LA DOLCE MORTE

TRAMA DEL SOGNO

“Ero a Venezia, ma non era quella reale.

Ho preso la macchina e ho cominciato a correre.

Mentre ero alla guida avevo una sorta di ansia, perché sapevo di avere le gomme lisce.

Avevo la percezione di sbandare perché pioveva, questa ansia aumentava e mi sono messo a piangere.

Sentivo di dover rallentare, ma in prossimità di una curva non ho frenato, ho accelerato e la macchina ha sbandato.

Sono andato addosso al cancello di una casa e mi sono svegliato.”

L’autore di questo sogno si è firmato con il nome di Marietto.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ero a Venezia, ma non era quella reale.”

Marietto esordisce in sogno con l’equivoco di essere nel bel mezzo del Romanticismo, Venezia, e di ritrovarsi nella squallida periferia di un’anonima città. L’inganno si mostra con la piena consapevolezza di chi ha navigato nella vita e sa distinguere il bene dal male, il bello dal brutto, la fantasia dalla realtà. Marietto è un uomo che ha ben vissuto le sue quattro stagioni e può permettersi il sentimento della nostalgia, il dolore del ritorno, il dolore di un ritorno impossibile. La trasfigurazione di Venezia equivale alla simbologia di una città pregna di Eros e di Thanatos, di amore e di morte, di bellezza e di decadenza. Venezia è l’allegoria della vita, la metafora di Marietto, un sognatore che deve fare i conti con la realtà, un esteta che s’impatta con la progressiva e inesorabile caduta della vitalità. Venezia è un ideale, Venezia è un simbolo, Venezia è un uomo che ha la consapevolezza dell’inesorabile necessità della morte e del progressivo sfiorire della Bellezza, ma non quella “grande” di Paolo Sorrentino, bensì quella personale, quella del “singolo” di Soeren Kierkegaard non di fronte Dio, ma di fronte a se stesso.

Ho preso la macchina e ho cominciato a correre.”

Marietto ripercorre le tappe della sua vita a metà tra la bella Venezia e la triste terraferma e s’imbatte nella giovinezza, nella “macchina” che permette di correre, nel corpo che sprizza salute e ormoni da tutti i pori, nello slancio vitale della “libido”, nell’espansione dei sensi e del benessere psicofisico. Marietto è padrone della sua vita e del suo corpo, gestisce il suo psicosoma con volitività affermativa lungo le strade del giovanile benessere e in un tempo in cui si comincia e s’impara a vivere in piena autonomia, libero dai condizionamenti e dai tabù: il tempo della “prima volta” e delle tante “prime volte”.

Mentre ero alla guida avevo una sorta di ansia, perché sapevo di avere le gomme lisce.”

La gioventù è una stagione e la “prima volta” lascia il posto alla monotonia della ripetizione. Gli investimenti della “libido” perdono di originalità e di interesse e lasciano il posto al male di vivere, all’ansia, all’insicurezza, alla paura, alle fobie, all’angoscia. Marietto si è affidato al suo “Io” consapevole e concreto, ha seguito i dettami del “principio di realtà”, è vissuto sul pezzo e sulle contingenze dell’esistenza e ha maturato la “malattia mortale”, il male di vivere, la depressione, l’ansia, l’angoscia dell’esistente basata sul “fantasma della perdita” e sulla nostalgia dell’ineffabile, di quello che si perde e non ritorna più. In primo luogo Marietto sogna della sua progressiva impotenza, della sua incapacità sessuale, delle sue difficoltà fisiche a connettersi con una donna, dell’ansia da prestazione, dell’angoscia di perdita della prestanza fisica e della funzione erettile. Venezia è lontana se vista dalla luna o dalla periferia di Mestre. Quel “battistrada”, che era l’orgoglio virile della vitalità corrente, è andato consumato nel corso degli eventi storici e Marietto lo sa, ma non piange e non si dispera. La sua vita vissuta rievoca un sentimento di pacata nostalgia in un presente che, di certo, non gli sorride.

Avevo la percezione di sbandare perché pioveva, questa ansia aumentava e mi sono messo a piangere.”

Marietto si è imbattuto proprio in un brutto sogno, ma per sua fortuna i meccanismi onirici lo hanno camuffato talmente bene che capirlo nei suoi meandri simbolici non è assolutamente facile. Questo è un sogno depressivo, un sogno di perdita in cui si percepisce vagamente l’inizio della fine, la perdita della vitalità e la preparazione all’imminenza della morte. Marietto avverte questa crisi psicofisica e la sublima in crisi esistenziale, cerca di farsene una ragione, magari si sarà detto che ha vissuto la sua vita al meglio e che è giunta l’ora di partire senza fare tante storie e senza tanti fronzoli.

Quale atmosfera triste costruisce con lo sbandamento e la pioggia!

Quale dolore scatena al pensiero di quello che poteva fare e non ha fatto!

Quale nostalgia sta vivendo per il “non nato di sé”!

La pioggia è il pianto di un cielo metaforicamente plumbeo, di un’evoluzione che tende al suo compimento, di un “fato” che ha scandito bene quello che doveva dire, di un destino che era stato scritto nel libro arabo dei sogni. Il pianto è la pioggia di un uomo che ha in mano la bussola del suo viaggio per mare e per terra, di un vivente che non si ritrova le energie per ripartire dopo la sconfitta. L’ansia è inesorabile nella sua tensione nervosa e nella sua versione umana. Marietto sbanda, è in procinto di perdere la sua vitale frequenza elettromagnetica e di cambiare banda, di passare ad altra dimensione possibile e inimmaginabile, pur con tutte le cautele di memoria buddista e le certezze di memoria cristiana. Lo sbandamento è la metafora della perdita di vigilanza dell’Io, ma non per lasciare il passo agli istinti dell’Es, magari, o ai tabù del Super-Io, magari, lo sbandamento si attesta nell’interruttore che si chiude e nella vita che si spegne.

Sentivo di dover rallentare, ma in prossimità di una curva non ho frenato, ho accelerato e la macchina ha sbandato.”

Nel suo andare incontro alla morte Marietto percepisce l’estremo tentativo di allungare la vita e di ubbidire al Genio della specie. Si lascia andare al moto vitale accelerandolo e facendo una “conversione nell’opposto”. Immaginiamo quest’uomo che si lascia andare alla “libido” residua e tenta di incarnarla al massimo consentito dalla neurofisiologia. Immaginiamo quest’uomo che si congeda alla grande dalla sua sessualità affermando la vitalità in una curva affrontata a rotta di collo, così per andare a morire, tanto per farla finita nella maniera per lui migliore, erotizzando il suo morire e imprimendo ulteriore vita alla “macchina” che ormai non risponde ai comandi del pilota. Eros sposa Thanatos, come nelle migliori versioni mitologiche del buon tempo greco ormai andato, la Vita si fonde con la Morte nel suo progressivo e inesorabile andare verso la fine, quella fine che può avere un fine, ma che può anche non averlo. Marietto non è morto in un incidente stradale, Marietto sta morendo piano piano invecchiando in piena consapevolezza laica e senza l’ausilio di una fede qualsiasi da acquistare nel mercato delle religioni.

Sono andato addosso al cancello di una casa e mi sono svegliato.”

Marietto è morto, Marietto è morto dentro e si è schiantato nel cancello della casa di tutti, nel cancello del cimitero che è la massima espressione logistica della democrazia e dell’uguaglianza, la giusta e degna conclusione del “diritto naturale” vissuto e affermato vivendo: tutti hanno diritto a morire. Il cimitero è la casa di tutti e il “cancello” è l’approdo violento alla morte. La “depressione filosofica esistenziale” si esalta nella disposizione alla morte e possibilmente nell’andare incontro alla morte, il suicidio. La “depressione psichica maggiore” o quella “grande”, come la prima guerra mondiale, si imbatte prima o poi in quel “cancello” che separa il regno di quelli che sono, i vivi e i meno, dal regno di coloro che furono, i morti e i più, senza tener conto del blasone e delle ricchezze, come ha decantato il principe Antonio De Curtis nella sua poesia popolare “a livella”. Marietto si sveglia dopo aver sognato la sua disposizione a morire e la sua progressiva preparazione all’evento finale senza trauma e al viaggio senza ritorno.

