SOLO PER FAR SESSO

TRAMA DEL SOGNO

“Non ricordo dove sono, incontro il mio ex , è bruttissimo, capelli lunghi un po’ rossicci, barba lunga e bianca con un elastico nel mezzo che forma come un codino, gli occhi stanchi ed un po’ lucidi.

Ci mettiamo a parlare e dopo un po’ lui mi propone di venire a casa mia, capisco che questa offerta è una proposta di far sesso, ma mi dico “tanto che ho da perdere? Ci vado e poi ognuno per la sua strada”

Mentre andiamo verso casa, io davanti e lui di dietro, mi viene il dubbio che se facciamo sesso poi non riesco più a sganciarmi da lui, perché magari si farà insistente. Mi chiedo se sia stata una buona idea accettare la proposta e ci rimugino fino a casa.

Arrivati a casa non mi ricordo da che parte salire al mio piano. Ed invece di andare dietro alla casa, vado sul davanti. Mentre passo davanti alla porta di mia madre, sento che si apre ed io in quel momento non voglio che mi veda con il mio ex. Vedo sgattaiolare fuori qualcosa di nero, ma non capisco cosa e poi la porta si richiude.

Io continuo a camminare verso una scala e ci salgo, mentre faccio gli scalini continuo a pensare se sto facendo la cosa giusta.

Arrivata sopra non riesco a salire sul terrazzo se non arrampicandomi su una struttura in legno traballante e mi siedo in cima, ha un fondo in compensato che sembra stia cedendo e continua ad oscillare, procedo da seduta spingendomi con fatica.

Penso: guarda che lavoro fatto male che ho fatto senza di lui e da quando lui non c’è, mi dirà che non so fare niente.

Ma non importa, continuo ad avanzare con la paura di cadere, finché non salto sul terrazzo. Mi giro per avvisarlo di stare attento, ma lui è già sceso ed è al mio fianco.

A quel punto dobbiamo entrare in casa, ma io sono ancora assalita dal dubbio di fare la cosa giusta, anche perché lui è brutto, io ho paura … ma non mi viene di dirgli di no.

Una volta entrati, lui mi chiede se può andare in bagno. Io gli dico di si, e lui mi risponde “sai, io devo andare anche a far la cacca.”

Intanto io vado a preparare la camera. Ma mentre sono là penso a come fare per mandarlo via, allora prendo il cellulare per mandare un messaggio all’amico con cui mi vedo ora per avvisarlo di dove e con chi sono (una forma di sicurezza se dovessi aver bisogno).

Però quando apro il cellulare c’è un gioco che gira e non mi permette di accedere ai messaggi ed io provo e riprovo ma non riesco ad uscire da quella modalità gioco e non potendo fare il messaggio mi prende la paura.

Sento che la porta del bagno si apre e nascondo il telefonino sopra all’armadio in modo che il mio ex non vada a controllare se ho mandato messaggi a qualcuno.

A quel punto aspetto che arrivi in camera … e là finisce il sogno.”

Questo lungo sogno appartiene a Merigiò.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Non ricordo dove sono, incontro il mio ex , è bruttissimo, capelli lunghi un po’ rossicci, barba lunga e bianca con un elastico nel mezzo che forma come un codino, gli occhi stanchi ed un po’ lucidi.”

Merigiò esordisce con la descrizione del suo “ex”, un uomo “ex” e fuori di lei, fisicamente, ma sicuramente “in” e dentro di lei, psichicamente, per quello che ha rappresentato e per tutto quello che ha vissuto con lui. I connotati fisici attestano di una precisa diffusione nello spazio psichico di questa figura di uomo, una presenza caratteristica che Merigiò si è portata dietro nel corso della sua vita non senza tentennamenti e rimpianti. Magari non riusciva a trovare di meglio o magari non aveva la giusta consapevolezza del suo valore e per questa carenza si è accontentata di un uomo che, all’emergere della sicurezza in se stessa, ha giustamente e figurativamente abbandonato per strada con tutti i suoi connotati fisici e psichici. Infatti, la descrizione dell’ex è proprio originale, ricca di elementi specifici e simbolici. Traduco: l’ex di Merigiò non è una bella persona, ha idee tutte sue di stampo persecutorio, è un attaccabrighe che pone tra sé e gli altri soltanto barriere, ha una visione della realtà coatta e una filosofia di vita ristretta a poche idee anche se chiare. Ma si sa che “ogni scarafone è bello a mamma soia” e, se questo soggetto critico è piaciuto a Merigiò, si prende atto che l’originalità estetica e caratteriale l’ha colpita a suo tempo. Di poi, quando si è riconciliata con se stessa, Merigiò ha preteso per sé una relazione migliore e più rassicurante, rispetto a una storia d’amore con un diavolo ambulante.

Ci mettiamo a parlare e dopo un po’ lui mi propone di venire a casa mia, capisco che questa offerta è una proposta di far sesso, ma mi dico “tanto che ho da perdere? Ci vado e poi ognuno per la sua strada”

Merigiò sognando si sta dicendo che l’attrazione vissuta nei riguardi del mostro descritto in precedenza si giustifica con la sessualità, con il “far sesso”, con l’istinto e la pulsione che non hanno bisogno della ragione e dei ragionamenti, con la forza dell’Es che non ha bisogno del divieto del Super-Io per essere messa in atto. Merigiò aveva una buona intesa sessuale con il suo ex e su questo trasporto dei sensi basava l’essenza del rapporto. E fin qui va bene, semplicemente perché una buona relazione di coppia deve avere come base un buon esercizio della “libido”; altrimenti che coppia è, di che coppia stiamo parlando? Di una coppia sublimata o di una coppia eterea che sta in cielo e non in terra. Merigiò in sogno riesuma il suo ex per l’attrazione sessuale e per la vita erotica che ha vissuto con un uomo che somiglia tanto al buon selvaggio allo stato di natura di rousseauiana memoria. La possibile contingente unione si sposa con la successiva separazione, l’incontro è possibile se basato sugli opposti del prendersi e del lasciarsi, sulla finalità esclusivamente godereccia e casereccia come il pane buono degli uomini primitivi. Una scopata alla grande “e poi ognuno per la sua strada” è un programma soddisfacente e un progetto di grande valore e di massima libertà anche se resta da chiedere il perché Merigiò sta sognando questa soluzione primitiva di sesso per la sua preziosa e bella persona. La risposta può attestarsi nella nostalgia di avere un maschio che sappia far bene l’amore come il suo “ex e sulla crisi di maschi di questo tipo nella panoramica esistenziale di Merigiò. Magari è in una situazione di crisi relazionale e di astinenza sessuale, per cui il corpo di notte chiede in sogno l’appagamento erotico e magari un orgasmo per culminare nel cielo delle stelle cadenti. Comunque, Merigiò è una donna libera e disinibita che dispone del suo corpo e della sua sessualità come le aggrada e le conviene. Questo è un dato notevole di autonomia psicofisica, ma non sempre tutte le ciambelle vengono con il buco. Vediamo come procede questo sogno descrittivo e con pochi connotati simbolici: una “fantasia a occhi chiusi” in forma narrativa come un fotoromanzo degli anni sessanta nel giornale del popolo che si titolava “Grand hotel”.

Mentre andiamo verso casa, io davanti e lui di dietro, mi viene il dubbio che se facciamo sesso poi non riesco più a sganciarmi da lui, perché magari si farà insistente. Mi chiedo se sia stata una buona idea accettare la proposta e ci rimugino fino a casa.”

Come dicevo, quello di Merigiò è un sogno quasi a occhi aperti dal momento che si serve di una vena narrativa e di una verve descrittiva che aggiungono chiarezza alla tensione che via via la protagonista costruisce su questo meraviglioso incontro del suo tipo: un rapporto sessuale, una storia di sesso, punto e basta. L’andare “verso casa” attesta della familiarità e della condivisione vissute in precedenza e “l’io davanti e lui dietro” conferma la direttività consapevole e volitiva di Merigiò durante il precedente menage di coppia, proprio quel menage sessuale che era il fiore all’occhiello e che la protagonista teme perché può rievocare una forma di dipendenza e un desiderio di ritorno al passato. Merigiò teme di riattaccarsi al suo ex proprio per quello che rappresentava nella coppia, un uomo che fa bene il sesso e che sa ben percorrere le località limitrofe. Non è messa bene a questo riguardo la donna e rimugina se aderire alla pulsione che la vuole eccitata o aderire al divieto che la vuole a rischio dipendenza. Riepilogando: un uomo e una donna si sono incontrati a suo tempo e hanno vissuto una buona intesa sessuale che è stata la parte costitutiva del loro rapporto. Dopo la separazione la donna vive una frustrazione sessuale e in sogno rievoca il suo partner con la gioia di rivivere l’eccitazione sessuale del passato e con il timore di ricadere nella storia a causa delle frustrazioni del tempo presente.

Arrivati a casa non mi ricordo da che parte salire al mio piano. Ed invece di andare dietro alla casa, vado sul davanti. Mentre passo davanti alla porta di mia madre, sento che si apre ed io in quel momento non voglio che mi veda con il mio ex. Vedo sgattaiolare fuori qualcosa di nero, ma non capisco cosa e poi la porta si richiude.”

Merigiò ragiona e valuta perdendo in attrazione e crescendo in riflessione. Merigiò aumenta le sue resistenze a lasciarsi andare alla trasgressione e al ritorno della fiamma erotica. Merigiò istruisce le sue difese dal coinvolgimento e tira fuori i tabù materni e familiari che hanno contrassegnato la sua formazione psichica e sessuale nel caso specifico. L’educazione di Merigò ha conosciuto l’intolleranza e la condanna della sessualità e della vitalità che a essa si ascrive, almeno prima del matrimonio. La figura materna è stranamente il “Super-Io” di Merigiò, perché di solito è il padre a investire questo ruolo di censore della mente e di torturatore del corpo delle figlie. Possibilmente l’ombra scura, “vedo sgattaiolare fuori qualcosa di nero”, è quel padre che non supera la prova repressiva perché l’istinto sessuale e la pulsione erotica della figlia sono decisamente più forti del divieto familiare e del tabù culturale dominanti. Il “salire” in questo caso non si traduce simbolicamente nel processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”, ma rientra nella costruzione della scena onirica e nel fomentare il quadro con l’effetto sorpresa, in maniera che l’eccitazione prenda il sopravvento con giusta causa e buon effetto di claque. Le porte che si aprono e si chiudono, la madre che c’è e non c’è, il davanti e il didietro, il vedere e il non vedere sono elementi costitutivi della sceneggiatura onirica e sono funzionali ad accrescere la tensione erotica della trasgressione e il rischio dell’avventura tra riedizione del “già vissuto” e dipendenza sempre dal “già vissuto”. Merigiò non riesce a liberarsi dalla morsa di eccitazione che sta elaborando in sogno e nello stesso tempo la fomenta attraverso il ricorso a tappe e a momenti di preparazione della scena finale con l’evento clou: fare sesso, vivere una contingenza di sesso. Il quadro costruito da Merigiò sa di ormoni in movimento, ha un sapore adolescenziale fatto di desiderio e repressione, di eccitazione e contenimento, di sblocco e di argine.

Io continuo a camminare verso una scala e ci salgo, mentre faccio gli scalini, continuo a pensare se sto facendo la cosa giusta.”

Merigiò a questo punto insiste sul “camminare” e sul salire la “scala” e sul fare “gli scalini”, per cui richiama il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” per aiutarsi a reprimere la voglia di sesso che si porta dietro sin dall’inizio del sogno e anche prima di andare a letto e dormire. Il ricorso alla valutazione del suo “Super-Io” attesta che la donna è anche disposta a sacrificare la sua “libido” pur di non sentirsi in colpa per il resto dei suoi giorni e per non avere l’amara sorpresa dell’ex che fraintende la finalità erotica dell’amplesso e magari la tarma a vita per tornare con lei. Merigiò sta giocando con il morto e lo sa, ma l’unico ostacolo allo sballo erotico può essere, almeno fin adesso, la censura morale del padre e della madre che poco prima sono sgaiattolati nell’ombra degli atavici tabù sessuali, quelli che rasentano la sessuofobia. Ma si sa che più reprimi e più ti ecciti, per cui Merigiò, per continuare a dormire e non svegliarsi in preda al desiderio inappagato, deve trovare l’espediente giusto e la forza di ascoltare i suoi bisogni erotici e le sue pulsioni sessuali senza ricorrere a frustrazioni inopportune e a dannose auto-castrazioni. Sta facendo la cosa giusta? A Merigiò prima il piacere e dopo l’ardua sentenza.

Arrivata sopra non riesco a salire sul terrazzo se non arrampicandomi su una struttura in legno traballante e mi siedo in cima, ha un fondo in compensato che sembra stia cedendo e continua ad oscillare, procedo da seduta spingendomi con fatica.”

La “sublimazione della libido” fortunatamente non funziona, dico fortunatamente perché la frustrazione di tanto desiderio sessuale avrebbe portato a una “conversione isterica”, a una somatizzazione delle tensioni inespresse con grave e contingente danno per l’equilibrio psicofisico di Merigiò. All’incontrario il fallimento della “sublimazione” scompensa meno il sistema economico e dinamico della psiche e apporta il vantaggio di usare la via diretta e non la via surrogata per espletare correttamente le funzioni sessuali. La “sublimazione della libido” traballa e si poggia su una base sottile che rischia di cedere e che oscilla. La fatica di Merigiò è tanta nel contenere il desiderio di fare sesso con il suo ex, per cui non le resta che abbandonarsi al moto degli organi vitali e al desiderio di avere un uomo adeguato al compito e collaudato nel tempo. Il quadro costruito da Merigiò è formidabile perché dà pienamente il senso dell’incertezza e del travaglio della scelta tra il prendere e il lasciare, una decisione tutta sua, un combattimento con se stessa e le istanze psichiche dell’Es che vuole, del Super-Io che impedisce e dell’Io che sta a guardare.

Penso: guarda che lavoro fatto male che ho fatto senza di lui e da quando lui non c’è, mi dirà che non so fare niente.”

Qualche senso di colpa Merigiò se l’è trascinato dopo la rottura con il suo ex e in particolare teme che lui la riprenda sul fatto che è rimasta una donna incompleta e non ha trovato un uomo equivalente a lui e tanto meno uno migliore. Merigiò ritiene che il suo ex le contesti la debolezza manifestata nel circuirlo e nell’accettare il suo invito a fare sesso, insomma non è tanto sicura della relazione che si può stabilire e dei discorsi che possono intercorrere in questo recidivo happening e soprattutto dopo. Merigiò teme anche la gelosia dell’uomo e la possibilità di sentirsi tradito in questo periodo in cui lei ha goduto della sua libertà e della sua autonomia. Merigiò non è tranquilla perché non è sicura della bontà della sua decisione di tornare sul luogo del delitto, si convince di non essere una buona assassina, ma la spinta pulsionale e gli ormoni indicano la direzione di una sana scopata.

Ma non importa, continuo ad avanzare con la paura di cadere, finché non salto sul terrazzo. Mi giro per avvisarlo di stare attento, ma lui è già sceso ed è al mio fianco.”

“Alea iacta est”, disse Cesare attraversando il Rubicone. “Il dado è tratto e la cosa si può fare”, dice Merigiò in sogno a se stessa e al suo ex: “non importa, continuo ad avanzare” anche con la sana paura di sbagliare. Merigiò riprende la seduzione e rilancia l’intesa anche se nei suoi desideri lui è già pronto al suo fianco per l’amplesso fatale. Marigiò non attribuisce al suo ex alcuna titubanza e segue la linea sperimentata di descrivere un maschio che riflette poco e che non ha paura di stare con una donna. La disinibizione, in effetti, appartiene a Merigiò, che la proietta su di lui per incentivare la sua spinta a sentirsi libera nella scelta e autonoma nella decisione. Decisamente si tratta di un invidiabile e auspicato traguardo. Il sogno continua e si compiace di accrescere la tensione come una forma di eccitazione preliminare.

