LA PROCESSIONE DI SANTA LUCIA

TRAMA DEL SOGNO

Ho sognato di essere stata invitata dai miei cugini ad andare alla festa di Santa Lucia. Ho accettato l’invito e sono andata con loro. C’era tanta confusione, ma silenziosa e pacata come sempre.

Mi sono allontanata da loro e ho seguito la processione. Ho visto Santa Lucia, bella come sempre.

Era tutto controllato da tanti militari, sembrava un assetto di guerra, controllavano i tombini e le persone.

Ad un certo punto ad alcuni dei partecipanti, compresa me, ci hanno fatto uscire dalla processione e hanno voluto un attestato.

Io pensavo di averlo e invece no, ho detto che l’avrei portato dopo. Mi sono fermata in fondo a Via Piave e dietro di me c’era una camionetta di militari che controllavano la zona.

Ho continuato a camminare e ho visto che da un balcone, era lo studio di mio marito a Corso Umberto, c’era mio fratello Salvatore e gli ho chiesto di preparare anche per me questo attestato prima che la Santa passasse da quella strada.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

Biby

INTERPRETAZIONE

Ho sognato di essere stata invitata dai miei cugini ad andare alla festa di Santa Lucia. Ho accettato l’invito e sono andata con loro. C’era tanta confusione, ma silenziosa e pacata come sempre.”

Biby è una donna amabile e socievole, religiosa e particolarmente devota alle tradizioni e alle cerimonie sacre. La festa di santa Lucia è l’occasione per mostrare anche la sua tendenza alla “sublimazione della libido”, un processo psichico di difesa che si attesta nel mettere al servizio del prossimo le proprie energie deprivandole della loro qualità sessuale. La disponibilità di Biby è infinita, così come l’apertura verso la gente conosciuta o anonima, quella “confusione silenziosa e pacata come sempre”. Biby descrive se stessa immettendosi tra gli altri e in particolare le aggrada l’attributo della pacatezza e il valore della modestia, alieno dalle esibizioni e dalle esternazioni narcisistiche. Biby è una donna di popolo che “sa di sé” e che trova negli altri la sua definizione e il suo completamento.

Mi sono allontanata da loro e ho seguito la processione. Ho visto Santa Lucia, bella come sempre.”

Si ripete il “come sempre”. La vita di Biby non subisce grandi scosse e non scorre in ambiti tortuosi e in modalità irruente. Biby ha una vita tranquilla che viaggia nella calma rassicurante della tradizione e secondo i ritmi cadenzati di una gradevole monotonia. Biby afferma la sua individualità e autonomia, pur restando in un ambito sociale anonimo e segue la ritualità religiosa e del quotidiano vivere. Biby impregna la sua vita del senso del sacro e non cambia i modi di essere e di esistere in questo contesto cultuale. Si immedesima nella figura della santa e condivide qualcosa di lei, la bellezza, che non è un fattore estetico e formale, ma è una dote sostanziale, un sentirsi dentro, una sensazione e un sentimento, una condivisione nel bene e nel male. Anche Biby, come santa Lucia, ha dentro il dolore e la gioia, il tragico martirio e la coscienza eletta. Questa è la decodificazione di “ho visto santa Lucia, bella come sempre”, una forma di identificazione a metà tra il sacro e il laico, una nobilitazione della vita corrente e della monotonia esistenziale. Biby è una donna pensosa e che pensa. Fin qui i bisogni profondi; vediamo il sogno dove si dirige.

Era tutto controllato da tanti militari, sembrava un assetto di guerra, controllavano i tombini e le persone.”

I bisogni profondi, di cui si diceva prima, sono controllati dall’istanza censoria e morale del “Super-Io”, “tanti militari” e in “assetto di guerra”. Le pulsioni e i bisogni sublimati di Biby hanno la tendenza a non sublimarsi del tutto e allora tentano di scappare da tutte le parti. Del resto, Biby appartiene alla Specie “homo sapiens”, per cui le sue deroghe sono comprensibili e pienamente giustificate. Si giustifica la necessità psichica da parte del “Super-Io” di controllare e censurare gli istinti sessuali e le relazioni elettive e significative: “i tombini e le persone”. Proprio per la loro connotazione e qualità, questi due elementi rappresentano simbolicamente i bisogni materiali, le istanze erotiche e sessuali, nonché il bisogno dell’altro. La “sublimazione della libido” non sempre funziona nel modo giusto ed ecco che interviene il “Super-Io” a richiamare al dovere e al senso di responsabilità sacrificando il corpo e i suoi bisogni. In questa repressione Biby a volte esagera, per cui si giustifica “l’assetto di guerra” in una “processione” sacra e con una santa Lucia in cui degnamente si è identificata per la condivisione di un dramma. Il prosieguo dell’interpretazione del sogno lo dirà con chiarezza.

Ad un certo punto ad alcuni dei partecipanti, compresa me, ci hanno fatto uscire dalla processione e hanno voluto un attestato.”

Biby ha già tirato fuori dalla tasca il suo “Super-Io”, “i militari in assetto di guerra”, adesso sente il bisogno di tirare fuori dalla tasca il suo “Io”, la coscienza di sé, l’auto-consapevolezza, “un attestato”. Quest’ultimo si riduce alla dignità di poter partecipare alla processione e di condividere con santa Lucia qualche tratto umano e psichico. Biby non è sola e in questa operazione di polizia si fa accompagnare, per lenire la tensione e continuare il sogno, da “alcuni dei partecipanti della processione” della serie popolare del “mal comune, mezzo gaudio”. Biby si sta chiedendo se la sua assimilazione e identificazione a santa Lucia ha una sua verità e correttezza o se invece è un abuso blasfemo di stampo mito-maniacale. Per questo motivo chiede al suo “Io”, “hanno voluto l’attestato”, di attestare la congruenza o il delirio di questa operazione psichica di condivisione e di identificazione. Biby chiede al suo “Io” di autenticare quello che il suo “Super-Io” ha censurato, ha messo in discussione. E’ una lotta e un braccio di ferro tra le due istanze psichiche “Io” e “Super-Io” sul tema seguente: “Biby è degna di santa Lucia o è una millantatrice di credito e va punita per eccesso di supponenza?”

E come la mettiamo con i suoi bisogni sessuali, i “tombini” e le relazioni sociali, le “persone”?

Chi vivrà vedrà e saprà di tanta combutta tra sé e sé da parte della nostra protagonista del sogno.

Io pensavo di averlo e invece no, ho detto che l’avrei portato dopo. Mi sono fermata in fondo a Via Piave e dietro di me c’era una camionetta di militari che controllavano la zona.”

Biby è più creativa di quanto pensa, ha più vissuti di quanto se ne accrediti, ha un “Io” che non sta dietro a tutte le sue produzioni psichiche, ne pensa una più del diavolo, elabora più di quanto riesce a immagazzinare, insomma Biby è ricca e prospera mentalmente e sa tirarsi fuori dagli impacci e dagli impicci. Adesso le tocca di mettere a posto la sua identità psichica e aggiornarla con i tratti della santità e del carisma per essere in linea con i tempi. La processione di santa Lucia le ha tirato fuori un vissuto partecipativo particolarmente devoto e sta controllando se l’equiparazione non è sacrilega. A tale necessità si fa tallonare dal suo “Super-Io” particolarmente attrezzato alla censura e, se è il caso, anche alla repressione. Biby è sull’orlo di una crisi di nervi e sta controllando la legittimità delle sue prerogative di accreditamento alla figura umana della santa protettrice della città di Siracusa, il cui corpo è ancora venerabile in Venezia presso la chiesa omonima nel sestriere di Cannaregio. Del resto, i santi sono elaborati dalla pietà umana proprio perché danno la possibilità ai fedeli di ritrovarsi nei tratti caratteristici e di migliorarsi. I caramba, i militari”, stanno controllando “la zona” e il Super-Io” è all’erta su questa operazione di possibile contrabbando dei dati tra Biby e la santa protettrice della vista e degli occhi, Lucia dal latino “lux”.