Il triste sogno di Marietto non lascia l’amaro in bocca e non induce tristezza e tanto meno dolore, parla e descrive la “morte dolce”, quell’eutanasia a cui si aspira nelle tristi e lunghe giornate dell’inverno della vita e quando la vitalità si raffredda imitando la cicuta che sale dai piedi al cuore del buon Socrate. Venezia è veramente triste se vista da Mestre, dalla terraferma piena di tossiche ciminiere e di fabbriche della “morte a piccole dosi”.

Il sogno di Marietto si conclude degnamente e dignitosamente con queste pacate riflessioni.

L’ULISSE

Ti porterei ovunque,

specchio delle mie brame,

ma devo tacitare le imperative spinte dell’ego

e nascondere i miei sentimenti complicati.

Sulla zattera del tempo ho adagiato il corpo

e vago alla deriva nel blu oltremare delle tue visioni.

Il fondale si apre dietro al proscenio,

vedo perle allineate su un filo di bava di baco da seta:

profondo oriente,

alba,

sorgente.

Tu,

amato essere senza trama,

sfuggente come ali di farfalla,

sempre dentro i miei sogni effimeri,

maschilista nell’anima,

maschio nelle sembianze.

Recita ancora,

ho attraversato gli oceani per ascoltarti.

 

Sabina

 

Trento, 09, 05, 2022

 

MURATTI AMBASSADOR

So,

so che Mara ha un amore segreto per Renato,

un sentimento grande,

tanto grande da farci il bagno a Lasparano

quando viene Natale

tra le scogliere ancora calde di sole antico.

So,

so che Renato fuma ottanta,

dico e scrivo 80 e non sono balle,

Muratti al giorno,

Muratti rosse e Muratti blu,

Muratti Ambassador di ogni tipo,

ma sempre della famigerata Phlip Morris,

quella International e Multinational del cancro ai polmoni,

ottanta o 80 maliarde battone

che dipingono l’aria di volute d’oro e d’argento

come un monumento anche quando l’aria è infetta

dalla Spagnola con la scura aureola,

dalla Creola con la bruna aureola,

dalla Russa con la bionda aureola,

dall’Asiatica con la gialla aureola,

dalla Cinese con la bianca aureola.

Mara è variopinta e varia nei capelli e nelle movenze,

svarionata come la grande Sofia

con il conte e il marchese,

affabile con Tamarindo e sor Cipolla,

nonché con i nobili del colle Vaticano

del tipo di Torlonia e del Grillo e dei Farnese,

e la famiglia reale del principato di Monaco,

Monaco Monacò,

non Monaco Munchen,

del tipo Charles e Marlene messi insieme.

Mara sa sulla sua gialla pelle

che Renato è un calloso tabagista,

ha i gattini che ronfano dentro il petto villoso,

ha un rospo incallito dall’enfisema polmonare,

un rospo che raspa con la ruspa quando respira,

ed è fiero di averlo,

guai a non averlo,

non sarebbe umano,

non sarebbe un uomo,

non sarebbe un maschio,

non sarebbe un maschio siciliano.

Un uomo sa di fumo

se è un vero uomo.

Lo diceva anche la Mina

quando cantava e quando non cantava.

Mara è musa delle Arti,

è Talia,

è Calliope,

pur essendo romana de Roma,

zoccoletta all’evenienza,

caciottara all’occasione.

Renato è nato a Palermo,

alla Vucciaria,

tra quarti penzolanti di vitellone insanguinato da spolpare,

tra salsicce di maiale intrecciate e incroccate,

tra vacche magre da ingrassare nei tempi futuri.

Renato fa ritratti per gli americani,

i soldati mezzi marinai e mezzi fanti,

che sono appena sbarcati con il chewingum in bocca

dalla Indianapolis prima di essere affondata dai giapponesi,

uomini nati da genti di tutte le parti,

di tutte le genti,

uomini senza arte e né parte,

pur sempre uomini di razza e di portafoglio,

di pancia e di cordoglio,

di libertà e di vecchi merletti,

di armi in casa e di proprietà privata.

Renato è uomo di arte e di parte.

Renato è comunista più di Antonio,

più di Palmiro,

ha la falce e il martello impresse sulle carni

come stimmate di un calvario del padre e della madre.

Renato è povero nel quartiere della Vucciaria,

ma fuma ottanta,

80,

dico e scrivo 80 e non sono balle,

Muratti blu e rosse al giorno

che dipingono l’aria di volute d’oro e d’argento,

come da prescrizione depressiva del suo medico curante,

dello psichiatra del manicomio,

la real casa dei matti Pietro Pisani,

barone delle due Sicilie.

Mara mangia tartine al caviale russo dello zar

e beve soltanto champagne,

quello francese e non quello dei colli del Soligo,

nel casino di via Teulada

e fotte i soldati americani

che continuano a masticare chewingum

anche quando mangiano spaghetti alla carbonara

dalla sora Clelia di Anzio

e fumano le Jesterfield senza filtro

per ostentare le palle e sfidare la morte,

per corteggiare l’agguato seduttivo di Lachesi,

di Atropo,

di Cloto.

Renato si è fatto grande

ed è corteggiato dai mercanti americani

di Brooklin e di Filadelphia,

di Nuova York e di Boston,

vende quadri a peso e a misura,

a chili e a metro quadro,

come gli attici di Madison Square.

Mara ama Renato,

nonostante sia ampiamente maritata,

una donna libera alla bisogna come l’Aulin,

una donna ante litteram,

post Cristum natam,

una femina feminarum,

una Lilith e non una Eva,

una domina di antiche virtù,

di novelli sfizi,

di ricci e capricci,

di forti incalliti vizi.

So che Mara ha un amore segreto per Renato.

So che Renato fuma ottanta,

dico e scrivo 80 e non sono balle,

Muratti Ambassador blu e rosse al giorno.

So che la loro vita scorreva tra le vie di Palermo bene,

tra le strade di una capitale dalle grandi bellezze.

Ma so anche che ieri Renato è morto

con la sigaretta a fianco,

la Muratti Ambassador rossa 

come la camicia dei garibaldini,

come la bandiera dei compagni russi.

La balorda gli è sopravvissuta,

ha continuato a bruciare incensi lugubri

e a esalare aromi osceni.

La troiona si è spenta tre minuti dopo il suo cuore.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 15, 04, 2022

 

 

IL MORBO DI ALZHEIMER

Se non reggo l’angoscia di morte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la morte la sento alle porte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la fine mi bussa più forte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la fine è per me senza un fine,

dimmi tu che male ti fò.

Se di giorno cincischio e m’inciampo,

dimmi tu che male ti fò.

Se al computer fraseggio e cazzeggio,

dimmi tu che male ti fò.

Se m’intrippo di trippa e m’intruppo,

dimmi tu che male ti fò.

Ho vissuto una vita beata,

ho sorriso alla gioia sfrenata,

ho abbracciato la truffa impensata,

ho viaggiato con i masnadieri,

ma se non reggo l’angoscia di morte,

dimmi tu che male ti fò.

Chiamami Alzheimer,

sarò il tuo morbo.

Chiamami anche Arturo o Zoe,

sarò sempre il tuo morbo.

Nella mia vita allegra e sconclusionata

tutto sbambazza e nulla sorride più,

ho ancora una speranza nella morbata

e la malattia mia sei proprio tu.