A quel punto dobbiamo entrare in casa, ma io sono ancora assalita dal dubbio di fare la cosa giusta, anche perché lui è brutto, io ho paura … ma non mi viene di dirgli di no.”

Si conferma la decodificazione precedente. Merigiò è combattuta come Amleto e si chiede se scopare o non scopare. L’intimità è pronta e bella e fatta, la recezione sessuale è al punto giusto, bisogna sconfiggere le ultime resistenze che vorrebbero illegale e pericoloso il fattaccio e il tramaccio. Merigiò è assalita più dal desiderio che dal dubbio. In questo capoverso opera una traslazione dei significati ed è come se dicesse “che lo vuole e che è eccitata”. Convertendo le tensioni negative della paura e dell’incapacità a negarsi in positive, viene fuori quanto si diceva prima, uno stato di eccitazione sessuale che aspira a realizzarsi. “Brutto” si traduce eccitante. Merigiò non sa dirsi di no, non sa negarsi il benessere. E allora si va avanti verso il meglio, come prescrive il principio filosofico dell’ottimismo evoluzionistico.

Una volta entrati, lui mi chiede se può andare in bagno. Io gli dico di si, e lui mi risponde “sai, io devo andare anche a far la cacca.”

E’ la descrizione del coito desiderato: “entrare in casa”, “sono assalita”, “lui è brutto”, “io ho paura”, “una volta entrati”, “devo andare anche a fare la cacca”. Ho ripreso parti del precedente capoverso e del presente ed è venuta fuori l’allegoria del coito. I condimenti sono quelli giusti: la penetrazione, l’eccitazione, la forza dell’istinto, l’aggressività sessuale. In poche parole Merigiò ha tradotto mirabilmente in parole il suo desiderio sessuale e nelle sequenze in cui lo ha immaginato. I simboli dicono che “andare in bagno” significa intimità e ricerca di fusione, “fare la cacca” equivale allo scarico dell’aggressività anale, alla componente sadomasochistica della “posizione psichica anale” e propria della “libido” che si realizza nell’aggressività e nella passività del subire. Merigiò è una donna che vuole il maschio deciso e aggressivo, incisivo e determinato nell’esternare carezze inequivocabilmente condite di tollerabile sadismo. Ecco perché in sogno manda il suo ex a fare la cacca. La castità per Merigiò è veramente una sofferenza, ma ancora il sogno continua e può riservare sorprese oppure si può acquietare nel dopo l’orgasmo.

Intanto io vado a preparare la camera. Ma mentre sono là penso a come fare per mandarlo via, allora prendo il cellulare per mandare un messaggio all’amico con cui mi vedo ora per avvisarlo di dove e con chi sono (una forma di sicurezza se dovessi aver bisogno).”

Merigiò sta facendo di tutto, anche l’impossibile, per tenere sotto controllo i suoi istinti, ma non ci riesce e tra un prepararsi nella sua “camera” psicofisica e un pensiero di fuga elabora anche un senso di colpa nei riguardi dell’uomo che sta frequentando. Certamente Merigiò sta dicendo a se stessa che andare a letto con l’ex significa tradire l’altro, non è tanto sciocca da dover comunicare all’interessato il tradimento e oltretutto in diretta. Merigiò non si sente sicura solamente perché interviene a intermittenza il “Super-Io” a dirle che queste cose non si fanno tra la agente per bene e a prescriverle l’astinenza sessuale in cambio della virulenza della “libido”. “Una forma di sicurezza se dovessi aver bisogno” ricalca l’eccitazione tormentosa che Merigiò vuole vivere e che rientra nelle sue modalità eccitative e sessuali. Non è una donna che fa punto e basta, Merigiò è una donna che usa tanto la fantasia e che le cose le gusta fino in fondo, dall’inizio alla fine e nel mezzo ci mette tutti i condimenti necessari a un thriller di sessuale ispirazione.

Però quando apro il cellulare c’è un gioco che gira e non mi permette di accedere ai messaggi ed io provo e riprovo, ma non riesco ad uscire da quella modalità gioco e non potendo fare il messaggio mi prende la paura.”

Ritorna in versione amplificata e diretta il bisogno di Merigiò di complicare i preliminari psicofisici in vista di un’eccitazione che non tralascia alcun particolare nel midollo spinale e nella vagina, si manifesta ancora questa tendenza a fare di un volgare coito un poetico coito, di un prosaico amplesso un poetico amplesso, di una semplice scopata una accurata scopata. Merigiò non è donna che si fa mancare qualcosa quando fa le sue cose e questo capoverso onirico lo testimonia proprio con il bisogno di cercare aiuto e l’incapacità a trovarlo proprio perché non lo vuole, proprio perché non ne ha bisogno. Merigiò è sorniona e sa il fatto suo e, di certo, non ha paura di un uomo che già conosce e sa come prendere o di un uomo che si presenta nella scena della sua vita. Tutto questo semplicemente perché Merigiò sa di sé, ha una buona autocoscienza, una limpida auto-consapevolezza. Il “gioco” che le impedisce “di accedere ai messaggi” conferma quanto prima affermato. Merigiò sta giocando e si eccita con questi preliminari della seduzione e della conquista e non pensa minimamente di ragionare e di riflettere in questo trambusto dei sensi che aspira in progressione all’appagamento orgasmico. Se Merigiò cambiasse “la modalità di gioco”, andrebbe decisamente in crisi erotica e sessuale.

Sento che la porta del bagno si apre e nascondo il telefonino sopra all’armadio in modo che il mio ex non vada a controllare se ho mandato messaggi a qualcuno.”

Anche l’effetto sorpresa non manca in questo lungo e tormentato sogno di Merigiò. Il thriller non manca, con tutta l’eccitazione che si porta addosso, di testimoniare che il sentimento della gelosia è per lei una fonte di godimento. Non è il suo ex a essere geloso, ma lei che è gelosa e possessiva e non gode a condividere un uomo. Merigiò si difende con il meccanismo della “proiezione” e attribuisce al suo ex quello che è un suo precipuo vissuto, il sentimento della gelosia. E’ una donna che non vive in condominio e non concepisce la condivisione di un uomo, è una donna che le pensa tutte e ne pensa troppe, è una donna dal palato delicato e non si confonde con la massa anonima e asettica. Tutto è pronto per l’amplesso fatale e le ultime resistenze sono state debellate. Finalmente Merigiò è sola con se stessa e in compagnia del suo ex. Adesso si possono adempiere le scritture profane e laiche. Ora o mai più.

A quel punto aspetto che arrivi in camera … e là finisce il sogno.”

Merigiò ha combinato o non ha combinato?

Il lettore di questo testo deve farsene una ragione e deve prendere una posizione sul possibile prosieguo del sogno erotico di Merigiò. La mia risposta è la seguente: Merigiò si è fatto il suo ex abbondantemente durante il sogno, per cui non era necessario vivere narrativamente la fase finale del coito. Era giusto e naturale che si svegliasse senza cadere nell’incubo, proprio perché aveva tanto speso in eccitazione durante il “lavoro onirico” di costruzione delle varie sequenze. Anche l’attesa di lui, “aspetto che arrivi in camera”, dice dell’atmosfera seduttiva che Merigiò ha voluto costruire nel suo sogno elaborando scene magiche e umanissime allo stesso tempo.

Il sogno di Merigiò si può definire un sogno di sesso e si può degnamente concludere con il trionfo dei sensi di una donna fantasiosa e pratica.

UNA STORIA CON CORONA E CON SALVINI

LA LETTERA

“Buongiorno.

Da un paio di notti faccio SOGNI STRANI.

Una notte ho sognato di avere una storia con Fabrizio Corona, un’altra notte con Matteo Salvini.

Posso sapere il significato?

Grazie Carlotta”

L’INTERPRETAZIONE

Da un paio di notti faccio SOGNI STRANI.”

I sogni non sono mai “strani”, a meno che noi stessi ci sentiamo strani perché stiamo vivendo un periodo della nostra vita particolarmente ricco di emozioni, di turbamenti e di avventure, un materiale psicofisico che non riusciamo a organizzare e a comprendere nel migliore dei modi proprio per l’incalzare degli eventi e dei vissuti.

Possibilmente Carlotta sta vivendo con forte intensità e alla grande e allora, non avendo il tempo di “razionalizzare” e di rafforzare la “coscienza di sé”, spesso di notte sogna queste sue turbolenze, sregolatezze e trasgressioni, seguendo le linee evolutive della sua formazione esistenziale e della sua “organizzazione psichica”.

I “SOGNI STRANI” non sono nient’altro che la rappresentazione dei vissuti della protagonista e della vita che sta conducendo.

Attenzione però!

Sorpresa: o è così o è tutto all’incontrario. Carlotta condensa nel sogno i desideri di vivere forti emozioni convertendo le sue frustrazioni psico-esistenziali in fantasie allucinatorie di compensazione e di “appagamento sostitutivo” di una vita che scorre in maniera grama e monotona.

Capita spesso a persone che guardano tanti programmi televisivi e, in specie, la spazzatura della televisione, quella programmazione becera di canali di stato e di canali privati con picchi notevoli, quasi stellari, per quelli del benemerito e dei suoi ben retribuiti servitori. Certi programmi sono veramente demenziali, ma non artisticamente o esteticamente parlando, ma proprio psichiatricamente parlando e fanno tanto, ma tanto male, alle persone più deboli e indifese. Carlotta può essere un’accanita seguace della televisione dei soliti giornalisti, dei mediocri politici, dei sedicenti opinionisti, delle rinomate star, degli immarcescibili esperti e chi più ne ha, più ne metta.

Il prosieguo del sintetico sogno preciserà meglio il contenuto della “stranezza”.

Una notte ho sognato di avere una storia con Fabrizio Corona,”

La problematica psichica di Carlotta innesca in sogno la psicodinamica inequivocabile di “avere una storia”, di vivere un’avventura amorosa con una persona che ha fatto di tutto per dare di sé l’immagine dell’angelo del male, del maledetto e del trasgressivo. Questa costruzione d’immagine si sta ritorcendo contro se stesso con grave danno psichico, ma la gente lo idolatra e lo ammira proprio per questo costume di consapevole follia. Non mi dilungo sulla persona e sul personaggio, che oltretutto ha pagato e sta pagando i suoi reati con la galera, ma colgo nel sogno di Carlotta l’ammirazione e il fascino che ha investito sull’ex fotografo. La “storia” convenzionalmente contiene l’attrazione erotica e sessuale possibilmente all’interno di una relazione affettiva contrastata e dinamica.

Carlotta è attratta dall’angelo maledetto per la sua carica di bellezza e di trasgressione. Queste fantasie rappresentano in sogno o quello che sta vivendo con una persona che rievoca il Corona o quello che non sta vivendo e che vorrebbe vivere. Il sogno ha sempre una funzione di eccitazione e di compensazione, come dicevo in precedenza.

un’altra notte con Matteo Salvini.”

Carlotta sogna di avere sempre una storia variegata di amore e di sesso con Matteo Salvini, il politico in voga e in esibizione propagandistica costante come si usa fare per i prodotti del supermercato, del tipo un prosciutto crudo.

Cosa può condensare quest’uomo nella psiche di Carlotta e della gente in questo periodo?

Il vissuto collettivo è vario e contrastato, ma, trattandosi del desiderio di “avere una storia”, deve essere di certo positivo ed eccitante. Carlotta vive Matteo Salvini come una persona combattiva e dialettica, dinamica e coraggiosa. In questo vissuto infila la componente protettiva di una donna che vive l’uomo come una madre; della serie, proprio perché sei tanto avversato e perseguitato, mi piaci e ti sono vicina. La carica erotica di Corona lascia il posto in Salvini alla carica protettiva di un bambinone cresciuto in fretta e molto monello, il nostro bimbo trasgressivo che non abbiamo potuto esprimere, pena la reazione del papà e dell’autorità ufficiale.

Voglio significare che nell’Immaginario collettivo Fabrizio Corona rappresenta l’angelo del male, Matteo Salvini rappresenta l’angelo della politica. Il primo attrae a tutti i livelli, il secondo deve essere protetto dalle insidie degli avversari magari coccolandolo come un orsacchiotto di pelouche.

Tutto questo rientra nei vissuti di Carlotta insiti nel sogno, perché di questi due personaggi si potrebbe tanto dire e tanto tacere. Meglio la seconda in questo caso.

Questo è quanto dovuto al lapidario ma significativo sogno di Carlotta.

IL MASCHILISMO

TRAMA DEL SOGNO

“Sono in montagna e sto camminando lungo un sentiero.

Intorno a me c’è gente che non conosco.

Sono legato nella cintola con una fune.

Mi giro e vedo che all’altro capo della fune c’è mia moglie che mi sorride.

Mi rendo conto che facevo fatica a tirarla dietro.”

Questo sogno appartiene ad Alex.

INTERPRETAZIONE

Sono in montagna e sto camminando lungo un sentiero.”

Alex è un uomo che sublima tanta “libido”, si trova “in montagna”, nei luoghi alti dove si respira l’aria pura e avulsa dalle competizioni e dalle risse, dove il sacro è a portata di mano e dove basta un salto per parlare con Zeus o con qualsiasi altro dio. Stazionare in montagna nobilita l’uomo e attenua la bestia e l’istinto, evolve i buoni sentimenti e riduce l’odio e il rancore, edulcora le sensazioni e abbassa la passione e il dolore. La “montagna” è veramente un buon “topos”, meglio luogo, psichico per il linguaggio dei simboli e consente di liberarsi dalle pastoie insane della materia e dalle menate infami della materialità.

Viva la montagna e chi la popola e la sostiene!

Viva i religiosi e i misogini!

Alex è un uomo che cammina, “sto camminando”, non è un sornione millantatore che vanta per sé gli allori del nulla politico e televisivo o del niente mentale degli onnipresenti serali e seriali. Alex è un uomo compatto e tutto di un pezzo che con la sua mole calpesta le strade della vita e che porta il suo peso nelle deliberazioni da fare e nelle decisioni da prendere. Alex è aldilà e avanti rispetto a tutti quelli che vivono la vita senza gusto e che camminano soltanto, Alex è consapevole di camminare, sa di quello che gli succede perché “sa di sé” e non subisce le pulsioni subconsce e tanto meno inconsce che gli saltano addosso dai meandri inestricabili di una psiche inferocita. Alex è quel cosiddetto matto che cammina e non si ferma nel film “Novecento” del grande Bernardo Bertolucci, quello che esce dalla scena portandosi dietro il fegato ancora caldo del povero maiale appena scannato.

Alex percorre un “sentiero”, si muove “lungo un sentiero”, agisce in una direzione in maniera pragmatica e ben precisa alla ricerca di un obiettivo che non è un traguardo. Alex è un uomo da “sentiero”, un uomo che risolve seguendo un percorso fisico e mentale, un certosino ricercatore di funghi o di tartufi che non conosce fallimento. Alex non è un uomo da “strada” che si affatica nella polvere e tra la gente qualunque, tanto meno è un uomo da “marciapiede” alla Dustin Hofmann e convinto di poter fare una vita da gigolò in una metropoli anonima e inquinata.

Qualunque sia la destinazione, buon viaggio Alex!

Intorno a me c’è gente che non conosco.”

