FIAT LUX

FIAT LUX

Così ritorni al punto di partenza per la nuova corsa,

sudato come un ragazzo e con le scarpe stracce,

che, tanto, a cosa servono ora?

Non più piedi,

né gambe,

né volto,

che regali al ricordo di chi resta.

Ora il pensiero diventa sguardo,

si sofferma su un paesaggio caro,

sui volti storditi dall’assenza,

sul tempo che sembrava sempre poco

e che adesso ti si spalanca dentro.

Un po’ ti invidio,

se non facesse male.

Sab

Trento, 17,11, 2020

ET LUX FACTA EST

E così sono tornato al punto di partenza,

pronto per la nuova corsa,

come disse Gautama Buddha,

sudato come un ragazzo e con le scarpe stracce,

come disse mia madre,

che tanto,

a cosa servono le scarpe?

Non ho più piedi per camminare,

né gambe possenti per pedalare la bici verde di Salvatore

sulla strada che porta a Floridia,

né volto da regalare al ricordo di chi resta

e invoca un mio segno,

un mio messaggio da spalmare nell’album di famiglia,

come la Nutella,

e per lenire le angosce della fine,

come un disperato che si vota al sacerdozio.

Il mio sguardo è diventato pensiero,

i miei occhi cerulei sono ancora vispi

come quelli di un bambino assetato di vita.

Sono energia,

Verbo,

e mi posso soffermare su un paesaggio caro,

sui volti storditi dall’assenza,

sul tempo che sembrava sempre poco

e che, adesso, mi si è spalancato dentro,

sullo spazio che si riduceva nei teoremi di Talete e di Pitagora

e che, adesso, mi si stende all’infinito.

Un po’ mi invidio,

se non facesse tanto male la dipartita.

Adesso penso

e penso che c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,

anzi d’antico,

io vivo altrove

e sento che da te,

nella valle dell’Anapo,

il fiume che non si vede,

sono nati i cardi mariani e le cicoriette selvatiche.

Penso che tu non sai,

che tu ignori,

che tu arranchi.

Cosa sai, tu, della notte che si affida alla luce?

Cosa sai, tu, del buio che si sposa con la bionda chioma di Aurora?

Cento paia di scarpe ho consumato per Lei ritrovare,

per ritrovarmi con Lei e con il sole in fronte

a cantare beatamente le dolci nenie di quella madre

che da bambino mi pettinò con i bei capelli a onda,

adagio,

adagio per non farmi male.

Sappi che io sono partito

e ho lasciato sul tavolo della cucina,

là dove la Morte non può entrare,

i resti di un pasto di lenticchie consumato nella luce della Sicilia

con i versi di pochi vati e di alcuni poeti,

con le foto dei miei cari vicino alla stufa economica

che bruciava la legna dell’ulivo e dell’arancio,

del limone e del mandorlo.

Ho lasciato sul vecchio canterano di legno antico,

tra il pianoforte restaurato da mio padre Paolo

e la credenza di faggio della nonna Agata,

quel poco che mi serviva a respirare

in quella stagione di fame e di inedia.

Tutto questo adesso non c’è e non serve.

L’assenza è la sorellastra dell’eternità,

te l’assicuro

e te lo dico adesso che so

quanto languore si stende ogni notte sui cuscini di seta

per la mia breve presenza sotto il tetto della mia casa,

passando tra Omero e l’ira funesta di Achille,

soggiornando presso il benemerito Istituto nautico di piazza san Giuseppe,

costruendo con pazienza solerte e creativa i miei intramontabili amori.

Ho contato dodici giorni di agonia

per colmare una vita di pensiero e di azione.

Adesso non mi servono le gambe

per arrivare all’ora che volge al desio

e ai naviganti intenerisce il core,

quel cuore che non invidio

e che si è spento tra le pareti di una casa buona

per ritrovare finalmente colei che solo a me par donna,

per dire grazie a nostra sora morte corporale.

Sal

Carancino di Belvedere, 20, 11, 2020

LA MATERNITA’ EDIPICA

TRAMA DEL SOGNO

“Camminavo da sola a passo svelto per le strade di una periferia cittadina, costeggiando una massicciata ferroviaria e arterie a scorrimento veloce, fino ad arrivare in un bellissimo acquitrino con un’erba verde brillante.

C’era una luce fredda, invernale. Era giorno.

In questa lunga camminata incontravo molte persone della mia vita, da quelle importanti a quelle marginali, ma restavano ai bordi del mio passaggio.

Infine giungevo in una bellissima città, che aveva come punto di accesso un largo su cui si affacciavano le case. Due di queste, affiancate, mi colpivano per la loro bellezza: una, la più grande, era color blu pavone e l’altra era giallo zafferano. Due meravigliosi colori resi più intensi da una luce che dal mare, che era alle mie spalle, si stampava sulla loro facciata.

Era l’ora che precede di qualche minuto il tramonto, fine estate. Sapevo di trovarmi a Siracusa (ma niente della città del sogno assomigliava alla vera Siracusa) e ad un tratto vedevo un uomo camminare a passo sicuro lungo la leggera salita che portava dal largo alle viuzze della cittadina. Non lo conoscevo, però io lo notavo.

Salendo a mia volta vedevo davanti a me, su una curva a tornante, due ragazzini, un maschio e una femmina di circa 8 e 10 anni e dicevo a quest’uomo, che era ricomparso, che erano i miei figli, avuti da due uomini diversi, dei quali non ricordavo né sembianze, né nome.

Poi lo guardavo ed ero così innamorata di lui che mi sentivo felice. Gli dicevo che ero incinta di lui e che, anche se non eravamo più giovani, io questo bambino l’avrei tenuto e non avrei fatto come con gli altri padri dei miei figli, non me ne sarei andata.

Era titubante, ma nel sogno anche lui mi amava e non diceva di no.”

Così e questo ha sognato Baba.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Camminavo da sola a passo svelto per le strade di una periferia cittadina, costeggiando una massicciata ferroviaria e arterie a scorrimento veloce, fino ad arrivare in un bellissimo acquitrino con un’erba verde brillante.”

Baba è in introspezione, sta viaggiando dentro se stessa per trovare i suoi tesori nascosti, ha una buona confidenza con se stessa e con il suo mondo interiore: “camminavo da sola a passo svelto”. “Le strade di una periferia cittadina” disegnano il progetto onirico di Baba: partire dal presente psichico per addentrarsi possibilmente in qualche arteria che velocemente porta all’immagine dello stato psichico in atto: “un bellissimo acquitrino con un’erba verde brillante”. La meta non è poi male anche se Baba ha “costeggiato una massicciata ferroviaria”, ha intravisto i suoi “fantasmi di morte” e le sue perdite depressive, tutte esperienze vissute che portano a un presente psicofisico in cui a un ristagno delle energie vitali si oppone una vivida carica di “libido”, di vitalità del corpo che vuole e della mente che desidera: “un’erba verde brillante”. E tutto questo andare avviene secondo le direttive di “arterie a scorrimento veloce”, di una consolidata “coscienza di sé” che spazia e si muove con disinvoltura e speditezza. L’introspezione iniziale viene confermata insieme alla “brillante” confidenza che Baba ha con se stessa.

C’era una luce fredda, invernale. Era giorno.”

Baba rievoca con la giusta freddezza l’evento psichico che sta preparando in sogno con tutte le precauzioni per non fare scattare il risveglio tramite la coincidenza del “contenuto latente” con il “contenuto manifesto”, il cosiddetto incubo. La “luce fredda” è dovuta simbolicamente a una “razionalizzazione” ormai stagionata dei vissuti in questione: la ragione senza emozione, una forma metallica di rivivere le esperienze significative occorse nella vita. “Invernale” ha una chiarezza depressiva, come un voler dire “nella caduta della vitalità, nella senilità, nella stagione del tramonto”. Baba è fortemente consapevole, “era giorno”, che le emozioni sul fatto in questione sono state stemperate e addirittura liquidate, per cui può andare avanti e oltre con la massima tranquillità. Tutto è sotto il controllo dell’Io vigilante e cosciente.

Che tristezza, ragazzi!

In questa lunga camminata incontravo molte persone della mia vita, da quelle importanti a quelle marginali, ma restavano ai bordi del mio passaggio.”

Baba cammina tra l’imperioso e il solenne e al centro della sua vita in atto, delle esperienze in ballo e dei vissuti coinvolti, logicamente i suoi e soltanto i suoi. Tutto il resto e tutti gli altri sono “ai bordi del mio passaggio”. Importante e degna d’interesse è soltanto la madama che, tra il riflessivo e lo ieratico, avanza al centro della sua strada, delle esperienze in atto nella sua vita. Baba è tutta presa da sé senza narcisismo, ma con tanta buddistica consapevolezza, una “coscienza di sé” che oscilla tra la nostalgia e l’attesa, tra il dolore del ritorno e il desiderio dell’avvenire. In questo riattraversare le persone importanti e marginali della sua vita e in questo renderle presenti nella panoramica mentale del ricordo emerge la protagonista del sogno con tutta la tristezza della rievocazione e la percezione gioiosa della propria consistenza psicofisica. La santa passa e la processione avanza con la statua in prima fila. Tutto resta ai bordi del suo passaggio. Non è narcisismo, è tristezza, è l’allegoria della nostalgia. Non resta che attendere dove Baba va a parare in pompa magna.

Infine giungevo in una bellissima città, che aveva come punto di accesso un largo su cui si affacciavano le case. Due di queste, affiancate, mi colpivano per la loro bellezza: una, la più grande, era color blu pavone e l’altra era giallo zafferano. Due meravigliosi colori resi più intensi da una luce che dal mare, che era alle mie spalle, si stampava sulla loro facciata.”

La tristezza è propedeutica alla Bellezza. Non si può gustare il Bello ridendo e tanto meno sorridendo. La dimensione estetica abbisogna di quella riflessione matura che, a sua volta, ha bisogno del tempo adeguatamente vissuto nell’attesa di arrivare “in una bellissima città” e di “un largo su cui si affacciano le case”. E la Bellezza immancabilmente arriva giustamente sollecitata dal paesaggio e soprattutto dal colore, anzi dai colori “blu pavone” e “giallo zafferano”. Baba è più che mai in una “reverie” nel “reve”, in una immaginazione nel sogno, in una serie di immagini che si snoda nel teatro onirico dietro la sollecitazione dell’introspezione, di questo guardarsi dentro con confidenza e con altrettanta confidenza lasciare sfilare i ricordi in questa passerella della nostalgia, di quelle persone e di quelle storie che sono state vissute e ben sistemate nel registro adeguato.

E quale registro poteva essere più giusto di quello della Bellezza?

Baba “sublima” con la leggerezza del suo passo e dei suoi sensi il materiale psichico che tocca e condensa in “due case” e soprattutto nei “colori” di questi ricordi e di queste esperienze, “due meravigliosi colori resi più intensi da una consapevolezza che affonda le sue radici nel Profondo psichico, “dal mare che alle mie spalle”. La Bellezza è la trasfigurazione di persone e di personaggi, di “fantasmi” e di esperienze vissute, che a contatto con la Ragione trovano l’armonia dei sensi in una pacata compostezza che si stampa nella facciata delle case originalmente colorate di esotici “blu pavone” e “giallo zafferano”. Questi due colori e la luce del mare fanno il capolavoro. La curiosità nasce nel prosieguo dell’interpretazione del sogno e nell’attesa di individuare precise sagome e personaggi all’interno di queste due case. Prima è opportuno parafrasare quanto detto in maniera più chiara e pop. Baba ha recuperato dal suo passato esperienze vissute e le filtra con i canoni estetici per viverne la Bellezza, al di là delle connotazioni umane ed esistenziali

Era l’ora che precede di qualche minuto il tramonto, fine estate. Sapevo di trovarmi a Siracusa (ma niente della città del sogno assomigliava alla vera Siracusa) e ad un tratto vedevo un uomo camminare a passo sicuro lungo la leggera salita che portava dal largo alle viuzze della cittadina. Non lo conoscevo, però io lo notavo.”

