CAREZZA DEL VENTO

12 / 10 / 2.000

I deboli sono il pasto dei forti; “ubi maior, minor cessat”, diceva sempre maman Immé al povero medico di famiglia quando a suon di milioni arrivava da Milano il grande professore per diagnosticarle ancora una volta gli stessi mali e per cambiarle soltanto la combinazione dei farmaci.

Maman Immé soffriva di disturbi cardiocircolatori e di una terribile artrosi alle gambe che la costringeva negli ultimi anni a letto; il suo grande cuore e le sue forti gambe non servivano più ad amare e a girare il mondo dentro Venezia.

Maman Immé era morbosamente legata alla vita ed era, di conseguenza, terrorizzata, come tutte le donne bianche, dalla morte o meglio dal pensiero della morte, per cui entrava in depressione alla sola idea di non trovarsi più in mezzo alle calli e ai campielli della sua Venezia, la città che amava con lo stesso trasporto di Atene.

Quando la sua mente pura era inondata da questi pensieri neri, andava in angoscia e non respirava più come Mutu.

Allora io sapevo, il tempo me lo aveva insegnato, che dovevo rialzarla sul cuscino, porgerle un miracoloso sorso d’acqua, abbracciarla con delicatezza, stringerla teneramente al cuore, sussurrarle parole d’amore e in particolare dovevo dirle che io ero vicino a lei, che non l’avrei mai abbandonata, che non doveva aver paura di niente finché sentiva il mio abbraccio e, pensavo con autoironia, il mio odore di negra.

Altro che “bentelan” rosa !

Effetto portentoso dell’amore umano !

Il rantolo si scioglieva nel respiro, l’affanno e i fischi si risolvevano in una serie di sospiri, dolcemente maman Immè si addormentava e il suo viso diventava liscio come quello di una bambina baciata dalla fortuna di essere diventata vecchia all’improvviso e senza il tempo di esserne cosciente.

Allora mi dicevo che Mutu non era passato e ritornato invano nella mia vita, perché avevo capito la tremenda lezione del suo sguardo.

Dicevo prima “ubi maior, minor cessat”; in Occidente questo concetto si può definire libertà democratica, ma per chi ha vissuto nella foresta questa formula esprime una dura legge di natura, la più ingiusta che si possa concepire, ma sempre una fondamentale legge di natura.

Quale natura ?

La natura della foresta o la natura dell’uomo ?

La natura della foresta ha i suoi spiriti e alla loro benevolenza ogni uomo timoroso si affida; la natura umana ha i suoi fantasmi e necessariamente ogni uomo per difesa rischia di diventare violento e crudele.

La natura umana è la peggiore delle creature uscite dal ventre della grande Scimmia o dai pensieri di un dio.

Una tempesta o una malattia sono doni, ingrati quanto vuoi, della natura anche quando danno la morte; un uomo è soltanto un crudele assassino quando uccide un suo simile semplicemente perché ne ha coscienza.

Io sono stata uccisa ogni volta che mi hanno costretto a dare la morte: dalle donne africane a Marcos, dalla foresta al lettino di una mammana, sempre mi sono sentita l’ultima degli ultimi, una sporca negra che uccide o abortisce; in quest’ultimo caso se l’emorragia non ti risparmia, nessuno ti piangerà.

Ogni volta che sono stata costretta ad abortire mi sono chiesta perché non c’era un maschio ad assistermi, un falso dottore che nel profondo del suo cuore poteva anche essere obiettore di coscienza; l’unica risposta al mio stupido quesito è stata che in questi pietosi casi una femmina sa essere crudele e rigida al punto giusto, mentre un maschio è soltanto disarmante nella sua ingenuità.

Tu sei sdraiata in quel maledetto lettino, un letto mozzato dagli insulti delle povere donne, nuda e con le gambe aperte, la posizione più vulnerabile che il corpo di una donna possa esprimere, guardi in alto e scopri gli occhi azzurri di una mammana che traffica dentro la tua “puta” con il manico di un aspirapolvere o con i ferri per la maglia e non capisci se quegli occhi erano gli stessi che hai visto maniaci nei maschi che hanno sempre cercato il loro piacere sopra il tuo corpo.

Quegli occhi crudeli ho visto tutte le volte che per amore ho ucciso.

Marcos non voleva figli e io ancora devo capire se la sua era una libera scelta o la paura dei mancati guadagni legati alla mia gravidanza.

Io ero la sua puttana e la sua donna nello stesso tempo; come puttana gli consegnavo per contratto cinque milioni a settimana e come donna lo amavo sin da quando mi ero imbarcata per la Sicilia e avevo incontrato i suoi occhi azzurri sopra il mio corpo di gazzella.

Marcos aveva gli occhi azzurri.

Con lui, solo con lui, riuscivo per suggestione a vivere l’orgasmo, nonostante la mia mutilazione: la psiche fa miracoli nel bene e nel male.

Per convincerlo a lasciarmi tenere il figlio, ogni volta che mi scaricava davanti alla casa della morte per abortire, mi scioglievo in suppliche e in lacrime, gli promettevo che avrei continuato a lavorare e con maggior profitto, perché i miei clienti erano attratti dal far sesso con una donna incinta e, se poi era una negra, lo sballo era assicurato insieme a una tariffa più alta.