Alex non è un capo e tanto meno un leader. Alex fa capo a se stesso e non ha bisogno di gregari fedeli e di soldatini di piombo. Non si relaziona facilmente con gli altri, preferisce se stesso come interlocutore privilegiato e da privilegiare, ma vive tra la gente e non si isola narcisisticamente per costruire realtà irreali e tutte personali. Alex predilige l’anonimato altrui, lui sa chi è e si circonda di gente qualunque, di avventori che vanno e vengono senza identità precisa e senza connotati degni d’interesse. Questa gente gli fa corona senza esagerare con i coinvolgimenti e gli gira attorno e intorno senza empatia e simpatia. Gli altri esistono, Alex lo sa e non ha bisogno di approfondire legami possibili e tanto meno “maieutici”, relazioni da parto di un qualcosa di sé, da presa di coscienza. Alex nulla si aspetta dall’altro anche se vive con gli altri. E’ uno strano animale sociale che concilia Narciso e Dioniso, lo stare con sé e lo stare con la gente anonima. Alex non è anonimo a se stesso e vuole essere anonimo agli altri.

Sono legato nella cintola con una fune.”

Alex è autonomo, basta a se stesso, conosce se stesso alla greca e secondo metodologia socratica, ma questo corredo soggettivo non risponde a verità oggettiva perché Alex è “legato nella cintola con una fune”. Il sogno esordisce con le qualità individuali e si approfondisce a conferma, qualora ce ne fosse bisogno, che Alex è un animale sociale, anzi più che sociale, è un uomo impegnato e degnamente coinvolto in un legame da cintola e non da gola, da traino e non da soffocamento. Alex sa delle sue scelte ponderate e delle sue decisioni calibrate, sa di avere un legame da “fune”. Quest’ultima rievoca simbolicamente il cordone ombelicale materno, il mitico fallo della Vita e della Morte di cui è depositaria la dea Madre e le sue degne eredi. Ci si chiede la collocazione di Alex in riguardo alla “fune”. Il sogno è puntuale e preciso nel chiarire anche questo ambizioso dilemma. Ricordo che la “cintola” ha una simbologia ambivalente ma non ambigua, in quanto divide lo spazio corporeo in due parti, l’insù e l’ingiù, la “sublimazione” e la materia, la ragione e la pulsione, l’Io e l’Es, il sistema nervoso centrale e il sistema neurovegetativo, la vigilanza realistica e l’obnubilamento della coscienza, Apollo e Dioniso per dirla in termini mitologici. La “cintola” è una zona di confine, una terra di mezzo, una zona franca dove si possono comprare libri e alcolici a buon prezzo e senza le imposte del Super-Io. Alex ha una realtà di coppia, è “legato nella cintola con una fune”.

Mi giro e vedo che all’altro capo della fune c’è mia moglie che mi sorride.”

Alex guarda il passato, “mi giro”, e ha la consapevolezza di essere legato alla donna che ha scelto come compagna di vita e sollievo alla Specie e alle angosce dell’esistenza, mia moglie o latinamente “mea mulier”, la mia femmina con l’avvallo della donna, “domina” o padrona, e della madre, semplicemente “mater”. Degno di nota è il possessivo “mia” perché attesta di fronte al tribunale dei diritti dell’uomo della qualità del legame e del grado di bisogno presente nel coinvolgimento. E questa “mia moglie” “sorride” ad Alex da questa posizione di dipendenza e di inferiorità, “all’altro capo della fune” legata anche lei alla cintola in questo andare incontro all’autenticità della vita e nel desiderio di un superamento della vita banale. Alex è freddo e autonomo nell’apparenza fenomenica, ma non certo nella sostanza dal momento che in sogno si pensa legato a questa “moglie” che fa sorridere per attestare di sicuro del suo gradimento della donna che lo segue gioiosa e appagata di essere la sua compagna di cordata nella scalata di un sentiero che sale o che scende. Dalla cintola in su e dalla cintola in giù si vedrà, come Farinata degli Uberti nella divina commedia nella versione in su, la qualità del vissuto di Alex in questo rapporto di per se stesso buono da mangiare come i porcini delle Dolomiti nel mese di Luglio. Alex ha un buon vissuto verso la moglie proprio perché la fa sorridere, proietta su di lei il suo benessere e il suo fascino. Ricordo che simbolicamente il “sorridere” è un ammiccare pregno di intesa sessuale e di complicità erotica. Presso gli esquimesi significa avere un rapporto sessuale come gradimento e in segno d’ospitalità. Ricordo che nel film “Ombre bianche” il missionario che rifiutò di “ridere” con la donna del capo famiglia, fu ucciso proprio per l’offesa arrecata alla dignità delle persone coinvolte e alla qualità naturale del dono. Sintetizzando: Alex ha un buon vissuto verso la sua moglie e si colloca in una posizione di superiorità in quanto traino in questa simpatica metafora della cordata a due. In questo Alex esercita quello che viene chiamato nei tempi moderni “maschilismo”, la pulsione a dominare nella relazione maschio-femmina e a non viverla come simmetrica privilegiando la complementarietà. Proprio di questi tempi è la frase incauta di un presentatore televisivo che si è fatto scappare una frase di subalternità del femminile rispetto al maschile. E si è fatto un gran bordello con esagerazioni metodologiche da parte dei sostenitori della tesi che vuole la donna complementare al maschio e di quelli che predicano la simmetria come panacea di tutti i mali sociali. Non dimentichiamo il prezzo che le donne stanno pagando sulla loro pelle in questo periodo storico e culturale. La questione del ruolo sociale del maschile e del femminile merita un approfondimento saggistico e non una semplice affermazione di quel che è giusto e di quel che è sbagliato.

Mi rendo conto che facevo fatica a tirarla dietro.”

Alex è pienamente consapevole di quanto complessa sia la dialettica psico-culturale con se stesso e sia il vissuto relazionale con sua moglie. “Mi rendo conto” equivale alla presa di coscienza, come un “redde rationem” a se stesso sia della difficoltà e sia del vantaggio, sia dell’utile e sia del dilettevole. “Facevo fatica” si traduce in ero contrastato e in affanno psichico nel vivere la differenza e la diversità di mia moglie rispetto alla mia persona. Non è una intolleranza o una forma perversa di prevaricazione, perché Alex sa quello che vive e gli succede nella relazione significativa con la sua donna, meglio “moglie. Il “tirarla dietro” è sgamante del vissuto misogino di base psichica e socioculturale che Alex si porta dentro e dietro. Questo ultimo dato giustifica il titolo del sogno, “Il maschilismo”, questo ultimo dato qualifica la verità profonda di un uomo che è legato alla sua donna e moglie e che la vive come subalterna o complementare per la “introiezione” di un “fantasma” in riguardo alla madre nella prima infanzia e di uno schema culturale dominante in riguardo alla donna nella vita sociale.

Cosa ha messo in gioco psichico Alex di suo e d’importante in questo sogno?

La risposta è il “fantasma” materno e lo “schema” culturale, due elementi trattati dal meccanismo di difesa della “introiezione”, del mettere dentro per sostenere la struttura psichica e per formare la “organizzazione psichica reattiva”. Il primo, il “fantasma”, lo ha elaborato nel primo anno di vita in riferimento alla persona che lo accudiva e proteggeva, la madre, il secondo lo ha elaborato nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza vivendo nella famiglia e nella società. Alex ha introiettato un’immagine ambivalente della madre come di donna possessiva e tirannica, unica e indispensabile, importante e fagocitatrice, il “fantasma” per l’appunto nella sua versione “positiva” e “negativa”, il “seno buono” che nutre e dà la vita e il “seno cattivo” che coarta e soffoca. Questa era la modalità del suo pensiero nel primo anno di vita, quella dello “splitting” ossia di scindere un vissuto complesso, per motivi difensivi dall’angoscia di abbandono e di morte, in parti, la mamma buona e la mamma cattiva e non di concepirlo nella sua interezza concettuale, la mia mamma nel bene e nel male. A quest’ultimo traguardo lo porterà nel tempo la funzione razionale dell’Io. Per quanto riguarda lo “schema” culturale, è oltremodo semplice rilevare il prevalere della “concezione pessimistica della donna” da parte delle masse sin dai tempi atavici delle religioni bibliche e coraniche, nonché delle civiltà antiche. La cultura dominante nei tempi della formazione psichica di Alex collocava la donna nella sfera della complementarietà subalterna, piuttosto che nella giusta e dovuta simmetria. Ricordo che lo schema culturale si forma sempre in base ai “fantasmi” collettivi di un popolo, quelle concezioni suggestive che ancora oggi popolano la scena sociale. La donna inferiore e sottomessa al maschio è la concezione più infame nel suo essere pregna di deliranti pulsioni che chiedono spesso il loro appagamento omicida nelle persone fortemente compromesse a livello di equilibrio mentale. “Maschilismo” è il termine morbido che il vocabolario della lingua italiana fornisce per descrivere una psicodinamica individuale e relazionale veramente delicata e importantissima.

Il sogno di Alex si può congedare con soddisfazione.

CANTO DELL’AMORE PACATO

CANTO DELL’AMORE PACATO

in ricordo di Ilse Weber

Io senza te,

io non riesco a immaginarmi senza te,

ninna nanna, ninna nanna,

riposa bambino, riposa bambina,

numi numi, piccola mia,

numi numi, piccolo mio,

senza te è come morire,

come pensare di aver perso anche me,

gam qam chi elech,

chi atta immadi,

il papà ritornerà quando riappare la luna

e ti porterà un regalo,

ora la terra è silenziosa,

non un rumore nel tuo sonno,

perché io senza te sono una donna inutile,

una donna senza un perché,

io senza di te sono una mamma senza parole,

hemma hemma inahamuni,

gam gam gam chi elech,

calma e dolce è questa quiete,

perché io senza te sono una fiamma

che non scalda e non dà luce,

ninna nanna, ninna nanna,

riposa, riposa, numi numi,

io senza te sono una barca senza mare,

bebebe zalmavet

lo lo lo ira va,

perché io senza te rinnego l’amore,

uccido la vita mentre vivo

e canto il dolore quando soffro,

seivteha unishantezza

hemma hemma inahamuni,

immancabilmente la tristezza viene in cerca di me

e abita con me

e io ho paura di vivere senza te,

ninna nanna,

riposa, riposa,

numi numi,

ora la terra è silenziosa

e anche se andassi nella valle della profonda ombra,

non temerei male alcuno

perché tu sei sempre con me,

perché tu sei il mio appoggio,

il posto più sicuro per me

dove far riposare il mio capo stanco,

numi numi

gam qam chielech,

al tuo cospetto io mi sento tranquilla

e per certo dimorerò nella tua casa

per la lunghezza dei miei giorni,

chi atta immadi,

hemma hemma inahamuni.

Ah, che bei giorni!

I ricordi mi fanno sentire meno sola.

Ho tanta voglia,

tanta voglia di avervi con me,

le mie mani hanno bisogno di voi.

Ma oggi sono triste,

non ha niente da darmi la vita così com’è.

Eppure la vita esiste,

ma io ho paura di vivere senza te.

Gam qam chi elech,

chi atta immadi,

hemma hemma inahamuni.

Il giorno 27 del mese di gennaio, nell’anno 2020,

in Pieve di Soligo,

Salvatore Vallone pose per le mamme e i bambini ebrei e rom

che si avviarono cantando verso le camere a gas dei vili Nazisti

per iniziare il sonno dei Giusti e il sogno degli Innocenti.

LA CANDIDA

LA TRAMA DEL SOGNO

“Ero insieme a una mia ex collega, la prima persona con cui avevo legato anni fa sul mio primo posto di lavoro per il quale mi sono trasferita all’estero.

Ero sua ospite in una casa accogliente ma un po’ buia, ma c’era molta timidezza da parte mia e un po’ di disagio perché non ci vedevamo da tempo. Eravamo un po’ sconosciute.

Ero seduta per terra e parlavo con lei.

Mi giravo e vedevo dietro di me parte del mio corpo nudo: gambe e pube scoperto e con delle tracce di sporco, di bianco sulla vagina (candida).

Non era un bel vedere perché non mi piace la forma che ha anche nella realtà e nel sogno ero mortificata di quella svista. (non avere fatto attenzione ed espormi ed essere nuda).

Ma è come se la mia anima fosse una cosa a parte, un metro più in avanti mentre le mie gambe e parte del busto erano a me visibili dietro di me come un corpo morto.

La mia amica vedeva il corpo, ma sorvolava per non imbarazzarmi.

Dopo andavo in un bel bagno lussuoso con doccia e una grande vasca idromassaggio piena e funzionante.

Non avevo sapone per lavarmi e, sentendomi sporca e infetta dalla candida, decisi di non immergermi per rispetto.

La mia amica mi aveva fatto un regalo che dopo essere andata via ricordo di aver dimenticato sul tavolo da lei vivendo ciò con un sentimento di vergogna per la mia ingratitudine.

Era un capo d’abbigliamento nero in due parti che non avevo nemmeno dispiegato per vederlo perché confusa e presa dai pensieri e dall’imbarazzo.”

Reve

INTERPRETAZIONE

Ero insieme a una mia ex collega, la prima persona con cui avevo legato anni fa sul mio primo posto di lavoro per il quale mi sono trasferita all’estero.”

Reve non perde tempo e si mette in sogno subito in contatto con se stessa: la sua “ex collega” è una “traslazione” della sua persona e un’alleata importante e significativa per portare avanti le sue problematiche e i suoi conflitti nel sogno. Non si tratta di sdoppiamento, ma di “spostamento” e “traslazione”, è come portarsi un’amica a spasso o al bar per sentirsi più sicura, una complicità e una solidarietà, un’alleanza per l’appunto. La “ex collega” è l’immagine che Reve ha di se stessa nel recente passato. La nostra protagonista comincia subito a esporre i suoi vissuti e i suoi “fantasmi” e in particolare il tema depressivo del distacco affettivo, “mi sono trasferita all’estero”. Vuoi il primo lavoro, vuoi il trasferimento, insomma Reve è coraggiosa, ma la sua sensibilità segue a fatica gli eventi che apporta alla sua esistenza.

Questo è il primo bozzetto che Reve traccia di sé nel sogno.

Ero sua ospite in una casa accogliente ma un po’ buia, ma c’era molta timidezza da parte mia e un po’ di disagio perché non ci vedevamo da tempo. Eravamo un po’ sconosciute.”

Mi ripeto e coordino per essere preciso. La “ex collega” è la stessa Reve in versione adolescenza e prima giovinezza, una stagione in cui la richiesta di affetti, “accogliente”, è dominante. Reve ha incontrato particolari difficoltà a essere consapevole di quello che le mancava, “un po’ buia”, pur tuttavia sapeva di essere timida e contrastata proprio perché la presa di coscienza non era limpida. Del resto, cosa si può pretendere dall’infanzia e dall’adolescenza? Le cose vanno così come Reve le ha vissute. Insomma, Reve era “un po’ sconosciuta” a se stessa. Preciso: Reve non ha problemi di relazione con gli altri per il momento, ma ha zone d’ombra in se stessa e proprio nella consapevolezza di sé. La bambina e l’adolescente non si sono ben evolute nella donna e qualche parte psicofisica non è stata gradita e ben assimilata, per cui Reve è costretta a viversi in maniera critica e conflittuale.

Questo è il secondo bozzetto.

Ero seduta per terra e parlavo con lei.”