Era l’ora che volge al desio e ai naviganti intenerisce il core, il tempo della caduta dei sensi in sul tramontare della vita, prima della morte, prima di godere della vita vissuta e del ricordo dei minuti fermati negli attimi. Baba ha passato i cinquant’anni e ha una piena consapevolezza del suo corpo e dei diritti del suo essere femminile in piena ottemperanza alle leggi di Natura che esigono “un tramonto in una fine estate”. Anche la coscienza del luogo, “Siracusa”, è vivida come il gusto dei vissuti sensoriali che sono associati a “un uomo”, una figura maschile che permette all’amore di Baba di riscattarsi dalle pastoie del tempo andato e delle occasioni mancate tra un dejà vu e un dejà vecu, tra un desiderio che ritorna e una nostalgia che si allontana. Baba riesuma un uomo che ha fatto entrare dentro di lei con la consapevolezza del godimento estetico dei sensi che non vogliono in alcun modo “sublimarsi” nella stagione dei saldi e degli sconti presso il centro commerciale più vicino al luogo del peccato e al suolo francese, meglio mediterraneo, meglio siracusano che non è mediterraneo e neanche francese. Questo è il luogo di Baba, il “topos” in cui ha consumato il più grande peccato della sua vita, notare un “uomo che in leggera salita cammina verso il largo delle viuzze”, un uomo che aveva già conosciuto tra i meandri della sua miscellanea di sensi brillanti e di sensazioni eclatanti, di desideri eccitati e di pulsioni cruente. Il luogo è quello che sbocca nello spazio aperto di un orgasmo vissuto con un uomo sconosciuto ma ben preciso nell’immaginazione creatrice di una bambina arzilla che tanto fantastica e altrettanto allucina. Baba finge di non essere lei la donna inquisita sull’altare dei preti politicanti, ma sa benissimo che quell’uomo è suo padre camuffato dal saio di un frate cappuccino che sale la strada che porta al convento dopo la questua, dopo aver frequentato donne di mercato e uomini peccatori. Baba è in piena rievocazione della sua “posizione edipica” e sta riesumando il padre dalle fondamenta di una città che è il suo corpo, il padre incarnato nei suoi desideri di bambina e ancora irretito nelle maglie della donna di oggi, un tempo che volge al desio e a Baba intenerisce il core. Ma Baba finge di non riconoscere le fattezze del padre, ma non può fare a meno di conoscere i segnali della sua eccitazione, del suo pentolone che bolle e ribolle tra ricordi antichi e lontani e tra desideri presenti e urgenti.

Salendo a mia volta vedevo davanti a me, su una curva a tornante, due ragazzini, un maschio e una femmina di circa 8 e 10 anni e dicevo a quest’uomo, che era ricomparso, che erano i miei figli, avuti da due uomini diversi, dei quali non ricordavo né sembianze, né nome.”

Ecco che Baba sale a sua volta e ha la piena consapevolezza che negli amplessi pericolosi, “la curva a tornante”, si corre il rischio di avere dei figli, “due ragazzini, un maschio e una femmina”, si rischia l’incesto e di avere un figlio dal padre, anzi due figli da “fantasmi” diversi ma sempre riconducibili alla figura paterna. E proprio perché si tratta del padre, la funzione onirica provvede a rappresentarlo senza rappresentarlo, senza “sembianze” e senza “nome”. I padri “ricompaiono” sempre sul luogo del delitto consumato dalle figlie birichine e vogliose, così come i figli inanellati con uomini diversi, a che non si riconosca il vento di tramontana che ha lasciato immancabilmente il posto allo scirocco dopo un periodo di bonaccia. Legge universale onirica impone che le persone senza volto e senza nome siano i genitori. Tutto merito del buon funzionamento della censura onirica e dei meccanismi di formazione e confezionamento del sogno. Nello specifico, a che non si fosse ancora capito, Baba sta sognando le pulsioni e i desideri edipici, la pulsione sessuale e il desiderio di donare un figlio, anzi due, al padre in riconoscimento del suo valore di donna matura.

Il prosieguo lo dirà nei termini chiari come l’acqua di fonte che scende dalla montagne del Trentino e che con la fantasia arrivano alle pendici di Buccheri, la dove nasce l’Anapo e dove inizia il lungo travaglio di ricerca della sua Ciane, prima della fusione acqua con acqua, prima di inabissarsi e scomparire nelle falde calcaree del vallone di Carancino.

Poi lo guardavo ed ero così innamorata di lui che mi sentivo felice. Gli dicevo che ero incinta di lui e che, anche se non eravamo più giovani, io questo bambino l’avrei tenuto e non avrei fatto come con gli altri padri dei miei figli, non me ne sarei andata.”

La felicità è la presenza di un demone dentro, l’innamoramento e l’amore sono i tormenti consapevoli di questo spirito vitale che Freud volle chiamare “libido” sulla scia di Dioniso, di Epicuro, di Nietzsche. Il demone non si lascia suggestionare dai doni della Ragione di Apollo, il demone è birichino e gode alla visione del tormento procurato per grazia ricevuta. Baba è felice perché ha una prospera vitalità che l’assiste nel cammino del tramonto e che non disdegna di abbandonarsi alle dolci trame del ricordo. Baba è incinta di lui e vuole dare parola, “gli dicevo”, a questa nuova consapevolezza di avere ancora un figlio a strascico di quelli paterni, di essersi fatta ingravidare da un uomo in proseguimento della processione del Santo paterno. Dopo due figli edipici Baba è riuscita a concedersi un figlio tutto suo che sa e odora del dopobarba di suo padre: la consapevolezza di questo mondo incubato e tenuto a lungo nel sicuro delle grate e delle griglie oniriche è la novità del tempo maturo, della terza età, quella che viene sempre prima della quarta età e dopo la seconda. Mi spiego e mi rispiego: Baba sa del suo forte e contrastato legame con il padre e del perché non si è mai legata abbastanza agli altri uomini della sua vita al punto di avere gravidanze, travagli, parti e figli da svezzare e accudire sin dal primo mese, doni dell’amore “genitale”, quello che viene dopo quello “edipico”.

Una domanda sorge spontanea come nelle migliori dizioni del giornalista nel suo antico “mi manda Lubrano”: ci sono le uova per fare la frittata adesso che non si è più giovani?

Dopo tante fughe in avanti e in retro la donna si accorge del suo amore variegato nei confronti del padre e della sua realtà di un nostalgico desiderio di potenza e di onnipotenza. Per fortuna oggi la gravidanza può essere “assistita” in onore al padre e senza quell’uomo che non è necessario in un universo in cui i figli sono delle madri e in attesa di essere di se stessi.

Era titubante, ma nel sogno anche lui mi amava e non diceva di no.”

Con i conforti religiosi si è spento il desiderio di una donna edipica e si è ricomposta la salma del padre come nelle migliori tradizioni popolari e nei più brillanti riti profani. La titubanza è la sorpresa che si mangia a piccoli bocconi prima del piatto forte e risolutivo, “anche lui mi amava”, ma soprattutto prima del “silenzio assenso” tanto caro ai prefetti della Repubblica quando non sanno che pesci pigliare, quando ignorano di saper leggere e scrivere. Baba finalmente ha sciolto il nodo e ha tagliato la testa al toro: l’immagine paterna mi ha affascinata nel corso della mia vita e adesso ho la piena consapevolezza dei condizionamenti esistenziali che mi sono data da sola ristagnando creativamente in questa “posizione psichica edipica”. E’ oltremodo ovvio che “non diceva di no” è la classica “proiezione” che si può usare come esempio illustrativo nella didattica dei novelli psicoanalisti, quelli che non ci sono più e che sicuramente non sono mai esistiti dopo di Lui. Il “controtransfert” del padre non lo sapremo mai, ma piace immaginare che il vecchio marpione sapeva ben calibrare il suo intervento in maniera compiaciuta verso la figlia procace, al fine di renderla fascinosa quel che basta per diventare una maliarda.

Buon viaggio e buon appetito, Baba!

A PROPOSITO DI FEMMINICIDIO…

A proposito di “femminicidio” mi ricordo che

correva l’anno1953 dentro l’umida isoletta di Ortigia.

Quella sera di Gennaio un malefico Libeccio infilzava la viuzza dedicata a Claudio Mario Arezzo, un letterato umanista siracusano che contro Bembo sosteneva l’importanza del dialetto siciliano rispetto all’aulico toscano.

Mia sorella Francesca, detta Franca, che sin d’allora era dispettosa e vezzosa come una scimmia, in quella sera di quell’anno e in quel posto mi dimostra la sua bravura fermandosi all’improvviso e leggendo su una lastra di calcare la seguente iscrizione.

“Candido giglio reciso

nel fiore della sua giovinezza

dalla furia omicida

di un bieco assassino”

Il “candido giglio” si chiamava Giovanna Borgia, detta Nannina, e nel 1947 contava soltanto 19 primavere. Era bionda e portava i capelli a coda di cavallo.

Era fidanzata con Santo Agnello, detto Santino, di anni 22, rampollo della Siracusa bene in quel misero dopoguerra.

In un soleggiato pomeriggio di Aprile Giovanna, celiando con Santino che le chiedeva un appuntamento per la sera, aveva graziosamente risposto che era già impegnata con un bell’uomo.

Voleva essere il complimento traslato di una donna innamorata e, invece, fu la sua condanna a morte.

Accecato dalla maledetta gelosia e angosciato dall’immane senso di perdita, Santino si armò di rivoltella e consumò le sue assurdità psichiche sul corpo procace di Giovanna.

Si celebrava il capolavoro estremo di madri fredde e di padri fascisti.

Questa è la tragica storia d’amore di Santino e di Giovanna.

Io ho imparato a leggere nel 1954 e sono ritornato senza la dispettosa sorella a cimentarmi nella lettura di quella lastra di calcare anche per capirne il significato.

Quel giorno la stradina dedicata al povero umanista, un budello lastricato di lava che scende verso la Marina, era infilzata da un sole in tramonto che illuminava di sinistra luce rossastra la barocca iscrizione.

Sono riuscito a leggerla correttamente senza capire un bel niente.

Rassegnato ho chiesto alla mia sorella intelligente e istruita il significato di quelle parole, di quei versi, di quella poesia, di quella storia da cantastorie.

Mia sorella, malefica come il Libeccio, mi ha detto che si trattava di un necrologio, addirittura un necrologio.

Mi ha preso a manina e mi ha portato da via Savoia numero n° 15 in via Claudio Mario Arezzo al numero 52, ha letto e riletto con enfasi da teatro greco i versi, mi ha fatto leggere il macabro insieme e alla fine mi ha raccontato la storia.

Ricordo che quel giorno il vento si chiamava Tramontana, era freddo e soffiava da Nord: il giorno dopo l’ennesima bronchite si era accanita sui miei venti chili di ossa e cartilagine.

Santo Agnello, detto Santino, era figlio di un valente oculista e studiava medicina all’Università di Catania.

Fu processato nei diversi gradi dalla Corte d’Assise della città dove studiava e fu condannato all’ergastolo.

Cambia scena e cambia registro.

Correva l’anno 1950 e il bambino Vincenzo Grillo, destinato a essere sentito Bucaleddru, inciampava e cadeva sull’acuta scogliera davanti al carcere barocco di Ortigia. Il sangue usciva copioso dal suo piede sinistro. Il fratello Salvatore, detto mangiatorrone, lo prese in braccio e lo portò presso l’infermeria del carcere, detto la casa con un occhio.

Il bambino Enzuccio fu curato dal detenuto infermiere Santo Agnello, detto Santino, un uomo destinato a non vedere la luce della libertà e della ragione.

Crescendo anche Vincenzo Grillo, ormai saputo come Enzo Bucaleddru da coloro che gli volevano bene, ha conosciuto la tragica storia di Santino e di Giovanna e da poeta decadente ha posto su carta di papiro i seguenti versi.

“Si può in un sol baleno fare cose

che in eterno cangiare non si puote.

Tutta una vita a pensare a un lampo accecante

che toglie agli occhi ogni altro bagliore,

senza lasciare all’angoscia

né pausa, né spazio alcuno.

Ciò ch’io vidi nei suoi occhi fissi

era sempre l’imago che menò,

sempre esitante, nel pensiero.

Mi dissero che puerili gesta,

“bum bum”, “bum bum”,

erano da libero nella sua mano senile.

Eppur sicuro operò sul mio arto ferito,

perché sollievo provai dalle sue cure.”

