CAREZZA DEL VENTO

07 / 12 / 2.000

Ieri, mentre ero in attesa del vaporetto sopra la zattera ballerina della laguna, ho visto davanti a me due maschi, maturi negli anni, che si tenevano per mano con una tenerezza infinita e senza destare particolare scandalo.

Era decisamente una coppia omosessuale anche per chi non voleva capirlo.

Ho subito pensato che una coppia normalmente eterosessuale non esprime la stessa semplicità negli affetti e la stessa tenerezza negli atteggiamenti.

L’amore trionfava con naturalezza e in maniera disinibita su tutti i cumuli di pregiudizi che riempiono il tempo della storia umana.

Mi sorprendevo nell’avvertire un vago sentimento di gelosia che sentivo affiorare di tanto in tanto dal confine della mia coscienza e quasi ad esprimere il desiderio di un amore felice, un amore di qualsiasi tipo, ma decisamente felice.

Ho pensato a Marcos e mi sono raffreddata; ho capito, allora, che anche questo gelo non era caduto a caso sopra di me e non era riposto a caso dentro di me.

La scena dei due uomini innamorati non era solo mia.

Una vecchietta mi stava a fianco e li guardava scotendo la testa in segno di disapprovazione o quanto meno di dubbio; quando il disgusto è arrivato sopra le orbite dei suoi occhi stanchi ed è scoppiato fuori dalle spesse lenti che incorniciavano il suo viso rattrappito, allora in perfetto dialetto veneziano e in cerca di consenso ha detto a se stessa con noncuranza e sicurezza: “lori i se ciama gay, ma par mi son sempre recia”.

Le sue idee e i suoi valori erano di nuovo in salvo; dopo di lei poteva anche arrivare il diluvio universale.

L’osservazione è stata gustosa per i presenti specialmente perché è uscita da quella bocca e in quel modo.

Niente di morale o tanto meno di moralistico si celava nell’espressione genuina della vecchia, ma dal suo sincero giudizio trapelava la giusta difesa del modo in cui era stata costretta a impostare la sua vita nella persona e nel modo di amare.

In questa circostanza ho avuto ancora una volta la conferma che gli occidentali sono malati nel profondo di quella parte che chiamano anima; a parole, soltanto a parole si dicono e si dichiarano evoluti, tolleranti e civili e ostentano l’orgoglio di questa loro pretesa emancipazione, ma nei fatti sono pieni di pregiudizi e di rancori come una suora in menopausa.

A loro giustificazione ho tirato in ballo il conflitto con cui vivono il corpo e la sessualità, un travaglio e un senso di colpa causati dalla religione che a modo loro praticano.

Di questi tormenti, oltretutto, ho avuto modo di diventare esperta nell’esercizio del mio primo lavoro.

La religione cristiana dichiara peccato mortale qualsiasi atto che rientra nell’erotismo, mentre la sessualità è ammessa soltanto se serve a ingravidare una donna o almeno se c’è l’intenzione precisa, da parte del maschio naturalmente, di essere un fedele servitore del genio della specie.

Il vero valore è la verginità e la scelta sessuale migliore è l’astinenza; se proprio non sei capace e ti si rivoltano gli ormoni dentro le ghiandole, dimostra almeno tutta la tua fertilità.

Maman Immè era atea, ma in questo settore era una perfetta cristiana.

Io, invece, per i miei trascorsi burrascosi sono da spedire direttamente all’inferno passando per la porta principale e senza attenuanti.

Eppure io, una povera negra africana, ho sempre capito la scelta omosessuale e sono felice di essere stata e di essere ancora oggi priva di incrostazioni morali sul corpo e di pregiudizi religiosi sulla sessualità.

Ricordo che nella mia tribù con la solita indifferenza si lasciava agli adolescenti la possibilità di trovare naturalmente la propria identità sessuale e nessuno interveniva di fronte alla scelta da parte di un maschio di solidarizzare con le femmine.

Nel gioco dei ruoli e delle identificazioni i bambini avevano anche il privilegio di scegliere e gestire la propria sessualità, mentre le bambine erano costrette a essere femmine; per loro non c’era spazio alcuno per la ribellione e la diversità.

Io, una povera negra africana, sono decisamente più aperta nel capire l’omosessualità rispetto ai bianchi, bigotti, retrogradi, incivili e intolleranti.

Nella mia lunga missione di puttana ho maturato una specializzazione “honoris causa” in psicologia clinica e in psicoterapia.

Uomini soli, impauriti e in qualche modo malati si presentavano davanti alla mia persona per avere il mio corpo e inizialmente parlavano tantissimo, di poi si lasciavano fare da me perché non sapevano farmi da sé, pagavano soddisfatti, andavano via tristi, ritornavano sempre e prima o poi immancabilmente si innamoravano di brutto o alla grande soltanto perché questo era il loro bisogno profondo, la loro malattia e la loro cura.

Io avevo cura della loro persona in ogni senso e attraverso il mio corpo disinibito e nudo filtravo la coscienza del loro corpo umiliato, oggetto di dolore, e facevo maturare il riconoscimento di un desiderio senza colpa e senza peccato in un corpo oggetto finalmente di amore e di piacere e non di odio e di disprezzo.

Tutti gli uomini che mi seguivano nel trasporto dei sensi assaporavano questo tragitto, dimenticavano anche quella ricchezza con la quale si illudevano di comprarmi e che in effetti serviva loro soltanto per mettere insieme i pezzi e ricomporre la carcassa.

Io sento di aver sempre dato tanto affetto e non solo quel piacere sessuale che ognuno di loro si era negato per educazione o per stupidità.

A volte era difficile capire dove cominciava il dono dell’affetto e dove finiva la tariffa del sesso, ma insieme si sentiva che la cosa era bella e non si riduceva allo squallore di una nuda e reciproca prostituzione.

Con queste riflessioni dentro la mente mi sono imbarcata sul vaporetto e sono anche approdata nel punto giusto per infilarmi nella calle che sfocia in campo san Polo e in perfetto orario per l’appuntamento con il solito notaio Marino Martini al numero civico duemila settecentosessantaquattro di campo san Polo.

Il pessimo tanfo di tabacco mi ha accolto insieme alle dita ingiallite del legale rappresentante dello stato italiano, il funzionario che viaggia a fior di quattrini senza fare alcuna fatica e soltanto per il fatto che esiste al posto di un altro che c’è, ma non si vede.

So che gli strizzacervelli sono imperturbabili e tremano soltanto di fronte a un film di Paolo Villaggio o di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, per cui passo a leggere la copia della lettera che ho depositato presso il notaio Martini, un atto destinato anche alla sua persona dopo l’eventuale mia morte.

Sono commossa solo per ciò che significa dentro di me quello che vado a comunicarle.

Venezia 01. 12. 2.000

Io sottoscritta Jasmine Ainè in Tirindelli, detta Ascingha, nata a Marsiglia il nove (9) dicembre (12) del millenovecentosessantuno (1961), cittadina italiana e residente in Venezia nel sestriere Canaregio presso il sottoportego Corte Nova al numero civico settecentosessantanove (769), nella piena facoltà di intendere e di volere mi sono presentata presso lo studio del dottore Martini Marino, notaio in Venezia, situato in Campo san Polo al numero civico duemilasettecentosessantaquattro (2.764) e in sua presenza con testimoni la signorina Martignago Marina e Benedetti Carla ho dettato le seguenti volontà limitate temporalmente a nove mesi dalla data apposta in alto a sinistra del presente documento.

Dispongo

che in caso di mio decesso per suicidio lungo la linea ferrata che da Venezia porta a Conegliano, il dottor Vallone Salvatore, psicologo e psicoterapeuta in Pieve di Soligo, via Aldo Moro al numero civico trentotto (38) con codice fiscale VLLSVT47A19I754U, provveda per la cremazione della mia salma, per il trasporto delle ceneri in vaso di terracotta grezza in Sierra Leone e per la loro dispersione presso le foreste dei monti Loma e possibilmente nelle adiacenze di una grotta.

Per tale necessità consento al suddetto il prelievo della somma di lire trenta milioni, (30.000.000), e degli interessi maturati dal conto corrente numero settantasettemila ottantanove, (77.089) da me acceso e intestato a mio nome presso la banca popolare di Venezia, agenzia numero quattordici, (14), situata in Campo dei santi Pietro e Paolo e munito di parola d’ordine per la riscossione.”

Seguono la mia firma, quella delle testimoni e del notaio in attestazione dell’autenticità e della legalità dell’atto; trascuro i bolli e il costo dell’operazione.

Il suo codice fiscale l’ho prelevato dalle fatture e so che non è un reato.

Adesso non mi resta che comunicarle la parola di accesso al conto: “pinguin”.

Ha capito bene ?

Pinguin” !

Se lo fissi bene nella memoria: ”pinguin”.

Un capitano di lungo corso, un triestino e un mio affezionato amico oltre che puntuale cliente ogni volta che il suo traghetto gettava le ancore nel porto di Venezia, mi raccontò durante una notte d’amore che, quando una nave risponde a un S.O.S. e accorre in aiuto di quella che si trova in pericolo, i marinai ricevono un premio chiamato per l’appunto “pinguin”.

Questo nome mi ha colpito e ho pensato di attribuirlo al conto corrente, ma la scelta non è avvenuta, come al solito, a caso.

In questo studio penso di aver trovato la chiave per la comprensione della mia persona e della mia vita; in questo studio ho conquistato il premio per il salvataggio della nave che mi ha trasportata schiava in Italia.

Sembrava necessario e pronto un bel naufragio per il puzzolente “suregai”, ma anche quel bastimento ha recuperato nel tempo un senso positivo.

Eppure sento ancora molto forte il richiamo della morte e lo vivo come una liberazione dal male oscuro della depressione, quel dolore dentro che mi annienta e non so fronteggiare.

Ma il suicidio non è il giusto premio per i guerrieri più valorosi, non è un “pinguin” per i marinai più coraggiosi: la morte non è un premio, ma una condanna.

La morte vera e giusta è quella che fa rinascere a nuova vita.

Io sono convinta di aver fatto un bel viaggio tra le colline trevigiane e di essere pronta a camminare con le mie fragili gambe di gazzella tra le calli di Venezia e tra le piste della Sierra Leone.

Che queste mie affermazioni siano un delirio, non lo escludo, ma è sicuro che questo è l’ultimo che esterno in questa stanza e in sua presenza.

Chiudo la mia cosiddetta terapia e non verrò più a trovare il suo studio e la sua persona, oltretutto mi sono innamorata dei suoi rispettosi silenzi e rischio di soffrire ancora di più, per cui preferisco ritornare in laguna e porre fine ai miei viaggi nella terraferma e nella memoria.

Il tempo, nove mesi ossia il tempo di una gravidanza, dirà se lei è stato il mio Salvatore di nome e di fatto o se sarà il mio becchino.

Mi creda, solo lei poteva capire questo mio desiderio e ho intuito che dietro il suo silenzio si cela un uomo libero, ricco di spirito e di ironia.

Mi mancheranno le tante parole rimaste dentro le sue labbra carnose e il sorriso sornione di chi ascolta con la sicurezza consapevole che la rotta intrapresa è quella giusta.

Sono pronta a riscuotere il mio “pinguin”.

Quello che voleva dirmi lo lasci anche oggi dentro la sua bocca e possibilmente dentro il suo cuore in ricordo di Ascingha la negra.

So che la dimenticherò facilmente e so anche che mi mancherà moltissimo.

E’ stato bello ricordare in sua compagnia.

La saluto ed esco da questa stanza, un luogo che mi era diventato addirittura familiare, senza aver la pretesa di stringerle finalmente la mano.

Adieu, monsieur le docteur, adieu, adieu !

CAREZZA DEL VENTO

30 / 11 / 2.000

Ogni settimana mi reco immancabilmente al cimitero per far visita a quello che resta su questo mondo della grande maman Immè, l’unica donna che sento madre, mia madre, con il cuore e con la mente.

L’unica cosa che maman non ha potuto fare è partorirmi, perché era vergine, signorina fiori d’arancio e di pelle bianca, odiava gli uomini e di mese in mese ha lasciato che le sue uova immacolate si perdessero nella discarica avvolte in un panno di lino o nella fogna della laguna mentre faceva pipì.

Ogni settimana, per promessa e per amore, vado in cimitero a trovare la tomba che contiene la carcassa ormai consunta di una grande donna, di una signora che in vita è stata una gentildonna, generosa ed egoista nella giusta dose.

Venezia è una città del tutto originale, unica al mondo come i suoi abitanti, uno strano santuario odoroso di sacro e di profano, la meta di allegri pellegrini che vengono da tutto il mondo per farsi spennare come polli di primo pelo, una fogna a cielo aperto nei giorni in cui lo scirocco tira fuori dall’acqua tutto il fetore delle pratiche intime, il fuoco degli obiettivi con flash incorporato di infinite macchine fotografiche strette nelle piccole mani di uno sciame di giapponesi.

Non vorrei aggiungere altro in assoluzione o in condanna dell’imputato, ma soltanto precisare che in tanta bontà o in tanta malora il cimitero non poteva essere diverso dal resto della città: un posto particolare e tranquillo che sta in piedi da solo con le croci di pietra bianca e con gli angeli della morte sopra un’isola in mezzo alla laguna, un’isola che soffre, come tutte le altre isole, del male oscuro dell’acqua alta.

Quando il vento di tramontana spinge il mare dentro gli argini dei bastioni e piazza San Marco in tutto il suo splendore e con tutti i suoi tesori va sott’acqua, anche il cimitero viene inondato con tutta la superbia delle sue tombe e tutta la miseria dei suoi morti.

E’ impressionante vedere le croci e gli angeli affiorare dall’acqua dentro un’isola ricoperta di un liquido verdastro e stranamente limpido.

Se poi pensi che con le tombe anche le salme sono possibilmente finite sott’acqua, allora senti nelle tue ossa ancora vive un senso di freddo che lentamente diventa gelo e capisci tutti quei veneziani che hanno scelto i loculi più alti o la cremazione per chiudere in bellezza e al caldo questa strana vita.

Finire da morto al quinto piano, quando in vita hai sofferto di vertigini e desiderare di essere ricordato dai parenti quando in vita nessuno si è mai preso cura di te, è una necessità psicologica e un bisogno fisico; da qualche parte e in qualche modo devi finire semplicemente perché non puoi scomparire del tutto e nel nulla.

Povera maman Immè, povera la mia maman !

Povera maman tutta bagnata !

Chissà quanto freddo avrà, specialmente di notte e senza la benedetta coperta termica che riscaldava le sue ossa e senza la sua Ascingha che correva premurosa a ogni richiamo del campanello.

Negli ultimi anni di vita maman era tanto preoccupata per questa impietosa invasione del mare veneziano nel territorio dei morti e aveva voluto per il suo involucro una tomba in marmo di Carrara perfettamente sigillata, una tomba degna di una gentildonna con le lugubri sculture degli angeli alati nelle parti laterali, ma ripeto sigillata, una tomba a chiusura ermetica come i barattoli del caffè per non essere costretta a morire due volte, la prima in base al corredo genetico e la seconda per annegamento.

Maman non aveva minimamente considerato da veneziana purosangue di farsi tumulare in terraferma; odiava i veneziani rinnegati che per avere un comodo bagno con bidet o per curare l’artrosi si erano trasferiti a Mestre o nei dintorni.

La terra di Marco Polo era ancora viva e bisognava tenerla in vita con dignità e con decoro non solo per i turisti, ma soprattutto per i veneziani; i primi erano necessari per dare lustro ai secondi.

Maman aveva speso fior di milioni per questa tomba speciale e dopo averla vista finalmente ultimata in tutto il suo splendore, aveva detto con ironia che era meravigliosa ma che aveva un solo difetto, quello di essere la casa elegante e sicura di una donna morta.

Era tremendo per lei conoscere con precisione il posto dove gli altri avrebbero depositato il suo povero corpo ormai senza vita.

Una volta appagato il suo amor proprio e una volta risolta l’angoscia di essere dimenticata, maman non aveva voluto più andare in cimitero a rivedere la sua ultima dimora o a visitare i suoi morti nel giorno comandato del due novembre; quando cadeva la commemorazione dei defunti, maman immancabilmente si ammalava delle più strane e sconvolgenti malattie, ma io avevo ben capito che in effetti non sopportava di sapere dove sarebbe andata a finire da morta e tanto meno se di tanto in tanto i suoi amati resti sarebbero andati sott’acqua e se di tanto in tanto i suoi amati avanzi si sarebbero sciupati o conservati meglio sotto il fango della laguna veneziana.

La mia maman conteneva l’angoscia della morte semplicemente non frequentando le chiese e non bazzicando i cimiteri, dimenticando i tristi luoghi della fine e i tristi tempi del distacco; quando si sentiva più vicina al doloroso passo e al triste momento, dalla sua bocca prendevano il volo immancabilmente, come i piccioni dal campanile di san Marco al richiamo del granoturco, i vaghi discorsi sul rispetto da portare necessariamente ai defunti e i precisi ricatti morali sulla riconoscenza che io le dovevo e soprattutto da morta.

Queste erano le sue interessate prescrizioni: almeno una visita la settimana e le rose rosse sulla tomba, soltanto le rose rosse, perché quelli erano stati i suoi fiori per tutta la vita.

Per maman tutti i fiori erano belli, ma le rose erano gli unici fiori degni di questo nome e soprattutto le rose rosse.

Per questa necessità aveva anche lasciato un cospicuo conto in banca a mio nome, perché era sicura che io ero la sola e ultima persona al mondo che avrebbe mantenuto fede alla promessa e che io ero la sola e ultima persona al mondo che sarebbe andata puntualmente a trovarla ogni settimana in cimitero con l’alta marea o con la bassa marea, con lo scirocco o con il borino, con la bronchite o con la diarrea, con lo sballo isterico o con la morte nell’anima.

In questo aveva ragione perché mi aveva educata e sensibilizzata ben bene ai ricatti affettivi.

Dei suoi parenti e dei suoi affini giustamente non poteva fidarsi, perché da tanto tempo aveva capito sulla sua pelle che gli eredi naturali si sarebbero impipati alla grande dei suoi bisogni psicologici e tanto meno delle sue disposizioni.

Maman non era tenera con nessuno e quello che pensava non lo mandava a dire con gli ambasciatori, te lo sputava nel piatto proprio mentre mangiavi; per quanto riguarda quello che il suo cuore sentiva e voleva esprimere, quest’argomento è rimasto sempre ignoto come i martiri della guerra e avvolto da sacro pudore anche se io, alla fine, penso di averlo capito.

E così ho preso il vaporetto, la linea quattro per la precisione, e mi sono recata come ogni settimana in cimitero armata di sacro rispetto e senza tanti fronzoli per la testa, munita di quel giusto sentimento che da viva maman meritava, che da morta merita e meriterà sempre.

Ma qual’è il giusto sentimento ?

Ecco, mentre mi trovavo nel vaporetto, la linea quattro per la precisione, e guardavo dal finestrino l’acqua verdastra della laguna sono arrivati i fronzoli, i tanti fronzoli che affollano di tanto in tanto la mia mente e che avevo accuratamente messo da parte nello sgabuzzino; mi ero augurata di non tirarli fuori almeno in questa giornata che di per se stessa è tutta dedicata al dolore del ricordo, più che ai morti o a quelli che si sono imbarcati per chissà quale destinazione.

E così i miei fronzoli sono partiti con l’immagine di quella gentildonna aristocratica e sono approdati alla sua superbia, un orgoglio senza fine che anche da morta traspariva senza stonare in quella foto che lei stessa aveva scelto da tempo per la sua tomba: una fotografia a colori che rappresentava la grazia di una signorinella fiori d’arancio e il cipiglio di un generale in pensione.