Questo è l’incipit di quel dialogo con se stessa che porta buoni frutti anche se avviene con un certo ritardo. Reve parla con la sua bambina-adolescente alla pari e proprio in una situazione di disagio esistenziale come l’essere in terra straniera per motivi di lavoro, lontana da casa e dagli affetti primari e costituiti nel tempo. Questo isolamento introspettivo è oltremodo benefico e conferma che il distacco dagli affetti favorisce l’evoluzione psichica in quanto porta a un processo di crescita proprio attraverso la sofferenza della perdita apparente delle conquiste fatte nel passato. L’autonomia psichica abbisogna di pagare questo prezzo.

Brava Reve!

Mi giravo e vedevo dietro di me parte del mio corpo nudo: gambe e pube scoperto e con delle tracce di sporco, di bianco sulla vagina (candida).”

Il sogno, dopo un esordio civile di cordiale presentazione, va dentro il vissuto conflittuale e presenta un nucleo fantasmico apprezzabile. Nella sostanza Reve vive male il suo corpo e nello specifico gli organi genitali, oltretutto dicendo pudicamente, (tra parentesi), di soffrire dell’infezione vaginale denominata “candida”, un disturbo universale dell’universo maschile e femminile. Allora, coordino: Reve ha evoluto dall’infanzia e dall’adolescenza una sensibilità conflittuale e un pudore esagerato della nudità, non soltanto del suo corpo nudo, ma anche degli organi genitali con l’aggravante della ricorrente infezione fungina. Nel passato psicofisico di Reve sono presenti il valore del pudore in eccesso e legato anche al disagio personale e relazionale della “candidosi”. Questa patologia fastidiosa è vissuta da Reve in maniera decisamente negativa, sia dal punto di vista estetico e sia dal punto di vista relazionale. Aggiungerei che lo “sporco” dice nettamente di un organo sessuale, la vagina, particolarmente contrastato e colpevolizzato.

Il sogno di Reve denota una virtuosa “figurabilità” perché rappresenta in termini realistici e crudi il simbolismo psichico sotteso.

Non era un bel vedere perché non mi piace la forma che ha anche nella realtà e nel sogno ero mortificata di quella svista. (non avere fatto attenzione ed espormi ed essere nuda).”

Andiamo al dunque e poi arzigogoliamo. Reve conferma nel sogno di non vivere bene la sua vagina sia per la forma e sia per la ricorrente infezione fungina. Negli effetti psicologici Reve è cresciuta con la difficoltà di accettare la sua sessualità e il suo corpo. Reve ha vissuto un contrasto, degenerato in conflitto intrapsichico, sul suo essere femminile e sulla sua vita sessuale, non si è ben vissuta come bambina e di poi come donna, possibilmente ha incontrato difficoltà nell’identificazione al femminile nella figura materna, per cui l’identità psichica di donna è stata acquisita in maniera forzata e conflittuale. Non si tratta di complessi d’inferiorità e di inadeguatezza, bensì di travaglio nell’identificazione nella madre e nell’amare il corpo. La mancata educazione sessuale o la criminalizzata vita sessuale da parte dell’ambiente ha contribuito in questo risultato psiconevrotico. Reve adulta si vergogna a farsi vedere nuda e fa fatica a mostrarsi come “mammeta l’ha fatta”. La mancata accettazione della vagina per un inestetismo è soltanto uno “spostamento” nel corpo di un conflitto più ampio di ordine psicologico.

Tra realismo e riflessione si snodano i simboli della psicodinamica.

Ma è come se la mia anima fosse una cosa a parte, un metro più in avanti mentre le mie gambe e parte del busto erano a me visibili dietro di me come un corpo morto.”

Il sogno comincia a essere delicato in riguardo al conflitto psiconevrotico di una donna che si divide in due e rifiuta una parte psicofisica di sé, il corpo dal busto in giù con la sessualità, il corpo dalla cintola in su con le funzioni razionali dell’Io che Reve definisce “anima”, usando un termine squisitamente religioso o psicologico di scuola junghiana. Io traduco semplicemente in questo modo: “è come se la consapevolezza di essere donna fosse scissa dalla mia sessualità. Reve si scinde in una parte razionale, l’Io e le sue funzioni, e in una parte materiale pulsionale rifiutata, posposta e uccisa, gli organi sessuale e la vita sessuale. Di questa scissione e di questo delitto mostra consapevolezza. Si conferma che questa benedetta ragazza non ha saputo del tutto accettarsi come femmina e come donna.

La “figurabilità” onirica si esalta in questo capoverso con tinte horror e surreali: l’anima isolata e il mezzo busto inferiore morto.

La mia amica vedeva il corpo, ma sorvolava per non imbarazzarmi.”

Ossia: io sapevo benissimo del mio conflitto in riguardo alla vagina e alla sessualità, ma ho tentato in parte di rimuovere, di non pensarci per non soffrire. “La mia amica” è Reve, la sua parte alleata su cui può scaricare le angosce e gli affanni, il corpo è il teatro del trauma e del conflitto, “sorvolava” è un meccanismo psichico di difesa dall’angoscia, “imbarazzarmi” è un disagio psichico relazionale. In tanta scissione psicofisica Reve istruisce i meccanismi del ridimensionamento del conflitto e tira a campare, fermo restando che quanto prima il suo “psicosoma” chiederà ragione della situazione in cui si trova. Va all’estero ed emerge il problema degli affetti, incontra un uomo da amare e deve rendere conto della sua sessualità e della sua “candida”. Insomma, la vita di Reve diventa tormentata e affannata per questi pesi psicosomatici che si porta addosso dalla sua infanzia e adolescenza e che la donna non ha saputo ben calibrare e razionalizzare con una poderosa presa di coscienza. Oltretutto la “candida” ha una componente psichica notevole e non si riduce soltanto a una volgare competizione politica tra batteri e funghi di opposte fazioni. La “candidosi” viene usata per astenersi dall’attività sessuale e dal coito nello specifico, per effettuare un’auto-castrazione e per evitare la relazione con i maschi. Il danno psicofisico è superiore di gran lunga rispetto al vantaggio e alla sindrome di momentanea convenienza.

Il bozzetto è di ordinaria amministrazione nei termini, ma forte nella simbologia sottesa.

Dopo andavo in un bel bagno lussuoso con doccia e una grande vasca idromassaggio piena e funzionante.”

Reve ha presentato in sogno a se stessa i sintomi e i conflitti, gran parte della causa del suo malessere psico-esistenziale. Ma ancora non basta, perché il “lavoro onirico” ha avviato dei processi psichici di riparazione del trauma e della conflittualità, della psiconevrosi di cui è portatrice Reve. Dalle stalle si viaggia vero le stelle, dalla miseria delle umane cose e dei conflitti più materiali Reve passa al “bel bagno lussuoso”, a una “parte psichica di sé” altolocata e ben sublimata dove, di certo, l’angoscia non è di casa semplicemente perché si è evoluta nel modo in cui Reve se l’è raccontato questo conflitto con il corpo e con la sessualità. Il “bel bagno lussuoso”, per l’appunto, rappresenta simbolicamente la sfera intima e privata della protagonista, pulsioni erotiche e sessuali comprese. Reve recupera e ripara il suo vestito, habitus o modus psichico, come la buona sarta del tempo andato e si libera anche dei sensi di colpa tramite la “doccia” e si riappropria della sua femminilità con “una grande vasca piena” che le restituisce anche l’erotismo delle carezze e della pelle, “idromassaggio funzionante”. Il processo di riparazione del “fantasma” e del trauma si manifesta nei meccanismo di difesa dall’angoscia della “formazione reattiva” e della “intellettualizzazione”: nobilita razionalmente un carico emotivo e converte un vissuto negativo in positivo. Fino a quando funzionano questi meccanismi conditi con la necessaria “rimozione” e qualche altro accessorio sempre difensivo, tutto va bene e l’equilibrio psicofisico si ripristina. La domanda che si pone a questo punto è la seguente: quanto dura?

La rappresentazione della psicodinamica trova gli oggetti giusti per attestare le capacità taumaturgiche della psiche mentre dorme e anche quando veglia. Una scena di pratica quotidiana è intessuta di una simbologia dinamica ampia e in poche parole si nascondono i vissuti e i “fantasmi” elaborati in tanto tempo.

Non avevo sapone per lavarmi e, sentendomi sporca e infetta dalla candida, decisi di non immergermi per rispetto.”

In circolazione ci sono nella psicodinamica in atto dei famigerati sensi di colpa che non si capisce bene da dove spuntano e a cosa si collegano, almeno fino a questo momento di svolgimento del sogno. “Lavarsi” è simbolicamente l’atto o il rito espiatorio dei sensi di colpa, il “sapone” è lo strumento terapeutico o il farmaco giusto per pulire e per lenire i morsi del sentirsi in colpa e l’angoscia dell’attesa della punizione. Quest’ultima è la psicodinamica generale della “crisi di panico”, ma nel caso di Reve non si trovano avvalli per questo tremendo disagio. La nostra eroina si sente in colpa, “sporca”, e addirittura “infetta” ossia si è già punita con la sua malattia, la simpatica e bonaria “candida”, molto antipatica e cattivella per la donna che la porta e per il maschio che se la prende. Non solo, ma Reve si crea anche il problema di comunicare i funghi dalla sua vagina al pene del partner, ma oltretutto si sente a disagio con questo carico d’infezione addosso. A livello reale la donna che ha la “candida”, la cura e si astiene dai rapporti sessuali, ci mette rimedio realistico, mentre a livello psichico la donna che ha la “candida” ci costruisce sopra tutto un pistolotto psichico sulla sua igiene personale e sul giudizio che può dare la gente: il tutto seguendo una vena persecutoria, un tratto paranoico che tutti elaboriamo nella nostra formazione psichica evolutiva sin dai primi anni di vita e che nel tempo rischia di essere ripreso ed esaltato. “Decisi di non immergermi più per rispetto”: rinuncio alla mia sessualità e femminilità per non infettare il mio partner, frustro le mie pulsioni erotiche per non coinvolgermi con i maschi. L’educazione bigotta dei genitori e l’educazione religiosa terroristica delle suore e dei preti contribuiscono a fomentare il senso di colpa e a renderlo fortemente nevrotico o conflittuale. Si aggiunga, di poi, la formazione dei “fantasmi” personali costruiti dalla stessa Reve e il gioco si complica o diventa più interessante. Ripeto: la “candida” è un pretesto per non coinvolgersi e le problematiche sono ben altre, ma di queste il sogno ancora non dice espressamente come ha fatto per le altre.

In una scena di banale realtà il “lavoro onirico” immette una psicodinamica complessa e umanissima. Semplici parole per dire tutt’altro che un rituale quotidiano e una precauzione igienica.

La mia amica mi aveva fatto un regalo che dopo essere andata via ricordo di aver dimenticato sul tavolo da lei, vivendo ciò con un sentimento di vergogna per la mia ingratitudine.”

Traduco in termini veri e semplici.

A volte mi sono anche voluta bene e non mi sono fatta tante paturnie per questi problemi reali di ordine infettivo, classici di tutte le donne e con sede elettiva nella vagina. Mi ero regalata la soluzione della questione attraverso una buona “razionalizzazione” dell’evento occasionale e una realistica reazione ai disagi delle relazioni erotiche e sessuali con i maschi, ma spesso rimuovo le cause di questi miei disagi psicofisici e ripiombo nei sintomi e nelle difficoltà di relazione e mi astengo dal coinvolgimento erotico e sessuale e forse perché non mi piace la forma della mia vagina o della grandi labbra o delle piccole labbra.

Che non dipenda questo conflitto nevrotico dall’inestetismo addotto all’inizio del sogno?

E perché no, ma non è così. La partita si rigioca sul “sentimento di vergogna per la mia ingratitudine”.

Cosa vuol dire?

Reve deve volersi bene molto di più di quanto fa adesso, deve crescere nell’autostima e nell’orgoglio sano di chi si stima come essere unico e irripetibile. Reve è ingrata a se stessa e con se stessa e deve recuperare e dare voce a quella parte di sé, “l’amica”, che le dice le cose giuste e le regala la sua femminilità, ma lei non la deve dimenticare sul tavolo con spocchia boriosa di persona che va avanti lo stesso anche se accusa dei disagi. Ritorni paradossalmente umile e commuti l’intensità degli inutili sensi di colpa in forza attiva volta agli investimenti psichici di ordine affettivo, erotico e sessuale, la commuti in amor proprio e in “amor fati”, amore del proprio destino di donna, con “candida” e senza “candida”. Ma ancora la psicodinamica non si è conclusa e la curiosità spinge a disoccultare quel materiale che il sogno vuole disvelare, quello che Reve dormiente sa e che vuole comunicare alla Reve sveglia al fine di acquisire la salvifica auto-consapevolezza, la “coscienza di sé” che fornisce il “sapore di sé” e della propria storia psichica formativa ed evolutiva, della propria “organizzazione psichica reattiva”.

Questo è il massimo dell’amor proprio, cara Reve.

Era un capo d’abbigliamento nero in due parti che non avevo nemmeno dispiegato per vederlo perché confusa e presa dai pensieri e dall’imbarazzo.”

E ti pareva?

Era un bel capo di biancheria intima, oltretutto sexy nel suo colore nero. Reve si regala in sogno un completino da notte di capodanno, colore escluso ma effetto erotico incluso nel colore nero, ma non lo usa, non lo dispiega a se stessa, non se lo giustifica, lo lascia nel cassetto. In ogni caso lo desidera anche se non se lo compra. Insomma, Reve è concentrata mentalmente sulla sua vagina, ossessionata sull’inestetismo del suo organo sessuale, angosciata dalla sua vita sessuale, preoccupata dalla candidosi e di trasmetterla al suo partner, Reve è “confusa e presa dai pensieri e dall’imbarazzo”. Tutto torna e la conclusione del sogno offre il quadro completo della psicodinamica conflittuale di questa donna sull’orlo di una crisi di nervi. Il quadro psichico è completo e la soluzione in atto è appena accennata in questo ultimo capoverso: prendere coscienza “del capo di abbigliamento nero in due parti” e di quello che copre, specialmente la parte che copre dalla cintola in giù, razionalizzare, “dispiegarlo” e “vederlo”, al fine di superare la confusione e l’imbarazzo, accettare quella che per lei è un’imperfezione delle grandi labbra e caricarsi di tutto “l’amor fati” possibile e immaginabile. Una pasticca di amor proprio al mattino e una alla sera non guastano per niente.

La biancheria intima contiene l’essenza del desiderio di Reve di essere una donna gradevole ed erotica, di relazionarsi con il maschio in maniera seduttiva, di abbandonarsi alla vitalità sessuale. Importante è riconoscere la biancheria intima e la marca preferita, la sola e l’unica firmata “Reve”.

L’inestetismo?

Piacerà al suo uomo, è un dato oggettivo di distinzione dalla massa e dalla massificazione che impone a modificare il detto popolare che “la patata è sempre la stessa”.

Aggiungo qualcosa sulla candidosi. L’incidenza psichica esiste, ma l’infezione fungina dipende soprattutto da una caduta delle difese immunitarie e da una alimentazione insufficiente e inadeguata. Il resto lo fa la psiche. Degno di nota è il rilievo clinico che vuole la candidosi nelle donne che hanno maturato nel corso della loro formazione evolutiva conflitti di un certo spessore nella costellazione sessuale, “in primis” la contrastata accettazione della loro sessualità per la mancata identificazione nella figura materna e con una lacuna critica nell’identità femminile. Sono tratti caratteristici che l’universo femminile deve cavalcare come fiori all’occhiello e individuazioni specifiche: “io sono Reve” e non sono tutte le altre.

Di poi, la consapevolezza farà il resto.