Santo Agnello, detto ancora Santino, fu graziato dalla pietà umana nell’anno 1995. Dopo quarantacinque anni di reclusione e in piena follia fu restituito a coloro che erano rimasti e che ancora gli volevano bene.

Dicono di lui che girava per le stradine umide di Ortigia sempre al tramonto, con il Libeccio e con la Tramontana, con il Grecale e con lo Scirocco, e che, quando passava per via Claudio Mario Arezzo, gridava “bum bum” alzando la mano destra e componendola a mo’ di rivoltella.

Era follia o era verità?

Santino è morto d’inedia e nella dimenticanza collettiva.

Una mente acuta e una mano pietosa hanno rimosso la lapide calcarea di via Claudio Mario Arezzo, sempre al numero 52, e al suo posto hanno posto questa modesta preghiera, scolpita in opaco e ruvido marmo.

“Gesù e Maria,

accogliete tra i vostri martiri

colei che qui trovò la fine

al suo calvario.”

Ero un bambino quando ho saputo del “femminicidio” e quella fu la mia prima volta.

Da adulto ho anche pensato che nel Codice penale di allora figurava il delitto d’onore.

Era il Codice fascista a firma del guardasigilli Rocco, ancora in vigore nell’Italia repubblicana degli anni ‘70.

Da questo ricordo il passo all’attualità, ancora tragica, è naturale.

Ripropongo

DONNE !

ATTENTE AL LUPO !

Il titolo sembra carico d’ironia, ma è di una verità sconcertante che si andrà assodando cammin facendo.

Mi è stato chiesto da alcune donne di chiarire e di approfondire le norme che “Psiconline” aveva pubblicato in occasione della giornata contro il “femminicidio”.

Ho accolto di ben grado questa richiesta e ho formulato una Prognosi puntuale e allargata per consentire alle donne una migliore comprensione della situazione in cui si possono trovare loro malgrado.

Comincio fissando una serie di norme psichiche da ben valutare e a cui attenersi qualora si viene in contatto non soltanto con la dura situazione di poter subire violenza da parte di un uomo o del proprio uomo, ma nell’altrettanto dura situazione di cominciare a prender atto che nella psicodinamica individuale del vostro uomo e, di conseguenza, nella vostra psicodinamica di coppia si verificano fenomeni specifici che esulano da quella che fino a ieri era la vostra normalità, una degenerazione del rapporto di coppia.

Ignorare non è ammissibile alla luce dei tragici eventi e delle drammatiche statistiche che quotidianamente vengono fornite alla pubblica coscienza e alla pubblica opinione.

Affinché non si rimuovano per difesa queste tragiche realtà e questi incresciosi dati, contribuisco a divulgare una

PROGNOSI PSICOLOGICA

per le donne e per tutti gli uomini di buona volontà. A questa seguirà un’adeguata “prognosi” anche per gli uomini, gli attori coinvolti nel tragico fenomeno, e in conclusione anche per i figli intrappolati nelle riottose psicodinamiche di mamma e papà senza avere gli strumenti emotivi e razionali per capire.

  1. Mettere fra parentesi i sentimenti e non minimizzare la gravità della situazione: meglio esagerare piuttosto che essere ammazzate.

La freddezza emotiva si ottiene con la sospensione dell’affettività e con il momentaneo disinvestimento psichico sul vostro uomo per valutare al meglio voi stesse e la situazione di coppia, cercando di essere, per quanto possibile, oggettive. La realtà psichica in atto è più importante della sfera sentimentale e affettiva. Questa sospensione affettiva è temporanea e non significa non voler più bene al vostro uomo. La riduzione emotiva amplia la comprensione razionale della situazione.

Esemplificazione: “ma chi è quest’uomo che penso di amare e con cui ho scelto di vivere e di far famiglia?” o “Mi trovo in una situazione pericolosa e sto rischiando troppo!” o “Non l’avevo mai visto così!” o “E se esce fuori di testa e mi ammazza?”

  1. Non essere fataliste e non attendere il miracolo del “tutto passa e tutto si risolve”. All’incontrario bisogna agire con freddezza, cautela e intelligenza.

Il “fato” o “destino” non esiste di per se stesso, ma esiste nella testa degli irresponsabili, nelle fantasie dei poeti, nei bisogni religiosi. Tanto meno i miracoli! I santi hanno altro da fare e non si curano dei fatti umani, tanto meno delle miserie. “L’uomo è arbitro del proprio destino”, quindi i nostri pensieri e le nostre azioni dipendono esclusivamente e soltanto da noi. Di fronte alle emergenze psichiche e relazionali necessita freddezza logica ed emotiva nel valutare e decidere, cautela nel dire e nel provocare, intelligenza nel fare e nel prevenire.

Esemplificazione: mai pensare o dirsi “Doveva andare così.” o “Lo sapevo

e me lo merito!” o “Se avessi ascoltato mia madre o mio padre, non mi

troverei in questa situazione” o tanto meno “Bisogna solo attendere che lui

si renda conto di quello che ha detto e che ha fatto” o “Cambierà con il

tempo”. Mai colpevolizzarsi perché il senso di colpa peggiora la situazione

psichica in cui vi trovate e riduce la lucidità mentale. Meglio aver paura e

dirsi “Le cose stanno così, mi ha fatto male e mi fa paura” per cui “Devo

ben valutare la situazione in cui mi trovo” e “Non devo provocarlo, ma devo

capire fino a che punto può arrivare quando è in crisi” e “Nelle situazioni

pericolose è meglio cercare aiuto, piuttosto che stare da sola con lui”.

  1. Superare il pudore e comunicare il disagio in sul primo manifestarsi alle persone che ritenete degne di voi, di capirvi e di potervi aiutare.

Non chiudetevi in uno splendido isolamento, perché da sole non ce la potete fare. E’ importante capire che da sole non venite fuori da queste difficoltà soltanto perché si tratta di novità terribili alle quali non siete educate. Fidatevi e affidatevi! Il senso del pudore appartiene alla vostra adolescenza. Oggi bisogna comunicare al più presto il disagio che voi stesse non riuscite a capire appunto perché non lo avete mai vissuto.

Calibrate bene le persone giuste e degne di ascoltarvi e di consigliarvi. In un primo tempo si tratterà di persone che immancabilmente vi vogliono bene e che hanno un rapporto affettivo con voi.

Esemplificazione: “E adesso a chi lo dico? Mi vergogno e poi io sono orgogliosa! Come faccio a dire a qualcuno delle cose così intime e personali?” o “I fatti miei sono soltanto miei!” o “Sono sola e non posso dirlo a mia madre o alla mia migliore amica o tanto meno a mio padre. Non capirebbero! Magari mi rimproverano e mi danno la colpa di quello che sta accadendo o pensano che ho esagerato e che sono paranoica.” o “Meglio attendere e vedere come si sistema la storia.” Invece bisogna dirsi semplicemente “Vado, dico e valuto cosa mi dice quella persona su cui posso contare e di cui posso fidarmi” o “Ho bisogno di proteggermi e di essere protetta.”

  1. Non cedere assolutamente all’onnipotenza del farcela a tutti i costi e da sole.

Attente all’onnipotenza! E’ una brutta bestia e una pericolosa compagna di viaggio in qualsiasi circostanza e soprattutto in questa. Liberatevene subito! Meglio pensarsi impotenti e incapaci e anche ignoranti, piuttosto che ritenersi al di sopra del padreterno! L’onnipotenza è il sintomo di una grave psicopatologia e allora proprio in questa circostanza non potete ammalarvi o reagire alla follia del vostro uomo con la vostra lucida follia. Dovete tutelarvi dalla tentazione di farcela a tutti i costi e da sole soltanto perché in certi momenti vi sentite capaci di capire, di reagire e di controllare. Quello che vi sta succedendo esula dalle vostre capacità intellettive semplicemente perché si tratta di una malattia mentale grave del vostro uomo.

Esemplificazione: “Io sono forte e ce la farò da sola!” o “Ne ho superate difficolta ben più gravi di queste!” o “I miei mi hanno sempre detto e insegnato a cavarmela da sola e io sono cresciuta senza aver bisogno di nessuno! o “In ogni modo io ne vengo fuori”.

  1. Affidarsi a un Centro o a un Ente preposti al caso e non chiudersi in se stesse. Il primo supporto psicologico e psicoterapeutico lo trovate in queste strutture.

E’ necessario rivolgersi a una struttura specializzata nell’aiutare nella massima riservatezza le donne che si trovano in queste situazione di crisi e di emergenza. Questo non significa che da questo momento in poi dovete agire in tutto e per tutto come gli specialisti vi suggeriscono. Dovete sempre mantenere lo spirito critico perché soltanto voi potete valutare adeguatamente la situazione in cui vi trovate. Voi dovete comunicare il disagio o il pericolo e ascoltare cosa vi suggeriscono. Dovete soltanto riflettere e meditare sulle conoscenze acquisite e sui suggerimenti che vi hanno dato. State accrescendo la vostra consapevolezza. Questo obiettivo è importantissimo e determinante. Questa è la vostra salvezza! La “coscienza di sé” è la vostra terapia d’urgenza. Di poi, quando sarà passata la tempesta, penserete ad altre terapie per la vostra salute mentale e per il vostro equilibrio psicofisico fortemente turbato.

Esemplificazione: “Devo chiamare e poi chissà cosa mi dicono.” o “E se

non capisco e non so fare quello che mi dicono?” “Ma sono sicura che

questi ne capiscono qualcosa?” o “Ma questi mi possono capire o sono

lì tanto per lavorare e di me non gliene frega un bel niente?” Invece

bisogna scattare in questi termini “Datemi subito un appuntamento perché

mi trovo in difficoltà.” o “Da sola non ce la faccio” o “Non ce la faccio più!

Ho bisogno di essere aiutata, ho bisogno di sapere e di capire subito.” o

“Mi trovo in una situazione complicata e terribile”.

  1. Non lasciarsi suggestionare da promesse tipo “non lo faccio più, perdonami”. Considerate adeguatamente le minacce e specialmente le più sottili, quelle psicologiche. Considerate adeguatamente i comportamenti intimi e specialmente quelli sessuali. Considerate adeguatamente la misoginia, odio verso le donne, i comportamenti sociali e l’estremismo politico. Considerate la qualità della relazione con la madre.

Non siete chiamate a giudicare nessuno, tanto meno ad assolvere o a condannare. Dovete soltanto guardare i fatti in maniera nuda e cruda.

Esemplificazione: “Mi ha fatto male e mi ha fatto paura” o “Mi ha detto che mi ammazza.” o “Mi ha detto di tacere perché non capisco niente.” o “Mi ha ricattato e mi ha minacciato” o “Mi ha detto di non dire niente a nessuno.”

Per quanto riguarda le tante promesse, non lasciatevi assolutamente

impietosire e non aderite alla richiesta di dargli ancora fiducia. Il male

subito non si può convertire in bene e tanto meno si può sublimare come

una sofferenza in vita che apre le porte dei cieli. Non avete bisogno del

paradiso, ma soltanto di valutare l’inferno in cui vi trovate e di uscirne fuori

al più presto. Raccomando sensibilità alla minaccia “Ti ammazzo!” Non è

un semplice modo di dire. E’ molto grave a livello umano, ma è

pericolosissimo a livello relazionale, oltre al fatto importantissimo che

disocculta una grave psicopatologia.

Per quanto riguarda la vita intima e sessuale valutate la “sindrome del

lupo e dell’agnello”, i comportamenti fortemente aggressivi e gli

atteggiamenti infantili e filiali del vostro uomo nei vostri confronti. Questa

drastica oscillazione tra l’essere tenero e indifeso e l’essere brutale e

perverso attesta di un’organizzazione psichica molto fragile che può

esplodere da un momento all’altro nella perdita dell’autocontrollo e del

“principio di realtà” se non è contenuta dai meccanismi di difesa.

Se il vostro uomo sessualmente manifesta interesse morboso verso i

rapporti anali e non genitali, se il vostro uomo esprime la sua “libido”

secondo pulsioni sadomasochistiche, se il vostro uomo si autocompiace

narcisisticamente e non vi riconosce come persona da amare, se il vostro

uomo riconosce e adora soltanto se stesso come unica e vera realtà, se

riscontrate tratti di questi comportamenti e di queste tendenze potete

certamente preoccuparvi della situazione rischiosa in cui vi trovate e potete

prospettare una psicoterapia individuale per il vostro “lui” o di coppia per

porre intanto il problema allo specialista e avere una migliore

consapevolezza della situazione in cui, vostro malgrado, vi trovate.

