CAREZZA DEL VENTO

19 / 10 / 2.000

E’ bello ricordare il tempo passato.

Rovistare nei cassetti della memoria ha un fascino particolare; il bene e il male, la gioia e il dolore, il dritto e il rovescio, il nord e il sud, tutti gli opposti e tutte le contraddizioni assumono la giusta collocazione e il degno rilievo.

I ricordi riempiono il sacco dell’esistenza e sostengono ogni persona con i mille dettagli che li contraddistinguono.

Si potrebbe quasi affermare che noi siamo i nostri ricordi o ancora meglio il cumulo organizzato dei nostri ricordi, altrimenti subentrano gli psichiatri e puniscono il tuo disordine mentale con dieci scatole di “serenase” da ingurgitare in un sol colpo.

E’ anche vero che non si può vivere soltanto di ricordi e che bisogna agire, fare, disfare, brigare, costruire i ricordi di domani con i fatti di oggi, ma la cosa più importante è avere sempre qualcosa da ricordare.

Si può ricordare o dimenticare se si è tanto vissuto e in questo caso si è anche più tolleranti: chi ha più vissuto, più sa e più comprende.

Se dimenticare è doloroso, perché significa perdere qualcosa di tuo, è tragico non aver niente da ricordare, perché vuol dire che hai vissuto poco e senza alcun coinvolgimento emotivo; forse anche la tua fantasia è ammalata.

I ricordi, pur tuttavia, possono degenerare in nostalgia se sono tanti e troppi: la virtù, come al solito, sta nel mezzo e la dose giusta fa sempre una buona torta.

Durante questa settimana ho pensato a Marion e dopo tutta l’aggressività scaricata contro di lei nella seduta precedente il mio odio si è progressivamente trasformato da desiderio di vendetta in bisogno di comprensione.

Ho ricordato, ho proprio ricordato senza rancore quel cordone di idee e di fatti che ha legato nel bene e nel male le nostre giovani vite in quel momento per me così importante, un momento che ha cambiato drasticamente il mio modo di essere e di esistere.

E così ho pensato a Marion e mi sono abbandonata ai ricordi lasciandoli affiorare dalla memoria senza forzature, senza trucco e senza inganno.

L’ho rivista nerissima nella sua pelle africana, vestita all’occidentale con pantaloni e camicia color cachi aperta al punto giusto, cappello bianco a larghe falde, mocassini in cuoio e soprattutto avvolta di tante parole.

Marion parlava tanto e parlava sempre; ascoltarla era un grande piacere.

Le sue non erano semplici parole, ma morbide sferzate sulle spalle degli schiavi.

Le parole uscivano dalla sua carnosa bocca e si muovevano come una nuvola sopra la sua testa quasi a formare l’aureola di una santa cristiana; il fascino era tanto e, se non ti lasciavi prendere, avresti sicuramente perso un’occasione importante per vivere sognando.

Marion arrivava come una consolazione durante la stagione delle piogge e la sua presenza era sempre gratificante; il nostro incontro avveniva dentro una capanna e l’eccitazione cresceva con l’incalzare dei suoi racconti.

Mentre il fango delle pareti si scioglieva e dal tetto di canne l’acqua sporca scivolava sui nostri capelli crespi, Marion riusciva a far sognare gli occhi spenti, magari appena usciti da qualche infezione o dalla febbre malarica, delle povere adolescenti, proprio noi che attendevamo soltanto di poter sognare e sognavamo immancabilmente di fuggire.

Marion conosceva bene l’arte di far vivere agli altri i suoi fantasmi e la fuga era il sottofondo musicale del suo desiderio di evadere da una triste e avara realtà; noi la seguivamo volentieri e a ruota libera.

Ed era tanto più convincente, quanto più era falsa.

Marion era una bella donna negra del Senegal; l’accento francese imbastardiva la sua lingua e rendeva più fascinoso il personaggio.

Aveva tanti modi di essere e di atteggiarsi, di tacere e di parlare, di camminare e di sedere, di masticare e di toccare; tra questi tanti modi c’erano anche quelli della diversa, della trasgressiva, dell’eroina.

Marion raccontava, raccontava sempre e immancabilmente ti catturava nel midollo.

Raccontava che si era ribellata alla legge religiosa del Corano e alla legge civile del suo popolo, quella legge religiosa e quella legge civile che sin da bambina la volevano schiava, come al solito, di un maschio.

Ma lei cercava un uomo, un uomo da amare e da cui essere amata, il grande amore.

Per non restare vittima di questo fanatismo religioso e di questo opportunismo culturale, Marion, dopo che era stata venduta dalla sua gente per una pipa di tabacco al maschio che la voleva, era riuscita a fuggire dalla casa in cui era stata rinchiusa sotto il controllo spietato delle vecchie e nella speranza che riacquistasse l’uso della ragione, la ragione del maschio naturalmente.

Marion aveva sconfitto anche il nemico più infido, l’invidia delle femmine vecchie.

Con l’aiuto interessato di Jean-Claude, un uomo occidentale e un mercante di donne, il suo vero uomo e il solo uomo da lei amato, Marion si era liberata dalla schiavitù di una povera famiglia in Senegal per realizzare il desiderio di una famiglia tutta sua in Provenza.

Ignorava che il suo bel Jean-Claude era un bugiardo e aveva destinato il suo corpo a un rinomato bordello di Marsiglia situato in rue de la Concordie sul lungo boulevard che dal quartiere De Gaulle porta al porto, il porto delle meraviglie in ogni senso.

Di famiglia, di bimbi, d’amore, di fiori in tavola e di libertà nel perfido cuore del mercante francese non si trovava traccia neanche nell’elettrocardiogramma.

Jean-Claude, in effetti, aveva soltanto bisogno di Marion per la tratta delle negre; lei aveva il giusto fascino, era una dea nera, conosceva le lingue parlate negli angoli più remoti dell’Africa, era un’ottima civetta.

Per una nuova misteriosa forza del destino o della natura Marion, una donna negra, si era inserita nella parte giusta e si era ritrovata senza accorgersene nella parte sbagliata per amore di un maledetto uomo bianco.

Fu così che Marion era ritornata nel suo ruolo naturale di vittima predestinata; era, infatti, scampata all’abbrutimento del maschio negro che l’aveva comprata ed era caduta nello sfruttamento di un maschio bianco che l’aveva conquistata.

Di conseguenza aveva fatto di necessità virtù e aveva accantonato i suoi desideri di donna e di madre in un paese ricco e senza tanti scrupoli si era trasformata in un carnefice proprio alleandosi con il nemico che amava; era in tal modo diventata un ambiguo e sottile negriero che sapeva parlare in simultanea da sovversivo e da criminale, una donna negra dalle forti passioni, una donna negra dolce e amara come le foglie di “macai” dopo la prima pioggia.

Marion si era illusa di non essere una vittima e si illudeva ancora di diventare una donna libera; per questo motivo sapeva illudere anche le povere bambine a cui le vecchie della tribù avevano già scavato la “puta” per tutelare il potere del maschio, quelle adolescenti che sognavano di fuggire dalla servitù e di conquistare la libertà, di non vegetare ma di vivere.

Il corpo è la prima coscienza politica; un corpo castrato non ha alcun diritto, è soltanto un oggetto tra i tanti che esistono in natura o nella civiltà dei consumi, un corpo castrato è già stato scartato, per cui finisce tra i rifiuti; può capitare che, se non hai la fortuna di essere castrato dagli altri, provvedi da solo a ridurti un oggetto degli altri.

Ripenso sempre con rabbia a quelle povere bambine ancora senza mestruo che le vecchie rendevano con un’orrenda mutilazione pronte per il “bilingo”, il solo dio della nostra sopravvivenza e il vero feticcio della nostra tribù.

E così, senza raccontare storie di nessun tipo che potessero giustificare questo martirio, ma soltanto per il gusto della pura violenza, le vecchie mutilavano le bambine non delle braccia o delle gambe, come si usa oggi, ma di quella parte del corpo che disponeva alla gioia di vivere.

Rivedo gli occhi sanguigni e avidi della vecchia che incideva i miei organi genitali con un coltellino di latta e sento ancora le braccia irsute dell’altra vecchia che mi immobilizzava in una morsa degna di un lottatore.

Il mio odio monta come la panna e trabocca fino a desiderare la morte di entrambe per lunga agonia.

Adesso le bambine erano pronte come le leonesse per il piacere del pigro leone.

In tanta disgrazia Marion si inseriva nelle pieghe del nostro cuore come una buona sorella e come una buona maestra; sapeva dire le parole giuste per consolarci e proporre l’unica soluzione per riscattarci, la fuga.

E noi eravamo affezionate sorelle e ottime allieve, bambine castrate e pronte a ricevere il coltello affilato che sarebbe servito a tagliare la gola delle vecchie e il grimaldello giusto che sarebbe servito a spezzare le catene della schiavitù.

Eravamo delle adolescenti promosse femmine e in attesa di essere ingravidate come capre dai maschi della tribù.

Il lavoro era stato ottimo e ben riuscito.

Eravamo femmine da fecondare, non donne o tanto meno madri, perché non avevamo alcun potere e l’istinto materno si era sciolto nella notte dei tempi sotto i raggi del sole africano.

Io ho avuto una madre e un padre; io non ho mai conosciuto mia madre e sul padre non è il caso di impostare alcuna discussione.

E allora sia benvenuta ancora una volta Marion !

Ho abbandonato i vecchi carnefici e sono fuggita con i nuovi aguzzini per avere anch’io il reggiseno di pizzo e gli slip trasparenti, i profumi e i foulard di Marion, ma soprattutto per essere Marion e avere la vita di Marion.

Io mi ero immedesimata a tal punto nella sua persona che avevo smarrito la mia già precaria identità dentro la sua immagine e avevo ritrovato dentro le sue premure quella madre mai avuta che consiglia, ispira e protegge.

Marion era una madre e una sorella; anche lei aveva la “puta” scavata da un coltellino di latta arrugginita, anche lei aveva rischiato di morire di tetano per la stupidità degli adulti.

L’Africa era stata ed era ancora una volta puttana con le sue figlie, ma le sue figlie Marion, Ascingha, Aggun, Kinda, Pingala, Takei e tutte le altre senza nome non erano state puttane con l’onesta Africa.

Quell’Africa chiedeva ancora alle sue figlie più belle e ingenue una ribellione inutile, una stupida rivolta destinata a un altro penoso fallimento e a un altro disastroso naufragio.

Chi fugge ha sempre torto.

La fuga è sempre una colpa.

Ascingha era una bella figlia dell’Africa nera, una bella bambina negra che aveva già fatto in tempo a essere seviziata ed era in attesa soltanto di essere riempita dai maschi del villaggio.

Questa non era la dura legge della natura o la dura legge della giungla, ma la legge della prevaricazione umana e della violenza culturale.

Io non sapevo da quanti anni ero in vita e non conoscevo chi mi potesse amare, avvertivo una vaga esigenza di essere di qualcuno e che qualcuno fosse per me, io ero di tutti, ma nessuno era per me.

Di due cose ero certa: il mio nome era Ascingha ed ero una bella femmina.

La prima convinzione derivava dal fatto di essere stata chiamata sempre in quel modo e la seconda l’avvertivo dal desiderio con cui mi palpavano gli uomini bianchi che costantemente capitavano nella nostra foresta, benefattori o mercanti era poco importante perché alla fine con tutti immancabilmente si recitava la stessa storia o la stessa farsa.

I maschi della tribù non destavano in me alcun interesse e alcun compiacimento perché erano indolenti come i leoni della savana e mi consideravano una loro preda in ogni senso.

La sensualità e la passione sono movimenti spontanei del cuore e reazioni naturali del corpo.

La sensualità e la passione non hanno niente da spartire con gli obblighi e tanto meno con i doveri, altrimenti sei ridotta a oggetto del piacere degli altri, una troia.

In entrambi i casi non sei coinvolta in alcun modo e devi soltanto riconoscere che sei legata a qualcuno e a qualcosa.

Io non ero puttana quando stavo con i negri della mia tribù e ho fatto la puttana, non certo per mia scelta, quando sono arrivata nel malefico Occidente, il solo luogo al mondo che usa il paradiso e l’inferno negli spot pubblicitari.

