ALLA CAPITANA

Capitana,

capitana di breve corso,

il corso degli eventi sotto la volta celeste,

il cielo di quella volta,

quella volta in cui ho sostenuto il canto delle cicale

durante la danza dei ciclamini in fiore.

Era il 2 novembre, ricordi?

Quante memorie traslate su quelle lapidi ignote,

i soliti militi di anglosassone memoria,

quante imprecazioni al buontempo e al maltempo

in quella valle di lacrime voluta dai preti e dalle mignotte!

Portami un buon caffè

dalla terra in cui soggiorni in attesa di partire.

Sia poi il Tutto,

altrimenti la Filosofia non può deambulare.



Salvatore Vallone



Harah Lagin, 31, maggio, 2024



CAREZZA DEL VENTO

07 / 12 / 2.000

Ieri, mentre ero in attesa del vaporetto sopra la zattera ballerina della laguna, ho visto davanti a me due maschi, maturi negli anni, che si tenevano per mano con una tenerezza infinita e senza destare particolare scandalo.

Era decisamente una coppia omosessuale anche per chi non voleva capirlo.

Ho subito pensato che una coppia normalmente eterosessuale non esprime la stessa semplicità negli affetti e la stessa tenerezza negli atteggiamenti.

L’amore trionfava con naturalezza e in maniera disinibita su tutti i cumuli di pregiudizi che riempiono il tempo della storia umana.

Mi sorprendevo nell’avvertire un vago sentimento di gelosia che sentivo affiorare di tanto in tanto dal confine della mia coscienza e quasi ad esprimere il desiderio di un amore felice, un amore di qualsiasi tipo, ma decisamente felice.

Ho pensato a Marcos e mi sono raffreddata; ho capito, allora, che anche questo gelo non era caduto a caso sopra di me e non era riposto a caso dentro di me.

La scena dei due uomini innamorati non era solo mia.

Una vecchietta mi stava a fianco e li guardava scotendo la testa in segno di disapprovazione o quanto meno di dubbio; quando il disgusto è arrivato sopra le orbite dei suoi occhi stanchi ed è scoppiato fuori dalle spesse lenti che incorniciavano il suo viso rattrappito, allora in perfetto dialetto veneziano e in cerca di consenso ha detto a se stessa con noncuranza e sicurezza: “lori i se ciama gay, ma par mi son sempre recia”.

Le sue idee e i suoi valori erano di nuovo in salvo; dopo di lei poteva anche arrivare il diluvio universale.

L’osservazione è stata gustosa per i presenti specialmente perché è uscita da quella bocca e in quel modo.

Niente di morale o tanto meno di moralistico si celava nell’espressione genuina della vecchia, ma dal suo sincero giudizio trapelava la giusta difesa del modo in cui era stata costretta a impostare la sua vita nella persona e nel modo di amare.

In questa circostanza ho avuto ancora una volta la conferma che gli occidentali sono malati nel profondo di quella parte che chiamano anima; a parole, soltanto a parole si dicono e si dichiarano evoluti, tolleranti e civili e ostentano l’orgoglio di questa loro pretesa emancipazione, ma nei fatti sono pieni di pregiudizi e di rancori come una suora in menopausa.

A loro giustificazione ho tirato in ballo il conflitto con cui vivono il corpo e la sessualità, un travaglio e un senso di colpa causati dalla religione che a modo loro praticano.

Di questi tormenti, oltretutto, ho avuto modo di diventare esperta nell’esercizio del mio primo lavoro.

La religione cristiana dichiara peccato mortale qualsiasi atto che rientra nell’erotismo, mentre la sessualità è ammessa soltanto se serve a ingravidare una donna o almeno se c’è l’intenzione precisa, da parte del maschio naturalmente, di essere un fedele servitore del genio della specie.

Il vero valore è la verginità e la scelta sessuale migliore è l’astinenza; se proprio non sei capace e ti si rivoltano gli ormoni dentro le ghiandole, dimostra almeno tutta la tua fertilità.

Maman Immè era atea, ma in questo settore era una perfetta cristiana.

Io, invece, per i miei trascorsi burrascosi sono da spedire direttamente all’inferno passando per la porta principale e senza attenuanti.

Eppure io, una povera negra africana, ho sempre capito la scelta omosessuale e sono felice di essere stata e di essere ancora oggi priva di incrostazioni morali sul corpo e di pregiudizi religiosi sulla sessualità.

Ricordo che nella mia tribù con la solita indifferenza si lasciava agli adolescenti la possibilità di trovare naturalmente la propria identità sessuale e nessuno interveniva di fronte alla scelta da parte di un maschio di solidarizzare con le femmine.

Nel gioco dei ruoli e delle identificazioni i bambini avevano anche il privilegio di scegliere e gestire la propria sessualità, mentre le bambine erano costrette a essere femmine; per loro non c’era spazio alcuno per la ribellione e la diversità.

Io, una povera negra africana, sono decisamente più aperta nel capire l’omosessualità rispetto ai bianchi, bigotti, retrogradi, incivili e intolleranti.

Nella mia lunga missione di puttana ho maturato una specializzazione “honoris causa” in psicologia clinica e in psicoterapia.

Uomini soli, impauriti e in qualche modo malati si presentavano davanti alla mia persona per avere il mio corpo e inizialmente parlavano tantissimo, di poi si lasciavano fare da me perché non sapevano farmi da sé, pagavano soddisfatti, andavano via tristi, ritornavano sempre e prima o poi immancabilmente si innamoravano di brutto o alla grande soltanto perché questo era il loro bisogno profondo, la loro malattia e la loro cura.

Io avevo cura della loro persona in ogni senso e attraverso il mio corpo disinibito e nudo filtravo la coscienza del loro corpo umiliato, oggetto di dolore, e facevo maturare il riconoscimento di un desiderio senza colpa e senza peccato in un corpo oggetto finalmente di amore e di piacere e non di odio e di disprezzo.

Tutti gli uomini che mi seguivano nel trasporto dei sensi assaporavano questo tragitto, dimenticavano anche quella ricchezza con la quale si illudevano di comprarmi e che in effetti serviva loro soltanto per mettere insieme i pezzi e ricomporre la carcassa.

Io sento di aver sempre dato tanto affetto e non solo quel piacere sessuale che ognuno di loro si era negato per educazione o per stupidità.

A volte era difficile capire dove cominciava il dono dell’affetto e dove finiva la tariffa del sesso, ma insieme si sentiva che la cosa era bella e non si riduceva allo squallore di una nuda e reciproca prostituzione.

Con queste riflessioni dentro la mente mi sono imbarcata sul vaporetto e sono anche approdata nel punto giusto per infilarmi nella calle che sfocia in campo san Polo e in perfetto orario per l’appuntamento con il solito notaio Marino Martini al numero civico duemila settecentosessantaquattro di campo san Polo.

Il pessimo tanfo di tabacco mi ha accolto insieme alle dita ingiallite del legale rappresentante dello stato italiano, il funzionario che viaggia a fior di quattrini senza fare alcuna fatica e soltanto per il fatto che esiste al posto di un altro che c’è, ma non si vede.

So che gli strizzacervelli sono imperturbabili e tremano soltanto di fronte a un film di Paolo Villaggio o di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, per cui passo a leggere la copia della lettera che ho depositato presso il notaio Martini, un atto destinato anche alla sua persona dopo l’eventuale mia morte.

Sono commossa solo per ciò che significa dentro di me quello che vado a comunicarle.

Venezia 01. 12. 2.000

Io sottoscritta Jasmine Ainè in Tirindelli, detta Ascingha, nata a Marsiglia il nove (9) dicembre (12) del millenovecentosessantuno (1961), cittadina italiana e residente in Venezia nel sestriere Canaregio presso il sottoportego Corte Nova al numero civico settecentosessantanove (769), nella piena facoltà di intendere e di volere mi sono presentata presso lo studio del dottore Martini Marino, notaio in Venezia, situato in Campo san Polo al numero civico duemilasettecentosessantaquattro (2.764) e in sua presenza con testimoni la signorina Martignago Marina e Benedetti Carla ho dettato le seguenti volontà limitate temporalmente a nove mesi dalla data apposta in alto a sinistra del presente documento.

Dispongo

che in caso di mio decesso per suicidio lungo la linea ferrata che da Venezia porta a Conegliano, il dottor Vallone Salvatore, psicologo e psicoterapeuta in Pieve di Soligo, via Aldo Moro al numero civico trentotto (38) con codice fiscale VLLSVT47A19I754U, provveda per la cremazione della mia salma, per il trasporto delle ceneri in vaso di terracotta grezza in Sierra Leone e per la loro dispersione presso le foreste dei monti Loma e possibilmente nelle adiacenze di una grotta.

