ICARO

Vaste steppe,

grandi spazi aridi,

niente e nessuno intorno.

Cammino fino alla taiga fitta di alberi gelati.

Quanta illusione si cela dietro la muraglia!

Quanta Cina di carta!

Quant’è lontana!

Invento cose che si sgretolano,

niente esiste se non ha una voce

e non è nulla quella che risuona dentro la testa,

è solo testa,

solo creazione.

Quanta tristezza mi fa la realtà?

Sempre la stessa,

tanta.

Ho una pazienza accanita,

una volontà prepotente,

una fantasia demente,

faccio autostop guidando.

Il silenzio è una lama di coltello a serramanico

infilato nel sangue di un abbraccio.

Si frantumano le intenzioni

e le mani cadono lungo i fianchi

a somma protezione di un sentimento.

La crudeltà non deve entrare,

non sono un forno crematorio.

Sono vicina alle femmine poete

che si suicidano in un giorno qualunque,

senza pensare alla fama

che la fine si porta appresso.

Sono vicina al pozzo,

ai pazzi.

Amerò anche da morta?

Io non lo so

e adesso non mi viene voglia di pensarti,

ma tu dimmi quando arrivi

ed io scenderò dalla mia polveriera

per darti il benvenuto.

Non portarmi mazzi di rose,

non pungere una fuorilegge.

Toccata da mani che conoscono i corpi

e non lasciano impronte su questo campo di battaglia che è il mio,

mi muovo ancora in cerca di te.

Voglio imparare dal tuo malessere

a vincere la nausea delle ore del giugno polveroso,

la luce violenta del solstizio che rovescia lo stomaco

come un guanto di velluto.

Rumino,

sono un bovino estinto,

una scimmia urlatrice,

la discarica della carta su cui scrivo.

Fogli vergati da un inchiostro azzurrino si alzano sopra carcasse di albatri,

il vento favorisce il volo.

Appoggio la mia schiena scarna sopra le loro grandi ali immobili,

è tempo di allettare il sole.

 

Sabina

Trento, 06, 06, 2021

LE PAROLE

LE PAROLE DELLA QUARTA PAGINA DI COPERTINA DE “LA COSA PARLA”

 

In principio fu il Linguaggio e di poi la Parola.

L’Uomo atterrito da quello che poteva esprimere,

parola latente o significante,

e da quello che esprimeva,

parola manifesta o significato,

proiettò il conflitto nel grembo degli dei.

Nello scorrere inesorabile del Tempo

e con la formazione progressiva delle Lingue

lo stesso Uomo si è ricomposto

e ha recuperato la sua scissione e la sua alienazione

nel benefico tentativo di esorcizzare l’angoscia

di una permanente torre di Babele.

E così,

nella nostra attualità annoveriamo tra le tante Lingue

diverse modalità espressive e comunicative:

la lingua “alta” e nobile dei filosofi e dei sacerdoti,

la lingua “media” e borghese della massa convenzionale,

la lingua “bassa” e proletaria dell’immediatezza emotiva.

Anche i poeti hanno ricercato la Lingua giusta

per il loro personale Linguaggio

e tra le altre cose hanno scovato una dimensione psichica

che nel tempo è stata definita “Inconscio”

e hanno rielaborato senza piena consapevolezza

modalità espressive prossime ai procedimenti del sogno,

una comunicazione sempre efficace a tutti i livelli,

sotto sotto,

terra terra,

alto alto.

La cosa parla” appiana il conflitto tra Linguaggio e Parola

tramite una serie di intrecci di significanti e di significati,

insiemi di parole che formano testi

e consentono al lettore ampi spazi di proiezione dei propri vissuti

al fine esclusivo di lasciarlo chiuso nel suo ambito psichico

e nella sfera della propria irripetibile soggettività.

La cosa parla” è un cumulo,

più o meno organizzato,

di parole latenti e manifeste,

di significanti e di significati.

Datemi un canovaccio e vi parlerò di un mondo.

 

Salvatore Vallone

 

Pieve di Soligo, 29, 03, 1990

 

ENUNCIAZIONE PROGRAMMATICA IN PAROLE

 

Ideologie: cumuli di idee “a-peironiche”,

emersi da un Cielo indistinto,

fusi e confusi,

misti e frammisti.

Idee in parole e viceversa,

parole ideali,

idee verbali,

verba” ermeneutiche,

interpretative di fatti e di non fatti,

esecutive di misfatti,

pragma” verbali,

weltanschauung”,

visioni su visioni

per visionari,

per profeti,

per grilli parlanti,

parlanti a favore e anticipatamente,

parlanti a vanvera.

Si parla e si riparla.

Un plus-valore smodato di parole,

di parolai,

di tuttologi,

di neo-sofisti.

I mass-media parlano e sparlano,

verbalizzano e blatterano,

ideologizzano con incastri di parole,

labirinti di ideologie,

tortuosità in parole,

di parole in ideologie.

Incesti di idee parlate,

tabù di “verba, quae non sapienda sunt”,

incrinature e crisi in “apertis verbis”,

concerti parlati in spaccata,

balle lacerate di filosofi non profeti,

chiare e inservibili parole arrugginite dall’umido capitalismo,

vocabolari secolarizzati,

sintesi semantiche non deducibili in volatili e volubili analisi

nel quotidiano tanto parlare per etere e per cavo,

per bocca e per immagine.

Attimi scordati sulla chitarra sonante del tempo

tra storie incrociate,

cruciverba di miserabili torme

con dittature sacre e profane di sedicenti messia,

Caesar”,

Czar”,

papi e papisti,

guelfi e neo-guelfi,

guelfi e ghibellini,

laici lerci e affamati,

ubriachi della politica e della Storia,

una Storia non storicizzata,

che non trapassa e non si evolve,

una Storia alternativa e popolare,

ignota come il milite che non sa e non ha saputo mai di sé,

una Storia che non si è fatta Pensiero e Azione

come voleva don Benedetto Croce,

una Storia che è rimasta senza storia

a didascalizzare il vietato e il non-impedibile,

regolarmente punito perché irrazionale e neurovegetativo.

Quando sorgerà il Sole in Occidente?

Quando sorgerà il Sole là dov’è tramontato?

L’alba sarà quando nascerà il Pensiero alla luce del Sole

come simbolo di irrazionali architetture.

L’alba sarà quando vedrà la luce il Pensiero innocente,

il Pensiero bambino,

incorruttibile,

non compromesso con logge massoniche,

in-fante”,

che non sa ancora parlare,

ricco del suo senso e del suo significato,

significante,

portatore di “signa”,

di nulla reo e di tutto sapiente.

Il Pensiero bambino arriverà` sulle ali di cavalli fantasiosi

che come farfalle

si poseranno sui vari tabù del Sapere ufficioso,

del Sapere ufficiale.

Un Pensiero bambino di tutto curioso e di nulla sicuro,

un Pensiero innocente senza “Super-Io”,

intriso di amniotico “Es”,

orgoglioso del suo “Io”.

Un Pensiero bambino,

coscienza di libertà,

saputello e giovanile,

senza pretese di fatti,

di incarnazioni,

di trinitarie disposizioni,

di magiche virtù,

di esigenze storico-teologiche,

di contaminazioni nell’ “insù”,

nel “fuori di Se´”,

nel sospirato ritorno “a Sé e in Sé” dopo alienazioni impensate,

mai pensate,

eppur vere di cartesiana evidenza,

di bruniana furiosa eroica memoria.

Hanno inventato il mito del buon ebreo con la garanzia di Spinoza,

un Dio dotato di infiniti attributi e infiniti modi,

ma io sono un Pensiero innocente

e non mi lego a nessuno.

Accà nisciuno è fesso”!