Lasciandomi fottere per natura e per cultura dai negri della mia tribù sono stata benemerita e giustificata in tutto e per tutto; lasciandomi fottere a pagamento dai bianchi non ho trovato alcuna storiella da raccontare a me stessa e in mia difesa.

Con i bianchi mi sono sentita sempre schifosamente inferiore nel profondo del mio cuore di negra, eccezion fatta per l’unico e vero amore della mia vita, Marcos.

In un modo o nell’altro ero destinata a essere un oggetto e a fare la volontà degli altri.

Ero preparata a sottomettere in ogni senso il mio corpo ai negri e mi sono trovata a venderlo ai bianchi con tutto il ribrezzo che quotidianamente vomitavo su me stessa per il senso di inautenticità che conosce e capisce soltanto una donna costretta a vivere nell’anonimato e a concedersi a tutti per arricchire i suoi assassini.

In ogni caso ho continuato a stimare poveri sia i negri di ogni età che ti cercavano per bucarti con indolenza a tutte le ore e in tutti i luoghi, sia i bianchi che ti cercavano per pagare la loro incapacità di amare una donna.

Con il tempo ho accettato di essere bella e pronta soltanto per l’uomo bianco: io negra dovevo essere sempre schiava, la schiava di un bianco e non di un negro.

Il senso della schiavitù era nel mio sangue; in ogni modo dovevo essere una vittima e non riuscivo a pensarmi diversamente, nonostante le tante fantasie che il tempo e il luogo offrivano a una bambina africana.

Marion conosceva bene il terreno da coltivare e si può sicuramente riconoscere che aveva seminato su zolle ben concimate.

Ascingha non valeva niente in Africa, ma era una miniera d’oro in Occidente.

In Africa Ascingha avrebbe partorito un figlio ogni dieci mesi e lo avrebbe abbandonato in mezzo agli altri bambini della sua tribù, in Africa Ascingha sarebbe sicuramente morta di parto nello spazio di dieci gravidanze e, se avesse avuto la fortuna di essere sterile e d’invecchiare, Ascingha avrebbe tagliato con un sol colpo di coltello l’imene e il clitoride alle bambine pronte per il maschio.

Devo riconoscere che questa è una verità, una dura verità, ma è pur sempre la mia verità: l’Occidente mi ha salvato dalla morte precoce e dall’inedia, dalla morte del corpo e dalla morte del cuore.

Il prezzo è stato altissimo e altrettanta la convenienza.

Ascingha non valeva niente da povera donna africana, ma era una miniera d’oro in Occidente.

Ascingha era soprattutto molto bella, un vero affare per i mercanti che ben conoscevano i gusti perversi degli uomini bianchi e soprattutto il colore dei loro soldi.

Ascingha era alta, affusolata, elegante come una gazzella della savana.

Solo l’incavo della “puta” era decisamente brutto, ma non si vedeva e per gli uomini che abitavano al di là del mare non era uno sfregio sgradevole, visto l’uso che facevano di se stessi e delle donne.

Ho fatto tanta fatica all’inizio della mia strana attività a capire che gli uomini bianchi desideravano e pagavano profumatamente la parte deforme e insensibile del mio corpo.

La diversità è il sale della terra ed è un bene di tutti quelli che, al di là del colore della pelle, ancora ragionano; per gli altri, i tanti altri, ci sarà soltanto fanatismo, violenza, intolleranza e razzismo.

E così e da parte mia la bellezza e l’esigenza della libertà, da parte degli altri la brama e il gusto della ricchezza, mi hanno spinto lungo la pista che attraverso le foreste dei monti Loma porta ancora al mare della Guinea per approdare finalmente a Dakar.

Era il mio primo viaggio, un viaggio guidato da Marion e fatto insieme alla mia dolce Aggun, l’unica persona della tribù che vivevo come una sorella e che non potevo certamente abbandonare come Mutu in un mondo infame e senza luce.

Ah, se non fossi stata bella !

Ah, se non mi avessero castrato !

Ah, se non avessi sentito il bisogno della libertà !

E’ vero e di questo devo essere convinta: Ascingha sarebbe già morta di parto o di “aids”, di colera o di tifo, di malaria o di sifilide, se fosse rimasta in Africa a marcire dentro una capanna impastata di fango, canne, paglia e merda di elefante.

Ascingha era buona in Africa per essere fecondata come una gazzella ed era buona in Europa per essere distrutta dalla sete di ricchezza di alcuni poveri uomini e

dall’immaturità affettiva di tanti poveri uomini.

In ogni caso Marion era in malafede e non aveva alcun diritto di vendermi come schiava a una banda di trafficanti.

Marion deve morire, se non per riscattare la mia sorte, quanto meno per vendicare quella di Aggun.

Quest’odio e quest’attesa danno ancora oggi forza e senso alla mia vita.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

12 / 10 / 2.000

I deboli sono il pasto dei forti; “ubi maior, minor cessat”, diceva sempre maman Immé al povero medico di famiglia quando a suon di milioni arrivava da Milano il grande professore per diagnosticarle ancora una volta gli stessi mali e per cambiarle soltanto la combinazione dei farmaci.

Maman Immé soffriva di disturbi cardiocircolatori e di una terribile artrosi alle gambe che la costringeva negli ultimi anni a letto; il suo grande cuore e le sue forti gambe non servivano più ad amare e a girare il mondo dentro Venezia.

Maman Immé era morbosamente legata alla vita ed era, di conseguenza, terrorizzata, come tutte le donne bianche, dalla morte o meglio dal pensiero della morte, per cui entrava in depressione alla sola idea di non trovarsi più in mezzo alle calli e ai campielli della sua Venezia, la città che amava con lo stesso trasporto di Atene.

Quando la sua mente pura era inondata da questi pensieri neri, andava in angoscia e non respirava più come Mutu.

Allora io sapevo, il tempo me lo aveva insegnato, che dovevo rialzarla sul cuscino, porgerle un miracoloso sorso d’acqua, abbracciarla con delicatezza, stringerla teneramente al cuore, sussurrarle parole d’amore e in particolare dovevo dirle che io ero vicino a lei, che non l’avrei mai abbandonata, che non doveva aver paura di niente finché sentiva il mio abbraccio e, pensavo con autoironia, il mio odore di negra.

Altro che “bentelan” rosa !

Effetto portentoso dell’amore umano !

Il rantolo si scioglieva nel respiro, l’affanno e i fischi si risolvevano in una serie di sospiri, dolcemente maman Immè si addormentava e il suo viso diventava liscio come quello di una bambina baciata dalla fortuna di essere diventata vecchia all’improvviso e senza il tempo di esserne cosciente.

Allora mi dicevo che Mutu non era passato e ritornato invano nella mia vita, perché avevo capito la tremenda lezione del suo sguardo.

Dicevo prima “ubi maior, minor cessat”; in Occidente questo concetto si può definire libertà democratica, ma per chi ha vissuto nella foresta questa formula esprime una dura legge di natura, la più ingiusta che si possa concepire, ma sempre una fondamentale legge di natura.

Quale natura ?

La natura della foresta o la natura dell’uomo ?

La natura della foresta ha i suoi spiriti e alla loro benevolenza ogni uomo timoroso si affida; la natura umana ha i suoi fantasmi e necessariamente ogni uomo per difesa rischia di diventare violento e crudele.

La natura umana è la peggiore delle creature uscite dal ventre della grande Scimmia o dai pensieri di un dio.

Una tempesta o una malattia sono doni, ingrati quanto vuoi, della natura anche quando danno la morte; un uomo è soltanto un crudele assassino quando uccide un suo simile semplicemente perché ne ha coscienza.

Io sono stata uccisa ogni volta che mi hanno costretto a dare la morte: dalle donne africane a Marcos, dalla foresta al lettino di una mammana, sempre mi sono sentita l’ultima degli ultimi, una sporca negra che uccide o abortisce; in quest’ultimo caso se l’emorragia non ti risparmia, nessuno ti piangerà.

Ogni volta che sono stata costretta ad abortire mi sono chiesta perché non c’era un maschio ad assistermi, un falso dottore che nel profondo del suo cuore poteva anche essere obiettore di coscienza; l’unica risposta al mio stupido quesito è stata che in questi pietosi casi una femmina sa essere crudele e rigida al punto giusto, mentre un maschio è soltanto disarmante nella sua ingenuità.

Tu sei sdraiata in quel maledetto lettino, un letto mozzato dagli insulti delle povere donne, nuda e con le gambe aperte, la posizione più vulnerabile che il corpo di una donna possa esprimere, guardi in alto e scopri gli occhi azzurri di una mammana che traffica dentro la tua “puta” con il manico di un aspirapolvere o con i ferri per la maglia e non capisci se quegli occhi erano gli stessi che hai visto maniaci nei maschi che hanno sempre cercato il loro piacere sopra il tuo corpo.

Quegli occhi crudeli ho visto tutte le volte che per amore ho ucciso.

Marcos non voleva figli e io ancora devo capire se la sua era una libera scelta o la paura dei mancati guadagni legati alla mia gravidanza.

Io ero la sua puttana e la sua donna nello stesso tempo; come puttana gli consegnavo per contratto cinque milioni a settimana e come donna lo amavo sin da quando mi ero imbarcata per la Sicilia e avevo incontrato i suoi occhi azzurri sopra il mio corpo di gazzella.

Marcos aveva gli occhi azzurri.

Con lui, solo con lui, riuscivo per suggestione a vivere l’orgasmo, nonostante la mia mutilazione: la psiche fa miracoli nel bene e nel male.

Per convincerlo a lasciarmi tenere il figlio, ogni volta che mi scaricava davanti alla casa della morte per abortire, mi scioglievo in suppliche e in lacrime, gli promettevo che avrei continuato a lavorare e con maggior profitto, perché i miei clienti erano attratti dal far sesso con una donna incinta e, se poi era una negra, lo sballo era assicurato insieme a una tariffa più alta.

Immancabilmente mi ritrovavo con una ferita aperta e una colpa in più, un ovaio in meno e un utero sfibrato, ma sempre devota come una santa a un uomo che non voleva un figlio da me semplicemente perché avrebbe dovuto fare i conti con i suoi sentimenti di padre e i suoi floridi guadagni; io penso che non avrebbe sopportato che suo figlio avesse come madre una puttana.

Eppure immancabilmente Marcos mi fecondava con precisione chirurgica e con perversione inconsueta; egli era abile anche nel provocare il suo istinto paterno e nel negarlo, dal momento che si sentiva appagato dal buon esito del suo seme dentro di me.

E io da buona negra lasciavo fare e ho sempre lasciato fare al pensiero che fosse amore.

E io da buona negra non sono stata diversa dalle donne della mia tribù per stupidità o per paura della solitudine.

Io ero una bambina debole e soltanto con il tempo ho acquistato una forza incredibile per sopravvivere, ma oggi mi ritrovo a essere una donna fragile e piena di sensi di colpa.

Nelle situazioni più tragiche mi ripetevo che ero la creatura più forte del mondo e che come Kuntakinde ce l’avrei sempre fatta, se non altro per potermi vendicare; l’odio mi dava energia, tanta energia.

Dall’odio ho attinto sempre quella forza che oggi non riesco a trovare neanche al supermercato nel bancone delle trippe, forse perché ho perdonato tutto e tutti, forse perché ho avuto la fortuna di conoscere l’amore, forse perché sono una povera negra, forse perché sono un’incurabile malata di mente e basta.

Io oggi sono l’ombra di me stessa.

Io non mi riconosco più”: queste parole uscivano dalla bocca di una povera donna bianca, una mia vicina di casa, prima che si tuffasse dal terzo piano in preda alle allucinazioni degli psicofarmaci che ingoiava a gogò per curarsi la depressione.

Anch’io mi dico e mi ripeto che sono l’ombra di me stessa e che non mi riconosco più, ma non ho il coraggio di uccidermi in nessun modo perché io sono già morta e non solo una volta, ma tante volte.

Spesso penso che i miei atteggiamenti cercano la compassione degli altri e che la mia infelicità tenta di provocare nel prossimo un meschino senso di pena.