Per tale necessità consento al suddetto il prelievo della somma di lire trenta milioni, (30.000.000), e degli interessi maturati dal conto corrente numero settantasettemila ottantanove, (77.089) da me acceso e intestato a mio nome presso la banca popolare di Venezia, agenzia numero quattordici, (14), situata in Campo dei santi Pietro e Paolo e munito di parola d’ordine per la riscossione.”

Seguono la mia firma, quella delle testimoni e del notaio in attestazione dell’autenticità e della legalità dell’atto; trascuro i bolli e il costo dell’operazione.

Il suo codice fiscale l’ho prelevato dalle fatture e so che non è un reato.

Adesso non mi resta che comunicarle la parola di accesso al conto: “pinguin”.

Ha capito bene ?

Pinguin” !

Se lo fissi bene nella memoria: ”pinguin”.

Un capitano di lungo corso, un triestino e un mio affezionato amico oltre che puntuale cliente ogni volta che il suo traghetto gettava le ancore nel porto di Venezia, mi raccontò durante una notte d’amore che, quando una nave risponde a un S.O.S. e accorre in aiuto di quella che si trova in pericolo, i marinai ricevono un premio chiamato per l’appunto “pinguin”.

Questo nome mi ha colpito e ho pensato di attribuirlo al conto corrente, ma la scelta non è avvenuta, come al solito, a caso.

In questo studio penso di aver trovato la chiave per la comprensione della mia persona e della mia vita; in questo studio ho conquistato il premio per il salvataggio della nave che mi ha trasportata schiava in Italia.

Sembrava necessario e pronto un bel naufragio per il puzzolente “suregai”, ma anche quel bastimento ha recuperato nel tempo un senso positivo.

Eppure sento ancora molto forte il richiamo della morte e lo vivo come una liberazione dal male oscuro della depressione, quel dolore dentro che mi annienta e non so fronteggiare.

Ma il suicidio non è il giusto premio per i guerrieri più valorosi, non è un “pinguin” per i marinai più coraggiosi: la morte non è un premio, ma una condanna.

La morte vera e giusta è quella che fa rinascere a nuova vita.

Io sono convinta di aver fatto un bel viaggio tra le colline trevigiane e di essere pronta a camminare con le mie fragili gambe di gazzella tra le calli di Venezia e tra le piste della Sierra Leone.

Che queste mie affermazioni siano un delirio, non lo escludo, ma è sicuro che questo è l’ultimo che esterno in questa stanza e in sua presenza.

Chiudo la mia cosiddetta terapia e non verrò più a trovare il suo studio e la sua persona, oltretutto mi sono innamorata dei suoi rispettosi silenzi e rischio di soffrire ancora di più, per cui preferisco ritornare in laguna e porre fine ai miei viaggi nella terraferma e nella memoria.

Il tempo, nove mesi ossia il tempo di una gravidanza, dirà se lei è stato il mio Salvatore di nome e di fatto o se sarà il mio becchino.

Mi creda, solo lei poteva capire questo mio desiderio e ho intuito che dietro il suo silenzio si cela un uomo libero, ricco di spirito e di ironia.

Mi mancheranno le tante parole rimaste dentro le sue labbra carnose e il sorriso sornione di chi ascolta con la sicurezza consapevole che la rotta intrapresa è quella giusta.

Sono pronta a riscuotere il mio “pinguin”.

Quello che voleva dirmi lo lasci anche oggi dentro la sua bocca e possibilmente dentro il suo cuore in ricordo di Ascingha la negra.

So che la dimenticherò facilmente e so anche che mi mancherà moltissimo.

E’ stato bello ricordare in sua compagnia.

La saluto ed esco da questa stanza, un luogo che mi era diventato addirittura familiare, senza aver la pretesa di stringerle finalmente la mano.

Adieu, monsieur le docteur, adieu, adieu !

CAREZZA DEL VENTO

30 / 11 / 2.000

Ogni settimana mi reco immancabilmente al cimitero per far visita a quello che resta su questo mondo della grande maman Immè, l’unica donna che sento madre, mia madre, con il cuore e con la mente.

L’unica cosa che maman non ha potuto fare è partorirmi, perché era vergine, signorina fiori d’arancio e di pelle bianca, odiava gli uomini e di mese in mese ha lasciato che le sue uova immacolate si perdessero nella discarica avvolte in un panno di lino o nella fogna della laguna mentre faceva pipì.

Ogni settimana, per promessa e per amore, vado in cimitero a trovare la tomba che contiene la carcassa ormai consunta di una grande donna, di una signora che in vita è stata una gentildonna, generosa ed egoista nella giusta dose.

Venezia è una città del tutto originale, unica al mondo come i suoi abitanti, uno strano santuario odoroso di sacro e di profano, la meta di allegri pellegrini che vengono da tutto il mondo per farsi spennare come polli di primo pelo, una fogna a cielo aperto nei giorni in cui lo scirocco tira fuori dall’acqua tutto il fetore delle pratiche intime, il fuoco degli obiettivi con flash incorporato di infinite macchine fotografiche strette nelle piccole mani di uno sciame di giapponesi.

Non vorrei aggiungere altro in assoluzione o in condanna dell’imputato, ma soltanto precisare che in tanta bontà o in tanta malora il cimitero non poteva essere diverso dal resto della città: un posto particolare e tranquillo che sta in piedi da solo con le croci di pietra bianca e con gli angeli della morte sopra un’isola in mezzo alla laguna, un’isola che soffre, come tutte le altre isole, del male oscuro dell’acqua alta.

Quando il vento di tramontana spinge il mare dentro gli argini dei bastioni e piazza San Marco in tutto il suo splendore e con tutti i suoi tesori va sott’acqua, anche il cimitero viene inondato con tutta la superbia delle sue tombe e tutta la miseria dei suoi morti.

E’ impressionante vedere le croci e gli angeli affiorare dall’acqua dentro un’isola ricoperta di un liquido verdastro e stranamente limpido.

Se poi pensi che con le tombe anche le salme sono possibilmente finite sott’acqua, allora senti nelle tue ossa ancora vive un senso di freddo che lentamente diventa gelo e capisci tutti quei veneziani che hanno scelto i loculi più alti o la cremazione per chiudere in bellezza e al caldo questa strana vita.

Finire da morto al quinto piano, quando in vita hai sofferto di vertigini e desiderare di essere ricordato dai parenti quando in vita nessuno si è mai preso cura di te, è una necessità psicologica e un bisogno fisico; da qualche parte e in qualche modo devi finire semplicemente perché non puoi scomparire del tutto e nel nulla.

Povera maman Immè, povera la mia maman !

Povera maman tutta bagnata !

Chissà quanto freddo avrà, specialmente di notte e senza la benedetta coperta termica che riscaldava le sue ossa e senza la sua Ascingha che correva premurosa a ogni richiamo del campanello.

Negli ultimi anni di vita maman era tanto preoccupata per questa impietosa invasione del mare veneziano nel territorio dei morti e aveva voluto per il suo involucro una tomba in marmo di Carrara perfettamente sigillata, una tomba degna di una gentildonna con le lugubri sculture degli angeli alati nelle parti laterali, ma ripeto sigillata, una tomba a chiusura ermetica come i barattoli del caffè per non essere costretta a morire due volte, la prima in base al corredo genetico e la seconda per annegamento.

Maman non aveva minimamente considerato da veneziana purosangue di farsi tumulare in terraferma; odiava i veneziani rinnegati che per avere un comodo bagno con bidet o per curare l’artrosi si erano trasferiti a Mestre o nei dintorni.

La terra di Marco Polo era ancora viva e bisognava tenerla in vita con dignità e con decoro non solo per i turisti, ma soprattutto per i veneziani; i primi erano necessari per dare lustro ai secondi.

Maman aveva speso fior di milioni per questa tomba speciale e dopo averla vista finalmente ultimata in tutto il suo splendore, aveva detto con ironia che era meravigliosa ma che aveva un solo difetto, quello di essere la casa elegante e sicura di una donna morta.

Era tremendo per lei conoscere con precisione il posto dove gli altri avrebbero depositato il suo povero corpo ormai senza vita.