A te io ricorro,

o Alois,

esule figlio di Eva,

a te io ricorro,

o Emil,

io che sono l’erede indegno di Adamo,

l’uomo che guadagnò la Morte anche per il suo Seme

desiderando la donna propria e la donna altrui,

desiderando,

desiderando la Roba di mastro don Gesualdo,

mangiando la mela tossica delle verdi vallate tirolesi

dove vivi tu,

mea magistra et domina,

mea nouvelle vague anzichenò e anzichesì.

Nulla mi mancherà,

se tu sei con me,

o sorella Morte corporale

che,

come il poeta,

fai un uso improprio delle parole e degli attributi,

della punteggiatura e dei segnali stradali,

del cannolo e dell’assenzio,

delle nobili figurine Miralanza,

quelle dei signori Lanza di Mira di Venessia,

del Bacco e del Tobacco,

Johnnie Walker e Muratti ambassador,

del Plutonio e del monte di Venere,

Pu 94 e pube impubato.

O Morte creativa

e accattivante come un cesto d’insalata iceberg

nella fredda stagione invernale,

quando l’angoscia bussa più forte alle porte

perché anche Lei ha freddo

e vuole entrare in un corpo caldo caldo

come il cappuccino del tuo bar preferito,

il bar da Ciccio,

ex Francesco,

in odore di santità per rinnovato voto di povertà,

nonostante la Multinazionale dei conventi a cinque stelle,

gli eredi di Francisco l’umbro.

E tu, adesso, mi ricoveri in hotel,

mi lusinghi e mi seduci,

mi adeschi in un motel

dicendomi che è un bordello di tipo maltese

per camionisti crapuloni in cerca di sballo

ogni sabato e ogni domenica

quando non cavalcano il proletario Iveco

o il nobile Mercedes

o il potente Mann

o il pragmatico Scania.

E tu, adesso, mi paghi la retta e la curva,

il quadrato e il triangolo,

mi segni le strisce bianche per terra

in ricordo della bionda zebra

che amai da ragazzo in un safari moldavo,

mi dici

che sono malato del morbo del dottor Alzheimer,

il degno compare di Kraepelin,

un signore illustre che ha scoperto la demenza senile

senza essere stato mai vecchio,

senza più figli e senza più voglie,

mai stato folle,

mai stato matto,

mai affiliato a Dioniso,

un pioniere del West malandrino di Germania targato 1933

a cavallo dell’asino di Sancho Panza

in questa vasta e incolta prateria

chiamata “casa serena” in via del Piscio

al numero civico 33

in questa Siracusa dalla mancata cultura,

un luogo pieno di umane cianfrusaglie disordinate.

Sappi,

mio caro imbroglione e mio caro somaro,

che io mangio ancora pane e panelle

per fare figlie belle

con tutto questo seme che mi pullula dentro le palle

e non sa dove andare a parare,

in quale ricettacolo anfrattuoso cercare la sua degna fortuna.

Io ti chiedo la tregua per senescenza acuta

e tu mi dai la guerra per codardia incallita,

o fratello,

io ti chiedo la pace

di fronte al cadavere del figlio e della figlia,

del fratello e della sorella,

della madre e del padre,

in questa guerra tra monaci e monache per l’Inferno,

in questa guerra dei bottoni tra bambini e bambine

nel boulevard du Montparnasse

in una Parigi piena di bonbon allicchittati e di filosofi travestiti,

io ti chiedo la semplice pace

e tu mi dai la guerra più bieca del candeggio per lavatrice.

Una vita sola vale più di una vittoria sonante

sul Bosforo a cavallo del mio cannone di latta

che ormai spara soltanto fiori di ghirlanda da morto.

Vanitas vanitatum,

caro erede di Quinto Orazio Flacco,

omnia turpia turpibus.

Memento vivere, non mori!

Se non reggo l’angoscia di morte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la morte la sento alle porte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la fine mi bussa più forte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la fine è per me senza un fine,

dimmi tu che male ti fò.

Se di giorno cincischio e m’inciampo,

dimmi tu che male ti fò.

Se al computer fraseggio e cazzeggio,

dimmi tu che male ti fò.

Se m’intrippo di trippa e m’intruppo,

dimmi tu che male ti fò.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 25, 03, 2022

IL MARITO SCAVALCATO

LA LETTERA E IL SOGNO

Dottore buongiorno,

mi è stato tanto utile tempo fa accompagnandomi ad interpretare un sogno da me fatto e dandomi numerosi spunti per approfondire la conoscenza di me.
Chiedo ancora, se possibile, il Suo contributo descrivendoLe un sogno che mi ha molto incuriosito e sorpreso.
Ho sognato che avevo una appagante parentesi di vacanza extraconiugale con una persona gradevole che conosco nella vita reale, per poi decidere di chiudere la relazione e tornare col mio compagno di vita.
Nel tornare a casa però, con mio grande stupore e soprattutto sconforto, scoprivo che il mio compagno di vita non era quello effettivo (con cui sono insieme da vent’anni), bensì il mio primo ragazzo, con cui sono stata molto ma che mi ha fatto parecchio soffrire.
Nel sogno mi domandavo dove fosse finito mio marito (avevo “scavalcato” vent’anni di relazione con lui per catapultarmi alla mia prima giovinezza) e mi sentivo angosciata all’idea di aver rinunciato ad una cosa bella non per vivere con mio marito bensì per stare con quell’uomo che mi aveva fatto così male.
Non riesco a dare un senso a questo sogno, a parte che la sera prima ero reduce da un importante litigio con mio marito a cui però, lucidamente, non ho attribuito così tanta importanza e gravità.

La ringrazio se troverà del tempo da dedicarmi e, in ogni caso, per la disponibilità e professionalità che mi ha dimostrato anche in precedenti occasioni.

La saluto cordialmente.

China

DISCORSO SUL SOGNO

un sogno che mi ha molto incuriosito e sorpreso.”

I sogni sono birichini e monelli semplicemente perché rievocano e condensano i modi di essere e di pensare del nostro essere stati “bambino”. Segnalo un testo fenomenale e portentoso della grande Melanie Klein, “Il nostro mondo adulto e le sue radici nell’infanzia”. In tanta spazzatura mercantile di editori fottuti dal potere economico e di scrittori fottuti dal narcisismo il classico e l’antico ritornano impellenti nel loro chiedere ragione di cosa si scrive e come si scrive, contenuto e modo.

La nouminosità, splendore pensante, del sogno sorprende la donna China perché la bambina China sa di cosa si tratta, ma, essendo birichina, non lo dice nei termini chiari e cogenti della Logica aristotelica, lo esterna “condensandolo” nei simboli e nelle emozioni, in quella Logica primaria di cui ha tanto scritto un altro grande, italiano in questo caso, Giambattista Vico, nel suo capolavoro “Scienza nuova” e un grande divulgatore scientifico dell’antropologia culturale, Erich Fromm nel suo immarcescibile “Il linguaggio dimenticato”.

China è curiosa e sorpresa, vuole sapere di sé e sa di sapere. Nulla di nuovo sotto il sole, anzi è tutto antico quasi quanto la vita vissuta da China e tanto di più nella sua formazione psicofisica. Insomma, la nostra amica non si è fatto mancare alcunché per diventare una bella e buona persona anche nella sua relazione con l’universo maschile.

Ho sognato che avevo una appagante parentesi di vacanza extraconiugale con una persona gradevole che conosco nella vita reale, per poi decidere di chiudere la relazione e tornare col mio compagno di vita.”