Eppure non cambierei mai la mia vita con un’altra vita; la mia vita è stata eccezionale e io ne sono fiera.

L’orgoglio non è una dote dei negri, ma io sono un’eccezione.

I deboli sono il pasto dei forti”: così disse la leonessa alla gazzella mentre le squarciava il fianco con i suoi denti aguzzi.

Ubi maior, minor cessat”: così disse il leone alla leonessa sottraendole la preda.

C’è sempre qualcuno più forte e più in alto che ti può far male e, se non lo fa, è solo perché è pigro; per trovare un dio non c’è bisogno di volare in cielo.

Il potere è su questa terra ed è sempre dei violenti.

Nel tempo ho capito che ero una bella gazzella della foresta, alta, affusolata, i seni a punta e le cosce lunghe; gli unici difetti, l’esser negra e mutilata, erano compensati dalla richiesta venale che veniva dai maschi occidentali e, quindi, diventavano ulteriori pregi nella mia semplice riflessione.

Della mia razza possiedo la mandibola pronunciata e le labbra rigonfie, i tratti delle scimmie, ma io sono Ascingha, la carezza del vento, una donna negra della foresta e appartengo alla tribù Isciu; ancora oggi sono molto bella, nonostante il tempo e le sofferenze.

Secondo Marion io sin da adolescente ero buona per fare la puttana in Europa, io ero un bene della natura che doveva trasformarsi in un affare degli uomini, io ero un’eroina greca da sacrificare al dio quattrino, un dio di altri.

Tutto questo rientrava nel vangelo di Marion, una negra rinnegata e la civetta dei trafficanti di schiave.

Marion ha deciso la mia vita e nessuno mi ha difeso; io ero pienamente caduta nella sua trappola.

Marion adesso deve morire, deve pagare le sue colpe in nome di Ascingha, di Aggun, di Guen, di Memuna e di tutte le donne negre senza clitoride che ha costretto per sopravvivenza adAggun,foresta,giungla,macai, aprire le gambe davanti a uomini malati e a essere sfruttate economicamente dai suoi complici.

Marion deve morire !

Io la cercherò in lungo e in largo per il mondo, la troverò in qualche puzzolente bastimento che dall’oceano Atlantico viaggia ancora verso il mar Mediterraneo in compagnia di altre adolescenti negre da vendere come puttane presso i popoli civili del vecchio continente, la trascinerò nella foresta dei monti Loma e la darò in pasto ai topi e ai serpenti legandola all’albero del dolce “macai”.

Marion deve morire e io sento il dovere di vendicare migliaia di donne negre ridotte alla schiavitù, costrette a prostituirsi per arricchire uomini violenti e umiliate nella loro dignità umana.

Se questo è un delirio o un segno del mio squilibrio mentale, ebbene, io sono felice di essere pazza; quest’odio e quest’attesa danno forza e senso alla vita che ancora mi resta, una vita da consumare lontana dall’Africa e in una città, Venezia, che non amo e in mezzo a gente che non mi ha mai amato e che io non ho mai amato.

Il bilancio è sul tappeto davanti ai miei occhi ed è nettamente fallimentare al di là delle apparenze, ma si sa che tutto quel che brilla non è sempre oro o diamanti anche se proviene dalla Sierra Leone.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

05 / 10 / 2.000

Per tutta la settimana sono stata angosciata da questa immagine: lo sguardo implorante di Mutu.

Questa scena non mi ha abbandonato un solo istante del giorno e della notte.

Come se tutto questo non bastasse, stamattina ho rivisto Mutu al supermercato negli occhi pieni di pianto di un bambino negro che chiedeva una scatola di cioccolatini alla madre, altrettanto negra e povera come la miseria.

Ho rivisto lo stesso sguardo implorante di Mutu prima di abbandonarlo ai topi e ai serpenti della foresta in quel maledetto giorno.

Ho sentito subito l’odore dell’Africa misto al dolore del ricordo; quella donna, quella madre era originaria del Senegal, Dakar per la precisione, una città che nella cartina geografica si trova sopra la mia prima casa.

Mi sono sentita salire dalle budella l’istinto di caccia e con malagrazia ho investito di parolacce in lingua Isciu questa madre ingrata che per una scatola di cioccolatini faceva piangere il proprio figlio, un bambino così dolce, così bello e così indifeso.

La donna ha decifrato dal mio tono buona parte delle insolenze e da negra sottomessa si è fatta da parte e mi ha permesso, penso anche volentieri, di comprare quello che il bambino desiderava, una scatola di barrette al latte della Kinder.

Incredibile, ma vero: quella povera negra non aveva duemilaquattrocentoventi lire per comprare un astuccio di cioccolatini al proprio bambino.

Io sono orgogliosa e tirannica: buon sangue non mente.

Ho detto al direttore del supermercato, un mezzo uomo dalla testa rapata, che in futuro avrei risposto finanziariamente io, Jasmine Tirindelli, per tutto quello che la sorella africana e il suo tenero bambino avrebbero desiderato.

Sono titolare di una carta “oro” della C.I.S.A. e il credito è illimitato; questo lo dico e lo affermo tanto per intenderci e per mettere i puntini sulle “i” !

E il direttore, una mezza cartuccia dalla pelle sbiadita, sa molto bene che la mia è una carta “d’oro” ed è bene che non lo dimentichi.

La donna africana si chiamava Garit e il figlio aveva un nome occidentale, George; è stato un vero delitto aver privato il bambino della sua identità africana, perché dal colore della pelle capirà sempre che il nome non gli appartiene e lo rende inevitabilmente un bastardo.

Io l’avrei chiamato Misciu, “colore della pioggia quando c’è il sole”.

Ma Garit e George per me non erano Garit e George.

Ho pensato che in effetti erano Aggun e Mutu; Garit e George si chiamavano Aggun e Mutu ed erano venuti a trovarmi in segreto per scrutare la mia reazione, ma io li ho subito riconosciuti e sono stata al loro gioco soltanto per non deluderli.

Se ci provano gusto a giocare, non vedo il motivo per cui io non debba stare al loro gioco; conosco le regole del gioco, per cui lasciamoli giocare.

Si vede da mille miglia che sono Aggun e Mutu: altro che Garit e George.

Che fantasia, Garit e George !

E’ proprio vero che la vita nella foresta aizza l’immaginazione a dilatarsi all’infinito.

Aggun e Mutu fondamentalmente non mi perdonano di averli abbandonati o, meglio ancora, non mi perdonano di non aver fatto niente per non abbandonarli.

Cambia come vuoi l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia: Ascingha è stata bastarda e continua a essere bastarda.

Adesso vogliono giustamente punirmi.

Ma io finalmente posso riscattare le mie colpe e per farmi perdonare li riempirò di cibo e di regali.

Sarà anche facile riavere il loro affetto, perché le donne africane sono remissive e i bambini negri sono teneri, ma soprattutto adorano la cioccolata perché non sporca il loro viso.

Non esistono al mondo donne così dolci come le donne africane e bambini così belli come i bambini negri; li riconosci subito dai seni a pera e dagli occhi grandi.

Non esistono al mondo donne così dolci con le gambe allungate e i polpacci rigonfi.

Speriamo che non diventino schiave o puttane.

Non esistono al mondo bambini così belli con gli occhioni bianchi e le pupille nere come i bambini negri.

Speriamo che non diventino mai grandi.

Quando crescono, i bambini negri diventano brutti e crudeli come le scimmie con cui hanno giocato nella foresta.

Quando crescono i bambini negri si trasformano in esseri inferiori, perché la loro pelle ha assorbito fino in fondo il colore.

Io non mi vergogno di essere negra.

Non ho più voglia di parlare; sento che oggi c’è qualcosa che non gira bene nel mio cervello e voglio risparmiarmi la derisione che inevitabilmente mi cadrà addosso quando ripenserò alle idiozie che ho detto.

Mi fermo volentieri e chiudo con dignità.

Oggi non è la giornata giusta per perdermi piacevolmente nei ricordi, perché mi sono abbondantemente smarrita nella realtà.

La memoria è anche una pessima compagna di viaggio.

Ritorno a Venezia.

Bonjour monsieur le docteur.

 

 

CAREZZA DEL VENTO

28 / 09 / 2.000

Ieri, durante il pranzo, il generale Biagio Tirindelli, mio marito per intenderci, ricordava che ai disertori era comminata in tempo di guerra e con processo immediato la pena di morte per fucilazione e si vantava di aver dato egli stesso in alcuni casi l’ordine di sparare sia da giovane tenente nel deserto durante la compagna d’Etiopia e sia da affermato capitano nelle verdi colline del Veneto durante la Resistenza.

Si vantava” !

Ho detto bene, “si vantava” e lo vivo con raccapriccio questo “si vantava”.

Io lo trovavo semplicemente assurdo e ho avuto paura dell’uomo che mi stava accanto, di quell’uomo vanaglorioso e violento che sosteneva con passione la sua crudeltà e giustificava fanaticamente l’assoluta giustizia della pena di morte, sia pur in tempo di guerra.

Ingenuamente gli ho chiesto se avesse mai sofferto di incubi e se nei suoi sogni si fossero mai presentati i volti disperati di quegli uomini che aveva fatto fucilare, seduta stante e senza difesa, per l’effimero bene della patria e per l’ignobile senso del dovere.

E’ seguita una squallida discussione sulla pena di morte e sul suo uso inumano in tempo di pace e in alcuni paesi civili del mondo; il discorso si è poi trascinato con ulteriore pena sulla schiavitù dei negri africani e sulla crudeltà dei bianchi americani.

Da quando ho cominciato a capire e a riflettere, ho nutrito un’avversione ragionata verso la variopinta razza degli “united states” e noto sempre con piacere che da buona negra quest’ostilità calcolata diventa anche viscerale e mi compiaccio del fatto che mi si infila nelle budella e mi esce dal buco del culo sotto forma di diarrea.

Perdoni la volgarità dottore, ma non so trovare altre parole per dire quello che veramente sento.

E poi il linguaggio colorito è per la povera gente l’unico condimento della minestra quotidiana, quella solita minestra che è stata sempre servita ai più deboli e agli indifesi senza il sale della ragione e senza il pepe del buon senso: altro che amore universale o diritti umani !

Il sentimento dell’odio verso tutti i negrieri si esalta nel ricordo delle mie radici, dei miei padri, delle mie madri, dei tanti maschi e delle tante femmine con la pelle nera e le labbra pronunciate che dall’Africa sono stati trasportati in catene e dentro le stive dei bastimenti al di là dell’oceano dai mercanti bianchi, ma, nel momento in cui aspetto che l’ostilità cresca, avverto chiaramente un senso di rabbia contro la mia stessa gente e contro tutti gli africani dalla pelle nera e dalle labbra pronunciate, perché non si sono mai ribellati ai loro aguzzini e si sono lasciati trasportare in catene e dentro le stive dei bastimenti al di là dell’oceano dai mercanti bianchi come se fossero delle scimmie.

Concludo che noi negri africani siamo stati e siamo un razza inferiore e carne da macello, perché non ci siamo mai ribellati a quel padrone bianco che ci ha sempre annientato a suo piacimento.

Una negra africana che odia la sua razza non può che odiare in primo luogo se stessa e forse sarà vero anche questo, ma io non ho mai desiderato di avere la pelle bianca.

Io sono un animale selvaggio della foresta e una carezza del vento, per cui mi strofino sulle chiappe tutte le congetture che si possono tirare fuori dai mille discorsi delle persone cosiddette per bene e civili, cumuli di parole che non portano a niente di chiaro, di vero, di certo e d’immediato.

Almeno spero che sia così.

Ricordo che durante la fuga Marion parlava di Freetown, la capitale della Sierra Leone che allora non conoscevo; diceva che il nome significava “città libera” e che era stata fondata da ex schiavi negri ritornati in Africa dall’America.

Il mio paese è stato fondato sul valore della libertà da ex schiavi orgogliosi del colore della loro pelle e dell’odore del loro sangue, ma gli africani di oggi non penso che siano effettivamente liberi ed emancipati; la rivincita delle crudeltà e delle angherie, subite nel tempo passato dall’uomo bianco, si è trasmessa nei geni, ma si è ritorta contro i propri fratelli neri.