Bisogna ancora valutare l’aggressività intima e sociale che il vostro uomo

esterna nelle parole o nei fatti durante la vita quotidiana. In particolare se

viene fuori con espressioni del tipo “li ammazzerei tutti” o “meritano di

morire” o “ci vorrebbe la pena di morte” o “bisogna farli fuori” e similari

soluzioni su fenomeni sociali in atto.

Valutate ancora la “misoginia” del vostro uomo, il sentimento

dell’odio, consapevole e non, che esterna nei confronti delle donne, il

concetto negativo che ha sull’universo femminile, lo schema culturale

materialistico e arretrato che ha inscritto nella sua interiorità.

Esemplificazione: “Le donne sono tutte uguali.” o “A cosa servono le

donne? Solo per far sesso!” o “Le donne devono essere soltanto

bastonate.” o “Le donne sono esseri inferiori.” o semplicemente “Tutte

troie!”.

In conclusione bisogna valutare il tipo di rapporto che il vostro uomo ha

con sua madre. Se esterna una relazione ambigua di amore e odio, di

dipendenza e autonomia, di accettazione e rifiuto, se manifesta un legame

ambiguo di fusione e distacco, di premura e rabbia, se manifesta una

pulsione di morte verso questa figura a suo modo sacra. In tal modo potete

avvalorare la convinzione di avere vicino una persona notevolmente

contrastata e conflittuale che versa in uno stato psichico “limite”, ai bordi

tra la nevrosi e la psicosi, tra la normalità e la follia.

  1. Convincersi che la psicodinamica dell’uomo violento ha radici lontane ed è una psicopatologia grave non legata alla vostra azione e tanto meno alla vostra responsabilità.

E’ importante e determinante acquisire la ferma consapevolezza che il vostro uomo ha una storia esistenziale e psicologica che voi avete in pieno, nel bene e nel male, ereditato. La “formazione psichica reattiva”, il carattere, del vostro uomo non è dipesa da voi. In nulla avete contribuito alla sua prima formazione psichica e alla basilare evoluzione psicologica. State raccogliendo quello che altri hanno seminato, state subendo le conseguenze nefaste di una formazione psichica altamente critica e conflittuale. Siete il capro espiatorio di altri bisogni di affermazione e di altre vendette. Le radici violente del vostro uomo risalgono alla sua prima infanzia, tecnicamente alle “posizioni orale e anale” e alla mancata risoluzione del legame con i genitori e in special modo con la madre. La psicopatologia è grave perché ha origini lontane e risale al tempo in cui l’Io, la vigilanza e l’autocontrollo erano ancora in formazione. Semplificando: il vostro uomo regredisce a quelle posizioni psichiche, vi confonde con la madre e diventa veramente pericoloso per la sua donna.

Valutate anche i costumi e i gusti sessuali del vostro uomo, il

comportamento nei riguardi del vostro corpo e della vostra persona, le

propensioni narcisistiche, la violenza giustificata con la pulsione sessuale,

le fantasie e i giochi erotici, la qualità globale della relazione, la remissività

del bambino che contrasta con la violenza dell’uomo adulto. Valutate la

gelosia e le pulsioni ossessive, la paranoia e le compulsioni, la necessità di

fare determinate azioni per sentirsi meglio.

Esemplificazione: “Non sono io che lo provoco e gli scateno la crisi di

nervi.” o “Quando dà in escandescenze, non lo riconosco. E’ tutta un’altra

persona!” o “Sembra una bestia quando si arrabbia. Ha uno sguardo

terribile e gli occhi sono di ghiaccio.” o “Mi guarda e sembra che non mi

riconosce.”

  1. Essere fermamente consapevoli che non potete aiutare chi ha soltanto necessità di curarsi.

Alla luce di quanto avete capito di voi e della situazione in cui vi trovate, potete abbandonare l’onnipotenza terapeutica e la vostra pulsione materna di aiutare e perdonare chi ha tanto sofferto da bambino. Abbandonate la pulsione della buona samaritana o della prospera infermiera. Voi non siete valenti psicoterapeuti e tanto meno esperti psichiatri, voi siete la parte lesa e, vostro malgrado, la parte in causa senza aver in nulla contribuito a tanto marasma psichico. Ricordate che il medico pietoso procura cancrena nella ferita. E allora valutate la necessità della psicoterapia e di un lungo periodo di cura per ripristinare un equilibrio corretto nel vostro uomo in coppia e in famiglia.

Esemplificazione: “Non posso far nulla per te. Io posso soltanto accompagnarti in questo tragitto terapeutico.” o “A mia volta posso farmi aiutare a capirmi e a capirti. Devo anche superare i traumi inferti dalla tua malattia.” o “Ci vuole qualcuno che ragiona in questa situazione e questo qualcuno meno male che sono io.”

Questo punto è importantissimo: il vostro uomo è malato, ha una psicopatologia grave anche se non si vede sempre e soprattutto anche se oscilla tra la violenza e la remissività. Quest’ultimo sintomo è la ineccepibile prova della malattia: il lupo e l’agnello, la crudeltà del primo e l’innocenza del secondo.

  1. Per rafforzare la vostra azione difensiva, considerate l’importanza di evitare traumi ai vostri figli. Considerate che anche loro possono essere vittime della follia omicida di un padre tralignato in bieco assassino a causa della sua malattia.

I figli sono da tutelare in ogni senso, dal versante psichico al versante fisico. Passate dal vostro giusto amor proprio e dalle vostre adeguate difese alla necessaria difesa dei vostri figli. Pensate di essere massimamente nel giusto. Recuperate il senso ancestrale della maternità, la legge neurovegetativa del sangue, quell’istinto che ancora è presente dentro di voi e che avete scoperto nel momento successivo al travaglio e al parto. In questo modo acquistate quella forza che eventualmente vi manca in così grande emergenza. La psicopatologia del vostro uomo non riconosce nei suoi eccessi critici i figli e il suo delirio induce a viverli come suoi prodotti da portare via o come strumenti per punirvi.

Esemplificazione: “Dobbiamo tutelarci e proteggerci.” o “I bambini non hanno nessuna responsabilità e non devono assistere a queste scene terribili.” o “E se ci ammazza?”

  1. Volersi tanto bene, agire con il buon senso e seguire anche i consigli che troverete da voi stesse cammin facendo.

In tanta emergenza considerate la vostra importanza e l’importanza del volersi bene. Siete nel giusto, ma la situazione può degenerare nel drammatico-quasi tragico. State imparando una lezione che avreste benissimo evitato, ma il ballo della vita e delle persone vi ha voluto coinvolgere e vi ha richiesto buon senso e amor proprio senza esagerazioni della paura e del panico o della superficialità e del minimizzare. Avete avuto bisogno di altri, ma non avete smarrito voi stessi, le vostre capacità e il buon consiglio che potete dare a voi stesse. Dopo attenta riflessione su quello che vi hanno detto da tutte le parti, chiedetevi “E io cosa penso e cosa mi dico?” Questo è importantissimo per voi e dispone per una buona reazione a tanta disgrazia.

Esemplificazione: “Non mi devo confondere, impaurire e tanto meno perdere d’animo.” o “Secondo me devo fare in questo modo” o “Ho capito”.

  1. Ricordare sempre che il corpo è tutelato dal Diritto naturale e dalla Legge ordinaria e che nessuno può usargli violenza. Al primo ematoma “112” o “113” è il numero giusto.

Bisogna anche avere una buona coscienza socio-politica-giuridica in questa situazione estrema, esserne fiere e curarla. Nessuno può usare violenza al vostro corpo. L’ematoma e la fuoruscita di sangue sono reati penali che devono essere denunciati e registrati per il bisogno futuro. Recatevi sempre al “Pronto soccorso” per farvi curare e per registrare il reato subito, la violenza sul corpo, l’emorragia, la contusione, l’ematoma. Il referto medico, la diagnosi, la terapia e la prognosi hanno un valore legale enorme e possono esservi utilissime per tutti i casi riconosciuti dalla Legge e per le evenienze future. Di poi, possono essere utili le diagnosi psicologiche e le psicoterapie di sostegno o di ristrutturazione psichica in riparazione dei traumi subiti. La Polizia e i Carabinieri riteneteli i vostri naturali difensori e non pensate mai che mettete nei guai il vostro uomo se vi rivolgete alle Forze dell’Ordine. Non cadete nella banalità paranoica di una possibile divulgazione dei fatti vostri. Chi sbaglia deve pagare per ravvedersi. La vostra vita vale più di ogni altro bene. Voi siete importanti per voi stesse e anche per i vostri figli. Avete la responsabilità di educarli, di farli studiare e di realizzare tanti progetti insieme a loro. Trovate la forza per procedere anteponendo a tutto il resto voi e i vostri figli. Consapevoli che le minacce nei casi gravi non servono, anzi a volte acuiscono la gravità della situazione, pur tuttavia dovete sempre fare presente al partner che siete soggetti di diritto sin dal primo insorgere dei maltrattamenti psicofisici e precisate che il corpo è vostro e lo potete gestire soltanto voi.

Esemplificazione: “Non devi alzare le mani, perché ti denuncio!” o “Non

mi devi nemmeno toccare o chiamo immediatamente la polizia”.

Salvatore Vallone

GLI INSETTI IN TESTA

TRAMA DEL SOGNO

“Ieri notte ho sognato o perlomeno mi sono insolitamente ricordata di aver sognato.

Le scrivo anche per il disagio che mi ha lasciato in questa giornata e che ancora non mi è completamente passato.

Ero a casa con il mio compagno in una situazione di assoluta normalità.

Sento un forte prurito in testa, quasi insopportabile.

Vado in bagno e mi spazzolo i capelli, assurdamente vedo il mio cuoio capelluto, pur avendo una folta capigliatura, è completamente coperto da uno strato argilloso solidificato.

Provo a pulirmi con le mani, questa copertura la vedo creparsi e cadere a pezzetti della stessa dimensione e qui mi accorgo che dividendosi alcuni diventano insetti, li vedo muovere e non provo nessun stupore, mi lavo i capelli e non vedo più il cuoio capelluto, tutto quanto si è sgretolato, scomparso, forse sciolto dall’acqua.

Mi sento bene, pulita, racconto al mio compagno quanto accaduto e, come me, non se ne sorprende.

Passano pochi minuti e risento lo stesso prurito, ritorno in bagno, tutto si ripete ….e fortunatamente mi sveglio o comunque non ricordo altro.”

Annamaria

INTERPRETAZIONE

Procedo passo dopo passo con la massima chiarezza consentita dalla psicodinamica del sogno di Annamaria.

Ieri notte ho sognato o perlomeno mi sono insolitamente ricordata di aver sognato.”

Il Vivente umano e animale possiede una attività psicofisiologica onirica in cui riversa i propri contenuti psichici seguendo le modalità dei “processi primari”, nello specifico la “condensazione” e lo “spostamento”, in generale la Fantasia che si esercita anche nella veglia.

L’amnesia del contenuto o di parte dei contenuti del sogno è assolutamente normale e dipende dal grado di intensità del sonno e dalla parziale presenza di memoria. In ogni caso ricordiamo sempre parti o spezzoni dei nostri sogni e al risveglio li componiamo secondo la Logica consequenziale commettendo un errore, perché la funzione onirica non procede secondo i principi della Logica aristotelica. La presenza di memoria nel sonno dipende anche dalle fasi REM e nonREM. Annamaria era in fase REM e ha ricordato la trama del sogno perché era turbata dal contenuto e si è in parte svegliata continuando a dormire e a elaborare il suo prodotto psichico, quei vissuti e quei temi che l’avevano colpita nei giorni precedenti e che occupavano lo spazio subcosciente della sua psiche.

Le scrivo anche per il disagio che mi ha lasciato in questa giornata e che ancora non mi è completamente passato.”

