ETERORITRATTO

“Come sei bello
con i grandi occhi circassi,
benevoli e insieme furenti,
le labbra piene di carne e parole,
il viso d’argilla aperto al sole,
la barba antica come una statua greca.
Come sei bello,
profumi di rosmarino della memoria.”

Io non sono questo,
io sono l’Altro,
io non sono io
e tanto meno il mio linguaggio.
Il linguaggio non è mio,
è dell’Altro,
è sempre dell’Altro.
Benvenuto mio Altro
visto che io sono il linguaggio dell’Altro.
Ma se io sono il linguaggio dell’Altro,
tu,
mia numinosa concubina,
sei la Maja vestida e desnuda
che non ha consapevolezza dei suoi vizi e delle sue virtù,
come dei suoi abiti e dei suoi costumi,
i suoi boni mores,
disconosci il tuo Verbo,
sei muta come una campana senza campanile e senza sacrestano,
non profferisci parola
come il bambino contenuto nella mamma freezer di Bettelheim,
il superstite incallito dell’olocausto,
l’ebreo errante al di sopra della vita e della morte,
tu sei l’Afrodite cnidia
che confonde il coniugale con il congiuntivo
avvolta nel suo marmo pentelico.
Tu vuoi un Io
che non abita più qui.
Quell’Io che tu cercavi,
adesso ristagna in Grecia,
presso la fonte di Pirene nell’antica Corinto.
Si chiama Narciso.
Questi è colui
che fece il gran rifiuto,
il disdegno superbo della bellissima Eco,
la povera ninfa senza voce
che ancora invoca il suo perduto amore
annegato nella fonte della vanità,
alle radici delle vanità,
tra le vanitas vanitatum della fonte Aretusa
nell’isoletta di Ortigia
che ancora mena vanto del suo splendore
tra l’incuria e l’indifferenza degli indigeni.
Narciso è morto,
Narciso si è ammazzato con il pugnale,
Narciso si è annegato nella fonte,
Narciso non c’è più.
Narciso è autospirato
mentre Eco ruffiana intratteneva Era
per lasciare Zeus scopare a destra e a manca
le dee e le ninfe,
le capre e i cavoletti di Bruxelles,
i cigni e le anatre all’arancia,
le mucche e le salsicce di Longo & Attardi
presso I Piaceri della carne della mia Belvedere,
del mio vallone Carancino
dove Anapo pose la sua vergogna di fiume innamorato.
Ma Era la punì.
Era le tolse il verbo,
le parole,
l’uso e l’abuso delle parole,
la condannò a ripetere soltanto le ultime sillabe
delle parole degli altri,
quelle che sentiva per caso
e che poteva cavalcare al volo
per dire a Narciso mille volte “quanto ti amo”.
“…to …i …mo”,
“…to…i…mo!”.
Ma il linguaggio era dell’altro.
E allora,
Eco implora:
“dammi le tue ultime parole
raccontandomi la storia bella di un uomo e di una donna
che si amano senza parole
dopo le ultime parole raccattate nell’agorà di Atene.”
Eco piange e si prosciuga.
Di lei resta la voce
che echeggia nelle gole dei monti Iblei,
quelli del buon miele di zagara e di gaggia,
e nelle colline di Pieve di Soligo,
quelle delle viti di Prosecco,
dei mille veleni che oggi abitano
dentro un buon bicchiere di vino dalle micidiali bollicine.
Questa è la vendetta di Nemesi:
innamorarsi di se stessi,
non mangiare,
non bere,
dipendere,
straziarsi,
morire,
per lasciare ai posteri uno splendido fiore,
il fior di Narciso per i capelli di tante splendide Eco.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 22, 03, 2021

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