Ho continuato a camminare e ho visto che da un balcone, era lo studio di mio marito a Corso Umberto, c’era mio fratello Salvatore e gli ho chiesto di preparare anche per me questo attestato prima che la Santa passasse da quella strada.”

Biby procede nel cammino della sua vita e ha la consapevolezza che può avere questo benedetto attestato di buona condotta e lo chiede al fratello per non chiederlo al marito, il diretto interessato di questa drammatica ma pacata psicodinamica. In sostanza Biby ha perso il marito, ma non è rimasta sola perché è circondata dai parenti e dalla gente che le vuol bene. Lei stessa è una donna ricca di emozioni e di sensazioni vitali, socievole, gradevole e affabile, per cui speso si chiede quanto degna è la sua sopravvivenza al marito e quanto degna è del marito, questa figura che entra in punta di piedi alla fine nella scena onirica a chiarire tutto il quadro. L’identificazione con santa Lucia è possibile qualora il Super-Io opera le giuste censure rispetto all’Io e più che mai all’Es che presenta bisogni e pulsioni, slanci amorosi e slanci di investimento di “libido”. Del resto, chi sopravvive al coniuge tanto amato deve pur vivere con le proprie sofferenze e con la colpa del sopravvissuto, ma anche con l’appagamento dei bisogni del corpo e della mente, gli affetti e il piacere. Questa è la lotta tra le esigenze psicofisiche in una donna che continua a vivere portando onore alla memoria del marito defunto. Passerà la processione di santa Lucia da corso Umberto e troverà Biby sul marciapiede a onorare con devozione la santa che di sofferenze ne ha subite nella sua vita e che ancora rappresenta simbolicamente la fedeltà al suo Dio, come Biby al suo uomo.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

In effetti il sogno si era concluso con questo accomodamento diplomatico tramite il fratello Salvatore per un giudizio benevolo e rispettoso della sorella, nonostante sia stata chiamata a una sofferenza anticipata nella sua vita di coppia e nella sua famiglia.

Non c’era altro da ricordare, perché quello che ha sognato Biby, scatenato dai festeggiamenti della santa protettrice della sua città, è completo ed esauriente. Bisognava soltanto decodificarlo per capirlo.

Nulla da aggiungere anche da parte mia, se non l’auspicio per Biby di giorni sereni e vissuti alla grande con un bell’Io e con un Super-Io da tenere sotto controllo e da ridimensionare quando esagera.

La sopravvivenza non è una colpa e tanto meno un peccato mortale.

AUTORITRATTO 3

Sono un frate povero

e vivo in un convento ricco,

presso la valle del fiume assente,

l’Anapo,

protetto dall’Unesco e offeso dagli incivili indigeni.

Vivo tra l’origano odoroso e la salvia fulgente,

tra il timo discreto e la rosamarina ardente,

tra lu basiricò piccante e l’alloro magnifico dei poeti.

Sono povero e sono ricco,

sono frate e sono convento,

sono poeta e sono infante,

sono maestro e sono ciarlatano.

Ho accumulato sesterzi in questa terra

vendendo beni per il Paradiso,

quello umano e quello carnale.

All’Aldilà,

promesso dai preti neri e dalle suore con i cappellacci bianchi,

ho preferito un Aldiqua

vissuto in pieno e mai mancato neanche in parte.

Se lo sa Martin,

fa una nuova Riforma,

quella giusta e a misura di bestia:

“pecca fortiter et vive fortius”.

Ma come si fa a godere,

se la pandemia impazza a destra

e colora il tricolore del sangue dei patrioti

che rosicano l’ossobuco dell’autocastrazione,

mentre i senatori a vita godono ottima salute

in barba all’imbelle scansafatiche,

il cuculo crumiro che li vuole come lui,

inerti, passivi e inanimati.

A sinistra si ricorda il buon Antonio,

il piccolo sardo che non doveva pensare

secondo le direttive oscene di colui che fu

e gli auspici ridicoli dei ricottari che ancora sono.

A sinistra chi lavora non fa l’amore

e paga la pensione a chi non lavora più.

Sono spuntati i radical chic

come le mammoline nei celesti prati dei giornalisti,

come le margherite dei verdi declivi dei politicanti,

come le pansè macchiettate in Forcella da Aurelio Fierro.

Evviva,

evviva,

c’è anche la vispa Teresa

che avea tra l’erbetta al volo sorpreso

gentil caporale e gentil clandestino

e insieme a Renzo il tonto & Lucia la biondona

gridavano “l’abbiam presa,

l’abbian presa,

l’abbiam presa nel cul”.

E va bene così,

me ne vado da te,

non fa niente,

ma quando la sera ti sentirai sola,

ricordati di me che son la Elena di Troia,

maritata Menelao,

amante di Paride,

Arezzo mi fè,

disfecemi l’agro romano.

Nui chiniam la fronte al magico fattor

che volle in lei sì nobile fattura.

E io?

Io metto firma come caporale di giornata

e mi raffermo come il pane di Floridia

in questa campagna lucida di tutto punto

e brillante di calcare aggiunto.

Mille e mille di questi giorni,

mio caro,

mille anni di galera a chi fornica in canonica

senza che lo sappia Alice, la sagrestana.

Io?

Io insisto e persisto,

mi attesto e resisto,

pecco fortiter et vivo fortius.

L’inerzia crea martiri,

il narcisismo crea mostri

che per grazia ricevuta si annientano da soli,

ma solo a una certa età.

E se non sono narcisi,

sono cuculi,

sono vacui,

sono fatui,

sono campanule di bosco e orchidee selvatiche

nei campi di questo inverno indecoroso

che odora di primavera antica e di sterco perlettato,

buono per la cicoria selvatica e la zucchina domestica.

I narcisi odorano di quel letame da cui nascono,

sanno di sfasciato romanesco su visi di bambola,

hanno la calata lumbarda in un corpo bamboccio,

contrabbandono il Nulla del capo carnale o del comico sciocco.

Questa è la Legge.

Lex,

dura lex,

sed lex.

Quanta ignoranza in questa casa di bambole!

Dammi un economista e tre provetti ragionieri

e ti solleverò l’INPS e le consorelle

dalla boria insana degli inetti e degli infetti,

dal debito contratto in nome del padre,

dalle pensioni non più pagate

per decesso da covid del concorrente

o da noncovid, sempre del concorrente,

dalla dialettica filosofica dell’Essere e del Non Essere,

da Parmenide di Elea,

da William di Stratford-upon-Avon,

da Georg Wilhem Friedrich di Stuttgart,

da Martin di Mebkirch,

da Jean Paul di Paris.

Quanti morti in questa pandemia illustrata

come la vetusta “Domenica del corriere”!

Quanti ebeti in questa sagra serale degli eterni presenti

nel riquadro fosforescente a botta di mille e mille sesterzi!

Vero è,

caro compagno Francesco,

che non ci sono più gli uomini di una volta.

E noi chi siamo

e cosa facciamo in questo frangente ingrato di gioia e di sarcasmo?

Noi siamo l’elite fredda,

viviamo di politica,

non di professione,

pulluliamo nei giornali

leccando il lisoformio

per pulire la scrivania del capo.

Non c’è più lo Stato con i suoi professionisti.

Ma il siculo Leonardo da Regalbuto sbagliò

quando parlò così dei confratelli Giovanni e Paolo.

I servitori morirono da servi di uno Stato

che non li serviva

e a cui non servivano più.