Io odio la mia gente, io odio le mie radici, ma sono orgogliosa dell’odore del mio sangue e del colore della mia pelle; io sento addosso la vergogna implacabile di essere fuggita dall’Africa, di avere abbandonato la mia terra, di essere l’ingrata figlia di una madre a suo modo generosa.

In questi momenti mi assale la nostalgia e mi viene il mal d’Africa, il male presente di un male antico, l’Africa.

La fuga è sempre stampata sulla mia pelle e in qualsiasi luogo io porto il mio corpo si legge: “questa donna negra è colpevole di essere fuggita dalla sua terra e di essere andata in Occidente tra gli uomini bianchi per farsi sfruttare come i suoi padri.

Questa donna negra, quindi, non merita alcuna comprensione, ma soltanto la giusta punizione.”

E io fuggo ancora, fuggo sempre e mi nascondo perché non posso camuffarmi in nessun modo: il colore della pelle, il nero, mi tradisce dappertutto, ma non in Africa.

La fuga non è mai una soluzione e tanto meno la giusta soluzione specialmente per chi ha la pelle nera.

I problemi non si risolvono partendo da un inferno alla ricerca di un paradiso che non troverai mai e soltanto perché esiste nella mente degli ebeti.

La fuga è la strategia dei poveri e dei deboli; io mi sento povera, ma non sono debole e la mia vita conferma la mia forza in ogni sua conquista e in ogni suo dolore.

Fuggendo sentivo di cambiare in meglio e in tutti i sensi, ma avvertivo anche la colpa di chi lascia gli altri per salvare se stesso, di chi non ha più diritto di replica perché è andato via dalla propria casa, di chi ha soltanto il torto marcio di aver rinnegato le proprie radici, di chi, per vivere un po’ di più e per morire un po’ più tardi, ha tentato inutilmente di dimenticare se stesso in mezzo a persone ostili e di un altro colore.

Chi fugge mostra il culo, ma chi ritorna mostra la faccia.

Questo è mal d’Africa !

Questo è il vero mal d’Africa: parola di africana !

Navigando dentro la stiva maleodorante di quel bastimento chiamato “suregai”, “amante del mare” quasi a esorcizzarne la paura, stretta ad Aggun pensavo in positivo filando dietro i suggestivi messaggi di Marion, la civetta della banda, l’anello africano della tratta delle negre, un maledetto traffico che arricchisce pochi criminali e non interessa i benpensanti del resto del mondo.

Tra le zanne d’avorio di poveri elefanti e alcune bertucce rinchiuse in gabbia c’eravamo noi, alcune ragazzine negre, sporche e mezze nude, che sognavano le illusioni di Marion con gli occhi di Marion, la sola persona conosciuta e con cui si poteva comunicare.

E Marion, dall’alto dei suoi pantaloni in jeans e della sua maglietta attillata, diceva con calma e per rassicurarci: “sopra l’Africa nera c’è l’Europa bianca, la terra della libertà e del benessere, al di là dell’Africa nera c’è l’America variopinta, la terra dei nostri padri; voi andate in un mondo che non riuscite neanche a immaginare e che io non posso descrivervi.”

Marion aveva un album di fotografie a cui mancava la parola, ma che a suo modo parlava da solo: donne bellissime e uomini affascinanti, città e palazzi, luna park e centri commerciali, macchine e autostrade, insegne luminose e progresso, coca-cola e pop-corn; tutto questo era a portata di mano e bisognava soltanto afferrarlo andando da un’altra parte del mondo, al di sopra e al di là dell’Africa.

Il benessere era dappertutto, ma non era in Africa.

Chissà perché, il benessere era dappertutto, ma non era in Africa.

La stessa Marion, ben vestita e ben curata, era lo specchio della nostra futura immagine; noi saremmo diventate tante Marion come le Barbie messe in fila a Natale nella vetrina di un negozio di giocattoli per attirare l’ingenuità delle bambine e per assolvere i sensi di colpa delle madri.

Marion gridava con forza a chi supplicava una parola di conforto in tanto trambusto: “voi migliorerete in tutto, andate finalmente verso la civiltà e verso il progresso.”

Non c’era alcun motivo per essere perplesse e angosciate; Marion era ben visibile e a portata di mano e tu potevi struccarle le natiche o palparle i seni, se avevi bisogno di capire che eri sveglia e che non stavi sognando.

Tutto era certo, non c’era nessun trucco e nessun inganno; Marion era lì, in carne e ossa, insieme a noi e soltanto per aiutarci a ribaltare i nostri destini di adolescenti infelici e povere in vite reali di donne ricche ed appagate.

Nessun dubbio aveva ragione di esistere nei nostri cuori, più che nelle nostre ignare menti; nessun punto oscuro aveva ragione di esistere in tanta luce.

Marion riempiva i nostri occhi impauriti di un’eccitazione oscena, animava le nostre speranze con la forza dell’evidenza, gonfiava a dismisura i nostri sogni con l’ossigeno della realtà, dava fiato a ignoti desideri maturati all’ombra di opportunità soltanto immaginate, portava la luce della coscienza dove prima c’era il buio dell’ignoranza.

Ma noi non sapevamo di entrare in Occidente da schiave.

Noi non sapevamo di andare nel paradiso degli altri.

Noi non sapevamo di andare nell’inferno degli altri.

Noi non avevamo paradiso e inferno, oltretutto di noi stesse e delle nostre cose ignoravamo quasi tutto, ma qualcuno stava preparando anche il nostro inferno.

Ho detto giustamente “da schiave” e non “da puttane”, perché la sessualità per noi adolescenti della foresta africana non era un tabù culturale e non comportava assolutamente un conflitto morale o un peccato religioso come nei cuori mutilati degli abitanti del mitico Occidente.

Nella nostra stupida adolescenza eravamo già femmine nostro malgrado e senza alcuna vergogna, eravamo già femmine sessualmente mutilate e navigate senza alcuna colpa.

Nella nostra stupida adolescenza eravamo istintivamente portate come le leonesse della savana a essere l’oggetto del piacere dei maschi di qualsiasi età, in qualsiasi momento e in qualsiasi modo.

Ho detto all’italiana “oggetto del piacere”, in francese “objet du plaisir”, in inglese “plaisure object”, in tedesco “gegenstand der leidenschaft, in spagnolo “objeto do prazer”.

Dimenticavo !

Certo, non a caso stavo dimenticando che nella nostra cultura esisteva da sempre un maledetto rito, oltretutto cruento, che relegava le donne al ruolo biologico di femmine, il “kunnalindu”, la castrazione delle bambine.

Le femmine degli Isciu non erano donne, ma soltanto strumenti sessuali, femmine e basta.

Le poche e maledette vecchie della tribù, quelle femmine che la morte aveva dimenticato perché ancora non avevano espiato le colpe commesse contro la loro stessa natura, nel giorno in cui decidevano che una bambina era pronta per il maschio, la trascinavano nella foresta e con una selce affilata o un coltellino di latta le tagliavano alla radice grandi labbra e clitoride, gli organi del piacere, per poi completare l’opera incidendo l’imene, se ce n’era bisogno.

La bambina, forse, aveva vissuto sei o sette volte la stagione dell’inverno.

Questa cruenta e crudele operazione chirurgica acquistava il macabro sapore della superstizione, un rito condito con il sale del sacro, una sacralità servita nella versione primitiva della stregoneria, per cui era ritenuto un pesante sacrilegio ribellarsi alla volontà della Madre Natura o della grande Scimmia.

Lo Spirito della foresta esigeva la continuità del rito e chiedeva sempre giovani vittime per il suo riconoscimento; i ministri del culto erano quelle donne che avevano superato la soglia della fertilità e del desiderio, ma non quella della gelosia e del rancore.

A tutti gli effetti l’essere femminile era sacrificato al potere culturale del maschio.

Quest’ultimo rinunciava al senso di potere legato alla deflorazione e assoggettava definitivamente le femmine del gruppo al suo piacere e al suo piacimento, ritenendole soltanto femmine e imprigionandole in questo ruolo biologico.

E così ancora bambina ti trovavi incinta senza capire cosa ti era successo e senza sapere il come e il perché; ti avevano riempita tanto e in tanti.

La condanna alla maternità era in molti casi una condanna a morte; se riuscivi a schivarla, era pronta per te una nuova gravidanza senza variazioni sul tema e tutto fino a quando non tiravi le cuoia sotto il bel cielo africano e nell’indifferenza della tua stessa gente.

La sterilità era una fortuna per una femmina, perché le permetteva di continuare a vivere senza il rischio ciclico di morire; pur tuttavia, prima o poi i maschi si accorgevano della sua fortuna e la rifiutavano di brutto o perché non aveva l’odore giusto per attizzare il “bilingo” o perché aveva la capacità di frustrarne l’orgoglio.

I maschi Isciu non avevano il senso della paternità, ma possedevano alla grande l’istinto di procreare e, di istinto in istinto, il cetriolo andava sempre a infilarsi nel culo del povero ortolano.

Quando ne parlavo con maman Immè, ricordo che lei tirava in ballo le teorie di Darwin, ma il perché in questo momento mi sfugge.

La maternità era una condanna a morte e la preparazione della bambina per il maschio era un rito infame, una pratica messa in atto dalle stesse femmine secondo le regole di una violenza culturale che si risolveva in una forma di sottomissione al maschio; le femmine si castravano tra di loro e soltanto in questo modo affermavano la loro presenza all’interno del gruppo.

La femmina non era soltanto assoggettata in tutti i modi e in tutti i sensi, ma era anche coinvolta direttamente nel suo martirio, il ”kunnalindu”.

La femmina era, inoltre, indegna del suo corpo e del suo orgasmo; in poche parole non aveva il diritto naturale di godere della sua sessualità, perché il privilegio maschile si estendeva a macchia d’olio anche sull’aria che con discrezione respiravi.

Nascere maschi era la sola miserabile fortuna che poteva capitare a chi era già stato disgraziato per essere nato in Africa e tra povera gente.

Noi femmine, oltre che negre e castrate, eravamo già schiave per cultura e subivamo il potere dei maschi secondo un principio biologico innaturale ed elaborato nella notte dei tempi dagli stessi maschi.

Noi femmine non eravamo state certamente consultate sulla necessità metafisica del “kunnalindu” o tanto meno sull’opportunità erotica dello stupro o tanto meno ancora sul principio filogenetico della fecondazione perpetua; in compenso questa sessualità negligente e questo piacere a senso unico erano privi di sensi di colpa, perché non infrangevano le leggi di uno stato che non c’era o i comandamenti di un dio che non esisteva.

Era una magra consolazione, ma almeno i sensi di colpa non potevano attecchire nei nostri poveri cuori; da questo punto di vista e soltanto da questo punto di vista io posso gridare a pieni polmoni e a chi mi provoca “viva l’Africa” e “abbasso l’Europa” e il resto del mondo civile, perché, mi ripeto, almeno i sensi di colpa e i divieti sulla sessualità non abitavano presso i popoli incivili.

Noi femmine africane, oltre che negre, eravamo costrette, più che educate, sin dall’adolescenza a vivere la “puta” come un organo inferiore, oltretutto mutilato e sensibile soltanto al dolore, ed eravamo naturalmente portate a giustificare questa triste realtà come un oscuro segno del destino femminile in un mondo occupato da maschi violenti.

Noi femmine africane assorbivamo i riti e i costumi sessuali della nostra tribù come una necessità naturale e spiegavamo tutto quello che ci cadeva addosso e ci succedeva intorno con la realtà dei fatti e con l’impossibilità del diverso o del diversamente; del resto, non riuscivamo a immaginare altri modi di intendere la propria persona, di vivere il proprio corpo, di organizzare la propria vita e di sentire la propria sessualità.

Ci avevano fregato nella notte dei tempi e continuavamo a fregarci da sole nella luce quotidiana, ma senza l’intervento di un dio cattivo che non gradiva che tu facessi “pen-pen” con il maschio che ti cercava.

L’orizzonte del mondo per noi femmine Isciu si chiudeva con la linea arcuata dei monti Loma e con la linea orizzontale della verde savana, mentre l’universo si estendeva al cielo che amorosamente, nel bene e nel male, ci ricopriva.