Una volta appagato il suo amor proprio e una volta risolta l’angoscia di essere dimenticata, maman non aveva voluto più andare in cimitero a rivedere la sua ultima dimora o a visitare i suoi morti nel giorno comandato del due novembre; quando cadeva la commemorazione dei defunti, maman immancabilmente si ammalava delle più strane e sconvolgenti malattie, ma io avevo ben capito che in effetti non sopportava di sapere dove sarebbe andata a finire da morta e tanto meno se di tanto in tanto i suoi amati resti sarebbero andati sott’acqua e se di tanto in tanto i suoi amati avanzi si sarebbero sciupati o conservati meglio sotto il fango della laguna veneziana.

La mia maman conteneva l’angoscia della morte semplicemente non frequentando le chiese e non bazzicando i cimiteri, dimenticando i tristi luoghi della fine e i tristi tempi del distacco; quando si sentiva più vicina al doloroso passo e al triste momento, dalla sua bocca prendevano il volo immancabilmente, come i piccioni dal campanile di san Marco al richiamo del granoturco, i vaghi discorsi sul rispetto da portare necessariamente ai defunti e i precisi ricatti morali sulla riconoscenza che io le dovevo e soprattutto da morta.

Queste erano le sue interessate prescrizioni: almeno una visita la settimana e le rose rosse sulla tomba, soltanto le rose rosse, perché quelli erano stati i suoi fiori per tutta la vita.

Per maman tutti i fiori erano belli, ma le rose erano gli unici fiori degni di questo nome e soprattutto le rose rosse.

Per questa necessità aveva anche lasciato un cospicuo conto in banca a mio nome, perché era sicura che io ero la sola e ultima persona al mondo che avrebbe mantenuto fede alla promessa e che io ero la sola e ultima persona al mondo che sarebbe andata puntualmente a trovarla ogni settimana in cimitero con l’alta marea o con la bassa marea, con lo scirocco o con il borino, con la bronchite o con la diarrea, con lo sballo isterico o con la morte nell’anima.

In questo aveva ragione perché mi aveva educata e sensibilizzata ben bene ai ricatti affettivi.

Dei suoi parenti e dei suoi affini giustamente non poteva fidarsi, perché da tanto tempo aveva capito sulla sua pelle che gli eredi naturali si sarebbero impipati alla grande dei suoi bisogni psicologici e tanto meno delle sue disposizioni.

Maman non era tenera con nessuno e quello che pensava non lo mandava a dire con gli ambasciatori, te lo sputava nel piatto proprio mentre mangiavi; per quanto riguarda quello che il suo cuore sentiva e voleva esprimere, quest’argomento è rimasto sempre ignoto come i martiri della guerra e avvolto da sacro pudore anche se io, alla fine, penso di averlo capito.

E così ho preso il vaporetto, la linea quattro per la precisione, e mi sono recata come ogni settimana in cimitero armata di sacro rispetto e senza tanti fronzoli per la testa, munita di quel giusto sentimento che da viva maman meritava, che da morta merita e meriterà sempre.

Ma qual’è il giusto sentimento ?

Ecco, mentre mi trovavo nel vaporetto, la linea quattro per la precisione, e guardavo dal finestrino l’acqua verdastra della laguna sono arrivati i fronzoli, i tanti fronzoli che affollano di tanto in tanto la mia mente e che avevo accuratamente messo da parte nello sgabuzzino; mi ero augurata di non tirarli fuori almeno in questa giornata che di per se stessa è tutta dedicata al dolore del ricordo, più che ai morti o a quelli che si sono imbarcati per chissà quale destinazione.

E così i miei fronzoli sono partiti con l’immagine di quella gentildonna aristocratica e sono approdati alla sua superbia, un orgoglio senza fine che anche da morta traspariva senza stonare in quella foto che lei stessa aveva scelto da tempo per la sua tomba: una fotografia a colori che rappresentava la grazia di una signorinella fiori d’arancio e il cipiglio di un generale in pensione.

E così i miei fronzoli sono partiti dal ricordo della sua generosità e sono arrivati al fascino ricattatorio che esercitava su di me; a quella donna non avevo mai saputo dire di no da quel giorno in cui mi disse che cercava proprio me, che mi aspettava da tempo, che ero benvenuta nella sua casa, che sarebbe stata molto severa con me, che sarebbe stato molto duro vivere con lei, ma che tutto questo era necessario per il mio riscatto e che il gioco valeva sempre la candela.

Mentre maman nutriva la pretesa di concedermi la possibilità di una rinascita umana e sociale, io per difendermi da tanto bene e da tanto male, piovuti all’improvviso e stranamente da un grigio cielo veneziano, pensavo alla sua cospicua disponibilità finanziaria: quella mi serviva e quella mi avrebbe salvato.

E così i miei fronzoli sono arrivati a tutte le volte che mi difendevo dalla sua insolenza e la trattavo da rimbambita per affermare la mia dignità ancora una volta infranta, sia pure per amore.

Ma tu vai a capire che si tratta di amore ?

E allora ti viene voglia di maltrattare la vecchia maledetta nelle cose in cui tu hai potere e possibilmente rubi sul resto della spesa o aumenti la dose del sonnifero, sputi dentro la minestra o le fai le boccacce di nascosto, le auguri una brutta morte o desideri sperperare tutti i suoi soldi in un sol boccone nel famigerato casinò sottocasa.

Con i fronzoli nella mente pensi e ripensi a tutta quella gente che hai incontrato nella tua vita e che voleva redimerti come se tu fossi Maria Maddalena, ma che in effetti aveva soltanto bisogno della tua patata e non aveva alcun rispetto della tua persona.

Con i fronzoli nella mente pensi e ripensi a tutti quei clienti che volevano redimerti come se tu fossi ancora la sorella di Maria Maddalena, ma che in effetti avevano solo bisogno, se erano capaci, di montarti addosso per un pugno di dollari e con l’egoismo dei bambini dimenticati in un orfanotrofio o nella giungla africana.

Sempre con i fronzoli nella mente pensi e ripensi a tutti quegli uomini bianchi che da piccola nella foresta ti curavano una ferita toccandoti in maniera strana dove non sentivi male o che ti chiedevano un bacino e altro in cambio di un bonbon.

E mentre con i fronzoli nella mente pensi e macini a ruota libera tutti i tuoi strani pensieri, ti accorgi che stai guardando con un fascino particolare l’acqua verdastra e fredda della laguna, che stai fissando con una strana eccitazione l’acqua infida e gelida della laguna, che per fortuna hai i piedi ben saldi sul fondo del vaporetto, un vaporetto che, scivolando dolcemente sull’acqua, ti sta portando nel cimitero più strano del mondo.

I fronzoli nella mente ti fanno pensare per un attimo che potresti tuffarti e morire sotto il peso dei sensi di colpa e del fango, ti fanno pensare che stai per morire immersa nell’abbraccio dell’acqua fredda della laguna, dentro l’acqua torbida dei canali, quell’acqua che attrae e uccide con la sua viscida mollezza, quell’acqua che ti unge come l’olio santo del prete e nello stesso tempo ti infanga, ti opprime, ti toglie il respiro trascinandoti verso il basso; tu, finalmente, non fai niente per contrastare ciò che hai deciso che deve accadere.

Con i fronzoli nella mente pensi e ripensi che ti sei buttata nel canale e sei ormai ricoperta dall’acqua e stai annegando, che sei sfinita e devi uscire da qualche parte, devi uscire dal tuo corpo per respirare in qualche modo e per liberarti dal peso dell’oppressione.

L’acqua torbida dei canali di Venezia attrae e uccide chi vuole essere ingoiato dal fango; anch’io, come maman, a questo punto sarei morta e sarei sott’acqua.

I fronzoli della mente sono arrivati nei miei pensieri e ho desiderato intensamente il suicidio, ma ho anche pensato che è tremendo e macabro sapere da vivo dove vai a finire una volta che sei partito da questa vita e ancora una volta ho dato ragione a maman.

Il suicidio è un remare contro e contro natura, un controsenso soprattutto basato sull’illusione di restare in qualche modo quello che eri da vivo anche se non hai più il corpo, perché lo hai lasciato sotto l’acqua dei canali o del balordo cimitero di Venezia.

Quando sei morto non hai più la memoria perché non hai più il cervello; la tua storia la raccontano a modo loro i tuoi figli ai nipotini, se hai scelto e avuto la fortuna di metterne al mondo per ripetere la tua disgrazia.

Senza cervello io non potrei essere più Ascingha e allora scelgo di continuare a vivere perché ho ancora tante cose da fare e da dire.