Si definisce evasione nel linguaggio carcerario di tutti i giorni, ma nella Retorica, meglio arte del bel parlare convincente, di China vigile e vigilante si definisce “appagante parentesi di vacanza extraconiugale”. La donna assolve simpaticamente con le parole quello che nel popolo peregrino si chiama tradimento proprio perché coinvolge il corpo e la sessualità. Analizzo le parole per meglio arzigogolare sui significati profondi e culturali. “Appagante” ha una chiara radice erotica e sessuale. In senso traslato si traduce soddisfacente, ma questa “sublimazione” non elimina il senso di sazietà e di pienezza che China ha vissuto e di cui racconta. China ha vissuto bene il suo corpo e le sue prerogative psicofisiche.

Parentesi” contiene una modalità del Tempo e dello Spazio, un modo di essere vissuto della categoria astronomica e Logica del Tempo e dello Spazio. China inquadra in uno spazio temporale, “parentesi”, i suoi vissuti e definisce il suo trasporto psichico ed emotivo in un “breve eterno”, in un “diem” oraziano da carpire e da non lasciarsi sfuggire soprattutto quando si vive in un mondo avaro di emozioni e di piaceri carnali e non.

Oltre l’Astronomia e la Logica China tira in ballo la Letteratura e rievoca Quinto Orazio Flacco nella sua ode del Carpe diem, l’undicesima del primo libro nello specifico, la più famosa perché la più umana, la più condivisa e convissuta perché nella sua sintesi poetica contiene un pezzo di vita tra il cuore e il sesso, tra la vita e la morte, tra Epicuro e Pirrone.

DEDICATA A CHINA

O China, non chiedere anche tu agli dei

quale destino hanno riservato alla nostra vita

perché è impossibile saperlo

e sarebbe come ricercare un senso logico

nei calcoli astrali dei Caldei.

Credimi, è meglio rassegnarsi,

sia se Giove ci concede ancora molti inverni

e sia se l’ultimo è proprio questo

che infrange le onde del mar Tirreno

contro l’argine delle scogliere.

Pensaci bene! Versati un po’ di vino

e soltanto per un breve tempo

concediti l’illusione di una speranza.

Mentre noi parliamo, il tempo impietosamente è diventato passato.

Godi l’attimo e non affidarti assolutamente al domani.

China ha carpito il suo “diem”, ha sognato di carpire il suo “momentum”, ma non quello da cui dipende l’eternità, come scriveva Agostino parlando della sua morte, quello oltremodo vitale di un attimo, di un breve eterno, di una sospensione dello scorrere inesorabile del Tempo, di un blocco dell’ecoulement a favore di una eccitazione neurovegetativa di per se stessa avulsa dalla Storia monotona e ripetitiva di ogni giorno, dal Tempo storico. Insomma, a frustrazione psicofisica, a istanza depressiva in emersione, a “fantasma di morte” in riesumazione, China spolvera alla grande la sua funzione onirica in cerca di quel soccorso che appaga come un desiderio che non scende dalle stelle ma sale dal corpo. Alle normali frustrazioni dello scorrere della Vita e al normale avvento dell’angoscia di Morte China reagisce con la gratificante “vacanza” erotica e sessuale, una parentesi fuori dal Tempo per riempire quel che è almeno momentaneamente vuoto. Di poi, tutto può tornare com’era, l’oggi può tornare ieri, la monotonia rassicurante serve a stare bene di fronte alle tempeste esistenziali e gli ormoni possono rientrare negli argini consentiti dalla Legge e non soltanto quella legale, ma anche quella psichica. Il Super-Io ha tollerato che l’Es si appagasse e ha fatto finta di niente, ha fatto lo gnorri, ma adesso è tempo di tornare negli argini dopo tanta esplosione di libido.

Meglio: China reagisce in sogno alla monotonia della sua vita e alla pacatezza della sua carica erotica e sessuale e si concede l’amico, si prende l’amico per poi decidere di lasciarlo al suo destino dopo tanta gratificazione. China è una donna affermativa dalle idee chiare e dall’istanza psichica morale elastica, “Super-Io”, è una donna che riconosce le sue pulsioni e le appaga senza sbandieramenti e fuochi di artificio, ma con quella sicurezza delle donne cosiddette mature che mature fortunatamente non sono mai: abili e ricche di esperienza sicuramente sì.

Nel tornare a casa però, con mio grande stupore e soprattutto sconforto, scoprivo che il mio compagno di vita non era quello effettivo (con cui sono insieme da vent’anni), bensì il mio primo ragazzo, con cui sono stata molto ma che mi ha fatto parecchio soffrire.”

L’amore adolescenziale si coniuga sempre con il dolore, il dolore di quello che non è nato perché non poteva nascere, l’amore “edipico”, il trasporto psicofisico verso il padre, quello che sa di senso e di sesso, quello che fonde il sentimento con le sensazioni di un corpo che si sta evolvendo alla grande e in fretta, in eccessiva fretta, una fretta che scorre rapida nel corpo e tiene dietro la mente. La bambina diventa donna nel corpo, ma nella mente mantiene intatte le prerogative dell’adolescenza. La bambina può fare un figlio, ma è il figlio di una bambina e non di una donna. Il primo amore prolifico è diretto verso il padre anche se a tutti gli effetti riguarda il corpo e le sue evoluzioni organiche. China rievoca in sogno la figura paterna e la sua dimensione-posizione “edipica”, le sue pulsioni ambivalenti, non ambigue, attizzate dai vissuti personali in riguardo al primo maschio, quello di casa, il padre, quello che hai quotidianamente per le mani anche se non c’è. Lo “stupore” si spiega proprio con questa riesumazione del padre e lo “sconforto” si spiega sempre con questo ritorno del sintomo edipico, la delusione che poi porta la adolescente donna a percorrere altre piste, quelle sociali, per trovare un maschietto e appagare le sue pulsioni erotiche e sessuali. Stupore e sconforto sono la linea dialettica su cui scorre l’emancipazione psichica dal padre e l’evoluzione psicofisica verso l’età adulta. “Mi ha fatto parecchio soffrire” non si addebita alla vanità narcisistica del ragazzo, ma è pertinente ai vissuti contrastati di China bambina nei riguardi del padre. China non ha sposato il padre perché il primo amore non si sposa mai e non si scorda mai proprio perché è tanto complesso e complicato tra senso e sesso che frastornano, seducono, ammaliano, fanno soffrire, fanno godere, “svarionano” in una sola parola, quella che suona così bene nella bocca della grande campionessa Sofia.

Nel sogno mi domandavo dove fosse finito mio marito (avevo “scavalcato” vent’anni di relazione con lui per catapultarmi alla mia prima giovinezza) e mi sentivo angosciata all’idea di aver rinunciato ad una cosa bella non per vivere con mio marito bensì per stare con quell’uomo che mi aveva fatto così male.”

Questo è la chiosa di China e non abbisogna di interpretazione e commento il finale onirico di questa donna meravigliosa che è stata una figlia edipica in pieno rispetto delle varie tappe della sua evoluzione psicofisica. I mariti appiccicosi non si addicono alle donne e agli uomini liberi dentro e democratici fuori, così come le donne appiccicose.

Non riesco a dare un senso a questo sogno, a parte che la sera prima ero reduce da un importante litigio con mio marito a cui però, lucidamente, non ho attribuito così tanta importanza e gravità.”

Il senso e il significato sono dentro China, io li ho esternati anche in versione poetica, a testimoniare che i nostri prodotti psichici notturni sono elaborati secondo i meccanismi estetici, sono “poietici”, creativi nell’etimologia greca, e contengono le nostre pietre preziose psico-evolutive. Il marito viene dopo, tanto tempo dopo il grande trambusto e la grande Bellezza della “posizione psichica edipica”, del papà insomma.

Questo è quanto il sogno di China contiene secondo le mie linee metodologiche.

Tra una potatura degli ulivi e una aratura dei campi ancora mi diletto di interpretare i sogni secondo modalità umanistica ed estetica, senza il vacuo tecnicismo psicoanalitico che usavo in precedenza, ma senza scadere di qualità, tutt’altro.

