LA SECONDA CASA

TRAMA DEL SOGNO

“Sono arrivata a casa mia, una sorta di seconda casa.

Apro una porta interna e rimango choccata perché alla mia destra la porta è aperta e c’è la luce accesa.

Trovo un mio amico con la sua nuova compagna che ridevamo e facevano l’amore.

Lui si accorge che io sono entrata e allora io sono uscita.

Mi chiedo se anche lei si è accorta di me e se mi conosce.

Poco dopo fuori di questa casa e davanti a me vedo il mio uomo con lei.

Lui è inciampato ed è caduto goffamente.

Io sono dietro di lui di qualche passo.

Provo un grande sconforto e mi chiedo come ha potuto venire a casa mia portando lei.

Ai miei occhi appare sfacciato soprattutto dopo quello che c’è stato tra di noi.”

Questo sogno appartiene a Megan.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Sono arrivata a casa mia, una sorta di seconda casa.”

Megan è una donna cresciuta ed evoluta che ha ancora qualche pendenza “edipica”, non ha ben calibrato e razionalizzato il suo “fantasma” e il suo vissuto nei confronti del padre e, di conseguenza si porta a spasso nel sogno la madre sotto forma di una donna intrigante e subdola che attenta al suo uomo e ai suoi amici in situazioni decisamente seduttive e intime. Ma, come dicevo, Megan è una donna cresciuta ed emancipata al punto di avere due case, una sicuramente è casa sua, “mia”, l’altra è la “seconda casa”, anzi “una sorta di seconda casa”, una decisa e coraggiosa asportazione della sua dimensione edipica dalla “organizzazione psichica reattiva”, dalla sua struttura psichica evolutiva. Megan può e sa trattare la relazione vissuta sin dall’infanzia con il padre e con la madre isolandola senza alcun rischio e pericolo di destabilizzarsi e opera in tal senso, rivive in sogno e descrive la sua “posizione edipica” anche perché è stimolata nella vita di tutti i giorni da qualche incidente o da qualcosa che non gira bene nella sua sfera affettiva e sessuale. Quindi, riepilogando, il “resto diurno” o la causa scatenante del sogno di Megan si attesta in uno stato affettivo e sessuale in cerca di migliore sistemazione, visto che parliamo di “case”.

Apro una porta interna e rimango choccata perché alla mia destra la porta è aperta e c’è la luce accesa.”

L’atmosfera è classica e di “suspence”, come nelle sceneggiature dei migliori film del filone mitologico di Edipo, come nelle più sofisticate rappresentazioni della cosiddetta “scena primaria”, il figlio o la figlia che coglie i genitori in flagrante e nell’inequivocabile atteggiamento intimo del coito. Dentro la sua “casa” psichica personale, quella emancipata dai genitori, Megan s’imbatte nella sua autonomia, sulla “destra in una “porta aperta” e in una “luce accesa”. Traduco i simboli e la psicodinamica. Megan è una donna libera, ma in una casuale e naturale introspezione, “apro una porta interna”, rimane colpita dalla consapevolezza che nel suo futuro prossimo c’è ancora in ballo la situazione relazionale con il padre e la madre, la sua “posizione edipica”. Megan pensava di aver liquidato le pendenze con il padre e la madre, ma si trova a prendere atto di quanto ben chiara sia la sua presa di coscienza e di quanto in ballo dentro di lei sia ancora questa mitica triangolazione. Questo è il senso teatrale del termine “choccata”, stupefatta e interdetta, sorpresa e alienata. Ripeto che Megan sta facendo questo sogno perché nella sua vita quotidiana qualcosa non gira bene in quanto ad affetti, erotismo e sesso.

Trovo un mio amico con la sua nuova compagna che ridevamo e facevano l’amore.”

Questa è la “scena primaria” nella classica versione psicoanalitica freudiana. La bambina s’imbatte realmente, o immagina altrettanto realmente, nel coito dei genitori, un’unione sessuale paventata e ricca di effetti speciali per l’intervento tremendo del sentimento della gelosia e del possesso, nonché del tradimento e dell’infingardaggine. Megan trasla il padre e la madre in atteggiamento oltremodo intimo “nell’amico” e nella “sua nuova compagna”. Il meccanismo onirico e primario dello “spostamento” consente a Megan di continuare a dormire e a sognare senza cadere nell’incubo e nel risveglio, portando così avanti la sua psicodinamica in atto, la travagliata ma abbastanza risolta relazione profonda con il padre e la madre. Ecco che li rappresenta nella loro intesa erotica e nella loro dinamica sessuale. “Ridevano” è più inquietante per Megan bambina del “facevano l’amore” semplicemente perché l’atto materiale si tollera e si digerisce, ma l’atto psichico si trasporta nel tempo e nelle sfere psichiche dell’empatia e della simpatia, della complicità e della solidarietà, Essere o sentirsi esclusa da questa modalità di vissuto relazionale è struggente e produce in Megan cento anni di solitudine.

Lui si accorge che io sono entrata e allora io sono uscita.”