Immancabilmente mi ritrovavo con una ferita aperta e una colpa in più, un ovaio in meno e un utero sfibrato, ma sempre devota come una santa a un uomo che non voleva un figlio da me semplicemente perché avrebbe dovuto fare i conti con i suoi sentimenti di padre e i suoi floridi guadagni; io penso che non avrebbe sopportato che suo figlio avesse come madre una puttana.

Eppure immancabilmente Marcos mi fecondava con precisione chirurgica e con perversione inconsueta; egli era abile anche nel provocare il suo istinto paterno e nel negarlo, dal momento che si sentiva appagato dal buon esito del suo seme dentro di me.

E io da buona negra lasciavo fare e ho sempre lasciato fare al pensiero che fosse amore.

E io da buona negra non sono stata diversa dalle donne della mia tribù per stupidità o per paura della solitudine.

Io ero una bambina debole e soltanto con il tempo ho acquistato una forza incredibile per sopravvivere, ma oggi mi ritrovo a essere una donna fragile e piena di sensi di colpa.

Nelle situazioni più tragiche mi ripetevo che ero la creatura più forte del mondo e che come Kuntakinde ce l’avrei sempre fatta, se non altro per potermi vendicare; l’odio mi dava energia, tanta energia.

Dall’odio ho attinto sempre quella forza che oggi non riesco a trovare neanche al supermercato nel bancone delle trippe, forse perché ho perdonato tutto e tutti, forse perché ho avuto la fortuna di conoscere l’amore, forse perché sono una povera negra, forse perché sono un’incurabile malata di mente e basta.

Io oggi sono l’ombra di me stessa.

Io non mi riconosco più”: queste parole uscivano dalla bocca di una povera donna bianca, una mia vicina di casa, prima che si tuffasse dal terzo piano in preda alle allucinazioni degli psicofarmaci che ingoiava a gogò per curarsi la depressione.

Anch’io mi dico e mi ripeto che sono l’ombra di me stessa e che non mi riconosco più, ma non ho il coraggio di uccidermi in nessun modo perché io sono già morta e non solo una volta, ma tante volte.

Spesso penso che i miei atteggiamenti cercano la compassione degli altri e che la mia infelicità tenta di provocare nel prossimo un meschino senso di pena.

Eppure non cambierei mai la mia vita con un’altra vita; la mia vita è stata eccezionale e io ne sono fiera.

L’orgoglio non è una dote dei negri, ma io sono un’eccezione.

I deboli sono il pasto dei forti”: così disse la leonessa alla gazzella mentre le squarciava il fianco con i suoi denti aguzzi.

Ubi maior, minor cessat”: così disse il leone alla leonessa sottraendole la preda.

C’è sempre qualcuno più forte e più in alto che ti può far male e, se non lo fa, è solo perché è pigro; per trovare un dio non c’è bisogno di volare in cielo.

Il potere è su questa terra ed è sempre dei violenti.

Nel tempo ho capito che ero una bella gazzella della foresta, alta, affusolata, i seni a punta e le cosce lunghe; gli unici difetti, l’esser negra e mutilata, erano compensati dalla richiesta venale che veniva dai maschi occidentali e, quindi, diventavano ulteriori pregi nella mia semplice riflessione.

Della mia razza possiedo la mandibola pronunciata e le labbra rigonfie, i tratti delle scimmie, ma io sono Ascingha, la carezza del vento, una donna negra della foresta e appartengo alla tribù Isciu; ancora oggi sono molto bella, nonostante il tempo e le sofferenze.

Secondo Marion io sin da adolescente ero buona per fare la puttana in Europa, io ero un bene della natura che doveva trasformarsi in un affare degli uomini, io ero un’eroina greca da sacrificare al dio quattrino, un dio di altri.

Tutto questo rientrava nel vangelo di Marion, una negra rinnegata e la civetta dei trafficanti di schiave.

Marion ha deciso la mia vita e nessuno mi ha difeso; io ero pienamente caduta nella sua trappola.

Marion adesso deve morire, deve pagare le sue colpe in nome di Ascingha, di Aggun, di Guen, di Memuna e di tutte le donne negre senza clitoride che ha costretto per sopravvivenza adAggun,foresta,giungla,macai, aprire le gambe davanti a uomini malati e a essere sfruttate economicamente dai suoi complici.

Marion deve morire !

Io la cercherò in lungo e in largo per il mondo, la troverò in qualche puzzolente bastimento che dall’oceano Atlantico viaggia ancora verso il mar Mediterraneo in compagnia di altre adolescenti negre da vendere come puttane presso i popoli civili del vecchio continente, la trascinerò nella foresta dei monti Loma e la darò in pasto ai topi e ai serpenti legandola all’albero del dolce “macai”.

Marion deve morire e io sento il dovere di vendicare migliaia di donne negre ridotte alla schiavitù, costrette a prostituirsi per arricchire uomini violenti e umiliate nella loro dignità umana.

Se questo è un delirio o un segno del mio squilibrio mentale, ebbene, io sono felice di essere pazza; quest’odio e quest’attesa danno forza e senso alla vita che ancora mi resta, una vita da consumare lontana dall’Africa e in una città, Venezia, che non amo e in mezzo a gente che non mi ha mai amato e che io non ho mai amato.

Il bilancio è sul tappeto davanti ai miei occhi ed è nettamente fallimentare al di là delle apparenze, ma si sa che tutto quel che brilla non è sempre oro o diamanti anche se proviene dalla Sierra Leone.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

05 / 10 / 2.000

Per tutta la settimana sono stata angosciata da questa immagine: lo sguardo implorante di Mutu.

