CAREZZA DEL VENTO

09 / 11 / 2.000

Per abitudine e per convenienza non porto orologi di nessun genere; da bambina sono stata costretta a vivere senza misurare il tempo in maniera artificiale e ho imparato ad afferrare il presente per quello che è e per quello che ti dà.

Il passato e il futuro sono inaffidabili compagni nel viaggio della vita, perché con molto “savoir faire” ti servono come antipasto l’angoscia e come primo piatto la nostalgia.

E così ho costruito, di volta in volta, le mie riflessioni sul tempo, pensieri di poco conto e idee elaborate da una povera negra, ma pur sempre produzioni artigianali di cui sono orgogliosa, nonostante il disprezzo che mi capita ancora di nutrire verso me stessa e in particolare verso il mio corpo.

Chi è privo di contraddizioni scagli la prima pietra.

E fu così che la terra si ricoprì di macigni.

Io rifiuto il tempo perché non conosco la data della mia nascita e mi è mancato, quindi, questo rassicurante punto di riferimento in tutto quello che succedeva intorno a me, sopra di me e dentro di me.

Io rifiuto il tempo perché facilmente mi perdo nelle sue malefiche spire e mi sento venir meno al pensiero di essere trasportata da forze inarrestabili; quando i miei sensi evaporano verso una dimensione indefinita e viaggiano su territori sconosciuti, immediatamente cerco la benefica bussola della ragione e le chiare direttive della coscienza.

La marea delle sensazioni mi procura un naufragio emotivo e non mi fa sentire padrona in casa mia, all’incontrario dei poeti che si perdono volentieri e con dolcezza nelle sfumature di un infinito molto vicino al nulla eterno o nell’esaltazione di assurde verità sempre collegate all’esaltazione dei sensi.

Intorno a me ho fermato l’inaffidabile tempo nei cicli vitali della natura africana e il principale riferimento l’ho fissato nel fiorire del “macai” per le promesse di un buon clima o nelle grida delle scimmie che partorivano per la soddisfazione degli spiriti della foresta.

Sono stata costretta a sentire il tempo inciso nel mio corpo con il “kunnalindu”, il primo sangue e tutte le amare violenze che sono seguite immancabilmente nella mia vita come i granelli del rosario di una povera suora in preghiera.

Da qualche anno il maledetto tempo si presenta ogni mattina nel corpo che sfiorisce, nei seni che si appesantiscono, nei denti che tremano, nella cellulite che imperversa, nel sangue che è agli sgoccioli, nei piedi che si riempiono di calli, negli occhi che non mettono più a fuoco, nello stomaco che è tempestato dalla gastrite, nel respiro che non fa il giro, negli orologi biologici che non suonavano al tempo giusto.

Mi sono sentita in compagnia del tempo maligno ogni volta che mi sono fermata a riflettere su me stessa, sulla mia condizione umana, sui miei bisogni profondi, sui miei fantasmi, sulle mie emozioni; in questi casi non mi sono compiaciuta della mia capacità introspettiva per il semplice motivo che si trascinava dietro un mare di sofferenza.

Rifiuto il tempo, ma non posso negarlo, per cui mi compenso disprezzando gli orologi che riempiono in abbondanza la mia casa.

Proprio così, perché la mia casa è piena di pendoli e pendole, di orologi a cucù e a sonagli, di cianfrusaglie di tutti i tipi che servono a misurare il tempo: il generale Tirindelli, mio marito, è un appassionato collezionista di questi lugubri simboli di morte.

Tutta la mia casa risuona di ora in ora dalle fondamenta e i vicini sistemano i loro orologi in base ai rintocchi che provengono dalla dimora Tirindelli.

L’ora esatta è in tal modo assicurata a tutto il quartiere, se non addirittura a tutto il sestriere.

I gusti sono gusti e bisogna rispettarli” diceva giustamente maman Immè in quella lingua latina di cui era padrona sopraffina e i cui termini in questo momento non ricordo.

Riconosco che rifiuto il tempo; eppure, nonostante la paura e il dolore, quando desidero smarrirmi penso al tempo e non allo spazio.

Allora mi perdo facilmente nel tempo dei ricordi, piuttosto che nei luoghi dove ho portato e quotidianamente faccio muovere il mio corpo.

In quei momenti vorrei che qualcuno mi trovasse tra i tanti eventi della sua vita e mi tirasse fuori da queste ragnatele per prendersi finalmente cura di me e soltanto di me.

Il mio altruismo si ammala e subentra il bisogno dell’esclusiva: io sono la sola persona al mondo che tu hai amato, che tu ami e che tu amerai.

Ancora più drastica si fa la mia pretesa con l’incalzare dei ricordi: io sono la sola persona al mondo che tu devi amare.

Chi sarà mai questo “tu” ?

Questo “tu” è il solito “lui” e si chiama Marcos, l’unico grande amore della mia vita, un amore vero soltanto perché su di lui ho investito tutta me stessa, a lui mi sono dedicata come una schiava e a lui sono rimasta devota come a un santo.

E Marcos non ha mai fatto e non fa miracoli: tutt’altro !

Smarrita tra le mille e mille esperienze della mia vita, tutte in ogni modo e sempre intensamente vissute, vado alla ricerca della bussola in un “qualcuno” che si prenda cura di me, così come io ho sempre fatto con gli altri per denaro o per passione, per ignoranza o per amore, per povertà o per nobiltà.

Tra tanta gente conosciuta nel bene e nel male l’unico viso che si ricompone dentro i miei occhi chiusi è sempre quello di Marcos; la sua immagine mi perseguita in ogni luogo e in ogni tempo.

Quanti uomini d’alto bordo e di poco calibro sono passati ripetutamente sopra il mio corpo e mi hanno dichiarato il loro amore; i miei clienti si innamoravano immancabilmente di me e io li ripagavo con l’essere una buona amante per non deludere i loro sentimenti.

Questo gioco e questa illusione rendevano più nobile il mio mestiere e più significativa la mia giornata; decisamente non ero sola almeno in quei momenti.

Nei quotidiani contatti del mio tipo sono riuscita a infilarci quel calore umano che sbiadiva anche il colore dei soldi e rendeva intimo un rapporto di per se stesso squallido; tanto calore umano serviva per la magra consolazione di essere almeno dalla parte giusta, di capire gli altri e di essere capita dagli altri.

Nella mia dignitosa carriera non ho avuto soltanto clienti, ma anche compagni di avventura e a volte di sventura, almeno fino a quando Marcos non è scomparso dalla mia vita.

Proprio così.

Da un giorno all’altro e senza alcun motivo Marcos è scomparso dalla mia vita e da quella delle altre puttane del quartiere del Brenta che lavoravano per arricchirlo.

In quel triste o lieto evento le mie compagne di disgrazia hanno messo in moto la fantasia sulla scia di quella vena superstiziosa che non manca mai nella casa dei poveri, ma la versione più probabile vuole che Marcos sia stato liquidato dalla malavita locale per una questione di territorio e di tangenti non pagate.

Io non ho mai voluto credere a questa tragica versione e preferisco pensarlo vivo e vegeto con i suoi occhi azzurri in Argentina ad allevare mucche e magari a cavallo di un’altra donna nella pampas sconfinata, piuttosto che immaginare il suo bel corpo sciolto nell’acido solforico.

Io l’ho sempre aspettato e lo aspetto ancora.

La libertà conquistata all’improvviso, senza volontà e senza merito, non ha quel sapore e quel valore che le sai dare se soffri tanto nel desiderarla.

Sono sicura che un giorno o l’altro incontrerò Marcos lungo una stretta calle di Venezia e alla richiesta di essere ancora sua, io non saprò dire di no e dirò ancora una volta di sì.

In ogni caso, al di là dei festeggiamenti o dei funerali, Marcos è veramente sparito dalla circolazione e a nessuno conveniva riportarlo in vita; neanche chi di dovere ha voluto aprire una lunga avventura giudiziaria, nonostante esista una circostanziata denuncia anonima sulla sua scomparsa.

Sul sistema giudiziario e sui servizi sociali italiani calo volentieri un velo di silenzio, non voglio parlarne, perché dovrei rivolgermi ai tribunali internazionali e non a uno strizzacervelli.

In effetti Marcos era il nome di battaglia di uno sfruttatore, ma nella realtà Marcos era il signor Nessuno, come Ulisse per Polifemo.

In undici anni, vissuti insieme in Italia, Marcos non ha lasciato alcuna traccia, una contravvenzione per divieto di sosta, una bolletta della luce non pagata, una ricetta medica, una fattura del meccanico, un contratto di locazione, una ricevuta di conto corrente, niente di lui è rimasto, neanche il corpo.

Chissà qual’era il suo vero nome !

Con i soldi delle sue puttane Marcos arrivava dappertutto.

Con i soldi delle sue puttane Marcos poteva riempire i crateri della luna dopo aver colmato quelli della terra.

Io lo incontravo ogni tre giorni nel nostro appartamento per far l’amore e per consegnargli la quota stabilita, quindi, non avendolo di punto in bianco più visto, prima sono caduta nell’angoscia più nera, dopo sono entrata totalmente nel panico e ancora dopo mi sono ritrovata con tanti soldi nel cassetto e con la possibilità di liberarmi dalla schiavitù dello sfruttamento e dall’ignominia della prostituzione.

Il dolore per la sua scomparsa è arrivato soltanto alla fine di un lungo travaglio e si presenta ancora oggi nei momenti in cui ho tanto bisogno di amarlo.

Rischiavo di cadere nelle grinfie di un lurido magnaccia come le mie povere colleghe e questo trasloco non lo avrei mai sopportato, perché per Marcos nutrivo un sentimento d’amore ed era questo che dava forza e senso alla mia sottomissione.