La nostra incapacità a pensare e la nostra debolezza a reagire facevano la forza e il successo di Marion o di tutti i benefattori delle femmine negre.

La nostra fatalistica naturalezza sessuale, non certo la nostra perversa disinibizione, era incredibilmente destinata a una nobile missione: assolvere le antiche debolezze sessuali di quei mitici uomini dell’Occidente che avevano debellato il tifo e la malaria, ma non sapevano fare a meno dei benefici effetti di una “puta” esotica per il loro “bilingo” malato.

E fu così che sbarcammo in Sicilia da schiave, per svolgere la nobile missione di puttane.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

21 / 09 / 2.000

Ho sofferto moltissimo durante questa settimana; il pensiero della morte mi ha seguito dappertutto, mi ha sempre ossessionato e, del resto, non poteva essere diversamente perché quello che hai dentro viene fuori prima o poi, non ti risparmia, anzi, ti logora di volta in volta e con gli interessi raddoppiati.

Io sono piena di morte.

Io sono stata sempre incinta di morte: uno splendido fantasma e un pessimo figlio.

In passato intuivo questa amara verità e sentivo questa indesiderata gravidanza; per non soffrire le abbandonavo entrambe immediatamente e proprio là dove le avevo incontrate o si erano proposte.

Mi rifiutavo di essere una tomba squallida o un sarcofago decorato.

Questa verità e questa gravidanza ricomincio a sentire sulla mia pelle; la conferma arriva sempre spietata nelle situazioni più disparate, ti fa bene e male allo stesso tempo, ti ossessiona il cervello, ti logora la materia grigia e ti sfrega le cellule senza risparmiarti un sordo dolore.

Nonostante la mia bellezza e la mia vitalità, io sento di essere un cadavere e di puzzare sempre e ovunque di morte.

Dentro questi seni a punta da negra della foresta non c’è latte per nutrire un bambino, c’è soltanto crudeltà, c’è soltanto morte.

Quello che sento non è il profumo della mia pelle e della mia casa, ma l’odore del marcio; quello che mi porto dentro è la puzza della morte, il tanfo di un corpo che vive una lenta inesorabile decomposizione.

Del resto, Ascingha è figlia dell’Africa e l’Africa odora di marcio, perché sotto il sole tutto marcisce e si trasforma in deserto, solitudine e rabbia.

L’Africa puzza di marcio, l’Africa imputridisce sotto i raggi di un sole che dà sempre la morte e soltanto la morte.

Come si capovolgono anche i simboli sulla scia del clima e dei vissuti degli uomini; per gli occidentali il sole è il simbolo della vita e la notte è il simbolo della morte, mentre per gli africani è tutto all’incontrario, la notte fresca e umida rappresenta la vita, mentre il sole uccide ed è l’immagine spietata della fine.

Maman Immè diceva sempre che l’unico uomo dell’Occidente che la pensava all’africana era il principe di Lampedusa e leggeva per consolarmi i brani più significativi del “Gattopardo”.

Come i raggi del sole la morte ti segue dappertutto ed è sempre una magra consolazione ritenersi fuori dalla mischia, almeno per quel momento; prima o poi tocca anche alle tue spalle portare il peso di quei tanti desideri che non ti sono mai caduti addosso dal cielo e che sono rimasti sornioni in alto a decorare l’albero di natale e a sbalordire i bambini infelici con il naso all’insù.

E così succede che di notte non riesci a dormire perché rivedi lo sguardo di chi hai in qualche modo ucciso e allora senti l’ombra della morte che avvolge il tuo corpo colpevole e disteso sul letto in attesa della giusta punizione.

La morte è là, sopra di te e tu la senti nell’aria che non respiri per non fare rumore e per paura che lei, sempre la morte, si accorga di te, ti prenda e ti porti via come la strega, costringendoti a lasciare con dolore i quattro stracci che sei riuscita a racimolare nella tua vita e che ti circondano ormai con derisione e in segno di sfida.

A questo punto inizia il tragico film: Ascingha rivede Mutu, un bambino di qualche anno appena, una creatura che soffriva d’asma, Ascingha rivede se stessa mentre abbandona Mutu davanti una piccola grotta della foresta.

Alcune femmine della tribù mi avevano costretta ad abbandonarlo perché era malato.

Io non c’ero !

Alcune femmine snaturate della tribù costrinsero una povera bambina, che aveva soltanto la colpa di essere nata in quel posto ingrato e in mezzo a quella gente crudele, a uccidere un povero bambino che, a sua volta, aveva soltanto la colpa di essere asmatico.

L’assassina era una povera bambina.

Io non ero, perché io non c’ero !

Allora inutilmente fuggo e ancora inutilmente torno a fuggire, ma la scena crudelmente incalza e si ricompone di fotogramma in fotogramma, l’angoscia sale dallo stomaco, afferra e paralizza il cervello posato sopra il cuscino e io ho soltanto la possibilità di rivedere inesorabilmente la verità, sequenza dopo sequenza: Ascingha ha in braccio Mutu, sente il suo respiro affannato, si trova all’ingresso della grotta e con forza lo strappa dal suo corpo, lo mette a terra nel fango di una culla fatta da due pietre nere, vede il suo sguardo che implora pietà, sente che il suo respiro è diventato un rantolo e si allontana lasciandolo preda inerme prima dei topi e dopo dei serpenti.

L’assassina era una povera bambina.

Io non ero, perché io non c’ero !

I ricordi sono più angoscianti dei fatti.

Penso e ripenso a Mutu, alle sue pupille nerissime come l’ebano e lucide come il vetro dentro il colore bianchissimo degli occhi, quegli occhi che ancora oggi mi guardano dal cielo e mi chiedono la ragione di tanta crudeltà.

Quegli occhi bellissimi e soffocati dalla malattia mi perseguiteranno finché sarò viva.

Questa non è una suggestione paranoica, caro dottore, ma la verità, la sola verità che ritorna e si ripresenta ogni notte nella mia solitudine.

Mutu non doveva morire !

Mutu non doveva morire in quel modo: senza parlare e senza piangere.

Mutu aveva diritto di vivere e oggi deve sapere quello che io stessa allora non capivo, Mutu è quell’angoscia che ancora mi consuma come un rimorso assurdo, non si placa mai, mi urla dentro fino allo sfinimento e manda il mio cervello in tilt epilettico.

Quel rimorso oggi mi distrugge appena affiora alla mente con tutto il suo carico di irreparabilità.

E’ terribile per me prendere coscienza che tutto è stato in quel modo e non si può modificare di una virgola.

Ma cosa poteva fare una povera bambina negra e idiota ?

Cosa poteva fare e cosa poteva dare una bambina infelice che aveva rispetto a Mutu soltanto la fortuna di essere in salute almeno in quel momento ?

Cosa poteva fare quella bambina ?

Qualcuno mi dica e, se può, risponda a questa domanda che si rivoltola nel mio cervello e lo strizza come un tubetto di dentifricio.

Cosa poteva dare quella bambina ?

Io non so trovare a quest’incubo una soluzione che non sia il delirio della follia.

E dopo che tu lo hai ucciso senza coscienza e su ordine possibilmente di quella stessa femmina che si era fatta negligentemente ingravidare da qualche “bilingo” in calore e senza amore l’aveva partorito, così dopo questa tragedia arrivi nel vecchio continente e vieni a sapere che bastava una pastiglietta rosa di cortisone, un “bentelan” rosa, per salvare la vita a Mutu.

Bastava una pastiglietta rosa di cortisone e oggi il piccolo Mutu risponderebbe ancora al mio dolce richiamo e io non soffrirei più di un male veramente inguaribile.

Ma Mutu non risponde al mio richiamo: Mutu tace.

Mutu dorme ingiustamente il sonno degli innocenti.

Mutu è stato dato in pasto ai roditori e ai serpenti della foresta forse per scelta della stessa madre.

Mutu non voleva morire !

Quando mi guardava con i suoi occhi neri, Mutu chiedeva soltanto aiuto e non voleva di certo morire.

Mutu voleva vivere.

Quegli occhi, da allora, io sento conficcati nel mio cuore come una spina di acacia e da allora, per non odiare e distruggere me stessa, ho cominciato a odiare e distruggere le femmine del villaggio, per cui mi è stato sempre più naturale rifiutare la sottomissione e la passività delle madri, doti bastarde che stanno a metà tra il destino infame e la biologia ingrata.

Senza modelli da imitare e senza identità da ricercare, lentamente e senza rimpianti mi sono convinta che Ascingha non si poteva ridurre a quella “puta” che mi ritrovavo mio malgrado tra le gambe e per giunta mutilata del clitoride e delle grandi labbra; Ascingha non si poteva ridurre a un ruolo affibbiato dai maschi della tribù in onore di un “bilingo” da lasciar infilare a piacimento nel tuo buco per riempirlo in ogni senso.

Non volevo esser femmina e non volevo esser maschio.

Entrambi i sessi mi davano la nausea, per cui preferivo essere quell’odio che mi trovavo dentro e mi portavo in giro.

Le femmine africane sono inette e con il clitoride si sono tagliate da sole qualsiasi istinto e qualsiasi sentimento.

Io non sono mai stata e non voglio essere una di loro !

E così Ascingha, di sospiro in lacrima, si è illusa di poter dimenticare, si è illusa di dimenticare; di poi, di dolore in nostalgia, Ascingha ha cominciato a desiderare la morte per raggiungere il bene che non poteva più riavere tra le sue braccia, gli occhi neri dentro il bel viso e il corpicino vivo di Mutu.

La fuga è stata la mia prima morte !

La fuga dalla mia gente e dalla mia terra è stata l’esca per afferrare quel qualcosa di diverso che si offriva subito e a portata di mano.

Del resto la compagnia di Mutu non mi mancava perché lo portavo sempre dentro il mio cuore e pensavo che forse con la fuga anche la sua morte avrebbe acquistato un senso, un senso assurdo, ma pur sempre un senso almeno per la mia vita.

Mi sono volentieri costretta a morire in qualche modo e da qualche parte per espiare la mia infame colpa.

E ancora oggi, per giustificare la mia sopravvivenza, vado gridando in giro come una pazza: “un bentelan, datemi un bentelan, quello dal colore rosa, quello che avrebbe salvato la vita al mio piccolo Mutu.”

Pensi, dottore, bastava un “bentelan”, quel “bentelan” che adesso porto sempre nella borsetta senza essere asmatica, ma solo per salvare la vita a un altro piccolo Mutu, un bimbo dagli occhi neri che senza parlare sapeva chiedere molto bene.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

14 / 09 / 2.000

Raggiungere il suo studio ogni settimana diventerà per me un rito estremamente gradevole, nonostante la ripetitività; mi piace pensare che di giovedì in giovedì alle ore otto e venti attraverserò il ponte delle Guglie, arriverò alla stazione santa Lucia, mi fermerò all’edicola di Nane per prendere “La nuova Venezia”, acquisterò il biglietto, l’oblitererò, prenderò il treno delle otto e quarantadue per Udine, alle nove e trentuno scenderò alla stazione di Conegliano e appena fuori troverò il taxi che mi porterà a destinazione tra le verdi colline trevigiane.

Le abitudini sono rassicuranti e riempiono la vita specialmente dopo tante drammatiche traversie.

In questo mese di settembre l’odore dell’uva matura è molto acuto e l’aria profuma di mosto; la vendemmia è una festa della natura e degli uomini.

Io non ricordo niente di simile nella mia Africa; l’ambiente è decisamente ostile e le forze della natura sono dominanti.

Io ho un buon olfatto e fortunatamente non mi sfugge il profumo dell’uva appena vendemmiata e del vino appena spremuto.

Queste colline verdi e fresche sembrano finte per una donna vissuta tra il giallo e il nero dell’Africa e tra il grigio e il verde sporco di Venezia; queste colline somigliano a quelle dipinte dai bambini negli album da disegno, quando la maestra ordinava di tuffarsi a volo d’angelo dentro i colori e di buttar fuori le proprie emozioni.

I miei sensi sono ancora acuti come conviene a una donna africana della tribù Isciu e di nome Ascingha, “carezza del vento”, nata e cresciuta per anni nelle foreste dei monti Loma.