E così i miei fronzoli sono partiti dal ricordo della sua generosità e sono arrivati al fascino ricattatorio che esercitava su di me; a quella donna non avevo mai saputo dire di no da quel giorno in cui mi disse che cercava proprio me, che mi aspettava da tempo, che ero benvenuta nella sua casa, che sarebbe stata molto severa con me, che sarebbe stato molto duro vivere con lei, ma che tutto questo era necessario per il mio riscatto e che il gioco valeva sempre la candela.

Mentre maman nutriva la pretesa di concedermi la possibilità di una rinascita umana e sociale, io per difendermi da tanto bene e da tanto male, piovuti all’improvviso e stranamente da un grigio cielo veneziano, pensavo alla sua cospicua disponibilità finanziaria: quella mi serviva e quella mi avrebbe salvato.

E così i miei fronzoli sono arrivati a tutte le volte che mi difendevo dalla sua insolenza e la trattavo da rimbambita per affermare la mia dignità ancora una volta infranta, sia pure per amore.

Ma tu vai a capire che si tratta di amore ?

E allora ti viene voglia di maltrattare la vecchia maledetta nelle cose in cui tu hai potere e possibilmente rubi sul resto della spesa o aumenti la dose del sonnifero, sputi dentro la minestra o le fai le boccacce di nascosto, le auguri una brutta morte o desideri sperperare tutti i suoi soldi in un sol boccone nel famigerato casinò sottocasa.

Con i fronzoli nella mente pensi e ripensi a tutta quella gente che hai incontrato nella tua vita e che voleva redimerti come se tu fossi Maria Maddalena, ma che in effetti aveva soltanto bisogno della tua patata e non aveva alcun rispetto della tua persona.

Con i fronzoli nella mente pensi e ripensi a tutti quei clienti che volevano redimerti come se tu fossi ancora la sorella di Maria Maddalena, ma che in effetti avevano solo bisogno, se erano capaci, di montarti addosso per un pugno di dollari e con l’egoismo dei bambini dimenticati in un orfanotrofio o nella giungla africana.

Sempre con i fronzoli nella mente pensi e ripensi a tutti quegli uomini bianchi che da piccola nella foresta ti curavano una ferita toccandoti in maniera strana dove non sentivi male o che ti chiedevano un bacino e altro in cambio di un bonbon.

E mentre con i fronzoli nella mente pensi e macini a ruota libera tutti i tuoi strani pensieri, ti accorgi che stai guardando con un fascino particolare l’acqua verdastra e fredda della laguna, che stai fissando con una strana eccitazione l’acqua infida e gelida della laguna, che per fortuna hai i piedi ben saldi sul fondo del vaporetto, un vaporetto che, scivolando dolcemente sull’acqua, ti sta portando nel cimitero più strano del mondo.

I fronzoli nella mente ti fanno pensare per un attimo che potresti tuffarti e morire sotto il peso dei sensi di colpa e del fango, ti fanno pensare che stai per morire immersa nell’abbraccio dell’acqua fredda della laguna, dentro l’acqua torbida dei canali, quell’acqua che attrae e uccide con la sua viscida mollezza, quell’acqua che ti unge come l’olio santo del prete e nello stesso tempo ti infanga, ti opprime, ti toglie il respiro trascinandoti verso il basso; tu, finalmente, non fai niente per contrastare ciò che hai deciso che deve accadere.

Con i fronzoli nella mente pensi e ripensi che ti sei buttata nel canale e sei ormai ricoperta dall’acqua e stai annegando, che sei sfinita e devi uscire da qualche parte, devi uscire dal tuo corpo per respirare in qualche modo e per liberarti dal peso dell’oppressione.

L’acqua torbida dei canali di Venezia attrae e uccide chi vuole essere ingoiato dal fango; anch’io, come maman, a questo punto sarei morta e sarei sott’acqua.

I fronzoli della mente sono arrivati nei miei pensieri e ho desiderato intensamente il suicidio, ma ho anche pensato che è tremendo e macabro sapere da vivo dove vai a finire una volta che sei partito da questa vita e ancora una volta ho dato ragione a maman.

Il suicidio è un remare contro e contro natura, un controsenso soprattutto basato sull’illusione di restare in qualche modo quello che eri da vivo anche se non hai più il corpo, perché lo hai lasciato sotto l’acqua dei canali o del balordo cimitero di Venezia.

Quando sei morto non hai più la memoria perché non hai più il cervello; la tua storia la raccontano a modo loro i tuoi figli ai nipotini, se hai scelto e avuto la fortuna di metterne al mondo per ripetere la tua disgrazia.

Senza cervello io non potrei essere più Ascingha e allora scelgo di continuare a vivere perché ho ancora tante cose da fare e da dire.

Se penso che maman si era addirittura da anni preparata il corredo funebre, gli abiti da indossare una volta morta, e lo aveva ben riposto con i gioielli nel primo cassetto del canterano, oggi riesco a capire gli uomini primitivi e la pietà di chi resta a vivere: l’illusione di chi muore si sposa con il culto di chi rimane.

Chi ha imparato a sopravvivere sa cosa significa vivere e vivere tutto e tanto.

Chi ha imparato a sopravvivere è un uomo solo, perché ha come esempio soltanto se stesso; tutto il resto, anche se non è in più, decisamente non serve.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

23 / 11 / 2.000

Spesso mi capita di sognare a occhi aperti.

Nonostante quello che ho vissuto, non sono diventata arida e disincantata, per cui mi capita di sognare in piena coscienza e direttamente da sveglia.

Ancora oggi mi emoziona pensare all’amore, all’amore della mia vita e a quella vita d’amore mai vissuta insieme a Marcos e che avrei voluto vivere soltanto insieme a lui.

Ancora oggi compro ogni settimana i fiori al mercato di Rialto per addobbare la mia casa e la mia tavola da pranzo.

Sarà un segno di benessere o di disperazione ?

La verità sta sempre nel mezzo” diceva maman Immè e immancabilmente citava il nome latino del proprietario della massima.

Così diceva maman Immè, parlando come al solito con le parole di qualcun altro che era vissuto tanti secoli prima di lei; la giusta dose di benessere e di disperazione fa la felicità.

Io sono ottimista e nello stesso tempo insoddisfatta: io sono ancora un animale ferito e inquieto.

Sento che mi manca sempre qualcosa proprio quando i conti tornano e il bilancio è chiaramente in attivo anche in Cassamarca.

Io sono un animale ancora ferito e inquieto.

Ho paura di diventare feroce per difesa anche se so essere crudele solo con me stessa e specialmente quando prima di addormentarmi mi racconto la storia dell’orso: il domani sarà migliore dell’oggi.

Oggi mi manca Marcos, mi manca Mutu, mi manca Aggun, mi manca maman Immè.

Io ce la metto tutta per soffrire, sogno a occhi aperti di rivederli e parlo con loro come se fossero vivi e presenti.

In effetti Marcos e Mutu sono morti, maman non c’è più e Aggun, se è ancora in vita, farà la puttana in qualche triste bordello del mondo infame.

Nel buio della stanza i sensi di colpa mi assalgono, mi divorano e, mentre il generale Tirindelli russa i suoi sogni beati da uomo senza ingiuria e senza affanno, i miei occhi si riempiono immediatamente di lacrime e la gola si apre soltanto ai singhiozzi.

Altro che allergie !

Sono solo sensi di colpa e sono tanti, ma proprio tanti.

Mi sento in colpa verso Marcos per i figli che gli ho ucciso senza la mia volontà, verso Mutu per non avergli salvato la vita, verso Aggun per non essere stata capace di tenerla con me.

Io riesco a percepire che tutti e sei hanno perdonato le mie debolezze e la mia fragilità, ma sento anche che io non mi sono mai perdonata.

Questa è la cosa più giusta e la verità più terribile.

Io non riesco a pensare quale assoluzione sia adatta a me e da chi o da dove deve arrivare finalmente la mia serenità.

Nello struggimento dei ricordi passa la metà della mia notte e in questa assurda inquietudine il pensiero ritorna in Africa, nella foresta e alle scimmie.

Io somiglio a una scimmia e forse io sono una scimmia, l’animale che mi ha sempre terrorizzato durante l’infanzia, di notte e di giorno.

Quando penso alle scimmie, mi sento frastornata e iniziano le vertigini.

Quante scimmie !

Ma quante scimmie !

Sono troppe; tutto è pieno di scimmie.

La foresta è piena di scimpanzé di tutti i tipi e bertucce di tutti i formati: piccoli, grandi, maschi, femmine.

La foresta strabocca di scimmie e vibra, vibra come un martello pneumatico che ti rompe i timpani e ti frastorna.

La scimmia è un animale terribile e la mia tribù non a caso l’adorava; la scimmia è un animale veramente terribile, un animale che all’improvviso si può trasformare in un mostro e diventa angosciante specialmente agli occhi di uomini primitivi che non vedono la realtà con la luce della ragione.

In Occidente le scimmie abitano nei circhi e sono ritenute animali accattivanti e intelligenti anche per la loro vicinanza fisica e mentale all’uomo.

Maman Immè ripeteva, sempre con cattiveria e sempre con parole di altri, che la scimmia è lo scandalo dell’uomo perché gli somiglia tanto e in particolare somiglia tantissimo ai negri.

Queste sue crude affermazioni mi allontanavano affettivamente da lei, sentivo di non volerle bene perché ero piena di paure antiche, avvertivo che il suo non era soltanto un “pour parler”, ma una scarica di accuse pesanti e di colpe indecifrabili nei miei confronti.

Gli occidentali non conoscono le scimmie e le scimmie sono riuscite a imbrogliare anche il furbo Occidente, perché in effetti esse non sono animali simpatici e affabili da addestrare per il circo; tutt’altro !

Forse perché sono parenti prossimi dell’uomo, le scimmie hanno una crudeltà unica e inaudita, una stupidità impressionante e ottusa: corpi deformi senza cervello e istinto allo stato puro; altro che animali intelligenti !

Ricordo che quando ciondolavano nella pigrizia più oscena in mezzo alla foresta o a penzoloni dagli alberi, leccandosi il culo spelato o spulciandosi l’una con l’altra o grattandosi al punto di sanguinare, per noi Isciu questo era un segno di buon auspicio; la loro inedia si identificava con la tranquillità benefica degli spiriti della foresta.

Quando le scimmie erano ferme e immobili tutto andava bene; la grande Madre dormiva e le divinità della foresta erano soddisfatte.

Quando le scimmie cominciavano a essere irrequiete, un timore panico riempiva l’ambiente e per i poveri negri della mia tribù, oltretutto ingenui, non c’era via di scampo.

E i bambini, costretti già a crescere senza genitori, avevano paura, tanta paura e nessun imbecille sotto forma di adulto, tutto preso dalle sue superstizioni e dalle sue angosce, si occupava di queste povere creature.

In quei momenti si attendeva soltanto che l’ira della grande Madre e degli spiriti della foresta si scaricasse attraverso i corpi delle scimmie sugli uomini di razza negra, persone già prive di tutto e sofferenti di per se stesse.

Sputavi in cielo e lo sputo ti ricadeva immancabilmente addosso; gli dei, che la superstizione degli idioti aveva con tanta fantasia elaborato per esorcizzare l’angoscia dell’ignoranza, si scatenavano violentemente contro coloro che li avevano partoriti.

Per questo motivo le scimmie erano tremende e facevano veramente tanta paura indistintamente a vecchi e piccini, uomini e donne, ebeti e intelligenti, stregoni e cacciatori, benefattori e mercanti, a tutti.

Le scimmie erano capaci, una volta invasate dall’ira degli spiriti, di creare con lenta inesorabile progressione un’atmosfera orribile e un ambiente ostile; quella terra, che ti ospitava e a suo modo ti nutriva, si trasformava in un vero inferno.

Bastava lo stormire delle fronde, lo sparo di un bracconiere, il sibilo del vento, il verso di un maschio in calore, il ruggito di un leone, bastava un rumore minimo e imprevedibile per scatenare la furia animale.

Le scimmie vivono sempre in gruppo e si suggestionano in maniera incredibile; una scimmia sola non la troverai mai e, se la trovi, vuol dire che è malata e pronta per essere scannata prima dalle iene e dopo dalle leonesse; dove ci sono le prime, troverai immancabilmente le seconde.

Del loro stare insieme le scimmie fanno una forza per la sopravvivenza, ma il loro è proprio un semplice stare insieme, perché non conoscono alcun senso di solidarietà: un animale veramente stupido ed egoista.

Il senso del gruppo è determinato esclusivamente dall’istinto sessuale e non certo dagli spiriti della foresta; la scimmia condensa la parte bestiale della sessualità e vive solo di questa sintesi bruta dell’aggressività.

La leonessa ama il suo leone e lo vuole pigro per amore.

Il leone ama la sua leonessa e la vuole attiva per potere.

Ogni femmina ama il suo maschio e si rende dipendente per amore.

Ogni maschio ama la sua femmina e mostra orgoglioso il suo potere.

Soltanto la scimmia si ribella a questa fondamentale legge di natura con quella stupida arroganza che esce dal suo viso di uomo mancato e dal suo corpo di animale abortito.

Le scimmie non riconoscono neanche i figli.

Anche gli uomini e le donne della mia tribù non riconoscevano i loro figli.

Se questa distrazione è comprensibile per il maschio, è certamente scandalosa per le femmine che restano gravide per nove mesi, partoriscono nel dolore e rischiano ogni volta di morire.

Come fa una madre ad abbandonare e a dimenticare la propria creatura ?

Come fa una madre a dire a una bambina stupida e negra di abbandonare un bambino asmatico nella foresta ?

Mutu è morto per l’angoscia di essere abbandonato e dopo, soltanto dopo, è stato rosicchiato dai topi e risucchiato dai serpenti.

Maman Immè, una madre mancata e una donna vergine, quando ascoltava questi ricordi mi suggeriva con il suo buon sarcasmo di leggere “Filumena Marturano”, la commedia o la tragedia di Edoardo De Filippo e ripeteva crudelmente sempre questa frase: “i figli sò figli !”

E poi incalzava fino a colpirti nelle radici, a farti scoppiare il cervello e sanguinare il cuore: “i figli sò figli, i figli sò figli, i figli sò figli !”

Le femmine della mia tribù e le scimmie non sanno leggere, non capiscono il dialetto napoletano e non sono mai state a teatro.

Le scimmie mangiano i loro piccoli quando la siccità non offre la possibilità di cogliere i germogli delle “nuree”, le foglie di “macai” e i frutti degli alberi; l’istinto di sopravvivenza trionfa sempre e le snatura in maniera ignobile.

Altro che istinto materno !

Cominciano a muoversi in maniera caotica e senza senso, gridano, si toccano, si battono, si aggrediscono, si colpiscono, si calpestano; questi sono i segnali che annunciano la guerra tra la vita e la morte.

La suggestione ha divorato l’ultima briciola di realtà ancor prima che la pura violenza divori i più deboli del gruppo, i piccoli.

Nella furia collettiva e alla ricerca di una preda da uccidere e sbranare, lo spirito di gruppo o l’istinto materno e paterno, ammesso che esistano, lasciano il posto alla ferinità selvaggia; le scimmie, diventate predatrici, si trasformano da erbivore in carnivore e nella peggiore razza dei carnivori, i cannibali, i peggiori cannibali, quelli che divorano i propri figli.

Negli schiamazzi inconsulti e nella follia collettiva i piccoli sbigottiti sono fatti a pezzi e sbranati; l’odore del sangue aizza gli istinti e viene fuori in tutta la sua crudeltà la quinta essenza della bestia.

In questo rito, ispirato da un inganno suggestivo più che dalla fame e dalla sopravvivenza, poteva anche capitare a qualche bambino della tribù, che in preda alla paura si era allontanato dal gruppo, di essere sbranato dalle scimmie; quel tragico caso era ritenuto dai vecchi della tribù un giusto e necessario sacrificio per placare l’ira della grande dea.

Per me era impressionante il fatto che proprio le madri non riconoscessero le loro scimmiette, quelle povere creature che magari fino a qualche ora prima erano state attaccate al loro groppone o al loro capezzolo, e che, da quando era scattato il segnale della follia, si erano trasformate nelle prede di sanguinarie assassine.

Questo era lo spettacolo più crudele che le scimmie offrivano agli sguardi atterriti della nostra tribù e non era il solo.

Un altro rito, meno cruento e sempre dettato dalla suggestione, era quello dell’accoppiamento.

Tutto cominciava con i versi striduli, quasi grida umane, di una femmina in calore; dalla noia assoluta la scena evolveva in una frenesia erotica collettiva.

I chiari segnali dell’eccitazione sessuale di una singola scimmia si amplificavano e diventavano l’eccitazione di tutto il gruppo.

Anche in questo caso si esprimeva la parte peggiore della natura bestiale e iniziava una serie di accoppiamenti violenti che nulla avevano di procreativo e tutto avevano di ferino.

In questo caso i maschi, provocati dalle femmine, diventavano violenti e queste ultime godevano nel lasciarsi prendere e ferire in una continua frenesia orgiastica.

Quando maman Immè mi invitava a raccontare queste mie esperienze africane, diceva che anche gli uomini più civili, gli antichi Greci, avevano elaborato tanti secoli prima un rito simile a quello delle scimmie in onore di Dioniso, il dio del vino che non a caso dispensava ai poveri uomini l’ebbrezza e la follia.

E di poi aggiungeva che è stato merito del dottor Freud nel secolo scorso lo studio scientifico di questa componente istintiva dell’essere umano.

Così tra culto religioso e ospedale psichiatrico maman sosteneva che l’aggressività di qualsiasi tipo rientrava nella natura umana e che le scimmie, in quanto animali senza storia e senza ragione, avevano tutto il diritto di non controllarla anche alla luce del fatto che gli uomini civili, animali dotati di memoria storica e discernimento, la mantenevano con sottile perversione e la riversavano nelle guerre, negli olocausti, nel razzismo, nello sfruttamento, nelle tossicodipendenze, nella pena di morte, negli elettrochock, nelle perversioni scientifiche, nelle cerimonie religiose e in tanti altri settori della vita sociale.

E io, Ascingha la negra, con tutto il mio buon senso e tutta la mia sensibilità, aggiungo che gli uomini dell’Occidente sono violenti con le donne e con i bambini.

A questo punto inevitabile sorge la domanda: vengono prima le scimmie o gli

uomini ?

Automatica scatta dalla memoria la risposta: le scimmie !

Almeno ricordo di aver visto in un libro di scienze biologiche la serie delle figure che in linea evolutiva procedevano dalla grande scimmia al pitecantropo, dall’homo sapiens al gondoliere veneziano.

Pur tuttavia le scimmie, al contrario degli uomini, non arrivano ad avere coscienza di se stesse.

Alle scimmie somigliavano tanto i maschi e le vecchie della mia tribù nel trattare le donne giovani e i bambini; non a caso, quindi, avevano scelto come divinità la Grande Scimmia e non a caso una femmina come madre.

Adorandola si ingraziavano l’oggetto del loro odio, assolvevano la loro violenza ed esorcizzavano l’angoscia della colpa.

Questa non è farina del mio sacco; questa interpretazione devo averla letta in qualche libro di maman.

Se la grande dea era femmina e madre, le altre divinità della foresta erano spiriti maschi, i figli della Grande Scimmia; essi servivano a riempire il vuoto e a riparare lo scompenso.

La foresta era il luogo sacro dell’accoglienza e dell’unione tra la terra e il cielo, tra la luce e l’ombra; gli alberi erano le colonne del tempio, le colonne della casa degli spiriti.

I luoghi sacri della foresta affermavano la trascendenza di una dea, la grande Scimmia, che si trovava per i negri di una tribù africana inevitabilmente in cielo: dio non abitava con noi e non era la nostra terra.