Del resto Marcos mi aveva a suo modo amato e mi aveva tenuta fuori dall’elenco dei suoi beni produttivi e dalla lista della sua contabilità: io non ero una puttana di strada e d’occasione, ma una troia di lusso, con il suo giro fisso di clienti per bene e il suo lindo appartamento con idromassaggio e profilattici profumati.

Marcos voleva la sua quota e io saldavo puntualmente quel debito che non avevo mai contratto con lui, un debito che ancora oggi in altro modo continuo a pagare.

Scomparsi nel nulla il mio uomo e il mio tiranno, avevo in un primo tempo pensato di consegnarmi alla polizia per essere difesa da eventuali ritorsioni o da nuovi padroni.

Volevo uscire dal giro devastante della prostituzione e rifarmi una vita con una nuova identità dentro e fuori di me, ma una mia amica e collega, che si era denunciata da sola per essere aiutata, era stata secondo la legge del tempo immediatamente arrestata per altri reati e di poi rispedita al paese d’origine come un pacco postale.

E anche vero che in certe situazioni non si sa bene quello che si vuole, ma non c’è cosa peggiore per una donna africana che ritornare nella miseria della Sierra Leone dopo aver assaggiato il pane dell’Occidente, un pane che, sia pur amaro e salato, è sempre un pane sicuro e soprattutto bianco.

Se chiedi di essere difesa dall’autorità costituita, sei trattata con inumana indifferenza e con disprezzo: un pezzo di merda da raccattare sulla strada e da buttare con un senso di schifo nella fogna.

Nella ricerca spasmodica di una soluzione ottimale avevo pensato di rivolgermi ai servizi sociali del comune ed ero anche andata, ma quando è arrivato il mio turno fortunatamente ho sentito una voce dentro che mi diceva di fuggire: così ho fatto e non ho avuto assolutamente modo di pentirmene.

L’assistente sociale era una donna in tailleur amaranto e una perfetta burocrate, ma soprattutto era una donna anziana.

Ascingha non si fida delle donne, soprattutto delle donne vecchie, nonostante maman Immè, e la ragione di questa avversione si legge ancora nella mia carne.

Sono ancora convinta che un maschio di qualsiasi razza non sa essere crudele come una femmina, se poi la femmina è una negra sottomessa, la crudeltà degenera nella violenza pura e cruda.

Quando sei e ti senti giustamente sola, vai a cercare aiuto anche in un anonimo ufficio dello stato, ma la burocrazia si è rivelata inutile e inaffidabile.

L’assistente sociale e il carabiniere non sono figure professionali qualsiasi e asettiche; l’assistente sociale e il carabiniere devono avere in primo luogo uno spessore umano perché trattano con persone sfortunate e di qualsiasi colore.

Se il disprezzo razziale lo trovi anche nei piani alti dei palazzi pubblici e tra i funzionari di un certo potere, allora per i poveri diavoli si prospettano tempi veramente più duri dei tempi già andati.

Sembra che il razzismo circoli nelle vene della gente con la stessa frequenza dei globuli rossi, specialmente in quelle degli italiani; quando ti dicono che non sono razzisti, è la volta buona per fuggire perché ti stanno già azzannando.

A volte la gente ti odia per fare qualcosa di trasgressivo, per darsi un tono, per avere un cipiglio, per compensare le frustrazioni e con estrema facilità è il negro, che inevitabilmente viene dall’Africa, a farne le spese rispetto al bianco che, ad esempio, viene dall’Albania o dalla Iugoslavia.

L’Africa è sempre in debito verso tutti i continenti del mondo.

Se gli idioti non ti odiano, ti investono con una micidiale indifferenza, oltretutto camuffata da ambigua tolleranza; se tu hai potere, però, e io da puttana ne avevo tanto, questi individui meschini diventano piccoli piccoli e si cagano sotto, come dicono a Bologna, e sanno leccarti benissimo il culo, come dicono ancora a Bologna, e per finire anche ti pagano come avviene nelle migliori contrattazioni della Borsa, sempre a Bologna.

Almeno un negro è stato educato a subire e non reagisce, ma un bianco superbo che lecca il culo a una puttana nera come l’ebano è veramente il massimo della satira civile, una vignetta degna del migliore Forattini su “Repubblica”.

Le tappe del mio riscatto umano non sono state impossibili, ma tanto sofferte e non sono passate attraverso le ambigue cure di un prete o di un suo interessato istituto di carità legalmente finanziato dallo Stato con novantamila lire al giorno per ogni ospite da salvare.

Io sono ancora una volta fuggita e ho inforcato il primo treno diretto in Sicilia, il luogo della mia esaltazione e del mio tormento.

In quell’isola avevo, infatti, assaporato il potere di esser donna, in quell’isola mi ero legata ad Aggun, in quell’isola avevo vissuto la mia prima stagione d’amore con Marcos, quella più sincera e priva di risentimento.

In Sicilia avevo lasciato uomini tristi e generosi; in Sicilia avevo visto occhi neri diventare lucidi quando le mie valigie erano state caricate sulla “mercedes” puntata verso il continente e con Marcos al volante.

In Sicilia, forse, qualcuno mi amava con discrezione; questo non l’ho mai saputo perché i siciliani sono enigmatici nella loro semplicità.

Sono rimasta sotto quel sole particolare appena il tempo per capire se avevo bisogno del potere della puttana Jasmine o dell’orgoglio di Ascingha.

Ho scelto il secondo e la tenacia della mia natura africana.

Io mi sono riscattata da sola, senza prete e senza assistente sociale, senza carabiniere e senza poliziotto; io mi sono riscattata con l’orgoglio e con un po’ di fortuna, quella buona stella con cui avevo un conto da tempo e di gran lunga in sospeso.

Dovevo solo attendere.

Il mitico treno del sole mi ha riportato nella nebbia dell’entroterra veneziano, nel mio appartamento di lusso con tutte le paure di ripiombare nei ricatti della malavita, ma Marcos aveva sistemato le cose per bene; almeno questo aveva fatto per me.

Per cambiare vita senza correre rischi, ero cosciente che dovevo cambiare luogo e alla svelta, ma non riuscivo a focalizzare cosa fare e come farlo, dal momento che qualcosa e in qualche modo avrei dovuto fare.

Dicevo prima del mio credito nei confronti della fortuna e mentre bevevo un caffè all’osteria “da Pino” il conto è stato in gran parte saldato.

Mi è capitata sotto gli occhi e sotto la tazzina l’ultima pagina sgualcita della “Nuova Venezia” e in particolare un’inserzione che qualcuno aveva accuratamente segnato in rosso con un pennarello.

Questo è stato il vero evento magico della mia vita e questo era il testo: “Gentildonna veneziana cerca giovane donna per servizio e compagnia”; a tanto buon cuore seguiva un numero di telefono.

Gentildonna, in effetti, lo era; veneziana, in effetti, lo era; nessuna bugia e nessun inganno, ma era anche una donna tanto superba e tanto difficile.

Questa donna sconosciuta faceva perfettamente al mio caso e avevo la speranza di fare io al suo caso.

Sentivo che era una questione di sintonia umana e io dovevo necessariamente fare al suo caso.

Io avevo bisogno anche di una madre e volevo una madre.

Parola di Ascingha !

Adesso sentivo la necessità di affidarmi a una donna e possibilmente anziana, una madre o un suo surrogato, quasi per verificare il mio sentimento di odio e per riparare un vissuto così drasticamente negativo e una convinzione così netta verso questa importante e ignota figura.

Del resto avevo mille e una ragione a persistere nelle mie idee, ma non ne vedevo la convenienza specialmente in questo momento così delicato della mia vita.

E fu così che ho incontrato la mia “maman”, la signora Eleonora Immè, da sempre professoressa emerita di italiano, latino e greco presso il prestigioso liceo classico “Marco Polo” di Venezia, una donna matura negli anni e di espressione teutonica, più che italica, un eccesso di precisione e un monumento di sicurezza in versione femminile.

Eppure sotto quella scorza color bianco pallido e intessuta di tinte giallognole si nascondeva la mia “maman”, la mia tenera “maman”; quella donna io l’ho amata e la amo ancora come quella mamma che non avevo mai conosciuto e quella donna mi ha amata come quella figlia che non aveva mai avuto.

Mi spuntano le lacrime e mi viene la pelle d’oca soltanto a parlare di lei, un chiaro segno che non sono pronta a ricordare la sua sagoma e la sua figura, un altrettanto chiaro segno che non ho ancora smaltito tutte le emozioni che mi ha regalato e tutta l’angoscia che la sua morte mi ha lasciato dentro.

Quella notte del nove novembre, trascorsa in dormiveglia davanti alla finestra sulla laguna seguendo con lo sguardo la strada che portava dritta dritta in cielo dopo un meraviglioso tramonto dipinto in rosso, quella notte è ancora impressa nella mia memoria come la scoperta del proprio corpo dopo essere rinati.

Mi ero appena appisolata dopo giorni di assistenza al suo capezzale e proprio in quel momento ho sentito il fruscio di un vento fresco e leggero sul mio viso; maman mi ha baciato ed è andata via con discrezione come le vecchie della mia foresta.

Non mi sono perdonata la debolezza di essermi addormentata proprio in quel momento, un senso di colpa in più, ma sento ancora sulle guance il suo dolce bacio.

C’est la vie, monsieur le docteur, c’est vraiment la vie.

Bonjour monsieur le docteur.

 

 

CAREZZA DEL VENTO

02 / 11 / 2.000

 

 

Alla stazione di Venezia ho incontrato una donna anziana, una vecchia: il termine “vecchia” è più significativo perché è carico di odio e di disprezzo.