Megan approfitta del sonno per sognare la sua reazione psicologica alla complicità a trecentosessanta gradi tra il padre e la madre, vissuti incamerati e organizzati nel corso della sua formazione evolutiva e denominati “posizione edipica”. Megan ha ben razionalizzato questo conflitto dell’infanzia e dell’adolescenza al punto che può entrare e uscire dalla sua stanza edipica, perché è di questa che sta parlando, è questa che sta riesumando e rievocando. Nota anche che tra lei e suo padre c’era e c’è una buona empatia e simpatia, complicità insomma, per cui si può permettere questa dispettosa scaramuccia con l’augusto genitore, ma in effetti la psicodinamica è tutta sua e solamente personale. Megan “sa di sé” e può visitare, entrando e uscendo, la sua relazione pregressa e attuale con la figura paterna.

Mi chiedo se anche lei si è accorta di me e se mi conosce.”

Questo è un capoverso ricco dei sentimenti della rivalità e della competizione nei riguardi della madre, la “lei” in senso di distacco e di superiorità. Megan attribuisce alla madre una certa qual consapevolezza del suo trasporto globale verso il padre e si dice “penso che anche mia madre sapeva che amavo mio padre o suo marito”. In ogni caso la donna rivale, che possiede il maschio in questione, è degna di un vissuto superficiale e andante. La competizione con la madre è improntata a metà tra orgoglio e risentimento, della serie “io non sono indifferente e non passo inosservata, mia madre si sarà accorta di quello che vivevo e provavo”. In effetti e concludo, si tratta di un dialogo di Megan con se stessa in riedizione della sua “posizione edipica” al completo, visto che non trascura di elaborare i suoi sentimenti e le sue sensazioni verso la madre e il padre senza assolutizzare la prima o il secondo.

Poco dopo fuori di questa casa e davanti a me vedo il mio uomo con lei.”

Ma guarda caso, non l’avrei mai pensato e tanto meno detto. Megan si relaziona con la gente e si porta dietro la modalità affettiva, erotica e sessuale che aveva elaborato e sperimentato quando era innamorata del padre e in competizione con la madre. Del resto, questo siamo e quello che abbiamo immaginato, vissuto e imparato lo trasportiamo pari pari nella realtà sociale di tutti i giorni. “Lei”, la madre, la segue e la perseguita, è un’ape regina che si prende tutti i maschi e adesso si intriga anche con l’uomo di Megan che questa volta non è apparentemente il padre, ma è sempre la figura paterna nella sostanza psicologica e profonda. Megan si è innamorata e ha scelto il suo uomo secondo il codice “edipico”, come si diceva, e sempre secondo queste coordinate si relaziona con il suo maschio. Resta sempre la diffidenza verso l’universo maschile, reo di non essere affidabile e di essere traditore.

Lui è inciampato ed è caduto goffamente.”

La rivincita di Megan a tanto alto tradimento è la derisione del “lui” amante e padre, secondo la dinamica più comica del teatro antico e moderno, l’inciampo e la caduta. Oltretutto la caduta è stata goffa, come la reazione di chi viene preso con le mani nella marmellata o con la lingua spiaccicata sulla “nutella”.

“Ben ti sta, brutto traditore, così impari!

Ma sai cosa ti dico?

Noi donne vi ridicolizziamo come e quando vogliamo.”

Megan spende una lancia interessata a favore dell’universo femminile, dando proprio potere alla donna che sceglie e prende il maschio imbecille che cede e si lascia avvincere senza consapevolezza, così, tanto per andare a scaricare in qualche anfratto il patrimonio dei coglioni.

Io sono dietro di lui di qualche passo.”

Megan in tanta psicodinamica è stata al suo posto e ha saputo controllare le evenienze fisiche e psicologiche della psicodinamica “edipica”. Lei ha ben capito tutto e ha ben controllato il tutto. A Megan non la si fa sotto i baffi, almeno su questi binari che portano alla formazione della coppia e alla vita in due, nonché alla necessaria limitazione della libertà d’azione, ma non di pensiero e d’immaginazione. Megan è sorniona nel collocarsi in sogno appena “dietro di qualche passo” agli uomini significativi della sua vita, il padre e il compagno in atto.

Provo un grande sconforto e mi chiedo come ha potuto venire a casa mia portando lei.”

E’ inequivocabile, Megan chiede a se stessa come ha potuto introiettare la psicodinamica edipica nel corso degli anni della sua formazione psichica e come si è potuta portata dentro la figura paterna con gli annessi e i connessi manifesti del tradimento e dell’intesa con la madre, dopo quello che c’era stato e per lungo tempo tra loro due. L’equivoco è sano e funge da motore di crescita per Megan bambina e adolescente. Lo “sconforto” è proprio un “non essere insieme a lui” e un “non ti porto dentro”, un senso di solitudine che si deve evolvere al meglio nell’emancipazione dalle dipendenze e nell’autonomia. E questo è avvenuto nella realtà e si sta riepilogando in sogno. Il perché di questo sogno deve trovarsi in una situazione relazionale e sessuale in atto o in una problematizzazione delle modalità di relazione con i maschi e con le donne da parte di Megan.

Ai miei occhi appare sfacciato soprattutto dopo quello che c’è stato tra di noi.”