Se nelle foreste dei monti Loma gli uomini somigliano alle scimmie, nel civile Occidente gli uomini non sono da meno, specialmente quelli che trafficano con le donne e i bambini, quelli che pongono le basi culturali e religiose per la violenza sulle donne e i bambini, quelli che condannano l’erotismo e la sessualità come una pratica diabolica.

Io non condanno gli uomini che hanno bisogno delle puttane, perché sono uomini soli che hanno bisogno di essere amati e di avere potere sull’oggetto del loro desiderio e del loro odio; io condanno chi ha loro impedito di vivere la donna con amore e alla pari, chi ha loro infilato nel midollo e nel sangue il senso del peccato, chi ha loro tragicamente insegnato il culto delle infinite capacità del denaro.

E così anche i bambini diventano prede innocenti della violenza degli adulti inetti.

Nella mia vita ho subito sulla pelle la violenza e la prevaricazione, ma ho anche conosciuto l’emarginazione e il razzismo quando ho scelto di essere come le altre donne e di non fare più la puttana; da quel momento ho perso il potere di un’ingombrante femminilità esotica e ho acquistato nuovamente i tratti di un essere inferiore.

Se non mi puoi sfruttare o avere come puttana, io sono un niente impastato con il nulla: questo è il mio dramma attuale.

Gli italiani sono un popolo unico e particolare, gli italiani sono tali anche nell’essere razzisti o quando affermano con forza e convinzione di non esserlo.

Il loro razzismo fortunatamente non è di buona qualità in quanto a cattiveria.

Il loro è il buon razzismo dei poveri diventati all’improvviso ricchi grazie all’eredità dello zio buonanima che era partito agli inizi del secolo per l’America e che aveva fatto tanti soldi vendendo pizze margherita nella quindicesima strada al numero civico 23.078 di New York.

I veneziani, in particolare, non possono permettersi il lusso di odiare lo straniero e il diverso, perché vivono con i dollari degli altri, “l’argent” di tutti quelli che abitano nel mondo e che immancabilmente visitano la loro splendida città almeno una volta nella vita; gli altri veneti, quelli della collina e delle montagne, odiano lo straniero e il diverso, perché rappresentano una minaccia alla conquistata polenta con il “tocio” e temono in loro quel conte e quel prete che in un recente passato li avevano costretti alla servitù della gleba e allo sfruttamento.

In un mondo ingiusto e tormentato io ho bisogno di essere difesa e più che mai da quando ho scelto di essere una persona per bene, una cittadina italiana che paga le tasse e non scandalizza i benpensanti, una donna libera che rispetta il suo prossimo e non atterrisce i bambini, le mogli e le madri.

Chi difenderà Ascingha ?

Chi amerà Ascingha ?

Nonostante l’immenso bene e l’infinita riconoscenza che da moglie e non da soldato porto al mio generale, io non mi sono mai rassegnata a fare a meno dell’amore e del bisogno di essere amata.

Sogno spesso l’amore che verrà ancora una volta dal mare e mi porterà via ancora una volta ma senza rendermi puttana, l’uomo che mi vorrà con sé soltanto e semplicemente per amarmi.

Io voglio ancora un uomo, perché io ho conosciuto il mio uomo, quello che mi fa sognare di essere vergine e di avere il clitoride, quello che mi fa godere e mi riempie del suo seme fino a farmi scoppiare, quello che mi colma di premure e di affetto fino alla nausea.

Io vorrei finalmente un figlio, un bambino nero che da grande vinca le Olimpiadi nella maratona o nei diecimila siepi, un uomo alto e snello, un degno figlio della foresta, una gazzella della savana.

Io vorrei una figlia, una bambina negra che da grande vinca le Olimpiadi nel salto in alto, una donna alta e snella, una degna figlia della foresta, una gazzella della savana.

I miei figli li voglio africani, ma li voglio in Europa.

Io odio la mia gente, io odio quei bastardi che sin dal primo vagito non mi hanno curato e mi hanno lasciato alla mercé di tutto e di tutti.

I miei figli devono star bene e avere genitori sicuri senza la confusione di tanta gente indifferente che gli gira attorno; i miei figli non devono vivere in mezzo alle malattie e agli animali, senza acqua e senza cibo.

I miei due figli non saranno selvaggi; il maschio non sarà predatore della “puta” e la femmina non sarà preda del “bilingo”, quegli organi sessuali che la buona madre natura ha dato loro nella parte più oscura del corpo.

Mio figlio non andrà in giro per la foresta a stuprare le bambine; mia figlia non subirà la crudeltà delle invidiose vecchie e il suo bel corpo avrà i suoi naturali orgasmi insieme a tanto amore.

I miei figli non conosceranno tutta quella gente strana che veniva a comprarti in nome del loro dio e in onore di quell’anima che non sapevi di avere, uomini bianchi che si preoccupavano del tuo spirito quando la tua pelle era piena di croste a causa di un’infezione inguaribile soltanto perché mangiavi solo fieno macinato, granaglie, poltiglia di “macai” e altri intrugli più o meno schifosi.

I miei figli non saranno vittime dell’ignoranza o di una Marion qualsiasi.

I miei figli li voglio africani, tutti miei, sempre con me e in Europa.

I miei figli non ci sono e non potrò mai averli.

Tutta colpa dell’Africa e delle mammane !

In Africa lo spazio e il tempo hanno una loro dimensione, una loro caratteristica; lo spazio e il tempo viaggiano lenti in mezzo alla giungla e sono immensi perché toccano il sublime senza destare alcuna paura a chi li sente; in Africa il movimento e la staticità sono in perfetto equilibrio, quell’equilibrio che si raggiunge soltanto in punto di morte.

In Africa ogni giorno, ogni ora, ogni attimo sono sempre buoni per morire e hai la possibilità di ignorare quando e da chi sei nata.

L’Africa è l’unico posto al mondo dove tutto è sempre in ritardo e dove ti è consentito di arrivare sempre dopo e immancabilmente alla fine del pranzo, perché non sai chi sei e dove sei; tu pensi che l’universo è tutto lì e finisce proprio lì dove tu sei, per cui non c’è alcun motivo di muoversi e di conoscere quello che non c’è.

Pur tuttavia, in Africa qualcuno sapeva e qualcuno diceva.

E così tutti si sapeva e tutti si diceva presso le foreste dei monti Loma che c’era qualcuno di diverso e qualcosa di altro da un’altra parte, che c’erano altri e altre cose da altre parti, in giro, chissà dove, chissà quando, chissà come, chissà.

Potevi mettere in moto la fantasia e arrivare dappertutto per trovare sempre quello che avevi dentro e che volevi afferrare al volo per sopravvivere: i tuoi bisogni e i tuoi desideri.

Marion raccontava sempre di questo mondo sconosciuto, ma fino a quando non ho visto le coste della Sicilia e una carta geografica nella sala d’aspetto di una pensione, io non ho potuto capire quanto era grande il mondo fuori di me e quante cose potevo conoscere oltre le mie.

Un piccolo mappamondo è stato il regalo che ho chiesto a Marcos appena sbarcata nel continente, una terra vecchia per gli altri e nuovissima per me; ancora oggi sopra il tavolino in noce del salotto stile Luigi quattordicesimo esiste questo aggeggio strano a forma di palla che indica con un disegno colorato la terra che calpesti e a quali misteri inconsapevolmente partecipi.

Possiedo anche un mappamondo che s’illumina e ho segnato con due punti rossi il luogo dove sono nata e il luogo dove sono arrivata, la Sierra Leone e Mazara del Vallo; questo soprammobile lo conservo come il simbolo delle mie prime conquiste dopo anni di dormiveglia anche se non dimentico mai che sono nata in Africa, in Sierra Leone, tra le foreste dei monti Loma e presso la tribù Isciu.

Io non dimentico e non mi vergogno di essere Isciu anche se non capisco quale vanto possa essere sentirsi Isciu quando alla fine ami e odi l’Africa e il tuo passato.

A volte mi capita di essere addirittura orgogliosa di essere Isciu e africana; allora vorrei ritornare nei luoghi della mia infanzia per conoscere la verità, una verità qualsiasi di cui non riesco a capire la natura e la qualità.

L’Africa mi è debitrice di una verità, la verità che cerca dentro di sé chi l’ha abbandonata senza sentire alcuna gratitudine verso una madre avara e severa.

A mio giudizio non è poco.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

16 / 11 / 2.000

Mio marito è un vecchio di ottantacinque anni, limpido come l’acqua di fonte e sano come un’anguilla del Piave; il generale Biagio Tirindelli può ancora insegnare tanto e di tutto a quegli uomini che sono giovani fuori e vecchi dentro, uomini malati di pigrizia mentale e precocemente decaduti nella società del benessere per mancanza di desiderio.

Il consumismo logora in primo luogo coloro che agiscono nel circolo vizioso del prendere e del gettare.

Questi uomini, che io ho conosciuto molto bene nella mia ambigua missione di santa e di puttana, si illudono di aver vissuto e desiderato tutto quello che si poteva vivere e desiderare, ma alla fine si accorgono che non sono mai usciti dall’orbita delle loro pupille o al massimo non si sono mai allontanati dalla montatura dei loro occhiali.

Questa è la depressione e la depressione conduce con naturalezza al suicidio, tanto per gradire e tutto il resto per continuare.

Se sei arrivato al capolinea della tua vita, per affermarti non ti resta altro che ucciderti in maniera eclatante o con un gesto eroico; adesso sei costretto a recitare la sceneggiata napoletana della tua fine, ma non ti basta una morte discreta perché tu cerchi una strage di te stesso che faccia testo sui quotidiani e colpisca l’immaginario di tutti quelli che ti conoscevano, i quali immancabilmente inebetiti diranno: “era una brava persona, sempre allegra e affabile; proprio da lui questo gesto insano non me lo sarei mai aspettato.”

E così, arrivato al capolinea della tua vita, ti sei sistemato da solo e ti sei fatto anche sistemare dagli altri; sei stato veramente bravo, non c’è che dire, meriti un applauso nel festival della demenza o un premio nel quiz show di turno.

La gente senza desiderio o con il desiderio ormai al lumicino si uccide lentamente o alla grande con l’eroina e con megadosi di ballantines, con le pasticche di estasi e con dieci tequila bum-bum e due kaipirigna, con le marlboro inzuppate di hascisc e con mezzo litro di grappa del contadino, con il lavoro e con il denaro, con il cocktail di psicofarmaci e con una corsa pazza a centoventi all’ora verso un incrocio e con un semaforo che deve restare necessariamente verde, pena le tante scuse da porgere nell’aldilà a quei poveri disgraziati che per puro caso si sono trovati al momento giusto nel posto sbagliato.

La gente senza desiderio o con il desiderio ormai al lumicino si uccide così e ogni giorno la vedi vacillare vicino a te o camminare al tuo fianco: il salumiere del supermercato, il macellaio della bottega all’angolo, la commessa di Luisa Spagnoli, il direttore della banca commerciale di qualche santo, il professore di ragioneria di tua figlia, tua figlia stessa e forse anche il compagno della tua vita.

Sembra che la malattia depressiva sia contagiosa e molto diffusa.

La gente che non desidera più si uccide lentamente, non sa quando ha cominciato a distruggersi e non conosce il perché di questa progressiva autocombustione.

Una puttana malata di “aids” è preferibile a un uomo senza desiderio, perché lei almeno combatte per vivere e non vuole morire.

Il generale Biagio Tirindelli può ancora insegnare a tutta questa gente viziosa o viziata l’amor proprio di una doccia calda, il decoro di una scelta erotica, la bellezza di una tavola imbandita con i fiori e l’onore di sentire le vibrazioni di una donna soddisfatta sotto il proprio corpo.

Come ho già detto in un’altra seduta, mio marito, suo bengrado e mio malgrado, da buon soldato ha un’attività sessuale soddisfacente ed è orgoglioso di fare ancora il suo dovere dentro la mia trincea; egli è, inoltre, molto esigente e pretende il mio orgasmo.

Non ho mai provato a spiegargli il dramma della mia infanzia, per cui, da brava attrice ed esperta nel settore, mi tocca fingere sospiri, gridolini e sobbalzi per non umiliarlo e per regalargli la soddisfazione di sentirsi ancora un uomo integro, generoso e felice.

In queste circostanze il mio pensiero senza alcuna fatica vola verso la mia infanzia e verso le maledette vecchie del villaggio che con una lama di latta mi scavarono il clitoride e le grandi labbra soltanto perché mille anni fa i maschi Isciu avevano deciso che per le donne l’orgasmo doveva essere un tabù: le femmine non devono godere, ma solo procreare nel dolore e con il rischio costante di morire in qualche modo.

L’orgasmo era una prerogativa del maschio: stop !

Non chiedere il perché di tutto questo, perché di tutto questo non si discute.

Così fu mille anni or sono e così è ancora oggi: esempio classico della serie “che cos’è la tradizione”.

Ma di tutto questo ho già detto e ampiamente parlato; il ripetermi è sintomo di qualcosa che ancora non gira bene dentro di me.

Quanto odio ristagna nelle mie budella e soltanto perché mi sento ancora castrata !

E così tornando a mio marito, questa mattina, prima di prendere il treno per venire in seduta, il mio grande generale ha recitato la solita gustosa scenetta di gelosia, oltretutto condita con le mille domande di un uomo che teme la possibilità che io non ritorni più da lui e magari fugga in Africa tra i poveri selvaggi con l’osso al naso, gli occhi gialli di tifo e pieni di cispe, il gonnellino di paglia, le tette a pera e il “bilingo” a becco d’aquila.

Mio marito è molto buono, gentile, generoso, un signore d’altri tempi che mi ama veramente con tutta l’anima e con tutto l’affetto di cui dispone il suo cuore; io sono sua moglie e devo riconoscere che non mi ha fatto mai sentire la sua serva.

In tutto e per tutto mi tratta da buona moglie e questo lo ha anche insegnato e imposto ai figli, alle nuore, ai generi e ai nipoti, a tutta quella gente che ci circonda e che ancora pensa che io sia l’ultima merda della strada, possibilmente la più puzzolente, e a Venezia le merde nelle calli non mancano.

Io lo ricambio con tutto il mio affetto e lo rispetto come una persona molto importante per la mia sicurezza giuridica ed economica.

Tutti i suoi parenti da un lato avevano comprensibilmente diffidato del nostro matrimonio e avevano tirato in ballo l’oscurità del mio passato soltanto per umiliarmi e ridurmi a un quasi niente o alla sottomissione del “sì badrone”, ma dall’altro alto erano ovviamente riconoscenti a trecentosessanta gradi nei miei confronti per il fatto che Ascingha la negra risolveva i problemi di cura e di assistenza del caro vecchio.

Quando tocchi le tasche e gli interessi costituiti, gli avari e i miserabili si ribellano e allora i migliori complimenti che sanno affibbiare sono un delinquente per te e un rincoglionito per lui.

Ma il generale in questa circostanza, come in tante altre situazioni dov’era necessario tirare fuori i cosiddetti coglioni, è stato giustamente irremovibile e ha messo tutti i suoi parenti, compresi quelli della povera moglie, sull’attenti e in dest-riga.

Buon sangue non mente e la deformazione professionale, del resto, non è acqua fresca da bere in un assolato pomeriggio d’estate.

Quanta soddisfazione mi ha dato !

Anche per questo motivo sono tanto legata a lui e non riuscirei a fargli un torto in nessun caso.

Tutti i parenti sapevano che Biagio si intratteneva con me a vario titolo sin da quando maman Immè era viva e di questa intraprendenza giovanile del loro congiunto nutrivano invidia e ammirazione allo stesso tempo; tutti i parenti sapevano che frequentava la casa di maman soltanto per la mia presenza e per le dolci premure che gli riservavo e non certo per ascoltare le poesie di Orazio decantate direttamente in latino dalle candide labbra della nobile professoressa.

Non nego di essere stata furbescamente interessata in un primo tempo a una mia decorosa sistemazione con il generale, alla luce del fatto che diceva di amarmi alla follia e che gli regalavo quarantacinque anni di differenza e tutto il resto del mio corpo; pur tuttavia, nel tempo mi sono veramente affezionata a lui, al punto che oggi non saprei vivere senza la sua splendida persona e mi mancherebbe tantissimo, appena entrata in casa, il profumo amaro del suo dopobarba e il ticchettio dei suoi perfidi orologi.

Maman Immè è stata sempre all’oscuro della nostra relazione e questa mia scelta è stata giustificata dal fatto che non l’avrebbe mai capita e tanto meno approvata; la gentildonna è morta nell’ignoranza e io per questa stupida truffa non mi sono mai sentita e non mi sento in colpa.

Eppure ricordo che alcuni giorni prima di morire, mentre fuori la pioggia ripuliva le tegole e i campielli dalle cacche dei piccioni veneziani, maman mi aveva raccomandato, forse temendo qualcosa o forse come ultimo messaggio d’amore, di rimanere sempre Ascingha, quell’Ascingha che avevo ritrovato dopo tante difficoltà, la donna della foresta, la donna orgogliosamente libera.

Per questo suo desiderio maman aveva disposto nel testamento quello che sarebbe servito alla mia vita e a quella di Aggun, qualora l’avessi finalmente ritrovata.

Come progetto di vita maman mi proponeva il suo modello e la sua storia, ma voleva fortemente che io non mi sentissi più una povera negra.

Ma chi resta al mondo, ogni volta che qualcuno invece parte, è costretto a consolarsi e a sopravvivere; il dolore passa e la vita ritorna fortunatamente sempre a scorrere nelle strade di tutti i continenti anche dopo l’ultimo funerale.

Sarà giusto, sarà sbagliato ?

Chi lo può dire; certamente è una legge di natura e un dato di fatto.

E così, dopo la morte di maman, avvenne che il dottor Marini Martino, notaio in Venezia, convocò parenti, affini e acquisiti per leggere le volontà testamentarie di quella meravigliosa gentildonna che nella sua vita aveva poco vissuto e anche poco speso; maman si era ricordata in quelle fredde carte di tutti quelli che in un modo o nell’altro le avevano fatto festa e l’avevano servita durante la sua vita.

Io ero sistemata con l’epiteto di figlia: “eleggo figlia adottiva la mia diletta Ascingha, nominata Jasmine Ainè, e a lei lascio…” vitto e alloggio, pane e companatico, il necessario e il superfluo per il resto dei suoi giorni.

Forse era troppo e immeritato, ma di fronte alla volontà dei defunti è sempre opportuno per i superstiti e per le persone di buon senso il più profondo rispetto, un niente da dire e un niente da aggiungere.

La grande vecchia era rimasta tale anche da morta e aveva ben precisato, oltretutto in maniera inequivocabile, il delicato riconoscimento della mia persona al punto che sono uscita indenne da ben tre processi che i parenti delusi hanno intentato nei miei confronti, impugnando il testamento e sostenendo che io avessi plagiato ben bene la loro congiunta.

Come non la conoscevano !

E del resto la gran parte dei parenti si era presentata soltanto all’apertura del testamento, rito avvenuto presso lo studio del solito notaio Marini Martino in Campo san Polo al numero 2.764 di Venezia, nella misera speranza di beccare qualche pannocchia di granturco o di portarne addirittura un sacco nel proprio pollaio.

Maman era a modo suo originale ed eccentrica, ma aveva una testa talmente buona per pensare e talmente limpida per giudicare che sfiorava, senza offesa per la sua memoria, l’arroganza e l’ostinazione.

Rabbrividisco ancora al ricordo di quel momento in cui finalmente anche a livello formale avevo trovato una madre sia pur adottiva e a quel regalo a cui lei sapeva che io tenevo tanto; maman, ancora una volta, non mi aveva tradito.