Pensiero “scugnizzo”,

furbo quel che basta per non essere fregato dagli americani

che sono appena sbarcati nel porto di Napoli

per il primo giro d’Italia in questo tragico 1944.

Pensiero “putel”,

Pensiero “petel”

figlio di nessuno,

né dell’aristocrazia inetta,

né del clero parassita,

né del terzo stato dal ventre obeso e dalle mani sudate.

Io sono un Pensiero vergine,

non coniugato in comune o in chiesa.

Io appartengo soltanto a me stesso.

Un plus valore da capitalizzare,

ti assicuro.

Ah, se potessi spendermi,

investirmi,

lasciarmi fottere dai fottuti borghesi!

Io non mi coinvolgo per principio e per posizione.

Io non sono colpevole per assunto di base,

io non discendo dal peccato di Adamo o dal suo seme.

Io sono incontaminato dalla morte

e non ho colpe da espiare in vita.

Sono lindo e sono puro,

senza quel peccato della disubbidienza

che impedisce le tautologiche gioie

che si sciorinano di parola in parola,

di concetto in concetto,

di giudizio in giudizio,

per sillogismi,

come l’acrobata sul trapezio di un circo e senza rete.

La colpa si è cristallizzata in trattati,

dialoghi e “De rerum natura”,

in riti orfici e cannibalici

(mangiami tu, che ti mangio anch’io),

dalle parole onnipotenti e dai pensieri profondi.

Quanti imbrogli si ordiscono

e quante colpe si esorcizzano con parole aliene al medesimo “Fato”:

for, faris, fatus sum, fari”.

Chi ha detto “ciò che è stato detto”?

Chi lo dice ancora oggi in cantilene latine e con musiche gregoriane?

Io sono un Pensiero innocente

e non ho l’arroganza della “autoctisi”,

dell’atto del Pensiero pensante in atto.

Io sono ancora nel grembo dei simboli.

Lasciatemi pensare senza categorie,

senza “a priori” e “a posteriori”,

senza leggi e senza modi.

In me tutto e` centro e tutto e` periferia, o divin Cusano!

Intuisci un poligono di infiniti lati coincidenti in cerchi mirabili?

Non sono bolle di sapone,

ma verità mirabili in assenza della ripudiata scienza,

in attesa dell’addiveniente dio,

quello che non si vede ancora

nonostante che il vecchio Dio sia morto da tempo.

Non è notte ancora,

né dì.

La terra di nessuno,

il West,

è il luogo dove pasce il Pensiero bambino.

Dov’è il luogo?

U-Topia!

Il Non-Luogo?

Identica U-Topia!

Un Pensiero anoressico,

che non vuol crescere con una madre occidentale,

con una donna vecchia e smunta sulla via del tramonto ormonale.

Un Pensiero anoressicamente sano,

autopartorito senza travaglio: né grida o grandi gesta.

Io non ho verità da barattare,

indulgenze per anime in pena,

purgatori e meriti di santi in abbondanza

da contrabbandare con pacchetti di Marlboro.

Io non ho il triviale,

l’opinabile “doxa”,

le utilità moralistiche

quali verità forti per un Pensiero debole.

Lascia che cardinali pasciuti e politici ambigui

sghignazzino in Campidoglio in difesa della patria e del potere,

difensori unici di interessi costituiti in botteghe alternative,

intolleranti e fanatici supervisori di atti inconsulti.

Io mi affido agli umili personaggi

che attraversano la Storia senza coscienza sotto il nome di popolo,

loro malgrado o loro bengrado,

uomini costretti a scantonare al momento opportuno

in una morte volatile che tutto travolge,

vittime degli indifferenti qualunquismi di chi ha il potere,

uomini che non hanno scelto di essere nessuno

e che si ritrovano nel nulla o nel quasi nulla

per necessità ed egoistica rimozione.

Dimenticare e` un meccanismo infausto di difesa

che, se aiuta a sopravvivere,

lascia di merda chiunque vi ricorre.

Tu non fidarti!

Affidati alla riflessione bambina di un Pensiero innocente,

debole e tollerante,

ecologico e dionisiaco,

che accetta e non rifiuta,

comprende e non condanna,

un Pensiero che vive dell’oggi

e nasce dal presente di un “carpe diem”,

verità di un attimo fuggente da fissare

che non necessariamente troverà la sua Leuconoe,

la “donna dalle bianche braccia”,

disposta a farsi sbattere

da un perfido Quinto Orazio Flacco in tanta vena di potta.

 

Tratto da “La cosa parla” di Salvatore Vallone

 

 

SARA’ POI VERO ?

Dalle Alpi alle Piramidi,

dal Manzanarre al Reno

il popolo unito si libererà del tiranno,

canterà canzoni di libertà,

perché il popolo va,

il popolo, alla fine, va sempre a trionfare.

Questa è la nostra verità,

quella del popolo che si alza e si adira,

con voce squillante grida:

adelante, adelante e senza iudicio!”

 

Sarà poi vero?

 

Dai!

Ti racconto questa.

Bologna è una vecchia signora dagli occhi vivaci

che dorme di notte distesa sul fianco sinistro,

scoperta nel petto e guardando il deserto,

le nobili vestigia di sabbia del divino Cheope.

Bologna è una vecchia signora dal viso composto

che veglia di giorno distesa sul fianco destro

guardando l’orologio della stazione

fermo all’ora dell’orgoglio politico della viltà di stato.

Bologna è una donna sborona,

Bologna ferita è una donna giammai guarita.

Bologna non dimentica,

ricorda,

condanna,

rifiuta.

Un’altra storia, un’altra brutta storia!

Patrick studia a Bologna,

passeggia sotto i suoi portici dipinti,

compra il pane e il companatico dai fratelli Roversi in via Cairoli.

Patrick è libertario,

Patrick è appassionato.

Bologna gradisce,

lo vuole,

lo cerca,

lo abbraccia.

Ma qualcosa si spezza.

Ahimè,

Patrick è partito da tempo e non è ancora tornato.

Patrick è stato incarcerato nel suo lontano Egitto.

Qualcuno ha detto ancora una volta e a quelle latitudini

che la sua testa non doveva pensare.

Bologna che lavora e che studia,

che si irrita e s’incazza,

che teme e trema,

grida i suoi cori contro il tiranno:

O libertà,

o libertà,

tu che sei tanto cara

anche a colui che per te vita rifiuta,

dona a Lui la forza di resistere,

concedi a noi la gioia di rivederlo

attento ai suoi amori,

intento alle sue passioni,

libero dagli infingardi.

Bologna ti aspetta.

l’Italia ti vuole cittadino delle sue brame,

ti ha eletto suo figlio in Parlamento,

nostro fratello nel cuore e nelle carte.

 

Sarà poi vero?

 

Continuano a vendere le armi all’Egitto,

a intrallazzare con le pistole e i pistolotti.

Che strana cosa sono gli uomini!

Può bastare un impasto di carne

con un paio d’occhi strabici che non vogliono vedere,

con un cervello a forma di  salvadanaio

e pingue come il maiale dei Nebrodi,

con un cuore atrofico e atrofizzato.

A cosa serve un membro del rione Sanità

dal viso aperto e dal riso dominante?

Può bastare cotanta ipocrita intelligenza

o è soltanto roba buona per fare mortadella.

Bologna che sa e conosce,

che sa tutto e conosce il mondo,

Bologna tace e si addolora.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 10, 04, 2021

IL RICONOSCIMENTO E LA RICONOSCENZA

Il mio Maestro è consueto,

è ampio,

è generoso.

Se fosse qui con me,

non avrei paura dei miei versi.

 

Lui è discreto,

mi onora,

mi riconosce,

mi considera un dono,

qualcosa che non cade dal cielo

e che sorprende sempre piacevolmente su questa terra,

la nostra terra buona come il pane giallo di Floridia,

la nostra buona terra tutta da mangiare.