Ancora una volta appare Pitagora con il suo “c.v.d.”, come volevasi dimostrare”. Megan si è sentita sfacciata con il suo comportamento nei riguardi dei suoi genitori e soprattutto non ha digerito di essere stata tradita e abbandonata, nonostante il suo atteggiamento provocatorio di cui conserva un residuo di vergogna. Proietta sul suo uomo in atto, il padre pregresso, quello che lei vive, il senso di essere stata eccessiva con la faccia deformata, “sfacciata” per l’appunto e per la precisione. Quello che c’è stato tra di noi non è proporzionale in alcun caso al deludente esito finale, per cui Megan mette un punto e avanti con il liscio e con la processione senza soffermarsi in inutili conflitti psichici e blocchi esistenziali.

Megan ha ben calibrato e risolto la sua “posizione edipica” e in sogno rafforza la sua autonomia psicofisica proprio riepilogando quello che ha vissuto intensamente e con il giusto equilibrio consentito a una bambina, a una adolescente e a una donna.

Questo è significato profondo e il monito reale del sogno di Megan.

Resta da chiedersi quale immagine ha Megan di se stessa, dal momento che è particolarmente remissiva e oltremodo civile con quella “donnaccia” che con non chalance gli ruba prima il padre e poi l’uomo. La risposta è la seguente: Megan ha dovuto a suo tempo mollare l’osso alla madre e ne è uscita da questa disputa rafforzata sulla liceità delle sue pretese verso un altro uomo, ma non credo che si lasci fregare l’uomo con quella remissività esibita nel sogno. E’ un residuo psichico del passato, della “posizione edipica” dove e quando è stata costretta a lasciare identificandosi nella madre e alla ricerca di un maschio che somigli al padre in qualche tratto. Megan ha sognato in toto la sua triangolazione dialettica “padre-madre-figlia” anche se si è spostata in avanti con il tempo per attestare quanto sia stata beneficamente segnata nella sua formazione psichica da questa primaria esperienza a sfondo erotico e sessuale.

Del sogno di Megan è stato abbondantemente detto, per cui il discorrere si può fermare qui.

L’INCONTRO

Ho un corpo da usare senza grancassa.

Non voglio tacchi alti

che annuncino il mio arrivo.

A farti vedere che sono entrata,

ci penso io.

Lo sapremo noi due,

non ci serve la claque.

Non so ancora chi sei

mentre sei tra la folla,

ma saprò puntare il mio sguardo su di te.

Conosco bene il battere

e il levare del canto del gallo,

l’odore della carne di un uomo.

Nessun abito anticipa la femmina,

ti ho avvertito

che io sono il mio corpo.

Ma tu spogliami lo stesso,

perché mi piace essere spogliata

quando mi spogli.

Io sono la figlia di mezzo,

quella con i vestiti del primo,

nata e cresciuta nello spazio di condivisione e accettazione:

poche lagne e tante corse.

E tu mi dici che non devo correre?

Non mi è possibile,

sono spudorata,

ma per celia,

per piacere al padre nostro,

che non è nei cieli.

Papà, papà!

Lui non ha tempo per me,

ne ha avuto

quando è rimasto solo.

Allora sì,

prenditi cura di me,

fa’ tutto quello che puoi.

Sì,

lo farò,

è nella mia natura farlo,

mi hai programmata così,

sono la lavatrice che monda le tue colpe,

ora,

ora che non serve più,

non a me,

mai a me.

E tra un leggimi Pirandello

e due consigli lapidari su come accettare il rifiuto,

hai lasciato il tuo marchio nel mio petto valoroso,

dove batte per metà il tuo cuore spezzato.

Abbiamo riso,

assieme,

tanto.

Mi hai resa forte e vulnerabile.

Che bastardo!

Ma quello che sono è affar mio,

voltati,

Maestro,

guardami,

è Pentecoste tra breve,

abbiamo un po’ di tempo per parlare d’amore o per farlo,

che poi è la stessa cosa,

prima che scenda lo Spirito Santo in fiamme.

Ti leggerò ogni sera,

sarai il poeta immortale a cui confido i miei segreti,

conosci i passi incerti del mio incedere.

Le tue parole mi estasieranno ancora e ancora.

Hai sentito che hanno fotografato un buco nero?

Pensi che dentro si sentano cantare le sirene?

Incantami con i tuoi versi,

ho visto la luce gialla prepotente che assola la tua terra,

so cosa ti ha forgiato.

Non smetterò di correre,

ma questa volta prenderò il tuo posto

e mi legherò all’albero maestro

per non cedere alla lusinga infida della tua testa raffinata.

Sabina

Trento, 21, 11, 2018

MA L’AMORE NO – ATTO QUINTO E ULTIMO

Ma l’amore no, l’amore mio non può

dissolversi con l’oro dei capelli.

Finché io vivo, sarà vivo in me

solo per te.”

De senectute,

come ridicolizzare i vecchi babbei e petulanti

nel piccolo schermo per fini non etici e non religiosi

da parte di donne gonfiate al silicio e all’improvvisata,

come internare i vegliardi riottosi in lager

a pagamento fisso e mobile,

a fior di quattrini come premio per saltimbanchi e saltafossi

da parte di figli senza valori,

da parte di uomini senza pietas.