Era una donna veramente vecchia con la colonna vertebrale ridotta a punto interrogativo e arrancava tutta storta con una borsetta bianca stile anni venti, un vero reperto d’antiquariato che ho visto negli armadi di maman Immé; la povera derelitta doveva raggiungere Mestre in treno e di poi l’aeroporto Marco Polo in corriera.

Vedendola stanca e impacciata l’ho aiutata ad arrampicarsi sui gradini del treno e a trovare un posto a sedere: il classico e antico servilismo dei negri.

E’ proprio inutile aggiungere che tutte le altre persone intorno, italiane per intenderci, non si sono accorte di nulla, essendo in tutt’altre faccende affaccendate o meglio essendo tutte prese dai cazzi loro.

Oggi sono in vena di volgarità, ma non importa; c’è di peggio dentro di me e i mali, si sa, non vengono mai da soli e non finiscono mai, per cui conviene andare avanti e senza commenti.

Ho tanta rabbia in corpo che sbranerei un elefante nano.

Dicevo che nessuno, dico nessuno e sottolineo nessuno, si è minimamente degnato di aiutare una povera vecchia in un paese pieno di vecchi come l’Italia e sostenuto economicamente dalle pensioni di vecchi abbandonati a se stessi, scaricati in una anonima casa di riposo o costretti a vegetare in uno squallido ospizio.

In Occidente non c’è rispetto per le persone anziane e si fugge, finché si può, dal pensiero della vecchiaia proprio facendo di tutto per diventare vecchi.

Si fugge dalle malattie e si esige immediatamente la salute senza lasciare che si formino gli anticorpi.

Ma non importa, perché queste sono riflessioni dettate soltanto dalla rabbia e non so il perché di questa mia aggressività, almeno per il momento.

Intanto andiamo avanti nella speranza che la grande Scimmia mi aiuti e qualche buon dio mi perdoni.

Dicevo che in quella vecchia ho visto uno spirito indomabile dentro un corpo tenuto ormai in vita dai processi chimici dei farmaci e della decomposizione; quel corpo conteneva ed esprimeva un’impressionante vitalità, una forza che supera ogni ostacolo e una sacra incoscienza che va in culo al mondo.

La vecchia gagliarda si recava a Taormina per un soggiorno in un villaggio turistico approfittando della bella e della bassa stagione.

Gli acciacchi, disegnati in rilievo sul suo corpo come in una carta geografica, non frenavano il suo spirito; tutt’altro !

La vegliarda si fiondava in maniera garibaldina in Sicilia per vivere la vita in maniera esagerata e fino all’ultimo briciola, alla Vasco Rossi.

Per inciso sono sicura che in Sicilia troverà maggiore affabilità e sacro rispetto.

Questo episodio ha ridestato nella memoria due momenti importanti della mia travagliata esistenza: il triste soggiorno a Taormina nelle vesti di puttana novizia per facoltosi turisti e le poche donne senza tempo, sicuramente giovani, del villaggio, le vecchie conosciute durante l’infanzia e nel tempo trascorso presso la mia gente in Africa.

E’ proprio così.

Le donne Isciu sono tutte senza tempo, perché sono vissute troppo e troppo in fretta con il calendario del loro corpo e del loro cielo.

Il dì e la notte, le piogge e la siccità aiutavano a fissare l’evoluzione del tempo, ma erano sempre il “kunnalindu”, la prima mestruazione e l’ingrossarsi dei seni a stabilire le tappe principali e significative nella vita di una femmina.

Di poi, di gravidanza in gravidanza, ci si avviava rapidamente verso la vecchiaia e si prendeva confidenza con la morte.

Io ho sempre visto girare tra le capanne e nella foresta soltanto bambine o femmine incinte; le vecchie erano poche e per questo motivo saltavano agli occhi, ma sono sicura che non avevano più quarant’anni, gli anni che io ho adesso secondo il mio primo documento d’identità, il passaporto francese.

Sono sicura che queste femmine senza denti, con pochi capelli, sterili, dalla pelle rattrappita, piene di cicatrici, bavose, sporche, folli al punto di terrorizzare gli uomini e i bambini, sono sicura che il corpo di queste poche vecchie non arrivava a mettere insieme quaranta primavere e sempre se avessero avuto la possibilità di contarle.

Nella loro disgrazia erano fortunate, perché erano sopravvissute alle tante femmine con le quali avevano condiviso le dure leggi di una cultura imposta dai maschi in piena regola con la conservazione della specie.

Ho già detto che il “bilingo” era il vero sovrano, il re della tribù e chi non lo possedeva, le femmine, era vittima del sistema per i riti cruenti a cui era sottoposto.

Con il “bilingo” il maschio andava in orgasmo e fecondava con negligenza le femmine del gruppo come il re della foresta, quel leone che, in verità, è il re dei parassiti.

Ho già detto che del dio “bilingo” le femmine erano vittime predestinate e soltanto vittime, perché una volta ingravidate avevano buone speranze di morire dissanguate dopo il parto.

Una vecchia non valeva niente, più che un peso da trasportare era proprio un niente, per cui poteva essere tranquillamente dimenticata o scartata in qualche angolo della foresta.

E le vecchie si lasciavano abbandonare con fatalistica rassegnazione e con la convinzione di ritornare a quella natura che non era stata certamente una madre nei loro confronti; le vecchie chiudevano con la morte il giro della vita secondo la sacra formula “io sarò il pasto di quell’animale della foresta che poi sarà ucciso dalla mia gente e la nutrirà.”

Questa legge valeva solo per le femmine, perché di maschi vecchi ne giravano tanti per il villaggio e per la foresta; il dio “bilingo” aveva sempre femmine a sua disposizione e al suo servizio.

Nella loro negligenza questi vecchi spesso si accompagnavano alle bambine ed esigevano prestazioni adeguate alla loro età che non facevano gridare allo scandalo o tanto meno alla pedofilia, perché, oltre al diritto, non esistevano il pudore e la fobia del sesso in una tribù dove la nudità e le pratiche sessuali rientravano nella normalità del vivere quotidiano.

Quello che al ricordo m’impressiona e ancora oggi mi dà i brividi è la rassegnazione con la quale queste vecchie si emarginavano e si lasciavano morire.

Si può pensare che dovevano soffrire molto, se la morte era la soluzione alla loro tragica condizione, ma in effetti erano femmine spente soprattutto nel cuore, femmine mai state vive.

Tra le foreste alle pendici dei monti Loma la mia tribù si spostava dopo la stagione delle piogge e fondava un altro villaggio anche perché le canne e il fango delle capanne non avevano resistito alle intemperie; ricordo che in ogni trasloco qualche donna senza tempo, vecchia o malata, rassegnata o folle, sdentata o calva, non seguiva il gruppo e restava in quel posto in attesa della morte per inedia.

Restava fredda e immobile tra quei cumuli di fango e di fasciame in balia dei topi, delle bestie feroci e dei serpenti; chi arrivava per primo aveva il pranzo assicurato almeno per quella giornata.

Se ti capita per disgrazia di morire in mezzo alla foresta africana, ricordati che prima arrivano i topi a roderti il cervello infilandosi nelle orbite degli occhi, in seconda battuta arriva lo sciacallo per ridurti a brandelli e alla fine arriva il povero serpente per ingurgitare quello che di intero resta ancora del tuo corpo.

Un senso di macabro mi assale al pensiero di questo scempio abitando nel verde Veneto, ma chi vive in Africa conosce bene quale fine aspetta il suo corpo quando muore nella savana.

La rassegnazione e la mancanza d’amor proprio di queste povere vecchie si infilavano dentro di me e destavano un senso di repulsione e un netto rifiuto; incameravo in una sola volta rabbia, nausea e angoscia.

Non mi restava che fuggire dall’altra parte dell’oceano, dove il benefattore, il bracconiere, il mercante, Marion soprattutto, insomma tutti questi ambasciatori della violenza dicevano che c’era un altro mondo, un mondo totalmente diverso dal nostro e da cui arrivavano gli specchietti per le allodole, lo spazzolino da denti, la cioccolata, il whisky, le sigarette, il latte in scatola, i biscotti, il chinino e qualche medicina.

Cosa poteva fare una bambina terrorizzata, con la “puta” scavata e per giunta negra ?

Assorbiva, assorbiva ancora e sognava di fuggire da tanta desolazione.

E così tra avventure e peripezie Ascingha si è ritrovata clandestina in Sicilia e trasformata con un passaporto falso in Jasmine Ainé, senza la tribù, senza i riti cruenti, senza la foresta, senza le dolci foglie di “macai” e in compagnia di Aggun: Ascingha e Aggun, due adolescenti alte come il bambù e nere come l’ebano, due atletiche figlie della foresta, indifese come le gazzelle e con i seni a punta.

Per fortuna o per disgrazia ci portavamo addosso il marchio d’infamia, la pelle nera.

E proprio nel “suregai” avevo incontrato l’amore, uno strano sentimento scoppiato tra le cassette di fetide sardine e destinato a Marcos, l’uomo che mi aveva comprato e a cui Marion mi aveva volentieri venduto.

Nella stiva putrida del bastimento Marcos, il sudamericano dagli occhi azzurri che sulle donne aveva buon gusto, volle subito assaggiare la bontà del suo ultimo acquisto senza la necessità di chiedere in spagnolo o in portoghese; il linguaggio del corpo è universale e, mentre mi prendeva sopra le umide reti, ho sentito con sorpresa che non era la solita minestra di dolore e indifferenza.

Quello che provavo era uno strano e sconosciuto piacere che si allargava a macchia d’olio dal ventre in tutto il corpo fino a scoppiarmi nel cervello in maniera più deliziosa della cocaina.

Era un orgasmo ?

