle che sapevano conquistarlo con le armi creative del linguaggio. Giglio se la racconta tanto bene che quasi quasi crede a se stessa e si sente nel giusto che più giusto non si può, neanche con il candeggio del super disinfettante in voga. Nel momento in cui Giglio permette al padre di tradirlo con le altre si è liberata dell’ingombro edipico e può procedere verso la sua identificazione psicofisica, si concede di crescere dopo aver superato gli scogli edipici di Scilla e Cariddi e l’illusione di essere una Sirena, la creatura più infelice che l’uomo abbia mai potuto immaginare e descrivere.

Comincio a incazzarmi e disperarmi e le chiedo se mi ha mai lasciato sola con lui, lei mi risponde che è successo, allora io chiedo cosa sa di quella volta…lei mi risponde “so che ti ha accarezzata dappertutto e che non riusciva a entrare ma nemmeno a staccarsi”…”

Ma ancora la misura non è colma, Giglio ha ulteriore bisogno di “catarsi del senso di colpa edipico” e all’uopo è costretta a rispolverare-rivivere la sua contrastata avventura-disavventura con il padre, deve dare alla madre le sue responsabilità, sue di Giglio per intenderci, come si dà a Cesare, meglio si restituisce, quello che notoriamente gli appartiene. Giglio si difende in sogno “proiettando” e “spostando” sulla figura materna la responsabilità “edipica” che lei vive a metà tra la pedofilia e l’incesto, la violenza e l’impeto. La vena erotica si esalta nella rabbia imperante: “so che ti ha accarezzata dappertutto”, la cruda vena sessuale si manifesta in “non riusciva a entrare”, la vena conflittuale e affettiva si evidenzia in “ma nemmeno a staccarsi”. Man mano che Giglio procede nel sogno, il contrasto profondo tra il mondo pulsionale dell’Es e la repressione morale del Super-Io si fa sempre più stringente e struggente. Giglio non riesce a staccarsi dall’attrazione fatale vissuta nei riguardi del padre e l’ambivalenza psichica nei riguardi della madre, una figura importantissima in cui identificarsi per maturare la sua identità femminile senza trascurare i migliori tratti maschili del padre. Prevale in questa “posizione edipica” l’erotismo e la sessualità che normalmente si colpevolizzano tramite la degenerazione in pedofilia e incesto. Giglio sogna che il padre non riusciva a entrare, mantiene una dirittura morale o meglio una difesa dall’angoscia dell’incesto per non risvegliarsi e una resistenza a riesumare nei particolari più scabrosi i suoi vissuti verso la maschilità del padre. L’ambivalenza psichica si colora di affettività quando la figlia non fa staccare il padre immorale che voleva entrare ma non riusciva, padre morale. Il mancato distacco di “non riusciva a staccarsi” ha una valenza affettiva: la figlia non fa staccare il padre perché il suo amore è importante per la sua economia psichica evolutiva.

Inizio un lungo pianto isterico, mi sento schifata e mi allontano da mia madre…esco di lì, ma sono piegata in avanti dal dolore…vado verso il mio fidanzato, non so quale dei due, poi prendo il telefono chiamo F (primo fidanzato) voglio raccontargli, ma riesco solo a piangere in una maniera strana, lui non riesce a capirmi e dopo un po si stanca mi prende in giro e riattacca…”

