
La notte era stupida,
era anche stupita di tutte le sue cose a posto,
al posto giusto,
oltretutto nude e spalancate sul mare,
quando noi,
noi due,
eravamo sconosciuti a noi stessi,
agli altri,
a tutto il mondo con il resto di due.
Dovevamo esserlo,
signor giudice,
per posizione e pregiudizio,
per orgoglio e vanagloria,
per la canzone in fieri nei formidabili anni sessanta
dominati da pancioni mollicci e baffetti inopportuni,
da donne cannone, oltremodo belle e brave.
Questa notte,
questo tipo di notte mi sorprese di sorpresa e all’improvviso,
mi colse allibito nella nebbia di Melzo e lungo l’Adda con la Rita,
mi raccolse amminchialuto nel freddo della laguna putrida con la Marisa,
cette nuit ci sorprese foresti e forestieri nella foresteria di madre Natura,
proprio come gli anonimi personaggi della serie americana
“chi erano questi due
che alle sei del mattino ritornano alla losca magione
barcollando
dopo aver frequentato il bar long drink Bar Collo”?
Questa notte,
ebbene e ribadisco,
o signor giudice,
questa notte ci sorprese sconosciuti,
io e lei,
noi due sconosciuti,
il titolo dell’ultimo romanzo della grande Liala,
al secolo Liana Negretti Odescalchi,
coniugata Cambiasi,
la donna delle Mille e una notte del popolo italiano proletario
in guerra e in pace,
alla Lev Tolstoj.
Fin qui tutto liscio
e senza pirtusi alla spingole francese,
perché ancora non ci sono stati pizzichi e vase.
Ma,
sentite questa,
s’il vous plait,
se poi nel buio le tue mani d’improvviso vanno sulle mie
e s’improvvisano numeri da circo Orfei,
allora,
mi capisce,
o signor giudice,
gatta ci cova e qualcosa ci sfugge.
Lei dirà saggiamente
che è cresciuto troppo in fretta questo nostro amore
e ha ragione.
Io le obietterò soltanto
che certi discorsi non si fanno al telefono
e tanto meno con il telefono della SIP,
quello a gettoni,
dentro una cabina maleodorante
del piscio di cani e gatti,
nonché di qualche incontinente,
tumoroso e non timorato.
E, adesso, lei mi vuol telefonare telefonando
per mandarmi a cagare,
a cagher in emiliano da oltre Po pavese,
per dirmi basta prima di cominciare,
per un amore appena nato che è già finito.
Dica, allora,
benedetta signorina,
che si tratta della solita scopata foresta
e voluttuaria come un bene proficuo da voluptas galoppante,
di uno swarovski fatto con un fondo di bottiglia di buona birra,
qualcosa del tipo porcellana di Capodimonte in quel di Catania,
dica,
benedetta ragazza,
che è inspiegabile ma vero
che il nostro amore appena nato sia già finito
con buona pace dei benpensanti e dei bacchettoni.
A questo punto e con queste premesse gradisca cordiali saluti da
Salvatore Vallone.
P.S.
La prossima volta…replay.
Salvatore Vallone
Carancino di Belvedere 30, 12, 2021