In Africa i sensi si esaltano per il forte calore e per la necessità di sopravvivere; gli uomini sono molto simili agli animali nei comportamenti e nelle reazioni.

A dire il vero l’odore del vino, quest’odore aspro e dolciastro, mi procura una nausea terribile quando affiora nella mia mente il ricordo di uomini ubriachi, pochi in verità, che mi hanno vomitato addosso mentre tentavano di svegliare il “bilingo” per godere della mia “puta” asciutta e distratta; questi sono gli inconvenienti di un certo lavoro.

Il calore, soprattutto il calore, è determinante per la vita dei sensi; man mano che ti sposti verso il nord e verso il freddo, ti rendi conto di perdere qualcosa nel corredo delle tue sensazioni.

Questa non sarà una legge universale, ma è la mia opinione e il mio vissuto: se punti a settentrione, perdi sempre in vitalità.

Io ho scelto, a mio modo, di lasciare l’Africa e sono stata costretta a risalire il mappamondo a bordo di uno sgangherato bastimento; il viaggio ha impresso sulla mia carne, di onda in onda, un oscuro senso di perdita che non riesco ancora oggi a sradicare, un’opaca sensazione di distacco che mi stringe ancora oggi la gola.

Ancora oggi !

E’ come se il tempo si fosse fermato sopra l’abisso del dimenticatoio, trattenendo le esperienze più significative della mia vita in attesa di lasciarle cadere definitivamente nel vuoto; è come se io con il cuore in gola tentassi di salvare questi frammenti di vita vissuta dal pericolo del nulla per l’angoscia di morire del tutto e per sempre.

Quel viaggio non è stato certamente il semplice trasferimento del corpo di Ascingha da un continente all’altro; io non posso dimenticare un viaggio che si riempiva, onda su onda, di un ambiguo simbolismo e oscillava come un pendolo tra il desiderio di vivere il nuovo e la colpa di abbandonare il vecchio.

Il piatto si è così condito nel tempo di una fatale inesorabilità che ha una sola verità e un solo sapore: tutto ciò che si lascia è definitivamente perduto e non può ritornare in alcun modo, neanche sotto la forma di un pupazzo di “peluche”.

Anche la morte s’inchina di fronte a ciò che non è stato vissuto e si poteva vivere.

Ricordo quel viaggio e sento chiaramente il freddo e lo sgomento che saliva dai miei piedi scalzi mentre percorrevo il sentiero che portava lontano dalla mia foresta sotto la guida di Marion e in compagnia di Aggun.

La foresta, la verde foresta !

Però, cos’era per me quella foresta ?

Era la mia casa sotto il cielo, un buco nero dell’universo che ben conoscevo e dentro il quale sguazzavo sicura come un’anatra quando le prime piogge formavano qualche pozza.

Mentre mi allontanavo da quel misero punto tutto nero, sentivo che una vecchia emozione scivolava dalla mia pelle e con il sudore si perdeva per sempre al suolo.

Eppure io, fuggendo, miglioravo la mia esistenza in ogni senso.

Marion era la prova vivente del salto di qualità e io potevo toccare il suo corpo con le mie mani nei momenti di dubbio più intenso.

Bastava saltare dalla sponda africana sopra un putrido peschereccio dal nome “suregai” e lasciare che i marinai puntassero la prua verso nord, sempre e solo verso nord, un punto cardinale magico per gli uomini che abitano le terre situate in basso rispetto al paradiso dell’occidente, quegli africani che si sentono inferiori rispetto ai popoli degli altri continenti e inevitabilmente per la vile legge della compensazione si stimano superiori rispetto ai loro fratelli; basta considerare le guerre civili che insanguinano il mio paese per avere un’idea dei misteri o dei paradossi dell’Africa nera.

Bastava fare un salto sopra un bastimento puzzolente di sardine e potevi conquistare gli antibiotici in farmacia, l’acqua in casa, il denaro in banca, i cibi nel supermercato, la legge in tribunale, gli slip in negozio, la plastica in ogni luogo, i pannolini in bustina, le tagliatelle ai funghi, la macedonia di frutta, il bidet in bagno, le aspirine effervescenti per i dolori mestruali, tanto di tutto o quasi tutto.

Chi più ne ha, più ne metta e alla fine non si senta povero il beneficiario e non si senta ingordo il beneficiato.

L’Occidente era l’anticamera del paradiso per una negretta primitiva della tribù africana degli Isciu; in Occidente si poteva anche stupidamente sperare di non morire.

Quanti bambini ho visto morire nella mia terra per la mancanza di un farmaco e quante donne malate non ho visto più ritornare dalla savana.

La foresta era il dio e il luogo sacro del dio, la divinità e il suo tempio; la foresta dava e riprendeva la vita senza dolore e senza rumore.

Era costume degli Isciu abbandonare i bambini malati e le poche donne vecchie nella foresta per lasciarli morire; quelli che restavano vivi, ritornando al villaggio, pensavano di averli affidati agli spiriti buoni e ai cicli generosi della natura.

Da un giorno all’altro e con estrema naturalezza in Africa si scompariva dalla scena della vita per inedia collettiva e per fatalistica rassegnazione.

Tutti mostravano assoluta indifferenza di fronte alla morte; il vago senso di necessità naturale dei sopravvissuti si mescolava alla noncuranza dei disperati, uomini ancora vivi che avevano la fortuna e la possibilità di vagare domani per la foresta e di ritornare alla propria capanna di fango prima della notte.

Quante volte non riuscivo a prender sonno, mi giravo sopra il pagliericcio e volgevo lo sguardo verso quella parte della foresta dove speravo di rivedere all’improvviso quel viso che da qualche giorno era sparito.

In questa ingenua attesa avvertivo un sentimento di gioia e un senso di tristezza, poi mi rassegnavo e sfinita dai desideri e dalle paure cadevo nel sonno.

Quanto l’ho atteso !

Quanto ti ho atteso, piccolo amore mio dalla pelle nera e dagli occhi nerissimi !

Eppure ti ho atteso, pur sapendo che non avevi gambe e piedi per camminare; io ti ho atteso lo stesso e ho desiderato che almeno il tuo dolce viso apparisse dai cespugli delle “nuree” almeno una sola volta per dirmi: “non piangere Ascingha, io ti ho perdonato.”

Io sono viva e aspetto ancora il tuo bel viso, ma sono sicura che qualcuno da qualche parte mi restituirà almeno il tuo dolce sorriso.

Non riesco a dire altro, dottore; in questo momento sento soltanto il bisogno di sparire.

Voglio tornare a casa, non mi sento per niente bene; speriamo che il tassista sia già fuori ad aspettarmi.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

PIEVE DI SOLIGO – 07 / 09 / 2.000 – ORE 15,15

Buongiorno dottore, chiedo umilmente scusa per il ritardo, ma il tassista non riusciva a trovare la strada del suo studio.

Mi chiamo Jasmine Ainé in Tirindelli, ma il mio vero nome è Ascingha e in lingua italiana si può tradurre con una certa approssimazione “carezza del vento”.

Come ha visto la mia pelle è nera e le mie labbra sono pronunciate come quelle di una bertuccia, ma in tutto il resto le assicuro che sono simile a una donna dalla pelle di qualsiasi altro colore.

Non è mia la colpa di essere a suo tempo caduta dal cielo proprio dentro uno spicchio d’Africa.

Sono originaria della Sierra Leone e la mia tribù abita ancora nelle foreste che si trovano alle pendici dei monti Loma e ai confini con la Guinea.

Oggi la mia terra, purtroppo, è famosa per la guerra civile che la insanguina e soprattutto per l’uso spietato che i guerriglieri di chissà quale causa fanno del “machete”, mutilando tutti quelli che incontrano sul loro cammino, grandi o piccoli, forti o deboli, vecchi o giovani, maschi o femmine, intelligenti o ebeti.

Sembra che per questi criminali la cosa più importante sia lasciare alla propria gente un segno ben visibile della loro ferocia per tutto il resto della vita: la “mezza manica” o la “manica lunga”, in base alla scelta dell’amputazione sopra o sotto il gomito.

Trascuro la mutilazione dei piedi o delle gambe, perché il solo pensiero mi scatena tanta rabbia e il ristagno della tensione mi procura il vomito; mi creda, non vorrei riempirle la scrivania del tritato degli spaghetti alla carbonara che ho appena gustato a pranzo.

Posso capire il cannibalismo, ma non la ferocia e soprattutto quando è consumata contro i bambini e contro le donne.

Ritorno a me e ai miei tanti problemi, perché non è proprio il caso di dilungarmi su questioni morali o politiche che oltretutto non riesco a capire semplicemente perché non trovo e non troverò mai alcuna giustificazione alla violenza; mio marito dice che sono mentalmente pigra, ma chissà quale dramma si nasconde dietro questa mia pretesa pigrizia.

Da più di trent’anni mi trovo in Occidente e da quindici anni vivo a Venezia, la più bella e umida città del mondo; pur essendo una negra africana, sono una persona istruita e ho avuto la fortuna di acquisire la cultura occidentale e di non dimenticare le radici africane, per cui devo riconoscere che mi sono sempre adattata e mai integrata.

Sarà questo il solito mal d’Africa o sarà questo il solito male psichiatrico ?

La risposta spetta ormai agli stregoni o agli specialisti della mente umana, ma ricordo che una zingara davanti a un supermercato di Mestre a suo tempo mi aveva detto che tra tanto male e tanto bene sarei sempre stata una donna eccezionale.

Io ho la mia verità in proposito, ma è indiscutibile che, nonostante le conquiste umane e sociali fatte in tanti anni di permanenza in Italia, io mi sento insoddisfatta, inquieta e sempre alla ricerca del trapezio più pericoloso e dell’equilibrio più precario.

Ma cosa cerco ancora ?

Mi chiedo con gentilezza: Ascingha, cosa cerchi ancora ?

Mi rispondo con altrettanta gentilezza: cerco la gloria e la vendetta, l’aureola e il pugnale, il pari e il dispari, il maschile il femminile, il concavo e il convesso, il padre e la madre, il fuoco e il ghiaccio, la vita e la morte, io cerco l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco, io cerco l’armonia dei miei opposti e dei miei elementi.

Per spiegarmi meglio devo partire da lontano, ma lei ha già capito che con i simboli mi trovo a mio agio e con le metafore mi sento in famiglia; la fantasia è la mia unica confidente e la mia buona medicina, perché mi aiuta ad addolcire o a camuffare le tristi verità della mia vita.

E’ opportuno, a questo punto, presentarmi meglio.

Il mio primo documento d’identità è stato un passaporto falso, rilasciato negli anni settanta dalla mafia di Dakar, la pigra capitale del Senegal e il tragico crocevia della tratta delle negre.

Dakar è il capolinea di una disperata rotta che da capo Verde porta ancora tante adolescenti, racimolate nell’entroterra africano, a Mazara del Vallo, imbarcandole in vecchi bastimenti stivati di sardine puzzolenti.

Di questa rotta e di questo commercio sono da sempre al corrente le autorità politiche e morali del mondo e in particolare dei paesi europei, così come ne sono ben informati tutti i benpensanti dalla pelle bianca che ogni notte vedono adolescenti negre passeggiare mezze nude sui marciapiedi delle loro città per la soddisfazione erotica dei loro simili.

Di questa rotta sono direttamente al corrente anche le autorità militari dei paesi che nel bene e nel male sono coinvolti in questo squallido commercio: l’infido Senegal, la povera Mauritania, il falso Marocco, l’allegra Spagna, la fanatica Algeria, l’ambigua Tunisia, la brillante Italia e il resto dell’Europa civile dove le negrette vanno a sciamare come le api e con il loro miele.

Le motovedette di ogni paese e di ogni arma hanno fatto e fanno ancora la scorta alla tratta delle negre lungo le coste dell’Atlantico e del Mediterraneo nella piena convinzione di aver sempre rispettato il diritto sulle acque territoriali e di aver sempre evitato imbarazzanti complicazioni tra i vari stati.

Bravi, molto bravi, non c’è che dire !