Salsi la gobba defunta di colui

che disposando il buffone e il pagliaccio

parlava in romanaccio

e recitava ogni mattina litanie pesanti nelle chiese romane

e tra i fasci di combattimento.

E tu?

Io non sono in errore

se dico tutto questo dei piccoli Lords.

E allora,

viva noi,

evviva i ragazzi della via Pal!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 21, 01, 2021

I TRE DENTISTI DI MARIANNA

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovo dal dentista, ma la poltrona è di legno e il piano di lavoro è pieno di ragnatele e gli strumenti sono di legno.

Arriva un dentista che non conosco e, invece di occuparsi dei miei denti, mi taglia una ciocca di capelli neri che non sono miei.

Alcuni di questi capelli cadono sugli strumenti e la cosa mi fa schifo.

Entra un altro dentista che non conosco e da lontano con uno strumento a uncino attaccato a un bastone, mi tortura un dente.

Mi stufo e me ne vado.”

Marianna

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mi trovo dal dentista, ma la poltrona è di legno e il piano di lavoro è pieno di ragnatele e gli strumenti sono di legno.

Mi sa che Marianna non è andata dal dentista, forse è andata dal falegname o da qualche altro operatore del legno o forse chissà da chi è andata. Se la “poltrona di legno” non si può tollerare, figuriamoci “gli strumenti”, sempre “di legno”, che sono sopra “il piano di lavoro pieno di ragnatele”.

Che scena surreale ha dipinto Marianna nell’esordio del suo sogno!

Ragioniamo e procediamo con cautela e forti dell’evidenza che quello di Marianna è un sogno molto coperto perché è molto simbolico. Nella realtà non va assolutamente bene uno studio dentistico di quel genere, ma nella fantasia onirica il “dentista” ci sta tutto e si decodifica come colui che opera una “castrazione”, colui che asporta una abilità e una funzione, colui che toglie il potere, un violento che depriva dell’aggressività, un chirurgo che opera una lobotomia. Di solito questa è la figura del padre e questo ruolo di maligno operatore è più che mai ascritta al padre “edipico”, quello che opera nei figli la “castrazione” perché sono andati oltre il lecito con le ampie pretese sulla madre: tutto questo nelle fantasie dei bambini. Sulle figlie il padre “edipico” non opera una “castrazione”, bensì una frustrazione dei desideri che non porta a una perdita di potere e di funzione, ma a un ridimensionamento dell’onnipotenza e all’acquisizione del potere della femminilità anche attraverso l’identificazione nella figura materna.

Allora convergiamo nel sogno in questione dopo questo preambolo chiarificatore.

Marianna è in crisi e questo stato di disagio è dovuto alla possibilità di perdere il potere femminile di seduzione a causa di fattori non ancora evidenziati. Marianna si sente inadeguata e fuori dal tempo per quanto riguarda gli strumenti tradizionali di potere, le modalità della seduzione e della conquista. La figura paterna riemerge nell’aver dato vecchi strumenti educativi per quanto riguarda il corpo, la seduzione e la sessualità. Marianna si sente vecchia e inadeguata con quello che si ritrova addosso e a portata di mano. Da tempo Marianna non vive il suo corpo in maniera dignitosa e sciolta, non si sente libera di muoversi femminilmente e di agire eroticamente. Marianna si sente castrata.

La domanda legittima è chiedere il nome dell’autore di questo barbaro rito perpetrato sulla sua pelle e sulla sua psiche. Il tempo lo dirà o almeno si spera.

Arriva un dentista che non conosco e, invece di occuparsi dei miei denti, mi taglia una ciocca di capelli neri che non sono miei.”

Prima si era presentato un “dentista” con l’aspirazione a diventare falegname, adesso si presenta un “dentista” che aspira a diventare parrucchiere. Il sogno di Marianna è altamente simbolico e fa sorridere per questa strana contaminazione di figure e di mestieri. Oltretutto, la magia regna sovrana tra capelli di altri che vengono tagliati a Marianna e denti gaudenti perché nessuno li estrae. Decodificare urge in tanto “bailamme” per capire e proseguire nell’interpretazione del sogno di una fantasiosa Marianna. La “castrazione al femminile”, che doveva essere operata dal primo “dentista” estraendo un dente simbolo del potere e dell’aggressività, viene rimandata dal secondo strano “dentista” che mutila e coarta le idee di Marianna, idee che oltretutto non erano sue e aveva assimilato da altri. La “castrazione” e la perdita del potere avvengono per via mentale e non odontoiatrica. Un uomo, il padre o similare figura, ha impedito alla mente brillante di Marianna l’elaborazione ideologica e la formazione di un patrimonio di idee che storicamente si è sviluppato nel corso storico della cultura. Il “dentista” è sconosciuto perché il meccanismo di difesa dello “spostamento” trasla la figura paterna e il carico delle emozioni e dei sentimenti per consentire il prosieguo del sonno e del sogno.

Alcuni di questi capelli cadono sugli strumenti e la cosa mi fa schifo.”

Le idee hanno inibito le funzioni organiche e questa degenerazione non è giustamente gradita a Marianna. Si è verificata una psicosomatizzazione. La psicodinamica descritta è proprio quella dell’investimento ossessivo sul corpo e della “conversione” che inibisce la funzionalità degli organi e degli apparati. Questo contagio delle idee nel corpo produce il disturbo psicosomatico in quanto la tensione nervosa innescata non può essere gestita dal sistema psichico perché va al di là dell’omeostasi e deve essere scaricata proprio innervandosi e andando a ledere la funzionalità organica. Marianna è oltremodo ossessionata da idee che vertono sul corpo e disturbano in tal modo l’equilibrio nervoso delle principali funzioni. Ma quale funzione?

Entra un altro dentista che non conosco e da lontano con uno strumento a uncino attaccato a un bastone, mi tortura un dente.”

Si tratta sempre della funzione fallica. Marianna si fa torturare “un dente”, il potere di donna, da un altro uomo che lei vive come castrante e che ha con lei un approccio sessuale con un fallo a uncino, come quello del diavolo all’epoca delle streghe, cautelativamente tenuto a debita distanza e senza coinvolgimento erotico, per intenderci. Con quest’ultimo quadretto il sogno di Marianna si precisa meglio e la simbologia trova la sua quadra. Marianna è ai ferri corti con se stessa e riverbera questa insoddisfazione nella relazione con i suoi uomini che vive come castranti, come limiti all’espansione del suo potere di donna, non li trova adeguati al suo narcisismo e all’esaltazione delle sue mirabili doti e capacità. Marianna ha un approccio superbo e altolocato verso il maschio, ma questa pretesa superiorità non sa dove poggiarla e come giustificarla, perché lei stessa ritiene che sia frutto di un’ideologia sbagliata e di schemi culturali che le sono stati imposti. Attraverso i tre dentisti presenta in sogno il suo “fantasma del maschio” nella parte esclusivamente “negativa”, il maschio che castra e che fa male, una versione non esclusivamente sessuale ma anche psichica. Il maschio è un limite perché impone e domina. Chiaramente questa è la figura paterna nella modalità che Marianna ha vissuto da bambina nell’ambito familiare. Da questa immagine negativa del maschio Marianna non si è spostata, per cui ha vissuto i suoi maschi sessualmente come degli stupratori e culturalmente come dei tiranni che impongono a lei e alle donne modalità di pensiero e ideologie non condivisibili. Per fare questa piccola personale rivoluzione Marianna ha fatto ricorso al suo narcisismo e si è isolata dagli altri per fare forza sulle sue idee in attesa di comunicarle alle donne e anche a quei maschi violenti che sono l’oggetto della sua avversione. Il sogno di Marianna oscilla tra la sessualità, evidente nei simboli maschili del “bastone” e dello “strumento a uncino”, e la cultura dominante di stampo maschilista: il maschio che stupra e il maschio che comanda. Si può anche cogliere in questa esagerazione difensiva dal coinvolgimento una forma di “invidia del pene”, visto che Marianna compete e resiste alle stranezze e alle violenze tutte maschili che stava per subire. Il sogno è vario e variopinto, individuale e collettivo, psicologico e ideologico. Marianna è partita dalla figura paterna e ha svolto i suoi vissuti in riguardo alla relazione sessuale e mentale con gli uomini. Il sogno parte dalla “posizione edipica” e tocca la “posizione genitale” in maniera incompleta per poi fuggire e rifugiarsi nell’isolamento della “posizione narcisistica” e in attesa di maturare un approccio dignitoso verso il maschio e rispettoso verso le idee e il corpo delle donne.