Sento ancora la voce del notaio, resa roca dalle tante marlboro, che in maniera perentoria dice: “eleggo figlia adottiva la mia diletta Ascingha, nominata Jasmine Ainè,”; “eleggo”, “diletta”, termini solenni, degni di lei e riservati a me.

Eleggo”.

Mi ha scelto !

Diletta”.

Mi ha voluto bene !

Finalmente mi aveva scelto e riconosciuto in ogni senso.

E io, di conseguenza, volavo alto come l’avvoltoio dei monti Loma sul cielo dell’Africa lontana, mentre tutti gli altri faticavano a capire e rifiutavano anche l’aria viziata che respiravano in quello studio umido e odoroso degli aromi di un micidiale tabacco.

Maman rifiutava le formalità burocratiche e la serie infinita delle carte più o meno bollate, una trafila che riteneva inventata dalla legge soltanto per arricchire gli addetti ai lavori; alla freddezza della carta scritta preferiva quella legge del sangue che senza essere stata mai madre non aveva conosciuto, sentimenti che il suo essere femminile aveva sempre conservato insieme al corredo verginale dentro le cassapanche, lenzuola e vestaglie che nel tempo erano diventate cibo gustoso per le tarme.

Quando la sua vita aveva tragicamente imboccato l’angolo in fondo a sinistra, quello che porta alla ratifica che di definitivo in questo mondo per l’essere umano esiste soltanto la morte, la sua sensualità repressa, il suo invidiabile imene ancora integro, la sua formidabile femminilità, il triste ricordo delle sue uova sempre marcite in un pannolino di cotone, tutto questo e altro ancora rivendicavano i loro diritti e io le ho dato la possibilità di sentirsi madre nella maniera a lei più congeniale, senza trauma e con tutta la dolcezza del rispetto di un istinto mai sopito.

E così fu madre anche la mia maman.

In quel momento della vita, l’ultimo, quando tutto è concesso perché ti stai staccando dalle cose del mondo e dalla gente che con violenza le possiede, ti resta ancora la possibilità di essere grande e generosa nel lasciare ai sopravvissuti un messaggio finale a coronamento dei tanti errori che inevitabilmente si sono conficcati nel tuo cuore e nel tuo corpo marchiandoli a fuoco come una mucca argentina.

E così fu per la mia maman.

Nella sua ultima possibilità di libertà era riuscita a essere grande e generosa, al di là della taccia d’infamia che sapeva benissimo le avrebbero appioppato i suoi consanguinei, tutti coloro che avrebbero dovuto naturalmente amarla senza alcun compenso e senza la spasmodica attesa della sua morte.

A tutta questa gente della domenica, coloro che attendono e soltanto attendono la festa della vita, maman aveva tirato un bidone megagalattico per la bocca inquinata di un vecchio notaio di Venezia, un uomo ricco di quattrini e ai ferri corti con la vita.

Devo riconoscere che io avevo conquistato il suo amore con la tenacia e la forza che sono necessarie sul fronte di guerra, perché maman non era una donna facile e malleabile, non era certo “farina da far ostie”, come si dice nel gergo veneziano.

E così e in quell’occasione i parenti di maman ebbero la possibilità di pensare che io ero una sporca negra e una fottuta puttana, un scena destinata a ripetersi nel giorno delle nozze con il generale Tirindelli, ma non si limitarono alle insolenze e passarono all’accusa di truffa e di plagio, impugnando il testamento nell’ultimo vano tentativo di raccogliere senza sudore e senza pudore quello che in vita non avevano seminato per incapacità di amare.

E gli anni fortunatamente passano e la Giustizia italiana ti aiuta a farli trascorrere senza angoscia proprio educandoti all’indolenza; e così, dicevo, dopo cinque lunghi anni quella marmaglia, i parenti prossimi e la compagnia degli affini, si è trovata con tanto dolore un bel “bilingo” nella parte più profonda del loro miserabile essere, non quell’anima che non possiedono, ma quel buco del culo che è l’unica garanzia della vera uguaglianza tra gli uomini, al di là del colore della pelle e dell’intestino retto.

Dopo aver consultato tanti periti e dopo aver letto altrettante perizie, il giudice dall’alto del suo trespolo aveva sentenziato con noncuranza e nel suo accento rigorosamente siculo che la signora “Immè Eleonora era capace di intendere e di volere, essendosi presentata da sola di fronte al notaio Martini Marino in Campo san Polo al numero civico 2.764 di Venezia e avendo redatto testamento alla presenza del suddetto”; maman si era recata dal notaio con le sue floride gambe e aveva usato la sua bella testa ben cinque anni e dieci giorni prima di partire per la luna.

Ne ero più orgogliosa che mai; non mi restava che prendere atto e tacere.

Il silenzio è dei forti, ma indispone tantissimo anche i deboli.

E così i parenti e gli affini furono sistemati nell’indifferenza del silenzio e nella brutta sensazione del bassofondo, mentre il mio riscatto va ancora orgoglioso di questa giustizia stranamente giusta degli uomini.

Questo è stato soltanto il primo round dell’incontro di boxe.

La storia non viaggia mai da sola e non è originale; la storia si ripete e si ripete continuamente, per cui, se si è saggi o ci si picca di tale dono, non bisogna mai meravigliarsi o cantar vittoria prima del tempo.

Mi sto riferendo al testamento di mio marito; so che lo ha rivisto e per quanto riguarda le sue disposizioni, anzi i suoi ordini, io dico soltanto “chi vivrà, vedrà”.

Sono stanca di subire affronti alla luce del sole o nell’ombra di una calle da parte di gente che si ritiene civile e superiore.

Io sono stanca e non ho più voglia di lottare.

Non voglio neanche pensare alla morte di mio marito, perché è un uomo puro, degno di rispetto e di amore, un uomo all’antica e con i suoi valori, un uomo a cui sono molto legata e che non merita la cattiveria degli imbecilli o l’intelligenza degli idioti.

Chi ci sarà, suppongo, che potrà divertirsi tantissimo, perché in questo caso di fronte al notaio Martini Marino in Campo san Polo al numero civico 2.764 di Venezia non si è presentata una mamma putativa con il desiderio di riconoscere se stessa attraverso la mia persona, ma un uomo anziano e maritato a una giovane donna negra.

Per tutti i giudici c’è già materia di discussione e di perizia, per tutti i malevoli c’è già materia di odio e di calunnia.

In tanta miseria la sola verità che mi consola è la realtà di ogni giorno: il vecchio generale è ringiovanito di trent’anni da quando è insieme a me e io nutro nei suoi confronti, oltre a un grande affetto, una profonda gratitudine.

Biagio ricambia i miei sentimenti in abbondanza ed è talmente premuroso che rischia di diventare assillante, un uomo che non si assopisce neanche davanti ai programmi televisivi e che potrebbe darmi ancora un figlio alla condizione che io fossi a posto con le mie cose.

Per tante storie e per tante angosce io non ho nessun rimpianto e sottoscriverei a tutt’oggi presso il miglior Lloyd di Londra la polizza per assicurare la ripetizione della mia vita.

Bonjour monsieur le docteur.

 

CAREZZA DEL VENTO

09 / 11 / 2.000

Per abitudine e per convenienza non porto orologi di nessun genere; da bambina sono stata costretta a vivere senza misurare il tempo in maniera artificiale e ho imparato ad afferrare il presente per quello che è e per quello che ti dà.

Il passato e il futuro sono inaffidabili compagni nel viaggio della vita, perché con molto “savoir faire” ti servono come antipasto l’angoscia e come primo piatto la nostalgia.

E così ho costruito, di volta in volta, le mie riflessioni sul tempo, pensieri di poco conto e idee elaborate da una povera negra, ma pur sempre produzioni artigianali di cui sono orgogliosa, nonostante il disprezzo che mi capita ancora di nutrire verso me stessa e in particolare verso il mio corpo.

Chi è privo di contraddizioni scagli la prima pietra.

E fu così che la terra si ricoprì di macigni.

Io rifiuto il tempo perché non conosco la data della mia nascita e mi è mancato, quindi, questo rassicurante punto di riferimento in tutto quello che succedeva intorno a me, sopra di me e dentro di me.

Io rifiuto il tempo perché facilmente mi perdo nelle sue malefiche spire e mi sento venir meno al pensiero di essere trasportata da forze inarrestabili; quando i miei sensi evaporano verso una dimensione indefinita e viaggiano su territori sconosciuti, immediatamente cerco la benefica bussola della ragione e le chiare direttive della coscienza.

La marea delle sensazioni mi procura un naufragio emotivo e non mi fa sentire padrona in casa mia, all’incontrario dei poeti che si perdono volentieri e con dolcezza nelle sfumature di un infinito molto vicino al nulla eterno o nell’esaltazione di assurde verità sempre collegate all’esaltazione dei sensi.

Intorno a me ho fermato l’inaffidabile tempo nei cicli vitali della natura africana e il principale riferimento l’ho fissato nel fiorire del “macai” per le promesse di un buon clima o nelle grida delle scimmie che partorivano per la soddisfazione degli spiriti della foresta.

Sono stata costretta a sentire il tempo inciso nel mio corpo con il “kunnalindu”, il primo sangue e tutte le amare violenze che sono seguite immancabilmente nella mia vita come i granelli del rosario di una povera suora in preghiera.

Da qualche anno il maledetto tempo si presenta ogni mattina nel corpo che sfiorisce, nei seni che si appesantiscono, nei denti che tremano, nella cellulite che imperversa, nel sangue che è agli sgoccioli, nei piedi che si riempiono di calli, negli occhi che non mettono più a fuoco, nello stomaco che è tempestato dalla gastrite, nel respiro che non fa il giro, negli orologi biologici che non suonavano al tempo giusto.

Mi sono sentita in compagnia del tempo maligno ogni volta che mi sono fermata a riflettere su me stessa, sulla mia condizione umana, sui miei bisogni profondi, sui miei fantasmi, sulle mie emozioni; in questi casi non mi sono compiaciuta della mia capacità introspettiva per il semplice motivo che si trascinava dietro un mare di sofferenza.

Rifiuto il tempo, ma non posso negarlo, per cui mi compenso disprezzando gli orologi che riempiono in abbondanza la mia casa.

Proprio così, perché la mia casa è piena di pendoli e pendole, di orologi a cucù e a sonagli, di cianfrusaglie di tutti i tipi che servono a misurare il tempo: il generale Tirindelli, mio marito, è un appassionato collezionista di questi lugubri simboli di morte.

Tutta la mia casa risuona di ora in ora dalle fondamenta e i vicini sistemano i loro orologi in base ai rintocchi che provengono dalla dimora Tirindelli.

L’ora esatta è in tal modo assicurata a tutto il quartiere, se non addirittura a tutto il sestriere.

I gusti sono gusti e bisogna rispettarli” diceva giustamente maman Immè in quella lingua latina di cui era padrona sopraffina e i cui termini in questo momento non ricordo.

Riconosco che rifiuto il tempo; eppure, nonostante la paura e il dolore, quando desidero smarrirmi penso al tempo e non allo spazio.

Allora mi perdo facilmente nel tempo dei ricordi, piuttosto che nei luoghi dove ho portato e quotidianamente faccio muovere il mio corpo.

In quei momenti vorrei che qualcuno mi trovasse tra i tanti eventi della sua vita e mi tirasse fuori da queste ragnatele per prendersi finalmente cura di me e soltanto di me.

Il mio altruismo si ammala e subentra il bisogno dell’esclusiva: io sono la sola persona al mondo che tu hai amato, che tu ami e che tu amerai.

Ancora più drastica si fa la mia pretesa con l’incalzare dei ricordi: io sono la sola persona al mondo che tu devi amare.

Chi sarà mai questo “tu” ?

Questo “tu” è il solito “lui” e si chiama Marcos, l’unico grande amore della mia vita, un amore vero soltanto perché su di lui ho investito tutta me stessa, a lui mi sono dedicata come una schiava e a lui sono rimasta devota come a un santo.

E Marcos non ha mai fatto e non fa miracoli: tutt’altro !

Smarrita tra le mille e mille esperienze della mia vita, tutte in ogni modo e sempre intensamente vissute, vado alla ricerca della bussola in un “qualcuno” che si prenda cura di me, così come io ho sempre fatto con gli altri per denaro o per passione, per ignoranza o per amore, per povertà o per nobiltà.

Tra tanta gente conosciuta nel bene e nel male l’unico viso che si ricompone dentro i miei occhi chiusi è sempre quello di Marcos; la sua immagine mi perseguita in ogni luogo e in ogni tempo.

Quanti uomini d’alto bordo e di poco calibro sono passati ripetutamente sopra il mio corpo e mi hanno dichiarato il loro amore; i miei clienti si innamoravano immancabilmente di me e io li ripagavo con l’essere una buona amante per non deludere i loro sentimenti.

Questo gioco e questa illusione rendevano più nobile il mio mestiere e più significativa la mia giornata; decisamente non ero sola almeno in quei momenti.

Nei quotidiani contatti del mio tipo sono riuscita a infilarci quel calore umano che sbiadiva anche il colore dei soldi e rendeva intimo un rapporto di per se stesso squallido; tanto calore umano serviva per la magra consolazione di essere almeno dalla parte giusta, di capire gli altri e di essere capita dagli altri.

Nella mia dignitosa carriera non ho avuto soltanto clienti, ma anche compagni di avventura e a volte di sventura, almeno fino a quando Marcos non è scomparso dalla mia vita.

Proprio così.

Da un giorno all’altro e senza alcun motivo Marcos è scomparso dalla mia vita e da quella delle altre puttane del quartiere del Brenta che lavoravano per arricchirlo.

In quel triste o lieto evento le mie compagne di disgrazia hanno messo in moto la fantasia sulla scia di quella vena superstiziosa che non manca mai nella casa dei poveri, ma la versione più probabile vuole che Marcos sia stato liquidato dalla malavita locale per una questione di territorio e di tangenti non pagate.

Io non ho mai voluto credere a questa tragica versione e preferisco pensarlo vivo e vegeto con i suoi occhi azzurri in Argentina ad allevare mucche e magari a cavallo di un’altra donna nella pampas sconfinata, piuttosto che immaginare il suo bel corpo sciolto nell’acido solforico.

Io l’ho sempre aspettato e lo aspetto ancora.

La libertà conquistata all’improvviso, senza volontà e senza merito, non ha quel sapore e quel valore che le sai dare se soffri tanto nel desiderarla.

Sono sicura che un giorno o l’altro incontrerò Marcos lungo una stretta calle di Venezia e alla richiesta di essere ancora sua, io non saprò dire di no e dirò ancora una volta di sì.

In ogni caso, al di là dei festeggiamenti o dei funerali, Marcos è veramente sparito dalla circolazione e a nessuno conveniva riportarlo in vita; neanche chi di dovere ha voluto aprire una lunga avventura giudiziaria, nonostante esista una circostanziata denuncia anonima sulla sua scomparsa.

Sul sistema giudiziario e sui servizi sociali italiani calo volentieri un velo di silenzio, non voglio parlarne, perché dovrei rivolgermi ai tribunali internazionali e non a uno strizzacervelli.

In effetti Marcos era il nome di battaglia di uno sfruttatore, ma nella realtà Marcos era il signor Nessuno, come Ulisse per Polifemo.

In undici anni, vissuti insieme in Italia, Marcos non ha lasciato alcuna traccia, una contravvenzione per divieto di sosta, una bolletta della luce non pagata, una ricetta medica, una fattura del meccanico, un contratto di locazione, una ricevuta di conto corrente, niente di lui è rimasto, neanche il corpo.

Chissà qual’era il suo vero nome !

Con i soldi delle sue puttane Marcos arrivava dappertutto.

Con i soldi delle sue puttane Marcos poteva riempire i crateri della luna dopo aver colmato quelli della terra.

Io lo incontravo ogni tre giorni nel nostro appartamento per far l’amore e per consegnargli la quota stabilita, quindi, non avendolo di punto in bianco più visto, prima sono caduta nell’angoscia più nera, dopo sono entrata totalmente nel panico e ancora dopo mi sono ritrovata con tanti soldi nel cassetto e con la possibilità di liberarmi dalla schiavitù dello sfruttamento e dall’ignominia della prostituzione.

Il dolore per la sua scomparsa è arrivato soltanto alla fine di un lungo travaglio e si presenta ancora oggi nei momenti in cui ho tanto bisogno di amarlo.

Rischiavo di cadere nelle grinfie di un lurido magnaccia come le mie povere colleghe e questo trasloco non lo avrei mai sopportato, perché per Marcos nutrivo un sentimento d’amore ed era questo che dava forza e senso alla mia sottomissione.

Del resto Marcos mi aveva a suo modo amato e mi aveva tenuta fuori dall’elenco dei suoi beni produttivi e dalla lista della sua contabilità: io non ero una puttana di strada e d’occasione, ma una troia di lusso, con il suo giro fisso di clienti per bene e il suo lindo appartamento con idromassaggio e profilattici profumati.

Marcos voleva la sua quota e io saldavo puntualmente quel debito che non avevo mai contratto con lui, un debito che ancora oggi in altro modo continuo a pagare.

Scomparsi nel nulla il mio uomo e il mio tiranno, avevo in un primo tempo pensato di consegnarmi alla polizia per essere difesa da eventuali ritorsioni o da nuovi padroni.

Volevo uscire dal giro devastante della prostituzione e rifarmi una vita con una nuova identità dentro e fuori di me, ma una mia amica e collega, che si era denunciata da sola per essere aiutata, era stata secondo la legge del tempo immediatamente arrestata per altri reati e di poi rispedita al paese d’origine come un pacco postale.

E anche vero che in certe situazioni non si sa bene quello che si vuole, ma non c’è cosa peggiore per una donna africana che ritornare nella miseria della Sierra Leone dopo aver assaggiato il pane dell’Occidente, un pane che, sia pur amaro e salato, è sempre un pane sicuro e soprattutto bianco.

Se chiedi di essere difesa dall’autorità costituita, sei trattata con inumana indifferenza e con disprezzo: un pezzo di merda da raccattare sulla strada e da buttare con un senso di schifo nella fogna.

Nella ricerca spasmodica di una soluzione ottimale avevo pensato di rivolgermi ai servizi sociali del comune ed ero anche andata, ma quando è arrivato il mio turno fortunatamente ho sentito una voce dentro che mi diceva di fuggire: così ho fatto e non ho avuto assolutamente modo di pentirmene.

L’assistente sociale era una donna in tailleur amaranto e una perfetta burocrate, ma soprattutto era una donna anziana.

Ascingha non si fida delle donne, soprattutto delle donne vecchie, nonostante maman Immè, e la ragione di questa avversione si legge ancora nella mia carne.

Sono ancora convinta che un maschio di qualsiasi razza non sa essere crudele come una femmina, se poi la femmina è una negra sottomessa, la crudeltà degenera nella violenza pura e cruda.

Quando sei e ti senti giustamente sola, vai a cercare aiuto anche in un anonimo ufficio dello stato, ma la burocrazia si è rivelata inutile e inaffidabile.

L’assistente sociale e il carabiniere non sono figure professionali qualsiasi e asettiche; l’assistente sociale e il carabiniere devono avere in primo luogo uno spessore umano perché trattano con persone sfortunate e di qualsiasi colore.

Se il disprezzo razziale lo trovi anche nei piani alti dei palazzi pubblici e tra i funzionari di un certo potere, allora per i poveri diavoli si prospettano tempi veramente più duri dei tempi già andati.

Sembra che il razzismo circoli nelle vene della gente con la stessa frequenza dei globuli rossi, specialmente in quelle degli italiani; quando ti dicono che non sono razzisti, è la volta buona per fuggire perché ti stanno già azzannando.

A volte la gente ti odia per fare qualcosa di trasgressivo, per darsi un tono, per avere un cipiglio, per compensare le frustrazioni e con estrema facilità è il negro, che inevitabilmente viene dall’Africa, a farne le spese rispetto al bianco che, ad esempio, viene dall’Albania o dalla Iugoslavia.