Se penso che maman si era addirittura da anni preparata il corredo funebre, gli abiti da indossare una volta morta, e lo aveva ben riposto con i gioielli nel primo cassetto del canterano, oggi riesco a capire gli uomini primitivi e la pietà di chi resta a vivere: l’illusione di chi muore si sposa con il culto di chi rimane.

Chi ha imparato a sopravvivere sa cosa significa vivere e vivere tutto e tanto.

Chi ha imparato a sopravvivere è un uomo solo, perché ha come esempio soltanto se stesso; tutto il resto, anche se non è in più, decisamente non serve.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

23 / 11 / 2.000

Spesso mi capita di sognare a occhi aperti.

Nonostante quello che ho vissuto, non sono diventata arida e disincantata, per cui mi capita di sognare in piena coscienza e direttamente da sveglia.

Ancora oggi mi emoziona pensare all’amore, all’amore della mia vita e a quella vita d’amore mai vissuta insieme a Marcos e che avrei voluto vivere soltanto insieme a lui.

Ancora oggi compro ogni settimana i fiori al mercato di Rialto per addobbare la mia casa e la mia tavola da pranzo.

Sarà un segno di benessere o di disperazione ?

La verità sta sempre nel mezzo” diceva maman Immè e immancabilmente citava il nome latino del proprietario della massima.

Così diceva maman Immè, parlando come al solito con le parole di qualcun altro che era vissuto tanti secoli prima di lei; la giusta dose di benessere e di disperazione fa la felicità.

Io sono ottimista e nello stesso tempo insoddisfatta: io sono ancora un animale ferito e inquieto.

Sento che mi manca sempre qualcosa proprio quando i conti tornano e il bilancio è chiaramente in attivo anche in Cassamarca.

Io sono un animale ancora ferito e inquieto.

Ho paura di diventare feroce per difesa anche se so essere crudele solo con me stessa e specialmente quando prima di addormentarmi mi racconto la storia dell’orso: il domani sarà migliore dell’oggi.

Oggi mi manca Marcos, mi manca Mutu, mi manca Aggun, mi manca maman Immè.

Io ce la metto tutta per soffrire, sogno a occhi aperti di rivederli e parlo con loro come se fossero vivi e presenti.

In effetti Marcos e Mutu sono morti, maman non c’è più e Aggun, se è ancora in vita, farà la puttana in qualche triste bordello del mondo infame.

Nel buio della stanza i sensi di colpa mi assalgono, mi divorano e, mentre il generale Tirindelli russa i suoi sogni beati da uomo senza ingiuria e senza affanno, i miei occhi si riempiono immediatamente di lacrime e la gola si apre soltanto ai singhiozzi.

Altro che allergie !

Sono solo sensi di colpa e sono tanti, ma proprio tanti.

Mi sento in colpa verso Marcos per i figli che gli ho ucciso senza la mia volontà, verso Mutu per non avergli salvato la vita, verso Aggun per non essere stata capace di tenerla con me.

Io riesco a percepire che tutti e sei hanno perdonato le mie debolezze e la mia fragilità, ma sento anche che io non mi sono mai perdonata.

Questa è la cosa più giusta e la verità più terribile.

Io non riesco a pensare quale assoluzione sia adatta a me e da chi o da dove deve arrivare finalmente la mia serenità.

Nello struggimento dei ricordi passa la metà della mia notte e in questa assurda inquietudine il pensiero ritorna in Africa, nella foresta e alle scimmie.

Io somiglio a una scimmia e forse io sono una scimmia, l’animale che mi ha sempre terrorizzato durante l’infanzia, di notte e di giorno.

Quando penso alle scimmie, mi sento frastornata e iniziano le vertigini.

Quante scimmie !

Ma quante scimmie !

Sono troppe; tutto è pieno di scimmie.

La foresta è piena di scimpanzé di tutti i tipi e bertucce di tutti i formati: piccoli, grandi, maschi, femmine.

La foresta strabocca di scimmie e vibra, vibra come un martello pneumatico che ti rompe i timpani e ti frastorna.

La scimmia è un animale terribile e la mia tribù non a caso l’adorava; la scimmia è un animale veramente terribile, un animale che all’improvviso si può trasformare in un mostro e diventa angosciante specialmente agli occhi di uomini primitivi che non vedono la realtà con la luce della ragione.

In Occidente le scimmie abitano nei circhi e sono ritenute animali accattivanti e intelligenti anche per la loro vicinanza fisica e mentale all’uomo.

Maman Immè ripeteva, sempre con cattiveria e sempre con parole di altri, che la scimmia è lo scandalo dell’uomo perché gli somiglia tanto e in particolare somiglia tantissimo ai negri.

Queste sue crude affermazioni mi allontanavano affettivamente da lei, sentivo di non volerle bene perché ero piena di paure antiche, avvertivo che il suo non era soltanto un “pour parler”, ma una scarica di accuse pesanti e di colpe indecifrabili nei miei confronti.

Gli occidentali non conoscono le scimmie e le scimmie sono riuscite a imbrogliare anche il furbo Occidente, perché in effetti esse non sono animali simpatici e affabili da addestrare per il circo; tutt’altro !

Forse perché sono parenti prossimi dell’uomo, le scimmie hanno una crudeltà unica e inaudita, una stupidità impressionante e ottusa: corpi deformi senza cervello e istinto allo stato puro; altro che animali intelligenti !

Ricordo che quando ciondolavano nella pigrizia più oscena in mezzo alla foresta o a penzoloni dagli alberi, leccandosi il culo spelato o spulciandosi l’una con l’altra o grattandosi al punto di sanguinare, per noi Isciu questo era un segno di buon auspicio; la loro inedia si identificava con la tranquillità benefica degli spiriti della foresta.

Quando le scimmie erano ferme e immobili tutto andava bene; la grande Madre dormiva e le divinità della foresta erano soddisfatte.

Quando le scimmie cominciavano a essere irrequiete, un timore panico riempiva l’ambiente e per i poveri negri della mia tribù, oltretutto ingenui, non c’era via di scampo.

E i bambini, costretti già a crescere senza genitori, avevano paura, tanta paura e nessun imbecille sotto forma di adulto, tutto preso dalle sue superstizioni e dalle sue angosce, si occupava di queste povere creature.

In quei momenti si attendeva soltanto che l’ira della grande Madre e degli spiriti della foresta si scaricasse attraverso i corpi delle scimmie sugli uomini di razza negra, persone già prive di tutto e sofferenti di per se stesse.

Sputavi in cielo e lo sputo ti ricadeva immancabilmente addosso; gli dei, che la superstizione degli idioti aveva con tanta fantasia elaborato per esorcizzare l’angoscia dell’ignoranza, si scatenavano violentemente contro coloro che li avevano partoriti.

Per questo motivo le scimmie erano tremende e facevano veramente tanta paura indistintamente a vecchi e piccini, uomini e donne, ebeti e intelligenti, stregoni e cacciatori, benefattori e mercanti, a tutti.

Le scimmie erano capaci, una volta invasate dall’ira degli spiriti, di creare con lenta inesorabile progressione un’atmosfera orribile e un ambiente ostile; quella terra, che ti ospitava e a suo modo ti nutriva, si trasformava in un vero inferno.

Bastava lo stormire delle fronde, lo sparo di un bracconiere, il sibilo del vento, il verso di un maschio in calore, il ruggito di un leone, bastava un rumore minimo e imprevedibile per scatenare la furia animale.

Le scimmie vivono sempre in gruppo e si suggestionano in maniera incredibile; una scimmia sola non la troverai mai e, se la trovi, vuol dire che è malata e pronta per essere scannata prima dalle iene e dopo dalle leonesse; dove ci sono le prime, troverai immancabilmente le seconde.

Del loro stare insieme le scimmie fanno una forza per la sopravvivenza, ma il loro è proprio un semplice stare insieme, perché non conoscono alcun senso di solidarietà: un animale veramente stupido ed egoista.

Il senso del gruppo è determinato esclusivamente dall’istinto sessuale e non certo dagli spiriti della foresta; la scimmia condensa la parte bestiale della sessualità e vive solo di questa sintesi bruta dell’aggressività.

La leonessa ama il suo leone e lo vuole pigro per amore.

Il leone ama la sua leonessa e la vuole attiva per potere.

Ogni femmina ama il suo maschio e si rende dipendente per amore.

Ogni maschio ama la sua femmina e mostra orgoglioso il suo potere.