Un ultimo rilievo sul meccanismo onirico usato in prevalenza da Reve, la “figurabilità”. Siamo poeti in sogno e non ne siamo coscienti perché agiamo in sonno quando la soglia di vigilanza è assente o molto bassa. Eppure le migliori liriche le scriviamo ogni notte nel nostro intimo e siamo “criatori” come sosteneva Vico quando usiamo la Fantasia da svegli, di notte quando usiamo i “processi primari”.

NOTA TEORICA

Dal momento che il “lavoro onirico” trasforma le rappresentazioni inconsapevoli e i desideri rimossi in allucinazioni sensoriali, prevalentemente visive e uditive, prendiamo in considerazione a questo punto il meccanismo della “figurabilità”, deputato proprio alla traduzione in immagine dei contenuti che formano la trama del sogno.

Risulta determinante mettere in rilievo due aspetti: in primo luogo la selezione operata tra le diverse immagini che traducono una rappresentazione inconsapevole e che meglio si prestano alla sua espressione visiva, in secondo luogo la tendenza a operare spostamenti da un concetto astratto a un’immagine concreta.

Freud afferma che nell’attività primaria della “figurabilità” viene richiamato un aspetto arcaico e filogenetico del pensiero e del linguaggio umani.

In origine il pensiero e le parole avevano un significato concreto: essi si traducevano in fatti reali e oggetti sperimentabili; soltanto in seguito all’evoluzione culturale hanno assunto un significato e un contenuto astratti.

LO SPLENDIDO VIKINGO

TRAMA DEL SOGNO

“Rientro a casa e faccio per spingere la porta e mi accorgo che manca il maniglione. E’ stato divelto.

Il primo pensiero è che siano entrati i ladri. Realizzo anche che non mi trovo nella casa attuale ma nel mio precedente alloggio.

Mi chiedo se è il caso di chiudere la porta perché poi potrei restare bloccata e non riuscire ad aprirla, ma mi accorgo che la chiave funziona, per cui la chiudo.

Entro nelle stanze per vedere se trovo il ladro, comincio ad aprire gli armadi per vedere se è nascosto lì dentro, tutti armadi bianchi e all’interno non sono disordinati. Mi compiaccio che sto migliorando nel mio tenere ordinata la casa.

Chiudo l’anta di un armadio, mi giro e vedo disteso nel letto uno splendido vikingo completamente nudo con le parti intime coperte dal lenzuolo, fisico da fotomodello, capelli biondi e lunghi, che sta dormendo. O fa finta?

Mi avvicino e d’istinto gli salto a cavalcioni e lo sveglio accarezzandogli il petto. E’ bello come il sole.

E se fosse pericoloso? Se dopo l’atto sessuale mi uccide? Magari la sua bellezza nasconde una trappola?

Mi sveglio.”

Marianto

INTERPRETAZIONE

Rientro a casa e faccio per spingere la porta e mi accorgo che manca il maniglione. E’ stato divelto.”

Marianto riflette su se stessa, introversione, e prende coscienza di una sua personale castrazione: le manca il potere fallico maschile. Del resto, Marianto è una donna e deve esaltare e relazionare la sua femminilità e non di certo la sua virilità. Al massimo sarà seguace di Afrodite, ma è bene che perda o ridimensioni la sua parte psichica maschile. Spesso le evenienze della vita portano le donne a maschilizzarsi in assenza di un uomo o in compagnia di un uomo inetto, ma Marianto, guardandosi dentro, si scopre più femmina di prima, più recettiva e più convinta del suo potere di donna. Il “maniglione divelto” dà l’entità e la modalità della perdita.

Il primo pensiero è che siano entrati i ladri. Realizzo anche che non mi trovo nella casa attuale ma nel mio precedente alloggio.”

Marianto si analizza e individua la sua castrazione e la colloca nella struttura psichica precedente, meglio, Marianto ha superato con una degna presa di coscienza l’angoscia di castrazione maturata in precedenza e adesso è libera di giostrarsi nella sua vita con tutto il carico del suo potere femminile. Marianto ha fatto conversione sulla sua organizzazione psichica e si è evoluta, “nella casa attuale”, abbandonando gli inutili attrezzi e le sovrastrutture della posizione fallica del “precedente alloggio”. I ladri rappresentano simbolicamente gli agenti che operano la castrazione, perché portano via sempre qualcosa di intimo e privato, tant’è vero che le persone che subiscono un furto in casa sono traumatizzate, più che dalla perdita dei beni di valore mercenario, dal senso di violazione, quasi una violenza carnale, della propria intimità.

Mi chiedo se è il caso di chiudere la porta perché poi potrei restare bloccata e non riuscire ad aprirla, ma mi accorgo che la chiave funziona, per cui la chiudo.”

Marianto si preoccupa di non isolarsi e di restare sola per la paura di trovarsi senza gli strumenti relazionali che ha usato nel passato. Questa sua nuova veste altamente femminile le sta bene, ma è nuova e in rodaggio. In ogni caso qualche potere bisogna tenerlo anche per la giusta difesa dall’invadenza altrui. Introspezione sì, ma con giudizio. Marianto non vuole chiudersi in sé nel culto della sua verginità, ma vuole uscire nel mondo e avere la chiave giusta per non essere sopraffatta e per non incorrere in pericoli sociali. Soprattutto non vuole bloccarsi a tutti i livelli, sessuale compreso, vuole relazionarsi con tante chances in più e proprio quelle femminili abbandonando le pulsioni a difendersi in eccesso e a rifiutare i contatti sociali e le relazioni intime. Marianto sa entrare e uscire da sé, ha buona confidenza con i suoi meccanismi e processi psichici di difesa, ha una buona “coscienza di sé”.

Entro nelle stanze per vedere se trovo il ladro, comincio ad aprire gli armadi per vedere se è nascosto lì dentro, tutti armadi bianchi e all’interno non sono disordinati. Mi compiaccio che sto migliorando nel mio tenere ordinata la casa.”

Marianto è proprio decisa a cambiare il suo essere nel mondo e a vincere le sue ultime resistenze alla presa di coscienza, per poi esplodere nelle nuove e attraenti vesti di donna al femminile. E’ diventata una brava donna di casa, una buona padrona della sua casa e giustamente si compiace delle sue evoluzioni e soprattutto di essere consapevole delle nuove potenzialità da investire nel mercato sociale proprio adesso che la castrazione e la mascolinità sono in archivio. Marianto ha fatto un percorso analitico di auto-consapevolezza.

Chiudo l’anta di un armadio, mi giro e vedo disteso nel letto uno splendido vikingo completamente nudo con le parti intime coperte dal lenzuolo, fisico da fotomodello, capelli biondi e lunghi, che sta dormendo. O fa finta?”

Ecco in quale dimensione Marianto ha operato le sue conquiste, la relazione sessuale con i maschi e l’erotismo. Ha operato una disinibizione erotica e sessuale proprio liberandosi delle sovrastrutture difensive della “castrazione” dalle residue ferite narcisistiche. Adesso il suo desiderio e la sua iniziativa non hanno più blocchi e Marianto si può esternare secondo le coordinate di una seduzione infinita e di un’attrazione estetica. Il culto della Bellezza si associa, infatti, con la delicatezza dell’approccio. Marianto vuole per sé uomini belli e particolarmente avvenenti, come gli splendidi vikinghi completamente nudi e ammiccanti nella copertura degli attributi sessuali. La seduzione e il desiderio aumentano di fronte all’assenza di volgarità oscena. Marianto non offende minimamente il suo senso del pudore, anzi lo esalta attraverso un’operazione di avvolgimento con il drappo, come nelle migliori opere sacre e profane. Sicuramente la sessualità di Marianto non sta dormendo, di certo dormiva in passato, se adesso si permette il lusso di avere per sé nel suo letto un uomo bello e possente. E’ finita l’età della quiescenza e si può passare alla disinibizione di una relazione sessuale in piena autonomia e in pieno potere. La finzione aggiunge benzina sul fuoco della passione.

Mi avvicino e d’istinto gli salto a cavalcioni e lo sveglio accarezzandogli il petto. E’ bello come il sole.”

Marianto è disinibita e desiderosa di appagare la sua “libido” erotica e genitale. L’iniziativa non manca e l’aggressività del desiderio è di buona qualità perché si coniuga tra pelle e culto estetico. Il salto a cavalcioni attesta del potere sul maschio e della consapevolezza della sua femminilità, nonché della posizione sessuale privilegiata per avere l’orgasmo con facilità. La carezza sul petto attesta di una connotazione affettiva che non deve mancare in tanta eccitazione sessuale. Potere e piacere hanno trovato la loro giusta combinazione e coniugazione. Marianto sveglia il bel vikingo, ma in effetti è lei che si è svegliata da un torpore legato ad atteggiamenti di potere sul maschio che non le portavano alcun vantaggio, tutt’altro, la ostacolavano nella giusta espressione dei suoi bisogni e dei suoi istinti.

E se fosse pericoloso? Se dopo l’atto sessuale mi uccide? Magari la sua bellezza nasconde una trappola?”

Ecco i timori del passato che riemergono come le ultime resistenze al cambiamento e alla presa di coscienza delle ultime conquiste evolutive. Un maschio pericoloso? Un maschio violento? Un maschio assassino? Sono tutti temi tremendamente attuali nella quotidianità storica e culturale, ma in questo caso contengono le ultime paure di Marianto, le ultime resistenze al cambiamento a favore della vecchia modalità di approccio basata su un potere effimero sul maschio tramite la fallicità di un respingimento. Marianto passa dalla trappola erotica e seduttiva alla trappola malefica e violenta senza colpo ferire e con assoluta naturalezza, a confermare l’ambivalenza del vissuto antico nei riguardi del maschio e in attesa di strutturare le nuove modalità e le nuove conquiste, dal momento che la sua femminilità esige la presenza di un uomo dalle tre B, buono, bello e bono.

Congratulazioni e auguri!

L’ALDILA’ E LA PSORIASI

LA LETTERA E IL SOGNO

“Stanotte ho sognato che incontravo mio cugino, che è mancato poco più di un anno fa, per strada (vicino al posto dove un tempo c’era la casa della mia infanzia).

Ci siamo abbracciati con molto affetto ed io ho provato una gioia e una sensazione di serenità indescrivibile tanto da svegliarmi e pensare, sull’onda dell’emozione del sogno, che nell’aldilà si deve stare davvero bene.

Mi sono riaddormentata e ho sognato un signore russo di nome Vladimir conosciuto in vacanza che mi ha toccato la fronte e mi ha detto: “Come mai non ti è ancora sparita la psoriasi?!”

Nel sogno la sua statura fisica era notevolmente alta.”

Aldito

L’INTERPRETAZIONE

Stanotte ho sognato che incontravo mio cugino, che è mancato poco più di un anno fa, per strada (vicino al posto dove un tempo c’era la casa della mia infanzia).”

Aldito è una donna matura e ha subito un lutto particolarmente significativo, la morte del cugino a cui era particolarmente legata perché con lui aveva trascorso il periodo dell’infanzia, il tempo in cui le sovrastrutture psichiche e culturali si superano senza grandi difficoltà in grazie alla Fantasia creativa.

Il cugino è morto per strada in una situazione improvvisa e improvvida, ma Aldito coglie gli affetti e istruisce una psicodinamica sentimentale in tanta solitudine.

In ogni caso Aldito sogna una persona defunta e mette anche in discussione i suoi sensi di colpa e successivamente il suo “fantasma” depressivo di perdita come da copione universale, come succede a tutti gli uomini di questa terra, compresi i politici e i giornalisti.

Ci siamo abbracciati con molto affetto ed io ho provato una gioia e una sensazione di serenità indescrivibile tanto da svegliarmi e pensare, sull’onda dell’emozione del sogno, che nell’aldilà si deve stare davvero bene.”

Aldito, come si diceva, ha un buon vissuto nei riguardi del cugino e ha anche bisogno di dare una risposta alla sua angoscia di morte e alla possibilità di una vita futura dopo il decesso. L’entità e la qualità dell’abbraccio con il cugino hanno ridestato la questione metafisica del “post mortem” e Aldito ha formulato la sua tesi legandola alle sensazioni e alle emozioni: la serenità e la riflessione.

L’Aldilà è proprio quella zona metapsichica e metafisica tanto decantata dalle Religioni e dalla Filosofia, nonché tanto curata dalla Psicoanalisi.

Il sogno di Aldito è apparentemente bello e leggero, ha un suo spessore e si formula in questa consistenza proprio perché la “razionalizzazione del lutto” del cugino e del “fantasma di morte” personale hanno ricevuto un buon trattamento psichico e mentale, una “catarsi”, una purificazione dalle angosce inutili.

Mi sono riaddormentata e ho sognato un signore russo di nome Vladimir conosciuto in vacanza che mi ha toccato la fronte e mi ha detto: “Come mai non ti è ancora sparita la psoriasi?!”

Dopo il cugino arriva il ricordo del signore russo, Vladimir, un altro uomo che ricorda ad Aldito della sua psoriasi, come se ci fosse un legame tra la morte del cugino, la razionalizzazione del lutto, la convinzione di un Aldilà benefico e la volgare e profana psoriasi.

Cosa c’entra un disturbo psicosomatico della pelle con i temi suddetti?

Semplice!

Aldito mette un nesso psichico nell’eziologia o genesi della sua psoriasi e la lega a una esperienza di morte vissuta nell’infanzia.

Il sogno non ha soltanto capacità taumaturgiche, ma possiede anche una valenza diagnostica che indica le cause e induce alla ricerca degli eventi al fine di una buona razionalizzazione, la “fronte”. Vladimir è stato vissuto come una persona che sa e che s’intende, non è un uomo qualsiasi, è quella parte psichica di Aldito che ha le sue verità da non svendere e da tenere in serbo con grande considerazione. Per questo motivo

Nel sogno la sua statura fisica era notevolmente alta.”

Tutti abbiamo le nostre verità e le nostre convinzioni legate alla nostra infanzia, quando il nostro cervello e la nostra psiche erano libere dai condizionamenti e dalle coartazioni dell’età adulta.

Questo è il contenuto psichico del sogno di Aldito.

Ricordo che la psoriasi rientra tra le malattie cosiddette psicosomatiche, come gran parte delle malattie della pelle, ed è lo sviluppo di una psicodinamica erotica e sessuale. Da un decennio è stata presa in grande considerazione dalla scienza medica l’intolleranza alimentare. La pelle resta per la Psicoanalisi il teatro più importante in cui agisce e si esibisce la “Libido”, l’energia vitale.

IL CASOLARE DI CHINA

LA LETTERA E IL SOGNO

Buongiorno Dottore,

mi avvalgo ancora del Suo aiuto per cercare di comprendere ed avere qualche spunto in ordine ad un sogno fatto la scorsa notte, che ha scatenato in me emozioni e domande.

Nel sogno ho appena comprato una nuova casa, una sorta di casolare di campagna molto vecchio che voglio ristrutturare col mio compagno per spostare la nostra famigliola.

La casa mi soddisfa, ma il giardino è avvilente: una specie di campo spoglio ed arido, con qualche alberello striminzito, arbusti secchi ed erba bruciata dal sole ed adesso (il sogno è in autunno) mezza marcita dalla pioggia.

Al che, senza troppo pensarci su, inizio a girare attorno al giardino alzando le braccia, ed al mio passaggio, man mano che lo percorro, il giardino, il cui colore prevalente è il grigio-marrone, si illumina di luce e colori, si riempie di verde, di piante fiorite ed al centro trionfa un piccolo ma rigoglioso albero coi frutti rossi (potrebbero essere mele o pesche, perché i frutti sono grossi).

Ora nel sogno sono contenta, stupita e soddisfatta.