Quando il sogno tocca note conflittuali e dolenti, lascia uno strascico di tensione e di amarezza fino a quando non interviene la “razionalizzazione” del contenuto o il meccanismo di difesa della “rimozione”. La prima opera una comprensione più o meno precisa del significato psichico profondo, il secondo fa dimenticare la trama del sogno e attenua la tensione. Quest’ultima può durare anche due o tre giorni prima di lasciare il posto ad altre evenienze psicofisiche.

Ero a casa con il mio compagno in una situazione di assoluta normalità.”

Tutto nella regolarità esistenziale e nella normalità psichica, tutto nella continuità storica delle persone della coppia, tutto procede secondo copione e secondo monotonia. Annamaria ha un uomo su cui investe la sua “libido”, la sua energia vitale affettiva, erotica e sessuale. In questa maniera vive il suo compagno di vita e di cammino. La problematica psichica che si profila è personale, ma verte anche sulla vita di coppia.

Sento un forte prurito in testa, quasi insopportabile.”

La “testa” è un simbolo fallico e condensa il potere della mente e della razionalità. Il “prurito” rappresenta la degenerazione della “libido” nella sua accezione conflittuale, una lotta tra idee opposte e progetti contrastanti. Annamaria vive una psiconevrosi che è partita dalla vera natura sessuale della “libido” e che si è “sublimata” nella sfera mentale. La ripetitività della pulsione e dell’istanza psichica procura affanno. Il “prurito” può essere equiparato a un travaglio in attesa del parto, a un’evoluzione psicofisica che avrà la sua epifania o manifestazione.

Vado in bagno e mi spazzolo i capelli, assurdamente vedo il mio cuoio capelluto, pur avendo una folta capigliatura, è completamente coperto da uno strato argilloso solidificato.”

Il bagno è il luogo simbolico dell’intimità e della “catarsi” e, infatti, Annamaria si chiarisce le idee spazzolandosi i capelli, prende atto dei suoi pensieri e progetti in riguardo alla sua persona e al suo essere in coppia. Nonostante i tanti capelli della sua realtà tricologica, Annamaria si rende conto che il suo cuoio capelluto è ricoperto di uno strato argilloso, oltretutto solidificato, prende consapevolezza che le sue idee e i suoi progetti si sono talmente irrigiditi perché sono stati oltremodo difesi dalla presa di coscienza per continuare a vivere e per non turbare l’armonia monotona della quotidianità esistenziale e dello scambio di coppia. I progetti psichici di Annamaria sono stati rilanciati nel tempo, sono stati rimandati al punto di essere rigidamente difesi, ma hanno incontrato un punto di rottura proprio per questo disguido temporale. Annamaria chiede a se stessa cosa è successo alle sue idee e ai suoi progetti, perché il suo quadro mentale si è irrigidito.

Degno di rilievo è il meccanismo onirico della “figurabilità”: rappresentare la psicodinamica con l’immagine adeguata e creativa.

Provo a pulirmi con le mani, questa copertura la vedo creparsi e cadere a pezzetti della stessa dimensione”

Annamaria è pronta e matura per prendere coscienza di cosa si nasconda sotto la copertura cerebrale e di cosa si tratta. La pulizia con le mani del cuoio capelluto è una prima “catarsi” attraverso l’azione e il fare. Annamaria è una persona concreta e socievole che aiuta le sue consapevolezze attraverso le azioni e le relazioni. In questo contesto di praticità e di pragmatismo Annamaria può procedere alla pulizia delle sovrastrutture ideologiche che hanno limitato la sua vita e l’esercizio della sua “libido”. Si tratta proprio di un sistema sovrastrutturale di ideologie, di insegnamenti familiari, di dettami sociali, di idee rigide e fisse, di schemi culturali che hanno impregnato Annamaria sin dalla sua infanzia e ne hanno condizionato le scelte. E’ giunto il tempo di liberarsi di questo materiale psichico difensivo e non autentico, è arrivato il tempo di cambiare e di avviarsi verso la scoperta dell’autenticità o di quello che veramente Annamaria pensa e vuol progettare perché lo desidera. L’essere della stessa dimensione denota che i pezzetti di argilla o le idee sono della stessa qualità e vertono sullo stesso tema. Andiamo a vedere la qualità dei contenuti, dopo aver ribadito la bontà dell’uso del meccanismo della “figurabilità”.

e qui mi accorgo che dividendosi alcuni diventano insetti, li vedo muovere e non provo nessun stupore,”

Cosa aveva rimosso o apparentemente dimenticato Annamaria?

Cosa aveva avvolto e confuso con le sovrastrutture ideologiche e con gli schemi socioculturali Annamaria?

E’ presto detto: la fecondazione e la gravidanza, il desiderio di avere un figlio e il bisogno di diventare madre. Gli “insetti” rappresentano simbolicamente gli spermatozoi, il seme che provvede alla fecondazione e all’ingravidamento. Il progetto si è disoccultato e non produce alcun turbamento psicofisico. “Mi accorgo” si traduce “ho preso consapevolezza” di un’idea e di un progetto che ho tenuto dentro per una vita, dall’infanzia alla maturità in pieno rispetto del mio essere femminile. Essere fecondata rientra da sempre nei miei piani e nelle mie attese esistenziali, ma la cultura e la razionalità hanno destituito di realtà e hanno ostacolato la realizzazione del mio progetto di diventare madre.

mi lavo i capelli e non vedo più il cuoio capelluto, tutto quanto si è sgretolato, scomparso, forse sciolto dall’acqua.”

La “catarsi” è completa insieme alla presa di coscienza, le idee sono liberate dai sensi di colpa, il progetto è stato ripulito dalle paure per ritornare a essere un insieme di idee naturali e normali. Annamaria si è liberata dalle sovrastrutture difensive, meccanismo di difesa della “razionalizzazione” che può degenerare nella “intellettualizzazione”, e dalle resistenze psichiche che le impedivano di prendere coscienza dei suoi desideri e dei suoi bisogni di donna. “L’acqua” è simbolo femminile e denota l’emergere dell’istinto materno all’interno di un progetto molto mentale di maternità. Annamaria ha smarrito nel processo di “razionalizzazione” la pulsione e il desiderio di diventare madre. Il desiderio è la rappresentazione mentale dell’istinto. “Sgretolato”, “scomparso”, “sciolto” sono i verbi che attestano di un processo drastico di liberazione e di ritrovata armonia psicofisica. Annamaria è una donna molto decisa e con la sua ascia razionale taglia la testa al toro senza incertezze e titubanze.

Mi sento bene, pulita, racconto al mio compagno quanto accaduto e, come me, non se ne sorprende.”

Come volevasi dimostrare ritorna il compagno in un teatro di assoluta normalità e di ritrovata armonia psicofisica. I due hanno tanto parlato della possibilità di una gravidanza al punto che si sono fatti una ragione dell’impossibilità di avere un figlio. Si presenta una coppia che nel tanto ragionare omette il tanto desiderare. Il desiderio è la molla dell’azione e la coscienza consegue con la deliberazione e la decisione. Nella coppia è stato risolto con un nulla di fatto la possibilità di avere figli. Annamaria si sente bene e non avverte alcun senso di colpa proprio perché ha tanto ragionato sulla possibilità di un lieto evento. Purtuttavia, il sogno non si esime di farle presente il travaglio intellettivo che ha vissuto per giustificare questa scelta.

Passano pochi minuti e risento lo stesso prurito, ritorno in bagno, tutto si ripete ….e fortunatamente mi sveglio o comunque non ricordo altro.”

Ma non è finita, la psicodinamica si ripete. Dopo la quiete arriva nuovamente la tempesta. Perché questo ritorno di fiamma? Il motivo si attesta nell’intensità del vissuto emotivo e nella rigidità della convinzione razionale. Annamaria ha fatto una scelta di testa che non è stata assorbita dal corpo, ha giustificato razionalmente una possibilità che il corpo voleva vivere. L’universo desiderante è entrato in conflitto con l’universo deliberante. Il ritorno della trama del sogno dice di una psiconevrosi, un conflitto da ripensamento e favorito dalla pulsione alla maternità e dal desiderio di avere un figlio.

Nel ricordare che il “prurito” condensa simbolicamente la degenerazione di un bisogno erotico e di un desiderio sessuale proprio perché coinvolge la “libido epiteliale”, si può chiudere il sogno di Annamaria con l’invito alla revisione delle scelte apparentemente ratificate o con la ulteriore “razionalizzazione” della frustrazione dell’istinto materno.

Concludo dicendo che questo è un sogno molto diffuso tra le donne in menopausa proprio per l’impossibilità organica di avere figli e ribadendo l’uso costante e acuto del meccanismo della “figurabilità” da parte di Annamaria.

A ENZO

Enzo è partito.

Ha infilato l’orologio nel polso sinistro,

ha comprato il biglietto nella stazione di Augusta,

è andato a Roma dai suoi amori.

Ha lasciato la biro su un foglio di carta,

sul tavolino del soggiorno:

sopra un bambino

che va sorridente a scuola con la cartella vecchia

e il panino imbottito di mortadella in mano.

Ha scritto parole semplici,

una stanza chiusa con dentro un mondo:

la primavera,

l’attesa,

la speranza,

la nostalgia.

Enzo è partito,

non come le tante volte,

come la volta fatale.

Il marinaio ha lasciato la barca a metà sul cortile di casa,

la poppa ancora da saldare

e la prua orgogliosa in cima ai suoi pensieri di ragazzo.

Saprà navigare anche questa volta,

saprà salpare verso un altro porto,

non Suez o Eilat,

il luogo delle sue paure e delle sue speranze di uomo dolce.

Enzo è morto

lasciandoci più poveri e più soli

nel nostro egoismo di sopravvissuti.

Omnia munda mundis, mondo cane!

Cura ut valeas, prezioso cugino mio!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 17, novembre, 2020

IL TEMPO

Cosa è il tempo…

il presente, il passato, il venire?

il levar del sole,

il biancor della Luna,

il manto sempre cangiante delle stelle?

Non puoi prendere il tempo,

non voglio il tuo tempo,

ma posso darti il mio tempo

a fermare la tua bellezza,

a fissare la luce del tuo sorriso

sempre immutato nel tempo,

a fare del tuo tempo

giorni di amore…

senza tempo.

Vincenzo Grillo

Augusta, primavera dell’anno 2019

LE ZECCHE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovavo all’interno di una stanza e mi sono accorta che avevo molte zecche che mi camminavano sulle braccia. Erano piccole e nere.

Vedendo che non riuscivo a toglierle o a fermarle, sono andata in bagno, ho aperto l’acqua nella vasca e ho immerso le braccia pensando di annegarle.

Invece mi sono accorta che continuavano a nuotare e salirmi sulle braccia. Una si è infilata sotto l’unghia, ho cercato di toglierla, ma n’è uscito del sangue che ha sporcato l’acqua della vasca.

Allora sono corsa in ospedale, ho fatto vedere all’infermiera all’entrata le zecche sulle braccia, lei non mi ha preso molto sul serio.

Allora con tutta l’agitazione e la paura che avevo, ho aperto il vestito che indossavo e ho mostrato le gambe.

Dal ginocchio in giù erano tempestate di zecche e gli ho detto che dovevano fare subito qualcosa.

L’infermiera, invece di portarmi dentro al pronto soccorso, ha chiamato un dottore perché mi guardasse e hanno perso molto tempo e non prendevano una decisione.

Io a quel punto mi sono svegliata in preda alla paura”

Questo e così ha sognato Adalgisa.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

“Mi trovavo all’interno di una stanza e mi sono accorta che avevo molte zecche che mi camminavano sulle braccia. Erano piccole e nere.”

La fecondazione è la psicodinamica vissuta sulla pelle da tutte le donne, al di là della loro disposizione psicofisica a mettere al mondo un figlio. Il benefico e naturale travaglio inizia dal menarca. In quel momento l’adolescente viene promossa a tutti gli effetti “donna” da Madrenatura, dalla famiglia e dalla società civile. La Cultura varia i suoi schemi di borgo in borgo e decreta l’iscrizione della bambina nel registro della fecondità e della fertilità. La stessa procedura non è seguita dalla Psicologia profonda della Femminilità semplicemente perché l’adolescente arriva nel tempo a viversi come donna e questo tragitto dura dai due ai quattro anni. Il sogno di Adalgisa è buon testimone di quanto affermato. L’interpretazione completerà l’opera di convinzione che il travaglio della fecondità, della fecondazione, della gravidanza e del parto sono tappe psicofisiche fenomenali e altamente formative nell’evoluzione dell’universo femminile.