L’Africa è sempre in debito verso tutti i continenti del mondo.

Se gli idioti non ti odiano, ti investono con una micidiale indifferenza, oltretutto camuffata da ambigua tolleranza; se tu hai potere, però, e io da puttana ne avevo tanto, questi individui meschini diventano piccoli piccoli e si cagano sotto, come dicono a Bologna, e sanno leccarti benissimo il culo, come dicono ancora a Bologna, e per finire anche ti pagano come avviene nelle migliori contrattazioni della Borsa, sempre a Bologna.

Almeno un negro è stato educato a subire e non reagisce, ma un bianco superbo che lecca il culo a una puttana nera come l’ebano è veramente il massimo della satira civile, una vignetta degna del migliore Forattini su “Repubblica”.

Le tappe del mio riscatto umano non sono state impossibili, ma tanto sofferte e non sono passate attraverso le ambigue cure di un prete o di un suo interessato istituto di carità legalmente finanziato dallo Stato con novantamila lire al giorno per ogni ospite da salvare.

Io sono ancora una volta fuggita e ho inforcato il primo treno diretto in Sicilia, il luogo della mia esaltazione e del mio tormento.

In quell’isola avevo, infatti, assaporato il potere di esser donna, in quell’isola mi ero legata ad Aggun, in quell’isola avevo vissuto la mia prima stagione d’amore con Marcos, quella più sincera e priva di risentimento.

In Sicilia avevo lasciato uomini tristi e generosi; in Sicilia avevo visto occhi neri diventare lucidi quando le mie valigie erano state caricate sulla “mercedes” puntata verso il continente e con Marcos al volante.

In Sicilia, forse, qualcuno mi amava con discrezione; questo non l’ho mai saputo perché i siciliani sono enigmatici nella loro semplicità.

Sono rimasta sotto quel sole particolare appena il tempo per capire se avevo bisogno del potere della puttana Jasmine o dell’orgoglio di Ascingha.

Ho scelto il secondo e la tenacia della mia natura africana.

Io mi sono riscattata da sola, senza prete e senza assistente sociale, senza carabiniere e senza poliziotto; io mi sono riscattata con l’orgoglio e con un po’ di fortuna, quella buona stella con cui avevo un conto da tempo e di gran lunga in sospeso.

Dovevo solo attendere.

Il mitico treno del sole mi ha riportato nella nebbia dell’entroterra veneziano, nel mio appartamento di lusso con tutte le paure di ripiombare nei ricatti della malavita, ma Marcos aveva sistemato le cose per bene; almeno questo aveva fatto per me.

Per cambiare vita senza correre rischi, ero cosciente che dovevo cambiare luogo e alla svelta, ma non riuscivo a focalizzare cosa fare e come farlo, dal momento che qualcosa e in qualche modo avrei dovuto fare.

Dicevo prima del mio credito nei confronti della fortuna e mentre bevevo un caffè all’osteria “da Pino” il conto è stato in gran parte saldato.

Mi è capitata sotto gli occhi e sotto la tazzina l’ultima pagina sgualcita della “Nuova Venezia” e in particolare un’inserzione che qualcuno aveva accuratamente segnato in rosso con un pennarello.

Questo è stato il vero evento magico della mia vita e questo era il testo: “Gentildonna veneziana cerca giovane donna per servizio e compagnia”; a tanto buon cuore seguiva un numero di telefono.

Gentildonna, in effetti, lo era; veneziana, in effetti, lo era; nessuna bugia e nessun inganno, ma era anche una donna tanto superba e tanto difficile.

Questa donna sconosciuta faceva perfettamente al mio caso e avevo la speranza di fare io al suo caso.

Sentivo che era una questione di sintonia umana e io dovevo necessariamente fare al suo caso.

Io avevo bisogno anche di una madre e volevo una madre.

Parola di Ascingha !

Adesso sentivo la necessità di affidarmi a una donna e possibilmente anziana, una madre o un suo surrogato, quasi per verificare il mio sentimento di odio e per riparare un vissuto così drasticamente negativo e una convinzione così netta verso questa importante e ignota figura.

Del resto avevo mille e una ragione a persistere nelle mie idee, ma non ne vedevo la convenienza specialmente in questo momento così delicato della mia vita.

E fu così che ho incontrato la mia “maman”, la signora Eleonora Immè, da sempre professoressa emerita di italiano, latino e greco presso il prestigioso liceo classico “Marco Polo” di Venezia, una donna matura negli anni e di espressione teutonica, più che italica, un eccesso di precisione e un monumento di sicurezza in versione femminile.

Eppure sotto quella scorza color bianco pallido e intessuta di tinte giallognole si nascondeva la mia “maman”, la mia tenera “maman”; quella donna io l’ho amata e la amo ancora come quella mamma che non avevo mai conosciuto e quella donna mi ha amata come quella figlia che non aveva mai avuto.

Mi spuntano le lacrime e mi viene la pelle d’oca soltanto a parlare di lei, un chiaro segno che non sono pronta a ricordare la sua sagoma e la sua figura, un altrettanto chiaro segno che non ho ancora smaltito tutte le emozioni che mi ha regalato e tutta l’angoscia che la sua morte mi ha lasciato dentro.

Quella notte del nove novembre, trascorsa in dormiveglia davanti alla finestra sulla laguna seguendo con lo sguardo la strada che portava dritta dritta in cielo dopo un meraviglioso tramonto dipinto in rosso, quella notte è ancora impressa nella mia memoria come la scoperta del proprio corpo dopo essere rinati.

Mi ero appena appisolata dopo giorni di assistenza al suo capezzale e proprio in quel momento ho sentito il fruscio di un vento fresco e leggero sul mio viso; maman mi ha baciato ed è andata via con discrezione come le vecchie della mia foresta.

Non mi sono perdonata la debolezza di essermi addormentata proprio in quel momento, un senso di colpa in più, ma sento ancora sulle guance il suo dolce bacio.

C’est la vie, monsieur le docteur, c’est vraiment la vie.

Bonjour monsieur le docteur.

 

 

CAREZZA DEL VENTO

02 / 11 / 2.000

 

 

Alla stazione di Venezia ho incontrato una donna anziana, una vecchia: il termine “vecchia” è più significativo perché è carico di odio e di disprezzo.

Era una donna veramente vecchia con la colonna vertebrale ridotta a punto interrogativo e arrancava tutta storta con una borsetta bianca stile anni venti, un vero reperto d’antiquariato che ho visto negli armadi di maman Immé; la povera derelitta doveva raggiungere Mestre in treno e di poi l’aeroporto Marco Polo in corriera.

Vedendola stanca e impacciata l’ho aiutata ad arrampicarsi sui gradini del treno e a trovare un posto a sedere: il classico e antico servilismo dei negri.

E’ proprio inutile aggiungere che tutte le altre persone intorno, italiane per intenderci, non si sono accorte di nulla, essendo in tutt’altre faccende affaccendate o meglio essendo tutte prese dai cazzi loro.

Oggi sono in vena di volgarità, ma non importa; c’è di peggio dentro di me e i mali, si sa, non vengono mai da soli e non finiscono mai, per cui conviene andare avanti e senza commenti.

Ho tanta rabbia in corpo che sbranerei un elefante nano.

Dicevo che nessuno, dico nessuno e sottolineo nessuno, si è minimamente degnato di aiutare una povera vecchia in un paese pieno di vecchi come l’Italia e sostenuto economicamente dalle pensioni di vecchi abbandonati a se stessi, scaricati in una anonima casa di riposo o costretti a vegetare in uno squallido ospizio.

In Occidente non c’è rispetto per le persone anziane e si fugge, finché si può, dal pensiero della vecchiaia proprio facendo di tutto per diventare vecchi.

Si fugge dalle malattie e si esige immediatamente la salute senza lasciare che si formino gli anticorpi.

Ma non importa, perché queste sono riflessioni dettate soltanto dalla rabbia e non so il perché di questa mia aggressività, almeno per il momento.

Intanto andiamo avanti nella speranza che la grande Scimmia mi aiuti e qualche buon dio mi perdoni.

Dicevo che in quella vecchia ho visto uno spirito indomabile dentro un corpo tenuto ormai in vita dai processi chimici dei farmaci e della decomposizione; quel corpo conteneva ed esprimeva un’impressionante vitalità, una forza che supera ogni ostacolo e una sacra incoscienza che va in culo al mondo.

La vecchia gagliarda si recava a Taormina per un soggiorno in un villaggio turistico approfittando della bella e della bassa stagione.

Gli acciacchi, disegnati in rilievo sul suo corpo come in una carta geografica, non frenavano il suo spirito; tutt’altro !

La vegliarda si fiondava in maniera garibaldina in Sicilia per vivere la vita in maniera esagerata e fino all’ultimo briciola, alla Vasco Rossi.

Per inciso sono sicura che in Sicilia troverà maggiore affabilità e sacro rispetto.

Questo episodio ha ridestato nella memoria due momenti importanti della mia travagliata esistenza: il triste soggiorno a Taormina nelle vesti di puttana novizia per facoltosi turisti e le poche donne senza tempo, sicuramente giovani, del villaggio, le vecchie conosciute durante l’infanzia e nel tempo trascorso presso la mia gente in Africa.

E’ proprio così.

Le donne Isciu sono tutte senza tempo, perché sono vissute troppo e troppo in fretta con il calendario del loro corpo e del loro cielo.

Il dì e la notte, le piogge e la siccità aiutavano a fissare l’evoluzione del tempo, ma erano sempre il “kunnalindu”, la prima mestruazione e l’ingrossarsi dei seni a stabilire le tappe principali e significative nella vita di una femmina.

Di poi, di gravidanza in gravidanza, ci si avviava rapidamente verso la vecchiaia e si prendeva confidenza con la morte.

Io ho sempre visto girare tra le capanne e nella foresta soltanto bambine o femmine incinte; le vecchie erano poche e per questo motivo saltavano agli occhi, ma sono sicura che non avevano più quarant’anni, gli anni che io ho adesso secondo il mio primo documento d’identità, il passaporto francese.

Sono sicura che queste femmine senza denti, con pochi capelli, sterili, dalla pelle rattrappita, piene di cicatrici, bavose, sporche, folli al punto di terrorizzare gli uomini e i bambini, sono sicura che il corpo di queste poche vecchie non arrivava a mettere insieme quaranta primavere e sempre se avessero avuto la possibilità di contarle.

Nella loro disgrazia erano fortunate, perché erano sopravvissute alle tante femmine con le quali avevano condiviso le dure leggi di una cultura imposta dai maschi in piena regola con la conservazione della specie.

Ho già detto che il “bilingo” era il vero sovrano, il re della tribù e chi non lo possedeva, le femmine, era vittima del sistema per i riti cruenti a cui era sottoposto.

Con il “bilingo” il maschio andava in orgasmo e fecondava con negligenza le femmine del gruppo come il re della foresta, quel leone che, in verità, è il re dei parassiti.

Ho già detto che del dio “bilingo” le femmine erano vittime predestinate e soltanto vittime, perché una volta ingravidate avevano buone speranze di morire dissanguate dopo il parto.

Una vecchia non valeva niente, più che un peso da trasportare era proprio un niente, per cui poteva essere tranquillamente dimenticata o scartata in qualche angolo della foresta.

E le vecchie si lasciavano abbandonare con fatalistica rassegnazione e con la convinzione di ritornare a quella natura che non era stata certamente una madre nei loro confronti; le vecchie chiudevano con la morte il giro della vita secondo la sacra formula “io sarò il pasto di quell’animale della foresta che poi sarà ucciso dalla mia gente e la nutrirà.”

Questa legge valeva solo per le femmine, perché di maschi vecchi ne giravano tanti per il villaggio e per la foresta; il dio “bilingo” aveva sempre femmine a sua disposizione e al suo servizio.

Nella loro negligenza questi vecchi spesso si accompagnavano alle bambine ed esigevano prestazioni adeguate alla loro età che non facevano gridare allo scandalo o tanto meno alla pedofilia, perché, oltre al diritto, non esistevano il pudore e la fobia del sesso in una tribù dove la nudità e le pratiche sessuali rientravano nella normalità del vivere quotidiano.

Quello che al ricordo m’impressiona e ancora oggi mi dà i brividi è la rassegnazione con la quale queste vecchie si emarginavano e si lasciavano morire.

Si può pensare che dovevano soffrire molto, se la morte era la soluzione alla loro tragica condizione, ma in effetti erano femmine spente soprattutto nel cuore, femmine mai state vive.

Tra le foreste alle pendici dei monti Loma la mia tribù si spostava dopo la stagione delle piogge e fondava un altro villaggio anche perché le canne e il fango delle capanne non avevano resistito alle intemperie; ricordo che in ogni trasloco qualche donna senza tempo, vecchia o malata, rassegnata o folle, sdentata o calva, non seguiva il gruppo e restava in quel posto in attesa della morte per inedia.

Restava fredda e immobile tra quei cumuli di fango e di fasciame in balia dei topi, delle bestie feroci e dei serpenti; chi arrivava per primo aveva il pranzo assicurato almeno per quella giornata.

Se ti capita per disgrazia di morire in mezzo alla foresta africana, ricordati che prima arrivano i topi a roderti il cervello infilandosi nelle orbite degli occhi, in seconda battuta arriva lo sciacallo per ridurti a brandelli e alla fine arriva il povero serpente per ingurgitare quello che di intero resta ancora del tuo corpo.

Un senso di macabro mi assale al pensiero di questo scempio abitando nel verde Veneto, ma chi vive in Africa conosce bene quale fine aspetta il suo corpo quando muore nella savana.

La rassegnazione e la mancanza d’amor proprio di queste povere vecchie si infilavano dentro di me e destavano un senso di repulsione e un netto rifiuto; incameravo in una sola volta rabbia, nausea e angoscia.

Non mi restava che fuggire dall’altra parte dell’oceano, dove il benefattore, il bracconiere, il mercante, Marion soprattutto, insomma tutti questi ambasciatori della violenza dicevano che c’era un altro mondo, un mondo totalmente diverso dal nostro e da cui arrivavano gli specchietti per le allodole, lo spazzolino da denti, la cioccolata, il whisky, le sigarette, il latte in scatola, i biscotti, il chinino e qualche medicina.

Cosa poteva fare una bambina terrorizzata, con la “puta” scavata e per giunta negra ?

Assorbiva, assorbiva ancora e sognava di fuggire da tanta desolazione.

E così tra avventure e peripezie Ascingha si è ritrovata clandestina in Sicilia e trasformata con un passaporto falso in Jasmine Ainé, senza la tribù, senza i riti cruenti, senza la foresta, senza le dolci foglie di “macai” e in compagnia di Aggun: Ascingha e Aggun, due adolescenti alte come il bambù e nere come l’ebano, due atletiche figlie della foresta, indifese come le gazzelle e con i seni a punta.

Per fortuna o per disgrazia ci portavamo addosso il marchio d’infamia, la pelle nera.

E proprio nel “suregai” avevo incontrato l’amore, uno strano sentimento scoppiato tra le cassette di fetide sardine e destinato a Marcos, l’uomo che mi aveva comprato e a cui Marion mi aveva volentieri venduto.

Nella stiva putrida del bastimento Marcos, il sudamericano dagli occhi azzurri che sulle donne aveva buon gusto, volle subito assaggiare la bontà del suo ultimo acquisto senza la necessità di chiedere in spagnolo o in portoghese; il linguaggio del corpo è universale e, mentre mi prendeva sopra le umide reti, ho sentito con sorpresa che non era la solita minestra di dolore e indifferenza.

Quello che provavo era uno strano e sconosciuto piacere che si allargava a macchia d’olio dal ventre in tutto il corpo fino a scoppiarmi nel cervello in maniera più deliziosa della cocaina.

Era un orgasmo ?

Solo con Marcos ho provato e ho continuato a provare queste stupende sensazioni.

Mi sono chiesta se in tanta tempesta di ormoni influiva il fatto che a possedermi fosse un uomo bianco.

La risposta immediata era stata la seguente: non era la prima volta che stavo con un bianco.

Il benefattore, il mercante, il bracconiere trovavano senza alcuna difficoltà nel mio villaggio la femmina negra con cui accompagnarsi, con cui sbizzarrirsi e con cui raffreddare i bollenti spiriti: una trinità perfetta.

I bianchi erano diversi dai negri nella loro strana gentilezza e poi non erano indolenti o selvaggi, ti guardavano con desiderio, ti avvicinavano con discrezione, ti facevano capire con cortesia, ti accarezzavano con delicatezza e tu eri quasi grata e orgogliosa perché avevano scelto te e non un’altra femmina per appagare il loro desiderio.

Stupidamente ti creavi anche il problema di non farti dimenticare con una buona partecipazione e nella speranza che il giorno dopo lo stesso uomo bianco ti cercasse ancora per un altro giro nella colorata giostra del tuo giovane corpo.

Nel tempo ho capito che la seduzione dei bianchi era un’arte antica che provocava l’istinto femminile annidato da qualche parte anche in una femmina negra.

Marcos era stato il primo uomo bianco che mi aveva procurato una frenesia strana e mista a un altrettanto sconosciuto benessere nel sottopormi al suo istinto.

Paura e alleanza con il nemico ?

Ancora me lo chiedo e ogni volta rispondo che era amore.

Bisogno di essere protetta ?

Ancora me lo chiedo e ogni volta rispondo che era amore.

Marcos era stato con me dolce in tutto e per tutto; quella volta nel “Suregai” per me era stata la prima volta in ogni senso.

Mentre mi spingeva ritmicamente contro la rete da pesca al sobbalzare delle onde lunghe dell’oceano Atlantico, ho sentito una perfetta sintonia con il movimento del mare e ho perso la testa, mi sono abbandonata e ho ritrovato in un sol colpo i sensi smarriti e gli organi castrati.

Altro che lotteria !

Dopo è stato sempre come quella prima volta, una nuova prima volta anche senza la dolce culla dell’oceano.

Marcos era anche bugiardo, ma questa era la sua natura; del resto, quando ti leghi a un uomo, ami anche i suoi vizi.

Quasi corteggiato a distanza dalla guardia costiera, il “suregai” ha sbarcato il suo prezioso carico umano, le bertucce e le zanne d’avorio a Mazara del Vallo; la seconda tappa del mio calvario è stata la bella Taormina, una località turistica apparentemente poco adatta a due povere negre adolescenti.

Io e Aggun eravamo perplesse e le orbite dei nostri occhi si erano fatte più bianche per la paura e più lucide per la meraviglia.

Marcos aveva capito tutto e da uomo di mondo ci rassicurava nella sua lingua imbastardita con le parole adatte e i gesti giusti, con gli abiti nuovi e i documenti falsi, con l’insalata di polpi alla marinara e la pasta alle sarde, con le mutandine colorate di cotone e il reggiseno di pizzo, con un buon bagno caldo e il sapone profumato della Vidal, con una scatola di baci Perugina e un astuccio di profilattici Hatù, con il superfluo e i ferri del mestiere.

Di tutto questo lusso io non ho mai dimenticato la granita di gelsi, i cannoli di ricotta, le paste di mandorla, i fichi d’India, gli occhi neri e voluttuosi dei siciliani.

Cosa potevi chiedere al mondo ?

Era ovvio: la sicurezza, una maggiore sicurezza, quella sicurezza che non si comprava purtroppo in un qualsiasi supermercato.

A volte avevo l’impressione che io e Aggun avessimo addosso qualcosa di scimmiesco, soprattutto guardando i movimenti eleganti delle donne siciliane; volentieri trascuro i loro seni, per non rivivere un profondo senso d’inferiorità.

Si sperava sempre che arrivasse da qualche parte una maggiore sicurezza e una migliore convinzione.