O Enea,

o Anchise,

o Cicero,

o Cato maior,

o Attico,

mala tempora currunt nudi e crudi

per le strade maligne dell’Italia bella,

la nostra bella Italia

che ancora annovera mafia e pizza

nel vocabolario degli stenterelli d’oltralpe e d’oltre oceano,

che ancora inquina e ancora è inquinata

dai fumi del bieco assassino e della buona mariagiovanna,

dalle macerie burocratiche ed ecologiche di una legge

che vuole l’amore unico e univoco,

senza sbocchi e senza intoppi,

senza strappi e sparatrappi.

L’amore è un sentimento universale

e anche il vecchio Emmanuel lo decantava

durante la passeggiata delle cinque,

diciassette per l’appunto e per la precisione,

nella sua Critica del Giudizio

e per le stradine di Konisberg,

ancora per la precisione e per l’appunto.

L’amore è solo per te,

il mio amore è solo per te,

io non amerò nessuno o nessuna che non sei tu.

Come ti amo non posso spiegarti

perché io non lo so e non lo voglio sapere,

ma so che ti desidero

ogni volta che mi fai le mele cotte

al dolce sapore di prugna e di limone

con quel pizzico di cannella che non guasta mai

quando non è troppo.

L’oro dei capelli si dissolve nel bianco

e sfuma come il Prosecco di Pieve di Soligo dello zio Tony

sopra le povere membra condite del coniglio in pentola.

Quanta cattiveria negli uomini golosi,

quanta ingiustizia per le donne sorpassate in cucina

da poveri narcisi in fiore

nei canali della laguna ripieni di pullulanti stronzi.

Viva la mamma,

viva la mia mamma

quando cucinava la trippa nella pentola di coccio

e quando friggeva le patate con l’olio d’oliva,

fettina dopo fettina.

Io ti amerò,

ti amerò per quello che posso e che voglio.

Tanta è la voglia di amarti

che dimentico il fradiciume dei giornali e dei politici,

delle tivvù dissennatrici e degli spettacoli osceni

di masse di vecchi coglioni e di vecchie assennate

in cerca di un sollievo psicofisico e finanziario

con la dentiera in bilico tra il ponte di Messina

e quello di Nuova Jork.

O sole che sorgi libero e giocondo

e rompi le balle con le tue tempeste ormonali

e i tuoi giri di sangue infetto,

con il corona in testa alle teste coronate in estinzione

e ai santi di gesso

che abitano nelle chiese dei preti non iconoclasti,

gli adoratori di idoli sedicenti sacri

che non hanno mai meditato l’Ecclesiaste,

il libro più vero del Vero.

«Vanità delle vanità»,

«vanità delle vanità,

tutto è vanità».

Che profitto ha l’uomo di tutta la fatica

che sostiene sotto il sole?

Una generazione se ne va, un’altra viene,

e la terra sussiste per sempre.

Anche il sole sorge,

poi tramonta,

e si affretta verso il luogo da cui sorgerà di nuovo.

Il vento soffia verso il mezzogiorno,

poi gira verso settentrione;

va girando,

girando continuamente,

per ricominciare gli stessi giri.

Tutti i fiumi corrono al mare,

eppure il mare non si riempie;

al luogo dove i fiumi si dirigono,

continuano a dirigersi sempre.

Ogni cosa è in travaglio,

più di quanto l’uomo possa dire;

l’occhio non si sazia mai di vedere

e l’orecchio non è mai stanco di udire.

Ciò che è stato è quel che sarà;

ciò che si è fatto è quel che si farà.

Non c’è nulla di nuovo sotto il sole.

C’è forse qualcosa di cui si possa dire:

«Guarda, questo è nuovo?»

Quella cosa esisteva già

nei secoli che ci hanno preceduto.

Non rimane memoria delle cose d’altri tempi;

così, di quanto succederà in seguito non rimarrà memoria

fra quelli che verranno più tardi.”

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 24, 09, 2022

MA L’AMORE NO – ATTO QUARTO

Forse te n’andrai

e d’altri amori le carezze cercherai,

ahimè!

E se tornerai, già sfiorita

ogni dolcezza troverai in me.”

Ahimè!

Ahi me, misero e tapino,

ahi me, pecorone e cacasotto,

ahi me, nato male e malnato,

ahi me, cornuto dalla nascita,

ahi me, edipico e impotente!

E così ti mando via,

non vai via tu,

ti mando via io,

ma non basta,

ti istigo a delinquere,

ti do un uomo con cui concubire,

un maschio con cui concubare,

come Soeren con il suo don Giovanni,

con il suo seduttore senza nerbo

e tutto miele melenso mieloso,

quello che seduceva e non concludeva mai,

quello che conduceva con sé e non quagliava.

E così a Cordelia procurerà Pierino e Pincopallo,

Giobattino e Giobatta,

Sempronio e Bortolo

e tutti lo faranno becco e contento,

mentre lei sarà la scervellata di turno,

la traditrice di sempre,

la sempliciotta veneta delle baruffe chioggiotte,

la cammarera di Jonny u pizzaiolo.