Mi stufo e me ne vado.”

Per il momento Marianna non è in vena di concessioni e di gratificazioni, ha troppo subito dai suoi uomini e soprattutto dal padre da bambina e da adulta. La fuga dal problema e dal conflitto è per il momento la strada più breve e più spedita, la difesa psichica a portata di mano o di mente e si chiama “rimozione”: basta non pensarci più, almeno per il momento. Il meccanismo psichico di difesa “evitamento” bloccherà l’angoscia di “castrazione” contenendola in attesa di usare un altro meccanismo adatto allo scopo quando il precedente non servirà più. E così, di meccanismo in meccanismo e di difesa in difesa, la vita di Marianna scorre come un fiume che cerca la sua foce. Di certo, si può vivere e si vive bene senza torturatori e soprattutto senza padri castranti. Importante coltivare la propria autonomia psicofisica e liberarsi di queste figure che popolano il palcoscenico delle relazioni e delle comunicazioni.

Vade retro Satana!

Semper!

SENZA TITOLO

LA DEPRESSIONE

TRAMA DEL SOGNO

“Cammino in una strada di montagna facendo un giro largo, l’unico per attraversare qualcosa.

Arrivo in cima e mi trovo in una casetta non finita con una cucina, due stanze e un bagno solo con water e senza finestra. Le stanze sono in calcinaccio.

Dentro una delle camere c’è un giovane disteso su un letto tipo ospedale, probabilmente un malato che non poteva camminare.

Io esco per non guardare e per non sapere.

Torno indietro, c’è un pezzo a strapiombo e io soffro di vertigini.

C’è mia sorella e qualcun altro.

C’è una parete di montagna dove sgorga acqua e alcuni cercano di bloccare, ma in realtà non si blocca perché cade fuori.”

Questo è il sogno di Fede.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Cammino in una strada di montagna facendo un giro largo, l’unico per attraversare qualcosa.”

L’esordio del sogno è critico e non positivo, nonostante il paesaggio alpino. Fede è una donna che sublima la sua “libido” e in maniera oltretutto non appagante. La sua vita scorre in maniera incerta e le sue relazioni risentono di un’approssimazione che non contempla il coinvolgimento affettivo e umano. Fede è una donna apatica che vaga nel cammino di sua vita facendo giri larghi, senza sapere il perché delle sue esperienze e senza conoscere l’intensità emotiva delle sue azioni. Fede sublima la sua “libido” negli investimenti sociali, non approfondisce e non si lega, resta sul generico a livello mentale e sul labile a livello affettivo, difetta nell’individuazione dei suoi obiettivi e dei suoi progetti. Fede è veramente apatica e demotivata, è una donna che nelle sue esperienze non va al dunque e al perché. La domanda che sorge legittima è la seguente: da cosa si sta difendendo Fede con questo suo atteggiamento di vaghezza subliminale?

Arrivo in cima e mi trovo in una casetta non finita con una cucina, due stanze e un bagno solo con water e senza finestra. Le stanze sono in calcinaccio.”

Il “processo di difesa della “sublimazione della libido” non funziona tanto bene anche se arriva a giusto compimento. Il beneficio non è proficuo. Fede si ritrova, infatti, con una casa psichica “sgarrupata”, come diceva il bambino di “Io speriamo che me la cavo”, il libro del formidabile maestro napoletano Marcello D’Orta: la “casetta” non è una casa e oltretutto non è “finita”, l’affettività non si spreca, l’intimità e la sessualità sono ridotte e senza tante prospettive. “Le stanze sono in calcinaccio” si traduce nella precarietà psichica di cui si diceva in precedenza. Fede rievoca in sogno un momento non certo felice e armonioso della sua vita, un periodo in cui accusa una caduta della vitalità e dell’affettività, un deficit d’amor proprio in primo luogo. Fede è veramente in crisi e non trova gli strumenti giusti per reagire a tanto indefinito sconquasso. In primo luogo difettano il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “razionalizzazione” e la funzione vigilante dell’Io. La fatiscenza domina questo quadretto da geometra alle prime armi.

Dentro una delle camere c’è un giovane disteso su un letto tipo ospedale, probabilmente un malato che non poteva camminare.”

Il sogno manifesta i simboli della psicodinamica in corso e in maniera spietata. Fede si è innamorata di un uomo “malato” e se lo porta dentro. Fede è legata a “un giovane disteso su un letto d’ospedale”, un uomo incapace di vivere con i piedi per terra e non legato al “principio di realtà”. Questo giovane accusa una precarietà della funzione vigilante e razionale dell’Io, è depresso e non sa vivere nella concretezza di tutti i giorni e nella condivisione sociale. Fede si ritrova legata dentro a un uomo che la stuzzica come madre e non come donna. Questo “giovane malato” non è traducibile nella parte psichica maschile di Fede e semplicemente perché il tono narrativo e descrittivo fa propendere la decodificazione verso una presenza interiore di ordine affettivo. Fede è innamorata di quest’uomo. Fede è una donna che tende a legarsi a uomini precari in opposizione alla sua affermatività o in sintonia alla sua debolezza psichica. Nel primo capoverso del sogno si è celebrata la “sublimazione” che non funziona e la struttura che non è compatta ed elegante, quindi il cerchio si può chiudere dicendo che Fede non sta bene e non riesce più a “sublimare la libido” nei confronti di un uomo che la blocca e la coarta con la sua inettitudine depressiva.

Io esco per non guardare e per non sapere.”

Ritorna in scena la Fede asettica e svogliata che non vuole assolutamente coinvolgersi maggiormente in una situazione di coppia che la vede vittima di un uomo di per se stesso depresso e ai ferri corti con la vitalità e la concretezza pragmatica. “Io esco” significa “io mi alieno, non prendo coscienza” e non oggettivo i miei stati d’animo e i miei vissuti al riguardo di questo signore malato di cui sono innamorata o penso di essere legata. “Per non guardare” equivale a una auto-consapevolezza impedita. Fede non vuole prendere atto di stare con un uomo che sta male ed è combattuta tra l’aiutarlo e l’abbandonarlo ai suoi pesanti disagi scegliendo se stessa e il suo benessere. Bisogna anche aggiungere che il conflitto di Fede si giustifica con il fatto che questa lampante depressione del giovane evoca il suo tratto depressivo e solletica in lei l’esplorazione di un nucleo profondo e adeguatamente rimosso a suo tempo, dopo il primo anno di vita per l’esattezza. “Per non sapere” si decodifica in “per non avere il gusto di me”, per non rivivere quel tratto depressivo che mi porto dentro e per non destare il nucleo dormiente di abbandono e di perdita. Fede è affascinata dalla malattia psichica ed esistenziale dell’uomo che si porta dentro e dietro. Fede non sa decidere se reagire affermando la consapevolezza della situazione in cui si trova o se lasciarsi andare alla sua depressione tramite quella del suo uomo per sondare questo tratto qualitativo della sua formazione psichica infantile. Riepilogando: Fede si trova ad assistere il suo uomo caduto in depressione e non sa scegliere la sua autonomia anche perché affascinata da questa sindrome psicopatologica che tutti indistintamente abbiamo sperimentato e accantonato nel corso della nostra formazione evolutiva.