Questa scena non mi ha abbandonato un solo istante del giorno e della notte.

Come se tutto questo non bastasse, stamattina ho rivisto Mutu al supermercato negli occhi pieni di pianto di un bambino negro che chiedeva una scatola di cioccolatini alla madre, altrettanto negra e povera come la miseria.

Ho rivisto lo stesso sguardo implorante di Mutu prima di abbandonarlo ai topi e ai serpenti della foresta in quel maledetto giorno.

Ho sentito subito l’odore dell’Africa misto al dolore del ricordo; quella donna, quella madre era originaria del Senegal, Dakar per la precisione, una città che nella cartina geografica si trova sopra la mia prima casa.

Mi sono sentita salire dalle budella l’istinto di caccia e con malagrazia ho investito di parolacce in lingua Isciu questa madre ingrata che per una scatola di cioccolatini faceva piangere il proprio figlio, un bambino così dolce, così bello e così indifeso.

La donna ha decifrato dal mio tono buona parte delle insolenze e da negra sottomessa si è fatta da parte e mi ha permesso, penso anche volentieri, di comprare quello che il bambino desiderava, una scatola di barrette al latte della Kinder.

Incredibile, ma vero: quella povera negra non aveva duemilaquattrocentoventi lire per comprare un astuccio di cioccolatini al proprio bambino.

Io sono orgogliosa e tirannica: buon sangue non mente.

Ho detto al direttore del supermercato, un mezzo uomo dalla testa rapata, che in futuro avrei risposto finanziariamente io, Jasmine Tirindelli, per tutto quello che la sorella africana e il suo tenero bambino avrebbero desiderato.

Sono titolare di una carta “oro” della C.I.S.A. e il credito è illimitato; questo lo dico e lo affermo tanto per intenderci e per mettere i puntini sulle “i” !

E il direttore, una mezza cartuccia dalla pelle sbiadita, sa molto bene che la mia è una carta “d’oro” ed è bene che non lo dimentichi.

La donna africana si chiamava Garit e il figlio aveva un nome occidentale, George; è stato un vero delitto aver privato il bambino della sua identità africana, perché dal colore della pelle capirà sempre che il nome non gli appartiene e lo rende inevitabilmente un bastardo.

Io l’avrei chiamato Misciu, “colore della pioggia quando c’è il sole”.

Ma Garit e George per me non erano Garit e George.

Ho pensato che in effetti erano Aggun e Mutu; Garit e George si chiamavano Aggun e Mutu ed erano venuti a trovarmi in segreto per scrutare la mia reazione, ma io li ho subito riconosciuti e sono stata al loro gioco soltanto per non deluderli.

Se ci provano gusto a giocare, non vedo il motivo per cui io non debba stare al loro gioco; conosco le regole del gioco, per cui lasciamoli giocare.

Si vede da mille miglia che sono Aggun e Mutu: altro che Garit e George.

Che fantasia, Garit e George !

E’ proprio vero che la vita nella foresta aizza l’immaginazione a dilatarsi all’infinito.

Aggun e Mutu fondamentalmente non mi perdonano di averli abbandonati o, meglio ancora, non mi perdonano di non aver fatto niente per non abbandonarli.

Cambia come vuoi l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia: Ascingha è stata bastarda e continua a essere bastarda.

Adesso vogliono giustamente punirmi.

Ma io finalmente posso riscattare le mie colpe e per farmi perdonare li riempirò di cibo e di regali.

Sarà anche facile riavere il loro affetto, perché le donne africane sono remissive e i bambini negri sono teneri, ma soprattutto adorano la cioccolata perché non sporca il loro viso.

Non esistono al mondo donne così dolci come le donne africane e bambini così belli come i bambini negri; li riconosci subito dai seni a pera e dagli occhi grandi.

Non esistono al mondo donne così dolci con le gambe allungate e i polpacci rigonfi.

Speriamo che non diventino schiave o puttane.

Non esistono al mondo bambini così belli con gli occhioni bianchi e le pupille nere come i bambini negri.

Speriamo che non diventino mai grandi.

Quando crescono, i bambini negri diventano brutti e crudeli come le scimmie con cui hanno giocato nella foresta.

Quando crescono i bambini negri si trasformano in esseri inferiori, perché la loro pelle ha assorbito fino in fondo il colore.

Io non mi vergogno di essere negra.

Non ho più voglia di parlare; sento che oggi c’è qualcosa che non gira bene nel mio cervello e voglio risparmiarmi la derisione che inevitabilmente mi cadrà addosso quando ripenserò alle idiozie che ho detto.

Mi fermo volentieri e chiudo con dignità.

Oggi non è la giornata giusta per perdermi piacevolmente nei ricordi, perché mi sono abbondantemente smarrita nella realtà.

La memoria è anche una pessima compagna di viaggio.

Ritorno a Venezia.

Bonjour monsieur le docteur.

 

 

CAREZZA DEL VENTO

28 / 09 / 2.000

Ieri, durante il pranzo, il generale Biagio Tirindelli, mio marito per intenderci, ricordava che ai disertori era comminata in tempo di guerra e con processo immediato la pena di morte per fucilazione e si vantava di aver dato egli stesso in alcuni casi l’ordine di sparare sia da giovane tenente nel deserto durante la compagna d’Etiopia e sia da affermato capitano nelle verdi colline del Veneto durante la Resistenza.