Che stereotipi, mamma mia!

Ma siamo in chiesa o in tribunale,

siamo in un bordello o in un casino,

siamo in un lupanare o in discoteca,

siamo nella camera dei lord o dei comuni,

siamo nella redazione di un giornale o di una rivista,

siamo in un telegiornale pubblico o privato?

Dove siamo, perbacco baccone?

Ditemi chi è questo scellerato,

nato becco e morto cornuto,

che auspica le carezze cazzute di un maschio

mandando la donna da amare con cura e premura

nelle braccia di un bracconiere dal fucile facile.

Povera donna,

deve anche tornare

dopo essere stata in vario modo svarionata

a causa di un uomo affetto da impotentia coeundi,

da impotentia vivendi,

da impotentia existentialis,

potest nihil,

nihil potest,

o podestà,

nihil potest,

o capitano,

nihil potest,

o cavaliere,

nihil potest,

o gerarca,

nihil potest,

o mammasantissima,

nihil potest,

o giudeo,

nihil potest,

o marrano,

nihil potest,

o buffone,

nihil potest,

o colonnello.

Qui ci vuole un soldato,

un buon soldato,

un vero soldato,

un soldatino di ferro e non un generale di latta,

qui ci vuole il mio amico Scarpel,

il fante Luigino,

il bersagliotto Gaspare,

il marinaio Carmelo.

Qui ci vuole un maschio con i posperi e i coglioni,

qui ci vogliono i maschi di Sergio,

un bello, un cattivo, un buono.

Ma anche questa è stereotipia.

Mamma mia quanta stereotipia!

Questa è la solita becera stereotipia sulle donne.

O Carlotta,

tu mi hai messo nelle vene una passione sottile,

la ricerca di un nuovo soggetto,

di un nuovo verbo,

di un nuovo predicato.

Leggerò il tuo “Memoria delle mie puttane allegre”,

in ricordo oppositivo de “Le mie puttane tristi” di Marquez,

Domani lo comprerò nella libreria di Rosario,

l’antica e vetusta casa del libro di Rosario Mascali

in via delle Maestranze al civico 72,

nella fetida e rattizzata isoletta di Ortigia

ormai in preda a extra e in,

a comunitari e a non comunitari,

a uomini e a caporali,

a mezziuomini e a briganti,

a ominicchi e a ladroni,

a quaraquaquà e a politicanti.

Compratelo anche voi,

o arditi marinai,

nelle vostre moribonde librerie.

Io domani andrò in Ortigia.

Di poi andrò a votare.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 15, 09, 2022

MA L’AMORE NO – ATTO TERZO

Io lo veglierò, io lo difenderò

da tutte quelle insidie velenose

che vorrebbero strapparlo al cuor,

povero amor.”

Ditemi,

chi è quell’uomo

che sembra un angelo,

sorride a tutti

e tutti gli sorridono,

cammina per le strade come in estasi,

chi è?

Io,

io sono io,

proprio io,

solo io

che amo te

e vivo solamente

per amare te.

Strappi dal mio cuore,

o insidia velenosa,

il povero amor che mi sostiene,

mi avvince,

mi avvinghia,

mi scalza,

mi sobbalza,

mi annichilisce,

mi svariona,

mi disorienta.

O insidia,

o insidia,

perché non rendi poi

quel che prometti allor?

Perché di tanto inganni gli innamorati?

Quelli dell’amore vegliato,

quelli dell’amore difeso,

gli innamorati della Retorica,

dell’arte di convincere per esaurimento scorte,

dell’Eristica,

dell’arte di trascinare insieme alle parole,

di persuadere,

dell’arte di appagare con dolcezza le voglie matte,

dell’Oratoria,

dell’arte del bel parlare forbito ed ecologico.

Ma quel che è bello non è sempre buono

e quel che è buono non è sempre bello.

Manca la via di mezzo del giusto,

manca il giusto,

l’amore giusto che va dall’avvocato azzeccagarbugli

e si fa difendere a botte di carte da cinquecento,

le ex spigliate e sudate carte della banca europea,

quella del drago dragon ammazzabuffon,

quella del Cerutti Gino,

il mago del bar del Giambellino,

quello che da solo gioca al biliardo.

Quante storie e quante parole

per un amore andato a male

dentro il cartone del latte

in un frigo che va a corrente alternata

per insolvenza di bolletta boom e boom.

Andè tutti a cagher!

Mi vui sol che na femena da amar.

Sbalie o son just?

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 09, 2022

MA L’AMORE NO – ATTO SECONDO

Ma l’amore no, l’amore mio non può

disperdersi nel vento con le rose,

tanto è forte che non cederà,

non sfiorirà.”

Le rose al vento,

la rosa scarlatta,

le rose hanno le spine,

la rosa s’incarna,

la rosa è anche rossa.

Ma cos’è questa rosa?

Cos’è questa rosa

che deve disperdersi nel vento insieme all’amore?