Adalgisa visita in sogno la “stanza” riguardante la sua dimensione di donna e di madre e ha la consapevolezza di avere tanta paura della gravidanza perché “le zecche piccole e nere” sono gli spermatozoi in versione pessimistica e angosciosa. Questi animaletti molesti sono simboli del seme che può ingravidare nelle relazioni sessuali con i maschi. Le “zecche” “camminavano sulle braccia”, simboli della relazione, proprio per attestare simbolicamente della disposizione di Adalgisa a stare con gli uomini in intimità sessuale. Pur tuttavia e meno male viene fuori la sua paura di essere fecondata e all’uopo tiene le “zecche” sulle braccia e lontano dalle parti del corpo decisamente più pericolose.

Vedendo che non riuscivo a toglierle o a fermarle, sono andata in bagno, ho aperto l’acqua nella vasca e ho immerso le braccia pensando di annegarle.”

Adalgisa è una donna matura che non disdegna la compagnia maschile e i rapporti del suo tipo, è una donna che osa e che rischia, è una donna che ha dato al genio della Specie e che adesso vuole vivere il suo corpo in versione orgasmica, una dimensione psicofisica estremamente benigna. Magari ha avuto un rapporto sessuale a rischio e, appena si è addormentata, ha elaborato la sua paura sul tema, un vissuto ben radicato nelle donne che osano. Adalgisa non ha potuto controllare il suo maschio che eiaculava magari nel tentativo maldestro e dannoso di un “coitus interruptus”, uno stato psicofisico che sta nel mezzo ma che non è virtuoso a causa del persistente dilemma amletiano del “godo o non godo”. E, allora, alla fine dell’amplesso insorge in Adalgisa l’ansia e la paura di essere rimasta incinta. E’ importante che queste brutte bestie non degenerino in angoscia, che non evochino il materiale psichico pregresso al riguardo, perché altrimenti le carte si complicano e diventano ingiocabili. La simbologia conferma quanto detto nella “vasca” da bagno che è simbolo del grembo materno, nella “acqua” che è sempre il simbolo femminile del liquido amniotico, nel “toglierle, fermale, annegarle” che attestano di un rifiuto netto e crudo di restare incinta. Ricordo anche il rituale del “post coitum” da parte della donna in piena ansia di lavarsi le parti intime con una cura prossima all’ossessione e ispirato alla catarsi del senso di colpa. Adalgisa sta vivendo in sogno tutto questo trambusto psicofisico ambiguo e ambivalente, un cumulo di sensazioni che oscilla tra il piacere sessuale e la paura della gravidanza. Questo capoverso è l’allegoria del contrasto che si recita dopo il coito nell’animo e nel corpo della donna. A questo punto il sogno procede, progredisce e s’intensifica emotivamente nella rievocazione di un possibile trauma.

Invece mi sono accorta che continuavano a nuotare e salirmi sulle braccia. Una si è infilata sotto l’unghia, ho cercato di toglierla, ma n’è uscito del sangue che ha sporcato l’acqua della vasca.”

La scenografia diventa drammatica e lo psicodramma intenso. Adalgisa è alle prese con le sue angosce di fecondazione e di gravidanza. Tenta in tutti i modi di liberarsi dalla possibilità di un esito infausto del rapporto sessuale, evenienza legata a uno spermatozoo, “una zecca”, che ha fatto il suo dovere ed è andato al posto giusto, “si è infilato sotto l’unghia”. Per questo motivo è stato necessario un aborto con il “sangue che ha sporcato l’acqua della vasca”, il feto e l’utero. La simbologia è inequivocabile e semplice nella decodificazione. Adalgisa ha immaginato o ha vissuto una interruzione, spontanea o non, della gravidanza. L’ossessione della fecondazione si manifesta nel “continuavano a nuotare e salirmi sulle braccia”. “Mi sono accorta” denuncia la consapevolezza del quadro psichico nel sogno e nella veglia. Adalgisa ha proprio questo problema di fertilità e di rischio di gravidanza, ma non sa fare a meno dell’assalto delle “zecche” e della “unghia” birichina che accoglie la zecca giusta per la bisogna e atta all’uopo. Il coito è desiderato in maniera direttamente proporzionale alla paura di restare incinta. L’ansia giusta aiuta l’avvento dell’orgasmo. Decisamente lo stato d’agitazione in sogno è in crescendo, per cui vediamo il prosieguo.

Allora sono corsa in ospedale, ho fatto vedere all’infermiera all’entrata le zecche sulle braccia, lei non mi ha preso molto sul serio.”

E la storia si fa drammatica perché arriva “l’ospedale” e “l’infermiera” indifferente, almeno nella narrazione manifesta. La decodificazione dice che Adalgisa è giovane e alle prime armi e ha bisogno di aiuto, un aiuto didattico più che medico, ha bisogno di educazione sessuale, quella cosa che non si insegna ancora nelle scuole nella giusta maniera e che si lascia all’improvvisazione di sedicenti esperti e da cui i genitori si sottraggono per le vergogne e per le inibizioni maturate nella loro adolescenza. Ancora. Adalgisa sta sognando quando da ragazzina si è trovata a fare sesso e a prendere atto del rapporto sessuale e degli spermatozoi, di qualche irruenza ormonale e di qualche conseguente rischio. Adesso ha bisogno di aiuto in attesa della fatale mestruazione che taglierà la testa al toro e cerca disperatamente quelle rassicurazioni che non sono certezze, ma che aiutano tantissimo nel mare dei dubbi di una potenziale ragazza madre, come si chiamavano ai miei nefasti tempi le giovani donne che avevano portato avanti la gravidanza e partorito il figlio. Magari ha chiesto alla mamma, al posto della “infermiera”, qualche notizia sul sesso e sul coito e ha avuto come risposta un ridimensionamento del caso e una superficiale derisione. Propenderei verso l’interpretazione della mancata didattica e della forte pulsione sessuale, piuttosto che verso un trauma reale di interruzione di gravidanza e semplicemente perché la simbologia sarebbe diversa e maggiormente coperta ed ermetica. La semplicità dei simboli attesta della semplicità del caso, che, pur tuttavia, per la giovane Adalgisa è veramente complesso e ansiogeno.

Allora con tutta l’agitazione e la paura che avevo, ho aperto il vestito che indossavo e ho mostrato le gambe.”

Adalgisa celebra in sogno la sua “epifania” sessuale in riguardo alla didattica. Il quadretto è apparentemente piccante e conferma in maniera disarmante l’inesperienza e il bisogno di conoscenza dell’adolescente, una delle tante forme del “sapere di sé” e del suo corpo nel caso specifico. Il gesto di “aprire il vestito” simboleggia lo svelamento del problema e l’esibizione della sua condizione femminile alle prese con attributi e prerogative sessuali diverse dalla condizione maschile. Il “mostrare le gambe” non è un atto erotico di stampo seduttivo, ma equivale alla sintesi della problematica femminile legata all’acquisizione dell’identità di donna e di potenziale madre. Adalgisa è agitata e ha paura per quelle informazioni che non le vengono date in riguardo alla sessualità e per quell’educazione che le è stata negata per indolenza e per resistenza degli adulti, per remore religiose e per bacchettoni schemi culturali.

Dal ginocchio in giù erano tempestate di zecche e gli ho detto che dovevano fare subito qualcosa.”

Immaginate una ragazzina che comincia a vivere la sessualità “genitale” e si trova con il suo ragazzo nella medesima situazione psicofisica. Succede che l’eccitazione li coinvolge e a causa dell’inesperienza lui eiacula tra le gambe della ragazza con tanta paura di lei per quello che non sa e che non le hanno detto. Magari glielo hanno spiegato, ma una cosa è la teoria e un’altra cosa è la pratica. L’eccitazione sessuale lascia il posto all’agitazione per una gravidanza, oltretutto da giustificare al padre e alla madre. Ignorare aiuta l’agitazione anche a causa del senso di colpa che avvolge la sessualità e il suo esercizio quando non è consentito dalla legge materna e paterna, culturale, religiosa e senza dimenticare la legge del “Super-Io” della stessa Adalgisa, le paure e i limiti, le angosce e le inibizioni che da sola si infligge. La misura è colma e le “zecche” vanno spiegate nel modo giusto, perché tra gli ormoni che spingono e le circostanze relazionali che sorgono è molto arduo giostrarsi senza cadere nella tentazione eccitante del “proviamoci e speriamo bene”. Di poi, ci si potrà logorare in attesa del mestruo che immancabilmente in quel mese ritarderà, proprio perché chiamato in causa dalla psiche dispettosa e dalle tensioni in eccesso. Anche gli orologi biologici sono fortemente influenzati dalle emozioni, oltre che dagli ormoni. Se Adalgisa non ha confidenza con la madre, a chi volete che si rivolga per lenire le sue ansie, al padre? Magari! Si porterà dietro la sua formazione mancata fino all’autorizzazione a procedere nell’atto del matrimonio. Questo almeno secondo il vangelo dei genitori e della società bigotta dei miei tempi. In verità la giovane donna continuerà a trasgredire e a passare di eccitazione in agitazione con il rischio di restarci secca e possibilmente di contribuire beneficamente alla lotteria del Genio della Specie.

L’infermiera, invece di portarmi dentro al pronto soccorso, ha chiamato un dottore perché mi guardasse e hanno perso molto tempo e non prendevano una decisione.”

Adalgisa riconferma in sogno il suo dramma di allora: la mancata educazione sessuale e l’incidente di percorso nel primo esercizio della sua vita sessuale. Nessuno, anche gli addetti ai lavori, appagano i bisogni di sapere della giovane donna alle prese con il suo corpo che vuole e la sua mente che vuole sapere, di una Adalgisa che oscilla tra Eros e Dea Madre, tra la sua femminilità fertile e prorompente e le censure del Super-Io individuale e sociale. Il “pronto soccorso” è squisitamente psicologico, il luogo atto a un “SOS adolescente chiama e vuol sapere”, ma non la favola di Cappuccetto rosso e del lupo, bensì la verità oggettiva di un corpo che è maturato ed è pronto alla sessualità prospera e alla possibilità della maternità. Quante donne riferivano nelle sedute di psicoterapia di aver tanto desiderato una madre aperta e amica, piuttosto che una madre bigotta e tiranna. Lasciamo da parte il padre perché la sua figura così importante in questi settori è stata ed è latitante per stupidi pudori e maschili pregiudizi. I figli lamentano sempre questa lacuna educativa nei genitori. Il sistema educativo ha contribuito alle incertezze psico.evolutive di Adalgisa. “L’infermiera” e “il medico” rappresentano le figure genitoriali in versione sanitaria, una salute psichica più che fisica.

Io a quel punto mi sono svegliata in preda alla paura”

E con la “paura” della sua vita sessuale e della sua vitalità erotica Adalgisa è cresciuta. Lei ha chiesto, ma nessuno ha risposto in maniera adeguata ed esauriente, anzi hanno minimizzato le sue richieste in riguardo alla fecondazione e al rischio di gravidanza. Questo riesuma in sogno Adalgisa, il periodo in cui si addentrava nei misteri dell’Eros e aveva paura del suo corpo che era in perfetta salute e dei suoi primi contatti, più che rapporti, sessuali, che immancabilmente finivano con l’eiaculazione precipitosa del partner, altrettanto giovane e inesperto perché anche lui vittima del sistema educativo e culturale.

Chi non ha vissuto questo trambusto e queste esperienze faccia un passo avanti.

Ma vi siete mossi tutti o non si è mosso nessuno?

IL TERREMOTO

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovo all’ultimo piano di un palazzo in un condominio.

Guardo giù dal balcone e ho leggero un senso di vertigine.

Sotto vedo una città sott’acqua con la gente che cammina tranquilla e serena.

Rientro nella stanza e arriva un terremoto.

Il palazzo collassa, ma non mi succede niente.”

Gervasio

INTERPRETAZIONE

Procedo in maniera semplice e lineare, capoverso dopo capoverso.

Mi trovo all’ultimo piano di un palazzo in un condominio.”