L’isteria e la scarica purificatrice esordiscono in questo capoverso a testimonianza del quadro dominante di natura e qualità “edipiche”, risalgono ai trambusti profondi e agli sconquassi relazionali che Giglio ha vissuto da bambina e che si è portata dentro maturando in età adulta i tratti psichici erotici e seduttivi, nonché una buona fattura relazionale. Del resto, l’isteria è la conversione di conflitti rimossi a suo tempo e che nel tempo trovano la valvola di sfogo quando una causa occasionale scatena il materiale accatastato e sedimentato. Il sogno è la via maestra per l’emergere dei conflitti psichici e relazionali e di tutto il vissuto dei sensi e dei sentimenti. Giglio “si allontana da sua madre” perché si sente schifata” dal suo vissuto “edipico”, rifiuta e non riconosce la sua naturale “posizione edipica”, per cui allontana la madre e il padre dalla sua scena onirica in quanto responsabili del suo psicodramma esistenziale e relazionale. Giglio è “piegata in avanti dal dolore” come se avesse subito una violenza sessuale, più che per un normale malore possibilmente allo stomaco, nella zona degli affetti, tanto meno per una dismenorrea. Giglio razionalizza la figura materna andando via da lei, ma l’operazione è frettolosa. Il disgusto non è foriero di buone novità. Giglio si è staccata dai genitori risolvendo la “posizione edipica” ed è pronta per i suoi uomini, è disposta alle relazioni mature e adulte. Giglio è cresciuta e si è partorita, “maieutica di Socrate, attraverso la presa di coscienza che la sua vita si incanala verso le relazioni maschili dopo lo spazio concesso al padre e verso le relazioni femminili dopo aver mal digerito la filosofia screditante e spartana della madre. Quest’ultima è stata poco protettiva nell’evoluzione educativa della figlia, almeno così l’ha vissuta, o, meglio ancora, Giglio aveva bisogno di tanto sazio per viversi il padre senza la presenza invasiva della madre che giustamente averebbe recriminato i suoi diritti di proprietà e di esercizio nei riguardi del marito, il padre di Giglio. Quest’ultima non sa che farsene degli uomini, il primo e il secondo, “F” e “il secondo”, figure poco importanti e significative rispetto al padre. La nostra protagonista ha tanto vissuto da bambina e, adesso che è adulta, anche i suoi uomini sono superficiali come la mamma che a suo tempo e, sempre nei suoi vissuti, l’ha lasciata in balia del padre. Questo era chiaramente il suo desiderio. Anche il suo secondo uomo non riesce a capirla, “si stanca, mi prende in giro e riattacca”. Un’ultima domanda seria si pone nel finale di questa lunga decodificazione del sogno di Giglio: “riesco solo a piangere in una maniera strana”, che vuol dire?. Vuol dire che Giglio ha acquisito una maniera diversa di scaricare le sue tensioni. Il pianto è una salutare “catarsi” delle tensioni nervose accumulate. Giglio non piange più come una bambina, adesso si libera come donna. E’ maturata e ha maturata nuove modalità espressive e liberatorie.

Ancora un appunto mi sento di fare: come la mettiamo con il fatto che il primo fidanzato di tutte le bambine del mondo è il papà?

Forse il papà non c’è più e Giglio non può comunicargli tutto il bene che gli ha voluto, un bene completo e fatto di tutto quello che è inesprimibile nella realtà ed esprimibile con naturalezza nel sogno attraverso i simboli e la Bellezza. E’ proprio vero che la funzione onirica è foriera di prosperità estetica mostrando i nostri inconsapevoli capolavori.

Bonne chance, Gigliò!

Mi sveglio facendo versi disperati. Al risveglio ripenso all’uomo, ma non sono più sicura di averlo visto per davvero o lo confondo con un’altra persona.”

In precedenza Giglio piangeva “in una maniera strana”, adesso fa “versi disperati”. Questa donna è proprio sull’orlo di una crisi di nervi o è ancora in piena scarica isterica, si sta liberando delle ultime scorie nevrotiche di qualità “edipica”, è ancora fortemente arrabbiata con la madre e il padre perché l’hanno buggerata e poco protetta nelle disavventure costruttive della sua evoluzione psicofisica. Giglio è in piena teatralità creativa e attira l’attenzione su di sé e sui suoi trascorsi: un classico comportamento dei bambini cosiddetti normali. Insomma, Giglio ha maniere alternative di esprimersi e tenta di farsi capire con le sue personali e creative espressioni. Una bambina incompresa suggella la fine del sogno, ma questo l’aveva già detto. Convergendo ancora su se stessa, Giglio si riprende tutto il materiale che aveva alienato nel padre e tenta di convincersi che forse non l’ha del tutto razionalizzato questo padre così importante e ingombrante. Resta il dubbio di aver messo insieme, “confuso”, il proprio con l’altrui, di aver usato il meccanismo di difesa dall’angoscia dello “spostamento”, della “traslazione” e della “proiezione”. Ma tutto questo è ancora assolutamente normale e naturale. Resta una figlia che ha vissuto un intenso travaglio con il padre e con figure maschili equivalenti. Ho anche pensato che Giglio possa aver subito molestie e violenza durante la sua infanzia, ma anche questo dato è frequente a causa della repressione sessuale della società e della cultura sessuofobica del passato e del presente più che mai.