Ma mi sono svegliata domandandomi: perché non ho usato la mia “magia” anche per la casa da ristrutturare? Nel sogno sembrava scontato che per essa la mia magia non potesse essere applicata, e la cosa in ogni caso non mi arrecava disturbo alcuno. Ma da sveglia invece mi è sembrato di aver perso un’occasione!

Grazie molte se vorrà aiutarmi, intanto Le auguro un buon lavoro

La saluto cordialmente

China


Dottore buongiorno, sono sempre China.

Dimenticavo di dirle, e ci tengo molto, che l’interpretazione che ha dato del mio precedente sogno è stata incredibilmente aderente con le mie caratteristiche e la mia situazione; sono rimasta quasi stupita di quanto abbia colto nel segno in svariati aspetti del mio carattere e della mia personalità.
Ho quindi avuto modo di trarre beneficio dalla sua interpretazione perché mi ha fornito molti spunti per riflettere su di me e, se possibile, lavorare per stare meglio.
E di questo La ringrazio.
Un cordiale saluto da China

LA RISPOSTA E L’INTERPRETAZIONE

Nel sogno ho appena comprato una nuova casa, una sorta di casolare di campagna molto vecchio che voglio ristrutturare col mio compagno per spostare la nostra famigliola.”

China è la sua storia e la sua formazione. China si è organizzata a livello psichico nel corso della sua evoluzione organica e ha costruito “una sorta di casolare di campagna molto vecchio”, la sua “nuova casa” che equivale a una presa di coscienza della sua personalità e della sua persona, della sua unica e irripetibile unità “psiche-soma”. China si è accompagnata a un uomo e ha formato con lui “la nostra famigliola”, ha evoluto la sua organizzazione psichica di donna in moglie e in madre. China ha fatto tutte le cose giuste e non ha perso una tappa, si è migliorata, nonostante le crisi che immancabilmente occorrono e soccorrono nel tragitto dell’esistere e del vivere.

La casa mi soddisfa, ma il giardino è avvilente: una specie di campo spoglio ed arido, con qualche alberello striminzito, arbusti secchi ed erba bruciata dal sole ed adesso (il sogno è in autunno) mezza marcita dalla pioggia.”

China è contenta della sua formazione psichica, del suo modo di essere e di esistere, ma sa che qualcosa non gira bene nelle sue relazioni e, per la precisione, nelle sue propensioni sociali. Meglio: China è veramente preoccupata per la sua sfera affettiva e per le modalità di prendere contatto con la gente e di relazionarsi con le persone che sente affini. Non si lascia andare nelle relazioni e investe poca “libido”, quella necessaria a vivere in gruppo e a distribuire parole e discorsi. Questo è un dato psichico di un certo rilievo. China è consapevole che nella sua formazione psichica qualcosa è andato storto per quanto riguarda la tendenza e la spinta a esporsi. Complessi d’inferiorità e di inadeguatezza hanno bloccato la bambina e si sono riverberati nella donna. Tutto questo China lo sa.

Al che, senza troppo pensarci su, inizio a girare attorno al giardino alzando le braccia, ed al mio passaggio, man mano che lo percorro, il giardino, il cui colore prevalente è il grigio-marrone, si illumina di luce e colori, si riempie di verde, di piante fiorite ed al centro trionfa un piccolo ma rigoglioso albero coi frutti rossi (potrebbero essere mele o pesche, perché i frutti sono grossi).”

China sa che si deve dare da fare per superare questi scogli e per virare di gran carriera verso le relazioni più impegnative e significative. E allora converte il grigiore del suo modo di porsi nelle relazioni in disposizione gioiosa e coinvolgente con tutte le modalità cromatiche che sono implicite in un’apertura eccitante, ricca di emozioni e di sensazioni. Anche la dimensione affettiva si è sbloccata e China ha preso coscienza del suo valore come persona e soprattutto come donna. La luce dell’Io invade l’oscurità dei meandri profondi.

Ora nel sogno sono contenta, stupita e soddisfatta.”

Come volevasi dimostrare. Contenta si sposa con soddisfatta e simboleggiano la pienezza psicofisica di China. Stupita si traduce fortemente preda delle sue emozioni e sensazioni.

Ma mi sono svegliata domandandomi: perché non ho usato la mia “magia” anche per la casa da ristrutturare? Nel sogno sembrava scontato che per essa la mia magia non potesse essere applicata, e la cosa in ogni caso non mi arrecava disturbo alcuno. Ma da sveglia invece mi è sembrato di aver perso un’occasione!”

Ogni cosa a suo tempo e il suo tempo a ogni cosa. Era necessaria la maturazione di una presa di coscienza e, quando si è presentata, ha dato i suoi frutti. China si è aiutata da sola o si è fatta aiutare?

Dimenticavo di dirle, e ci tengo molto, che l’interpretazione che ha dato del mio precedente sogno è stata incredibilmente aderente con le mie caratteristiche e la mia situazione; sono rimasta quasi stupita di quanto abbia colto nel segno in svariati aspetti del mio carattere e della mia personalità.
Ho quindi avuto modo di trarre beneficio dalla sua interpretazione perché mi ha fornito molti spunti per riflettere su di me e, se possibile, lavorare per stare meglio.”

China ha tratto benefici dalle prese di coscienza salvifiche ed evolutive e si è disposta ad abbandonare le resistenze che impediscono l’afflusso delle rimozioni e, di conseguenza, la consapevolezza e il senso di sé. Non è facile e non è da tutti abbandonare il sicuro, anche se sofferto, per entrare nel mondo degli spiriti sepolti nel nostro dimenticatoio e dei fantasmi che ballano di notte nei nostri castelli in Scozia. China ha ottenuto quello che necessariamente doveva conseguire alla sua buona disposizione di modificarsi attraverso la conquista dell’autocoscienza socratica: “conosci te stesso”. Uno stimolo val bene un progresso, ma soltanto se le resistenze non resistono. E il tutto va fatto sempre con giudizio per non scompensarsi.

Ma mi sono svegliata domandandomi: perché non ho usato la mia “magia” anche per la casa da ristrutturare? Nel sogno sembrava scontato che per essa la mia magia non potesse essere applicata, e la cosa in ogni caso non mi arrecava disturbo alcuno. Ma da sveglia invece mi è sembrato di aver perso un’occasione!”

La magia non è altro che la nostra disposizione a seguire la Fantasia e a usare i “processi primari”, meglio i meccanismi psichici del sogno e della veglia. La magia è la caduta della Ragione e l’avvento coraggioso del Linguaggio dimenticato in una con l’emozione che accompagna il nostro mondo bambino e le nostre sensazioni arcaiche, quel materiale psicofisico che nell’infanzia ci ha nutrito e sostenuto. China non poteva usare la sua Magia perché le resistenze impedivano l’uso dei processi primari e l’afflusso dalla dimensione profonda del materiale psichico rimosso. La sua evoluzione ha approfittato degli stimoli in atto e si è diretta verso l’acquisizione del materiale psichico alienato nella dimensione subcosciente. Non bisogna essere mai violenti con se stessi in primo luogo, è necessario sempre rispettarsi e non buttarsi come i kamikaze verso l’ignoto e il pericolo.

Ultimo rilievo: China ha sognato com’era e com’è, ha saltato le tappe e le classificazioni del Tempo e ha potuto fare questa operazione senza traumi solamente perché ha preso confidenza con se stessa e perché si piace, oltre che si accetta.

NOTIZIE DA dimensionesogno.com

Inizia una nuova fase nell’interpretazione dei sogni e nella discussione dei quesiti, la fase descrittiva e narrativa. Dopo tanta teorizzazione sul fenomeno del sogno ho trovato la mia dimensione popolare e popolana, quella che mi mi sono sempre portato addosso come un marchio di fabbrica e d’infamia. La chiarezza è una virtù e la teoria la lasciamo a chi ha bisogno di emergere nel mondo delle vanità che ci assilla nelle comunicazioni. Questa sarà la nuova linea del blog, semplicemente perché altrimenti ho già fatto e non voglio continuare a fare.

Cordialmente

Salvatore Vallone

in Pieve di Soligo, nel mese di Gennaio dell’anno 2020

AKHTER MABIA 20

Biagio di Callalta, 10 giugno 200…

Mio adorato ba,

ti ricordi che quando ero piccola mi prendevi per mano e mi portavi al mercato del nostro paese dove tutto era colorato di giallo e di bianco e immancabilmente mi dicevi: “ricordati, Mabia, che la farina di grano costa meno del riso e che con un chilo di riso compri due chili di farina bianca, ma ricordati anche che il riso può essere amaro o troppo nero.”

E io non capivo quello che dicevi e mi chiedevo in silenzio perché me lo ripetevi ogni volta che giravamo felici tra le bancarelle del mercato tra il giallo dell’holud e dei meloni e il bianco della farina e del riso.

Io non capivo perché ero tutta presa dalle tue mani che mi stringevano e dal passeggiare insieme a te in mezzo alla nostra gente: io ero la tua regina e tu eri il mio re.

Del riso e del grano, della farina bianca e del riso nero non capivo un bel niente e del resto non m’interessava un bel niente; io avevo soltanto bisogno di sognare il tuo amore per me e nella mia presunzione di bambina vanitosa io non ero la tua principessina ma ero la tua regina.

Nel tempo e con la lontananza ho capito cosa il mio baba voleva dirmi e con tanta insistenza e ogni volta che uscivamo.

Nel tempo e con la lontananza, mio dolcissimo baba, ho capito la parabola del tuo messaggio e ho recuperato nella mia memoria di bambina vanitosa le storie della tua vita, le storie della tua vita raccontate a volte con l’orgoglio dei poveri e forse con la negligenza dei delusi.

E allora ho rivisto appese alle pareti della nostra calda e modesta casa tutto il carico dei tuoi ricordi e delle tue idee.

Il mio baba da giovane era un nazionalista indipendentista, un aumilich, un autentico e sincero aumilich, un musulmano che amava il suo Dio e il suo paese, la sua fede e la sua libertà con lo stesso trasporto che il Corano suggerisce ancora oggi agli uomini di buona volontà e di pie intenzioni, i veri uomini di pace.

E in verità si legge nel Corano che Allah non cambia la realtà di un uomo e la realtà di un popolo fino a quando questo uomo e questo popolo non sono cambiati dentro di loro.

Bisogna ripulirsi dentro, bisogna essere puliti nel profondo del nostro cuore, mio caro baba, e non bisogna essere ipocriti come i sepolcri imbiancati, perché Allah ci guarda dentro e nel profondo del nostro cuore e non ci guarda in faccia o nella pancia.

Questo insegna il nostro Libro sacro, mio adorato baba, e a questi insegnamenti divini dobbiamo volgere sempre il nostro sguardo di poveri mortali, dobbiamo rivolgere le nostre domande di uomini ignoranti e dobbiamo affidare le nostre perplessità di figli del Provvidente.

Lui, il Grande e l’Onnipotente, ci ha voluti e ci vuole così, modesti e devoti.

Io so che il mio baba non è un ipocrita ed è sempre stato ed è ancora oggi un vero amante della libertà e un vero combattente della fede e della giustizia, un aumilich, un autentico aumilich e un pio musulmano che lascia maturare le sue idee con i suoi anni come i kadal che coltivava e coltiva ancora nel suo campo e che al momento giusto riempivano la nostra tavola e che ancora oggi riempiono la sua tavola anche senza la presenza della sua devota figlia.

Il mio baba non ha mai separato le fede dalla libertà, la fede dalla giustizia e per affermare questi valori religiosi ha anche combattuto contro i miscredenti.

Quanti infedeli ha ucciso il mio baba in battaglia ?

Tutti quelli che Allah ha voluto mettere sul suo cammino di credente e sulla Via della verità.

Quanti nemici ha ucciso il mio baba in battaglia ?

Tutti quelli che Allah ha voluto mettere sul suo cammino di credente e sulla Via della verità.

Il mio baba ha sempre amato e ama Allah e i Suoi doni, la giustizia e la libertà.

E io, la sua Mabia, sono come lui perché ho imparato da lui.

Il mio baba ogni quattro anni si reca a votare con il vestito nuovo e con tutto l’orgoglio di un musulmano che ha combattuto per la giustizia e per la libertà del suo paese e del suo popolo in nome di Allah.

Rivedo ancora al centro di una parete della nostra semplice casa il ritratto di Shekmogivor, la guida della nostra libertà e l’eroe della nostra indipendenza, l’uomo voluto da Allah per il nostro riscatto contro i nemici oppressori e contro i fratelli fuorviati, il generale di un fedele e prezioso combattente, il mio baba.

Rivedo il mio baba che prega per lui davanti alla sua fotografia e lo raccomanda alla pietà del Misericordioso perché entrambi hanno amato e amano Allah, la libertà e la giustizia e meritano il Giardino delle Delizie.

I nemici del mio baba sono stati da sempre gli Inglesi, miscredenti e crudeli, uomini senza Dio e senza pietà che adorano i falsi idoli e sottomettono i popoli senza avere alcun diritto.

I nemici del mio baba sono stati i Pakistani, i fratelli fuorviati che Iblis aveva accecato con l’illusione del potere e dello sfruttamento dei loro stessi fratelli, i musulmani infedeli che dovranno espiare le loro colpe perché Allah è Misericordioso, ma non dimentica neanche un dattero o un crine di cammello.

I nemici del mio baba sono stati l’Occidente e l’Oriente, gli uomini malvagi dell’Occidente e i fratelli cattivi del suo Oriente.

Il riso amaro e nero erano proprio i suoi fratelli pakistani e la farina bianca erano gli Inglesi, gli occidentali in genere e tutti quelli che mangiano il pane di grano.

Il mio baba pensa ancora che la gente dell’Islam è superiore per la fede che porta nel vero Dio e perché la gente dell’Islam ha sofferto la violenza degli stranieri e delle religioni imperfette.

L’amore in Allah ha ispirato il suo grande cuore e nel tempo la sua idea ha vinto.

“Ricordati, Mabia, che la farina di grano costa meno del riso e che con un chilo di riso compri due chili di farina bianca, ma ricordati anche che il riso può essere amaro o troppo nero.”

Allora, mio caro baba, dimmi perché oggi lasciamo il nostro paese e partiamo verso il lontano Occidente ?

Forse per sopravvivere, ma sicuramente per esserci e per vivere da musulmani anche in terra straniera.

In verità tutti gli uomini che hanno creduto in Allah e sono emigrati e hanno lottato con i loro beni e con le loro vite sulla Via del vero Dio saranno a suo tempo ammessi e premiati nel Giardino.

E tutti quelli che hanno dato loro asilo e soccorso, ebbene tutti questi sono alleati dei musulmani e Allah, da Buono e Premuroso Padre, vede e considera quello che essi hanno fatto e continuano a fare per i Suoi figli lontani.

La ricompensa del Misericordioso è per tutti e anche per quelli che aiutano nella bella e gioiosa Italia Mabia e Pervez.

Anche queste persone sono e saranno amiche del mio baba e soprattutto di Allah e per loro non mancheranno le preghiere nel cuore e nella bocca del mio baba, così come non mancano e non mancheranno nel mio cuore e nella mia bocca.

La mia preghiera è sempre provvida e il mio tappetino è sempre diretto verso Makka.

E’ anche vero che chi ama la sua terra, come il mio baba, non sente il bisogno di partire e non si lascia abbagliare dal denaro e dalla ricchezza, dal lusso e dalle comodità, dalle automobili e dai supermercati.

Chi ama la sua terra, come il mio baba, accetta la volontà di Allah e attende il Paradiso nel luogo dove il Misericordioso ha voluto che nascesse per onorarlo e per portargli testimonianza.