La Sicilia non è più quella di una volta e i siciliani si dividono ancora nelle quattro categorie di Sciascia.

Meno male!

Purtuttavia i contadini si lamentano sempre e comunque, ma sono gentili con le persone sensibili.

E China è una grande donna.

CARTAGO DELENDA EST

L’albicocco è fiorito a chiazze in questo giardino d’inverno

tra gelidi scrosci di acqua radioattiva

e morbidi acquitrini stagnanti da tempo indefinito e indefinibile

per diventare finalmente una palude famosa e fumosa

sotto i flash della Press internazionale

che sfruculia a destra e a manca in cerca dell’ignoto,

del sapere occulto,

della testimonianza segreta,

del cavolo a merenda,

dell’io so quello che tu non sai

e che non potrai sapere mai.

Anche i fiori dorati del tiglio si fanno la guerra

in questa primavera omicida e grigiagnola allo zolfo puzzolente

e tentano la scalata al magico potere di un frutto

che da acerbo diventerà maturo

e pronto per la solita scatola di latta

della Arrigoni di Odessa,

della Valfrutta di Kiev,

della Santarosa di Leopoli.

Cartago delenda est!”

Cartago delenda est!”

Cartago delenda est”

va gridando Cato maior

temendo di degenerare in minor.

Ahi Catone,

vituperio delle genti,

xenofobo incallito,

nazionalista infame

che adeschi le pulzelle di Orleans

per farne sante sugli altari della sacra Patria

insieme all’amico Cirillo!

Censura,

censura, o illiberale, le lettere di Jacopo o di Hanna,

le missive di don Michelino dal fronte russo a quello ceceno,

dalla cazzuta Ucraina alla mite Bielorussia,

condanna al cilicio i padri che disconoscono i figli

per poi adorarli pro domo loro narcisistica,

le madri che ammorbano il latte con atomi di U e Pu

durante le lunghe notti consumate

in un ricovero per gatte in calore

sotto le bombe di puro acciaio

e sotto le lenzuola di liscio raso,

in bottega e in chiesa,

in parlamento e in fabbrica,

nei ricoveri antiaerei e nei manicomi antiangoscia.

Intanto il freddo impazza

e diventa gelo sopra la neve sporca di nafta.

I lupi girano alla ricerca del rancio

e rivendicano il pezzo forte della loro cultura:

chi perde la guerra non perde la vita”.

I lupi insegnano all’università del monte Sasso

e promettono pergamene al latte di capra con pagamento rapido,

ma nessuno li capisce,

devono crepare nella loro stessa bocca

secondo la versione inumana di uomini senza frontiere.

Così non va bene,

non va per niente bene un “in bocca al lupo”

sputato al primo venuto

in questo ennesimo giorno di guerra

tra vecchie signore dai pizzi inverecondi e dai vecchi merletti,

tra anatre starnazzanti e compagni caduti.

Chi perde vince, dice Laing.

I lupi gregari hanno tanto da scopare

dopo la fine delle ostilità maschiloidi.

Cristo segnala il Golgota fittizio di un olocausto alla crucca,

ma Big Gim insiste nel massacro del suo popolo

che unito ammazzerà il tiranno

dopo il tristo connubio con la Morte.

Socrate si insinua furtivo in tanto bordello

e chiede dei buffoni e dei saltimbanchi al potere.

Come mai i matti e i derelitti governano

in tanto progresso delle Scienze fuse e infuse

e delle masturbazioni atomiche e microcellulari.

Povero sofista!

Mal gliene incolse nell’agorà di Serenella

per un salario contrabbandato nella via Salaria

insieme a donne imprudenti e uomini in cerca di guai,

sessuali e non.

Gli italiani sanno di buffoni al potere,

conoscono il buffo e il puffo in pieno vigore,

ridono dell’uomo tutto d’un pezzo e senza qualità,

insegnano la Logica trascendentale di Immanuel

tramite giornaliste e filosofi negli sciok parlati,

negli hitchcock televisivi di periferie pasoliniane inurbane.

La Press internazionale non socialista gode di tanto lutto.

Spettacolo, spettacolo, spettacolo!

Quanto vale un bel culo,

una faccia da culo per non morire,

uno strudel al plutonio per illuminarsi d’immenso.

Ieri mi ha scritto Niccolò,

il macchiavello macchiaiuolo,

quello della Mandragola,

quella della corruzione italiana,

mi ha chiesto

come si fa a farsi massacrare per eroismo.

Si sente inutile come non mai

in quel casino di Treviso

tra un tiramisu e una preghiera.

Anche Francesco il Guicciardo si rivolta sul prato verde

e si ribalta dalle risate insane

per il particulare e l’improvvisa Fortuna,

tutta roba sua senza trucco e senza inganno,

che è servita alle cuoche delle case di morte.

Anche Jean Bodybody è molto agitato

per la sua ragion di stato e ragion di chiesa.

Sigmund se la ride con il sigaro olandese

e grida ad Albert capellone “te l’avevo detto”,

me l’avevi detto”,

l’avevamo detto” nel nostro semplice carteggio

tu con i dollari e io con l’istinto,

mentre Catone il censore,

maior e minor,

nonché double face,

grida dal freddo deserto della Siberia

ai sordi della domenica infame:

Cartago delenda est!”

E ancora:

Cartago delenda est!”

E insiste:

Cartago delenda est!”

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere 20, 04, 2022

LE BLATTE DI BRENDA

LA LETTERA

“Buon giorno,
ho sognato che mi uscivano 2 blatte alla volta del mio ombelico ogni tot di tempo…. per esempio sognavo di passeggiare e dopo un tot mi uscivano due blatte dall’ombelico.

Cosa vuol dire?

Le emozioni nel sogno erano che avevo schifo di ciò e volevo liberarmene subito e quindi appena le vedevo uscire le tiravo via… e intanto cercavo una soluzione di come eliminarle definitivamente …ma mi sono svegliata.
Grazie mille per un’eventuale spiegazione.
Cordiali saluti
Brenda “

L’INTERPRETAZIONE

Buon giorno,
ho sognato che mi uscivano 2 blatte alla volta del mio ombelico ogni tot di tempo.”

Nell’Immaginario collettivo lo scarafaggio è associato a un senso di disgusto e di rifiuto, spesso di repellenza isterica. Tante persone vanno letteralmente in crisi di fronte a una blatta che emerge dai luoghi umidi e notoriamente sporchi. E’ un animale esteticamente brutto per il colore e per la forma anche se si tratta di un semplice e benefico insetto. La saggezza popolare napoletana dice della blatta che “ogni scarafone è bello a mamma soia”, ogni scarafaggio è bello per la sua mamma, intendendo espressamente che ogni figlio, anche se brutto, è bello per la sua mamma. L’amore materno vince ogni canone estetico nella psicologia di “Filumena Marturano”, una delle più significative commedie dell’indimenticabile Eduardo De Filippo. La blatta, quindi, si associa alla bruttezza e alla schifezza, al rifiuto e alla repellenza. Come tutti gli insetti lo scarafaggio rappresenta qualcosa di intimo e privato in riguardo al corpo e alla sessualità: lo spermatozoo, il mestruo, il feto e qualsiasi parte psicofisica di sé vissuta male e rifiutata. Nella blatta viene traslata e condensata una costellazione psichica particolarmente delicata che riguarda idee, ossessioni, paure, fobie, angosce che riescono a condizionare il normale comportamento e a inibire le normali azioni della nostra vita quotidiana.

Passiamo alla decodificazione del sogno di Brenda dopo questo doveroso preambolo.