Soltanto la scimmia si ribella a questa fondamentale legge di natura con quella stupida arroganza che esce dal suo viso di uomo mancato e dal suo corpo di animale abortito.

Le scimmie non riconoscono neanche i figli.

Anche gli uomini e le donne della mia tribù non riconoscevano i loro figli.

Se questa distrazione è comprensibile per il maschio, è certamente scandalosa per le femmine che restano gravide per nove mesi, partoriscono nel dolore e rischiano ogni volta di morire.

Come fa una madre ad abbandonare e a dimenticare la propria creatura ?

Come fa una madre a dire a una bambina stupida e negra di abbandonare un bambino asmatico nella foresta ?

Mutu è morto per l’angoscia di essere abbandonato e dopo, soltanto dopo, è stato rosicchiato dai topi e risucchiato dai serpenti.

Maman Immè, una madre mancata e una donna vergine, quando ascoltava questi ricordi mi suggeriva con il suo buon sarcasmo di leggere “Filumena Marturano”, la commedia o la tragedia di Edoardo De Filippo e ripeteva crudelmente sempre questa frase: “i figli sò figli !”

E poi incalzava fino a colpirti nelle radici, a farti scoppiare il cervello e sanguinare il cuore: “i figli sò figli, i figli sò figli, i figli sò figli !”

Le femmine della mia tribù e le scimmie non sanno leggere, non capiscono il dialetto napoletano e non sono mai state a teatro.

Le scimmie mangiano i loro piccoli quando la siccità non offre la possibilità di cogliere i germogli delle “nuree”, le foglie di “macai” e i frutti degli alberi; l’istinto di sopravvivenza trionfa sempre e le snatura in maniera ignobile.

Altro che istinto materno !

Cominciano a muoversi in maniera caotica e senza senso, gridano, si toccano, si battono, si aggrediscono, si colpiscono, si calpestano; questi sono i segnali che annunciano la guerra tra la vita e la morte.

La suggestione ha divorato l’ultima briciola di realtà ancor prima che la pura violenza divori i più deboli del gruppo, i piccoli.

Nella furia collettiva e alla ricerca di una preda da uccidere e sbranare, lo spirito di gruppo o l’istinto materno e paterno, ammesso che esistano, lasciano il posto alla ferinità selvaggia; le scimmie, diventate predatrici, si trasformano da erbivore in carnivore e nella peggiore razza dei carnivori, i cannibali, i peggiori cannibali, quelli che divorano i propri figli.

Negli schiamazzi inconsulti e nella follia collettiva i piccoli sbigottiti sono fatti a pezzi e sbranati; l’odore del sangue aizza gli istinti e viene fuori in tutta la sua crudeltà la quinta essenza della bestia.

In questo rito, ispirato da un inganno suggestivo più che dalla fame e dalla sopravvivenza, poteva anche capitare a qualche bambino della tribù, che in preda alla paura si era allontanato dal gruppo, di essere sbranato dalle scimmie; quel tragico caso era ritenuto dai vecchi della tribù un giusto e necessario sacrificio per placare l’ira della grande dea.

Per me era impressionante il fatto che proprio le madri non riconoscessero le loro scimmiette, quelle povere creature che magari fino a qualche ora prima erano state attaccate al loro groppone o al loro capezzolo, e che, da quando era scattato il segnale della follia, si erano trasformate nelle prede di sanguinarie assassine.

Questo era lo spettacolo più crudele che le scimmie offrivano agli sguardi atterriti della nostra tribù e non era il solo.

Un altro rito, meno cruento e sempre dettato dalla suggestione, era quello dell’accoppiamento.

Tutto cominciava con i versi striduli, quasi grida umane, di una femmina in calore; dalla noia assoluta la scena evolveva in una frenesia erotica collettiva.

I chiari segnali dell’eccitazione sessuale di una singola scimmia si amplificavano e diventavano l’eccitazione di tutto il gruppo.

Anche in questo caso si esprimeva la parte peggiore della natura bestiale e iniziava una serie di accoppiamenti violenti che nulla avevano di procreativo e tutto avevano di ferino.

In questo caso i maschi, provocati dalle femmine, diventavano violenti e queste ultime godevano nel lasciarsi prendere e ferire in una continua frenesia orgiastica.

Quando maman Immè mi invitava a raccontare queste mie esperienze africane, diceva che anche gli uomini più civili, gli antichi Greci, avevano elaborato tanti secoli prima un rito simile a quello delle scimmie in onore di Dioniso, il dio del vino che non a caso dispensava ai poveri uomini l’ebbrezza e la follia.

E di poi aggiungeva che è stato merito del dottor Freud nel secolo scorso lo studio scientifico di questa componente istintiva dell’essere umano.

Così tra culto religioso e ospedale psichiatrico maman sosteneva che l’aggressività di qualsiasi tipo rientrava nella natura umana e che le scimmie, in quanto animali senza storia e senza ragione, avevano tutto il diritto di non controllarla anche alla luce del fatto che gli uomini civili, animali dotati di memoria storica e discernimento, la mantenevano con sottile perversione e la riversavano nelle guerre, negli olocausti, nel razzismo, nello sfruttamento, nelle tossicodipendenze, nella pena di morte, negli elettrochock, nelle perversioni scientifiche, nelle cerimonie religiose e in tanti altri settori della vita sociale.

E io, Ascingha la negra, con tutto il mio buon senso e tutta la mia sensibilità, aggiungo che gli uomini dell’Occidente sono violenti con le donne e con i bambini.

A questo punto inevitabile sorge la domanda: vengono prima le scimmie o gli

uomini ?

Automatica scatta dalla memoria la risposta: le scimmie !

Almeno ricordo di aver visto in un libro di scienze biologiche la serie delle figure che in linea evolutiva procedevano dalla grande scimmia al pitecantropo, dall’homo sapiens al gondoliere veneziano.

Pur tuttavia le scimmie, al contrario degli uomini, non arrivano ad avere coscienza di se stesse.

Alle scimmie somigliavano tanto i maschi e le vecchie della mia tribù nel trattare le donne giovani e i bambini; non a caso, quindi, avevano scelto come divinità la Grande Scimmia e non a caso una femmina come madre.

Adorandola si ingraziavano l’oggetto del loro odio, assolvevano la loro violenza ed esorcizzavano l’angoscia della colpa.

Questa non è farina del mio sacco; questa interpretazione devo averla letta in qualche libro di maman.

Se la grande dea era femmina e madre, le altre divinità della foresta erano spiriti maschi, i figli della Grande Scimmia; essi servivano a riempire il vuoto e a riparare lo scompenso.

La foresta era il luogo sacro dell’accoglienza e dell’unione tra la terra e il cielo, tra la luce e l’ombra; gli alberi erano le colonne del tempio, le colonne della casa degli spiriti.

I luoghi sacri della foresta affermavano la trascendenza di una dea, la grande Scimmia, che si trovava per i negri di una tribù africana inevitabilmente in cielo: dio non abitava con noi e non era la nostra terra.

Se nelle foreste dei monti Loma gli uomini somigliano alle scimmie, nel civile Occidente gli uomini non sono da meno, specialmente quelli che trafficano con le donne e i bambini, quelli che pongono le basi culturali e religiose per la violenza sulle donne e i bambini, quelli che condannano l’erotismo e la sessualità come una pratica diabolica.

Io non condanno gli uomini che hanno bisogno delle puttane, perché sono uomini soli che hanno bisogno di essere amati e di avere potere sull’oggetto del loro desiderio e del loro odio; io condanno chi ha loro impedito di vivere la donna con amore e alla pari, chi ha loro infilato nel midollo e nel sangue il senso del peccato, chi ha loro tragicamente insegnato il culto delle infinite capacità del denaro.

E così anche i bambini diventano prede innocenti della violenza degli adulti inetti.

Nella mia vita ho subito sulla pelle la violenza e la prevaricazione, ma ho anche conosciuto l’emarginazione e il razzismo quando ho scelto di essere come le altre donne e di non fare più la puttana; da quel momento ho perso il potere di un’ingombrante femminilità esotica e ho acquistato nuovamente i tratti di un essere inferiore.

Se non mi puoi sfruttare o avere come puttana, io sono un niente impastato con il nulla: questo è il mio dramma attuale.

Gli italiani sono un popolo unico e particolare, gli italiani sono tali anche nell’essere razzisti o quando affermano con forza e convinzione di non esserlo.

Il loro razzismo fortunatamente non è di buona qualità in quanto a cattiveria.