Il grano ti dà la farina bianca per fare il pane, ma il pane è sempre pane dappertutto e

anche se è condito con le olive o con i semi di papavero.

Il mio pane era quello dei musulmani, il rutì, quello schiacciato come una piadina, il pane senza lievito e senza sale che esaltava il gusto del pesce o della carne nei giorni della festa e dell’abbondanza.

Adesso che sembro a me stessa e agli altri di essere diventata ricca, il mio pane è sempre quello dei musulmani, il rutì, e non è quello dei miscredenti e degli infedeli, ma è sempre il pane della mia terra anche se fatto con quella farina bianca che mi permette di vivere con amore in un paese straniero e di lottare per un futuro migliore insieme a tutti gli uomini e a tutte le donne di buona volontà, quelle persone che non hanno pregiudizi da scaricare sul prossimo e frustrazioni da far pagare ai propri simili o tanto peggio ai propri fratelli.

E io, mio caro e dolce baba, ho iniziato la mia missione e la mia pacifica battaglia senza versare quel sangue umano che è sempre rosso sotto l’ingannevole colore della pelle di ognuno di noi, musulmani e cristiani, miscredenti e atei, politeisti e pagani.

L’odio non serve a nessuno, le guerre, ormai, sono inutili stragi e il fanatismo fa sventolare la propria bandiera soltanto sopra un cumulo di cadaveri.

Il vero scopo di qualsiasi religione è di unire gli uomini e non di dividerli.

La fede deve unire anche nella differenza delle religioni e deve redimere i senzadio almeno nell’amore verso il prossimo, nella partecipazione, nella collaborazione e nel servizio verso i più deboli per fare in modo che questi ultimi non esistano più sulla faccia della terra.

Muhammad ha insegnato proprio questo: amare il prossimo e soprattutto i più deboli.

So che questo progetto è ambizioso e che c’è ancora oggi tanta strada da fare e tanti ostacoli da superare, ma insieme agli altri il cammino sarà più spedito e più gioioso.

Per altri intendo non soltanto i fratelli musulmani, ma soprattutto quelli che non sono musulmani e che non potranno mai esserlo e che nonostante tutto non sono libertini e non sono debosciati.

Allah non vuole il disprezzo del tuo prossimo.

Ho conosciuto un senzadio, mio caro baba, e con lui ho parlato talmente tanto che mi sono legata e forse mi sono addirittura innamorata.

E’ un italiano e non capisco la mia attrazione nei suoi confronti, ma sono sicura che oggi non saprei rinunciare alla sua gentile persona e alla sua preziosa presenza anche se non è musulmano ed è un senzadio.

La giustizia, la libertà e la tolleranza sono oggi i valori che un buon musulmano deve portarsi addosso come la pelle e deve realizzare in questa vita insieme agli altri uomini di buona volontà.

I nemici siamo noi stessi quando pretendiamo di essere figli di Dio e ci chiudiamo agli altri con cui viviamo e da cui in un certo senso materiale dipendiamo.

La mia triste esperienza con Joshim e la mia permanenza in Italia non mi ha cambiata come figlia di Allah e non mi ha trasformata da donna onesta in una puttana e tanto meno in una miscredente infedele.

La mia esperienza di vita mi ha dato soltanto la possibilità di allargare gli orizzonti del mio cuore e della mia mente e mi ha permesso di riflettere alla luce dei fatti e senza alcun pregiudizio; e credimi, mio caro baba, che tutto questo non è poco.

Allah guarda misericordioso le mie prove e le mie sofferenze, ma guarda soprattutto la sincerità del mio cuore in qualsiasi cosa faccio, anche quando mastico un dattero o prego nel mese di Ramadan con il tappetino rivolto verso Makka.

Mio caro baba, non devo chiedere il tuo perdono per tutto l’amore che ti porto e non devo chiederti scusa per tutte le offese della mia precedente lettera perché in entrambi i casi è il sentimento profondo che nutro per te che mi ha scatenato questa reazione.

Io sono come te, io sono il tuo ritratto e ricordati che non puoi accusarmi di nulla, perché sei stato proprio tu e senza accorgerti a infilarmi dentro e con amore l’immagine che io ho di te nel mio cuore sin da quando ero la tua bella bambina, quella figlia da portare a spasso per il paese senza pregiudizio e con tutto l’orgoglio di un uomo musulmano e di un padre libero nella mente e nel cuore.

E allora non devi lamentarti se anch’io nella mia vita voglio essere una persona politicamente impegnata e innamorata delle sue idee e dei suoi progetti, ma è anche vero che non dimenticherò mai di essere una donna musulmana e sincera con il suo Dio.

Io non voglio essere una schiava e neanche un’eroina condannata a morte da un tribunale musulmano fatto di uomini mezzi iman e mezzi assassini.

Io non voglio essere uccisa come una puttana dalle pietre di un qualsiasi maschio autorizzato dalla legge a spaccarmi il cranio sotto un lenzuolo bianco in un tragico tiro al bersaglio che ridesta gli istinti più bestiali di un essere umano.

E ricordati che queste non sono mie fantasie, ma questa è la realtà e speriamo che al più presto diventi una realtà del passato.

E così Amina e Safira sono ancora vive perché noi, donne islamiche che viviamo in paesi democratici, abbiamo protestato e chiesto il loro intervento in nome dei diritti umani.

Queste sono le nuove e le nostre battaglie e si vincono senza spargere sangue in nome della democrazia e della civiltà e non in nome di un dio che non esiste.

Basta che tu alzi appena la testa e sopra il tuo paese trovi gli integralisti islamici dell’Afghanistan e se ti sposti un po’ a sinistra trovi i paesi arabi e africani dove si confonde ad arte e sulla pelle della povera gente la politica con la religione e dove Allah viene contrabbandato con Sadam Husayn o con il mullah Omar, con qualsiasi altro sanguinario dittatore o con qualsiasi altro folle ayatollah, con gli sceicchi del terrore ubriachi dei dollari del petrolio o con i fanatici talebani che pretendono di essere i successori di Muhammad.

Mio caro baba non vedi cosa succede in Iraq, in Nigeria, in Algeria, in Iran, in Libia ?

Ormai anche in Bangladesh è arrivata la televisione e puoi essere informato su tutto quello che succede nel mondo non dimenticando mai di non lasciarti suggestionare da quello che senti e di tenere per te l’ultimo giudizio.

Non vedi, mio caro baba, tutte le inutili guerre e le continue stragi che avvengono in Palestina e in Israele, in Cecenia e in India, in Pakistan e negli Stati uniti, in tutto il resto del mondo ?

E dimmi, mio caro baba, in tutte queste tragedie cosa c’entra Allah ?

Sono queste le guerre sante di un tempo ?

E chi sono i nuovi martiri ?

I suicidi del terrorismo o la povera gente che per caso si trova nel posto sbagliato al momento giusto ?

E quanti buoni fratelli musulmani sono rimasti sepolti insieme ad altri uomini fratelli sotto le torri gemelle di New York senza sapere perché sono stati assassinati proprio loro che erano nella giusta via ?

Allah non ha mai voluto queste infamie e chi le impone è soltanto un dittatore e un miscredente e per lui ci sarà soltanto la Fiamma eterna.

La guerra santa e il martirio non hanno senso di esistere in un mondo che è la casa comune di tutti gli uomini di buona volontà.

Io voglio vivere finalmente la mia vita con la massima libertà e con la massima giustizia e con la massima democrazia.

E allora, se ancora non lo hai capito, devi sapere che Mabia insieme a Safira, a Zibiba, ad Assia, a Jasmina, a Orzala, a Rubia, a Camira, ad Amina, ad Aisha, a Kadigia, a Malika, a Fatima, ad Halima e a mille e mille altre donne italiane, arabe, africane, sudamericane e del resto del mondo e di tutte le razze, ecco noi tutte insieme abbiamo fondato in Italia un’associazione per i diritti della donna musulmana.

Noi siamo le nuove combattenti sulla via di Allah e questa è la nostra battaglia, quella che non uccide, ma che salva e riscatta dalla schiavitù migliaia e migliaia di donne umiliate e sfruttate dalla violenza dei prepotenti, uomini che in un modo religioso e in un modo politico esercitano un potere ingiusto.

Noi non siamo sole in questa battaglia civile, ma siamo in buona compagnia di altre associazioni di donne e tutte insieme lottiamo per la nostra dignità e per i diritti della famiglia, per i valori della diversità e della tolleranza.

Al di là del velo che portiamo e della religione che professiamo niente ci divide e niente ci può dividere perché siamo convinte di essere dalla parte della giustizia.

E questo non è un nuovo fanatismo, mio caro baba, questa è la nostra presenza nel mondo e tra la gente, questa è la nostra battaglia senza martiri e senza sangue.

Non vogliamo più donne che si mettono incinte di tritolo e che si fanno saltare in aria per uccidere i nemici convinte che Allah lo vuole e sicure che riapriranno gli occhi nel Giardino delle Delizie e magari ancora al servizio degli uomini che in vita le hanno ingannate.

Queste donne, mio caro baba, sono ancora vittime delle menzogne dei maschi e del loro violento potere politico che le ha voluto e le vuole sempre ignoranti e schiave.

Noi musulmane non vogliamo essere donne ignoranti, donne martiri e donne suicide, noi vogliamo essere donne ricche di sangue da regalare ai propri figli, capaci di amare noi stesse e i nostri simili, degne di partorire tanti bambini con amore e senza odio e felici di donarli al proprio uomo con riconoscenza, vogliamo gustare la vita e ci opponiamo a ogni ingiustizia e a ogni violenza perpetrate sul nostro cuore e sulla nostra mente.

In quale surat del Corano Allah ha detto ai suoi fedeli di morire per la Sua causa uccidendosi per uccidere ?

Dove si trova nel Corano la giustificazione del suicidio in nome di Allah ?

Caro baba ti invito a trovare i versi del Corano e a comunicarmeli, perché io, che ho veramente studiato direttamente in arabo il nostro libro sacro, non li ho ancora trovati.

O forse sono gli sceicchi del terrore ubriachi di petrodollari e gli ayatollah dell’ingiustizia ubriachi della loro vanità a spingere i propri fratelli verso la morte per realizzare i loro progetti di odio e di guerra.

Noi donne islamiche abbiamo salvato le vite di Amina e di Safira perché non vogliamo donne e uomini martiri, non vogliamo guerre, vogliamo il riconoscimento dei diritti delle donne e vogliamo fare la volontà di Allah.

Il Corano è la nostra religione e la vita civile internazionale ormai non vuole essere confusa con le leggi religiose.

Io sono una donna musulmana come il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi.

Lo sai, mio caro baba, a chi è stato dato dagli uomini giusti dell’Occidente il premio Nobel per la pace ?

Proprio a Shirin Ebadi, una donna musulmana dell’Iran, una donna che combatte per le riforme civili contro il potere ingiusto degli ayatollah, una donna che non vuole più che il Corano sia la difesa dei soprusi dei maschi.

Mio caro baba, ti ho detto tanto e ti ho detto troppo, ma non ti ho detto ancora tutto, ma stai tranquillo perché quello che ti devo ancora dire è sempre qualcosa di bello.

Se la tua figlia prediletta Mabia è diventata così, chiedilo a te stesso e nel profondo del tuo povero cuore troverai la risposta più vera e nella tua limpida mente troverai la giustificazione più logica e naturale.

Che Allah ti conservi ingenuo per i miei peccati più belli e inconfessabili, oltre che per la delizia del mio cuore e che il Misericordioso non abbia fretta di darti il premio che meriti, il premio degli uomini giusti e devoti nel nostro Giardino.

Per morire c’è sempre tempo per gli uomini di grande valore; adesso resto in attesa della tua rabbia di uomo testardo, ma sono convinta che dopo due giorni ritornerai ad essere soddisfatto di quella bambina che ti portavi a spasso per il mercato di Dakka e che un giorno ti sei lasciato sfuggire dalle mani per darle la possibilità di realizzare il suo sogno di libertà.

Credimi !

E non continuare a essere un brutto asino, perché altrimenti questa volta devo proprio e soltanto bastonarti !

E credi una volta per sempre alla tua devota Mabia.

Savar, mag mash, 200…

Dolce figlia Mabia,

“Mi rifugio nel Signore degli uomini,

Re degli uomini,

Dio degli uomini,

contro il male del sussurratore furtivo,

che soffia il male nei cuori degli uomini,

che venga dai demoni o dagli uomini.”

Con tanto amore e venerazione, credimi; il tuo baba.

AKHTER MABIA 19

San Biagio di Callalta, 30 aprile 200

Al mio caro baba arrivano tanti saluti e tanti baci da sua figlia Mabia.

Ho ricevuto la tua amara lettera e non so se essere dispiaciuta perché stai male o essere addolorata per le cose brutte che mi dici e per le minacce che mi fai.

Sicuramente sono molto confusa e quasi, mio caro baba, non ti riconosco più come quella bella persona che tu sei sempre stato per i miei occhi e per il mio cuore al tempo della nostra felicità.

Eppure nella mia confusione mi sento molto forte, sicura e decisa a fare le scelte giuste per difendermi dalla violenza degli altri, per rispettare le Leggi di Allah, per vivere con decoro la mia vita, per consentire a mio figlio Pervez di realizzarsi nel migliore dei modi e da buon musulmano, per concedere a me stessa la dignità di una persona che esiste in questo mondo e che è sicuramente passata da queste parti e che vuole lasciare una piccola traccia di questo suo essere esistita proprio in questo mondo e di essere passata proprio da queste parti.

E tutto questo lo voglio fare senza arrecare offesa a nessuno e in primo luogo al Misericordioso.

Però, prima di iniziare questa triste lettera, una lettera che non avrei mai voluto scrivere e soprattutto al mio baba, voglio pregare insieme a te per confermarti quanto sono devota a Colui che mi ha dato la possibilità della vita eterna e a Colui che mi ha dato la vita terrena, il mio Dio e il mio baba.

In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.

La lode appartiene al Allah, Signore dei mondi,

il Compassionevole, il Misericordioso,

Re del Giorno del Giudizio.

Te noi adoriamo e a Te chiediamo aiuto.

Guidaci sulla retta via,

la via di coloro che hai colmato di grazia, non di coloro che sono incorsi nella Tua ira, né degli sviati.

Amin.

Caro ba, adesso posso cominciare a scriverti con il rispetto dovuto e con tutta la devozione di una figlia che sa riconoscere le sue nobili radici senza distruggere l’albero millenario della fede e senza mancare di riverenza nei confronti di un padre confuso e deluso.

Mio caro ba, io ho paura.

Tu devi capire soltanto questo e devi infilartelo nella testa dura che hai e non devi dimenticarlo mai più anche perché io non te lo ripeterò mai più: io ho paura di stare con Joshim per il semplice motivo che è stato e continua a essere una minaccia per la mia vita e per quella di mio figlio.

Io non sono andata via da mio marito per capriccio o per mancanza di rispetto o per umiliarlo o per le mille altre stupidaggini che tu mi dici e che la gente ignorante dice soltanto perché ha la bocca per parlare e non ha il cervello per pensare.

Io sono scappata da mio marito semplicemente perché avevo e ho paura che possa ancora fare del male a me e a Pervez.

Hai capito, mio caro ba ?

Joshim è un violento, ha tentato di uccidermi e ha ucciso la mia bambina.

Joshim è un assassino e io non posso riconoscerlo come l’uomo che mi vuole bene e che non può stare senza di me come va dicendo in giro ai suoi amici.

Joshim è un miscredente e non ha mai rispettato le leggi di Allah anche perché è un ignorante ed è cresciuto in mezzo alla campagna come una bestia.