Tutto era una miniera di sorprese; Alice si era trovata benissimo nel paese delle meraviglie e noi due insieme a lei.

Marcos era frenetico e ci faceva capire che saremmo rimasti per qualche tempo in Sicilia e che in seguito saremmo partiti per il continente, ma in effetti stava vendendo Aggun a un boss locale.

Marcos era bugiardo, ma era fatto così; questa era la sua natura.

Dopo alcuni giorni di ambientamento è cominciato il lavoro, il tempo necessario per inserirsi nel giro e trovare la protezione giusta.

Marcos non aveva mezzi termini nel chiedere la nostra collaborazione ed era molto chiaro nel prospettare il mestiere futuro a due adolescenti ingenue e disposte all’attività sessuale senza particolari traumi.

Io e Aggun eravamo meravigliate del fatto che questi maschi dell’Occidente rifiutavano la “puta” delle loro donne e desideravano la nostra, oltretutto pagando con quei soldini che per noi erano ancora carta colorata.

Quanto ?

Il nostro imprenditore era Marcos e nelle sue tasche girava tanto denaro e di tutti i tagli.

E così, in una dignitosa pensione della costa siciliana, in una stanza confortevole e attrezzata di un grande letto con le lenzuola di raso e di un lucido bagno con i rubinetti dorati, io e Aggun senza saper leggere e scrivere ricevevamo a modo nostro i ricchi turisti italiani e stranieri in vena di erotismo esotico e con naturalezza disarmante regalavamo tutto quello che i nostri occasionali amanti desideravano; la cosa non ci sembrava poi tanto sconvolgente o impossibile.

Non avevamo modo di pensarci puttane, perché tutte le persone che incontravamo erano molto gentili per carattere o per vergogna; in ogni caso erano molto affabili e ci facevano sentire importanti nel nostro strano ruolo.

E anche questa fu una bella sorpresa e una piacevole meraviglia, ma Alice, ragazza per bene, in questa avventura non era più coinvolta.

Io e Aggun assaporavamo il gusto ignoto del potere sui maschi, un senso temerario e trasgressivo che presso la nostra gente, gli Isciu, era impossibile vivere, un senso altrettanto inconcepibile come le lenzuola di raso e il bidet.

La nuova situazione elettrizzava beneficamente la nostra mente e il nostro corpo fino al punto di non avvertire più la diversità del colore della pelle; a una femmina negra, sia pur “buttana”, in Sicilia e dai siciliani non era riservato un sentimento ostile e un trattamento razzista, forse in ricordo delle tante dominazioni subite.

Il senso della razza te lo porti dietro da negra sin da quando i tuoi simili ti fanno capire che esiste una razza bianca: la magia del colore.

Il senso della razza te lo porti dietro da bianco sin da quando i tuoi simili ti fanno capire che esiste una razza negra: la solita magia del colore.

Mutando l’ordine dei fattori il prodotto purtroppo cambia, perché il bianco si sente superiore e il negro inferiore; la differenza non è di poco conto, ma dipende dalla solita magia del colore.

Da puttana di colore non ti senti disprezzata ed emarginata perché hai potere, un potere originale basato sul tuo corpo e in particolare su quello che ti ritrovi in mezzo alle gambe, un potere basato sulle debolezze dei maschi bianchi.

Com’è imprevedibile la vita e gli uomini che l’abitano !

Presso la mia gente l’essere nata femmina era la massima disgrazia, mentre in Occidente lo stesso destino biologico poteva ridursi a una discreta fortuna economica e a una gratificante posizione sociale.

In effetti la nostra forza si riduceva alla spontaneità con cui concedevamo il nostro corpo a chi aveva desiderio e denaro, uno schema culturale acquisito e un potere incarnato dalle donne occidentali sin dai tempi del cuculo.

Anche in questo caso valeva la legge di prima: presso gli Isciu la “puta” era da disprezzare e meritava di essere scavata con un coltellino di latta perché non vibrasse mai più, presso gli occidentali la “fica” godeva di un buon valore, di rispetto, di desiderio, in molti casi di venerazione e forse era anche quotata in Borsa.

E’ ovvio che queste considerazioni le ho fatte nel tempo, perché allora o in quel tempo l’unico linguaggio conosciuto era quello del corpo, il linguaggio universale con cui facilmente comunicavo e risolvevo qualsiasi imbarazzo specialmente da nuda.

Una notevole differenza tra noi e i nostri clienti era il senso di colpa riversato nella sessualità e il conflitto vissuto verso i bisogni del corpo; sempre nel tempo ho capito che questo tormento era uno dei subdoli danni causati dalla loro religione.

I poverini confondevano il sesso con il sacro, il peccato con la divinità, l’orgasmo con la colpa; in tal modo sentivano il bisogno trasgressivo delle puttane e se queste erano negre, ancora meglio, perché il piacere si colorava d’immenso e il senso del peccato andava a farsi fottere in un bordello più mistico.

In tanto trambusto dei sensi l’erotismo poteva venir fuori a garganella e specialmente se i presunti colpevoli riuscivano a entrare tramite il mio corpo in sintonia con il loro bioritmo.

Quando io e Aggun comunicavamo a Marcos queste particolari esperienze e queste nuove sensazioni, egli giustamente sosteneva che i nostri clienti erano nel profondo del cuore degli uomini soli, persone infelici che avevano bisogno della compagnia di una donna e a modo loro della gioia dei sensi; infatti, alcuni godevano nel vederci nude, altri nel toccarci, altri ancora nello spogliarci e il campionario di questa umanità originale si potrebbe allargare anche ai casi più pericolosi.

La gamma degli uomini era molto varia, ma aveva in comune la difficoltà a comunicare con una donna e il profondo bisogno d’affetto, per cui, violando tante leggi, compravano quello che non riuscivano ad avere per via naturale.

Incredibile !

Quante leggi violate per la buona dea “puta” e per il fascino perverso della “fica” !

Parecchi uomini si fermavano a parlare con noi e il bisogno di comunicare era talmente forte che non si accorgevano della nostra assoluta incapacità a capire un bell’accidente di tutto quello che vomitavano dal cuore, ma questo variopinto materiale, l’ho capito in seguito, è materia prediletta dei seguaci del dottor Freud o degli operatori di un Centro di igiene mentale.

Per le povere adolescenti che parlavano soltanto il linguaggio del loro corpo, l’ascolto non solo era proficuo, ma anche necessario per il futuro successo.

Marcos era molto abile a sostenerci e a suscitare nella nostra mente quella piacevole confusione che ci portava ad affrontare il delicato lavoro con il sorriso sulla bocca e il coraggio degli incoscienti.

Marcos insisteva sul fatto che avevamo bisogno di tanti quattrini, “beaucoup d’argent”, per trasferirci in Francia, il paese dove sarebbe stato più facile soggiornare e dove avremmo incontrato gente della nostra tribù, donne sparite all’improvviso dall’Africa e che in effetti non erano morte, ma avevano fatto prima di noi lo stesso viaggio della speranza per finire in un bordello di Marseille, di Nantes, di Parigi, di Versailles, di Bordeaux, di Montpellier, di Nice, di Saint Tropez.

Marcos, come al solito, aveva ragione sia per quanto riguarda la questione finanziaria, “beaucoup d’argent” e sia per quanto riguarda la questione lavorativa, “les putains”.

Non esisteva professione più decorosa che si sposasse con il tanto denaro, per cui era necessario lavorare bene e muoversi con abilità per spillare al massimo il vino dalla botte, i quattrini di uomini soli che parlavano una lingua che tu non capivi, ma che, tuttavia, sapevano farsi ben capire con le mani e con i gesti.

E tu per istinto e per convenienza non eri certamente da meno.

Il senso dell’illegalità, di tanto in tanto, si insinuava nella nobile convinzione di aiutare il prossimo con il nostro mestiere, un lavoro che non era certamente comune; quando il travaso dell’illegalità e della convinzione riusciva, avevi la netta sensazione di essere probabilmente dalla parte giusta e sempre in compagnia di una sana ignoranza.

Inizialmente io e Aggun ci siamo consolate e naturalmente assolte tirando in ballo il costume sessuale della nostra gente; l’abitudine a essere prede passive dei maschi nella foresta o nella capanna contrastava con il valore aggiunto dei preziosi bigliettoni della Banca d’Italia, degli Stati uniti, della Germania o di qualsiasi altra nazione disposta a collaborare all’emancipazione umana e sociale di due povere negre.

Il denaro affascinava la nostra ingenuità con il suo disegno e il suo meccanismo: un pezzo di carta colorata ti dava il potere di acquistare quello che volevi e magicamente si tramutava in oggetti di qualsiasi tipo, dal cibo all’abbigliamento, dalle medicine ai profumi, dal necessario al superfluo e per concludere con qualsiasi genere che appagava i tuoi tanti desideri.

Ma quello che ci sorprendeva sempre e comunque era il diverso valore della “puta” mutilata; nella giungla per i maschi Isciu non valeva niente, mentre in questo strano mondo chiamato Occidente era un bene costoso.

Chissà dove stava e dove sta la verità, visto che il mestiere più antico del mondo occidentale è ancora in voga e alla grande.

In attesa della dimensione che non esiste, ricordo che in quella lussuosa camera d’albergo di Taormina ho fatto felici con il mio corpo tanti uomini, tutti diversi e tutti ricchi secondo il vangelo di Marcos: un vecchio texano dal cappello a larghe falde e dai tanti pozzi petroliferi, un industriale tedesco dall’espressione dura e dalle batterie per auto, un politico italiano dal tatto viscido e dalle diverse presidenze, un commerciante argentino dagli occhi languidi e dagli infiniti vitelli, un dentista israeliano dalla bibbia facile e dalle protesi in ceramica pura, un finanziere francese dall’accento armonioso e dalle tante azioni in borsa, un giocatore d’azzardo dalla pistola facile e dai tanti mazzi di carte, un protettore siciliano dall’animo gentile e dal portafoglio a fisarmonica, un mafioso sempre siciliano dai capelli unti di brillantina e dalle guardie del corpo fuori dalla porta, un industriale francese di penne a sfera dal dolce “savoir faire” e dalla sbronza continua e altri, tanti altri, tutti diversi e tutti sfacciatamente ricchi e malati.

Spesso, dopo lo sfogo sessuale, percepivo di consolare con il mio silenzio qualcuno per i sensi di colpa che lo assalivano nei confronti della sua donna o per la vergogna che lo divorava al pensiero di aver abusato di una ragazzina che poteva essere sua figlia e oltretutto negra.

E’ cominciato così per me e per Aggun il bel mestiere, ma forse era finita per sempre la bella vita.

Marcos era felice e generoso con noi: regali e benessere.

Del resto bastava poco per due adolescenti che avevano avuto un bel niente dalla vita e che erano ancora alla ricerca della coscienza di quello che stava loro effettivamente piombando dal cielo come una meteora.

Marcos si accompagnava regolarmente con me e con amore; io filavo dietro i miei virtuali o reali orgasmi.

Taormina è stato ed è ancora oggi un bel ricordo per me: un paradiso in ogni senso anche perché ero insieme ad Aggun.

L’affetto che ci legava in quella breve e intensa parentesi della nostra vita era veramente sincero e sconosciuto; la freddezza degli Isciu si era dileguata nei nostri cuori come la nebbia sotto il sole della Sicilia.

Il trasporto emotivo era dettato sia dalle necessità in corso e sia da un forte desiderio di prendersi cura l’una dell’altra nei mille particolari di una giornata tutta da scoprire e tutta da conquistare.

Puttana era bello !

Puttana era bello, nonostante la grezza potatura dell’imene e del clitoride.

Puttana era bello perché rivalutava quella parte del tuo corpo che per educazione e per violenza disprezzavi.

Puttana era bello perché si sposava con quella funzione sessuale che ti dava finalmente potere sui maschi e non ti faceva sentire ancora una volta la loro vittima.

Finalmente ero diventata bella e attraente, desiderata e importante; i sogni a occhi aperti non erano ancora tassati dallo Stato e anche il delirio era democraticamente a portata di mano per tutti quelli che avevano voglia di sballo.

Il mio nuovo centro di gravità era concentrato nella “puta” e io potevo tranquillamente gridare a tutto il mondo che io ero la mia “puta” scavata.

La persona Ascingha si era ridotta senza alcuna vergogna alla sua deformità e poteva alla prova dei fatti gridare a tutto il mondo che i suoi buchi erano tanto apprezzati e ben retribuiti dai maschi bianchi.

Ma la bella Taormina, come tutte le cose belle, era destinata a tramontare e a trasformarsi di giorno in giorno nella più dolce parentesi della mia vita soltanto per il fatto che io e Aggun eravamo insieme ed eravamo una cosa sola.

Ma la bella Taormina, come tutte le cose belle, era destinata a non essere soltanto dolce, ma anche e soprattutto amara, tanto amara quando inesorabile è arrivato il giorno in cui uno strano cliente, poco gentile e poco nobile, mi ha portato via la mia Aggun per un incontro che ancora non si è concluso.

Quante lacrime ho versato senza capire e senza voler capire !

Proprio quando io e Aggun pensavamo di essere due principessine approdate dall’inferno nel mondo delle favole, proprio quando pensavamo di avere in pugno la nostra vita e la vita degli altri, proprio quando pensavamo di dominare gli uomini e le cose del mondo, proprio quando eravamo costrette a ricrederci sulle nostre disgrazie, proprio quando io e Aggun eravamo felici di essere una cosa sola, proprio quando e ancora proprio quando, allora è arrivato inesorabile il giorno in cui uno strano cliente, poco gentile e poco nobile, ha spezzato quel filo che ci legava e ci portava da tutte le parti e al suo posto ha lasciato il dolore della perdita e le catene della nostalgia.

Così è passata anche la bella Taormina e quando penso alla Sicilia e ai siciliani ancora oggi ricordo Aggun circondata dai suoi occhi neri e dagli occhi di tutti quelli che la desideravano.

E questo, credimi dottore, è vero dolore !

Credimi, dottore, questo è un sordo dolore la cui unica soluzione è anche in questo caso soltanto la morte.

E io sono ancora viva.

Pensa, adesso, a quante lacrime amare hanno versato e dovranno ancora versare questi miei occhi neri.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

26 / 10 / 2.000

Ieri mattina passeggiando in Canaregio, nei pressi della chiesa di santa Lucia, ho sentito una voce maschile che mi chiamava: “signora Tirindelli, signora Tirindelli, signora Tirindelli !”

Ho avuto all’improvviso la sgradevole sensazione di essere una sporca negra opportunamente riciclata nella perbene signora Tirindelli, una vera signora.

Notevolmente irritata mi sono girata e ho gridato al malcapitato: “Ascingha, io mi chiamo Ascingha e non ho niente a che fare con la signora Tirindelli.

Io mi chiamo Ascingha e sono la “carezza del vento”: punto e basta !”

Ero scissa e in piena crisi d’identità; me ne sono resa conto dalla reazione spropositata che, pur tuttavia, è uscita dal profondo del mio cuore.

Io sono Ascingha e almeno di questo sono sicura, perché è l’unica identità depositata nella mia memoria; tutto il resto è solo probabile e non metto la mano sul fuoco, perché può essere anche frutto della mia fantasia malata.

Chi mi chiamava era il generale di corpo d’armata Attilio Posdocimi, classe mille novecento ventiquattro, pluridecorato e attualmente in pensione, collega e grande amico di mio marito, il generale Biagio Tirindelli per l’appunto.

I militari italiani di una volta o erano tutti eroi o erano tutti imbroglioni; non ne ho conosciuto uno che non potesse vantare almeno una medaglietta di latta in qualche tipo di valore.

E poi tutti hanno combattuto per tutte le cause, dalla monarchia e dal fascismo alla repubblica e alla democrazia, dal colonialismo imperialista alla guerra civile.

E chi più ne ha, più ne metta sui militari e sullo spirito che li ha animato e li anima ancora oggi, nonostante il fatto che, facendo la guerra, vogliono darci la falsa immagine di operatori di pace.

E mi fermo qui con la tiritera, perché avrei tante rimostranze contro le forze armate e il cosiddetto stato sociale; nella mia vita di puttana sono stata tutelata dai poliziotti per indolenza o sono stata ignorata dalle assistenti sociali sempre per indolenza.

Da questo punto di vista gli italiani non hanno nulla da invidiare agli africani; basta fermarsi un mese in Sicilia o in Lombardia e ci si rende conto di come tutto il mondo si riduce a un piccolo paese.

Ritornando alle contraddizioni o alle stranezze dei militari, volevo dire che mio marito, il generale Biagio Tirindelli, è decorato con medaglia d’argento al valore militare sia per la campagna etiopica e sia per la Resistenza, è stato decorato sia da Mussolini e sia dalla Repubblica democratica; tralascio la serie delle croci e delle onorificenze che nel corso di una carriera infinita ha racimolato in ogni parte d’Italia e nelle occasioni più disparate.

Se si dovesse bardare come un cavallo in parata con tutte le patacche, più o meno nobili, che possiede o rimarrebbe inchiodato al suolo o penderebbe tutto da una parte come la torre di Pisa; la cosa dipenderebbe soltanto dalla disposizione, perché la quantità delle patacche è veramente notevole.

Questa, a esser sincera, non è farina del mio sacco, perché lo notava sempre e con perfidia maman Immè e non perdeva occasione per ferire l’amico generale; del resto, il generale si rifaceva alla grande portandosi a letto la domestica della sua perfida amica, Ascingha la negra.

Io sono sicura che maman Immè era nel profondo del suo cuore innamorata del generale Tirindelli; penso che anche una donna tutta di un pezzo come lei si poteva innamorare e, quando le capitava, si irrigidiva ancora di più quasi per nascondere questo increscioso sentimento e i vergognosi desideri derivati.

Tornando alle grida del generale Posdocimi e alla mia reazione isterica, il povero vecchio mi ha guardato perplesso e mi ha chiesto scusa di un qualcosa che sicuramente non ha capito e che soltanto io ho capito ma non giustificato.

Ero in preda a una strana eccitazione, una forma di tensione nervosa più consona al bordello mentale che alle rilassanti passeggiate nelle calli di Venezia durante l’ora dell’aperitivo.

Poi ho riflettuto sulla causa di questa mia frenesia e ho dedotto che, in effetti, ero notevolmente arrabbiata con mio marito per le sue immancabili richieste mattutine di erotismo: appena si sveglia, nel silenzio della stanza e nella complicità del letto, cerca il mio corpo con la mano, ogni volta immancabilmente nella stessa parte, per farmi capire che gradirebbe iniziare la giornata nel migliore dei modi, da buon guerriero che adempie il dovere di conquistare la sua donna.

Io sono fisiologicamente frigida da quando le maledette vecchie della tribù hanno scavato i miei genitali con un coltellino ricavato da un barattolo di latte in polvere portato da quegli uomini strani e vestiti come le donne con una sottana bianca, personaggi tutti particolari che erano e che sono ancora oggi i benefattori degli africani.

Io sono fisiologicamente frigida, ma solo con l’unico amore della mia vita, Marcos, mi concedevo ogni volta un orgasmo stupendo, reale o virtuale non importa.

L’uomo che ami ti trascina, ti trasporta dove vuole e sicuramente dalle sue parti e tu non hai alcun diritto di replica, perché subisci volentieri e godi di essere condotta nel ballo; si tratterà ancora una volta della solita sottomissione, ma almeno in questo caso è veramente indicata e proficua.

Mio marito alla sua venerabile età ha una virilità invidiabile e la nostra relazione è stata di natura erotica sin da quando ero al servizio della signora Immè, la mia “maman”, e il generale frequentava la sua casa prevalentemente per incontrare me, piuttosto che la sua grande ma vecchia amica.