 

Il mio Maestro è caduco,

è mortale,

è transeunte.

Se fosse qui con me,

non avrei paura dei miei versi.

 

Lui mi vede,

mi rende visibile a me stessa e al mondo,

mi chiama per nome,

solum per nomen,

solum per flatus vocis,

mi chiama Carmela,

non usa il praenomen,

tanto meno il cognomen,

non mi chiama Pappalardo,

non usa la gens,

non gradisce.

 

Il mio Maestro è parolaio,

è verboso,

è ciarlatano.

Se fosse qui con me,

non avrei paura dei miei versi.

 

Il nomen è estraneo alla mia cultura.

Ho scelto da tempo.

Da bambina ho separato il mio sociale dal mio interiore.

Intricate sono state le ragioni

e non ne sono più al corrente.

Se avessi mai regalato del mio,

lo avrei fatto con un nom de plume,

alla maniera di Elena,

la mia amica geniale,

una grande donna,

una donna grande come il pennello Cinghiale.

 

Il mio Maestro è istruito,

è laureato al massimo,

è studiato al minimo.

Se fosse qui con me,

non avrei paura dei miei versi.

 

Il mio nomen non si confà con la gens,

il praenomen tanto meno.

Figurati il cognomen!

Polifemo è sceso dal Mongibello,

è seduto sui faraglioni di Aci Trezza

e aspetta ancora quel Nessuno

che a suo tempo l’ha accecato con un tronco incandescente

di odoroso e nodoso ulivo.

Ulisse se ne sta alla larga dal Ciclope guercio

e dai cinque stelle,

alberghi e non.

Luigi si trova ancora nello stadio di San Siro

insieme ad altri novecentonovantanovemila scalmanati

in attesa di Inter-Milan

e da Uno si sente Nessuno tra tanta gente sconosciuta,

centomila circa.

Le peuple è un’astrazione dei filosofi del pont de Bercy.

Ma ciò che è fatto è fatto,

chi ha avutu ha avutu ha avutu,

chi ha datu ha datu ha datu,

scurdammece o ppassato,

simme e Napule paisà.

 

Il mio Maestro è mezzo napoletano,

è canterino di Forcella,

è squillante nel rione Sanità.

Se fosse qui con me,

non avrei paura dei miei versi.

 

Oggi di tanta speme anonima cosa mi resta?

Un abbraccio intonso,

come un libro ancora da leggere,

il mio libro,

le mie poesie,

le mie nugae,

le mie cose di poco conto,

tanto importanti per me

che non ho un nomen,

un cognomen,

un praenomen,

una gens.

 

Il mio Maestro è soffio,

è fiato,

è sbuffo,

è respiro,

è vento,

è presunzione,

è riconoscente.

Non è qui con me

e io ho paura dei miei versi.

 

La riconoscenza è il sentimento del logico riconoscimento: affetto e concetto.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 10, 09, 2021

LA NUOVA GERUSALEMME

Rubo i tuoi occhi

per guardare il tuo sogno.

Ritorno nei miei luoghi di diaspora

e mi appari.

Gerusalemme è distrutta

e io sono in fuga da sempre

per mantenere intatta l’acuta nostalgia di casa

il desiderio è un amplificatore che suona musiche ancestrali –

Tu dove sei?

Non riesco a immaginarti morto.

La mia mente è un ripostiglio fitto di conversazioni e gesti,

il tuo volto ripetuto in tutte le espressioni,

un album di foto che sfoglio

come il salterio tra l’ora delle lodi e la compieta

ma all’ora nona ti ho sentito gridare –

Ripercorro le nostre strade polverose

nelle ore lente del pomeriggio estivo,

ciuffi di erba sporca costeggiano i fossati,

rendendo disperato il paesaggio.

I miei passi risuonano solitari

e un’eco sorda rimbalza nella valle.

Tra le fronde argentate degli ulivi ti ravviso,

agiti la mano in segno di saluto,

la tua accoglienza è per me

e la mia felicità non sembra passeggera.

Abbiamo molto da dirci,

un confronto tra anime accese dalla furia della passione.

Tu ed io,

dall’infanzia all’incanutimento un’illusione composta in metrica.

Se fossi qui con me,

non avrei paura dei miei versi.


Sabina

 

Trento, 10, 08, 2021

I MIEI OTTO FIGLI

TRAMA DEL SOGNO



Questa notte ho sognato una collega che era incinta ed aveva già 8 figli e questi figli erano frutto, i primi tre di un ex marito e gli altri di rapporti con uomini con i quali si era prostituita.

Inoltre, ho sognato un collega (nella realtà deceduto a febbraio) che vendeva gioielli, tra i quali, però, non avevo trovato nulla di mio gradimento da acquistare.”



Nancy



DAL SOGNO ALLA POESIA



Questa notte ho sognato una collega che era incinta ed aveva già 8 figli e questi figli erano frutto, i primi tre di un ex marito e gli altri di rapporti con uomini con i quali si era prostituita.”



Quanti figli ho desiderato sin da bambina!

Quanti figli ho avuto nella mia quasi consapevolezza!

Ho iniziato con Lui,

il primo uomo della mia vita,

mio padre,

e sono andata avanti fino a contarne otto,

otto di tanti e tanti di otto.

Chissà quanti,

ma tutti figli degni di tanta madre!

A volte ero io,

a volte era lei,

a volte con te,

a volte senza di te,

a volte con tutti otto

e più qualcuno che non c’è.

Così funziona il sogno

anche se non vi pare.

Quanti amori ho vissuto!

Quanti figli ho desiderato da te,

da lui,

da lei,

dall’altro,

dall’altra,

dall’altro e dall’altra ancora,

dalle rose di maggio gialle e scarlatte,

dalle mille movenze sinuose dell’anima monella,

dalle mille volute voluttuose del corpo birichino.

Ma i figli sono figli,

sono sempre e soltanto delle Madri,

quelle che hanno la gatta dentro e sempre in moderato calore,

in andamento lento e adelante cum judicio,

quelle che a Napoli gridano in teatro e nei vicoli “i figli sò figli”,

quelle dell’equazione esistenziale di Edoardo e Titina,

i De Filippo,

quelli del quartiere Chiaia negli anni quaranta,

quelle prostitute del tempio come donna Filumena,

la Marturano di via san Liborio nel quartiere di Montecalvario,

le Madri della bambina dentro che chiede di essere accudita,

quelle bambine madri che credono ancora nelle favole antiche,

nella favola bella del fiore di cavolfiore,

del fagotto della cicogna,

della stella caduta dal cielo,

della stella cometa con la coda ritorta,

di tutto quello che illude,

o Nancy,

di tutto quello che incanta,

o Nancy,

mia cara Nancy.

L’amore di una madre si fa per amore,

per un giglio rosso e vermiglio destinato alla croce,

per un figlio dolce e giocondo

con un nastrino azzurro per l’uccellino,

per una figlia dolce e graziosa

con un nastrino rosa per il fiorellino,

per un figlio o una figlia dolci e preziosi

con un nastrino arcobaleno.

Ma i figli sono e restano delle Madri.

E’ proprio vero

che ogni scarafone è bello a mamma soia,

è proprio vero

che in qualsiasi latitudine della nostra palla di vetro infranto

le signore della Vita e della Morte filano,

ricamano,

recidono.

Il tuo è un desiderio d’amore di mamma,

di grande mamma,

mia cara.

Ci vuole un rapporto con un uomo che non significat,

ci vuole un fiore o un cavolo nell’orto del vicino,

ci vuole una cicogna che viene da lontano

e placida si posa

sui tralicci dell’alta tensione per fare il nido

lungo l’autostrada che da Sirakaos porta a Catania e viceversa,

sui desideri delle stelle sospese nel cielo di sempre,

sui bianchi pensieri che l’anima schiudono novella,

sulla favola bella che ieri t’illuse,

che oggi t’illude,

oh Nancy.