Nel rispetto della legge internazionale e delle leggi nazionali sono stati e sono ancora favoriti i traffici criminali di ogni tipo, burocrazia compresa, perché non si tratta soltanto di smerciare puttane lungo i marciapiedi o nei bordelli, ma anche di collocare la merce umana con una certa legalità formale.

Il mio passaporto, ad esempio, era pieno di bolli e di timbri, il capolavoro di un abile falsario, un documento incorniciato dalla foto sbiadita di una ragazzina negra impaurita e appena uscita dalla foresta, un’opera così perfetta nel suo genere che è stata la base della mia identità europea fino a oggi.

Nessuna polizia, marittima o terrestre, nessuna autorità umana o celeste ha mai contestato per pigrizia o per convenienza quel pezzo di cartone sporco d’inchiostro colorato.

Del resto, cosa vuoi e cosa puoi obiettare alla Repubblica francese che dichiara per iscritto che una certa Jasmine Ainé è nata a Marsiglia, Marseille en francais, il nove dicembre del millenovecentosessantuno e abita al numero settantadue di rue Mallarmé sempre nella stessa città di Marsiglia, Marseille en francais.

Dall’autunno di quell’anno che non so, questa è stata la mia identità formale.

E’ perfettamente vero: “quell’anno che non so”.

Certamente esiste “quell’anno che non so” anche se io non l’ho mai conosciuto e semplicemente perché il calendario della foresta era il cielo, quel cielo che misura ancora oggi il giorno e la notte e dimostra l’inutilità di fare il conto di quanto hai malamente vissuto e di cosa ti lasci alle spalle.

All’inutilità di fare il conto si aggiungeva l’indolenza a contare i giorni trascorsi e a metterli in riga anche incidendoli sulla ruvida corteccia di un’acacia; a questo buco tecnico si deve associare l’incapacità africana ad avvertire in qualche modo quella che si definisce storia presso gli altri popoli, i cosiddetti popoli civili che giustamente amano la memoria perché hanno nel bene e nel male qualcosa da ricordare.

Del resto, cosa avresti voluto conservare dentro il tuo cuore e rivivere con desiderio in un mondo a una dimensione e in una quotidianità ripiena di cose sempre uguali ?

Eppure la nostalgia colpisce anche gli africani, ma questo mal d’Africa è soltanto desiderio d’oblio, un bisogno inconfessato di dimenticare totalmente se stessi.

A tutt’oggi, quindi, secondo quella carta colorata io mi porto addosso quasi trentanove anni, appartengo al segno zodiacale del Sagittario e, aggiungo volentieri, con ascendente Saturno per sottolineare la tendenza a usare soprattutto la testa anche se buona parte della mia vita potrebbe affermare malignamente il contrario: più emozione e bassoventre, meno ragione e cervello.

Il mio attuale documento d’identità, rilasciato dalla Repubblica italiana di cui sono cittadina, riporta ancora questi dati, ma io so bene che il vero e unico dato della mia persona è il nome Ascingha, proprio quel nome che non compare in nessuna carta scritta e che risuona nelle mie orecchie come il rumore delle dolci foglie di “macai” quando il vento del deserto spazza la sabbia a pettine.

Ho già detto che Ascingha si può tradurre in italiano “carezza del vento”, che le traduzioni sono sempre approssimative e specialmente se riguardano i nomi di una tribù primitiva dell’Africa nera, ma quel nome, lo ripeto volentieri e senza paura di essere monotona, ricordo di aver sempre sentito dentro le mie orecchie come il rumore delle dolci foglie di “macai” quando il vento del deserto spazza la sabbia a pettine.

Io mi chiamo Ascingha e sono la “carezza del vento” in qualsiasi parte del mondo mi trovo a camminare e in qualsiasi fuso orario mi trovo a filare la mia vita.

Dopo questo amaro sfogo vengo al dunque, al mio dunque naturalmente.

Come le ho riferito per telefono, mi ha fatto il suo nome il professor Crisafulli, il più quotato in ogni senso psichiatra del nord-est, il quale, dopo avermi diagnosticato schizofrenica e inutilmente curato con micidiali cocktails di farmaci ben equilibrati nelle indicazioni e nelle controindicazioni, adesso sostiene semplicemente che a me conviene star male e che, quindi, non guarirò mai.

Sindrome di convenienza”, ecco, l’ha definita così.

Sono felice di aver ricordato la nuova diagnosi, perché possedere una buona memoria mi fa sentire una donna in forma e una persona sana di mente, contrariamente a quanto pensa l’illustre clinico con il suo sedici metri a vela ancorato nella darsena di Monfalcone.

Ecco, lo strano personaggio si è dimostrato un pesante chimico e un grande maldicente semplicemente perché senza farmaci la sua bislacca scienza vale poco meno di nulla.

Ecco, dopo aver trasformato il mio corpo in un impianto petrolchimico e dopo averlo annientato con miracolosi farmaci, l’illustre clinico sostiene che lei, proprio lei che sulle pillole e sulle supposte per principio e per mestiere non fa alcun affidamento, potrebbe essere indicato al caso mio anche perché al contrario di lui, aggiungo io e me ne assumo la responsabilità, sembra avere tanta pazienza e poca ingordigia.

Il dottor Crisafulli mi ritiene una donna testarda ed esigente, una vergogna per la sua superba scienza e un’eresia per i suoi micidiali intrugli; alla fine secondo l’esimio professore e secondo tutti gli uomini poveri di spirito io sono una donna frigida che non ha trovato il bastone giusto per il suo equilibrio psichico e per bastone intenda pure quello che le salta subito alla mente uscendo fuor di metafora.

Mi preme precisare che, pur tuttavia, l’egregio dottore non ha mai disprezzato il colore della mia pelle per il semplice fatto che ha ben apprezzato il colore dei miei soldi.

Cinquecentomila lire a visita !

Mi spiego ?

Mi capisce ?

Io non sono una maldicente, io ho soltanto il brutto difetto di esprimere in maniera chiara e diretta quello che penso, senza paura e senza pudore, perché, nonostante il colore della mia pelle, oggi posso permettermi di non leccare il culo a nessuno e soprattutto a un uomo bianco.

Del resto, sono poco legata alla vita e non ho bisogno di nessuno e di niente; la gente è in più e le cose intorno a me sono inutili, gli uomini sono animali inquinanti e le città sono fogne a cielo aperto.

Per il momento sono costretta a escludere da queste mie convinzioni la sua figura e la sua eventuale funzione, ma in tutta sincerità nutro qualche speranze.

Bando alle inutili polemiche e veniamo ancora una volta al dunque, al mio dunque naturalmente.

Il professore Crisafulli mi ha consegnato una lettera riservata alle sue pregiatissime mani, “S. P. M.”; io non ho resistito alla curiosità, l’ho aperta e sono riuscita a decifrare la scrittura di un medico e addirittura a capirne il senso.

Le dico subito che non sono d’accordo sulla diagnosi, ma questo non è importante per gli altri, perché stravolge soltanto la mia persona e la mia vita.

La sola giustificazione della mia maleducazione è proprio il fatto che questa lettera riguarda la mia persona e la mia vita.

Io, caro dottore, sono ancora viva e vegeta soltanto perché ho sempre nella giusta misura diffidato di tutto e di tutti; questo significa essere prudenti e non paranoici.

Caro dottore, mi creda, io non mi trovo ai bordi della schizofrenia, non sono mai arrivata ai confini della melanconia, non mi trastullo nella crisi depressiva desiderando la morte e non mi esalto nella fase maniacale sperperando i miliardi di mio marito.

Certamente ho dei sintomi pericolosi per la mia persona e per il mio prossimo, altrimenti non sarei qui e non avrei iniziato il solito pellegrinaggio alla ricerca di un guaritore che mi dia un migliore equilibrio o di uno stregone che mi restituisca la cosiddetta normalità.

Certamente io non sto bene, non mi sento bene, non sono serena, non sono tranquilla, non sono me stessa, non sono in pace con me stessa.

Certamente oggi io sono l’ombra di me stessa e il mio malessere è iniziato proprio quando pensavo di essere arrivata a destinazione e di avere risolto gran parte dei miei problemi almeno per questa vita, ma il tutto non significa essere malata o una malata del calibro sparato dall’illustre clinico.

E’ questo il punto: io non sono e non mi sento malata !

Se sono malata, la mia malattia è allora la mia persona, la mia identità, la mia storia.

La mia malattia si chiama Ascingha.

La mia malattia è la cosa più bella e terribile che io possiedo: Ascingha !

Egregio dottore, a questo punto, come uomo potrà comprendere la mia insolenza nell’aprire la corrispondenza fra professionisti della mente e come strizzacervelli è costretto a comprendere la determinazione che ho manifestato nel difendere la mia persona dalle diagnosi più assurde, ma, mi creda, questa insolenza e questa determinazione sono doti costruite attraverso le mille esperienze della mia vita, una vita intrecciata di mille vite come la coda di un gatto e una vita sempre costretta dalla necessità di sopravvivere.

Io, Ascingha, sono sempre andata al di là della mia stessa vita e sono sempre riuscita a trovare un equilibrio nelle traversie più nere e nei momenti più tragici; questa è la mia malattia e questa è anche la mia forza.

Oggi che tutto si è sistemato nel migliore dei modi e io sono la signora Jasmine Ainé Tirindelli, cittadina italiana, oggi che posso pagare anche la parcella di uno strizzacervelli per capire quali mali oscuri dentro di me chiedono di venire alla luce, io resto sempre una povera negra e sento il bisogno di cercare quella madre naturale e snaturata che ho necessariamente avuto e non ho mai conosciuto, quel bambino negro che ho abbandonato ai topi e ai serpenti della foresta, quella pretesa sorella venduta ai mercanti di schiave che non ho più rivisto, quei quattro figli che ho abortito e che non dormono in cimitero, quell’uomo amato che è scomparso nel nulla o nell’acido solforico, quell’uomo adorato che mi ha sempre sfruttato e ingannato, quell’Africa, la maledetta Africa, che a distanza di trent’anni è conficcata nel mio cuore e ancora una volta riesce a essere la causa della mia gioia e del mio dolore.

Oggi non ho più niente da temere e non ho un nemico da combattere al di là di me stessa.

Oggi abito in una casa signorile di Venezia e posso senza alcun problema imbarcarmi, quando voglio, per una delle tante crociere intorno al mondo.

Oggi sono la moglie del generale in pensione Biagio Tirindelli, pluridecorato al valore militare nella campagna d’Etiopia e nella guerra di Resistenza; oggi sono una donna di colore rispettata dalla gente e riconosciuta dalla stato italiano, uno stato che non ho mai incontrato nei momenti più tragici della mia vita neanche sotto l’uniforme di un fedele carabiniere o dentro il tailleur amaranto di un’assistente sociale.

Oggi io non sono più quella bella negra che a pagamento lasciava menare dentro la sua “puta” il “bilingo” di uomini occidentali malati nel cuore di un amore mancato e nelle ghiandole di un corpo disprezzato.

Oggi non sono più Jasmine, la puttana di colore della squadra di Marcos del Brenta, oggi non sono la sguattera negra di maman Immé, oggi sono e mi sento soltanto Ascingha, la “carezza del vento”, la figlia ingrata di quella tribù Isciu che abita ancora presso le foreste di quei monti Loma che abbracciano con un solo orizzonte Sierra Leone, Guinea e Liberia, terre di miseria e di crudeltà, di fame e di morte.

Jasmine è entrata in guerra con Ascingha e Ascingha vuole uccidere Jasmine; questo è il mio vero dramma e lo capisco soltanto io, perché sono io a viverlo sotto la mia pelle nera.

La tensione ristagna disperatamente dentro il mio corpo come l’acqua putrida nei canali di Venezia, si scatena contro me stessa, mi buca lo stomaco, mi chiude il respiro, mi sballa gli orologi interni, mi divora gli anticorpi, mi succhia il sangue, mi rode il cervello, mi castra le energie.

A questo punto non mi resta che desiderare la morte, perché non voglio e non posso più sentire quel dolore che non è un dolore come gli altri, ma uno struggimento senza soluzione, uno sbriciolarsi delle budella sotto i denti affilati di una squadra ben addestrata di topi.