Questa suo spiccato istinto è per me motivo di tensione quando sento di non volergli bene abbastanza e di essere la sua femmina solo per il fatto che con il matrimonio mi ha sistemato in ogni senso fino alla fine dei miei giorni e si è sistemato in ogni senso per il resto dei suoi giorni.

Niente si fa per niente.

La cosa è particolarmente squallida proprio nel suo esser vera.

Questo fatto mi addolora, ma la vita sessuale con il generale a volte rievoca il mio passato e non riesco a pensare ad altro, se non al fatto che mi dispongo soltanto fisicamente nei suoi confronti.

Se ripenso alla mia infanzia, ho piena coscienza che questa immagine di me stessa l’ho vissuta sin da quando nella mia tribù ho assunto il ruolo femminile di oggetto sessuale al servizio dei maschi.

La storia comincia in Africa e si evolve in Occidente quando divento, mio malgrado, una delle tante schiave di Marcos, l’uomo che resta, nonostante tutto, l’unico e il vero amore della mia vita.

Il sesso africano aveva una nota primitiva nel suo essere culturalmente naturale e privo di senso di colpa; lo facevo senza possibilità di scelta, lo subivo da qualunque maschio del villaggio che ne avesse distrattamente voglia o da qualunque mercante o impostore che ne avesse veramente voglia e notavo sin d’allora la diversità del trasporto che esisteva tra bianchi e neri.

Gli uomini bianchi mi piacevano sessualmente non perché godessi, ma perché erano più coinvolti nel desiderio e ti facevano sentire importante e poi, contrariamente a quello che si pensa, erano anche più capaci.

Se vivo male il trasporto di mio marito, mi arrabbio con me stessa perché devo subire le sue voglie e perché il suo desiderio evoca i fantasmi del mio passato, i traumi legati a quei soprusi che mi hanno umiliato per tanti, sicuramente troppi, anni della mia vita.

Io sento di essere stata puttana per mestiere e non certo per vocazione.

La parte di me ambita da tutti è stata immancabilmente il corpo, nonostante il mio essere negra e mutilata due volte nella mia intimità, una prima volta fisicamente con il coltellino di latta e una seconda volta psicologicamente con l’indolenza degli inetti.

Eppure oggi sono formalmente Jasmine Ainé in Tirindelli, oggi sono la signora Tirindelli, la moglie di un generale pluridecorato e una cittadina italiana.

Io dico sempre e ripeto che sono Ascingha e che mi chiamo Ascingha; Ascingha è dappertutto, mi perseguita, ma in effetti chissà dov’è andata a finire.

Almeno la signora Tirindelli è una rispettabilissima negra anche quando si sente in difetto con suo marito, ma Ascingha chi è ?

Ascingha era una giovane donna che si accompagnava con vecchi industriali pieni di soldi e in preda al desiderio di un esotico amplesso da un milione di lire al colpo, denaro che serviva poi ad arricchire Marcos, un altro imprenditore a suo modo, un manager di donne che come tutti gli sfruttatori girava in Ferrari testa rossa, ma lui era bello e buono; io avevo bisogno di amarlo e di essere la sua schiava anche perché aveva gli occhi azzurri.

Di certo la prostituzione non è il lavoro più antico della storia dell’uomo, perché secondo la Bibbia il primo vero lavoro è quello del giardiniere e soltanto con la civiltà è arrivato il mestiere della puttana.

A volte desidero ritornare in Africa, immagino la mia vita in Africa e alla fine penso che sarebbe stato meglio non essere mai nata; certamente non avrei conosciuto le amare verità scritte sulla mia pelle, la discriminazione razziale, lo sfruttamento umano da parte dei negri e dei bianchi.

Io sono una negra sola e non ho conosciuto alcuna forma di solidarietà, perché sono stata umiliata dai negri e dai bianchi.

Ma chi doveva amarmi ?

Chi doveva proteggermi ?

Chi doveva farmi riposare sul suo petto ?

Gli italiani sanno esternare disprezzo verso i negri con la stessa facilità e noncuranza con cui si dichiarano antirazzisti; è veramente sconcertante, oltretutto, la superficialità che trovi nella gente che ha responsabilità sociali e occupa il potere.

Se ti aspettavi di essere aiutata dall’ordine costituito o dai servizi sociali eri bella e fottuta, proprio bella e fottuta, le due qualità che conoscevo molto bene nel mio corpo e nella mia vita di tutti i giorni.

Giustamente e con criterio sono stata costretta a diffidare delle cosiddette autorità, specialmente quando sopra di me avevo una persona per bene e di potere che trafficava con il bassoventre alla ricerca di un piacere che si negava da solo.

E immancabilmente nei momenti di riflessione, momenti che tu non cerchi e che inevitabilmente ti capitano quando meno te l’aspetti, il pensiero struggente vola al famigerato e inutile “ah, se fossi rimasta in Africa”, “ah, se non fossi mai partita dall’Africa”.

E penso ancora che avrei preferito non nascere o morire giovane per un’infezione gastrointestinale, piuttosto che sentirmi una squallida troia e una sporca negra per il resto dei miei giorni.

Almeno in Africa la cultura si può camuffare con la natura e si può, di conseguenza, accettare quello che ti succede senza alcuna obiezione perché non sai chi sei e non conosci il resto del mondo, ma nel superbo Occidente la cultura non si evolve certamente nella civiltà, anzi premeditatamente degenera nella perversione e nella violenza.

Alla fine del tormento per consolarmi mi dico e continuo a ripetermi che io sono una donna eccezionale e ancora una volta che io sono una donna eccezionale, perché eccezionale è la mia esperienza umana: Ascingha la negra è passata dallo stato primitivo al top della cosiddetta civiltà nel breve tempo dei suoi quarant’anni di vita.

Potrei essere una nonna e raccontare tante storie ai nipotini, proprio io che non sono neanche mamma e non ho avuto il coraggio di tenermi i figli che la natura mi aveva per fortuna o per ingiuria regalato.

Maman Immè, l’intellettuale superba e la donna spietata, mi diceva sempre con amore che io ero una meravigliosa sintesi dell’evoluzione umana, un compendio di sette millenni di umanità, perché ho viaggiato in una sola vita dai riti tribali a “internet”, dal culto della grande Scimmia al rito di Satana, dall’infibulazione al trapianto dell’embrione, dalla fecondazione selvaggia alla clonazione.

Maman Immè era tanto preoccupata per la mia salute mentale proprio per questo motivo: io ho vissuto troppo e tutto in una sola vita.

Eppure la gente pensa e continua a pensare che io sono una povera negra con le labbra pensili e l’osso al naso, una cannibale che dice “badrone” al posto di “padrone” e che in ogni caso ha bisogno di un padrone a cui rispondere sempre di sì.

Ritornano i soliti pregiudizi culturali sulla razza inferiore che inferiore non è e che nella realtà è una razza intelligente e fortunata al punto che può evolversi di millenni in una sola vita, un’esperienza negata agli occidentali, servi della ragione, del progresso, del denaro e del sesso.

Io sono una persona istruita e non una zoticona ignorante, ho il mio abbonamento al teatro “Goldoni” e non voto per la “Liga” veneta, leggo “l’Espresso” e non sono comunista, gradisco l’ordine sociale e non sono fascista; tutto questo grazie a maman Immè, una donna occidentale.

Sono sempre più convinta che gli uomini diventeranno veramente uguali soltanto quando, fondendosi in ogni senso, riusciranno a essere di un solo colore.

Allora e soltanto allora il nostro mondo sarà veramente un bel mondo.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

19 / 10 / 2.000

E’ bello ricordare il tempo passato.

Rovistare nei cassetti della memoria ha un fascino particolare; il bene e il male, la gioia e il dolore, il dritto e il rovescio, il nord e il sud, tutti gli opposti e tutte le contraddizioni assumono la giusta collocazione e il degno rilievo.

I ricordi riempiono il sacco dell’esistenza e sostengono ogni persona con i mille dettagli che li contraddistinguono.

Si potrebbe quasi affermare che noi siamo i nostri ricordi o ancora meglio il cumulo organizzato dei nostri ricordi, altrimenti subentrano gli psichiatri e puniscono il tuo disordine mentale con dieci scatole di “serenase” da ingurgitare in un sol colpo.

E’ anche vero che non si può vivere soltanto di ricordi e che bisogna agire, fare, disfare, brigare, costruire i ricordi di domani con i fatti di oggi, ma la cosa più importante è avere sempre qualcosa da ricordare.

Si può ricordare o dimenticare se si è tanto vissuto e in questo caso si è anche più tolleranti: chi ha più vissuto, più sa e più comprende.

Se dimenticare è doloroso, perché significa perdere qualcosa di tuo, è tragico non aver niente da ricordare, perché vuol dire che hai vissuto poco e senza alcun coinvolgimento emotivo; forse anche la tua fantasia è ammalata.

I ricordi, pur tuttavia, possono degenerare in nostalgia se sono tanti e troppi: la virtù, come al solito, sta nel mezzo e la dose giusta fa sempre una buona torta.

Durante questa settimana ho pensato a Marion e dopo tutta l’aggressività scaricata contro di lei nella seduta precedente il mio odio si è progressivamente trasformato da desiderio di vendetta in bisogno di comprensione.

Ho ricordato, ho proprio ricordato senza rancore quel cordone di idee e di fatti che ha legato nel bene e nel male le nostre giovani vite in quel momento per me così importante, un momento che ha cambiato drasticamente il mio modo di essere e di esistere.

E così ho pensato a Marion e mi sono abbandonata ai ricordi lasciandoli affiorare dalla memoria senza forzature, senza trucco e senza inganno.

L’ho rivista nerissima nella sua pelle africana, vestita all’occidentale con pantaloni e camicia color cachi aperta al punto giusto, cappello bianco a larghe falde, mocassini in cuoio e soprattutto avvolta di tante parole.

Marion parlava tanto e parlava sempre; ascoltarla era un grande piacere.

Le sue non erano semplici parole, ma morbide sferzate sulle spalle degli schiavi.

Le parole uscivano dalla sua carnosa bocca e si muovevano come una nuvola sopra la sua testa quasi a formare l’aureola di una santa cristiana; il fascino era tanto e, se non ti lasciavi prendere, avresti sicuramente perso un’occasione importante per vivere sognando.

Marion arrivava come una consolazione durante la stagione delle piogge e la sua presenza era sempre gratificante; il nostro incontro avveniva dentro una capanna e l’eccitazione cresceva con l’incalzare dei suoi racconti.

Mentre il fango delle pareti si scioglieva e dal tetto di canne l’acqua sporca scivolava sui nostri capelli crespi, Marion riusciva a far sognare gli occhi spenti, magari appena usciti da qualche infezione o dalla febbre malarica, delle povere adolescenti, proprio noi che attendevamo soltanto di poter sognare e sognavamo immancabilmente di fuggire.

Marion conosceva bene l’arte di far vivere agli altri i suoi fantasmi e la fuga era il sottofondo musicale del suo desiderio di evadere da una triste e avara realtà; noi la seguivamo volentieri e a ruota libera.

Ed era tanto più convincente, quanto più era falsa.

Marion era una bella donna negra del Senegal; l’accento francese imbastardiva la sua lingua e rendeva più fascinoso il personaggio.

Aveva tanti modi di essere e di atteggiarsi, di tacere e di parlare, di camminare e di sedere, di masticare e di toccare; tra questi tanti modi c’erano anche quelli della diversa, della trasgressiva, dell’eroina.

Marion raccontava, raccontava sempre e immancabilmente ti catturava nel midollo.

Raccontava che si era ribellata alla legge religiosa del Corano e alla legge civile del suo popolo, quella legge religiosa e quella legge civile che sin da bambina la volevano schiava, come al solito, di un maschio.

Ma lei cercava un uomo, un uomo da amare e da cui essere amata, il grande amore.

Per non restare vittima di questo fanatismo religioso e di questo opportunismo culturale, Marion, dopo che era stata venduta dalla sua gente per una pipa di tabacco al maschio che la voleva, era riuscita a fuggire dalla casa in cui era stata rinchiusa sotto il controllo spietato delle vecchie e nella speranza che riacquistasse l’uso della ragione, la ragione del maschio naturalmente.

Marion aveva sconfitto anche il nemico più infido, l’invidia delle femmine vecchie.

Con l’aiuto interessato di Jean-Claude, un uomo occidentale e un mercante di donne, il suo vero uomo e il solo uomo da lei amato, Marion si era liberata dalla schiavitù di una povera famiglia in Senegal per realizzare il desiderio di una famiglia tutta sua in Provenza.

Ignorava che il suo bel Jean-Claude era un bugiardo e aveva destinato il suo corpo a un rinomato bordello di Marsiglia situato in rue de la Concordie sul lungo boulevard che dal quartiere De Gaulle porta al porto, il porto delle meraviglie in ogni senso.

Di famiglia, di bimbi, d’amore, di fiori in tavola e di libertà nel perfido cuore del mercante francese non si trovava traccia neanche nell’elettrocardiogramma.

Jean-Claude, in effetti, aveva soltanto bisogno di Marion per la tratta delle negre; lei aveva il giusto fascino, era una dea nera, conosceva le lingue parlate negli angoli più remoti dell’Africa, era un’ottima civetta.

Per una nuova misteriosa forza del destino o della natura Marion, una donna negra, si era inserita nella parte giusta e si era ritrovata senza accorgersene nella parte sbagliata per amore di un maledetto uomo bianco.

Fu così che Marion era ritornata nel suo ruolo naturale di vittima predestinata; era, infatti, scampata all’abbrutimento del maschio negro che l’aveva comprata ed era caduta nello sfruttamento di un maschio bianco che l’aveva conquistata.

Di conseguenza aveva fatto di necessità virtù e aveva accantonato i suoi desideri di donna e di madre in un paese ricco e senza tanti scrupoli si era trasformata in un carnefice proprio alleandosi con il nemico che amava; era in tal modo diventata un ambiguo e sottile negriero che sapeva parlare in simultanea da sovversivo e da criminale, una donna negra dalle forti passioni, una donna negra dolce e amara come le foglie di “macai” dopo la prima pioggia.

Marion si era illusa di non essere una vittima e si illudeva ancora di diventare una donna libera; per questo motivo sapeva illudere anche le povere bambine a cui le vecchie della tribù avevano già scavato la “puta” per tutelare il potere del maschio, quelle adolescenti che sognavano di fuggire dalla servitù e di conquistare la libertà, di non vegetare ma di vivere.

Il corpo è la prima coscienza politica; un corpo castrato non ha alcun diritto, è soltanto un oggetto tra i tanti che esistono in natura o nella civiltà dei consumi, un corpo castrato è già stato scartato, per cui finisce tra i rifiuti; può capitare che, se non hai la fortuna di essere castrato dagli altri, provvedi da solo a ridurti un oggetto degli altri.

Ripenso sempre con rabbia a quelle povere bambine ancora senza mestruo che le vecchie rendevano con un’orrenda mutilazione pronte per il “bilingo”, il solo dio della nostra sopravvivenza e il vero feticcio della nostra tribù.

E così, senza raccontare storie di nessun tipo che potessero giustificare questo martirio, ma soltanto per il gusto della pura violenza, le vecchie mutilavano le bambine non delle braccia o delle gambe, come si usa oggi, ma di quella parte del corpo che disponeva alla gioia di vivere.

Rivedo gli occhi sanguigni e avidi della vecchia che incideva i miei organi genitali con un coltellino di latta e sento ancora le braccia irsute dell’altra vecchia che mi immobilizzava in una morsa degna di un lottatore.

Il mio odio monta come la panna e trabocca fino a desiderare la morte di entrambe per lunga agonia.

Adesso le bambine erano pronte come le leonesse per il piacere del pigro leone.

In tanta disgrazia Marion si inseriva nelle pieghe del nostro cuore come una buona sorella e come una buona maestra; sapeva dire le parole giuste per consolarci e proporre l’unica soluzione per riscattarci, la fuga.

E noi eravamo affezionate sorelle e ottime allieve, bambine castrate e pronte a ricevere il coltello affilato che sarebbe servito a tagliare la gola delle vecchie e il grimaldello giusto che sarebbe servito a spezzare le catene della schiavitù.

Eravamo delle adolescenti promosse femmine e in attesa di essere ingravidate come capre dai maschi della tribù.

Il lavoro era stato ottimo e ben riuscito.

Eravamo femmine da fecondare, non donne o tanto meno madri, perché non avevamo alcun potere e l’istinto materno si era sciolto nella notte dei tempi sotto i raggi del sole africano.

Io ho avuto una madre e un padre; io non ho mai conosciuto mia madre e sul padre non è il caso di impostare alcuna discussione.

E allora sia benvenuta ancora una volta Marion !

Ho abbandonato i vecchi carnefici e sono fuggita con i nuovi aguzzini per avere anch’io il reggiseno di pizzo e gli slip trasparenti, i profumi e i foulard di Marion, ma soprattutto per essere Marion e avere la vita di Marion.

Io mi ero immedesimata a tal punto nella sua persona che avevo smarrito la mia già precaria identità dentro la sua immagine e avevo ritrovato dentro le sue premure quella madre mai avuta che consiglia, ispira e protegge.

Marion era una madre e una sorella; anche lei aveva la “puta” scavata da un coltellino di latta arrugginita, anche lei aveva rischiato di morire di tetano per la stupidità degli adulti.

L’Africa era stata ed era ancora una volta puttana con le sue figlie, ma le sue figlie Marion, Ascingha, Aggun, Kinda, Pingala, Takei e tutte le altre senza nome non erano state puttane con l’onesta Africa.

Quell’Africa chiedeva ancora alle sue figlie più belle e ingenue una ribellione inutile, una stupida rivolta destinata a un altro penoso fallimento e a un altro disastroso naufragio.

Chi fugge ha sempre torto.

La fuga è sempre una colpa.

Ascingha era una bella figlia dell’Africa nera, una bella bambina negra che aveva già fatto in tempo a essere seviziata ed era in attesa soltanto di essere riempita dai maschi del villaggio.

Questa non era la dura legge della natura o la dura legge della giungla, ma la legge della prevaricazione umana e della violenza culturale.

Io non sapevo da quanti anni ero in vita e non conoscevo chi mi potesse amare, avvertivo una vaga esigenza di essere di qualcuno e che qualcuno fosse per me, io ero di tutti, ma nessuno era per me.

Di due cose ero certa: il mio nome era Ascingha ed ero una bella femmina.

La prima convinzione derivava dal fatto di essere stata chiamata sempre in quel modo e la seconda l’avvertivo dal desiderio con cui mi palpavano gli uomini bianchi che costantemente capitavano nella nostra foresta, benefattori o mercanti era poco importante perché alla fine con tutti immancabilmente si recitava la stessa storia o la stessa farsa.

I maschi della tribù non destavano in me alcun interesse e alcun compiacimento perché erano indolenti come i leoni della savana e mi consideravano una loro preda in ogni senso.

La sensualità e la passione sono movimenti spontanei del cuore e reazioni naturali del corpo.

La sensualità e la passione non hanno niente da spartire con gli obblighi e tanto meno con i doveri, altrimenti sei ridotta a oggetto del piacere degli altri, una troia.

In entrambi i casi non sei coinvolta in alcun modo e devi soltanto riconoscere che sei legata a qualcuno e a qualcosa.

Io non ero puttana quando stavo con i negri della mia tribù e ho fatto la puttana, non certo per mia scelta, quando sono arrivata nel malefico Occidente, il solo luogo al mondo che usa il paradiso e l’inferno negli spot pubblicitari.

Lasciandomi fottere per natura e per cultura dai negri della mia tribù sono stata benemerita e giustificata in tutto e per tutto; lasciandomi fottere a pagamento dai bianchi non ho trovato alcuna storiella da raccontare a me stessa e in mia difesa.