Si vantava” !

Ho detto bene, “si vantava” e lo vivo con raccapriccio questo “si vantava”.

Io lo trovavo semplicemente assurdo e ho avuto paura dell’uomo che mi stava accanto, di quell’uomo vanaglorioso e violento che sosteneva con passione la sua crudeltà e giustificava fanaticamente l’assoluta giustizia della pena di morte, sia pur in tempo di guerra.

Ingenuamente gli ho chiesto se avesse mai sofferto di incubi e se nei suoi sogni si fossero mai presentati i volti disperati di quegli uomini che aveva fatto fucilare, seduta stante e senza difesa, per l’effimero bene della patria e per l’ignobile senso del dovere.

E’ seguita una squallida discussione sulla pena di morte e sul suo uso inumano in tempo di pace e in alcuni paesi civili del mondo; il discorso si è poi trascinato con ulteriore pena sulla schiavitù dei negri africani e sulla crudeltà dei bianchi americani.

Da quando ho cominciato a capire e a riflettere, ho nutrito un’avversione ragionata verso la variopinta razza degli “united states” e noto sempre con piacere che da buona negra quest’ostilità calcolata diventa anche viscerale e mi compiaccio del fatto che mi si infila nelle budella e mi esce dal buco del culo sotto forma di diarrea.

Perdoni la volgarità dottore, ma non so trovare altre parole per dire quello che veramente sento.

E poi il linguaggio colorito è per la povera gente l’unico condimento della minestra quotidiana, quella solita minestra che è stata sempre servita ai più deboli e agli indifesi senza il sale della ragione e senza il pepe del buon senso: altro che amore universale o diritti umani !

Il sentimento dell’odio verso tutti i negrieri si esalta nel ricordo delle mie radici, dei miei padri, delle mie madri, dei tanti maschi e delle tante femmine con la pelle nera e le labbra pronunciate che dall’Africa sono stati trasportati in catene e dentro le stive dei bastimenti al di là dell’oceano dai mercanti bianchi, ma, nel momento in cui aspetto che l’ostilità cresca, avverto chiaramente un senso di rabbia contro la mia stessa gente e contro tutti gli africani dalla pelle nera e dalle labbra pronunciate, perché non si sono mai ribellati ai loro aguzzini e si sono lasciati trasportare in catene e dentro le stive dei bastimenti al di là dell’oceano dai mercanti bianchi come se fossero delle scimmie.

Concludo che noi negri africani siamo stati e siamo un razza inferiore e carne da macello, perché non ci siamo mai ribellati a quel padrone bianco che ci ha sempre annientato a suo piacimento.

Una negra africana che odia la sua razza non può che odiare in primo luogo se stessa e forse sarà vero anche questo, ma io non ho mai desiderato di avere la pelle bianca.

Io sono un animale selvaggio della foresta e una carezza del vento, per cui mi strofino sulle chiappe tutte le congetture che si possono tirare fuori dai mille discorsi delle persone cosiddette per bene e civili, cumuli di parole che non portano a niente di chiaro, di vero, di certo e d’immediato.

Almeno spero che sia così.

Ricordo che durante la fuga Marion parlava di Freetown, la capitale della Sierra Leone che allora non conoscevo; diceva che il nome significava “città libera” e che era stata fondata da ex schiavi negri ritornati in Africa dall’America.

Il mio paese è stato fondato sul valore della libertà da ex schiavi orgogliosi del colore della loro pelle e dell’odore del loro sangue, ma gli africani di oggi non penso che siano effettivamente liberi ed emancipati; la rivincita delle crudeltà e delle angherie, subite nel tempo passato dall’uomo bianco, si è trasmessa nei geni, ma si è ritorta contro i propri fratelli neri.

Io odio la mia gente, io odio le mie radici, ma sono orgogliosa dell’odore del mio sangue e del colore della mia pelle; io sento addosso la vergogna implacabile di essere fuggita dall’Africa, di avere abbandonato la mia terra, di essere l’ingrata figlia di una madre a suo modo generosa.

In questi momenti mi assale la nostalgia e mi viene il mal d’Africa, il male presente di un male antico, l’Africa.

La fuga è sempre stampata sulla mia pelle e in qualsiasi luogo io porto il mio corpo si legge: “questa donna negra è colpevole di essere fuggita dalla sua terra e di essere andata in Occidente tra gli uomini bianchi per farsi sfruttare come i suoi padri.

Questa donna negra, quindi, non merita alcuna comprensione, ma soltanto la giusta punizione.”

E io fuggo ancora, fuggo sempre e mi nascondo perché non posso camuffarmi in nessun modo: il colore della pelle, il nero, mi tradisce dappertutto, ma non in Africa.

La fuga non è mai una soluzione e tanto meno la giusta soluzione specialmente per chi ha la pelle nera.

I problemi non si risolvono partendo da un inferno alla ricerca di un paradiso che non troverai mai e soltanto perché esiste nella mente degli ebeti.

La fuga è la strategia dei poveri e dei deboli; io mi sento povera, ma non sono debole e la mia vita conferma la mia forza in ogni sua conquista e in ogni suo dolore.

