IL RICONOSCIMENTO E LA RICONOSCENZA

Il mio Maestro è consueto,

è ampio,

è generoso.

Se fosse qui con me,

non avrei paura dei miei versi.

 

Lui è discreto,

mi onora,

mi riconosce,

mi considera un dono,

qualcosa che non cade dal cielo

e che sorprende sempre piacevolmente su questa terra,

la nostra terra buona come il pane giallo di Floridia,

la nostra buona terra tutta da mangiare.

 

Il mio Maestro è caduco,

è mortale,

è transeunte.

Se fosse qui con me,

non avrei paura dei miei versi.

 

Lui mi vede,

mi rende visibile a me stessa e al mondo,

mi chiama per nome,

solum per nomen,

solum per flatus vocis,

mi chiama Carmela,

non usa il praenomen,

tanto meno il cognomen,

non mi chiama Pappalardo,

non usa la gens,

non gradisce.

 

Il mio Maestro è parolaio,

è verboso,

è ciarlatano.

Se fosse qui con me,

non avrei paura dei miei versi.

 

Il nomen è estraneo alla mia cultura.

Ho scelto da tempo.

Da bambina ho separato il mio sociale dal mio interiore.

Intricate sono state le ragioni

e non ne sono più al corrente.

Se avessi mai regalato del mio,

lo avrei fatto con un nom de plume,

alla maniera di Elena,

la mia amica geniale,

una grande donna,

una donna grande come il pennello Cinghiale.

 

Il mio Maestro è istruito,

è laureato al massimo,

è studiato al minimo.

Se fosse qui con me,

non avrei paura dei miei versi.

 

Il mio nomen non si confà con la gens,

il praenomen tanto meno.

Figurati il cognomen!

Polifemo è sceso dal Mongibello,

è seduto sui faraglioni di Aci Trezza

e aspetta ancora quel Nessuno

che a suo tempo l’ha accecato con un tronco incandescente

di odoroso e nodoso ulivo.

Ulisse se ne sta alla larga dal Ciclope guercio

e dai cinque stelle,

alberghi e non.

Luigi si trova ancora nello stadio di San Siro

insieme ad altri novecentonovantanovemila scalmanati

in attesa di Inter-Milan

e da Uno si sente Nessuno tra tanta gente sconosciuta,

centomila circa.

Le peuple è un’astrazione dei filosofi del pont de Bercy.

Ma ciò che è fatto è fatto,

chi ha avutu ha avutu ha avutu,

chi ha datu ha datu ha datu,

scurdammece o ppassato,

simme e Napule paisà.

 

Il mio Maestro è mezzo napoletano,

è canterino di Forcella,

è squillante nel rione Sanità.

Se fosse qui con me,

non avrei paura dei miei versi.

 

Oggi di tanta speme anonima cosa mi resta?

Un abbraccio intonso,

come un libro ancora da leggere,

il mio libro,

le mie poesie,

le mie nugae,

le mie cose di poco conto,

tanto importanti per me

che non ho un nomen,

un cognomen,

un praenomen,

una gens.

 

Il mio Maestro è soffio,

è fiato,

è sbuffo,

è respiro,

è vento,

è presunzione,

è riconoscente.

Non è qui con me

e io ho paura dei miei versi.

 

La riconoscenza è il sentimento del logico riconoscimento: affetto e concetto.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 10, 09, 2021

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