Solo con Marcos ho provato e ho continuato a provare queste stupende sensazioni.

Mi sono chiesta se in tanta tempesta di ormoni influiva il fatto che a possedermi fosse un uomo bianco.

La risposta immediata era stata la seguente: non era la prima volta che stavo con un bianco.

Il benefattore, il mercante, il bracconiere trovavano senza alcuna difficoltà nel mio villaggio la femmina negra con cui accompagnarsi, con cui sbizzarrirsi e con cui raffreddare i bollenti spiriti: una trinità perfetta.

I bianchi erano diversi dai negri nella loro strana gentilezza e poi non erano indolenti o selvaggi, ti guardavano con desiderio, ti avvicinavano con discrezione, ti facevano capire con cortesia, ti accarezzavano con delicatezza e tu eri quasi grata e orgogliosa perché avevano scelto te e non un’altra femmina per appagare il loro desiderio.

Stupidamente ti creavi anche il problema di non farti dimenticare con una buona partecipazione e nella speranza che il giorno dopo lo stesso uomo bianco ti cercasse ancora per un altro giro nella colorata giostra del tuo giovane corpo.

Nel tempo ho capito che la seduzione dei bianchi era un’arte antica che provocava l’istinto femminile annidato da qualche parte anche in una femmina negra.

Marcos era stato il primo uomo bianco che mi aveva procurato una frenesia strana e mista a un altrettanto sconosciuto benessere nel sottopormi al suo istinto.

Paura e alleanza con il nemico ?

Ancora me lo chiedo e ogni volta rispondo che era amore.

Bisogno di essere protetta ?

Ancora me lo chiedo e ogni volta rispondo che era amore.

Marcos era stato con me dolce in tutto e per tutto; quella volta nel “Suregai” per me era stata la prima volta in ogni senso.

Mentre mi spingeva ritmicamente contro la rete da pesca al sobbalzare delle onde lunghe dell’oceano Atlantico, ho sentito una perfetta sintonia con il movimento del mare e ho perso la testa, mi sono abbandonata e ho ritrovato in un sol colpo i sensi smarriti e gli organi castrati.

Altro che lotteria !

Dopo è stato sempre come quella prima volta, una nuova prima volta anche senza la dolce culla dell’oceano.

Marcos era anche bugiardo, ma questa era la sua natura; del resto, quando ti leghi a un uomo, ami anche i suoi vizi.

Quasi corteggiato a distanza dalla guardia costiera, il “suregai” ha sbarcato il suo prezioso carico umano, le bertucce e le zanne d’avorio a Mazara del Vallo; la seconda tappa del mio calvario è stata la bella Taormina, una località turistica apparentemente poco adatta a due povere negre adolescenti.

Io e Aggun eravamo perplesse e le orbite dei nostri occhi si erano fatte più bianche per la paura e più lucide per la meraviglia.

Marcos aveva capito tutto e da uomo di mondo ci rassicurava nella sua lingua imbastardita con le parole adatte e i gesti giusti, con gli abiti nuovi e i documenti falsi, con l’insalata di polpi alla marinara e la pasta alle sarde, con le mutandine colorate di cotone e il reggiseno di pizzo, con un buon bagno caldo e il sapone profumato della Vidal, con una scatola di baci Perugina e un astuccio di profilattici Hatù, con il superfluo e i ferri del mestiere.

Di tutto questo lusso io non ho mai dimenticato la granita di gelsi, i cannoli di ricotta, le paste di mandorla, i fichi d’India, gli occhi neri e voluttuosi dei siciliani.

Cosa potevi chiedere al mondo ?

Era ovvio: la sicurezza, una maggiore sicurezza, quella sicurezza che non si comprava purtroppo in un qualsiasi supermercato.

A volte avevo l’impressione che io e Aggun avessimo addosso qualcosa di scimmiesco, soprattutto guardando i movimenti eleganti delle donne siciliane; volentieri trascuro i loro seni, per non rivivere un profondo senso d’inferiorità.

Si sperava sempre che arrivasse da qualche parte una maggiore sicurezza e una migliore convinzione.

Tutto era una miniera di sorprese; Alice si era trovata benissimo nel paese delle meraviglie e noi due insieme a lei.

Marcos era frenetico e ci faceva capire che saremmo rimasti per qualche tempo in Sicilia e che in seguito saremmo partiti per il continente, ma in effetti stava vendendo Aggun a un boss locale.

Marcos era bugiardo, ma era fatto così; questa era la sua natura.

Dopo alcuni giorni di ambientamento è cominciato il lavoro, il tempo necessario per inserirsi nel giro e trovare la protezione giusta.

Marcos non aveva mezzi termini nel chiedere la nostra collaborazione ed era molto chiaro nel prospettare il mestiere futuro a due adolescenti ingenue e disposte all’attività sessuale senza particolari traumi.

Io e Aggun eravamo meravigliate del fatto che questi maschi dell’Occidente rifiutavano la “puta” delle loro donne e desideravano la nostra, oltretutto pagando con quei soldini che per noi erano ancora carta colorata.

Quanto ?

Il nostro imprenditore era Marcos e nelle sue tasche girava tanto denaro e di tutti i tagli.

E così, in una dignitosa pensione della costa siciliana, in una stanza confortevole e attrezzata di un grande letto con le lenzuola di raso e di un lucido bagno con i rubinetti dorati, io e Aggun senza saper leggere e scrivere ricevevamo a modo nostro i ricchi turisti italiani e stranieri in vena di erotismo esotico e con naturalezza disarmante regalavamo tutto quello che i nostri occasionali amanti desideravano; la cosa non ci sembrava poi tanto sconvolgente o impossibile.

Non avevamo modo di pensarci puttane, perché tutte le persone che incontravamo erano molto gentili per carattere o per vergogna; in ogni caso erano molto affabili e ci facevano sentire importanti nel nostro strano ruolo.

E anche questa fu una bella sorpresa e una piacevole meraviglia, ma Alice, ragazza per bene, in questa avventura non era più coinvolta.

Io e Aggun assaporavamo il gusto ignoto del potere sui maschi, un senso temerario e trasgressivo che presso la nostra gente, gli Isciu, era impossibile vivere, un senso altrettanto inconcepibile come le lenzuola di raso e il bidet.

La nuova situazione elettrizzava beneficamente la nostra mente e il nostro corpo fino al punto di non avvertire più la diversità del colore della pelle; a una femmina negra, sia pur “buttana”, in Sicilia e dai siciliani non era riservato un sentimento ostile e un trattamento razzista, forse in ricordo delle tante dominazioni subite.

Il senso della razza te lo porti dietro da negra sin da quando i tuoi simili ti fanno capire che esiste una razza bianca: la magia del colore.

Il senso della razza te lo porti dietro da bianco sin da quando i tuoi simili ti fanno capire che esiste una razza negra: la solita magia del colore.

Mutando l’ordine dei fattori il prodotto purtroppo cambia, perché il bianco si sente superiore e il negro inferiore; la differenza non è di poco conto, ma dipende dalla solita magia del colore.

Da puttana di colore non ti senti disprezzata ed emarginata perché hai potere, un potere originale basato sul tuo corpo e in particolare su quello che ti ritrovi in mezzo alle gambe, un potere basato sulle debolezze dei maschi bianchi.

Com’è imprevedibile la vita e gli uomini che l’abitano !

Presso la mia gente l’essere nata femmina era la massima disgrazia, mentre in Occidente lo stesso destino biologico poteva ridursi a una discreta fortuna economica e a una gratificante posizione sociale.

In effetti la nostra forza si riduceva alla spontaneità con cui concedevamo il nostro corpo a chi aveva desiderio e denaro, uno schema culturale acquisito e un potere incarnato dalle donne occidentali sin dai tempi del cuculo.

Anche in questo caso valeva la legge di prima: presso gli Isciu la “puta” era da disprezzare e meritava di essere scavata con un coltellino di latta perché non vibrasse mai più, presso gli occidentali la “fica” godeva di un buon valore, di rispetto, di desiderio, in molti casi di venerazione e forse era anche quotata in Borsa.

E’ ovvio che queste considerazioni le ho fatte nel tempo, perché allora o in quel tempo l’unico linguaggio conosciuto era quello del corpo, il linguaggio universale con cui facilmente comunicavo e risolvevo qualsiasi imbarazzo specialmente da nuda.

Una notevole differenza tra noi e i nostri clienti era il senso di colpa riversato nella sessualità e il conflitto vissuto verso i bisogni del corpo; sempre nel tempo ho capito che questo tormento era uno dei subdoli danni causati dalla loro religione.

I poverini confondevano il sesso con il sacro, il peccato con la divinità, l’orgasmo con la colpa; in tal modo sentivano il bisogno trasgressivo delle puttane e se queste erano negre, ancora meglio, perché il piacere si colorava d’immenso e il senso del peccato andava a farsi fottere in un bordello più mistico.

In tanto trambusto dei sensi l’erotismo poteva venir fuori a garganella e specialmente se i presunti colpevoli riuscivano a entrare tramite il mio corpo in sintonia con il loro bioritmo.

Quando io e Aggun comunicavamo a Marcos queste particolari esperienze e queste nuove sensazioni, egli giustamente sosteneva che i nostri clienti erano nel profondo del cuore degli uomini soli, persone infelici che avevano bisogno della compagnia di una donna e a modo loro della gioia dei sensi; infatti, alcuni godevano nel vederci nude, altri nel toccarci, altri ancora nello spogliarci e il campionario di questa umanità originale si potrebbe allargare anche ai casi più pericolosi.

La gamma degli uomini era molto varia, ma aveva in comune la difficoltà a comunicare con una donna e il profondo bisogno d’affetto, per cui, violando tante leggi, compravano quello che non riuscivano ad avere per via naturale.