Il loro è il buon razzismo dei poveri diventati all’improvviso ricchi grazie all’eredità dello zio buonanima che era partito agli inizi del secolo per l’America e che aveva fatto tanti soldi vendendo pizze margherita nella quindicesima strada al numero civico 23.078 di New York.

I veneziani, in particolare, non possono permettersi il lusso di odiare lo straniero e il diverso, perché vivono con i dollari degli altri, “l’argent” di tutti quelli che abitano nel mondo e che immancabilmente visitano la loro splendida città almeno una volta nella vita; gli altri veneti, quelli della collina e delle montagne, odiano lo straniero e il diverso, perché rappresentano una minaccia alla conquistata polenta con il “tocio” e temono in loro quel conte e quel prete che in un recente passato li avevano costretti alla servitù della gleba e allo sfruttamento.

In un mondo ingiusto e tormentato io ho bisogno di essere difesa e più che mai da quando ho scelto di essere una persona per bene, una cittadina italiana che paga le tasse e non scandalizza i benpensanti, una donna libera che rispetta il suo prossimo e non atterrisce i bambini, le mogli e le madri.

Chi difenderà Ascingha ?

Chi amerà Ascingha ?

Nonostante l’immenso bene e l’infinita riconoscenza che da moglie e non da soldato porto al mio generale, io non mi sono mai rassegnata a fare a meno dell’amore e del bisogno di essere amata.

Sogno spesso l’amore che verrà ancora una volta dal mare e mi porterà via ancora una volta ma senza rendermi puttana, l’uomo che mi vorrà con sé soltanto e semplicemente per amarmi.

Io voglio ancora un uomo, perché io ho conosciuto il mio uomo, quello che mi fa sognare di essere vergine e di avere il clitoride, quello che mi fa godere e mi riempie del suo seme fino a farmi scoppiare, quello che mi colma di premure e di affetto fino alla nausea.

Io vorrei finalmente un figlio, un bambino nero che da grande vinca le Olimpiadi nella maratona o nei diecimila siepi, un uomo alto e snello, un degno figlio della foresta, una gazzella della savana.

Io vorrei una figlia, una bambina negra che da grande vinca le Olimpiadi nel salto in alto, una donna alta e snella, una degna figlia della foresta, una gazzella della savana.

I miei figli li voglio africani, ma li voglio in Europa.

Io odio la mia gente, io odio quei bastardi che sin dal primo vagito non mi hanno curato e mi hanno lasciato alla mercé di tutto e di tutti.

I miei figli devono star bene e avere genitori sicuri senza la confusione di tanta gente indifferente che gli gira attorno; i miei figli non devono vivere in mezzo alle malattie e agli animali, senza acqua e senza cibo.

I miei due figli non saranno selvaggi; il maschio non sarà predatore della “puta” e la femmina non sarà preda del “bilingo”, quegli organi sessuali che la buona madre natura ha dato loro nella parte più oscura del corpo.

Mio figlio non andrà in giro per la foresta a stuprare le bambine; mia figlia non subirà la crudeltà delle invidiose vecchie e il suo bel corpo avrà i suoi naturali orgasmi insieme a tanto amore.

I miei figli non conosceranno tutta quella gente strana che veniva a comprarti in nome del loro dio e in onore di quell’anima che non sapevi di avere, uomini bianchi che si preoccupavano del tuo spirito quando la tua pelle era piena di croste a causa di un’infezione inguaribile soltanto perché mangiavi solo fieno macinato, granaglie, poltiglia di “macai” e altri intrugli più o meno schifosi.

I miei figli non saranno vittime dell’ignoranza o di una Marion qualsiasi.

I miei figli li voglio africani, tutti miei, sempre con me e in Europa.

I miei figli non ci sono e non potrò mai averli.

Tutta colpa dell’Africa e delle mammane !

In Africa lo spazio e il tempo hanno una loro dimensione, una loro caratteristica; lo spazio e il tempo viaggiano lenti in mezzo alla giungla e sono immensi perché toccano il sublime senza destare alcuna paura a chi li sente; in Africa il movimento e la staticità sono in perfetto equilibrio, quell’equilibrio che si raggiunge soltanto in punto di morte.

In Africa ogni giorno, ogni ora, ogni attimo sono sempre buoni per morire e hai la possibilità di ignorare quando e da chi sei nata.

L’Africa è l’unico posto al mondo dove tutto è sempre in ritardo e dove ti è consentito di arrivare sempre dopo e immancabilmente alla fine del pranzo, perché non sai chi sei e dove sei; tu pensi che l’universo è tutto lì e finisce proprio lì dove tu sei, per cui non c’è alcun motivo di muoversi e di conoscere quello che non c’è.

Pur tuttavia, in Africa qualcuno sapeva e qualcuno diceva.

E così tutti si sapeva e tutti si diceva presso le foreste dei monti Loma che c’era qualcuno di diverso e qualcosa di altro da un’altra parte, che c’erano altri e altre cose da altre parti, in giro, chissà dove, chissà quando, chissà come, chissà.

Potevi mettere in moto la fantasia e arrivare dappertutto per trovare sempre quello che avevi dentro e che volevi afferrare al volo per sopravvivere: i tuoi bisogni e i tuoi desideri.

Marion raccontava sempre di questo mondo sconosciuto, ma fino a quando non ho visto le coste della Sicilia e una carta geografica nella sala d’aspetto di una pensione, io non ho potuto capire quanto era grande il mondo fuori di me e quante cose potevo conoscere oltre le mie.

Un piccolo mappamondo è stato il regalo che ho chiesto a Marcos appena sbarcata nel continente, una terra vecchia per gli altri e nuovissima per me; ancora oggi sopra il tavolino in noce del salotto stile Luigi quattordicesimo esiste questo aggeggio strano a forma di palla che indica con un disegno colorato la terra che calpesti e a quali misteri inconsapevolmente partecipi.

Possiedo anche un mappamondo che s’illumina e ho segnato con due punti rossi il luogo dove sono nata e il luogo dove sono arrivata, la Sierra Leone e Mazara del Vallo; questo soprammobile lo conservo come il simbolo delle mie prime conquiste dopo anni di dormiveglia anche se non dimentico mai che sono nata in Africa, in Sierra Leone, tra le foreste dei monti Loma e presso la tribù Isciu.

Io non dimentico e non mi vergogno di essere Isciu anche se non capisco quale vanto possa essere sentirsi Isciu quando alla fine ami e odi l’Africa e il tuo passato.

A volte mi capita di essere addirittura orgogliosa di essere Isciu e africana; allora vorrei ritornare nei luoghi della mia infanzia per conoscere la verità, una verità qualsiasi di cui non riesco a capire la natura e la qualità.

L’Africa mi è debitrice di una verità, la verità che cerca dentro di sé chi l’ha abbandonata senza sentire alcuna gratitudine verso una madre avara e severa.

A mio giudizio non è poco.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

16 / 11 / 2.000

Mio marito è un vecchio di ottantacinque anni, limpido come l’acqua di fonte e sano come un’anguilla del Piave; il generale Biagio Tirindelli può ancora insegnare tanto e di tutto a quegli uomini che sono giovani fuori e vecchi dentro, uomini malati di pigrizia mentale e precocemente decaduti nella società del benessere per mancanza di desiderio.

Il consumismo logora in primo luogo coloro che agiscono nel circolo vizioso del prendere e del gettare.

Questi uomini, che io ho conosciuto molto bene nella mia ambigua missione di santa e di puttana, si illudono di aver vissuto e desiderato tutto quello che si poteva vivere e desiderare, ma alla fine si accorgono che non sono mai usciti dall’orbita delle loro pupille o al massimo non si sono mai allontanati dalla montatura dei loro occhiali.

Questa è la depressione e la depressione conduce con naturalezza al suicidio, tanto per gradire e tutto il resto per continuare.

Se sei arrivato al capolinea della tua vita, per affermarti non ti resta altro che ucciderti in maniera eclatante o con un gesto eroico; adesso sei costretto a recitare la sceneggiata napoletana della tua fine, ma non ti basta una morte discreta perché tu cerchi una strage di te stesso che faccia testo sui quotidiani e colpisca l’immaginario di tutti quelli che ti conoscevano, i quali immancabilmente inebetiti diranno: “era una brava persona, sempre allegra e affabile; proprio da lui questo gesto insano non me lo sarei mai aspettato.”

E così, arrivato al capolinea della tua vita, ti sei sistemato da solo e ti sei fatto anche sistemare dagli altri; sei stato veramente bravo, non c’è che dire, meriti un applauso nel festival della demenza o un premio nel quiz show di turno.

