LA MOGLIE DEL SOLDATO

La vitalità è isteria di vivere,

la naturale conversione dell’angoscia di morire e di perdere tutto,

un patrimonio da lasciare in questo mondo infame,

un ex intruglio di spermatozoi ossidati

e di uova ancora buone per la frittata.

Il conflitto è un pane casereccio,

condito con le olive e il peperoncino,

con una fetta di pecorino e olio d’oliva extra,

quello di Carancino,

nonché origano in abbondanza

e quel pizzico di sale che non guasta mai,

come lo zucchero semolato,

extrafino e vanigliato nel budino al cioccolato della nonna.

Il gioco dei ruoli non funziona più,

come i programmi televisivi dei cuochi,

i nuovi messia di questo oltremodo attillato e dilatato paese.

Tu dimentichi chi sei

variando continuamente lo stato di coscienza

con hashish e mariagiovanna,

con coca e con cola,

e ti frastorni fino a far nascere e crescere in te

quel canovaccio umano che non hai mai recitato

nel sofisticato teatro della tua strana vita.

Il sodato ha ballato tutta la notte nel bordello di Malta

tra le signorine inglesi e le geishe nostrane,

tra poppe ruspanti e culi cadenti,

e all’alba ha visto tra la folla una nera signora

dai capelli ardenti e corvini,

una donna a metà tra madre e matrigna,

una dea a metà tra Afrodite e Atena,

una mezzo maschio e una mezza femmina.

Il soldato ha cantato e bevuto,

ha cantato canzoni porno con le mabrucche,

ha bevuto la sciobba con le indigene di Tripoli,

ha mangiato il quatrucco di mandorle e miele.

Il soldato ha recitato la parte giusta

per festeggiare la sua salvezza dai mali della Morte,

per andare in culo alle Moire,

alla troia di Cloto che fila,

alla malefica Lachesi che intesse,

alla famigerata Atropo che taglia.

Ma la sua fu la guerra di Piero,

sparagli adesso,

sparagli addosso,

e a nulla valse il fanatismo del siciliano,

mezzo cafone e mezzo arabo,

mezzo anarchico e mezzo fascista,

quando si accorse

che la Morte cercava proprio lui.

Quella donnaccia da bordello cercava proprio lui,

quella donna del malaffare ce l’aveva con lui,

proprio con lui.

La paura fu tanta e l’orgoglio quasi niente.

Il soldato Biagio Scarpel gridò al cielo lacerandolo:

Padre mio, aiutami!

Aiutami e non mi abbandonare!

Alla parata Lei mi stava vicino

e mi guardava con malignità.

Nella mia vita mi sono sempre ricordato della Morte,

ma Lei è stata tanto cattiva con me.

Voglio la vitalità,

il sangue caldo che mi scorre nelle vene,

tutta la forza dei miei istinti,

la follia di un uomo unico ed eccezionale.

Ancora una volta mi sia data la fuga in groppa all’anarchia.

Mi frastornerò ancora,

forza,

fino a Calascibbetta guiderò il cavallo dei miei pantaloni.

Mi illuderò di avere trovato finalmente l’amore di una vera donna,

una siciliana dall’accento matriarcale,

dai seni enormi ed efficaci,

non mi fermerò,

volerò,

mi butterò a capofitto in una vecchia avventura

per subire nuovamente la vertigine della vita.

E canterò,

io canterò la mia ninnananna

come faceva la mia mamma

quando mi regalava la ninna e la nanna.”

Avia nu sciccareddru,

ma tantu sapuritu,

a’mia mi l’ammazzaru

poviru sceccu miu.

Chi beddra vuci avia,

paria nu gran tinuri,

sceccu beddru di lu mi cori

comu iu t’aia scurdà.”

Forza,

coraggio,

questa è una nuova realtà tutta da vivere.

Innocenti ed effimere sono le conquiste,

ma c’era tra la folla quella nera signora

perché non ho mai dimenticato quella Morte

a cui indolente ormai mi inchino.

Era tra la gente nella capitale del Nulla

e ora la ritrovo qua.

Ma tu, o Morte, non appartenevi agli altri?

So che mi guardavi con malignità.

Perché sei così cattiva con me?

Sono scappato in mezzo ai grilli e alle cicale,

mi sono perso nella terra di Utopia,

nella triste ricerca di un luogo tanto decantato che non esiste,

sono scappato via,

ma ti ritrovo qua,

in pieno centro a Calascibbetta.

Adesso, da fallito, ti ritrovo fuori dalla porta.”

Disse allora la gentildonna interpellata:

Sbagli,

t’inganni,

ti sbagli soldato.

Ti sei illuso anche in questo,

mio caro rivoluzionario.

Io non ti guardavo con malvagità,

io non ho nessun motivo per essere crudele con te.

Il mio era solamente uno sguardo stupito.

Ero soltanto meravigliata del fatto che tu mi cercavi.

Cosa ci facevi l’altro ieri là?

Io t’aspettavo qui e oggi,

aqui y ahora,

hic et nunc,

l’appuntamento giusto era proprio questo

e tu eri lontanissimo due giorni fa

e stavi quasi per mancarlo.

Ho temuto che per ascoltar la banda a Malta

ti fossi dimenticato del nostro happening,

del nostro cocktail d’amore.

Ho avuto paura

che, per frastornarti ancora con Stefania,

non facessi in tempo ad arrivare qua

e perdessi il tuo luogo e il tuo momento,

momentum a quo pendet aeternitas,

la tua ultima utopia.

Non è poi così lontana Calascibbetta,

non è poi così difficile morire,

la vita stessa ti ci porta naturalmente

se non ti opponi alle banalità.

Hai cantato con me tutta la vita,

non mi hai mai dimenticata un solo istante,

hai vissuto con la morte addosso,

e, dopo il canto del cigno, sei fuggito con il vento

e hai finalmente trovato la tua vera dimensione vitale.

Cosa vuoi di più?”

L’asinello è veramente morto,

è stato ucciso dal padrino Marlon Brando

per farti quel favore

che non potrai mai ricambiare.

Avia nu sciccareddru,

ma tantu sapuritu,

a ‘mia mi l’ammazzaru

poviru sceccu miu.

Chi beddra vuci avia,

paria nu gran tinuri,

sceccu beddru ri lu mi cori

comu iu t’aia scurdà.”

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 20, 10, 2020

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