Inoltre, ho sognato un collega (nella realtà deceduto a febbraio) che vendeva gioielli, tra i quali, però, non avevo trovato nulla di mio gradimento da acquistare.”



Hanno ammazzato Ouranos.

Gea ha ucciso Ouranos.

La Terra si è liberata del Cielo stellato.

Era stanca di essere ingravidata di bello e di brutto,

di giorno e di notte,

di essere avvolta nell’ambiguo cellophane di un amplesso,

di essere indotta nell’ambiguo malanno

di uno scarno “parecete femina che te dopere”.

I Padri sono morti.

Le Madri hanno ucciso i Padri.

Vendevano gioielli alle bambine

e seducevano le donne procaci nel fiore della giovinezza

con la promessa di una lauta ricompensa.

Le donne di Dioniso hanno sbranato Narciso,

hanno fatto a pezzi Orfeo,

si sono messe in un corteo osceno e moderno,

hanno bevuto e cantato per tutta la notte insieme a Lilith,

non sono mai arrivate a Samarcanda,

hanno gridato a squarciagola “vieni avanti Satana”.

Al primo sorgere del sole,

all’alba,

quando il cielo s’imbianca,

quando l’aere è terso,

hanno divorato le misere e vane membra dei maschi

che altre donne avevano a suo tempo ben impastato

con zucchero e cannella,

con petali di rose e fragole di giardino.

Che stranezza è l’amore!

Che balorda è la vita!

Ma io sono e rimango Nancy.

Io basto a me stessa.

Non vado al mercato del mercoledì in Oderzo

a comprare le pulci che saltano,

a spulciare il cimelio antico e ammuffito di nonna Matilde,

a odorare il gambero surgelato e asettico delle Marianne.

Io non voglio una notte di luna piena

per abbandonarmi a un povero uomo,

neanche il venticello sottile

che da ponente spira sulla pelle accaldata d’estate e d’inverno,

io non sono affaticata da Eros

per il bisogno di sopravvivere insieme all’umano gregge.

Io non ho studiato Darwin,

io non voglio un uomo,

io basto a me stessa

e alla compagnia cantante di musicanti

che ancora affascina e turba i miei congedi diurni

e le mie sortite notturne

con le litania arabe,

con l’oppio dei popoli afgani,

con le chimere del tempo che fu,

con le chiappe al silicone e al vento del tempo che è.

Io ho viaggiato dentro e fuori,

ho saputo di me,

ho saputo degli altri,

ho intessuto i miei sogni uno ad uno in un drappo di Damasco,

sono cresciuta dentro e fuori,

al sole e al vento.

Ora so della bambina che mi vive dentro,

della donna che ha bisogno di cure e premure,

di grazie e bellezze,

di arte e creanza.

Je m’en fous degli effimeri gioielli che pendono,

che pendono come la torre di Pisa,

gingilli destinati a cadere al primo vento di scirocco.

Dell’altro io non m’innamoro più.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere 04, 09, 2021

MUTATIS MUTANDIS

Carissima e adorato,

questa è una lettera,

una lettera speciale per un essere speciale,

la mia lettera per te.

Questa è la mia lettera per te,

o amato bene della Valle dell’Anapo,

là dove crescono mirtilli osceni e papiri esosi.

Il mio pensiero va a te,

oggi come altre volte,

mille altre volte.

Cosa dico?

Come mille e mille e altre mille,

più uno per la mancia all’infermiera,

come i baci che Gaio Valerio prenotava all’amata Lesbia

per un soggiorno sacralmente impuro

nella dependance del lago di Garda,

in quel di Sirmione.

Il mio pensiero vola da te,

oggi come altri oggi,

ieri come altri domani,

finché l’arrossarsi dei cirri annunzia il giorno che muore.

E’ importante che tu lo sappia.

Aliquam sit, amet quam scire.

E’ importante

come una giornata di nebbia per un contadino mantovano,

è importante per me,

altrimenti mi perdo nel solipsismo della mia realtà

di soggetto senza oggetto e predicato verbale,

di atto stonato nel coro delle veraci voci del popolo,

di ardita analisi logica nelle scuole del Fascio dei combattenti,

di concetto disarmonico di alta semantica,

di quantum atomico senza qualità invisibile.

I taggia dicere

che tu, per me, sei due mani sapienti

che pizzicano un’arpa delicata,

che inforcano una tromba carnosa,

di Eustachio o di Falloppio,

a votre plaisir, madame Bovary,

tra strazianti dolori attendendo la morte al gusto di cianuro,

a votre plaisir, monsieur Jean Paul,

tra immense volute attendendo la morte al sapore di bluette Gauloise.

Cosa vuoi,

mia cara,

questo è il prezzo della gloria,

quella che non ribassa mai i prezzi,

quella che non fa sconti ma soltanto saldi

a Malta come a Saint Vincent,

la Gloria della casa chiusa di via delle Vergini al civico 23.

Sai,

mi è stata regalata una bellissima raccolta di poesie di Derek Walcott,

un poeta che amo come si ama un amante,

con fiducioso abbandono,

con giusta ironia,

un cofanetto discreto come un educando,

avvolto di velluto amaranto con dentro quei libri

che t’insegnano ad amare quello che tu sai,

come tu sai che io amo

prima di questa lettera e di questa lettura.

Scrive bene e compone ancora meglio

il creolo delle Antille con i baffetti a sbuffo

che beffeggia gli Inglesi e la loro lingua universale,

gli Svedesi e i loro premi orribili e cosparsi di polvere da sparo,

l’uomo che ama le creole dalle brune aureole

e nei suoi versi profonde il miele dei favi iblei,

i melograni e i fichi d’India del vallone Carancino,

un bene UNESCO per le persone civili,

una discarica per gli indigeni.

Le ho lette tutte le poesie di Derek,

le ho lette assieme a te

nella toilette argentata e nel soggiorno amaranto,

erano tue,

erano mie,

erano piene di isole e di mare,

di nausea da calamari fritti,

di luce estiva alla Gattopardo,

di luoghi irrinunciabili ai non credenti,

di luoghi comuni ai novax del quarto cesso del cavaliere Pisciotta,

cornici del dolore sordo di una mente sivax votata al pensiero,

di un corpo adibito e abilitato agli atti impuri e osceni.

Mi piacerebbe fartene dono,

un giorno,

forse domani,

forse giammai,

sicuramente ieri,

quell’ieri che tarda sempre a venire,

quell’ieri che tarda per tutti a diventare oggi.

Non disperare, orsù!

Vedrai tu

se darmi un indirizzo presso un ufficio postale o un bordello nostrano

o qualsiasi altro posto che non scalfisca la discrezione degli alcolisti

e la buona creanza dei democristiani o dei pidocchi piduisti.

Altrimenti,

le leggerò per te dentro le stanze della mia mente,

al sicuro dai torsoli e dal sangue,

dalle cicche di Marlboro e dai mezzi culi delle spiagge,

deretani bellissimi e imperanti al sole di questa impietosa estate.

Tu scrivimi sempre e scrivimi qualcosa.

Spedisci il tutto in via dei Matti al numero 0,

zero per la precisione e per il Fisco,

presso la casa di Sergio,

l’amico di Teresa,

quella della rosa rossa camuffata,

quella timorosa del pubblico ludibrio.

Lì troverai anche Stefano e Valentina

che suonano pop e cenano rock,

Stefano con le sue giacche introvabili e imperdibili,

la Vale con le sue immancabili scollature a V,

senza il reggiseno criss cross della Playtex,

quello extra che confonde le orbite pudiche dei non vedenti.