Incredibile !

Quante leggi violate per la buona dea “puta” e per il fascino perverso della “fica” !

Parecchi uomini si fermavano a parlare con noi e il bisogno di comunicare era talmente forte che non si accorgevano della nostra assoluta incapacità a capire un bell’accidente di tutto quello che vomitavano dal cuore, ma questo variopinto materiale, l’ho capito in seguito, è materia prediletta dei seguaci del dottor Freud o degli operatori di un Centro di igiene mentale.

Per le povere adolescenti che parlavano soltanto il linguaggio del loro corpo, l’ascolto non solo era proficuo, ma anche necessario per il futuro successo.

Marcos era molto abile a sostenerci e a suscitare nella nostra mente quella piacevole confusione che ci portava ad affrontare il delicato lavoro con il sorriso sulla bocca e il coraggio degli incoscienti.

Marcos insisteva sul fatto che avevamo bisogno di tanti quattrini, “beaucoup d’argent”, per trasferirci in Francia, il paese dove sarebbe stato più facile soggiornare e dove avremmo incontrato gente della nostra tribù, donne sparite all’improvviso dall’Africa e che in effetti non erano morte, ma avevano fatto prima di noi lo stesso viaggio della speranza per finire in un bordello di Marseille, di Nantes, di Parigi, di Versailles, di Bordeaux, di Montpellier, di Nice, di Saint Tropez.

Marcos, come al solito, aveva ragione sia per quanto riguarda la questione finanziaria, “beaucoup d’argent” e sia per quanto riguarda la questione lavorativa, “les putains”.

Non esisteva professione più decorosa che si sposasse con il tanto denaro, per cui era necessario lavorare bene e muoversi con abilità per spillare al massimo il vino dalla botte, i quattrini di uomini soli che parlavano una lingua che tu non capivi, ma che, tuttavia, sapevano farsi ben capire con le mani e con i gesti.

E tu per istinto e per convenienza non eri certamente da meno.

Il senso dell’illegalità, di tanto in tanto, si insinuava nella nobile convinzione di aiutare il prossimo con il nostro mestiere, un lavoro che non era certamente comune; quando il travaso dell’illegalità e della convinzione riusciva, avevi la netta sensazione di essere probabilmente dalla parte giusta e sempre in compagnia di una sana ignoranza.

Inizialmente io e Aggun ci siamo consolate e naturalmente assolte tirando in ballo il costume sessuale della nostra gente; l’abitudine a essere prede passive dei maschi nella foresta o nella capanna contrastava con il valore aggiunto dei preziosi bigliettoni della Banca d’Italia, degli Stati uniti, della Germania o di qualsiasi altra nazione disposta a collaborare all’emancipazione umana e sociale di due povere negre.

Il denaro affascinava la nostra ingenuità con il suo disegno e il suo meccanismo: un pezzo di carta colorata ti dava il potere di acquistare quello che volevi e magicamente si tramutava in oggetti di qualsiasi tipo, dal cibo all’abbigliamento, dalle medicine ai profumi, dal necessario al superfluo e per concludere con qualsiasi genere che appagava i tuoi tanti desideri.

Ma quello che ci sorprendeva sempre e comunque era il diverso valore della “puta” mutilata; nella giungla per i maschi Isciu non valeva niente, mentre in questo strano mondo chiamato Occidente era un bene costoso.

Chissà dove stava e dove sta la verità, visto che il mestiere più antico del mondo occidentale è ancora in voga e alla grande.

In attesa della dimensione che non esiste, ricordo che in quella lussuosa camera d’albergo di Taormina ho fatto felici con il mio corpo tanti uomini, tutti diversi e tutti ricchi secondo il vangelo di Marcos: un vecchio texano dal cappello a larghe falde e dai tanti pozzi petroliferi, un industriale tedesco dall’espressione dura e dalle batterie per auto, un politico italiano dal tatto viscido e dalle diverse presidenze, un commerciante argentino dagli occhi languidi e dagli infiniti vitelli, un dentista israeliano dalla bibbia facile e dalle protesi in ceramica pura, un finanziere francese dall’accento armonioso e dalle tante azioni in borsa, un giocatore d’azzardo dalla pistola facile e dai tanti mazzi di carte, un protettore siciliano dall’animo gentile e dal portafoglio a fisarmonica, un mafioso sempre siciliano dai capelli unti di brillantina e dalle guardie del corpo fuori dalla porta, un industriale francese di penne a sfera dal dolce “savoir faire” e dalla sbronza continua e altri, tanti altri, tutti diversi e tutti sfacciatamente ricchi e malati.

Spesso, dopo lo sfogo sessuale, percepivo di consolare con il mio silenzio qualcuno per i sensi di colpa che lo assalivano nei confronti della sua donna o per la vergogna che lo divorava al pensiero di aver abusato di una ragazzina che poteva essere sua figlia e oltretutto negra.

E’ cominciato così per me e per Aggun il bel mestiere, ma forse era finita per sempre la bella vita.

Marcos era felice e generoso con noi: regali e benessere.

Del resto bastava poco per due adolescenti che avevano avuto un bel niente dalla vita e che erano ancora alla ricerca della coscienza di quello che stava loro effettivamente piombando dal cielo come una meteora.

Marcos si accompagnava regolarmente con me e con amore; io filavo dietro i miei virtuali o reali orgasmi.

Taormina è stato ed è ancora oggi un bel ricordo per me: un paradiso in ogni senso anche perché ero insieme ad Aggun.

L’affetto che ci legava in quella breve e intensa parentesi della nostra vita era veramente sincero e sconosciuto; la freddezza degli Isciu si era dileguata nei nostri cuori come la nebbia sotto il sole della Sicilia.

Il trasporto emotivo era dettato sia dalle necessità in corso e sia da un forte desiderio di prendersi cura l’una dell’altra nei mille particolari di una giornata tutta da scoprire e tutta da conquistare.

Puttana era bello !

Puttana era bello, nonostante la grezza potatura dell’imene e del clitoride.

Puttana era bello perché rivalutava quella parte del tuo corpo che per educazione e per violenza disprezzavi.

Puttana era bello perché si sposava con quella funzione sessuale che ti dava finalmente potere sui maschi e non ti faceva sentire ancora una volta la loro vittima.

Finalmente ero diventata bella e attraente, desiderata e importante; i sogni a occhi aperti non erano ancora tassati dallo Stato e anche il delirio era democraticamente a portata di mano per tutti quelli che avevano voglia di sballo.

Il mio nuovo centro di gravità era concentrato nella “puta” e io potevo tranquillamente gridare a tutto il mondo che io ero la mia “puta” scavata.

La persona Ascingha si era ridotta senza alcuna vergogna alla sua deformità e poteva alla prova dei fatti gridare a tutto il mondo che i suoi buchi erano tanto apprezzati e ben retribuiti dai maschi bianchi.

Ma la bella Taormina, come tutte le cose belle, era destinata a tramontare e a trasformarsi di giorno in giorno nella più dolce parentesi della mia vita soltanto per il fatto che io e Aggun eravamo insieme ed eravamo una cosa sola.

Ma la bella Taormina, come tutte le cose belle, era destinata a non essere soltanto dolce, ma anche e soprattutto amara, tanto amara quando inesorabile è arrivato il giorno in cui uno strano cliente, poco gentile e poco nobile, mi ha portato via la mia Aggun per un incontro che ancora non si è concluso.

Quante lacrime ho versato senza capire e senza voler capire !

Proprio quando io e Aggun pensavamo di essere due principessine approdate dall’inferno nel mondo delle favole, proprio quando pensavamo di avere in pugno la nostra vita e la vita degli altri, proprio quando pensavamo di dominare gli uomini e le cose del mondo, proprio quando eravamo costrette a ricrederci sulle nostre disgrazie, proprio quando io e Aggun eravamo felici di essere una cosa sola, proprio quando e ancora proprio quando, allora è arrivato inesorabile il giorno in cui uno strano cliente, poco gentile e poco nobile, ha spezzato quel filo che ci legava e ci portava da tutte le parti e al suo posto ha lasciato il dolore della perdita e le catene della nostalgia.

Così è passata anche la bella Taormina e quando penso alla Sicilia e ai siciliani ancora oggi ricordo Aggun circondata dai suoi occhi neri e dagli occhi di tutti quelli che la desideravano.

E questo, credimi dottore, è vero dolore !

Credimi, dottore, questo è un sordo dolore la cui unica soluzione è anche in questo caso soltanto la morte.

E io sono ancora viva.

Pensa, adesso, a quante lacrime amare hanno versato e dovranno ancora versare questi miei occhi neri.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

26 / 10 / 2.000

Ieri mattina passeggiando in Canaregio, nei pressi della chiesa di santa Lucia, ho sentito una voce maschile che mi chiamava: “signora Tirindelli, signora Tirindelli, signora Tirindelli !”

Ho avuto all’improvviso la sgradevole sensazione di essere una sporca negra opportunamente riciclata nella perbene signora Tirindelli, una vera signora.

Notevolmente irritata mi sono girata e ho gridato al malcapitato: “Ascingha, io mi chiamo Ascingha e non ho niente a che fare con la signora Tirindelli.

Io mi chiamo Ascingha e sono la “carezza del vento”: punto e basta !”

Ero scissa e in piena crisi d’identità; me ne sono resa conto dalla reazione spropositata che, pur tuttavia, è uscita dal profondo del mio cuore.

Io sono Ascingha e almeno di questo sono sicura, perché è l’unica identità depositata nella mia memoria; tutto il resto è solo probabile e non metto la mano sul fuoco, perché può essere anche frutto della mia fantasia malata.