Soltanto a volte sento il bisogno di vendicarmi e di uccidere qualcuno, un qualcuno che in un modo o nell’altro è stato ed è responsabile delle violenze subite e impresse nella mia carne come le stimmate di un santo.

Dicevo che nella mia vita ho imparato a trovare in ogni circostanza l’equilibrio necessario, ma a furia di cercarlo non ho mai imparato a mantenerlo.

Sono una persona istruita e a modo mio parlo quattro lingue, conosco a memoria le poesie di Saffo, capisco qualcosa degli scritti del dottor Freud di Vienna, leggo Montale e Pasolini, amo il Gattopardo del principe di Lampedusa, ho capito tutti i film di Federico Fellini, cucino le lasagne bolognesi in tutte le salse, tiro i tarocchi per deridere le mie amiche superstiziose, lavoro a maglia e a uncinetto, conosco il punto a croce e il gigliuccio, ho imparato l’impossibile, ho assorbito culture diverse, mi sono adattata a modi di dire e di fare, ho fatto, ho detto, ho subito, ho visto, ho vinto, ho perso, ma in tanta malora o in tanta fortuna non ho mai imparato a mantenere l’equilibrio giusto per vivere senza l’altalena dell’umore e la parabola dei sentimenti.

La mia malattia si chiama Ascingha, una bambina dalla pelle nera; la mia malattia galoppa tra le tante esperienze di Jasmine, una puttana di lusso dell’entroterra veneziano: l’ingenuità di una negretta africana della foresta e la disinvoltura di una negra francese da bordello italiano.

Le mille e mille traversie della mia vita hanno lanciato in cielo altrettante immagini di me stessa che come un boomerang sono ritornate a colpirmi; se da un lato tutto questo mi ha fatto crescere e arricchire, dall’altro lato ha messo e mette a dura prova la mia identità e il mio equilibrio psicofisico.

E così a volte, soltanto a volte, mi piace tanto dimenticare me stessa e convincermi di non sapere più chi sono, ma non desidero mai essere un’altra persona.

E così non passa giorno che io non cada in uno stato pietoso di abbandono e in una tremenda desolazione; questa prostrazione mi impedisce di muovere persino un dito per dare un segno di vita a tutti coloro che si affaccendano attorno al mio corpo quasi morto nel vano tentativo di rianimarlo.

Dirò che avere tanta gente al mio servizio, il generale compreso, mi dà una bella, quanto effimera, sensazione di pienezza e di riscatto.

Oggi io mi sento Arlecchino, oggi io sono un Arlecchino vestito di mille pezze colorate e a ogni pezza corrisponde una gioia, un trauma, un ricordo, un oblio, una fantasia, un ragionamento, un sogno, un fantasma, una riflessione, una lacrima, un sorriso, una frustata, un dolore e tutto quel mare di sensazioni e di sentimenti che si deve attraversare partendo dalle spiagge di capo Verde in Senegal per approdare a Mazara del Vallo in Sicilia.

Allora ero una bella adolescente da tempo delle mele, una ragazzina incatenata con Aggun e altre sventurate bambine di colore dentro la stiva di un bastimento puzzolente di pesce; allora ero una bella adolescente da tempo delle mele che pensava di arrivare in qualche parte di un mondo migliore con la coscienza imperfetta di tutto quello che aveva addosso e desiderava lasciarsi alle spalle.

Purtroppo, quella parte del mondo che l’ingenua bambina andava a esplorare era di un’altra persona, Marion, la civetta negra dei trafficanti di donne, e quella parte del mondo non era poi la parte migliore del solito mondo.

La mia malattia è la memoria della mia vita; i ricordi di Ascingha non si sposano con i vissuti di Jasmine, ma, del resto, se avessi dimenticato una sola parte di me stessa, in questo momento non esisterei né come Jasmine e tanto meno come Ascingha.

Io non so quando sono nata e non possiedo un cognome: io sono soltanto Ascingha.

Nella foresta, come dicevo prima, non esisteva il calendario o l’ufficio anagrafico e tanto meno si conosceva il padre e la madre; tutti gli uomini e tutte le donne della tribù Isciu potevano essere i tuoi genitori e non potevi sbagliare, perché gli stranieri, che arrivavano presso le vallate dei monti Loma, erano riconoscibili dalla pelle bianca e dal fucile, dalla sottana grigia e dalla croce ed erano bracconieri, missionari, avventurieri e mercanti; questi ultimi erano i più amati e i più crudeli.

Ho vissuto troppo, in fretta e intensamente.

A quarant’anni mi sento vecchia dentro e fuori, perché le esperienze più belle e più brutte le ho fatte quasi tutte; adesso sento soltanto il bisogno di fermarmi e di riordinare la mia vita, una vita, come le dicevo, fatta di mille vite, ma non sempre ne sono capace e spesso sento il bisogno di una guida, di un compagno di viaggio che non mi indichi la strada fingendo di conoscerla, perché in effetti non può conoscerla, ma che mi segua e mi lasci esprimere.

Io non ho bisogno di un ipocrita moralista o di un falso mezzoprete.

In un mare di dubbi sono sicura di essere Ascingha e di essere sempre rimasta Ascingha e solo Ascingha, la “carezza del vento” del nord che pettina la sabbia del deserto.

Jasmine non ha niente a che fare con Ascingha.

Il dottor Crisafulli avrà anche ragione nel diagnosticarmi schizofrenica, ma in base alla vita che mi è piovuta addosso, io non potevo essere diversamente e mi sono conservata nel migliore dei modi, mi creda, dottore, mi creda.

Altro che problemi di melanconia o disturbi dell’affettività, io ho solo bisogno di fermarmi dopo essere stata per trent’anni in un moto perpetuo di sopravvivenza.

Altro che psicosi maniaco-depressiva, io ho solo bisogno di riordinare la mia vita raccontando la mia storia a un degno ascoltatore; lei mi è stato indicato come tale, uno strizzacervelli molto pacato che non si addormenta durante la seduta, che non ha soluzioni salvifiche per nessuno, che ha un profondo rispetto per i suoi compagni di viaggio e che, soprattutto, difficilmente parla.

Io ho bisogno di un interlocutore muto, di una statua di marmo, di un uomo che non apra la bocca; in tal modo eviterò anche la delusione di accorgermi che il mio navigatore non ha capito niente di tutto quello che ho detto e che volevo fargli capire, non potrò pensare ancora una volta di aver regalato le mie perle ai porci.

Io le chiedo soltanto di lasciarmi esprimere con il mio autentico linguaggio, di lasciarmi raccattare i cocci della mia originale storia, di lasciarmi ricucire le pezze sgualcite del mio bel vestito nell’ardua impresa di ritrovare la mia vera identità senza false illusioni e inutili pretese.

Sembra strano che una donna negra affidi a un uomo bianco la spremuta del suo cervello, una virtù e un lusso dei popoli superiori e ricchi, ma io sono una persona adulta e istruita, conosco il mondo e capisco le persone che lo abitano, non sono ignorante anche perché sono stata alunna di maman Immé, la mia madre putativa, una professoressa di lettere classiche presso il liceo Marco Polo di Venezia, una donna dalla mente enciclopedica e dalla casa tempestata di libri.

Sono sicura che la mia storia personale si mischierà con quella di un popolo primitivo di razza inferiore e con quella di un popolo evoluto di razza superiore, ma questa eventuale contaminazione, in verità, non mi dispiace, soprattutto se può servire a capire me stessa e a essere padrona in casa mia.

E poi credo, perdoni la vanità, che per lei sarà un’avventura ancora più interessante, quanto meno non si annoierà ad ascoltare le solite tristezze di una vita piatta e convenzionale.

Non ho alcuna difficoltà a pagare il suo onorario e lo farò tramite bonifico di mese in mese, per cui non mi resta, se lei è d’accordo, che rifilarmi un generoso “in bocca al lupo” per questo fascinoso viaggio nella memoria.

E che gli dei non siano avversi, come non lo furono allora i venti nella rotta fatale e trafficata che dall’Africa porta ancora oggi in Sicilia.

Bonjour monsieur le docteur.

LA STELLA BUONA

Nato sotto una buona stella,

Venere postbellica,

antinglese e antitedesca,

filoamericana e tanto yankee,

mi ritrovo sulla testa Orione e la sua oscena clessidra

che mi segna il tempo

e mi segue in ogni passo

dentro questo giardino arabo babilonese,

pensile e terracqueo,

suburbano e scavezzacollo sul vallone di Anapo,

l’amante di Ciane,

quella del papiro egiziano sulla fonte,

ultima mia dimora di ritorno al Tutto e al Niente,

che sono sempre un Qualcosa,

un Quidquid per un Quisquis,

un ritorno che somiglia a una potatura

inferta al Grande Ulivo millenario all’ingresso di Pietra bianca,

piantato da Pietro e Paolo in persona,

un Albero eterno come il peccato umano,

come la colpa atavica dei Padri e delle Madri

che immancabilmente ancora ritrovi tra le pieghe

dell’anima che non vuole morire,

del corpo che non marcisce come i fiori di plastica,

di un Uomo di ghiaccio che non deve morire

perché incinto di un demone,

daymon,

un doppio brodo di vitalità alla greca,

una minestra ebraica e cristiana d’immortalità,

mentre in questo mondo crudele e infame

il tiranno tiranneggia le peuple et les garcons

e uccide il Giusto con il plutonio

e il cadmio senza fosforo nella zucca,

esalta in tv cantanti e giornalisti,

patate e patatini,

sempre difeso dalla polizia inurbana

e dal consenso dell’ebete che ride,

l’homme que rit,

palpandosi i coglioni sbavati ed erniosi,

come Vittoriu u babbu in via Vittorini

quando la sorella Carmelina gli augurava la morte.



Salvatore Vallone



Harah Lagin, 20, 02, 2024

QUISQUIGLIE

“Quisquiglie, quisquiglie”:

gridava l’uomo dei gelati.

Ero già alla fine del mese,

ma l’influenza entrò nei miei polmoni

con il fiato in gola di colei

che ancora oggi ricorda

quando si è sentita donna,

madre e figlia in due colpi sparati in basso e in alto,

come la grappa che si snappa dalle mie parti

accompagnata allo strudel al dolce sapore di mela.

Scrivimi in francese di quelle volte,

perché dopo il covid i numeri non tornano.



Harah Lagin, 31, 01, 2024



Salvatore Vallone











.

LA SOLITUDINE

 

Sono solo ormai.

Anche se sono ancora giovane,

sono solo ormai.

Credimi,

non c’è più nessuno accanto a me,

non ho più nessuno vicino a me.

L’ultimo uomo è andato via

lasciandomi più solo di prima,

più solo che mai.

L’ultima donna è andata via

lasciandomi più solo di prima,

più solo che mai.

Allora mi sono ricordato di te,

di te che, quando chiedevi, chiedevi troppo

e sapevi che chiedevi troppo.

Che esagerato!

Che esagerata!

Tu volevi da me quello che io non ero,

quello che non sapevo essere,

quello che non potevo essere.

Come potevo darti tutto questo vuoto?

Penso ancora l’assurdità di quello che chiedevi:

un nulla mischiato con il niente per stare in piedi.

Eppure, oggi ti vorrei ancora.

Forse non mi crederai,

ma ricordati lo stesso di me,

di me che sono ancora qui per te

e che non sono il Pio o la Pia,

non sono Paolo o dei Tolomei.

Eri come l’oro per me,

l’oro e l’argento nei paramenti sacri dei preti di una volta,

il monumento della città nella piazza del duomo.

Tutti hanno degli eroi

quando non lo sono,

tutti chiedono

quando vogliono qualcosa,

chiedono a chi può sentirli,

a chi ha orecchie per intendere,

a chi ha posperi e coglioni,

lo sai.

Vuoi cambiare vita?

La cambio io la vita a te,

quella vita che non ce la fa a cambiare me.

Bevi qualcosa.

Cosa volevi?

Vuoi fare l’amore con me?

La cambio io la vita

che mi ha deluso più di te.

Portami al mare,

fammi sognare

e dimmi che non vuoi più morire.”



Salvatore Vallone



Il Giardino degli Aranci, Harah Lagin, 31, 01, 2024