Per il resto, mia cara,

tutto è sempre disuguale e disadorno

in questa valle di lacrime

dove anche Maria ha scelto di piangerci sopra

per continuare a sperare in un mondo canaglia

intessuto di vaccini di tutti i tipi

e di mozzarelle filamentose e color viola,

come i tuoi mirtilli in calore umano.

Io apro gli occhi e ti penso,

ti penso

e ti immagino all’opera.

l’opera agricola e l’opera dei pupi,

in mezzo agli ulivi essiccati dal sole acerbo,

tra i nodosi mandorli non più in fiore,

tra le arance rosse della signorina Rosaria,

quelle sanguinelle tardive come il mestruo

quando l’uovo è stato fecondato,

tra i melograni della procace Proserpina,

tanto simile alla principessa inglese dai mille amanti,

costretta al coito con il rude Ades

o alle carezze dell’affettato don Carlos del Galles.

Io ti immagino e ti penso

nella piena capacità di godere delle meravigliose disarmonie della natura,

di sopportare le ordinarie minacce di una vita lunga e onesta

e quelle straordinarie di ogni mare in tempesta.

Cura ut valeas, amico mio e amica mia!

La vita è ombra,

è l’ombra di un sogno che fugge,

una favola bella che finisce,

il vero immortale è Eros,

è Thanatos,

il sogno che ieri t’illuse,

che oggi mi illude,

Erminda.

Ma tu ti chiami Silvana,

la donna delle selve,

femina silvarum,

là dove il lupo e l’orso fanno combutta

con la postina della Valsugana.

Cura ut valeas, amica mia e amico mio!

Ma tu ti chiami Silvano,

l’uomo ruspante delle selve,

vir fallicus,

non quello del dottore Enzo

che faceva combutta con Giobattino.

Prenditi cura di quel corpo

che ospita lo splendore della tua mente,

maschera visibile dell’Ente invisibile.

Sii felice,

quando possibile e il più possibile,

ama la vita,

le donne,

gli uomini,

le parole,

i gatti che dormono senza ansia,

i raggi obliqui del sole sui contorni del mondo.

Ricordati sempre del tuo rifugio

anche quando il morbo del doctor Alzheimer ti bracca le meningi.

Noli timere,

è soltanto un fantasma di morte doc e dop,

originale come il Barbazucon,

tempestoso come il Mazariol,

pennuto come il Madorin.

Il tempo è passato

e tu sei diventato e diventata anche il mio asilo politico

in tanta donna di provincia e in tanto bordello.

Mutatis mutandis,

mia cara e mio caro,

perché la vita è bella

e la voglio vivere sempre più.

Sava

Carancino di Belvedere 05, 08, 2021

 

ELOGIO ALLA MENOPAUSA

Carissimo, vecchio amico mio,
di recente hai pubblicato sul tuo blog un articolo sulla menopausa, che, senza offesa ma senza giri di parole, reputo offensivo per la femminilità di ogni donna, mediocre, impreciso, disinformativo e purtroppo, ahimè si quoque tu Salve, legato ad una visione altamente misogina ed antiquata dell’universo femminile.
Inizierei, come sempre nella nostra visione occidentale della realtà, dai nostri carissimi/odiatissimi Greci.
Il termine menopausa deriva dal greco e significa letteralmente cessazione del mese ovvero interruzione di quell’appuntamento mensile che accompagna ogni donna per mediamente 40 anni della sua esistenza.
Il termine climaterio deriva sempre dal greco e significa propriamente gradino, denotando l’accezione negativa di un ostacolo, un intoppo nella vita riproduttiva che porta ad una scalinata discendente verso un’inesorabile vecchiaia.
È evidente che un tale approccio semantico e semiologico ci conduce ad una visione aspramente maschilista e retrograda di questa fase del percorso biopsicofisico della donna.
Potremmo aspettarci altro da una cultura che riconosce, tollera ed inneggia all’amore omoerotico verso giovanetti e corifei del simposio, ma reclude la donna nei ginecei affidandole la mera funzione di essere dotato di utero dove contenere il seme maschile per fini gestazionali?
La donna nella sua potenza e pericolosità sessuale è da evitare o da emarginare nei boschi, nei riti dionisiaci, dove appunto si perde la misura ed il controllo. Quale peggiore condizione per l’archetipo di uomo razionale, che permane fino alla contemporaneità, della perdita del controllo e della virtù?
Non andò, di sicuro, meglio a noi donne in epoca romana imperiale quando era addirittura proibito l’aborto e veniva dato un premio alle donne più prolifiche. Tralasciamo l’epoca buia del Medioevo dove il connubio donna/ peccato divenne cavallo di battaglia della Chiesa e irreprensibilmente perseguito e represso dalla Santa Inquisizione nei processi e nei roghi a povere donne colpevoli soltanto di non essere povere ma insolentemente ed istintivamente ricche di intelligenza ed esperte di natura e medicina rudimentale ma empirica.
E che dire dell’Ebraismo e dell’Islamismo che vietano, nelle declinazioni più ortodosse, anche la mera stretta di mano con una donna perché potrebbe essere mestruata e quindi impura al pari della carne suina?
Ma non siamo stati certamente più evoluti o meno fondamentalisti noi cristiani, se negli anni 40 nella mia natia campagna veneta le mie nonne dopo i parti venivano sottoposte all’umiliazione della benedizione purificatrice davanti alla chiesa, tassativamente fuori l’edificio sacro, prima di essere ricondotte ed ammesse all’interno al cospetto di Dio.
E che dire della tua affascinante e mistica Sicilia, ricca più di Sante che di stelle, dove il sangue verginale dei corredi candidi matrimoniali veniva esposto sui balconi di buon mattino come le reliquie di qualche martire sugli altari barocchi inebrianti d’incenso alla folla adorante.
Ma, allora, se un evento tanto pericoloso, immondo e impuro come il sanguinamento mestruale ad un certo momento cessa, si dissolve, si autoelimina dovremmo esultare e gioire di euforia. Invece…..
Invece eccoci qui catalogate come vecchie, acide, appesantite, depresse lunatiche, incapaci di deporre uova, ma nemmeno assunte al rango consolatorio di un buon brodo, come recita il noto ed antico adagio.
Noi siamo in quanto femmine della Specie umana meno degne di rispetto di una gallina.
Analizzerei la questione da un aspetto meramente biologico. Da questo punto di vista ci soccorre la pragmatica lingua tedesca. Qui il termine menopausa viene indicato “Wechseljahre”, che letteralmente si traduce in anni del cambiamento.
Biologicamente ci troviamo difronte ad un cambiamento ormonale.

Punto e basta.
Non mi addentrerei in elucubrazioni mediche e scientifiche perché la natura abbia deciso così. D’altra parte la nostra ricerca medico/scientifica dai suoi albori fino ad oggi è stata diretta e dettata da medici maschi, ginecologi maschi che, udite udite, non sanno nemmeno definire, inquadrare e spiegare, nè dal punto di vista anatomico, nè dal punto di vista funzionale l’oggetto misterioso della nostra storia evolutiva.

Cos’è?

Non ci arriverai mai nemmeno tu, mio caro psicoanalista freudiano.
E come potresti amico mio…..

Ti hanno plasmato le teorie di un signore ebreo viennese che ha impostato tutto su un fallo e tutto diventa determinante, commisurato e rapportato alla differenza tra averlo o non averlo.
Non avendolo noi donne a cosa siamo destinate?

A desiderarne uno?????
Ma quando mai!!!!!!