Torno indietro, c’è un pezzo a strapiombo e io soffro di vertigini.”

Dopo la “sublimazione della libido”, dopo essersi prestata e prodigata verso l’uomo di cui è innamorata con un notevole spirito di sacrificio, Fede reagisce con il processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione”, torno indietro”, andando direttamente a visitare e a rivivere quel nucleo depressivo che ha incamerato nel primo anno di vita in riferimento alla figura materna e che consisteva nell’angoscia di abbandono e di perdita di cotanta figura protettiva e vitale. Nel regredire s’imbatte subito nel suo “fantasma di morte”, per dirla in termini tecnici, elaborato nella prima infanzia e che è rimasto dentro senza la necessità di essere razionalizzato. Ecco che la giovane donna si innamora di una persona affetta da sindrome depressiva ed ecco che reagisce mettendo in gioco e rievocando la sua potenziale depressione. Adesso si vedrà la qualità della “razionalizzazione” che Fede ha operato a riguardo del suo “fantasma di morte”. Se quest’operazione salvifica non è stata adeguata, Fede farà fatica a separarsi e a stare bene ripristinando un equilibrio che in atto non c’è e che richiede una profonda comprensione dei “fantasmi” della prima infanzia. Il “pezzo a strapiombo” significa la caduta depressiva e la perdita affettiva della figura materna da parte di Fede. “Io soffro di vertigini” equivale all’incapacità di maturare il senso della libertà e dell’autonomia psicofisica, al mantenimento di una dipendenza da una figura oltremodo rassicurante. Fede sa di non essere autonoma e di avere bisogno di dipendere. Ma una cosa è la dipendenza dalla madre, un’altra cosa è la “traslazione” dalla figura materna in un uomo che oltretutto ha bisogno di dipendere da lei. La dipendenza, in effetti, si attesta nella “regressione” al suo passato infantile e alla mancata “razionalizzazione” dei “fantasmi” elaborati da piccola.

C’è mia sorella e qualcun altro.”

Ecco il ritorno all’infanzia, alla famiglia e al sentimento della rivalità fraterna: “mia sorella e qualcun altro”. Fede rievoca tramite la depressione del suo uomo la sua vita in famiglia, la sua relazione con la madre, le sue paure primarie di non essere amata e di essere abbandonata, il “fantasma di morte” elaborato dalla sua psiche infante, il sentimento della rivalità fraterna, la rabbia maturata per la paura che la sorella le portasse via una quota dell’amore materno, il suo senso di precarietà e d’incompletezza psicofisiche e di necessaria dipendenza da figure significative. Questi stimoli sono fascinosi perché inducono a una presa di coscienza del nucleo depressivo, del come la depressione del mio uomo stimola la mia depressione latente. Ma certi viaggi non vanno fatti da soli perché sono pericolosi e ci vuole il compagno giusto per poter guardare il paesaggio e per ritornare alla vita quotidiana senza trasportare vissuti antichi al presente e subire danni da se stessi per operazioni “fai da te”.

C’è una parete di montagna dove sgorga acqua e alcuni cercano di bloccare, ma in realtà non si blocca perché cade fuori.”

Ecco la madre nella “acqua che sgorga da una parete di montagna”!

Fede s’imbatte nella logica consequenziale del suo sogno dopo aver sublimato la sua energia nel servizio al suo uomo, dopo essere regredita all’infanzia e al periodo in cui aveva elaborato e introiettato il nucleo depressivo secondo norma psichica evolutiva, dopo essere regredita al sentimento della rivalità fraterna e alla rabbia collegata. Fede, attratta dal fascino di questi suoi vissuti scatenati dalla caduta depressiva del suo uomo, si collega alla madre di tutti i vissuti, alla figura protagonista dei suoi “fantasmi”, la madre per l’appunto, e la santifica simbolicamente in una zona sacra e sublimata come la “parete di montagna” e la simboleggia nella classica e universale “acqua che sgorga”, madre che accorre in sostegno e in aiuto della figlia piccola e senza parola, “infante”. A questo punto, dopo la opportuna e buona “regressione” difensiva dall’angoscia di abbandono e di solitudine, Fede tenta di razionalizzare il suo stato di coscienza di donna adulta in crisi a causa della depressione del suo uomo, “alcuni cercano di bloccare” il ricorso alla madre e la “regressione” all’infanzia. Purtroppo Fede amaramente prende atto del fatto che la sua evoluzione psicofisica non contempla la “razionalizzazione” della figura materna e del nucleo depressivo infantile, del suo primario “fantasma di morte”, per cui si candida alla sofferenza di non saper decidere cosa fare con la sua depressione, più che con quella del suo uomo. Quel periodo formativo della sua vita è rimasto grezzo e senza le rifiniture di una buona comprensione della sua bambina dentro l’attuale donna. Spesso la vita non porta alla necessità di elaborare il nucleo depressivo maturato nella prima infanzia, per cui in seguito basta la convivenza con una persona che il suddetto nucleo lo ha fortemente esaltato senza razionalizzarlo e senza esserne padrone, per buttarci in una crisi patocca e delicata. Se ne può venire fuori con un’adeguata psicoterapia analitica, dal momento che si tratta di materiale profondo che va riattraversato e ricomposto dall’Io razionale. In particolare la figura materna va rivisitata e messa al posto giusto senza tanti tentennamenti e paure di irreparabile perdita.

E del suo uomo depresso?

Che vinca sempre l’amor proprio prima della generosa abdicazione. Se non razionalizza il suo nucleo depressivo, Fede non può essere d’aiuto al suo amato bene in crisi. “Parabola significat” che nella nostra vita corrente ci imbattiamo sempre in stimoli che mettono a dura prova la nostra formazione psichica e siamo costretti a rispondere in prima istanza con i nostri vissuti incamerati a suo tempo. E fu così che una donna di nome Fede incontrò l’amore in un uomo che soffriva di depressione e che tanto la scombussolò come il sogno attesta e testimonia.

Questo è quanto e in abbondanza si poteva dire del complesso e delicato sogno di Fede.

MOI ET JACQUELINE

Cet amour non è il sentimento dell’altro,

è il mio sentimento,

quello che io ho inventato per te

e che è fatto così,

di tante cose e di tante movenze,

di tante note e di tanti ritornelli,

di tante sciocchezze e di tante leggerezze.

E’ bello come la luce

ed è bello come il buio,

è bello come il tempo

quando il tempo si ferma,

è brutto come il tempo

quando il tempo scorre.

E’ vero come te

quando sei felice,

è gioioso come te

quando sei contenta.

Questo amore trema di paura

come un bambino nel buio

e non indietreggia

come un uomo sereno nella luce.

Cet amour che faceva paura,

ti ha insegnato a parlare,

ti ha donato la potenza delle parole,

la gioia di impallidire e di arrossire,

il timore di tremare e di stare,

l’eccitazione di spiare e di manifestarti,

la voglia di braccare e di esporti,

il desiderio di ferire e di curare,

l’ansia di calpestare e di carezzare,

la pulsione di uccidere e di salvare,

il bisogno di negare e di affermare,

la capacità di dimenticare e di ricordare.

Questo amore non è una parte,

è un tutto intero

come il sole quando soleggia

e la luna quando è piena e quando è nuova,

quando hai paura che ti cade addosso

alzando gli occhi al cielo in una notte di luna.

Cet amour è vivo e sempre nuovo,

palpitante e caldo

come il cuore quando batte.

Questo amore ci segue e ci perseguita

come un rimorso assurdo,

come un andare e un tornare

senza dimenticare quello che hai visto,

quello che hai vissuto,

riaddormentandoti e risvegliandoti

senza soffrire,

senza invecchiare,

sognando la morte senza morire

e per riderci sopra da svegli.