Joshim si ubriacava, mangiava la carne di maiale, giocava d’azzardo, bestemmiava il dio dei cristiani, non ha mai fatto l’elemosina, usava la droga e perdeva la testa con tanta facilità al punto che anche il dottore dell’ospedale di Treviso ha detto che era mezzo pazzo.

Adesso, caro ba, dimmi come io e il mio bambino potevamo e possiamo stare insieme a un pazzo assassino.

Se non mi sai rispondere, allora vieni tu a curare la mia paura.

E invece di capire e di avere fiducia nella figlia, cosa fa il mio baba ?

Il mio baba prima mi capisce, poi non mi capisce perché si lascia convincere dalla gente ignorante di Savar, quelli che non sanno quello che dicono e aprono la bocca soltanto per dire stupidaggini.

Oppure devo pensare che il mio baba finge di non capire e mi provoca ?

E allora cosa mi scrive ?

Il mio baba mi ricatta nella maniera più spietata maltrattando ma e minacciando di ripudiarla se io non ritorno con il pazzo furioso di mio marito Joshim.

Ma cosa c’entra tutto questo e cosa significa ?

Io credo, caro ba, che tu sei malato e non capisci più niente, perciò devi affrettarti a fare il pellegrinaggio a Makka, perché, se continui così, sei sulla strada giusta del peccato e della miscredenza, proprio tu che sei sempre stato un esempio di fede e di onestà morale per il tuo paese e proprio tu che hai consultato tutti i molovì di Dakka per sapere se rientrava nella legge di Allah la possibilità che la moglie si separasse dal marito perché lui la maltrattava e la picchiava.

E sono sicura che non hai detto ai molovì che Joshim mi ha anche ucciso la bambina che portavo nella pancia buttandomi giù dalle scale.

Ma vergognati di dire e di fare certe cose, devi soltanto vergognarti ai miei occhi e agli occhi del Giusto e del Provvidente perché le tue esagerazioni sono diventate ingiustizie belle e buone e grandi peccati nei confronti di Allah.

Fortuna che Lui è un Perdonatore, ma soprattutto è molto comprensivo nei confronti degli imbecilli e molto paziente nei confronti dei presuntuosi.

E tu, caro baba, sei imbecille e presuntuoso perché hai pensato e pensi che tua figlia Mabia, quella donna che hai cresciuto con l’orgoglio di essere musulmana e che hai voluto che da piccola studiasse il Corano direttamente in lingua araba, da quando abita in Occidente, ha dimenticato tutti i tuoi buoni insegnamenti e che magari lascia il marito per un altro uomo o fa la puttana per gli italiani che hanno voglia di arare il campo di una donna esotica dalla pelle olivastra.

Ma cosa hai pensato e cosa pensi che io abbia dimenticato i tuoi insegnamenti e quelli di ma e che io non sia più credente perché mi sono lasciata abbagliare dall’oro dell’occidente.

Tu hai pensato per me quello che effettivamente è successo a Joshim.

E allora questi discorsi li devi fare a lui e non a me.

Adesso vengo al fochir e al molovì, ma più che altro vengo ai molovì di Savar e di Dakka perché sono stati fuorvianti come i miscredenti o non hanno capito come stava veramente la questione.

Il fochir è un pover’uomo costretto a combattere i gin maligni di Iblis e lasciamolo affaccendato in questo suo lavoro di purificazione dal male anche se a volte i gin maligni siamo noi stessi e non i demoni di Iblis.

E’ molto facile dare tutte le colpe a Iblis e ai suoi degni compari e non assumersi le proprie e giuste responsabilità, mio caro baba, dico che tante volte i figli di Allah dovrebbero essere più coscienti nei pensieri e coerenti nelle azioni senza scomodare il Provvidente e i suoi nemici nelle cose personali e quotidiane.

Allah è Misericordioso e Provvidente, ma nelle cose serie e importanti e non nelle sciocchezze degli uomini.

Joshim mi picchiava e i gin maligni non c’entrano niente, più che altro c’entrano e tanto l’alcool e la droga.

Di questo passo diremo che Allah è un Dio cattivo perché è responsabile dei gin maligni e perché non annienta Iblis e lo lascia andare in giro a fare del male ai suoi figli.

Ripeto, mio caro baba, Allah è un Dio serio e per bene, non può essere chiamato in causa nelle azioni che dipendono dalla tua volontà come l’avere fede in Lui o rispettare la propria moglie o amare i propri figli.

Adesso, caro baba, ti chiedo il permesso di prenderti per mano e di portarti a visitare il Corano sul nostro problema e, se mi segui con la necessaria umiltà, ti accorgerai che non c’è niente di scandaloso o peggio ancora di peccaminoso se marito e moglie si separano, perché Allah nella sua infinita preveggenza e nella sua immensa provvidenza ha previsto tutto e soprattutto senza alcuna condanna per la donna.

Se ben leggi e ben pensi, caro ba, nel mio caso è proprio Joshim che rischia di finire nella Fiamma eterna.

Io ho stretto il patto con Allah e ho giurato di non associargli altro dio, di non rubare, di non fornicare, di non uccidere i miei figli, di non commettere infamia con le mani e con i piedi, di non disobbedire, di non fare nulla che non sia conveniente, ho rispettato ciò che mi è stato affidato e gli impegni che ho preso, ho reso testimonianza sincera, ho curato le orazioni quotidiane, ho digiunato nel mese sacro di Ramadan, sono stata conforto per mio marito, mi sono sempre disposta sotto di lui per essere il campo da seminare quando non avevo il sangue e Allah ci ha dato in premio un figlio maschio che ho curato e curo come le pupille dei miei occhi.

Io non ho nessuna colpa e non ho commesso alcun peccato, io sono una buona donna musulmana, una donna che è stata umiliata e violentata da un uomo che si diceva musulmano e che in effetti si è dimostrato un miscredente, il peggiore dei miscredenti.

Cosa dice il Corano in questi casi ?

Cerco di spiegartelo con le stesse e semplici parole del nostro Libro sacro.

Se una donna teme di non essere amata da suo marito o addirittura di essere odiata, non ci sarà colpa alcuna se si accorderanno tra loro, perché l’accordo è la soluzione migliore in ogni caso di separazione e Allah nella sua generosità darà a entrambi i doni della sua abbondanza, perché Allah è immenso e saggio e la donna pura e casta non è per il miscredente.

Coloro che accusano le loro spose senza avere altri testimoni che se stessi, devono giurare in nome di Allah quattro volte e alla quinta volta devono invocare la maledizione su se stessi se hanno detto il falso.

Alla moglie deve essere risparmiata la punizione se lei attesta quattro volte in nome di Allah che non ha mentito e la quinta volta deve invocare l’ira e la punizione di Allah se non avrà detto la verità.

Ebbene, caro ba, io ho detto la verità, ho detto sempre e soltanto la verità, sono pronta ad attestare mille volte di fronte ad Allah la mia innocenza e sono pronta a invocare ancora mille volte l’ira e la punizione di Allah.

Io voglio restare quella che sono, una donna musulmana e quindi non voglio tirare in ballo contro Joshim i documenti dello stato italiano o le carte della polizia italiana.

Io seguo devotamente soltanto la Legge del Corano e per la mia Legge io sono in perfetta regola e non c’è molovì di Dakka o di Makka, tanto meno di Savar, che possa dimostrare il contrario, perché Allah è dalla mia parte e perché io sono sempre stata dalla parte di Allah.

E Allah tutto questo lo sa e non può punirmi in alcun modo, per cui qualsiasi giudizio di Dio io lo supererei senza alcun dubbio e con la massima certezza perché Allah è il Giusto e io sono nel giusto.

E, se qualche molovì mi condanna, io dico che questo avviene soltanto perché costui è un maschio e un ignorante, ma non certo perché costui conosce il Corano e applica la Legge di Allah.

Comunque, ricordati ba, che noi musulmani non abbiamo sacerdoti di nessun tipo a cui obbedire e che la nostra religione non concede poteri divini a uomini speciali, noi musulmani siamo tutti di Allah e soltanto di Allah e siamo direttamente di fronte a Lui e non abbiamo intermediari ed è giusto così perché questi possono essere ignoranti o interessati, pieni di pregiudizi e poco obiettivi, al servizio di Iblis e contro le Leggi di Allah.

La Legge di Allah è il Corano e allora io sono innocente e libera, io sono la parte offesa che deve essere difesa e il mio baba, che dice tanto di voler difendere sua figlia Mabia e suo nipote Pervez dalla violenza di Joshim, mi accusa di essere nel torto e mi invita a ritornare da mio marito perché la gente ignorante del suo paese fa tante chiacchiere e dice delle enormi stupidaggini e fa sentire a disagio proprio lui che era ed è un giusto e un uomo di giustizia.

Ma ancora non è finita, perché il mio ba addirittura passa alle minacce e mi dice che, se non ritorno da mio marito, ripudia la mia ma, si risposa con altre donne, si fa un’altra famiglia e possibilmente con tanti figli maschi, quelli che non gli ha saputo dare la povera ma perché lui ha ancora il seme, mentre ma è una donna vecchia che non ha più il sangue e quindi si può buttare in mezzo alla strada a chiedere l’elemosina visto che nessuno la vorrebbe come prostituta.

Una bella commedia o una bella tragedia, mio caro ba ?

Dobbiamo ridere o dobbiamo piangere, mio adorato ba ?

Io spero soltanto che Allah non abbia mai ascoltato queste tue malvagità e neanche letto nei tuoi pensieri crudeli, perché altrimenti la Geenna è pronta ad ingoiarti per l’eternità.

Altro che il Giardino delle Delizie !

Mio caro ba devi soltanto vergognarti e la vergogna non sarà mai abbastanza per assolvere il tuo peccato di violenza e di superbia.

Joshim non è il solo a essere violento, perché anche tu, mio caro ba, non sei da meno e allora devo pensare che questa malattia appartiene a tutti gli uomini musulmani e che ci deve essere una causa comune e che forse questa è l’interpretazione del Corano da parte dei maschi e dal loro punto di vista e a loro favore e contro le donne.

E’ vero che Allah conosce quello che ogni femmina nasconde, conosce la diminuizione degli uteri e il loro aumento e che ogni cosa ha la giusta misura presso di Lui, ma questo non significa che noi donne siamo delle botti da riempire e siamo soltanto uteri che servono per fare figli; anche noi femmine e donne siamo figlie di Allah.

Quindi, mio caro baba, non esiste scandalo se io mi separo da Joshim e ti prometto che non accuserò Joshim per tutto quello che ha fatto contro di me, contro mio figlio e contro la mia povera bambina.

Per la nostra Legge Joshim mi può anche ripudiare come se io fossi stata una moglie malvagia, può fare anche questo e lo faccia pure, purché mi lasci in pace una volta per tutte e perché le nostre strade si sono divise e non s’incontreranno mai più.

Io ho un figlio e devo lavorare per mantenerlo agli studi, devo stare bene e non posso stare male al pensiero di tutto quello che mi ha offeso e umiliato.

Mio caro baba, questa è la verità e non è la verità di una donna debosciata e infedele, questa è la verità di una moglie che ha sofferto mille volte per colpa di un marito ignorante e tutto il resto è menzogna e tu devi credere soltanto a tua figlia Mabia e a nessun altro, devi credere al tuo cuore perché il tuo sangue non mente e anche se noi apparteniamo soltanto al Misericordioso, i legami della famiglia sono importanti finché si è in vita.

Mi meraviglio, quindi, del tuo accanimento contro di me e contro ma, so che tu conosci bene il Corano e che pensavi con l’orgoglio del maschio ferito, ma io non ho nessuna intenzione di fare quello che tu mi chiedi e tanto meno di provare ancora una volta a stare con mio marito soltanto perché lui adesso dice di essersi pentito e di essere diventato un’altra persona.

Ma di cosa doveva pentirsi mio marito Joshim se non ha fatto alcun male ?

Come vedi, caro ba, qualcuno non ragiona e certamente non sono io, almeno in questo caso e questa volta non sono io.

Io non voglio tornare in Bangladesh per sistemare la questione e semplicemente perché per me la questione è stata risolta e quindi, ancora per me, la questione non esiste più.

Non ti nego che, ritornando in Bangladesh, ho tanta paura che mi succeda qualcosa di brutto e sono convinta che tu non sia più in grado di difendermi perché sei ormai vecchio e fuorviato e io non voglio essere sfregiata con il vetriolo da un delinquente che è stato pagato dai parenti di Joshim per punirmi ancora di quello che non ho mai fatto e per premiare ancora una volta l’ignoranza e la violenza di mio marito.

Nella mia vita adesso ci sono cose più importanti e devo portarle a termine come una brava madre e come una degna donna.

Nella mia vita ci sono degli appuntamenti importantissimi a cui non posso mancare.

Caro baba, prega !

Non ti resta che pregare !

Io ti chiedo di essere umile e di accettare il consiglio di tua figlia Mabia.

Prega, perché sei nell’errore e poi ricordati che i figli non sono tuoi, ma di Allah e che loro hanno il dovere di rendere conto delle loro opere soltanto all’Onnipotente nel Giorno del Giudizio quando ci sarà per i buoni il Giardino delle Delizie e per i malvagi la Fiamma ardente.

Ricordati che tutto appartiene ad Allah ed è Lui che concede figli maschi e femmine a chi vuole, è Lui che rende sterile chi vuole, è Lui che dispone la quantità e la qualità degli uteri da mettere a disposizione per i maschi, per cui ricordati sempre che i figli non sono dei genitori e allora io ho il diritto di fare quello che voglio e di rispondere soltanto a Lui di quello che ho fatto.

Io sono nel giusto e non sono tra i perdenti, mentre tu in questo momento sei tra gli ignoranti che confondono le cose sacre con le cose umane.

E allora vai a purificarti, prega e chiedi perdono per i tuoi errori.

Tu vuoi ripudiare ma, una donna che non ha più il sangue del mestruo, ma non puoi farlo perché lei non ha commesso alcuna indecenza e anche se tu non la vuoi più devi tenerla con te e non scacciarla e gettarla in mezzo alla strada a chiedere l’elemosina dopo tutto quello che ha fatto per te.

Anche questa è la Legge di Allah e tu l’hai dimenticata.

Comunque devi sapere che io non permetterò mai che la mia ma faccia questa brutta fine, perché io la porterò con me in Italia e finalmente la mia povera ma avrà una vita degna di una donna musulmana libera e capirà che ha inutilmente sofferto per un uomo ingiusto e per una brutta bestia come te.

Io so che tu mi vuoi ricattare e che le cattiverie che dici non escono dal profondo del tuo cuore, ma stai sbagliando anche in questo e ancora una volta perché io non posso, ti ripeto io non posso, non ti ho detto che non voglio, tornare indietro.

Io non posso tornare indietro.

La separazione da Joshim non è un mio capriccio, ma è una necessità per sopravvivere e per cominciare finalmente a vivere da musulmana e senza sofferenze inutili.

Io sono nel giusto e sono andata via da lui perché non era un musulmano e perché era un pazzo e un ignorante.

Adesso ho finito di scrivere tutto quello che pensavo e che volevo dirti.

Sappi che sono molto arrabbiata con te, ma non sono delusa semplicemente perché io so che sei stato e sarai sempre il primo grande amore della mia vita e quindi sono costretta dal mio cuore ad amare il mio asino con tutti i suoi difetti.

Che Allah illumini il mio caro baba e bastoni il mio testardo asino e che non si possa mai dimenticare del grande bisogno che io ho nella mia vita della Sua Clemenza e della Sua Provvidenza.

Ricevi tanti baci e tanto amore da tua figlia Mabia.

Credimi !