Con i bianchi mi sono sentita sempre schifosamente inferiore nel profondo del mio cuore di negra, eccezion fatta per l’unico e vero amore della mia vita, Marcos.

In un modo o nell’altro ero destinata a essere un oggetto e a fare la volontà degli altri.

Ero preparata a sottomettere in ogni senso il mio corpo ai negri e mi sono trovata a venderlo ai bianchi con tutto il ribrezzo che quotidianamente vomitavo su me stessa per il senso di inautenticità che conosce e capisce soltanto una donna costretta a vivere nell’anonimato e a concedersi a tutti per arricchire i suoi assassini.

In ogni caso ho continuato a stimare poveri sia i negri di ogni età che ti cercavano per bucarti con indolenza a tutte le ore e in tutti i luoghi, sia i bianchi che ti cercavano per pagare la loro incapacità di amare una donna.

Con il tempo ho accettato di essere bella e pronta soltanto per l’uomo bianco: io negra dovevo essere sempre schiava, la schiava di un bianco e non di un negro.

Il senso della schiavitù era nel mio sangue; in ogni modo dovevo essere una vittima e non riuscivo a pensarmi diversamente, nonostante le tante fantasie che il tempo e il luogo offrivano a una bambina africana.

Marion conosceva bene il terreno da coltivare e si può sicuramente riconoscere che aveva seminato su zolle ben concimate.

Ascingha non valeva niente in Africa, ma era una miniera d’oro in Occidente.

In Africa Ascingha avrebbe partorito un figlio ogni dieci mesi e lo avrebbe abbandonato in mezzo agli altri bambini della sua tribù, in Africa Ascingha sarebbe sicuramente morta di parto nello spazio di dieci gravidanze e, se avesse avuto la fortuna di essere sterile e d’invecchiare, Ascingha avrebbe tagliato con un sol colpo di coltello l’imene e il clitoride alle bambine pronte per il maschio.

Devo riconoscere che questa è una verità, una dura verità, ma è pur sempre la mia verità: l’Occidente mi ha salvato dalla morte precoce e dall’inedia, dalla morte del corpo e dalla morte del cuore.

Il prezzo è stato altissimo e altrettanta la convenienza.

Ascingha non valeva niente da povera donna africana, ma era una miniera d’oro in Occidente.

Ascingha era soprattutto molto bella, un vero affare per i mercanti che ben conoscevano i gusti perversi degli uomini bianchi e soprattutto il colore dei loro soldi.

Ascingha era alta, affusolata, elegante come una gazzella della savana.

Solo l’incavo della “puta” era decisamente brutto, ma non si vedeva e per gli uomini che abitavano al di là del mare non era uno sfregio sgradevole, visto l’uso che facevano di se stessi e delle donne.

Ho fatto tanta fatica all’inizio della mia strana attività a capire che gli uomini bianchi desideravano e pagavano profumatamente la parte deforme e insensibile del mio corpo.

La diversità è il sale della terra ed è un bene di tutti quelli che, al di là del colore della pelle, ancora ragionano; per gli altri, i tanti altri, ci sarà soltanto fanatismo, violenza, intolleranza e razzismo.

E così e da parte mia la bellezza e l’esigenza della libertà, da parte degli altri la brama e il gusto della ricchezza, mi hanno spinto lungo la pista che attraverso le foreste dei monti Loma porta ancora al mare della Guinea per approdare finalmente a Dakar.

Era il mio primo viaggio, un viaggio guidato da Marion e fatto insieme alla mia dolce Aggun, l’unica persona della tribù che vivevo come una sorella e che non potevo certamente abbandonare come Mutu in un mondo infame e senza luce.

Ah, se non fossi stata bella !

Ah, se non mi avessero castrato !

Ah, se non avessi sentito il bisogno della libertà !

E’ vero e di questo devo essere convinta: Ascingha sarebbe già morta di parto o di “aids”, di colera o di tifo, di malaria o di sifilide, se fosse rimasta in Africa a marcire dentro una capanna impastata di fango, canne, paglia e merda di elefante.

Ascingha era buona in Africa per essere fecondata come una gazzella ed era buona in Europa per essere distrutta dalla sete di ricchezza di alcuni poveri uomini e

dall’immaturità affettiva di tanti poveri uomini.

In ogni caso Marion era in malafede e non aveva alcun diritto di vendermi come schiava a una banda di trafficanti.

Marion deve morire, se non per riscattare la mia sorte, quanto meno per vendicare quella di Aggun.

Quest’odio e quest’attesa danno ancora oggi forza e senso alla mia vita.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

12 / 10 / 2.000

I deboli sono il pasto dei forti; “ubi maior, minor cessat”, diceva sempre maman Immé al povero medico di famiglia quando a suon di milioni arrivava da Milano il grande professore per diagnosticarle ancora una volta gli stessi mali e per cambiarle soltanto la combinazione dei farmaci.

Maman Immé soffriva di disturbi cardiocircolatori e di una terribile artrosi alle gambe che la costringeva negli ultimi anni a letto; il suo grande cuore e le sue forti gambe non servivano più ad amare e a girare il mondo dentro Venezia.

Maman Immé era morbosamente legata alla vita ed era, di conseguenza, terrorizzata, come tutte le donne bianche, dalla morte o meglio dal pensiero della morte, per cui entrava in depressione alla sola idea di non trovarsi più in mezzo alle calli e ai campielli della sua Venezia, la città che amava con lo stesso trasporto di Atene.

Quando la sua mente pura era inondata da questi pensieri neri, andava in angoscia e non respirava più come Mutu.

Allora io sapevo, il tempo me lo aveva insegnato, che dovevo rialzarla sul cuscino, porgerle un miracoloso sorso d’acqua, abbracciarla con delicatezza, stringerla teneramente al cuore, sussurrarle parole d’amore e in particolare dovevo dirle che io ero vicino a lei, che non l’avrei mai abbandonata, che non doveva aver paura di niente finché sentiva il mio abbraccio e, pensavo con autoironia, il mio odore di negra.

Altro che “bentelan” rosa !

Effetto portentoso dell’amore umano !

Il rantolo si scioglieva nel respiro, l’affanno e i fischi si risolvevano in una serie di sospiri, dolcemente maman Immè si addormentava e il suo viso diventava liscio come quello di una bambina baciata dalla fortuna di essere diventata vecchia all’improvviso e senza il tempo di esserne cosciente.

Allora mi dicevo che Mutu non era passato e ritornato invano nella mia vita, perché avevo capito la tremenda lezione del suo sguardo.

Dicevo prima “ubi maior, minor cessat”; in Occidente questo concetto si può definire libertà democratica, ma per chi ha vissuto nella foresta questa formula esprime una dura legge di natura, la più ingiusta che si possa concepire, ma sempre una fondamentale legge di natura.

Quale natura ?

La natura della foresta o la natura dell’uomo ?

La natura della foresta ha i suoi spiriti e alla loro benevolenza ogni uomo timoroso si affida; la natura umana ha i suoi fantasmi e necessariamente ogni uomo per difesa rischia di diventare violento e crudele.

La natura umana è la peggiore delle creature uscite dal ventre della grande Scimmia o dai pensieri di un dio.

Una tempesta o una malattia sono doni, ingrati quanto vuoi, della natura anche quando danno la morte; un uomo è soltanto un crudele assassino quando uccide un suo simile semplicemente perché ne ha coscienza.

Io sono stata uccisa ogni volta che mi hanno costretto a dare la morte: dalle donne africane a Marcos, dalla foresta al lettino di una mammana, sempre mi sono sentita l’ultima degli ultimi, una sporca negra che uccide o abortisce; in quest’ultimo caso se l’emorragia non ti risparmia, nessuno ti piangerà.

Ogni volta che sono stata costretta ad abortire mi sono chiesta perché non c’era un maschio ad assistermi, un falso dottore che nel profondo del suo cuore poteva anche essere obiettore di coscienza; l’unica risposta al mio stupido quesito è stata che in questi pietosi casi una femmina sa essere crudele e rigida al punto giusto, mentre un maschio è soltanto disarmante nella sua ingenuità.

Tu sei sdraiata in quel maledetto lettino, un letto mozzato dagli insulti delle povere donne, nuda e con le gambe aperte, la posizione più vulnerabile che il corpo di una donna possa esprimere, guardi in alto e scopri gli occhi azzurri di una mammana che traffica dentro la tua “puta” con il manico di un aspirapolvere o con i ferri per la maglia e non capisci se quegli occhi erano gli stessi che hai visto maniaci nei maschi che hanno sempre cercato il loro piacere sopra il tuo corpo.

Quegli occhi crudeli ho visto tutte le volte che per amore ho ucciso.

Marcos non voleva figli e io ancora devo capire se la sua era una libera scelta o la paura dei mancati guadagni legati alla mia gravidanza.

Io ero la sua puttana e la sua donna nello stesso tempo; come puttana gli consegnavo per contratto cinque milioni a settimana e come donna lo amavo sin da quando mi ero imbarcata per la Sicilia e avevo incontrato i suoi occhi azzurri sopra il mio corpo di gazzella.

Marcos aveva gli occhi azzurri.

Con lui, solo con lui, riuscivo per suggestione a vivere l’orgasmo, nonostante la mia mutilazione: la psiche fa miracoli nel bene e nel male.

Per convincerlo a lasciarmi tenere il figlio, ogni volta che mi scaricava davanti alla casa della morte per abortire, mi scioglievo in suppliche e in lacrime, gli promettevo che avrei continuato a lavorare e con maggior profitto, perché i miei clienti erano attratti dal far sesso con una donna incinta e, se poi era una negra, lo sballo era assicurato insieme a una tariffa più alta.

Immancabilmente mi ritrovavo con una ferita aperta e una colpa in più, un ovaio in meno e un utero sfibrato, ma sempre devota come una santa a un uomo che non voleva un figlio da me semplicemente perché avrebbe dovuto fare i conti con i suoi sentimenti di padre e i suoi floridi guadagni; io penso che non avrebbe sopportato che suo figlio avesse come madre una puttana.

Eppure immancabilmente Marcos mi fecondava con precisione chirurgica e con perversione inconsueta; egli era abile anche nel provocare il suo istinto paterno e nel negarlo, dal momento che si sentiva appagato dal buon esito del suo seme dentro di me.

E io da buona negra lasciavo fare e ho sempre lasciato fare al pensiero che fosse amore.

E io da buona negra non sono stata diversa dalle donne della mia tribù per stupidità o per paura della solitudine.

Io ero una bambina debole e soltanto con il tempo ho acquistato una forza incredibile per sopravvivere, ma oggi mi ritrovo a essere una donna fragile e piena di sensi di colpa.

Nelle situazioni più tragiche mi ripetevo che ero la creatura più forte del mondo e che come Kuntakinde ce l’avrei sempre fatta, se non altro per potermi vendicare; l’odio mi dava energia, tanta energia.

Dall’odio ho attinto sempre quella forza che oggi non riesco a trovare neanche al supermercato nel bancone delle trippe, forse perché ho perdonato tutto e tutti, forse perché ho avuto la fortuna di conoscere l’amore, forse perché sono una povera negra, forse perché sono un’incurabile malata di mente e basta.

Io oggi sono l’ombra di me stessa.

Io non mi riconosco più”: queste parole uscivano dalla bocca di una povera donna bianca, una mia vicina di casa, prima che si tuffasse dal terzo piano in preda alle allucinazioni degli psicofarmaci che ingoiava a gogò per curarsi la depressione.

Anch’io mi dico e mi ripeto che sono l’ombra di me stessa e che non mi riconosco più, ma non ho il coraggio di uccidermi in nessun modo perché io sono già morta e non solo una volta, ma tante volte.

Spesso penso che i miei atteggiamenti cercano la compassione degli altri e che la mia infelicità tenta di provocare nel prossimo un meschino senso di pena.

Eppure non cambierei mai la mia vita con un’altra vita; la mia vita è stata eccezionale e io ne sono fiera.

L’orgoglio non è una dote dei negri, ma io sono un’eccezione.

I deboli sono il pasto dei forti”: così disse la leonessa alla gazzella mentre le squarciava il fianco con i suoi denti aguzzi.

Ubi maior, minor cessat”: così disse il leone alla leonessa sottraendole la preda.

C’è sempre qualcuno più forte e più in alto che ti può far male e, se non lo fa, è solo perché è pigro; per trovare un dio non c’è bisogno di volare in cielo.

Il potere è su questa terra ed è sempre dei violenti.

Nel tempo ho capito che ero una bella gazzella della foresta, alta, affusolata, i seni a punta e le cosce lunghe; gli unici difetti, l’esser negra e mutilata, erano compensati dalla richiesta venale che veniva dai maschi occidentali e, quindi, diventavano ulteriori pregi nella mia semplice riflessione.

Della mia razza possiedo la mandibola pronunciata e le labbra rigonfie, i tratti delle scimmie, ma io sono Ascingha, la carezza del vento, una donna negra della foresta e appartengo alla tribù Isciu; ancora oggi sono molto bella, nonostante il tempo e le sofferenze.

Secondo Marion io sin da adolescente ero buona per fare la puttana in Europa, io ero un bene della natura che doveva trasformarsi in un affare degli uomini, io ero un’eroina greca da sacrificare al dio quattrino, un dio di altri.

Tutto questo rientrava nel vangelo di Marion, una negra rinnegata e la civetta dei trafficanti di schiave.

Marion ha deciso la mia vita e nessuno mi ha difeso; io ero pienamente caduta nella sua trappola.

Marion adesso deve morire, deve pagare le sue colpe in nome di Ascingha, di Aggun, di Guen, di Memuna e di tutte le donne negre senza clitoride che ha costretto per sopravvivenza adAggun,foresta,giungla,macai, aprire le gambe davanti a uomini malati e a essere sfruttate economicamente dai suoi complici.

Marion deve morire !

Io la cercherò in lungo e in largo per il mondo, la troverò in qualche puzzolente bastimento che dall’oceano Atlantico viaggia ancora verso il mar Mediterraneo in compagnia di altre adolescenti negre da vendere come puttane presso i popoli civili del vecchio continente, la trascinerò nella foresta dei monti Loma e la darò in pasto ai topi e ai serpenti legandola all’albero del dolce “macai”.

Marion deve morire e io sento il dovere di vendicare migliaia di donne negre ridotte alla schiavitù, costrette a prostituirsi per arricchire uomini violenti e umiliate nella loro dignità umana.

Se questo è un delirio o un segno del mio squilibrio mentale, ebbene, io sono felice di essere pazza; quest’odio e quest’attesa danno forza e senso alla vita che ancora mi resta, una vita da consumare lontana dall’Africa e in una città, Venezia, che non amo e in mezzo a gente che non mi ha mai amato e che io non ho mai amato.

Il bilancio è sul tappeto davanti ai miei occhi ed è nettamente fallimentare al di là delle apparenze, ma si sa che tutto quel che brilla non è sempre oro o diamanti anche se proviene dalla Sierra Leone.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

05 / 10 / 2.000

Per tutta la settimana sono stata angosciata da questa immagine: lo sguardo implorante di Mutu.

Questa scena non mi ha abbandonato un solo istante del giorno e della notte.

Come se tutto questo non bastasse, stamattina ho rivisto Mutu al supermercato negli occhi pieni di pianto di un bambino negro che chiedeva una scatola di cioccolatini alla madre, altrettanto negra e povera come la miseria.

Ho rivisto lo stesso sguardo implorante di Mutu prima di abbandonarlo ai topi e ai serpenti della foresta in quel maledetto giorno.

Ho sentito subito l’odore dell’Africa misto al dolore del ricordo; quella donna, quella madre era originaria del Senegal, Dakar per la precisione, una città che nella cartina geografica si trova sopra la mia prima casa.

Mi sono sentita salire dalle budella l’istinto di caccia e con malagrazia ho investito di parolacce in lingua Isciu questa madre ingrata che per una scatola di cioccolatini faceva piangere il proprio figlio, un bambino così dolce, così bello e così indifeso.

La donna ha decifrato dal mio tono buona parte delle insolenze e da negra sottomessa si è fatta da parte e mi ha permesso, penso anche volentieri, di comprare quello che il bambino desiderava, una scatola di barrette al latte della Kinder.

Incredibile, ma vero: quella povera negra non aveva duemilaquattrocentoventi lire per comprare un astuccio di cioccolatini al proprio bambino.

Io sono orgogliosa e tirannica: buon sangue non mente.

Ho detto al direttore del supermercato, un mezzo uomo dalla testa rapata, che in futuro avrei risposto finanziariamente io, Jasmine Tirindelli, per tutto quello che la sorella africana e il suo tenero bambino avrebbero desiderato.

Sono titolare di una carta “oro” della C.I.S.A. e il credito è illimitato; questo lo dico e lo affermo tanto per intenderci e per mettere i puntini sulle “i” !

E il direttore, una mezza cartuccia dalla pelle sbiadita, sa molto bene che la mia è una carta “d’oro” ed è bene che non lo dimentichi.

La donna africana si chiamava Garit e il figlio aveva un nome occidentale, George; è stato un vero delitto aver privato il bambino della sua identità africana, perché dal colore della pelle capirà sempre che il nome non gli appartiene e lo rende inevitabilmente un bastardo.

Io l’avrei chiamato Misciu, “colore della pioggia quando c’è il sole”.

Ma Garit e George per me non erano Garit e George.

Ho pensato che in effetti erano Aggun e Mutu; Garit e George si chiamavano Aggun e Mutu ed erano venuti a trovarmi in segreto per scrutare la mia reazione, ma io li ho subito riconosciuti e sono stata al loro gioco soltanto per non deluderli.

Se ci provano gusto a giocare, non vedo il motivo per cui io non debba stare al loro gioco; conosco le regole del gioco, per cui lasciamoli giocare.

Si vede da mille miglia che sono Aggun e Mutu: altro che Garit e George.

Che fantasia, Garit e George !

E’ proprio vero che la vita nella foresta aizza l’immaginazione a dilatarsi all’infinito.

Aggun e Mutu fondamentalmente non mi perdonano di averli abbandonati o, meglio ancora, non mi perdonano di non aver fatto niente per non abbandonarli.

Cambia come vuoi l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia: Ascingha è stata bastarda e continua a essere bastarda.

Adesso vogliono giustamente punirmi.

Ma io finalmente posso riscattare le mie colpe e per farmi perdonare li riempirò di cibo e di regali.

Sarà anche facile riavere il loro affetto, perché le donne africane sono remissive e i bambini negri sono teneri, ma soprattutto adorano la cioccolata perché non sporca il loro viso.

Non esistono al mondo donne così dolci come le donne africane e bambini così belli come i bambini negri; li riconosci subito dai seni a pera e dagli occhi grandi.

Non esistono al mondo donne così dolci con le gambe allungate e i polpacci rigonfi.

Speriamo che non diventino schiave o puttane.

Non esistono al mondo bambini così belli con gli occhioni bianchi e le pupille nere come i bambini negri.

Speriamo che non diventino mai grandi.

Quando crescono, i bambini negri diventano brutti e crudeli come le scimmie con cui hanno giocato nella foresta.

Quando crescono i bambini negri si trasformano in esseri inferiori, perché la loro pelle ha assorbito fino in fondo il colore.

Io non mi vergogno di essere negra.

Non ho più voglia di parlare; sento che oggi c’è qualcosa che non gira bene nel mio cervello e voglio risparmiarmi la derisione che inevitabilmente mi cadrà addosso quando ripenserò alle idiozie che ho detto.

Mi fermo volentieri e chiudo con dignità.

Oggi non è la giornata giusta per perdermi piacevolmente nei ricordi, perché mi sono abbondantemente smarrita nella realtà.

La memoria è anche una pessima compagna di viaggio.

Ritorno a Venezia.

Bonjour monsieur le docteur.