Questa rosa così forte non perderà i petali,

non invecchierà lentamente fino a morire,

resterà viva,

sempre viva,

è eterna e onnipotente,

omnia potest

perché questo amore è mio,

è il mio amore,

quello di un uomo che ama una donna,

ama la rosa,

ama la sua rosa.

Ma tutto questo non è amore.

Il vento soffia e nevica la frasca,

ma le rose non sfioriscono,

la rosa bianca,

la rosa gialla,

la rosa rossa,

la rosa nera,

la rosa scarlatta,

la rosa mulatta,

la rosa rosata,

la rosa.

Io, tu e le rose.

Quante rose attorno a noi

che ammicchiamo e accattoniamo,

che odoriamo e slinguazziamo.

Finalmente un po’ di coraggio!

Sursum corda,

animo ragazzi,

in alto i calici,

andiamo alla conquista delle rose.

Rosa dolze e aulentissima

c’apari in ver la state,

le donne ti desiano pulzelle e maritate.

Forte è la focora

che spinge il testosterone

verso la Botanica simbolica di una donna d’amare.

Ma tutto questo, oggi, non è amore.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 20, 08, 2022

MA L’AMORE NO

ATTO PRIMO

Guardando le rose fiorite stamani,

io penso che domani saranno appassite.

E tutte le cose son come le rose

che vivono un giorno, un’ora e non più.

Quanto pessimismo individuale e cosmico!

Quanta sfiga personale e collettiva!

Quale disgrazia incombe su questi uomini di ieri,

su queste donne appassionate e devote,

sempre di ieri cinquanta,

baffute e naturali,

senza trucco e senza inganno,

che si facevano sognare loro malgrado,

che ci facevano desiderare nostro malgrado.

Povere donne e poveri uomini di ieri!

Il Pessimismo è alla Jacopo e alla Giacomo,

alla Arthur e alla Arturo inculato da Zoe la sciancata,

alla Soeren il matto dopo il rifiuto di Regina,

alla Francoise ben parodiata da Catherine,

la sensual garbata partita dianzi per le Langhe infernali.

Tous le garcons e les filles de mon age

hanno tutti qualcuno da amare,

tutti i ragazzi e le ragazze della mia età

fanno insieme progetti d’amore

e la mano nella mano

se ne van piano piano,

se ne van per le strade a parlare dell’amore.

Solo io devo andare sola sola

senza uno straccio di uomo che mi ami.

Allora era così.

Guai a dire uno straccio di donna.

E la Juliette dove la mettiamo?

Tutta vestita di nero la Greco

avec Jean Paul e Simone al Bec de Graz de Paris,

i due menagrami dell’Esistenza filosofica

con le Gauloises eternamente

tra le labbra smunte e ossidate dalla nicotina,

con le dita gialle di impudicizia carnale,

trasgressivi e maledetti in attesa del Rien,

du Rien de rien,

toujours sans regretter rien,

ostinati nel rifiuto dei santi e delle statuette di gesso,

della pittura sacra nelle gallery del boulevard de la Seine.

L’Esistenzialismo è un Umanismo?

L’Essere è veramente il Niente?

Mancava lo Straniero di Albert

per completare l’opera dei Pupi francesi.

Carissimi stramaledetti,

Orlando e Rinaldo e Angelica,

vengo a voi e vi dico che

la Vita non è dolore,

non è angoscia sacra o profana,

la Vita non è una colpa da espiare,

non è un peccato mortale,

non è ubris e tantomeno condanna.

La Vita è alla Orazio,

al carpe diem e alla va in mona.

Tutto è nulla,

ma l’Amore è Tutto e sempre,

l’Amore vincerà sull’Odio,

checchè ne dica Empedocle di Akragas

e le sue quattro radici,

l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco,

le sostanze famose di Silvanetta da Barcellona

in quell’alberghetto bordello di Onè di Fonte.

Eppure si desiderava,

ma eravamo i tabù a quadretti di liquirizia pura,

gli eredi di quei fascisti e di quella cultura

che non era morta nel 1943.

Albergava nei nostri cuoricini ignudi

e nelle nostre menti infanti.

Eccome albergava!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 01, 05, 2022

AL MARE

Domani andrò al mare.

Domani ti telefonerò.

Al mare tutti telefonano ogni giorno.

Al mare tutti telefonano a tutti sempre.

Io non voglio essere da meno.

Al mare tutti telefonano.

Io non sono diverso.

Al mare tutti telefonano a tutti.

Io domani andrò al mare.

Io domani ti telefonerò dal mare.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 02, 09, 2022

LA CABINA TELEFERICA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di trovarmi all’interno di una villa con un gruppo di persone di cui ricordo chiaramente soltanto il mio vicino di casa.

Qualcuno voleva ucciderci tutti.

A un certo punto entriamo in una cabina mobile sospesa in aria che dal palazzo porta al giardino e, mentre siamo tutti all’interno, la teleferica si spezza e cadiamo nell’erba senza alcuna conseguenza.

Il mio vicino di casa non vuole mollare la presa della cabina, ma, dopo avergli assicurato che non si sarebbe fatto male, si lascia andare senza conseguenze.

Mi trovo all’interno della cabina e dopo all’esterno e sono al suolo e non ho una visuale dall’alto.