Gervasio è un giovane uomo che socializza con facilità e con naturalezza. Vive in un palazzo e in un condominio dove, di certo, la gente non manca. Bene, per quanto riguarda il riconoscimento degli altri e la convivenza. Qualche perplessità si palesa per il fatto che Gervasio si trova all’ultimo piano di questo palazzo, la zona più alta del complesso edilizio che simbolicamente attesta del processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”, il meccanismo che rende nobili e pure le cariche erotiche e sessuali proprio convertendole nella solidarietà e nel servizio verso il prossimo. Gervasio è un uomo che sublima la sua sessualità vivendo tra la gente, è un uomo buono e disponibile.

Guardo giù dal balcone e ho leggero un senso di vertigine.”

Gervasio tenta di coinvolgersi in maniera diversa e di servirsi del suo corpo in questo processo di riconoscimento della realtà nei suoi aspetti concreti e materiali. Si affaccia e prende coscienza della difficoltà che incontra nel sentirsi libero e non condizionato dalla tendenza a sublimare e di mettersi al servizio degli altri. La vertigine scatta nel momento in cui si percepisce la possibilità di allargare le proprie vedute e di concretizzare nuove visioni della realtà in cui si vive: la benefica vertigine della libertà. Gervasio si affaccia con titubanza verso un orizzonte sociale più intrigante e complesso e ha paura di abbandonare o di cambiare gli schemi culturali e i meccanismi psichici che lo hanno sempre accompagnato nella sua vita quotidiana.

Sotto vedo una città sott’acqua con la gente che cammina tranquilla e serena.”

Gervasio non è estraneo alla frequentazione di Venezia, magari è un abitante della meravigliosa città lagunare o è uno studente che, di tanto in tanto, s’imbatte nell’inquietante fenomeno meteorologico dell’acqua alta. Il sogno ha tutt’altra valenza interpretativa e i simboli ci dicono che Gervasio ha un forte legame psichico con la figura materna che trasporta pari pari nel desiderio di una vita sociale protetta e non insidiata dalle invidie e dalle competizioni. Si manifesta la ragione per cui Gervasio ha usato in prevalenza e coltivato il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”. Gervasio predilige la protezione sociale ed è alieno dall’isolamento e, per assolvere in pieno questo bisogno, si mette al servizio degli altri nelle forme più nobili come l’arrecare sollievo al suo prossimo al fine di essere accettato e non estromesso, per non essere relegato nella solitudine.

Rientro nella stanza e arriva un terremoto.”

La vertigine della presa di coscienza di potersi liberare dalle angustie psichiche legate alla tendenza a sacrificare la sua energia sessuale convertendola in servizio al prossimo per essere accettato, ebbene tale consapevolezza si manifesta simbolicamente nel “terremoto”, uno sconvolgimento psichico non distruttivo ma evolutivo, un benefico sconquasso psichico che permette di riformularsi e di usare i tanti meccanismi psichici di difesa che la Natura ha dato in dote all’essere umano sensibile al cambiamento e capace di adattarsi ai tempi e alle evenienze. E’ vero che Gervasio si ritira nella stanza ossia in se stesso, ma è altrettanto vero che si è esposto dal balcone e ha visto la città sott’acqua e la gente serena. Ma non basta perché, di poi ha percepito il terremoto, la possibilità della sua conversione migliorativa a una vita erotica e sessuale più coinvolgente senza ricorrere alle sublimazioni della sua libido.

Il palazzo collassa, ma non mi succede niente.”

Come volevasi dimostrare, Gervasio si libera dalle ultime resistenze al cambiamento dopo la presa di coscienza dell’uso eccessivo e univoco del processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” e si lascia andare alla socializzazione tranquilla e serena in mezzo alla gente che protegge e favorisce le relazioni significative di cui Gervasio ha bisogno.

CONSIDERAZIONE

Il sogno di Gervasio nella sua linearità attesta del problema di un uomo che si serve della “sublimazione della libido” per non restare solo e per avere relazioni protettive. Il “terremoto” simbolicamente non è poi tanto disastroso come nella realtà e servirebbe di tanto in tanto nella nostra vita per riformulare i vissuti e i meccanismi psichici che usiamo in maniera costante e rigida. La “sublimazione della libido” è un processo molto utile per la formazione della società e della cultura, ma è nocivo per l’equilibrio psicosomatico se usato in eccesso, perché produce la frustrazione della vita erotica e della vitalità sessuale. La castità religiosa forzata è foriera di danni mentali e di malattie psicosomatiche che si riverberano su quella società che inizialmente si vuole beneficare e proteggere. Leggete a tal proposito il testo di Freud “Disagio della civiltà”.

JULIETTE

Potevi chiamarti Greco e non Grecò,

come la signora Mara,

quella donna esposta di petto

e orgogliosa delle sue mani e della sua silhouette,

vestita di nero per lutto perpetuo,

che vende elettrodomestici in via Savoia

e liquida ritualmente al cinquanta per cento anche il padre

insieme agli estrattori del succo dei melograni di Proserpina.

Credimi,

saresti sempre stata la rosa nera dei cortili di Ortigia

che dalla Mastra Rua sboccano in fila indiana alla Giudecca,

nel quartiere degli Ebrei,

in un pieno maligno di odori speziati,

intessuti di salsedine e rosmarino,

di gerani ardenti di un rosso cupo

e di alghe morte di questo mare

che sopra dorme e sotto ribolle.

Poteva essere la tua Montpellier,

mais c’est si bon.

Potevi chiamarti Giulia,

come la mia compagna di classe,

la maestra abbandonata dalla madre infame e infoiata,

che con trecce bionde e lenti spesse

coltiva ancora la sua miopia

sopra i libri ammuffiti di greco e di latino,

in un bailamme osceno a lume di candele al sego puzzolente

intrattenendosi separatamente in via Mirabella,

la tua Rue Mirabeau,

al civico 23 del rinomato Cortile dei Porci

con Quinto Orazio Flacco e Publio Ovidio Nasone

e in ammucchiata con Eschilo, Sofocle ed Euripide,

sempre secondo il rito antico di Dioniso:

la follia nella testa e la danza nel ventre.

Poteva essere la tua Paris,

mais c’est si bon.

Potevi chiamarti Lisetta,

come la donna fedele soltanto a se stessa

e libera dai tabù del tempo e della storia

che attende sul balcone fiorito di basilico e di citronella

l’amore del marinaio infedele,

il naufrago che viene dal mare per grazia ricevuta

a consegnare le vesti ancora bagnate a Poseidon,

prima di accingersi all’amplesso ferino

dentro la grotta della Pellegrina di fronte l’isolotto di Ortigia,

mentre le onde del mare Ionio sciacquano le colpe dei nobili padri greci

e sciabordano i sensi infetti dei figli incivili in un continuo gorgoglio di morte.

Poteva essere la tua Saint Germain des Près,

mais c’est si bon.

Potevi chiamarti Sabina,

come la donna rapita dalla Tramontana e dallo Scirocco

con le cateratte del cielo poggiate sul balcone,

la maliarda che giostra le sue paturnie

in mezzo a sensuali trasporti

tra i muschi lucenti e le stelle cadenti

nella valle dell’invisibile Anapo,

immersa in tanta furia di natura sincera

là dove anche il povero Ercole pose li suoi riguardi

per eccesso di zelo e codardia,

occultandosi di giorno nelle chambres odorose di madame Suzette

e ricomparendo di notte nel bistrot di Via santa Maria dei miracoli,

nei pressi della Corte des Invalides.

Poteva essere la tua Ramatuelle,

mais c’est si bon.

Potevi chiamarti Maria,

potevi chiamarti Giulia,

potevi chiamarti Lisetta,

potevi chiamarti Sabina.

Ti hanno chiamata Juliette,

battezzata dalla gente di strada Jujube,

Jujube de mon coeur,

una fille silenziosa e solitaria

dai piedi scalzi e dalle gambe irsute

con un padre da immaginer e da odiare,

papà Gerard,

e una madre partisan da gifler e da odiare,

Juliette, elle aussi et comme toi,

lui poliziotto charmant d’italica memoria e uomo inetto,

della stessa pasta dei corsari corsi

e dei dittatori di un metro e mezzo,

lei tanto presa dagli uomini e dalla politique,

in attesa della Gestapo, di Ravensbruck, di Holleischen,

per tornare assolta tra le tue braccia adoranti

e prima di partire per l’Indocina

e lasciarti per sempre sola nella Rue des Innocentes,

nei pressi del cimitero più antico e più grande di Parigi.

C’est la vie, ma chère, c’est la vie!

Contavi diciotto anni,

dopo la tragica guerra della follia e dei bottoni,

in quel di Saint Germain des Près,

nella cinica e magica Paris,

e i boulevards erano l’ombelico del tuo corpo acerbo,

il luogo dove i bambini diventavano adulti

e gli adulti diventavano bambini,

tu enfant e mademoiselle,

tu fille della rue,

tu bohèmien,

tu pulzelle,

tu artista per bellezza,

tu esistenzialista per necessità,

espulsa dalla gente,

esplosa nella vita

dietro il decomporsi dell’amore

e dei sentimenti degli uomini

che a turno facevano a gara per averti,

per avere un tuo bacio,

per il caldo bacio di una magica vagabonda

che odora di avorio e di ghiaccio,

di pan brioche e di sesamo tostato.

Tu già sai quello che vuoi,

quello che ami e ammiri,

uomini e donne,

tu sai anche saltellare con un je m’en fous

tra i viali lunghi dei Campi Elisi

appena sconnessi dalla Luftwaffe.

Tu vuoi vivere soltanto le cose belle,

il resto lo lasci agli altri,

resisti alla banalità,

muovi il corpo a ritmo e le mani a danza

lungo le spire del tuo corpo sinuoso

in quel teatro di Montmartre

ripieno di clochard e accattoni,

di invalidi e deformi,

di cocottes e gigolò,

di artisti e commedianti,

di pittori e ladri,

di ballerine e cantanti,

il meglio del meglio di Paris après la guerre.

Nella strada cerchi il companatico e la baguette,

piedi nudi,

maglione nero dolce vita

e in un nero altrettanto sucrè nei pantaloni attillati,

ultima tra gli ultimi come nel vangelo della strada,

alla ricerca del sogno dei ricchi e della lotteria dei poveri.

Ma Paris è già canaille per una jeune miserable,

selvaggia,

indomabile,

silenziosa,

bizzarra,

asociale.

Mai dire jamais.

E così Mauriac ti saluta con un sonoro “bonjour Grecò”

davanti all’Hotel des Etrangers

tra le madames truccate e incappellate,

in odore di cipria e menopausa,

tra le pimpanti ballerine del Moulin rouge

in attesa di un ricco impotente da castigare.

Mai dire jamais.

Jean Paul e Simone ti parlano dell’Essere e del Nulla,

mentre se la godono al bar du Montana

tra una puzzolente Gauloises

e un aspro cognac Courvoiser da dopoguerra.

Per te,

proprio e solo per te,

il sarto sornione e furbetto cuce e adorna

La rue des blanques manteaux

con un boia pronto a gettare nel torrente dei frati bianchi

la tete avec le chapeau di generali e vescovi,

di ammiragli e commissari,

compresa quella di papà Gerard.

Mai dire jamais.

Alla Rumerie martiniquaise Albert fuma da straniero

le sue oppiacee Safir senza stare in cielo e in terra,

nella ricerca oscena dei tuoi baci e dei tuoi abbracci.

Ma tu non sei straniera a te stessa

e cerchi l’orgasmo del sapere di sé e dell’altro

al Bar du Port Royal con Maurice,

le vieil saggio che desidera i tuoi pantaloni neri e il dolcevita buio,

la dama in nero,

la rosa nera nei bistrot e la rosa rossa nel corpo,

la femmina di buon sangue e di voce pastosa:

le philosophe e la jeune femme

che vuol sapere della vita e della morte,

dell’amore e dell’odio

del sesso e della castità,

della Bellezza e dell’Arte,

del maschio e della femmina,

della libertà e della necessità,

della razza e della menzogna,

del giusto e dell’ingiusto,

dell’essere e dell’esistere,

del tempo e dell’eterno.

La jeune femme vuol sapere anche del Niente,

le Rien,

le Rien de Rien,

e, intanto, canta e fuma,

si tocca il bel viso e le buone fattezze con sapiente ironia

nel teatrino sconnesso della Bastille

con la Viceroy all’aschisch

che le pende dalla bocca ammiccante e maliarda

come uno stendardo slanciato al vento dell’ipocrisia.