La precisazione temporale sulla fuoruscita delle blatte, “ogni tot di tempo”, lascia spazio alla rappresentazione ciclica della mestruazione e del suo contenuto particolarmente rifiutato e colpevolizzato. Brenda vive male il ciclo mestruale, “due blatte alla volta”, e approfitta del sogno per manifestare questo suo disgusto e questa sua repellenza verso una parte costitutiva del suo essere psicofisico femminile. L’ombelico è la traslazione spaziale dell’orifizio vaginale da dove scivola il sangue mestruale. La precisazione del tempo ciclico esclude che si tratti di un aborto.

per esempio sognavo di passeggiare e dopo un tot mi uscivano due blatte dall’ombelico.”

E’ classico nelle esperienze femminili l’arrivo imprevisto della mestruazione e il grande disagio che comporta la sorpresa del frutto di un organo capriccioso e dispettoso. Quando meno te l’aspetti, ti senti bagnata e non sai cosa fare. Le borsette delle donne tra le altre cose contengono i benemeriti assorbenti. Brenda rievoca in sogno in termini assolutamente chiari e inequivocabili un episodio o una serie di esperienze in riguardo al dispettoso e imprevisto arrivo del mestruo. Ripeto, le blatte segnano un vissuto negativo sulle regole e l’ombelico è la traslazione dell’orifizio vaginale.

Cosa vuol dire?”

Brenda è stata accontentata nella sua richiesta e nel suo bisogno di sapere. A livello psicologico il sogno attesta di un’area fisica conflittuale e di una angoscia in riguardo a una naturale funzione corporea. Questo è il suo commento finale che attesta e conferma quanto rilevato e degnamente rappresentato dal sogno.

Le emozioni nel sogno erano che avevo schifo di ciò e volevo liberarmene subito e quindi appena le vedevo uscire le tiravo via… e intanto cercavo una soluzione di come eliminarle definitivamente …ma mi sono svegliata.”

La “diagnosi” dice di una psiconevrosi istero-fobica con conversioni somatiche e difficoltà relazionali.

La “prognosi” impone di recuperare la funzione mestruale e di viverla come il coronamento della femminilità matura e prolifica.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella nevrosi d’organo ossia nel vivere male la propria sessualità e la possibilità di maternità con disfunzioni in riguardo al coito e alla fecondazione.

La “causa” del sogno risale a una mancata educazione sessuale o a un eventuale trauma legato all’organo genitale decisamente colpevolizzato anche per insegnamenti errati e messaggi fuorvianti in riguardo alla genitalità femminile.

IL CIELO

L’universo è selvaggio

come l’uomo rosso di latta,

altro che ordinato e perfetto

come l’uomo bianco di una volta.

Quello sì che era un uomo,

quello di Primo in Torino

e di Adolfo in nostra sora terra di Alemagna,

quello di Ecce homo o come si diventa ciò che si è,

quello del matto Friedrich Wilhelm

che abbraccia le cheval in Turin.

L’universo è entropico

come la città di Aretusa,

casino su casino in strade fatiscenti

e in cervelli post archimedici,

altro che armonico ed equilibrato

come l’uomo greco di una volta,

quello che non peccava di ubris

e non disturbava le proficue scopate di Zeus,

quello che non danzava nel bosco futurista

e non sbranava il povero capretto di Dioniso.

L’universo è fuori di testa e imbrogliato

come un matto savio sulla via di Damasco,

è cattivo

come l’homo homini lupus di Machiavelli e Hobbes,

è ferino

come i mangiatori dell’agnello pasquale

con le patate rosse novelle di Bologna

e le cipolle bianche antiche di Giarratana.

Ma quale universo?

Amore, amore, amore,

non c’è più pellet per scaldarti il cuore e il culo

in queste funeste e funeree giornate di ordinaria follia.

Fuori tutto è magnifico,

dice la dolce Francesca da Bassano,

quasi svarionato,

dice la meravigliosa Sofia da Bergamo,

non c’è un pallet di pellet in nessun mercato,

super o mega,

di questa striscia di terra

baciata dagli dei siculi e sicani,

greci e fenici,

romani e cristiani,

arabi e normanni,

svevi e spagnoli,

savoiardi e italiani,

beati Paoli e cose nostre,

minchioni a cinque punte,

leghisti a buon mercato.

Chi più ne ha,

più ne metta

in questo lurido albergo a cinque stelle,

in questo mondo dei puffi e dei buffoni.

E noi?

Cossa fene noialtri?

Non ci resta che andare alla Marina sul far della sera

a vedere il meraviglioso tramonto

della nostra povera stella ammalata,

questo sole

che si sta spegnendo in un bagno di lacrime incandescenti

insieme alla madonnina di gesso del santuario,

questo sole

che muore di covid 19 dentro un ricovero anticovid

che funziona alla siciliana,

come i cannoli di ricotta e cioccolata

nella psicoterapia dell’anoressia.

Non ci resta che Vladimiro,

l’oscuro come Eraclito,

per avere un po’ di umano calore,

per un pallet di pellet omologato

e al dolce sapore di faggio,

intriso dei dolciastri effluvi

nella sempre atomica centrale di Chernobyl,

già saltata in aria in illo tempore

come un ramoscello della pace all’olivo

durante le grandi e le piccole Dionisiache

dei soliti santoni nostrani in tuta mimetica

e delle solite baldracche vostrane in costume carnascialesco.

Guarda,

o damigella vestita in luminoso tailleur,

giallo come la paura e la gelosia,

la desolazione anfibia marinara

e la fatiscenza atavica di questo ricettacolo patriottico,

fulmina il quadro terrestre e celeste

come un’aquila dell’acuto Montecitorio

e trema con i visitatori incauti

come un parkinsoniano appena in fiore.

Un pianeta è solo,

è senza la sua stella,

è stato abbandonato nel cosmo

dalla madre ignuda e a gambe aperte,

dal solito padre ignoto

andato sul fronte a belligerare e a stuprare.

Un altro pianeta si è perso negli spazi interstellari

tra tante madri sogghignanti e senza cuore,

tra tanti padri fottuti dalla tubercolosi a furia di fottere

e ingravidare le pulzelle indifese e virginee di Orleans.

Che generazione malata nel corpo e nella mente!

Che stirpe indegna di celebri avi e di tante ave!

E tu dove sei?

Dove sei finita?

Tu sei alla deriva nella nostra galassia,

fluttui nella via Lattea senza una stella ospite,

senza una stella che ti accoglie,

ti abbraccia

e ti lascia riposare su un giaciglio di polvere,

la polvere delle stelle,

la polvere del cosmo che fa sempre un leggero rumore,

la polvere sul comò antico di mogano della mia nonna Lucia.

O nonna, o nonna,

nonna iuventina vestita di nero e di bianco,

cantami la nenia religiosa del peccatore e del peccato,

recitami ancora la santa messa sopra la tua toletta del 1881,

introibo ad altarem dei,

ad deum qui letificat iuventutem meam,

sollevami al cielo

come fece il padre di Kuntakinde,

dimmi che sono sceso su questa terra

soltanto per puro amore e non per sesso,

non per sgraffignare il companatico senza il pane,

non per far saltare gli ospedali di Mariupol.

Ogni universo ha bisogno di Mary Poppins,

un poco di zucchero e la pillola va giù,

di una madre

surrogata al cioccolato amaro delle Antille francesi

e affossata nello spazio vuoto di due braccia ormai sterili,

di un grembo da tempo andato in stramona.

Appena nato,

ho brillato anch’io di un calore residuo nel mio cielo

al calduccio astronomico di colori sorgenti di luce,

rogue planets,

io,

un oggetto sfuggente al suo passato e al suo destino,

sottratto alle Moire come il figlio di una dea puttana,

Afrodite nel mar Ionio intrisa dello sperma

di un Urano senza fallo,

io,

un soggetto esente dal grande Nulla,

presente e vivo in un universo vuoto

ed emergente dalle onde di questo greco mare

da cui vergine nacque quella Venere di dianzi

che fea quest’isole feconde con il suo primo sorriso,

io,

un uomo che abita la sferica regione del globo terracqueo

contaminata dal napalm americano e dal plutonio russo,

un uomo cullato in tante galassie

disposte come una ragnatela gigante,

un poeta benedetto che razzola gallinaceo

in questa enorme stalla di anime

dannate dal pope e dal papa.