E’ la solita vecchia storiella resa un po più piccante per inserirci nel solito millenario schema: fare figli!!!!
L’oggetto misterioso non identificato è il clitoride!
Non ci crederai, ma esiste una società Svizzera che in cooperazione con ginecologi di mezza Europa ha analizzato e catalogato migliaia di clitoridi per giungere a faustissime conclusioni. Premetto che sono stati costruiti dei modelli anatomici 3D in gomma per permettere ai ginecologi di colmare le evidenti lacune degli ultimi secoli.
So di scardinare le tue certezze, tu abituato a ragionare tra il primitivo/primordiale orgasmo clitorideo e il più maturo ed evoluto orgasmo vaginale, (che per raggiungerlo guarda caso serve un membro maschile).

Lo sai che un clitoride ha più terminazioni nervose di un fallo, che è mediamente lungo 10-12 cm, che non ha tempi refrattari?

Se vogliamo ragionare per paragoni, ammetterai che paragoni non ghe n’è!
(ringrazio il lockdown per le serate passate davanti alle tele guardando meravigliosi documentari tedeschi, che la benpensante e cattolica Italia trasmetterebbe forse alle 3 del mattino, facendo crollare comunque gli ascolti).
Caro Freud, anche tu quanto maschilista sei stato, ovvio d’altronde eri ebreo, quindi discendente di una donna nata da una costola di un uomo, punita per l’oltraggio del voler sapere, guarda caso, con il dolore del parto.
Uguale quale strada prendiamo…..
Ecco qui il solito tema spinoso: la procreazione.
Ma perc tra tutte le specie viventi, almeno sulla Terra, solo noi femmine umane, con le scimpanzé e le balene, andiamo in menopausa?
C’è stato di sicuro qualche inghippo nella nostra storia evolutiva.
Non da ultimo si era pensato alla teoria della nonna: le donne avrebbero cessato di essere fertili per prendersi cura dei cuccioli del branco, assumendo una funzione di protezione, crescita ed educazione dei piccoli, lasciando la funzione procreativa agli esemplari più giovani, con un patrimonio genetico per così dire “più fresco”.
Orbene secondo una recente e coraggiosa ricerca canadese la colpa sarebbe solo di voi maschi.
Non trovando alcuna spiegazione biologica soddisfacente per l’incepparsi del nostro equilibrio ormonale, questi ricercatori hanno supposto un adattamento evolutivo ad un impulso antropologico. La teoria della nonna, infatti, cozza contro un principio fondamentale della conservazione della specie, selezionando geni che portano alla sterilità della menopausa, anziché garantire la fertilità al maggior numero di femmine possibile e indipendentemente dalla loro età.
I ricercatori hanno capovolto i parametri della questione supponendo non che la menopausa abbia portato le donne meno giovani all’impossibilità di procreare, ma che la mancanza di accoppiamenti abbia favorito l’insorgere della menopausa. La mancata riproduzione delle donne meno giovani sarebbe stata dettata dalla preferenza dei maschi di accoppiarsi con le donne più giovani. Quindi non tiriamo in ballo la selezione naturale, ma semplicemente è stata FORSE allora come oggi una scelta del maschio.
Uguale da che prospettiva analizziamo la questione, la menopausa resta un rompicapo biologico, evolutivo e antropologico.
Non scopriremo mai cosa sarebbe avvenuto se le donne più anziane avessero deciso di riprodursi con maschi più giovani.
Ma dagli albori dell’umanità ad oggi rimaniamo comunque ostaggi di un postulato errato ovvero accoppiamento = procreazione.
Forse ora sono maturi i tempi per una nuova equazione: accoppiamento= piacere, almeno alla nostra latitudine. Nell’altra meta del mondo, infatti, continuano le mutilazioni genitali e i corpi nascosti dai burqa.
Ma ritorniamo al nostro punto di partenza, caro Salvo.
In primis, cari maschi, chiaritevi le idee e stipulate un trattato di pace con le nostre mestruazioni: per metà della nostra vita ci deridete per la sindrome premestruale e per le Rosse e per l’altra metà ci condannate all’indifferenza perché non le abbiamo più.
Con la menopausa perdiamo semplicemente la possibilità di procreare. Ma restiamo donne affascinanti, intelligenti, travolgenti e libere tremendamente e follemente libere, ma soprattutto diventiamo potenti, molto potenti.
Non siamo più sottomesse al vincolo procreativo, possiamo decidere come quando e perché fare l’amore semplicemente per piacere.
Diventiamo sagge, estremamente sagge, perché il cambiamento fisico e psichico ci tempra, rafforza e ci fa diventare più consapevoli e padrone di noi stesse. Non dobbiamo più scendere nell’agone per accaparrarci l’uomo con le caratteristiche genetiche migliori…..lasciamolo pure alle più giovani. Vogliamo un uomo forte e meraviglioso con un cuore, un’anima e un cervello che sappia amare le nostre rughe, i nostri silenzi, il nostro sorriso, i nostri capelli argento, che ti comunico non tingo orgogliosamente più. Abbiano una forza magnetica potentissima, siamo Medea, Medusa, la Sirena, l‘Amazzone, la Sibilla, la Baccante, la Curandera, la Sciamana, la Strega.
Non è il potere consolatorio e ovattato del matriarcato che presuppone comunque una visione esclusivamente materna di noi donne.
E, se voi uomini non ci guardate più o se non ci odorate più perché ora abbiamo ormoni più simili ai vostri, noi non ci abbattiamo…..non necessariamente ci serve un fallo….. A voi la natura lascia gli spermatozoi, ma il vostro pene non sempre vi obbedisce e latita. Noi abbiamo un mondo tutto da scoprire con o senza di voi….. La natura ci toglie la riserva ovarica, ma ci lascia il clitoride!!!

P. S. Quanto al cervello, ne siamo dotati entrambi, maschi e femmine, teniamolo in allenamento amico mio:-)

Con affetto un’amica in premenopausa senza istruzioni d’uso.

Margherita Leone Grieco

AVVELENATA

O Cicirinella,

tu con il tuo poco valor

rinnovelli disperato dolor

che mi preme il cor

già pur pensando,

ancor pria ch’io ne favelli.

Ma,

se le mie parole esser dien seme

che frutti infamia a chi si fa soltanto i vezzi suoi,

parlare e lacrimare udrai insieme.

Espongo e mi espongo.

Noto è il giardino di pietra bianca,

Noto è il fiore barocco all’occhiello del mondo,

Noto è una e unica,

Noto è meglio di dio,

Noto è carica di dolore nei suoi scalpellini

morti nei secoli di tisi e silicosi,

Noto è carica di dolore nelle sue suore di Chiara,

figlie alienate della nobiltà e rinchiuse a vita in conventi bianchi,

Noto è carica di carrettieri che fanno i loro bisogni nel vallone

e riempiono di vespe i borghi e le contrade,

Noto è carica di braccianti e mezzadri,

di valvassori e valvassini,

di sindacalisti martiri della nobiltà mafiosa,

Noto è una cosa seria,

Noto si nomina con la bocca umile e pura,

Noto è Noto con la sua storia e la sua gente.

Eppure,

sintiti, sintiti, picciotti e picciutteddri,

un giorno,

un giorno dei nostri giorni,

ahi fero giorno,

a Noto arriva nel casale sciccoso la spocchia dell’infondatezza,

il quasi nulla mischiato con il quasi niente,

un quasi tutto senza,

arriva Cicirinella con il suo cane.

Comandi, signora, ciprie e colonie coty.

I sesterzi abbondano nelle tasche stultorum.

Io pagherò,

io pagherò,

io pagherò,

pagherò perché io posso pagare anche le mille e una notte a notte.