Cet amour resta là,

piantato al suolo come un ulivo secolare

che ha tante storie

da raccontare agli amanti

nelle notti di luna piena

e nell’ora dei lupi mannari.

Questo amore non scende dalle stelle,

vive nelle stalle insieme agli asini testardi

ed è crudele come la nostalgia

che non sa ricordare quella carezza mai ricevuta senza soffrire

ed è tenero come un rimpianto o un’emozione pudica.

Cet amour è come Dio,

ci guarda sorridendo

e ci parla senza parole,

senza dire niente.

Questo amore si lascia ascoltare con timore e tremore,

con sussurri e grida,

con le preghiere dell’amato per lei,

con l’invocazione dell’amata per lui.

Cet amour non è mio,

non è tuo,

è dell’Amore,

è degli amanti,

di tutti quelli toccati quotidianamente nel corpo e nella mente

da un buon demone,

da un generoso messaggero del dio bendato.

O Amore,

fermati,

lasciati guardare,

contemplare,

restami addosso,

braccami,

non andartene

perché io non ti ho mai lasciato,

ricordami

perché io non ti ho mai dimenticato.

E, allora, tu non scordarti di me

che ho solo te sulla terra e dentro il cielo,

non lasciarmi morire,

lasciami vivere insieme a te

e lontano dai torsoli e dal sangue,

non importa dove,

non importa quanto.

Ricordati di dare sempre un segno di vita

nel Trentino così come in Sicilia,

nei freschi boschi di coccole aulenti,

nell’assolata campagna di nere more.

Sorgi a ogni alba

nella foresta della memoria e della speranza,

tra i muschi e i licheni,

inducimi sempre in tentazione

e non salvarmi mai dal Male.

Così sia.

Salvatore Vallone

Libera contaminazione di “Cet amour” di Jacques Prevert

Carancino di Belvedere 15, 01, 2021



IL PROCESSO

TRAMA DEL SOGNO

“Zacca è testimone a un processo e va con il marito.

Davanti a lei quattro avvocati aspettano d’interrogarla.

Poi la chiamano e uno legge le generalità.

Si avvicina al bancone e un altro si alza e le si avvicina e prendendole il volto tra le mani controlla le ghiandole della gola.

Il cuore comincia a batterle più forte e l’avvocato, sempre con le mani tra il collo e la faccia, sembra stia aspettando che si tranquillizzi.

Lei allora pensa a cosa penserà il marito che è seduto alle sue spalle sul modo strano che hanno di controllare se si hanno oggetti pericolosi addosso.”

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Zacca è testimone a un processo e va con il marito.”

Il sogno di Zacca è un prodotto psichico surreale nella sua semplice cornice e ricorda le apparenti elucubrazioni di Kafka nel suo “Processo”. E’ una modalità d’approccio con se stessi e, nello specifico, con quella umana parte psichica che Freud denominò “Super-Io”, l’istanza morale e censoria che esige l’espiazione e la riparazione della colpa, la punizione e la condanna per tutto il male che nasce dal peccato originale, arriva alla “ubris” greca e si condensa nella persona di Ciccio Atanasio, un uomo qualsiasi che partecipa per essenziale connaturazione psicofisica al consorzio dell’umana pietà. Il “Super-Io” freudiano nasce dalla riflessione sul post grande Guerra, sugli eventi distruttivi e luttuosi della prima guerra mondiale, sull’afflusso nel suo studio di psicoterapia di uomini traumatizzati nel corredo psicofisico da episodi reali che si amplificavano nel ritorno a una impossibile normalità. All’antico e laico “principio del piacere” e al vecchio e sempre greco “principio di realtà” Freud associò, per completezza e “par condicio”, il “principio del dovere”, a cui far corrispondere un giudice togato e benemerito sempre pronto alla censura e alla condanna: il tutto in offesa all’amor proprio e al narcisismo.

Zacca in sogno istruisce il suo processo, il processo a se stessa e, nello specifico, a parti di sé affette da colpa e vissute come degne di condanna e di espiazione. Zacca porta come oggetto giuridico “il marito”, la sua modalità di vivere l’uomo con cui ha costruito la coppia e possibilmente la famiglia, meglio, la sua modalità di viversi in coppia e con l’uomo che a suo tempo ha scelto e concordato una serie di sensi e di sentimenti, nonché un progetto psico-esistenziale con tanto di banda e ricevimento nell’hotel grande della città di Acicastello. Zacca mette in discussione se stessa tramite la figura dell’uomo con cui si accompagna nel quotidiano esercizio del vivere, vaglia e valuta le sue scelte di allora in riferimento al presente. L’oggetto del contendere giuridico e processuale non è il marito, ma quest’ultimo è la “proiezione” della sua deliberazione e della sua scelta di allora, di quel quando il “principio del piacere” urgeva e presentava le sue istanze psicofisiche e il “principio di realtà” era fiero del suo “nihil obstat” alla richiesta di matrimonio.

Meglio di così non è possibile nelle umane traversie semplicemente perché al bene e al male non c’è mai fine qualitativa e temporale.

Davanti a lei quattro avvocati aspettano d’interrogarla.”

La colpa è tanta e il caso è grave se servono “quattro avvocati” per l’interrogatorio del secolo, per giunta sono in attesa e tutti sul piede di guerra alla luce del fatto che sono “davanti a lei”.

Di quale mefistofelica colpa si è macchiata Zacca?

E quale inconfessato e inconfessabile peccato racchiude dentro e si trascina dietro?

L’istanza freudiana del “Super-Io” è chiamata in causa alla grande e con urgenza: la censura e la morale. Zacca nutre un senso di colpa altamente sostanzioso, se abbisogna di ingrandire il suo “Super-Io” in maniera sconsiderata. Oppure l’esagerazione è funzionale a qualche operazione di assestamento psichico dei vissuti di una certa qualità. La psicodinamica è intrapsichica e il prosieguo lo dirà o, almeno, si spera.

Poi la chiamano e uno legge le generalità.”

Niente di grave, Zacca parte dal “chi sono io”, dalla sua identità psichica e quest’esordio è altamente positivo e lascia ben sperare sull’equilibrio psicofisico globale che il “Super-Io” potrebbe disturbare. Zacca converge su se stessa e richiama le sue energie migliori per non alienarsi e smarrirsi nei meandri dei codici e delle norme che governano la Legge psichica. Zacca si fa chiamare da quella “parte di sé” che inquisisce su se stessa in aderenza al codice di sopravvivenza e di mantenimento, nonché di ripristino dell’equilibrio psicofisico. Tutti ci chiamiamo, tutti abbiamo una parola per noi stessi, tutti abbiamo un verbo senza essere il Verbo. E’ strano il fatto che uno, un anonimo avvocato, legga le parole generiche che contraddistinguono l’individualità di Zacca. La lettura assume il tono ieratico di una divulgazione inquisitoria di fronte alla Legge altrettanto anonima e generica come l’ambiente e il tono del sintetico quadretto. Si può rilevare un complesso d’inferiorità, un senso d’inadeguatezza, una sindrome da soggetto di minor diritto o da figlia di un dio minore. L’atmosfera e l’umore versano nella tristezza e nella ristrettezza. Si spera tanto in un miglioramento del caso e del malato.

Si avvicina al bancone e un altro si alza e le si avvicina e prendendole il volto tra le mani controlla le ghiandole della gola.”