Ognuno ha i suoi ragni.

La tegenaria domestica e il pholcus ballerino sputano nel cosmo

i loro escrementi sacri al filo di seta antica,

quella cinese di Marco Polo da Venezia,

avvolgono strutture barocche di rara perfezione

e con i filamenti rococò di un ossobuco

ancora umido di cipolle e di carote,

adornano ammassi di galassie in concentrazione spersa

condite al pomodoro ciliegino rigorosamente di Pachino,

si ritrovano tra grandi affetti familiari

e illegalmente costituiti

attorno a un desco fiorito di rosse lingue di fuoco

ed enormi vuoti ripieni di menzogne lapalissiane,

quasi un Supervuoto di mini vuoti cerebrali

indignato del suo essere quel Tutto

che turba la Scienza

o quel Nulla

che è sempre un Qualcosa.

La Guerra non c’è,

non c’è la Pace,

la Guerra e la Pace non ci sono.

Ti prego,

cara Jean Rhies,

di non raccontarmi balle,

specialmente adesso che la Moskva è colata a picco

nel tuo vasto mare dei Sargassi.

Ti prego, animula blandula!

Dal dolore ne morirei.

Morirei di dolore.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere 15, 04, 2022

“E TU CHE GUSTO VUOI?”

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di essere in compagnia di una persona, ma non ricordo chi fosse.

Entriamo in una gelateria e, stando in piedi davanti al bancone, decidiamo di ordinare. Questa figura ordina per primo e, mentre ordina, io continuo a guardare velocemente i gusti.

Lui decide di prendere i gusti panna e crema. La gelataia si rivolge a me con un bel sorriso e mi dice :”E tu che gusto vuoi?”.

Pur avendo scelto i gusti ho un attimo di esitazione e ricontrollo tutti i gusti andando un po’ in panico, ma alla fine decido di prendere panna e crema come aveva scelto l’altro.

Guardo in faccia la gelataia e dico la mia scelta e ricordo di averle fatto probabilmente un bel sorriso.

Ma appena ho finito di dire alla gelataia che gusti volevo, sono come caduto, attirato verso il suolo e mentre cadevo ho avuto una specie di senso di vuoto.

Ero cosciente del fatto che stavo cadendo e mi sono ritrovato seduto per terra probabilmente con le gambe incrociate che guardavo il banco-frigo con all’interno i gelati.”

Questo è il sogno di Mariano.

INTERPRETAZIONE

Ho sognato di essere in compagnia di una persona, ma non ricordo chi fosse.

Mariano si trova in buona compagnia semplicemente perché la persona che lo accompagna è la precisa proiezione” difensiva di se stesso. Mariano si dà così la possibilità in sogno di attribuire all’altro quella parte psichica di se stesso che non accetta e in tal modo può continuare a sognate e a dormire. La “rimozione”, la dimenticanza, il “lapsus mentis” sono difese psichiche che si usano nella veglia e anche nel sonno quando si sogna e quando si mettono in gioco involontariamente conflitti vissuti e problematiche pregresse che sono ancora in circolazione nella psiche. Il non ricordare è sempre una difesa psichica dall’angoscia e tra poco il sogno ci dirà da chi si difende e quale angoscia ha Mariano. Comunque, il nostro protagonista è ben attrezzato e ben munito grazie al suo raddoppiamento. In questo modo “c’est plus facile”.

Entriamo in una gelateria e, stando in piedi davanti al bancone, decidiamo di ordinare. Questa figura ordina per primo e, mentre ordina, io continuo a guardare velocemente i gusti.”

Ecco, c’è in ballo la “libido orale”, “entriamo in una “gelateria”, viene fuori una situazione simbolicamente seduttiva e un conflitto squisitamente erotico. La “gelateria” condensa l’esercizio erotico del gusto e della bocca, la funzione “orale”, il bacio in primis e tutto quello che si può fare con la bocca e annessi e connessi in secundis. Mariano è titubante di fronte al manifesto palcoscenico seduttivo di una “gelateria” che egli stesso ha costruito con tanto di “bancone” e di succulenti gelati al gusto vario, con tanto di alleato e di noncuranza verso uno sconosciuto che è quel se stesso che pensa di fare le cose e di agire al meglio nelle situazioni date. Ecco che Mariano manda avanti il compare per ordinare il gelato, “questa figura ordina per primo”, mentre lui sornione si apparta dalla ribalta “guardando velocemente i gusti”.

Chi è il vero Mariano?

La risposta è semplice: tutte e due le figure.

Ma cosa teme Mariano?

Mariano teme la situazione seduttiva ed erotica e manda allo scoperto quel se stesso intraprendente che sa come fare e che non si vergogna di chiedere mai e non si tira indietro di fronte all’oggetto del desiderio, al gusto del bacio e dell’oralità erotica.

Lui decide di prendere i gusti panna e crema. La gelataia si rivolge a me con un bel sorriso e mi dice :”E tu che gusto vuoi?”.

Che provocazione!

In che situazione si è messo il timido Mariano!

La “gelataia” si rivolge a lui e chiede ammiccante nel suo bel sorriso “e tu che gusto vuoi?” Si realizza in sogno quella scena che Mariano ha immaginato da tanto tempo: una donna che lo seduce e gli spiana la strada per la conquista, una donna che gli fa capire che ci sta e che adesso deve soltanto muoversi e fare la sua parte in questo film a colori. Il Mariano coraggioso ha scelto il massimo della libidine dell’arte gelatiera, “panna e crema”, i gusti più erotici che mente umana abbia potuto mai concepire, una donna tutta panna e un bacio alla crema. Il Mariano timido, il gregario, si trova all’improvviso di fronte a tanto splendore sorridente e si sente allettato da un perfido e malizioso “e tu che gusto vuoi?”.

Come rispondere a tanta provocazione seduttiva femminile?

Pur avendo scelto i gusti ho un attimo di esitazione e ricontrollo tutti i gusti andando un po’ in panico, ma alla fine decido di prendere panna e crema come aveva scelto l’altro.”

Mariano è incorreggibile. Ma come, la signorina “gelataia” ti ha offerto in un piatto d’argento la sua disponibilità a servirti di tutto punto, di fino e di grasso, di cotta e di cruda e tu, tu tentenni, tu traballi, tu cincischi, tu balbetti, tu vai “un po’ in panico” di fronte a tanta provvidenza del buon dio arabo. Meno male che “alla fine” decidi per la “panna” e per la “crema”, come il tuo alleato, il tuo degno compare. Questo quadretto è di una delicatezza rara, se non unica, proprio nel descrivere e mostrare la timidezza con i colori dell’esitazione e della condivisione. Mariano si è rafforzato grazie al suo alleato nel relazionarsi alle donne e nel reagire alle tanto desiderate provocazioni seduttive. Lui sapeva cosa voleva, la “crema” e la “panna”, ma dopo il breve “panico” si è totalmente convinto di essere della partita e si è rassicurato sull’universo erotico e sulle relazioni al femminile.

Guardo in faccia la gelataia e dico la mia scelta e ricordo di averle fatto probabilmente un bel sorriso.”

Ormai Mariano si è sbloccato e il prosieguo del sogno lo vede attore protagonista: “guardo in faccia la gelataia”. Altro che timore e tremore, questa è vera e propria sicurezza condita dell’arroganza dell’uomo sicuro e potente che non deve chiedere mai. Mariano sfida se stesso guardando in faccia la gelataia e afferma il suo buon estro con un probabile “bel sorriso”, il suo seduttivo farsi capire, la sua modalità d’intesa erotica, il preliminare più bello del mondo, quello che fa capire all’altro che la cosa è possibile e che si può fare, si può combinare, si può impattare.