Eh no,

mia cara,

dovevi dirlo,

tu dovevi dire urbi et orbi come la papessa Giovanna

che non volevi pagare il conto,

dovevi dirlo,

o Cicirinella,

tu dovevi dire a tutti i Siciliani

che salti i fossi in un sol boccone,

dovevi dirlo,

tu dovevi dire ai tuoi mistici seguaci webbosi

che balli nelle stalle

e sguazzi nella melma

quando ti pare e piace,

a volontè come la maionese Calvè.

Altro che sotto le stelle a cazzeggiare,

guadagnando fior dei nostri skei par nient!

Sentite, sentite.

A un certo punto ipsa dixit.

Nel fiore di pietra c’è tanta spazzatura,

va documentata e denunciata.

Ma va?

Dici sul serio?

Credimi, non lo sapevamo.

Credimi,

mia cara Cicirinella,

noi che siamo di casa nel giardino di pietra

non c’eravamo accorti di tanta ignominia,

di cotanto degrado,

di altrettanta mafiosità.

Allora,

chiama all’uopo la inutile notizia che striscia,

chiama la bassotta di Le petit,

chiama il don Chisciotte e la panza di Sancho,

ma tu dovevi pagare il conto,

dovevi dire alla gente del mondo

che non hai pagato il conto,

che ti sei occultata anzitempo e senza garbo,

alla chetichella,

alla cretinella.

Vedi,

Cicirinella,

se onoravi il tuo debito,

noi ti credevamo,

ma il conto tu non l’hai pagato

e ti tocca mangiare il biasimo della malafede

con cui concili il pubblico con il privato.

E poi?

Te la prendi con il povero sindaco,

con la polizia e i caramba,

con l’Enel e la nettezza urbana,

con l’agenzia immobiliare e i padroni del borgo.

Tu non sai che noi siciliani caghiamo sempre tosto

e alla spazzatura,

all’inferno,

al malcostume,

all’inciviltà,

ci siamo abituati,

ci sguazziamo,

ci imprittiamo nel cotidie.

Cosa vuoi che sia una strada piena di merda?

C’è di meglio per la vergine cuccia

che aveva vilmente segnato di lieve nota

il piede villano del servo.

Ti abbiamo dato un ragazzo colorato e mattutino per i tuoi rifiuti.

Ma tu dovevi pagare il conto

prima di raccontarci la tua buona novella,

la tua scoperta dell’America.

Ahi, ahi, ahi, ahi,

cara furbacchietta,

dovevi pagare il conto,

non dovevi partire alla rinfusa,

quatta, quatta, cheta, cheta,

per poi insolentire noi siciliani

che di nostro, mi ripeto, caghiamo sempre tosto e ogni giorno

tra il sole,

tra il mare,

tra la spazzatura,

la nostra spazzatura e quella altrui,

noi che abbiamo fatto piazzare dal buon Angelo da Milan,

anni cinquanta,

le bombe delle raffinerie ai piedi delle nostre città,

la spazzatura chimica degli USA da Augusta a Siracusa,

e le abbiamo messe al posto delle spiagge dorate,

al posto dei ricci di mare e dei pesci cavaliere,

al posto delle arance e dei mandarini,

al posto delle aragoste e degli astici.

Ma non basta!

Sappilo o donna Silvana,

femina silvarun,

queste bombe continuiamo a metterle.

Non ci siamo ancora rassegnati anche nella completa autodistruzione.

Errare è umano,

perseverare e riperseverare è siculo e sicano.

Ma Cicirinella tutto questo non lo sa

e pensa ai lazzi suoi.

E noi,

figli delle stalle che non sappiamo ballare,

che viviamo in mezzo alla spazzatura

insieme ai nostri poveri sindaci e amministratori,

noi che siamo buoni e cattivi,

maleodoranti e sempre sudati,

noi inascoltati profeti della povera gente,

noi,

emeriti imbecilli,

aspettiamo te,

aspettiamo la tua estrosa boccaccia allampanata,

pendiamo dalle tue labbra furtive e procaci,

per sentirci dire che la tua vergine cuccia ha sofferto,

che l’ENEL è astenica e psicosomatica,

che ci sono tanti mafiosi in giro nei comuni e nei privé,

che hai dormito in macchina per il caldo d’eccezione.

Ma noi non pendiamo più dalle tue ivvereconde parole,

noi siamo goliardi,

abbiamo studiato Legge e Medicina all’università di Catania,

anche Filosofia,

abbiamo lavato le palle dell’elefante nella omonima piazza dopo la laurea,

noi ti gridiamo in coro dopo l’ennesima tua laureata castroneria:

cagona,

cagona,

cagona del buco del cul,

vaffancul,

vaffancul,

vaffancul!”

Viva il fiore di pietra e i suoi nobili amministratori,

viva la gente per bene che vi abita,

viva la gente per male che vi abita,

viva tutti i cani che vi abitano,

viva tutti i bambini che hanno respirato

e respirano le arie infette della Exo e della Sincat,

poscia Montedison,

della russa, gelida, putiniana Lukoil.

In attesa dell’aria pura,

Noto, ad maiora!

Ma sbrigati,

per favore,

affinché un’altra Cicirinella non arrivi nella nostra barocca Anarchia

a rompere i coglioni per i cazzi suoi.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 20, 08, 2021

 

 

 

 

 

 

IN NOME DEL PADRE

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato mio padre.

Era diventato più basso ed era molto sofferente.

Si è seduto su una sedia e mi ha detto di avvicinarmi a lui.

Era molto triste e mi ha detto che era inutile raccontarcela, stava male e sarebbe morto.

Aveva le lacrime agli occhi e mi ha abbracciato.

Gli ho detto che gli volevo bene, che mi tenesse stretta.

Ho pianto con lui.

Mi ha risposto che anche lui me ne voleva.

Poi mi sono svegliata.

Ieri avrebbe compiuto cento anni.”

Questo è il sogno di Marinella.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato mio padre.”

Il Padre è un archetipo, il simbolo universale a cui si ascrivono il principio e il primato maschili, il potere ufficiale perché nelle varie culture il potere ufficioso è riconosciuto alla Madre, il principio femminile. Il Padre è l’autorità autorevole in una con il “principio del dovere”. Marinella esordisce in sogno con il padre, “mio padre”, il suo simbolo individuale che si esalta nell’essere collettivo e universale. Eppure era suo padre quell’uomo che ha toccato e vissuto in carne e ossa e che per lei infante, bambina senza parola, per lei adolescente vezzosa e sempre per lei donna già fatta ha rappresentato l’oggetto di tanti investimenti psichici e di tante peripezie immaginative. Il padre è stato il primo uomo a cui si è appellato il suo corpo quando aveva bisogno di forza e di sicurezza di fronte alla realtà fuori dalle porte di casa. Il padre è stato il primo uomo che ha amato e desiderato. Il padre è stato quel senso del limite e del vietato che ha arricchito il suo spirito di libertà e il suo desiderio di autonomia. Et cetera, et cetera, et cetera. Marinella rievoca in sogno il padre e con lui si relaziona in un personale e delicato contesto affettivo. La semplicità domina questo sogno e questo primo quadretto dalle profondità psichiche appena accennate e intraviste.

Era diventato più basso ed era molto sofferente.”