Un avvocato che prende “il volto” dell’imputata ”tra le mani” per controllare le ghiandole della gola”, non si è mai visto nelle scene forensi, ma in sogno anche questo simpatico quadretto è possibile creativamente “figurare”, impressionare con immagini, allucinare con le tensioni. Insomma, Zacca si sta inquisendo da sola e in ottemperanza al rigore del suo “Super-Io” e si sta dicendo che le sue “ghiandole” sono da controllare in maniera severa e secondo la Legge, la legge di Zacca. Quest’ultima, fuor di metafora e di metonimia, si sta dicendo che la sua endocrinologia è entrata in crisi progressiva e che i motivi del suo severo giudizio sono rintracciabili anche negli effetti biologici del tempo crudele che toglie funzionalità e funzioni, come la procreazione ad esempio, nonché riduce le pulsioni erotiche e sessuali e riformula l’estetica in nuovi codici tutti da scoprire. Zacca si trova davanti la sua capacità endocrina e la sua immagine evoluta di donna. Questa operazione dialettica significa che Zacca sta attraversando un momento della sua vita in cui sta facendo i conti con l’invecchiamento, la menopausa, la perdita di fascino e di funzione procreativa. Le ghiandole non sono quelle della gola, i linfonodi, ma le ovaie. E non dimentichiamo che c’è un marito nel sogno come compagno interessato di viaggio: un valido riferimento della psicodinamica scatenata nella protagonista.

Il cuore comincia a batterle più forte e l’avvocato, sempre con le mani tra il collo e la faccia, sembra stia aspettando che si tranquillizzi.”

Zacca è proprio alle prese con se stessa, è agitata nei sensi e nei sentimenti. Il “cuore” è simbolo di vita e di emozioni assolutamente neurovegetative, autonome e spontanee come le erbe dei campi all’esordio della primavera. Zacca è in preda alla libera azione del sistema neurovegetativo, obbedisce alle pulsioni dell’Es e l’Io non riesce a essere padrone in casa sua, non interviene a sedare lo scombussolamento emotivo della donna. Zacca è proprio sull’orlo di una crisi di nervi.

Ripeto e mi ripeto volentieri se serve a definire il conflitto intrapsichico in atto.

E’ in atto l’emersione dal Profondo psichico delle tensioni legate ai conflitti pregressi e non adeguatamente risolti a suo tempo e al tempo giusto, una “conversione isterica” che funge da “catarsi” del sistema nervoso in quanto scarica le energie accumulate e inespresse e riporta l’equilibrio dello psicosoma al meglio consentito nel momento in atto: “omeostasi”. La sede di questo materiale psichico irruento è l’Es, nonché il serbatoio naturale delle tensioni di tanta conflittualità. L’Io non riesce a svolgere la sua funzione di contenimento e di equilibrio psicosomatico, non può svolgere il suo compito importante di ago della bilancia tra la psiche che urge e il corpo che esprime. Oltretutto, il “Super-Io” di Zacca, “l’avvocato, sempre con le mani tra il collo e la faccia”, non sta infierendo nell’acuire con le sue dosi la forte reazione emotiva dell’Es, “il cuore”, attende bonariamente che si scarichi la tensione nervosa per poi presentare le sue credenziali e le sue istanze. Riepilogo questo breve trattato sul meccanismo psichico di difesa della “conversione isterica”: l’istanza psichica equilibratrice dell’Io non è riuscita a svolgere la sua funzione tra le istanze emotive dell’Es e le istanze repressive del “Super-Io”, tra le pulsioni e le inibizioni, nonostante la parziale e temporanea remissione dell’azione della censura superegoica. Ricordo ancora che “tra il collo e la faccia” albergano la testa-mente e il petto-affetto. Zacca è nel mezzo e cerca la sua virtù.

Lei allora pensa a cosa penserà il marito che è seduto alle sue spalle sul modo strano che hanno di controllare se si hanno oggetti pericolosi addosso.”

“Pensa a cosa penserà il marito”. E’ questo il paradigma della psicodinamica paranoica, far pensare gli altri quello che noi stessi pensiamo, meccanismo psichico di difesa della “proiezione”, così diffuso e così delicato, così facile e così pericoloso. Per difesa ci si spoglia del proprio materiale psichico e lo si attribuisce agli altri, al marito nel caso di Zacca, un uomo che “è seduto alle sue spalle”, ma che è in prima fila nel ballo degli attori navigati e furbastri, almeno e sempre nei vissuti della moglie e della donna Zacca. La causa scatenante della psicodinamica conflittuale è decisamente la modalità di vivere il marito e a lui viene sacrificato il vitello d’oro dell’equilibrio psicofisico della nostra protagonista. Zacca non ha “oggetti pericolosi addosso”, Zacca non si vive come attraente e seduttiva, Zacca non è quella boma di donna che avrebbe voluto essere per il suo uomo. Ritorna la causa del conflitto, la valutazione severa che Zacca fa di se stessa in riferimento alle azioni del marito che assiste nello sfondo apparente, ma che è la causa scatenante di tanto impeto ritorto contro se stessa.

Cosa penserà il marito del tempo che è passato e ha lasciato i segni sul corpo, più che sulla mente, di Zacca?

Quale arma resta addosso a Zacca in questo drammatico frangente della sua vita?

L’intelligenza, l’intus-legere, la capacità di discernere e di adattarsi, l’intelligenza operativa, quella che si confa alle mille occasioni della vita e del vivere come risposta a se stessi in primo luogo e, soltanto di poi, agli altri, marito compreso.

Zacca si è controllata addosso e invece di scoprire le sue qualità interpretative, si è lasciata abbagliare dai beni effimeri della procacità e dell’avvenenza.

Un consiglio filosofico alla donna che non si sente più la gran “donna” di prima: “panta rei”, “tutto scorre”, dice Eraclito l’oscuro, dal profondo di quello che di lui ci è rimasto, la sintesi poderosa del suo complesso pensiero. E allora, carissima Zacca, lasciati scorrere addosso le ventate del tempo e addolcisci ogni mattina il caffè con tanto amor proprio. L’atarassia ti farà più matura e più bella.

LA CANTILENA DI JACOB

Din din din pomarè,

din din din pomarè,

din din din pomarè,

dindin, onignorè.

Stavo crescendo,

ma non sono più cresciuto,

sono ancora vivo,

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Dan dan dan signorè,

dan dan dan signorè,

dan dan dan signorè,

dandan, onignorè.

La notte tutto appare più vero,

come di giorno tutto era vero,

ti prego di accudirmi

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Oh oh oh magazè,

oh oh oh magazè,

oh oh oh magazè,

ohoh, onignorè.

E’ stato proprio come sai,

tutto è stato irrimediabilmente,

con Ilse e gli altri bambini ho giocato, come con te

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Iè iè iè santorè,

iè iè iè santorè,

iè iè iè santorè,

ièiè, onignorè.

Non portarmi rancore,

se sono partito anzitempo,

tienimi ancora nel tuo cuore,

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Hem hem hem gamasè,

hem hem hem gamasè,

hem hem hem gamasè,

hemhem, onignorè.

Ho appena appena giocato con la vita,

quella che vedo in te,

nel tuo sguardo felice,

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Im im im immodì,

im im im immodì,

im im im immodì,

imim, onignorè.

Porta i miei saluti,

porta la gioia a chi ancora mi ricorda,

ricorda di portarmi i giochini e le leccornie

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 25, 01, 2021

NEL GIORNO ONOMASTICO DEI MIEI GENITORI

Siracusa, 8 dicembre 1954

Tema

I miei genitori

Svolgimento

Mio padre si chiama Concetto.

Mio padre è detto Nnittulu.

Mio padre è sentito Nzuliddru.

Mia madre si chiama Concetta.

Mia madre è detta Tita.

Mia madre è sentita Titina.

Oggi è l’Immacolata.

Oggi i miei genitori fanno l’onomastico.

Oggi a casa mia si mangia brodo di carne con i pizzulati e le polpettine.

Oggi a casa mia si mangia la carne bollita con le patate fritte una per una e tagliate a forma di cerchio da mia mamma che ha tanta pazienza e anche se è la sua festa si siede davanti al focolare e frigge le patate con amore per tutti noi.