Bravo Mariano, così si fa, così fan tutti e così fan tutte!

Che il buon dio te la mandi buona nel momento in cui si dovrà concludere l’affaire!

Ma appena ho finito di dire alla gelataia che gusti volevo, sono come caduto, attirato verso il suolo e mentre cadevo ho avuto una specie di senso di vuoto.”

Ahi ahi ahi, come non detto, sono stato profeta di sciagure e di sciagurati eventi. Ma come, fino a questo momento era andato tutto bene come da codice del seduttore, come da galateo del conquistatore, come da vangelo dello sciupa-femmine, e alla fine tu mi cadi sull’ammiccamento della gelataia e sulla conquista fatta. Adesso che bastava raccogliere i frutti di tanto travaglio, dopo che ti eri portato dietro anche la fanfara dei bersaglieri, adesso tu mi cadi su una buccia di banana, sul ritorno infausto della tua timidezza e sul timore e tremore di fonte alla donna angelicata e vestita da gelataia, nonchè disposta a darti tutti i gusti che vanno dalla panna alla crema. Quello che Mariano aveva da sempre desiderato, nel momento in cui lo ottiene almeno in sogno, va farsi fottere per una miserabile e goffa caduta di fronte a un volgare bancone di gelateria, lucido e freddo come il marmo di un obitorio. Mariano è andato in panico di fronte a una donna che ci stava. Se avesse portato a termine la seduzione, sarebbe piombato in una eiaculazione precipitosa. Questo quadro precario si spiega con la paura della donna che traligna in panico, con il timore della sessualità femminile e con la disistima della propria virilità.

Ma perché avviene tutto questo, porca di una miseria ladra?

Lo stesso Mariano se lo dice in sogno: “attirato verso il suolo” ossia il desiderio e la fantasia di un forte legame incestuoso con la figura materna, una “posizione edipica” non risolta o meglio ancora ferma alle prime pagine dello svolgimento del mitico e reale psicodramma. Ma non basta, perché il senso di vuoto attesta dell’angoscia legata alla perdita della madre, quasi come se fosse un tradimento andare con una ragazza per questo figlio così devoto e avvinto dalle catene protettive di una madre possibilmente improvvida che non ha favorito l’emancipazione psicofisica del figlio nel tempo giusto e nei modi opportuni: “ho avuto una specie di senso di vuoto”. Questa è la quintessenza dell’angoscia.

Ero cosciente del fatto che stavo cadendo e mi sono ritrovato seduto per terra probabilmente con le gambe incrociate che guardavo il banco-frigo con all’interno i gelati.”

Dopo l’angoscia in forma poetica si presenta sul palco del sogno l’ironia, la quinta forza che non guasta mai e che ci vuole sempre. Mariano è consapevole del suo disagio verso la donna bella e seduttiva, della sua timidezza nei riguardi delle donne e del fatto che gli mancano le parole in situazioni di forte attrazione. Questa consapevolezza lo aiuta tantissimo a vivere tra le donne e a conoscere l’animo femminile con quel senso di fascino che attesta delle tante forme dell’attrazione e della seduzione, delle tante facce del sentimento d’amore. A completare l’opera subentra la capacità di Mariano di esercitare l’ironia intesa nei due modi migliori, il comico sorridente e il destrutturante. Il primo si attesta nella simpatia del quadretto dipinto: Mariano a terra, in posizione quasi yoga, che contempla il famigerato bancone dei gelati dopo essere stato tramortito dalla visione dello spirito santo sotto forma di una gelataia che gli porge un gelalo al gusto di crema e con panna. Il secondo verte sulla progressiva perdita delle paure erotiche e sessuali e sulla caduta delle “resistenze” difensive che impediscono l’approccio sereno alla donna e la relazione amorosa. Fondamentalmente Mariano è quel personaggio simpatico e amico di tutti che sta in compagnia con una collocazione precisa: l’apparentemente disinibito e l’amicone che fa tanto ridere e tira su il morale della compagnia, il re dei pagliacci di cui è piena la letteratura della musica leggera e non. Questo è Mariano, l’uomo che ha profonde esigenze affettive e le nasconde convertendole nell’opposto, l’uomo che ha bisogno di essere accettato e fa di tutto per trovare riscontro nel gruppo, l’uomo di cui le donne non s’innamorano quasi mai ma che tutte ricercano come confidente e spalla su cui piangere. In questo sogno molto descrittivo la simbologia non è invasiva e si privilegiano la narrazione e le immagini, per cui l’eventuale drammaturgia si riduce in una comica finale rendendo al sogno una valenza specifica di prodotto ibrido e variegato, nonché umorale.

Un’ultima definizione del sogno di Mariano si esprime in questi termini: un breviario psichico del corteggiamento, della seduzione e dell’intesa come il preliminare nell’atto notarile più diffuso tra i maschi e le femmine o ingenerale tra gli uomini, per dire meglio ed essere alla moda.

Il sogno di Mariano è stato interpretato in maniera esauriente ma non esaustiva, perché il prodotto psichico è ancora ricco di temi e di spunti per ulteriori riflessioni.

Bontà della Psiche e del Sogno!

.

OGNI TRENO MI PORTA DA TE

Croce sulle spalle.
Corona di spine.
Cadde una prima volta.
Parlò con la madre.
Cadde una seconda volta.
Simone lo soccorre.
Veronica lo asciuga.
E una terza.
Consola le pie donne.
Si affida al Padre.
In croce.
Golgota, chiodi, sete, aceto, invocazione, abbandono.
Elì, elì, lama sabactani!
Il cielo si fa plumbeo dall’ora sesta all’ora nona,
la terra trema.
Il Padre non ti ha abbandonato.
Ogni stazione è stata raggiunta e intensamente vissuta,
ogni treno mi porta da te.
Il sepolcro era aperto all’alba del terzo giorno.
Un angelo vi sedeva accanto.
La madre si avvicina
e chiede dove hanno portato il figlio.
Ha i profumi e le bende per onorare il corpo ferito.
“Colui che tu cerchi,
o donna,
è risorto,
ha sconfitto la Morte
e ora siede alla destra del Padre.”
E noi miseri mortali?
Che sarà di noi?
Ogni treno mi porta da te.
Il dolore avvicina,
l’amore è sempre tragedia.
Dolore, amore, amore, dolore.
Che ci hanno fatto?
Da soli deposti nel sepolcro.
Ultima stazione.
Vittime di un inganno,
siamo umani,
siamo in balia dell’attesa di un ritorno,
un venerdì santo granitico in mezzo a tutta questa precarietà.
Improvvisavano
e hanno ucciso diecimila anziani questi assassini di merda,
questi impostori del circo,
questi imbecilli di sempre.
Giocavano,
giocavano al rimbalzo da un canale all’altro dell’etere tossico.
Non hanno vaccinato subito i vecchi,
quelli che viaggiavano dai settanta ai settantacinque.
Erano tutti amici miei.
Li conoscevo tutti.
Li sentivo addosso.
Erano sessantottini.
Sfogliavo i loro petali uno per uno,
giorno dopo giorno.
Eran belli e forti,
ma sono morti.
Una strage di Stato,
un’altra strage di Stato.
Sul crinale del Golgota e di Bergamo
le ombre delle croci sono le insegne
per precipitare nel baratro della vergogna,
nel precipizio dell’ignominia,
nel grande peccato mortale.
Ogni treno mi porta da te.
Intanto,
intanto tutt’intorno sboccia la lussuria della primavera.
Eppur io amo.

Sava

Carancino di Belvedere, 01, 04, 2021