Chi mi chiamava era il generale di corpo d’armata Attilio Posdocimi, classe mille novecento ventiquattro, pluridecorato e attualmente in pensione, collega e grande amico di mio marito, il generale Biagio Tirindelli per l’appunto.

I militari italiani di una volta o erano tutti eroi o erano tutti imbroglioni; non ne ho conosciuto uno che non potesse vantare almeno una medaglietta di latta in qualche tipo di valore.

E poi tutti hanno combattuto per tutte le cause, dalla monarchia e dal fascismo alla repubblica e alla democrazia, dal colonialismo imperialista alla guerra civile.

E chi più ne ha, più ne metta sui militari e sullo spirito che li ha animato e li anima ancora oggi, nonostante il fatto che, facendo la guerra, vogliono darci la falsa immagine di operatori di pace.

E mi fermo qui con la tiritera, perché avrei tante rimostranze contro le forze armate e il cosiddetto stato sociale; nella mia vita di puttana sono stata tutelata dai poliziotti per indolenza o sono stata ignorata dalle assistenti sociali sempre per indolenza.

Da questo punto di vista gli italiani non hanno nulla da invidiare agli africani; basta fermarsi un mese in Sicilia o in Lombardia e ci si rende conto di come tutto il mondo si riduce a un piccolo paese.

Ritornando alle contraddizioni o alle stranezze dei militari, volevo dire che mio marito, il generale Biagio Tirindelli, è decorato con medaglia d’argento al valore militare sia per la campagna etiopica e sia per la Resistenza, è stato decorato sia da Mussolini e sia dalla Repubblica democratica; tralascio la serie delle croci e delle onorificenze che nel corso di una carriera infinita ha racimolato in ogni parte d’Italia e nelle occasioni più disparate.

Se si dovesse bardare come un cavallo in parata con tutte le patacche, più o meno nobili, che possiede o rimarrebbe inchiodato al suolo o penderebbe tutto da una parte come la torre di Pisa; la cosa dipenderebbe soltanto dalla disposizione, perché la quantità delle patacche è veramente notevole.

Questa, a esser sincera, non è farina del mio sacco, perché lo notava sempre e con perfidia maman Immè e non perdeva occasione per ferire l’amico generale; del resto, il generale si rifaceva alla grande portandosi a letto la domestica della sua perfida amica, Ascingha la negra.

Io sono sicura che maman Immè era nel profondo del suo cuore innamorata del generale Tirindelli; penso che anche una donna tutta di un pezzo come lei si poteva innamorare e, quando le capitava, si irrigidiva ancora di più quasi per nascondere questo increscioso sentimento e i vergognosi desideri derivati.

Tornando alle grida del generale Posdocimi e alla mia reazione isterica, il povero vecchio mi ha guardato perplesso e mi ha chiesto scusa di un qualcosa che sicuramente non ha capito e che soltanto io ho capito ma non giustificato.

Ero in preda a una strana eccitazione, una forma di tensione nervosa più consona al bordello mentale che alle rilassanti passeggiate nelle calli di Venezia durante l’ora dell’aperitivo.

Poi ho riflettuto sulla causa di questa mia frenesia e ho dedotto che, in effetti, ero notevolmente arrabbiata con mio marito per le sue immancabili richieste mattutine di erotismo: appena si sveglia, nel silenzio della stanza e nella complicità del letto, cerca il mio corpo con la mano, ogni volta immancabilmente nella stessa parte, per farmi capire che gradirebbe iniziare la giornata nel migliore dei modi, da buon guerriero che adempie il dovere di conquistare la sua donna.

Io sono fisiologicamente frigida da quando le maledette vecchie della tribù hanno scavato i miei genitali con un coltellino ricavato da un barattolo di latte in polvere portato da quegli uomini strani e vestiti come le donne con una sottana bianca, personaggi tutti particolari che erano e che sono ancora oggi i benefattori degli africani.

Io sono fisiologicamente frigida, ma solo con l’unico amore della mia vita, Marcos, mi concedevo ogni volta un orgasmo stupendo, reale o virtuale non importa.

L’uomo che ami ti trascina, ti trasporta dove vuole e sicuramente dalle sue parti e tu non hai alcun diritto di replica, perché subisci volentieri e godi di essere condotta nel ballo; si tratterà ancora una volta della solita sottomissione, ma almeno in questo caso è veramente indicata e proficua.

Mio marito alla sua venerabile età ha una virilità invidiabile e la nostra relazione è stata di natura erotica sin da quando ero al servizio della signora Immè, la mia “maman”, e il generale frequentava la sua casa prevalentemente per incontrare me, piuttosto che la sua grande ma vecchia amica.

Questa suo spiccato istinto è per me motivo di tensione quando sento di non volergli bene abbastanza e di essere la sua femmina solo per il fatto che con il matrimonio mi ha sistemato in ogni senso fino alla fine dei miei giorni e si è sistemato in ogni senso per il resto dei suoi giorni.

Niente si fa per niente.

La cosa è particolarmente squallida proprio nel suo esser vera.

Questo fatto mi addolora, ma la vita sessuale con il generale a volte rievoca il mio passato e non riesco a pensare ad altro, se non al fatto che mi dispongo soltanto fisicamente nei suoi confronti.

Se ripenso alla mia infanzia, ho piena coscienza che questa immagine di me stessa l’ho vissuta sin da quando nella mia tribù ho assunto il ruolo femminile di oggetto sessuale al servizio dei maschi.

La storia comincia in Africa e si evolve in Occidente quando divento, mio malgrado, una delle tante schiave di Marcos, l’uomo che resta, nonostante tutto, l’unico e il vero amore della mia vita.

Il sesso africano aveva una nota primitiva nel suo essere culturalmente naturale e privo di senso di colpa; lo facevo senza possibilità di scelta, lo subivo da qualunque maschio del villaggio che ne avesse distrattamente voglia o da qualunque mercante o impostore che ne avesse veramente voglia e notavo sin d’allora la diversità del trasporto che esisteva tra bianchi e neri.

Gli uomini bianchi mi piacevano sessualmente non perché godessi, ma perché erano più coinvolti nel desiderio e ti facevano sentire importante e poi, contrariamente a quello che si pensa, erano anche più capaci.

Se vivo male il trasporto di mio marito, mi arrabbio con me stessa perché devo subire le sue voglie e perché il suo desiderio evoca i fantasmi del mio passato, i traumi legati a quei soprusi che mi hanno umiliato per tanti, sicuramente troppi, anni della mia vita.

Io sento di essere stata puttana per mestiere e non certo per vocazione.

La parte di me ambita da tutti è stata immancabilmente il corpo, nonostante il mio essere negra e mutilata due volte nella mia intimità, una prima volta fisicamente con il coltellino di latta e una seconda volta psicologicamente con l’indolenza degli inetti.

Eppure oggi sono formalmente Jasmine Ainé in Tirindelli, oggi sono la signora Tirindelli, la moglie di un generale pluridecorato e una cittadina italiana.

Io dico sempre e ripeto che sono Ascingha e che mi chiamo Ascingha; Ascingha è dappertutto, mi perseguita, ma in effetti chissà dov’è andata a finire.

Almeno la signora Tirindelli è una rispettabilissima negra anche quando si sente in difetto con suo marito, ma Ascingha chi è ?

Ascingha era una giovane donna che si accompagnava con vecchi industriali pieni di soldi e in preda al desiderio di un esotico amplesso da un milione di lire al colpo, denaro che serviva poi ad arricchire Marcos, un altro imprenditore a suo modo, un manager di donne che come tutti gli sfruttatori girava in Ferrari testa rossa, ma lui era bello e buono; io avevo bisogno di amarlo e di essere la sua schiava anche perché aveva gli occhi azzurri.

Di certo la prostituzione non è il lavoro più antico della storia dell’uomo, perché secondo la Bibbia il primo vero lavoro è quello del giardiniere e soltanto con la civiltà è arrivato il mestiere della puttana.

A volte desidero ritornare in Africa, immagino la mia vita in Africa e alla fine penso che sarebbe stato meglio non essere mai nata; certamente non avrei conosciuto le amare verità scritte sulla mia pelle, la discriminazione razziale, lo sfruttamento umano da parte dei negri e dei bianchi.

Io sono una negra sola e non ho conosciuto alcuna forma di solidarietà, perché sono stata umiliata dai negri e dai bianchi.

Ma chi doveva amarmi ?

Chi doveva proteggermi ?

Chi doveva farmi riposare sul suo petto ?

Gli italiani sanno esternare disprezzo verso i negri con la stessa facilità e noncuranza con cui si dichiarano antirazzisti; è veramente sconcertante, oltretutto, la superficialità che trovi nella gente che ha responsabilità sociali e occupa il potere.

Se ti aspettavi di essere aiutata dall’ordine costituito o dai servizi sociali eri bella e fottuta, proprio bella e fottuta, le due qualità che conoscevo molto bene nel mio corpo e nella mia vita di tutti i giorni.

Giustamente e con criterio sono stata costretta a diffidare delle cosiddette autorità, specialmente quando sopra di me avevo una persona per bene e di potere che trafficava con il bassoventre alla ricerca di un piacere che si negava da solo.

E immancabilmente nei momenti di riflessione, momenti che tu non cerchi e che inevitabilmente ti capitano quando meno te l’aspetti, il pensiero struggente vola al famigerato e inutile “ah, se fossi rimasta in Africa”, “ah, se non fossi mai partita dall’Africa”.

E penso ancora che avrei preferito non nascere o morire giovane per un’infezione gastrointestinale, piuttosto che sentirmi una squallida troia e una sporca negra per il resto dei miei giorni.