Marinella si è collegata alla sua origine e alla radice dei suoi tanti significati psicologici, il padre, e lo trova “più basso” e “molto sofferente”. E’ importante averlo trovato dentro di sé tra le tante rimozioni e gli inquietanti “fantasmi” che affollano i piani bassi della Psiche, i nostri sgabuzzini e i nostri dimenticatoi, le nostre cantine e le nostre taverne. E’ importante e bello averlo trovato o meglio averlo ritrovato. E’ cosa giusta e degna rivolgere al padre quello sguardo indagatore e quello spirito critico che lui ci ha donato e che con lui non ha mai funzionato quando era in vita a causa della sacralità di cui era investito e a causa del carisma incarnato. Il padre di Marinella non è alto come una torre slanciata verso il cielo, così come l’aveva vissuto lei bambina, non è la raffigurazione del potere imponente e rassicurante, questo padre è “diventato più basso” e questo tratto lo rende accessibile nelle sue debolezze e nella sua concreta realtà umana. Marinella l’aveva vissuto alto e mistico, un oggetto misterioso a due passi da Dio, e adesso lo avvicina alla sua umanità di figlia devota e lo vive “basso”, a portata di mano tramite il dolore del lutto e l’impossibilità di averlo fuori in carne e ossa come da bambina, da adolescente, da donna, da madre. Ma ancora non basta, perché Marinella vive in sogno un padre “molto sofferente”, un uomo piegato nel corpo e nella vitalità. Questa è una “proiezione” difensiva nei riguardi del padre del materiale psichico che la figlia sta vivendo, dello stato esistenziale in cui si trova e della sofferenza che contraddistingue i suoi sensi e i suoi sentimenti in questo preciso momento storico. Il padre aiuta la figlia proprio disponendosi come schermo su cui proiettare la propria identità e parte dei conflitti e dei dolori in atto. Meglio, la figlia si fa aiutare dal padre attraverso questa operazione difensiva di “proiezione”. Marinella sa che le sue radici sono anche nel padre e che la sua identità psichica è fatta anche di padre, per cui chiedere il suo aiuto è una richiesta nobile e umanissima di riconoscimento e di riconoscenza. La “sofferenza” si traduce nel portarsi addosso problemi irrisolti e conflitti consapevoli, l’essere “più basso” dà il senso dei pesi che opprimono l’attualità psichica e che la figlia proietta nel padre.

Si è seduto su una sedia e mi ha detto di avvicinarmi a lui.”

Marinella esprime il suo bisogno e il suo desiderio di avere il padre a sua disposizione per potergli parlare e per sentire il suo affetto e la sua partecipazione emotiva alla problematica in atto. Marinella cerca la vicinanza del padre per sorbire la sua sicurezza e la sua forza, per questo motivo lo fa sedere e gli mette in bocca il suadente invito di avvicinarsi. Chissà quante volte da bambina e da signorina Marinella ha desiderato questo incontro ravvicinato e questa solidarietà benefica, questa disposizione psichica e questa complicità affettiva. Adesso in sogno può chiamare il padre in aiuto e può realizzare i suoi desideri e appagare i suoi bisogni. La “sedia” conferma l’autorità paterna, “l’avvicinarmi” ribadisce l’affetto e il sentimento di una figlia che non naviga in acque prospere e rassicuranti nel mare della sua vita.

Era molto triste e mi ha detto che era inutile raccontarcela, stava male e sarebbe morto.”

La “proiezione” difensiva dall’angoscia nel padre si attua e si definisce nella tristezza e nell’inutilità retorica di minimizzare la gravità della situazione. Marinella dice a se stessa di prendere coscienza della sua malattia esistenziale e della possibilità di non farcela a superare la dolorosa contingenza. La morte evocata da Marinella si traduce nella sofferta problematica che deve affrontare e nella consapevolezza dei dati dello psicodramma che si sta recitando nel teatro della sua psiche. Marinella decide di non raccontarsela e di non giustificare e assolvere, opta per guardare in faccia la triste verità dei fatti che sta vivendo e subendo, decide di affrontare la verità nuda e cruda come si presenta ai suoi occhi senza ammantarla di giustificazioni improvvide e poco generose nei suoi riguardi. Marinella prende in mano le sorti della sua persona e della sua vita in questo doloroso momento. Si spera che il sogno chiarisca nel prosieguo la qualità del trauma e la trama del travaglio.

Aveva le lacrime agli occhi e mi ha abbracciato.”

Finalmente Marinella ha trovato la buona compagnia di se stessa, finalmente Marinella si affida a sé e abbraccia in pieno la sua causa senza lasciarsi confondere e appesantire dalle altrui osservazioni improvvide e fuori luogo. Marinella ha capito che la questione deve affrontarla in prima persona perché riguarda solo lei e nessun altro può mettersi al suo posto. Marinella abbraccia se stessa e solidarizza con quella parte di sé che ancora è vigile e attenta a concedersi una migliore sopravvivenza con il minor danno. “Le lacrime agli occhi” del padre sono la difensiva “proiezione” delle lacrime della figlia, della “catarsi” del suo dolore e della sua sofferenza, mentre l’abbraccio è un abbracciarsi, un prendersi finalmente amorevole cura della propria persona secondo le linee di un prezioso “amor fati”. Il padre abbraccia la figlia e la figlia si fa abbracciare dal padre per ricevere empaticamente quella forza che le serve per affrontare la pesante situazione in cui versa. Si attende ancora la descrizione del trauma in corso nella psiche della protagonista.

Gli ho detto che gli volevo bene, che mi tenesse stretta.”

La questione psichica si manifesta nel bisogno e non nei dati reali. Marinella ha tanto bisogno di essere amata e di essere protetta, ha tanto bisogno di amore e di fusione. Marinella non racconta i fatti, ma li lascia supporre. La carenza affettiva è notevole, la donna è sola e la solidarietà le manca. Marinella ha subito qualche torto affettivo e qualche offesa ai suoi sentimenti. Marinella è stata tradita nei suoi valori e nei suoi bisogni di donna, per cui proietta nel padre quello che desidera, essere voluta bene ed essere amorevolmente accudita e protetta dall’ingiustizia e dalla crudeltà.

Ho pianto con lui.”

Marinella cerca la condivisione del dolore e della sofferenza, cerca quella solidarietà che si sente con l’umana unione. Le lacrime sono le parole del dolore che si manifestano l’una dietro l’altra per formare il dialogo della comprensione. Il pianto è catartico nel suo essere in prima istanza una scarica isterica delle tensioni accumulate e che non possono essere più gestite nell’intensità della loro carica dal sistema nervoso centrale. Le lacrime sono i regali del sentimento d’amore e le sentinelle del dolore. La comunione delle emozioni e degli intenti è la migliore panacea ai mali dell’anima innamorata. Piangere insieme equivale simbolicamente a un atto erotico basato su un orgasmo da dividere in parti uguali.

Mi ha risposto che anche lui me ne voleva.”

Questo è il desiderio di Marinella: avere un riscontro al suo sentimento d’amore, una risultanza concreta e non effimera ai suoi investimenti affettivi, un risultato vero e non soltanto sperato. La condivisione e la “corrispondenza d’amorosi sensi”, di cui scriveva il poeta, sono la risposta alla desolazione della solitudine e della precarietà, del non sentirsi giusta e del sentirsi fuori posto. Il miracolo, operato dal ritrovamento del padre dopo anni di lutto, sembra aprire le porte alla “razionalizzazione della perdita”, sembra che Marinella si sia svegliata all’improvviso e si sia accorta che il padre non c’è più, che il padre è morto e non lo rivedrà mai più. Ma quanti lutti si celebrano e quanti padri si perdono nel lungo cammino della vita. Uno di questi può essere la perdita affettiva di una persona cara senza che necessariamente sia morta. E questi sono i lutti che feriscono e queste sono le ferite che faticano a rimarginare.

Poi mi sono svegliata.”

Il sogno è finito, andate in pace e così sia. Marinella pone fine al trambusto onirico sul padre defunto e al suo bisogno in atto di avere un uomo che la ami con dignità e condivisione.

Ieri avrebbe compiuto cento anni.”

I padri che riescono a finire cento anni di vita sono rari, ma basta una vita degna per amare i figli e una dignità vera per amare le donne che sono state figlie di padri veramente degni di questo nome.

L’interpretazione del sogno delicato e traslato di Marinella può finire con queste note leggermente tristi e sicuramente riflessive.