Sono minacciato dal tizio che voleva ucciderci, ma me la cavo con degli stratagemmi e con le parole.

Ricordo di essermi trovato anche dentro un ascensore.”

Così e questo ha sognato Mario.

INTERPRETAZIONE

Ho sognato di trovarmi all’interno di una villa con un gruppo di persone di cui ricordo chiaramente soltanto il mio vicino di casa.”

Mario all’inizio del suo sogno socializza bene e si trova bene nella massa anonima. Soltanto per il suo “vicino di casa” mostra una certa memoria, per il resto tende a rimuovere, a non pensare, a non concentrarsi, come se la precisione mentale e la vigilanza psichica fossero operazioni minacciose per la sua integrità mente-corpo. Questa tendenza alla smemoratezza e alla superficialità è indizio di tanto travaglio psichico incorporato e sempre in procinto di emergere e di esprimersi. Aggiungo che il “vicino di casa” è l’alter ego o l’alleato psichico o lo schermo su Mario cui può “proiettare” i suoi vissuti traumatici e le sue angosce profonde, i suoi film dell’orrore e le sue fantasie truffaldine. Meglio avere sempre un portacenere a portato di mano, piuttosto che buttare la cenere e la cicca in mezzo alla strada e tanto meno d’estate sulla spiaggia.

Qualcuno voleva ucciderci tutti.”

Quanta aggressività mortifera sin dall’esordio!

Mario esplode con la sua carica aggressiva nei confronti di quella gente massificata e anonima che lo circonda, come se avesse un conto in sospeso con gli altri, come se temesse la presenza delle persone anonime per quello che possono pensare, dire e fare. Mario vuole liberarsi di tutti quelli che vive come una seria minaccia alla sua sopravvivenza, alla sua persona e alla sua dignità. “Tutti volevano uccidere qualcuno”, questo è il corretto e giusto capovolgimento della frase di Mario. E questo “qualcuno” era proprio Mario. Pur di difendersi, cosa non si fa di legittimo e di illegittimo. Datemi una pistola e mi difenderò da solo e grazie alla legge, come gli americani e i soliti idioti.

Ma perché Mario ce l’ha tanto e a morte con la gente che lo circonda?

Perché questa paturnia paranoica?

A un certo punto entriamo in una cabina mobile sospesa in aria che dal palazzo porta al giardino e mentre siamo tutti all’interno, la teleferica si spezza e cadiamo nell’erba senza alcuna conseguenza.”

Mario in apparenza salta di palo in frasca, ma in effetti resta fermo a elaborare la sua carica aggressiva e la investe in ogni dove e in ogni quando, anche nell’aria dove ci si può librare come una libellula. E’ interessante la caduta dall’alto verso il basso, in quanto descrive il processo psichico difensivo di “materializzazione”, di ricorso alla realtà e ai suoi principi, di destituzione della tendenza, altrettanto difensiva, alla “sublimazione della libido”, di mettersi al servizio degli altri per essere accettato perché sono io il primo a non accettarmi, di ricevere una carta d’identità sociale da chi frequento e da chi mi frequenta e anche da coloro che non mi conoscono e però mi vedono. La catastrofe incombe nell’economia psichica di Mario e non si può stare con i piedi per terra e camminare regolarmente e magari correre su un verde prato o sulla realtà che promette benessere e prosperità. No, si deve sempre cadere e rompersi le ossa del collo, farsi male perché dagli altri m’aspetto soltanto male e perché non posso che meritare soltanto disprezzo. La “cabina mobile sospesa nell’aria” rappresenta una protezione, un involucro che tutela Mario come una placenta o un grembo che accoglie un feto. Per fortuna tutto bene è quel che finisce bene. Mario atterra insieme agli altri semplicemente perché ha ridotto la sua carica aggressiva e può sognare che tutti si salvano dopo la fantasiosa marachella della teleferica che si spezza. Mario può ripartire dal prato, dall’erba dove è caduto, può riprendere dalla vita di tutti i giorni. L’attacco di paranoia acuta è passato, ma non è del tutto superato. Prima o poi ritorna come le fasi della capricciosa luna.

Il mio vicino di casa non vuole mollare la presa della cabina, ma, dopo avergli assicurato che non si sarebbe fatto male, si lascia andare senza conseguenze.”

Ahi ahi ahi, una parte di Mario, il “vicino di casa”, l’alleato, “non vuole mollare la presa della cabina” ed è rimasto attaccato alla teleferica e completamente sospeso nel vuoto. Sarebbe stato troppo bello che Mario si fosse sbarazzato della sua carica persecutoria e si fosse allineato con gli altri e riconciliato con la società. Non è così, perché la tendenza paranoica persiste nel tratto che è stato esaltato dal vivere quotidiano, un tratto che esige una diffidenza degli altri, una minaccia negli altri, un’avversione al giudizio supposto degli altri sulla sua persona. Purtuttavia, Mario riesce a convincere se stesso a lasciarsi andare e a conciliarsi con la realtà anche se difficile e problematica. Ricordo che la “cabina” rappresenta quel grembo materno e protettivo da cui Mario deve staccarsi per acquistare la sua autonomia psicofisica. E questa operazione esegue l’onnipotente Mario e al completo e tutto intero: lui in persona e il suo “vicino di casa” altrettanto in persona.