La gente senza desiderio o con il desiderio ormai al lumicino si uccide lentamente o alla grande con l’eroina e con megadosi di ballantines, con le pasticche di estasi e con dieci tequila bum-bum e due kaipirigna, con le marlboro inzuppate di hascisc e con mezzo litro di grappa del contadino, con il lavoro e con il denaro, con il cocktail di psicofarmaci e con una corsa pazza a centoventi all’ora verso un incrocio e con un semaforo che deve restare necessariamente verde, pena le tante scuse da porgere nell’aldilà a quei poveri disgraziati che per puro caso si sono trovati al momento giusto nel posto sbagliato.

La gente senza desiderio o con il desiderio ormai al lumicino si uccide così e ogni giorno la vedi vacillare vicino a te o camminare al tuo fianco: il salumiere del supermercato, il macellaio della bottega all’angolo, la commessa di Luisa Spagnoli, il direttore della banca commerciale di qualche santo, il professore di ragioneria di tua figlia, tua figlia stessa e forse anche il compagno della tua vita.

Sembra che la malattia depressiva sia contagiosa e molto diffusa.

La gente che non desidera più si uccide lentamente, non sa quando ha cominciato a distruggersi e non conosce il perché di questa progressiva autocombustione.

Una puttana malata di “aids” è preferibile a un uomo senza desiderio, perché lei almeno combatte per vivere e non vuole morire.

Il generale Biagio Tirindelli può ancora insegnare a tutta questa gente viziosa o viziata l’amor proprio di una doccia calda, il decoro di una scelta erotica, la bellezza di una tavola imbandita con i fiori e l’onore di sentire le vibrazioni di una donna soddisfatta sotto il proprio corpo.

Come ho già detto in un’altra seduta, mio marito, suo bengrado e mio malgrado, da buon soldato ha un’attività sessuale soddisfacente ed è orgoglioso di fare ancora il suo dovere dentro la mia trincea; egli è, inoltre, molto esigente e pretende il mio orgasmo.

Non ho mai provato a spiegargli il dramma della mia infanzia, per cui, da brava attrice ed esperta nel settore, mi tocca fingere sospiri, gridolini e sobbalzi per non umiliarlo e per regalargli la soddisfazione di sentirsi ancora un uomo integro, generoso e felice.

In queste circostanze il mio pensiero senza alcuna fatica vola verso la mia infanzia e verso le maledette vecchie del villaggio che con una lama di latta mi scavarono il clitoride e le grandi labbra soltanto perché mille anni fa i maschi Isciu avevano deciso che per le donne l’orgasmo doveva essere un tabù: le femmine non devono godere, ma solo procreare nel dolore e con il rischio costante di morire in qualche modo.

L’orgasmo era una prerogativa del maschio: stop !

Non chiedere il perché di tutto questo, perché di tutto questo non si discute.

Così fu mille anni or sono e così è ancora oggi: esempio classico della serie “che cos’è la tradizione”.

Ma di tutto questo ho già detto e ampiamente parlato; il ripetermi è sintomo di qualcosa che ancora non gira bene dentro di me.

Quanto odio ristagna nelle mie budella e soltanto perché mi sento ancora castrata !

E così tornando a mio marito, questa mattina, prima di prendere il treno per venire in seduta, il mio grande generale ha recitato la solita gustosa scenetta di gelosia, oltretutto condita con le mille domande di un uomo che teme la possibilità che io non ritorni più da lui e magari fugga in Africa tra i poveri selvaggi con l’osso al naso, gli occhi gialli di tifo e pieni di cispe, il gonnellino di paglia, le tette a pera e il “bilingo” a becco d’aquila.

Mio marito è molto buono, gentile, generoso, un signore d’altri tempi che mi ama veramente con tutta l’anima e con tutto l’affetto di cui dispone il suo cuore; io sono sua moglie e devo riconoscere che non mi ha fatto mai sentire la sua serva.

In tutto e per tutto mi tratta da buona moglie e questo lo ha anche insegnato e imposto ai figli, alle nuore, ai generi e ai nipoti, a tutta quella gente che ci circonda e che ancora pensa che io sia l’ultima merda della strada, possibilmente la più puzzolente, e a Venezia le merde nelle calli non mancano.

Io lo ricambio con tutto il mio affetto e lo rispetto come una persona molto importante per la mia sicurezza giuridica ed economica.

Tutti i suoi parenti da un lato avevano comprensibilmente diffidato del nostro matrimonio e avevano tirato in ballo l’oscurità del mio passato soltanto per umiliarmi e ridurmi a un quasi niente o alla sottomissione del “sì badrone”, ma dall’altro alto erano ovviamente riconoscenti a trecentosessanta gradi nei miei confronti per il fatto che Ascingha la negra risolveva i problemi di cura e di assistenza del caro vecchio.

Quando tocchi le tasche e gli interessi costituiti, gli avari e i miserabili si ribellano e allora i migliori complimenti che sanno affibbiare sono un delinquente per te e un rincoglionito per lui.

Ma il generale in questa circostanza, come in tante altre situazioni dov’era necessario tirare fuori i cosiddetti coglioni, è stato giustamente irremovibile e ha messo tutti i suoi parenti, compresi quelli della povera moglie, sull’attenti e in dest-riga.

Buon sangue non mente e la deformazione professionale, del resto, non è acqua fresca da bere in un assolato pomeriggio d’estate.

Quanta soddisfazione mi ha dato !

Anche per questo motivo sono tanto legata a lui e non riuscirei a fargli un torto in nessun caso.

Tutti i parenti sapevano che Biagio si intratteneva con me a vario titolo sin da quando maman Immè era viva e di questa intraprendenza giovanile del loro congiunto nutrivano invidia e ammirazione allo stesso tempo; tutti i parenti sapevano che frequentava la casa di maman soltanto per la mia presenza e per le dolci premure che gli riservavo e non certo per ascoltare le poesie di Orazio decantate direttamente in latino dalle candide labbra della nobile professoressa.

Non nego di essere stata furbescamente interessata in un primo tempo a una mia decorosa sistemazione con il generale, alla luce del fatto che diceva di amarmi alla follia e che gli regalavo quarantacinque anni di differenza e tutto il resto del mio corpo; pur tuttavia, nel tempo mi sono veramente affezionata a lui, al punto che oggi non saprei vivere senza la sua splendida persona e mi mancherebbe tantissimo, appena entrata in casa, il profumo amaro del suo dopobarba e il ticchettio dei suoi perfidi orologi.

Maman Immè è stata sempre all’oscuro della nostra relazione e questa mia scelta è stata giustificata dal fatto che non l’avrebbe mai capita e tanto meno approvata; la gentildonna è morta nell’ignoranza e io per questa stupida truffa non mi sono mai sentita e non mi sento in colpa.

Eppure ricordo che alcuni giorni prima di morire, mentre fuori la pioggia ripuliva le tegole e i campielli dalle cacche dei piccioni veneziani, maman mi aveva raccomandato, forse temendo qualcosa o forse come ultimo messaggio d’amore, di rimanere sempre Ascingha, quell’Ascingha che avevo ritrovato dopo tante difficoltà, la donna della foresta, la donna orgogliosamente libera.

Per questo suo desiderio maman aveva disposto nel testamento quello che sarebbe servito alla mia vita e a quella di Aggun, qualora l’avessi finalmente ritrovata.

Come progetto di vita maman mi proponeva il suo modello e la sua storia, ma voleva fortemente che io non mi sentissi più una povera negra.

Ma chi resta al mondo, ogni volta che qualcuno invece parte, è costretto a consolarsi e a sopravvivere; il dolore passa e la vita ritorna fortunatamente sempre a scorrere nelle strade di tutti i continenti anche dopo l’ultimo funerale.

Sarà giusto, sarà sbagliato ?

Chi lo può dire; certamente è una legge di natura e un dato di fatto.

E così, dopo la morte di maman, avvenne che il dottor Marini Martino, notaio in Venezia, convocò parenti, affini e acquisiti per leggere le volontà testamentarie di quella meravigliosa gentildonna che nella sua vita aveva poco vissuto e anche poco speso; maman si era ricordata in quelle fredde carte di tutti quelli che in un modo o nell’altro le avevano fatto festa e l’avevano servita durante la sua vita.

Io ero sistemata con l’epiteto di figlia: “eleggo figlia adottiva la mia diletta Ascingha, nominata Jasmine Ainè, e a lei lascio…” vitto e alloggio, pane e companatico, il necessario e il superfluo per il resto dei suoi giorni.