Almeno in Africa la cultura si può camuffare con la natura e si può, di conseguenza, accettare quello che ti succede senza alcuna obiezione perché non sai chi sei e non conosci il resto del mondo, ma nel superbo Occidente la cultura non si evolve certamente nella civiltà, anzi premeditatamente degenera nella perversione e nella violenza.

Alla fine del tormento per consolarmi mi dico e continuo a ripetermi che io sono una donna eccezionale e ancora una volta che io sono una donna eccezionale, perché eccezionale è la mia esperienza umana: Ascingha la negra è passata dallo stato primitivo al top della cosiddetta civiltà nel breve tempo dei suoi quarant’anni di vita.

Potrei essere una nonna e raccontare tante storie ai nipotini, proprio io che non sono neanche mamma e non ho avuto il coraggio di tenermi i figli che la natura mi aveva per fortuna o per ingiuria regalato.

Maman Immè, l’intellettuale superba e la donna spietata, mi diceva sempre con amore che io ero una meravigliosa sintesi dell’evoluzione umana, un compendio di sette millenni di umanità, perché ho viaggiato in una sola vita dai riti tribali a “internet”, dal culto della grande Scimmia al rito di Satana, dall’infibulazione al trapianto dell’embrione, dalla fecondazione selvaggia alla clonazione.

Maman Immè era tanto preoccupata per la mia salute mentale proprio per questo motivo: io ho vissuto troppo e tutto in una sola vita.

Eppure la gente pensa e continua a pensare che io sono una povera negra con le labbra pensili e l’osso al naso, una cannibale che dice “badrone” al posto di “padrone” e che in ogni caso ha bisogno di un padrone a cui rispondere sempre di sì.

Ritornano i soliti pregiudizi culturali sulla razza inferiore che inferiore non è e che nella realtà è una razza intelligente e fortunata al punto che può evolversi di millenni in una sola vita, un’esperienza negata agli occidentali, servi della ragione, del progresso, del denaro e del sesso.

Io sono una persona istruita e non una zoticona ignorante, ho il mio abbonamento al teatro “Goldoni” e non voto per la “Liga” veneta, leggo “l’Espresso” e non sono comunista, gradisco l’ordine sociale e non sono fascista; tutto questo grazie a maman Immè, una donna occidentale.

Sono sempre più convinta che gli uomini diventeranno veramente uguali soltanto quando, fondendosi in ogni senso, riusciranno a essere di un solo colore.

Allora e soltanto allora il nostro mondo sarà veramente un bel mondo.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

19 / 10 / 2.000

E’ bello ricordare il tempo passato.

Rovistare nei cassetti della memoria ha un fascino particolare; il bene e il male, la gioia e il dolore, il dritto e il rovescio, il nord e il sud, tutti gli opposti e tutte le contraddizioni assumono la giusta collocazione e il degno rilievo.

I ricordi riempiono il sacco dell’esistenza e sostengono ogni persona con i mille dettagli che li contraddistinguono.

Si potrebbe quasi affermare che noi siamo i nostri ricordi o ancora meglio il cumulo organizzato dei nostri ricordi, altrimenti subentrano gli psichiatri e puniscono il tuo disordine mentale con dieci scatole di “serenase” da ingurgitare in un sol colpo.

E’ anche vero che non si può vivere soltanto di ricordi e che bisogna agire, fare, disfare, brigare, costruire i ricordi di domani con i fatti di oggi, ma la cosa più importante è avere sempre qualcosa da ricordare.

Si può ricordare o dimenticare se si è tanto vissuto e in questo caso si è anche più tolleranti: chi ha più vissuto, più sa e più comprende.

Se dimenticare è doloroso, perché significa perdere qualcosa di tuo, è tragico non aver niente da ricordare, perché vuol dire che hai vissuto poco e senza alcun coinvolgimento emotivo; forse anche la tua fantasia è ammalata.

I ricordi, pur tuttavia, possono degenerare in nostalgia se sono tanti e troppi: la virtù, come al solito, sta nel mezzo e la dose giusta fa sempre una buona torta.

Durante questa settimana ho pensato a Marion e dopo tutta l’aggressività scaricata contro di lei nella seduta precedente il mio odio si è progressivamente trasformato da desiderio di vendetta in bisogno di comprensione.

Ho ricordato, ho proprio ricordato senza rancore quel cordone di idee e di fatti che ha legato nel bene e nel male le nostre giovani vite in quel momento per me così importante, un momento che ha cambiato drasticamente il mio modo di essere e di esistere.

E così ho pensato a Marion e mi sono abbandonata ai ricordi lasciandoli affiorare dalla memoria senza forzature, senza trucco e senza inganno.

L’ho rivista nerissima nella sua pelle africana, vestita all’occidentale con pantaloni e camicia color cachi aperta al punto giusto, cappello bianco a larghe falde, mocassini in cuoio e soprattutto avvolta di tante parole.

Marion parlava tanto e parlava sempre; ascoltarla era un grande piacere.

Le sue non erano semplici parole, ma morbide sferzate sulle spalle degli schiavi.

Le parole uscivano dalla sua carnosa bocca e si muovevano come una nuvola sopra la sua testa quasi a formare l’aureola di una santa cristiana; il fascino era tanto e, se non ti lasciavi prendere, avresti sicuramente perso un’occasione importante per vivere sognando.

Marion arrivava come una consolazione durante la stagione delle piogge e la sua presenza era sempre gratificante; il nostro incontro avveniva dentro una capanna e l’eccitazione cresceva con l’incalzare dei suoi racconti.

Mentre il fango delle pareti si scioglieva e dal tetto di canne l’acqua sporca scivolava sui nostri capelli crespi, Marion riusciva a far sognare gli occhi spenti, magari appena usciti da qualche infezione o dalla febbre malarica, delle povere adolescenti, proprio noi che attendevamo soltanto di poter sognare e sognavamo immancabilmente di fuggire.

Marion conosceva bene l’arte di far vivere agli altri i suoi fantasmi e la fuga era il sottofondo musicale del suo desiderio di evadere da una triste e avara realtà; noi la seguivamo volentieri e a ruota libera.

Ed era tanto più convincente, quanto più era falsa.

Marion era una bella donna negra del Senegal; l’accento francese imbastardiva la sua lingua e rendeva più fascinoso il personaggio.

Aveva tanti modi di essere e di atteggiarsi, di tacere e di parlare, di camminare e di sedere, di masticare e di toccare; tra questi tanti modi c’erano anche quelli della diversa, della trasgressiva, dell’eroina.

Marion raccontava, raccontava sempre e immancabilmente ti catturava nel midollo.

Raccontava che si era ribellata alla legge religiosa del Corano e alla legge civile del suo popolo, quella legge religiosa e quella legge civile che sin da bambina la volevano schiava, come al solito, di un maschio.

Ma lei cercava un uomo, un uomo da amare e da cui essere amata, il grande amore.

Per non restare vittima di questo fanatismo religioso e di questo opportunismo culturale, Marion, dopo che era stata venduta dalla sua gente per una pipa di tabacco al maschio che la voleva, era riuscita a fuggire dalla casa in cui era stata rinchiusa sotto il controllo spietato delle vecchie e nella speranza che riacquistasse l’uso della ragione, la ragione del maschio naturalmente.

Marion aveva sconfitto anche il nemico più infido, l’invidia delle femmine vecchie.

Con l’aiuto interessato di Jean-Claude, un uomo occidentale e un mercante di donne, il suo vero uomo e il solo uomo da lei amato, Marion si era liberata dalla schiavitù di una povera famiglia in Senegal per realizzare il desiderio di una famiglia tutta sua in Provenza.

Ignorava che il suo bel Jean-Claude era un bugiardo e aveva destinato il suo corpo a un rinomato bordello di Marsiglia situato in rue de la Concordie sul lungo boulevard che dal quartiere De Gaulle porta al porto, il porto delle meraviglie in ogni senso.

Di famiglia, di bimbi, d’amore, di fiori in tavola e di libertà nel perfido cuore del mercante francese non si trovava traccia neanche nell’elettrocardiogramma.

Jean-Claude, in effetti, aveva soltanto bisogno di Marion per la tratta delle negre; lei aveva il giusto fascino, era una dea nera, conosceva le lingue parlate negli angoli più remoti dell’Africa, era un’ottima civetta.

Per una nuova misteriosa forza del destino o della natura Marion, una donna negra, si era inserita nella parte giusta e si era ritrovata senza accorgersene nella parte sbagliata per amore di un maledetto uomo bianco.

Fu così che Marion era ritornata nel suo ruolo naturale di vittima predestinata; era, infatti, scampata all’abbrutimento del maschio negro che l’aveva comprata ed era caduta nello sfruttamento di un maschio bianco che l’aveva conquistata.

Di conseguenza aveva fatto di necessità virtù e aveva accantonato i suoi desideri di donna e di madre in un paese ricco e senza tanti scrupoli si era trasformata in un carnefice proprio alleandosi con il nemico che amava; era in tal modo diventata un ambiguo e sottile negriero che sapeva parlare in simultanea da sovversivo e da criminale, una donna negra dalle forti passioni, una donna negra dolce e amara come le foglie di “macai” dopo la prima pioggia.

Marion si era illusa di non essere una vittima e si illudeva ancora di diventare una donna libera; per questo motivo sapeva illudere anche le povere bambine a cui le vecchie della tribù avevano già scavato la “puta” per tutelare il potere del maschio, quelle adolescenti che sognavano di fuggire dalla servitù e di conquistare la libertà, di non vegetare ma di vivere.

Il corpo è la prima coscienza politica; un corpo castrato non ha alcun diritto, è soltanto un oggetto tra i tanti che esistono in natura o nella civiltà dei consumi, un corpo castrato è già stato scartato, per cui finisce tra i rifiuti; può capitare che, se non hai la fortuna di essere castrato dagli altri, provvedi da solo a ridurti un oggetto degli altri.