Fuggendo sentivo di cambiare in meglio e in tutti i sensi, ma avvertivo anche la colpa di chi lascia gli altri per salvare se stesso, di chi non ha più diritto di replica perché è andato via dalla propria casa, di chi ha soltanto il torto marcio di aver rinnegato le proprie radici, di chi, per vivere un po’ di più e per morire un po’ più tardi, ha tentato inutilmente di dimenticare se stesso in mezzo a persone ostili e di un altro colore.

Chi fugge mostra il culo, ma chi ritorna mostra la faccia.

Questo è mal d’Africa !

Questo è il vero mal d’Africa: parola di africana !

Navigando dentro la stiva maleodorante di quel bastimento chiamato “suregai”, “amante del mare” quasi a esorcizzarne la paura, stretta ad Aggun pensavo in positivo filando dietro i suggestivi messaggi di Marion, la civetta della banda, l’anello africano della tratta delle negre, un maledetto traffico che arricchisce pochi criminali e non interessa i benpensanti del resto del mondo.

Tra le zanne d’avorio di poveri elefanti e alcune bertucce rinchiuse in gabbia c’eravamo noi, alcune ragazzine negre, sporche e mezze nude, che sognavano le illusioni di Marion con gli occhi di Marion, la sola persona conosciuta e con cui si poteva comunicare.

E Marion, dall’alto dei suoi pantaloni in jeans e della sua maglietta attillata, diceva con calma e per rassicurarci: “sopra l’Africa nera c’è l’Europa bianca, la terra della libertà e del benessere, al di là dell’Africa nera c’è l’America variopinta, la terra dei nostri padri; voi andate in un mondo che non riuscite neanche a immaginare e che io non posso descrivervi.”

Marion aveva un album di fotografie a cui mancava la parola, ma che a suo modo parlava da solo: donne bellissime e uomini affascinanti, città e palazzi, luna park e centri commerciali, macchine e autostrade, insegne luminose e progresso, coca-cola e pop-corn; tutto questo era a portata di mano e bisognava soltanto afferrarlo andando da un’altra parte del mondo, al di sopra e al di là dell’Africa.

Il benessere era dappertutto, ma non era in Africa.

Chissà perché, il benessere era dappertutto, ma non era in Africa.

La stessa Marion, ben vestita e ben curata, era lo specchio della nostra futura immagine; noi saremmo diventate tante Marion come le Barbie messe in fila a Natale nella vetrina di un negozio di giocattoli per attirare l’ingenuità delle bambine e per assolvere i sensi di colpa delle madri.

Marion gridava con forza a chi supplicava una parola di conforto in tanto trambusto: “voi migliorerete in tutto, andate finalmente verso la civiltà e verso il progresso.”

Non c’era alcun motivo per essere perplesse e angosciate; Marion era ben visibile e a portata di mano e tu potevi struccarle le natiche o palparle i seni, se avevi bisogno di capire che eri sveglia e che non stavi sognando.

Tutto era certo, non c’era nessun trucco e nessun inganno; Marion era lì, in carne e ossa, insieme a noi e soltanto per aiutarci a ribaltare i nostri destini di adolescenti infelici e povere in vite reali di donne ricche ed appagate.

Nessun dubbio aveva ragione di esistere nei nostri cuori, più che nelle nostre ignare menti; nessun punto oscuro aveva ragione di esistere in tanta luce.

Marion riempiva i nostri occhi impauriti di un’eccitazione oscena, animava le nostre speranze con la forza dell’evidenza, gonfiava a dismisura i nostri sogni con l’ossigeno della realtà, dava fiato a ignoti desideri maturati all’ombra di opportunità soltanto immaginate, portava la luce della coscienza dove prima c’era il buio dell’ignoranza.

Ma noi non sapevamo di entrare in Occidente da schiave.

Noi non sapevamo di andare nel paradiso degli altri.

Noi non sapevamo di andare nell’inferno degli altri.

Noi non avevamo paradiso e inferno, oltretutto di noi stesse e delle nostre cose ignoravamo quasi tutto, ma qualcuno stava preparando anche il nostro inferno.

Ho detto giustamente “da schiave” e non “da puttane”, perché la sessualità per noi adolescenti della foresta africana non era un tabù culturale e non comportava assolutamente un conflitto morale o un peccato religioso come nei cuori mutilati degli abitanti del mitico Occidente.

Nella nostra stupida adolescenza eravamo già femmine nostro malgrado e senza alcuna vergogna, eravamo già femmine sessualmente mutilate e navigate senza alcuna colpa.

Nella nostra stupida adolescenza eravamo istintivamente portate come le leonesse della savana a essere l’oggetto del piacere dei maschi di qualsiasi età, in qualsiasi momento e in qualsiasi modo.

Ho detto all’italiana “oggetto del piacere”, in francese “objet du plaisir”, in inglese “plaisure object”, in tedesco “gegenstand der leidenschaft, in spagnolo “objeto do prazer”.

Dimenticavo !

Certo, non a caso stavo dimenticando che nella nostra cultura esisteva da sempre un maledetto rito, oltretutto cruento, che relegava le donne al ruolo biologico di femmine, il “kunnalindu”, la castrazione delle bambine.

Le femmine degli Isciu non erano donne, ma soltanto strumenti sessuali, femmine e basta.

Le poche e maledette vecchie della tribù, quelle femmine che la morte aveva dimenticato perché ancora non avevano espiato le colpe commesse contro la loro stessa natura, nel giorno in cui decidevano che una bambina era pronta per il maschio, la trascinavano nella foresta e con una selce affilata o un coltellino di latta le tagliavano alla radice grandi labbra e clitoride, gli organi del piacere, per poi completare l’opera incidendo l’imene, se ce n’era bisogno.