Forse era troppo e immeritato, ma di fronte alla volontà dei defunti è sempre opportuno per i superstiti e per le persone di buon senso il più profondo rispetto, un niente da dire e un niente da aggiungere.

La grande vecchia era rimasta tale anche da morta e aveva ben precisato, oltretutto in maniera inequivocabile, il delicato riconoscimento della mia persona al punto che sono uscita indenne da ben tre processi che i parenti delusi hanno intentato nei miei confronti, impugnando il testamento e sostenendo che io avessi plagiato ben bene la loro congiunta.

Come non la conoscevano !

E del resto la gran parte dei parenti si era presentata soltanto all’apertura del testamento, rito avvenuto presso lo studio del solito notaio Marini Martino in Campo san Polo al numero 2.764 di Venezia, nella misera speranza di beccare qualche pannocchia di granturco o di portarne addirittura un sacco nel proprio pollaio.

Maman era a modo suo originale ed eccentrica, ma aveva una testa talmente buona per pensare e talmente limpida per giudicare che sfiorava, senza offesa per la sua memoria, l’arroganza e l’ostinazione.

Rabbrividisco ancora al ricordo di quel momento in cui finalmente anche a livello formale avevo trovato una madre sia pur adottiva e a quel regalo a cui lei sapeva che io tenevo tanto; maman, ancora una volta, non mi aveva tradito.

Sento ancora la voce del notaio, resa roca dalle tante marlboro, che in maniera perentoria dice: “eleggo figlia adottiva la mia diletta Ascingha, nominata Jasmine Ainè,”; “eleggo”, “diletta”, termini solenni, degni di lei e riservati a me.

Eleggo”.

Mi ha scelto !

Diletta”.

Mi ha voluto bene !

Finalmente mi aveva scelto e riconosciuto in ogni senso.

E io, di conseguenza, volavo alto come l’avvoltoio dei monti Loma sul cielo dell’Africa lontana, mentre tutti gli altri faticavano a capire e rifiutavano anche l’aria viziata che respiravano in quello studio umido e odoroso degli aromi di un micidiale tabacco.

Maman rifiutava le formalità burocratiche e la serie infinita delle carte più o meno bollate, una trafila che riteneva inventata dalla legge soltanto per arricchire gli addetti ai lavori; alla freddezza della carta scritta preferiva quella legge del sangue che senza essere stata mai madre non aveva conosciuto, sentimenti che il suo essere femminile aveva sempre conservato insieme al corredo verginale dentro le cassapanche, lenzuola e vestaglie che nel tempo erano diventate cibo gustoso per le tarme.

Quando la sua vita aveva tragicamente imboccato l’angolo in fondo a sinistra, quello che porta alla ratifica che di definitivo in questo mondo per l’essere umano esiste soltanto la morte, la sua sensualità repressa, il suo invidiabile imene ancora integro, la sua formidabile femminilità, il triste ricordo delle sue uova sempre marcite in un pannolino di cotone, tutto questo e altro ancora rivendicavano i loro diritti e io le ho dato la possibilità di sentirsi madre nella maniera a lei più congeniale, senza trauma e con tutta la dolcezza del rispetto di un istinto mai sopito.

E così fu madre anche la mia maman.

In quel momento della vita, l’ultimo, quando tutto è concesso perché ti stai staccando dalle cose del mondo e dalla gente che con violenza le possiede, ti resta ancora la possibilità di essere grande e generosa nel lasciare ai sopravvissuti un messaggio finale a coronamento dei tanti errori che inevitabilmente si sono conficcati nel tuo cuore e nel tuo corpo marchiandoli a fuoco come una mucca argentina.

E così fu per la mia maman.

Nella sua ultima possibilità di libertà era riuscita a essere grande e generosa, al di là della taccia d’infamia che sapeva benissimo le avrebbero appioppato i suoi consanguinei, tutti coloro che avrebbero dovuto naturalmente amarla senza alcun compenso e senza la spasmodica attesa della sua morte.

A tutta questa gente della domenica, coloro che attendono e soltanto attendono la festa della vita, maman aveva tirato un bidone megagalattico per la bocca inquinata di un vecchio notaio di Venezia, un uomo ricco di quattrini e ai ferri corti con la vita.

Devo riconoscere che io avevo conquistato il suo amore con la tenacia e la forza che sono necessarie sul fronte di guerra, perché maman non era una donna facile e malleabile, non era certo “farina da far ostie”, come si dice nel gergo veneziano.

E così e in quell’occasione i parenti di maman ebbero la possibilità di pensare che io ero una sporca negra e una fottuta puttana, un scena destinata a ripetersi nel giorno delle nozze con il generale Tirindelli, ma non si limitarono alle insolenze e passarono all’accusa di truffa e di plagio, impugnando il testamento nell’ultimo vano tentativo di raccogliere senza sudore e senza pudore quello che in vita non avevano seminato per incapacità di amare.

E gli anni fortunatamente passano e la Giustizia italiana ti aiuta a farli trascorrere senza angoscia proprio educandoti all’indolenza; e così, dicevo, dopo cinque lunghi anni quella marmaglia, i parenti prossimi e la compagnia degli affini, si è trovata con tanto dolore un bel “bilingo” nella parte più profonda del loro miserabile essere, non quell’anima che non possiedono, ma quel buco del culo che è l’unica garanzia della vera uguaglianza tra gli uomini, al di là del colore della pelle e dell’intestino retto.

Dopo aver consultato tanti periti e dopo aver letto altrettante perizie, il giudice dall’alto del suo trespolo aveva sentenziato con noncuranza e nel suo accento rigorosamente siculo che la signora “Immè Eleonora era capace di intendere e di volere, essendosi presentata da sola di fronte al notaio Martini Marino in Campo san Polo al numero civico 2.764 di Venezia e avendo redatto testamento alla presenza del suddetto”; maman si era recata dal notaio con le sue floride gambe e aveva usato la sua bella testa ben cinque anni e dieci giorni prima di partire per la luna.

Ne ero più orgogliosa che mai; non mi restava che prendere atto e tacere.

Il silenzio è dei forti, ma indispone tantissimo anche i deboli.

E così i parenti e gli affini furono sistemati nell’indifferenza del silenzio e nella brutta sensazione del bassofondo, mentre il mio riscatto va ancora orgoglioso di questa giustizia stranamente giusta degli uomini.

Questo è stato soltanto il primo round dell’incontro di boxe.

La storia non viaggia mai da sola e non è originale; la storia si ripete e si ripete continuamente, per cui, se si è saggi o ci si picca di tale dono, non bisogna mai meravigliarsi o cantar vittoria prima del tempo.

Mi sto riferendo al testamento di mio marito; so che lo ha rivisto e per quanto riguarda le sue disposizioni, anzi i suoi ordini, io dico soltanto “chi vivrà, vedrà”.

Sono stanca di subire affronti alla luce del sole o nell’ombra di una calle da parte di gente che si ritiene civile e superiore.

Io sono stanca e non ho più voglia di lottare.

Non voglio neanche pensare alla morte di mio marito, perché è un uomo puro, degno di rispetto e di amore, un uomo all’antica e con i suoi valori, un uomo a cui sono molto legata e che non merita la cattiveria degli imbecilli o l’intelligenza degli idioti.

Chi ci sarà, suppongo, che potrà divertirsi tantissimo, perché in questo caso di fronte al notaio Martini Marino in Campo san Polo al numero civico 2.764 di Venezia non si è presentata una mamma putativa con il desiderio di riconoscere se stessa attraverso la mia persona, ma un uomo anziano e maritato a una giovane donna negra.

Per tutti i giudici c’è già materia di discussione e di perizia, per tutti i malevoli c’è già materia di odio e di calunnia.

In tanta miseria la sola verità che mi consola è la realtà di ogni giorno: il vecchio generale è ringiovanito di trent’anni da quando è insieme a me e io nutro nei suoi confronti, oltre a un grande affetto, una profonda gratitudine.

Biagio ricambia i miei sentimenti in abbondanza ed è talmente premuroso che rischia di diventare assillante, un uomo che non si assopisce neanche davanti ai programmi televisivi e che potrebbe darmi ancora un figlio alla condizione che io fossi a posto con le mie cose.

Per tante storie e per tante angosce io non ho nessun rimpianto e sottoscriverei a tutt’oggi presso il miglior Lloyd di Londra la polizza per assicurare la ripetizione della mia vita.

Bonjour monsieur le docteur.