Viva la libertà e viva la vita!

Mi trovo all’interno della cabina e dopo all’esterno e sono al suolo e non ho una visuale dall’alto.”

Mi sento protetto all’interno della madre, ma posso anche stare fuori dal grembo e vivere la realtà di tutti i giorni anche se non riesco del tutto a essere concreto e a materializzarmi abbandonando il processo di “sublimazione” della mia aggressività quando non mi sento importante e voluto bene dalla gente. Mario dice a se stesso di non essere un uomo concreto e pratico, fattivo e costruttivo per se stesso e di non poter continuare a “sublimare la sua libido” mettendosi al servizio degli altri, invece di realizzare il suo bene e di vivere il suo piacere. Mario è onnipotente e ha il dono dell’ubiquità, si trova dappertutto e in ogni luogo trova un problema, accusa una difficoltà, presenta un trauma da risolvere. Mario oscilla maledettamente tra il bisogno di dipendenza e la necessità dell’autonomia psicofisica. Mario deve liberarsi dalla tutela della figura materna e aspirare alla libera gestione della sua persona e delle sue risorse umanissime. Mario non vuole perdere nulla, vuol continuare a “sublimare”, a “materializzare”, a stare con gli altri e ad aggredire la gente da cui non si sente apprezzato e amato. Fa tutto lui in questo bailamme tutto napoletano, più che francese.

Sono minacciato dal tizio che voleva ucciderci, ma me la cavo con degli stratagemmi e con le parole.”

L’attacco di paranoia è ritornato in pieno e con tutte le sue cariche mortifere, ritorna il “qualcuno” dell’inizio del sogno che aveva minacciato di uccidere tutti e adesso si presenta come il “tizio”, quella parte psichica paranoica di Mario che si sentiva insidiato nella sua sopravvivenza dagli altri e dal loro giudizio. Ritorna quel Mario che tende ad aggredire per non essere aggredito e che immancabilmente si sente aggredito da tutti e da nessuno perché non può fare a meno di vivere in mezzo agli altri anche se ne teme la presenza mentale e visiva, la presenza e il giudizio. Ma le risorse del nostro attore protagonista sono quasi infinite, per cui Mario ricorre alla razionalizzazione del suo stato psicofisico con le parole e i ragionamenti, con le azioni e le arti retoriche, con i sotterfugi contingenti e le illusioni momentanee. E in questo modo può andare avanti con il suo conflitto intrapsichico, la paranoia, e il suo conflitto relazionale, la gente maligna. “Accettare se stesso tramite la razionalizzazione”: questo è il progetto psicoterapeutico principe in questa surreale diatriba di Mario con se stesso.

Ricordo di essermi trovato anche dentro un ascensore.”

Ritorna la protezione della madre e il bisogno di essere tutelato. “L’ascensore” ha il pregio di andare su e giù, di “sublimare la libido” e di “materializzare la libido”, di nobilitarla nel piacere altrui e di concretizzarla nel piacere personale. “L’ascensore” è veramente il simbolo giusto per attestare il simbolismo della condizione psichica altalenante e ballerina di Mario. Bisogna tendere all’autonomia psicofisica, qualunque sia lo psicodramma esistenziale di Mario. Bisogna liberarsi dalle dipendenze e rassicurarsi sulla presenza degli altri, al di là delle loro impressioni e convinzioni. Bisogna che Mario faccia perno su se stesso e non elabori pericolose fantasie persecutorie che gli fanno perdere il contatto logico e vigilante con la realtà, la vera e oggettiva realtà e non la neo-realtà che Mario tende a costruire per difendersi dal coinvolgimento e dal rischio sociale. Bisogna che Mario si comprometta con la gente e si mischi con gli altri rischiando di godere. E allora ben venga il detto antico del “chi non risica non rosica” e la memoria, altrettanto antica, del “cave dementiam”, “occhio alla paranoia”, che è una brutta bestia, aggiungo io.

L’interpretazione analitica del sogno bizzarro di Mario si può concludere con questa prognosi e con i detti popolari e non.

Alla prossima.

CANTO D’AMORE ARABO

Voglio proprio te,

voglio che tu diventi mia moglie.

Ora che sei diventata l’amata del mio cuore

vai a prendere gli anelli,

o sposa di tutte le spose.

Ho annunciato alla famiglia

che tu sei l’amata del mio cuore.

Voglio che tu sia la mia passione e la mia follia,

per me dolcissima,

o amata del mio cuore.

Voglio fare per te un corteo nuziale.

Non mi bastano i sospiri

per te che sei tutta delicatezza e leggerezza,

o amata del mio cuore.

Voglio farti camminare su fiori,

voglio cantare di te,

voglio che tutti parlino di te,

o amata del mio cuore,

tu che sul mio cuore riposi,

tu che accresci la mia felicità

e sotto le miei ali dormi.

Traduzione di Bruna Gelardi

Siracusa, 20, 08, 2022