Ripenso sempre con rabbia a quelle povere bambine ancora senza mestruo che le vecchie rendevano con un’orrenda mutilazione pronte per il “bilingo”, il solo dio della nostra sopravvivenza e il vero feticcio della nostra tribù.

E così, senza raccontare storie di nessun tipo che potessero giustificare questo martirio, ma soltanto per il gusto della pura violenza, le vecchie mutilavano le bambine non delle braccia o delle gambe, come si usa oggi, ma di quella parte del corpo che disponeva alla gioia di vivere.

Rivedo gli occhi sanguigni e avidi della vecchia che incideva i miei organi genitali con un coltellino di latta e sento ancora le braccia irsute dell’altra vecchia che mi immobilizzava in una morsa degna di un lottatore.

Il mio odio monta come la panna e trabocca fino a desiderare la morte di entrambe per lunga agonia.

Adesso le bambine erano pronte come le leonesse per il piacere del pigro leone.

In tanta disgrazia Marion si inseriva nelle pieghe del nostro cuore come una buona sorella e come una buona maestra; sapeva dire le parole giuste per consolarci e proporre l’unica soluzione per riscattarci, la fuga.

E noi eravamo affezionate sorelle e ottime allieve, bambine castrate e pronte a ricevere il coltello affilato che sarebbe servito a tagliare la gola delle vecchie e il grimaldello giusto che sarebbe servito a spezzare le catene della schiavitù.

Eravamo delle adolescenti promosse femmine e in attesa di essere ingravidate come capre dai maschi della tribù.

Il lavoro era stato ottimo e ben riuscito.

Eravamo femmine da fecondare, non donne o tanto meno madri, perché non avevamo alcun potere e l’istinto materno si era sciolto nella notte dei tempi sotto i raggi del sole africano.

Io ho avuto una madre e un padre; io non ho mai conosciuto mia madre e sul padre non è il caso di impostare alcuna discussione.

E allora sia benvenuta ancora una volta Marion !

Ho abbandonato i vecchi carnefici e sono fuggita con i nuovi aguzzini per avere anch’io il reggiseno di pizzo e gli slip trasparenti, i profumi e i foulard di Marion, ma soprattutto per essere Marion e avere la vita di Marion.

Io mi ero immedesimata a tal punto nella sua persona che avevo smarrito la mia già precaria identità dentro la sua immagine e avevo ritrovato dentro le sue premure quella madre mai avuta che consiglia, ispira e protegge.

Marion era una madre e una sorella; anche lei aveva la “puta” scavata da un coltellino di latta arrugginita, anche lei aveva rischiato di morire di tetano per la stupidità degli adulti.

L’Africa era stata ed era ancora una volta puttana con le sue figlie, ma le sue figlie Marion, Ascingha, Aggun, Kinda, Pingala, Takei e tutte le altre senza nome non erano state puttane con l’onesta Africa.

Quell’Africa chiedeva ancora alle sue figlie più belle e ingenue una ribellione inutile, una stupida rivolta destinata a un altro penoso fallimento e a un altro disastroso naufragio.

Chi fugge ha sempre torto.

La fuga è sempre una colpa.

Ascingha era una bella figlia dell’Africa nera, una bella bambina negra che aveva già fatto in tempo a essere seviziata ed era in attesa soltanto di essere riempita dai maschi del villaggio.

Questa non era la dura legge della natura o la dura legge della giungla, ma la legge della prevaricazione umana e della violenza culturale.

Io non sapevo da quanti anni ero in vita e non conoscevo chi mi potesse amare, avvertivo una vaga esigenza di essere di qualcuno e che qualcuno fosse per me, io ero di tutti, ma nessuno era per me.

Di due cose ero certa: il mio nome era Ascingha ed ero una bella femmina.

La prima convinzione derivava dal fatto di essere stata chiamata sempre in quel modo e la seconda l’avvertivo dal desiderio con cui mi palpavano gli uomini bianchi che costantemente capitavano nella nostra foresta, benefattori o mercanti era poco importante perché alla fine con tutti immancabilmente si recitava la stessa storia o la stessa farsa.

I maschi della tribù non destavano in me alcun interesse e alcun compiacimento perché erano indolenti come i leoni della savana e mi consideravano una loro preda in ogni senso.

La sensualità e la passione sono movimenti spontanei del cuore e reazioni naturali del corpo.

La sensualità e la passione non hanno niente da spartire con gli obblighi e tanto meno con i doveri, altrimenti sei ridotta a oggetto del piacere degli altri, una troia.

In entrambi i casi non sei coinvolta in alcun modo e devi soltanto riconoscere che sei legata a qualcuno e a qualcosa.

Io non ero puttana quando stavo con i negri della mia tribù e ho fatto la puttana, non certo per mia scelta, quando sono arrivata nel malefico Occidente, il solo luogo al mondo che usa il paradiso e l’inferno negli spot pubblicitari.

Lasciandomi fottere per natura e per cultura dai negri della mia tribù sono stata benemerita e giustificata in tutto e per tutto; lasciandomi fottere a pagamento dai bianchi non ho trovato alcuna storiella da raccontare a me stessa e in mia difesa.

Con i bianchi mi sono sentita sempre schifosamente inferiore nel profondo del mio cuore di negra, eccezion fatta per l’unico e vero amore della mia vita, Marcos.

In un modo o nell’altro ero destinata a essere un oggetto e a fare la volontà degli altri.

Ero preparata a sottomettere in ogni senso il mio corpo ai negri e mi sono trovata a venderlo ai bianchi con tutto il ribrezzo che quotidianamente vomitavo su me stessa per il senso di inautenticità che conosce e capisce soltanto una donna costretta a vivere nell’anonimato e a concedersi a tutti per arricchire i suoi assassini.

In ogni caso ho continuato a stimare poveri sia i negri di ogni età che ti cercavano per bucarti con indolenza a tutte le ore e in tutti i luoghi, sia i bianchi che ti cercavano per pagare la loro incapacità di amare una donna.

Con il tempo ho accettato di essere bella e pronta soltanto per l’uomo bianco: io negra dovevo essere sempre schiava, la schiava di un bianco e non di un negro.

Il senso della schiavitù era nel mio sangue; in ogni modo dovevo essere una vittima e non riuscivo a pensarmi diversamente, nonostante le tante fantasie che il tempo e il luogo offrivano a una bambina africana.

Marion conosceva bene il terreno da coltivare e si può sicuramente riconoscere che aveva seminato su zolle ben concimate.

Ascingha non valeva niente in Africa, ma era una miniera d’oro in Occidente.

In Africa Ascingha avrebbe partorito un figlio ogni dieci mesi e lo avrebbe abbandonato in mezzo agli altri bambini della sua tribù, in Africa Ascingha sarebbe sicuramente morta di parto nello spazio di dieci gravidanze e, se avesse avuto la fortuna di essere sterile e d’invecchiare, Ascingha avrebbe tagliato con un sol colpo di coltello l’imene e il clitoride alle bambine pronte per il maschio.

Devo riconoscere che questa è una verità, una dura verità, ma è pur sempre la mia verità: l’Occidente mi ha salvato dalla morte precoce e dall’inedia, dalla morte del corpo e dalla morte del cuore.

Il prezzo è stato altissimo e altrettanta la convenienza.

Ascingha non valeva niente da povera donna africana, ma era una miniera d’oro in Occidente.

Ascingha era soprattutto molto bella, un vero affare per i mercanti che ben conoscevano i gusti perversi degli uomini bianchi e soprattutto il colore dei loro soldi.

Ascingha era alta, affusolata, elegante come una gazzella della savana.

Solo l’incavo della “puta” era decisamente brutto, ma non si vedeva e per gli uomini che abitavano al di là del mare non era uno sfregio sgradevole, visto l’uso che facevano di se stessi e delle donne.

Ho fatto tanta fatica all’inizio della mia strana attività a capire che gli uomini bianchi desideravano e pagavano profumatamente la parte deforme e insensibile del mio corpo.

La diversità è il sale della terra ed è un bene di tutti quelli che, al di là del colore della pelle, ancora ragionano; per gli altri, i tanti altri, ci sarà soltanto fanatismo, violenza, intolleranza e razzismo.

E così e da parte mia la bellezza e l’esigenza della libertà, da parte degli altri la brama e il gusto della ricchezza, mi hanno spinto lungo la pista che attraverso le foreste dei monti Loma porta ancora al mare della Guinea per approdare finalmente a Dakar.

Era il mio primo viaggio, un viaggio guidato da Marion e fatto insieme alla mia dolce Aggun, l’unica persona della tribù che vivevo come una sorella e che non potevo certamente abbandonare come Mutu in un mondo infame e senza luce.

Ah, se non fossi stata bella !

Ah, se non mi avessero castrato !

Ah, se non avessi sentito il bisogno della libertà !

E’ vero e di questo devo essere convinta: Ascingha sarebbe già morta di parto o di “aids”, di colera o di tifo, di malaria o di sifilide, se fosse rimasta in Africa a marcire dentro una capanna impastata di fango, canne, paglia e merda di elefante.

Ascingha era buona in Africa per essere fecondata come una gazzella ed era buona in Europa per essere distrutta dalla sete di ricchezza di alcuni poveri uomini e

dall’immaturità affettiva di tanti poveri uomini.

In ogni caso Marion era in malafede e non aveva alcun diritto di vendermi come schiava a una banda di trafficanti.

Marion deve morire, se non per riscattare la mia sorte, quanto meno per vendicare quella di Aggun.

Quest’odio e quest’attesa danno ancora oggi forza e senso alla mia vita.

Bonjour monsieur le docteur.