La bambina, forse, aveva vissuto sei o sette volte la stagione dell’inverno.

Questa cruenta e crudele operazione chirurgica acquistava il macabro sapore della superstizione, un rito condito con il sale del sacro, una sacralità servita nella versione primitiva della stregoneria, per cui era ritenuto un pesante sacrilegio ribellarsi alla volontà della Madre Natura o della grande Scimmia.

Lo Spirito della foresta esigeva la continuità del rito e chiedeva sempre giovani vittime per il suo riconoscimento; i ministri del culto erano quelle donne che avevano superato la soglia della fertilità e del desiderio, ma non quella della gelosia e del rancore.

A tutti gli effetti l’essere femminile era sacrificato al potere culturale del maschio.

Quest’ultimo rinunciava al senso di potere legato alla deflorazione e assoggettava definitivamente le femmine del gruppo al suo piacere e al suo piacimento, ritenendole soltanto femmine e imprigionandole in questo ruolo biologico.

E così ancora bambina ti trovavi incinta senza capire cosa ti era successo e senza sapere il come e il perché; ti avevano riempita tanto e in tanti.

La condanna alla maternità era in molti casi una condanna a morte; se riuscivi a schivarla, era pronta per te una nuova gravidanza senza variazioni sul tema e tutto fino a quando non tiravi le cuoia sotto il bel cielo africano e nell’indifferenza della tua stessa gente.

La sterilità era una fortuna per una femmina, perché le permetteva di continuare a vivere senza il rischio ciclico di morire; pur tuttavia, prima o poi i maschi si accorgevano della sua fortuna e la rifiutavano di brutto o perché non aveva l’odore giusto per attizzare il “bilingo” o perché aveva la capacità di frustrarne l’orgoglio.

I maschi Isciu non avevano il senso della paternità, ma possedevano alla grande l’istinto di procreare e, di istinto in istinto, il cetriolo andava sempre a infilarsi nel culo del povero ortolano.

Quando ne parlavo con maman Immè, ricordo che lei tirava in ballo le teorie di Darwin, ma il perché in questo momento mi sfugge.

La maternità era una condanna a morte e la preparazione della bambina per il maschio era un rito infame, una pratica messa in atto dalle stesse femmine secondo le regole di una violenza culturale che si risolveva in una forma di sottomissione al maschio; le femmine si castravano tra di loro e soltanto in questo modo affermavano la loro presenza all’interno del gruppo.

La femmina non era soltanto assoggettata in tutti i modi e in tutti i sensi, ma era anche coinvolta direttamente nel suo martirio, il ”kunnalindu”.

La femmina era, inoltre, indegna del suo corpo e del suo orgasmo; in poche parole non aveva il diritto naturale di godere della sua sessualità, perché il privilegio maschile si estendeva a macchia d’olio anche sull’aria che con discrezione respiravi.

Nascere maschi era la sola miserabile fortuna che poteva capitare a chi era già stato disgraziato per essere nato in Africa e tra povera gente.

Noi femmine, oltre che negre e castrate, eravamo già schiave per cultura e subivamo il potere dei maschi secondo un principio biologico innaturale ed elaborato nella notte dei tempi dagli stessi maschi.

Noi femmine non eravamo state certamente consultate sulla necessità metafisica del “kunnalindu” o tanto meno sull’opportunità erotica dello stupro o tanto meno ancora sul principio filogenetico della fecondazione perpetua; in compenso questa sessualità negligente e questo piacere a senso unico erano privi di sensi di colpa, perché non infrangevano le leggi di uno stato che non c’era o i comandamenti di un dio che non esisteva.

Era una magra consolazione, ma almeno i sensi di colpa non potevano attecchire nei nostri poveri cuori; da questo punto di vista e soltanto da questo punto di vista io posso gridare a pieni polmoni e a chi mi provoca “viva l’Africa” e “abbasso l’Europa” e il resto del mondo civile, perché, mi ripeto, almeno i sensi di colpa e i divieti sulla sessualità non abitavano presso i popoli incivili.

Noi femmine africane, oltre che negre, eravamo costrette, più che educate, sin dall’adolescenza a vivere la “puta” come un organo inferiore, oltretutto mutilato e sensibile soltanto al dolore, ed eravamo naturalmente portate a giustificare questa triste realtà come un oscuro segno del destino femminile in un mondo occupato da maschi violenti.

Noi femmine africane assorbivamo i riti e i costumi sessuali della nostra tribù come una necessità naturale e spiegavamo tutto quello che ci cadeva addosso e ci succedeva intorno con la realtà dei fatti e con l’impossibilità del diverso o del diversamente; del resto, non riuscivamo a immaginare altri modi di intendere la propria persona, di vivere il proprio corpo, di organizzare la propria vita e di sentire la propria sessualità.

Ci avevano fregato nella notte dei tempi e continuavamo a fregarci da sole nella luce quotidiana, ma senza l’intervento di un dio cattivo che non gradiva che tu facessi “pen-pen” con il maschio che ti cercava.

L’orizzonte del mondo per noi femmine Isciu si chiudeva con la linea arcuata dei monti Loma e con la linea orizzontale della verde savana, mentre l’universo si estendeva al cielo che amorosamente, nel bene e nel male, ci ricopriva.