La verità psichica e fisica di questo sogno è stata depositata nel grembo della dea Giglio e a lei, soltanto a lei, spetta il responso.

DODECAFONIA

Dodecafonia?

Capperi, chi è costei?

Cantami, o diva, dell’infame aedo l’ira funesta

che assommò l’Iliade e l’Odissea

direttamente dalla bocca parlante dei poveri Achei.

Dimmi, o diva, di quel magico sartorello cieco

che cucì, pezza dopo pezza, la veste greca a poema.

Parlami, o diva, di quel grillo loquace

che saltò e risaltò,

pezzo dopo pezzo e sempre sul pezzo,

tra le pieghe del nebuloso Olimpo

a racimolar l’identità di coloro

che coltivarono le ragioni dell’Essere e del Non-Essere

nelle agorà delle polis infettate dai Sofisti.

Dimmi anche di coloro

che seguirono Dioniso tra i pascoli eterni del corpo,

là dove nulla mancherà finché Lui c’è.

Dodecafonia?

Se un filosofo annaspa,

un poeta risorge,

un poeta rinasce sempre,

come il ramarro e come Tazio Nuvolari,

perché un poeta vale più di dodici suoni messi in fila,

anche con il resto di due,

perché un poeta vale più di dodici cafoni messi in fila

e reperiti in abbondanza nella terzultima città italiana vivibile,

molto lontana da Trento,

molto lontana da Bologna.

Tu mi dirai

che il poeta emette soltanto e solamente flatus vocis,

spifferi d’aria contaminata dalle raffinerie dei barili di Brent,

la russa Lukoil di contrada Targia.

Tu mi dirai

che il poeta spara soffioni boraciferi rafforzati dall’alitosi cronica

di uno stomaco dilatato da obesi dolciumi di ricotta.

Tutto qua!

Parole,

sono soltanto verba quae volant,

nient’altro che vortici che si muovono in lungo e in largo

per motivi politici tra i cieli opachi dell’augusta penisola,

voltaggi che volteggiano lungo i canali di etere del perfido mostro,

l’immarcescibile fatto e rifatto nelle cliniche delle parole a vanvera

da parte di servitori solerti e interessati al quibus,

les miserables de Montmartre,

les invalides de la Bastille.

Dodecafonia?

Mi dirai ancora che sono registri diversi

per docenti di lingua italiana in svendita

nelle sfasciate scuole medie della triste penisola.

Insisterai dicendo che sono contagi identici

per gli ubriaconi del nord e i malandrini del sud,

uomini tenuti insieme dall’enorme debito pubblico

che nessuno mai pagherà

e paladini della patria borghese

che tanti odorano perché sa di fasciume.

Quanta miseria nei viali dell’ipocondria mediatica!

Cosa racconteremo ai figli dei figli mai avuti?

Diremo che dodici sono i mesi

che segnano le quattro stagioni di Antonio Lucio Vivaldi,

che otto sono i nani

con l’aggiunta del giornalista sempre in vista,

che sette sono i fratelli per i sette canali dell’etere maligno,

che sette le sorelle per tutti i pozzi di greggio e di fino,

che sette sono le spose per i soliti sette fratelli,

che quattro vale più di tre

e che tre val bene una messa in latino

nella caduca chiesa di san Filippo nel quartiere degli Ebrei.

Cosa posso dire io a te,

mia devota Dodecafonia,

di fronte a tanta tracotanza di donna navigata

nei mari dei Sargassi e degli Smargiassi?

Ma va a cagher,

o commistione e contagio,

o detto e ridetto,

o cotto e mangiato,

o cenere e lapilli!

Dammi sei parole,

soltanto sei parole,

la metà di dodici,

e ti solleverò lo scrittoio dall’impegno della calligrafia,

per scrivere le stesse manfrine dei bambini dispettosi

in cerca di fregole e di fragole trentine.

Grazie tante,

riattraversarti è stato veramente un piacere.

A bientot e a la prochain fois,

avec Juliette,

possibilmente.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 18,12,2020