Come frutta ci sono i mandarini e le bucce non si buttano perché servono la sera per giocare a tombola. Io spero di fare almeno un terno e una cinquina, così poi mi compro la palla di gomma bianca puzzolente e gioco per strada con i miei cugini.

Come dolce ci sono i cannoli di ricotta che ha mandato lo zio Pippo Giudice e la zia Lucia Giarratana come regalo. I miei zii sono molto buoni e con le loro ricchezze tolgono tanti pensieri a mia madre quando fa la spesa perché sono macellai come mio nonno e puzzano di sangue.

Noi siamo sei figli e riempiamo tutta la tavola assieme alla nonna Lucia e alla zia Assuntina che viene da Tripoli e porta le sigarette, il tè e la cioccolata quando i finanzieri la fanno passare senza guardare nelle sue valige. Ma ci guardano sempre e rubano le leccornie a causa della divisa e le portano a casa ai loro bambini. Almeno lo spero.

La zia Assuntina è magica perché ha tanti soldi e fa tanti regali che tira fuori dalla sua valigia piano piano e quando meno te lo aspetti.

Mia nonna dicono che è cattiva, ma a me regala sempre le caramelle di carrubba per la tosse perché io soffro di bronchite e non respiro bene la notte quando mi vengono i gattini nel petto mentre dormo. Per questo mia madre mi spalma il petto di Vicks Vaporub alla menta.

Mia madre mi regala sempre le sue polpettine perché sono il più piccolo, il cacaniro, il figlio che fa la cacca sul nido.

Questa non l’ho mai capita, come la festa dell’Immacolata.

Padre Raffaele Cannarella ha detto che Immacolata concezione significa che la Madonna è nata senza peccato originale e non che era sposa di Giuseppe come poteva essere mia madre per mio padre.

Questa non l’ho capita.

Perché dobbiamo nascere con il peccato, non l’ho capito.

Perché si chiama originale se ce lo abbiamo tutti, non l’ho capito.

Il maestro ha detto che siamo tutti originali perché siamo tutti diversi, ma io non penso di essere diverso dagli altri. Però il maestro ha sempre ragione e dice tante cose difficili da capire. Il mio maestro si chiama Salvatore Grillo e fa anche il poeta, il musicista e il pittore. Ha scritto una canzone sulla Sicilia e a Messina gli hanno dato un premio di mille lire. Il mio maestro ha i capelli lunghi e ricci e sembra un pazzo. Però è sempre pulito e i capelli se li lava con lo sciampo Palmolive, quello che non usa mia madre perché costa caro.

Mia madre si lava e mi lava con il sapone Palmolive all’olio d’oliva dentro la bagnarola e anche i capelli li lava con questo sapone che fa bruciare gli occhi.

Io chiamo mia madre mamma e basta.

Mio padre lo chiamo papà.

Dopo la festa dell’Immacolata tutto torna come prima a casa mia e devo dire che non è male. Se continua così fino alla fine della scuola elementare, mi sta bene anche se non capisco tante cose, ma sono sicuro che mi rifarò perché sono curioso come una scimmia dell’Africa dove abita la zia Assuntina.

Questi sono i miei genitori e questo sono io che sono loro figlio.

scolaro Vallone Salvatore

classe terza C del primo Circolo

scuola Elementare di via dei Mergulensi n° 23

Siracusa

MERCI

Merci!

Merci!

Quel plaisir, madame de Bovary!

Le belle parole fanno sempre bene al corpo,

plus que a l’evanescente ame,

a questo corpo che cerca ancora guai

in questa giornata austera e senza ozio,

in questo dì tutto dedicato al negozio che non c’è,

in questa notte da certificare al bobby di quartiere

dentro un innaturale coprifuoco di pace e benevolenza.

Viva il Duce,

viva il Duce,

che ci dà l’acqua e la luce!

Cara Catherine,

ti scrivo la presente

con il grado sociale e civile di nullafacente e di nullatenente.

Non sono, di certo, un politico da telecinco

e tanto meno un giornalista da tivvusettete,

per cui non essere gelosa del tuo Pasquale,

Totonno per gli amici,

perché tuti i me vol e nisuni me cioe.

Sol che ti,

vecchia madame,

solo tu mi vuoi e mi vuoi bene,

tu che ogni mattina lasci sul lattice del materasso

le impronte di quel corpo che solo a me par di donna.

Solo tu ti mostri così gentile a me che ti miro

e mi dai per gli occhi una dolcezza al core

che intender non la può chi non la prova.

Quanti ne hai provati e regalati bonbons,

e non soltanto al core,

tu,

mia adorable Catherine,

sensibile come la gatta Nerina da Caltabellotta,

tu che leggi di notte i Fasci immarcescibili di Bruno la Vespola

per pulire la tua povera pelliccia di cincillà al covid

a che nessun ti veda,

a che nessun ti spii,

a che nessun ti giudichi

come la solita donna di provincia in cerca di fregole

anche quando il giorno è di caucciù

e fatica ad affidarsi alle tenebre

per grazia ricevuta e mai restituita.

Tu,

mia charmant Catherine,

sensibile come la donna dell’inquieto Gustave,

guardi ogni sera la Lily nello specchio lucido e colorato

per amarti di più e sognare i ritrovati amori

anche quando le stelle non riescono a venir fuori

per formare un firmamento di necessità d’argento,

come prescritto dai codici fascisti di Alfredo,

non quello che su tuo invito ti bacia,

ma quello che ancora oggi ti uccide.

E allora,

rinasci bel fiore a la baia del sol,

quando caliente stringi in mano il biglietto di solo andata

andando con dignità in culo alla vita e al mondo crudele

che ti ha voluta femmina,

una femena granda come la micidiale guerra targata 1914.

E il tuo Pasquale?

Il tuo Pasquale canta sempre a Capri con Peppino

o mondo crudele,

è l’ora dell’addio,

ma non vuole morire

per fare dispetto ai seguaci di Charles,

ai crumiri di brutte speranze

che predicano ogni sera la selezione naturale,

la morte fredda per asfissia

di coloro che hanno già abbastanza vissuto.

Il tuo Pasquale non vuole morire

perché deve ancora annerire di merda quei loschi figuri

che lasciano il talamo coniugale al cuculo di turno.

Ah,

quanti cornuti affollano questa lurida piazza

seduti sulle panchine inquiete

di questa sporca città semigreca e semiaraba!

Ah,

quanti vecchi fanno del cul trombetta

a questa torma di tossici

che non vedrà mai lo cielo della vecchiezza!

All’uopo e alla bisogna

sappi che pulisco sempre il mio corpo con il gel,

in specie i testicoli ormai grigi e smunti dall’uso,

che riduco al minimo i bisogni innaturali con la tv,

che mi sparo una riga di whisky di Portopalo

per ammazzare il colesterolo e i satanassi in circolo.

Epicuro e Buddha mi stanno sempre a fianco

in questo bel ballo di san Vito che ancora mi agita,

così come il tuo ricordo ambito di doni mai ricevuti

e le tue perfide malefatte di bella donna di provincia

che vuole di giorno andare da Saint-Denis a Paris

nella disperata ricerca del braccetto di Tizio,

del soldo di Caio,

del parafulmine di Sempronio,

del sale e pepe di Bortolo,

del savoir faire di Giobatta,

detto Giobattino e da sempre definito culu vasciu

per le sue gambe oltremodo corte.

Se la memoria non m’inganna,

mia cara Catherine,

cordialmente mi firmo e mi attesto come il sempre e solo

tuo Salvatore Vallone

Post scriptum: sarà poi vero che dalla Morte nasce la Vita più forte?

Carancino di Belvedere, 06, 01, 2021