La nostra incapacità a pensare e la nostra debolezza a reagire facevano la forza e il successo di Marion o di tutti i benefattori delle femmine negre.

La nostra fatalistica naturalezza sessuale, non certo la nostra perversa disinibizione, era incredibilmente destinata a una nobile missione: assolvere le antiche debolezze sessuali di quei mitici uomini dell’Occidente che avevano debellato il tifo e la malaria, ma non sapevano fare a meno dei benefici effetti di una “puta” esotica per il loro “bilingo” malato.

E fu così che sbarcammo in Sicilia da schiave, per svolgere la nobile missione di puttane.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

21 / 09 / 2.000

Ho sofferto moltissimo durante questa settimana; il pensiero della morte mi ha seguito dappertutto, mi ha sempre ossessionato e, del resto, non poteva essere diversamente perché quello che hai dentro viene fuori prima o poi, non ti risparmia, anzi, ti logora di volta in volta e con gli interessi raddoppiati.

Io sono piena di morte.

Io sono stata sempre incinta di morte: uno splendido fantasma e un pessimo figlio.

In passato intuivo questa amara verità e sentivo questa indesiderata gravidanza; per non soffrire le abbandonavo entrambe immediatamente e proprio là dove le avevo incontrate o si erano proposte.

Mi rifiutavo di essere una tomba squallida o un sarcofago decorato.

Questa verità e questa gravidanza ricomincio a sentire sulla mia pelle; la conferma arriva sempre spietata nelle situazioni più disparate, ti fa bene e male allo stesso tempo, ti ossessiona il cervello, ti logora la materia grigia e ti sfrega le cellule senza risparmiarti un sordo dolore.

Nonostante la mia bellezza e la mia vitalità, io sento di essere un cadavere e di puzzare sempre e ovunque di morte.

Dentro questi seni a punta da negra della foresta non c’è latte per nutrire un bambino, c’è soltanto crudeltà, c’è soltanto morte.

Quello che sento non è il profumo della mia pelle e della mia casa, ma l’odore del marcio; quello che mi porto dentro è la puzza della morte, il tanfo di un corpo che vive una lenta inesorabile decomposizione.

Del resto, Ascingha è figlia dell’Africa e l’Africa odora di marcio, perché sotto il sole tutto marcisce e si trasforma in deserto, solitudine e rabbia.

L’Africa puzza di marcio, l’Africa imputridisce sotto i raggi di un sole che dà sempre la morte e soltanto la morte.

Come si capovolgono anche i simboli sulla scia del clima e dei vissuti degli uomini; per gli occidentali il sole è il simbolo della vita e la notte è il simbolo della morte, mentre per gli africani è tutto all’incontrario, la notte fresca e umida rappresenta la vita, mentre il sole uccide ed è l’immagine spietata della fine.

Maman Immè diceva sempre che l’unico uomo dell’Occidente che la pensava all’africana era il principe di Lampedusa e leggeva per consolarmi i brani più significativi del “Gattopardo”.

Come i raggi del sole la morte ti segue dappertutto ed è sempre una magra consolazione ritenersi fuori dalla mischia, almeno per quel momento; prima o poi tocca anche alle tue spalle portare il peso di quei tanti desideri che non ti sono mai caduti addosso dal cielo e che sono rimasti sornioni in alto a decorare l’albero di natale e a sbalordire i bambini infelici con il naso all’insù.

E così succede che di notte non riesci a dormire perché rivedi lo sguardo di chi hai in qualche modo ucciso e allora senti l’ombra della morte che avvolge il tuo corpo colpevole e disteso sul letto in attesa della giusta punizione.

La morte è là, sopra di te e tu la senti nell’aria che non respiri per non fare rumore e per paura che lei, sempre la morte, si accorga di te, ti prenda e ti porti via come la strega, costringendoti a lasciare con dolore i quattro stracci che sei riuscita a racimolare nella tua vita e che ti circondano ormai con derisione e in segno di sfida.

A questo punto inizia il tragico film: Ascingha rivede Mutu, un bambino di qualche anno appena, una creatura che soffriva d’asma, Ascingha rivede se stessa mentre abbandona Mutu davanti una piccola grotta della foresta.

Alcune femmine della tribù mi avevano costretta ad abbandonarlo perché era malato.

Io non c’ero !

Alcune femmine snaturate della tribù costrinsero una povera bambina, che aveva soltanto la colpa di essere nata in quel posto ingrato e in mezzo a quella gente crudele, a uccidere un povero bambino che, a sua volta, aveva soltanto la colpa di essere asmatico.

L’assassina era una povera bambina.

Io non ero, perché io non c’ero !

Allora inutilmente fuggo e ancora inutilmente torno a fuggire, ma la scena crudelmente incalza e si ricompone di fotogramma in fotogramma, l’angoscia sale dallo stomaco, afferra e paralizza il cervello posato sopra il cuscino e io ho soltanto la possibilità di rivedere inesorabilmente la verità, sequenza dopo sequenza: Ascingha ha in braccio Mutu, sente il suo respiro affannato, si trova all’ingresso della grotta e con forza lo strappa dal suo corpo, lo mette a terra nel fango di una culla fatta da due pietre nere, vede il suo sguardo che implora pietà, sente che il suo respiro è diventato un rantolo e si allontana lasciandolo preda inerme prima dei topi e dopo dei serpenti.