Anche Jacques s’innamora di te e delle feuilles mortes

che tappezzano in autunno les boulevards de Paris

sotto il respiro del vento del nord

e in attesa di un oblio che non arriva,

in cerca di una canzone che unisce

e ricorda soltanto che ci amavamo,

toi tu m’aimais et je t’aimais.

Ma la vita separa les amoureux senza rumore

e anche il mare cancella le orme dei loro passi sulla sabbia,

mentre l’amore silenzioso e fedele ringrazia

e non riesce a dimenticare.

E poi,

dopo la gavetta,

après ses preuves,

si va con il vento nelle poppe erette

e gli occhi pittati di carbone,

con il naso a punta che attende un ritocco,

con la silhouette da danceur

e la voce impostata da chanteuse e già buona per l’Opéra,

si va a far la chantosa elegante e sofisticata nei bistrot e nei bar,

nei cafè e nelle rumerie,

si va a carezzarsi il corpo con le mani scivolose sui fianchi ricurvi

a suggerire anzitempo ai buongustai deshabillez moi,

a cantare che le foglie sono morte

e che il nostro amore è stato bello

anche perché è finito.

Sarà anche vero,

ma ancora non basta e tu insisti.

Ce soir non lasciarmi,

ne me quitte pas,

prendimi con forza e sii generoso,

sbalordiscimi,

prendi e porta via con te una donna

che canta in piedi l’amore e la libertà,

che fa sesso con maschi e femmine,

che parla del razzismo, dell’immobilismo, della menzogna,

che da voce ai bambini felici e ai vecchi bambini felici,

a tutti quelli che si amano come bambini felici,

une femme gèniale che canta storie d’amore senza tempo,

che al Bataclan danza la sensualità del corpo

e all’Odeon si esalta in Belfagor,

une femme sensuelle et sensible

che comunica la sua verità per sconfiggere la morte

con le parole che diventano pietre preziose e milioni di poesie,

con la voce che contiene guizzi eleganti e milioni di canzoni,

con Laurence Marie che parte anzitempo per il Nulla eterno

e con l’ictus sotto i capelli ardenti di nero.

Un coup de chapeau, madame Jujube!

A Saint Germain des Près

la memoria è un piacere carnale

e nella notte color carbone echeggiano i tuoi formidabili

déshabillez toi e ne me quitte pas.

Per te ho condito parole sensate

che ben capirai,

Jujube de mon coeur.

Ti ho parlato degli amanti

qui ont vu deux fois.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 02, 11, 2020

LA GROTTA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di essere insieme a mio marito e ai miei nipoti.

Eravamo in un castello e siamo saliti sulla parte più alta. C’era un panorama meraviglioso.

Mio marito si è appoggiato al muro e questo è crollato. Lui è caduto giù dove c’era il mare.

E’ stato risucchiato in una grotta e non l’ho più visto.

Ero terrorizzata e allora ho preso i bambini e sono andata via.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

Questo sogno appartiene a Biba.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di essere insieme a mio marito e ai miei nipoti.”

Il senso della famiglia e della “koinè”, comunità e unione, appartiene, di certo, a Biba. Non sa stare da sola e si concepisce con gli altri e questi altri sono familiari intimi e tutti da proteggere. Il significato di “insieme” è importante per il senso di amalgama e di comunione, di armonia e di fusione: il tutto nelle giuste dosi, quelle che non creano dipendenza nociva a nessuno degli attori protagonisti. Biba è “insieme” soprattutto a se stessa e coltiva la sua sfera affettiva nelle vesti del “marito” e dei “nipoti”, persone acquisite che sono arrivate nella sua vita per sua scelta, il marito, e per scelta dei suoi figli, “i miei nipoti”. Rilievo acquista il possessivo “mio” e “miei”, a testimonianza del forte legame affettivo della donna nelle sue vesti di moglie e di nonna. In sostanza risulta che Biba ha un culto degli affetti che rasenta la sacralità: “insieme” in una triade e in armonia nella sua Psiche.

Richiamo le radici mitologiche greche del concetto di “armonia”.

Armonia era figlia di Ares, il dio della crudele guerra, e di Afrodite, la dea della sensualità amorosa: passione e desiderio. Alle sue nozze parteciparono tutti gli dei dell’Olimpo e furono le prime celebrate nella storia di quella cultura occidentale che ha le sue radici, appunto, nella Grecia antica. Armonia ricevette in dono da Efesto, il dio del fuoco e della fusione dei metalli quanto brutto e ruvido nell’aspetto e nei modi, una “collana”, chiaro simbolo della sessualità femminile allargata all’ambito coniugale, e fu la madre Afrodite a metterla al collo della figlia in segno di trasmissione e di consenso all’esercizio della sessualità sempre in ambito della coppia. La “collana” ha simbolicamente anche il potere della bellezza e della giovinezza. Passione e desiderio si sposano con la bellezza di un “insieme” ben disposto nelle sue parti.

Così vollero i Greci e così intende il sogno di Biba nel suo significato profondo e soprattutto nella parola “insieme”: amalgama tra le parti nel rispetto dell’individualità e della singolarità, disposizione verso l’altro, proporzione negli investimenti, connessione per formare il tutto, collegamento all’ambito e all’ambiente. Questo richiamo per un giusto approfondimento della psicodinamica innescata dalle semplici e comuni parole di Biba e a conferma che le parole non sono soltanto semplici emissioni di fiato o, peggio ancora, di aria.

Eravamo in un castello e siamo saliti sulla parte più alta. C’era un panorama meraviglioso.”

Ed ecco profilarsi la componente sacra di cui si diceva nel capoverso precedente: “siamo saliti sulla parte più alta”. Biba e la “sublimazione della libido” vanno pienamente d’accordo, oltre all’austerità sacrale e impositiva di un “castello” che risale all’epoca più buia dell’umanità, il Medioevo. Biba si porta dietro marito e nipoti, i “suoi” gioielli, in questo “panorama meraviglioso” che rappresenta la sua vita psichica in atto, la sua esistenza e le sue relazioni significative e oltremodo affettive. Biba si trova bene nell’uso della “sublimazione della libido”, vive bene in un mondo d’amore rarefatto, quanto concreto e codificato nelle istituzioni familiari, un mondo in cui coabitano il marito, i figli, i nipoti. Questa è la chiesa familiare di Biba, il suo habitat interiore fatto di valori e virtù, affetti indelebili e assodati, relazioni inossidabili e fuori discussione. Biba si è educata secondo i bisogni affettivi in questo registro familiare che ha tutti crismi della sacralità. Da questa prospettiva psico-esistenziale, oltremodo altolocata, il “panorama è meraviglioso”.

Mio marito si è appoggiato al muro e questo è crollato. Lui è caduto giù dove c’era il mare.”

La rottura della “koinè” e dell’armonia si presenta all’improvviso nel teatro onirico di Biba, la “ubris”, il peccato d’ira, il peccato originale dei Greci, la disobbedienza, il peccato originale degli Ebrei. C’è sempre una colpa, più o meno irreparabile, nella Psiche collettiva. Non basta per Biba, perché c’è anche un “muro” e il “marito”, sempre “mio”, “è caduto” nel dimenticatoio dell’indifferenziato e dell’indistinto, è stato risucchiato dal baratro da cui proveniva: la Morte. Non è una morte qualsiasi, è la “Morte”, l’archetipo in persona e il simbolo collettivo della perdita irreparabile e ineffabile della fine e dell’assenza di fine.

Ma chi ha eretto questo “muro”, questa chiusura, questa difesa, questa protezione?

Il sogno è di Biba, di certo, è il suo vissuto nei riguardi del marito, una sua consapevolezza sulla chiusura di quest’uomo che si avviava verso la fine e l’assenza di un fine, verso la morte, personale e collettiva. Infatti, la rappresentazione simbolica di Biba ha questa valenza: la morte è di ogni uomo ed è anche di tutti gli uomini. Tutti “si cade giù dove c’è il mare”, tutti si ritorna a quell’Inconscio da dove si proviene e si è spuntati, a quella Madre ambigua che prima ti sputa dall’acqua sulla Terra e poi ti rivuole nel suo grembo protettivo e fagocitante. “Caduto giù” è metafora della depressione, della perdita affettiva e del distacco irreparabile. Quando si muore, si cade giù secondo i dettami del registro simbolico e poetico degli uomini. Il “basso” è spazialmente indizio di materia e di carenza di spiritualità. L’avverbio “giù” rafforza questo senso di negatività e di ritorno alla materia inanimata. A questo punto del sogno manca la “pietas” della grande Madre per riscattare e soccorrere la morte del figlio. Manca la Madonna.

E’ stato risucchiato in una grotta e non l’ho più visto.”

Eccola nella figurazione della “grotta” che risucchia e annienta senza lasciare la possibilità di una presa di coscienza adeguata: “non l’ho più visto”. Biba si è fatta una ragione della morte del marito e della sua solitudine, ma questa operazione difensiva dall’angoscia non basta mai e non è mai adeguata alla perdita e al trauma. La morte non si può accettare, ma si può compensare. Biba ha subito il lutto e non ha ancora razionalizzato nella sua interezza il trauma della perdita semplicemente perché non è possibile. Resta sempre il senso del mistero e della speranza a lenire e a impedire la completa “razionalizzazione” dell’assurdo. Neanche la Poetica teatrale più avanguardistica e innovativa è riuscita a dare un senso e un significato totali e totalizzanti alla Morte. Accontentiamoci della fede di Agostino che si affidava all’assurdità o all’apparente tale: “non timeo mortem, sed momentum a quo pendet aeternitas”. “Risucchiato” è un termine truce e si serve di una simbologia violenta, legata a una Madre che si ingravida da sola, all’incontrario e in riparazione all’operazione subita dal maschio, una madre possessiva al massimo che non riconosce l’autonomia del figlio. La “grotta” rappresenta la Madre nella sua parte mitica e possibilmente negativa per l’aspetto misterioso che assume nella sua rudimentale conformazione. “Più visto” equivale simbolicamente a “non razionalizzato”. La vista è simbolo della funzione logica e della realtà.

Ero terrorizzata e allora ho preso i bambini e sono andata via.”

La reazione è quella umanamente giusta e considerata ampiamente in precedenza. Il sentimento della “pietas” materna reagisce al terrore della morte e si esalta nel seme, nella discendenza, nei “bambini”, in quello che rimane di noi dopo la vita e con la morte. Il terrore è la reazione emotiva congrua di fronte al trauma della perdita improvvisa e alla caduta del senso e del significato della vita e del vivere. Non è soltanto una questione filosofica cara agli esistenzialisti e cantata da Juliette Greco, è la situazione psichica prodotta dall’assurdità della dialettica del “vivere per morire”. Biba smette di pensare e di riflettere su se stessa e sul trauma occorso con la perdita del marito, va via, si aliena beneficamente in qualcosa di altro che in sogno non viene espresso. Biba si serve di altri “meccanismi e processi di difesa” dall’angoscia per continuare a vivere, possibilmente la “sublimazione” e la conversione del trauma nella fede di un “post mortem” gratificante e ambito. Pur tuttavia, anche la fede più grande abbisogna della debolezza del dubbio per essere tale. I “bambini” sono della madre, della nonna nel nostro caso, e sono oggetto di un ambivalente vissuto perché perpetuano la Vita e la Morte. Intanto vanno via con la nonna e con il sostituto dell’amore materno, con la dolcezza della donna che conosce le psicodinamiche della vita e della morte della donna che ha vissuto e ha imparato per non dimenticare. La sintesi di questo quadretto è meravigliosa per i sensi e i significati che include.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

Il sogno si è compiuto e si può andare in pace, “adelanti” e fiduciosi in tutto quello che è racchiuso nel nostro cuore e nella nostra mente.

L’interpretazione del misterico sogno di Biba si può ritenere soddisfatta, almeno per quanto mi riguarda. Di poi, ognuno ne può trarre conseguenze logiche, etiche, estetiche, mistiche.

AMACA

Dondolo.

Luce nel cielo,

profumo dalla terra.

Uno scricchiolio

desta le mie paure.

Nella tempesta

non si può temere una goccia.

Lucia