L’assassina era una povera bambina.

Io non ero, perché io non c’ero !

I ricordi sono più angoscianti dei fatti.

Penso e ripenso a Mutu, alle sue pupille nerissime come l’ebano e lucide come il vetro dentro il colore bianchissimo degli occhi, quegli occhi che ancora oggi mi guardano dal cielo e mi chiedono la ragione di tanta crudeltà.

Quegli occhi bellissimi e soffocati dalla malattia mi perseguiteranno finché sarò viva.

Questa non è una suggestione paranoica, caro dottore, ma la verità, la sola verità che ritorna e si ripresenta ogni notte nella mia solitudine.

Mutu non doveva morire !

Mutu non doveva morire in quel modo: senza parlare e senza piangere.

Mutu aveva diritto di vivere e oggi deve sapere quello che io stessa allora non capivo, Mutu è quell’angoscia che ancora mi consuma come un rimorso assurdo, non si placa mai, mi urla dentro fino allo sfinimento e manda il mio cervello in tilt epilettico.

Quel rimorso oggi mi distrugge appena affiora alla mente con tutto il suo carico di irreparabilità.

E’ terribile per me prendere coscienza che tutto è stato in quel modo e non si può modificare di una virgola.

Ma cosa poteva fare una povera bambina negra e idiota ?

Cosa poteva fare e cosa poteva dare una bambina infelice che aveva rispetto a Mutu soltanto la fortuna di essere in salute almeno in quel momento ?

Cosa poteva fare quella bambina ?

Qualcuno mi dica e, se può, risponda a questa domanda che si rivoltola nel mio cervello e lo strizza come un tubetto di dentifricio.

Cosa poteva dare quella bambina ?

Io non so trovare a quest’incubo una soluzione che non sia il delirio della follia.

E dopo che tu lo hai ucciso senza coscienza e su ordine possibilmente di quella stessa femmina che si era fatta negligentemente ingravidare da qualche “bilingo” in calore e senza amore l’aveva partorito, così dopo questa tragedia arrivi nel vecchio continente e vieni a sapere che bastava una pastiglietta rosa di cortisone, un “bentelan” rosa, per salvare la vita a Mutu.

Bastava una pastiglietta rosa di cortisone e oggi il piccolo Mutu risponderebbe ancora al mio dolce richiamo e io non soffrirei più di un male veramente inguaribile.

Ma Mutu non risponde al mio richiamo: Mutu tace.

Mutu dorme ingiustamente il sonno degli innocenti.

Mutu è stato dato in pasto ai roditori e ai serpenti della foresta forse per scelta della stessa madre.

Mutu non voleva morire !

Quando mi guardava con i suoi occhi neri, Mutu chiedeva soltanto aiuto e non voleva di certo morire.

Mutu voleva vivere.

Quegli occhi, da allora, io sento conficcati nel mio cuore come una spina di acacia e da allora, per non odiare e distruggere me stessa, ho cominciato a odiare e distruggere le femmine del villaggio, per cui mi è stato sempre più naturale rifiutare la sottomissione e la passività delle madri, doti bastarde che stanno a metà tra il destino infame e la biologia ingrata.

Senza modelli da imitare e senza identità da ricercare, lentamente e senza rimpianti mi sono convinta che Ascingha non si poteva ridurre a quella “puta” che mi ritrovavo mio malgrado tra le gambe e per giunta mutilata del clitoride e delle grandi labbra; Ascingha non si poteva ridurre a un ruolo affibbiato dai maschi della tribù in onore di un “bilingo” da lasciar infilare a piacimento nel tuo buco per riempirlo in ogni senso.

Non volevo esser femmina e non volevo esser maschio.

Entrambi i sessi mi davano la nausea, per cui preferivo essere quell’odio che mi trovavo dentro e mi portavo in giro.

Le femmine africane sono inette e con il clitoride si sono tagliate da sole qualsiasi istinto e qualsiasi sentimento.

Io non sono mai stata e non voglio essere una di loro !

E così Ascingha, di sospiro in lacrima, si è illusa di poter dimenticare, si è illusa di dimenticare; di poi, di dolore in nostalgia, Ascingha ha cominciato a desiderare la morte per raggiungere il bene che non poteva più riavere tra le sue braccia, gli occhi neri dentro il bel viso e il corpicino vivo di Mutu.

La fuga è stata la mia prima morte !

La fuga dalla mia gente e dalla mia terra è stata l’esca per afferrare quel qualcosa di diverso che si offriva subito e a portata di mano.

Del resto la compagnia di Mutu non mi mancava perché lo portavo sempre dentro il mio cuore e pensavo che forse con la fuga anche la sua morte avrebbe acquistato un senso, un senso assurdo, ma pur sempre un senso almeno per la mia vita.

Mi sono volentieri costretta a morire in qualche modo e da qualche parte per espiare la mia infame colpa.

E ancora oggi, per giustificare la mia sopravvivenza, vado gridando in giro come una pazza: “un bentelan, datemi un bentelan, quello dal colore rosa, quello che avrebbe salvato la vita al mio piccolo Mutu.”

Pensi, dottore, bastava un “bentelan”, quel “bentelan” che adesso porto sempre nella borsetta senza essere asmatica, ma solo per salvare la vita a un altro piccolo Mutu, un bimbo dagli occhi neri che senza parlare sapeva chiedere molto bene.

Bonjour monsieur le docteur.